5 Novembre 2008

VERSANTE LIGURE


LIETA NOVELLA

Musso è per la Moschea
ciò felice mi lascia:
spegne xenofobia
odio e indotta angoscia
e in più (splendida idea)
così la destra sfascia.



Meccartismo

  Enzo Costa  
  email: enzo@enzocosta.net;  http://lanterninoenzocosta.blogspot.com
  Illustrazione di Aglaja  
  email: aglaja@fastwebnet.it;  http://proveaglaja.blogspot.com

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Gelmini - Studenti in piazza e scheletri nell'armadio

I quotidiani scrivono da settimane della protesta contro la riforma Gelmini. Dopo anni di buio le manifestazioni studentesche hanno contribuito ad accendere i riflettori su ogni settore della scuola, a cominciare da quella primaria. Maestre, bambini, genitori hanno unito le loro ragioni a quelle degli studenti. Lo stesso hanno fatto i ricercatori e la popolazione dei precari. Nel movimento degli studenti si sono affacciati anche docenti e rettori universitari, quelli almeno che hanno finalmente capito che rischiano di assistere in tempi brevi alla smobilitazione delle università dove insegnano e che governano. Si sa già quando avverrà: tra l'inverno e la primavera del 2010 buona parte delle università dovranno dichiarare lo stato di insolvenza ed essere commissariate (Repubblica 30 ottobre "Il funerale dell'università").

Professori e rettori - almeno una parte di loro - si sono ricordati che hanno per legge oltre l'obbligo della docenza anche quello del governo; per l'università la legislazione italiana prevede l'autogoverno. In verità se lo ricordavano benissimo e alcune pubblicazioni recenti sull'uso familiare, parentale e affaristico delle cattedre universitarie, sugli scandali relativi al patrimonio edilizio delle università, sulla manipolazione dei concorsi di ogni ordine e grado mostrano l'uso osceno che ne è stato fatto e le complicità - anche politiche e sindacali - di cui hanno goduto.
Ma inchieste brucianti, libri, denunce, lettere ai giornali avrebbero avuto una eco modesta se qualche settimana fa "l'onda" non avesse cominciato a muoversi. Solo grazie al movimento degli studenti è possibile leggere le denunce del malaffare ministeriale e di quello universitario senza provare nello stesso tempo vergogna e sconforto. Il movimento degli studenti ha obbligato politici e sindacalisti a misurarsi dal vivo con problemi di cui a malapena conoscevano l'esistenza. Ha mostrato la polvere sui documenti prodotti più per giustificare il proprio stipendio che per volontà di affrontare la scuola malata. Se giorno dopo giorno centinaia di migliaia di ragazzi hanno preso a riflettere e a confrontarsi sulla loro vita d'oggi e di domani il merito è solo del movimento degli studenti. Una discussione emozionante per un paese che vive nel balbettio politico.
Sono in molti a tirare per la giacca il movimento degli studenti. Ci sono i disinteressati che hanno capito e apprezzato e si vogliono unire ma ci sono anche quelli che pensano che gli servirà a fare cassa o quelli che vorrebbero decidere già da ora dove affondare i paletti col cartello "non oltre". Tra coloro che hanno segnalato questi rischi il pezzo più bello l'ha scritto (Repubblica 21 ottobre '08) Adriano Prosperi docente di Storia dell'età della Riforma e della Controriforma presso la Scuola Normale Superiore di Pisa. Parlando della sua generazione, solidamente abbarbicata a cattedre, ministeri e seggi di vario tipo ha scritto che gli studenti dovrebbero guardarsi dalle pacche sulle spalle che vengono dai loro docenti. E che "il loro eventuale appoggio andrebbe esorcizzato come una minaccia da chi vuole veramente che la scuola e l'università italiana riprendano la loro funzione di cuore pulsante della società." (clicca qui per leggere l'articolo di Prosperi)
(Manlio Calegari)

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Università - La nuova stagione dell’Albergo dei poveri

“Non è una maledizione, è solo un' operazione che va fatta per bene... Finora per l' Università è stato un fardello operosissimo. E’ assurdo che per problemi di inagibilità e sicurezza debbano essere rifatti i lavori nella parte già restaurata”. Così diceva a Repubblica, l'8 agosto 2008, il rettore appena eletto Giacomo Deferrari a proposito del recupero dell’Albergo dei Poveri. E due mesi dopo (Repubblica 27 ottobre) aggiungeva: “L’Albergo dei Poveri? Non è un peso per l’Università, ma una formidabile risorsa”.

D'accordo con lui anche un tecnico autorevole come l’architetto Stefano Fera che, su Repubblica del 28 ottobre, ha scritto: l'Albergo dei Poveri sembra fatto apposta per diventare un "meraviglioso" campus universitario. "Il completamento del recupero dell' Albergo dei Poveri può produrre una preziosa ricucitura tra la città antica e la città ottocentesca. Esistono, infatti, una serie di percorsi sotterranei che potrebbero essere reimpiegati per collegare la zona del Carmine a Circonvallazione a Monte. Si potrebbe cioè pensare a sistemi di risalita misti, simili a quello dell' ascensore di Montegalletto, capaci di facilitare lo spostamento di studenti e residenti tra la parte alta e la parte bassa della città”.
Sembra una occasione unica, ma anche una storia che ricomincia e che richiederebbe qualche chiarimento prima di tutto da parte del rettorato. Una storia solo in parte nota che comincia nel 1991 con l’acquisto del diritto di superficie per 50 anni sui 44.000 mq dell’edificio e continua con un costoso e travagliato recupero (solo in corso di opera, i tecnici si sono resi conti che i tetti erano tutti da rifare), aule appena ristrutturate inagibili e lezioni per Giurisprudenza e Scienze Politiche “al cinema per un anno” (Repubblica, 8 agosto 2008).
Uno scandalo che ha avuto uno sviluppo singolare nel luglio del 2007, quando il Senato accademico dell’Università ha accusato la propria amministrazione di essere "debole e inefficace", rilevando inoltre, a proposito della gestione del recupero dell’Albergo dei Poveri, l'esistenza di “incarichi professionali senza copertura finanziaria, appalti di lavori affidati senza conoscere le condizioni strutturali, mancate verifiche dei costi, rischi di degrado dell' immobile” (Repubblica, 17 luglio 2007).
Ora il nuovo rettore dice che “è solo un' operazione che va fatta per bene, fino in fondo”. Certo! Sarà necessario affrontare le gravi questioni di compatibilità economiche e finanziarie, ma non solo. Sarà pure opportuno partire dai rilievi formulati dal Senato accademico di luglio 2007. E ricordare che la drammatica mancanza di trasparenza che in questi anni ha caratterizzato la gestione dell’università è una delle cause dei gravi problemi che oggi sopporta.
(Oscar Itzcovich)

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Immigrati - La Questura ama i bambini

La Questura di Genova ama tanto i bambini (immigrati) che li vuole conoscere, di persona, uno per uno, anche se, magari, questa conoscenza comporta qualche disagio (per il bambino). Ma cosa non si farebbe per un caldo contatto umano…
Dunque questa è la storia di Hassna, cittadina marocchina regolarmente residente a Genova da più di cinque anni e quindi in condizione di poter richiedere la “carta di soggiorno” permanente.

Ma c’è un figlio, un bambino di quattro anni che ora vive in Marocco da una zia: la mamma molto presto ha divorziato dal marito, deve lavorare per vivere, e qui ha solo una sorella anche lei divorziata, anche lei costretta ad accettare la lontananza dai figli per poter lavorare.
Così, quando Hassna va in Questura per le pratiche della carta di soggiorno si sente dire che, per ottenerla, è indispensabile che lei porti, fisicamente, il figlio, perché loro lo possano “vedere”.
Ma, tenta di replicare, mio figlio è nato a Genova, all’Ospedale Villa Scassi, ha il suo bel certificato di nascita, è regolarmente iscritto sul mio permesso di soggiorno, io ne ho ottenuto l’affido da parte del Tribunale dei Minori… che senso ha che lo vogliate “vedere”? Per me è un problema tremendo: devo andare e venire dal Marocco due volte, per andarlo a prendere e per riportarlo, ho perso il lavoro il mese scorso e non ho i soldi per questi viaggi, il bambino lì è già inserito a scuola…
Niente da fare. Irremovibili. Così Hassna raccoglie, con prestiti da amici, i soldi per il primo dei due viaggi, e ora il bambino è qui, in attesa di poter tornare in Marocco.
Mentre mi racconta la vicenda col suo ottimo italiano Hassna mi guarda, interrogativa, come a chiedermi come sia possibile che qui le cose funzionino così. Sottolinea che in altri Paesi europei suo figlio avrebbe acquisito la nazionalità del luogo di nascita, e fa i conti di quanto le sta costando tutto ciò in un momento in cui si trova disoccupata: 200 euro per la carta di soggiorno, 600 euro di debiti per il viaggio...
Nel frattempo mi racconta anche di sé: trenta anni, diplomata, il progetto di entrare nelle forze dell’ordine in Marocco reso impossibile da un infortunio.
Poi, nel 2000, una visita alla sorella in procinto di partorire che, insensibilmente, si trasforma in un cambiamento di progetto di vita, da giocarsi qui. Un matrimonio sbagliato le regala un bambino che crescerà lontano, mentre la possibilità di ritornare in Marocco impallidisce. Hassna, tre lingue perfette (arabo, francese e italiano), è a metà tra due mondi: lì il passato e la nostalgia, qui le amicizie, le relazioni, le esperienze di lavoro. La lontananza dal figlio è un dolore immenso, ma averlo qui, da sola, è proprio impossibile.
E poi, aggiunge, lì a scuola può avere una preparazione migliore: in Marocco si imparano contemporaneamente due lingue, perché studiamo da subito su testi in arabo e francese. E dai primissimi anni si aggiunge la terza: inglese o spagnolo.
(Paola Pierantoni)

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Albaro - Tra tsunami e restyling

Onda Anomala, che fortuna! Nello sconquasso che ha prodotto il tempo in questi giorni sulla costa genovese ci sarà qualcuno che gioisce: i fautori del Progetto Nuovo Lido in corso Italia. L'Imprenditore proponente domenica mattina 2 novembre, si aggirava con l'aria niente affatto costernata tra le macerie dello stabilimento, sbofonchiando al telefonino, sorridendo sotto i baffi. Chi avrà chiamato? Bertolaso forse, che dovendo venire in Liguria, con corsia preferenziale prenderà atto del disastro. Anche il Comune esaminerà d'urgenza il tutto? Si potrebbe ipotizzare di sì.

Il primo cittadino ha impartito la sua laica benedizione al piano di riassetto del litorale. Il progetto contiene tutte le premesse perché la riqualificazione avvenga sulla base di interventi di qualità e finalizzati alla rinaturalizzazione della struttura esistente. Così recitavano le dichiarazioni del Sole 24ore del 17 settembre e perdonate la vetustà della citazione, proprio per proporre una versione di giornale non locale.
E ora che il mare ha fatto danni… Olè! Certo, era lo stabilimento dei ricchi, trent'anni fa però, come ha dimostrato la malinconica celebrazione dei suoi Cent'anni a settembre. Ora l'età dei bagnanti è over 60, pensionati, come la media statistica degli abitanti della città, un 25% contro il 18% di quella nazionale: lo spazio per giovani e bambini è sempre ristretto, disturbano le chiacchiere o il pallone, visto che la terza età ci passa ormai tutta l'estate.
Rinnoviamo allora, attiriamo nei nuovi spazi tanti turisti, operatori del Salone, quelli che visitano l'Acquario, croceristi, sperando che non tirino dritti come al solito.
E' l'occasione per il Levante, ha ribadito il Sindaco nel recente incontro con i cittadini PD all'hotel Rex di Boccacadasse, il 22 ottobre.
Da questa parte si viene per cambiare aria, quale bambino di Genova qui non ha mangiato un gelato? Facciamone un luogo di attrazione, di sport integrati, dalle Piscine del Nuoto alla promenade del Nuovo Lido. Peccato che su questa promenade dimezzata, si affacceranno tremila mq di commerciale. Quante licenze, Signora Sindaco?
Sappiamo bene che i costruttori non sono dei Babbi Natale: si decementificherà il Lido, che per la verità di un restyling ora ne ha bisogno più che mai. Senza dimenticare chi vende, imprenditori che tanto lavoro hanno dato, sempre hanno investito nella loro impresa, decuplicando i volumi del palazzotto Liberty che c'era!
Fortunati quei trenta appartamenti pièd dans l'eau, che con hotel e beauty farm avranno l'altra metà del litorale: forse la legge Galasso non vale per tuttti, qualcuno può costruire a meno di 300 metri dal mare, deroga al PUC obbligata. Che importa se da Boccadasse a Punta Vagno , soltanto quel fazzoletto di spiaggia libera a S.Giuliano e tanti stabilimenti da falò.
Così con materiali e vegetazione di pregio, come consiglia Urban Lab per una promenade di soli duecento metri "fruibile" però da tutta la città, in riva al mare, con passerelle di vetrine: voilà il Lido del futuro. Visti gli andamenti dei consumi, e i soldi in tasca della gente, tutti al Lido per farsi un bel massaggio, che costerà un nonnulla tra frivolezze varie.
(Bianca Vergati)

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Precariato - Volti e diritti sconosciuti di chi fa le notizie

28 ottobre, Teatro della Gioventù: un gruppo eterogeneo di giornalisti precari, tra i 20 ed i 40 anni, riuniti per un'occasione informale, la proiezione del docu-fiction “Non ancora” di Giada Campus. L'argomento è la vita grama dei precari, incarnata dalla vicenda di una giovane coppia, lei giornalista in cerca di affermazione, disposta anche a partire per il Libano per affrancarsi dalla meschinità del suo lavoro quotidiano, lui ricercatore universitario depresso, in attesa di un concorso che non arriva mai. L'assenza di prospettive sul piano lavorativo si ripercuote sulla vita privata, e la coppia finirà per sfaldarsi, schiacciata da delusioni e sconfitte quotidiane.

Lo scopo dell'incontro è discutere, appunto, la situazione di una categoria che racconta le vicende di precariato selvaggio degli altri e mai le proprie. Marcello Zinola, della Federazione Nazionale Stampa Italiana, disegna un quadro impressionante: la proliferazione dei mezzi di informazione, invece di apportare linfa al settore ne ha favorito la precarizzazione. Senza la possibilità di avere permessi, la rappresentanza sindacale del giornalismo precario non esiste: chi non lavora non guadagna e spesso i margini sono talmente risicati da non consentire la partecipazione al sindacato. I prodotti dei precari dell'informazione, continua Zinola sono pagati da 3 euro (una fotografia) a 800 lordi (un servizio completo, in un caso fortunato). La media va tra i 7 ed i 25 lordi, cifra a cui vanno sottratte le spese, e, naturalmente, se un servizio non esce non viene pagato.
Tra i fotoreporter la concorrenza è disumanizzante, si deve combattere contro i giornalisti, spesso forniti di attrezzatura dai propri editori, che regalano le foto con il pezzo.
L’immagine che si ricava è di giornali come semplici contenitori di notizie, una sorta di scheletro lunare: la redazione crea i titolo e l'impaginazione, ma coloro che realmente producono le notizie non vi lavorano. Sono esterni, emeriti sconosciuti per la redazione, e non ricevono un fisso, seppure siano impegnati quasi tutti i giorni, a qualsiasi orario.
Altri interventi descrivono l'editore come un padrone ed il giornale come un prodotto, che ha valore commerciale in base alla pubblicità che veicola. E del sindacato viene riconosciuta la paura di riconoscersi alla mercé di padroni, allo stesso modo dei minatori che scioperavano contro lo sfruttamento.
La soluzione proposta dai rappresentanti del sindacato della Fnsi è di farsi conoscere, partecipare, aderire e formare un coordinamento ligure dei precari dell'informazione. “Si ma come si fa a coordinarsi”, interviene un precario dal pubblico “così polverizzati come siamo?”.
(Eleana Marullo)

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Genova - Dentro le crisi ad occhi chiusi

Nell'ambito della Mostra "Ragazze di fabbrica - voci e volti di donne del Ponente dal dopoguerra ad oggi", al Centro Civico di Cornigliano, si è parlato di società, crisi e mutamenti. L'occasione, la tavola rotonda organizzata il 29 ottobre, che ha avuto come relatori i sociologi Paolo Arvati e Giuliano Carlini, Elsa Weldeghiorgis, Rosalie Seck e Michela Tassistro. Il titolo, “La crisi della città industriale: lavoro, società e migrazioni”. Gli interventi hanno toccato il passato produttivo della città, il suo presente, le inquietudini rispetto alle prospettive future, con il leit motiv ricorrente di una città cieca nel riconoscere, una generazione dopo l'altra, il proprio presente.

Il sociologo Paolo Arvati data il declino industriale della città a partire dagli anni Cinquanta, quando già la diversa velocità di sviluppo rispetto alle altre città del Nord evidenziava un equilibrio involutivo. La crisi si aggravò negli anni Sessanta e Settanta, senza che il dato entrasse nella consapevolezza comune, a causa del perdurare di quella che il sociologo definisce un'illusione ottica: la certezza che la città industriale e la sua classe operaia dal cuore rosso sarebbero state eterne. Negli anni Ottanta - Novanta, la crisi divenne manifesta e la percentuali degli operai crollò a vantaggio degli impiegati e dei lavoratori autonomi. Per quanto concerne l'ultimo decennio, Arvati identifica quattro punti fondamentali: la molecolarizzazione delle attività produttive con l'espansione della microimpresa, l'aumento dell'occupazione, specialmente femminile, la presenza di nuove centralità per l'economia locale (porto, high tech, turismo), le presenze straniere, che ha nno migliorato il saldo migratorio e naturale, proponendo nuove opportunità e criticità.
Carlini, riprendendo l'argomento della mancanza di consapevolezza, menziona una ricerca dei primi anni Ottanta sul grande quartiere operaio di Cornigliano, che evidenziò come in realtà la cultura operaia non esistesse più, e, tornando all'attualità, fa cenno all'immigrazione percepita come fattore marginale e mai come elemento strutturale della società.
Elsa Weldeghiorgis e Rosalie Seck ripercorrono la storia dell'immigrazione a Genova, partendo dalla propria esperienza personale. L'elemento preoccupante che emerge dai loro interventi è, nell'immediato, la questione dei permessi di soggiorno, che come in passato si riduce ad un commercio, per il futuro, quello che sarà l'equilibrio per le seconde e terze generazioni e per le coppie miste che sono sempre più diffuse, alla luce dell'attuale politica in tema d'immigrazione.
Gli argomenti sono scottanti, affrontati in alcuni casi analiticamente, in altri con la passione data dalla profonda partecipazione al disagio sociale dei soggetti deboli; meriterebbero la costante attenzione delle istituzioni, della stampa, delle associazioni sindacali, della città. Peccato che la sala del Centro Civico a Villa Spinola fosse desolatamente vuota, segno della cecità che si propaga come tabe ereditaria, generazione dopo generazione.
(Eleana Marullo)

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Festival della scienza - La “verità” secondo Galimberti

“Platone non ha un particolare risentimento nei confronti del corpo. Semplicemente non è un luogo idoneo per pensare un pensiero oggettivo”. E ancora: “Cosa fa un bambino con un pennarello? Scrive, succhia, o lo caccia in un occhio al fratello. Questo genera ansia, in un mondo dove tutto deve essere determinato, che vuol dire terminato in un significato. Per un folle la porta che indichiamo può significare l’accesso all’inferno. Per me è una semplice porta”. “Platone i poeti li mette fuori perché non tengono fede alla determinazione del linguaggio. E con loro i sacerdoti, i retori, i sofisti perché ottengono il consenso su base emotiva”.
Chi ancora crede che i genovesi se ne stiano acquattati a casa senza stimoli doveva essere a Palazzo ducale la sera del 30 ottobre. Il Maggior Consiglio è pieno persone.

Tra il pubblico giovani e vecchi mescolati in giusta misura. Il tempo sfavorevolissimo non ha avuto la meglio sul desiderio di ascoltare Umberto Galimberti. Il titolo dell’incontro: “Oriente, preistoria dell’occidente” è un pretesto, perché in effetti qui si parla di verità. Di una ricerca che ha mosso, sin dalla filosofia greca, l’uomo occidentale. Una verità priva di spirito di contraddizione, scevra dalle sfumature e dalla concretezza del mondo orientale. “L’albero per noi è un albero, in oriente l’idea di albero ne racchiude l’infinità di tipi”.
Galimberti procede pacato e deciso. E arriva a Cartesio, Bacone, Galileo, alle qualità che devono essere quantità: “non più chiare, fresche, dolci acque, ma H2O” e ad una tecnica che pretende il massimo risultato con il minimo utilizzo di mezzi, che guarda all’uomo come ad un essere inadeguato e mira a costruire una macchina che prescinda dagli elementi antropologici. “Del nostro corpo non sappiamo più niente, tranne le sue descrizioni scientifiche: pressione, colesterolo . In ospedale siamo ripartiti a seconda dell’organo malato. E poi pretendiamo un trattamento umano. Che non è scientifico!”
Galimberti accenna ad “uno scenario che non si sarebbe sviluppato se non fosse intervenuto il cristianesimo.”In Eraclito l’uomo è ospite della natura e la morte dei singoli individui è la condizione della vita della natura”. “C’è la misura nei Greci, con l’ammonimento a non vantarsi e a non volere troppo, pena incredibile sciagura. Il cristianesimo dice: dominerai e non morirai e spiega che questa non è la vita vera. Quella viene dopo, con tutta l’apologia del dolore salvifico della quale la messa in scena della morte del papa è ottimo esempio. Socrate muore con eleganza e sobrietà. Dice: vi ho sempre insegnato a seguire le leggi, datemi la cicuta e non paliamone più!”
Galimberti coglie il sottile legame che unisce rivoluzione, cristianesimo e marxismo, un protendersi al futuro, cancellando passato e presente, procrastinando al poi la felicità dell’uomo. Ma individua anche la sconfitta, con la fine dell’ottimismo occidentale, con le categorie che “non fanno più mondo”. “Leggete la Gaia scienza di Nietzsche, dove il folle annuncia la morte di Dio” e aggiunge “anche la psicanalisi ha perso quota: l’uomo non indaga più se stesso”. L’ambito scientifico ha preso il posto della fede religiosa.
Alle letture di Medea e Giasone, davvero bellissime, il pubblico fugge alla spicciolata. Le ultime file si svuotano. Fuori non piove più.
(Giovanna Profumo)

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