7 Maggio 2008
VERSANTE LIGURE
(EPITAFFIO DI ALBERT HOFMANN)
IFini post-Bertinotti
Silvio neo-Sarkozy
a Roma andò Biasotti
Scajola era già lì:
morì fra i propri effetti
(scoprì l’Lsd).

L(eghista) S(olleva) D(ito)
Enzo Costa
email: enzo@enzocosta.net; http://www.enzocosta.net
Illustrazione di Aglaja
email: aglaja@fastwebnet.it; http://aglajage.splinder.com
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Cornigliano - Riva, il bambino e le banchine
Corriere Mercantile, 1° maggio 2008: “Tradire i patti vuol dire ridiscutere l’accordo sulle banchine”. Il sindaco Marta Vincenzi e l’assessore Mario Margini, mandano un messaggio chiaro all’indirizzo di Riva. La frase mette il dito sulla piaga di un conflitto sempre più incandescente che si trascina ormai da troppo tempo. Ha anche il merito di sostituire la logora formula finora utilizzata per cui “l’accordo di programma si regge su investimenti, occupazione e aree concesse e se varia una delle voci, automaticamente devono variare le altre”. Di fronte a investimenti che sono al di sotto di quelli effettivamente preventivati, quali sono le variazioni richieste da Riva? Un quarto anno di Cassa integrazione straordinaria per 650 persone e un organico più ridotto a regime. Va da sé che le aree concesse in cambio (più di un milione di metri quadri) non si toccano. Soprattutto quelle che riguardano le banchine.
Il Gruppo Riva (nono produttore mondiale di acciaio, sesto in Europa, primo in Italia) possiede 38 stabilimenti sparsi per il mondo (Germania, Francia, Belgio, Spagna, Grecia, Tunisia e Canada). Ilva-Cornigliano è una parte piccola ma fondamentale del sistema logistico dell’intero Gruppo Riva. Copre per il 60% il trasporto via mare di materie prime e di prodotti siderurgici del gruppo che, a sua volta, rappresenta l’80% del traffico totale (il 20% restante è coperto da strada e da ferrovia). Riceve notevoli quantitativi di acciaio dallo stabilimento Ilva di Taranto (piuttosto periferico rispetto ai principali mercati di consumo serviti dal Gruppo ) che in parte utilizza per l’autoproduzione e in parte distribuisce tra i tre stabilimenti del Nord Ovest del Gruppo (Novi Ligure, Racconigi e Lesegno), il mercato del Nord Italia e il mercato internazionale del Nord Europa (*).
“Per me lo stabilimento di Genova è un po’ il bambino più amato - racconta Emilio Riva - formalmente sarei in pensione da qualche anno, in altri stabilimenti non mi vedono mai, invece Genova mi vedrà ancora molto, conto di passare qui, se posso, due o tre giorni la settimana” (Repubblica, 25 luglio 2007). C’è da credergli. E c’è da scommettere che quello che più ama di questo bambino sono le sue banchine.
(Oscar Itzcovich)
(*) Questo tema è svolto con ampiezza da Lorenzo Ballarino nella tesi dal titolo “La logistica interna di Riva con particolare riferimento al trasporto marittimo con chiatte”, Istituto per la cultura e la storia d’impresa “Franco Momigliano", Steelmaster 2007, relatore Enrico Melloni (http://www.icsim.it/nuovo%20sito/area%20formazione/Area%20Siderurgica/STEEL/tesi_steelmaster/tesi_2007/tesi_steelmaster_2007.htm).
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Informazione - In quale paese viviamo?
Avrà ragione Beppe Grillo che lo scorso 25 aprile, a Torino, al V2 Day, ha attaccato l'informazione - televisione, quotidiani, giornalisti - accusandoli di essere al servizio dei potenti? "L’otto settembre (ndr, data del primo V day) - ha detto Grillo - l’informazione, che aveva del tutto ignorato il V day, è stata la prima ad attaccarlo. Il potere ha capito che il gioco gli veniva sottratto dalle mani. Il cittadino informato non è controllabile dal potere. E il potere vive grazie al controllo dei media. Le banche, la Confindustria, Mediaset e i Partiti usano le televisioni e i giornali per fare propaganda, assumono i direttori dei giornali come fossero addetti dell’ufficio stampa. I politici senza gli studi televisivi ritornerebbero al nulla dal quale provengono... Questo - ha proseguito Grillo - è un Paese che non sa nulla di sé stesso. Nulla sulla morte di Borsellino, sull’Italicus, su Ustica, su Piazza Fontana, sulla stazione di Bologna, sulle bom be di Brescia, su Aldo Moro. Non sa nulla sulla sua vera realtà economica e su un debito pubblico di 1630 miliardi di euro che ci sta trascinando a fondo, all’Argentina. Un Paese cieco sulle cause delle stragi sul lavoro, sul precariato, sulla cementificazione, sugli inceneritori, sul Sud consegnato alle mafie". La conclusione di Grillo è che contro una informazione corrotta - l'infezione che ogni giorno aggrava la vita del nostro paese - ce la può fare solo il desiderio di libertà e di verità dei cittadini, e la Rete che li collega l'uno all'altro, liberamente.
Sarà solo la Rete l'unica cura - OLI e la nostra NL si muovono da tempo in questa direzione - di una informazione malata? In Italia - ha detto Marco Travaglio parlando dopo Grillo dallo stesso palco - buona informazione e giornalisti non corrotti esistono; ma bisogna cercarli qua e là sulle varie testate o nelle varie trasmissioni. Il guaio è che non è facile trovarli mentre invece ne abbiamo molto bisogno..
Abbiamo bisogno di buona informazione per capire finalmente in che paese viviamo. La buona informazione è ad esempio quella che non si limita a censire gli incidenti sul lavoro o a far la cronaca dei funerali se ci vanno le autorità ma è quella che spiega perché in Italia si muore di più che altrove.
Un esempio di buona informazione l'ha dato, lo scorso primo maggio, "Fahrenheit" (www.radio.rai.it/radio3/fahrenheit) che, su Rai 3, di incidenti e di morti sul lavoro ha parlato a lungo. Tra l'altro è stato presentato un libro - "Di fabbrica si muore" (Ed. Manni, 2008, 104 pagine, euro 11,00) di Alessandro Langiu e Maurizio Portaluri - che racconta la storia di Nicola Lovecchio, operaio del petrolchimico di Manfredonia, che nel 1994 scopre di avere un tumore ai polmoni che gli provocherà poi la morte.
(Manlio Calegari)
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Privacy & C - Due pesi, due misure
Leggo su Repubblica.it che l'Agenzia delle Entrate ha pubblicato sul proprio sito i dati relativi alle dichiarazioni fiscali degli italiani per l'anno 2005. Solo per poche ore però, perché il Garante della Privacy ha chiesto all'Agenzia stessa di interrompere il servizio, sono certo con grande soddisfazione degli webmaster che saranno impazziti per l’eccesso di accessi: il che significa naturalmente anche il blocco di altri servizi essenziali di un ministero, ma di questo nessuno ha parlato.
Mezza Italia si indegna che siano pubblicati i redditi dichiarati perché non si vuole far sapere quanto si guadagna. L'altra metà urla alla censura e incalza che i dati sono pubblici e tali devono restare, anche su internet.
La legge impone di pubblicare tali dati in quanto sono appunto "pubblici", fanno parte delle voci di bilancio (ciclo attivo) dello stato, che siamo noi, quindi è come se fosse la nostra contabilità. Al tempo stesso però ne consente anche un uso indiscriminato e in forma anonima, il che è a mio avviso scorretto. Qualcuno ha parlato di mafia, di rapimenti, aggiungo che quello che mi preoccupa veramente è l’uso commerciale che ne può essere fatto.
Manca in questo sistema il principio di reciprocità: è obbligatorio fornire i dati del proprio reddito per pagare le tasse, è corretto che tali dati siano resi pubblici, sarebbe auspicabile che le persone che consultano tali dati siano identificate e che la lista di chi ha letto la mia dichiarazione mi sia trasmessa con un qualche metodo, almeno saprò chi conosce la mia povertà. Un po’ di cortesia e di correttezza, insomma, invece che tante norme inutili e facilmente aggirabili. I mezzi per essere identificati su internet ci sono, non meno efficienti di quelli classici e prima o poi qualche luminare nei nostri ministeri se ne accorgerà.
Vorrei invece attirare l’attenzione su un problema che reputo ben più grave: vi sembra possibile che io, per farmi cancellare dagli elenchi di una azienda di telemarketing, debba spendere il costo di una raccomandata AR? Vorrei strozzare il legislatore! Quante dovrei mandarne? 100, 1000, 10.000 forse. Certe volte viene il dubbio che le leggi siano fatte per far fatturare le poste, poi si torna sulla terra e ci si ricorda che siamo in Italia, regno della teoria, dell'improvvisazione, della disorganizzazione e delle operazioni di facciata. E degli avvocati che ti fanno moduli con 8 firme per inviare 50 euro con Western Union, una per il contratto, una per le vessatorie, una per la privacy, il tutto per 2 moduli, più la firma doppia per l’importo. L’impiegato mi dice “metta una sola firma grande che prende i tre spazi, così fa prima”: ho messo 8 “X” , provando il piacevole brivido dell’analfabetismo.
(Stefano De Pietro)
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Dopo elezioni/1 - Monteleone: essere o non essere
Così il saltafossi Monteleone ha dovuto disfare la valigia per Roma e tornarsene con lo zainetto in Regione. Ora che davvero tutti l'hanno messo nell'angolo fa quasi tenerezza. Ma non è questo il problema, se mai quello che farà ora in Regione, sotto quale bandiera navigherà, quella dei margheriti (Veltroni) da cui proveniva o quella di Casini a cui è inutilmente approdato? E ai suoi elettori che cosa andrà a raccontare? Una crisi di identità? Perché è anche questo il punto: del proprio comportamento in politica, ai propri elettori, traditi per la speranza di un poltrona un po' più sostenuta, una spiegazione dovrà pur darla. Infine che farà Burlando? Lo reintegrerà nella carica che aveva prima, lo considererà parte della maggioranza o lui stesso sceglierà l'opposizione? Quest'ultima solo mi sembra l'unica via praticabile. Interrogativi comunque curiosi cui curiosamente i giornali cittadini non danno risposta. I Liguri possono attendere.
(Giovanni Meriana)
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Dopo elezioni/2 - Maggiani e l’invito ai dirigenti del Pd
Secolo XIX 4 maggio. In “La domenica di Maggiani. Signori del Pd, sparite prima di essere tolti di mezzo” l’invito dell’autore - riproposto dopo sette anni dall’inizio della sua collaborazione con il quotidiano – ai dirigenti del Pd è di farsi da parte, con l’onore delle armi, salvando la faccia.
“Si sono dissolti, si stanno dissolvendo, finiranno per dissolversi, disonorevolmente, perché c’è un’enorme differenza tra il decidere sparire ed essere tolti di mezzo”, scrive Maggiani. Poi accenna alla “presenza” e citando Luigi Giussiani scrive: “La gente non parte dai discorsi, ma è colpita da una presenza” che è “azione che testimonia, è profezia che induce all’empatia, è materia tutt’uno con la parola”. Nel finale afferma: “Oggi non riconosco una sola presenza tra le immagini e le parole che si alzano dai podi e dagli scranni. E tutti noi, individui variamente uniti in comunità, sappiamo riconoscere una “presenza”, e quando la incontreremo potremo tornare a pensare che una parte della storia appartiene ancora a chi la intende costruire in forma progressiva”.
Ecco qua. Detto. Fatto. Il pensiero comune diventa letteratura e prende corpo con magia nelle menti di ognuno a elaborare il lutto della sconfitta. Moretti era arrivato a questa conclusione nello stesso periodo di Maggiani. E ci aveva messo faccia e cuore.
Ma oggi? E’ davvero questa la soluzione? E il sistema – politico, istituzionale, parlamentare – è pronto? Con chi abbiamo a che fare?
Bastava farsi un giro nei “circoli” del Pd per accorgersi di cosa era nell’aria. Bastava leggere le liste per comprendere che il vecchio aveva la meglio. Ma bastava anche solo esserci – come persone pensanti – durante le primarie per Prodi prima e per Veltroni dopo, per sentire l’energia che, dagli stessi circoli, usciva. Sentir parlare la Bindi non era semplicemente sentire una “presenza”. Era politica, nel senso più alto del termine.
“Fate la cortesia, sparite” scrive Maggiani.
Ma se Maggiani fosse Harry Potter chi farebbe svanire?
Rutelli? Fassino? D’Alema? Burlando? Veltroni? Bindi? Melandri? E dopo?
Dopo – a parte il sollievo dell’autore, massimamente condiviso dai più – chi ci sarà?
Forse – ma va detto sottovoce – prima della pozione magica, andrebbe concessa l’alternativa del confronto. Diretto, doloroso, lacerante. Forse “loro” dovrebbero tornare nelle piazze, nei circoli, con o senza aperitivi, nei quartieri e provare oggi ad incontrare le ragioni dei cittadini che gli hanno voltato le spalle. Lontani da congressi di partito. Adesso. Senza nessuno scopo elettorale solo per raccogliere rabbie e aspettative.
Forse c’è un’eredità di cui parlare elaborando il lutto. E di tempo, questa volta, purtroppo, ce n’è in abbondanza.
(Giulia Parodi)
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Il Papa a Genova: un nuova caso Sapienza?
In relazione alla prossima visita del Papa alcuni giornali hanno diffuso notizie riguardanti iniziative promosse da centro sociali, associazioni e gruppi politici locali. Hanno fatto anche confusione evocando, a proposito dell’intervento di alcuni docenti dell’Università di Genova, il “rischio di un nuovo caso Sapienza”. La lettera del prof. Gibelli è un’opportuna precisazione.
Un gruppo di studenti ha chiesto a me e ad altri colleghi di appoggiare la loro richiesta di uno spazio universitario nel quale tenere, in concomitanza con la visita del Papa a Genova, una libera discussione sul ruolo attuale della Chiesa cattolica e sulla difesa della laicità dello stato. Una richiesta sacrosanta (se non si discute liberamente e laicamente all’università, allora dove?) che ho approvato con un breve messaggio, anticipando che per ragioni personali molto probabilmente non avrei potuto prendere parte a tali discussioni. Tutto qua. Ho appreso successivamente di documenti più ampi e di proposte di cortei di contestazione. Non importa che approvi o disapprovi tutto questo: semplicemente non l’ho sottoscritto.
Niente a che fare, in questo episodio, con la vicenda romana della Sapienza. Là si trattava dell’invito rivolto al Papa a tenere il discorso di inaugurazione dell’anno accademico. L’unica cosa veramente scandalosa in quel caso è stato l’indegno linciaggio a cui sono stati sottoposti alcuni colleghi per avere espresso una critica su questo punto ritenendo l’iniziativa inopportuna. Qui si tratta invece della visita pastorale del Papa a una città e ai suoi fedeli, che hanno tutto il diritto di incontrarlo in santa pace. In questo senso ha ragione Don Gallo: se qualcuno non desidera incontrare il Papa, nessuno lo obbliga.
Allo stesso modo dovrebbe essere sempre garantito il diritto di chiunque e esprimere il proprio dissenso nei confronti di chicchessia, purché in modi pacifici e urbani. Personalmente penso che se la Chiesa cattolica non avesse dato ripetute prove di invadenza nella politica quotidiana, presentandosi come forza di parte anziché come portatrice di un messaggio universale, non sarebbe continuamente esposta a gesti di contestazione. Se si vuole il rispetto dovuto a un’autorità spirituale superiore, bisogna meritarselo mantenendo questo profilo. Se si entra in politica tutti i giorni col favore e l’ossequio conformista dei mezzi di comunicazione di massa, non si può chiedere un trattamento speciale: bisogna accettare il confronto anche vivace e persino irriverente.
Genova, 5 maggio 2008
(Antonio Gibelli)
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