23 Aprile 2008

Versante Ligure - Over the Rainbow

OVER THE RAINBOW

O comunista, odi
questa morale fresca:
del poco è ben che godi
così che non sparisca:
se tu non vuoi più Prodi
poi tornerà Berlusca.


"Quando Fausto indica l'arcobaleno, Silvio sbrana il dito"

  Enzo Costa  
  email: enzo@enzocosta.net;  http://www.enzocosta.net
  Illustrazione di Aglaja  
  email: aglaja@fastwebnet.it;  http://aglajage.splinder.com

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Ilva/1 - Riva corre da solo

Se qualcuno pensava che solo chiudendo gli occhi il problema sparisse o che - tra omaggi di bulloni, convegni, promesse di sodalizi eterni – i pronostici sarebbero cambiati, oggi deve guardare in faccia la realtà, lasciarsi alle spalle il senso del ridicolo e trovare gli strumenti legislativi ed occupazionali per far fronte al disastro.
Enti locali e sindacati devono abbandonare quello sguardo di sufficienza, rivolto in passato da alcuni di loro a cassintegrati e lavoratori dell’Ilva, per affrontare – come mai è stato fatto in tre anni – la vicenda siderurgia con serietà e determinazione.

Se la consapevolezza è arrivata tardiva - nonostante le numerose premesse di rallentamenti e variazioni del piano industriale – immediato deve essere l’apprendimento di un linguaggio, quello siderurgico, che le istituzioni parlano molto male o non parlano affatto.
Provincia, comune, regione dovranno sapere cosa sono un decatreno, una linea di zincatura e stagnatura, quanti addetti assorbono, con quali turni e le previsioni di crescita nel lungo periodo di ogni prodotto.
Dovranno le istituzioni fornire documentazione specifica in risposta a quella sottoposta loro dal gruppo Riva. Dovranno dire “sì va bene” o “no, non siamo d’accordo” sulla base di competenze acquisite. Senza delegare al sindacato la partita squisitamente tecnica del piano industriale. Per questo è stata presentata a Claudio Burlando la necessità di creare “una commissione” per esaminare le modifiche al piano industriale (Corriere Mercantile 18 aprile 2008).
Inoltre il sindacato farà bene a valutare in futuro perché scendere in campo e con quali modalità. Non sempre le ragioni più nobili incontrano favore. Perché avvenga è indispensabile lavorare su unità sindacale ed informazione a iscritti, dipendenti e cittadini affinché tutti capiscano nobiltà e obiettivi delle manifestazioni.
La vicenda dei sette licenziati - di cui cinque riassunti con trattativa diretta dal gruppo Riva a Novi e due di cui non si hanno notizie - denota che una parte degli interessati non ha compreso l’entità della vicenda e, soprattutto, l’azione di chi ha scioperato per la loro assunzione a Genova con il riconoscimento della trasferta a Novi.
Riva, con questo gesto, ha ridotto il sindacato a figurante. Lo ha spogliato del suo ruolo. E con il sindacato anche gli enti locali così vicini alla causa dei sette ragazzi.
Riva dimostra – se mai fosse necessario – che la trattativa da collettiva può diventare individuale, alla faccia di tutti. Basta stabilire il prezzo. Nel caso specifico 5500 euro.
Lo stile è questo. In tempi non sospetti il sindacato ha perso le iscrizioni sindacali degli impiegati per modalità simili. Trattativa individuale proprietà-dipendente. Senza intermediazione. Il costo morale è stato elevato, ma il terreno impiegatizio era parso a parte del sindacato zona arida. Sindacato e impiegati si sono abbandonati reciprocamente anni fa ed ancora oggi si rinfacciano l’uno con l’altro il prezzo della resa.
La vicenda Ilva è uno dei campi dove si perdono cose importanti: dignità, ideali, progetti. Su questo campo si perdono anche le elezioni. E non è davvero un caso.
(Giulia Parodi)

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Ilva/2 - Con o senza variazioni il Piano è saltato

I protagonisti, governo, enti locali, sindacati e Riva, sottoscrivono nel 2005 l’Accordo di programma. Allegato il Piano industriale che prevedeva entro il 2010 la conversione dello stabilimento “dal caldo al freddo” e il mantenimento dell’organico (2700 unità). Da parte dagli enti locali un contributo sostanzioso per sostenere con la Cassa integrazione straordinaria (Cigs) l’avviamento a “lavori socialmente utili” di 650 persone per un periodo massimo di 36 messi (“esubero temporaneo”).
Dopo meno di tre anni si scopre che il Piano, redatto in mesi di discussioni, non è così chiaro come si era detto. Ad esempio le 2700 unità comprendevano o no il turn over? Sorge il sospetto: non è che Riva ci sta imbrogliando?

Da qui l’incontro di Roma presso il Ministero dello Sviluppo economico del 28 marzo scorso richiesta da istituzioni e da sindacati nella riunione del comitato di vigilanza dell’accordo tenutasi il 15 febbraio in Prefettura (Repubblica del giorno dopo). Nell'occasione Riva dice "scusate ma mi ero dimenticato di dirvi che c’è qualche cambiamento del Piano: lui lo chiama "variazione": niente investimenti nel settore della banda stagnata ma aumento della capacità produttiva attuale nel settore dello zincato e l’istituzione di un centro di servizi (Steel District Park). Sulla centrale elettrica, tema qualificante del PI, nessuna indicazione solo che si stanno vagliando nuove ipotesi. Finora, sarebbero state impegnate il 55% delle risorse previste dal Piano (ma quelle effettivamente spese pare che non superino il 25%). Infine per quanto riguarda l’occupazione, la "variazione" di Riva prevede un quarto anno di Cigs (e questa è la novità) e un organico a regime di 2200 un ità (un’altra novità ma si era capita).
Il tutto viene motivato - si fa per dire - in poche pagine, chiamate "Nota informativa sulla variazione del nostro Piano industriale" che potrebbero essere più realisticamente definite una presa in giro. Otto sbrigative paginette dove si parla dell’espansione siderurgica nei paesi asiatici, dell’aumento dei prezzi delle materie prime, del petrolio e del trasporto marittimo, della debolezza del mercato nazionale della banda stagnata e, per contro, del vigore di quello dello zincato. Più qualche serie storica di dati raccattata qua e là (stile "copia e incolla"), da tabelle, grafici o istogrammi tratti da fonti d'origine e qualità diverse di cui peraltro non si offre alcuna spiegazione.
Attorno al tavolo dove Riva appoggia la sua Variazione le facce sono per lo più basite (del genere: e ora chi glielo va a dire a quelli là). Qualcuno lo avverte: se pretende di tirare troppo la corda finirà per perdere qualche pezzo a Cornigliano. In ogni caso del Piano e della Variazione bisognerà tornare a discutere. Riva lo fa, ma a modo suo: lascia a casa sette apprendisti poi, dopo il casino, ne riassume cinque ma dove vuole lui. In più denuncia operai e sindacati per gli scioperi.
E il Piano industriale a cinque anni? Ma quale? Del resto, lui lo aveva già detto: “Il mercato cambia e noi ci adeguiamo. Io i budget li faccio a tre mesi” (Repubblica 25 luglio 2007).
(Oscar Itzcovich)

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Immigrazione/1 - Sicurezza tra sanatorie e regolarizzazioni

Interrogato dal Corriere della Sera (21 aprile 2008) se esistesse un'emergenza criminalità l’esponente della lega Roberto Maroni (probabile futuro ministro dell’interno) risponde così: “Sì. Collegata all'immigrazione, spesso clandestina. Prodi ha perso le elezioni su questo e sulle tasse. Noi le abbiamo vinte sulla sicurezza e sul federalismo fiscale”.
La violenza sulla studentessa africana a Roma diventa tema centrale della campagna elettorale nella capitale. Alemanno dice che è tutta colpa del governo Prodi e della precedente giunta Veltroni. Rutelli risponde «Il governo Berlusconi del quale Alemanno era membro ha approvato una sanatoria per l'ingresso di 141.620 romeni”.

Il riferimento è alla regolarizzazione di circa 700 mila lavoratori immigrati (tra i quali i romeni di cui parla Rutelli) fatta nel 2002 dal governo Berlusconi. Le regolarizzazioni fatte dai vari governi italiani (compresi quelli di Prodi e Berlusconi) dal 1986 al 2002 sono state cinque. Il governo che le vara (qualunque esso sia) le chiama regolarizzazioni e l’opposizione del momento le chiama sanatorie. Si tratta di rilasciare un permesso di soggiorno alle persone che sono già in Italia e che hanno un lavoro; un lavoro inevitabilmente in nero visto che non è possibile assumere regolarmente un lavoratore immigrato senza permesso di soggiorno.
Le sanatorie o le regolarizzazioni hanno fatto emergere il lavoro nero, aumentando le entrate di contributi previdenziali all’Inps e di tasse e imposte (di centinaia di migliaia di immigrati regolarizzati) nelle casse dello stato. I lavoratori senza permesso di soggiorno “clandestini”, sono persone che vivono nel terrore di essere espulsi, non possono aver alcun rapporto positivo con le istituzioni, non hanno la possibilità di cercare un lavoro regolare o un regolare contratto di casa, sono persone deboli e più esposte al ricatto della criminalità. Le regolarizzazioni sono state, dunque, momenti fondamentali per la sicurezza e la legalità nel nostro paese, e hanno permesso a centinaia di migliaia di persone di liberarsi dai ricatti e dallo sfruttamento della clandestinità e di avviarsi all’integrazione.
A che dunque la demonizzazione delle regolarizzazione? A che la citazione della regolarizzazione dei romeni che nella capitale votano in quanto cittadini dell’Unione Europea? A che questo autolesionismo? Inseguendo le politiche della destra si finisce per farne una brutta copia e per arrivare sempre in ritardo. Infatti, i sindaci leghisti invitano a non confondere, dicono che il problema, per la sicurezza, non sono i romeni ma i Rom. Moni Ovadia, nel suo intervento, due mesi fa, in occasione del conferimento della laurea honoris causa a Pavia ha detto che “Un tempo l’ebreo era come lo zingaro, oggi lo zingaro è l’ebreo”.
(Saleh Zaghloul)

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Immigrazione/2 - I difficili confini della legalità

M. è una giovane straniera extracomunitaria che vive a Genova con la sua famiglia, con regolare permesso di soggiorno. Per sbarcare il lunario fa le pulizie ad ore la mattina presso varie famiglie genovesi e la babysitter per altre famiglie il pomeriggio: naturalmente in nero. Un pomeriggio M. viene investita sulle strisce, assieme al bambino che accudiva. La sua prontezza le permette di spingere a lato il ragazzino e solo lei viene centrata dall'auto. Si riprendono velocemente: arriva la polizia, arriva l'ambulanza. M., consapevole della sua situazione spiega che il giovanotto è figlio di un'amica cui ogni tanto fa un favore. Ha qualche costola spezzata, una spalla lussata e varie escoriazioni, ma il bambino ha la precedenza, quindi dovrà andare con lui al Gaslini, attendere i genitori per poi venire anche lei ricoverata. La famiglia del bambino consapevole della sua situazione la assiste al meglio: le paga un avvocato, continua a retribuirla come in precedenza nonostante sia prima in ospedale e poi a casa a letto per qualche mese. Naturalmente M. però perde gli introiti dei lavori mattutini che non può più fare, e sarà difficile dopo ricominciare. M. nonostante tutto difende le famiglie per cui lavora: non è stata colpa loro, è lei che non può più lavorare. Se le si parla di contratto, malattia e contributi continua a difendere i suoi datori di lavoro, è un lavoro casalingo, non è mica in una fabbrica, restare in nero conviene economicamente sia a lei che alle famiglie. E poi lei se la sa cavare. In pratica c'è una sostanziale alleanza della lavoratrice e del datore di lavoro all'insegna dell'illegalità, e questa giovane straniera che viene in Italia con una sincera voglia di lavorare, fa presto a capire che, se te la sai cavare e sei disponibile un posto lo trovi, ma in barba alle leggi.
(Maria Cecilia Averame)

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Immigrazione/3 - Settecentomila click per tornare a galla

Se si volesse immaginare un accompagnamento sonoro per l'onda delle centinaia di migliaia di persone che vivono senza permesso nel nostro paese, mentre si infrange contro le muraglie della burocrazia, basterebbe cliccare sul mouse che sicuramente avete sotto mano mentre leggete e moltiplicare quel click per 700 mila.
L'ultimo decreto flussi (dicembre 2007), ha preso il via a dicembre con le tre date del click day: tutti pronti, alle 8 di mattina, a schiacciare il pulsante ed inviare la domanda, sperando che la connessione del pc fosse abbastanza rapida, che non ci fossero black out, con la vita letteralmente appesa ad un filo, o meglio, ad un cavo di rete.

Il Decreto Flussi sarebbe, in teoria, il meccanismo che permette la programmazione gli ingressi di stranieri extracomunitari in Italia per motivi di lavoro. In realtà, dal momento che l'ultima regolarizzazione di stranieri presenti irregolarmente in Italia risale al 2002, esso diviene l'unico modo possibile per consentire di regolarizzare la propria posizione.
L'ultimo Decreto Flussi è ancora aperto (chiuderà ufficialmente il 31 maggio); prevedeva di autorizzare l'ingresso di 170 mila immigrati mentre ad oggi, le richieste inoltrate al Ministero dell'Interno sono state circa 700 mila. In data 7 aprile, però, le domande respinte, tra quelle entrate nella quota, erano più di quelle accolte, con un rapporto di 6 a 10 (http://www.meltingpot.org/articolo12481.html).
I motivi del diniego, della Direzione Provinciale del Lavoro o della Questura, l'insufficienza del reddito dichiarato dal datore di lavoro (la maggior parte dei casi) oppure il fatto che il lavoratore fosse stato colpito da espulsione per motivi amministrativi.
Questo caso è particolarmente frustrante: un immigrato che si trovi nella condizione di clandestino può ricevere in qualsiasi momento un foglio di via; il provvedimento prevede che la persona esca entro pochi giorni dall'Italia, senza potervi ritornare (né uscire dal proprio paese di provenienza) per 10 anni. Ma se rimane in Italia (e quasi tutti rimangono), perde qualsiasi possibilità di regolarizzare la propria posizione, perchè la presenza del foglio di via entra a far parte di un database (SIS) che automaticamente rigetta qualsiasi richiesta di nulla osta (decreto flussi, ricongiungimenti).
E insieme alla possibilità di un permesso sfuma la possibilità di una vita normale, di un lavoro regolare nel rispetto delle norme di sicurezza, di non essere sfruttati con salari da fame, di avere un affitto che non sia uno strozzinaggio, di tornare nel proprio paese a trovare genitori o figli che non si vedono da anni.
Nonostante tutto, il 76% dei clandestini ha un posto fisso e lavora (Metropoli, n. 10, anno III), quindi vive, paga l'affitto, costruisce case, accudisce anziani, rimanendo in una condizione sospesa priva di diritti e di possibilità di emersione.
Se ne parlerà il Primo Maggio, a Reggio Emilia, durante il corteo “Lavoro nero, precarietà estrema, morti sul lavoro: Basta!” (http://www.meltingpot.org/articolo12343.html), incentrato sui temi della clandestinità e del lavoro.
(Eleana Marullo)

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Ancora G8 - Licenza di mentire ai superpoliziotti

Repubblica30 marzo 2008. "Menzogne e versioni concordate così tentarono di sviare le indagini" Le parole - contenute nelle 50 pagine che 4 pubblici ministeri e un procuratore aggiunto hanno consegnato al giudice per le indagini preliminari - riguardano 3 alti funzionari dello stato. Sono De Gennaro, ex capo della polizia e capo di gabinetto del ministro degli interni in uscita, Colucci, ex questore di Genova recentemente promosso a prefetto, e Mortola, nel 2001 capo della Digos genovese e oggi questore vicario a Torino.

"Menzogne e versioni concordate" dai suddetti riguardano l'irruzione alla scuola Diaz e il massacro e l'arresto con prove fasulle di 93 no-global. Secondo la ricostruzione della procura il bugiardo è l'ex questore Colucci, che nell'udienza del 3 maggio 2007, ha modificato le dichiarazioni fatte in precedenza. Chi gli ha suggerito di dire le bugie, cioè seguire un'altra linea di condotta, sarebbe il capo della polizia, De Gennaro. Mortola infine si sarebbe assunto il compito di fare da tramite tra i due. Perché De Gennaro voleva che il questore Colucci cambiasse la versione dei fatti? Perché, risponde la procura, in questo modo lui risultava estraneo ai fatti e ne veniva fuori pulito. E quali vantaggi ne avrebbe ricevuto in cambio? Il documento dei procuratori non lo dice ma visto che Colucci, Mortola e compagni hanno fatto carriera significa che il loro comportamento è stato giudicato encomiabile dagli organi disciplinari del corpo.
Accuse pesanti, quelle contro i tre poliziotti, sostenute da prove - intercettazioni telefoniche - difficilmente contestabili. Confermano in modo inequivocabile l'invito di De Gennaro a Colucci "a fare marcia indietro" e di "aggiustare un po' il tiro sulla stampa", così, tanto "per aiutare i colleghi". E i complimenti ricevuti da quest'ultimo dopo aver cambiato versione dei fatti di fronte ai giudici.
Sarà il dibattimento a chiarire in modo definitivo le posizioni di ognuno. Ma già oggi qualcosa è certo: che questi signori, chiamati a suo tempo a testimoniare, hanno - prima e dopo - parlato tra loro di fatti su cui erano stati chiamati a deporre dai magistrati, e non contenti di comunicarsi le rispettive deposizioni, hanno fatto sapere ad altri colleghi, coinvolti e non, quale fosse la linea di condotta che avevano scelto e le correzioni apportate in corso d'opera. Funzionari pubblici di altissimo livello, con compiti di sicurezza e di indagine, che neppure sono sfiorati dal dubbio che il reato previsto dagli articoli 110 e 372 del codice penale riguardi anche loro come ogni altro cittadino italiano. Funzionari pubblici di altissimo livello che, oltre a depistare gli inquirenti, ne parlano con disprezzo: siamo più furbi di loro, li abbiamo sbaragliati. Se lo dicono tranquilli, al telefono. Si considerano al di sopra della legge.
(Manlio Calegari)

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Elezioni - La restrizione dell’orizzonte

Il lunedì delle elezioni, verso le 23.30 sull’autobus n. 1 commento i risultati elettorali con mio marito. Un immigrato seduto nel sedile davanti a noi si volta e chiede: “Ha vinto Berlusconi?” “Si, purtroppo” rispondiamo. “Per immigrati disastro” commenta. Parte una conversazione. L’immigrato, avrà circa quaranta anni, ci dice di essere marocchino. E’ andato e venuto dall’Italia più volte, espulso e rientrato, espulso e rientrato. Ha girato il mondo. Conosce il nord Europa, la Francia, la Spagna, è stato negli Stati Uniti. Ci dice che a Genova è difficile trovare lavoro, ma che, quando si trova, è un lavoro di migliore qualità che altrove. In Italia ha lavorato nelle fabbriche metalmeccaniche del bresciano, e in quelle dell’allevamento intensivo di polli.

Ora lavora in una ditta in appalto presso la Fincantieri di Sestri. Parla delle leggi sulla immigrazione: quella di adesso è una disperazione, con quella precedente si riusciva a mantenere il perme sso di soggiorno anche se perdevi il lavoro, ora nel giro di pochi mesi finisci clandestino. Ha accumulato nella sua vita periodi in regola e periodi clandestini. Quando rientra da clandestino lo fa chiuso nei container. Commenta con brevi risate il racconto sommario delle sue vicende. Se la prende con gli immigrati sudamericani: non lavorano seriamente, pensano solo a divertirsi, a bere e fanno troppi figli. Invece se uno emigra deve mettere su i soldi per la famiglia. In Marocco il lavoro potrebbe essere bello, ma i soldi sono troppo, troppo, pochi. Lui è di Fez, città antica, ci dice, e lo dice con orgoglio, città di cultura, di studi, come Bologna da voi. Niente a che vedere con Casablanca.

Il risultato elettorale non prevede persone con questa vita, con questa storia: loro non possono votare e le persone che votano (anche) per loro sono ormai minoritarie. Il risultato elettorale, peraltro, non prevede un sacco di altre cose: l’orizzonte politico si è ristretto ai brevissimi dintorni di ogni singola persona.
(Paola Pierantoni)

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Call centers - Spettacolo per tutti, informazioni per specialisti

Strano destino quello dei call centers. Presi a simbolo del moderno lavoro precario, destinatari di ripetute citazioni da parte dei politici, ispiratori di ricerche, libri, spettacoli teatrali, film, sono da due anni sulla cresta dell’onda mediatica, ma le recenti novità sugli obblighi di stabilizzazione lavorativa stanno passando nel silenzio: i mezzi di informazione, ad eccezione del Sole 24 Ore, devono aver considerato l’argomento troppo specialistico. Eppure le caratteristiche per essere popolare ce le avrebbe, dato riguarda circa 50 mila lavoratori in Italia, e diverse centinaia nella nostra città.

La novità viene da una recentissima (31 marzo 2008) circolare del Ministero del Lavoro che ammette la necessità di considerare con più rigore l’attività degli operatori outbound (quelli che fanno promozione commerciale) ai fini di una loro stabilizzazione lavorativa, obbligatoria invece solo per gli operatori inbound (quelli che ricevono le telefonate).
L’esperienza ispettiva nell’ambito della attività dei call center, dice la circolare “ha infatti frequentemente evidenziato l’assenza degli elementi che contraddistinguono una prestazione genuinamente autonoma per le attività outbound e ciò induce inevitabilmente ad una più approfondita valutazione in ordine alla possibilità in concreto del citato criterio distintivo”.
Storia lunga questa della regolarizzazione dei lavoratori call center, e controversa. Su quanto fosse discutibile, ed anche dannosa, la distinzione tra inbound ed outbound, ci eravamo già espressi (OLI del 5 marzo 2008 e del 13 giugno 2007).
Domanda: ci voleva tutta questa attività ispettiva per mettere in luce le caratteristiche organizzative di un settore consolidato già da diversi anni, ed oggetto di ricerche?
Girando sui siti si raccoglie la soddisfazione della CGIL e delle grandi imprese che avevano già stabilizzato anche i lavoratori outbound, preoccupate per il “dumping” delle aziende più disinvolte.
Ma c’è anche una cultura sindacale che mette al primo posto il suo “esserci”, a prescindere. In questo caso a darle voce è il segretario generale della Fistel (sindacato Cisl dell'informazione), che all’apprezzamento per la circolare fa seguire una lunga serie di “ma”: “ma non deve assolutamente essere sostitutiva del rapporto contrattuale… ma deve limitarsi ad accompagnare le decisioni delle parti sociali… ma crediamo che siano le parti sociali a dover stabilire tempi e modalità di questa operazione”.
Il piacere di “esserci”, di essere un punto obbligato di passaggio, a prescindere, può produrre però esiti infelici. Lo scorso 24 settembre 2007 il Ministero del Lavoro con una circolare segnalò infatti le “ricorrenti criticità” degli accordi di stabilizzazione sottoscritti tra sindacato ed imprese: regolarizzazioni indeterminate nel tempo o comunque troppo dilazionate, limitate ad una sola parte dei lavoratori, con orari di lavoro eccessivamente ridotti.
Alla fine, comunque, 20 mila operatori prevalentemente inbound sono passati dal contratto a progetto a quello dipendente.
Ora, si spera, tocca agli altri. Il processo non è automatico, ma sarà più difficile per le imprese giustificare l’utilizzo dei contratti a progetto.
(Paola Pierantoni)

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