6 Maggio 2009
Versante Ligure
Può una voto-filìa
che gli animi sospinga
alla xenofobia
indurre poi alla lunga
alla piromania
nei vicoli di Albenga?

email: enzo@enzocosta.net; http://lanterninoenzocosta.blogspot.com
Illustrazione di Aglaja
email: aglaja@fastwebnet.it; http://proveaglaja.blogspot.com
Newsletter n. 224
Posted by Eleana at 13:25 | Comments (0)
Ricordo - Carlo Mereta professore
A Pasqua è morto e mio figlio sembra essersene fatto una ragione. E’ strano come i ragazzi reagiscono agli eventi della vita. E non tutti in maniera uguale. Ma, sia come sia, lui è stato sollevato da questa notizia come da un’onda. C’è stato sopra senza farsi affondare. Mi sono chiesta se fingesse e se il suo dolore fosse, in una qualche maniera, schermato o nascosto dall’incapacità di “gestirlo”. Poi ho capito che lui, ed i suoi compagni erano in grado, molto più di noi adulti, di trovare un luogo preciso per la loro perdita.
Parlare di Carlo Mereta insegnante di lettere alla Scuola Media Don Milani è un atto dovuto. Che la sua scuola abbia perso “qualcuno” lo hanno scritto le cronache dei giornali e i blog che in occasione della sua morte hanno rilanciato i post di genitori e alunni. Trattenere qualcosa del legame che Mereta aveva con i ragazzi potrebbe essere uno spunto per chi resta. Primo fra tutti il livello al quale lui era in grado di allinearsi per avvicinare gli alunni. La percezione nitida la si poteva avere dal racconto dei ragazzi. “Lui pensava che non bisogna minacciare i bambini. Quando c’era qualcuno che non andava bene, non gli metteva una crocetta o lo portava dal preside, lo invitava a fermarsi a parlare: succede qualcosa? perché fai così? Hai dei problemi in famiglia?”.
L'entusiasmo viveva nelle sue lezioni, si studiassero i classici, o la grammatica, o si vedessero film. Le materie scolastiche e umane si potevano incontrare. Non era necessario esserci. Bastava guardare le facce dei propri figli per accorgersene. Mereta pareva poter riempire i vuoti anche di noi genitori. Mio figlio con lui ha visto “I quattrocento colpi” di Truffaut. Gli è piaciuto tantissimo. Lo abbiamo rivisto insieme, e inseguito il significato della traduzione del titolo dall’italiano al francese e ne siamo venuti a capo troppo tardi. Mio figlio non ha avuto modo di dirglielo perché il Prof era assente per malattia già da un mese. Comunque Faire les quatre cents coups vuol dire fare il diavolo a quattro. Scriverlo fissa la scoperta nell’istante in cui l’ho detto a mio figlio. Ricordarlo serve per trattenere lo stupore che ho provato quando mio figlio mi ha detto che Truffaut è un genio.
Ecco che cosa ci ha lasciato Mereta. Di questi tempi, un capitale.
(Giovanna Profumo)
Posted by Eleana at 13:16 | Comments (0)
Assistenza - L’emergenza anziani in una città di vecchi
In una città di vecchi l’assistenza agli anziani può considerarsi una emergenza? Dal fatto che la stampa non se ne occupi mai la risposta dovrebbe essere no. Eppure il quadro è nero: posti letto largamente insufficienti; enti pubblici che si ritirano dalla erogazione diretta dei servizi e si dimostrano sempre meno interessati e capaci di regolare e controllare un sistema per il 70% gestito da privati; vita difficile per chi cerca di dare un buon servizio a costi equi e un contratto di lavoro decente al personale; ottimi guadagni per chi scarica i costi su utenti e dipendenti; tempi medi di attesa per un ricovero definitivo in regime di convenzione che si aggirano sui 18 mesi.
Il tutto in una città sempre più vecchia. Tra 2001 e 2008 (Repubblica 31 marzo 2009) a Genova l’età media è cresciuta dai 46,6 ai 47,1 anni; la percentuale delle persone con più di 75 anni è aumentata del 14,7%. Genova, da qualche tempo città della domenica, è sempre più una città a due velocità, in crescita e ringiovanita nei quartieri dove si concentrano gli immigrati, della vecchiaia e della solitudine negli altri: quasi centomila le persone che vivono sole, la metà di loro ha più di 65 anni, le donne anziane sole sono 40 su 100. La solitudine: a volte è una scelta autonoma, serena, tranquillizzante, che mette d’accordo figli e parenti. Fino a quando – spesso da un giorno all’altro - l’equilibrio si spezza. E’ allora che scatta l’emergenza, e ci si scopre a doversi arrangiare, soli, in confusione e senza informazioni.
In teoria (lo prevedono le leggi regionali) il cittadino dovrebbe trovare in ogni distretto un “Polo di assistenza socio sanitaria” cioè un servizio unificato che mette insieme le competenze e i servizi del comune con quelli della Asl3, ma i bene informati (ad esempio Marina Pettini della Direzione distretto 2 ASL3) dicono che è vero solo sulla carta. Comune e Asl, nei fatti, vanno ognuno per la propria strada.
Il cittadino che per orientarsi nella selva delle proposte e dei costi assistenziali si rivolga a qualche sportello pubblico riceverà solo un elenco di nomi, e con quello in mano si dovrà affidare al telefono e alle peregrinazioni. Non esiste un elenco delle strutture convenzionate con la specificazione: a) della retta a carico dell’utente; b) dei servizi compresi e dei servizi esclusi da questa retta; c) di una valutazione della qualità complessiva del servizio assistenziale e sanitario.
Lo ha scoperto stupita, all’inizio dell’estate 2008, anche Michela Costa (all’epoca direttore generale del Brignole) che per confrontare le tariffe del suo istituto con quelle degli altri dovette ricorrere ad uno stratagemma. Incaricò un collaboratore - presentandosi al telefono come parente di una novantenne non autosufficiente - di mettersi in contatto una per una con le altre 30 strutture convenzionate. Semplice no?
(Paola Pierantoni)
Posted by Eleana at 13:14 | Comments (0)
Cultura - Biblioteca civica ma non pubblica
Nelle ultime settimane a Savona si è parlato molto di cultura, in particolare per due eventi: l’esposizione al Priamar del quadro di Filippo Panseca raffigurante Berlusconi e la Carfagna desnudi (La Repubblica 19 aprile ’09) e - decisamente più interessante - le dichiarazioni sulla stampa locale dell’assessore Molteni e del sindaco sul lavoro svolto dalla amministrazione appunto in ambito culturale (La Stampa 19 aprile ’09). Va riconosciuto: a Savona la giunta Berruti ha investito nella cultura riuscendo a muovere le acque stagnanti della vita locale: basti pensare alle rassegne estive, alla vitalità della pinacoteca civica, ai molteplici incontri, presentazioni e mostre proposti.
C’è però un settore in cui l’attuale amministrazione ha dimostrato una inspiegabile insensibilità: la biblioteca. Savona – al contrario della quasi totalità dei capoluoghi di provincia italiani – non possiede ancora una biblioteca moderna, accessibile, a scaffale aperto, cap ace anch’essa di promuovere iniziative; una biblioteca operante nello spirito della public library, vale a dire una struttura emanazione della comunità locale, al servizio di tutti i cittadini. E sembra di capire che l’amministrazione – a parte qualche timida proposta, qualche dichiarazione sospettosamente elettoralistica – neppure abbia intenzione di provvedervi. Nessuno pretende una biblioteca come la “S. Giovanni” di Pesaro o la “Renato Fucini” di Empoli, ma quella che c’è con 150.000 libri totalmente a scaffale chiuso, senza una vera sala periodici, senza una sala multimediale, con il catalogo solo parzialmente informatizzato, abbarbicata su un cocuzzolo dove si accede solo percorrendo una strada privata con il cui proprietario il Comune ha ingaggiato – sempre uscendone sconfitto – una ventennale guerra legale, non si può dire che incentivi alla lettura. E nella formazione culturale di ciascuno di noi – piaccia o meno – il libro, la lettura, hanno ancora un ruolo fondamentale. Perché allora tanto disinteresse da parte della giunta? Probabilmente perché anche a Savona - come altrove - la cultura è intesa piuttosto come evento (meglio se mediatico); occasioni di grande partecipazione e specialmente di forte visibilità. Gli impegni di “lunga durata”, non clamorosi e senza immediati ritorni politici, non entrano nelle agende degli amministratori. Le persone che assistono a un concerto o fanno la fila per vedere una mostra si vedono, fanno notizia, vanno sul giornale; fanno e sono cultura. Le persone che studiano in biblioteca o quelle che vi prendono un libro a prestito che poi leggeranno a casa invece non le vede nessuno, nessuno ne parla. Ma che cultura è?
(Marco Bellonotto)
Posted by Eleana at 13:12 | Comments (0)
Comitati - La democrazia occidentale farà a meno di Idriss
Sabato 25 aprile è festa, il posteggio è gratuito e Idriss chissà dov’è. Verso di lui, da qualche giorno, serpeggiano voci sgradevoli. Ad esempio che lui abbia fatto al suo paese studi da avvocato e da questi tragga quel non so che grazie al quale, durante le nostre riunioni, risulti l’elemento più valido. C’è chi addirittura sostiene che sia un avvocato che, arrivato in Italia, si sia impiegato da posteggiatore per studiare meglio le nostre leggi, laurearsi e poi…
“Studia le nostre leggi in attesa di mettercelo in quel posto” ha detto l’ex edicolante. Ho fatto notare che da noi aveva poco da imparare visto che neppure sapevamo a chi chiedere di mettere a segno l’orologio. Ma, all’improvviso, l’insofferenza nei suoi confronti è palese. Lui se n’è accorto e tiene un profilo basso: “Io so il mio lavoro e basta”, dice laconico e fa segno al baracchino che gli serve per emettere la ricevuta del park.
Da dove le recente impopolarità di Idriss? Tutti si sono accorti – alcuni sgradevolmente - che il ruolo di presidente coordinatore che all’inizio gli era stato conferito in un empito di (ironica?) multiculturalità non potrebbe essere esercitato da altri meglio che da lui. Prima di tutto perché lui alle cose ci pensa, poi perché si informa su come funzionano da noi (compreso il punto di vista tecnico: funzioni amministrative, regolamenti ecc.). Quando qualcuno parla Idriss sta a sentire e non fa come la maggior parte di noi che vogliamo subito dire la nostra e quella del prossimo non ci interessa. Infine perché dirige (“coordina”) le nostre piccole riunioni con garbo, riducendo al minimo i suoi interventi che fa quasi sempre sotto forma di domanda mentre di continuo tiene un occhio sul park.
Si capisce che il suo modo è frutto di abitudini familiari, carattere, cultura. Mi piacerebbe sapere di lui; di quando e come ha deciso di arrivare qui, come se l’è sfangata, come è finito alla Genova Parcheggi. Più di tutto mi piacerebbe sapere cosa pensa di noi. Una volta ha detto che a casa ha molti fratelli e sorelle: chissà cosa gli dice di noi e della nostra città quando gli telefona; che parole usa e se gli ha detto dell’orologio. Magari non gli dice niente e per quelli neppure esistiamo.
Finché pensavamo di essere il centro del mondo potevamo anche fregarcene ma ora che abbiamo capito che gli Idriss arriveranno a migliaia possiamo continuare a ignorare i loro paesi, le loro leggi, la loro infanzia, la loro scuola…?
Otto ore al giorno, tutti i giorni per 900-1000 euro al mese. “E’ poco ma riesco a vivere. Sto meglio di altri come me”, ha detto. Vorrei chiedergli dove abita, dove dorme, cosa fa la sera. Ma non oso: lui è gentile ma anche riservato. Sorride: ha capito che in piazza Marsala la breve stagione del dialogo è finita. La democrazia occidentale almeno per ora farà a meno di lui.
(Manlio Calegari)
Posted by Eleana at 13:09 | Comments (0)
Migranti - L'Ecuador accoglie i rifugiati colombiani
L'Ecuador è il paese dell'America Latina con la più alta densità di popolazione (43 abitanti/kmq), ed annovera una popolazione di circa 13milioni di persone (da wikipedia ). Come reagisce un paese relativamente piccolo e poco abituato all'immigrazione - i movimenti migratori in Ecuador sono riferibili quasi totalmente agli spostamenti interni, tra la sierra e la costa - ad un massiccio ingresso di stranieri in fuga dalla guerra?
a situazione nell'Ecuador, al confine settentrionale con la Colombia, è rovente: le relazioni diplomatiche sono interrotte dal 3 marzo 2008, quando, nel corso di un'azione contro un accampamento clandestino delle Farc (Forze armate rivoluzionarie della Colombia) fu bombardata un'area della foresta amazzonica, all'interno dei confini ecuadoriani. Scoppiò un caso di grande risonanza che non ha portato allo scontro diretto tra i due paesi solo grazie agli sforzi di mediazione internazionale.
Nell'ultimo decennio necondo le stime dell'Onu, si sono riversate in Ecuador circa 200mila persone in fuga dalla guerra fra le Farc e le forze di polizia colombiane. All'inizio del 2009 un accordo firmato fra il governo ecuadoriano e l'alto commissario Onu per i diritti umani Martha Juarez, ha stabilito che almeno 50mila cittadini colombiani ricevano lo status di rifugiati. L'accordo prevede l'invio di funzionari nelle regioni settentrionali (Esmeraldas, Carchi, Sucumbios, Orellana e Imbabura), per verificare la situazione ed iscrivere i colombiani nelle liste degli aventi diritto allo status di rifugiato.
L'Ecuador, secondo le parole dell'Alto commissario Juarez, primeggia nell'accoglienza ai rifugiati ed è considerato un Paese modello "in cui non solo si offre la possibilità di accedere al territorio nazionale, di ricevere asilo, ma anche di beneficiare di una politica inclusiva di integrazione" (http://it.peacereporter.net/articolo/13860/Ecuador%2C+il+rifugio+dei+colombiani ; http://it.peacereporter.net/articolo/14928/Ecuador-Colombia%2C+%E8+ancora+guerra+diplomatica ).
(Eleana Marullo)
Posted by Eleana at 13:07 | Comments (0)
Arredo urbano - I dissuasori di via del Campo
In Piazzetta del Campo la gente si ferma spesso a chiacchierare. In questo caso “la gente” è fatta di immigrati per lo più nord africani o del Bangladesh. In certe ore del giorno - a metà mattina o alla chiusura dei negozi - i capannelli sono più folti, e con la stagione migliore le chiacchiere si prolungano. Alla sera si uniscono anche le donne. Per sedersi però ci sono solo i pochi tavolini del bar che si trova in piazzetta.
Niente panchine, solo alcune potenziali fioriere (vuote), e delle sfere metalliche dette, tecnicamente, “dissuasori”. Le persone si ingegnano: si siedono su fioriere e dissuasori e trasformano i contenitori di cartone usati per trasportare le pizze in cuscini da strada, per proteggersi da spigoli e freddo. Per lo più, quando si alzano per andare via, si portano via il loro cuscino.
Anche in Piazza Caricamento, da quando le poche panchine sono state eliminate, la gente si ingegna: scalini, seggiolini portati da casa, fioriere e, sotto, il classico giornale.
A Caricamento c’è stato un atto intenzionale: le panchine prima c’erano, poi sono sparite. In Piazzetta del Campo forse non è mai venuto in mente di metterle.
Resta il fatto che, nonostante tutto, molti (fortunatamente) si ostinano a voler fare quattro chiacchiere all’aperto: c’è qualcosa in contrario a fargliele fare gratis e seduti come dio comanda?
(Paola Pierantoni)
Posted by Eleana at 13:05 | Comments (0)
Etichetta - Io, tu, lei, noi, voi, loro
Trascuriamo i negozi e i locali trendy dove il tu viene elargito d’obbligo a chiunque ne varchi la soglia, ma in luoghi più tradizionali quasi fatalmente il gentile impiegato allo sportello o il cortese commerciante dietro l banco, pur mantenendo magari la stessa disponibilità e cortesia, passano subitaneamente dal “lei” al “tu” quando il cliente che si trovano davanti è un immigrato.
La cosa, più volte sollevata in conversazioni varie, riceve sempre la stessa risposta: è il modo più facile e naturale per comunicare, infatti sono gli stessi immigrati, per primi, ad usare il tu. La spiegazione si presenta logica e credibile, ma non supera la prova dell’ascensore. Nel palazzo dove abito la metà almeno dei numerosi inquilini è straniera. Molti appartamenti sono in affitto, ed il turn over è abbastanza elevato, quindi in sei anni mi è capitato di raccogliere un campione abbastanza ricco di interazioni in ascensore, la cui sintesi è che quando ci si rivolge al compagno/a di viaggio chiedendo “Lei a che piano va?” la risposta, nella maggioranza dei casi è: “Io al settimo, e lei?”. Certamente, capita anche l’immigrato arrivato da poco, che articola in italiano poche parole essenziali, e che non usa né il “lei”, né altro. Ma alla maggioranza che al “lei” risponde col “lei”, e che quindi distingue benissimo le due forme, nelle proprie interazioni quotidiane tocca subire un incalcolabile numero di volte la svalutazione implicita nell’uso differenziale del pronome colloquiale. Per capire come non si tratti di un fatto marginale o neutro basterebbe osservare il lampeggiare dello sguardo di qualche giovane immigrato o immigrata di seconda generazione, quando ha la pazienza di raccontarti qualcuno degli episodi che ha diligentemente e indelebilmente annotato.
(Paola Pierantoni)
Posted by Eleana at 13:02 | Comments (0)