16 Giugno 2009
Versante Ligure
L’ambientalista grido
è forte, e io lo odo,
ma una vocal (lo vedo)
ad altri lai fa scudo:
si grida per il Lido
si tace per il Lodo.

email: enzo@enzocosta.net; http://lanterninoenzocosta.blogspot.com
Illustrazione di Aglaja
email: aglaja@fastwebnet.it; http://proveaglaja.blogspot.com
Posted by Eleana at 23:22 | Comments (0)
Psichiatria - Oltre le gabbie
Dichiarazioni stampa relative alla nota di OLI 228, ripresa da Marco Preve su Repubblica il 4 giugno u.s. sulle condizioni della clinica psichiatrica: “Si sta provvedendo alla ristrutturazione dei reparti psichiatrici” dichiara il direttore sanitario di San Martino Gianni Orengo “Questo vuol dire che presto la clinica verrà trasferita e nel frattempo abbiamo già ridotto il numero dei ricoverati. Sono state avviate le procedure di gara per portare la clinica al padiglione 11, dove si trova già - in locali ristrutturati - il Servizio Psichiatrico di Diagnosi e Cura della Asl 3. L’idea è quella di creare un campus psichiatrico, con la clinica che occuperà i locali del piano superiore. E in quel contesto ci sarà a disposizione un vero e proprio parco, con spazi ampi da dedicare ai pazienti”. E precisa: “Ci sono dei problemi, si possono criticare le scelte e trovare percorsi diversi, ma questo, vorrei essere chiaro, non mette in discussione i principi della legge Basaglia”.
Paolo Pescetto, Presidente Provinciale dell’Associazione Ligure Famiglie Ammalati Psichiatrici invece commenta così la notizia della gabbia per fumatori: “sono scandalizzato, ma non sorpreso”. Il recinto è simbolo delle condizioni in cui versa la malattia psichiatrica nel paese. L’ “isolamento” è “totale” a partire “dalla mancata applicazione della legge Basaglia” e denuncia che il “paziente psichiatrico, quello non grave o di media gravità, una volta fuori dall’ospedale è solo. Tutto il peso grava sulla famiglia ristretta”.
Aggiunge Pescetto che “in provincia di Genova ci sono ben tremila malati psichiatrici accertati” ma il problema non interessa a nessuno, non fa notizia. E non porta voti.
Gualtiero Guerrini presidente ligure della Società italiana di psichiatria risponde “l’idea del giardino in sé era buona, naturalmente. Ma la soluzione adottata è decisamente non idonea.” Sul problema in generale dichiara che “la battaglia più grande è quella di superare i pregiudizi”.
L’assessore regionale alla sanità Claudio Montaldo dice: “L’obiettivo del primario di avere un’area esterna per i fumatori era apprezzabile. Ora vedremo se nella ricerca di una soluzione se ne potrà trovare una che possa evitare questo aspetto della recinzione”.
Come botti di capodanno le dichiarazioni di chi guida enti e strutture coprono le pagine di Repubblica per due giorni di fila ed affrontano principalmente il problema della gabbia costruita per i fumatori alle spalle del reparto e mai utilizzata. Manca una riflessione profonda su metodo e programmi. A questo punto sarebbe interessante sapere cosa si intende per “campus psichiatrico” e di quali contenuti è portatore il progetto e con quali tempi.
Preme inoltre sapere – fatti salvi i contenuti della legge Basaglia – quali siano gli atti concreti con i quali i responsabili della sanità la stanno applicando. Quali investimenti sono previsti per i prossimi tre mesi, in pieno periodo estivo – sia in ospedale sia in fase di dimissione - a sostegno dei malati e delle loro famiglie “ristrette” che, come dichiara il loro rappresentante, sono sole, poiché “le turbe mentali provocano l’allontanamento del sostegno sociale, dei parenti, dei vicini di casa, delle conoscenze”.
(Giovanna Profumo)
Posted by Eleana at 23:20 | Comments (0)
Migranti - Liste di proscrizione: i volenterosi complici degli aguzzini
I fatti risalgono ai primi di febbraio 2009 ma sulla stampa se ne è parlato solo a metà del maggio scorso (su Repubblica vari articoli tra il 20 e il 25 maggio). A Genova una preside che si presenta nelle aule di tre istituti superiori ai quali sovrintende (Einaudi, Casaregis, Galilei) e dice “dite al vostro compagno o alla vostra compagna tale dei tali che se non si presenta coi documenti le mando i carabinieri a casa”. Per maggiore chiarezza, l’elenco dei destinatari interessati al messaggio compare anche sulla lavagna. Pochi giorni dopo, il 16 febbraio, una sessantina (molto meno della metà!) di docenti di quegli istituti sottoscrive una protesta: chiedono spiegazioni dell’inusuale comportamento.
Parte una inchiesta amministrativa dai tempi blandi: perché il tempo, si sa, è la migliore medicina. L’ispettore arriva a maggio quando i fatti ormai sono trapelati e dichiara che sì, forse dei nomi sulla lavagna la preside poteva fare a meno; meglio sareb be stato chiamarli uno per uno… In ogni caso – ha precisato – era fuori discussione la “buona fede”. Proprio la “buona fede” avrebbe suggerito alla preside, di dare ex cathedra una lezione di educazione civica, umanità, dignità e lealtà alle istituzioni che lei stessa rappresenta, scrivendo sulla lavagna i nomi dei cattivi, gli inadempienti. Un semplice promemoria, si è difesa lei; semplicemente una “modalità eccessiva”, hanno osservato colleghi e colleghe cerchiobottiste. Poi, a oltre due mesi dai fatti, la cronaca se ne è impossessata complice le interrogazioni politiche. Così per qualche giorno poi il fatto – così faticosamente emerso (oltre due mesi! Come mai?) – è di nuovo scomparso. Chissà come concluso.
Scuole e ospedali: istituzioni e servizi, luoghi principe con cui una società si presenta ai cittadini, luoghi di affermazione dei diritti fondamentali: la salute, l’istruzione. Luoghi che per definizione hanno il segno dell’universalità, della collaborazione, della pace dove si va per guarire, per imparare, prima di tutto a stare insieme.
Cosa succede? Succede che l’uso martellante, ossessivo, strumentale del tema della sicurezza ha aperto la strada alla legittimazione del razzismo, alla sua legittimazione morale. Quella che permette ai singoli di metterci del proprio: non importa se per imbecillità, tornaconto, viltà o altro del genere. I soldati tedeschi che la mattina del 16 ottobre del 1943 a Roma, deportarono dal ghetto oltre mille ebrei per spedirli alla morte avevano in mano elenchi dattilografati che erano stati compilati, ben prima del loro infame progetto, da solerti impiegati dell’anagrafe romana. Più recentemente il quotidiano tedesco Der Spiegel – ripreso dal Secolo XIX 18 maggio 2009 – con una approfondita inchiesta ha mostrato come lo sterminio di massa degli ebrei è stato reso possibile dalla collaborazione, in Germania e in tutti i paesi alleati o occupati, da centinaia di migliaia di complici. Aguzzini per scelta, per cultura, per imbecillità; non fa differenza.
(Manlio Calegari)
Posted by Eleana at 23:18 | Comments (0)
Migranti - Basterebbe una circolare
Scade il permesso di soggiorno, e contemporaneamente scade anche l’iscrizione del cittadino immigrato al Sistema Sanitario Nazionale.
Una iscrizione temporanea (che dura tre mesi) si può avere portando alla ASL la ricevuta della domanda di rinnovo del permesso di soggiorno, e finalmente, quando arriva il permesso, l’immigrato dovrà tornare ancora una volta alla ASL, per avere una iscrizione ancora una volta pari alla durata del permesso. Ma molto spesso, dati i lunghissimi tempi del rinnovo, una iscrizione temporanea non basta, per cui è necessario tornare alla ASL più volte per rinnovarla. Un andirivieni che ingrossa le code alla ASL, aumenta la mole di lavoro agli sportelli ed irrita gli anziani che devono stare in coda per più tempo, non tutti possono avere la sedia, qualcuno pensa che la colpa è degli immigrati.
Ogni volta poi si perdono soldi, perché bisogna chiedere il permesso non retribuito al datore di lavoro. Non solo, ma quando accade che un membro della famiglia ha bisogno di cure durante una di queste fasi di scadenza, viene meno il diritto alla cura.
Come mai continua ad essere applicata una procedura vecchia, che risale al periodo precedente all’entrata in vigore del Testo Unico (D.L. 286/98)? Le norme attuali infatti prescrivono che gli immigrati regolari “Hanno parità di trattamento e piena uguaglianza di diritti e doveri rispetto ai cittadini italiani per quanto attiene all'obbligo contributivo, all'assistenza erogata in Italia dal Servizio sanitario nazionale e alla sua validità temporale” (art. 34, comma 1). Inoltre, il Regolamento d’attuazione del testo Unico, modificato dal D.P.R. n. 334 del 18 ottobre 2004, dispone chiaramente che “L'iscrizione non decade nella fase di rinnovo del permesso di soggiorno.” (art. 42, comma 4).
E’ evidente, che la durata dell’iscrizione al S.S.N. degli immigrati regolari deve essere a tempo indeterminato come quella del cittadino italiano e non ci deve più essere una data di scadenza sul tesserino sanitario. A Milano qualcuno ha fatto la proposta indecente dei posti riservati ai milanesi nella metro, va a finire che a qualcuno verrà in mente di proporre corsie differenziate agli sportelli delle ASL…
Eppure per evitare una trafila inutile e umiliante ai lavoratori immigrati, un disagio ai loro datori di lavoro, oltre che ai lavoratori e agli altri utenti della ASL, basterebbe una circolare dell’assessorato regionale alla sanità che prescriva l’applicazione della legge. Perché non viene fatta?
(Saleh Zaghloul)
Posted by Eleana at 23:16 | Comments (0)
Migranti - Lascio Genova perchè ho paura
Incontro, nei dintorni del Suq, un immigrato che conosco da tempo. Persona di cultura, nella manciata di anni che vanno dalla metà degli anni ’90 ad oggi ha percorso la strada che porta dalla accettazione, per sopravvivenza, di qualunque lavoro, alla conquista di una professionalità elevata, riconosciuta “anche” qui, e a un lavoro qualificato, a tempo pieno, in un grande ente. Una strada, la sua, costellata da esperienze di valore, che ne hanno fatto un punto di riferimento non solo per la sua comunità. Ora lascerà Genova e se ne andrà in Francia dove lo aspetta un lavoro ancora più qualificato, ma il motivo che lo porta via non è professionale: “In Francia – dice - ci sono problemi e durezze, ma c’è anche un quadro chiaro di diritti che vengono garantiti. Qui no. Qui ormai ho paura”.
Accanto a lui un bambino in carrozzella e la moglie, che annuisce.
Il tarlo che lo porta ad abbandonare Genova e l’Italia non è solo il senso di insicurezza, ma il deserto da cui si sente circondato. Dice: “la situazione è terribile, sembra che sia tutto cancellato, che non ci siano mai state alle nostre spalle le lotte che abbiamo fatto”.
Il presente nella sua brutalità e miseria cancella esperienze, progetti, pensieri, relazioni, cultura, speranze. Lui se ne andrà fisicamente, altri immigrati che sono stati importanti per la cultura, la politica, la costruzione sociale della nostra città in mutazione, se ne sono andati spiritualmente.
Viviamo un oggi in cui, come diceva una canzone di De Gregori, non è più vero niente. Restano le carte che si stanno accumulando nell’archivio del Forum Antirazzista, ma le ben ordinate carte non bastano al progetto di vite ancora giovani. Così Genova perde per isolamento, nuova emigrazione, depressione gli immigrati che negli ultimi venti anni hanno contribuito a costruirne la storia.
Colpa solo della destra? Mi scorrono davanti le facce degli assessori di parte cattolica che negli anni passati hanno accettato quasi come fosse un martirio quella “delega alla immigrazione” che fu conquistata dal Forum Antirazzista nel 1995, sotto la Giunta Sansa, e le facce di chi si è ben guardato dall’accostarsi allo spinoso problema: mai che ci sia stato un politico di punta di appartenenza PDS / DS, uno dei nomi che contano, che ci abbia speso la faccia, la carriera. Tutti concordi nel confinare nel recinto social-assistenziale, o al più culturale di facciata, quello che era “il” problema politico del millennio avvenire. Tutti a calibrare le parole, tutti spaventati a morte all’idea di perdere voti e consenso, mentre il consenso andava a piene mani a chi esponeva la sua politica brutale, ma chiara.
Una cecità ed una pavidità politica da far battere la testa negli spigoli. Qui, come altrove, si intende.
(Paola Pierantoni)
Posted by Eleana at 23:15 | Comments (0)
Informazione - I buoni e i cattivi
Domenica scorsa, sulla spiaggia di Voltri, c’è stata una grande rissa: notizia di richiamo che finisce su tutte le locandine davanti alle edicole. La Gazzetta del Lunedì non rinuncia alla sottolineatura razziale: “Maxi rissa tra immigrati sulla spiaggia”, mentre Repubblica (Maxi rissa tra bagnanti a colpi di ombrellone), e Secolo XIX (Maxi rissa sulla spiaggia) tengono un profilo più neutro. Ma andiamo a vedere gli articoli.
La Gazzetta del Lunedì unifica nella parola “extracomunitari” i protagonisti della rissa, parla degli attimi di “vero terrore” vissuti da “centinaia di bagnanti spaventati da tanta violenza”, ci dice che la spiaggia “a quell’ora era affollatissima” e che “le tante persone presenti sono scappate urlando portandosi via i bambini”, ma non ci informa di che nazionalità era questa gente.
L’articolo del Secolo XIX descrive l’episodio attraverso la testimonianza di Ilaria (italiana), che dice “non avevo mai visto tanta violenza”, di Barbara (italiana) “un numero impressionante di ragazzi ubriachi…” nonché dell’ex direttore artistico (?) – italiano - dello stabilimento balneare Utri Beach “Oggi la spiaggia libera è in preda a bande di extracomunitari. Non è un problema di Voltri, ma della nostra società”.
Repubblica ricostruisce la dinamica dell’episodio: una festa di famiglie ecuadoriane sulla spiaggia, grigliata, mamme, bambini, mariti, nonni, ragazzini. Poi una lite per un posteggio innesca una rissa davvero impressionante che coinvolge una cinquantina di persone, con molto spavento e pericolo dei bagnanti che fuggono in mare o si chiudono in auto. Quella di Voltri, si legge su Repubblica “è una spiaggia con tre bandiere: ci sono tanti ecuadoriani, un numero eguale di albanesi arrivati dai vicoli, e una manciata di genovesi…”.
Ma allora, giocoforza, anche le persone spaventate e in fuga dovevano essere in maggioranza ecuadoriani ed albanesi! Mamme, bambini, nonni ecuadoriani ed albanesi.
Chissà come mai dalla lettura degli articoli del Secolo e della Gazzetta avevamo capito che gli ecuadoriani e gli albanesi (anzi, no: gli extracomunitari) erano solo dalla parte dei “cattivi”.
(Paola Pierantoni)
Posted by Eleana at 23:13 | Comments (0)
Documentari - “Come un uomo sulla terra” anche a Genova
Teatro Eden, Genova Pegli, 15 giugno 2009: le associazioni “Genova con l’Africa” e “Art Afric” hanno organizzato la proiezione di “Come un uomo sulla terra”, documentario di Riccardo Biadene, Andrea Segre e Dagmawi Ymer girato nel 2008, per conservare la memoria del viaggio, che Damawi, e con lui migliaia di profughi etiopi e di altre nazionalità, hanno compiuto attraverso il deserto, prima di arrivare in Italia. Dag, il protagonista e tra gli autori del documentario, studiava giurisprudenza ad Addis Abeba, fino a quando, a causa della repressione e della condizione politica nel suo Paese, ha deciso di espatriare e di cercare rifugio altrove.
Quello che aspetta chi attraversa il deserto tra il Sudan e la Libia, però, è un susseguirsi di violenza e corruzione, ad opera dei trafficanti di uomini e della polizia libica, anni di detenzione nelle carceri, create grazie ai fondi italiani, a Bengazi, Mistarah e Kufrah, soprusi e stupri, deportazioni in carri-container, sempre acquistati con sovvenzioni italiane. I confini tra polizia e trafficanti sono labili, tanto che la polizia rivende i prigionieri, a 30-35 dinari a persona, ai gestori del traffico. “Possibile” si chiede una donna intervistata, “che i giornalisti non abbiano fatto sapere subito cosa stava succedendo?”.
Il ruolo delle organizzazioni internazionali appare ridicolo e giustificatorio, come nel caso dell’agenzia Frontex, un'istituzione dell'Unione europea che coordina il pattugliamento delle frontiere esterne aeree, marittime e terrestri degli Stati UE: nel rapporto finale di una missione nelle carceri libiche, le conclusioni dell’agenzia recitano più o meno testualmente, che “si è potuta constatare la vastità del deserto”.
A commento del film l’avvocato Alessandra Ballerini spiega le novità del ddl sicurezza, e tra il pubblico c’è chi scuote la testa indignato e cita il comma 22. Sono quasi tutti genovesi, teste canute, tutti si conoscono e serpeggia l’impressione che si informi solo chi in realtà sa già, e che ci sia una larga fetta di popolazione che non ne vuole sapere nulla, del tutto refrattaria a qualsiasi notizia. “Mia moglie non è venuta perché è leghista”, si lamenta un signore, “mia figlia è radicale, mio cognato di Forza Nuova, insomma, basta andare a vedere un film e si scatena la lite in famiglia”.
Il progetto di diffusione del documentario tuttavia continua, e la distribuzione spontanea del film è coordinata tramite il blog comeunuomosullaterra.blogspot.com, dove è possibile trovare il calendario delle prossime proiezioni o il contatto per organizzare una presentazione.
(Eleana Marullo)
Posted by Eleana at 23:10 | Comments (0)
Ex libris - La ricetta di Kapu: curiosità, amore e rispetto
Il prezzo quasi proibitivo (55 euro) e la veste tipografica (i prestigiosi Meridiani Mondadori) non ne consentono certo una agevole lettura sotto l’ombrellone. Eppure la tentazione di consigliare il volume delle Opere del grande reporter polacco Ryszard Kapuscinski (1932-2007) è forte. L’inquieto Kapuscinski iniziò al principio degli anni Sessanta a raccontare “l’altro” rispetto alla pacificata e sazia Europa, vale a dire l’Africa delle guerre di liberazione anticoloniali: Ghana, Congo, Mozambico, Algeria, Angola («l’Africa era un enigma, un mistero, nessuno sapeva che cosa sarebbe successo quando trecento milioni di individui avrebbero alzato la schiena e chiesto il diritto di parola»); le guerre dei poveri in America Latina, e poi l’Etiopia di Hailé Selassié I, l’ultimo Negus (il libro che rivelò il suo straordinario talento), l’Iran di Khomeini ma anche il declino e la caduta dell’Unione sovietica descritta nelle suggestive pagine di Imperium.
In ogni libro si avverte l’urgenza di testimoniare eventi capitali come la decolonizzazione, le rivoluzioni (ne seguì ben ventisette) e di capire le persone che aveva di fronte (i suoi modelli furono da una parte il new journalism americano e dall’altra lo storico greco Erodoto). L’unico modo per farlo era quello di mischiarsi alla folla quando ascolta i discorsi del leader ghanese Kwame Nkrumah, viaggiare insieme ai guerriglieri angolani (si veda il bellissimo Ancora un giorno, non compreso nel Meridano), aggirarsi nei mercati messicani.
Atteggiamenti, i suoi, privi di indulgenza verso l’esotismo, e di compiacimento per il terzomondismo (che invece infatuò molti intellettuali occidentali coevi).
“Kapu” ha rischiato molte volte la vita ed era anche consapevole dei limiti del proprio mestiere: «il volto della guerra non è comunicabile. Né con la penna, né a voce, né con la macchina da presa. La guerra è una realtà solo per chi sta conficcato tra le sue sporche, disgustose e sanguinolente interiora. Per gli altri è solo una pagina di libro, un’immagine sullo schermo». Ma – come ha detto bene Goffredo Fofi – non basta essere curiosi per diventare un buon giornalista. E’ necessario anche «l’amore per il prossimo, il rispetto per le persone di cui si scrive ». E’ questo – oltre a una innata vocazione di narratore – che ha fatto di Kapuscinski uno straordinario testimone del Novecento; è questa la lezione che noi dobbiamo cogliere.
Nota. Ryszard Kapuscinski, Opere, a cura di Silvano De Fanti, traduzione di Vera Verdiani, Milano, Mondadori, 2009; Id., La prima guerra del football e altre guerre di poveri, Milano, Feltrinelli, 2002 (da cui ho tratto la prima citazione, p. 16); Id., In viaggio con Erodoto, ivi, 2005; Id.; Ancora un giorno, ivi, 2007 (da cui ho tratto la seconda citazione, p. 97).
(Marco Bellonotto)
Posted by Eleana at 23:08 | Comments (0)
Lettere - Vado, voto e... torno
Sull'esito del voto ci sono talmente tanti commenti che è difficile farne una critica complessiva, vorrei però richiamare l'attenzione su quanto è avvenuto a Vado Ligure, da oltre 60 anni riserva di voti "sicura" per PCI-PDS-DS: è noto che la candidata del PD ha perso le elezioni a vantaggio di una lista civica che si è formata anche sulla spinta della lotta anti piattaforma Maersk (http://amarevado.it).
Qualche osservazione a caldo sulla forza della partecipazione politica l'ho espressa sul blog di Marco Preve (preve.blogautore.repubblica.it), qui mi interessa invece sottolineare la reazione davvero pavloviana dei giornali locali (Il Secolo XIX e La Stampa edizioni savonesi) che hanno avviato subito dopo le elezioni una serie ininterrotta di "approfondimenti" volti a leggere il risultato elettorale di Vado come: frutto di errore politico, esito di una campagna elettorale basata sull'emotività, rischio per l'intero comprensorio, per la regione, per la nazione; invitando poi i nuovi amministratori di Vado a superare i toni da campagna elettorale (!) e arrivare rapidamente ad un accordo che consenta di salvare il progetto.
Il Secolo poi ha anche detto che voleva contribuire al dibattito dando voce alle diverse opinioni... sono apparse finora sulle pagine savonesi solo ampie interviste a fautori del progetto piattaforma che si dilungano in scenari apocalittici nel caso si blocchi la realizzazione (Sindaco di Savona, Segretario CGIL, Segretario provinciale CNA, Presidente CCIAA di SV).
Quasi del tutto assente una questione centrale: se gli elettori non hanno votato per chi voleva imporre questo progetto forse vanno cambiati i progetti non sconfessati gli elettori.
(Giovanni Daniele)
Posted by Eleana at 23:06 | Comments (0)