2 Giugno 2009
Versante Ligure
Le body-guard? Passate,
antichità da spleen.
Le ronde? Superate,
già out e non più in.
Per due botte ben date
è trendy Bornacin.

email: enzo@enzocosta.net; http://lanterninoenzocosta.blogspot.com
Illustrazione di Aglaja
email: aglaja@fastwebnet.it; http://proveaglaja.blogspot.com
Posted by Eleana at 23:08 | Comments (0)
Psichiatria - Diagnosi ricovero e posologia ma senza troppi ideali
Hanno costruito alle spalle del reparto una gabbia per polli. Ha le grate alte e verdi, del colore delle persiane genovesi, e un cancello. Gli infermieri lì non li vogliono portare. Dicono sia umiliante. Spiegano che sarebbe il pollaio per farli fumare. Se ci si affaccia dalla sala da pranzo il “pollaio” si vede: sembra il giardinetto di un asilo. Nella sala da pranzo il problema fumo è ampiamente superato dalle patologie, la sigaretta qui è sostenuta, fornita in gran quantità da parenti e amici che provvedono alle scorte anche di chi è solo e dimenticato.
A far da posacenere bicchieri d’acqua pieni a metà, colmi di cicche. In sottofondo, protetta con una griglia e posta su una mensola in alto, la TV lancia immagini distanti e difformi del paese. Qui filtra solo il necessario: biancheria, qualche dolce – talvolta condiviso con gli altri – il cellulare, gli spiccioli per il caffè e, appunto, le sigarette. Alla macchinetta delle bevande i degenti vanno sotto lo sguardo del personale, per poi sostare dieci minuti - durante l’orario di vista - su un panca antistante l’ingresso del reparto, in pigiama o in tuta, la ciabatta che dondola sul piede. Tra loro si conoscono, fanno rete, selezionano solidali e rompiscatole e si ascoltano. Nella griglia finiscono gli infermieri più buoni e meno buoni, a seconda dei turni e del carattere. Tristezza e rabbia qui vengono curate con i farmaci. La follia è sedata, allora sguardi, parole e gambe rallentano e inciampano come se qualcuno si divertisse a far loro lo sgambetto. Si dorme e si mangia. I più vitali sistemano le sedie e mettono le tovaglie – più simili a lenzuoli – sui tavoli poco prima del pranzo e della cena. Alcune portate, suddivise per paziente, vengono regalate dagli inappetenti ai più golosi in base all’amicizia e alla solidarietà. Qui il dolore è così tanto e libero che sbatte addosso come un muro. Le finestre delle stanze al pianterreno hanno i vetri zigrinati, l’esterno non è accessibile nemmeno allo sguardo ed è una luce bianca quella che filtra del giorno. Quando il reparto è pieno, l’angoscia stanzia su un letto in corridoio in attesa di sistemazione, nove volte su dieci dorme. In reparto non sono previste attività: non si disegna, non si scrive, non sono proposti libri e nemmeno film. Non si fanno maschere di carta pesta e nessun attore passa a recitare qualche brano. L’emergenza psichiatrica qui può durare anche tre settimane e oltre nell’attesa che i farmaci facciano il loro lavoro. E’ l’emergenza del presente, senza troppi ideali, che ricompone il malato e lo restituisce all’esterno con la posologia di cura più adatta alla diagnosi.
In Clinica Psichiatrica la legge Basaglia è rimasta fuori del reparto, nessuno ci creda ancora.
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Prevenzione - Infortuni Cosa ne pensano i lavoratori?
Per saperlo si sono messi insieme due assessorati regionali (Politiche del lavoro e Sanità), la direzione regionale dell’INAIL e un gruppo di ricercatori universitari diretti da un docente della Facoltà di Scienze della Formazione. Lo scopo: produrre materiali utili ad una successiva campagna di comunicazione – condotta dagli stessi soggetti – sullo stesso argomento. I risultati sono finiti in un libricino “Infortuni e malattie professionali. Cosa ne pensano i lavoratori?” con allegato un DVD, pubblicato a fine 2008. Presentazione pubblica (con relativa inevitabile passerella) del volume – sulla cui copertina non appare l’editore - e successiva scomparsa del medesimo. Chissà se i promotori avranno fatto riunioni congiunte per riflettere sul materiale raccolto? Se ne avranno discusso coi sindacati magari per approfondire le questioni più calde?
In altre parole: chissà se il lavoro fatto sarà servito o servirà a qualcosa o il libricino langue dimenticato in qualche deposito?
Sarebbe un peccato. Intanto perché il lavoro sul campo è stato portato avanti da un gruppo di collaboratori occasionali (2 uomini, 35 e 32 anni, e una donna, 30 anni) e si è avvalso anche della collaborazione di alcuni studenti e laureati della stessa Facoltà; giovani, senza chiese da difendere e loro stessi alla scoperta del mondo. Poi perché gli oltre 500 lavoratori italiani e stranieri interpellati, sono stati scelti sulla base delle loro conoscenze e relazioni. Infine il questionario che gli era stato fornito e essi dovevano sottoporre ai loro intervistati è stato usato con intelligenza ma anche col cuore. Di fronte ad esperienze particolarmente significative per l’indagine di lavorazioni o mansioni si è fatto ricorso a registrazioni estese così da dare modo agli interlocutori di esprimersi oltre i limiti posti dalle domande previste.
I risultati della ricerca hanno confermato un esteso gap culturale sia dei lavoratori sia della società circa il “rischio sul lavoro”. Ma chiarissimo è risultato anche un altro fatto denunciato da tutti gli intervistati: le relazioni tra il rischio e le forme contrattuali del lavoro (appalti e sub appalti, turnover, atomizzazione delle prestazioni ecc.). E lo hanno fatto prendendo spunto dalla concreta condizione di lavoro da loro vissuta o osservata.
Non è stato un dialogo facile quello tra i ricercatori dell’università e i lavoratori. Non sono mancati casi di frizione soprattutto quando gli interlocutori venivano avvicinati in assenza di intermediari. “Perché pagano queste ricerche invece di spendere meglio i soldi per la sicurezza stessa?”; “Tanto non frega niente a nessuno di quello che pensano i lavoratori..”. Un atteggiamento che spesso ha lasciato il posto alla collaborazione e ad un interessamento per i risultati della ricerca.
Quasi tutti i lavoratori contattati hanno detto che negli ultimi anni nessuno si era interessato alla loro esperienza di lavoro, che di queste cose si parla poco o non si parla affatto e che oggi l’interesse per il mondo del lavoro e della produzione, soprattutto manuale è pressoché nullo, “salvo quando ci lasci la pelle”. La morte d’un lavoratore è la breccia con cui il lavoro appare finalmente agli occhi della società ma è anche frustrante: bisogna lasciarci la pelle per far sapere le reali condizioni in cui si svolge il lavoro?
(Manlio Calegari)
Posted by Eleana at 23:05 | Comments (0)
Migranti - L'accesso “ad ostacoli” al pubblico impiego
Intervistata il 28 maggio 2009 da Radio 24Ore, la segretaria della Funzione Pubblica CGIL ha detto che con la decisione di non ammettere i cittadini immigrati al concorso per operatori socio-sanitari, l’ospedale San Martino è recidivo, che sono almeno una decina i ricorsi vinti nella nostra città da cittadini immigrati contro il San Martino, il Galliera e l’ASL3.
Infatti, il primo è stato vinto nel 2001 da un infermiere professionale marocchino con la sentenza, n. 129/2001, del TAR Liguria.
“La norma sulla quale ci basiamo non è arcaica, è del 2001”, ripetono a San Martino, bene, ma allora come spiegano l’ennesimo ricorso vinto sempre nei loro confronti, a giugno del 2008, da un’infermiera dell’Ecuador? La relativa ordinanza, n. 3749/2008, del Tribunale di Genova, si basa anche sulla convenzione OIL n. 143 del 1975, ratificata dall’Italia nel 1981 con legge n. 158/1981.
La convenzione impegna ogni membro a garantire ai lavoratori immigrati pari opportunità e trattamento in materia di occupazione e di professione, di sicurezza sociale, di diritti sindacali e culturali, ed impegna ciascun Stato ad adottare i provvedimenti legislativi e di altra natura necessari per l’applicazione della convenzione. La curiosità è che l’Italia era uno dei soli due paesi europei che allora hanno sottoscritto la convenzione e che l’ha fatto in quanto paese d’emigrazione per tutelare i lavoratori italiani immigrati all’estero. L’ordinanza afferma inoltre che il requisito della cittadinanza, di cui al decreto legislativo 165/2001, deve essere riferito allo svolgimento di determinate attività che comportino l’esercizio di pubblici poteri o di funzioni di interesse nazionale, in caso contrario si verrebbe a determinare un comportamento discriminatorio.
Comunque, sembra che nel settore sanità in Liguria non ci saranno più problemi: il Galliera, dopo un ricorso vinto ha concordato con il sindacato un nuovo regolamento dove non c’è più il requisito della cittadinanza e l’assessore regionale alla sanità Claudio Montaldo, ha chiesto al San Martino di rivedere la propria decisione e di ammettere i cittadini immigrati al concorso.
Non è così nel trasporto dove è invece davvero arcaica la norma sulla quale si basano le aziende di trasporto per rifiutare l’ammissione dei non italiani ai concorsi, si tratta di un Regio decreto del 1931. Non è cosi nemmeno per gli immigrati che si rivolgono ai Centri per l’Impiego gestita dalla Provincia di Genova, per iscrivesi alla lista dell’ex art. 16 per impieghi fino al quarto livello nel pubblico impiego. I centri per l’Impiego sono gestiti dalla Provincia di Genova, la stessa che ha modificato il proprio regolamento e non chiede più il requisito della cittadinanza per chi intende diventare impiegato della Provincia.
Insomma, c’è ancora molto da fare, occorre ogni volta una battaglia giudiziaria. Sarebbe ora che lo stato modifichi la legge altrimenti sarà una sentenza della Corte Costituzionale a fare giustizia.
(Saleh Zaghloul)
Posted by Eleana at 23:04 | Comments (0)
Ex libris - Premi letterari? Meglio “Alassio cento libri”
In attesa che a metà giugno venga nominata la cinquina da cui uscirà il vincitore del Premio Strega 2009, le polemiche divampate intorno al celebre premio letterario sembrano essersi placate. Ma per almeno un mese sulle pagine culturali dei maggiori quotidiani (in particolare Corriere della Sera e la Repubblica) tra editori che s’incazzano (Mauri-Spagnol), autori che si autocandidano (Scurati) o si autoescludono prima ancora di essere nominati (Del Giudice), insospettabili critici letterari che fanno outing (Asor Rosa) il panorama che ne è uscito fuori, di giorno in giorno, non può certo definirsi dei più garbati.
Si avvertiva la sensazione nettissima che tutto venisse, persino con un certo compiacimento, ricondotto al pettegolezzo, all’azzardo, alla mossa plateale (beninteso nessuno dimentica quanto dietro ci siano forti interessi economici). Se a ciò aggiungiamo le recenti disavventure del premio Grinzane-Cavour (con il presidente della giuria finit o in gattabuia) e dell’ultima edizione del Viareggio (feroci liti tra i giurati divisi in fazioni e defezioni di alcuni di loro), si ricava (anche qui!) l’impressione di un villaggio mediatico, di un reality letterario.
In contrasto con questo scenario deprimente merita di segnalare un premio nostrano, “Alassio cento libri-Un autore per l’Europa”: una formula efficace, originale, indipendente da lobby editoriali (il verdetto viene formulato da una giuria di italianisti stranieri che insegnano in università sparpagliate in Europa). La sua cornice di mondanità contenuta offre risultati di ottimo valore e contribuisce a sottolineare il triste e talvolta comico spettacolo dei sapienti che litigano e si denunciano vicendevolmente. In proposito perché non rammentare cosa affermava Norberto Bobbio in un libro di cinquant’anni fa (Politica e cultura (1955), nuova ed. a cura di Franco Sbarberi, Torino, Einaudi, 2005, p. 25)? Cultura è anche cautela, riserbo, equilibrio…
(Marco Bellonotto)
Posted by Eleana at 23:03 | Comments (0)
Donne - La tolleranza non basta
Incrocio in Via del Campo una donna completamente velata, libera solo una fessura per gli occhi, le cammina a fianco la figlia, una bambina sui nove anni, anche lei già velata sul capo. Parlano tra loro, la bambina ride. Io so – non posso non saperlo – che quella bambina ha di fronte a sé una montagna. Penso che, se ora ride, dopo le toccherà una lotta senza quartiere combattuta all’incrocio delle contraddizioni. Al confronto, quella che ho avuto di fronte io, italiana del 1946, era una collina col fondo un po’ accidentato.
Penso alle operaie dell’Elsag degli anni ‘70, ai loro racconti di levate alle cinque del mattino per mettere in ordine in casa e preparare il pranzo al marito che lavorava nella stessa fabbrica, e si alzava alle sette: anche loro avevano di fronte una montagna, ma un po’ meno alta di quella della bambina di Via del Campo.
Nella zona tra Prè, Sottoripa, Via del Campo, Fossatello, Maddalena, San Luca, il messaggio dei corpi e dei vestiti espone l’intero ventaglio della condizione femminile: una incredibile condensazione del tempo e dello spazio porta nello stesso chilometro quadrato donne borghesi in giro per compere, donne velate secondo tutte le possibili gradazioni cromatiche e di copertura, trionfanti e irraggiungibili africane, lavoratrici di ogni sorta (colf, funzionarie del comune, commercianti, spazzine, vigili, professioniste con lo studio in centro); prostitute diurne (Maddalena) e notturne (Sottoripa); e – unica presenza “politica” – le studentesse dell’ Humpty Dumpty (http://humptydumptygenova.noblogs.org/category/femminismo).
Apparentemente è come se tanti liquidi di diverso colore e densità percorressero lo stesso spazio sfiorandosi, ma senza mescolarsi tra loro, ognuno libero di fare la sua strada. Sembrerebbe perfino una situazione ideale, vicina alla concezione di “libertà a più vie che lascia aperte tutte le possibilità”, e alla “tolleranza virtuosa che promuove rispetto reciproco”, sostenute da Anna Elisabetta Galeotti nel corso dell’incontro “Il multiculturalismo danneggia le donne?”, che ha concluso al Ducale, lo scorso 19 maggio, il ciclo di incontri filosofici “Che genere di donne?” (http://www.palazzoducale.genova.it/inaviga.asp?pagina=5756).
Ma questa è una visione ingannevole, perché la vita di ogni donna influenza quella di ogni altra, anche se non sembrano toccarsi: la tolleranza, il rispetto della libertà, non bastano, serve la possibilità di un pensiero comune.
La Galeotti nel suo intervento al Ducale ha detto che lei tende a concentrarsi sull’aspetto politico - sociale posto dalla realtà, prescindendo dalle questioni metafisiche poste dal femminismo.
E’ possibile che ora – immerse come siamo in una guerra di identità - non ci sia altro da fare, ma se le donne non riusciranno ad affrontare insieme “le questioni metafisiche” poste dal femminismo, non c’è via di uscita, né per le native, né per le migranti.
(Paola Pierantoni)
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Ex libris - Come capire - e sopravvivere alla recessione
Se la crisi vi terrorizza e non sapete affrontarla senza ansia e paure, o semplicemente volete capire come siamo arrivati a questo punto, Elogio della recessione- manuale di sopravvivenza al tempo della crisi (Anonimo Lombardo, Book Time, aprile 2009, 89 pp, 10 €.) è il libro può rispondere alle vostre domande.
Le teorie espresse nel testo, che rifugge le modalità espressive semplicistiche e richiama la forza oratoria dei classici greci, sono rivoluzionarie. La situazione economica attuale del mondo occidentale è paragonata alla folle corsa dei lemming, roditori erbivori simili a topi, che di tanto in tanto, durante le migrazioni, corrono insieme verso una scogliera per un suicidio collettivo.
La corsa verso l'autodistruzione del genere umano, secondo l'autore, è guidata dai “padroni del vapore”, che inneggiano a “produttività”, “concorrenza”, “allargamento dei mercati”in una spirale, che ha portato all'esportazione della produzione, in nome di un abbassamento dei prezzi continuo (e senza scrupoli morali di alcun tipo sulle condizioni lavorative in cui la merce è prodotta), causando la crescita della disoccupazione e crollo del potere d'acquisto nei paesi occidentali.
Una critica sostanziale è posta al mito dell'aggressività insita nella natura umana. L'aggressività, si argomenta nel testo, non è innata ma è generata dalla paura e dal bisogno di accumulo, pungoli che sarebbero superati dall'applicazione di un patto sociale.
Viene poi stilato il ritratto del Perfetto Consumista, che passa la vita a lavorare e produrre, con l'obiettivo di poter consumare.
La recessione secondo l'Anonimo Lombardo, non è affatto un male, ma la possibile soluzione: spinge a tagliare il superfluo, quindi tutti i settori che producono occupazione ma non ricchezza (pubblicità, intrattenimento..), ed il lavoro “avanzato”, dovrà quindi essere distribuito tra tutti, secondo il principio “lavorare meno- lavorare tutti”.Recessione quindi significa equilibrio contro la frenesia consumistica. La conseguenza sarà molto più tempo libero per tutti, e a quel punto ogni uomo dovrà decidere cosa fare di se stesso, se dedicarsi a nobili compiti o autodistruggersi con conflitti e “ozio bovino”.
L'ultima sferzata del testo è rivolta ad un concetto universalmente riconosciuto come indiscutibile; la democrazia basata sul suffragio universale.”Fallace, assurda, mercificata, complice di innumerevoli crimini, protettrice maliziosa di ingiustificati privilegi” andrebbe superata nella proposta dell'Anonimo, in quanto fallimentare e non applicata, da una meritocrazia, un governo tecnico formato da persone che sanno farlo in quanto formate ad hoc, come nel caso dell'ordine giudiziario. “Cosa è rimasto dei tre miti su cui si fonda la civiltà delle democrazie liberali? Non certo l'eguaglianza, non la fraternità, resta la libertà. Ma... abbiamo visto come nel mondo in cui viviamo essa si sostanzi all'atto pratico in una cieca e suicida acquiescenza ai miti truffaldini sbandierati dai padroni del vapore... Resta la vera “libertà”, che può essere procurata solo dalla ribellione alla logica aberrante del produttivismo e del consumismo, e dal recupero di una centralità dell'uomo, pa drone di sé e del proprio tempo”.
(Eleana Marullo)
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Lettere - Banali semplificazioni e negazione dei diritti
Pubblichiamo il comunicato stampa che padre Alberto Remondini, presidente della Associazione San Marcellino, ha inviato il 20 maggio u.s. ai mezzi di informazione, ripreso – a quanto risulta – solo dal Corriere Mercantile del 21 maggio.
Come era prevedibile il Disegno di Legge sulla Sicurezza, il cosiddetto “pacchetto sicurezza”, è stato approvato anche alla Camera dei Deputati il 13 maggio scorso.
Rinnoviamo la nostra totale disapprovazione non solo delle norme, in particolare gli articoli 42 (iscrizione all’anagrafe subordinata all’accertamento dei comuni dell’esistenza di requisiti igienico-sanitari dell’abitazione, vanificando, tra le varie cose, la possibilità di riconoscere la residenza anagrafica alle persone senza dimora) e 50 (istituzione presso il Ministero dell’interno del registro delle persone senza dimora) che colpiscono duramente la già fragile e pesante condizione in cui versano le persone senza dimora, in esso contenute, ma anche la filosofia con cui questo governo affronta tutte le tematiche legate ai temi del disagio e dell’immigrazione.
Dal provvedimento discutibile della Social Card, al DDL in oggetto, per arrivare ai più recenti respingimenti dei migranti in rotta verso le coste italiane, cogliamo la volontà di negare i diritti ai più deboli e di far leva su tanto banali quanto pericolose semplificazioni dei complessi problemi che la nostra società e tutti i paesi in generale, si trovano a dover affrontare.
La nostra preoccupazione parte dal destino di tante persone in condizione di maggior debolezza per giungere al tipo di cultura che provvedimenti di questo tipo promuovono. Far leva su egoismo e naturale paura della diversità per ottenere consensi con l’utilizzo di una politica populista e demagogica ci sembra quanto di più inadatto per aiutare il paese ad affrontare le difficoltà e la fatica che l’immensa ricchezza dell’accoglienza e dell’apertura agli altri porta con sé.
Pertanto, come soci fondatori della FIO.psd (Federazione Italiana degli Organismi per le persone senza dimora), rinnoviamo la nostra totale adesione al comunicato stampa emesso dalla Federazione in data 14-5-2009 reperibile al link: http://www.fiopsd.org/files/comunicato%20stampa%20pacchetto%20sicurezza.pdf .
(Alberto Remondini)
Posted by Eleana at 22:57 | Comments (0)