21 Gennaio 2009

VERSANTE LIGURE


NOTIZIA BOMBA

“Il dubbio in fondo è sano
(e me lo pongo anch’io)
da bus o d’aeroplano
di bombardare reo:
ci sono o non ci sono?”
si va chiedendo Dio.




  Enzo Costa  
  email: enzo@enzocosta.net;  http://lanterninoenzocosta.blogspot.com
  Illustrazione di Aglaja  
  email: aglaja@fastwebnet.it;  http://proveaglaja.blogspot.com

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Guido Rossa - La montagna ancora da scalare

Che strada percorrerà la commemorazione di Guido Rossa? A Genova il mondo sindacale si riunirà il 24 gennaio a Palazzo Ducale e Walter Veltroni è atteso nel pomeriggio dello stesso giorno al teatro Verdi di Sestri Ponente. Ma cosa diranno? Esiste un modo per commemorare Guido Rossa dando un senso a ciò che sta accadendo oggi nella sua fabbrica?
Le commemorazioni di Rossa, in passato, sono state la rappresentazione della distanza. Come una processione laica, nella quale lo si faceva sfilare senza sentire l’obbligo di guardare dentro di sé. Alle Acciaierie di Cornigliano le commemorazioni hanno assunto nel corso degli anni le sfumature della tragedia: arrivava ogni volta un segretario sindacale per poi sparire nella serena inconsapevolezza della condizione in cui là dentro si lavorava. Le parole toccanti e rotonde di sindacati e istituzioni si incagliavano nella resa del quotidiano, sostituite, il giorno dopo, dal consueto silenzio dello stabilimento.

Commemorazione dopo commemorazione, città e fabbrica si aprivano a Guido Rossa, come in visita di cortesia, per poi svanire. E Guido diventava strumento per qualcos’altro, memoria frammentata.
Il valore della testimonianza, nella sua fabbrica, ha assunto i contorni del bisbiglio anonimo. Guido, proprio lì, si è perso. Ed insieme a lui, molti di quelli che ci lavorano. Si può ancora fingere? Il sindacato può ancora credere che il problema non esista? Quanto si vorrà retrocedere prima di cercare in cosa si è sbagliato? La commemorazione di Rossa può diventare occasione per una svolta nella sua e nelle altre fabbriche in crisi di lavoro e valori?
Il problema è proprio lui, Guido Rossa. Che ogni anno costringe a fare i conti con una quantità di valori che appare oggi, davvero, una montagna. Ed ogni anno che passa questa montagna è sempre più difficile da scalare. Mancano i compagni di cordata e ci si sente più soli.
(Giovanna Profumo)

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"Semplificazioni" - Il ricordo del G8 di Genova è ancora vivo

Con il decreto legge 22 dicembre 2008, n. 200 viene abrogata la legge “Sul miglioramento delle condizioni dei maestri elementari”. Non è un altro atto iniquo del governo Berlusconi. La legge è la n. 3250 del 9 luglio 1876, non ha più alcuna efficacia, come non ne dovrebbero avere le altre 29 mila leggi del periodo 1861-1947 abrogate dal dl Calderoli recante “misure urgenti in materia di semplificazione normativa”. Stratificatesi per decenni secondo disegni mutevoli, se non capricciosi, hanno contribuito non poco alla ben nota indecifrabilità della legislazione vigente.
Sembrerebbe una buona notizia, e perciò forse è passata nel silenzio quasi generale, se non fosse che nel mucchio da abrogare ci sono norme di ben altra consistenza e attualità. Abrogando il decreto legislativo luogotenenziale 14 settembre 1944 n. 288 - osserva il Corriere della Sera del 13 gennaio - Calderoli ha semplificato troppo.

Salvo modifiche entro il 20 febbraio nella conversione di questo decreto legge – prosegue il Corriere – “ciascun cittadino — quello che subisca un fermo per motivi infondati, quello che allo stadio si ritrovi vittima di azioni immotivate delle forze dell'ordine, quello che in piazza veda equivocato il proprio ruolo nel parapiglia di una manifestazione politica, quello che in udienza abbia un acceso confronto con un giudice prepotente — si ritrova più indifeso rispetto a potenziali soprusi di Stato. Nel codice penale, infatti, alcuni articoli puniscono la resistenza o minaccia a pubblico ufficiale (fino a 5 anni); la violenza o minaccia ad un Corpo politico, amministrativo o giudiziario (fino a 7 anni); l'oltraggio a pubblico ufficiale (fino a 2 anni), a un Corpo politico, amministrativo o giudiziario (fino a 3 anni), a un magistrato in udienza (fino a 4 anni). Però, grazie all'articolo 4 del decreto legislativo luogotenenziale n. 288 del 14 settembre 1944, i cittad ini sono esenti da sanzioni «quando il pubblico ufficiale o incaricato di pubblico servizio o pubblico impiegato» abbia causato la reazione dei cittadini «eccedendo con atti arbitrari i limiti delle sue attribuzioni».
Una questione di tale rilevanza ha fatto insorgere le Camere penali italiane (CPI) che denunciano “l’inaccettabile abbassamento del livello di civiltà del sistema penale e, più in generale, dell'ordinamento giuridico italiano che discenderebbe [dalla sua] abrogazione”, perché si tratta “di una norma che riveste una evidente funzione sociale: l'irrilevanza penale della reazione del cittadino agli arbitri della pubblica autorità concorre a limitare gli eccessi dei singoli pubblici ufficiali indirizzando verso canoni di civiltà ed urbanità i rapporti fra la pubblica amministrazione e la collettività” e, in tale prospettiva, l’abrogazione del dl luogotenenziale, proseguono le CPI, “rappresenta un grave e pericoloso affievolimento delle garanzie della libertà individuali e si traduce in un arretramento del livello di civiltà dell’ordinamento giuridico, intollerabile in un Paese che, come il nostro, si fonda sui principi dello Stato di diritto”.
Un paese che non vuole dimenticare il G8 del 2001 a Genova.
(Oscar Itzcovich)

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Porto - La difficoltà d’essere normali

Quanti articoli sul porto di Genova sono usciti sulla stampa negli ultimi due mesi? All’incirca un paio al giorno. Se non ci credete cliccate su www.portogenova.blogspot.com dove oltre all’elenco completo ci troverete i link di altri siti utili per saperne di più. Ci troverete anche un po’ di articoli di Eddy Glover – pseudonimo preso a prestito dal mitico rappresentante (più di mezzo secolo fa, nel 1954) della Commissione di inchiesta sul crimine nel porto di New York – utili a spiegare perché di una cosa (il porto) di cui la stampa ha parlato così tanto (in genere con competenza) la città continui a capire così poco. L’ha fatto notare anche la sindaco che pure non è Candido nell’intervista pubblicata su Repubblica del 14 gennaio 2009. “E’ curioso – ha detto – che in questa città la questione del porto venga sollevata da don Gallo e risolta dal prefetto”, per dire: non vi sembra strano che ques tioni di tale portata vengano affrontate fuori dei canali istituzionali?

Niente di personale col prefetto – ha aggiunto la sindaco - che è un funzionario intelligente ed è anche amica mia ma il suo intervento è la prova dell’anomalia di una città che non si rassegna ad essere normale. Una città dove tutte le categorie portuali, a fronte degli adempimenti di legge, preferiscono invocare la particolarità dei loro rapporti o della loro storia, rifacendosi a tempi mitici quando tutto filava liscio e degli affari del porto si parlava in stanze segrete. Tempi neppure troppo lontani, precisa la sindaco, in cui il porto viveva “sulle relazioni personali, coinvolgendo personaggi come Siri ma evitando la trasparenza istituzionale”. Tempi a cui è necessario porre fine anche perché le soluzioni del passato hanno mostrato gli aspetti inquietanti che in città ormai tutti conoscono.
Invece il porto per superare la difficile stagione che si annuncia ha bisogno di dosi massicce di normalità e di trasparenza. Per questo a fine settembre scorso, è entrato in campo anche il prefetto (Repubblica 29 settembre 2008). Forte del fatto che gli argomenti delle Compagnie – ostili al bando di gara per la fornitura di lavoro temporaneo - anche se giuridicamente poco fondati avrebbero finito per sollevare in città problemi di ordine pubblico, ha strappato al governo l’autorizzazione, per il Consorzio, di rinviare di tre mesi il termine della gara. E ha offerto il suo ufficio come una sorta di Svizzera dove le parti potessero esprimersi in libertà; spiegarsi e se possibile mettersi d’accordo. Così fino al 15 gennaio quando il prefetto ha dichiarato (Repubblica 15 gennaio 2009) che se qualcuno aveva interpretato il suo intervento come un rinvio sine die aveva sbagliato e che da quel momento gli incontri dovevano mirare a una soluzione e svolgersi alla presenza della Autorità portuale. Ha detto testualmente “la trippa per gatti è finita”. In altre parole: che il porto non è questione privata e che anche a Genova il tempo dei “sì ma” è finito.
(Manlio Calegari)

Posted by Admin at 19:29 | Comments (0)

Informazione/1 - Futuro di nicchia per la carta stampata

Il 16 gennaio nel Faccia a faccia mattutino di Radio3 il giornalista Paolo Franchi ha intervistato Eugenio Scalfari. Tema: la crisi della carta stampata e le sue sorti future.
Scalfari elenca le cause: una nuova tecnologia si è imposta e le nuove generazioni si sono disamorate della parola scritta sostituendola con la civiltà delle immagini e dei suoni. Ma “mentre la parola scritta può essere riletta, per immagini non si riflette. Non si deposita la comprensione”
D’altro canto la rinascita della parola scritta e parlata attraverso internet ha caratteristiche sue proprie, perché si fonda su un rapporto interattivo.

Tenendo conto di internet i lettori dei giornali in realtà aumentano, ma “la frequentazione dei siti non è propedeutica all’acquisto del giornale in edicola, e il ricavo dei giornali è in netta diminuzione”. Nessuno cerca più “la notizia” sul giornale, e la carta stampata “si sta trasformando in una nicchia dove si esprimono i commenti, la cultura, la riflessione, quello che la tv non capta”.
L’inevitabile processo di trasformazione però è estremamente lento perché “è un percorso di lacrime e sangue: la necessità è di avere giornalisti molto maturi in grado di dare una linea politica e soprattutto culturale che i giovani maneggiano con difficoltà”
Le parole di Scalfari tracciano una prospettiva malinconica: una ristretta e anziana élite di fruitori di carta stampata che si concede il lusso di leggere, rileggere e riflettere sulle opinioni espresse da un selezionato nucleo di giornalisti “maturi”, mentre il resto del mondo divora notizie, immagini e suoni senza molta capacità o speranza di saperci pensare su.
Il pessimismo di Scalfari mi pare tuttavia eccessivo. Si può riflettere, e si può depositare dentro di noi la comprensione, anche attraverso le immagini. Fotografie, cinema, televisione, quel che vediamo coi nostri occhi per strada o su You Tube - sono uno strumento di conoscenza, come la parola, scritta o parlata. Le immagini da sole non bastano? Ma nemmeno la parola scritta basta a farci pensare su di noi e su quel che ci circonda, se nei nostri primi anni non ci hanno dato gli strumenti per farlo.
Scalfari dice anche che i giovani (giornalisti) “maneggiano con difficoltà” il compito complesso di dare ai giornali una linea politica e culturale che ne motivi il senso.
La domanda è: quale è la causa di questa presunta “immaturità” giovanile? Il fattore anagrafico o piuttosto il blocco delle energie creative delle persone giovani di cui l’Italia è diventata specialista in tutti i settori, incluso quello della informazione?
Le nuove tecnologie permettono un turbine di cortocircuiti, passaggi, connessioni, relazioni, intrecci tra parole, suoni, immagini, simulazioni, un mondo in cui le persone giovani si muovono con una naturalezza impossibile ai “maturi”. Max Manfredi, da escluso consapevole, canta “… questa gente con filmini, penne laser, con le cuffie del computer, questa gente sta imparando a compitare nuove lingue sconosciute …”. Per entrare in contatto con loro e convincerli a leggere i giornali non basta chiedere soccorso alla cerchia dei giornalisti “molto maturi” .
(Paola Pierantoni)

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Informazione/2 - Segno meno per l’Italia

Che i giornali vivano una situazione difficile, con calo delle vendite e degli introiti, anche pubblicitari, è ormai consapevolezza diffusa. I dati annuali diffusi dalla Fieg nell’agosto 2008 sono: -7,5% Il Giornale; -4,9% la Repubblica; -4,6% Libero; -4,4% Corriere della Sera; -2,9% Il Sole 24 Ore; -2,8% La Gazzetta dello Sport; -1,8% Il Secolo XIX. In lieve crescita solo La Stampa (+0,3); L’Avvenire (+0,5) e Il Messaggero (+1,06).
Ma una visita al sito www.lsdi.it del gruppo Lsdi (Libertà di stampa, diritto all’ informazione) suggerisce considerazioni più articolate e meno categoriche: dipende dalla scelta del punto di osservazione.
In questo caso il panorama è mondiale e i dati sono quelli forniti ai primi di giugno 2008 dalla WAN, World Association of Newspapers (www.wan-press.org) che dal 1986 pubblica annualmente il suo rapporto.

Dunque, a livello mondiale le vendite delle testate sono aumentate del 9,37% negli ultimi cinque anni, e del 2,57 % nel 2007.
Quanto alla pubblicità lo share riservato ai giornali è leggermente calato nel 2007 (27.5% rispetto al 28.7%), ma la stampa rimane il secondo maggiore media dopo la televisione, con ricavi superiori rispetto a radio, cinema, outdoor, e internet.
Se poi ai quotidiani si aggiungono le riviste, lo share è del 40%, contro il 38% della tv, mentre i ricavi crescono del 12,84 % dal 2003 al 2007.
I dati sono da leggere tenendo conto che “74 dei 100 quotidiani a maggior diffusione nel mondo vengono pubblicati in Asia”, e che mentre le vendite crescono in Sud America ed Asia, diminuiscono negli USA, in Europa e in Australia.
In particolare nella Unione Europea dal 2003 la diffusione delle testate a pagamento è diminuita del 5,91 %.
Se si tiene conto però della diffusione dei quotidiani gratuiti si ha una crescita del 9,61%: infatti la stampa gratuita copre il 7% nella diffusione mondiale, l’8% in USA, e ben il 23% in quella europea (25% in Italia), e si espande a gran velocità: +173,2% nel quinquennio.
I giornali però, suggerisce Lsdi “continuano ad allargare la propria penetrazione con un’ampia varietà di pubblicazioni gratuite o di nicchia”, e attraverso il rapido sviluppo delle piattaforme on line che nel mondo, dal 2003, sono aumentate del 50,77%. Non necessariamente con conseguenze catastrofiche sulla lettura delle edizioni stampate e sul rapporto complessivo con l’informazione: viene infatti citato uno studio condotto negli USA secondo cui le persone affiancano in genere la frequentazione dei siti web alla lettura almeno settimanale dei quotidiani, con un aumento dell’audience complessiva dell’8%.
Per l’Italia solo un segno meno (*): di 193,8 copie di quotidiani a pagamento ogni 1000 abitanti adulti (259,2 in USA; 300,2 in Germania; 385,3 in UK); il suo share di pubblicità televisiva del 54% (33,4 in USA; 27 % in UK; 23,9% in Germania), e la sua posizione ancora arretrata (59,7%) nella penetrazione di internet (73,6% in USA; 68,6% in UK; 63,8% in Germania) (**).
(Paola Pierantoni)

(*) dati Fieg
(**) Fonte: http://www.internetworldstats.com/stats14.htm

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Bus/1 - A un amico che chiedeva

A un amico che chiedeva, a me cattolico del dissenso, cosa pensavo della propaganda ateistica sui bus genovesi, ho risposto più o meno così. Soldi gettati al vento: gli italiani sono in buona parte già atei. Aver privilegiato in questi anni l’avere sull’essere, mettere come si sta facendo l’uomo ben poggiato sulla pancia anziché sulla testa, l’aver propagandato il consumismo spinto ai massimi livelli da tutti i mezzi di comunicazione sociale, specie da quelli in mano a Mediaset, ha trasformato gli italiani in gente per la quale conta solo, il possedere, la comodità, l’arte raffinata di difendere il proprio orticello infischiandosene di quello degli altri, cioè di tutti. Di tutto questo gli italiani possono ringraziare Berlusconi e soci e non si capisce perché la gerarchia cattolica non l’abbia ancora capito. Può esservi posto per Dio in un mondo così fatto? Su un altro fronte ci ha provato il Comunismo, ma gli è andata meno bene, in quanto l’ideologi a aveva in seno anche gli anticorpi capaci di arginare la fede cieca nel materialismo ateo. E poi il Comunismo non è stata in certo modo l’Idea cristiana impazzita?

Gli artefici di questo nuovo ateismo strisciante, ma neanche troppo, hanno un bel dichiarare la loro fede nei valori etici del cattolicesimo, nelle radici cristiane dell’Europa. Evidentemente non conoscono, e comunque non gliene fregherebbe un bel niente, la pagina di Giovanni in cui si racconta come Gesù scacciò i mercanti dal tempio: …”Fattasi una frusta di funicelle, scacciò tutti dal tempio (…)disseminò il denaro dei cambiavalute, rovesciò i banchi e disse ai venditori di colombe: Portate via questa roba di qui e non fate della casa del Padre mio una casa di mercato. (Gv. 2 / 15-17). Le leggi che servivano per i loro comodi, i nuovi mercanti, se le sono fatte tutte e ora stanno pensando a un balzello da imporre ai più poveri dei poveri, quelli che priverebbero, se potessero, anche di un luogo dove preg are il Dio unico. “Ci penserà la recessione”, ha ribattuto il mio amico. “Non credo”, ho risposto. E’ probabile che in avvenire si consumi meno, che l’uomo cominci a capire che riporre la propria sicurezza solo nei beni della terra è una moneta che non paga, ma ormai il veleno ha fatto strada. E poi siamo così sicuri che la recessione economica non incattivisca gli animi, anziché elevarli verso qualcosa che trascenda la materia?”
(Giovanni Meriana)

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Bus/2 - Atei, Agnostici e Aria Condizionata

«La cattiva notizia è che Dio non esiste. Quella buona è che non ne hai bisogno». Certo la notizia non è affatto scontata, anzi forse il gran numero di persone che nel mondo la pensano differentemente gioca per “l’altra” soluzione, ovvero che ci sia, e pure pronto a lanciare un po’ di strali su questa umanità perditempo. Comunque la notizia che gli atei intendono farsi sentire dall’opinione pubblica, scandendo il proprio slogan che non esiste alcuna divinità, martella i giornali da qualche giorno. Con tutto questo rullare di tamburi da ogni parte, ormai pagare l'AMT potrebbe essere inutile, il messaggio è già arrivato a destinazione e la discussione è stata scatenata. In fondo che volete se ne faccia il Buon Dio di queste sciocchezze, quando se esistesse sicuramente rivolgerebbe il suo sguardo importante e risolutivo allo sfruttamento di uomini e animali in Cina, in Africa e nel resto del mondo compresa casa nostra, alle discariche radioattive, agli asteroidi che sono in rotta di collisione con la terra, all’erba che non c’è più e non produce più l’ossigeno uccisa dai diserbanti industriali, eccetera eccetera.

Il messaggio proposto rispecchia lo stesso modo di pensare assolutistico delle religioni monoteiste, ne assume il titolo di assoluta verità. Invece che “Dio non esiste”, sarebbe stato forse meglio dire "Se io non ci credo tu non mi mettere in croce come hai fatto col tuo Dio", oppure "Io non taglio le mani a chi ruba, perché il ladro della verità potresti essere proprio tu", oppure semplicemente “Un po’ di rispetto per me che ne chiedi tanto per te”, “Lasciami la libertà di peccare secondo la tua fede”, “Io voglio abortire, il peccato è mio e me lo gestisco io” in una forma ereditata da un ben noto slogan femminista anni 70. Certo l'uomo della strada si raggiunge più facilmente con il sarcasmo da palco teatrale che non con lo sforzo di far veramente capire chi sono gli atei e gli agnostici. A tal fine fornisco una pagina web che fornisce qualche chiarimento storico (http://www.disf.org). In fondo l'ateismo è una religione con i suoi dogmi , con la sola apposizione di un booleano operatore NOT di fronte alla parola Dio.
Cerchiamo invece di vedere la cosa da un altro punto di vista, quello dei passeggeri dell’autobus che tanto, essendo sopra, il messaggio non lo leggerebbero più di tanto: se questi sono soldi che arrivano a far funzionare i condizionatori, a riparare le porte, a cambiare le gomme da ritiro della patente, speriamo in una serie di campagne da parte di tutti, atei, cattolici, ebrei, induisti, islamici, buddisti: sarei disposto ad inventarne una pur di viaggiare fresco la prossima estate. Questa sì che sarebbe davvero una Buona Notizia.
(Stefano De Pietro)

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Ma l’Ateneo genovese non risulta attrattivo

Caro OLI, quale tuo lettore da lunga pezza, oggi non mi spiego la non richiesta difesa d'ufficio della corporazione universitaria genovese [OLI n. 210] (a meno che l'autore - MCA - non ne faccia parte), che non solo e non tanto evita altezzosamente di rispondere ai giornaletti locali (dialoga solo con Le Monde o Frankfurter Allgemeine Zeitung?) ma che - soprattutto - ci regala facoltà assolutamente silenti nel dibattito pubblico cittadino e che, se fosse esaminata con criteri un po' meno naif di quelli che tanto l'hanno indispettita (magari i titoli scientifici e le varie pubblicazioni di buona parte dei suoi membri), vedrebbe subito evidenziarsi il perché questo nostro Ateneo non risulta minimamente attrattivo, nel pur modestissimo panorama nazionale. Cordialmente.
(Pierfranco Pellizzetti)

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Comunicato stampa della Associazione per Cornigliano

Oggi, 19 gennaio 2009, la Corte di Appello del Tribunale di Genova, presieduta dal dott. Odero, ha emesso la sentenza di secondo grado nei confronti di Emilio Riva e dei figli Claudio e Fabio Arturo per inquinamento ambientale.
Il processo di primo grado, iniziato nel 2004, si era concluso nell’ottobre 2006 con la condanna dei suddetti imputati a 1 anno e quattro mesi.
Con la sentenza di oggi, in merito all’inquinamento causato dall’altoforno che era oggetto del nostro intervento, i giudici della Corte d’Appello hanno ritenuto, a causa di un vizio di procedura (ossia di un semplice cavillo legale), di “trasmettere gli atti al Procuratore della Repubblica di Genova”: di ripartire quindi daccapo con un altro procedimento penale, che tuttavia, come si sa, incontrerà la prescrizione ad inizio 2010.

Che dire di tutto questo? La prima reazione spontanea è la constatazione che noi dell’Associazione Per Cornigliano, per difendere il diritto alla salute dei cittadini in quegli anni bui di feroce inquinamento, ci siamo rivolti alla Magistratura perché la politica da decenni si mostrava impotente e non assolveva al proprio ruolo di tutela della cittadinanza.
Confidavamo di essere tutelati dalla Magistratura, che oggi, dopo sei anni di processo e fatiche immani da parte di noi cittadini nel porci contro un colosso quale il Gruppo Riva, decide di trasmettere nuovamente gli atti al Procuratore…
Resta tuttavia l’orgoglio dell’azione “titanica” che abbiamo portato avanti, grazie al valido aiuto dei nostri Avvocati, Stefano Savi e Roberto Damonte, che ringraziamo per la professionalità e la dedizione dimostrate in una causa dal forte significato morale.
Siamo anche soddisfatti dei nostri successi: l’essere stati riconosciuti come parte civile e come Associazione che tutela gli interessi degli abitanti; il fatto che, comunque, Emilio Riva e figli sono stati condannati in primo grado; il fatto che non sono stati assolti in secondo grado, ma dichiarati oggetto di ulteriori indagini.
L’attività della nostra Associazione prosegue come sempre: continueremo a sopperire alla noncuranza con cui da sempre vengono trattati i cittadini di Cornigliano, tutelandoli con ogni mezzo avremo a disposizione, sia di carattere civile, penale, politico o “mediatico”.
(Il Presidente Cristina Pozzi)

Posted by Admin at 19:05 | Comments (0)