12 Novembre 2009

Versante Ligure


ACQUASOLA CONSOLA

Sii cauto a giudicar
il tuo penoso stato
non devi sentenziar
che ormai sei rovinato:
sia in te, oltre che il Tar,
pur’il Consiglio di Stato.





  Enzo Costa  
  email: enzo@enzocosta.net;  http://lanterninoenzocosta.blogspot.com
  Illustrazione di Aglaja  
  email: aglaja@fastwebnet.it;  http://proveaglaja.blogspot.com

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Informazione - L’invisibilità selettiva delle donne musulmane

Distribuzione de Il Manifesto alla manifestazione per la libertà di stampa, Roma 3 ottobre 2009 Foto Pierantoni

Lo scorso 29 ottobre nei dibattiti organizzati dalla rivista femminista Marea per festeggiare i suoi quindici anni di vita, hanno preso la parola anche donne musulmane, o comunque appartenenti a quell’area culturale: al di là delle cose dette, la cosa interessante è stato questo prendere la parola, studentesse tra studentesse, esperte tra esperte, in confronti che non erano dedicati alla immigrazione o alle donne migranti. Uno scampolo di normalità.
Dell’intervento di una studentessa alla Facoltà di Lingue al dibattito sul documentario “Il corpo delle donne” abbiamo già dato conto in OLI237.

Ma nel corso della stessa mattinata erano intervenute altre due ragazze che, a differenza della prima, portavano il velo. Una aveva espresso il suo sconcerto per quello che era passato sullo schermo, l’altra lamentava la barriera che il velo costituiva nella sua relazione con i coetanei: “Io devo sempre lottare per farmi conoscere per quella che sono. All’inizio ci vedono come se fossimo ‘al di là’ , chiuse di mente, non parlano con noi, ci avvicinano con difficoltà”.
Nel pomeriggio dello stesso giorno un secondo dibattito nel salone di rappresentanza di Tursi: “Dalla velina alle veline: donne nei media tra informazione e invisibilità”, a cui partecipano giornaliste e ricercatrici. Tra loro Marieme Helie Lucas, sociologa algerina, fondatrice nel 1984 della rete di solidarietà internazionale WLUML (Women Living Under Muslim laws) che parla proprio della invisibilità delle donne musulmane. Si tratta, dice, di una “invisibilità selettiva”, perché in realtà la politica e l’informazione parlano delle donne musulmane, ma solo del loro esotismo, non delle loro lotte. Parlano di loro come vittime, velate, picchiate, uccise, ne forniscono una immagine di alterità assoluta, che alimenta il razzismo, che sancisce l’impossibilità di una relazione. Non parlano mai di loro come costruttrici di movimenti. Ad esempio nessuno parla della presenza di donne femministe e laiche in queste popolazioni. Cita un esempio francese: due piccole manifestazioni a difesa del diritto di portare il velo a scuola che hanno avuto visibilità sulla stampa, ed hanno raggiunto anche i mezzi di informazione stranieri, mentre sono state del tutto ignorate grandi manifestazioni di donne contro il velo.
Del mondo musulmano viene data una immagine omogenea che non ne rappresenta la realtà, e questo appiattimento unidimensionale corrisponde perfettamente ai desideri dei fondamentalisti islamici.
Nella sala, a parlare di mezzi di informazione, politica, trasformazioni, identità, democrazia, potere una cinquantina di donne, sedute in cerchio, e quattro uomini.
Regione e Comune presenziano con le rispettive assessore alle Pari Opportunità: trattasi, avranno pensato, di cose di donne, da lasciar navigare alla estrema periferia della politica.

Per saperne di più:
Women Living Under Muslim Laws:
http://www.wluml.org/node/5615
Marea:
http://www.mareaonline.it
Femministe musulmane:
http://invisiblearabs.blogspot.com/2009/10/teologhe-e-femministe-musulmane.html
Le donne e la Bibbia:
http://www.fondazionevalerio.org/cgi-bin/einfo/home.cgi?act=artONE&mode=grp&fam_cod=-1&grp_cod=1120&art_cod=1129
(Paola Pierantoni)

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Informazione - La donna nelle TV arabe

Nel mondo arabo, che si estende dal Marocco in Africa fino alla Palestina in Asia, passando per altri venti paesi tra cui Egitto, Libano, Giordania, Iraq ed Emirati Arabi, la rappresentazione della donna in TV è varia e diversificata, ma continua a dominare il modello europeo ed americano. Le fiction americane hanno lo stesso (molto) spazio che hanno nelle TV italiane, i format di “successo” nel mercato internazionale vengono riproposti quasi uguali, dai quiz ai reality show, dove è davvero difficile nascondere il corpo. I video clip musicali più trasmessi e più seguiti nelle TV arabe sono quelli di Haifa Wahbi, Nancy Ajram, Rolla ecc., che sono molto “belle”, o meglio dire “sexy”.

Naturalmente, la presenza e la rappresentazione della donna nelle TV arabe ha risentito dei cambiamenti dei costumi sociali avvenuti a partire dagli anni ottanta con l’ingresso in scena politica araba dei movimenti islamici per effetto della vittoria di Khomeini contro la dittatura dello scia in Iran (che non è un paese arabo). La presenza di donne velate è aumentata nelle strade e anche nelle TV. Non so se nel mio popolarissimo quartiere di Amman sarebbe possibile vedere oggi, come mi era successo nel 1971, quella minigonna (lanciata a Londra nel 1965) addosso ad una bellissima donna araba. E succede che una giornalista di Al Jazira (la CNN araba) decida, da un giorno all’altro, di presentare velata il telegiornale più visto nel mondo arabo. Ma quando si tratta di una libera scelta il discorso cambia; ad esempio, le donne italiane che scelgono di fare le suore devono o non devono continuare ad avere il diritto di velarsi?
In tutte le culture, in tutte le religioni ed in tutti paesi del mondo, chi più chi meno, è dominante ancora una cultura maschilista che mira ad escludere le donne da diritti che devono rimanere esclusivi dei maschi, diritti che riguardano soprattutto la sfera economica, lavorativa e quella sessuale. Scoprire volgarmente il corpo delle donne o nasconderlo completamente sono due facce della stessa medaglia: quella del controllo del corpo delle donne e delle donne stesse.
Nel mondo arabo (come in Italia) ci sono donne (e uomini) che lottano contro il controllo del corpo femminile, difendendo al contempo il diritto di ogni donna di scegliere cosa indossare, cosa far apparire e cosa nascondere del proprio corpo. I mezzi d’informazione italiani ignorano queste lotte e danno la massima visibilità a posizioni generalizzanti sostenute preferibilmente da persone arabe, che avvallano una visione che vuole le donne tutte sconfitte e vittime. Ciò non aiuta certamente le donne, serve solo a rafforzare stereotipi e falsi luoghi comuni sugli arabi, che sono alla base di xenofobia e razzismo. Purtroppo, è ancora molto più facile integrarsi e farsi accettare assimilandosi e rinnegando la propria cultura e religione d’origine che integrarsi esprimendo la propria diversità.
(Saleh Zaghloul)

Posted by Admin at 21:30 | Comments (0)

Città - Gente che viene, gente che va (di plastica e di marmo)

Osservare e – se necessario – criticare l’informazione non deve limitarsi ad articoli di giornali o a servizi radiotelevisivi. Esiste anche un’informazione più subdola, capillarmente diffusa, non scritta e non detta ma recepita con gli occhi e altrettanto deleteria nel travisare la realtà.
L’universo di segni che ci circonda veicola non di rado messaggi che gabellano per vero ciò che invece autentico e/o valido non è – sul territorio, negli scenari urbani, negli ambienti di vita pubblici e privati – mescolando in un unico omologante calderone il patrimonio culturale che abbiamo ereditato nei secoli con le gratuite bizzarie escogitate da certi nostri contemporanei. Ne conseguono perdite di senso, disagio per i più avveduti e confusione per tutti, in un processo perverso che si autoalimenta coi propri effetti negativi.
Se è deplorevole che ciò avvenga negli interventi dei privati, è inaccettabile quando viene promosso o tollerato da pubblici amministratori che controbattono alle disapprovazioni sostenendo che si tratta di questioni di poco conto, cosa che non è.


Un caso esemplare riguarda Palazzo Ducale a Genova e alcuni sciagurati esiti della mostra “El siglo de los Genoveses”, allestita nel 2000.

A contorno dell’avvenimento, si pensò di ricollocare sui piedestalli davanti al portone le due grandi statue cinquecentesche raffiguranti Andrea e Gio Andrea Doria, di Giovannangelo Montorsoli e Taddeo Carlone, fatte a pezzi nel 1797 all’arrivo della Rivoluzione francese e di cui restano solo i piedi e i torsi.
L’incarico di reinventar le teste, le braccia e le gambe – lavorando non sugli originali ma su calchi – fu affidato all’anziano scultore Lorenzo Garaventa coadiuvato da due collaboratrici.
Impresa onerosa e concettualmente spericolata (non siam più nel Cinquecento, quando lo stesso Montorsoli poteva permettersi di rifare i pezzi mancanti al Laocoonte: oggi l’idea di restauro è ben altra) oltreché praticamente impossibile per l’entità delle lacune.
Il risultato furono due imbarazzanti goffi mammozzoni – inaugurati in pompa magna e supportati da compiaciuti articoli a stampa e sul web – che rimasero esposti mesi e mesi tra lo sconcerto di molti, finché non furono rimossi in occasione del G8 per finire nei depositi del Museo di Sant’Agostino dove è bene che restino.
Berlusconi non trovò invece nulla da ridire in merito alle 12 leziose statue in resina “all’antica” che lo scenografo Pier Luigi Pizzi, curatore dell’allestimento de “El siglo…”, aveva collocato nel salone del Maggior Consiglio, a riempire le nicchie vuote che ospitarono ritratti di benemeriti della Serenissima Repubblica, distrutti anch’essi in epoca napoleonica. Sculture prodotte in serie da una ditta specializzata, ammissibili su un palcoscenico o come arredo di qualche discoteca quand’era in voga il postmoderno, ma assolutamente indecenti in quel contesto, come lamentavano e continuano a lamentare tante autorevoli voci. Eppure rimasero, iniziando un grottesco balletto che non si è ancora concluso, tra uscite e rientri in scena. Fecero da cornice al tavolo degli 8 Grandi e successivamente a una miriade di eventi diversi. Per la mostra sul pittore Marcantonio Franceschini nel 2002 furono levate – si sperava per sempre – ma poi ricomparvero. Il Consiglio di Circoscrizione Centro Est votò allora all’unanimità nel 2004 un’argomentata proposta al sindaco per la rimozione, che andò a buon fine con gran soddisfazione dei proponenti che si illudevano di avercela fatta. E invece poco prima dell’ultima scadenza elettorale i dodici convitati di plastica son riapparsi e sono tuttora al loro improprio posto. Qualcosa però si sta finalmente muovendo.
Luca Borzani, presidente di Palazzo Ducale – Fondazione per la Cultura, ci ha appena comunicato una duplice buona notizia: da un lato le statue fasulle hanno i giorni contati; dall’altro stanno per arrivare i resti marmorei autentici dei colossi dei Doria, finora giacenti in un angolo dell’ex chiesa di Sant’Agostino, per avere degna collocazione all’interno del palazzo davanti al quale troneggiavano un tempo. Meglio tardi che mai.

Sul tentato ripristino delle statue dei Doria:
http://www.hozro.it/garaventa.html
http://www.palazzoducale.genova.it/naviga.asp?pagina=159
http://www.palazzoducale.genova.it/naviga.asp?pagina=224
La storia delle 12 statue, nella proposta di rimozione deliberata dal Consiglio di Circoscrizione:
http://members.xoom.virgilio.it/centroest/statue.htm
Considerazioni di un consigliere di minoranza:
http://digilander.libero.it/gandini/bonora1.htm
Sugli ulteriori sviluppi della vicenda:
http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2007/03/07/arte-della-polemica-via-dal-ducale.html
http://www.patrimoniosos.it/rsol.php?op=getarticle&id=28264
(Ferdinando Bonora)

Posted by Admin at 21:24 | Comments (0)

Sviluppo - Ricerca sì nucleare forse?

Al Festival della Scienza 2009 si è discusso di "Il nucleare del futuro e il futuro del nucleare". Platea vasta, tanti i giovani.
La notizia è che per 20 posti al master di impiantistica nucleare ci sono state 210 domande, presentate da giovani laureati, ingegneri, fisici, matematici.
Un bel numero. Quindi si vorrebbe attivare il corso di laurea in Ingegneria Nucleare, come a Torino, Milano, Pisa.
Che i nostri giovani siano meno idealisti della generazione Chernobyl? O magari solo più pragmatici?

Forse il tema di fondo è il lavoro: si tratta di nuova occupazione e con i tempi che corrono non è cosa da poco. Certo il know how di competenze delle aziende sul territorio è ampio perché, anche dopo il referendum del 1987, hanno continuato a costruire centrali all'estero. Inoltre, in tempi di crisi, produrre con meno costi energetici diventa una priorità: in Italia incidono per il 30% in più rispetto ad altri Paesi, mentre i combustibili fossili sono sempre più soggetti agli umori del mercato e della politica.
Altro fattore essenziale sono le emissioni di CO2, che costano tanto agli stati e alle imprese.
Così il nucleare ad emissione zero si fa attraente, e non per una conversione ambientalista del governo.
Il dibattito in Italia è appena iniziato, ma già dodici Regioni hanno rivendicato la competenza sui siti delle centrali; la Liguria è fra queste, ma Burlando alle accuse di Scajola e Confindustria di condurre una battaglia ideologica precisa: “Costruire centrali senza il consenso della Regione è illegittimo, ma se veramente fossimo contro il nucleare perché avremmo deciso di finanziare un master proprio per formare i giovani su questa materia?” (Il Secolo XIX 7 ottobre 2009)
L'impressione è che si confondano i termini del problema: per quale motivo si dovrebbe porre in relazione la discussione “nucleare sì, nucleare no” con il potenziamento della ricerca e degli studi sul nucleare in Italia e con la promozione di una presenza all’estero delle nostre aziende? Perché mai una scelta contraria al nucleare dovrebbe implicare il disperdere competenze ed esperienze acquisite?
Nel mondo (Asia, Europa, U.S.A.) si stanno costruendo 58 nuove centrali: con quale ingegneria, con quali sistemi di sicurezza? Su ciò si deve continuare la ricerca. Quindi: sì ad un polo del nucleare, accanto ad uno sulle energie rinnovabili.
Intanto un fermento culturale non chiaramente definito, ma vivo e presente, contesta l'importanza e l'urgenza del tema energia. Di fronte al disastro ecologico che si sta perpetrando si inizia a pensare che abbia poco senso colorare di verde il sistema economico senza modificarne principi e modalità di funzionamento che sono all'origine della crisi: abbiamo davvero bisogno di altre centinaia di milioni di automobili, anche se verdi? O di milioni di abitazioni supplementari da Parigi a Dubai?
Un consumo verde ma comunque energivoro non risolverà nulla per i miliardi di persone senz'acqua potabile, cibo, istruzione, sanità. Molti giovani, che pure cercano lavoro, ne sono consapevoli.
(Bianca Vergati)

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Treni d'Italia - Atto unico in tre scene

Sulla pensilina, un giovane
Milano Centrale. Diciassette anni e non sentirli.
Macchè. Non studio. Son mica mio fratello.
Manovale. 3000 kg al mese sollevo per una Freccia Rossa.
Sesto-Milano-Bologna-Lugo, andata e ritorno.
Alba, discoteca e valigia stipata: le “pietanse” di zia.

Andata con uomo che torna
Si parte. Casa finalmente… Dal 24 agosto che manco.
Un tempo Napoli, ora Stresa.
Dal mare all'orgoglio lacustre. Dai container alla carpenteria pesante.

Ritorno da Titanic

Genova si torna.
Seconda classe. Ma in seconda classe si viaggia male!
Sembra una terza. Ci si sta meglio che in ospedale?
Il controllore intercettato - È un treno di m…- al telefono dubbi non ha.
Forse l'uomo che vende patatine nel tubo ha ragione.
Suo l'accento romagnolo che invoca: - il mio regno per un trolley in mezzo alle scatole!-
(Alisia Poggio)

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Cinema - Genova, città catartica per Winterbottom

Un regista di talento, l’inglese Michael Winterbottom, folgorato da una delle città più affascinanti e “cinematografiche” – ma cinematograficamente poco sfruttata – del nostro Paese. Il risultato di questo inaspettato connubio è Genova, girato nella nostra città nell’estate del 2007 e uscito, finalmente, nelle sale di tutta Italia il 16 ottobre scorso.
Ma chi si aspettava una pellicola impegnata e di denuncia “alla” Winterbottom (autore, tra gli altri, di Welcome to Sarajevo, Road to Guantanamo, Cose di questo mondo, e A Mighty Heart) è rimasto deluso, perché l’ultima opera del regista inglese è un ritorno al cinema tradizionale, alla fiction pura.

Tre i protagonisti: il professore universitario Joe e le sue due figlie, entrambe coinvolte nell’incidente d’auto che apre il film e nel quale la loro madre perde la vita. Dopo la tragedia che ha sconvolto la sua famiglia, Joe decide di trasferirsi a Genova, ma trovare un nuovo equilibrio è difficile. Kelly è una adolescente inquieta e seduttiva, che cerca di superare il dolore passando da un amorazzo all’altro e la piccola Mary, tormentata dai sensi di colpa, è incapace di accettare la morte della madre e ne insegue il fantasma tra le strade di Genova.
L’inizio del film sembra intrigante, ma la trama ben presto si rivela modesta. Attraverso la geografia instabile e ambigua di Genova e della riviera di levante, con il fascino delle sue chiese buie, con la bellezza sporca, minacciosa e claustrofobica dei suoi vicoli, con il suo verde accecante che si specchia nel mare ed è ferito da zone d’ombra nelle quali perdersi, Winterbottom tenta di rincorrere lo smarrimento che la morte ha proiettato sui suoi personaggi, ma il suo è uno sguardo superficiale, che non riesce a dar forma al loro dolore, al loro disorientamento e alla loro incapacità di affrontare l’assenza.
Lo stordimento e la solitudine di Joe, il suo timido volgersi di nuovo alla vita, che Colin Firth restituisce con una stanca piattezza, la sua incapacità di rispondere al dolore delle figlie, le sue frustrazioni rimangono inespressi, intrappolati nell’errare frammentato e discontinuo di Winterbottom, che finisce per perdersi nell’accumulo dei percorsi intrapresi. Rimane distante e mal delineato il tentativo di dare forma al senso di oppressione che soffoca Kelly, e anche il personaggio che il regista sembra amare di più, la spaventata e indifesa Mary, non possiede alcuna intensità o spessore, e la sua impossibilità di lasciar andare sua madre non vibra mai sullo schermo, ma lascia solo un senso di sterile incompiutezza.
La quarta protagonista, Genova, è l’unica che invece “esce bene” dal film: Winterbottom è comunque un abile maestro del digitale (e il direttore della fotografia Marcel Zyskind ci regala accattivanti vedute in “camera-scooter”) e nonostante la scarsità dei mezzi impiegati, riesce a mostrare una Genova che non ci si aspetta: zero cartolina, niente luoghi comuni, ma quei «quartieri dove il sole del buon Dio non dà i suoi raggi» che la rendono unica. Gli attori:
Joe - Colin Firth, vincitore della Coppa Volpi (2009) per A Single Man
Kelly - Willa Holland
Mary - Perla Haney-Jardine
(Francesca Savino)

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Cornigliano - Quando ogni cosa sembrava al suo posto

A partire da questo numero OLI pubblicherà alcune foto che Giorgio Bergami ha scattato a Cornigliano tra gli anni Cinquanta e Sessanta, immagini di profonda bellezza che ci restituiscono il quotidiano lavorativo e familiare di un quartiere, oggi irriconoscibile. Negli ultimi sessant’anni Cornigliano è stata disponibile al cambiamento a condizione che dietro ad ogni trasformazione ed al sacrificio che comportava ci fosse un progetto concreto per il bene comune.

Le immagini che vedrete rappresentano un mondo dove ogni cosa pare essere al suo posto, scandita con ritmi certi. Ed i protagonisti di questi scatti paiono aderire appieno a quanto li circonda. Quel mondo offre lavoro, casa e svago. Non c’è nei loro sguardi l’inquietudine che sorge in alcuni di noi nel vederli oggi, a distanza di anni. E il senso di estranietà diventa concreto quando, scomponendo pezzo dopo pezzo la storia di Cornigliano, si viene a contatto con quello che la maggioranza degli abitanti del quartiere aveva allora e che oggi non c’è più: la fiducia che quello fosse il miglior sviluppo possibile. Gli scatti del periodo più recente hanno spiegato alla città che non era vero. Che i panni stesi ad asciugare al sole venivano ritirati impregnati di polveri. Ed è questo il vantaggio che ha oggi il quartiere rispetto ai suoi protagonisti del passato, la consapevolezza che non bisogna affezionarsi a nessun modello e la volontà di cambiare. Le fotografie di Giorgio Bergami vogliono dare voce agli abitanti di Cornigliano di oggi e alla loro idea di quartiere.
(Giovanna Profumo)

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Parole degli occhi


Case popolari


© foto: Giorgio Bergami

12 ottobre 1953

Posted by Admin at 20:58 | Comments (0)

Lettere - Ancora su via Shelley

Ma la signora Vergati ha per caso indagato se gli abitanti di Via Shelley in questione hanno per caso l’abitabilità delle loro case, peraltro piovute dal cielo e non costruite anche loro in una Valletta verde e immacolata, e nel caso non l’avessero, provare a chiedergli il perché? E per caso ha visto “de visu” dove vorrebbero passare con la strada che non disturba? E ancora ha mai percorso via Tanini alle ore 8,00 del mattino? Provare a ragionare con la propria testa invece che fare da cassa di risonanza alle altrui istanze sposandone acriticamente le posizioni? Cordialità
(Stefano Camisasso)

Posted by Admin at 20:56 | Comments (0)

Lettere - Una risposta


Egr. Sig. Camisasso, ho chiesto informazioni ai cittadini di via Shelley (componenti del Consorzio) circa le affermazioni da Lei fatte e ho interpellato il Presidente che mi ha ribadito che il Consorzio Strada Via Shelley (entità giuridicamente riconosciuta con tanto di Statuto, Consiglio di Amministrazione, ecc...) nacque all'inizio degli anni '70 quando furono costruite le prime case, per tutelare la strada privata, per la sua manutenzione, l'illuminazione ecc.

Poi venne il Comitato, all'inizio degli anni '80 quando nacquero i primi problemi che ancora perdurano. Le comunico quindi quanto segue:
1) Le case hanno tutte, da tempo, l'abitabilità certificata da documentazione disponibile per chi voglia informarsi.
2) E' vero, la valletta, sul finire degli anni '60, era verde e immacolata.
3) Ho appreso, anche, che, in seguito, la valle divenne meno verde e immacolata perchè nacque il progetto di lottizzazione cosiddetto "Rio Penego 1" che, sempre a dire dei miei interlocutori, cascò veramente dal cielo perchè andò avanti in un regime di abusivismo (i mezzi di cantiere passavano, illegalmente, su una via privata) tuttora non completamente sanato: ne è testimoninza una fogna a cielo aperto (un tubo di plastica che scende sulla sponda destra del Rio Penego). Il presidente dell'operazione era un certo sig. Camisasso (solo un'omonimia?). Per brevità ometto altri particolari interessanti.
4) Prima di scrivere l'articolo cui Lei si riferisce ho constatato "de visu" la situazione e, avendo visionato i progetti di strada e costruzioni, sono più che mai dell'idea di quanto siano problematici dal punto di vista ambientale.
5) La sitazione della via Tanini è seria ed è giusto trovare una soluzione ma , come Lei forse sa, ci sono alternative più ragionevoli.
6) Non è mia abitudine "fare da cassa di risonanza alle altrui istanze sposandone acriticamente le posizioni". Cerco sempre di documentarmi e ho mezzi a disposizione per farlo.
Per concludere credo che questo progetto sia utile solo a chi, legittimamente, è interessato alla costruzione delle case. La saluto cordialmente.
(Bianca Vergati)

Posted by Admin at 20:54 | Comments (0)