24 Novembre 2009
Versante Ligure
“Mai disgrazia fu da sola”:
giungon le sciagure a lotti?
Sono assurdi o fanno scuola
certi popolari motti?
Certo è che dietro a Scajola
sempre in video c’è Biasotti.

email: enzo@enzocosta.net; http://lanterninoenzocosta.blogspot.com
Illustrazione di Aglaja
email: aglaja@fastwebnet.it; http://proveaglaja.blogspot.com
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Informazione - Avventurarsi nel 2010 senza Diario
Di questi tempi in Italia puoi svegliarti una mattina e scoprire di non poter neanche più tenere un Diario. Così accade a chi apre l'ultimo numero di novembre del mensile omonimo dal titolo, forse evocativo, Paura. A dicembre Diario sembra chiudere definitivamente.
Non è la carta ad esser venuta meno. La funanbolica redazione di Diario ce l'ha insegnato nel corso di questi anni, dal 1996 ad oggi. Potrebbero scrivere su ogni millimetro di carta disponibile, oppure appropriarsi di ogni tipo di superficie o supporto (poster, VHS, DVD etc). Non è stato neanche il censore ad averlo requisito. Il suo operato è stato però più sottile: ha fatto sparire il lettore!
Non si tratta dell'opera di un prestigiatore, ma di un lavoro lento che risale ormai ad alcuni decenni fa. Per descriverlo possiamo ricordare proprio le parole di alcuni collaboratori della rivista che negli scorsi mesi i genovesi hanno avuto modo di incontrare in diversi appuntamenti pubblici. Andrea Jacchia, uno dei redattori, descrivendo “Patria”, ultimo libro di Enrico Deaglio, presentato a Genova lo scorso settembre, diceva che gli italiani hanno attraversato gli anni dal '78 ad oggi un po' come dei bambini ai quali sono state raccontate delle mezze verità infarcite di termini quali “servizi deviati”, “doppio stato” etc. Questo linguaggio consolatorio ha fatto digerire molti accadimenti e fatto passar altri sottogamba. La curiosità di tanti lettori è stata spenta ed è difficile per la prosa lineare e stimolante di questo periodico portare un po' di luce nella bambagia.
Diario ha indagato, raccontato e ricordato tredici anni d'Italia e non solo. La redazione non ha disdegnato alcun tipo di argomento, passando dall'inchiesta alla ricetta di cucina, dalla critica letteraria al necrologio. Ma più di ogni altra cosa Diario ha contribuito a dar luce a tanti episodi, come il G8 di Genova, sui quali non bisogna ancora mollare la presa ribadendo la necessità di giustizia.
Uno dei rischi della particolare convergenza in cui viviamo è proprio il venir meno della memoria. A luglio presentando a Genova il libro-documentario “Governare con la Paura” di un gruppo di collaboratori di Diario, Beppe Cremagnani, Enrico Deaglio e Mario Portanova, e Massimo Calandri, giornalista de La Repubblica, raccontavano come attraverso una conoscenza puntuale dei fatti alcuni studenti di una scuola tedesca avessero messo in scena una rappresentazione teatrale sul G8 di Genova. Quanto è possibile una cosa del genere in Italia?
Diario ha fatto da puntello alla nostra storia recente rendendo significative anche ricorrenze storiche che forse non sarebbero entrate a far parte del nostro calendario così facilmente. Come pensare al 27 gennaio, giorno della memoria, senza gli speciali Diario della memoria che iniziarono nel 2001?
Sembra un po' più difficile avventurarsi nel 2010 senza questo sostegno. L'ultima uscita di dicembre si intitolerà "Futuro", attendiamo speranzosi le nuove forme che questa esperienza giornalistica assumerà in futuro.
Diario su Wikipedia: http://it.wikipedia.org/wiki/Diario
Diario sito web: http://diario.picomax.it/
Patria di Deaglio: http://www.patria1978-2008.it/
Beppe Cremagnani: http://it.peacereporter.net/articolo/16566/Buon+vento,+Beppe
(Alisia Poggio)
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Economia -Il nostro futuro di vecchi poveri
La Repubblica - Affari e Finanza, 23 novembre, Roberto Mania in un articolo intitolato “La generazione lavoro zero”, traccia il quadro della Grande Crisi occupazionale italiana.
Dal 2008 ad oggi persi cinquecentosessantamila posti, prevalentemente tra persone sotto i quarant’anni. Presentante più di un milione e mezzo di domande di accesso all’indennità di disoccupazione e sessantamila richieste di mobilità. Ricorso alla cassa integrazione aumentato del tre, quattrocento per cento. Tasso di disoccupazione al 7,4 per cento. Tasso di disoccupazione giovanile fino al 25 per cento. Maina descrive la “prima recessione del mercato dualistico: da una parte i lavoratori standard, tendenzialmente protetti da un sistema di ammortizzatori sociali ideati in pieno novecento, ritagliati sul lavoratore maschio della grande impresa del nord industriale; dall’altra gli atipici, giovani, flessibili, precari, praticamente senza tutele, figli dell’apartheid contrattuale” L’articolo descrive una crisi che colpisce entrambi, legando i primi “nell’illusione di una cassa integrazione presa a dosi massicce, collocandoli ancora tutti tra le file degli occupati per quanto a or ario ridotto se non azzerato; abbandona i secondi, tagliando forse definitivamente la prospettiva dell’ingresso nella cittadella degli insiders”. Le aziende cancellano posti di lavoro e non rinnovano i contratti a tempo scaduti.
Tra i giovani di età tra i 15 e i 34 anni sono stati cancellati centoventisettemila posti di lavoro. I disoccupati italiani sono, nel primo semestre 2009, un milione novecentododicimila. Va registrato che il tasso di disoccupazione, aumentato ovunque, è rimasto stabile nel Mezzogiorno, dove, scrive Maina, l’effetto scoraggiamento induce a non cercare più occupazione e a ricorrere al lavoro nero. In molti si sono resi invisibili.
Non conosce crisi il comparto dei servizi alla persona: 7,8 per cento in più. E’ il settore badanti che ha visto un aumento occupazionale di centottantaquattromila unità.
Questo il quadro, che tuttavia non mette a fuoco le storie dei singoli. La statistica li spersonalizza includendoli in gruppi omogenei. Chi dentro. Chi fuori. L’articolo non risponde al come si sopravvive in Italia da disoccupati o cassintegrati. Ma è certo che il pezzo Maina ha il pregio, attraverso i numeri, di dare visibilità ad un esercito di persone altrimenti invisibile e disgregato. Messo nell’impossibilità di formulare richieste sul lungo periodo.
Nell’articolo inoltre viene data visibilità alla rottura del patto che lega le generazioni attraverso i contributi pensionistici. In mancanza di lavoro, nulla viene versato. Il quadro, sul lungo periodo presenta un esercito di “vecchi-poveri” sui quali, ad oggi, è impossibile fornire i dati.
(Giovanna Profumo)
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Città - Qualche fischio turba gli osanna per Eataly
Ritornando ad Eataly (OLI 239)), il megastore di prodotti gastronomici di eccellenza di Oscar Farinetti che prossimamente arriverà a Genova, la destinazione per ora più plausibile è a Ponte Parodi. Il negozio potrebbe quindi trovare casa nelle strutture dell'Hennebique, sede dismessa dei silos granari del porto.
Accanto al terminal crociere sorgerà entro il 2012 un centro polifunzionale, che dovrebbe ospitare il meglio del made in italy. “Tre piani dedicati a mostre d'arte e collezioni documentali, anteprime cinematografiche” (Il Secolo XIX 6/11/09), mentre all'ultimo piano, per rilassarsi e fare shopping ad alto livello, il negozio ed i ristoranti Eataly. Possibile anche qualche struttura ricettiva alberghiera, il tutto a portata immediata dei croceristi.
La realizzazione del progetto “Museo Italia” (questo il nome provvisorio) entusiasma più strutture e personalità, dagli enti locali, che non hanno mai fatto mancare il proprio appoggio ad Eataly, all'authority portuale nella persona di Luigi Merlo, al consenso positivo già espresso dal governo. Il coro degli osanna all'arrivo di Eataly è abbastanza compatto, eppure.
Eppure qualche voce si distacca e protesta, in prima battuta per la visibilità e l'appoggio dato al progetto Eataly a Genova.
Quando fu ventilata l'ipotesi della collocazione alla Loggia di Banchi, l'associazione del Suq, festival genovese delle culture del mondo, accusò duramente il colpo e Carla Peirolero, la fondatrice, rilasciò alcune dichiarazioni sul piede di guerra. Il Suq è nato infatti alla loggia di Banchi (dove fu ospitato dal 1999 al 2004), e l'associazione fece parecchi tentativi di creare una sorta di Suq permanente, a Banchi oppure al mercato del Carmine. I progetti, fu la risposta del Comune, non erano compatibili con il progetto di Urban Center a Banchi (Il Secolo 18/9/09). Appena Eataly è stato invece considerato compatibile, è iniziata una petizione per sollecitare una spiegazione dagli enti locali, ed una collocazione per il Suq permanente. La domanda fondamentale è questa: come mai silenzio verso un evento che da dieci anni opera sul territorio creando occasioni di festa e crescita della consapevolezza sociale, ed al contrario piena accoglienza verso un'operazione essenzialmente commerciale, anche se di alto livello?
Il silenzio della stampa e degli enti, come si legge in questo numero (Silenzio su Critical Wine), avvolge ed ovatta anche altre piccole iniziative che rimangono lontane dalle dimensioni, le impostazioni ed i fasti del megastore.
Per saperne di più: Suq Genova sito web
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Migranti - Diritto al voto tra promesse e fughe
Il diritto al voto amministrativo agli immigrati regolari era già previsto dalla Convenzione Europea di Strasburgo del 1992 e gli immigrati già votano in 17 paesi dell’Unione Europea; in alcuni da molto tempo: Irlanda dal 1963, Svezia dal 1975, Spagna 1985. Il voto degli immigrati inizialmente ha premiato i partiti, di destra, di sinistra o di centro, che hanno introdotto tale diritto, successivamente è stato distribuito a sinistra, destra e centro.
Da noi il diritto al voto era già inserito nella proposta di legge Turco-Napoletano del 1996 ma, grave errore, è stato stralciato durante il suo iter parlamentare. Nel 2004 alcuni comuni, tra cui Genova e Venezia, hanno deliberato la modifica del proprio statuto introducendo il diritto al voto, ma i governi nazionali di destra e sinistra, con motivazioni diverse, hanno annullato queste delibere: il governo Prodi, ad esempio, promettendo un disegno di legge, promessa mantenuta in parte: il disegno di legge Amato - Ferrero è stato sì presentato, ma non è mai arrivato in aula.
“Niente tasse senza rappresentanza - aveva detto recentemente il sindaco di Venezia Massimo Cacciari – qualsiasi liberale in questo paese deve fare proprio questo slogan”. Non si tratta soltanto di superare una discriminazione nei confronti di cittadini che risiedono e lavorano regolarmente nelle nostre città contribuendo al 10% del PIL, al 7% dei contributi INPS e che versano 6 miliardi di euro in tasse e imposte, si tratta soprattutto della qualità della nostra democrazia: possono essere considerate democratiche elezioni dove è vietata la partecipazione al 10-15% dei cittadini residenti, come è già capitato alle ultime amministrative?
Con il diritto di voto, i migranti diventano soggetto politico ed oggetto di interesse per la politica e sarà più difficile per i politicanti rincorrere le esigue minoranze razziste. Così il diritto al voto avrà la funzione di un antidoto contro il razzismo: un male che reca gravi danni a chi lo subisce ma anche a chi lo esercita come è avvenuto col nazismo. Ora l’immigrazione viene usata come capro espiatorio di tutti i mali, per distrarre i cittadini dalle questioni vere ed urgenti. Se l’attenzione di chi vota tornasse a concentrarsi, ad esempio, sulla perdita di potere d’acquisto di salari e pensioni e sulla disoccupazione, si potrebbe sperare in un ritorno di questi problemi al centro delle campagne elettorali, si potrebbe sperare ce venissero finalmente sfrontati.
Il diritto al voto dei migranti è una conquista per tutti, il nostro paese diverrebbe più sicuro, vivibile e soprattutto più democratico e civile.
(Saleh Zaghloul)
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Città - Mare fuori stagione
E' un tramonto da cielo velato, autunnale. Dalla minuscola baia ormai silenziosa s'allontanano lenti gli ultimi adoratori del sole. Intorno, fra barche più dismesse che usate, piccoli crocchi di abitanti del luogo s'attardano nei saluti, nella chiacchiera prima di cena, mentre i bambini ancora giocano, scherzi d'acqua, risate.
E' Vernazzola, il minuscolo, tranquillo borgo di Sturla, incastonato nel mare a pochi passi dal traffico incessante di chi corre a levante, a ponente, a seconda dell'ora. Ecco forse è questo, l'atmosfera di quiete, che i residenti non vogliono perdere.
Sarà per tutto ciò che hanno protestato quest'estate, è persino venuto il TG5, non volevano le "migliorie" che il Comune ha apportato alle loro scogliere, ampliando a mezzaluna la spiaggia con camionate di ghiaia. Peccato che la ghiaia sembri proprio quella da asfalto e non ciottoli da mare. L'intervento ha creato una spiaggia accogliente, ma per chi vi abita, andava bene com'era. Non sono graditi tutti quei giovani che comunque da un po' di tempo si ritrovano lì, anche in questa stagione; e non c'è neppure un bar, solo il solito circolo sociale.
Questi spazi gli abitanti li sentono propri. La dicono lunga tutte quelle barche, anzi, alcuni residuati di barche, poste, guarda caso, lungo tutti i giardini, che si affacciano sullo striminzito moletto, come se si volesse tenere lontano chi passa: scardinate tinozze abbandonate da finti, vecchi pescatori, quasi a segnare un confine di antico possesso. Si rifugge forse il nuovo, la gioventù, l'invasione di gente. Che importa se ci vanno giovani e no per un bagno senza pagare biglietto, se vogliono tuffarsi in una delle pochissime spiagge libere della loro città.
- Forse siamo un po' egoisti, diceva un vecchio signore, abbigliato come un tempo si usava, sandali, braghellone, canotta, che confessava, Ôa l'è mëgio, ora è meglio. Prima c'era sporco e intorno al depuratore il degrado, mentre il mare si stava mangiando tutta la spiaggia. E pronunciando queste parole si guardava intorno, quasi pentito di parlare così ad una "foresta" curiosa.
Chissà se il vecchio signore si ricorda i quelle parole sussurrate, proprio in questi giorni in cui una mareggiata inconsueta ha divorato tante spiagge del levante cittadino, ma non Vernazzola. Se gli abitanti sono stati contenti il mattino dopo la tempesta, nel trovare quasi intatta la loro spiaggetta. Se si rammentano i mugugni e le proteste dell'estate.
Il panorama non è più lo stesso, è vero. Un tempo le onde irrompevano su viottolo e case e gli scoglietti sono scomparsi ma ora puoi star seduto sulla spiaggia, guardando i marosi frangersi sulla scogliera che fa da culla alla piccola baia. Un incanto, a parte il ghiaietto.
Certo il nuovo golfo un inconveniente lo ha. Tutto ciò che si trascina a riva, lì resta perché le onde smorzate dalla nuova scogliera, non hanno più la forza di risucchiare via quello che è arrivato sulla battigia. Non succederà più come dicevano i vecchi, che il mare si riprenda quello che è suo.
(Bianca Vergati)
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Parole degli occhi
di Giorgio Bergami

© foto: Giorgio
Bergami
14 novembre, giornata nazionale senza alcool, lo striscione del Biodrink
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Lettere - A proposito del crocifisso
Ricevo da molto tempo la Newsletter Oli e spesso mi trovo a condividerne i contenuti. Non così per lo sconcertante pezzo pubblicato sul n. 239, “Come si misura la laicità di uno stato?”, in difesa del crocifisso nelle scuole (e, devo supporre, in tribunali, ospedali e altri luoghi pubblici).
Il crocifisso (come Gesù e le Scritture) si presta certo a opposte letture (simbolo di pace solidarietà e amore ma anche della “conquista” crociata, dell’evangelizzazione forzata, della “messa in croce” in nome di Cristo delle streghe e degli eretici). Ma storicamente esso è soprattutto diventato il simbolo di una data confessione religiosa, neppure delle confessioni cristiane ma di quella cattolica. Tanto è vero che proprio evangelici, valdesi, e anche comunità cristiane di base tipo l’isolotto di Firenze, hanno salutato come un passo avanti sulla via della laicità la sentenza di Strasburgo.
Non vedo quindi perché il crocifisso debba essere imposto in luoghi pubblici, frequentati da cattolici, ebrei, atei, musulmani etc. a meno di non accettare che ognuno a proprio arbitrio “appenda” nello stesso luogo il “suo” simbolo così come su un territorio esistono chiese cattoliche, sale da ballo, mercati, sedi di giornali, associazioni o partiti, moschee, sinagoghe, pagode.
Ma si converrà che riprodurre tale varietà sul muro di una classe o di un ospedale, anziché lasciarli sgombri da ogni simbolo, è difficilmente praticabile e anche un po’ ridicolo. E sarebbe in ogni caso rifiutato da vescovi e cardinali perché allora il crocifisso non avrebbe più il ruolo che gli assegnano e per cui così ostinatamente ne difendono la presenza: “marcare il territorio” (altro che presenza innocua) della Chiesa, quello dove i suoi precetti vanno imposti a credenti e no, ope legis.
Non mi pare che valga lo stesso discorso per le “festività”, compresa la domenica. Per coerenza, si dice, si dovrebbe chiedere la soppressione di quelle cattoliche. Si dimentica di aggiungere che, in quel caso, si dovrebbe pur sempre sostituirle con altre stante l’esigenza per niente vergognosa, come cerca di farla apparire l’ articolo, di non lavorare 365 giorni su 365... In altre parole, stante che vanno previsti un certo numero di giorni festivi per tutti, si tratta di trovare quelli che vanno incontro meglio alle esigenze della maggioranza senza ledere i diritti delle minoranze. Certo vanno messi in discussione, anche in rapporto all’evoluzione della società, l’attuale prevalenza assoluta in Italia delle festività tutte e solo cattoliche su quelle civili e il disconoscimento di altre festività civili o religiose ma non cristiane o del venerdì musulmano e del sabato ebraico. Va chiesta la soppressione di alcune e ne vanno proposte altre ecc.
Ma, ripeto, mi pare discorso diverso da quello del crocifisso.
(Walter Peruzzi)
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Lettere - Per mezz'ora di internet
Ultimamente frequento le biblioteche comunali e, fin dal primo giorno, ho inseguito il cartello che dichiarava: sala internet, due ore a settimana gratuite suddivisibili in 4 mezze ore.
"Bene, devo giusto spedire due mail di lavoro" penso e vado nella sala internet, mi presento alla bibliotecaria che mi chiede la fotocopia del documento di identità, non la ho quindi vado al piano terra dove un bibliotecario fa le fotocopie. Torno su e la prima bibliotecaria sta inserendo i miei dati su un modulo di due facciate. Quando ha finito vado al computer che mi ha assegnato, digito il mio numero di tessera delle biblioteche e ma mia password, una schermata indica da quanto tempo sono al computer e quanto manca alla fine della mia mezz'ora.
Collego il cavo usb che dovrebbe farmi accedere alle due mail salvate. Compare la scritta: per accedere all'hardware esterno bisogna essere amministratori. Chiamo la bibliotecaria che, volendo aiutarmi e non sapendo cosa fare, chiama un collega. Quest'ultimo, bibliotecario 3, cerca di aiutarmi fino a che non scade la mia mezz'ora e il computer si spegne automaticamente. Il bibliotecario 3 mi fa accedere ad un suo computer "amminist ratore" per poter spedire le mie due mail, ringraziandolo concludo con un: "peccato che non siamo a Capo verde, in africa, li la copertura wi-fi l'hanno in tutta la città". Lui risponde "Siamo già fortunati ad avere questi quattro computer".
(Arianna Musso)
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22 Novembre 2009
Il riccio in visita alla Commenda

In un’afosa domenica di agosto il Riccio decide di fare il turista: visita alla Commenda di Pre' e una puntata alla festa dei Democratici al Porto Antico. La curiosità è molta, sia per la Commenda, dove è stato inaugurato un “museo virtuale”, sia per il Porto Antico, dove ritiene che di “virtuale ci sia molto, compreso il Partito…
All’uscita della Commenda, piuttosto perplesso, il Riccio, sgusciando fra ponteggi, bottiglie vuote ed altra rumenta, vede una strana figura che esce dopo di lui dal porticato. Dalla coda e dalle orecchie riconosce che è un fratello topazzo, ma è vestito in modo inusuale.
Il Riccio - Salute a te, fratello urbano.
Il Topazzo - Salute a te, fratello dei boschi e che le ghiande siano con te.
Il Riccio - Grazie a te, fratello, ma, scusa l’impertinenza, come mai giri così bardato?

Il Topazzo - Sono stato assunto dalla comunità pantegana e do il benvenuto ai visitatori in veste di frate ospitaliero. A volte faccio anche il pellegrino, altre volte il lebbroso. Sono uscito un momento per farmi una cicca… tanto non c’è nessuno… Ti vedo un po’ sconvolto, non ti è piaciuta la visita?
Il Riccio - Mi fa piacere che anche la comunità pantegana si sia adattata al nuovo “teatro museo” della Commenda, l’importante che quegli infedeli dei gatti stiano lontani. Al piano di sopra ho sentito le tracce delle loro blasfeme pisciate…
Il Topazzo - Sai bene che anche tra gli umani il personale è scarso e non tutto può essere sotto controllo. Ma cosa c’è che non va?
Il Riccio - Non so che dirti. Faccio molta fatica a comprendere la scelta culturale di fondo. Abbiamo visto una storia schizofrenica. Da una Parte le Soprintendenze che per anni e anni hanno lavorato per riportare in luce questo splendido monumento, dall’altra il proprietario, il Comune, che non sapeva o non voleva, decidere cosa fare di questo spazio che, poco per volta, si svelava essere uno dei più importanti luoghi medioevali della città. Vi sono state allestite mostre splendide, come quella su Giovanni Pisano ed altre un po’ meno, come le rassegne dei “pittori del sindacato”. In uno scenario pubblico dove, con tanti recuperi di edifici, non si è trovato un luogo dove far vedere la storia della città. Ma non con filmatini e comparsate – e scusa se metto anche te vestito da frate in questo mucchio-, ma con gli oggetti, le cose che qualcuno ha raccolto con scavi e ricerche…
Il Topazzo - Per fare il solito noioso, triste museo che non visita nessuno. Che palle!
Il Riccio - L’hai detto. Che palle! È molto più comodo spararti un filmato e due proiezioni che allestire una scenografia dove gli oggetti comunichino l’aura del tempo da cui provengono. Che palle pensare, meditare, stare fermi a guardare per venti minuti l’ansa di un vaso romano o la pennellata di un incarnato barocco. In silenzio, soprattutto in silenzio.
Il Topazzo - Un museo per pochi intimi e gli altri a guardare “Il grande fratello” e votare “di pancia” per la sicurezza dei propri salotti ikea.
Il Riccio - Ho capito, ma ci saranno altri modi per far crescere la gente che non siano il teatrino e le trovate virtuali? E poi, cos’è la gente? Cosa vogliamo dire?

Il Topazzo - Ragazzo, qua si finisce nei massimi sistemi. C’era la necessità di trovare una destinazione alla Commenda ed inserirlo nel circuito di visita del Porto Antico. La mostra dei Migranti ha risollevato le sorti del Museo del Mare, dove non andava nessuno, con la ricostruzione, più o meno virtuale, del viaggio per l’America. Visto che la cosa ha funzionato, si è proseguito sulla strada dello “spettacolo” per dare un senso alla Commenda.
Il Riccio - Ma l’aveva già, anche senza i fratacchioni in video e la tolda finta nell’oratorio di Santa Brigida! Non voglio annoiarti con una lezione di museografia- sai che me ne sono occupato, tanti anni fa, nei boschi di Via Balbi- ma come fai a piazzare tre scatole di plastica e tutti gli apparati connessi su dei muri che trasudano storia! O neghi tutto e si vedono solo gli schermi o butti via gli apparati e fai parlare i muri. Non puoi pensare di valorizzare l’architettura e contemporaneamente negarla con un apparato invadente. Perché accanirsi per trasformare spazi connotati con allestimenti che non c’entrano niente. E guarda che è una storia che da noi viviamo in continuazione e a noi ricci continua a creare mal di stomaco: pensa alle logge del Ducale, sacrificate per mostre temporanee e rovinate in modo permanente. E alla Commenda non si può andare sull’ambulacro esterno… Se vuoi fare un allestimento “chiuso”, c’è tanto di quello spazio indifferenziato nel Porto Antico… Ma già, lì i volumi costano…

Il Topazzo - Le solite cose e poi… non dici niente sui contenuti e sul significato della mostra. Pensa cosa vuol dire fare il collegamento tra l’ospitalità della Commenda e ciò che oggi significa ospitalità, in un momento in cui il clima politico nazionale è ben diverso.
Il Riccio - Sai bene che “la strada per l’inferno è lastricata di buone intenzioni”… Niente da dire sul significato profondo dell’operazione, né sul contenuto dei testi didattici. Pensa a cosa ha fatto il Teatro della Tosse nei suoi momenti migliori, con ben altri esiti. Ma si trattava, oltretutto, di spettacoli teatrali, non di un museo. E poi, non ho capito. Quando è stata presentata l’iniziativa, sembrava che fosse un’esposizione permanente, ora mi pare che sia temporanea, per poi far diventare la Commenda uno spazio d’accoglienza di culture diverse. Non è che sotto questa diversa strategia vi è un piccolo scontro di potere fra organismi comunali? Insomma, se a noi ricci non va mai bene niente, mi sembra che a livello locale le cose non siano molto diverse. E chi ci rimette non è il cittadino, al quale l’esposizione può piacere o no, tanto tutto è “effimero, ma l’edificio, che rischia in continuazione di veder cambiata la sua destinazione.
Il Topazzo - A starti a sentire mi sono già fatto fuori un pacchetto di Malboro.
Il Riccio - Ed io “mi sento straniero a Genova” …
Il Topazzo - Urca, sono entrati due stranieri, devo rientrare in mostra...
Il Riccio - Spiegagli che è tutto un gioco…

Il Topazzo rientra, fiero del suo nuovo lavoro, dopo tanti anni da clandestino a Pre’ ed il Riccio, per tirarsi su il morale, si dirige verso la festa dei Democratici. Lo accoglie la pubblicità e lo stand di un candidato regionale, vicino al Worker Folletto ed alla Basko. Forse sarebbe meglio suicidarsi di baccalà e non pensare che in quello stesso spazio qualcuno amante dei Lidi ha proposto di mettere attrezzature balneari.
(GUR, 25.08.2009)
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