12 Novembre 2008
VERSANTE LIGURE
Affare, affarissimo:
scambio (è un pezzo raro)
guitto pitturatissimo
che agghiaccia il mondo intero
cantando “Abbronzantissimo!”,
con grande leader nero.
TRASH: Più bianco (e ridicolo) non si può
email: enzo@enzocosta.net; http://lanterninoenzocosta.blogspot.com
Illustrazione di Aglaja
email: aglaja@fastwebnet.it; http://proveaglaja.blogspot.com
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G8 - Un sogno: se un giorno a De Ferrari…
Stanotte ho fatto un sogno (anch’io, a volte). Eravamo a De Ferrari, tantissimi, silenziosi. Taceva anche l’acqua della vasca. Davanti all’ingresso del Ducale un palco, non troppo alto, con sopra una ventina di persone. Riconoscevo la sindaco, il presidente della regione, quello della provincia, qualche parlamentare di oggi e di ieri, Pinotti, Tullo, Dalla Chiesa, Musso, Rognoni e altri. Erano seri, afflitti. Parlava la sindaco e a momenti si girava verso l’uno o l’altro dei suoi vicini che davano segni di assenso, compunti. Il pubblico, noi, in silenzio e attento.
“Siamo qui per chiedere scusa - diceva la sindaco - a voi ma anche alla popolazione della regione e a quella di tutto il nostro paese. Scelti per governare - maggioranza o opposizione, non fa differenza - non abbiamo capito che ciò che è seguito ai fatti del G8 non toccava solo le responsabilità di questo o quel manifestante e di questo o quel funzionario di polizia. Abbiamo osservato la promozione di tutti i dirigenti preposti in quei giorni all’ordine pubblico senza capire che questo diventava il muro di difesa dietro al quale tutti i loro collaboratori si sarebbero nascosti impedendo la ricerca della verità. Abbiamo ignorato gli appelli di coloro che cercavano di metterci sull’avviso. Abbiamo tenuto lontano occhi e orecchie dalle aule dei tribunali: luoghi dove faticosamente si è cercato la verità – quella giudiziaria perché a quella politica avevamo già rinunciato.
Abbiamo fatto male: non avremmo certo influenzato le giurie mentre avremmo colto il clima di abbandono in cui si svolgevano i processi, la scarsa presenza del pubblico come quella della stampa e di riflesso l’eco sui quotidiani. E avremmo provato imbarazzo scoprendo che solo alle parole delle vittime e dei loro avvocati veniva affidato il ricordo di fatti che noi stessi avevamo a suo tempo definito gravissimi.
E avremmo provato rabbia - sì rabbia - di fronte all’evidente sabotaggio delle forze di polizia -non gli imputati che ad esse appartengono- nello svolgimento delle indagini. Avremmo provato addirittura vergogna quando si è detto che un poliziotto filmato mentre in borghese manganellava gli ospiti della Diaz, era stato riconosciuto in aula solo a 7 anni di distanza dai fatti perché i suoi colleghi che avevano ricevuto il compito di individuarlo, avevano taciuto.
E avremmo finalmente gridato allo scandalo quando fossimo stati testimoni di quanto è successo durante le ultime udienze del processo contro i poliziotti della Diaz. Non è il loro sacrosanto diritto a difendersi che ci avrebbe ferito, né le ricostruzioni più fantasiose proposte dai loro avvocati per sollevarli dalle loro responsabilità. E’ il disprezzo fino al dileggio mostrato nei confronti dell’accusa e quindi del tribunale. Che vogliono dire che nel nostro paese la polizia non può essere processata neppure quando responsabile di provocazioni e depistaggi conclamati. E guai a chi si provasse a farlo.
Per non aver capito e denunciato tutto questo cari concittadini noi ci scusiamo.”
(Manlio Calegari)
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Immigrati - I due Mohamed
“Louma aneia tikaffi meia”, Mohamed divide il pane in tanti pezzi, che usa poi per raccogliere la crema di fave e salsa tahina nel suo piatto, “un boccone buono basta per cento”, traduce, sorridendo. La tavola, nella cucina un po' buia ma accogliente, è imbandita per una cena di benvenuto: limoni in salamoia, una grossa ciotola in terracotta piena di riso, una montagnola di falafel appena fritti, fumanti, melanzane in salsa. Su tutto svetta una bottiglia di Coca Cola.
Mohamed riempie i bicchieri e, da buon padrone di casa, elargisce consigli sulla vera ricetta dei falafel, in un ottimo italiano “Per farli buoni come in Egitto, il segreto è usare tanto prezzemolo fresco, aglio tritato, un po' di peperoncino, se non da fastidio. Faccio anche la variante genovese, con una punta di pesto, ma non ditelo in giro, passerei per matto”. Davanti a lui siede Mohamed, stesso nome, grandi occhi neri da cui trapela l'imbarazzo che si prova quando si è in una situazione sconosciuta: a lui è destinata la festa di benvenuto. Il Secondo Mohamed non capisce ancora una parola di italiano. È arrivato oggi dal Cairo, dove lavorava in un'azienda che allevava polli. Una brutta malattia, le bestie sono morte ed è rimasto senza lavoro. Ora, a venticinque anni, ha tutta una vita da inventare, in Italia. Anche Mohamed, il Primo, ha venticinque anni. E' in Italia da sei, ha tanti amici italiani, lavora, quando riesce, come muratore. Vive in una camera, nel centro storico, la cucina è proprio sotto il livello della strada e dalle grate si vedono le scarpe della gente che passa, ma poco importa, ci sta bene.
I due Mohamed si assomigliano, grandi occhi scuri e sorriso aperto, ma per un paradosso del destino la distanza tra loro è enorme, tanto più grande della tavola imbandita alla quale sono seduti, uno di fronte all'altro: il Primo Mohamed è senza permesso, mentre il Secondo Mohamed oggi è entrato regolarmente in Italia, grazie al Decreto Flussi. Il Primo Mohamed non è stato fortunato, quella frazione di secondo in più nel grande sorteggio del Click Day e la sua domanda è rimasta, per l'ennesima volta, tagliata fuori, annientando la speranza di regolarizzarsi.
Domani probabilmente le loro strade si separeranno: il Secondo lavorerà,cercherà una casa e imparerà poco a poco la lingua, si sistemerà in qualche modo, magari tornerà con la sua famiglia quando lo riterrà opportuno. Il Primo invece resterà lì, inchiodato al suo destino come una farfalla in una teca, chissà per quanto tempo.“Sono sei anni che non vedo i miei, e ogni giorno quando incrocio un poliziotto ho paura, perchè so che potrebbe schiacciarmi come un insetto, se solo mi chiedesse i documenti”. Presto i due Mohamed usciranno dalla stanzetta sotto strada ed ognuno incarnerà il suo ruolo. Il Clandestino e il Regolare. Il Secondo Mohamed ci guarda e non capisce, avrà tempo: ora c'è una cena da consumare.“In quanti vogliono il caffè?”.
(Eleana Marullo)
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Ilva - Da padre a figlio
Tutti sanno che la domanda di acciaio è fortemente ciclica. Ma Emilio Riva, il patron dell’Ilva, non prevede, si adegua (“Io i budget li faccio a tre mesi”, Repubblica, 25 luglio 2007) e firma solo accordi a lungo termine. Suo figlio Daniele non li fa nemmeno a tre (i budget): su Repubblica del 25 settembre 2008 annuncia che la nuova linea di zincatura “verrà inaugurata nella prima decade di novembre, con la sindaco Marta Vincenzi”. Invece ora chiede la cassa integrazione per 13 settimane per altri 400 dipendenti che si sommano quindi agli altri 550 (Corriere mercantile, 7 novembre 2008).
“Lo sviluppo dell’Ilva riparte da Roma”. Così iniziava un articolo del Secolo XIX del 12 luglio 2008 che raccontava la firma del protocollo aggiuntivo all’accordo di programma siglato nel 2005. Al Ministero per lo sviluppo economico c’erano tutti. Regione Liguria, Comune di Genova, Provincia, assessori, Prefettura, sindacati, Confindustria, autorità portuale e, naturalmente, Emilio Riva, che garantiva con la sua firma gli impegni presi.
Il nuovo documento modificava il piano industriale dell’azienda che era alla base dell’Accordo di programma firmato nel 2005. La modifica dell’Accordo di programma era nell’aria da molto tempo per le numerose inadempienze dell’azienda, culminate ad aprile 2008 nel licenziamento di sette apprendisti, poi riassunti. L’Ilva “motivava” la necessità della modifica dell’Accordo di programma in poche pagine chiamate "Nota informativa sulla variazione del nostro Piano industriale". Otto sbrigative paginette dove si parlava di mutamenti dell’espansione siderurgica nei paesi asiatici, dell’aumento dei prezzi delle materie prime, del petrolio e del trasporto marittimo, della debolezza del mercato nazionale della banda stagnata e, per contro, del “vigore” di quello dello zincato caratterizzato da una presunta “dinamica positiva” in diversi settori, come quelli degli automobili e degli elettrodomestici (OLI n. 184, 23 aprile 2008 ). Il nuovo accordo firmato a Roma prorogava di un altr o anno (il quarto!) la cassa integrazione per 550 lavoratori dell’Ilva di Cornigliano. Con i commenti positivi di tutti i partecipanti e il “vigileranno con cura l’attuazione del piano industriale” degli addetti al lavoro. Con quale convinzione non è dato dire, perché, la crisi era già in atto, anche in quei settori a “dinamica positiva”. Un dettaglio a cui nessuno pare avesse allora prestato particolare attenzione. Lo sviluppo dell’Ilva non sembra essere ripartito da Roma.
(Oscar Itzcovich)
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Culture nel tempo - Razzismo nell’era dell’iPod
In uno dei più famosi film di Méliès, il padre degli effetti speciali, la luna era rappresentata da un faccione sopra un fondale dipinto. Il razzo che vi atterrava lasciava il malcapitato pianeta con un occhio pesto: gli spettatori rimanevano piacevolmente stupiti per il trucco. Dire che la tecnologia si è sviluppata enormemente nel lasso di questi quasi cento anni è una tautologia. Ci aiuta e ci diverte. Ci salva la vita e ci dà da lavorare. Ci condiziona e ci rigenera. E’ una sorta di paradiso a portata di mano. Come l’Aleph di Borges tutto il mondo sta dentro, nuota e si sostanzia nella tecnologia.
E’ quello che mi dico anch’io ascoltando il filosofo Salvatore Veca ragionare sulla differenza nella sala del minor consiglio di Palazzo Ducale. Una sorta di squisito scioglilingua kantiano per dimostrare che le differenze non esistono, ce le costruiamo con la nostra identità.
Spero lo condivida anche il funzionario della Compagnia delle Opere che anziché sedersi nel posto libero che gli ho indicato si è accoccolato per terra al mio fianco e smanetta a più non posso sul suo blackberry d’ordinanza. Adesso il telefono con internet e posta elettronica ce l’hanno quasi tutti, anche quelli che lavorano nel Terzo settore, specie i dirigenti; glielo passa l’Associazione di promozione sociale, la Ong, la Onlus, per tenerli tutti “in rete” i propri quadri, dargli identità.
Certo è che alla faccia della rete che travalica i confini, è libera ed egualitaria, mai come ora le differenze sono state marcate e le identità sembrano rilanciarsi con sospetta ed allarmante vitalità. Le “classi ponte”, ad esempio, previste dalla legge di riforma della scuola, anche se ci sono stati dei distinguo e degli ammorbidimenti, dovrebbero difendere la supposta italianità dal rischio della promiscuità con le altre identità, quelle degli stranieri, nello specifico degli extracomunitari.
A parte lo schifo, la pensata didattica contenuta nel dl 133 è contro ogni logica razionale, direbbe Kant: quale sarebbe la fantomatica identità del bambino/adolescente italiano, del dodicenne come del sedicenne?
Il gol di Giardino in nazionale visto sul telefonino, le canzoni dei Tokio Hotel ascoltate in Mp3 sull’iPod, i palloni e le scarpe che portano il marchio multinazionale Nike, le merendine della Nestlè, i jeans strappati o decolorati, la play station giapponese, il totem assoluto dei consumi tra i giovani. Forse da noi si salva ancora la focaccia che i ragazzini continuano a mangiare. Chissà? a Torino sarà la stessa cosa coi gianduiotti, a Mantova con la torta brusca o la spianata in Toscana.
Ma al di là degli scherzi, una cosa comune, un senso di appartenenza, una fierezza intrinseca di essere (o voler essere) italiani quando mai ha attraversato gli spiriti delle ultime giovani generazioni?
E’ quello che cerco di dire alla mia allieva Mikaela che nel suo italiano stentatissimo mi chiede preoccupata perché c’è il razzismo mentre invece si potrebbe costruire una società migliore con la mescolanza delle razze.
E’ una ragazzina ma ha le idee più chiare di molti suoi compagni totalmente genovesi.
(Elio Rosati)
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Immigrazione - Fini contro la Bossi-Fini?
Secondo il dossier statistico della Caritas presentato a Roma il 29 ottobre 2008: “Almeno mezzo milione di stranieri sono già insediati in Italia ed inseriti nel mercato del lavoro nero seppure sprovviste di permesso di soggiorno”. Il lavoro nero fra gli immigrati - osserva il dossier - è enormemente diffuso “con un'ampiezza sconosciuta negli altri paesi industrializzati”.
Del lavoro nero degli immigrati, ha parlato il presidente della Camera Gianfranco Fini, intervenendo ad un convegno della fondazione "Fare futuro" del 13 ottobre scorso. "C'è stata – ha detto Fini - un po' di accondiscendenza nei confronti di datori di lavoro che, lo dico in modo papale papale, a volte sono degli autentici sfruttatori degli immigrati". "Il problema – ha aggiunto Fini - non sono quelli che lavorano in nero, ma coloro che impiegano in condizioni di sfruttamento, coloro che arrivano in Italia spinti dal bisogno".
Sempre sul lavoro nero, sono molto interessanti le riflessioni dello stesso Fini, raccolte da Bruno Vespa nel suo nuovo libro anticipate alla stampa il 29 settembre 2008. Secondo il presidente della Camera, “tutti sanno che in Italia lavorano centinaia di migliaia di persone sprovviste di permesso di soggiorno e, il più delle volte, i decreti flussi ammettono un numero di lavoratori inferiore a quello che serve. Bisogna essere più elastici e distinguere chi lavora da chi non lavora. Anziché indicare ogni anno un numero, si faccia un censimento rigoroso richiamando seriamente alle proprie responsabilità il datore di lavoro”.
Fini non considera questa proposta una sanatoria: “Sanare – sottolinea Fini – significa concedere un permesso di soggiorno al clandestino in attesa che si sistemi. Io dico un’altra cosa: quanti sono quelli che lavorano effettivamente in Italia? Bene, evitiamo che per mettersi a posto debbano fare peripezie inutili. Insieme con i datori di lavoro facciamo un censimento rigoroso e mettiamoli a posto. Non è una sanatoria, è emersione di un lavoro nero che già esiste”.
Le stesse cose che Fini dice oggi hanno incontrato negli anni recenti l’ostilità del partito dello stesso Fini, delle destre in generale, e la totale sordità da parte dei DS, timorosi di non reggere il confronto con le posizioni delle destre. Ciò che importa ora è che la regolarizzazione diventi cultura per il governo dell’immigrazione. Riuscirà, dunque, Fini a tradurre in fatti di governo le sue parole?
(Saleh Zaghloul)
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Cofferati - Ma dove mettiamo questo bambino?
Adesso che il dibattito su Cofferati, risorsa per Genova, è sparito dal cielo della carta stampata con la velocità di un arcobaleno, ci si può permettere timidamente di ricordare un ambito dove il suo contributo potrebbe essere prezioso: il sindacato. Allo sportello sicurezza, oppure allo Spi, o al Nidil che raccoglie i lavoratori atipici. E ancora ai corsi di formazione della Cgil, ambiti dove la sua storia professionale e umana potrebbe portare ricchezza.
Lì, ci si può azzardare a credere, lo scambio tra il territorio e Cofferati diverrebbe concreto. Lì, con un orario, potrebbe mediare tra il desiderio legittimo di essere padre e la nobile mission che il destino – sei anni or sono – gli aveva affidato.
Preoccupa una certa apprensione, di cui si è letto in merito a lui e che il suo arrivo a Genova ha destato. Ricorda il gioco che faceva un nonno con una nipotina e che vale la pena di raccontare.
Il nonno, prendendo la nipotina di tre anni in braccio, si divertiva a fingere di collocarla in bilico nei posti più strani della casa – maniglie, librerie, vasche vuote, vasi di piante, schienali di sedie – cantilenando: “Dove la mettiamo? Dove la mettiamo? La mettiamo qui?” e la bambina sbellicandosi dalle risate rispondeva: “No!”. Scopo del gioco era stupire e far ridere la nipote scovando luoghi sempre più inaspettati. Desiderio della bambina proseguire all’infinito, cullata per la casa, in attesa di scoprire dove la voleva mettere il nonno. Quando lui si stancava finiva il divertimento, ma lei ne era certa, sapeva che il nonno le avrebbe trovato un posto adatto. Un posto dal quale ripartire, appropriato a se stessa.
“Dove lo mettiamo?” è un gioco che la politica genovese fa senza l’affetto che il nonno provava per la nipote.
Qui è solo un regalo a Cofferati per il suo bambino. Si divertiranno in due.
(Giovanna Profumo)
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Il porto di Albenga e il decreto Burlando
L'art.3 DPR 509/97 (decreto Burlando) stabilisce che “Chiunque intenda occupare zone del demanio marittimo o del mare territoriale o pertinenze demaniali marittime o apportarvi innovazioni allo scopo di realizzare le strutture dedicate alla nautica da diporto (...) deve presentare domanda” all'Ufficio Demanio presso il Comune. L'obiettivo è la semplificazione del procedimento di rilascio della concessione di beni demaniali marittimi per realizzare porti turistici. Si pongono due problemi:
1) generale (interessa anche altri Comuni): poiché la realizzazione del porto comporta l'esecuzione di opere che, per il loro importo, richiedono il rispetto dei principi fondamentali del trattato CE, prevalenti anche sulle norme nazionali (principio di non discriminazione basato sulla nazionalità dei concorrenti, di parità di trattamento, di trasparenza, ecc.), il decreto Burlando è inadeguato laddove, oltre alla pubblicazione dell'istanza, non prevede anche l'indizione di gara formale con invio del relativo bando all'ufficio delle pubblicazioni ufficiali delle comunità europee.
2) specifico: il Comune di Albenga ha affidato l'incarico di redigere il nuovo Piano Urbanistico Comunale al consorzio di architetti e ingegneri “CAIRE”. Data la complessità dei problemi legati sia alla viabilità, sia al retroporto, sia alla salvaguardia di ambiente (presenza di SIC – siti di importanza comunitaria sui fondali) e attività economiche della Piana (agricoltura in primis), è opportuno che la previsione di un porto turistico ad Albenga sia demandata al nuovo PUC, non a un semplice progetto presentato da privati. Inoltre, come sancisce la Sentenza n.914/07 del CdS, si deve valutare prima di ogni altra cosa se davvero il preteso interesse pubblico a destinare l'area demaniale alla finalità prospettata dal privato esista e, comunque, se non sia perseguibile in maniera radicalmente diversa: il Comune non è vincolato a dare inizio al procedimento, sul semplice presupposto che l'istanza di concessione radichi di per sé un interesse tutelato in capo al richiedente. P ertanto, proprio perché lo studio del nuovo PUC è in fieri, abbiamo invitato il Comune ad astenersi dal dar corso all'istruttoria sulle domande presentate ovvero a negare la concessione richiesta (per saperne di più visita il sito dell’Osservatorio pubblico di Albenga, http://www.osservatorioalbenga.fr.nf/)
(Igi Viveri)
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