13 Gennaio 2010
Versante Ligure
Rilevanti
La neve non si estingue?
Tragedia che è epocale!
Perché il Comune langue?
Si sparga ancor più sale!
(le mafie spargon sangue?
a noi questo non cale!)

email: enzo@enzocosta.net; http://lanterninoenzocosta.blogspot.com
Illustrazione di Aglaja
email: aglaja@fastwebnet.it; http://proveaglaja.blogspot.com
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Propaganda - Se il popolo ha fame, che vada in vacanza
Il ministro del turismo Brambilla ha deciso di sanare una piaga sociale: "Numerosi cittadini sono esclusi dai viaggi, necessario correggere questa disuguaglianza". Sarà quindi possibile dal 20 gennaio, a chi lo vorrà e rientrerà nelle categorie previste, fare domanda per ottenere i buoni vacanza, secondo quanto stabilito dal Governo.
L'obiettivo è mandare tutti in villeggiatura, o almeno “famiglie, giovani, anziani, disabili e quel 45% di italiani che non va in vacanza” http://www.buonivacanze.it/Objects/Pagina.asp?ID=44. Dal momento che, evidentemente, non tutte le ineguaglianze sono fastidiose allo stesso modo, il beneficio è riservato ad individui e famiglie a basso reddito, ma rigorosamente italiane, in barba ai contribuenti stranieri (che, in fondo, in un certo senso sono già in vacanza-adventure, come nel caso degli immigrati presi a pallettoni a Rosarno).
Ma vediamo in concreto di che cosa si tratta: la presentazione sul sito ha un ampio afflato “I Buoni Vacanze Italia sono uno strumento a disposizione di tutti i soggetti interessati a favorire il turismo sociale: un turismo per tutti, un turismo di qualità, solidale e sostenibile finalizzato alla crescita, all’arricchimento e alla valorizzazione sociale e culturale dell’uomo” (http://www.buonivacanze.it/Objects/Pagina.asp?ID=115&T=Lo%20strumento%20del%20buoni%20vacanze); i buoni sono elargiti in libretti di piccolo taglio, del valore di 20 e 5 euro, e sono spendibili presso strutture turistiche e ricettive convenzionate in tutta Italia. Devono essere impiegati al di fuori del proprio comune di residenza, in bassa stagione ed entro la fine di giugno 2010.
Fino qua tutto chiaro. Andiamo avanti per vedere con quali criteri viene assegnato il buono vacanza.
Esiste una tabella che lo spiega (http://www.buonivacanze.it/Objects/Pagina.asp?ID=147): la formula è una sorta di cofinanziamento, cioè esiste un valore massimo di buoni a cui si ha diritto e lo Stato interviene a coprire fino al 45% della spesa. Un esempio. Sono una persona a basso reddito, ipotizziamo 5000 euro all'anno. La tabella mi dichiara che posso accedere a 500 euro di buoni vacanze, e di questa somma 225 euro li paga lo stato e 275 li pago io. Oppure, siamo una famiglia di 4 persone, con un reddito lordo di 26mila euro, siccome abbiamo sacrosanto diritto a 1230 euro di buoni vacanza, dobbiamo sborsarne 861 per essere coperti del restante 30% della spesa.
La prospettiva appare allettante, sacrosanta e praticabile, se non fosse che un individuo – o una famiglia – con redditi da fame che devono provvedere ai propri bisogni primari come il sostentamento, l'affitto, l'istruzione dei figli, difficilmente saranno in grado in questi termini di acquistare i buoni vacanza, seppure cofinanziati dallo stato.
Il costo del fumante vassoio di brioche offerto al popolo italiano ammonta a circa 5 milioni di euro ( http://quotidianonet.ilsole24ore.com/cronaca/2009/12/23/274038-famiglie_basso_reddito.shtml ).
(Eleana Marullo)
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Appunti di viaggio - Questioni di classe

Al ritorno da un viaggio all’estero approdo alla stazione centrale di Milano: freddo, valigia pesante, zaino, borsetta a tracolla e prospettiva di un’ora di attesa prima della partenza del treno. Ancora non conosco la nuova stazione, ora tutta ristrutturata e splendente, e mi metto fiduciosamente a cercare una sala d’aspetto, oppure un bar con sedie e tavolini: ricordo che ce ne era uno, un tempo. Ma dopo aver peregrinato su e giù per interminabili tapis roulant e attraverso vasti ed asettici spazi affiancati da vetrine alla moda, realizzo che non c’è nessuna sala d’aspetto, e nessun bar dotato di sedie. Unica possibilità una decina di panche di legno nella gelida galleria a fianco delle piattaforme dei treni, comunque già tutte occupate da gente infreddolita.
Nel vagabondare alla ricerca della sedia che non c’è, ecco però che vengo abbacinata da uno scintillio di luci e di colori: al di là di grandi pareti di vetro una grande sala, che immagino confortevolmente riscaldata, sfoggia poltrone e divani di design viola e rosso fiammante, piante, lampade eleganti, bassi tavolini da salotto.
Per i viaggiatori è come la classica vetrina natalizia di dolci e balocchi per i bimbi poveri: splendida e irraggiungibile. Il luogo infatti è riservato alla selezionata schiera del “Club Eurostar Freccia”.
Una volta sul treno, irritazione e scontento trovano almeno il conforto della condivisione: Repubblica (edizione milanese del 9 gennaio) col titolo “Stazione ferroviaria divisa per caste” pubblica la lettera di un viaggiatore, il Sig. Pasquale Greco di Bologna “Di ritorno da un viaggio all’estero con la famiglia, mia moglie e mia figlia di quattro anni, in una gelida mattina di inverno abbiamo cercato a lungo una sala riscaldata dove riposare, ma gli unici addetti che siamo riusciti a contattare ci hanno detto che non sapevano se al termine dei lavori ci sarà una sala di attesa, ma che al momento non c’è … C’è però una confortevole sala quasi vuota a cui si può accedere solo digitando il codice del Club Freccia Rossa. Vano il tentativo di richiamare l’attenzione della hostess: dall’interno solo sguardi di riprovazione dei fortunati membri del club”.
Il Sig. Greco si chiede se in attesa di una futuribile sala d’aspetto per comuni mortali, non potesse essere prevista la condivisione dello spazio disponibile “O forse si teme un contagio tra super umani alto spendenti e sub umani quasi pezzenti?”, e conclude: “mi sono ritrovato in una stazione specchio di un mondo, o di una idea di mondo, che mi ha terrorizzato”.
Reazione esagerata? No. Non c’è nulla di casuale e di innocente in questa ristrutturazione spocchiosa. Dietro c’è proprio una concezione del mondo, lo stesso abitato dagli uomini e donne corrucciati, scostanti, ricchi, nullafacenti, narcisisti, sprezzanti che, da gigantografie che costellano tutti gli spazi, propagandano le collezioni Armani.
Pietro Colaprico, curatore della rubrica “Posta celere” della edizione milanese di Repubblica solidarizza con un lapidario “Quanto ha ragione!”.
(Paola Pierantoni)
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Città - Drop in al Ghetto: dal conflitto alla partecipazione
Un’informazione poco attenta alla complessità dei fenomeni e alla pluralità dei punti di vista può creare allarme, seminar zizzania, alimentare conflitti la cui risoluzione comporta sprechi di tempo e di energie.
È quanto è accaduto con un paio di articoli del Secolo XIX di giovedì 10 dicembre 2009, intitolati “Centro per i drogati, ‘barricate’ nel Ghetto” e “Al ‘drop-in’ di Pré buchi e spaccio in presa diretta”.
Si riferivano al drop in (il centro di accoglienza dove i tossicodipendenti possono “fare un salto” per rifugiarsi, rifocillarsi, lavare se stessi e gli abiti e soprattutto avere opportunità concrete di uscita dalla droga grazie all’incontro con operatori specializzati e informazioni sulle comunità di recupero) previsto dal Comune nel programma di riqualificazione generale della zona del Ghetto, con un finanziamento specifico della Regione.
Venivano riportati ed enfatizzati i timori di abitanti ed esercenti, esasperati dal persistere del degrado e convinti che una struttura del genere possa incrementare il via vai dei “tossici” e degli spacciatori. Invece si accennava appena (senza darle la parola) ad Afet Aquilone onlus, l’associazione attiva dal 1981 sul territorio della città e della provincia di Genova nei settori sanità e formazione, che d’intesa con Comune e Asl 3 gestirà – con ottime credenziali – la nuova struttura in Vico San Filippo, grazie alla lunga esperienza maturata nelle precedenti sedi di Vico Tana e dell’attuale provvisoria di Piazzetta del Vico Nuovo (vedi OLI n. 242 http://www.olinews.it/mt/archives/2009/12/lettere_drop_in.html).
Gli articoli citati, più la notizia circolata senza fondamento che un incontro di chiarificazione con i residenti, organizzato dal Municipio I Centro Est, era stato immotivatamente annullato (mentre si tenne, ma senza la partecipazione dei diretti interessati) fomentarono un forte malcontento in una parte di popolazione, già costituitasi in comitato del Ghetto.
Il Comune rispose tempestivamente convocando per martedì 15 un incontro a Tursi, presenti l’assessore ai Servizi sociali Roberta Papi, il presidente del Municipio Aldo Siri, dirigenti e funzionari comunali, responsabili e operatori dell’associazione Afet Aquilone, il suddetto comitato e altri abitanti della zona.
Sulle prime l’atmosfera era molto tesa, con forte sfiducia e risentimento nei confronti del Comune, violentemente accusato dall’agguerrito comitato di disattendere le aspettative dei cittadini e di proporre iniziative valide in altri luoghi ma controproducenti in quel contesto.
Il fronte ha cominciato a incrinarsi quando altri residenti hanno preso la parola, sottolineando come la presenza di spacciatori e tossicodipendenti sia solo uno dei problemi patiti dalla zona, da combattere in un più ampio quadro di interventi sociali, e che anzi il drop in può costituire un’opportunità di recupero e controllo. L’associazione Afet Aquilone ha ricordato i buoni risultati conseguiti nelle precedenti sedi, addirittura con l’appoggio del vicinato che dapprima era contrario e che alla fine si rese conto che i “drogati” non sono mostri da allontanare o annientare, come taluni si augurerebbero, ma persone in difficoltà che affrontano i propri problemi con scelte sbagliate da cui possono recedere, se messi in grado di farlo senza essere emarginati bensì rimanendo parte attiva – sia pur sofferente – della società.
A poco a poco il clima s’è disteso. L’assessore Papi ha tirato le fila proponendo di mettere in atto un percorso di partecipazione e collaborazione tra gli interessati, con incontri periodici – già avviati – in cui discutere e definire concretamente i tempi e le soluzioni per realizzare al meglio questo servizio con vantaggio di tutti.
(Ferdinando Bonora)
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Scuola - Immigrati al 30%: soglia, non sbarramento
Autobus n. 1, da Cornigliano verso il centro. Ad una fermata sale una scolaresca, si direbbe una media. L’autobus appena uscito vuoto dalla rimessa si riempie interamente, e tre ragazzine occupano i posti accanto a me, chiacchierando e scherzando tra loro. L’interessante è che lo fanno passando con indifferenza dall’italiano allo spagnolo e viceversa. Poi si avvicina un’altra compagna di classe, ma da questo momento in poi si parla solo italiano. Pensiero: se ragazze e ragazzi italiani non stanno attenti di qui a un po’ finiranno in coda, superati da compagni immigrati bilingui e determinati a farcela, a conquistarsi un futuro. I licei sono ancora fuori portata, ma una amica insegnante mi dice che nelle scuole professionali gli stranieri ci vanno con un progetto di vita, ed hanno rendimenti migliori degli italiani che ci approdano come ultima scelta, privi di cultura, interessi e motivazioni.
Ma nei primi anni di scuola? Lì c’è il peso della differenza linguistica, del primo ambientamento. Si viene a parlare del famoso 30% della Gelmini: le chiedo cosa ne pensa. La risposta non è schematica. Mi ricorda il caso della scuola media Baliano, nel centro storico, che anni fa venne alle cronache per essere stata la prima con classi interamente o quasi formate da alunni stranieri. Per affrontare il problema Comune, Provincia, Università, Ufficio Scolastico Regionale e Forum Antirazzista concordarono una serie di azioni (http://www.scuolenuoveculture.org/MaterialiScaricabili/Normativa/Protocollo.pdf), e in alcune circoscrizioni nacquero intese tra i Dirigenti scolastici e il Comune per contrastare le “concentrazioni di minori portatori di disagio in alcune scuole” (Protocollo Circoscrizione Centro Est: http://www.aice 2004.comune.genova.it/pdf/132-16.pdf). Nel disagio era incluso quello dei bambini immigrati arrivati in classe senza conoscere l’italiano. Il problema delle classi squilibrate quindi era stato riconosciuto, ma venne contrastato con indicazioni di soglia (25%) non vincolanti, accompagnate da una serie di misure utili: pubblicità alla iscrizione nelle varie scuole gestita dalla Circoscrizione e non dai vari direttori didattici in concorrenza tra loro, interventi per rendere omogenea l’offerta formativa, finanziamenti alle scuole più problematiche perché potessero offrire iniziative di qualità, concorrenziali, capaci di attirare la frequenza degli italiani. Mi cita il caso della scuola elementare Ferrero di Cornigliano dove ci sono tanti stranieri, e che viene sostenuta con un finanziamento particolare per il bilinguismo (italiano e spagnolo), per cui sta diventando una scuola di eccellenza.
Il problema, l’odore di razzismo, viene dall’enfasi governativa sulla imposizione di una soglia rigida, mentre il riequilibrio va raggiunto gradualmente con interventi complessi (e faticosi) da finanziare adeguatamente. La Gelmini ha ereditato dal precedente ministro Fioroni un fondo ministeriale per “L’italiano lingua 2”, e un fondo, previsto dal Contratto nazionale di lavoro, per gli insegnanti di scuole in zone a rischio, entrambi utili per finanziare misure di sostegno, ore aggiuntive di didattica.
Per ora non sono stati messi in discussione. Auguriamoci che almeno questi resistano.
(Paola Pierantoni)
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Cultura - I semi della democrazia
Pochi, tra coloro che escono dalla stazione di Torino Porta Nuova e si trovano dinnanzi a corso Vittorio Emanuele II sanno che il quartiere che corre sulla loro sinistra, San Secondo – Crocetta, ospitò sino alla seconda metà degli anni Trenta un gruppo di uomini, vicendevolmente maestri e compagni gli uni degli altri, ai quali dobbiamo la nascita della nostra Repubblica e la nostra Costituzione. Chi ha visitato la mostra dedicata al centenario della nascita di Norberto Bobbio, presso l'Archivio di Stato di Torino, terminata domenica scorsa, ha avuto modo di ripercorrere le loro Storie di impegno e amicizia nel ‘900.
Bobbio e i suoi compagni di liceo e di università, tra i quali Vittorio Foa, Giorgio Agosti, Leone Ginzburg, Massimo Mila, Alessandro Galante Garrone, Franco Antonicelli, Giulio Einaudi e tanti altri ancora, si opposero con intransigenza al regime fascista. Interpreti di un inflessibilità morale, eredità di Piero Gobetti, fatta propria e vissuta anche nella condivisione delle piccole cose quotidiane.
La loro linfa animò prima il movimento di Giustizia e Libertà, debellato definitivamente con una retata nel 1935, e le brigate partigiane omonime del Partito d'Azione poi. La Resistenza fu il banco di prova della loro maturità. Da giovani ragazzi divennero pienamente adultamente uomini, come Dante Livio Bianco diceva ad Agosti nel dicembre del ‘44. “Anche la Resistenza, come la vita di Gobetti, ha avuto un carattere giovanile. Ma la maturità degli uomini veri non contraddice la giovinezza”, scriveva Carlo Levi a Piero Calamandrei. Gioventù non significava esenzione dalla responsabilità, ma li caratterizzava per una spontanea condotta morale che non li trasformò mai in santi militanti o predicatori dell'ideologia e nemmeno, successivamente, in politici di professione. Quando il Partito d'Azione si sciolse dopo la prima tornata elettorale della Repubblica, ricordava Bobbio, “ogni suo militante scelse la sua strada: la maggior parte, come me … non è più entrata nella poli tica attiva e si è dedicata agli studi e alla professione”. Questo non significa che in loro vennero meno spirito critico e sensibilità sociale, ma piuttosto che non si ammorbarono mai dell'amor della poltrona. Le vite di questi uomini sono state eccezionalmente semplici, lievi e senza velleità. Agli occhi di oggi appaiono così lontane, sebbene così vicine nel tempo, tanto da far pensare amaramente che la Resistenza, vissuta in prima persona come autodeterminazione di un popolo, si sia rivelata un momento alto di pochi, non condiviso diffusamente.
Se le parole con cui ne La Rivoluzione Liberale Piero Gobetti descriveva gli italiani sotto il Fascismo, indicazione d'infanzia e trionfo della facilità, come popolo ”dall’abito cortigiano, lo scarso senso della responsabilità, … il vezzo di attendere dal deus ex machina la propria salvezza”, suonano ancora attuali dopo novant'anni, forse vale anche la pena di nutrire fiducia che i semi di queste esperienze torinesi non siano andati perduti.
http://www.centenariobobbio.it/mostra.shtml
(Maria Alisia Poggio)
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Politica - Piazze: ultima spiaggia della democrazia
Ogni giorno ci appaiono in tv immagini di piazze, piazze raramente festose. Spesso infuocate, vivaci, violente, rabbiose. Vi partecipa anche tanta gioventù, come non si vedeva da un po’.
A Copenaghen hanno sfilato in 150 mila per il vertice sull'ambiente, le tv inquadravano giovani visi colorati, a sottolineare la volontà di salvare il pianeta. Da Seattle tutto sembrava cambiato, eppure non si rammentano tanti movimenti come in quest'ultimo periodo. Contestazioni a grandi istituzioni internazionali, dal Wto al G8 o ai regimi totalitari, diventano il rifiuto all'establishment finanziario e politico, colpevole, secondo chi manifesta, delle conseguenze negative sull'economia, la società, il clima, la cultura, la libertà.
La piazza è stata in un tempo non lontano il luogo della protesta giovanile per una scuola nuova, per eguali diritti di parità, di genere ma anche di rivolta contro chi aveva deciso per una guerra come quella del Vietnam, che segnò un'intera generazione.
Ancora presente il ricordo in Italia degli anni di piombo, di quei cortei con il pugno chiuso o la fascia nera al braccio, al collo. Spazio pubblico rimasto poi per anni soltanto alle rappresentanze sindacali, ma oggi occupata anche da altri. Da chi difende la natura, il rispetto dell’altro, il lavoro, la libertà, da chi ricorda morti impunite come in Italia, da Milano a Genova, alla Grecia, all’Iran.
E se il nastrino verde sventolato disperatamente a Teheran evoca un'altra piazza, quella di Tiennamen con i suoi studenti soli davanti ai carri armati, la mente torna pure ad un altro ragazzo, datosi fuoco davanti ai tank sovietici. La visione dell’Onda, che in Italia si sollevò impetuosa dal mondo della scuola e andò in piazza, è di un anno fa, eppure pare così lontana.
Ancora era inimmaginabile la recessione che ora appare come fil rouge che lega tutte le piazze. La Storia ritorna, con una peculiarità nuova però: è la paura dell'incerto e del domani, compromesso che mobilita pure le nuove generazioni. Nonostante l'età dell'oro aumentano il disagio e il vuoto, la sensazione di aver avuto tanto, ma il tanto sbagliato, di essere spinti selvaggiamente nell'esistenza, come diceva Nietzsche. Fragili insieme ai padri. E con loro a manifestare per il lavoro perduto, per il lavoro che non arriverà.
E' un ritorno alla polis, all'agorà come fosse divenuto l'unico luogo in cui poter farsi sentire: troppo lontani sono il Palazzo, le Istituzioni, il Potere dal vissuto quotidiano. Nella civiltà greca e in quella romana lo spazio pubblico fisico, l’agorà e il foro, erano i luoghi della politica. Lì si discuteva e si dibatteva, lì avevano voce tutti quelli cui le regole di quella democrazia dava il diritto di parlare e di dissentire, lì quelli che gestivano il potere avevano il dovere di confrontarsi con chi li criticava. Oggi gli spazi pubblici sembrano l’ultima spiaggia, usati su più fronti, anche da tentativi di strumentalizzazione o mercificazione. I disordini delle banlieue e la protesta degli immigrati che in Francia incrociano le braccia, certi che il Paese senza di loro si può fermare, non si possono neanche accostare alle nostre recenti in Italia contro lo straniero. Anche se sfileranno poi genti che non vogliono essere identificati come razzisti, il convitato d i pietra è divenuto da noi lo Stato di diritto.
Troppo spesso ormai non resta altro che scendere in piazza, pur se inascoltati e con assenze inaccettabili.
(Bianca Vergati)
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Parole degli occhi - In piazza per Rosarno
di Giorgio Bergami


© foto: Giorgio
Bergami
Rosarno: ieri, in Piazza De Ferrari, centocinquanta persone che si sono chiamate tra loro con sms e mail per rendere una testimonianza di civiltà.
Il passa parola è partito dai gruppi “S.p.A. Politiche di Donne” ed “Usciamo dal Silenzio”. Il loro volantino parla della vergogna “Per l’incapacità delle istituzioni locali e nazionali a intervenire preventivamente in zone dove la delinquenza organizzata controlla l’organizzazione del lavoro sfruttando e riducendo a schiavi i più poveri … e nuovamente una grande vergogna per una perdita di identità e radici culturali di lavoratori e lavoratrici tale da renderli incapaci di manifestare indignazione e solidarietà per le vittime di una pesante manifestazione di violenza razzista”.
Le amare parole del volantino delle donne sono confermate dalla realtà: a De Ferrari, di sindacati e lavoratori non c’è traccia. Anolf Cisl (Organizzazione della Cisl per gli immigrati) e CGIL di Genova e Liguria si sono limitate a concedere la loro firma in calce a un volantino, firmato da ASGI Liguria (Associazione Studi Giuridici sulla Immigrazione), ARCI, Comunità di San Benedetto, Ambulatorio Internazionale di Città Aperta, CSOA Terra di Nessuno, Unione degli Studenti. Ma non si vede né un sindacalista, né una bandiera, né uno striscione, nessun iscritto è stato mobilitato dalla organizzazione, e sui siti delle locali CISL e Cgil l’unico riferimento ai fatti di Rosarno è un breve comunicato stampa dell’Auser, associazione collegata al sindacato pensionati della Cgil. Dei partiti di sinistra e centrosinistra nemmeno l’ombra.
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Lettere - Delusione di capodanno
Un capodanno per i giovani con Cisco (un po' riciclatino) e poi l'ostello della gioventù … Ma è chiuso!? A parte che è su dai lupi....
(Paola Cuniberti)
Dal sito del Comune di Genova si apprende che “L'ostello è gestito dalla Sig.ra Urszula Szumigaj ed è aperto dal 1 febbraio fino al 19 dicembre. Dista 2 km circa dalla stazione Principe di Genova e 4 km dalla stazione Brignole…”, quindi l’Ostello è chiuso durante le festività natalizie. Quanto alle distanze riportate, sono inesatte: l’Ostello dista da Principe 3.8 Km, e 5.4 Km da Brignole. Le distanze sono invece correttamente indicate sul sito dell’ostello. Osserviamo che ci pare inopportuna la chiusura dell’Ostello in un periodo di spostamenti e vacanze.(ndr. Cisco è l’ex frontman dei Modena City Ramblers) (ndr)
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