25 Marzo 2009
VERSANTE LIGURE
Futuro? Incerto, e tanto.
L'ignoto dà sgomento.
Come già per l'amianto,
si aspetta un intervento:
ci salverà soltanto
un maxi-emendamento?

email: enzo@enzocosta.net; http://lanterninoenzocosta.blogspot.com
Illustrazione di Aglaja
email: aglaja@fastwebnet.it; http://proveaglaja.blogspot.com
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Politica - In assenza di progetti resta solo la magia
A quanti genovesi sta a cuore l’annosa questione delle moto sulle corsie gialle? Si tratta davvero di una priorità?
A quanti genovesi è invisa la moschea?
Finita l’era di Bush e alla luce del nuovo corso illuminato, nel quale lo stesso Obama ha deciso di rivolgersi direttamente all’Iran per ricucire la trama lisa dei rapporti diplomatici con il Medio Oriente, può la città del G8 avere come argomento ancora da dibattere l’edificazione di un luogo di culto?
Chi fa male questa città? E chi va davvero ascoltato?
La politica cittadina vista da qui è fatta di sequenze senza montaggio. In ascolto di tutti e nessuno. Confusa ed euforica per le troppe priorità in agenda. Incapace di agire con autorevolezza e di scegliere sulla base del mandato dei propri elettori. Consapevolmente, si prende atto del proprio terrore se questi enti pubblici fossero amministrati dalla destra, riconoscendo alla Liguria e a questa città la bandiera di roccaforte inespugnata. Ma altrettanto consapevolmente va detto che questo non è il territorio di Asterix ed Obelix. E che di pozioni magiche, fino ad oggi, non se ne vede l’ombra. Ma chi vede la politica da qui crede che tutto possa cambiare, e che in quella corsia gialla possa transitare il meglio che la città offre, e che il tempo speso per far passare da quella corsia le moto, possa essere speso in progetti per le scuole, per gli anziani, per la viabilità di tutti, per l’ambiente e il lavoro. E se questi progetti ci sono e se qualcosa si sta facendo, sarebbe gradito ne parlassero i giornali, con la stessa forza e lo stesso spazio con il quale scrivono del resto. Se tutto è fermo – non sia mai – è il tempo delle pozioni magiche, con la speranza che la sinistra trovi la ricetta e si tuffi dentro la pentola.
(Giovanna Profumo)
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Scandali - Se i lavoratori si decidessero a parlare
La foto è comparsa su tutti i principali quotidiani l’undici marzo scorso. Sullo sfondo l’ingresso imponente con relativa cancellata con sopra la scritta “Istituto Papa Giovanni XXIII” e davanti a loro, i lavoratori, anzi le lavoratrici, una prima fila di donne, una quindicina, piuttosto giovani tra cui spicca la chioma canuta dell’unico maschio (il “sindacalista”?). Sui cartelli, se ne intravedono sei sorretti da altrettante lavoratrici, si leggono frasi come “POLITICA+CHIESA IN CALABRIA = MAFIA”, “CHIESA ABBIAMO SMESSO DI ESSERE CREDENTI”, “QUELLO CHE NON RIESCE A DARCI LO STATO CE LO PRENDEREMO”, e altre di contenuto forte, coraggioso che unito alle espressioni decise delle donne che li reggono fanno pensare che a Serra d’Aiello (prov. di Cosenza) stiano facendo sul serio. Così almeno hanno deciso dopo le indagini aperte nel 2006 dalla Procura di Paola sull’Istituto papa Giovanni XXIII, una fondazione religiosa ospizio per disabili e anziani. La svolta nel luglio del 2007 con l’arresto del suo presidente, un sacerdote che nel marzo 2009 è stato rinviato a giudizio per frode e truffa. L’accusa – non la sola visto che altre più inquietanti gravano sulla faccenda - è di aver sottratto 13 milioni di euro alla gestione dell’Istituto e di aver omesso di pagare 15 milioni di euro di contributi alla maggior parte dei 1860 dipendenti dello stesso.
I quali dipendenti, resisi conto che le promesse e le mezze parole con cui erano stati abbindolati per anni non avrebbero evitato la banca rotta sono passati al contrattacco, anzi all’attacco denunciando “politica” e “chiesa”, la politica che sicuramente gli ha indicato i canali per essere assunti e la chiesa che li ha truffati. Oggi protestano, giustamente, in difesa dei loro sacrosanti diritti. E’ uno scandalo, dicono, ai giornalisti che li intervistano e li fotografano coi cartelli di fronte all’Istituto.
E’ vero; è uno scandalo. Ma è ancora nulla in confronto delle violenze e delle oscenità che si sono consumate per anni, sino ad oggi, nel Giovanni XXIII. Dodici persone scomparse – sì, scomparse nel nulla - quindici sospetti omicidi, almeno un centinaio di lesioni gravi (anche irreversibili), abbandoni di incapace e altre mostruosità che giustificano le parole “casa degli orrori” e “lager” usate dalla cronaca per illustrare il caso.
Uno scandalo di cui in paese, Serra d’Aiello, tutti sapevano. Pratiche delinquenziali che erano note alla maggior parte dei dipendenti dell’Istituto che solo la svolta delle indagini e la necessità di mettersi in lista per recuperare quanto per anni non gli era stato versato ha convinto ad uscire allo scoperto.
Si dirà che il loro è un caso estremo; è vero. Ma è necessario aspettare situazioni estreme perché la coscienza o anche solo il portafoglio abbiano un rigurgito? Il nostro paese, e le recenti vicende genovesi (porto, amianto, edilizia e tutto il resto) hanno bisogno che i lavoratori parlino. Che si sciolgano dalle complicità aziendali, politiche, sindacali, di clan e dal ricatto da cui quotidianamente vengono avvolti per tornare ad essere cittadini. La politica ha bisogno delle loro parole.
(Manlio Calegari)
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Assistenza - A chi fa gola il Brignole?
Nella lettera pubblicata su questo numero, Bernardo Gabriele scrive che “per ottenere un risanamento dei conti bisogna volerlo” e che gli avvenimenti che hanno accompagnato la vicenda “Brignole” mostrano chiaramente che questa volontà non c’è. Della questione dei numerosi centri di profitto privati che sottraggono risorse all’intervento pubblico – aggiunge - non si può parlare: “chi tocca i fili muore”.
L’interrogativo è se la china discendente del Brignole sia frutto di una incapacità (e, in questo caso, di chi) o di una intenzione e, in questo caso, a favore di chi.
Se si vanno a riprendere alcuni numeri del Secolo XIX del 2006 si capisce che, in effetti, esiste una strada tracciata da tempo. Una strada diligentemente percorsa fino ad un oggi in cui il Brignole ha perso 200 posti letto, 120 assorbiti dalla ASL3, ma altri 80 già andati ai privati. Non solo: tutto il personale sanitario (circa 120 infermieri) e una trentina di amministrativi è passato alla Asl3 con immaginabili contraccolpi sulla qualità del servizio offerto dall’Istituto.
Il punto di arrivo di questa strada può essere intravisto pensando alla entità del debito (26 milioni), e al suo problematico risanamento (OLI 219).
Dunque, l’articolo del Secolo XIX del 22 luglio 2006 ripercorre le vicende della bonifica “che doveva cancellare i danni e i debiti di decenni di conduzione clientelare: ‘rossa’ alla Doria, ‘bianca’ al Brignole, con centinaia di assunzioni senza concorso a ridosso di appuntamenti elettorali e con strutture amministrative debolissime che facevano tornare i conti, presentando maquillage di bilanci”. Michela Costa, direttrice della Asp Brignole dal 2003, dice l’articolo, “è riuscita a rimettere in carreggiata un carrozzone di cui tutti conoscevano l’andatura pericolosa… aumento dei ricavi del 10,48%, spese del personale inalterate, diminuzione dei costi generali del 37%, riduzione del debito dai meno 4 milioni e 448 mila euro del 2002, ai meno 1.079.802 del 2004”. Ma poi il debito aveva ripreso ad aumentare: alla Asp Brignole erano stati accollati il San Raffaele di Coronata e l’acquisto del fabbricato della Doria “senza che nessuna istituzione mettesse mano al portafogl io”. Un risanamento, si legge nell’articolo, abbandonato a stesso, che non ha mai goduto di un finanziamento istituzionale, messo in difficoltà da rette inadeguate a sostenere i costi, e da un (intenzionale?) sottoutilizzo: “Asl e Comune non fanno lavorare a pieno ritmo questo ente pubblico. Che sta a bagno maria. In attesa”
Di cosa si fosse in attesa lo chiarisce un altro vecchio articolo (Secolo XIX, 29 settembre 2006): allarme dei dipendenti in lotta “per avere dalla Regione garanzie che l’ASP Brignole resti pubblica”; sospetto che l’istituto potesse essere “smembrato e venduto” facendone uno spezzatino molto “appetibile in una città di anziani come Genova”; sindacalisti “molto preoccupati dalle esternalizzazioni del vice presidente della giunta regionale Massimiliano Costa” che denunciavano “i tentativi delle forze, molto presenti in questa città, di privatizzare le case di riposo. Genova è una città di anziani e il Brignole continua far gola”. Appunto.
(Paola Pierantoni)
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Precari 1 - Farcela senza lo zio vescovo
“Senza uno zio vescovo” è una campagna pubblicitaria di Infojobs, http://www.youtube.com/watch?v=3E_HZS5eM1I&eurl=http://www.senzaunoziovescovo.com/, un sito che permette di cercare lavoro online. Gioca con levità sulla diffusione endemica della raccomandazione nel Paese e sulla difficoltà di trovare lavoro senza qualche “santo in paradiso”.
Il video pubblicitario raccoglie per l’Italia le facce di chi non ha uno zio barone oppure un papà industriale o ministro. Fa parte di una campagna di marketing virale, che gioca molto sull’efficacia del messaggio e mette a disposizione come strumenti di comunicazione e diffusione loghi e wallpapers per il proprio sito. Per chi ha raggiunto il tanto agognato lavoro, un attestato, da stampare ed esibire con orgoglio “Non mi è servito uno zio vescovo”. Messaggio azzeccatissimo per le schiere dei figli di nessuno che combattono ogni giorno la disoccupazione, il precariato ed un costante abbattimento dell’amor proprio.
(Eleana Marullo)
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Precari 2 - Infermieri o badanti: è il futuro, ragazzi!
“Non ho mai sentito mio figlio piangere così disperato. Ragioniere precario, che ha perso il lavoro”. E' l'incipit della lettera di un padre di Trani a Michele Serra sul Venerdì di Repubblica di 13 marzo. Quanti genitori vedranno altre lacrime? Anche a Genova è un bollettino di guerra, un esercito silente di precari, da aziende piccole, piccolissime, alle grandi multinazionali, come alcune che avevano interessi nel porto.
Bagagli in mano e rimpianto nel cuore in quarantanove se ne sono andati via dalla Mersk, ragazzi e giovani padri di famiglia. Fuori i 14 lavoratori di China Shipping con preparazione di buon livello, ma che in questo momento non riusciranno a ricollocarsi. Così per i 27 dipendenti della Deep Sea (Corriere Mercantile, 3/3/09). Un po' d'incentivi, sei mesi forse di cassa integrazione, a fatica concessa dalla Regione e via. Ma via dove?
All'Hapag-Lloyd, altra società che opera nel marittimo vige la consegna del silenzio. Non si danno informazioni sulla sorte dei dipendenti, ti rispondono gentili, ma pare che a tanti non verrà rinnovato il contratto. Sono lavoratori di cui poco o niente si parla, qualche cenno “di spalla” in quarta pagina per un giorno e poi stop. Spariti. A questi non resta che scorrere gli annunci di lavoro che, udite udite (Sole 24ore Nord Ovest, 25/2/09) pare in Liguria ci sia: missioni in aumento del 43,7%. Ovvero interinale nella sanità. Commenta l'assessore ligure alle politiche sociali (quello che non è voluto andare in Europa ad occuparsi del ruolo di Genova, qui aveva più da fare): “Sentiamo meno la crisi per l'alta percentuale di occupati nei servizi alla persona”. Ma come siamo contenti: infermiere o badante, è il futuro, ragazzi.
E tutti quelli che si sono "qualificati", dolorosamente dovranno guardarsi intorno al più per un posto da assistente sanitario. Come dire, industria , imprese, servizi, porto, nisba: qualche timido segnale forse nella metalmeccanica, turismo, ristorazione. Ma non si diceva che mancavano pure gli ingegneri? Che futuro si prospetta per noi? Giovani in fuga, soltanto pensionati. E a seconda di come gira la Gronda pare si sloggino abitanti ed industrie.
Ora però anche la Cgil dice basta: pensiamo al lavoro, spazio alle aziende o ci troveremo tutti ai giardinetti, proclama infuriato il sindacalista di turno.
L'Italia è un Paese vecchio, contro i giovani, e Genova ne è l'esempio eclatante. Al di là della crisi, che per noi sarà solo uno iato più grande. Non funzionerà neppure il familynet, gli amici degli amici che forse procureranno il lavoro, come spesso non ha funzionato la meritocrazia, il poco lavoro che c'era, oggi è sparito. Dove la nostra classe politica agé ne rappresenta l'antitesi, non ha concesso, né concede il ricambio. Anzi sempre più intrecciata nel microcosmo d'interessi particolari non ha saputo lanciare oltre lo sguardo, al futuro di una città, di un territorio, attenta soltanto a preservare collaudati consensi.
Basta pensare che la più grande azienda in città è il Comune. Che quando una istituzione vuole propagandare la sua efficacia dice di aver stabilizzato i precari. Precari assunti come?
(Bianca Vergati)
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Genovesi all’estero - Un avamposto sul baratro
La verde Irlanda, per quello che vedo nei fugaci spostamenti dalla mia stanzetta al college, e' attonita e triste. Si stanno risvegliando incubi antichi che si credevano sopiti, le violenze nel nord, gli alcolizzati appallottolati sotto i ponti, il matrimonio cupo della violenza e della povertà sotto la pioggia. La cosiddetta "Tigre Celtica" (belva piuttosto cartacea) era, di fatto basata su tre fattori: boom immobiliare, boom finanziario e bassa tassazione. I primi due punti sono divenuti, nel volgere di pochi mesi, due spaventose pietre al collo. Il mercato immobiliare ha avuto un crollo tale da rendere ridicole le cifre usuali di una economia. Il sistema finanziario e bancario e' precipitato così in fretta da obbligare lo stato a garantire i conti bancari per evitare una "run" catastrofica. Nelle strade sono comparsi i senzatetto ed ogni mattina ci sono file di disoccupati sotto la pioggia che attendono un lavoretto a consegnare giornali.
La bassa tassazione non attira più gli investitori stranieri, la Dell e la Intel licenziano, la fabbrica di cristalli di Waterford, 200 anni di tradizione, e' fallita. I lavoratori hanno resistito ancora una mattina con i cartelli sotto una pioggia soave ed implacabile e poi se ne sono andati a casa con il vuoto nel cuore e nel portafogli. Gli Irlandesi si guardano attorno stupiti, popolo comunque ordinato e civile, regge bene ma l'urto e' devastante. La "Real Ira", fiutato il vento, ne ha approfittato subito; povertà e disperazione sono ottimi reclutatori per le loro fila. Basta una bomba seria a Dublino o Belfast e tutto precipita. Per adesso si sono limitati ad azioni in zone periferiche; la sera, davanti ad una consolante pinta, ci si augura tutti che rimanga così. L'Irlanda e' un palco molto avanzato per vedere il baratro terrificante su cui tutti danziamo ormai molto stancamente. Se saremo molto, molto, molto fortunati ci sarà una severa recessione che durerà anni; e' difficile capire cosa potrebbe accadere se, invece, dovessimo essere sfortunati. Quando Irlandesi, Americani e tutti gli altri si illudevano della follia della crescita senza fine dei numeri ebbri, i numeri veri - quelli che descrivono la realtà e non i sogni, quelli fatti di pietra indifferente e non di speranze - si sono nascosti quieti in qualche angolo scuro e ci hanno atteso con pazienza.
Dimenticati da tutti (Economist e stampa specialistica in primis) hanno consumato anni masticando il loro spietato, grigio veleno. Non hanno dovuto attendere a lungo prima che ci inciampassimo di nuovo sopra. Io sono immensamente felice di avere un lavoro, di avere una casa, di avere una donna che mi vuole bene. Tornando a casa in bici, mi guardo attorno cercando di sincerarmi che quei demoni laceri si accontentino di sbranare gli “altri” e non mi vengano a cercare, cerco di rimanere uno spettatore attento di questa "caduta degli dei" e non un attore, con tutte le mie forze, il più a lungo possibile.
Oggi (assieme ad altre migliaia di persone) mi hanno ridotto lo stipendio ed e' salita una nebbia inconsueta, fitta; pedalo con disciplina ma non e' molto chiaro dove stia andando.
(Gabriele Pierantoni)
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Alta velocità - L’acqua perduta da Conrad a Rumiz
“La cascata non esisteva più. Le felci, ch’erano cresciute rigogliose sotto i suoi spruzzi, erano morte intorno al bacino disseccato, e l’alto burrone era solo una grande trincea, riempita a metà dai rifiuti degli scavi e dalle scorie. Il torrente, arginato a monte, mandava la sua acqua a valle in canali fatti di tronchi cavi, fissati su trespoli di legno, fino alle turbine che azionavano i magli sullo spiazzo inferiore – la mesa grande della montagna di San Tomé. Il ricordo della cascata, con la sua sorprendente vegetazione di felci, simile a un giardino pensile sopra le rocce della gola, rimaneva solo nell’acquarello della signora Gould…”
Il linguaggio di Conrad che in Nostromo prende la cascata perduta a simbolo della vita sacrificata allo sfruttamento della terra, è quello della letteratura. Quello di Paolo Rumiz su Repubblica del 22 marzo è il linguaggio del giornalismo, ma la lettura del suo articolo che parla degli scavi dell’Alta velocità nel Mugello è capace di colpire al cuore. Non a caso Andrea Agostini presidente Circolo Nuova Ecologia Legambiente di Genova lo sta largamente diffondendo nella sua rete. Lo segnaliamo anche noi (http://www.repubblica.it/2009/03/sezioni/ambiente/tav-torrenti/tav-torrenti/tav-torrenti.html): è un grido di dolore e di indignazione contro il massacro che interessi, speculazioni, indifferenza, ignoranza e miopia stanno compiendo, e sempre più compiranno, del nostro ambiente e della nostra vita.
(Paola Pierantoni)
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Urbanistica - Una chicca di ottimismo
Ricordate il progetto di via Puggia in Albaro? Grandi palazzine e tanti box in una zona verde, un insediamento forte ed impattante, che il Municipio tutto all'unanimità bocciò più volte. Che un gruppo di cittadini respinse al mittente grazie al Tar. Il ricorso procedette a ridimensionare: non più un trasferimento di volumi pari a quanto "tirato giù altrove", ma la metà. Una sentenza che fece scalpore perchè retroattiva rispetto a quando fu presentato il progetto. Nel frattempo infatti si era stabilito che il coefficiente di edificabilità nei famigerati trasferimenti fosse 0,5 contro 1.
E qui sta la bella notizia: i costruttori si sono impegnati a ripristinare uno dei più bei parchi di Albaro, Villa Gambaro, che giace in miserevole abbandono, non soltanto per incuria ma anche per colpa di habitueès irrispettosi, in primis i "papà di Fuffi, Marilyn e Ossi”. Si faranno vialetti nuovi, ringhiere, un nuovo accesso per il quartiere di S.Martino: anche gli abitanti di qui potranno godere del giardino, nato come Parco della Rimembranza negli anni '20.
Sensibili migliorie ottenute dai recuperi di una ex lavanderia e di capannoni industriali in via della Cella e via Geminiano a Bolzaneto, anche realizzando parcheggi peraltro necessari, ma con notevole recupero di spazio pubblico riqualificato.
Bene, aspettiamo il tutto, ma già siamo contenti, anche a Levante si vedranno i benefici degli intenti sociali che il legislatore aveva in mente con il trasferimento dei volumi nell'urbanistica.
(Bianca Vergati)
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Moschea, un gruppo di fedeli si interroga
Vogliamo per un momento ragionare insieme e valutare le premesse e le conseguenze dei nostri atteggiamenti? Proviamo a metterci nei panni degli altri. Quanta pazienza avremmo noi se ci impedissero di avere una chiesa o, parliamo in termini non confessionali – un luogo pubblico in cui essere noi stessi ed esprimere la nostra più intima realtà? Saremmo capaci di renderci disponibili al cambiamento quando un nostro progetto, che aveva - da un punto di vista urbanistico - la possibilità concreta di essere approvato, fosse rinviato sine die, quando ci venisse proposta prima una zona, poi un’altra, con continui rinvii, offrendoci la chiara sensazione di essere giudicati tutti delinquenti in ragione della nostra identità?
E’ una concezione simile a quella di Hitler che additava come nemici dell’uomo gli ebrei, tutti, in ragione della loro “razza”. Capita anche a noi, del resto, di esser considerati mafiosi solo perché italiani.
In quasi tutti i paesi musulmani ci sono chiese, istituti e, spesso, prestigiose scuole gestite da cristiani. Vogliamo allinearci a quei pochi paesi più retrivi? Talvolta gli islamici hanno garantito la convivenza tra cristiani al punto che, paradossalmente, le chiavi della Basilica del Santo Sepolcro a Gerusalemme sono affidate, da secoli, ad una famiglia musulmana, perché i cristiani litigano tra di loro, come abbiamo visto recentemente alla televisione.
Nei periodi in cui c’è stata una grande capacità di convivenza ci sono state grandi conquiste culturali nel campo della matematica, filosofia, astronomia, nella conoscenza della cultura greca, ecc. La Spagna dell’inizio del secondo millennio, la Sicilia di Federico II, l’India del Nord nel periodo precedente la colonizzazione britannica ne sono un esempio ed ancora oggi risplendono le architetture moresche, le decorazioni a finissimi disegni, i giardini e le fontane. Sono proprio queste le zone che i turisti frequentano. Per non parlare, poi, di quanto gli Stati Uniti siano cresciuti in ragione proprio delle diversità degli immigrati, tra cui, inizialmente malvisti, gli italiani.
Nel Medioevo la Repubblica di Genova si preoccupava di offrire agli schiavi musulmani i necessari luoghi di culto e permetteva che avessero il tempo di recarvisi a pregare. La nostra Costituzione agli art. 8 e 19 riconosce la libertà di culto. Vogliamo tornare ad una “civiltà” pre-medievale, anzi pre-cristiana? Se gli scopi dei frequentatori della futura moschea fossero altri e cioè contrari alla legge, spetta alla autorità dello Stato controllare, prevenire o reprimere. Si dice che la moschea costituirebbe un pericolo perché favorirebbe i “collegamenti” fra gli immigrati allo scopo di commettere reati, ma non è più pericoloso che tali eventuali collegamenti avvengano in zone meno controllabili? Non dimentichiamo che gli immigrati abitano molto vicini tra loro, quasi in ghetti: è molto facile trovare il modo di accordarsi per delinquere, senza bisogno di ricorrere alla moschea. Non dimentichiamo invece che i responsabili delle comunità islamiche di Genova hanno promesso per tutti libero accesso alla moschea e hanno previsto che i discorsi di commento siano pronunciati in italiano: non la preghiera coranica in senso stretto che deve esser recitata in arabo, anche da chi non lo capisce (così come avveniva per i cattolici prima del Concilio, quando le preghiere liturgiche erano in latino).
Per contestare la moschea si utilizzano ragionamenti apparentemente logici, ma legati più che altro alla paura alimentata ad arte da una propaganda che fa leva sull’istinto: ben noto sistema che in tutte le epoche ha portato a nascondere i problemi veramente urgenti dei vari governi, caricando sugli “altri”, sui “diversi” di turno le difficoltà politiche e/o economiche. Tuttavia c’è un fatto ancora più grave: la contestazione mira anche ad offendere, non ragiona neanche più: prova ne sia che vengono esibiti salami e maiali con l’evidente intento di umiliare chi, per ragioni religiose, si astiene dal mangiare carne suina.
Per concludere: la situazione ci fa paura, ma per una ragione opposta: abbiamo paura del crescere di questa tensione razzista e del rischio che questo comporta, come ben ricorda un noto proverbio: chi semina vento raccoglie tempesta. Gli islamici sono ormai numerosi tra noi: non è più lungimirante chi cerca di offrire amicizia piuttosto di chi vuole lo scontro?
(Virgilio Canepa, a nome di un gruppo di fedeli di Religioni diverse impegnati nel dialogo interreligioso, aderenti alla "Conferenza Mondiale delle Religioni per la Pace - W.C.R.P.")
Posted by Eleana at 00:13 | Comments (0)
Casagit: l’informazione deve essere completa
Buona norma di chiunque scrive, giornalista o no, sarebbe quella di informarsi a tutto campo e non solo su elementi legati a interventi o analisi parziali o di schieramenti di parte.
Chi legge la nota di “e.m” deduce che la cassa integrativa di assistenza sia un bengodi in cui, nella migliore delle ipotesi, ci sono stati se non furti o ruberie, sciatteria a favore di una categoria (i giornalisti) che ha molti difetti (siamo i primi a dirlo e combatterli quando ci riusciamo), ma non quello di non avere denunciato e affrontato la situazione. Quantomeno la Liguria con il suo sindacato territoriale dei giornalisti (Associazione Ligure dei Giornalisti-Fnsi) e la Consulta Ligure della Casagit con un’altra decina di associazioni del “coordinamento”. Se non si spiegano le cose è troppo semplice, linkando qualche sito o intervento, dare e fare una informazione distorta o quantomeno parziale. Cosa poco nobile per un sito come Oli che ha nelle sue caratteristiche l’essere un Osservatorio, sempre puntuale, soprattutto quando analizza e critica. E quindi documentato.
1- La Casagit è stata una conquista sindacale contrattuale poi resa autonoma nella gestione. Ogni giornalista paga ogni mese una trattenuta. Il principio uniformatore è quello della mutualità. Quindi solidarietà, ovvero ciascuno versa in ragione di quanto guadagna e riceve quasi sempre in ragione delle necessità reali. Non essendo appunto un pozzo di S.Patrizio (ovunque c’è chi prova a marciare sulla solidarietà) è regolamentata con tariffari, rimborsi, convenzioni, assistenze dirette e no.
2- La platea dell’informazione e di chi lavora nel settore è cambiata negli ultimi 15 anni, precariato in testa, molto lavoro autonomo pagato (spesso male). Si è cercato nella diversificazione dei contratti di dare a tutti o quasi la possibilità di iscriversi e di compensare, nel caso non raggiungesse il minimo di versamento contrattuale, con una propria quota il diritto alla assistenza. Ecco perché c’è chi integra la sua quota da sempre e non perché c’è questa oggettiva situazione di difficoltà e di deficit. Pur calando il gettito contrattuale (stipendi più bassi”, prepensionamenti etc)
3- La Casagit non è non benefit gentilmente concesso dagli editori. E ha scontato, come ogni cosa contrattuale, sindacale, professionale (a oggi il contratto dei giornalisti è senza rinnova da 4 anni e più, quindi il gettito dei versamenti non è salito a fronte di una spesa in ascesa) la progressiva e giusta trasformazione della (ex) corporazione dei giornalisti in una categoria. Compresa una certa disattenzione della categoria abituata o a lamentarsi per quanto versa oppure per qualche ritardo o oggi perché c’è una oggettiva situazione di difficoltà. Dovuta a cosa? A nessuna ruberia, ma a degli errori di valutazione e anche a un eccesso (o malinteso quindi sfociando nell’egoismo) senso di solidarismo. Nel senso che su alcune piazze come Roma l’avere contribuito (per esempio) a una struttura di assistenza in forma diretta e propria (poliambulatorio) ha portato a una spesa di difficile gestione e controllo. Accumulando problemi e difficoltà che vanno risolti. Come quelle di un eccesso di convenzioni con rimborsi alti nell’ospedalità privata.
4- La mutualità della Casagit, da sola, spiega e motiva il valore sociale della Cassa stessa. Basta fare un raffronto con le assicurazioni classiche e si trova la risposta a chi dice meglio chiudere e mi faccio l’assicurazione privata. Provare per credere. Chi scrive ha versato, per mia fortuna, per almeno venti anni senza avere bisogno di supporto o integrazione sanitaria di una lira o di un euro Quando ho avuto necessità sono stato assistito o aiutato, come moltissimi altri e continuo a versare la ritenuta salariale (ritenuta: nessuno ci regala nulla) ben contento di avere contribuito e di contribuire ad aiutare altri.
5- La mutualità della Casagit di fronte ai dati di deficit e difficoltà impone una riforma seria nei livelli di assistenza che saranno propri e dovrebbero già esserli, della modificata geografia contrattuale, economica, sociale del giornalismo con contratti da dipendente o no. Da qui la necessità di fare capire a chi ha indubbiamente non dico approfittato, ma ecceduto nell’uso della Casagit, che i tempi sono cambiati, con una razionalizzazione diversa dell’assistenza integrativa che, in quanto tale, non sostituisce il SSN.
6- Sarebbe stata una ricerca (forse non mirata solo su singole componenti o altro di sindacato, casagit e dintorni) più completa, se – per esempio – “e.m.” avesse letto cosa nel 2006 e 2007 la Ligure con altre dieci associazioni di stampa regionali e le loro consulte casagit (sindacato e casagit) avevano proposto ed evidenziato. Quello che con aria un po’ scandalizzata e – scusate – con un po’ di facile travaglismo d’annata (ma Travaglio si documenta allo sfinimento) oggi viene proposto nel servizio di “e. m”. C’erano soluzioni, proposte, allarmi oggi di attualità, non condivisi o sottovalutati non tanto o non solo in sede Casagit, ma sulle piazze più grosse dell’informazione.
La complessità della situazione e di cosa è la Casagit porta via troppo spazio per spiegare cosa nel testo di Oli viene condensato con vari link a una sola voce al cui interno ci sono cose condivisibili ma anche molte e soprattutto cose legate al prossimo rinnovo degli organismi. La Ligure con il cosiddetto “coordinamento delle associazioni” e la sua consulta, analisi e proposte sgradevoli le ha fatte, non da sola. Nel CdA Casagit due componenti hanno detto no alle mani in tasca ai colleghi, sostenendo la riforma e sono due colleghi del coordinamento che, tanto per essere chiari, non è una corrente, ma raccoglie su temi sindacali espressioni culturali, politiche e via dicendo di anima diversa con un concetto comune condiviso: si fa sindacato. Bene o male, ma per i colleghi. Nelle consulte il fiduciario ligure Guido Filippi è stato capofila, convincendo altri della bontà dell’esigenza di una riforma, ma (per ora) siamo stati minoritari. Ci sarà stato chi ha sottovalutato, è stato pigro, ne ha approfittato, è miope e preferirebbe una assicurazione privata e personale. Ma ci sono stati molti che da almeno due anni e mezzo si sono “picchiati” e si picchiano per riformare una struttura che è stata una conquista, ci siamo sempre pagati e pur nelle difficoltà contingenti dell’oggi (150 richieste di esuberi e prepensionamenti, 120 già fatti, cassa integrazione arrivati alla Fnsi in una settimana, altri disastri in arrivo da gestire), deve continuare ad essere una conquista e una “mutualità”.
La crisi c’è, l’editoria è in crisi da molto tempo, ma proprio per questo il principio solidaristico della cassa, con adeguati e intelligenti sacrifici e riforme può e deve continuare a vivere. Nessuno- questo sia chiaro - ha rubato mai nulla. Il soldi, sono finiti in tasca ai colleghi. Si tratta di cambiare passo. Ovvio che chi si troverà a doverlo fare sarà antipatico... e in Liguria, non da oggi, lo siamo. Proprio per questo sarebbe stato meglio e avremmo gradito – al i là della legittima espressione di pensiero e di critica – una documentazione più approfondita e completa sul tema. Magari chi ha scritto è pure uno/a collega e dovrebbe conoscere tutto il sistema, non perché è spesso anche una domanda d’esame professionale, ma perché la cassa è un patrimonio della categoria. Risvegliarsi come Alice nel paese delle meraviglie, scusate, non è un pregio ma una colpa.
La solidarietà è antipatica a molti, oggi più che in altre epoche. E la Casagit anche se un po’ antipatica darà ancora una mano a molti. Riformata e senza demagogia.
(Marcello Zinola, Segretario Associazione Ligure dei Giornalisti-Fnsi)
Posted by Eleana at 00:04 | Comments (0)
24 Marzo 2009
Assistenza anziani e conti della Sanità: due questioni collegate
L'intervista a Sotgiu (CGIL) sull'assistenza agli anziani pubblicata nella Newsletter OLI 219 segue le polemiche in Regione sullo stato dei conti della Sanità. Le due questioni sono strettamente collegate. L'autore dell'intervista considera che la situazione dell'assistenza agli anziani (redditizia per i privati convenzionati e allo stesso tempo disastrosa per la parte ancora pubblica) "ha il sapore di un sabotaggio". In altre parole, si penalizzerebbe la struttura pubblica per promuovere quelle private.
Se affrontiamo scientificamente la questione delle convenzioni con privati, si fa presto a concludere che si tratta in realtà di esternalizzazioni, o outsourcing che dir si voglia. Modalità notissima e ampiamente studiata nelle discipline di gestione aziendale.
Sacrificando un po' di comprensibilità alla sintesi, posso dire che l'outsourcing è conveniente se e solo se il fornitore (nel nostro caso le cliniche e i laboratori privati) ha volumi produttivi tali da garantire superiori economie di scala e d'esperienza. Altrimenti si introducono solo maggiori costi, trasformando allo stesso tempo denaro pubblico in profitti privati.
Dal momento che nessun privato in nessuna regione italiana gestisce volumi clinici e diagnostici superiori alla regione, concludo come ha fatto l'ottimo Sotgiu nell'intervista: "Vedete voi...".
Questa conclusione costituisce l'aggancio alla questione del bilancio: per ottenere un risanamento dei conti bisogna volerlo, e l'esistenza di numerose convenzioni mostra chiaramente che questa volontà non c'è. Visto quanto sopra, dovrebbero essere limitate a coprire temporanee emergenze.
Quel che è peggio è che il danno erariale è il male minore. Pochi mesi orsono, un anziano perse la vita in una clinica convenzionata, forse perché non gli davano da bere, e il Secolo XIX, dandone notizia, scrisse che in Liguria esistono ben 68 strutture del genere, senza contare cliniche d'altro tipo e laboratori d'analisi convenzionati. Credo che la magistratura stia ancora indgando su quella morte, ma è comunque chiaro fin d'ora che, se si introducono diseconomie e si riconoscono profitti a soggetti privati, restano meno soldi per la cura delle persone e del bilancio regionale.
Ho personalmente e ripetutamente posto la questione ai vertici regionali. Hanno fatto battute e cambiato discorso. Di questi numerosi centri di profitti privati, pagati da noi contribuenti, non si può parlare. Chi tocca i fili muore.
La mia personale conclusione è che ai vertici nazionali del centrosinistra possono arrivare leader di qualità (tra Prodi e Berlusconi la differenza salta agli occhi, e anche Veltroni, Franceschini e Bersani sembrano persone di valore), mentre faccio fatica a distinguere i politici locali (genovesi) del centrosinistra da quelli del centrodestra.
(Bernardo Gabriele)
Posted by Eleana at 23:55 | Comments (0)