24 Dicembre 2008
VERSANTE LIGURE
Dà un clima solidale
di etnie la convivenza:
si aiuta chi sta male
si dona a chi è senza
(versante di Natale
di più: di fantascienza).

"I have a drink"
email: enzo@enzocosta.net; http://lanterninoenzocosta.blogspot.com
Illustrazione di Aglaja
email: aglaja@fastwebnet.it; http://proveaglaja.blogspot.com
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Il Natale dei diritti
Beh, è un bel pensiero quello del sindaco Vincenzi chiamare Jovanotti a festeggiare la fine del 2008 a Genova. Ha detto che si tratta di una scelta chiara da un punto di vista politico. Il cantante – che, banalizzando, è la versione italiana di Manu Chao - è diventato col tempo e con il successo un guru positivo per le nuove generazioni. Quello che fa, lo fa bene: è una garanzia. Almeno si spera.
Per espressione del primo cittadino il Capodanno in questo modo vuole essere una festa più bella, carica di significati, e di speranze per il futuro. L’anniversario della Dichiarazione universale dei Diritti dell’uomo rende tutto più semplice, ampliando la portata del momento: speriamo che le buone intenzioni, espresse anche da Nando Della Chiesa, trovino soprattutto un seguito. Ma Jovanotti non è ancora l’arcangelo Gabriele e nulla “puote” più di tanto sul corso delle cose locali. Se per grazia ricevuta fosse dotato di poteri celesti a lui chiederei per Genova almeno tre doni. La realizzazione di quei diritti che sembrano essere più impellenti.
Partirei dal “diritto alla manutenzione” che per il cittadino vuol dire moltissimo per il suo ben essere, per non sentirsi preso in giro, perché soprattutto paga. Non ci sono più un parco, giardino, aiuola facilmente fruibili; le crose che erano la ricchezza nostra stanno drammaticamente invecchiando così quando piove le strade sono sempre allagate, spesso le lastre di granito spezzate e le pietre nascondono trabocchetti pieni d’acqua. Alcune difficoltà dell’andare a piedi senza parlare di quelle enormi del traffico veicolare o dei catastrofici servizi pubblici.
Come secondo dono gradirei l’affermazione assoluta del diritto alla legalità anche se, dobbiamo dircelo, a questo punto, si tratta di un diritto ormai minoritario. “Mai più seconde file”: a Marassi, a Quezzi, a San Fruttuoso, in Corso Europa si “slalomeggia” tra impudenti - parcheggianti - lampeggianti ad ogni ora del giorno e della sera. Qualunque sosta è lecita...per qualche minuto, ora, giorno, mese...ci si abitua alla sosta in divieto e poi un bel dì si viene puniti tutti assieme: è una nuova strategia dissuasiva o la mancanza totale di una strategia di educazione stradale?
Diritto alla legalità è soprattutto fare cessare gli accoltellamenti, non si può accettare che degli adolescenti ci rimettano la vita per questioni di onore. Ci vuole più attenzione, più sensibilità, più opportunità di quelle offerte da una discoteca.
Infine, al posto della mirra, chiederei il diritto alla cultura, all’informazione, alla diversità, alla valorizzazione delle potenzialità che la città esprime, augurandomi una crescita culturale generalizzata, frutto dell’incontro tra le generazioni e dello svecchiamento del sistema di relazioni e degli apparati. Una più arruffata creatività autenticamente innovativa che sappia utilizzare meglio storia e tradizione, economia e porto, traffici e comunicazioni. Insomma una città come le altre, non la vecchia cara squallida fiera del libro di Galleria Mazzini.
Jovanotti - e non solo lui mi sa - si dovranno ben “disbelinare” nel 2009 se ci vogliono far contenti.
(Elio Rosati)
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Italia-Libia - Meno clandestini e più petrolio
Ecco una favola di Natale. Poniamo caso che siate i signorotti di un castello con un enorme problema: attraverso il ponte levatoio di un castello vicino, si riversano a chiedere asilo nella vostra magione orde di disperati, in fuga da massacri e povertà. Il padrone del castello vicino è un truce tiranno, che effettua scorribande nei Paesi vicini per estorcere denaro, che attua soprusi documentati, torture, che si è sbarazzato di migliaia di persone lasciandole a morire nel deserto. Insomma, un delinquente, un poco di buono. Voi, che fate?
Se la risposta è “Ignoro totalmente la massa di disperati che vagano nel mio palazzo, facendo conto che non ci siano, e copro di regali e denaro il poco di buono purché si liberi dei disperati prima che arrivino da me”, allora avete l'acume politico necessario per leggere gli ultimi accadimenti di politica estera (ed interna) italiana.
Pare ormai saldo il sodalizio Italia-Libia, che ultimamente si è arricchito di nuove tappe. Ai principi di questa estate risaliva infatti la conferma che l'Italia avrebbe finanziato sofisticati sistemi radar e satellitari per bloccare le frontiere libiche a sud (confermando un'alleanza posta già dal precedente governo); pochi mesi dopo, ad agosto, il premier italiano firmava a Bengasi un patto di «amicizia, partenariato e cooperazione» che prevede il risarcimento di 5 miliardi di euro alla Libia, spalmati su vent'anni, accompagnati dalle scuse per le offese portate durante il periodo coloniale. In cambio ci sarebbero l'attuazione del pattugliamento congiunto sulle coste libiche ed una maggiore penetrazione delle imprese italiane nello sfruttamento del petrolio e del gas libico. La faccenda viene riassunta, dal premier italiano, in questa formula “Meno clandestini e più petrolio” (Corriere della Sera, 30 agosto 2008). Ma i doni per la Libia non finiscono qui. Ad ottobre Gheddafi diviene il secondo azionista di Unicredit, al 4,3%, mentre all'inizio di dicembre acquista a prezzi stracciati le azioni di Eni, e le fonti ufficiali della Farnesina fanno sapere che si tratta di una condizione dell'accordo di Bengasi (http://diarioelettorale.ilcannocchiale.it/?TAG=gheddafi).
In sintesi, Gheddafi si rivela un uomo chiave per il governo italiano, sia per gestire uno scottante problema di politica interna, l'immigrazione, che come alleato economico dall'ampia disponibilità di capitale.
D'altro canto però l’assenza di tutela dei diritti umani fondamentali fa si che la Libia sia classificata come “paese non libero”, secondo i criteri usati in Libertà nel mondo 2008 (il Rapporto annuale di Freedom House sulla situazione dei diritti politici e delle libertà civili paese per paese, www.freedomhouse.org).
Ma un vicino di castello di tal fatta a tutelare la sicurezza dei vostri confini, non vi sembra un tantino inopportuno?
(Eleana Marullo)
Posted by Admin at 17:49 | Comments (0)
Amianto - Come rischiare la vita e perdere la dignità
In città li hanno visti un po’ tutti. Per più di una settimana un corteo di due o trecento persone ha fatto tappa – sostando, occupando, inviando delegazioni – nei luoghi canonici della protesta di un tempo: il comune, la regione, la provincia, la prefettura.
Sono “quelli dell’amianto”. Dopo centinaia, migliaia di morti per asbestosi, tumore al polmone, tumore alla laringe, mesotelioma pleurico ed al peritoneo, dopo una infinità di lotte, di inchieste, di azioni legali condotte da comitati di familiari delle vittime, ammalati e medici che hanno permesso di tracciare una mappa dei luoghi italiani dell’orrore (Genova, Casale, Monfalcone e tanti altri), nel corso degli anni Settanta è cominciata, con la diagnosi e la pubblica conoscenza del mesotelioma da amianto, la lotta per la messa al bando dell’amianto dai luoghi di lavoro e ovunque veniva utilizzato. Una lotta difficile perché chiedeva alla società, oltre farsi carico delle tragiche conseguenze di una infinità di lavorazioni, di impegnarsi in una costosa azione di bonifica delle strutture dove questo era stato utilizzato fino ad allora.
Vent’anni di scontri tra lavoratori da una parte e, dall’altra, aziende ostili a collaborare, che negavano le informazioni necessarie o fornivano perizie addomesticate fino all’irrisione. Punto d’arrivo, nel 1992, la legge 257/92 che metteva termine alle lavorazioni con amianto come materia prima. Una legge complessa che oltre a imporre un rinnovamento delle condizioni di lavoro riconosceva un premio ai lavoratori esposti per almeno 10 anni – sino al 1992 – alle conseguenze dell’amianto. Sulla base di una laboriosa contabilità della morte per amianto venne concordata una stima dell’attesa di morte, pudicamente indicata come bonus, un premio dovuto per aver lavorato in condizioni pericolose: un anno di contributi ogni due dei dieci che avevi passato in compagnia dell’amianto. Dieci anni di esposizione, a volte in più fabbriche o in diversi reparti della stessa fabbrica, in lavorazioni diverse, con esposizione diversa. Per fruire del bonus il lavoratore doveva produr re un curriculum, avvalorato dall’azienda o dalle aziende di cui era stato dipendente, che poi era presentato all’ente pensionistico che, dopo averne accettata la regolarità, ammetteva il lavoratore all’anticipo di pensione. A questo punto il lavoratore firmava le sue dimissioni dall’azienda – era questo l’unico documento sotto la sua diretta responsabilità – e diventava un pensionato.
Tutto semplice? No. A partire da ottobre 2008 i quotidiani genovesi hanno raccontato storie imbarazzanti: aziende che hanno avvalorato curriculum col solo scopo di togliersi dai piedi un po’ di operai (“ma in questo modo si sono aperte le fabbriche a giovani in cerca di lavoro” osserva un dirigente Fiom con l’aria di chi sa come va il mondo); sindacalisti e sindacati che hanno incrementato la loro influenza “dando l’amianto” a chi magari non aveva tutte le carte in regola; lavoratori che, per essere ammessi al bonus, hanno pagato (corrotto), impiegati dei Patronati o funzionari Inail.
Il seguito delle indagini dirà chi e in nome di cosa ha mortificato ed esposto al ludibrio una intera generazione di operai della città.
(Manlio Calegari)
Posted by Admin at 17:47 | Comments (0)
Università - Messina è vicina?
C’è qualcosa che può unire le vicende giudiziarie dell’università di Messina con la vita politica di una città universitaria come Genova?
I fatti che hanno spinto diversi pubblici ministeri a chiedere la sospensione dall’incarico del rettore dell’università di Messina (Repubblica 12 dicembre ’08) sono così tanti e gravi che solo elencarli richiederebbe varie pagine di questa NL. Concorsi truccati per favorire sodali d’affari e di partito, minacce nei confronti di chi si rifiutava di truccare le carte, intimidazioni verso candidati “sgraditi”, concussione relativa alla gestione finanziamenti pubblici diretti alla ricerca scientifica e altro ancora. Il tutto in un quadro nauseante di occupazione di cattedre e di funzioni da parte di nuclei parentali, familiari e affaristici. Ciliegina sulla torta: la moglie del rettore, dirigente della stessa università, che secondo l’accusa avrebbe scambiato favori ad aziende di servizi in cambio di denaro. Una massa di reati che il rettore non poteva certo compiere da solo o con l’aiuto della consorte. Infatti in molti gli hanno tenuto bordone. Di alcuni è noto il n ome perché di fronte all’accusa di aver truccato un concorso hanno ammesso il reato e patteggiato. Altri ce ne devono essere tra quelli che, mentre la fogna di abusi e malversazione veniva gradualmente scoperta e un centinaio di professori firmavano un appello perché il rettore si facesse da parte, si schieravano invece a sua difesa: i prorettori, il consiglio di amministrazione, il senato accademico per non dire dei silenziosi, gli struzzi, testa sottoterra a far finta.
Beh – dirà qualcuno – ma cosa c’entriamo noi qui a Genova con Messina? C’entriamo, c’entriamo: e non solo perché si tratta di due città che appartengono allo stesso paese e sarebbe difficile chiamarsi fuori.
Cento professori (numero rilevante anche per una ateneo grande come quello di Messina (18000 studenti iscritti al triennio) firmano coraggiosamente – il gioco delle clientele controllato dal rettorato si è immediatamente impegnato a isolarli ed è bene ricordare che un loro collega anni fa è stato ucciso, vittima delle stesse faide su cui si sta indagando - un documento che chiede al rettore di farsi da parte. E’ il punto più alto di risposta dell’istituzione permeata dal malaffare. La prova che anche in quella situazione melmosa esistono anticorpi, persone che si ribellano, che vogliono girare pagina, che non accettano di lasciarsi intimidire. La testimonianza confortante che la dignità esiste. Ma da soli non possono farcela e non è che possono aspettare la conclusione delle inchieste della magistratura che hanno tempi e finalità diverse (non devono moralizzare l’università ma colpire chi ha commesso dei reati).
No, da soli i cento di Messina non possono farcela. Hanno bisogno che di Messina e del “messinismo”in Italia si parli; della solidarietà dei colleghi degli altri atenei italiani. Sarebbe necessario il sostegno del sindacato, del Pd e di tutte le anime della variegata sinistra nazionale. Per non dire dei politici siciliani che hanno condotto l’ultima campagna elettorale contro Lombardo, Cuffaro e i loro consigliori. Sarebbe necessario… ma tutti tacciono. Anche a Genova.
(Manlio Calegari)
Posted by Admin at 17:45 | Comments (0)
Aspettando Marta e il Natale
In una pigra domenica autunnale, poco prima delle grandi piogge, quando il sole ancora scalderebbe ma l'aria già fa rabbrividire, i fedeli escono da Messa a Boccadasse. S'allontanano dall'ombra del sagrato, s'infilano lesti in corso Italia, spiando il mare, la luce, cercando il calore, salutano intorno incuriositi. Eh sì, perchè in chiesa a conclusione della predica hanno sentito: - Fuori c' è il banchetto, firmate per Boccadasse - . Puntuale ogni sacerdote lo ha ripetuto e così, accanto ai volontari con le piantine di beneficenza, ci sono altri volontari, quelli del Comitato della "diga", che hanno messo su un tavolino nel cortiletto della chiesa. Mostrano foto, spiegano e invitano a firmare. Quasi nessuno disdegna, i più ascoltano e firmano, anche se magari abitano al Righi. Pare un affronto. Pagine e pagine di firme, milleseicento: chi li fermerà? E' per Boccadasse, dove pure il più famoso commissario della tv ha la fidanzata, E' un pezzo di Genova , ancora uguale a se stesso, per ora.
I mesi sono passati da allora e da quando la Sindaco disse, erano i primi di ottobre, che i tempi sarebbero stati brevi, in un percorso di Città Partecipata, nulla sì è saputo. I tempi sono grami, per carità, la crisi economica, il Bilancio Comunale, le débat publique della Gronda, la questione morale del Pd.
E intanto i residenti aspettano un incontro, mai comunicato e forse mai deciso.
Prima il Progetto, giusto, poi il percorso di partecipazione, fra cittadini, Istituzioni e Committenti, ma una parola, un segnale: sembra davvero di aspettare Godot. Come passeranno il Natale Renato, Paolo, Antonietta, Grazia... tutti quelli che prima o poi vedranno portare via l'amianto, gli olii dei vecchi autobus, macerie infinite? E' vero non hanno più il rumore delle vecchie sgasate marmitte, ma per anni avranno polvere, camion, transenne e forse non vedranno più la luce dalle loro finestre. Ma che vuoi che sia, la Marta fra un 'inaugurazione, una cerimonia, una proposta autoreferenziale di Città dei Diritti, dell'Agenzia della Sicurezza Energia, di porta-porto dell'Expò 2015, è davvero troppo occupata. A meno che non si scrivano titoloni sulla stampa: forse allora qualcuno si farà vedere, forse sentire. Agli abitanti di Boccadasse un Buon Natale, sereno soprattutto, facciamoci gli auguri fra noi, gente comune, la politica ultimamente ha sempre da fare qualcos'altro.
(Bianca Vergati)
Posted by Admin at 17:44 | Comments (0)
Diritti civili - La Chiesa distratta
Non c’è dubbio che l’ultima esternazione dell’on. Fini sulle responsabilità della Chiesa di fronte alle leggi razziali del 1938 sia una delle tante pedine strumentali che il parlamentare semina da tempo sul suo percorso allo scopo di procurarsi una credibile cintura di castità. Questa volta ha osato di più: attaccare una istituzione che al suo principale porta consenso. Quello che sorprende però sono le motivazioni della difesa che prontamente ha fatto scudo: la Chiesa ha salvato migliaia di ebrei dando loro ospitalità, facendoli espatriare ecc. Il predecessore di pio XII, Papa Ratti, è stato durissimo col Fascismo ecc. Sono cose che chiunque un po’ al corrente della nostra storia recente conosce, ma devianti rispetto al problema sollevato da Fini.
Le ragioni del contendere stanno nel silenzio ufficiale della Chiesa sull’aberrazione delle leggi razziali, nel senso che non ci fu una condanna, con tanto di scomunica, come accadde per il Comunismo ann i dopo. Ora - se il silenzio di Pio XII nei confronti di Hitler e del suo programma di sterminio è stato spiegato con una logica storica credibile o no, sulla quale è difficile giudicare perché nessuno sa come sarebbe andata a finire se il pronunciamento ci fosse stato - sulla mancata condanna della nefasta opera del Fascismo quando emanò le leggi razziali non si può tacere. Le leggi del ‘38 non erano un attentato ai diritti civili e alla vita di migliaia di famiglie, la premessa alla soluzione finale arrivata da lì a non molti anni? Stupisce che la Chiesa, tanto sensibile ai valori etici, sempre pronta a salire sulle barricate per difendere la vita in tutte le sue forme, dal concepimento alla morte e della famiglia tradizionalmente intesa, taccia di fronte ad aberrazioni della storia che vanno nella direzione esattamente uguale. Guardando all’oggi, la famiglia italiana, specialmente con i tempi che verranno, non è costantemente minacciata dall’usura? Anche in questo caso la Chiesa si mobilita con interventi a sostegno di chi viene taglieggiato dagli usurai, ma una voce di condanna, diciamo pure di “scomunica” (parola che piace poco, ma è stata ampiamente usata in tempi storici per meno…) non si è ancora fatta sentire. Alberto Saviano in "Gomorra" cita il caso di don Peppino Diana, mandato a governare la parrocchia di Casal di Principe. Il giovane sacerdote non si arrese di fronte alla camorra e alla malavita locale, non tacque, condannò, negò i funerali religiosi a mafiosi notoriamente conosciuti, impedì che gli stessi fossero chiamati a fare i padrini di battesimo, limitò lo sfarzo in chiesa alle nozze di sospetti taglieggiatori. “Don Peppino, scrive Saviano, scavò un percorso nella crosta della parola, erose dalle cave della sintassi quella potenza che la parola pubblica, pronunciata chiaramente, poteva ancora concedere.” (pag. 244). Ci rimise la vita, ma chi ha mai detto che i cristiani devono sopravvivere a tutti i conti alle persecuzioni?
(Giovanni Meriana)
Posted by Admin at 17:43 | Comments (0)
Palloncini - Se il problema non fosse solo il tasso alcolico?
Se invece la questione fosse l’arroganza, la perdita del senso di responsabilità, del rispetto per gli altri? La scomparsa della pietà, della compassione per la persona messa sotto alle ruote che viene abbandonata al suo destino non perché l’investitore sia sbronzo e incosciente, ma perché lucidamente sceglie che la morte della persona investita è un prezzo più che ragionevole per preservare la sua tranquillità? Davvero non possiamo immaginare che in un mondo più civile, più responsabile, con un senso morale ancora radicato nella testa delle singole persone anche guidatori leggermente allegri avrebbero l’accortezza di guidare più piano, e che semmai dovessero far male a qualcuno si fermerebbero, angosciati, tentando di fare il possibile, chiamando aiuto? Tutti quelli che in autostrada si incollano, aggressivi, lampeggiando a mezzo metro dell’auto che li precede sono tutti sbronzi? Confrontando lo stile di guida che trionfa nel nostro paese con quello che si incontra girando all'estero è impossibile non notare la pericolosa aggressività che ci caratterizza.
Il vero problema non sta nella leggera ebbrezza che potrebbe far palpitare il palloncino rivelatore, ma nel sobrio, gelido, narcisismo dei nostri tempi.
(Paola Pierantoni)
Posted by Admin at 17:42 | Comments (0)
Politica - Vivere schivando i fatti
Giorni fa Giulia ha fatto una pila dei giornali che si erano accatastati sul suo pianoforte, sul letto e vicino alla pila di roba da stirare e li ha buttati. L’ha fatto a malincuore perché – mi ha spiegato – nascosta tra i titoli, offuscata nelle colonne, probabilmente, c’era una notizia, un dettaglio rilevante che avrebbe dato una ragione in più a ciò che stava accadendo nel paese. Ha sorriso incerta ed ha aggiunto: “Che vuoi, non trovo il tempo per fermarmi. E poi, credo che la notizia non sia solo una, ma un insieme di notizie che, intrecciate in un telaio, mi permetterebbero di comporre il quadro...”.
E’ una vita che Giulia salva ritagli, volantini, fotografie. Li mette in accoglienti scatoloni e li dimentica. Pressata, talvolta, dal bisogno di mettere ordine si siede su uno sgabello di legno e seleziona uno ad uno quei fogli cercando qualcosa da buttare via. “L’altra volta ho trovato il pezzo di Benni sulla manifestazione del 18 marzo…Ti ricordi? La manifestazione di Cofferati del 2002!”, gli occhi si sono illuminati per un momento, per poi abbassarsi.
Ultimamente Giulia è più silenziosa. Come annientata. Il suo impegno politico si è ridotto a un lumicino. Mentre le spiego la necessità di non farsi da parte vedo che si assenta. Mi segue con lo sguardo, annuisce mentre la sua testa si sottrae. Giocando coi capelli riprende il discorso due capitoli indietro ed esclama: “Questa storia delle persone perbene proprio non l’ho buttata giù! Non riesco a digerirla, due giorni che ci penso, ma mi è rimasta qui”, indica lo stomaco e poi prosegue, “vorrei mi si facessero i nomi delle persone perbene. Poi vorrei mi si spiegasse perché per la raccolta firme contro il Lodo Alfano vedo solo gente di Di Pietro…La stessa incertezza era sulla fecondazione assistita e sui girotondi, e sull’Iraq, e sulla base di Vicenza e sulla Tav e sulla pace, e su tutte le iniziative partite dalle molte persone perbene di questo paese…No. Non bisognava andare tanto lontano. Era tutto lì. Bastava ascoltare.”
Congedandomi la abbraccio e le faccio gli auguri di buon anno. Camminando verso casa mi segue la certezza che infine Giulia non stia cercando una notizia, ma il colpevole di pasoliniana memoria.
Appaiono, facendo la spesa, le facce delle persone che si sono ritirate. Annichilite come Giulia, dicono che comunque non c’è nulla da fare. Schivano i fatti della politica spostandosi di un passo, perché, precisano, chi hanno votato continua a far scelte che non li rappresenta. Sentono forte questo divario e non se ne fanno una ragione.
Ancora lo spreco. Di qualità umane, di idee. Di speranza.
(Giovanna Profumo)
Posted by Admin at 17:40 | Comments (0)
Cara Daphne
Cara Daphne, ogni minuto della giornata vale un euro, che il nostro pensiero accantona idealmente e immediatamente consuma destinandolo a qualche spesa. Perché sì, non ci si può certo "togliere qualche sfizio", anche quello diventa una semplice riga nel quaderno dove si appuntano gli stratagemmi per arrivare alla fine del mese.
Il tempo non scorre, è congelato, come tu davanti all'estratto conto che ti rimette lo sportello del bancoposta. Un immobilità spaziotemporale nella quale si tenta di far mente locale e comprendere a che cosa corrispondano quei € 21,33 addebito altri gestori del 29/11/2008.
E così tu, che appari intraprendente agli occhi degli altri, sei in realtà ferma. "Dovrai calmarti prima o poi!" e aggiungono "Io alla tua età avevo già Andrea.. Se volessi potresti farti una famiglia". Dal tuo nonluogo vorresti ribattere che il tuo metronomo ha perso il tempo e non può certo darlo ad un altro essere, per di più vivente.
Se non sei stanca, fai finta di niente, abbozzi un sorriso. Altrimenti il peso dei centoventi minuti all'ora che ti occorrerebbero per aver un bambino ti schiaccia.
Ti avvii verso casa e speri solo che tra l'autobus e il dopocena ci sia lo spazio per aprire un libro e venti minuti per riprendere tempo.
Ciao,
(Alisia)
Posted by Admin at 17:39 | Comments (0)
Se a “prendere l’amianto” è l’Ansaldo
Sono un po’ più vecchio di quegli operai dei cortei dell’amianto nei giorni scorsi. Anche a me l’hanno dato. Mi mancavano pochi mesi ai 35 anni e mi hanno detto “guarda che lo riconoscono anche a quelli delle macchine utensili”; io ero tra quelli e quando mi hanno dato il via mi son dimesso. Alla fine ci ho guadagnato 4 mesi; tutto regolare. Di quelli dei cortei ne conosco parecchi: ci sono andato per salutare, chiedere della famiglia, della salute, le solite cose di cui si parla quando da un po’ non ci si vede. Quasi tutti pensano che alla fine un soluzione si troverà ma li avvilisce di fare una figura di merda, passare per ladri.
Tutti quelli con cui ho parlato sono convinti che se non fossero stati a lavorare nelle grandi aziende, in particolare da Ansaldo ma non solo, il premio dell’anticipazione della pensione se lo potevano scordare. Intanto perché già in una azienda di quelle dimensioni e con quella organizzazione è risultato difficilissimo ric ostruire il curriculum di ognuno – dove e quanto avevi lavorato in quel reparto o in quell’altro, che lavorazioni c’erano mentre c’eri tu e via discorrendo - poi perché se in quel posto l’amianto c’era o non c’era è stato oggetto di discussioni e di cambiamenti di opinione nel corso del tempo. Basterebbero queste difficoltà per scoraggiare chiunque e se così non è stato vuol dire che dalla parte dell’azienda c’era un atteggiamento costruttivo. Del resto non è un segreto che l’amianto è servito all’Ansaldo per togliersi un po’ di lavoratori o, se restavano, di non dovergli pagare più i contributi. Ma la cosa che non si vuol dire è che sono stati sindacati e patronati vari a cercare i singoli lavoratori e dirgli che avevano la possibilità di anticipare di due o tre anni la pensione. O, viceversa, se erano i lavoratori che si facevano sotto (“per me” o “per quelli del mio reparto non c’è niente?”) la domanda era accettata senza scandalo. Vuol dire che l’azienda era d’accordo, vi pare? Ho letto che qualcuno ha anche pagato: se così fosse non mi piacerebbe ma neppure questo mi stupisce più di tanto. Gente che è andata a lavorare a 15, 16 anni la fabbrica la odia, non la sopporta. Non vorrei metterla troppo in politica ma proviamo a farci una domanda: c’è qualcuno oggi – a parte quelli che mandano le magliette in Africa - che non pensa per sé? Qual è il messaggio che arriva dalla politica, anche quella normale e non degli scandali? Alla Moltini l’amianto c’era e probabilmente sarebbe facile vedere se c’è ancora, il loro guaio e che non erano Ansaldo. Lo stesso guaio che è toccato e ancora tocca a quelli di Trieste e Monfalcone dove l’amianto ha fatto vittime a centinaia e continua a uccidere ma lì Fincantieri non molla, ha ostacolato indagini, negato documenti e forse cancellato prove.
Anni di lotte per arrivare a una legge appena decente e subito aziende pronte a usarla per mettere a posto i propri conti. Hanno sbagliato i lavoratori a stare al gioco ma, vi domando, qualcuno che conta, tra partiti e sindacati, si è smarcato? Ha proposto un altro gioco? La questione è tutta qui.
(Lettera firmata)
Posted by Admin at 17:28 | Comments (0)