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10 Ottobre 2007

Ricerca - In difesa della costa, solo lillipuziani

Cosa succede quando la ricerca scientifica mette il naso in faccende concrete quanto colate di cemento e porticcioli turistici? Se ne ha un'idea al seminario conclusivo del programma di ricerca di Interesse Nazionale "Cambiamenti del paesaggio costiero e sviluppo sostenibile", tenutosi alla Facoltà di architettura il 4 ottobre scorso. Pubblico ridotto, una riunione tra i partecipanti al programma per confrontarsi su risultati ottenuti e i problemi affrontati. Quello che emerge dalle relazioni sono in sintesi due punti: lo scollamento tra la ricerca e la politica da una parte, e la fluttuante ed ambigua definizione di bene pubblico, dall'altra.

Gli strumenti per la tutela del paesaggio costiero sono numerosi. Tra essi, il regime demaniale e la normativa connessa, gli strumenti di piano (come il piano regionale, il piano urbanistico comunale, il piano di costa), più le norme di protezione ambientale, ossia i piani di bacino e il piano di tutela del suolo. E fin qua tutto parrebbe funzionare. Il problema sorge al momento dell'applicazione delle norme. Un esempio: i parametri per la valutazione di impatto ambientale (VIA, la pratica che deve precedere qualsiasi nuova costruzione), non sono specificati, e lasciano un'ambiguità sufficiente a qualsiasi interpretazione. La politica vuol sempre sapere prima quale sarà l'esito della ricerca scientifica, per legittimarla.
Altro esempio, un caso specifico dalla riviera ligure: Portovenere e la ridefinizione del suo waterfront. A inizio 2007 veniva creato, con approvazione comunale, un cantiere di urbanistica partecipativa sotto la direzione dell'Università di Firenze; si proponeva il coinvolgimento della popolazione nella definizione di punti critici e valori da preservare nella ridefinizione degli spazi. Dall'altra parte lo stesso Comune creava, contemporaneamente e in totale contraddizione, una Spa per gestire, autonomamente, la dismissione della demanialità della marina.
Le pressioni in campo sono tante e chi fa ricerca e pianificazione sa di essere una sola delle forze in campo e di certo, non quella con le ragioni più forti. Così si spiegano le desolanti slides che mostrano una parata di brutture costiere, da Ventimiglia a La Spezia. Le parole strategiche della ricerca sono debolezza e diffusione, complessità e, ancora, sostenibilità: ragioni lillipuziane quando scendono in campo interessi economici, chilometri di porticcioli e multinazionali del petrolio.
(Eleana Marullo)

Posted by Admin at 10.10.07 11:46

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