4 Giugno 2008

VERSANTE LIGURE

MENSE INSANE

“E’ tutto un magna magna!”:
metafora realista?
Appuri il gip Fucigna
se dolo o men sussista
nel rifornir di legna
il fuoco qualunquista.


Pubblicità qualunquista

  Enzo Costa  
  email: enzo@enzocosta.net;  http://www.enzocosta.net
  Illustrazione di Aglaja  
  email: aglaja@fastwebnet.it;  http://aglajage.splinder.com

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Immigrati - Caccia al clandestino sull'asino dei poveri

Il 90, noi egiziani, lo chiamiamo Houmar Milano, l'asino di Milano, perchè gira sempre senza dire niente, da una parte all'altra della città. Il suo carico è povero, tutto di stranieri che vanno a lavorare, stanchi, gli occhi pieni di sonno, o che tornano dopo la fatica. Sono nati tanti amori su quell'autobus, gli sguardi di uomini e donne di lingue e pelle diverse si incrociano, e sanno di essere tutti seduti sul gradino più scomodo della città, di conoscere gli stessi problemi.
Anche ubriachi, ladri, i poveri e i mendicanti, i barboni, italiani e no, tutti li raccoglie l'asino di Milano, e va, giorno e notte, senza fermarsi.

Io sono egiziano, ho 28 anni, sono in Italia da sei e sono finito fuori dall'ultima sanatoria, per questo sono clandestino. Faccio il muratore, in nero, e da quando sono qui non sono mai stato un giorno senza lavoro. Ho provato a regolarizzarmi con i Flussi, ma non sono mai entrato nella graduatoria.
Vivo a Milano da tanto, penso che se vedessi una strada di questa città in televisione la riconoscerei, anche senza conoscerla, da come conosco il suo carattere e l'aria che si respira, ma la scena dell'altro giorno non l'avevo mai vista.
Il 90, l'asino, per la prima volta, si è fermato. Dentro la sua pancia sono saliti i vigili, hanno chiuso le porte e “Documenti”, a tutti, hanno detto. Se qualcuno tirava fuori la carta d'identità o il permesso, non lo guardavano nemmeno. Ma se usciva qualche foglietto spiegazzato, qualche miserabile pezzetto di carta, qualche scusa, allora “Tu scendi”, “Tu scendi”, “Tu scendi”. Fuori aspettava un minibus, piccolo, li hanno presi tutti e sono spariti, in questura.
Diciassette della mia zona, tutti egiziani, li hanno mandati via. Io ero appena sceso, ho avuto fortuna.
Metrò, linea rossa, la scena è uguale: la polizia ferma due davanti a me, anche loro coi pezzettini di carta che non ti salvano, spariscono tutti insieme “Andiamo in Questura”.
Stazione Centrale, la storia si ripete, fermano tutti, e portano via.
Adesso nessuno esce più per la strada, hanno paura, non si va a lavorare, c'è qualcuno che tenta la fortuna e va a far la spesa, qualcun altro chiama gli amici in regola “Se mi portano via, raccogli la mia roba e tienila da parte, me la farò portare”. Un mio amico italiano mi ha chiamato e mi ha detto “Sta a casa, non uscire”, ma adesso sembra che vengano pure a suonare a tutte le porte. Ho letto i titoli sui giornali “Caccia al clandestino”, ogni istante che passa mi sento di più un topo, ma non posso fare altro; aspetto il mio turno, senza dire niente, perchè i topi, e gli asini, non hanno voce per farsi ascoltare.
(a cura di Eleana Marullo)

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Fondazione Carige - Se la politica diventa una voce di bilancio

La Carige, la cassa forte di Genova e della regione, è la 13esima banca nazionale. Una posizione di spicco che dovrebbe suggerire comportamenti adeguati. Invece ha un presidente che rischia con altri il rinvio a giudizio essendo coinvolto nell'inchiesta Fiorani (Repubblica 13 maggio '08). Uno che a suo tempo avendo comprato -con la benedizione di Bankitalia (Fazio)- 100 milioni di euro di azioni Antonveneta, aveva dichiarato a Repubblica (11 aprile '06), di aver dato una mano a Fiorani "in cambio di un po' di sportelli". E, in ogni caso, aveva precisato,di affari come quello con Fiorani lui ne avrebbe fatto uno al giorno tanto che "non c'era alcun bisogno che Fazio gli telefonasse per chiedergli una cosa del genere".

Gente così quella della Carige. Non da meno quelli della Fondazione, l'ente che sulla carta risulta proprietario di Carige e che per lo statuto delle Casse di risparmio avrebbe il compito di ritornare alla società i frutti delle attività bancaria favorendo, opere sociali, cultura e simili. Invece il suo governo è controllato dagli azionisti di maggioranza della stessa Carige che ne usano il patrimonio per assicurarsi il controllo della banca. In prima fila gente d'affari legata a doppio filo al centro destra (Scajola, Gavio, Bonsignore) e i rappresentanti delle curie vescovili locali. Per l'opposizione qualche posticino e, se sta al gioco, anche qualcosa di più. Nel 2004 un gruppo di quattro consiglieri di opposizione guidati da don Balletto aveva detto che la Fondazione faceva gli interessi della Carige e non della città. Apriti o cielo: dimessi subito. Poi lunghi silenzi, trattative, due inchieste nazionali sulla banca che ne mettono a nudo le magagne e, nel 2007,una nu ova dirigenza in un clima di abbracci e baci (la regione di Burlando che "regala il suo rappresentante alla curia genovese che peraltro non ne aveva alcun bisogno perché lì dentro aveva già chi si occupava dei suoi affari). A iniziare la nuova stagione è chiamato un nuovo presidente - anziano self made men, sobrio, burbero, l'icona del genovese operoso del genere "fatti e non parole" - che promette trasparenza. Applausi convinti specie da parte del vero uomo nuovo della Fondazione, Pierluigi Vinai, diventato vicepresidente appena entrato in Consiglio. Affiliato all'Opus Dei, assume di fatto il ruolo che nel consiglio precedente era stato di Lorenzelli. In più, rispetto a Lorenzelli, Vinai ha un legame strettisimo con Scajola e il coordinatore ligure di Forza Italia Scandroglio.
Vinai uomo nuovo ma non troppo: una inchiesta condotta nel mese di maggio da Repubblica-Lavoro ha svelato un fitto intreccio di rapporti tra associazioni, onlus e cooperative sociali - dagli evidenti legami con gli ambienti di Forza italia -sovvenzionate proprio dalla Fondazione. Associazioni che in alcuni casi avevano la loro sede sociale nello stesso studio professionale di Vinai! Nessuno scandalo, ha detto Vinai (Repubblica 1 maggio '08): la Fondazione finanzia anche associazioni ed enti diretti da ex Ds e Margherita, come lui consiglieri della Fondazione. Insomma: tutti democraticamente a bilancio.
(Manlio Calegari)

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Internet - Lo “Sbafo-Fi” a Genova

Quello che mi affascina dei giovani è la semplicità con la quale riescono a risolvere gli insormontabili problemi dei costi quotidiani arrangiandosi come possibile. Camminando per Genova non si può fare a mano di vedere dei ragazzi seduti sui gradini o appollaiati sopra monumenti, con PC acceso a navigare in Internet, rubando per strada il segnale radio a qualche ufficio ignaro.
Gli apparecchi per la connessione via radio a Internet spesso sono privi di qualsiasi protezione, che comunque anche quando è presente può essere superata in pochi minuti. Si assiste così alla migrazione cittadina guidata dalla necessità di navigare, si chiama wardriving ma lo definirei come “Sbafo-Fi”, che in Italia è un reato penale.

Fa piacere vedere questi giovani ragazzi violare con tanta intelligenza la legge sulle telecomunicazioni, che obbliga il detentore del collegamento ad assumersi una responsabilità fin penale su una cosa che non conosce, che nemmeno si immagina di non essere in grado di saper gestire e che invece i cosiddetti esperti attuano così male con la piena coscienza di esporre i propri clienti a rischi di indagine mica da scherzare.
Il legislatore ha di solito poco a che fare con la tecnologia e le cose nascono su basi giuridiche vecchie e sorrette da pilastri di sabbia. Anche il buon Beppe Grillo ci casca e dice che puoi essere tracciato dall’indirizzo IP, che è una specie di impronta digitale del pc su Internet, cadendo nel tranello di confondere il mezzo con il suo utilizzatore, un po’ come indicare l’assassino solo dalla marca delle sigarette trovate sul luogo del delitto. Così la presunzione di reato sul titolare della linea è un errore, quando si ha solo la certezza che lo stesso sia stato compiuto con un certo computer, anzi spesso nemmeno quella (visto appunto la condizione della sicurezza nella descritta banda radio Wi-Fi). Se poi vogliamo parlare dei cablaggi, basta recarsi nelle cantine per capire quanto sia facile collegarsi alla linea di una innocente vecchietta, che diventa così ladra di quei film e di quella musica targata da chi, in barba ad ogni buona regola di concorrenza, detiene i l trust su produzione, distribuzione e supporti. Insomma una certezza di reato a fronte di una incertezza della prova.
Sarebbe meglio smetterla con queste stupidaggini di voler cercare a tutti i costi un Satana e liberalizzare tutto. Evitiamo che questi giovani rischino anche solo in teoria di iniziare una carriera di galeotti solo per aver cercato di avere in qualche modo quello che lo stato dovrebbe regalare a tutti, l’accesso al mondo.
Invece abbiamo assistito alla privatizzazione di Wi-Max (la Internet prossima futura) che è una rete che richiede investimenti ridicoli per uno stato, ai tentativi di bloccare i blog, di imporre loro il direttore responsabile iscritto all’albo dei giornalisti e altre posizioni sintomo della dipendenza della nostra classe dirigente da interessi tutt’altro che pubblici. Si salva Pordenone grazie ad un giovane eletto al consiglio comunale: http://it.youtube.com/watch?v=zBTnkEnXTlc&NR=1.
(Stefano De Pietro)

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Cronaca - Non sono razzista ma…

"Hai capito? Nazista a me? Io sono nato il primo maggio.” Così l’autore del raid razzista contro il negozio di immigrati nel quartiere Pigneto di Roma, al giornalista di Repubblica, mostrando l'avambraccio con un tatuaggio di Che Guevara.
Ma il razzismo non è di destra ne di sinistra. Le vittime del razzismo non trovano differenza tra l’aggressione che subiscono da un fascista o da un comunista. La violenza razzista fisica o verbale di un post fascista o di un post comunista per loro è uguale. Forse la sinistra è più attrezzata, sicuramente il vecchio PCI delle lotte partigiane, a proteggersi da un solo certo tipo di razzismo quello dei nazifascisti contro gli ebrei e quello vecchio tradizionale che discrimina le persone per il colore nero della loro pelle. Ma nessuno è immune dal razzismo, non c’è un vaccino, credo ci voglia molta attenzione e quotidiana lotta interiore contro la parte negativa di noi stessi.

II razzismo oggi è diverso, o almeno non è soltanto quello di ieri. Luigi Manconi, nel libro “I razzismi possibili”, edito da Feltrinelli e scritto a due mani con Laura Balbo, parla delle varie facce del razzismo contemporaneo: razzismo addizionale o da allarme, razzismo concorrenziale, razzismo culturale o intolleranza etnocentrica, razzismo istituzionale, ecc. Il libro è del 1990, ma è attualissimo, i razzismi possibili hanno iniziato purtroppo a manifestati con una certa frequenza. Qualche cosa ci sta succedendo visto che soltanto in questo mese il nostro paese è stato descritto razzista o a pericolo razzista da autorevoli istituzioni e persone come il Parlamento Europeo, il Times, il commissario Ue Vladimir Spidla, i ministri spagnoli, il governo rumeno, il rabbino capo Segni, Amnesty International, l’ONU, il Vaticano ed i numerosi storici, giuristi, antropologi, sociologi, e filosofi italiani e stranieri firmatari dell’appello “la deriva del razzismo” pubblicato su il manifesto del 29 maggio.
Soprattutto i razzismi di oggi non sono dichiarati come quello dei bianchi contro i neri (ad esempio, USA durante lo schiavismo), quello dei nazisti e fascisti contro ebrei e zingari o quello di Almirante dal quale il presidente della Camera ha dovuto prendere nuovamente le distanze. Oggi, la prima cosa che fanno i razzisti é quella di negare di essere razzisti.
Gli autori di violenze e manifestazioni contro i diversi (immigrati, rom, ebrei) non confessano il loro razzismo, anzi iniziano sempre i loro discorsi con la tipica frase: “Non sono razzista ma ….”
(Saleh Zaghloul)

Posted by Admin at 08:29 | Comments (0)

Immigrazione - Parole, parole, parole

Nelle dichiarazioni ufficiali le parole ora compaiono educatamente abbigliate. Dicono: “Il governo ripetutamente ha già condannato in modo esplicito ogni forma di violenza” (Roberto Maroni), oppure: “Verona non fa politiche discriminatorie” (Flavio Tosi); o ancora: "L'Italia si allineerà alle norme europee, ciò che significa rigore verso l'illegalità, e integrazione e umanità per gli immigrati che rispettano la legge" (Franco Frattini).
Nella propaganda le parole cambiano abito, come nel volantino della Lega Nord per la raccolta di firme “contro la legge regionale che concede agli stranieri tutti i privilegi, a danno dei nostri cittadini”

Prendiamole queste parole, quelle nel salotto, e quelle di piazza: “extracomunitario”; “straniero”; “violenza”; “integrazione”; “discriminazione”; “umanità”; “diritti”; “privilegi”; “danno”; “cittadino”; “nostro”… Di che si sta parlando? Quanti diversi significati assumono questi sostantivi e questi aggettivi a seconda di chi li pronuncia e di chi li ascolta?
Sarebbe importante ricominciare ad intendersi sul significato delle parole, come base minimale per sperare di condividere con i nostri co-specifici almeno qualche aspetto della realtà.
Le parole, invece, sembrano essere sempre più oggetti indipendenti, il loro legame con ciò che starebbero ad indicare è diventato incerto, variabile, senza fondamento condiviso. Si sta squagliando, sotto i nostri piedi, la base culturale comune che permette di nominare una cosa o un concetto con la tranquillità che l’altro capisca di che stiamo parlando. Poi potremo litigare o abbracciarci, ma sapendo almeno a proposito di che lo facciamo.
Può darsi che a volte si tratti di timidezza, o di quieto vivere, ma il ritegno che provo ad interloquire con qualche passeggero di autobus che ad alta voce dice cose come “agli immigrati danno la casa gratis” il più delle volte mi deriva da un fondo di disperazione: non spero, in nessun modo, di poter comunicare. Sento che già a partire dalla parola “immigrati” siamo su due continenti alla deriva, separati da una faglia che si allarga sempre di più.
Alla apertura di questa faglia, al suo progressivo allargamento, stanno lavorando in molti, da molti anni. Alcuni in modo attivo, intenzionale, diretto, attraverso la televisione, la propaganda strumentale via etere e via carta. Altri in modo indiretto con la passività, la distrazione, la sottovalutazione, la banalità e l’opportunismo dei loro atti e del loro stesso linguaggio.
Come fare? Non esistono più i luoghi di formazione che hanno traghettato alla età adulta la generazione del dopoguerra. Penso, è ovvio, alle grandi fabbriche animate da una vita sindacale e politica che interagiva con la scuola, la cultura, con tutti gli aspetti della vita sociale. Un giovane amico marocchino lavora in una media azienda metalmeccanica. Lì tra italiani, cinesi, eritrei, rumeni non ci sono a volte nemmeno le parole comuni per poter lavorare insieme. Nella confusione delle lingue, tuttavia, da un gruppo di operai dell’Ansaldo in pensione che lavorano lì a contratto, sta ricevendo qualcuna delle vecchie parole. Ma con chi condividerla oggi?
(Paola Pierantoni)

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Emergenze cibo - Uno tsunami silenzioso

”Entro un decennio nessun bambino su questa terra morirà più di fame” (Henry Kissinger, Segretario di Stato Usa, Conferenza Mondiale sull’Alimentazione del 1974 a Roma).

Più di 100 milioni di persone stanno precipitando nell' estrema povertà, andando ad aggiungersi ai 1200 milioni che già esistono. Si parla di "tsunami silenzioso". Lontana dalla tragedia, l’Europa comincia a sentirne gli effeti: “Rincari alimentari da record, aumenti del 7% in un anno” ("Repubblica", 2 giugno 2008).

Dal 3 al 5 giugno si tiene a Roma FAO la “Conferenza di Alto Livello sulla Sicurezza Alimentare Globale: Le sfide del cambiamento climatico e della bioenergia”. «Primo giorno: quasi sei ore, delle sette e mezza di lavori, saranno riservate ai discorsi pronunciati dai capi di Stato e di governo o da altre autorità che guideranno le delegazioni nazionali. Secondo giorno: per altre sei ore circa, nella seduta plenaria, interverranno gli stessi tipi di oratori e i cosiddetti «ospiti speciali». Terzo giorno: nelle tre ore di riunione mattutina, ancora capi di Stato e di governo, ospiti e un po' di spazio per le organizzazioni non governative e «della società civile». Così illustrava Corriere Economia del 5 maggio 2008 il programma provvisorio della conferenza della FAO. Il punto è – aggiungeva - se questa conferenza di alto livello è adeguata o meno alle necessità.

L’emergenza alimentare, aggravatasi negli ultimi mesi, colpisce paesi molto diversi tra loro. Il 7 e 8 aprile ad Haiti, il paese più povero della America Latina, decine di manifestazioni contro il rialzo del prezzo del riso furono duramente represse dalla polizia, lasciando un bilancio di 5 morti, più di 200 feriti e le dimissioni del primo ministro. In Argentina le forti tasse su l’esportazione dei prodotti agricoli imposte dal governo di Cristina Kirchner per calmierare i prezzi interni ha provocato un’energica resistenza dell’oligarchica “Sociedad Rural” e da parte dei produttori che, per ostacolare i rifornimenti di alimenti, hanno fatto ricorso a generalizzate azioni di blocco, anche stradali. Per il quotidiano Pagina 12 di Buenos Aires del 23 marzo 2008 si tratta della maggior sfida del potere economico al sistema politico dalla serrata del febbraio 1976 che sboccò nel golpe e nella dittatura militare. In Egitto il presidente Mubarak ha represso nel sangue le manifestazioni contro l’aumento del pane, mentre il fondamentalismo islamico continua a rinforzarsi a causa del malcontento popolare. Le proteste contro la mancanza di pane hanno provocato scontri in molte altre parti del mondo (Burkina Faso, Camerun, Costa d' Avorio, Etiopia, Filippine, Indonesia, Madagascar, Senegal, Filippine, Pakistan, Thailandia). I forti rincari dei prodotti alimentari che negli ultimi 12 mesi sono saliti del 130% (frumento), dell' 87% (soia), del 74% (riso), stanno creando nuove emergenze umanitarie e sconvolgimenti politici di ogni tipo.
Il rapporto della Fao enumera le molteplici cause della crisi alimentare: l'aumento della domanda nei paesi emergenti (India, Cina), l’impennata nella richiesta di cereali destinati alla produzione di biocarburanti, la crescita del costo del petrolio che ha reso molto più onerosi i trasporti, la diminuzione delle superfici disponibili per la coltivazione a causa della crescente urbanizzazione del territorio, i cambiamenti climatici. La Fao, tra le “altre” cause, segnala anche le speculazioni sui mercati delle materie prime senza tuttavia specificare che si tratta “dei grandi speculatori finanziari (fondi pensione, hedge funds, persino fondi sovrani) che, in fuga dal terremoto innescato dai mutui immobiliari Usa, stanno collezionando profitti record investendo sui futures sulle materie prime” (Corriere Economia, maggio 2008). Tralascia pure di menzionare i guadagni esorbitanti rispetto ad ogni periodo precedente realizzati dalle grandi multinazionali specializzate nel commercio di granaglie, sementi, erbicidi e fertilizzanti (Cargill, Bunge, Monsanto, Dupont, Potash Corporation, Mosaic).
(Oscar Itzcovich)

Posted by Admin at 08:23 | Comments (0)

Scuola - Cronaca di una pausa pranzo

Siamo ammassati. Uno contro l’altro. Divisi per classi, dalla prima alla terza media.
“ Fammi passare!”, “Spostati!”, “Togliti: mi stai soffocando!”. Casino. Una battaglia accanita, spinta e con un solo obbiettivo: arrivare per primi ai vassoi e mangiare. Mangiare quello che si è soliti chiamare “ cibo” per rispetto verso chi lo ha impacchettato e portato da noi, ma che in realtà è solo qualcosa di indefinito.

Dopo dieci minuti di coda, in un ambiente con perenne odore di minestra, si arriva al bancone della mensa. Osserviamo con incredulità il cibo proposto: “Pizza, prosciutto, insalata, mela e una pezzo di pane”, apparentemente il menù è promettente, ma appena si prende posto in una sala con grandi tavoli unticci e sporchi ci si accorge che ci hanno dato da mangiare qualcosa di strano. Assaggio la pizza. E’ gommosa: il pomodoro cola di lato con irregolarità e il formaggio è duro, a formare una crosta. Sembra di mangiare un palloncino su cui, con la colla, sono stati appiccicati velocemente pomodoro e improbabili sottilette.
Passo al prosciutto. Un pezzo di plastica colorato di un rosa pallido che sfuma sul bianco. Ne taglio un altro pezzo. Sputo: stavo soffocando, quella cosa è scivolata in gola senza che io l’avessi potuta masticare.
Non ho preso l’insalata, ma l’assaggio da una mia amica seduta accanto a me. E’ amara.
Si è spinti a mangiare dalla fame che ci possiede, le nostre papille gustative non percepiscono più il gusto e le menti vagano, si parla, si ride, si scherza.
Addento il mio pezzo di pane e, involontariamente, mi concentro su di esso. Provo improvvisamente una profonda stima per chi lo ha preparato: è riuscito a cuocerlo senza che dentro restasse la mollica. Nel senso che c’è solo la parte esterna, dura e pastosa. Non è un caso: tutte le volte, è così per tutti, mai un eccezione, mai l’idea che a noi farebbe piacere mangiare del “pane” e non “crosta di pane”.
Ora è il turno del genere frutta. Provo a tagliarla con il coltello di plastica. Si rompe il coltello. Si spacca a metà : la parte definita “tagliente” - anche se tagliente è di certo - è incastrata dentro la mela e il manico è ancora saldamente stretto nella mia mano. Lascio perdere: è un’impresa troppo ardua. Vado a svuotare il vassoio stando attenta a mettere il bicchiere di plastica nel sacchetto della raccolta differenziata, non mi capacito del perché non facciamo questo anche con i piatti e le posate, anche se dello stesso materiale.
In un quarto d’ora non ho mangiato niente. Nel mio stomaco domina un buco nero.
“ Fammi passare”, “spostati”, “Togliti: mi stai soffocando!”. Ora l’obbiettivo è cambiato: ci si sta dirigendo in modo scomposto verso i bagni e la lezione di storia.
(Biancalice Sanna)

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