17 Dicembre 2008

VERSANTE LIGURE


TANTI TRUCI PERUGINI

Per illegali arresti,
verbali falsi e affini
non sono affatto giusti
innocui pensierini
ma i fatti belli tosti
dei Truci Perugini.



Che cos'è un mandato? Un apostrofo rosso
tra le parole "T'arresto"

  Enzo Costa  
  email: enzo@enzocosta.net;  http://lanterninoenzocosta.blogspot.com
  Illustrazione di Aglaja  
  email: aglaja@fastwebnet.it;  http://proveaglaja.blogspot.com

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Istruzione - A scuola come sul Piave

Ho deciso di passare Natale nella trincea. Non quella della memoria di cui parla la bella mostra alla Borsa di via XX Settembre, ma in quella che mi appartiene e mi rappresenta: la mia scuola.
Devo dire che fisicamente non è molto diversa da una trincea classica. Ci sono un sacco di spifferi e di freddo, colpa del riscaldamento che durante la mattinata si abbassa sino a spegnersi nel pomeriggio (eh! queste vecchie stufe le spengono per risparmiare!) e colpa dei grandi finestroni da ex ospedale che sono vecchi di cinquant’anni e chiudono male (ma dai che alla truppa un po’ di freddo gli fa bene! li sveglia!). I vetri sono sporchi ma lo considero un pregio, visto che le tende sono tutte strappate: nella bella stagione entra un sole così forte che fa male agli occhi e devi spostarti tutto il tempo per evitare la cottura delle poche sinapsi rimaste.

Il tavolino sui cui scriviamo quello che accade nel registro giornaliero è desueto e instabile. E soprattutto ha i cassetti chiusi o rotti. Chiunque ne avesse avuto le chiavi, con il cambio della guardia, ha ben pensato di portarle via (“maledetten manutenzionen che non arriva”, direbbero le Sturm truppen del compianto Bonvi). L’armadio, al contrario, non sta chiuso perché è senza serratura.
Le latrine sono essenziali: una per gli ufficiali che sono quasi di cinquanta.
Wow! che bella sensazione sedersi sulla tazza ancora tiepida delle terga altrui. Come sui treni gli asciugamani sono di carta, protetti da un marchingegno che ne libera un pezzo alla volta: spesso sono strappati o bagnati.
Il rancio, dopo gli “ultimi scandali” sui rifornimenti alle mense, è divenuto ulteriormente parsimonioso: pasta al burro, riso con olio, sofficini (di nome perché sono duri come i sassi): chissà perché, dopo mangiato, mi viene voglia di correre nella ritirata. Che abbia lo stomaco delicato?
Comunque non mi lamento; voglio dire: accetto l’ordine e il disordine della trincea.
Quello che fa male davvero è il morale dell’esercito. L’altro giorno ho chiesto di raccontarmi quello che vedevano dalla loro finestra. Ho dovuto farli smettere. Sarà che siamo vicini al fiume, sarà che la speculazione ha partorito mostri su mostri ma questi giovanotti proprio non sanno cos’è la vita. Da casa mia non vedo niente...vedo solo tetti e antenne...vedo il cavedio del palazzone... vedo lo sporco di un pezzo di fiume...vedo topi che corrono...vedo uno spicchio triste di cielo...vedo piccioni che banchettano da un sacco della spazzatura...
Con sollievo penso che non sono ancora degli adulti e non sanno che noi ufficiali siamo spremuti tra la “patria”, il potere centrale che ci disprezza e l’autorità locale che impietosamente ci sacrifica in nome dell’efficienza. Spero non lo imparino mai.
Solo che adesso non so più qual è il nemico e cosa devo dire. Se alzare la bandiera bianca o spingere cinicamente i miei uomini al massacro. Ma ripenso alla frase di quel giudice di Milano di un po’ di tempo fa, “resistere, resistere, resistere”...come sul Piave, come a scuola.
(Elio Rosati)

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Diossina - Chissà chi lo sa

Venerdì 12, incontro al margine dello sciopero.
Lui a me: “Sei in pensione?” (In realtà lo sa benissimo ma da un po’ non ci si vede)
Io: “Da quattr’anni.”
Lui: “Ricevo il vostro giornalino”.
Io taccio anche perché non mi va che chiami la NL giornalino.
Lui (che per la cronaca fa il sindacalista) insiste “Ma a cosa serve leggere il giornale?”
Io prendo tempo e lui “Fammi un solo esempio di una cosa che hai letto negli ultimi 10 giorni su Berlusca, i giudici, l’economia o quel che ti pare che già non sapevi”.
La prendo larga e sul filo del patetico. “Sai, vivo solo; il giornale è… un un modo per dialogare col prossimo: conferme, domande…”.
A questo punto lui mi ha guardato con una espressione stupita, quasi imbarazzata; comunque non favorevole.

Torno a casa e ho in mente la sua faccia, le sue parole: lui è un amico anzi, come si diceva una volta, un compagno. Lavora nell’apparato sindacale; magari sa cose che gli altri, noi, invece… Come sempre comincio a leggere il quotidiano (Repubblica 12 dicembre) dalle pagine locali. Titolo a piena pagina “Diossina mortadella al bando. Sequestrate sette tonnellate nelle province liguri”. L’assessore regionale alla sanità dichiara “La situazione in Italia e nella nostra regione è completamente sotto controllo. Di questo i cittadini possono stare tranquilli.” Aggiunge che bisogna evitare le psicosi che rischiano di mettere in ginocchio il mercato. Più o meno le stesse parole pronunciate, dal responsabile dell’Agenzia europea per la sicurezza alimentare: “Carne alla diossina nessun pericolo” (Repubblica 11 dicembre). Sarà ma resto perplesso; mi fa piacere che anche Legambiente lo sia: se è tutto a posto perché sequestrano la mortadella? So benissimo che c’è un sa cco di persone competenti in grado di rassicurarmi. Sono le stesse che scrivono le cose per i politici e che questi ripetono anche se non è la parte che toccherebbe a loro. Loro invece dovrebbero spiegare perché nei maiali c’è la diossina, perché non se ne erano accorti, che cosa nella macchina della produzione e dei controlli del territorio e di tutto il resto non ha funzionato; insomma perché non hanno visto e sentito e credono di cavarsela invitandoci a scegliere il made in Italy.
Incautamente perché nella stessa pagina compare un altro articolo (“Pecore tossiche abbattute”) da dove si capisce che i maiali irlandesi sono in buona compagnia. A Taranto più di un migliaio di pecore sono appena state abbattute e altre 700 stanno per fare la stessa fine: in discarica, rifiuto di tipo 1 cioè rifiuto tossico altamente pericoloso. La decisione era già stata presa due mesi fa. Perché? Semplicissimo: perché sono piene di diossina. A Taranto la diossina ha ucciso e continua a uccidere bestie e cristiani. Imputate le fabbriche, Ilva in testa. Le fabbriche sono l’occupazione e l’occupazione è il ricatto. Si potrebbe almeno ridurre le emissioni come proposto dal Consiglio regionale della Puglia ma le aziende resistono, chiedono sconti proprio come il governo italiano fa in Europa.
Domanda all’amico compagno sindacalista: per caso, mortadella a parte, lui sa come stanno le cose qui attorno?
(Manlio Calegari)

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Precari - La scelta di Giulio

Giulio fissava le rotaie dei treni. Due fettucce lucide di pioggia e polite, nel buio chiazzato di luce della Stazione Brignole. Le seguiva con lo sguardo fino a che entravano nella galleria e scomparivano in un’oscurità impenetrabile, se non con l’udito. Poteva sentire sferragliare i treni anche quando ormai non li vedeva più, inghiottiti dalla fretta di arrivare alla meta. Lui non aveva fretta. Aveva poco con sé, un bouzouki ed un’armonica a bocca, una borsa con qualche vestito e niente più. Non sapeva ancora se alla fine sarebbe partito, o se stava lì soltanto per farsi cullare dai lamenti ferruginosi dei treni.

“Il progetto per cui ti avevamo assunto non ha reso quanto speravamo, ci troviamo in condizione di doverlo eliminare. Non sai quanto mi spiace ma sei licenziato”. Giulio fissava le labbra del capoufficio mentre le parole ne uscivano, untuose, e gli si appiccicavano addosso. Il progetto, kaput, finito, e-li-mi-nato. Tagliato via come un ramo secco su una quercia di ottima salute. Superfluo. Su quel ramo stava lui, unica vittima. Il resto della pianta, vitale e prospera, ridistribuiva linfa e rimaneva in piedi. “Ho 54 anni. Cinquantaquattro…Cosa faccio ora?”. Erano 18 anni che lavorava lì, prima della crisi era alla linea principale, come commerciale. Ai primi segnali di recessione era stato spostato ad un nuovo settore, un progetto pilota. Col senno tardivo, gli sembrava che tutto fosse pilotato dall’azienda, un modo sicuro per scrollarselo di dosso senza ripercussioni.
La prima persona a cui aveva pensato, dopo il licenziamento, era stata sua figlia. Sette anni, caparbia, rumorosa, vivace, lo faceva sentire un ragazzino. Le doveva garantire la sicurezza, la gioia, la serenità, era il motivo per cui ogni giorno si alzava dal letto ed andava a lavorare. Ma domani? Niente lavoro, niente stipendio, sicurezza o serenità. E’ un padre questo? Al pensarlo si sentiva diventare più piccolo, gracile e indifeso, inerme come un bambino, anzi no, come un vecchio.
Quando era tornato a casa non c’era ancora nessuno. Aveva messo in una borsa poche cose, ed era corso in stazione. Andarsene, Parigi, Nizza, magari Madrid. Suonare, quello lo sapeva fare ce l’aveva nel sangue, non c’era il pericolo di scivolare un’altra volta dal ramo. Lasciare i suoi doveri di padre e marito, di capofamiglia, lasciarsi alle spalle l’angoscia di raccontare la propria sconfitta. Una vita nuova lo aspettava, musica e strada, forse troppo dura per la sua età, ma leggera ed attraente in confronto alla cappa plumbea di responsabilità che si trovava di fronte. “Il treno 11300 delle ore 21.12 per Ventimiglia è in partenza al binario 2. Si prega di non oltrepassare la linea gialla”.
L’asfalto bagnato rifletteva le luci natalizie come allegri fantasmi distorti, sul marciapiede della fermata. Giulio gettò la sigaretta in una pozzanghera prima di salire sul bus. Un salto in sala prove e poi, a casa. L’indomani lo aspettava una giornata piena. Doveva iniziare a cercare un lavoro.
(Daphne)

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Salerno-Catanzaro - Manovre per una riforma senza giustizia

19 ottobre 2007. “Why not”, l’indagine del pm di Catanzaro Luigi De Magistris a carico di politici calabresi, funzionari regionali, imprenditori e di un generale delle Guardia di Finanza per associazione a delinquere, corruzione, truffa e finanziamento illecito ai partiti viene avocata dalla Procura generale perché il pm “non potrebbe essere più imparziale nei riguardi del ministro della Giustizia Clemente Mastella”. Infatti, il ministro, coinvolto nell’inchiesta, ha appena chiesto il trasferimento del magistrato.

Il 22 luglio De Magistris è trasferito a Napoli come giudice per “incompatibilità ambientale e funzionale” (il Sole 24Ore). Il 2 dicembre la procura di Catanzaro è circondata da cento carabinieri e una ventina di poliziotti, tutti arrivati da Salerno, guidati da ben sette magistrati della procura di Salerno che - su denuncia di De Magistris – indagava sulla procura di Catanzaro per la “presunta strategia delegittimatoria ideata ed att uata in danno del pubblico ministero De Magistris […] per bloccare la sua azione inquirente”. Immediata la reazione della procura generale di Catanzaro che avvia una contro indagine sulla procura di Salerno per abuso d'ufficio e interruzione di pubblico ufficio. “Abbiamo reagito a un atto, proveniente dalla Procura di Salerno, finalizzato alla destabilizzazione e all'eversione dell'istituzione dello Stato", dichiara il procuratore generale di Catanzaro. Cortocircuito istituzionale che costringe l’Anm a intervenire il 10 dicembre con un comunicato dove si parla di “una situazione di eccezionale gravità, che non ha precedenti nella storia giudiziaria del paese”, si riconosce “il fatto che per troppi anni si è accettato che alcuni uffici giudiziari fossero gestiti da persone inadeguate, che non hanno esercitato i propri compiti con trasparenza ed impegno responsabile e a volte sono apparse legate a poteri locali”. Un’amara autocritica che indica lo stato in cui versa la magistratura dopo anni di continui attacchi. Giuseppe D’Avanzo su Repubblica 5 dicembre scrive che questo è un momento in cui “la magistratura, come ordine (potere) dello Stato, autonomo e indipendente da qualsiasi altro potere, raggiunge il punto più basso del suo prestigio istituzionale”.
Cosa bisogna attendersi? Il peggio, ha scritto Vittorio Grevi sul Corriere della Sera del 11 dicembre. La incredibile vicenda Salerno-Catanzaro è già stata assunta strumentalmente per al rilancio di proposte di riforma che nulla hanno a che fare con i problemi reali della giustizia. “La verità è che [le riforme costituzionali proposte] attengono essenzialmente all’ordinamento istituzionale della magistratura come «potere», e quindi soprattutto ai delicati rapporti tra giustizia e politica; ma, proprio perciò, non produrrebbero alcuna diretta incidenza sul concreto svolgimento dell’attività processuale".
(Oscar Itzcovich)

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Femminismo - Distinguere il potere dalla politica

Un articolo di Ida Dominijanni sul Manifesto del 2 dicembre parla della riflessione aperta dalla filosofa femminista Luisa Muraro sul “miraggio del potere nel deserto della politica”.
Il paradosso da cui prende avvio il discorso è quello “di una libertà femminile che cresce (meno subordinazione all’uomo e al destino biologico, più lavoro, più partecipazione alla vita pubblica, più istruzione, più autonomia) dentro una crisi di civiltà che mette a rischio la tenuta della democrazia, la coesistenza pacifica dei popoli e delle razze, la forza contrattuale della forza lavoro, la qualità stessa dei rapporti umani”.

Un paradosso, aggiunge Dominijanni, che per le donne che vengono dalla generazione del femminismo degli anni ’70 si riflette “in un sentimento di lacerante ambivalenza nei confronti del presente” che nasce non solo dalla inevitabile coesistenza di aspetti contrastanti in un’epoca di passaggio come la nostra, ma anche dal fatto che la prospettiva femminista non è riuscita a contaminare la politica della sinistra che “continua a pensare che quel che le donne dicono e fanno riguardi una parte recintabile del reale, invece di capire che mette in discussione la visione del reale nel suo insieme”.
Responsabili da un lato la sordità maschile, dall’altro i limiti della stessa pratica femminista, in particolare nel suo rapporto con la questione del potere.
Appunto l’analisi dei rapporti tra la politica e il potere è stata oggetto del seminario “Potere e politica non sono la stessa cosa” organizzato dalla Comunità filosofica femminile Diotima (http://www.diotimafilosofe.it/ ) tra il 10 ottobre e il 28 novembre presso l’Università di Verona.
Uno dei nodi più importanti da sciogliere, dicono le donne che hanno organizzato il convegno, è quello della confusione tra politica e potere. “C'è infatti una tendenza, una specie di costrizione oggi a pensare che il piano del potere e quello della politica coincidano… Tutto quello che rimane a margine, e che è altro e diverso, viene cancellato. Così risultano marginali le diverse forme di politica che sono state sperimentate e che hanno una storia, percorsi, intrecci vitali. E non si intende qui solo la politica delle donne, ma anche altre forme di politica relazionale”.
Tuttavia, aggiungono, “sbrogliare l'intreccio tra politica e potere non è per niente facile”. La differenza “tra una politica che si appiattisce sul potere, e una che invece si sottrae alla sua presa e inventa libertà” può essere chiara, ma come trarne un sapere che ci permetta di agire con efficacia trovando la “giusta distanza”, in modo da non identificarci col potere, ma nemmeno illuderci di starne fuori?
(Paola Pierantoni)

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Università - Per fortuna c’è la Svizzera

Fra le tante bad news che riguardano l'Università, si segnala una buona iniziativa, il premio "Energica..mente", organizzato da un volenteroso professore d'Ingegneria a Genova. Premio assegnato martedì 2 dicembre ai migliori allievi di Facoltà nello studio e nello sport, voluto proprio per sfatare il clichè dello studente di Ingegneria, pantofolaio, sgobbone, tutto libri e poco moto. Sono stati premiati bei ragazzoni che vanno forte in canottaggio, pallacanestro, arti marziali, atletica, pallanuoto e persino un'esile fanciulla, possente vogatrice.
Una bella sommetta per il primo, milleduecento euro, altri cinque, cento euro ciascuno e per gli ultimi sei una bella.. felpa!

Il premio si penserebbe sponsorizzato dalle Aziende del territorio che attingono qui per i loro laureati. E invece no, lo sponsor è una società svizzera. E' vero, Ingegneria ha buone entrate dalle imprese liguri, con tali collaborazioni contribuisce per il 50% dei fondi dell'Ateneo, le altre Facoltà che strillano tanto per il 10%.
Però. Si parla tanto di merito, talenti, eccellenze da premiare, evidenziare, sottolineare.
Suvvia, un piccolo sforzo da Aziende, Enti locali, Banche, Confindustria. Davvero così a corto di quattrini da non concorrere a premiare ragazzi che s'impegnano? Ragazzi meritevoli, studiosi, sportivi, che poi vedremo partire , andare a lavorare lontano.
Secondo gli ultimi dati sulle grandi città, Genova avrà un decremento della popolazione del 20% entro il 2020. Qualche iniziativa ha preso la Regione, ma è sempre troppo poco per l'accoglienza degli studenti, solo 2 su 10 non sono liguri. Non c'è attrattività, dagli affitti spesso in nero, alle strutture, ai campus inesistenti, ai progetti faraonici, con buone colpe di tutti, Enti locali e Università. Non si accoglie per studiare, né per fermarsi qui a vivere, a lavorare. a mettere su famiglia.
I ragazzi devono andare, scoprire il mondo, fare esperienze, è la globalizzazione. Diamo loro comunque la possibilità di studiare, girare, ma tornare se lo vogliono. I nostri politici locali, di destra e di sinistra, parlano di tutto ma non pensano davvero al declino dietro l'angolo, a territori abitati da anziani e pensionati. Che angoscia.
Com'erano teneri però, in posa per la foto col giubbottino e lo stemma dell'Università
(Bianca Vergati)

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Genova città dei Diritti?

Dieci giorni dedicati ai diritti sono stati una iniziativa importante in termini di contenuti e per l’esigenza di richiamare l’attenzione sui sistemi di valori civili trascurati dai molti media e ignorati dai più siano essi cittadini o amministratori.
Disturba solo l’enfasi di alcuni particolari con cui è stata presentata l’iniziativa quali, ad esempio: “Genova capitale dei diritti umani e civili che converte le sue ferite in progetti di impegno, in identità più alte”.
“Capitale” è un appellativo abusato che non si vorrebbe più sentire pronunciare. La città si è infatti autoproclamata nel tempo: “Capitale delle Partecipazioni Statali” – “della portualità” – della siderurgia” – del nucleare” – “della elettronica” e via discorrendo. Ma ogni volta un fallimento ha chiuso il breve ciclo di presunta supremazia tra l’indifferenza di chi poteva e nella sofferenza di chi traumaticamente veniva espulso dal ciclo produttivo.
“Genova città dei diritti”, ma la sentenza recentissima su una parte del G8 ci ha lasciato l’amaro in bocca, confessiamolo! I due filoni su cui la Procura continua a scavare (porto – mensopoli) sembrano confermare che Genova non è molto diversa dalle altre città italiane, anzi.
Forse potrebbe essere utile a chi ha organizzato il ciclo di incontri ripassare la recente storia della Superba e gli suggeriamo l’interessante aggiornamento: M. Preve – F. Sansa, “Il partito del cemento”, Chiarelettere Editore, Milano luglio 2008.
(Vittorio Flick)

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L’occasione perduta

Fra poco più di una settimana la Mostra “Ragazze di Fabbrica” finirà la sua permanenza alla Biblioteca Bruschi Sartori, partecipare alla sua realizzazione è stata una bella esperienza coinvolgente ed emozionante.
Emozione è infatti la parola più adatta per dire dei numerosi incontri che ci sono stati durante tutto il periodo della mostra.
Ma qualche mancanza c’è stata, ed una in particolare è stata “fragorosa”: quella del Sindacato.
Dai tabelloni della mostra, nei dibattiti, nelle conversazioni, il Sindacato è stato continuamente richiamato: per ricordare le rivendicazioni, le lotte, i contratti, le manifestazioni, le assemblee, o anche per evocare i contrasti e le discussioni accese.
Che presenza ingombrante per tanti anni della nostra vita!!
Ed ora è tutto finito? Forse perchè rappresentiamo il passato?
Eppure da delegata sindacale, nei momenti formativi, mi veniva spiegato che bisogna conoscere il passato per sapere verso che cosa si sta andando.
La lunga appartenenza alla Cgil, ancora oggi da pensionata, mi ispira questa ulteriore “rivendicazione”. E’ quasi un riflesso condizionato!
Avevo immaginato che il sindacato avrebbe colto questa occasione per favorire un incontro fra diverse generazioni di lavoratrici, quelle di oggi e quelle del passato.
Forse avremmo scoperto che abbiamo delle cose da dirci.
Penso che abbiamo perso un’occasione e non volevo far finta di nulla.
(Luisa Campagna)

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