3 Dicembre 2008
VERSANTE LIGURE
“Brioches, se non c’è pane!”
regale è il mio amarcord
(memorie ho un po’ balzane)
per il Premier col fard
che ha la soluzione:
“Non soldi, social card!”

Niente casa, scuole, occupazione.
Per tutto il resto c'è SOCIALCARD!
email: enzo@enzocosta.net; http://lanterninoenzocosta.blogspot.com
Illustrazione di Aglaja
email: aglaja@fastwebnet.it; http://proveaglaja.blogspot.com
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Costituzione - “Senza uguaglianza la democrazia è un regime”
Non necessariamente un regime “fascista” o “dispotico” che sono aggettivi che spesso si accompagnano alla parola regime. Ma pur sempre un “regime”, cioè un sistema che affossa la democrazia. La tesi di Gustavo Zagrebelsky su Repubblica di 26 novembre 2008 è che oggi in Italia ci sono molti segni dell’affermarsi di un regime. Deviazioni e illegalità giudicate accidentali o momentanee, e per questo quotidianamente sottovalutate (o, peggio, condivise, magari con la riserva che si tratti di fatti temporanei), costituiscono l’accumulo progressivo - “che prima o poi farà massa”- dei materiali del nuovo regime che sta prendendo corpo nel nostro paese. Quando tutti potranno vedere chiaramente di quale regime si tratti, allora, scrive Z., “sarà troppo tardi”.
Zagrebelsky è stato membro della Corte Costituzionale sino al 2004 ed è considerato un giurista tra i più prestigiosi. A volte scrive su Repubblica e capita che, ad una prima lettura, i suoi articoli appaiano difficili. Eppure il loro linguaggio è semplice e l’impianto logico rigoroso e accessibile. Da dove nasce allora il senso di difficoltà che si prova affrontando la lettura ad esempio dell’articolo citato? Forse dal fatto che il suo autore costringe ad osservare e a mettere assieme materiali che di solito consideriamo separatamente. E così ci invita a trarre conclusioni politiche generali là dove siamo abituati a trarne solo di parziali. E, trattandosi di conclusioni generali inquietanti, e siccome nessuno gioisce di un simile stato d’animo, preferiamo non capire.
L’articolo citato di inquietudine ne produce molta. Qui se ne richiama solo il filo conduttore. L’Italia, la Repubblica, quella della Costituzione del ’48, sta cambiando. Proprio a cominciare dalla sua Costituzione. Prima o poi i fautori della rottura costituzionale daranno l’inizio ai giochi sul terreno che da tempo vanno battendo; un gioco facile perché di fronte, a contrastarli, hanno solo ignavi.
Al centro dello scontro c’è la questione che più di ogni altra qualifica e distingue i regimi politici: l’uguaglianza, valore politico oggi disconosciuto e spesso deriso, a destra come a sinistra. Senza uguaglianza la libertà è solo garanzia di prepotenza dei forti e i diritti diventano privilegi di chi sta in alto che – è esperienza quotidiana – quando la legge è d’ostacolo, la piegano a loro vantaggio o la cambiano. Senza uguaglianza a vincere è la società stratificata - dove solo la nascita determina il destino di ognuno - organizzata attorno ad una oligarchia partitica allergica ad ogni forma di controllo (legge elettorale!). Per tutti gli altri, specialmente per gli invisibili, i clandestini, non ci sono diritti e quindi non c’è legge.
Il disconoscimento del valore dell’eguaglianza è la strada maestra del regime che verrà. Pensare di contrastare le tante ingiustizie e le tante forzature istituzionali senza affrontare questa che è la causa prima significa girare a vuoto e farsene complici.
L’articolo di Z. meriterebbe una lettura e una discussione pubblica per l’importanza del problema posto e per la lucidità con cui permette di attribuire un significato a quanto quotidianamente ci affligge. Sarebbe bello se qualcuno in città si facesse promotore di un invito e di un dibattito.
(Manlio Calegari)
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Partecipazione - Gli inutili nomi degli assenti
Ma perché continuano a mettere i loro nomi su brochures, programmi ed inviti? L’aspettativa è che siano un richiamo? Che, vedendoli, venga più gente?
Mi faccio questa domanda alla inaugurazione della mostra “Voci e volti di donne del ponente dal dopoguerra ad oggi” a Sestri Ponente, e mi rispondo che, forse, sarebbe meglio soprassedere: infatti gli assessori previsti, sistematicamente, non si fanno vedere e le persone arrivano, in realtà, grazie alla rete di rapporti, relazioni e interessi che traccia la strada da casa loro al luogo dove si svolge l’evento.
La mostra, inaugurata lo scorso 24 ottobre a Cornigliano, e dal 28 novembre alla Manifattura Tabacchi di Sestri, ha visto molto popolo partecipare ai suoi eventi (dibattiti, proiezioni di video e di film, rappresentazioni teatrali). Nessuna traccia invece della giunta comunale che attraverso Margini, Ranieri, Vincenzi doveva essere presente a vari appuntamenti. Unica presenza istituzionale attenta e costante quella del presidente della Circoscrizione Medio Ponente.
Ognuno, di certo, aveva i suoi motivi, le sue impossibilità, le sue priorità. Ma ciò non attenua affatto la questione dell’insoddisfacente rapporto tra amministratori e città.
Spesso sono proprio loro a lamentarsi dell’isolamento rispetto ai propri amministrati, coi quali il rapporto, dicono, si riduce spesso a defatiganti ed aggressivi confronti con comitati che si coagulano intorno a interessi estremamente parziali e frammentati.
Ma allora perché non percorrere altre strade? Perché non cogliere, con un po’ di inventiva, le occasioni che creano i cittadini?
La mostra di cui parliamo è un caso che presenta particolarità interessanti per questa riflessione. Risultato di un lavoro collettivo durato un anno, ha messo in relazione tra loro moltissime persone di quel territorio e di altrove, diversissime per età, storia, esperienza: operatrici delle biblioteche di Sestri e Cornigliano, decine di donne che si sono fatte intervistare, metalmeccaniche che negli anni ’70 fecero vivere la stagione del femminismo nelle fabbriche, impiegate in cassa integrazione all’Ilva, ragazze precarie, autrici teatrali, giovani laureate che – prime in Italia – hanno tracciato la storia nazionale e locale del “Coordinamento Donne FLM”, operatrici immigrate, insegnanti, studenti.
Agli amministratori vorrei chiedere: perché è irrinunciabile rispondere al comitato per la sosta sul marciapiede, mentre rinunciate così facilmente all’impegno che avete preso con la varia comunità che ha dato vita a questa mostra? Se fossimo stati in periodo elettorale avreste fatto lo stesso?
(Paola Pierantoni)
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Centro storico - La difficile arte della partecipazione
Gli incontri dei “liberi cittadini della Maddalena” narrano la fatica di reinventare la politica e la partecipazione. Nessuna storia collettiva alle spalle a garantire a priori un terreno comune, nessuna struttura con le sue regole codificate ad indirizzare e proteggere il confronto, nessun ruolo di direzione formalmente riconosciuto e assegnato a gratificare e sostenere chi si assume il compito di pilotare il gruppo verso direzioni, obiettivi, risultati.
Le persone raccolte ora in un locale ora in un altro della zona saranno una trentina, e sono unificate solo dal territorio in cui vivono, ciascuno ci vive in modo diverso, le domande che il territorio pone sono complesse, le risposte possibili tutt’altro che univoche.
Nelle riunioni il discorso procede per cerchi, avanzamenti, arresti. Chi propone una direzione che conduce verso un obiettivo e una azione si trova frequentemente bloccato da interventi che riportano il discorso ad una circolarità senza uscita, e deve quindi attendere un momento nuovamente propizio per rompere il cerchio e suggerire uno spostamento.
Pare di assistere ai primi passi della democrazia, sperimentata attraverso una partecipazione diretta che, al prezzo di una grande dedizione di tempo e di energie, una trasformazione nel rapporto tra cittadini, e tra cittadini ed amministratori la può davvero produrre.
Gli argomenti sono quelli che rimbalzano anche sui giornali: spaccio, prostituzione, moria di esercizi commerciali, assenza di spazi per bambini ed anziani, conflitto tra vita notturna e diritto al riposo, assenza di spazi e risorse per iniziative culturali, viabilità, topi, e possibilità di controllo e di indirizzo sui fondi che verranno stanziati per il “recupero” della zona.
Senz’altro interessante il metodo scelto per affrontarli, perché include una volontà di rapporto con il mondo esterno al cerchio dei “liberi cittadini” della zona: l’Arci in quanto soggetto che gestisce circoli e locali nel centro storico, il comitato per i Diritti Civili delle Prostitute, gli studenti, gli abitanti di altre zone dei vicoli, le associazioni degli immigrati, operatori culturali.
Con la forza che viene dalle 600 firme raccolte nel quartiere e dalla visibilità conquistata sui mezzi di informazione è stato ottenuto anche il confronto con le istituzioni: in questi mesi si sono succeduti incontri col Patto per lo sviluppo locale della Maddalena, col Civ (Centro integrato di via), e con Circoscrizione, Comune e Prefettura.
Si tentano suddivisioni di compiti e “specializzazioni” per argomenti. Vengono decise delegazioni che relazionano al gruppo sugli esiti di riunioni ed incontri. Osservazioni, testimonianze e pensieri corrono su internet.
Di fatto si tenta la politica: un fiore fragile e raro, di questi tempi.
(Paola Pierantoni)
Posted by Admin at 09:31 | Comments (0)
Rotary - I turisti per caso del centro storico
Sabato 29 novembre. Per il dodicesimo convegno del Rotary di Genova, “I buchi neri del centro storico, le nuove etnie, la sicurezza, il Ghetto”, Auditorium di palazzo Rosso, tutti presenti: Prefetto, presidente della Circoscrizione, assessori, studiosi, tecnici. In sala una situazione surreale. Da una parte, le analisi, le considerazioni, i progetti illustrati dalla numerosa e qualificata schiera di oratori, dall’altra, un pubblico rigorosamente genovese e rotariano, molto, molto anziano che col centro storico aveva, al più, il rapporto di un turista per caso.
I “veri” abitanti della zona non erano stati previsti. Solo alcuni dei “liberi cittadini della Maddalena”, saputo per caso del convegno, avevano inviato un piccolo gruppo esplorativo.
I discorsi introduttivi dicono subito l’aria che tira: dal “Governatore” Marco Canepa (“nel centro storico ci passavo da giovane, ora non so più se sia percorribile”), alla moderatrice Anna Maria Parodi che afferma che “Vivere in Piazza delle Erbe è diventato un piacere” (inducendo risatine e un darsi di gomito nel gruppo dei liberi cittadini), mentre “Via San Luca è un buco nero, ci andavo a comprare le scarpe di qualità, ora è invasa dai cinesi: ma chi è che ci va a comprare dai cinesi!?... E un altro buco nero è Piazza Banchi, occupata dai disperati!”.
Ma quando iniziano le relazioni, la cosa si fa interessante. La realtà del centro storico viene analizzata da Gabrielli, Gazzola, Prefetto e dall’Assessore Corda sotto il profilo storico, urbanistico, economico, sociale, della sicurezza. Il direttore Urbanistico del Comune e l’Amministratore delegato di Arred (Agenzia regionale per il recupero edilizio) illustrano il Contratto di quartiere del Ghetto, dettagliando interventi urbanistici, culturali, sociali; precisano entità, provenienza e finalizzazione dei finanziamenti e tempi di realizzazione delle opere. Presentano grafici, fotografie, progetti.
Oliva, coordinatore del Piano di sviluppo locale della Maddalena, parla delle tappe previste per il recupero della zona. E’ l’unico che fa riferimento alla esistenza “di movimenti degli abitanti che stanno generando nuove idee”, e a dire che “E’ possibile avvicinarsi di più al territorio, i processi avanzano col dialogo e non solo con la tecnocrazia”
Vero, ma a questo fine, il convegno in questione è del tutto inutile: lì gli abitanti del centro storico con tutte le differenze e complessità di cui si è parlato in lungo e in largo proprio non ci sono. Ci sono solo signore e signori che, viene detto sull’invito, verranno “ristorati con un convivio al circolo Tunnel”.
In buona sintonia con loro Siri, presidente della Circoscrizione Centro Est, che si butta sul linguaggio espressivo: parla delle prostitute di via della Maddalena e finemente aggiunge “io le chiamo zoccole”, una del gruppetto alieno ribatte ad alta voce: “sono esseri umani come tutti” ma viene zittita da un signore dai candidi capelli: “Stai zitta tu!”, “Lei intanto mi dia del lei!” “io ti do del tu come voglio!”. Mah.
Si potrebbe pensare ad un miglior utilizzo del tempo e delle competenze di studiosi ed amministratori.
(Paola Pierantoni)
Posted by Admin at 09:28 | Comments (0)
Ilva - Taranto e diossina: una lettera da Bruxelles
Qualche settimana fa sono rimasto colpito leggendo dall’articolo sul sito del Corriere della Sera di Carlo Vulpio, «A 13 anni ha il tumore da fumo. "E’ la diossina"», dalla gravità della situazione a Taranto, di cui si è occupato in diverse occasioni anche "Il Salvagente". Vulpio si chiedeva se Bruxelles era al corrente che Taranto fosse la città più inquinata d’Italia e dell’Europa occidentale per i veleni delle industrie. Ho deciso quindi di chiederlo direttamente ai diretti interessati, interrogando la Commissione Europea sulla questione.
La risposta, che riporto qui di seguito è riassunta nel titolo di questo post, e conferma ancora una volta come troppo spesso chi ci amministra faccia i conti senza l’oste, “dimenticando” che esistono norme comunitarie da cui (FORTUNATAMENTE) non si può scappare!
(Andrea D’Ambra, giornalista, Presidente dell’Associazione di Consumatori "Generazione Attiva", http://dambra.wordpress.com/)
COMMISSIONE EUROPEA
DIREZIONE GENERALE AMBIENTE
Direzione C - Cambiamento climatico e qualità dell’aria
Env.c.4 - Emissioni industriali e protezione dello strato di ozono
Bruxelles, 24 Nov 2008
Oggetto: risposta alla lettera di informazioni in merito all’acciaieria ILVA di Taranto, Italia
Gentile Sig D’Ambra,
La ringrazio della Sua lettera del 22 Ottobre 2008 e delle informazioni sull’acciaieria ILVA di Taranto, che abbiamo letto con la massima attenzione.
L’allegato I della direttiva 2008/1/CE sulla prevenzione e la riduzione integrate dell’inquinamento (di seguito “direttiva IPPC”) elenca le categorie di attività industriali rientranti nell’ambito di applicazione della direttiva. Si tratta di impianti per la produzione e trasformazione dei metalli, quali gli impianti di arrostimento o sinterizzazione di minerali metallici, compresi i minerali solforati (punto 2.1), gli impianti di produzione di ghisa o acciaio (fusione primaria o secondaria, compresa la relativa colata continua di capacità superiore a 2,5 tonnellate all’ora (punto 2.2) e di impianti destinati alla trasformazione dei metalli ferrosi (punto 2.3à. Anche le cokerie rientrano nell’ambito di applicazione della direttiva IPPC (allegato I, punto 1.3).L’impianto dell’ILVA S.p.a. di Taranto s volge tutte queste attività.
La direttiva IPPC dispone che gli impianti rientranti nel suo ambito di applicazione siano tenuti a operare conformemente ad autorizzazioni che includono valori limite di emissioni basati sulle migliori tecniche disponibili (le cosiddette BAT, Best Available Techniques). La prevenzione o la riduzione delle emissioni nell’aria, nell’acqua o nel suolo deve pertanto essere oggetto delle autorizzazioni ambientali rilasciate conformemente alla direttiva IPPC. Gli impianti esistenti, ossia gli impianti già in servizio prima del 30 Ottobre 1999, dovevano essere messi in conformità ai requisiti della direttiva IPPC entro il 30 Ottobre 2007.
La informo che sulla base delle ultime informazioni ricevute dalla Commissione, l’ILVA S.p.a. non ha ancora ottenuto l’autorizzazione integrata conformemente alla direttiva IPPC.
In merito alla mancanza di progressi nelle procedure di autorizzazione in Italia, compreso il caso dell’impianto dell’ILVA S.p.a., l’8 Maggio 2008 la Commissione ha avviato una procedura di infrazione nei confronti dell’Italia. La risposta dell’Italia alla lettera di messa in mora è attualmente all’esame.
Qualora fosse necessario, la Commissione prenderà tutte le misure del caso per proseguire la procedura di infrazione a carico dell’Italia per assicurare il recepimento e l’applicazione integrali della direttiva IPPC.
Distinti Saluti
Marianne ZENNING
Capo Unità
Posted by Admin at 09:23 | Comments (0)
Nascondo il viso per difendere mio padre
Sono nata in Eritrea da una famiglia benestante. Maggiore di sei figli, a 18 anni sono dovuta partire per il centro di addestramento di Sawa, obbligata al servizio militare, come tutti i giovani del mio paese. Pensavo sarebbe durato un anno, ma dopo cinque ero ancora lì, senza vedere la mia famiglia e assistendo a molte ingiustizie, soprattutto verso le donne come me. La mia opposizione ai maltrattamenti è stata punita più volte, quindi alla prima occasione favorevole sono scappata e sono arrivata a Khartum, in Sudan.
Lì ho cercato una lontana parente, in Italia da tanti anni, che purtroppo non ha potuto aiutarmi ad entrare regolarmente in Italia. Allora mi sono decisa ad attraversare il deserto del Sahara per cercare di arrivare in Libia.
Al momento della partenza non pensavo che sarei stata testimone e protagonista di episodi drammatici.
Invece partiamo in 80, e dopo un viaggio estenuante solo settanta di noi riescono ad arrivare in Libia. Gli altri, ragazzi e ragazze, restano sepolti sotto la sabbia del Sahara.
In Libia è dura, i profughi come noi non sono bene accolti.
Chiedo aiuto a parenti ed amici in giro per il mondo, e riesco a mettere insieme i 1500 dollari che servono per la seconda parte della fuga, quella attraverso il Mediterraneo.
Presi gli accordi con i trafficanti e pagato il prezzo per il trasporto, ho aspettato dieci giorni nascosta vicino ad una spiaggia che venisse il mio turno di imbarcarmi, destinazione Italia.
La traversata via mare dura più del previsto e sacrifica altre vittime. In alto mare abbiamo chiesto aiuto lanciando un SOS, una imbarcazione italiana finalmente ci raggiunge.
A Lampedusa siamo stati accolti nel campo profughi, molti sono finiti in ospedale per le pessime condizioni di salute.
La vita nel campo profughi era infernale, ma l’aver visto morire i miei compagni di viaggio nel deserto e in mare mi ha dato il coraggio di farcela.
Finito il processo di riconoscimento ed identificazione ho avuto il permesso di soggiorno per un anno per motivi umanitari, ero quindi in grado di viaggiare e di spostarmi per il paese.
Non conosco nessuno, e decido di andare verso il nord, dove vive la mia parente; lì trovo lavoro come badante. Questo mi permette di aiutare economicamente la mia famiglia, rimasta in Eritrea.
Mi ritengo fortunata perché sono viva e posso contribuire alla sopravvivenza della mia famiglia ma purtroppo i problemi non sono finiti: mio padre viene arrestato perché avevo disertato il servizio militare scappando. L’unica via d’uscita per restituire a mio padre la libertà è il pagamento di 50mila Nakfa, una vergognosa ritorsione alla quale sono sottoposte numerose famiglie di profughi eritrei.
Questo è il motivo per cui, una volta scesi dalle barche scassate che ci portano a Lampedusa, nascondiamo i nostri volti. Non è per vergogna, né per colpa. Tentiamo solo di non compromettere la sicurezza dei nostri famigliari fornendo prove tangibili della nostra fuga.
(lettera firmata)
Posted by Admin at 09:10 | Comments (0)