8 Ottobre 2008
VERSANTE LIGURE
Il nodo è aggrovigliato
e va sciolto da te
che sei inadeguato?
Un bel rimedio c’è:
vai con volo di Stato
a un Centro Méssegué.
Coda allo sportello
Enzo Costa
email: enzo@enzocosta.net; http://lanterninoenzocosta.blogspot.com
Illustrazione di Aglaja
email: aglaja@fastwebnet.it; http://proveaglaja.blogspot.com
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Blog - "Trenette e mattoni": oltre i confini della rete
Pur essendo on-line da pochi giorni, dimostra già una notevole vitalità “Trenette e mattoni” (http://preve.blogautore.repubblica.it/), il nuovo blog di Marco Preve, coautore insieme a Ferruccio Sansa di “Il partito del Cemento” libro-denuncia uscito la scorsa estate. Il blog, raggiungibile attraverso le pagine di genova.repubblica.it, approfondisce i temi della tutela del paesaggio e della cementificazione selvaggia del nostro territorio.
Come sottolineato anche dall'allarme lanciato da Carlo Petrini, il fondatore di Slow-food, sulle pagine di Repubblica di lunedì 6 ottobre (*) in quindici anni in Italia si sono persi tre milioni di ettari di terreno - superficie complessiva di Lazio e Abruzzo assieme - letteralmente invasi da cemento e costruzioni. L'emergenza è tragicamente vicina e ancor più sentita in Liguria dove - ci ricorda il libro di Preve e Sansa - nello stesso periodo preso in analisi da Petrini abbiamo perso il 45% della superficie libera, conquistando un triste primato nazionale. Il blog di Marco Preve si pone attivamente come luogo di scambio e di confronto per cittadini interessati, comitati locali, gruppi e associazioni impegnate nella tutela del territorio. Aggiornato quasi quotidianamente, già arricchito da diversi commenti con link che rimandano ad altri interessanti spunti di discussione e esperienze, potrebbe veramente diventare un trait d'union fra chi si occupa di ambiente e territorio in Liguria, e mostrare come la rete possa essere luogo di comunicazione e incontro per chi agisce e si organizza: un blog di parole che vogliono diventare fatti e azioni, senza limitarsi ai tanti (troppi?) mugugni 'globali' che si moltiplicano nella 'rete'. Prima che una colata di cemento ci seppellisca tutti...
(Maria Cecilia Averame)
(*) cliccare qui per leggere l'articolo di Carlo Petrini
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Precari - 87 mila insegnanti in meno per migliorare la scuola
87 mila tagli nella scuola pubblica nei prossimi tre anni secondo il piano Gelmini che dovrebbero riguardare esclusivamente docenti con contratto a tempo determinato, attraverso l'utilizzo di diversi strumenti: aumento del rapporto alunni/classe, anticipo delle iscrizioni nelle sez. primavera per la scuola dell'infanzia, maestro unico per tutti per 24 ore settimanali nella primaria, tagli orari nella secondaria di primo e secondo grado (Il Sole 24 Ore, 25 settembre).
Tutto questo naturalmente per garantire ai nostri figli una scuola migliore. I precari liguri non ci stanno e si sono organizzati in un comitato (http://precariliguria.blog.kataweb.it; http://www.paolomalerba.it/precariamente/), proponendo un “manifesto in difesa della scuola pubblica” dove contestano l'ipotesi che in Italia ci siano troppi insegnanti rispetto alle altre nazioni. E' vero che in Italia il rapporto alunni per ciascun insegnante è minore (10,7 contro una media Oc se di 13,3), ma nel “belpaese” vi sono alcune anomalie che rendono necessario questo numero. Tali anomalie riguardano la presenza di 90,000 insegnanti di sostegno per allievi diversamente abili integrati nelle classi, (che in Francia frequentano scuole speciali e sono seguiti da circa 280.000 operatori sociali, sempre dipendenti dell'amministrazione pubblica, anche se non scolastica). Abbiamo poi il “tempo pieno”, che richiede circa 70.000 insegnanti in più (a Genova alcune scuole cominciano a sostituire i pomeriggi con attività di assistenza effettuata da “personale delle cooperative”, pagato dai genitori e sicuramente di differente valore formativo per gli allievi, la presenza di 25.679 insegnanti di religione pagati dallo Stato ma assunti su segnalazione della Curia, e una geomorfologia difficile, che necessita di scuole isolate e poco frequentate in piccole isole e località di montagna. Tutto questo in una nazione che, negli ultimi anni, ha visto diminuire la spesa pubblica destinata alla scuola dal 5,5% del Pil al 4,7% attuale, contro una media Ocse del 5,2%. Bisogna ricordare infine che “l'insegnante precario” è regolarmente abilitato e ha dietro sé anche dieci e più anni di insegnamento, con contratti annuali, da settembre ad agosto, o al termine delle lezioni, da settembre a giugno. E chissà quale azienda privata riuscirebbe ad assumere la stessa persona per lo stesso lavoro dieci volte con un contratto annuale.
(Maria Cecilia Averame)
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Università - Il pane per la ricerca
Estratto da Guido Barbujani (Domenica del Sole 24 Ore, 28 settembre 2008)(*)
Da qui al 2012 il taglio delle risorse scoraggerà gli studiosi più meritevoli e accelererà il declino del nostro Paese
È frustrante parlare dello stato di abbandono in cui versano Università e ricerca nel nostro Paese. Le cifre sono grottesche, nessuno ci fa più caso. Tanto per dirne una: per i diritti degli highlights della serie A, la Rai ha speso più di quanto nel 2008 l'Italia ha investito nella ricerca di base, i cosiddetti progetti Prin.
Lo conferma il rapporto 2008 dell'Ocse, Education at a glance. In media, nei Paesi dell'Ocse si spende per l'Università l'1,5% del prodotto interno lordo; in Italia, lo 0,9 per cento. Dietro di noi c'è solo la Slovacchia, per un pelo. Gli Stati Uniti investono nelle istituzioni universitarie il 2,9% del loro prodotto lordo, il Canada il 2,6 per cento. Grecia, Messico, Polonia, Israele, Portogallo, Turchia, Estonia, Cile: sono tutti davanti a noi, alcuni di un bel po'. Va bene, dirà qualcuno, ma negli Usa i privati sono molto più generosi. Vero, i privati americani lo sono sei volte più dei nostri (l'1,9% contro lo 0,3%). Ma negli Stati Uniti di George W. Bush i finanziamenti pubblici dell'Università sono il doppio che in Italia.
Presto rimpiangeremo i tempi in cui potevamo giocarci con la Slovacchia il penultimo posto. A giugno, infatti, con il decreto legge 112/08, inserito nella manovra finanziaria per il 2009 («Disposizioni urgenti per lo sviluppo economico, la semplificazione, la competitività, la stabilizzazione della finanza pubblica e la perequazione tributaria») l'Università italiana è stata rivoltata come un calzino. Per cominciare, dovrà dimagrire: sarà assunto un nuovo dipendente solo ogni cinque pensionamenti. Ne deriveranno crescenti economie per il bilancio dello Stato, da 456 milioni di euro nel 2009 fino a 3.188 milioni nel 2012. Sembrerebbe insomma che per garantire lo sviluppo economico e la competitività il nostro Governo abbia scoperto l'uovo di Colombo. Niente nuove risorse, anzi, noi faremo il contrario di quello che fanno gli altri: disinvestire, disinvestire! Barack Obama promette un milione di nuovi insegnanti? Che fesseria: noi, invece, per essere più competitivi, ce ne sbarazzeremo: dalla scuola elementare in su.
A colpi di un'assunzione ogni cinque pensionamenti, c'è poco da fare: presto i docenti non basteranno più. Chiuderanno i corsi di laurea, poi le facoltà, poi interi atenei. Il decreto legge 112/08 offre però una scappatoia. Le università non vogliono chiudere? Si trasformino in fondazioni di diritto privato (...) Quando nel nostro Paese l'università sarà solo privata ci si laureerà a prezzo di mercato.
(...) All'università, si sente dire, non si lavora; i professori non ci sono mai e quando ci sono battono la fiacca (...) Ma qualcosa di vero c'è: non tutte le sedi, non tutti i corsi, sono all'altezza del loro compito. Che fare, allora? Altrove si valuta la produzione scientifica; si premia chi lo merita, si penalizzano gli altri. Da noi, invece, si spara nel mucchio. I professori vogliono soldi? Che se li trovino. E la ricerca di base, l'alta formazione postlaurea? E chi se ne frega. La pensano così in molti: il decreto 112/08 ricalca una proposta di legge presentata nella scorsa legislatura da Nicola Rossi, allora deputato Ds, oggi senatore del Pd. «L'Italia ha bisogno di un soffio di libertà. Libertà di competere, libertà di rischiare, libertà di inventare, libertà di scommettere sul proprio talento» scrive Rossi al proprio sito web. «Non crediamo», continua, «che la giustizia sociale si misuri in quantità di spesa pubblica». Giusto. Resta da capire come potranno scommettere sul proprio talento i nostri migliori laureati, senza investimenti nella ricerca, senza borse di studio, senza futuro nel sistema accademico. E soprattutto come potrà il Paese, liquidate università e ricerca pubbliche, restare a galla in una competizione internazionale che si gioca sempre più sulle conoscenze e sull'innovazione.
(Guido Barbujani)
(*) Clicca qui per leggere l’articolo completo.
Guido Barbujani ha lavorato alla State University of New York a Stony Brook (New York), alle Università di Padova e Bologna, e dal 1996 è professore di genetica all'Università di Ferrara. Autore di romanzi (“Dilettanti. Quattro viaggi nei dintorni di Charles Darwin”, Sironi, 2004; “Dopoguerra”, Sironi, 2002; “Questione di razza”, Mondadori, 2003) e di saggi (“L'invenzione delle razze”, Bompiani, 2006 e, in collaborazione con Pietro Cheli, “Sono razzista, ma sto cercando di smettere”, Laterza, 2008)
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Giustizia - Il Csm indaga su Sansa; l’Anm si difende
Martedì 30 settembre. La sezione ligure dell’Anm (Associazione Nazionale Magistrati) ha convocato un’assemblea aperta per discutere sulla sempre più grave situazione in cui versa la giustizia. Tra gli invitati ad intervenire Claudio Castelli (già al ministero della Giustizia del governo Prodi), Pierfranco Pellizzetti (collaboratore di Micromega e del Secolo XIX), Stefano Savi (presidente dell’Ordine degli avvocati di Genova) e Adriano Sansa (presidente del Tribunale dei minori di Genova e ex sindaco).
L’intervento di Sansa è un duro attacco al governo. Sansa “ha invitato tutti «alla resistenza delle coscienze» contro il «tentativo di assoggettare la legge a un gruppo di potere e a un primo ministro piduista». «Dobbiamo pensare alla ricostruzione in questo Paese …. Siamo sul punto di perdere le caratteristiche fondamentali della Costituzione. Dobbiamo lottare. Il disegno che si sta portando avanti in Italia è, non dico fascista, ma sicuramente illiberale». Quanto al ministro della Giustizia Alfano, Sansa ha detto che «l' unica nota tecnica del ministro riportata dai giornali alla sua nomina è stata: fedelissimo di Berlusconi.. E questo fa, serve il premier e non lo Stato. Questo governo è anche tecnicamente indegno di occuparsi dei problemi della giustizia». (Corriere della Sera, 1° ottobre)
La richiesta dei consiglieri Pdl del Csm di aprire immediatamente un’indagine nei suoi confronti (con intenti chiaramente intimidatorie per tutti i magistrati) e le reazioni furibonde della destra coinvolgono anche Anna Canepa, presidente della sezione ligure dell’Anm (“doveva stopparlo, doveva dissociarsi”). Risposta cauta della Canepa: ”Nella mia veste istituzionale, ho presieduto un’assemblea aperta a chiunque volesse intervenire. Le espressioni degli intervenuti sono di loro esclusiva responsabilità.” (Repubblica, 3 ottobre). Netta, quella di Sansa. “E’ il massimo dell’arroganza e della illiberalità sostenere che la Canepa doveva agire in quel modo sia che fosse o no d’accordo con quanto ho detto io” (Corriere Mercantile, 3 ottobre).
(Oscar Itzcovich)
Posted by Admin at 15:29 | Comments (0)
Informazione - La rapina del Secolo

Se il cittadino ha bisogno di sicurezza, cosa di meglio di uno scoop con l’immagine del rapinatore in una lettiga, acciuffato di fresco dai carabinieri di Sarzana e ammanettato? Secolo XIX, 17 settembre: “A tu per tu col rapinatore – Dammi il cellulare, chiamo casa”, di Silva Collecchia. E poiché il codice deontologico stabilisce che il giornalista “non riprende, né produce immagini e foto di persone in stato di detenzione senza il consenso dell’interessato e non può presentare le persone con ferri o manette ai polsi”, il quotidiano ha optato per la pubblicazione della foto dell’arrestato oscurando le manette e lasciando il volto riconoscibile. No, non è un errore.
Tutto ciò ha una sua logica. Risponde al “liberi tutti” da tempo nell’aria, e asseconda il voyeurismo di un certo tipo di lettore, quello che commenta tra sé e gli altri: “Fammi vedere la faccia di sta carogna che va in giro a fare le rapine…” e cerca negli stanzini della memoria possibili incontri o lontane parentele con altre carogne vicine e lontane.
Alla giornalista il compito di dipingere i dettagli dell’arresto di G.I., 29 anni, sposato, gamba rotta durante la fuga: “Il giovane a terra sembra un animale ferito. Si contorce, si lamenta. Sono attimi drammatici. Si attende l’ambulanza, ma la lunga coda provocata sull’Aurelia dall’arresto in diretta sulla strada dei tre banditi e la successiva fuga di uno dei rapinatori delle Poste, allunga i tempi”, “sembra la scena di un film, ma è tutto vero e la gente non resiste alla tentazione di dare un’occhiata”.
Alla giornalista l’occasione di parlare con il rapinatore di Palermo, in Val di Magra per “lavoro” che nulla le rivela sui suoi complici e che dichiara “ho rapinato le poste perché ho tre figli piccoli che devono mangiare”.
Gente che “non toglie gli occhi di dosso” all’arrestato, mentre lui tace. E tempo che si dilata in attesa dell’ambulanza. Tre colonne che descrivono “pericolo di fuga”, entusiasmo dei presenti con applausi alle forze dell’ordine.
Alla fine la giornalista si chiede: “Chissà qual è la sua storia, e che cosa l’ha portato dalla Sicilia fino a Marinella a compiere una rapina. Finita con la cattura. Tra gli applausi della gente”.
Del film rimane al lettore un fotogramma, il più irrilevante. Con le manette mascherate (il volto invece l’abbiamo mascherato noi).
(Giovanna Profumo)
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Infortuni nel tempo - Infortunio TIS: la sentenza
Torniamo sull’infortunio avvenuto il 9 marzo del 2004 su un viadotto della A10, di cui già abbiamo parlato in OLI 188 e 194, per dare conto delle motivazioni – ora pubblicate - della sentenza del giudice Lepri, che aveva ritenuto penalmente responsabili dell’accaduto il Direttore del primo Tronco della società Autostrade, il Direttore dei lavori della ditta TIS che eseguiva i lavori, e il Coordinatore per l’esecuzione dei lavori della ditta Spea.
Ricordiamo che il lavoratore fu investito da un camion mentre sistemava le luci di un cantiere su un viadotto della autostrada A10. Il lavoro avveniva in regime di sola riduzione di carreggiata, anziché di chiusura di carreggiata e deviazione del traffico, come era stato previsto dal Piano di sicurezza e di coordinamento e dal contratto di appalto.
Tra le molte considerazioni del giudice ne sintetizziamo due.
La norma violata e causa dell’infortunio, dice il giudice, è un articolo di una legge antica, del 1955 (per la precisione, art. 15 del DPR 347/55) che impone “di garantire al lavoratore sul luogo di lavoro uno spazio tale da consentire il normale movimento in relazione al lavoro da compiere”. Questa norma, sottolinea la sentenza, va interpretata “nel senso che ciascun lavoratore … deve avere a disposizione uno spazio tale da consentirgli di muoversi normalmente, e pertanto senza restrizioni e movimenti innaturali, al fine di scongiurare eventi di danno… anche in considerazione dei prevedibili cali di attenzione in cui ciascun dipendente può incorrere”. Aggiungendo che “in nessun modo la semplice riduzione di carreggiata avrebbe potuto garantire il rispetto di questa norma”
Il Piano di sicurezza e di coordinamento, redatto anteriormente alla indizione della gara d’appalto, “prevedeva espressamente che ogni fase lavorativa si svolgesse tra le ore 21 e le ore 6 della mattina successiva in regime di totale chiusura della carreggiata”. Successivamente però il Piano operativo di sicurezza redatto dalla ditta TIS, aggiudicataria della gara, introduceva una variazione: tra le ore 21 e le ore 22, per le attività di allestimento del cantiere, si sarebbe potuta adottare la mera riduzione di carreggiata. A monte di questo cambiamento le pressioni esercitate dalla società Autostrade, tramite la ditta SPEA, per limitare il più possibile il periodo di chiusura del traffico senza dovere prolungare la durata dell’appalto.
Niente fatalità, niente inevitabilità, niente colpe buttate sulle spalle di chi si è fatto male: se si fosse rispettata una vecchia legge, se le esigenze del traffico autostradale non fossero state fatte prevalere “su quella primaria di tutela dei lavoratori sulla base del criterio della massima fattibilità possibile”, se ciascuna delle figure coinvolte “avesse agito conformemente alla previsione normativa fonte dei suoi obblighi”, l’infortunio non si sarebbe verificato. Punto.
(Paola Pierantoni)
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Genova - La bandiera della pace scatena le proteste

Una risoluzione dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite ha dichiarato il 2 di ottobre, giorno della nascita (nel 1869) di Mahatma Gandhi, la ’Giornata Mondiale della Non-violenza’.
La giornata è stata celebrata in tutto il mondo e, nel suo piccolo, Genova a voluto essere presente. Così Luca Borzani, presidente della Fondazione per la cultura, ha disposto che sulla Torre Grimaldina di Palazzo Ducale, insieme alla insegna di Genova, fosse anche alzata la bandiera della pace. Secondo l’edizione locale del Giornale, il fatto ha infastidito quella parte di Genova che la considera “un simbolo non condiviso e pertanto non aveva senso che sventolasse sul Ducale” e, quindi, di fronte alle proteste, la bandiera della pace è stata rapidamente rimossa.
Peccato! Anche se “è drammatico che il mondo di oggi abbia bisogno di una Giornata della Non-violenza. Il resto dell’anno come ci si comporta?” (EF’s Blog).
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Cinema e verità
"Gomorra", il film di Matteo Garrone ispirato dal libro omonimo di Roberto Saviano, rappresenterà l’Italia sul red carpet di Los Angeles nella notte degli Oscar, categoria miglior film straniero. Da ex studente del Dams di Bologna non posso che congratularmi della scelta. Libro e film hanno avuto un lusinghiero successo: il libro ha superato il milione di copie, vendendo molto all’estero e il film ha vinto a Cannes il premio speciale della giuria.
Chi ha visto il film o letto il libro sa di che cosa si tratta. Viene perciò spontaneo ricordare come negli anni Cinquanta certe storie italiane, diciamo così, particolarmente riprovevoli e ributtanti (portate sullo schermo) trovassero la dura opposizione dei cattolici più intransigenti e di gran parte della Democrazia Cristiana. Non tutti sanno che Andreotti fu sottosegretario allo spettacolo e particolarmente rigido nello stigmatizzare i vari De Sica, Fellini, Antonioni, Rossellini. Non stava bene per il divo Giulio “buttare gli stracci fuori di casa nostra”. Ne andava di mezzo il prestigio internazionale, l’immagine dell’Italia, un paese che stava faticosamente riprendendo il cammino del progresso. Così accadde per "Ladri di biciclette" e "Umberto D." di De Sica, "Sciuscià" di Rossellini, "Salvatore Giuliano" di Rosi, per citarne solo alcuni dei tantissimi film che caddero sotto l’ira dei censori nazionali. Ebbero successo nonostante questo ma mostrare la miseria dell a gente di Aspromonte o la lotta quotidiana per la sopravvivenza dei pescatori siciliani, non venne mai considerato dalla buona borghesia motivo di orgoglio.
Rispetto a quei film a "Gomorra" manca l’ottimismo che, in fondo, quelle vecchie pellicole in bianco e nero ancora oggi testimoniano. Non solo per la denuncia, - che nel film di Garrone c’è - ma sopratutto per il contorno di verità sindacali e politiche come le lotte dei partiti della sinistra che quei film e il Neorealismo si portavano dietro. Sembrava che dallo schermo arrivassero parole di verità non solo le “solite denunce” da parte degli intellettuali di sinistra. Credo che tutti sappiano che l’Italia deve il suo nome nel mondo anche a quel cinema lì, di cinquant’anni fa.
Invece "Gomorra" racconta un incubo presente e distante al tempo stesso, senza un briciolo di ottimismo né per il futuro né per il presente. Tutto è marcio, tutto è dominato dal denaro e dalla violenza, Anzi il potere è violenza. Tutti rincorrono il potere ergo tutti usano la violenza. Come in autostrada tocca a tutti, superanti e superati.
Povero "Ladri di biciclette" quanto è stato tartassato, povero Fellini che alla prima, a Milano, della "Dolce vita" si prese pure gli sputi per l’amoralità della pellicola. I pescatori della “Terra trema” di Visconti o la "Gente di Po" di Antonioni in che rapporto stanno con gli abitanti di Scampia? Sono anche questi ultimi la conseguenza delle irrisolte arretratezze del paese Italia o testimoniano qualcos’altro?
Mi pare una domanda che gli uomini politici dovrebbero cominciare a porsi visto che “gli stracci” - come diceva Andreotti da sottosegretario - ricominciano a volare.
(Elio Rosati)
Posted by Admin at 15:16 | Comments (0)
Università: considerazioni di una precaria
Sono stata assunta una decina di anni fa per far lavori di segreteria in una struttura dell’Università. Precaria naturalmente. A capire che non ero proprio "necessaria" non ci ho messo molto. Avevo poco da fare ma alla struttura faceva comodo avere un dipendente in più (prestigio, maggior peso nella distribuzione dei finanziamenti ecc.). A me non mi piace stare con le mani in mano: mi sono data da fare, ho preso iniziative. Ho cominciato a fare lavori per cui non sono stata chiamata e, a poco a poco, sono diventata … indispensabile. So bene che nessuno lo è, ma sono sicura che se dovessi tornarmene a casa (insieme ai colleghi precari che, negli anni, si sono aggiunti) la mia struttura non sarebbe in grado di assicurare i già scarsi servizi che offre. E i primi ad accorgersene sarebbero gli studenti (a parte – ovviamente - io stessa, ora che sono sposata e con due figli da mantenere).
La mobilitazione attuale dei precari all’università è sacrosanta. Condivido tutto, ho firmato appelli e presenziato assemblee. Le assemblee: in questi giorni, erano piene di precari ma anche di docenti. Tanti gli interventi di presidi, direttori di dipartimento, componenti del consiglio di amministrazione. I più eloquenti, i più convinti, i più barricadieri: tutti solidali. Ero contenta: se loro sono con noi - ho pensato - abbiamo probabilità di farcela. Poi, tornando a casa, ho capito che sono stati proprio loro ad assumerci parecchi anni fa. Con un contratto precario di cui, beninteso, ero infinitamente grata. Un contratto annuale rinnovabile, che poi è diventato semestrale e poi ancora trimestrale. Un avvenire sempre più incerto, addolcito da parole di conforto: “Non si preoccupi, vedrà che tutto si aggiusterà”. Accanto a un governo che finanzia sempre meno l’università, forse perché vuole solo distruggerla, ci sono anche coloro che non si sono dati da fare, quando avr ebbero potuto, per risanarne le strutture e farla funzionare bene. Ho capito anche che, da precaria, non sono libera di apporre la mia firma. Per questo, per favore, vi chiedo di ometterla.
(Lettera firmata)
Posted by Admin at 15:15 | Comments (0)
Questione di lusso
Lunedì 29 settembre ho letto sul Secolo XIX un articolo-lettera di Giuseppe Lo Nostro, docente di Qualità nei sistemi industriali alla Facoltà d’Ingegneria che diceva, in soldoni, che quest'anno sono scese le iscrizioni a lettere e altre facoltà e che -insomma- in questo periodo difficile e duro ci vuole una scuola del saper-fare opposta a una scuola del sapere-e-basta perché quest'ultima sforna alla fine dei disoccupati e come esempio diceva è assurdo che un liceo scientifico abbia più ore di italiano e latino che matematica e fisica, e diceva anche che in questi tempi la filosofia, la letteratura, il diritto, la storia, sono un lusso che non ci si può permettere, che le richieste del mercato sono di altro tipo. Alla fine citava Dante.
La cosa che mi ha innervosito è la questione del lusso: conoscere la storia e la letteratura è un lusso che oggi pochi si possono permettere e infatti quei pochi fanno la fame. Quello che invece chiede il mercato è avere persone che sanno fare. Ma queste persone che sanno fare rischiano di non saper vedere quello che fanno. Perché saper vedere quello che fai diventa un lusso che la tua scuola non-di-lusso non ti ha dato e che non puoi toglierti nei ritagli di tempo. Nel ritagli di tempo cosa fai? Nei ritagli di tempo vai al Cineplex a vedere l'ultimo blockbuster, nei ritagli di tempo ti scarichi i giochi per la play, porti i tuoi figli alla Fiumara, perché questi sono i lussi di chi non può permettersi il lusso della storia, del diritto e della letteratura. Se hai fatto la scuola del saper-fare non puoi citare Dante alla fine del tuo articolo sul Secolo XIX, perché Dante non sai cosa sia.
Se questo è quello che chiede il mercato, è un mercato povero e per poveri. Il prezzo da pagare per rinunciare al lusso della storia e della letteratura è pesante: significa pensare alla sera per serial e per stagioni televisive, significa pensare che questo è quello che c'è, e quello che non c'è è scaricabile. Significa che stare bene è un prodotto, che essere felici è un prodotto e il prodotto è legato al tuo saper fare, al tuo saper produrre prodotti. Ad accettare uno stop and go come si accetta un c.s.i. Miami.
Se questo è il mercato anche la lettera-articolo pubblicata sul Secolo XIX è un prodotto, ed è un prodotto consonante e governativo. La scuola del saper fare, va bene, ma saper fare cosa, e per chi? A favore di chi? Se il latino, la letteratura, il diritto, l'arte e la storia sono un lusso, in questi tempi di crisi, è una crisi di valore non economica. La scuola di lusso è la scuola di chi non saprà fare prodotti per questo mercato che vuole beni di lusso destinati ai poveri. L'iphone per i poveri, la tv via cavo per i poveri, lo schermo piatto 16:9 per i poveri.
Allora forse è meglio questa fame di lusso, questo Seneca da affamati.
(Fabrizio Venerandi)
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