20 Gennaio 2010

Versante Ligure


Anti-Islamico Atomico

Padano popolare,
paure e ansie spaccio:
“Moschea? Non si può fare!”
la “ggente” io compiaccio
poi piazzo il nucleare
(magari anche al Lagaccio).




  Enzo Costa  
  email: enzo@enzocosta.net;  http://lanterninoenzocosta.blogspot.com
  Illustrazione di Aglaja  
  email: aglaja@fastwebnet.it;  http://proveaglaja.blogspot.com

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Informazione - La Rai lancia le donne nella macchina del tempo

Grande il fascino dei viaggi nel tempo. Ed è difficile dire se seduca di più l’idea di andare a vedere cosa succedeva davvero, quotidianamente, negli anni dietro di noi, al di sotto della trama dei libri che abbiamo letto, o quella di buttare uno sguardo in avanti, negli anni di cui non avremo nemmeno questo: del resto è uno dei gran dispiaceri del morire quello di non poterne sapere proprio niente. Questo tarlo ha iniziato a roderci da metà ‘800 in avanti: Jules Verne (Dalla terra alla luna, 1865); Mark Twain (Un americano alla corte di Re Artù, 1889); H. G . Wells (La macchina del tempo, 1889) hanno aperto la strada che poi la fantascienza ha percorso in lungo e in largo.

Però la teoria della relatività ci ha fatto uscire dalla fantasia pura: la dimensione del tempo si è aggiunta alle altre tre, ed abbiamo lasciato dietro di noi l’universo Newtoniano, per giungere a quello Einsteniano in cui il dato universale non è più il tempo ma la velocità della luce, con la conseguenza che il tempo scorre diversamente per due osservatori che si muovano a diverse velocità, fino all’estremo per cui “Un orologio che si muove alla velocità della luce è praticamente fermo. In quello speciale sistema di riferimento si perde la nozione del tempo…” (vedi Sander Bais “Relatività – Guida illustrata molto speciale” Edizioni Dedalo).
Applicazioni pratiche, concrete, che tocchino la nostra quotidianità? Finora niente, però…
Però qualcosa si sta muovendo: esperimenti condotti in grande segretezza nel quadro di un progetto internazionale in cui l’Italia potrebbe avere un ruolo significativo. Alcuni osservatori ipotizzano anzi che il progetto stia entrando in una fase più avanzata, e che dalle prove di laboratorio si stia passando – ancora in forma non dichiarata – a interventi nel reale. Negli ultimi tempi, infatti, sono stati registrati episodi di palese rottura della continuità spazio temporale nel corso di due edizioni del TGR di Radio3. Primo episodio: in una notizia sull’andamento dell’età media in Europa ha fatto improvvisamente irruzione la frase: “In Italia, dove solo una donna su due lavora, il sesso debole arriva agli 84 anni di età”. Secondo episodio: in una cronaca sul fatto del padre obbligato a passare l’assegno alla figlia trentenne si è ascoltata la frase “E dovrà corrisponderlo almeno fino a quando la ragazza non troverà il suo Principe Azzurro”.
Alcune sessantenni ci hanno riferito di avere avuto sintomi di spaesamento, vertigine, senso di irrealtà, seguiti da stato depressivo. Era una trentina di anni che non sentivano espressioni come “sesso debole”, “principe azzurro”.
Fatta salva la libertà di ricerca scientifica, esprimiamo forti riserve sulla legittimità etica di esporre la popolazione ignara a questo genere di esperimenti.
(Paola Pierantoni)

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Omosessuali - "Nessuno uguale": un viaggio che cambia gli sguardi

La Sala Carignano venerdì 15 gennaio si riempie lentamente, ma prima della proiezione è pieno. Pieno di quel pubblico indefinibile che va dal liceale al sessantenne. Un pubblico accumunato da interessi, sensibilità, e dal desiderio che le storie che gli verranno raccontate da lì a breve abbiano un senso. Un senso per decifrare il presente e per immaginare il futuro.
Il documentario “Nessuno Uguale” inaugura il forum su “I diritti negati” promosso da Il Ruolo Terapeutico di Genova. Il regista Claudio Cipelletti, che ha già firmato il film “Due volte genitori” (vedi OLI 241), questa volta mette in scena l’incontro tra un gruppo di studenti di scuole superiori e coetanei dichiaratamente omosessuali e lesbiche. Il documentario è del 1998 ma sembra girato oggi.

Disposte in circolo, dentro una grande aula, le facce degli studenti esprimono esitazioni, imbarazzo o accoglienza verso chi considerano diverso. E molta voglia di capire. In gioco è la possibilità di accettare che una coppia di omosessuali passeggi per mano in strada, senza essere oggetto di sguardi stupiti, e tantomeno picchiata. In gioco anche un’educazione all’amore che superi i pregiudizi con i quali molti ragazzi vengono generosamente alimentati. Claudio Cipelletti riprende consapevolezza di libertà, o incapacità di comprendere dei ragazzi delle scuole, a seconda di chi prende la parola. E lo spettatore parte per un viaggio di cui non conosce l’esito. Prima arrivano le domande rivolte ai ragazzi: “Perché non si tollerano gli omosessuali?”, “Perché è contro natura!”, risponde uno. Poi la riflessione sul perché l’omosessualità si nasconda. Infine l’incontro tra i due gruppi. E la narrazione di solitudine, inadeguatezza e dolore viene offerta da chi è omosessuale a chi è d entro e fuori della pellicola. Sentirsi marziani, essere compatiti o pestati, cercare insieme a se stessi un luogo dove riconoscersi ed essere accolti, superare l’idea di chi, in famiglia e fuori, ti considera malato. Le descrizioni dei giovani omosessuali ricordano, per profondità e registro, i racconti delle molte vittime di discriminazione che la storia della nostra civiltà ha prodotto nei secoli. Viene a galla l’agghiacciante insensatezza del pregiudizio insieme ad una modalità nuova di comprensione. Ed ha lo sguardo degli studenti che, man mano che il racconto procede, cambia. E si trasforma, accompagnato da parole come sollievo, gratitudine, identità, rassicurazione, amicizia. I due mondi si incontrano grazie all’occasione che viene loro data.
Il dibattito che segue la proiezione – presenti il sindaco Vincenzi, l’assessore Papi, don Porcile e responsabili dell’universo psichiatrico – chiede che all’omofobia sia rivolta la massima attenzione e che alle storie raccontate da Cipelletti venga offerto maggior spazio nelle scuole cittadine.
Se questa iniziativa inaugura il programma di incontri su omofobia, xenofobia, misoginia, scuola, promosso da Il Ruolo Terapeutico di Genova, non si può che essere grati agli organizzatori di questo viaggio.

http://www.agedo.org/
www.ilruoloterapeuticodigenova.it
info@ilruoloterapeuticodigenova.it
(Giovanna Profumo)

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Anziani - Al Pronto Soccorso non è emergenza ma cronaca quotidiana

Durante la settimana scorsa una serie di articoli di cronaca cittadina hanno denunciato l'”emergenza anziani” al Pronto Soccorso dell'ospedale San Martino (“Soli, malati, parcheggiati al San Martino” - Repubblica-Lavoro 15 gennaio 2010, “Teresa e gli altri parcheggiati in corsia, il Pronto Soccorso è l'ultimo rifugio” . Repubblica-Lavoro 16 gennaio). Che non sia un emergenza, ma una situazione cronica, può essere testimoniato dalla cronaca di una notte in corsia nell'ospedale di Villa Scassi. Durante un colloquio con un'infermiera era stata menzionata la stessa percentuale di ricovero di anziani, affetti da patologia croniche, che è stata riportata dall'inchiesta di Repubblica, il 30%. Una persona su tre, tra chi si rivolge al Pronto Soccorso, non dovrebbe essere curata in quella sede, ma non ha alternative valide.

Ottobre 2009, Pronto Soccorso di Villa Scassi. La corsia è silenziosa, si sente qualche respiro affannato, ma tutto sommato si potrebbe riuscire a dormire, nonostante le luci bluastre.


Da tre giorni dormo su una barella, la mia stanza è l'estremità di un corridoio, sono fortunata perchè una tendina, striminzita ma sufficiente, mi consente di avere una parvenza di intimità. Meno fortunato è il ragazzo plurifratturato che se l'è scampata bella, facendo arrampicata libera, e che ora sta proprio in mezzo al corridoio, coperto solamente da un lenzuolo ed infreddolito, dal momento che sono finite le coperte. E la ragazza con le coliche che si aggira sofferente nella notte, alloggiata all'incrocio tra due zone del pronto soccorso.
Noi più giovani siamo sistemati fuori dalle stanze, dentro ci sono anziani, allettati da tempo, habituée del pronto soccorso, in attesa di trasferimento ad un altro reparto. Faccio amicizia con una signora, la cui stanza si affaccia proprio alla mia porzione di corridoio. Sopravvissuta a plurime operazioni, alla chemio, e ad un problema cardiaco, si trova qui perchè al reparto dove dovrebbe fare i controlli di rito non c'è posto per ora. Ha 82 anni ed è forte e lucida, preoccupata per la sorella di poco più giovane che ha lasciato febbricitante a casa; ognuno è per l'altra assistente ed assistita. La camera successiva ospita un uomo allettato, che ha superato i novant'anni e non si capacita di dove si trovi, l'unico barlume di coscienza delle sue giornate appare quando l'anziana moglie lo viene a trovare. Poco oltre, una donna, poco più che settantenne e legata al letto, ha perso da anni ogni contatto col mondo, articola ogni tanto qualche suono in un linguaggio di cui è l'un ica depositaria.
La notte si fa movimentata. Un'anziana donna parla con gli infermieri “Ma io sto male, ricoveratemi, prendetemi la pressione”. Passeggia per la corsia contorcendosi nervosamente le mani, e con un tremolio nella voce reclama medicinali ed assistenza. Dalle risposte degli infermieri capisco che è una conoscenza abituale. Le dicono “Vada in saletta a farsi visitare dai medici”, ma lei è già stata visitata, ed è stato escluso il ricovero. “Ma io sto male, mi sento male, fatemi sedere, prendetemi la pressione!”. Ripete la frase come un mantra mentre passeggia per la corsia.
Appena il silenzio sembra essere tornato, un tonfo secco mi risveglia dal torpore, mi alzo e accorro nella stanza accanto al mio letto, la mia vicina ottantaduenne è caduta rovinosamente a terra e non riesce a rialzarsi. Premo il campanello e “Signora, adesso arriva l'infermiera” la tranquillizzo. Passano i minuti e l'infermiera non arriva. La giro in posizione un po' più comoda e corro in infermeria; la ragazza, gentilmente, mi dice che stava appunto arrivando, questione di un minuto. Ritorno in camera, mi faccio coraggio, la tiro un po' su. Con calma, l'infermiera arriva e la riportiamo insieme sul letto. Dal tonfo mi pare che sia passata un'eternità.
Provo a rimettermi a dormire, ma ricomincia il mantra dell'anziana vagante in corsia in preda all'ansia “Se non mi ricoverate, datemi almeno da mangiare”.
(Eleana Marullo)

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Migranti - Sant'Egidio e il sogno dei black italians

Claudio, che è un ricercatore all’università e maestro volontario di italiano agli immigrati, tiene a braccetto Saliou: un metro e novanta di muratore senegalese con una coccina terribile. Insieme se la ridono mentre la band intona una vecchia canzone di Toto Cotugno; «lasciatemi cantare, con la chitarra in mano», cantano a squarciagola e sul finale, alzano ancora la voce: «io sono un italiano, un italiano nero».
Domenica. Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato. Chissà dove sono andati a ripescarla questa ricorrenza, quelli della Comunità di Sant’Egidio: era il 1914 e un papa genovese, Benedetto XV, alla vigilia della Grande guerra proclamò una giornata in cui riflettere sul dramma dei rifugiati.

Allora i migranti si chiamavano Natalina ed Amedeo e si imbarcavano da Genova verso altri continenti. Oggi sono Bilal e Carmen: raccolgono le nostre arance e accompagnano a fare la spesa i nostri nonni, cioè i fratelli di Natalino ed Amedeo. Le immagini di Rosarno hanno colpito tutti, non c’è dubbio. Ma forse quello che desta più preoccupazione è il pensiero dell’alternativa: se non Rosarno, che cosa? «Vivere insieme – mi spiega con calma Claudio dopo aver smesso di cantare – non è una cosa che si può improvvisare, ma è un arte che richiede pazienza, studio, immaginazione».
Ecco il perché di questa festa: “Impariamo a vivere insieme”, l’hanno chiamata. E c’erano veramente tutti, a Palazzo Ducale, nel “salotto buono” della città, sotto lo sguardo compiaciuto del padrone di casa, il “doge” Luca Borzani: nigeriani e somali, albanesi e romeni, ecuadoriani, filippini, bengalesi, rom. E poi, ovviamente gli italiani: tanti giovani, ma anche anziani e bambini. Hanno fatto festa, ballato, hanno ascoltato le testimonianze di molti di loro e le parole piene di sapienza di don Marino Poggi. La sindaco è intervenuta – qualcuno dice di averla vista ballare – e ha detto qualcosa di piccolo, ma importante: «non mi rivolgo a voi come a stranieri, ma come a genovesi».
Eccolo, il centro della questione: l’alternativa a Rosarno è l’integrazione vera, è il sogno di eurafricano di Senghor, è la prospettiva che un giorno si potrà dire italo-africano con la stessa naturalezza con cui si dice afro-americano. Per dirla con Claudio e Saliou: un italiano nero.
È un sogno, certamente. Ma è anche una proposta di legge da anni in parlamento con la speranza che venga finalmente approvata: una riforma che permetta ai figli di immigrati nati in Italia di ottenere la cittadinanza per evitare il paradosso di ragazzi che si sentono italiani, ma che non lo sono.
Nella confusione della festa, il giornalista della Rai cerca i somali per intervistarli. Qualcuno si guarda attorno: «saranno andati a lavorare». L’unico che sorride è Claudio, che è il loro maestro e li conosce bene. Quando arrivano, un paio hanno il muso lungo. «È che ha perso il Genoa – li sfotte Claudio – sono passati al bar a vedere la partita».
Condividere le gioie e i dolori. Anche questa è cittadinanza.
(Sergio Casali)

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Lavoro - La filiera dell'insicurezza

Venerdì scorso al circolo Guglielmetti di Staglieno qualcuno si è domandato che fine avesse fatto il Quarto Stato di Pellizza da Volpedo che marciava compatto verso il futuro. A rispondere è stato il sociologo Salvatore Palidda, lì per presentare la ricerca "Infortuni e malattie professionali. Cosa ne pensano i lavoratori?". Il quadro si è trasformato in un puzzle di cui mancano addirittura i tasselli, oscurati dall'illecito. Palidda non parla attraverso i numeri evocati dai media o declamati dal volto contrito del politico di turno, ma con la consapevolezza di una ricerca scientifica, commissionata da Regione Liguria ed Inail, condotta con eticità sul campo, battendo la Liguria da Levante a Ponente, dalla nautica spezzina all'agricoltura della piana di Albenga, ascoltando generazioni di lavoratori di diversa provenienza.


Tre sono gli elementi che autoalimentandosi stanno alla base dell'atomizzazione dei lavoratori: si tratta del ritmo di lavoro incessante, dettato dalla competizione, dei subappalti a castello e dei contratti flessibili.
Il lavoratore si ritrova monade in una rete di rapporti spezzata. La sopravvivenza quotidiana la vince sulle garanzie acquisite in anni di lotte operaie. Anche la sicurezza è precaria.
La trasmissione delle esperienze dalle vecchie generazioni alle nuove è annullata dall'atipicità dei contratti. Gli anziani in azienda guardano ai nuovi arrivati come a dei marziani dai ritmi forsennati, con i quali è difficile condividere la quotidianità. È così che, dove anche in passato la cultura della sicurezza ha stentato ad attecchire, comportamenti rischiosi, diventano abitudine, litania anestetizzante del “è sempre andato tutto bene”. Peccato però che la serie matematica dell'imprudenza non sia sempre positiva. Nell'indagine video di Michele Ruvioli e Lorenzo Navone, che accompagna la relazione, gli intervistatori, loro stessi precari e destinatari degli interi proventi della ricerca, domandano agli intervistati perché non si rivolgono ai responsabili della RSU oppure non rivendicano in gruppo più sicurezza. La risposta quasi unanime è che si sentono minacciati, passibili di licenziamento. I responsabili della sicurezza vivono una situazione straniante. Se non sono veterani smaliziati, sono giovani precari che si caricano sulle spalle tutte le responsabilità nella speranza di un rinnovo di contratto. Sui lavoratori immigrati pende lo spauracchio del rinnovo del permesso di soggiorno, su tutti quello della fila infinita di chi attende un posto di lavoro a qualsiasi condizione. Così si tira avanti, nel rischio quotidiano.
L'ispettorato del lavoro, dai ranghi ridotti all'osso, si limita quasi esclusivamente all'attività impiegatizia. Dagli anni '70 ad oggi i sindacati, forse intimoriti dalla controparte, sembrano battere la ritirata, riducendo il loro ruolo a pallido mediatore commerciale tra aziende e lavoratori.
I grandi numeri ufficiali delle morti bianche non sono la realtà, ma la punta di un iceberg, sotto la quale la catena deresponsabilizzante del subappalto prolifera e nasconde il mondo del lavoro sommerso e dell'illecito. Non si conoscono i numeri degli incidenti in nero, tanto meno i materiali e gli strumenti impiegati. La clandestinità, doppiamente costretta al silenzio, è funzionale.
Palidda aveva chiesto la garanzia che la ricerca non si tramutasse in letteratura grigia da cassetto. Speriamo che ciò si avveri, che “un altro mondo” sia davvero possibile, che si torni a prendere tempo e spazi, ricucendo la rete dei rapporti.

/it.wikipedia.org/wiki/Testo_Unico_Sicurezza_Lavoro
(Alisia Poggio)

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Città -Tra i molti litiganti Cemusa gode

Il Comune di Genova ha affidato alla agenzia Art (*) la sua campagna di difesa dei piccoli negozi e artigiani genovesi: “Gli altri vadano pure a quel paese, io faccio shopping a Genova”, con tanto di marchio e gruppo di commercianti sorridenti. La campagna è variegata, con cartelli di grandi dimensioni fino ai classici in misura “Cemusa”. Lo scopo, citando il sito di ADV, è quello di “fare leva sui fattori che possono fare la differenza nella sfera emotiva dell’acquisto individuando, stimolando e valorizzando i sentimenti di fiducia, di simpatia, del sentirsi a casa o, per dirla tutta, Sotto casa”. Insomma, il risparmio non viene proprio citato, lo ammettono loro stessi. Per fare un esempio, sotto casa io passo, guardo, saluto, ci sorridiamo, faccio foto, offro un pezzo di focaccia, ma l’acquisto delle verdure lo vado a fare in ben altro negozio, visti i prezzi da orefice del mercato comunale: perché mai dovrei pagare un sorriso?

Mentre sono in corsa per l’autobus a Brignole, non posso fermare la coda dell’occhio che scorge il citato cartello proprio accanto a quello della campagna di leva turistica della città di New York, quella che ci sta martellando la retina già da qualche anno (**). Sul sito di Tu6Genova scopro anche la vecchia velina non datata relativa all’accordo con Cemusa, dice che tra le mille regalie Genova sarà anche pubblicizzata nelle città dove la compagnia si trovi a fare lo stesso servizio pubblicitario: mi sento vendicato.
Comunque, l’effetto della vicinanza dei due cartelli è immediato, sembra che la campagna di Genova si contrapponga a quella di New York City, cosa che mi viene confermata anche da una passante. La macchina fotografica esce dalla borsa, scatta ma poi esala le sue ultime energie prima di riuscire a fare la foto panoramica, però basta ed avanza. Lo sguardo gira per i vari loghi, si, è proprio la produzione del Comune di Genova, il cui stemma in basso a destra firma la rivalsa di chi, avendo dato i natali a Cristoforo Colombo, non si lascia certo intimidire dai nipotini d’oltre oceano. Almeno, nella posizione nella quale si vedono i due cartelli, questo è il risultato che ne trae il passante che noti l’infelice accoppiamento.
Il motto che “manda a quel paese” appare esplodere come uno sfogo di sfinimento rispetto al messaggio pressante d’oltreoceano. Suona come un “e basta!”, forse anche riferito alle condizioni turistiche, gravate di spese e balzelli non ben identificati nella pubblicità (“escluso x,y,z e tutto quello non esplicitamente indicato ne la quota include”) che fanno erroneamente apparire come molto conveniente andare a comprare attraversando un oceano intero.
I due cartelli sono pure posti nella stessa piazzola dell’autobus, “spalla a spalla”, a testimoniare la apparente volontà di concorrenza schietta ed efficace, ma quello che chiude il perfetto cerchio della incredibile situazione è la presenza del terzo cartello, quello di Cemusa che si pubblicizza da sola, leggermente defilato a lato, quasi a voler manifestare la propria posizione “politicamente corretta” di agenzia pubblicitaria di fronte ai due contendenti/clienti, col sorrisino di chi incassa due fatture.

(*) http://www.advertiser.it/news/2009/dicembre/art-firma-la-campagna-acquisti-compro-sotto-casa-per-il-comune-di-genova--_21122009.aspx
(**) http://www.olinews.it/mt/archives/2008/03/mind_the_gap_tr.html
(Stefano De Pietro)

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Bambini - I mondi paralleli del 2010

L’uomo che l‘ha in braccio innaffia la bimba con una bottiglietta d‘acqua, la fa bere, quasi uno scherzo da spiaggia e lei non capisce, si guarda intorno come una farfalla uscita dal bozzolo,gli occhi grandi, neri, spalancati, ignari. Dopo quasi 100 ore l’hanno tirata fuori dalle macerie di Haiti, da quel buco nero che era un tempo paradiso della natura, defraudato poco a poco di tutto, degli alberi e della poesia, patria di poveri per l’80%, dove si vive con meno di un dollaro al giorno.
Nessuno scommette su quei bimbi, anche se ora ci sarà la solita gara di solidarietà di sms a uno o due euro, o di proposte d’affido, d’adozione egli italiani sono generosi.

Ma poi, vuoi mettere i capelli biondi e lo sguardo ceruleo di quelli dell’Est europeo?
In Italia però siamo davvero più buoni. Si è imposto il tetto del 30% di ragazzini stranieri nelle classi, mascherandolo come aiuto agli alunni in difficoltà: non un sostegno reale, non un rilievo sulle frustrazioni di scolari, famiglie o insegnanti. Scattato pure lo stop ai baby calciatori, figli d’immigrati con un provvedimento nella Regione Lazio, dove la zelante Federcalcio rifiuta l’iscrizione ai minori, anche se nati qui, figli di extracomunitari presenti nel Paese, ma con il permesso di soggiorno “ in attesa di rinnovo”, (Repubblica, 24/12/09). Violando così i diritti dell’infanzia perché si ostacolano l’integrazione e la possibilità di svolgere l’attività sportiva necessaria allo sviluppo psicofisico del bambino, come recita la Costituzione italiana.
Non una voce s’è levata. Il piccolo Radwan, marocchino che vive a Roma, non si dà pace, lo tengono in panchina, non è il mitico Balotelli dell’Inter, vittima impudente di cori razzisti per il quale sono stati spesi fiumi d’inchiostro e sul cui caso pure il Ministro dell’Interno si è scomodato.
Invece in India, paese della Tata, l’utilitaria a mille euro, l’esperienza pilota di una Ong locale fa sognare in un futuro migliore dalle parti dell’ex quarto mondo. Qui infatti funziona la banca dei bimbi, ovvero non soltanto si accettano depositi di poche rupie ma si presta denaro ai giovanissimi clienti.
Sono orfani, figli di prostitute, fuggitivi, senza casa, che vanno a raccogliere la spazzatura, a scaricare la frutta, a preparare gli ornamenti religiosi. Non lavorano nelle industrie, dove ci sono già i grandi mal pagati. Con i loro piccoli commerci di strada spesso danno da vivere a tutta la famiglia. Badshah, 11 anni, vendendo fuochi d’artificio e depositando i suoi guadagni si è poi iscritto a scuola. Con un prestito Muskan, di anni 13, ha pagato le tasse scolastiche, mentre l’undicenne Josh aprirà un suo banchetto di tè. Forse si legalizza lo status di lavoro minorile, ma è un fatto che molti ragazzini in strada magari verrebbero derubati o aggrediti, così invec e li si incentiva al risparmio, all’iniziativa, li si aiuta a fronteggiare la quotidianità. Ben volentieri, pur di poter depositare minuscoli guadagni, fanno la fila ogni giorno, instancabili: hanno capito, qualcuno sta dando loro una speranza, una chance.
(Bianca Vergati)

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Parole degli occhi - Il mondo accanto


di Giorgio Bergami

Il mondo accanto




© foto: Giorgio
Bergami




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Lettere - In Piazza per Rosarno la sinistra c’era

Carissimi, vorrei fare una precisazione. In piazza per Rosarno l'ombra dei partiti di sinistra c'era, contrariamente a quanto da voi affermato. Noi di Sinistra Ecologia Libertà eravamo certamente una ventina, e credo che altrettanti - se non di più - fossero i compagni di Rifondazione Comunista. Considerato che in piazza si era 150, almeno un terzo erano partiti di sinistra. C'erano anche due bandiere, sulle spalle di due compagni: e precisamente per RC c'era Paolo Scarabelli, per SEL la bandiera sulla schiena l'aveva Luigi Fasce... Non ce n'erano altre, è vero.


Ma per quanto ci riguarda è stato un gesto di attenzione verso i movimenti che avevano lanciato l'iniziativa. Se portiamo le bandiere, vogliamo mettere i cappelli. Se non le portiamo, è per disinteresse. Delle due l'una. E circa l'assenza... forse siete voi che per partiti della sinistra e del centro sinistra intendete solo PD, Idv, ecc. Ma è un problema vostro. Per me i partiti di sinistra so no altri. Sono poco numerosi, questo è vero. E sono poco presenzialisti, magari. Per cui a volte non si mettono in mostra. Ma non vuol dire che siano assenti. Come non saranno assenti oggi pomeriggio al Lagaccio. Sel ha già dato l'adesione e ci sarà. Magari senza bandiere: per rispetto dei movimenti, non per disinteresse.
(Mariuccia Cadenasso)

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Lettere - Lagaccio – Oregina: diversità in dialogo

In considerazione delle molte mobilitazioni, organizzate dal centrodestra prevalentemente nel quartiere di Oregina (interruzione lavori consiglio comunale, presidio del 13 gennaio in via Napoli, “referendum autogestito” del 23 gennaio sulla moschea) diventa necessario mobilitarsi come cittadini che credono nella convivenza pacifica, nel confronto e nella difesa dei diritti di tutti sanciti dalla nostra Costituzione.

Per questo riteniamo importante segnalare l’iniziativa “Giovani: diversità in dialogo” promossa dalla Associazione “Arcipelago Lagaccio” che avrà luogo Mercoledì 20 gennaio alle 17 presso la “Casetta dei giardini”, in Via Napoli all’incrocio con Via Vesuvio L’incontro sarà condotto dalla attrice Carla Peirolero, e vi interverrà il giornalista Gad Lerner Alla iniziativa sono stati invitati: gli assessori alla cultura delle istituzioni locali, il presidente della fondazione cultura di Genova, i presidi delle scuole di Oregina-Lagaccio, i parroci del quartiere e le associazioni.
(Rossella Ridella)

Buongiorno OLI, sono un vostro lettore e segnalo una iniziativa.
Si tratta di un incontro in Via Napoli incrocio Via Vesuvio che si svolgerà mercoledì 20 gennaio. Il tema è il dialogo interculturale e tra le religioni.
Sapete bene quanto, nel quartiere Lagaccio Oregina stiamo lavorando per non farci sottrarre quelle che sono veramente le radici e l'identità (di cui la Lega Nord parla a sproposito) del nostro quartiere: e cioè l' accoglienza e la solidarietà.
Ci saranno anche Carla Peirolero e Gad Lerner.
(Marco Colucci)

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Lettere - Tav: una lettera aperta a Massimiliano Costa

A Massimiliano Costa, Vice Presidente Regione Liguria
Ma il persistente rifiuto della Val di Susa al passaggio del TAV è un’occasione d’oro per la Regione Liguria! Infatti:
- il tratto TAV Milano – Genova è in progetto avanzato
- il TAV francese arriva già a Nizza
- il tratto Genova – Nizza va comunque rivisto, una TAV dovrebbe costare quanto il tunnel Torino – Lione, forse di meno.
Così la Direttrice EST – OVEST Europea ci sarebbe lo stesso.
Infine: se l’idea viene accettata, la Liguria ci guadagna parecchio; se non viene accettata, abbiamo comunque fatto un piacere alla Signora Bresso, Presidente della Regione Piemonte!
Molti cordiali saluti
(Gian Franco Migone)

Posted by Admin at 12:37 | Comments (0)