15 Ottobre 2008
Versante Ligure
Da universitario
testò su sé, in provetta,
il senso vero e serio
di questa formuletta:
“Effimero è il precario
ma eterno, ahinoi, è Brunetta”.
Brunetta in provetta: orribil disdetta!
Enzo Costa
email: enzo@enzocosta.net; http://lanterninoenzocosta.blogspot.com
Illustrazione di Aglaja
email: aglaja@fastwebnet.it; http://proveaglaja.blogspot.com
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Emergenze - Emergenza razzismo o emergenza violenza?
Numerosi giornali, trasmissioni televisive e radiofoniche, siti web hanno negli ultimi giorni dedicato spazi importanti per chiedersi se esiste l’emergenza razzismo in Italia. Repubblica ha lanciato un sondaggio molto sentito sull’argomento. Cosa è successo, cosa sta succedendo nel nostro bel paese? Nelle ultime tre settimane si sono verificati almeno tre gravi episodi di violenza contro cittadini stranieri o contro cittadini italiani neri. Porsi domande sul razzismo è dunque spontaneo. Ma se vediamo questi tre episodi insieme ad altri simili, per la forte violenza, verificati in varie parti del nostro paese potremmo fare altre domande:
Milano, 14 settembre 2008, Repubblica: “Milano, giovane di colore ucciso a sprangate” per aver rubato dei biscotti, dal bar degli aggressori. Torino, 18 settembre, la Stampa: “Tragedia familiare a Luserna San Giovanni - Uccide la figlia, ferisce la moglie e tenta di suicidarsi in un bosco". Montebello Jonico, 19 settembre, Repubblica: “Uccide la moglie davanti alla figlia, 53enne ricercato nel Reggino”. Pisa, 27 settembre, Repubblica: “Padre uccide i figli a martellate poi si dà fuoco e muore con loro”. Parma, 30 settembre, Repubblica: “Uno studente ghanese, picchiato dai vigili: ‘Sei negro’”. Roma, 2 ottobre, il Messaggero: “Cinese picchiato da Baby gang ..”. Tortona-Voghera, 7 ottobre, il Secolo XIX: “Ucciso perché faceva pipì vicino a un bar”.
Nel primo e nell’ultimo episodio si è trattato di due persone italiane: nera la prima, bianca la seconda che sono state violentemente uccise per futili motivi. Non è forse più forte l’emergenza violenza rispetto a quella del razzismo? E’ chiaro che le prime vittime della violenza sono i soggetti più deboli: donne, bambini ed immigrati.
La domanda si pone con più forza quando pensiamo alle violenze continue nel tempo legate alla criminalità organizzata ed agli stadi e, soprattutto, quando ricordiamo i dati Istat e del Viminale del 2007, secondo le quali “la violenza in Italia è la prima causa di morte o invalidità permanente delle donne tra i 14 e i 50 anni. Più del cancro. Più degli incidenti stradali”, che “il 62 per cento delle donne è maltrattata dal partner o da persona conosciuta” (Repubblica, 21 novembre 2007) e che “Il 69% degli stupri nel nostro paese sono opera di partner, mariti o fidanzati; solo il 6% da estranei” (Corriere della Sera, 10 dicembre 2007).
(Saleh Zaghlou)
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Infortuni nel tempo - Le scatole cinesi della responsabilità
21 giugno 2004. Adriano Bottazzoli, operaio della ditta Plasteco, cadde da dieci metri di altezza mentre lavorava “in assenza di mezzi di protezione individuale e collettivi” alla copertura della piscina di Genova Prà.
Come mai l’operaio lavorava “in assenza di mezzi di protezione individuale e collettivi”? “Per colpa sua”, aveva sostenuto uno degli avvocati della difesa: il lavoratore benché esperto e dotato di cintura di sicurezza, non la indossava “per comodità”.
Ma la sentenza (15 aprile 2008) obietta che in quella lavorazione “le cinture di sicurezza non erano concretamente utilizzabili, in quanto il Piano Operativo di Sicurezza non specificava in quale modo dovessero essere utilizzate, e non prevedeva dove ancorarle”. Quello che mancava, invece, erano “le strutture di protezione collettiva (ponteggi e reti) previste dal Piano di Sicurezza e Coordinamento”
Perché mancavano?
Scorrendo la sentenza si snocciolano le responsabilità:
Intanto l’appaltatore non le aveva realizzate, nonostante lo stanziamento di somme specifiche da parte del capitolato di appalto. Erano previsti “solo dispositivi di protezione individuali, per di più in maniera generica, non attuabile”.
I ponteggi predisposti durante i lavori di sopraelevazione di un tamburo di cemento armato erano costati parecchio (rappresentavano la voce maggiore nel computo metrico dei costi), ma non erano più in opera durante il lavoro di copertura. Dopodiché nessuna altra misura “per ridurre al minimo l’altezza di caduta dell’operaio dall’alto” era più stata predisposta. Un quadro, dice il giudice, che avvalora “Il sospetto insinuato dal pubblico ministero che l’impresa abbia poi cercato di risparmiare sulle misure di sicurezza”.
Il dirigente del comune responsabile del procedimento amministrativo per la realizzazione dell’opera, per parte sua, non ha preso alcuna iniziativa per l’applicazione delle misure di sicurezza “nemmeno a fronte della evidente mancanza delle strutture di protezione collettiva (ponteggi e reti), durante la fase di copertura”. La cosa gli competeva: inaccettabile l’argomento difensivo per cui il funzionario pubblico avrebbe avuto solo “un ruolo essenzialmente amministrativo”, limitato a verificare che esistesse il Coordinatore per la sicurezza “senza sostituirsi a lui”. Infatti, sottolinea la sentenza: “la duplicazione della posizione di garanzia è espressamente voluta dalla legge a tutela dell’incolumità del lavoratore nell’opera pubblica … e se più sono i titolari della posizione di garanzia … ciascuno è per intero destinatario dell'obbligo di tutela impostogli dalla legge”.
Quanto al professionista nominato dal Comune “Coordinatore per la sicurezza”, gli viene imputata “la negligenza nell’assicurare la coerenza tra il piano di sicurezza e coordinamento ed i piani operativi di sicurezza e di non essere intervenuto a fronte della mancata realizzazione delle strutture di protezione collettiva…”
A conclusione il Giudice Fulvia Maggio ha disposto la condanna (con sospensione condizionale) per tutti gli imputati: cinque mesi al dirigente del Comune e al coordinatore per la sicurezza; sei mesi all’appaltatore capogruppo dell’Associazione temporanea d’imprese aggiudicataria. Per tutti l’obbligo di risarcimento, fissato in 200.000 euro, e del rimborso delle spese legali.
(Paola Pierantoni)
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Genova - Abitanti di oggi e di domani
"Solo vent'anni per salvare Genova": titolo a piena pagina di Repubblica 30 settembre. Numeri alla mano, uno studio della Bei (Banca Europea degli Investimenti), conferma che Genova è la seconda città più vecchia d'Europa, che continua a perdere abitanti specie nella fascia d'età tra i 20 e i 40 anni, quella che mette su famiglia. Ne hanno parlato a un convegno -"Le frontiere della nuova cittadinanza"- dove era presente anche la sindaco che ha sospirato: "Non ci sarà sviluppo se si continua a investire nell'esplosione delle città. Occorre lavorare per aumentare la capacità di attrazione... Se continuiamo con le politiche attuali nel 2031 saremo una piccola città e non ci sarà lavoro per i giovani".
Con meno enfasi e, in compenso, con maggiore attenzione alle dinamiche genovesi, sullo stesso giornale ne ha scritto, in più occasioni, Arvati. I saldi della città sono negativi: il maggiore contributo alle nascite viene dalla popolazione immigrata, che però fatica a trovare case ad affitti decenti e, essendo le occasioni di lavoro modeste, sta da tempo prendendo la strada di una seconda migrazione verso città italiane che offrono di più. Osservazioni pacate e incontrovertibili a suo tempo lasciate cadere che la politica torna a scoprire grazie alla gran cassa d'un convegno.
Lo scenario della Genova del 2031 è del genere "Fuga da New York. Per immaginarlo non ci vogliono sforzi di fantasia. Basta dare una occhiata alla Genova d'oggi. Una città di anziani, di colonie di badanti (sempre di più) che li accudiscono, sede di società finanziarie, immobiliari, commerciali e di quelle specializzate a fornirgli i servizi necessari (notai, procuratori legali, periti ecc.), appendice di un Nord laborioso che, a un paio d'ore di macchina, ha la seconda casa, il posto barca e un po' di negozi che propongono griffe raffinate. Principale attività manifatturiera locale sono le costruzioni e le ristrutturazioni: palazzi, quartieri, park e simili. Gli immigrati confinati alle impalcature.
E i giovani? Ecco, appunto, i giovani. Giovani vuol dire lavoro, abitazione, trasporti, cultura. Ne girano per la città alcune decine di migliaia che arrivano qui per studiare: assaggiano la città già da oggi, le sue stanze, i suoi trasporti a cominciare da quelli ferroviari, i suoi prezzi, la sua "offerta culturale". Qualcuno si è chiesto che esigenze hanno, cosa pensano, se di fronte ad una occasione interessante - di lavoro, di residenza... - tornerebbero ad abitare in questa città?
Una città dove la lungimiranza politica ha voluto dire lasciare mano libera al cemento e costruire box, affitti alle stelle come pensa di poter ringiovanire?
Pazienza che il presidente di Carige continui a ripetere - dice sempre le stesse cose, se ne sono accorti al Lavoro? - che il destino di Genova e della Liguria siano le case, specie le seconde, i posti barca e una autostrada per fare più in fretta ad arrivarci. Ma chi la pensa diversa cosa ha intenzione di fare?
(Manlio Calegari)
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Comune - La voce del popolo e il silenzio del governo
Della voce del popolo si sono fatti carico nelle ultime settimane tre preti. A qualcuno può dispiacere ma se le cose stanno così perché non dirlo? Alla città e ai suoi amministratori questi preti hanno detto -a modo loro, si capisce- che si deve cambiare. Che per qualcuno, i ricchi, gli speculatori, i corruttori, i fannulloni magari va benissimo ma per gli altri - quelli che vogliono una città ospitale, solidale, curiosa, le cose vanno male, molto male.
Per primo ha parlato don Luigi Traverso (Repubblica-Lavoro, 23 settembre), mitico parroco di San Siro, uno che ha sempre fuggito il palcoscenico e ha aperto la sua chiesa e le sue tasche a tutti e in tutti i modi. Ha detto semplicemente: scusate ma siamo arrivati al capolinea, le necessità ci sommergono, davvero non ce la facciamo più. Da allora son passati giorni ma nessuno di quelli che contano gli ha chiesto cosa vede dal suo osservatorio e cosa si dovrebbe o potrebbe fare.
Non si tratta di metterlo in lista per dargli il grifo ma almeno di ascoltarlo.
L'8 ottobre Don Paolo Farinella con una lettera su Repubblica-Lavoro ha chiamato direttamente in causa gli amministratori. I servizi sociali sono morti, ha scritto, e voi continuate a ripeterci "come un disco incantato" che non ci sono i soldi. E' vero, lo sappiamo: la cassa è vuota ma voi cosa ci state a fare al governo di questa città? Per ripetercelo? Se è solo per questo potete anche chiudere bottega e portare la chiave del comune in tribunale. Non si tiene aperto un comune solo per mantenerne in vita le strutture (ndr, a maggior ragione quando pesano per il 90% sul bilancio comunale).
Il 9 ottobre (Repubblica) è stata la volta di Andrea Gallo, della Comunità di san Benedetto. "Come uomo, cristiano, prete coordinatore di comunità, mi colloco con indignazione dalla parte dei cittadini che vogliono reagire". A cosa? Ai tartufi che si nascondono dietro al democraticissimo voto del Municipio del Centro Est che rifiuta la costruzione della moschea. Negare la libertà di culto, scrive Andrea, significa cancellare la Costituzione. Gli amministratori della città non devono chiamare i cittadini a referendum sulla Costituzione ma a farla rispettare. Non possono nascondersi dietro decisioni incompatibili con i fondamenti della nostra democrazia. La smettano di "frenare e rimandare". Non sarà facile, aggiunge, ma è la sola strada, ancorché faticosa, per battere l'intolleranza.
Dei tre solo don Farinella s'è guadagnato una risposta. Gliel'hanno dato su Repubblica del 12 ottobre l'assessore al bilancio e quello alle politiche socio sanitarie. Numero per numero gli hanno riletto le voci di bilancio con cui loro hanno dovuto fare i conti e come hanno cercato di salvare il salvabile e comunque di nuovo hanno ripetuto "come un disco rotto" le loro ragioni: l'abolizione dell'Ici, i mancati trasferimenti ecc.
Peccato che abbiano dimenticato di rispondere alla domanda principale: tenete in piedi un comune (che pesa per il 90% della spesa) solo per “mantenere degli impiegati”?
(Manlio Calegari)
Posted by Admin at 18:42 | Comments (0)
Integrazione - Faccetta nera alla fermata d’autobus
Una di queste sere, davanti alla Commenda, un gruppo di cittadini eritrei aspetta l’autobus. Dopo un po’ passa di lì un altro gruppo: giovani italiani che provocano e attaccano a cantare “faccetta nera”. Uno degli eritrei reagisce verbalmente: “è meglio che andiate a leggervi qualche libro, così forse incominciate a capire qualcosa”. Un altro accenna una reazione più fisica. Uno del gruppo degli italiani tira via gli altri: è meglio lasciar perdere. L’autobus arriva, l’episodio apparentemente si scioglie senza conseguenze, ma le parole di chi me lo racconta dicono chiaro che la ferita è aperta.
(Paola Pierantoni)
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Scommesse - La crisi che ingrassa gli imbonitori di sogni
I sogni battono la crisi, titola il Secolo XIX del 12 Ottobre. Il montepremi del Superenalotto lievita e così il numero delle giocate, all'inseguimento del sogno di vincere tutto e levarsi gioiosamente in alto, sopra l'urgenza gretta e quotidiana. Non è solo il miraggio del Superernalotto ad attirare schiere di speranzosi: dall'inizio del 2008, si legge di seguito, nella provincia di Genova sono stati acquistati 15 milioni di Gratta e Vinci, più di 25 milioni le giocate al lotto, quasi 20 milioni di euro spesi tra Superenalotto e Superstar; mentre i giornali ricordano ossessivamente la crisi, la ricetta per sopravvivere di chi magari non ha titoli in borsa scivola monetina dopo monetina nelle feritoie delle slot machine.
Lo sdoganamento del gioco d'azzardo è avvenuto però, in modo eclatante, nello spazio fisico. Chi non ha notato, per ogni zona della città ed ancor più in quelle disagiate, la diffusione capillare di punti scommesse? Eurobet, Ladbrokes, Merkurwin, Bwin, Youbet ecc..hanno colonizzato i quartieri, con insegne vistose e vetri più o meno discretamente oscurati: letteralmente esplosi un questi ultimi mesi in conseguenza del Decreto Bersani 2006, che liberalizzava il settore scommesse ed istituiva un bando per l'assegnazione delle licenze, da rendere operative entro la fine del 2008.
La presenza di punti scommesse uno vicino all'altro non è considerata dalle agenzie come un ostacolo, anzi. Lo scopo comune è moltiplicarsi e creare la familiarità al gioco d'azzardo, sdoganare l'ambiente da una fama di vizio e perdizione, rendere ogni locale “Un luogo dove andare la domenica con la fidanzata”, come affermava in un incontro pubblico un dirigente di un'agenzia scommesse.
Ogni punto scommessa è aperto in genere dalla mattina a tarda notte, tutti i giorni dell'anno, impiega due o tre persone e sta creando un vasto mercato del lavoro, il cui futuro è, neanche a dirlo, aleatorio, e dipenderà dall'essere stati capaci di creare un nuovo bisogno, senza che si avverta qualsiasi scrupolo etico sulla diffusione e pericolosità delle dipendenze da gioco d'azzardo.
Certo, a giudicare dal massiccio investimento il settore sembra prosperare, come se se ne stesse appollaiato in alto, in cima alla piramide sociale. In attesa di volteggiare sulle carcasse.
(Eleana Marullo)
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Sorpresa
I fatti di cronaca di questi giorni non devono spaventarci ma farci riflettere su come stia cambiando la società italiana. Mi chiedo quale sia il futuro della seconda e terza generazione, ovvero dei figli di immigrati che si sentono a tutti gli effetti cittadini italiani e sono orgogliosi di sentirsi tali.
Ma gli episodi di Milano, Roma, Caserta e Novara portano alla luce una tensione ormai giunta al limite. Sono mesi, se non anni, che sento parlare di integrazione degli “immigrati onesti” e dell’unanime condanna dei crimini che hanno come protagonisti cittadini stranieri. Tante parole al vento ma nessun piano concreto.
La risoluzione del fenomeno dell’immigrazione clandestina e della criminalità straniera è, infatti, nell’interesse prima di tutto delle famiglie che hanno deciso di stabilirsi nel lungo periodo in Italia e hanno investito tutte le loro risorse nel crescere dei figli che, purtroppo, continuano a doversi sentire diversi in casa loro.
Le leggi approvate e parzialmente applicate fino ad ora si sono rivelate inefficaci: il numero dei clandestini continua ad aumentare, il numero dei finti “regolari” pure, per non parlare del lavoro nero che vede impiegate infinite risorse umane ma clandestine, con un evidente beneficio economico che ricade totalmente nelle tasche dei datori di lavoro italiani.
Le tristi vicende di questi ultimi giorni non mi sorprendono. Sono il frutto di una profonda ignoranza, di un ottuso e antistorico rifiuto dell’immigrato (accettato solo per pulire, badare agli anziani e svolgere mansioni umili purché faccia tutto questo in silenzio e, possibilmente, senza farsi notare) e della situazione socio-economica di questo paese che inizia a sentire traballare le fragili basi che l’hanno accostato agli altri paesi dell’Unione Europea.
Mi auguro che gli autori dei reati (perché di questo si tratta, smettiamola di chiamarli “sfoghi” o “incidenti dovuti alla tensione sociale in aree depresse del paese”) vengano puniti, così come spero accada per tutti i criminali italiani e non. Mi piacerebbe sapere perché gli italiani, che sanno di vivere in un paese con scarsissima educazione civica e povera conoscenza delle proprie istituzioni e del loro funzionamento, richiedano un comportamento opposto solo agli immigrati.
Forse, allora, quando si parla di integrazione avrebbe senso consegnare agli stranieri un vademecum con le istruzioni per il rispetto delle regole che vigono negli altri paesi europei: sarebbe interessante rendere “svedesi” o “svizzeri” gli immigrati appena poggiano piede sul suolo italiano, ed assistere poi al confronto con quelli che si proclamano “puri” ed “italiani” al 100%. Forse, in quel momento, smetteremo di nasconderci dietro un dito ed inizieremo a rispettarci a vicenda.
(Elsa Welde Ghiorgis Haile)
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L’ingorgo: l’Ufficio cartelle esattoriali e la stampante multifunzione
Ufficio delle Cartelle Esattoriali del Comune di Genova a San Benigno. La ricchezza dell’aspetto esteriore del “Matitone” cozza un pò con la povertà degli interni, abbandonati alle pulizie in outsourcing. Coda già alle 8 del mattino. Dopo più di un’ora di attesa entro e scopro che ci sono quattro impiegati per una coda di circa venti persone, mi faccio rapidamente i conti, diciamo cinque minuti per pratica, sono 12 pratiche all’ora, 48 per i quattro impiegati. Ma non è così. Perché?
Viene il mio turno e chiedo la stampa della cartella per controllarne i dati. La stampa non arriva. L’impiegato chiede a un collega in piedi che sta ricevendo un fax se la stampa è uscita. Ecco il motivo della coda, la stampante multifunzione: quattro impiegati, un solo apparecchio in rete che fa da fax, fotocopiatrice e stampante. Va bene nelle case e negli uffici dove si riceve un fax al giorno, ma qui siamo in un ufficio pubblico, se si guastasse una sola rotella di questo singolo apparecchio si fermerebbe tutto. L’impiegato spazientito borbotta al collega: ”così non si può lavorare, se continuano ad arrivare così tanti fax stacco il cavo del telefono”. Arriva la stampa, a 10 minuti dal mio ingresso e i conti della coda finalmente quadrano. Nel frattempo ho chiesto al funzionario di mostrarmi dove sta la data del documento, il cosiddetto “avviso bonario” del comune, qualcuno lo ha definito invece come “avviso mafioso”. C’è proprio scritto “occorre pagare entro 3 0 giorni dalla data stampata sul retro del presente avviso”. Ma la data non c’è. Non c’è nella busta, nella lettera e nemmeno nel secondo foglio con il bollettino: il Postel non la appone. Un documento senza tempo, per pagare una multa senza dati per la quale occorre perdere due ore per saperne qualcosa, in un ufficio dove un dirigente senza testa ha messo una stampante multifunzione che raddoppia, quando va bene, i tempi della coda. In più hanno proprio ragione, ad aprile 2005 non ho comunicato il nome per una violazione del Codice della strada: chi mi conosce sa che per me era un periodaccio e il foglio è rimasto in un classificatore dell’ufficio. Da 350 euro la somma è lievitata a oltre 700 in tre anni, compaiono sovrattasse che sono poi interessi usurai con la mascherina nera dei Bassotti. Costa quasi quanto il volo Malpensa – Cartagena de Indias, diretto, andata e ritorno: mi prudono le mani come al buon Terence Hill.
Nel foglio che mandano parlano anche di richieste di informazioni via telefono (provate per credere, sempre occupato) e anche email, ma mi dicono che rispondere così è farraginoso, che perdono più tempo (loro, non noi), che è meglio andare allo sportello, sempre che non finisca il toner alla multifunzione... A me esplode invece l’idea della email certificata delle poste: farò la grande prova, la email certificata ha valore legale, sarà divertente vedere come risponderà un ufficio pubblico alle sue stessi leggi: chi viene con me?
(Stefano De Pietro)
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Università: risposta a "Considerazioni di una precaria"
Le considerazioni piene di preoccupazione e di amarezza dell'impiegata universitaria precaria sono più che legittime e condivisibili. Discutibili e poco opportune, e, per quanto mi riguarda, piuttosto ingenerose e per niente rispondenti alla realtà mi sono sembrate invece le sue considerazioni sul comportamento e sul ruolo avuto su questi problemi dai docenti che lei ha visto intervenire nella manifestazioni di sostegno alla lotta dei precari (credo si riferisse soprattutto all'assemblea svoltasi nell'aula M della facoltà di Lettere martedì scorso). Mi sembra inconfutabile invece che i docenti che anch'io ho sentito intervenire nella stessa assemblea e che ho potuto vedere all'opera per diversi anni si siano sempre impegnati a tutti i livelli con continuità e con coerenza per combattere un'organizzazione del lavoro basata sul precariato. Non credo che questi problemi si possano risolvere se si scelgono come bersaglio della propria legittima delusi one persone che non hanno nessun tipo di responsabilità al riguardo (anzi...) e che, se erano presenti e sono intervenuti nell'assemblea in questione, lo hanno fatto sicuramente per offrire un corretto e partecipato sostegno ad una legittima rivendicazione: sparare sulla Croce Rosa è molto facile, ma i bersagli sono ben altri e contro quelli bisogna far convergere tutte le forze disponibili.
(Francesco Surdich, preside della Facoltà di Lettere e Filosofia)
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