11 Marzo 2009
VERSANTE LIGURE
Più ognun si è corazzato
più dubbi lui s’inferse
più il credo fu blindato
più nei “chissà!” si perse:
fondò poi il comitato
chiamato “Gronda, forse”.

email: enzo@enzocosta.net; http://lanterninoenzocosta.blogspot.com
Illustrazione di Aglaja
email: aglaja@fastwebnet.it; http://proveaglaja.blogspot.com
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8 marzo - Il corpo delle donne
Quest’anno l’8 marzo è trascorso all’insegna degli stupri. Non donne che riempiono pagine ed affollano piazze per suggerire una trasformazione del mondo, ma pagine riempite da notizie di cronaca, statistiche, dichiarazioni, con le donne in difensiva contro una violenza materiale, ideologica e politica che le accerchia e le inchioda ad una condizione che si vorrebbe immutabile: una violenza che, indipendentemente dalle forme in cui si esprime, si basa sul considerare il corpo della donna un mero oggetto.
Includo in questa violenza la frase di Berlusconi che di Eluana disse “… potrebbe anche avere un figlio”.
Includo in questa violenza la scomunica pronunciata dall’arcivescovo di Olinda e Recife, don Jose' Cardoso Sobrinho, contro i medici e la madre che avevano permesso l’aborto di una bambina di 9 anni che aspettava due gemelli a seguito delle violenze subite dal patrigno da quando, di anni, ne aveva sei.
Adriano Sofri in un bellissimo articolo su "La Domenica" di Repubblica dell’8 marzo dice “c’è una tale guerra di uomini, civili e barbari, che bastonano, e sfregiano e ammazzano donne per amore…”. Siamo sempre lì, alla guerra di uomini e tra uomini, con le donne in mezzo, merce di scambio, relazione, confronto. Ultima produzione nostrana, le ronde a proposito delle quali ancora Sofri dice “gli uomini (bianchi) si armano per castigare la foia profanatrice degli uomini (di colore). Il linciaggio serviva a quello. Anche le ronde: regolate, per carità, solo pensionati apolitici delle forze dell’ordine. Non scandalizzatevi: tra il linciaggio e le ronde c’è un legame tanto più sottile quanto più rivelatore”.
Per tutto quanto precede ritengo che il concerto per l’8 marzo offerto gratuitamente al pubblico dalla Fondazione Carlo Felice abbia di fatto assunto il significato di un atto politico: in un ruolo consacrato come l’emblema del potere direttivo maschile, corredato da una infinita iconografia di gesti imperativi e virili, sul podio questa volta c’era un corpo di donna. Non è solo il fatto anagrafico a contare, cioè che a dirigere ci fosse una giovane donna, Inma Shara (http://en.wikipedia.org/wiki/Inma_Shara), ma il fatto che era del tutto femminile ciò che quel corpo faceva, il fatto che non ci fosse nella direttrice nessun adeguamento alla modalità gestuale consolidata dai secoli trascorsi.
Il suo era un corpo danzante, diverso. Con l’orchestra che rispondeva alla perfezione.
(Paola Pierantoni)
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Porto - La difficile rotta verso la trasparenza
Perché è così difficile farsi una opinione a proposito del porto di Genova? E perché è difficile vista la massa di articoli che sulla stampa quotidiana compaiono quasi giornalmente a proposito di questa materia? E quali sono le ragioni di contrasto tra i vari gruppi di interesse e relativi gruppi professionali che operano in porto? E sarà vero quanto per l’ennesima volta ha annunciato Repubblica (4 marzo ’09) che “L’intesa non è più un miraggio” e che addirittura è “a portata di mano” (8 marzo ’09)? E perché è stato necessario che fosse il prefetto a convocare settimanalmente, da soli o a gruppi, i rappresentanti delle categorie portuali (Compagnie, Sindacati, Autorità portuale, Terminalisti e altre operanti in porto) per sapere cosa pensavano?
E che cosa è cambiato nelle posizioni di costoro che li avrebbe convinti ad accordarsi inducendo così Repubblica a scrivere che la soluzione sia a portata di mano? Ci sono stati e ci sono altri tavoli di trattativa oltre quello ufficiale che è andato avanti per settimane in prefettura? E quali e a favore di quali accordi? E chi ha giocato e sta giocando per arrivare all’ultimo minuto dell’ultima ora dell’ultimo giorno utile – il 31 marzo 2009 – della scadenza del bando di gara relativo alle prestazioni di lavoro temporaneo nel porto di Genova? E perché da parte di quasi tutti i soggetti – tra le eccezioni la Sindaco – tante manifestazioni di ostilità verso il bando e l’adempimento di legge? E perché da parte degli stessi tanta nostalgia per i tempi andati e il “patto del lavoro” che dal 2002 e a tutt’oggi regola l’organizzazione del lavoro del porto di Genova? E perché nel 2002 le Imprese terminaliste e le due Compagnie portuali genovesi (la Compagnia Unica operante nelle Merci Varie e la Pietro Chiesa operante nelle rinfuse solide), erano arrivate a siglare tra loro quel “patto” - ratificato nello stesso anno da un decreto dell’Autorità portuale (trasmesso al Ministero dei Trasporti) e integrato nel 2004 a seguito di un ulteriore accordo? E visto che una legge che regolava la materia esisteva anche allora qualcuno poteva dubitare che il “patto” servisse solo ad eluderla? E quali erano le ragioni, gli interessi a sostegno del “patto”? E di chi in particolare?
Una buona raccolta di materiali per rispondere a queste domande si trova su www.portogenova.blogspot.com e su economiadelmare.splinder.com. Più difficile invece farsi una opinione sulla natura degli scambi passati e in corso in termini di quattrini, potere e politica. L’inchiesta sulle aree demaniali occupate abusivamente, gli accordi pasticciati per l’occupazione di terminal, i pagamenti per cassa integrazione di dubbia attribuzione e altre marachelle, è in corso da oltre due anni e la risposta delle categorie portuali è stata solo di negare o minimizzare. Che fosse quella la materia del famoso “patto”?
(Manlio Calegari)
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Migranti - Liguria ultima per “integrazione”
E’ ufficiale: nessuno in Italia accoglie a braccia aperte la massa di migranti che riempiono sempre più i nostri cantieri e le nostre case: nel migliore dei casi sono sopportati come un male necessario. Sono questi i sentimenti del nostro paese su cui ha scavato il sesto rapporto del Cnel (Consiglio nazionale dell’economia e del lavoro www.cnel.it) che misura l’indice di integrazione degli immigrati in Italia. Stabilito che gli immigrati sono in generale poco graditi - si legge nel rapporto – quali sono le regioni e le province italiane che hanno verso di loro un atteggiamento costruttivo? Che ne facilitano l’integrazione con misure diverse (assistenza sanitaria, politiche abitative, scolastiche e simili)?
La risposta è che “La Liguria è la regione del Nord in cui per gli immigrati è più difficile integrarsi” (Repubblica 21 febbraio 2009). E la causa non sta nella scarsa “attrattività” della nostra regione o l’insoddisfazione (dei migranti) per l’inserimento occupazionale – che c’è ma non è questo che fa la differenza. E’ invece dovuta al fatto che l’inserimento sociale in Liguria – rispetto alle altre regioni - risulta a livelli minimi a cominciare dalla abitazione dove risultano gli affitti più cari e le discriminazioni più pesanti. Poi c’è la dispersione scolastica, il basso numero di naturalizzati, il basso numero di ricongiungimenti familiari. Nella classifica per province l’ultima è La Spezia, penultima Genova e, poco più sopra Savona e Imperia.
Questo dicono i numeri: la regione del centro sinistra, con tre province su quattro di centro sinistra, con le ben note tradizioni antifasciste e resistenziali, con sindacati prestigiosi e densi di orgoglio operaista, è agli ultimi posti in Italia – dove nessuna regione brilla particolarmente in materia – per l’accoglienza degli stranieri.
La notizia pubblicata con un titolo a piena pagina non è stata giudicata, nei giorni successivi, degna di alcun commento da parte dei protagonisti dell’economia e della politica locale. Come se il rapporto del Cnel parlasse d’altro.
(Manlio Calegari)
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Anziani - Voci del limbo
Sarà bene attrezzarsi. Nella regione con il più alto indice di anziani in Italia (Secolo XIX, 3 marzo) l’esistenza dei vecchi incombe spesso come evento meteorologico in un ambito familiare. Accade che nell’equilibrio perfetto di un quotidiano ritmato da piccoli acciacchi, visite, telefonate, l’anziano – lentamente – diventi più anziano. I mesi invernali lo piegano e cose normali - in passate stagioni - non lo sono più. Superare l’inverno a casa può diventare un miracolo che si rinnova di anno in anno.
Poi, succede che lui cada. Non vale la pena di chiedersi perché. Ha fatto mille esami, visto molti medici, la diagnosi è la vecchiaia. Cade in casa e per strada. Cade perché inciampa o rifiuta il bastone. Perché è confuso. Perché le patologie assumono con l’età maggior forza. Succede che l’ennesima caduta necessiti un ricovero. Ancora esami, controlli e l’ospedalizzazione che come un imbuto traccia l’esistenza dell’anziano. La struttura ospedaliera è i ncapace di farsi carico di questo tipo di malato. Non è un vero malato. Quindi l’ospedale con le risorse che ha può fare due cose: allettarlo e invitare la famiglia a portarselo a casa al più presto. Nel frattempo è inutile chiedere al reparto di rimetterlo in piedi. Il buon senso suggerisce che basterebbero pochi passi – lui non ha nulla di rotto – ma nel reparto ci sono casi più gravi e il personale deve seguire quelli. E’ ancora inutile mandare in reparto personale privato, pagato dalla famiglia, perché il reparto, se l’anziano cade con altri, non è coperto da assicurazione. Lui trascorre due settimane così. A letto. Sfiancato prima da se stesso, poi dal clima, dai controlli, dal cibo. No. Non mangia. Perché mangiare?
Nel frattempo sono state attivate le pratiche di ricovero riabilitativo in struttura convenzionata - con liste di attesa che vanno dai trenta ai sessanta giorni - si è verificato in quale scrivania è atterrata la pratica. E gli impiegati dell’ospedale hanno compilato i moduli per i presidi (sponde per letto, girello, carrozzina) che un familiare deve consegnare personalmente presso l’ufficio Asl - dal martedì al giovedì dalle 8.30 alle 13.00 - nell’ipotesi che l’anziano possa essere riaccolto, dopo la degenza ospedaliera, a casa. Si valutano ipotesi ed energie. Poi si chiede all’assistente geriatrico – lista alla mano - quale delle case di cura private sia la “migliore”, nell’attesa si liberi un posto nelle strutture convenzionate. Ma nell’ufficio preposto non fanno nomi. Non possono. Non devono. E’ un limbo sul quale nessuno di loro può esprimere un’opinione, tranne la famiglia che “deve scegliere da sola, come preferisce”. Sono voci suadenti della reception di un hotel , quelle che rispondono in alcune case di cura: “posto letto uomo o donna?”. Garantiscono fisioterapia, assistenza, giochi di gruppo e buon cibo. La ricerca assume i contorni di un soggiorno vacanze o di un bed&breakfast. Chiedono dai 2200 – 2700 euro al mese, 30 - 60 giorni degenza garantiti. La coscienza può attivarsi solo al controllo diretto. Insieme alle energie familiari per far fronte al temporale.
(Giovanna Profumo)
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L’elmo di Scidone
“Il prefetto bacchetta Scidone” è il titolo di un articolo di Repubblica del 7 marzo che riporta le dichiarazioni del Prefetto Anna Maria Cancellieri per cui “la polizia non ha bisogno di regali e nemmeno di elemosine”.
Forse perché Genova attraversa una crisi economica e per questo è sospetta di disordini sociali, tutte le questioni calde degli ultimi mesi sono passate sul tavolo del prefetto. Dall’annosa questione della gestione dei servizi del porto alla tutela della sicurezza del lavoro, dalla verifica dell'"accordo di programma” firmato nel 2005 tra le istituzioni pubbliche, sindacati e Ilva ai “problemi dei pensionati dell’amianto”. E’ una anomalia cittadina che il prefetto Cancellieri -che non ama l’esposizione mediatica – ha interpretato e interpreta con discrezione. Infatti, con discrezione, ha invitato l’assessore comunale alla sicurezza, che ha proposto di destinare una cifra consistente (300 mila euro) alla questura locale per acquistare scooter, computer, etilometri, torce tascabili, macchine fotografiche (Repubblica, 6 marzo), a lasciar perdere non essendo questo compito del Comune.
Domanda inevitabile: chi autorizza l’assessore Scidone a spendere soldi dei cittadini per scimmiottare – come chiosava Enzo Costa in un suo recente “Lanternino” (“Dell’elmo di Scidone”, Repubblica, 16 febbraio) - la politica della destra? Qualche mese fa sulla Repubblica Don Farinella criticava aspramente il fatto che non si riusciva a mantenere a livello quantomeno decoroso i servizi sociali del Comune, che non bastava più dire che non ci sono soldi. Don Farinella suggeriva al Sindaco, nel caso di non poter rispondere alle sempre più drammatiche richieste di assistenza, di portare la chiave di Tursi in tribunale per impossibilità amministrativa. Prima di farlo – aggiungiamo - può cercare di impedire che i pochi soldi di cui dispone il Comune vengano utilizzati impropriamente.
(lettera firmata)
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