26 Novembre 2008
VERSANTE LIGURE
Clochard, vecchi, operai
migranti, rom, felici
come non furon mai
uniscono le voci:
“Sì, abbiamo alcuni guai
ma non paghiamo l’Ici!”.
"Era una casa molto carina,senza soffitto, senza cucina.."
email: enzo@enzocosta.net; http://lanterninoenzocosta.blogspot.com
Illustrazione di Aglaja
email: aglaja@fastwebnet.it; http://proveaglaja.blogspot.com
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Immigrazione - Il florido mercato della disuguaglianza
Nel 2006 lo stipendio medio denunciato all’Inps di una persona immigrata, uomo o donna che sia, è stato di 11055 euro (921 euro al mese senza tredicesima), quello di una persona italiana di 17594 euro.
Quello di un uomo immigrato di 13280 euro, quello di una donna immigrata di 8006.
La regione che registra i redditi più alti degli immigrati è il Friuli Venezia Giulia (12865 euro l’anno), quella che registra i redditi più bassi è la Campania con 7379.
La Liguria, con uno stipendio medio annuo degli immigrati di 9696 euro, ha dietro di sé solo Sardegna, Lazio, Sicilia, Calabria, Puglia, Molise.
La nazionalità che registra il livello più alto è il Senegal con 14337 euro (ma lo stipendio medio di una donna del Senegal è di 7889 euro), e quella col livello più basso è l’Ucraina con 6699 euro (5974 per le donne)
Questi dati Inps, riportati in un articolo/inchiesta su Metropoli di domenica 23 novembre, disegnano la mappa delle disuguaglianze su cui si regge una parte crescente della nostra economia.
Le disuguaglianze separano tra loro italiani e immigrati, immigrato da immigrato a seconda dei territori e delle stesse nazionalità, e le donne immigrate sia dalle donne italiane (che comunque guadagnano meno degli uomini italiani), sia dagli uomini immigrati.
I minori redditi segnalati dall’Inps hanno in sé molte cause: i settori di impiego, le qualifiche attribuite in ciascun settore, e le ore di lavoro effettivamente messe in regola. Infatti la gran parte degli immigrati è denunciata per 20 ore di lavoro settimanali, esattamente il minimo richiesto dalla legge per una assunzione in regola, a sua volta indispensabile per ottenere il permesso di soggiorno.
Quindi (è cosa nota ma vale la pena tenerla sempre ben presente) gli immigrati in Italia lavorano, quando va bene e cioè sono in regola col soggiorno ed hanno una posizione aperta presso l’Inps, senza riconoscimento di qualifica nei settori meno remunerativi e più pericolosi, e con sostanziale rinuncia ad una protezione previdenziale per la loro vecchiaia: badare alla sicurezza immediata per proteggersi da rischi, malattie e infortuni, o futura per sopravvivere quando il lavoro non ci sarà più, è un lusso fuori portata.
Il mercato della disuguaglianza percorre ogni fibra del nostro paese e si regge su responsabilità istituzionali, politiche, imprenditoriali, individuali. Ho recentemente assistito ad una telefonata tra una operatrice sociale ed una signora potenziale datrice di lavoro di una colf, che giudicava assolutamente eccessiva una paga sui 1100 euro mensili (6 euro orari) per un lavoro di assistenza a tempo pieno.
La questione di come debba cambiare la nostra economia e il nostro stato sociale per rinunciare allo strepitoso volano (o ancora di salvezza, a seconda delle fasi economiche) della disuguaglianza dovrebbe essere una grande priorità della politica.
(Paola Pierantoni)
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Carcere - Contro l'ergastolo sciopero della fame
Il “Fine pena: mai” riguarda circa 1300 detenuti rinchiusi nelle carceri italiane condannati all'ergastolo. Quel “mai” che sostituisce la usuale data di scarcerazione assume un tono perentorio, assoluto. Ma in realtà ha comunque un valore incerto, perché il fine pena arriverà certamente, ma non sarà accompagnato dalla scarcerazione: per questo motivo a maggio 2007 un gruppo di detenuti ergastolani scrissero una lettera provocatoria al Presidente della Repubblica per chiedere che la loro pena fosse tramutata in pena di morte, e sostituita con una (amara) certezza. Quel “mai” sta ad indicare anche una rinuncia definitiva e assoluta dello Stato Italiano alla possibilità di rieducazione e reinserimento nella società di un individuo. 800 ergastolani e circa 13.000 persone cominciarono, il primo dicembre 2007, uno sciopero della fame per far crescere l'interesse intorno alla proposta di legge della senatrice Maria Luisa Boccia per l'abolizione dell'ergastolo. Qualche articolo sul giornale, e della proposta non se ne fece nulla.
C'è ancora qualcosa che possiamo leggere in quel “mai”: il tentativo di compensare uno o più delitti anche efferati con una condanna ad una pena di pari valore. Operazione francamente impossibile, per cui si finisce inevitabilmente per rinunciare al valore riabilitativo della pena per considerarla esclusivamente punitiva: il carcere per un ergastolano non può essere un luogo dove ricostruire un'esistenza o ripensare il proprio rapporto con la società, ma -per legge- deve essere il luogo dove stare rinchiusi “per sempre”, ovvero senza alcuna speranza. Come scriveva Pietro Ingrao nel 1989 su “Ora d'aria”: “Quando la pena era mozzare un orecchio o un braccio, si ammetteva che – sia pure mutilato – il colpevole potesse ritrovare un terreno di convivenza con la comunità e con la legge imperante. L’ergastolo confessa invece l’incapacità di persuadere, di spostare: sia pure attraverso lo strumento della forza. Se soltanto si suppone che ci sia un grammo di probabilità di recupero, perché dire invece: sta dentro un carcere per tutta la vita?” L'ergastolo è in conflitto con il principio costituzionale dell'umanità e della funzione rieducativa della pena, indicato nell'art.27 comma 3 della Costituzione Italiana, ma rappresenta anche la negazione della funzione riabilitativa delle carceri. Anche per questi motivi il primo dicembre 2008 i detenuti ergastolani italiani cominceranno un nuovo sciopero della fame, perché non si smetta di parlare di ergastolo. O forse perché si smetta.
Per informazioni: Associazione Liberarsi c/o Associazione Pantagruel, http://www.informacarcere.it/campagna_ergastolo.php
(Maria Cecilia Averame)
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Radio 3 - La “Città degli uomini” secondo Brunetta
Democrazia è “trasparenza, assumersi degli impegni, dar conto di quello che si è fatto giorno dopo giorno. E’ gentilezza, e capacità di ascoltare”, Renato Brunetta
C’è bisogno di Stato, e precisa il Ministro, di un “Buono Stato, di una Buona Giustizia e di una Buona Sanità”. A lui il compito di raggiungere questi obiettivi, coadiuvato dai tre milioni e seicentocinquantamila dipendenti pubblici che devono capire che c’è un padrone. E il padrone sono i cittadini.
"Città degli uomini", sabato 22 novembre ore 19.00, Radio 3. Tema: la Democrazia.
Sergio Valzania asseconda Renato Brunetta. Voce vellutata il primo, sereno e determinato il secondo.
Il Ministro espone lo stato dell’arte del suo operato e ricorda il calo di assenteismo del 44%. Chiede più efficienza e qualità, mentre si sta liberando dal “condizionamento oppressivo del cattivo sindacato”. Il “sindacato” spiega “deve rappresentare, non co-gestire”.
Il lavoro è tanto. E’ necessario partire dal linguaggio. I suoi predecessori hanno utilizzato, per comunicare all’esterno, il codice “normativo”, frasi come “ho predisposto la norma che consente di…”. Lui invece “combatte i fannulloni” e parla “con la gente, alla pancia della gente, al cuore della gente! Non al testo unico della norma del pubblico impiego”, per sincronizzarsi con i problemi delle persone, con la realtà.
Class action e customer satisfaction sono parole chiave per raggiungere la meta.
Brunetta evoca la Cina: “ogni transazione con la pubblica amministrazione deve concludersi con un giudizio, come su e-bay”. Ecco allora ecco le faccette che indicano il livello di soddisfazione del cittadino. Ogni transazione - che sia in ospedale, in comune, con il vigile, su treno, in qualsiasi luogo avvenga - deve concludersi con il giudizio del cittadino: “Stiamo progettando l’architettura”, un impianto informatico con faccette verdi, gialle e rosse. Tanti smile, affinché “chi offre un servizio stia più attento”, poiché ci saranno sessanta milioni di giudici: i cittadini.
Brunetta ricorda agli ascoltatori che ha fatto molto, pur essendo un Ministro senza portafoglio, e precisa che il governo, di cui fa parte, ha raggiunto – sondaggi alla mano – un consenso che oscilla da 55 al 60%.
A fine trasmissione Valzania chiede indicazioni sul vino più adatto per accompagnare un piatto di pasta e fagioli. Brunetta suggerisce un buon rosso delle Langhe. Terra di poveri e della originaria della Nutella.
Negli Stati Uniti – terra di Obama – tutto questo ha una definizione: “La-la land”.
Indica un luogo della mente, uno stato dell’anima in cui la fantasia e favole hanno il sopravvento. Renato Brunetta ha retorica e parole per stregare. Facile, quindi, rimanere incantati.
Ascoltare la trasmissione è utile viatico per chi – a sinistra – avesse voglia di analizzare il problema, partendo, appunto, dalle parole.
(Giovanna Profumo)
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G8 - Dopo le sentenze cosa si deve fare
La prima cosa da fare, ha scritto su Repubblica (18 novembre ’08) Valerio Onida ex presidente della Corte costituzionale, è riflettere. Rabbia e delusione hanno valide ragioni ma chi si propone di trarne elementi per una battaglia politica dovrebbe prendere atto di alcuni fatti che ad oggi le sentenze sia di Bolzaneto sia della Diaz hanno affermato.
Scrive Onida: “Sono stati accertati dai giudici numerosi fatti non isolati di uso arbitrario della violenza fisica e morale da parte di esponenti delle forze dell’ordine nei confronti di persone inermi o poste in stato di arresto.” Si tratta di reato gravissimo di cui è prevista la punizione sia dalla Costituzione Italiana sia dalla convenzione europea dei diritti attuativa della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo e su cui è competente la Corte dei diritti umani di Strasburgo.
La Diaz non è stata una rissa da bar, al contrario: “i fatti accertati coinvolgono e gravemente le istituzioni”. Quando rappresentanti delle forze dell’ordine infieriscono su persone inermi e le accusano ingiustamente di fatti di cui le sanno innocenti; quando altri rappresentanti di queste forze hanno consentito alla violenza, hanno umiliato e insultato persone arrestate, in definitiva quando lo Stato fa un uso illegittimo e quindi privato della forza, conclude Onida, il diritto di cui lo stato è espressione diventa arbitrio e il principio di legalità è compromesso.
Come, dopo la Diaz e Bolzaneto, si restaura il principio di legalità? Ad esempio interrogandosi su chi forma e come viene formato il personale di polizia, con quali direttive, codici di condotta, controlli, in definitiva sulla “cultura” dei corpi di polizia.
E il proscioglimento degli alti gradi della polizia? Se ai giudici si chiede di accertare scrupolosamente fatti e responsabilità individuali, ai vertici degli apparati di sicurezza -risponde Onida è giusto chiedere di “dare conto di macchie di questa portata…”.
Onida conclude che i cittadini italiani avrebbero oggi il diritto di attendersi da un governo democratico oltre che le scuse doverose dopo quanto è stato accertato, l’adozione delle misure necessarie – a cominciare da una legge che preveda e punisca il delitto di tortura e a seguire una riconsiderazione della formazione e del controllo del personale preposto – per impedire il ripetersi delle deviazioni accertate.
Le riflessioni dell’ex presidente della Corte Costituzionale sono quelle di chi preferisce vedere il bicchiere mezzo pieno? A suo favore c’è sicuramente un fatto che non è sfuggito ai politici, sia quelli che si sono dichiarati scandalizzati sia quelli che hanno subito fatto barricate di fronte alla possibilità di una riconsiderazione “politica” (ad esempio nel senso proposto da Onida) della vicenda.
Il fatto è che la stampa quotidiana che conta – Repubblica ma anche Corriere e Stampa – pur con apprezzamenti diversi per la sentenza ha colto la questione posta da Onida: anche un numero relativamente modesto di condanne di operatori (di vario grado) delle forze dell’ordine per reati così infamanti è questione che rinvia dalle aule giudiziarie alla politica.
(Manlio Calegari)
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Gelmini - Divisione delle spoglie tra “giovani” e “diversamente giovani”
“Largo ai giovani, ma. Via i prof. settantenni però. Fuori i ricercatori over 65 anni, con una serie di eccezioni. Si valuterà caso per caso”. Così chiosa Laura Montanari sull’edizione di Firenze di Repubblica del 21 novembre ’08 un’ambigua delibera del Senato accademico dell’Università degli Studi che divide ulteriormente l’accademia. La delibera ha recepito una disposizione della legge Gelmini che riforma una legge del 1992 per cui si consentiva ai dipendenti pubblici di rimanere in servizio per due anni oltre i limiti di età per il collocamento a riposo. Ora, tale prolungamento può essere ammesso solo in base alle “esigenze organizzative e funzionali” dell’amministrazione di appartenenza.
Recita la delibera del senato accedemico: “l’Ateneo, di norma, non si avvarrà della facoltà di concedere la permanenza in servizio sia per il personale docente, sia per i ricercatori, sia per il personale tecnico amministrativo”. “Di norma”, i professori se ne dovranno andare a 70 anni, i ricercatori a 65. Ma, “di norma”, significa che “tuttavia, si potrà procedere ad eccezionali deroghe nei seguenti casi: 1) per il personale docente e ricercatore: unico docente inquadrato in settore scientifico disciplinare relativo ad insegnamenti da impartire obbligatoriamente nei corsi di studio, e per cui non vi siano docenti inquadrati in settori affini dell’intero Ateneo; contributo eccezionale e insostituibile al mantenimento del valore degli indicatori di performance della ricerca scientifica; 2) per il personale tecnico-amministrativo: assoluta insostituibilità con riguardo a funzioni essenziali. Così concepita, la delibera lascia ampi margini a qualunque tipo di interpretazione, ragion per cui sono insorti studenti e precari che esigono “più rigore”. Nel caso di un’applicazione generalizzata, si calcola un risparmio per l’ateneo in spese per il personale di 19 milioni di euro in tre anni.
Inevitabili le reazioni del personale colpito dalla delibera. “Mandarci in pensione a 70 anni non apre le porte ai giovani”; come dispone la finanziaria, “per cinque di noi che vanno in pensione, uno solo sarà sostituito”. Il preside di Farmacia rivendica il diritto dei prof settantenni (che definisce ironicamente “diversamente giovani”) di non essere messi fuori dell’università dall’intreccio crisi di bilancio - limite di età.
(Oscar Itzcovich)
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Beni culturali - 159mila candidati per 500 posti
Una ressa pari all'attesa di adolescenti euforici per la propria pop star, ma i protagonisti non sono inquadrabili in una fascia d'età, hanno 20, 30, 40 ed anche 50 anni, spesso i capelli sono tinti di bianco mentre l'euforia è sostituita da un'angoscia che si percepisce, negli sguardi e nelle parole.
“Stipati qui, come bestiame, dopo aver appiccicato quelle quattro nozioni inutili funzionali a passare le preselezioni, possibile che oggi il Ministero non abbia trovato un modo migliore per reperire personale? Valutare i titoli? Considerare i meriti?”.
L'occasione è il tanto sospirato concorsone del Ministero dei Beni Culturali, che giunge dopo otto anni dall'ultimo: per molti un'opportunità di carriera, per molti un'ancora nel mare in tempesta della precarietà, per altri una brezza di speranza nella bonaccia cupa della disoccupazione. La calca, stipata in un piano della facoltà di Economia, viene sfoltita pian piano. Le operazioni vengono svolte con solerte meticolosità, ed in circa tre ore le aule si riempono. Dopo la lunga attesa sulle scale, uno avvisa, comprensibilmente “Scusi, dovrei andare alla toilet”. “Non so se si può”, afferma con draconiano rigore uno dello staff. “Bisogna chiedere al presidente della commissione”.
Alla fine si giunge alla consegna dei questionari. Il silenzio è greve di tensione, c'è chi ripassa a bassa voce le anafasi della mitosi di una cellula, chi scrive sulle mani di joule e di farad, chi scarabocchia sui banchi assi cartesiani per rispolverare la trigonometria. Un uomo sui trentacinque, giunte le mani, abbassa il capo e prega a fil di labbra.
Per un'ora la concentrazione è assoluta: si combatte con i denti contro il tempo e contro il panico indotto un po' dalla situazione presente, il concorso, un po' dalla disperazione che attende chi non sarà in grado di saltare su questa zattera per naufraghi.
Minuti lunghi come ore e cento domande pesanti come grossi macigni: “possibile” è la domanda che nessuno fa apertamente, ma tutti, presumibilmente, formulano a se stessi “possibile che sull'apotema di questo cono si debba giocare il mio futuro? Possibile che sia la data di questi sublimi versi di Baudelaire a farmi fuggire dai miasmi pestiferi del precariato oppure a precipitarmi nel baratro?”. Più di 159mila, gli iscritti in tutta Italia, ma sulla zattera c'è posto per 500, ed ogni posto val bene l'umiliazione di questa farsa. Coi tempi che corrono.
(Eleana Marullo)
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