10 Dicembre 2008

VERSANTE LIGURE


A CELESTE RICHIESTA

Vuoi che alla tua parola
col “Sì!” ognun risponda,
“Sì!” con applausi, un’ola
e festeggiante banda?
Di’ all’uopo (ha fatto scuola)
“E’ come Cei comanda!”.



CEI pride

  Enzo Costa  
  email: enzo@enzocosta.net;  http://lanterninoenzocosta.blogspot.com
  Illustrazione di Aglaja  
  email: aglaja@fastwebnet.it;  http://proveaglaja.blogspot.com

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Partecipazione - Débat public a la génoise

“L’11 dicembre la prova di democrazia diretta per scegliere il progetto” (Secolo XIX, 2 dicembre 2008). Si parla dell’inizio di uno esperimento di democrazia partecipata, della preparazione di un débat public a la française decisa dal Comune di Genova. Tema, la gronda (ovvero bretella, passante) di Ponente che dovrà sciogliere il nodo della confluenza su Genova di quattro autostrade: A7 (verso Milano), A10 (Ventimiglia), A12 (Livorno) e A26 (Voltri-Alessandria). Insieme generano “i peggiori problemi di traffico autostradale d’Italia”. La gronda è un’opera di cui si parla e discute dagli anni ’80 mentre le ipotesi di soluzioni (e di tracciati alternativi) si moltiplicano. Uniscono il Ponente con il Levante e nominalmente sono tre: bassa (all’altezza del nodo di Genova Ovest), media (Bolzaneto) e alta (Busalla), ma ciascuna ha v arianti più o meno significative: un tunnel per l’attraversamento del Polcevera oppure un ponte che sostituisca il Morandi o che lo raddoppi affiancandolo a nord o a sud. Nel 2003 si contavano ben cinque soluzioni caldeggiate da diversi aggregazioni di soggetti istituzionali e di imprese (Comune, Autorità Portuale, Provincia, Regione, Autostrade, Anas). Alle quali occorre aggiungere altre soluzioni proposte, dai vari comitati che esigono di essere coinvolti nelle scelte che direttamente li riguarda, dalle persone che sotto il ponte già ci vivono, dalle persone che dovranno lasciare le loro case compresa quindi anche la cosiddetta “opzione zero” (ovvero “non si faccia nulla”).

Ricomporre opinioni e interessi è un’impresa che dopo tanto tempo e tanti progetti sembra impossibile. Ecco quindi spuntare la proposta del sindaco Marta Vincenzi di “dibattito pubblico alla francese” approvata dal Consiglio comunale del 14 ottobre per arrivare all’identificazione del tracciato migliore per la gronda. Tempi stretti. Il Comune nominerà una commissione di saggi con il compito di esaminare la documentazione riguardanti i diversi tracciati fornita dal costruttore, organizzare tre mesi di dibattito pubblico e, infine, redigere una relazione conclusiva. Il consiglio comunale darà l’ultimo parere. “Finalmente parleremo di questioni concrete, di tracciati e di costi – ha detto la Vincenzi – da venti anni non si fanno che parole […] abbiamo pagato e paghiamo, l’assenza di modelli per discutere di scelte che coinvolgono i cittadini molto da vicino”. Indiscutibile, se non fosse che la maggior parte dei protagonisti responsabili di tali fiumi di parole sono gli stess i che concorreranno al débat.
Resta capire di cosa esattamente si potrà discutere. Per Pierfranco Pellizzetti c’è il rischio che il débat public sia “solo un modo per teatralizzare la democrazia”: soprattutto è chiaro che un tale débat dovrebbe partire (come invece succede in Francia) «a monte delle decisioni, cioè nelle fasi in cui si scelgono le linee-guida e gli obbiettivi strategici per traguardare i tecnici; non a valle quando la discussione si riduce a una sorte di “prendere o lasciare”» (Secolo XIX, 27 novembre). Perplessità confermate dalle dichiarazioni dell’assessore Andrea Ranieri, incaricato di varare l’iniziativa, che ha detto: “Il débat public non riguarda l’intero tracciato ma solo quello che scavalca il Polcevera” (Secolo XIX, 26 novembre). Un débat public a la génoise?
(Oscar Itzcovich)

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Immigrati/1 - Dove è finita la “questione della sicurezza”?

E’ finita là dove era cominciata: la televisione non ne parla, i proclami dei sindaci sceriffo hanno perso la prima pagina dei giornali e, dopo la rumenta, l’esercito sembra si occupi di mafia. E’ finita o quasi il giorno che non serviva più per fare cassa: le elezioni erano vinte; era venuto il momento di passare all’azione. E dell’azione, le leggi – complice una maggioranza bulgara – è meglio parlare poco, cucinarle con discrezione e servirle a tavola senza troppo frastuono. Come sta succedendo per il disegno di legge 733 in discussione al Senato con cui il governo Berlusconi intende regolare la politica italiana sull’immigrazione dei prossimi anni.

Politica ma non solo perché le nuove norme e coloro che saranno chiamati a farsene carico disegnano una cultura, un modo di fare e di pensare che toccherà tribunali, scuole, ospedali, uffici pubblici, servizi, in breve tutta la nostra vita di ogni giorno. Si capisce che questa cosa non è detta chiarament e in testa alla legge ma chi si prenda la briga di leggerne il testo, scoprirà facilmente come, da un articolo dopo l’altro – a volte con parole blande e con ragionamenti che hanno l’apparenza dell’ovvio – esca delineato un sistema abietto e pericoloso. Abbietto perché con il pretesto di frenare l’irregolarità, passa invece una sola logica: “rendere difficile la vita agli immigrati, Europei e non Europei, regolari e irregolari e in qualche caso anche agli italiani”. Lo scrive M. Livi Bacci su Repubblica del 12 novembre scorso ((“La vita agra degli immigrati”)) in un articolo dove puntualmente sono richiamati gli aspetti più osceni, forcaioli e punitivi della 733 su alcuni dei quali incombe il dubbio di incostituzionalità (la creazione di “ronde di cittadini… per cooperare nell’attività di presidio del territorio”, la creazione presso il ministero dell’interno di un registro dei senza fissa dimora italiani e stranieri, la subordinazione dell’iscrizione anagrafica (di italiani e stranieri!) alla verifica dell’idoneità sanitaria dell’abitazione, il divieto di matrimonio per gli irregolari (così solo i padroni di schiavi nelle piantagioni), la preclusione (al regolare) della carta di “lungo soggiornante” se non ha superato un esame di italiano… E così via in un crescendo di violenza e di irrisione che culmina nell’imposizione di una tassa di 200 euro “per il rilascio o il rinnovo del permesso di soggiorno” finalizzata “a responsabilizzare gli stranieri richiedenti, a finanziare l'azione di contrasto alla clandestinità e a promuovere lo sviluppo economico nei Paesi di provenienza dell'immigrazione”.
Il disegno di legge 733 in discussione non solo è abbietto ma anche pericoloso. Nella sua ferma intenzione di rendere difficile la vita degli immigrati, scegliendo di farne - nella migliore delle ipotesi - dei cittadini a metà, nel sottomettere la loro vita alla più pervasiva discrezionalità e al ricatto, crea le condizioni per la nascita di conflitti gravissimi. Sindaci e amministratori locali fino a pochi mesi fa così sensibili ai problemi della sicurezza torneranno in prima linea? E da che parte?
(Manlio Calegari)

Posted by Admin at 16:36 | Comments (0)

Immigrati/2 - La burocrazia e la vita

La signora con cui parlo lavora in una azienda navalmeccanica, assunta a tempo pieno e indeterminato, ma nonostante la solidità della sua condizione lavorativa combatte anche lei con la straziante burocrazia dei permessi di soggiorno. Il suo scadeva a marzo 2008, e ad otto mesi di distanza non le hanno ancora dato il nuovo documento. Nel frattempo ha avuto un bambino, ma non può richiederne l’inserimento sul permesso in via di rinnovo. Dovrà invece attendere che il permesso le arrivi, incompleto, e riportarlo poi in Questura per una successiva modifica. Si possono immaginare i tempi. Nel frattempo impossibile andare a trovare la nonna in Marocco: la signora è anziana, vedova, non poter vedere il nipotino lontano è un tormento.

E’ incredibile la quantità di vessazioni e sofferenze quotidiane imposte agli immigrati per inerzia o calcolo attraverso la banale arma della inefficienza e della burocrazia. A questo stillicidio la donna con cui parlo oppone la resistenza tenace della combattente già sperimentata sul campo delle difficoltà. In Marocco un diploma di segretaria commerciale e due anni di giurisprudenza, poi un lavoro in una azienda francese che viene perduto per il fallimento della ditta. Per sfuggire ad una prospettiva di disoccupazione a 29 anni parte da sola per la Spagna, dove resta solo otto mesi: il solo lavoro disponibile è quello di assistenza, in nero, con pochissimi soldi. Un tentativo in Francia, a Nizza, non è migliore: 400 euro al mese per un lavoro di assistenza a tempo pieno. Poi una amica le suggerisce di raggiungerla a Genova. I primi due anni, storia comune, li trascorre senza permesso di soggiorno, poi afferra l’occasione di una sanatoria. Nel periodo più “buio”, quello p assato da irregolare, lavora ad ore, in nero, nelle case. Poi col permesso arriva il lavoro in qualche ristorante, o in cooperative di pulizia. La prima volta che si è trovata una scopa in mano, mi dice, le è venuto male. La sua qualifica, le sue aspettative, erano altre. Ma poi, no, ha cambiato atteggiamento. Quello che importava era lavorare, essere autonoma, mandare soldi a casa. Solo non sopporta il lavoro di assistenza nel cerchio chiuso di una casa privata: il lavoro per lei deve essere comunicazione col mondo.
Ora questo lavoro va bene, ma il posto all’asilo comunale non c’è, quello privato costa caro, come fare? A tratti arriva lo scoraggiamento, e la tentazione, contro cui combatte, di rinunciare al lavoro per badare al bambino, fidando sul lavoro del marito.
Qui a Genova sta bene, dice che assomiglia alla sua città, Casablanca. Non tornerà in Marocco. Osserva che qui c’è più libertà e rispetto per le donne. Gli amici che lei e suo marito, anche lui cittadino marocchino, hanno qui a Genova sono soprattutto italiani. Osserva anche: noi non abbiamo bisogno di badanti, intorno ci sono sempre tante persone. Anche troppe! Semmai il problema, in Marocco, è riuscire a stare un po’ soli.
(Paola Pierantoni)

Posted by Admin at 16:33 | Comments (0)

Servizi - “Rispolverare” non basta

Il titolo del dibattito del 3 dicembre alla mostra Voci e volti di donne del ponente dal dopoguerra ad oggi è “Rispolverare i servizi?”. Mario Calbi, già assessore ai Servizi sociali del Comune, nella sua introduzione, dice che ci vorrebbe ben altro.
I “livelli essenziali di assistenza”, cioè i diritti di cui devono godere tutti, con certezza di finanziamento, non sono mai stati definiti.
A livello locale prestazioni e servizi sono stati decentrati e affidati a soggetti esterni, senza occuparsi di quel che doveva avvenire al centro perché fosse esercitato il necessario controllo ed indirizzo, col risultato di una grande frammentazione.

Il sogno di integrare interventi sociali e sanitari si è definitivamente perduto col passaggio di competenze dai comuni alla Regione: le prestazioni si sono “sanitarizzate” e si sono distaccate dalle politiche del lavoro e della integrazione sociale. Il numero crescente di operatori precari si è tradotto in un lavorare male, senza conoscenza dei fenomeni sociali.
Il “fondo regionale per la non autosufficienza” (20 milioni di euro) deciso dalla Regione sotto la pressione dei sindacati dei pensionati, si è tradotto in una misera integrazione del reddito che scarica a basso costo il problema degli anziani su famiglie che, a loro volta, si affidano a badanti straniere, costrette all’isolamento e inchiodate ad un ruolo servile e sottopagato.
Il completamento del quadro viene dagli interventi di tre operatrici e del pubblico: “Gli amministratori non hanno conoscenza di quel che facciamo”; “Ora che sono alla Fiumara, nella sanità, ho perso la conoscenza del territorio. Sono sommersa da una montagna di richieste individuali, che non riesco più a collegare ad un contesto sociale”; “Ora lavoriamo a porte chiuse, isolati, il lavorare con gli altri non è previsto: per farlo devi forzare la situazione”; “Il nostro non è più un servizio socio-sanitario, ma puramente sanitario”; “Non c’è solo un problema di finanziamento. C’è una questione che riguarda le scelte organizzative, il modo di lavorare”
L’assessore Roberta Papi è presente e risponde. Spiega le difficoltà, i tentativi di farvi fronte. Dice: è vero, siamo costretti a garantire solo livelli minimi per i più deboli. Abbiamo reagito al taglio delle risorse iscrivendo nuovamente a bilancio i fondi dell’ICI, di cui rivendichiamo la restituzione integrale dal governo.
Calbi commenta: ma è una scelta disperata! E l’assessore replica che era l’unica possibile, l’alternativa era un taglio del 10%.
Calbi invita l’assessore a tenere conto di quel che hanno detto le operatrici e il pubblico: “a risorse in decrescita è indispensabile ripensare i modelli organizzativi. Chi ha conosciuto il prima e il dopo può dare alla amministrazione delle indicazioni utili. L’alternativa è consegnarsi al mercato”.
L’assessore concorda: va superata la frammentazione di competenza sui servizi, il governo del terzo settore deve tornare in mano al comune. Dichiara di aver chiesto alla Regione di rivedere la scelta fatta sul fondo per la non autosufficienza.
No, “rispolverare” non basta.
(Paola Pierantoni)

Posted by Admin at 16:30 | Comments (0)

Precari - Un giorno nella vita di Ester

Prima di dormire, inumidisce un batuffolo di cotone di latte detergente alla calendula e lo passa intorno al contorno occhi più volte, con lenti movimenti rotatori, a togliere fino alla più invisibile traccia di ombretto e mascara.
La giornata di Ester finisce così, ogni sera quello è l'ultimo gesto, che tira tutte le fila e fa riapparire, nudo di trucco e senza difese, il suo sguardo.
Ester ogni mattina si alza dal letto alle 7. Fa colazione con una tazza di latte, orzo e cereali. Si veste, in modo informale, corre a lavorare in un negozio, fa la commessa partime. Ci rimane fino alle 12.30. Non è dura, l'unico appunto è la sveglia, inesorabile e puntuale, ogni giorno. Con questo lavoro paga l'affitto di una piccola casa in periferia, dove vive con un vecchio gatto ed un pesce rosso vinto al Luna Park. L'amministrazione. Le bollette

Prima di dormire, inumidisce un batuffolo di cotone di latte detergente alla calendula e lo passa intorno al contorno occhi più volte, con lenti movimenti rotatori, a togliere fino alla più invisibile traccia di ombretto e mascara.
La giornata di Ester finisce così, ogni sera quello è l'ultimo gesto, che tira tutte le fila e fa riapparire, nudo di trucco e senza difese, il suo sguardo.
Ester ogni mattina si alza dal letto alle 7. Fa colazione con una tazza di latte, orzo e cereali. Si veste, in modo informale, corre a lavorare in un negozio, fa la commessa partime. Ci rimane fino alle 12.30. Non è dura, l'unico appunto è la sveglia, inesorabile e puntuale, ogni giorno. Con questo lavoro paga l'affitto di una piccola casa in periferia, dove vive con un vecchio gatto ed un pesce rosso vinto al Luna Park. L'amministrazione. Le bollette.
Torna a casa, giusto il tempo di uno spuntino veloce, poi riposa per due ore. Ester è stanca e non ha tempo di pensare, e questo è il suo amuleto per non sprofondare, come un topo bianco d'avorio, come un omino gobbo, come un quadrifoglio.
Alle 15 Ester si sveglia e va a lavorare in un centro commerciale, fa la promoter di telefonia mobile, quattro ore al giorno, a giorni alterni, su turni, compreso sabato e festivi. La cosa che le pesa di più, in questo lavoro, è il sorriso ostentato e la necessità di interpellare di continuo la gente, quando quello di cui lei ha più rispetto, al mondo, è il silenzio. Con le promozioni Ester paga il cibo per sé, le crocchette per il gatto ed il mangime per il pesce rosso; una pizza al mese con gli amici, una birra ogni tanto. Rossa o doppio malto.
Alle 21 Ester è di nuovo a casa e cena tranquillamente. Spegne il cellulare perché, almeno per qualche minuto, non vuole parlare con nessuno. Vuole che i pensieri si muovano liberi, fluidi, gratuiti ed armonici almeno per sé. Per qualche istante desidera che il suo tempo scorra senza apporvi un'etichetta col prezzo. Così ridicolo da scuoterle il ventre con piccoli sussulti di riso isterico, che fortunatamente riesce a bloccare prima che esondi la diga dell'autocontrollo.
Alle 23 Ester ravviva un po' il trucco, si mette della lingerie vistosa e una vestaglia di chiffon a fiori, accende il pc e fa partire il cronometro. Con il lavoro ad una videochat erotica Ester paga le spese dell'automobile, il dentista, le visite mediche e gli altri imprevisti. I regali di Natale. Il parrucchiere, ogni tanto.
Prima di dormire, inumidisce un batuffolo di cotone di latte detergente alla calendula e lo passa intorno al contorno occhi più volte, con lenti movimenti rotatori, a togliere fino alla più invisibile traccia di ombretto e mascara.
(Daphne)

Posted by Admin at 16:27 | Comments (0)

Tivvù tivvù che sei tu senza tivvù?

Immagino che abbiate letto su Repubblica del 3 dicembre us la cronaca intitolata “Giulio evitiamo un’altra predica di quella là”. Secondo il cronista alle 14,30 di martedì 2 dicembre Berlusconi da Tirana telefona a Tremonti che sta Bruxelles: “Giulio ragioniamoci. Vediamo se è possibile, se ci sono i margini. Non è che io possa reggere quella lì, col seguito di cui gode, anche domenica prossima, una nuova predica contro il governo a ridosso delle partite”. Quella lì, la “tipa” che B. non può reggere si chiama Ilaria D’Amico e conduce per Sky un programma domenicale dedicato al football. Molto seguito naturalmente.

Rifletto. B. di fronte alle rimostranze dell’opposizione, quale che ne sia il motivo, la manda a quel paese: “siete prevenuti”, “non vi caga nessuno”, “difendete gli imbecilli”, “non sapete neppure amministrare le vostre cariche” (caso Villari vigilanza Rai). B. di fronte alle osservazioni o critiche che gli vengono da alcune testate di giornali manda a cagare anche loro, ostenta disprezzo: “siete prevenuti”, fate solo “informazione a senso unico”. B. chiama “nemici” i giornalisti che lo criticano e magari – come è successo in passato – cerca di farli spedire a casa. Può farlo impunemente perché possiede molte televisioni e carta stampata e ha pure una “certa influenza” sulle reti pubbliche.
Le esternazioni di B. sono rapide, essenziali; la prova della sua efficienza. Per dire qualcosa (figuriamoci per decidere!) non deve riunire nessuna direzione o segreteria o organo di controllo. E’ il capo e padrone del suo partito, il partito dell’antipolitica. Che disprezza gli altri partiti, i giornali, il dibattito, i giornalisti, la cultura.
Ecco perché a B. non fanno paura le giaculatorie dei partiti avversari. Anzi, si diverte a tenerli occupati con le sue battute e con le smentite che arrivano subito dopo. Li terrorizza con le sue minacce per poi consolarli facendogli un po’ di sconto. Li spiazza con le sue bugie, le enormità del suo comportamento e mentre loro non si sono ancora ripresi si mette a parlare d’altro. E irride alle loro divisioni e incertezze.
Lui teme solo la D’Amico perché a proposito di Sky lo critica, la domenica, “a ridosso delle partite” quando parla di calcio e a sentirla c’è il popolo che è caro a B. Ancora più caro se si occupa solo di pallone.
L’opposizione avrebbe molto di che riflettere. Fonda televisioni ma autoreferenziali e destinate alla guerra interna, balbetta, rincorre, teme la nettezza delle parole, la chiarezza, delle scelte. Immigrati? Si però… Moschee? D’accordo ma solo in luoghi che… Legge elettorale? Siamo contro le liste bloccate ma loro, gli altri, invece… e allora noi non possiamo mica… La Vigilanza Rai? Ma sono loro che ci hanno fatto fessi, noi avremmo voluto poi quello lì s’è messo in mezzo…
Mia nonna buonanima diceva “Già noi avrebbimo, farebbimo, potessimo loro invece hanno e fanno”. Già, ma come mai?
(lettera firmata)

Posted by Admin at 16:24 | Comments (0)