2 Aprile 2008

VERSANTE LIGURE

MOZZARELLE VOLANTI

La bufala inquinata
il Bel Paese umilia:
non quella diossinata
ma quella che in Italia
ha forma di cordata
che vuole l'Alitalia.


Capocordata



  Enzo Costa  
  email: enzo@enzocosta.net;  http://www.enzocosta.net
  Illustrazione di Aglaja  
  email: aglaja@fastwebnet.it;  http://aglajage.splinder.com


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G8/1 - Tortura, un marchio su Genova 2001

Quando nel 2001 a Bolzaneto uomini e donne della legge hanno mortificato, violentato e torturato era passato solo un anno dalla approvazione a Bruxelles della "Carta dei diritti fondamentali dell'Unione europea". L'articolo 4 della Carta recita "Nessuno può essere sottoposto a tortura, né a trattamenti inumani o degradanti". Il catalogo compilato dai magistrati genovesi circa i fatti avvenuti nella caserma di Bolzaneto e le notizie che ne ha dato la stampa non lasciano dubbi: a Bolzaneto la tortura c'è stata, non casuale ma programmata e di gruppo.

Finalmente, ha scritto Rodotà (Repubblica 28 marzo 2008) il silenzio istituzionale è stato rotto; nessuno può più trincerarsi dietro il "non sapevo". Purtroppo quanto è stato detto in aula dai pubblici ministero, non ha trovato nell'informazione nazionale - sia pure con l'eccezione di Repubblica (articoli di D'Avanzo, Cassese e Onida, 18-20 marzo 2008) - l'eco che sarebbe stato auspicabile. Neppure il sistema politico ha reagito come sarebbe stato necessario; parole di circostanza e nessun impegno. Eppure le democrazie, i paesi civili, ha scritto Rodotà, avrebbero l'obbligo di affrontare i loro vuoti, le loro inadeguatezze; nel caso di Bolzaneto la inquietante assenza di norme che colpiscano la barbarie che si è consumata e che potrebbe ripetersi.
La campagna elettorale in corso "avrebbe dovuto favorire il parlar chiaro, gli impegni netti". Ad esempio "perché non dire subito che la prima proposta di legge (o la seconda o la terza, non importa) sarebbe stata proprio quella volta a colmare la vergognosa lacuna dell'assenza di una norma sulla tortura, che rende inadempiente l'Italia... di fronte all'umanità intera?".
Anche la proposta di una Commissione parlamentare d'inchiesta - ha aggiunto Rodotà - potrebbe non essere sufficiente o divenire un espediente per rinviare a chissà quando i necessari provvedimenti. Già oggi infatti, "pur con le lacune della legislazione penale, sono possibili impegni istituzionali e politici, vincolanti almeno per il futuro ministro dell'Interno: ricorso a tutti gli strumenti amministrativi disponibili per emarginare chi è stato protagonista di quelle vicende; pubblica condanna, senza troppi distinguo, nel momento stesso dell'assunzione dell'incarico".
Perché invece si tace? si chiede Rodotà. "Perchè -è la sua risposta- la fabbrica della paura è divenuta parte integrante della fabbrica del consenso", e l'enfasi posta sul bisogno di sicurezza porta all'eclisse della cultura dei diritti.
A dargli ragione basterebbe fare il conto di quante riunioni ufficiali, a Genova negli ultimi 5 anni, sono state dedicate al tema della "sicurezza" e della "tolleranza zero", e quante ai comportamenti inqualificabili vissuti durante il G8.
(Manlio Calegari)

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G8/2 - Quei mandanti politici non tanto misteriosi

Che l'Avvocatura dello Stato sia stata autorizzata a presentare pubbliche scuse al processo G8 in corso a Genova, per le torture (anche se il codice le chiama diversamente) avvenute nella caserma-prigione di Bolzaneto, è un segnale che qualcosa si muove. Così almeno viene letto da chi vuol credere ostinatamente nelle istituzioni, dopo la lunga sequenza di fatti che fanno perdere ogni fiducia: basti pensare non solo all'impunità assicurata (è ormai prossima la prescrizione dei reati), ma alle promozioni che hanno premiato tutti, nessuno escluso, i funzionari responsabili di tante efferatezze.

Ora forse sarà possibile anche quel processo alle responsabilità politiche che, commissione d'inchiesta parlamentare o meno, si dovrà pure aprire. Perché non basta colpire come vanno colpiti poliziotti, medici e uomini (ma anche donne) della Penitenziaria che si distinsero come aguzzini, fino ad arrivare allo stesso capo della polizia, a quanto pare implicato. La giustizia non può fermarsi a costoro, deve arrivare a chi sollecitò la "lezione ai comunisti" come prova di forza del governo berlusconiano appena insediato. Che ci facevano in quelle ore a Genova, nel quartier generale dei carabinieri, il vicepresidente del Consiglio, Fini, e il suo scudiero locale Bornacin?
Non si può neppure dimenticare però un'altra presenza più che significativa, proprio sul teatro delle torture, nel lager di Bolzaneto, dove la notte delle violenze c'era lo stesso ministro della giustizia, Castelli, insieme ad alcuni magistrati-ispettori. Solo che non si accorse di niente o quasi. Notò qualcosa di "curioso": tutti quei prigionieri fermi in piedi, dietro le sbarre, braccia alzate e testa contro il muro. Provò perfino a chiedere spiegazioni e gli risposero che si trattava di misure precauzionali: se non li avessero tenuti così immobili quei giovani si sarebbero azzuffati tra loro appartenendo a gruppi contrapposti. Stupefacente è che un ministro ci creda e che ancora oggi ripeta: "Anche gli operai stanno ore in piedi e nessuno parla di torture". Fa male solo il pensiero che un ingegnere così potrebbe tornare a governarci.
(Camillo Arcuri)

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Saltimbanchi - Nuove elezioni nuova casacca

E così anche Genova ha avuto i suoi bravi De Gregorio, pronti all'ultimo momento ad assicurarsi un seggio al Parlamento saltando su una barca diversa da quella grazie alla quale avevano avuto i voti per entrare in Regione. Sarebbe curioso sapere che cosa ne pensano i loro elettori...
Uno è quel Giovanni Paladini, un tempo della Margherita, la cui figura abbiamo visto campeggiare a grandezza naturale, ora in jeans, ora in completo azzurro - così il messaggio delle sue possibilità trasformiste era più che chiaro - nella campagna di una tornata elettorale della Regione. L'altro è tale Rosario Monteleone, già noto alle cronache genovesi per aver ostacolato con protervia - e non si è capito con quale diritto - l'elezione del presidente Repetto alla Provincia. Costui quatto quatto, all'ultimo momento, con un bel salto pirotecnico si è catapultato sul trenino di Casini ottenendo in lista uno dei posti che con questa stronzata di legge elettorale potrebbe fornirgli l'elezione.
Entrambi fanno professione rigorosa di devozione alla famiglia, alla Chiesa e a tanti altri valori della tradizione. Pare già di vederli arringare i loro, nei prossimi giorni, in zona Matteotti e aggirarsi con occhio di riguardo e scrutatore attorno all'Episcopio...
(Giovanni Meriana)

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Aree Cornigliano - Distripark: risorsa o mito fasullo?

Sembrava che a Genova la lezione fosse stata capita: non più Fiumara, le aree strategiche vanno destinate al porto. Anche le aree liberate dall'Ilva, a parte gli interventi pubblici di riqualificazione urbana a Cornigliano, dovevano servire alle "funzioni logistico-portuali", ovvero al distripark, un'area attrezzata per la manipolazione delle merci in transito portuale, per l'assemblaggio dei componenti dei prodotti finiti, per il loro smistamento verso le destinazioni finali.

La realizzazione del distripark resta, a parole, uno dei progetti salienti della Società per Cornigliano Spa (presidente del Cda, Claudio Burlando), "proprietaria delle aree e destinataria dei finanziamenti stanziati per attuare la riconversione delle aree dell'Ilva" (www.percornigliano.it). Il suo sito recita: "L'Area Logistico-Portuale che ci si propone di realizzare a Cornigliano è un primo passo in questa direzione". Purtroppo, sembra che il primo a non crederci sia proprio Claudio Burlando che, nella doppia veste di presidente della Regione e presidente della Società per Cornigliano, avrebbe per legge il compito di realizzarlo.
Nell'intervista al Secolo XIX del 22 luglio 2007, a due anni della firma dell'Accordo di programma, e dopo numerosi interventi entusiasti sul progetto di distripark da parte di esperti di logistica portuale ("più valore aggiunto, più posti di lavoro ecc."), Burlando qualificava l'idea di distripark come mito fasullo: "in due anni non un operatore portuale [in particolare, Negri, Messina, nda] si è fatto avanti per le aree lasciate libere"… Il distripark, per ora, lo ha fatto Riva". Il Secolo XIX del giorno seguente giudicava "inquietanti" le convinzioni del governatore che sembrava adoperarsi per cercare interessati solo in ambito locale.
A smentire il pessimismo di Burlando Repubblica del 5 agosto fa sapere che l'apertura della procedura per l'assegnazione del distripark rivelava "una valanga di manifestazioni di interesse": diciannove proposte. "Non ci sono solo terminalisti - spiegava il presidente Novi - ma anche autotrasportatori, cantieri nautici, società di riparazione e di costruzione navale, perfino aziende di abbigliamento che sarebbero interessate a realizzare dentro il distripark attività di manipolazione e di confezione delle merci provenienti dall'Asia. Segno che l'area in gioco è molto appetibile".
Pochi giorni dopo il suo insediamento, sul Secolo XIX del 20 febbraio 2008, il presidente dell'Autorità portuale Luigi Merlo conferma l'idea del distripark: "Su quelle aree, come già deciso da tempo, sorgerà un distripark a servizio dello scalo. Per l'assegnazione sarà seguita una procedura di evidenza pubblica il più trasparente possibile".
Passa un mese e, al primo incontro ufficiale con Burlando, Merlo dichiara che l'eventuale richiesta di Riva di rivedere tutto l'accordo sulla siderurgia "potrebbe essere l'occasione di chiedere più aree…Se invece si resta sui 130.000 metri quadrati dell'accordo, che non sono sufficienti per un vero distripark, la mia idea è di utilizzarli in parte per un autoparco da 400-500 mezzi" (Repubblica-Lavoro, 20 marzo 2008). Laconico, S. Cafasso sull'Avvisatore marittimo dello stesso giorno: "Finisce quindi in archivio il progetto di distripark".
(Oscar Itzcovich)

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Acciaierie - Dalle bande stagnate all'indice infortuni

Su Repubblica del 26 marzo il paginone dedicato all'Ilva col titolo "Cornigliano, a qualcuno piace freddo" pare fatto apposta per scaldare i cuori di entusiasmo e speranza. "L'accordo di programma resiste", dice fiduciosamente il sottotitolo, e l'articolo prosegue con suggestive descrizioni dei lavori in corso: "Una gru gialla si muove sopra la vasca appena completata che conterrà fino a 300 tonnellate di zinco … la ruggine sparisce per fare spazio alla vernice blu … gli impianti sono stati progettati con valutazione di impatto ambientale…".
Le cifre degli investimenti vengono puntigliosamente allineate insieme alle previsioni produttive a regime che guardano al 2010. Il quadro si completa con gli ottimi dati sull'andamento infortunistico: dal 2003 al 2007 si è passati da una frequenza di 202 infortuni ogni milione di ore lavorate a 86,5: più che un dimezzamento.

Ma, quasi senza parere, si finisce per inciampare in una piccola asperità: capita quando viene citato l'incontro romano in cui "l'azienda aveva presentato la richiesta di prorogare di un anno la cassa integrazione straordinaria per avere il tempo di realizzare i nuovi impianti e far rientrare i 650 ora in cassa integrazione straordinaria". Nulla di grave, suggerisce il tono dell'articolo, è solo questione di tempo…
Probabilmente i cassintegrati non erano altrettanto tranquilli, a guardare il volantino diffuso durante il comizio di Veltroni: si sentivano dentro un film in bianco e nero, dicevano, possibile titolo "Alba tragica".
Ed ecco infatti arrivare il freddo con la notizia (Repubblica del 29 marzo) che 500 lavoratori potrebbero non rientrare mai più. Esito (si spera) ancora contrastabile, ma non imprevedibile: in tutto questo tempo, a parlare con i lavoratori in Cigs (Cassa integrazione guadagni straordinaria), si sono sentite rimbalzare molte domande che non hanno ricevuto una risposta convincente: quanto lavoro daranno davvero i nuovi impianti?
La banda stagnata: buttando uno sguardo a siti nazionali ed internazionali par di capire che la tecnologia e la qualità siano un fattore chiave per mantenersi competitivi anche a fronte di momenti di stagnazione della domanda. Oggi l'80 % del consumo italiano è coperto da importazioni, in grande prevalenza prodotti qualificati da paesi Ue (dati Federacciai 2006). Una situazione imprevedibile, o già chiara e sottovalutata nel momento in cui fu firmato l'accordo?
Gli infortuni: la diminuzione della loro frequenza media è una buona notizia, ma in Ilva l'area a caldo è sparita. Quello che sarebbe più interessante sapere, oltre le "medie" di stabilimento, è l'andamento infortunistico dei diversi reparti produttivi. Se ne parla?
(Paola Pierantoni)

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Islam - Conta la cultura più che il velo

"La festa della donna con il velo islamico" è il titolo con il quale il Secolo XIX, del 10 marzo, riferisce della giornata celebrata al Porto Antico dalle donne arabe che fanno riferimento all'associazione La Palma. La cronaca riferisce di una bella festa, con dolci e musica, della partecipazione attiva delle donne genovesi che sono compagne di lavoro, mamme di compagni di scuola e vicine di casa, e delle parole delle donne arabe di Genova che sottolineano l'importanza del velo: " Il velo nel giorno della festa della donna? Cosa c'è di strano? E' una cultura nostra, è una nostra identità, è una raccomandazione di Dio", " non tolgo il velo perché se lo facessi sarebbe togliermi la fede".

Fattima Mernissi, marocchina, professoressa all'Università di Rabat, nel suo libro "Le donne del profeta", edito dalla casa editrice genovese Ecig, sostiene invece che non esiste l'obbligo del velo né nel Corano né negli Hadith (le parole) del profeta Mohammad; che il vero guaio è che, in alcuni paesi arabi e musulmani, l'analfabetismo arriva a percentuali spaventose come il 70% della popolazione. Che la popolazione accetta passivamente l'interpretazione dei maschi, spesso misogini, del Corano e del Hadith; che non si tratta di questione religiosa, ma dell'uso che fanno i maschi (di tutte le religioni e di tutte le civiltà) della religione per controllare le donne, sottometterle, ed escluderle, mentre ogni donna deve essere libera di scegliere come vestirsi e cosa mettere sulla propria testa.
Intervenuta alla presentazione della tredicesima edizione degli incontri culturali "Le grandi parole dell'umanità", al teatro della Corte di Genova, la giornalista algerina Nacéra Benali, ha detto che il velo è un falso problema: l'importante è che le donne accedano allo studio, che vadano a scuola ed all'università e non importa se ci vanno velate o non (Il Secolo XIX del 6 febbraio). Per Nacera Benali, "il nodo della questione femminile nell'Islam non si scioglierà finché gli uomini avranno il monopolio dell'interpretazione del Corano. E finché tutti non potranno riferirsi a un codice civile laico".
Mohammad Arkun, algerino, professore emerito alla Sorbona, sostiene che nel mondo arabo ed islamico, le università sono poche, che nelle molte facoltà religiose si insegnano i testi sacri con metodi antichi, che ci sono le facoltà di medicina e di ingegneria ma sono poche quelle umanistiche, in particolare quelle che diffondono le scienze riguardanti "la lingua", che insegnano a storicizzare, contestualizzare, decostruire e ricostruire un testo per arrivare ad una nuova e corretta lettura (interpretazione) dei testi antichi ed in particolare dei testi "sacri". Perciò egli invita ad insegnare queste scienze nelle università "occidentali" ai giovani arabi e musulmani, istituendo apposite borse di studio ed invita a collaborare con quei paesi per introdurre le facoltà che insegnano queste scienze nel loro sistema universitario.
(Saleh Zaghloul)

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"Diario di scuola" - Pennac, l'ex somaro fattosi scrittore

"Nessun avvenire. Bambini che non diventeranno. Bambini che fanno cadere le braccia. Alle elementari, alle medie, poi al liceo, ci credevo anch'io, vero come l'oro, a questa esistenza senza avvenire". Ecco un breve capoverso dell'ultimo libro di Daniel Pennac "Diario di scuola" (ed. Feltrinelli euro 16). Lenimento per maestri, pedagoghi, genitori affranti e studenti.
Qui il creatore del "capro espiatorio" Benjamin Malussène parla della sua infanzia di "somaro" e della sua professione di insegnante. La metamorfosi è narrata attraverso le tappe dell'adolescenza nelle quali l'aver incontrato tre o quattro insegnanti speciali gli ha cambiato letteralmente - è il caso di dirlo?- il futuro.

Si scopre così che è scrittore perché il suo "primo salvatore, un professore di francese in prima superiore, colpito dalla sua propensione ad affinare scuse", decise di commissionargli un romanzo, in "ragione di un capitolo la settimana". Siamo all'inizio della risalita nella quale Pennac comprende che non è solo una "nullità".
Nello scambio dei ruoli, ecco la scuola vissuta da professore, in un rapporto con ragazzi che sanno quello che comprano, ma non sanno quello che sono. Bambini clienti, che indossano marche - "N è la marca e la marca non è l'oggetto!" spiega il professore ad un'allieva e aggiunge: "L'oggetto serve a camminare, la marca a cosa serve?", "A tirarsela, Prof!".
Sono ragazzi dai quali pretenderà un testo a memoria alla settimana "nell'epoca in cui la memoria si misura in giga!" per "gettarli nel grande fiume della lingua" e con i quali si può studiare grammatica partendo dalle loro incertezze: "Non ci arriverò mai, gliel'ho detto. La scuola non è fatta per me!" e ancora, davanti alla lavagna:"Non me ne frega niente", "Va bene, e questo 'ne', per l'appunto, che cos'è questo 'ne'?"
Nel libro ci sono le sconfitte, il riconoscimento che esiste una gioventù rabbiosa e spietata ma che non va eletta a simbolo della categoria di giovani che abitano la banlieu. E c'è il sistema scolastico francese con modelli in crisi, politica distante, incapacità di trovare soluzioni, "per il quale è sconveniente parlare d'amore nell'ambito dell'insegnamento".
Pennac mette ordine in un'idea di scuola che oggi ci arriva stanca, esasperata, lontana dai ragazzi che la frequentano. Nella lettura di "Diario di scuola" la materializzazione di un sogno, che non riguarda gli studenti migliori ma quelli ai margini di cui troppi insegnanti oggi non sanno che fare.
Finito il libro sorge un dubbio: e se fosse solo un romanzo?
(Giulia Parodi)

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300 milioni di benservito a Mastella

Gentile OLI, non è facile orientarsi nella massa di notizie che ogni giorno ci piovono sulla testa. Così quando ho letto su Repubblica del 26 marzo scorso che all'ex ministro Mastella, avendo deciso di non ricandidarsi alle elezioni, toccava un assegno di 300 mila euro "per il suo reinserimento nella vita sociale" ho pensato alla solita bufala. L'attività di parlamentare come la più dura delle lavorazioni nocive; altro che minatore o animista o peggio: no - mi son detta - è uno scherzo.

Invece è tutto vero, previsto. Tanto che alla voce "assegno di fine mandato", nel bilancio 2008 il Collegio dei questori ha preventivato 8.5 milioni di spese straordinarie per il Senato. Nel complesso tra Camera e Senato il totale sfiorerà i 25-30 milioni.
Non mi dilungo sul malessere che provo di fronte a simili ingiustificati privilegi e il fatto che i cittadini ne sappiano solo perché, nell'occasione, Famiglia Cristiana ha chiesto a Mastella di usare quei soldi per farci della beneficenza. Osservo solo che in questa campagna elettorale di promesse improbabili e scarsi impegni, non una parola si è sentita sul contenimento dei costi della politica. Il governo Prodi aveva cercato di affrontare la questione mettendo a punto un provvedimento legislativo ma sin dal suo inizio questo è stato malmenato e osteggiato. Aveva contro una maggioranza bipartisan ben decisa a non mollare neppure di un millimetro sui propri scandalosi privilegi. Persone che a parte le considerazioni di equità sociale si rifiutavano di prendere atto degli effetti distorsivi dei costi della politica: sul bilancio dello stato e sulle origini delle vocazioni politiche.
Cambierà? A tutt'oggi non ho sentito i leader delle formazioni più prestigiose dire in merito una sola parola. Qualcosa come: "Se vincerò taglieremo i costi della politica del 25%". E' troppo? Beh facciamo pure il 20%. Ma facciamo qualcosa anche noi cittadini che crediamo che "tutti insieme possiamo farcela". Andiamo ai dibatti pubblici dei vari candidati, ai loro "point", e diciamogli: "Allora, vi impegnate o no a riparare a questa vergogna?"
(Antonia Canepa)

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Sulle colline liguri nuova ondata di cemento

Lettere al Secolo XIX, 29 marzo 2008
Vorrei sottolineare la gravità della nuova onda speculativa che sta colpendo la regione. Il fenomeno si sta rivolgendo verso la prima collina (la costa ha già dato). Da Ponente (Alassio, per esempio) a Levante (Casarza Ligure, Zoagli) è tutto un fiorire di case con annessi box e giardino. Le colline intorno ai centri abitati sono un pullulare insopportabile di gru e reti arancioni. Una nuova cementificazione ancor più subdola perché non figlia dell'abuso ma della cosiddetta "pianificazione".
Evidentemente si è deciso che in Liguria debba essere applicato il concetto di città diffusa con buona pace del consumo di suolo e acqua, dell'irreparabile danno paesistico e, non ultimo, dei tradizionali profili edificatori collinari. Il nuovo miraggio del ligure medio pare essere quello di possedere la casetta sulla prima collina lontano dalla confusione e dall'inquinamento delle nostre cittadine. Peccato che in questo modo il problema non si risolve ma lo si sposta, aggravandolo.
(Riccardo Lertora, Genova)

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