8 Aprile 2009

Versante Ligure


SILVIOKID

“Quei Supereroi
ci salvan dai guai!”
così Silvio e i suoi
su MediasetRai
(surclassa, per noi,
“Cartoons on the bay”).





  Enzo Costa  
  email: enzo@enzocosta.net;  http://lanterninoenzocosta.blogspot.com
  Illustrazione di Aglaja  
  email: aglaja@fastwebnet.it;  http://proveaglaja.blogspot.com

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Circo Massimo - Il tempo sprecato della politica

Roma, quattro aprile, Circo Massimo: “Futuro sì, indietro no” recita lo slogan posto a caratteri cubitali a sfondo del palco. Palloncini, pettorine, e banchetti. Chi vende magliette, chi panini e poi file di gabinetti sebach dove la gente fa la coda, esattamente come nel 2002. Lo slogan di allora “Io si, tu no” chiamava a raccolta chi si opponeva contro la libertà di licenziare. Adesso - che è il lavoro stesso a mancare - al Circo Massimo si chiedono ammortizzatori sociali, tavoli contro la crisi, tutela per i precari.

Riscalda il sole, ma il calore umano non è lo stesso di allora. Nemmeno il fiume di gente è lontanamente simile a quello del 2002. Qualcosa non torna. Prima di tutto questi sette anni, trascorsi a vuoto. Perché destino e politica si sono organizzati a presentare il peggio. Ma non torna nemmeno il conto delle occasioni nelle quali ci si sarebbe potuti unire con le stesse parole – precari, immigrazioni, tutele, diritti – per le quali, oggi, al Circo Massimo sono venuti in molti.
Fedele ad un programma che non vuole improvvisazioni, la scaletta propone gli interventi di un extracomunitario, di una pensionata, di una giovane studentessa, di un medico siciliano che, simbolicamente, portano in piazza i pezzi più emblematici di un paese allo sfascio e ne denunciano storture e umiliazioni.
Ma chi è al Circo Massimo sa.
Non consola la presenza di Franceschini - una bandiera del Pd e, più in là, una dell’Ulivo si aggirano solitarie in mezzo a migliaia di bandiere rosso cgil - e nemmeno l’improvvisata di Veltroni, Cofferati e Bertinotti. Perché il tempo passato, oggi al Circo Massimo, assume i contorni del tempo sprecato.
L’attore Pierfrancesco Favino - Di Vittorio nello sceneggiato TV - legge dal palco la lettera del figlio di un operaio morto all’Ilva 18 anni fa, il padre cattolico praticante diceva al ragazzo “all’Ilva non c'è neanche il padre eterno a difenderti».
Ma è l’Ilva del passato quella che viene messa in scena. Nemmeno una parola sull’oggi e su quanto lo stabilimento e gli stabilimenti Riva avrebbero da raccontare.
Epifani esorta il governo: “non va bene aspettare perché tanto passerà la nottata!”.
E’ la base, anche questa volta, ad offrire il volto migliore. Campanacci, magliette - “Cgil Firenze, noi non stiamo con le mani in mano” – maschere, anziani iscritti allo Spi. E Gina Orsina che, all’inizio, dal palco, fa annunciare che “ha perso il suo gruppo”. Con il suo desiderio di ritrovarlo ribadito a fine manifestazione, con un altro annuncio. Testarda. Esattamente come quelli che, nonostante tutto, sono ancora qui.
(Giovanna Profumo)

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Linguaggio - Una definizione dalla rete

"Casa", da Wikipedia: “Per casa si intende una qualsiasi struttura utilizzata dall'uomo per ripararsi dagli agenti atmosferici (...) La casa non è solo il luogo fisico costruito e abitato dagli uomini. Essa è anche una rappresentazione simbolica spesso utilizzata in psicologia. Infatti, ad un livello psicologico profondo, la casa va a costituirsi come le fondamenta stesse della vita psichica di un individuo, per cui "essere a casa" equivale a "essere integri a livello psicologico". Questo utilizzo metaforico della "casa" è stato impiegato da Renos K. Papadopoulos per l'analisi e il trattamento dei rifugiati, i quali si trovano a essere tutti indistintamente accomunati, più che da un trauma, dall'abbandono doloroso della propria casa e dal tentativo di recuperarla. Secondo le parole di Papadopoulos, «la casa non è soltanto un luogo, ma anche il fascio di sentimenti associato a esso.» Ed essendo, inoltre, il posto dove gli opposti vengono fatti coesistere e dove sono mantenuti in equilibrio, ovvero contenuti, la "casa" va a definirsi come la matrice stessa della soggettività. L'azione simbolica realizzata dalla "casa" sulla vita psichica degli individui si riflette anche su quella sociale, andando a rappresentare un costrutto chiave che riunisce, e in parte sovrappone, tre campi: oltre che quello intrapsichico, anche quello interpersonale e quello sociopolitico. Di conseguenza, quando si perde la "casa" si perdono o si frammentano anche le sue funzioni organizzatrici e contenitrici e ciò può portare alla frantumazione dei tre livelli: individuale-personale, familiare-coniugale e socio-economico/culturale-politico. È questa destrutturazione che nei rifugiati porta, secondo l'analisi di Papadopoulos, al disorientamento nostalgico.”
(da Wikipedia)

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Migranti - Il sottosuolo brulica tra inutili stupori

Cos’hanno in comune un quartiere residenziale, un tombino ed una botola? Non l’appartenenza al tessuto urbano, neppure la condivisione dello stesso marciapiede. Qualcosa di rilevante a livello simbolico: possono corrispondere alla definizione di “casa”.
La cronaca recente. Più delle colonne sui giornali rimane il ricordo delle fotografie: una botola aperta da cui si intravedono letti a castello e giochi di bambini, un tombino dall’aspetto pesante sollevato a mostrare un paio di sacchi a pelo.
Questi i fatti. A Milano un magazzino sotterraneo, senza finestre e raggiungibile soltanto attraverso una botola, ospitava 28 cinesi, clandestini e regolari, con bambini a seguito, in stanze ricavate da tavole di compensato (Repubblica 25 marzo 2009)

A Roma, tombini, usati come ripostigli per i propri oggetti, se non come dormitori, da ragazzini afgani, di 15-16 anni che riparavano in stazione, in transito in Italia per un viaggio costato diecimila euro. Disputa sofista sorta intorno al caso: ma i ragazzini ci dormivano o no, nei tombini? Alcuni giornali titolano “Tombini bufala” (http://www.ilgiornale.it/), come se dormire su una panchina alla stazione e avere come unico punto di riferimento un tombino per un ragazzino di quindici anni fosse un’idea più digeribile, meno perturbante per la coscienza che pensarlo accovacciato sottoterra.
Il clamore suscitato dalle notizie (che si è spento rapidamente) suonava più o meno uniformemente scandalizzato. “Grave ed impressionante”, il commento del sindaco Alemanno alla questione dei minori afgani.
Ci si domanda quale indignazione sia plausibile, nel constatare le conseguenze di certe scelte normative. I due casi balzati alla cronaca sono punti su una retta che definisce una direzione, e se si vuole procedere all’indietro, cercando in pagine dell’informazione che non siano quelle di cronaca, si deve tornare alle norme del ddl Maroni, ad esempio, a quella che introduce la confisca degli immobili a chi affitta casa ad irregolari ed alle altre norme contro i clandestini contenute nel pacchetto sicurezza. Se si appoggia una biglia su un piano inclinato, rotolerà, fedele alle leggi della fisica, e sarebbe ridicolo stupirsene. Se si impedisce ad una fetta di popolazione l’accesso ad un bene primario come la casa sul suolo italiano, sarà inevitabile la discesa nel sottosuolo, alla ricerca di soluzioni che appaiono estreme solo a chi vive ignorando la portata delle scelte politiche e normative compiute ultimamente nella gestione dell’immigrazione: non sono necessarie qualit à immaginifiche da veggente per riuscire a figurarsi le conseguenze.
Michele Serra su Repubblica (25 marzo) riconosce l’Hotel Botola dei cinesi non come fatto di cronaca ma come traccia di “un’umanità progettuale… che scava febbrile e inarrestabile”, e rende ad esso il merito di aver allargato l’inquadratura al suolo - e sottosuolo.
(Eleana Marullo)

Posted by Admin at 17:49 | Comments (0)

Comitati - News da piazza Marsala

E’ sufficiente che l’ugandese Idriss sia presidente – lui corregge: “non presidente, solo coordinatore” – per considerarlo integrato nella democrazia occidentale? Il dubbio malizioso è stato fatto circolare dall’ex edicolante venuto a curiosare – lo fa settimanalmente – in zona. Le solite anime pie hanno subito recapitato il messaggio a Idriss che, da vero politico smaltato, ha detto: “Giusto, giustissimo. Io sono solo all’inizio”. Siccome lui dice le cose accompagnandole con sorrisi luminosi e segni di assenso nessuno è stato sfiorato dal dubbio che ci prenda per il culo. Meglio così. Poi. all’una, mentre insieme mangiavamo la solita papera con farinata nella bottega del farinotto – segretario del comitato – ha spiegato cosa intendeva per “essere all’inizio”. Questo il ragionamento: il comitato è un comitato se discute e fa discutere e poi chiede, ma sempre con l’idea che la cosa che chiede sia importante per tutti e non solo per il comitato. Se no, ha precisato serio, “non è un comitato ma una lobby”.

Così ci ha stupito due volte: perché ha usato il termine lobby pronunciando la “o” nel modo inglese e perché noi a certe distinzioni non facciamo caso. Semplicemente ci aveva irritato quel cavolo di orologio sempre indietro da mesi: ci sembrava un segno (magari modesto) di abbandono e zac c’era venuta l’idea, un po’ sul serio un po’ per scherzo, del comitato. Per dire che non eravamo stati lì a pensare se era una cosa pubblica o solo nostra. Eravamo stati fortunati perché era una cosa privata e pubblica nello stesso tempo.
“E siccome non siamo una lobby – ha proseguito Idriss – è giusto che noi, il comitato, ci facciamo una domanda. Se la cosa che abbiamo chiesto non succede, può essere che è sbagliata?”. Qui – lo dico francamente – ci ha proprio spiazzato. Perché mentre noi tutti, offesi della scarsa attenzione dei funzionari pubblici per le nostre rimostranze, stavamo ragionando su come caricare il pezzo, cioè allungare l’elenco delle inerzie amministrative che interessano la nostra amata piazza, lui se n’è venuto fuori con quella domanda che all’inizio ci è puzzata di defezione. Lui allora ha precisato “forse abbiamo chiesto una cosa giusta nel modo sbagliato o forse l’abbiamo chiesta alle persone sbagliate”.
E’ scoppiato un gran casino bipartisan ma la domanda di Idriss è rimasta al centro: Vigili, Amiu, Aster, municipio o chi altro? Nessuno aveva una risposta sicura. Ad esempio, se denuncio una certa situazione a un vigile lui deve verbalizzare o riferire o ha facoltà di fregarsene? Tutti concordi solo nell’escludere il “municipio”. “Gente che pensa solo a far carriera politica” o “che gli dici le cose e non sanno neppure a chi andarle a dire” sono stati i commenti più gentili. Sulle altre sigle e relative competenze dovremo informarci. “Questioni difficili” ha osservato Idriss, compunto, alla fine.
Così alla vigilia della domenica delle palme è cominciato il viaggio di Idriss - e il nostro! –dentro la democrazia occidentale.
(Manlio Calegari)

Posted by Admin at 17:47 | Comments (0)

Boccadasse - Ma perché non pensarci prima?

Una piazza verde al posto delle torri dell'architetto Botta e un edificio ad “U” e gradoni. Queste le proposte del Comune nell'Assemblea conclusiva del percorso di Città Partecipata per la riqualificazione dell'autorimessa di Boccadasse, tenutasi lunedì 6 aprile presso la sala parrocchiale: via, con i porticati, i centri commerciali, la palestra e le ipotesi di trasferimento della Polizia Municipale e della scuola elementare Don Milani: 3500 metri quadrati di verde e le torri sparite come a scacco matto. Dopo l'esposizione degli Uffici Tecnici del Comune e del Direttore di Urban Lab è scoppiato un grande applauso: soddisfatti residenti, tecnici, assessore, municipio. Breve dibattito, in sostanza un generale consenso, pare. Anche Legambiente non ha avuto nulla da ridire ed ha apprezzato.

Quando in pochi si è rimasti e si commentava qua e là più d'uno si chiedeva: “Ma perchè non l'hanno proposto prima? Non avremmo neppure fatto il Comitato!”
Già, perché? Perché smontare, come gli ingegneri del Comune hanno fatto in quella sede, pezzo per pezzo, il progetto dell'archistar? Secondo loro non rispondeva ai criteri approvati per il futuro PUC, ed elaborati da Urban Lab: in primis non era dimensionalmente omogeneo con il contesto e soprattutto il "verde" non era un vero spazio pubblico, cioè non era fruibile appieno dal quartiere. Ma lo si poteva verificare prima tutto questo. Prima di scatenare quel feroce dissenso culminato con la presentazione pubblica al Conservatorio, trasformatasi una fastidiosa assemblea condominiale. Dove una brutta figura l'ha fatta l'architetto svizzero, che era parso non avesse neppure visitato il luogo del contendere, nonostante la sua idea di richiamare le vecchie "mura" e Porta Soprana. Non da meno però gli amministratori nel difendere il progetto a tutti i costi, benché le motivazioni della Sindaco sulla scelta di una grande firma fossero più che comprensibili: un'eredità, un progetto ineludibile, facciamolo almeno un po' speciale, che lasci un segno. Già, un botto, che botta, come dicono quelli di Sarzana, dove la torre di 68 metri è stata invece approvata dal Consiglio comunale. Questione di skyline e di mentalità.
Una domanda però si pone anche a chi faticosamente ha provato a difendere l'architetto e l'operato del Comune: perché i cittadini devono per forza trasformarsi in Comitato per esporre le loro ragioni? Meglio sarebbe verificare prima tramite Istituzioni, associazioni, Civ o quant'altro esiste sul territorio. Quando soprattutto, come in questo caso, non ci si oppone con una "opzione zero", ma si è sempre riconosciuto il diritto altrui a procedere poiché di un progetto privato si trattava. Quindi, onore al percorso pubblico di Città Partecipata, apprezzato e comunque migliorabile, all'aver riconosciuto legittime le obiezioni presentate dai residenti. Ma perché farci del male, ridicolizzare un'amministrazione che della democrazia ne fa giustamente un vanto? Pensiamoci, visto che altre prove ci attendono, in particolare nel Levante, dal Carlini, a Villa Gentile, agli spazi che in futuro saranno lasciati liberi da Ingegneria, alla riqualificazione del Lido: Gronda doc et e a Carignano si sono già attrezzati.
(Bianca Vergati)

Posted by Admin at 17:45 | Comments (0)

Sicurezza - Togliere dalla vista per togliere dal pensiero

Giovedì 2 aprile nella sala di rappresentanza di Tursi il dibattito “Quale sicurezza” organizzato dalla Associazione “L’Europa che vogliamo” passa al setaccio il “pacchetto sicurezza” approvato al Senato di fronte ad un pubblico abbastanza numeroso e molto attento.
Waldemaro Flick traccia un quadro storico e comparativo dei fenomeni migratori in Italia e altrove, definisce “inadeguate, incivili, non costituzionali” le misure di un decreto che considera la clandestinità una aggravante nei reati. Avverte che la gravità delle ronde verrà fuori al primo grave incidente. Ricorda soprattutto che quando un governo mette in atto politiche “di barriera”, che impediscono la “circolarità del fenomeno migratorio”, allora cresce l’illegalità.
Il magistrato Pinto dice che c’è da preoccuparsi, e seriamente, perché le forze di governo non considerano la Costituzione come una linea guida per la attività legislativa, ma un “cavillo”, un impaccio di cui liberarsi. Ed ecco che in Italia “siamo di fronte ad una legislazione per spot, che soddisfi delle esigenze immediate, senza prendersi carico della complessità e dell’aspetto costituzionale”.

Pinto si sofferma su una norma di facile presa sulla opinione pubblica: quella che introduce la custodia cautelare obbligatoria in caso di violenza sessuale. Oggi questa obbligatorietà è prevista solo per i reati di mafia, per salvaguardare il giudice dai condizionamenti che si possono esercitare su di lui. Altrimenti è il giudice che deve bilanciare, nel caso concreto, i due principi della tutela del cittadino e della libertà dell’individuo. Il decreto del governo ora spezza questo equilibrio e introduce una pericolosa forzatura.
“Uno dei maggiori attentati alla sicurezza – aggiunge il magistrato – è l’attuale disciplina sulla immigrazione”. Elenca le assurdità punitive già in atto (impossibilità di entrare regolarmente in Italia per cercare lavoro, perdita del soggiorno dopo pochi mesi di disoccupazione e nuova conseguente clandestinità), e quelle che si stanno preparando: divieto di iscrizione alla anagrafe dei figli di irregolari, per non parlare della denuncia dei medici. “Tutto sta determinando un cambio della nostra Costituzione materiale rispetto alla Costituzione scritta, basata su principi di rispetto della persona e dei diritti fondamentali”.
I nostri governanti, conclude, invece di fare la guerra alla povertà stanno facendo la guerra ai poveri.
Tra le voci del pubblico quella di Padre Remondini di S. Marcellino. Ricorda che la legislazione sulla sicurezza di cui si è discusso colpisce anche i senza dimora. Li si vuole schedare, sapere chi sono, ma è una catalogazione puramente intimidatoria: questo sapere non serve a niente. Nessuno vuole usarlo per costruire una politica, una rete di sostegno. Si vuole solo cacciarli dai “salotti buoni” della città. Poi, dice, ci si mettono anche alcuni sindaci, e cita il caso di una ordinanza comunale (non ricordo di quale città) che prescrive come le panchine debbano avere un bracciolo nel mezzo, per impedire di sdraiarcisi e di dormirci.
Dice ancora: “Si vogliono togliere dalla vista le persone che stanno male, ma questo vuole dire toglierle dal pensiero”. Invece è importante che i genovesi vedano i circa 2000 di loro che vivono per le strade.
Passando da Piazza Caricamento in questi giorni osservo che le (poche) panchine sono sparite.
(Paola Pierantoni)

Posted by Admin at 17:43 | Comments (0)

Prima pagina - Stampa internazionale

Lunedì mattina un ascoltatore di “Prima Pagina” (quotidiana rassegna stampa e dialogo con gli ascoltatori di Radio3) telefona al conduttore della settimana (Giovanni Maria Vian, direttore dell’Osservatore Romano), e gli chiede: “ma come è che a condurre la nostra amata rassegna stampa questa settimana c’è il direttore del giornale di uno Stato estero? Allo stesso modo dovrebbero ruotare nel ruolo giornalisti del Times, o di Le Monde…”
La risposta del conduttore è imbarazzata, non sa trovare di meglio che dire che il Vaticano è molto più a portata di mano…
Nel caso “Prima Pagina” voglia aprirsi di più al mondo avanziamo il suggerimento di inserire nella rosa dei conduttori qualche redattore di Internazionale.
(Paola Pierantoni)

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Corrispondenze in rete: il dibattito primavera prosegue

AIUTO! Sto imparando qualcosa sulle tossicodipendenze e mi rendo conto d’esserne un rappresentante tipico... Non solo per Bacco, tabacco e Venere (nei limiti), ma anche per altre cose.
Mi spiego: uno dei sintomi chiave della dipendenza e' la perseveranza del comportamento, anche se il soggetto sa benissimo che ciò gli farà del male. L'eroinomane continua a farsi anche se sa che gli rovinerà la vita, il tabagista continua a fumare anche se sa che gli causerà delle malattie. Così io so benissimo che se accendo il TG2, poi sarò di cattivo umore per giorni. Eppure, quando la sera i bimbi sono a dormire e la ragazza impara il cinese, spesso non so resistere e dico: "guardiamoci il telegiornale..." (ogni volta spero di rivedere Mario Pastore e il suo segno di forcipe sulla fronte, ma vengo sempre deluso).
Succede raramente ma ultimamente mi è successo due volte. La prima, qualche giorno fa, c'era il presidente del Senato Schifani a El Alamein che ricordava i caduti per "difendere l'onore della patria" (testuale). Io non so dove sia esattamente El Alamein, ma non credo sia in provincia di Frosinone, e non credo proprio che i morti italiani fossero là per "difendere la patria".

La ragazza, alzando gli occhi dalla grammatica mandarina, ha detto che sarebbe come se i tedeschi celebrassero i difensori della patria a Stalingrado (circa 200.000 morti germanici, contro i 12.000 italiani di El Alamein, fonte Wikipedia). Prima gelata lungo la schiena.
Seconda volta, ieri. Parte della legge sulla procreazione assistita è stata dichiarata anticostituzionale dalla Consulta. Fini dice che è giusto, Schifani gli risponde; dall’Afghanistan, dove ha consegnato i "premi El Alamein" ai soldati (ancora! Ho subito pensato ai "premi Stalingrado" per i soldati tedeschi...). Lui dice che siccome la legge e' stata votata e' buona e basta.
Il TG va avanti con la solita girandola dei commenti che durano dai 2 secondi ai 20 secondi ciascuno (a proposito: ne ho contato 20. Ma non avevano detto che con il bipartitismo sta cosa sarebbe finita?). I commenti sono catalogabili così: 1. Commento riportato dal giornalista che dice il nome del commentante; 2. Commento riportato dal giornalista con foto del commentante; 3. Commento riportato dal giornalista con immagini mute del commentante; 4. Commento in presa diretta del commentante, di solito circondato da una selva di microfoni.
Ieri, come spesso (credo) capita, il commento di tipo 4 era per Gasparri, rigorosamente alla fine della girandola. Testuali parole: "La legge e' stata votata dal Parlamento e ha passato un referendum. Quindi e' frutto della VOLONTA' POPOLARE, contro cui NEMMENO LA CORTE COSTITUZIONALE PUO' FARE NULLA".
Una frase del genere, in qualsiasi Paese, varrebbe la galera per sovversione. La Corte Costituzionale e' lì apposta per controllare che le leggi, per quanto popolari e maggioritarie non siano contro la Costituzione. Se la maggioranza votasse una legge a furor di popolo, che dice che tutti quelli che si chiamano Gasparri debbono essere appesi per i coglioni sulle pubbliche piazze, la Consulta bloccherebbe la legge perché è palesemente anticostituzionale (anche se potrebbe incontrare favori) Bon, mi sono svegliato presto stamattina (naturalmente di cattivo umore), e ho pensato di scassarveli anche a voi. Buon fine settimana a tutti.
Gio

Posted by Admin at 16:23 | Comments (0)