25 Febbraio 2009
VERSANTE LIGURE
Già esile, patito
e a tratti schizofrenico,
or io mi son smarrito
e in me non m’identifico.
Insomma, son partito
(s’intende, democratico).

email: enzo@enzocosta.net; http://lanterninoenzocosta.blogspot.com
Illustrazione di Aglaja
email: aglaja@fastwebnet.it; http://proveaglaja.blogspot.com
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Immigrazione/1 - Metropoli spiega il ddl sicurezza
Metropoli (15 febbraio 2009) informa, punto per punto, sui provvedimenti del ddl sicurezza approvati in Senato. Il più eclatante, rimbalzato su tutti i giornali, la possibilità per il personale medico di segnalare alla polizia gli irregolari che si fanno curare. Gli altri: una tassa di 200 euro sulla cittadinanza, una tassa da 80 a 200 euro sul rilascio e rinnovo del permesso di soggiorno, il reato di ingresso e soggiorno illegale, che tanto aveva fatto discutere duranti i primi mesi di discussione del ddl, cittadinanza per matrimonio dopo 2 anni, e non più sei mesi, obbligo di denuncia degli irregolari per i money transfer, impossibilità di sposarsi se privi di permesso di soggiorno, iscrizione all'all'anagrafe solo dopo la verifica delle condizioni dell'alloggio, permesso di soggiorno a punti.
Tra le norme bocciate, la possibilità di revocare il permesso di soggiorno anche se si commette un reato per quanto riguarda i diritti d'autore, carta di soggiorno per i familiari che soggiornano in Italia da almeno 5 anni e trattenimento nei CIE (Centri di identificazione ed espulsione) fino a 18 mesi (norma uscita dalla porta e rientrata dalla finestra: nel dl “antistupri:”- Repubblica, 20 febbraio 2009 - un articolo porta da 2 a 6 mesi il tempo massimo di trattenimento dei centri).
Metropoli non riporta commenti né prese di posizione, a riguardo, la nuda informazione redatta in modo comprensibile anche per chi non ha una perfetta padronanza dell'italiano.
A far contrasto con la mera elencazione di leggi, la lettera di Ala C., moldava, 32 anni, badante clandestina che non vede i suoi figli da 4 anni e che da anni tenta di regolarizzarsi col decreto flussi, senza riuscire “Sono in Italia da 4 anni come clandestina, non riesco ad avere il permesso di soggiorno e vivo sempre con l'ansia di ottenerlo...Perchè non posso avere il permesso di soggiorno anch'io, che sono qui in Italia e faccio un lavoro onesto e pulito e non così facile? Che colpa ne ho io? Che colpa ne hanno i miei figli?”.
(Eleana Marullo)
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Immigrazione/2 - Uso politico della statistica
Nell’articolo “Il crimine cresce ma soltanto tra gli irregolari” (Repubblica, 12 febbraio) Paolo Arvati invoca “un approccio rigoroso a statistiche particolarmente insidiose come quelle giudiziarie”, e indica nella ricerca di Marzio Barbagli (“Immigrazione e sicurezza in Italia”, Il Mulino) un utile strumento.
Barbagli parte dal cambiamento occorso in molti paesi europei a metà degli anni ’70: fino ad allora il tasso di criminalità degli immigrati era risultato inferiore a quello delle popolazioni autoctone, ma dopo la crisi petrolifera del 1973 le politiche migratorie europee diventano più restrittive, la pressione migratoria aumenta e per la prima volta cresce la quota dei reati commessi da stranieri.
Cause possibili: l’aumento della immigrazione irregolare; una offerta di lavoro immigrato che supera la domanda; una maggiore difficoltà a trovare e conservare un lavoro soddisfacente; il peggioramento delle prospettive delle seconde generazioni.
In Italia tutto inizia dopo: nel 1992 la percentuale di immigrati sulla popolazione è ancora poco più dell’1%, salirà al 6% nel 2006. Nello stesso periodo cresce anche la percentuale degli stranieri sul totale dei denunciati per diversi reati: omicidio dal 6 al 24%; furto dal 25 al 49%; rapina dal 14 al 32%; violenza sessuale dal 20 al 38%; traffico di stupefacenti dal 14 al 29 % … Sono gli irregolari a delinquere in misura maggiore: si va dal 65% al 92% del totale, a seconda della tipologia del reato.
La politica strattona questi dati per piegarli ai suoi scopi. Enfatizzati dalla destra per cercare consenso e per distrarre l’opinione pubblica da altri e molesti pensieri, minimizzati o negati dalla opposizione. Salvo poi incorrere in improvvisi sussulti (definiti da Barbagli “ondate di panico morale”) come quello seguito all’omicidio di Tor Vergata, che porta Veltroni ad affermare: “prima del 2007 (anno dell’ingresso della Romania nell’U.E.) Roma era la città più sicura del mondo, ora invece… Gli arrestati per il 75 % sono romeni che hanno rapinato, violentato, ucciso”, e Prodi a varare in fretta e furia un improvvisato decreto legge sulla sicurezza. Pensare, rileva Barbagli, che nel 2007 non c’erano state discontinuità nell’andamento del tasso di criminalità dei rumeni: il salto, semmai, c’era stato nel 2002, in concomitanza con l’abolizione dell’obbligo del visto di ingresso dalla Romania.
Servirebbero coraggio ed onestà. Per non alterare i dati sui crimini, e per vedere la realtà per intero. Incluso il fatto che l’incremento della immigrazione irregolare è favorito “dal vastissimo settore informale della economia e dalla scarsa efficienza dei controlli pubblici” e dalla mancanza di “una politica che stabilisca quote realistiche di ingressi annuali di immigrati”. Oppure che, per un immigrato, la probabilità di essere vittima di un reato (furto, omicidio, violenza) è più alta da tre a cinque volte rispetto a un italiano. E magari che in Svezia, grazie ad una politica di integrazione che include l’insegnamento a scuola della lingua madre, le violazioni della legge diminuiscono tra gli immigrati di seconda generazione.
(Paola Pierantoni)
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Lavoro - Per i contratti a termine solo disattenzione e silenzio
Sapete qual è il paese dove chi è “disoccupato è 12 (dodici) volte più a rischio di essere povero del resto della popolazione”? E’ l’Italia! A dirlo sono alcuni economisti, tipi seri che non a caso da tempo avevano annunciato la stagione che stiamo vivendo. Tra loro Tito Boeri intervenuto più volte su Repubblica delle ultime settimane. E’ probabile, ha scritto Boeri (16 febbraio 2009), che nel 2009 i disoccupati superino la soglia dei due milioni. Venerdì 13 febbraio (quando si dice le date) il governo ha annunciato di aver reperito 8 miliardi per finanziare gli ammortizzatori sociali tramite un accordo con le Regioni ma già a poche ore di distanza il ministro del lavoro ha annunciato che la riforma dovrà essere “ulteriormente rinviata”. A quando? Non si sa. Verranno finanziati solo gli interventi di cassa integrazione in deroga. Si tratta di interventi diretti alle imprese e non ai disoccupati che invece possono essere vittime di licenziament i individuali o subire il mancato rinnovo del loro contratto a termine. Inoltre gli interventi di cassa integrazione non sanciscono alcun diritto ad essere aiutati per coloro che perdono il lavoro. Per queste persone l’unica possibilità di essere aiutati è che la Regione e sindacati si accorgano della loro esistenza e si impegnino a sostenerli. Infine gli interventi di cassa integrazione sono uno strumento di politica industriale e non di assistenza: è la politica – Governo e Regioni assieme ai sindacati – che decide a quali imprese dare gli ammortizzatori e a quali non. A goderne sono le imprese con più coperture politiche e situazioni sindacali “con buone relazioni”.
Il ministro del lavoro ha definito gli ammortizzatori sociali “un rubinetto aperto” che finirebbe per “deresponsabilizzare le aziende”. La verità è che per i circa tre milioni di lavoratori (Banca Italia su Repubblica 22 febbraio) che hanno il loro contratto in scadenza nel 2009 fino ad oggi non è stato né fatto né pensato nulla. Per la maggior parte di loro non è da prevedere una riduzione del livello di vita ma più realisticamente il passaggio rapido alla povertà. A Milano ricordarlo per primo è stato Tettamanzi, il cardinale che, con un milione di euro fatto uscire dalle tasche della Curia, ha lanciato il “Fondo Famiglia-Lavoro” seguito poi dalla Fondazione Cariplo e da altri enti e privati cittadini.
E a Genova? A Genova il problema viene considerato irrilevante. I sindacati non hanno fornito a tutt’oggi i numeri relativi ai contratti a termine in scadenza nei vari settori produttivi, né alcuna indicazione su chi siano – età, provenienza, situazione familiare – dei lavoratori a rischio. Così anche la Regione, la Provincia e il Comune. Nessuna informazione e quindi nessun problema, nessun impegno preciso. Egoismo di una città di vecchi o cecità della politica? O tutte e due le cose?
(Manlio Calegari)
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Gronda - Débat public ou débâcle publique?
“Rivolta per la gronda. Voltri scende in piazza”, “Gronda, il no della Valpolcevera. Tensione a Rivarolo”, “Gronda, abitanti sulle barricate. Proteste anche a Sampierdarena”. Sono alcuni titoli dei giornali locali che riportano il clima incandescente della prima fase del dibattito pubblico sulla gronda dedicato alla presentazione del progetto, arrivato alla quinta puntata (la sesta e ultima avrà luogo il prossimo giovedì 26 a Bolzaneto). Registrano solo il clima dei vari incontri di presentazione del progetto. Semplicemente rovente, animi esasperati. Lo descrive molto bene Diego Curcio sul Corriere Mercantile: “netta contrarietà degli abitanti a questo tipo di infrastruttura” a ognuno dei cinque tracciati proposti, perché la soluzione è quella “di una mobilità sostenibile che sposti le merci e le persone sul ferro invece che sulla gomma”. Secondo il cronista “il Débat public, come è stato condotto finora, ha ottenuto come unico risultato quello di tracciare un solco ancora più profondo fra istituzioni e cittadini, allargando notevolmente l’area di dissenso”. A confermare il distacco è stato il modo con cui a Sampierdarena è stato minacciosamente accolto l’intervento dell’assessore alla Cultura del Comune Andrea Ranieri che ha ribadito la contrarietà del Comune alla “opzione zero”: “Ci rivediamo alle elezioni” (Coriere Mercantile, 22 febbraio). Più che un débat sembra una débâcle publique.
La questione ”opzione zero” è radicale. Ha accompagnato il dibattito fin dall’inizio, ma viene da lontano, da quando si è cominciato a parlare della gronda di ponente (allora si chiamava bretella autostradale). Luigi Bobbio, l’ineccepibile presidente della Commissione per il dibattito pubblico, ha confermato che in Francia, il paese che guardiamo come modello nei dibattiti pubblici, dopo molti anni di esperienza, si è stabilito per legge “che il dibattito pubblico avrebbe dovuto avere per oggetto non solo le caratteristiche del progetto, ma anche la sua opportunità”
In altre parole, il dibattito pubblico si sarebbe dovuto fare nella fase d’ideazione del progetto. Una ventina di anni fa perché ognuno, cittadini e amministratori, ha ormai le idee ben radicate. Può forse ancora arricchirsi raccogliendo idee, osservazioni, proposte (vedi “I quaderni degli attori”, raccolte sul sito dell’Urban Center, ma la sostanza non cambia e nessuno parla più di democrazia partecipativa. Il débat public appare invece come un mezzo per legittimare scelte già fatte. Ma chi ha avuto la buona idea?
(Oscar Itzcovich)
Dal 7 marzo al 18 aprile il dibattito entra nella fase degli approfondimenti tematici (cinque incontri): i diversi scenari del traffico e della mobilità, le cinque alternative di tracciato, la gestione dei cantieri e lo smaltimento dei materiali di scavo, l’impatto sull’ambiente, sulle abitazioni e sulle aree industriali, l’integrazione con altri progetti riguardanti il territorio. Incontro conclusivo il 29 aprile.
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Comune - Verde in svendita
Ma che affari fa il Comune! Quando si dice avere fiuto. Specialisti gli addetti del Settore Tecnico del Patrimonio che dichiarano in un delibera del 30 luglio 2002 di ritenere vantaggiosa una proposta della società costruttrice dei box di via Ausonia in Castelletto. La proposta? Semplice! Uno scambio di verde ovvero, poiché si ribadisce che l'area di via Ausonia "ha una migliore potenzialità di utilizzo nell'ipotesi di sistemazione a parco urbano", si accetta la permuta con un'altra in via Sclopis, a Sturla, che "risulta essere gerbida e scoscesa". Si sa le ferie incalzano, la delibera è esecutiva il 16 agosto. E così voilà, per 4379 euro la ditta costruttrice di via Ausonia ottiene allora di scambiare una porzione di verde in Castelletto con un'altra a Sturla. Il tempo passa, i lavori di via Ausonia si interrompono e la ditta cessa di esistere. Nel frattempo se ne fa avanti un'altra, nome nuovo, stessi componenti, che presenta tempo dopo un progetto di 52 box pertinenziali e posti auto sull'area verde di via Sclopis.
Capito il rebigo? E il miniparco da farsi in Castelletto?
E' di questi giorni la notizia che é stato rilasciato il "certificato di collaudo" per panchine sepolte, cavi scoperti, recinzioni pericolanti, topi: tale è lo stato dell'area destinata al miniparco. Una disputa legale vede di fronte la vecchia società e residenti per la manutenzione, per fortuna il cancello è chiuso a chiave. In ballo c'è pure una maxi fideiussione che la società costruttrice aveva depositato come garanzia se i lavori non fossero stati eseguiti a regola d'arte. E infatti non solo della manutenzione del verde si discute ma anche di infiltrazioni e danni a case vicine (Secolo XIX).
Intanto in via Sclopis cercasi disperatamente acquirenti, eh già, infatti c'è corsia preferenziale perchè i box sarebbero pertinenziali, legge Tognoli, ma gli acquirenti son per ora un po' pochini. E' andata buca pure l'incontro fra costruttore ed abitanti. Solo ”lusinghe compiacenti” per clienti potenziali: così viene definito l'incontro dai partecipanti.
Chi vi abita chiede almeno un verde decente, giardino pensile attrezzato, una piccola area dedicata all'orto educativo per le scuole limitrofe. Magari si tollererebbero ruspe e camion e un futuro traffico di auto inadeguato per una stradina chiusa a senso unico alternato, senza marciapiede.
Poca cosa in fondo per un terreno pagato al Comune solo quattro mila euro e su cui costruire più di 50 box. Per il verde tante parole, alle proposte però non si fanno grandi feste. Peccato e dire che il costruttore ha già dimostrato competenza: basta rivolgersi in via Ausonia, basta dare un 'occhiata ai topolini che vi corrono felici. Al Comune che definisce “situazione limite” la vicenda, complimenti. Cosa non farebbe per dare un po' di verde ai suoi cittadini.
P.S. Nell'approvazione della delibera del 2002 spiccano nomi tuttora presenti nel Consiglio Comunale attuale, di maggioranza e di opposizione.
(Bianca Vergati)
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Cornigliano - Il fantasma delle acciaierie
Strana giornata quella di venerdì 20 febbraio per le Acciaierie di Cornigliano, anzi per il loro fantasma mentale, in due diverse sale genovesi.
Da un lato tirate in causa in modo insolitamente rude ed esplicito da chi è venuto da fuori, da Vendola, che nella sala più che gremita in cui è riunita la “Costituente per la sinistra” dice con bella veemenza: “Troppo facile fare come ha fatto Riva, a comprarsi a prezzo di saldo un’area d’oro. Certo, ora è un po’ arrabbiato con me perché gli sto chiedendo di restituire un po’ dei soldi che si è fatto per sanare i problemi ambientali e della sicurezza” (applausi convinti e liberatori).
Dall’altro completamente ignorate nel genovesissimo documentario “Cornigliano, nostalgie del mare, memorie di acciaio” realizzato da Salvatore Vento e Ugo Nuzzo in collaborazione con la Società per Cornigliano e l’Archivio Ansaldo.
Nella sala cinematografica Amici del Cinema le 50 o 60 persone presenti vedono le immagini della spiaggia perduta, castello Raggio, le barche, i bagnanti. Poi la nascita della Italsider, i dirigenti, il lavoro, la professionalità, la politica sociale e culturale della azienda, il rapporto col quartiere, le donne del Coordinamento di fabbrica, il salario sociale, la visita del Papa… Il passaggio alla gestione Riva e lo scivolamento verso la dismissione seguono dolcemente, senza scosse. Poi la distruzione dei gasometri e degli impianti col suo fascino estetico, il quartiere che cambia, gli immigrati, gli esercizi commerciali e il mercato immobiliare che si adattano alla nuova realtà.
Le ipotesi sul futuro appaiono vuote e lisce come le immagini dei nuovi spazi aperti e spianati. Un sacerdote parla della idea di un parco giochi. Patrizia Avagnina evoca potenziali unità produttive ciascuna magari non grandissima, ma che nel loro insieme… Nessuno nomina il fatto che lì una fabbrica c’è ancora, si chiama Acciaierie di Cornigliano, 2000 lavoratori, 1000 in cassa integrazione. Una voce dal pubblico chiede notizie. La risposta è gentile, imbarazzata:
- Sì, è vero, ma questo non è un documentario sulla condizione operaia.
- Ma cosa c’entra, qui si parla delle prospettive del territorio.
- Dovevamo scegliere, non abbiamo parlato nemmeno di Guido Rossa.
(Paola Pierantoni)
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Libri - Economia canaglia
Il regalo di un amico che ha vissuto molto tempo a Shanghai mi fa conoscere un libro (Loretta Napoleoni, “Economia canaglia”, Il Saggiatore) che vale la pena di conservare nella propria libreria. E’ l’ultima fatica di Loretta Napoleoni, una denuncia sullo stato dell’economia del nostro tempo, raccontata nei suoi risolvi più torbidi. Il racconto spazia dalla caduta del muro di Berlino fino al mondo virtuale dei giochi su internet e la finanza mondiale, passando attraverso tutti gli argomenti che ritroviamo a macchia di leopardo nei telegiornali, nelle conferenze, sui giornali, o che anche non troviamo affatto nell’informazione di stato che ci caratterizza oggi.
Un’opera completa ma non riassuntiva, duecentocinquanta pagine (di cui nove di sola bibliografia) di fatti, analisi, informazioni. Si resta talvolta colpiti dalla differente interpretazione di fatti che, quando analizzati con la competenza di chi conosce il funzionamento del “tutto”, forniscono una chiave di lettura opposta rispetto a quella scontata e superficiale, di primo pelo: ad esempio l’opera di Bono degli U2 sul condono del debito pubblico di alcuni stati africani è stata un’arma a doppio taglio e si è rivelata alla fine solo utile per rifinanziare gruppi di potere e guerre locali, quando sarebbe stato molto più utile ridurre i dazi di importazione dei prodotti “puliti” della loro economia, innescando così un circolo virtuoso di scambio commerciale dall’Africa verso l’Europa. Però in un sistema europeo basato sul sostegno di stato all’agricoltura, tanto osteggiato dagli USA, questa operazione avrebbe sconvolto i sottili equilibri dell’economia del vecchio continente, non certo basata sull’etica. Oppure che dietro la scatoletta di tonno a prezzo scontatissimo si cela il lavoro di pescatori di frodo cinesi che lavorano con turni di tre anni a bordo di pescherecci fantasma che non toccano mai terra e che sono lasciati affondare senza soccorso in caso di naufragio. Con la candida Spagna dei diritti di tutti che alle isole Canarie chiude un occhio per consentire l’immissione di questo pesce nei mercati puliti della Unione Europea.
Il libro è suddiviso in 12 capitoli: la prostituzione dell’Est Europa e le nuove schiave, il problema della caduta del comunismo, la fine della politica, il fattore Cina e lo squilibrio economico derivante, le falsità dei regimi dittatoriali e dell’allarme terrorismo islamico, come funziona il mercato internazionale oggi, il mondo virtuale in internet con il suo bagaglio di nuovi pirati e problemi, il problema della pesca di frodo che alimenta le nostre tavole, l’illusionismo come metodo di comando, la mitologia dello stato mercato, la forza della globalizzazione, il tribalismo economico con la sharia e il califfato d’oro prossimo a venire.
L’autrice è italiana, vive a Londra, ed è tra i massimi esperti mondiali di terrorismo e di economia internazionale, consulente delle principali emittenti televisive e di molti giornali di varia nazionalità. Una buona occasione per il lettore di cambiare la propria visione del mondo.
(Stefano De Pietro)
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PD - Se i proprietari si facessero vivi
La domanda si presenta inaspettata, dopo una giornata qualsiasi che non ha niente a che vedere con quelle passate di Veltroni o Franceschini. E se vogliamo di D’Alema o Bersani. Si tratta di un quesito birichino e inadeguato che gli umani – vedi elettori – normalmente non si pongono perché cosa gli appartiene, infine, di questa società?
Il gioco delle parti suggerisce ruoli precisi nei quali si è partito solo in piazza o in campagna elettorale. Come si trattasse di una chiamata alle armi, nella quale chi può sceglie il proprio esercito, sentendosi - anche in minima parte - fattore determinate. Poi, a fine giochi, tutti a casa.
Sistematicamente è accaduto, negli ultimi anni, che quel tutti a casa ha generato nelle anime del centro sinistra uno stato di resa profondo. Senso di sconfitta davanti all’ineluttabile. Per trasformarsi poi in giudizio implacabile di una classe dirigente incapace di riconosce e battersi per questioni elementari, soggiogata dal confronto con una destra scaltra a trovare il peggio degli italiani, mutandolo in valore.
Di chi è il Pd? E’ la domanda che potrebbero porsi tutti coloro che oggi non hanno rappresentanza e che vedono spegnersi quel che resta del meglio dell’Italia. Insieme ai tristi dalla politica e a coloro che con alla sconfitta di Soru hanno visto la sconfitta di un loro ideale.
Immaginare questo esercito di delusi è facile anche per i più pragmatici. La capacità di rivolgersi anche a loro e di accogliere quelle voci spente è l’obbiettivo che si dovrebbe porre chi nel Pd occupa posti di rilievo a livello locale e nazionale. Come se le due parti, infine, trovassero un luogo dove incontrarsi. Come se il Pd - lungi dal diventare inferno per le differenti anime del centro sinistra - diventasse campo base per una partenza.
Circola voce – purtroppo – che non ci sia nulla da fare. Che il partito sia morto. O che sia abitato da molta gente cattiva, intenta solo a far i propri interessi, lontana da quell’attenzione per la collettività che dovrebbe animare chi della politica fa la propria mission quotidiana. Pare che questa sia infine la ragione per cui molti, dal partito, stanno alla larga.
E’ certo che anche i più volenterosi si siano sentiti affranti dal mondo in cui i temi più scottanti sono stati affrontanti o dimenticati dal Pd. Costernati al punto che il partito non è più cosa loro, ma fa parte delle fatalità che chiunque incontra sul suo cammino.
Di chi è il Pd? Non è un programma. E nemmeno manifesto. E’ solo un faticoso spunto di riflessione dal quale, almeno, si potrebbe osare.
(Giovanna Profumo)
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