26 Gennaio 2010

Versante Ligure


BREVE MA INTENSO

Frenetiche le udienze
verdetti flash qui, ora:
pronuncia sol scemenze
chi critica, ché ignora
che a “Forum” le sentenze
arrivano in mezz’ora.




  Enzo Costa  
  email: enzo@enzocosta.net;  http://lanterninoenzocosta.blogspot.com
  Illustrazione di Aglaja  
  email: aglaja@fastwebnet.it;  http://proveaglaja.blogspot.com

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Moschea - Chi tace acconsente

Vero è che nei giardinetti di Via Napoli il 20 gennaio alle 17.00 c’erano molti cittadini. E freddo. E vento. Alcuni seduti su un trentina di sedie disposte davanti alla casetta avevano preso i posti migliori, quelli davanti allo schermo, un banale telo che proiettava immagini e audio del dibattito che si svolgeva all’interno della casetta, già stracolma di gente. La maggioranza, invece restava in piedi, le mani dentro le tasche, i cappelli calati sulle orecchie e le sciarpe. Pareva il rifugio Torino. O un campo base, dal quale, ognuno dei presenti sarebbe potuto partire per arrivare in vetta.

Vero è che c’erano anche le guide per arrivarci: Gad Lerner, l’imam Hussein, monsignor Marino Poggi, Andrea Ranieri, Luca Borza ni, Carla Peirolero, che con le parole più belle dicevano cose belle, quelle che spaziano dalla solidarietà all’ascolto per scivolare su rispetto, integrazione, fratellanza, dio. Ed è stato nei fatti e negli sguardi un pomeriggio stupendo. Per i cittadini presenti e per i non cittadini, per i fedeli e gli infedeli. A parlare del senso e del perché si deve e si può costruire una moschea a Genova, e al Lagaccio.
Tuttavia può stupire anche i più volenterosi l’esito del referendum autogestito promosso dalla Lega Nord in merito alla moschea perché colpisce al cuore quel pomeriggio disarmandolo e togliendo a quei cittadini favorevoli e infreddoliti la parola. Sono andati a votare “5287 e 5228” hanno risposto “no”, su “oltre 29.000 potenziali votanti”.
Ad opporsi al referendum spiega Repubblica il 24 gennaio, volantini del Pd, Rifondazione, Anpi, Arci, Cgil e Comunità di San Benedetto oltre al “lancio di una decina di uova da parte di una gruppo di giovani, forse dei centri sociali”.
Enrico Testino, “portavoce di Progettare la città - La valle del Lagaccio” propone di utilizzare il mercato ittico, spostando il problema altrove, e dichiara “ne ho parlato con l’imam Hussein e con Hamza Piccardo”, “sappiamo che la comunità islamica sarebbe più che interessata e favorevole”.
Negli anni la comunità islamica genovese è stata “favorevole” a molte soluzioni. Ma tutte si sono incagliate nei pregiudizi di poche migliaia che la volevano distante.
Nel giorno della memoria, ma anche in quelli successivi e nei mesi a venire dovranno prendere la parola i 23000 cittadini del Lagaccio che nulla hanno avuto da dire in merito. Perché la cosa non li riguardava, non la sentivano come un problema, non era in agenda.
Comunque della loro astensione la Lega Nord tenga debitamente conto, per mancanza di quorum, come per ogni referendum che si rispetti. Dispiace. Non siamo in Svizzera.
(Giovanna Profumo)

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Haiti - Crociere e terremoti

A seguito della notizia pubblicata da Roberto Di Nunzio (*) sul proprio spazio di Facebook relativa allo sbarco di turisti in Haiti e del grande numero di commenti sviluppatisi, ho inviato una email di richiesta di chiarimenti alla Royal Caribbean, attraverso il servizio disponibile sul loro sito.
Mi ha risposto il loro ufficio di Genova, con una lettera molto garbata e di notevole lunghezza per essere istituzionale. La stessa lettera, per voce della Sig.ra Giorgia Montorsi, Operations manager della compagnia di navigazione, è servita come base per una nota inviata poi ai giornali e pubblicata sul loro sito (**).


La compagnia mi ha anche fornito, durante il conseguente scambio di email, un articolo relativo alla intervista sulla Unione Sarda ad uno dei passeggeri della nave Independence che ha effettuato lo scalo a Labadee, a circa 170 km dalla capitale Port-au-Prince (***). Nell’articolo la testimonianza del passeggero disegna una serie di eventi più dettagliati, e in definitiva si spiega che la compagnia è stata invitata dalle autorità di Haiti ad approdare comunque, anche per portare degli aiuti in cibo, nonostante in un primo tempo il comandante avesse escluso la tappa. La compagnia avrebbe anche sbarcato degli arredi (sdraio, lettini) utili per ospitare i feriti negli ospedali.
Resta lo stridore tra la posizione dei turisti sbarcati, che hanno fruito dei servizi, e lo stato di più 2 milioni di persone senza cibo e riparo da diversi giorni. Possibile che non si sia riusciti a trovare un modo ancora più adatto per usare una nave in questa situazione?.
* http://www.facebook.com/notes/roberto-di-nunzio/haiti-il-dramma-infinito-della-tragedia-di-un-popolo-non-ferma-lorrore-dei-turis/255059128067
** http://www.royalcaribbean.it/news/news.htm
*** http://giornaleonline.unionesarda.ilsole24ore.com/Articolo.aspx?Data=20100121&Categ=7&Voce=1&IdArticolo=2419846
(Stefano De Pietro)

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Immigrazione - Servi clandestini secondo Rovelli

Venerdì 22 gennaio Marco Rovelli, ospite al circolo Belleville di Genova per la presentazione del suo libro Servi, ci ha parlato di un mondo “altro”, non ufficiale, parallelo alla quotidianità, dove non esistono spazio e tempo, numeri e alfabeto: la clandestinità.
L'opera-indagine di Rovelli (*) sul lavoro sommerso italiano (valutato da varie fonti al 19% del PIL) è volutamente “narrativa”, modestamente non sociologica. Secondo l'autore la riconquista della dignità e della dimensione politica passa attraverso il recupero del valore semantico del linguaggio. Ecco perché volutamente non usa l'espressione “aver dato voce”, estremamente “minorizzante” rispetto ad una delle due parti che interagiscono.

Rifugge dal sensazionalismo della retorica dei media, dal gioco di prestigio delle parole tecniche che si avvicendano nel definire questo mondo, CPT, CIE etc, smaterializzandolo, nel tentativo di rendere alle storie che ha incontrato la loro “esemplarità universale”, unica chiave che ci può restituire la dimensione di co-appartenenza, dunque di condivisione politica.
Il termine clandestino, dal latino colui che sta nascosto alla luce del giorno, l'emblematico per l'attuale equivalenza semantica con criminale, è il cuore da cui Rovelli parte per la destrutturazione della cornice ghettizzante del sommerso e il recupero dell'innocenza di un linguaggio comune. Qualcuno dal pubblico gli ha domandato perché scegliere, assolvendola in fondo, la parola clandestinità piuttosto che schiavitù. Per Rosarno si è parlato di rivolta di schiavi sui giornali. Spiega che schiavitù sottintende in realtà un rapporto di dipendenza personale, laddove invece il clandestino agisce ed esiste fondamentalmente in un mondo del lavoro frammentato. L'esternalizzazione rende difficile identificare responsabili e visibili solo alcuni vertici del caporalato.
Nella piramide dell'economia il clandestino è il margine minimo, oltre il quale è addirittura concesso andare. Al suo lavoro ci si può anche permettere di non corrispondere nulla, in fondo non ha tutele. Si può disporre della sua vita senza correre rischi, la sicurezza non è essenziale. Un eccezionale regola di mercato per migliorare i profitti di pochi e i costi di quello che ci portiamo in tavola. Il passo tra immigrato e clandestino è breve, ce ne accorgiamo. Ma noi, come siamo coinvolti oltre la compassione? Semplice, il clandestino è il precario assoluto, funzionale non solo al ribasso dei costi, ma anche alla limitazione dei diritti di tutti i lavoratori. Non lasciamoci trarre in inganno dalla retorica dei posti di lavoro sottratti ingiustamente e dalle garanzie non più riconosciute per “colpa loro”. Non è il clandestino il soggetto attivo del lavoro, se non come braccia e gambe, le strategie che coinvolgono tutti sono dettate altrove. Salvaguardare i diritti dei clande stini significa difendere quelli di chiunque. Il 1 marzo, giornata del primo sciopero europeo dei migranti (http://primomarzo2010.blogspot.com/), può essere un'occasione per costruire “una rete meticcia”, come l'ha definita Rovelli, di comunicazione tra questi mondi. Teniamolo a mente, siamo tutti clandestini. (*) Marco Rovelli: http://www.marcorovelli.it/
(Maria Alisia Poggio)

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Informazione Una vita in poche frasi

La Repubblica di giovedì 21 gennaio ha riportato la notizia dello studente di 28 anni che si è ucciso nel giorno della sua impossibile laurea. Di esami lui ne aveva dati solo cinque, e per lunghissimi anni non era riuscito, non aveva potuto, non aveva osato dire la verità, e ha lasciato che le menzogne si accumulassero fino a costruire un muro. Al termine l’organizzazione della festa di laurea, gli inviti, il suicidio.

Una storia drammatica, tristissima, che colpisce le emozioni di chi la legge, e che fa chiedere – senza possibilità di risposta - come sia stato possibile cadere in questa angoscia interminabile e senza uscita.
Ma ecco, anche questa volta, l’articolo che “spiega tutto”. Purtroppo succede di frequente: il giornalista scova l’esperto di turno (in questo caso il Dott. Ferrannini, direttore del Dipartimento di Salute Mentale dell'ASL 3 "Genovese"), gli pone quattro domande e riceve in cambio quattro risposte. Magari le riporta correttamente, magari le semplifica. Il risultato in ogni caso è un discorso inutile e arbitrario su una persona e su una situazione familiare che nessuno di quelli che ne parlano ha mai conosciuto.
Il giornalista è spinto dal desiderio di arricchire il suo pezzo, ma cosa spinge un esperto a esprimere valutazioni su una vita sconosciuta?
(Paola Pierantoni)

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Parchi di Nervi - Il sussiego dei politici

Il piede dondola in prima fila, s'intravede uno smilzo cappotto blu, sprofondato in poltrona, le dita che scorrono pigramente sul telefonino, mentre l'assessore al verde del comune di Genova snocciola le cifre dell'intervento sui parchi di Nervi: quasi quattro milioni di euro per ridare vita agli alberi ingialliti, le aiuole scalcinate, i prati spelacchiati, il roseto decimato, i tetti da rifare. Siamo al Gam di Capolungo, 21 gennaio 2010 e l'iter è concluso, il progetto di riqualificazione finalmente presentato. Nel pubblico tutti quei cittadini, senza colore politico, ben consapevoli che le priorità sono ben altre in questo momento, ma che per anni si sono battuti, hanno tenuto puntigliosamente vigile l'attenzione, pressato le istituzioni, coinvolgendo l'università e risparmiando così centomila euro di progettazione, affinché non andasse in rovina uno degli spazi più amati da vecchi, giovani, bambini della città.

Chiede precisazioni l'associazione di ostinati professori uni versitari, ingegneri, architetti, casalinghe, ambientalisti, che hanno faticato perché quel gioiello di parco sul mare, con posizione unica in Italia, riesca a ritrovare la sua veste storica d'eccezione.
In prima fila però il tizio dal piede dondolante bofonchia qualcosa nell’orecchio dell’assessore, reclama sottovoce, gli interventi si sovrappongono finché qualcuno non contesta il modo di procedere: si è tutti qui ad ascoltare, perché non si palesano i discorsi? Sorpreso, il tipo si scusa, prende il microfono e attacca sui numeri, poco chiari a suo dire. Non s'identifica ma esige approfondimenti rigorosi per l'eventuale assemblea pubblica, con il tono di chi sa e non dice. E poco dopo comunica che per "doveri istituzionali" deve andare via, allontanandosi sussiegoso. Qualcuno poi rivela: è l'assessore all'assetto territoriale, sviluppo economico e turistico del municipio del Levante, come cita il suo sito. Si sta esercitando, anzi ha già imparato la parte, il dialogo esclusivo fra chi conta, trattando con degnazione, senza riconoscenza, i volontari che hanno fatto il lavoro al posto di chi doveva e si sono preoccupati di salvaguardare per i nipoti, per la città quella meravi glia di oasi cittadina. Il signore in questione invia dal suo blog mail con ironici commenti, si erge paladino del territorio, controlla l'amministrazione, che non è della sua stesso parte politica, senza discernerne il talvolta apprezzabile operato.
Presenzialista, dicono. Dov' era però quando si protestava per il parco? Dov' era quando nel suo municipio si votava contro la variante di salvaguardia che preserva tanti spazi nel levante cittadino? Proprio quel municipio che tanto ha tuonato contro la cementificazione e la salvezza del verde?
Un percorso dal quartiere al parlamento con la stessa immagine d'autoreferenzialità, che troppo spesso accomuna destra e sinistra, tenendo lontani i tanti cittadini certi nel profondo del cuore che prima di ogni cosa, prima di sé stessi, debba contare la res publica. Come si può constatare ancora una volta in questi giorni.
(Bianca Vergati)

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Cinema - “A single man” e il pregiudizio dei critici

Vedere “A single man” senza aver letto le critiche permette di emozionarsi liberamente per il dramma che scorre sotto la superficie del comportamento esteriormente controllatissimo del protagonista, la cui vita perde improvvisamente di senso. Il suo compagno, un amore profondo che durava da tanto tempo, muore in un incidente, ma questo è un dolore che non si poteva esprimere nell’America degli anni ’60, e lui è costretto a sorvegliare ogni minimo gesto per tutelarsi dal pericolo di una inaccettabile espressione pubblica di disperazione, per difendere la sua dignità.

Il controllo ossessivo degli atti quotidiani lo porta a lato della realtà, che gli si manifesta in forme surreali e grottesche, rivelando ciò che scorre sotto le apparenze. La sua distanza da quel che gli accade intorno è sempre più grande, le persone che incontra lo avvertono, piccoli momenti di imbarazzo e di incertezza costellano la sua giornata.
Ogni tanto però il controllo si incrina, per qualche istante le emozioni escono, si esprimono, momenti brevissimi ma intensi, a volte violenti, profondi. E c’è sempre qualcuno vicino che li raccoglie, che risponde al contatto emotivo. E’ la speranza, la possibilità che porta il film. La morte avrà comunque l’ultima parola, ma sarà una morte trasformata, pacificata.
Al termine c’è chi resta seduto in silenzio, c’è chi piange.
Le critiche si possono cercare anche dopo, sui giornali e sui siti. Nella maggioranza dei casi il giudizio sul film viene condizionato dal pregiudizio sul regista, Tom Ford, “un celebre divo gay della moda alla sua prima regia, di ammaliante e giovanile bellezza”, come scrive Natalia Aspesi su La Repubblica. Grande risalto (un po’ in lode, ma soprattutto in critica) alla eleganza formale, alla cura dei dettagli, al perfezionismo estetico, alla cura delle inquadrature ecc…, pochissimi riferimenti alla intensità emotiva che mi è parsa il vero regalo di “A single man”, certo merito di un attore spettacolare (Colin Firth), ma altrettanto, almeno, merito del regista. Solo Alberto Crespi su L’Unità del 15 gennaio coglie questo punto e osserva “E’ incredibile come noi critici lavoriamo sui cliché… ‘A Single Man’ è una riflessione sul lutto e sull’attesa della morte. Il fatto che le immagini siano «belle» non toglie alcuna profondità a tale riflessione… “
(Paola Pierantoni)

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Parole degli occhi - Bandiere a Palazzo


di Giorgio Bergami

Bandiere a Palazzo



25 gennaio 2010, Palazzo San Giorgio occupato dai pensionati del C.A.P. per protestare contro i tagli retroattivi delle pensioni.
© foto: Giorgio
Bergami




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Lettere - La guerra della cultura

Il bel libro del critico musicale Simon Reynolds Post punk 1978-1984 (ed. ISBN) racconta la grande stagione creativa della fine degli anni Settanta quando nuove e suggestive sonorità irruppero sulla scena musicale mondiale. Anche atteggiamenti, modi di essere o ribellioni come il dark, insieme all’uso tribale delle tecnologie, la diffusione della multimedialità e della promiscuità. Con l’idea che assieme al disfacimento del Novecento in qualche modo la devoluzione fosse davvero arrivata.
Il libro contiene una interpretazione molto affascinante di quel momento giovanile: Reynolds accredita la tesi sociologica che il movimento che nacque dal punk, stemperandone le violenze ma mantenendone intatta la genuina aggressività, fu una caratteristica specifica delle città toccate dal declino industriale. Manchester, Birmingham, Sheffield, in Inghilterra, Cleveland in Ohio, città al centro del sistema produttivo fordista che erano scoppiate o stavano scoppiando sotto la mannaia della crisi produttiva e industriale.

Così come i ragazzi delle Università decentrate degli Stati Uniti, i ragazzi inglesi e scozzesi di quelle città, reagirono lanciandosi in una pazza corsa in avanti: e tutto cambiò nelle persone, nella moda, nella quotidianità e la musica cominciò a rappresentare una possibilità di esprimere se stessi compiutamente e completamente.
Il libro è molto bello, ma è anche una spina nel cuore, perché insieme alle emozioni di quei giorni mi ha fatto riflettere sulle disgrazie presenti e passate. Anche Genova è una grande decaduta città industriale del Novecento, ma a Genova non si è riusciti a far quasi niente di quello che è successo nelle altre città con gli stessi problemi. Se ripenso adesso a quegli anni posso solo ringraziare lo Psycho Club di Vico Carmagnola e l’indomito Totò Miggiano che continua a produrre cultura o ricordare con affetto Antonio Porcelli (che non c’è più) ed alcuni artisti che insieme provavano a uscire dalla maccaia genovese con frizzanti e coloratissime “surrealità”. Non abbastanza per un nuovo corso delle cose che non è mai cominciato. Ne vogliamo un esempio?
La molto sanguinosa “guerra della cultura” che si è svolta a Genova sul finire dell’anno appena passato ed oltre. Incomprensioni, bisticci, che hanno portato al ridimensionamento del ruolo del consulente prestigioso e all’arrivo di una più fidata (ma meno pagata) consulenza locale. Questo in sintesi il succo, ma c’è stata invero una guerra combattuta nelle trincee, con assalti, ululati di sirene, vita di retrovie, messaggi di pace e sfottò. I giornali hanno fatto da cassa di risonanza: un giorno Repubblica ha pubblicato una versione, diciamo alla genovese, di quelli che... in cui Dalla Chiesa prendeva in giro simpaticamente (ma forse no!) quelli che appunto a Genova non gli va mai bene niente, un altro giorno l’assessore Ranieri sproloquiava dalla carta stampata di una città digitale che intravede solo lui come futuro di emancipazione, un altro giorno si parlava del patto di ferro tra l’assessore e il presidente della Fondazione della Cultura Borzani sulle comun i strategie culturali. Insomma pure la sindaco è stata chiamata in mezzo perché la nuova consulente, docente nell’Università cittadina, rappresenterebbe la sua longa manus sulle scelte politiche, diciamo così sottese a quelle – sic! – culturali o viceversa. E si sa che la professoressa è vicina al partito democratico tanto da avere svolto già in altro tempo il ruolo di facilitatore quando c’erano incomprensioni (o pallottole?) che volavano tra Vincenzi e Burlando.
“Capite” che voragini di distanza e di rammarico mi procura il libro di Reynolds su uno dei momenti più intensi di questo secolo quando i ragazzi e le ragazze hanno cominciato davvero a fare cultura da loro stessi.
(Elio Rosati)

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Lettere - Il popolo viola difende la Costituzione

Sono una Vostra lettrice e vi ringrazio per la particolare attenzione che ponete nel fare informazione. Da anni la nostra Costituzione è in pericolo, maltrattata ed anche ignorata a danno della nostra democrazia. Per questo vi segnalo la seguente iniziativa a livello nazionale, organizzata dal Popolo Viola (quello del NO B-DAY) in difesa della Costituzione che avverrà in contemporanea in diverse città italiane.
A Genova SIT-IN sabato 30 gennaio dalle ore 15 in Largo Eros Lanfranco davanti alla Prefettura.
Sono invitati a partecipare i cittadini e tutte le forze democratiche del Paese portando possibilmente la "Costituzione" e un POST-IT con l'articolo che più piace e che verrà letto in piazza.
(Angela Brancati)

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Lettere - Chi ha rubato la panchina?

Caricamento, esco nella piazza dopo un lungo giro nei vicoli, sono stanca e vorrei sedermi. Con un rapido sguardo percorro la piazza alla ricerca di una panchina, ma non la trovo, eppure ricordo che c’erano alcune panchine nel lato verso Sottoripa, niente sono sparite!
Guardo le persone che percorrono la piazza alcune in fretta, altre sedute sui gradini del monumento a Raffaele Rubattino. Quando Renzo Piano parlava del suo progetto per il Porto Antico descriveva Piazza Caricamento come un luogo di incontro e socializzazione con gazebo, panchine e ombrelloni estivi.

Adesso la piazza è un luogo di transito, chissà cosa pensano gli stranieri che tanto invidiano le nostre piazze…
Ponente cittadino, Pegli. Vicino al molo dove attracca la “Celestina”, che fa la spola tra Pegli e il Porto Antico, su un piccolo spiazzo di fronte al mare sono rimasti gli scheletri tristi di due panchine.
Peccato era bello sedersi di fronte al mare, e con alle spalle le grida dei bimbi che saltano sui “giochi”.
Ancora a Pegli più avanti sul lungomare c’è una terrazza dal nome “pomposo” Belvedere Padre Guglielmo Salvi anche qui c’erano due panchine di fronte al mare; un luogo tranquillo dove assistere al passaggio delle barche o ad un tramonto infuocato: ma anche queste panchine sono sparite!!!
Forse ho un’animo troppo contemplativo ma mi mancano le panchine!
Un pensiero mi attraversa la mente non sarà che per aumentare la sicurezza e proteggere la “gente” da presenze non desiderate si è pensato di tagliare il problema alla radice e far sparire le panchine?
(Luisa Campagna)

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