15 Giugno 2010

Città - Le sfortune di Via Puggia

"Progetto sfortunato quello di via Puggia: sfortunato per i residenti s'intende. La delibera è stata licenziata un mese prima della Variante di salvaguardia, che ne avrebbe bloccato il via. Unico aspetto positivo, come oneri di urbanizzazione, la riqualificazione di villa Gambaro. Ora il Tar ha trasmesso alla Procura della Repubblica il provvedimento poichè a suo avviso è stato utilizzato illecitamente il famigerato "trasferimento dei volumi", troppo favorevole ai privati. Si è demolito a Bolzaneto e dato il permesso di edificare su ex serre in Albaro: si pensi solo alla differenza di valore del terreno.
Il progetto ridimensionato avrebbe almeno un pregio, rimettere a posto una delle più belle ville della città, molto degradata, creando un accesso per un altro quartiere, S. Martino, che poco verde ha.
Erano iniziati i lavori, che la sentenza non ha sospeso, ma il Comune sì perchè la Procura sta indagando. Nel frattempo gli attenti abitanti sostengono che il cantiere si sia "un po' allargato" in villa, circa una decina di metri per quaranta e lo evidenziano con una foto, in cui si vede una grossa radura già decimata di alberi.
Peccato che la delibera recitasse che il progetto dà l'opportunità di realizzare un percorso - il più diretto possibile... mediante un nuovo viale alberato rettilineo.
(Bianca Vergati)

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26 Maggio 2010

Ambiente - I boschi avanzano ma il ministro non lo sa

Stefania Prestigiacomo, ministro per l’Ambiente, ha chiuso, con il suo intervento, la conferenza nazionale per la biodiversità, che si è tenuta a Roma il 22 Maggio scorso, nell’ambito delle iniziative previste per il 2010, l’anno internazionale per la biodiversità. Il ministro ha insistito sulla necessità di un rinnovamento delle normativa sulle aree protette e sull’importanza della biodiversità, affermando “Se scompare una specie animale o vegetale in Italia, se una zona umida viene compromessa, se un fiume viene distrutto dall'inquinamento, significa che si perde un pezzo di quel puzzle al centro del quale ci siamo noi. E gli esempi, purtroppo tragici sono sotto gli occhi di tutti". E’ poi intervenuta anche sul legame che intercorre tra mancata tutela dell’ambiente e dissesti idrogeologici “Le frane causate dall'uomo, laddove ha modificato indiscriminatamente l'equilibrio del territorio ci hanno fatto pagare un tributo pesante di vite umane e ci dicono che stravolgere gli assetti naturali può essere micidiale anche per l’uomo”.

Le affermazioni del ministro sarebbero condivisibili ed inconfutabili, se non cozzassero palesemente con le sue dichiarazioni in merito ad alcuni fatti recenti, che ne dimostrano la scarsa competenza.
La rivista forestale “Sherwood” segnala (http://www.rivistasherwood.it/blog/479-tapiro-verde-a-striscia-la-notizia.html) un servizio andato in onda su Striscia la Notizia il 14 maggio, in cui il taglio regolare di un bosco ceduo di castagno, nell’ambito di un regime a rotazione e nel pieno rispetto della normativa vigente, veniva definito dall’inviato “uno scempio”; il bosco che, secondo le parole del giornalista, “non c’è più”, rettifica Sherwood, è destinato a ricrescere dalle ceppaie che sono rimaste, insieme ad un numero di alberi determinato per legge in base alla necessità di garantire luce sufficiente da permettere la crescita dei nuovi castagni (esiste anche un gruppo su Facebook che denuncia l’accaduto http://www.facebook.com/?ref=home#!/group.php?gid=118236094883274&v=wall&ref=mf ).
L’informazione distorta che filtra dal servizio è che un regolare taglio di bosco possa causare pericoli e dissesti idrogeologici, mentre l’esperienza forestale e le ricerche ambientali sul campo dimostrano come invece la mancata gestione dei boschi e dei versanti, conseguente all’abbandono delle aree rurali, sia la prima causa di frane e smottamenti.
Queste nozioni elementari, che dovrebbero essere l’ABC di chi si occupa dell’ambiente, sfuggono evidentemente al ministro Prestigiacomo, che ha ringraziato Striscia la Notizia per “l’ennesimo scoop in campo ambientale”, associando il taglio degli alberi a possibili disastri ambientali ed ha affermato “sembra assurdo ma non esiste uno strumento per capire quanti alberi ci sono nel nostro Paese”.
Lo strumento, invece, esiste e si chiama Inventario Nazionale delle Foreste e dei Serbatoi di Carbonio, ed è stato completato nel 2005. Grazie ad esso e, a studi di settore che ormai da decenni si occupano dell’argomento, sappiamo che il bosco avanza inesorabilmente nelle zone rurali prive di gestione, chiudendo le zone aperte in cui un tempo crescevano, per esempio, fiori che la legge tutela (orchidee, narcisi ecc..) e che sono destinati a scomparire, impoverendo la biodiversità nazionale, se abbandonati ad una tutela passiva.
L’inventario informa, soprattutto,del fatto che “che i boschi, in Italia, sono raddoppiati rispetto agli anni ’50, triplicati rispetto al primo dopoguerra”.
Peccato che il ministro per l’ambiente non lo sappia.
(Eleana Marullo)

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12 Maggio 2010

Ambiente - Tranquilli, la B.P. paga i danni

La B.P., British Petroleum, una delle sette sorelle, dopo tutto il casino che ha provocato nel golfo del Messico e la catastrofe naturale che sta procurando giorno dopo giorno, e dopo giorno non si sa fino a quando, alle coste della Luisiana e del Mississipi e nonostante le brutte figure inanellate nel tentativo di riparare il guasto – ultimo il pentolone d’acciaio che il mare ha trattato da cartone – ha dichiarato solennemente che risarcirà tutti i danni provocati.
Ma quanti soldi ha la B.P., di quanto denaro dispone? Nel momento in cui nel mondo intere nazioni rischiano il fallimento per mancanza di liquidità e centinaia di migliaia di persone si sommano ad altre centinaia di migliaia di affamati che rischiano ogni giorno la morte per mancanza di pane, anche nei paesi ricchi?
O cercano solo di truffare il futuro, di truccare le carte (processuali), di imbrogliare le prospettive?
(Angelo Guarnieri)

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Ambiente - La politica e il consumo di territorio

“Mi capita a volte di andare a vedere che cosa è stato realizzato e mi chiedo che cosa è successo” così esordiva Franco Lorenzani, direttore della commissione urbanistica della Regione Liguria all'incontro sulla "Trasformazione dei paesaggi italiani" di marzo 2010, e proseguiva lamentando che questioni burocratiche, contesti di forte contrasto, “sistema di vincoli” in realtà frenano il lavoro e il controllo della pubblica amministrazione. Citando come esempio il porticciolo di Imperia, che diverrà il più grande del Mediterraneo, “la cui realizzazione è andata al di là degli intenti”. Che monelli, Caltagirone e i suoi soci ponentini.

Analoga tesi ribadisce nuovamente il succitato architetto al convegno Legambiente del 27 aprile u.s. sul consumo di suolo, rispondendo a Paolo Pileri, Politecnico di Milano, ingegneria del territorio e dell'ambiente, che sottolineava come soltanto in 5 regioni italiane, Lombardia, Piemonte, Emilia Romagna, Toscana, Friuli esista un monitoraggio del territorio.
Dunque le responsabilità sono altrove, sostiene il funzionario. Interessante: chi ha permesso in Liguria l'assalto dalla costa all'entroterra, alla nuova libecciata di cemento come negli anni '50? Come mai non si è ancora varata la legge sulla valutazione d'impatto ambientale, VAS, o il piano paesistico per la Liguria? Alla faccia del Titolo V° della Costituzione che delega alle regioni la tutela del territorio.
Gli scandali di questi giorni conducono spesso al mondo dell'edilizia privata e pubblica. "L'Osservatorio nazionale sui consumi di suolo" ha rilevato che in Italia si va affermando sempre più la città “diffusa”, ovvero edifici, strade, infrastrutture, spalmati dappertutto. Negli ultimi vent' anni consumati 10 ettari (10mila mq) al giorno in Lombardia, tanto quanto 14 campi da calcio, in Emilia Romagna 8 ettari e poco meno di un ettaro in Friuli. Aree tra le più urbanizzate con modello pianura padana, costellata di capannoni, villette, centri commerciali: in Lombardia si raccolgono firme per una proposta di legge popolare contro.
Anche se paiono essere i boschi ad avanzare, in realtà sono terreni agricoli, prati e colline a scomparire. Così si continua a edificare il nuovo, a riempire spazi vuoti.
La nuova urbanizzazione cresce quanto più ci si allontana dal centro delle città, intensamente nei piccoli comuni: irresistibili gli oneri di urbanizzazione introitati nella spesa corrente, monetizzati per necessità e per avidità, neppure riconvertiti in servizi per la comunità.
Una pianificazione urbana dovrebbe prevedere e provvedere prima a mezzi pubblici, scuole, infrastrutture e poi concedere l'edificazione come avviene in altri paesi d'Europa, mentre in Italia cattive abitudini e mancanza di servizi fanno muovere in auto individualmente ogni giorno migliaia di persone. Un'elevata mobilità con conseguenti consumi energetici, dispendio di risorse e di tempo non dedicato a sé, alla famiglia, al lavoro.
Così nella nostra città si faranno gli Erzelli, con forti contributi regionali, idea meravigliosa di cittadella della conoscenza e della tecnologia, ma ancora oscure sono le vie per raggiungerli.
Slow, la pianificazione del territorio o della mobilità nell'intreccio di competenze fra enti: vedi il piano paesistico regionale che, dopo un intero mandato, non s'è ancora visto, confidiamo nei prossimi 5 anni. Oppure il PUM (piano urbano di mobilità) di Genova, appena approvato, tempi di applicazione speriamo nel biennio.
In compenso è stata licenziata la legge regionale su ”La salvaguardia della costa”, sottolineava compiaciuto il funzionario. Quando in ogni golfetto possibile ormai è stato progettato il porticciolo di turno.
www.stopalconsumoditerritorio.it
(Bianca Vergati)

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17 Marzo 2010

Politica - La Liguria che non frana

10 marzo, al circolo PD del Centro Storico, si parla di politiche ambientali. La candidata alle regionali Anna Stagno ne discute con Carlo Bertelli (Charta) Roberta Cevasco (Università Piemonte Orientale), Alberto Girani (Direttore del Parco di Portofino), Diego Moreno e Massimo Quaini (Università di Genova).
Il primo argomento sono i problemi della Liguria e del suo entroterra, di cui si parla così poco che ne è ignota l'entità: i boschi avanzano popolando versanti e montagne ormai abbandonati, alla velocità di mille campi da calcio all’anno. Al differente assetto consegue l’instabilità ed il dissesto idrogeologico. Queste condizioni, insieme alla quantità di alberi abbandonati senza alcuna gestione, causano le frane ed il propagarsi degli incendi che hanno funestato la cronaca recente.

Ma l'abbandono dell'entroterra ha causato anche la perdita delle società che manteneva quegli spazi: le politiche degli anni Settanta hanno incentivato lo spopolamento, ed oggi chi è rimasto a vivere nell’entroterra è penalizzato da un difficile accesso ai servizi ed alle infrastrutture.
Inoltre i finanziamenti che arrivano a pioggia per l’entroterra spesso finiscono per essere gestiti su base clientelare senza risolvere in minima parte le difficoltà.
Tra le soluzioni che vengono prospettate, innanzitutto la valorizzazione di quel che è rimasto, ambiente e persone, che merita una tutela attiva e non passiva. Chi ancora vive le realtà rurali ed è depositario di conoscenza è il primo da interpellare.
Poi è necessario, concordano gli interventi dei relatori, restituire l’autorità sul territorio agli abitanti, gli unici che possono permettere un recupero ambientale e sociale dell’entroterra, e tutelare realtà di gestione comunitaria come i beni comuni o frazionali.
Viene citato il caso di uno strumento attivo in Francia, una sorta di osservatorio sul paesaggio, observatoire citoyen du paysage, che concepisce la tutela dei singoli siti come una responsabilità da affidare alla cittadinanza.
Dall’altra parte, il pubblico interviene: a parlare è principalmente chi è tornato all’entroterra, per reimpostare la propria vita, costruire attività, recuperare una dimensione diversa e meno alienante di quella cittadina. Chi torna è pienamente consapevole del valore ideologico della propria scelta, e sa osservare: l'entroterra non viene considerato un luogo per godere della bellezza del paesaggio e della natura, ma il frutto di opere di secolare gestione delle montagne, dei corsi d’acqua, dei terrazzamenti. E sa riconoscere quanto poco efficaci e inadeguate siano le normative che rendono impossibile o laboriosissimo intraprendervi iniziative, o anche semplicemente viverci.
L’impressione che resta è che l’unico modo di salvaguardare l'entroterra della Liguria sia in qualche modo occuparsene, parlandone e portandolo al centro del dibattito politico. Per restituirlo pienamente a chi lo abita e vorrebbe abitarlo.
(Eleana Marullo)

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10 Marzo 2010

Politica - La Liguria turistica dove gli hotel chiudono

Dagli anni novanta è svaporato un tesoretto di oltre 2 milioni di notti rispetto ai 14 milioni attuali, eppure l'apporto del turismo al Pil della Liguria è l'8%, dietro Vallèe e Trentino. Tengono gli arrivi, si accorciano i soggiorni: conseguenza di prossimità la nota dolente, con il 70% dei flussi da Piemonte e Lombardia.
Gli stranieri si vedono a frotte solo nelle protette Cinque Terre, patrimonio Unesco.

E' tempo di programmi e verifiche elettorali e parola d'ordine è turismo “slow”, di qualità più che di quantità, non only beach, bensì una filiera per tutto l'anno di nautico, montano, sportivo, enogastronomico. Creati nuovi parchi, apprezzati dagli enti locali per gli appetitosi fondi europei, piste ciclabili lungo la ferrovia dismessa mentre porticcioli bipartisan fanno scempio di costa e spiagge. Tanto verde-mare con il successo degli agriturismi, oggi 600 contro i 45 di quindici anni fa e la ricettività alberghiera ridotta di un quarto. Per contrastare il trend la Regione, che fra il 2005 e il 2010 ha investito un centinaio di milioni di euro, ha varato una legge, definita “castrista” da alcuni operatori, tesa a tutelare il patrimonio alberghiero, che ne prevede mappatura, individuazione degli esercizi da dismettere e vincolo sugli altri, secondo piani per ora ampiamente disattesi dai comuni. Alcuni buoni interventi dunque e molte buone intenzioni, come al Comune di Genova, per cui il turismo è cavallo di battaglia. Intanto approva richieste di esclusione dal vincolo per cinque alberghi che, avendo meno di 50 posti-letto, ottengono modifiche di destinazione d'uso.
Peccato che uno degli hotel succitati sia a due passi dal Lido, corso Italia, una palazzina nel verde, con 16 camere, ovvero 32 posti-letto, che a vedersi dentro e fuori non pare impossibilitata a mantenere la presenza sul mercato: nel frattempo si propone il raddoppio della foresteria-ostello del Lido per la scarsa ricettività alberghiera in loco.
Peccato che altri due hotel siano situati a Nervi, dove da anni operatori e municipio invocano il rilancio turistico. Però è stato dato l'ok alle dismissioni del residence nei pressi di parco e mare, collegato ad una casa di riposo: un primo passo per smantellare o ampliare il tutto? Di così poco valore che si comunicano in delibera dati e foto errati. Alberghi a una stella, si dice, che incidono per meno del 10% sulla ricettività. Pazienza se a pochi metri dal mare. Nulla di male, non si è obbligati a fare gli albergatori, adeguarsi agli standard costa e perciò via alle residenze. Però dove la si immagina allocata la rete dei b&b da rafforzare, modello Cote d'Azur? Forse nello splendido entroterra da valorizzare, certo, ma qui la prima attrattiva resta il mare, dove piccoli hotel chiudono.
(Bianca Vergati)

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3 Dicembre 2009

Lettere - Perché dico no al traforo della Val Fontanabuona


Come sapete ho condiviso le battaglie contro l'inceneritore e contro la rapina dell'acqua privatizzata a danno della Val Fontanabuona, ma non riesco proprio a condividere la mobilitazione per il traforo e cerco di spiegare perché:
- anzitutto quando si interviene pesantemente in un contesto ambientale di pregio come quello della Valfontanabuona non ci sono solo vantaggi ma riconoscibili danni ambientali irreversibili. Perché non è stata fatta una seria valutazione di impatto ambientale? A partire dalle nuove garanzie per la sicurezza dei tunnel lunghi richiesti dalla normativa, dopo i disastri che sono capitati nel recente passato. Una analisi geologica con un serio progetto e relativi costi per collocare lo smarino escludendo con carotaggi la presenza di amianto etc.;

- le grandi infrastrutture ipotizzate nel Tigullio sono tra loro concorrenti come la superstrada Chiavari-Carasco per fare un solo esempio;
- quali le risorse disponibili? la Regione dispone di trenta milioni: circa un decimo dei costi presunti, mentre Anas e il governo per il momento nulla! E i privati sono disposti a rischiare per un tunnel a pedaggio dopo quello che è successo con il traforo Bargagli Ferriere?
- non basta un progetto di massima: occorre valutare percorsi alternativi e sopratutto parlare con le popolazioni colpite da un intervento che fracassa i loro terreni;
- una seria valutazione costi-benefici dovrebbe valutare non in astratto ma in concreto non solo i vantaggi occupazionali successivi all'intervento ma anche quali ricadute potrebbe avere spendere una cifra così rilevante, 300 milioni di euro - 600 miliardi nelle vecchie lire - in interventi a favore della piccola industria, dell'artigianato, della agricoltura, della difesa del territorio etc...;
- gli aspetti decisionali delle grandi opere sono rimessi a scelte autoritarie pubbliche e private; le comunità locali sono pedine di un gioco politico spregiudicato dei maggiori partiti;
- chi chiede che i grandi investitori finanziari non debbano fare i conti con le autonomie locali - fino ad ipotizzare il ritorno del podestà di memoria fascista - vogliono guardare ai loro interessi e non a quelli delle comunità locali sono gli stessi che hanno iper-costruito nel Tigullio edificando una città di 80.000 abitanti a Rapallo che rapina la risorsa acqua nelle piscine e nei campi golf della costa.
- E allora ?
(Rino Vaccaro)

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12 Novembre 2009

Cornigliano - Quando ogni cosa sembrava al suo posto

A partire da questo numero OLI pubblicherà alcune foto che Giorgio Bergami ha scattato a Cornigliano tra gli anni Cinquanta e Sessanta, immagini di profonda bellezza che ci restituiscono il quotidiano lavorativo e familiare di un quartiere, oggi irriconoscibile. Negli ultimi sessant’anni Cornigliano è stata disponibile al cambiamento a condizione che dietro ad ogni trasformazione ed al sacrificio che comportava ci fosse un progetto concreto per il bene comune.

Le immagini che vedrete rappresentano un mondo dove ogni cosa pare essere al suo posto, scandita con ritmi certi. Ed i protagonisti di questi scatti paiono aderire appieno a quanto li circonda. Quel mondo offre lavoro, casa e svago. Non c’è nei loro sguardi l’inquietudine che sorge in alcuni di noi nel vederli oggi, a distanza di anni. E il senso di estranietà diventa concreto quando, scomponendo pezzo dopo pezzo la storia di Cornigliano, si viene a contatto con quello che la maggioranza degli abitanti del quartiere aveva allora e che oggi non c’è più: la fiducia che quello fosse il miglior sviluppo possibile. Gli scatti del periodo più recente hanno spiegato alla città che non era vero. Che i panni stesi ad asciugare al sole venivano ritirati impregnati di polveri. Ed è questo il vantaggio che ha oggi il quartiere rispetto ai suoi protagonisti del passato, la consapevolezza che non bisogna affezionarsi a nessun modello e la volontà di cambiare. Le fotografie di Giorgio Bergami vogliono dare voce agli abitanti di Cornigliano di oggi e alla loro idea di quartiere.
(Giovanna Profumo)

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28 Ottobre 2009

Cemento - La Liguria del piano casa e delle case vuote

Il piano casa della regione Liguria ha superato il primo esame: il 26 Ottobre la Commissione ambiente e territorio ha approvato il testo che verrà discusso il 28 Ottobre in aula. Gli emendamenti della minoranza, che avevano causato un'esplosione di critiche (ampliamento fino al 75% per le cubature ridotte, estensione dei benefici alle piccole aziende, applicabilità del piano all'interno degli enti Parco) e che sono valsi a portare il piano casa della Regione Liguria sulle prime pagine dei quotidiani, sono stati ritirati. Verranno riproposti in consiglio.
Il Fatto quotidiano (20 ottobre) titola in proposito “Cemento sul deserto” accostando la corsa all'ampliamento prospettata dal piano casa regionale al record detenuto dalla Liguria: il maggior numero di case vuote.

Se infatti nell'ultimo decennio Biasotti-Burlando, recita l'articolo, sono state costruite decine di nuovi porticcioli turistici, portando i posti barca da 14mila a 30mila (un ormeggio ogni 47 abitanti) ed un piano casa particolarmente indulgente porterà, se approvato in via definitiva, ad un attacco alle aree di pregio paesistico, la Liguria vanta il record del maggior numero di case vuote in proporzione agli abitanti, e secondo le previsioni di spopolamento, dovrebbe perdere da qui a vent'anni almeno 200mila abitanti.
Il censimento del 2001, parla di circa 31mila edifici sfitti nella sola città di Genova, metà dei quali irrecuperabili. Che il dato sia di rilevanza sociale, più che semplicemente urbanistico, si evince da due articoli differenti che raccontano di come si abita a Genova. Su Repubblica-Lavoro(29/7/09), è illustrato il tentativo del Comune di rimettere a disposizione le case vuote, grazie all'opera di un'Agenzia sociale per la casa, nata col fine di garantire un anno di affitto ai proprietari intimoriti dalla possibile morosità degli inquilini. Un altro è la storia, recente, di una vedova abusiva da una vita (Il Secolo XIX 7/10/2009), che esclusa dalle liste per l'assegnazione delle case popolari, si sposta tra le (tante) case popolari sfitte del quartiere delle lavatrici a Prà, rimettendo in sesto l'appartamento e abitandovi fino a che non viene obbligata ad andarsene ed a cercare una nuova sistemazione.
Il panorama offerto dalle notizie è quantomeno incongruo. Da una parte il piano casa prospetta aumenti di cubature, incentivi a costruire, cantieri e crescita, dall'altra il tessuto sociale sfilacciato mostra impossibilità di pagare gli affitti, proprietari sfiduciati, case vuote e collasso demografico. Gli interessi economici e le esigenze sociali non hanno nulla in comune, tranne la direzione: a rapido passo verso lo scoppio della bolla immobiliare.
(Eleana Marullo)

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Lobbies - Cinghiali sequel

Altra domenica, altro tratto di Alta Via, stessa sequenza. All’inizio del sentiero il cartello che annuncia la battuta di caccia e invita a fare attenzione. Un po’ come se sui cartelli nei cantieri anziché “vietato l’ingresso ai non addetti ai lavori” ci fosse scritto “entri chi vuole, ma stia un po’ attento”. A seguire, le stesse bestie morte sul sentiero, questa volta due cinghiali adulti, e gli stessi cacciatori altamente visibili. Non è che si vada a caccia di cacce al cinghiale, è solo che piace andar per monti, con predilezione per i crinali.

I cacciatori che si incontrano per via sono in prevalenza anziani signori gentili, gente del posto. Non sono loro il problema. Il problema è chi detta le regole, e quindi Regione e Province. C’è un tratto di territorio che alla domenica viene condiviso da due popolazioni, di cui una , per brava e attenta che sia, pur essendo minoritaria costituisce un potenziale pericolo e un disagio per l’altra. L’incidente di domenica 18 di ottobre nei boschi dell’imperiese (anziano gravemente ferito da un compagno di caccia che ha sentito il rumore delle fronde e ha creduto di sparare a un cinghiale) ricorda che non si tratta di un rischio solo teorico. I cacciatori fanno un’opera utile, perché la presenza di cinghiali è eccessiva, procura danni e pericoli, e va regolamentata? Le istituzioni pubbliche che hanno responsabilità in materia devono regolare la questione in modo da rispettare i diritti di chi alla domenica vuole andar per monti, magari portandosi dietro cani e bambini, senza ansie, senza malinconie.
Chiediamo: perché la caccia al cinghiale non può essere esercitata nei giorni feriali (chi ama la caccia non avrà difficoltà a dedicarle qualche giorno di ferie), mettendo all’imbocco dei sentieri un nastro bianco e rosso che ne interdice l’accesso, e organizzando un sito in cui settimana per settimana siano indicate le aree di caccia? Qualcuno può rispondere?
(Paola Pierantoni)

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Lobbies - Il sequestro dei sentieri

Una splendida domenica di Ottobre sull’alta via dei monti liguri, cielo limpido, animo allegro e disteso. Ma ecco il cartello: sul sentiero è in atto una battuta di caccia al cinghiale. E allora? Che deve fare l’escursionista? Tornarsene indietro, o proseguire “stando attento”? Ma attento a che? L’animo si increspa in un lieve malumore, ma il sentiero non è dichiarato “inagibile”, e allora si prosegue. Dopo una mezz’oretta ci siamo: in corrispondenza di un passo ecco la “squadra”: una decina di cacciatori con splendenti giacche arancioni ad alta visibilità (Ahi! L’escursionista non ci ha pensato! Indossa pantaloni verde scuro ed una t-shirt nera; si rammarica, l’imprudente, ma che farci ormai?) sono distribuiti a lato del sentiero, ad una quindicina di metri l’uno dall’altro, coi fucili imbracciati.

Dal fondo valle si sentono i cani, stanno stanando gli animali, e gli armati li attendono al passo. L’increspatura dell’animo si accentua, la scena evoca spiacevoli immagini di rastrellamenti militari, e si affaccia una lieve inquietudine, subito ricacciata indietro, però: sono in tanti appunto per impedire che bestie ferite e spaventate possano finire sul sentiero. Ma ecco che, poco dopo, ai segnavia della F.I.E. si affiancano macchie di sangue fresco che si susseguono una dopo l’altra, marchiando il sentiero. L’animo si annuvola definitivamente. La vaga inquietudine si trasforma in più concreta preoccupazione: è passata da poco una bestia ferita e l’escursionista non ha nessuna voglia di vedersela con lei. Ma di un’altra cosa non trascurabile l’escursionista non ha alcun desiderio, e cioè doversi obbligatoriamente confrontare con la sofferenza e con la morte. Ormai gli gira nel cervello l’immagine di una bestia spaventata e sofferente, e questo – non può farci niente – gli provoca tristezza e pena. Dopo qualche centinaio di metri eccolo il cinghiale, morto, un piccolo cinghiale di pochi mesi. L’escursionista si compiace di vedere la bestia già morta e non agonizzante.

Più avanti, mentre attraversa una boscaglia, quattro cinque colpi di fucile molto forti e vicini lo spingono a “fare voci”, come direbbe Camilleri, per segnalare la sua natura umana e non ferina. Poi finalmente la zona della battuta termina, e l’ultima ora passa nel silenzio, inerpicandosi sul monte.

Al ritorno maschie voci entusiaste: la caccia è finita. Le bestie morte vengono trascinate a fondo valle. Si incrociano altri gitanti col cuore annuvolato, scambi di commenti e reciproca solidarietà.

Detto che i cinghiali sono troppi (le responsabilità?) e che occorre limitarne il numero (solo con la caccia?) il sequestro (legalizzato) dei sentieri alla domenica è un abuso. Se controllare il numero dei cinghiali è una necessità, allora è un “lavoro” da fare in giorno feriale, con tutte le norme di sicurezza, in primis interdicendo l’accesso ai sentieri: i cartelli che avvisano delle battute in corso sono di una ipocrisia irritante.
Domanda a Regione e Province: perché non provate a fare una “cosa di sinistra” dando ascolto al silenzioso ma numeroso, e variegato per sesso ed età, popolo dei camminatori, piuttosto che alla lobby dei cacciatori e dei commercianti di articoli di caccia?
(Paola Pierantoni)

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16 Luglio 2009

Cemento - Quel pugno in un occhio sul colle di Murta

225Chissà quante volte vi è capitato di percorrere a Bolzaneto la strada che corre parallela all'alveo del Polcevera, in fondovalle. Ecco, all'altezza della collina di Murta, alzate gli occhi e guardate cosa vi si para di fronte: non è un villaggio dei Lego catapultato sulle alture di Bolzaneto, è un (nuovo) quartiere residenziale venuto su rapido e rigoglioso come un fungo.
La prima cosa che uno si chiede riguardo alle nuove costruzioni è “ma cosa sono?”: grosse finestre con saracinesche, colori sgargianti, tetti da piramide azteca. E fin qua non è difficile trovare una risposta, basta fare due domande in giro oppure salire a vedere: sono villette, a quanto pare costruite secondo i dettami della bioedilizia.

Certo, i gusti sono gusti e se a me piace una casa a pois birulò, fatta a forma di tostapane oppure a cubo rosso verde e giallo con muraglie di prato artificiale, che problema c'è?
Il problema c'è, eccome: non si può evitare la seconda domanda: come hanno fatto a costruire in un modo così scriteriato su quella collina? Murta è un piccolo centro rurale, ricco di insediamenti storici di grande valore culturale e architettonico. Nel Piano Territoriale di Coordinamento Paesistico (strumento regionale di pianificazione) del 1995 infatti la collina di Murta è classificata, dal punto di vista insediativo, come una piccola isola ID-MA in una grande area ID MO. Decifrato per i comuni mortali: un'isola felice da preservare in un tessuto urbano eterogeneo e disorganizzato.
Per essere più precisi, la sigla ID MA indica “una definita caratterizzazione ed un corretto inserimento paesistico, tale da consentire un giudizio positivo sulla situazione....L'obiettivo della disciplina è quello di mantenere sostanzialmente immutati i caratteri complessivi dell'insediamento, in quanto vi si riconosce l'espressione di un linguaggio coerente e un equilibrato rapporto col contesto ambientale. Sono pertanto consentiti esclusivamente interventi di limitata modificazione delle preesistenze ed eventualmente di contenuta integrazione dell'insediamento purché nel rispetto di caratteri peculiari della zona e dei suoi rapporti con l'ambito paesistico”.
Quanto sia stato rispettato - o violato - l'ambito paesistico, lo si può giudicare coi propri occhi. Le villette sono state costruite tra marzo 2006 ed ottobre 2008, e la stampa locale (consultata sull'intervallo di tempo dei due anni) non ha menzionato il fatto in alcun caso. Gli unici riferimenti si trovano in rete, grazie ad un blog sulla Valpolcevera che ha documentato passo dopo passo, con commenti sconsolati e fotografie, l'avanzamento del bio-ecomostro ( http://polcevera.blogspot.com/search?q=murta ), e continua a registrare nuovi cantieri ed edifici misteriosamente apparsi. In una città con la crescita demografica a zero, commenta l'autrice del blog “molte case sono sfitte e disabitate anche a Murta, mi chiedo se sia proprio necessario costruire così!”.
La domanda rimane senza risposta, così come quella generata dalla disturbante vista delle villette: che fine ha fatto la tutela del contesto paesistico sulla collina di Murta?
(Eleana Marullo)

Posted by Eleana at 11:09 | Comments (2)

13 Maggio 2009

Cemento - Il mare si allontana

Con l'approvazione della Variante in Giunta comunale, il progetto del Lido avanza spedito. Nessun ripensamento, neanche un pochino. Non si capisce come sia possibile che un atto amministrativo del Comune deroghi alla Legge Galasso e alla disposizione degli articoli 822/823 sul demanio indisponibile del Codice Civile, visto che lo stabilimento occupa 12.000 mq e il progetto è esteso su 40.000 mq. di pubblico.

Neppure si capisce quanto del capitale necessario all'opera, circa 90 milioni, sia davvero cash, visto che le case sul mare per dichiarazione dei proponenti servono a finanziare il Centro Velico e che poi "si rientrerà nel giro di tre anni". E non si capisce quali oneri di urbanizzazione vadano a vantaggio del quartiere e della città. E ancora come si possa perdere la visione anche di servizio sociale che il più grande stabilimento balneare della città ha, in un momento di crisi. Niente più mare in città per anziani e famiglie con bambini della borghesia - il Lido non è più da tempo solo il mare dei ricchi. Eppure gli art. 822\823 Codice Civile nel definire il "patrimonio inalienabile dello Stato", indicano alle prime due voci - il lido del mare - le spiagge, e per l'attività amministrativa connessa prevedono strumenti solo per atti di difesa e tutela di tale proprietà. Sarà bene ricordare come il particolarissimo status concesso durante il fascismo al Lido di Albaro – demanio donato in proprietà – era esplicitamente spiegato col valore "sociale" dell'opera. E cosa dire dei ben noti vincoli della Legge Galasso sui 300 metri dal litorale, legge generale dello Stato, che una delibera comunale, come atto amministrativo derivato, non potrebbe prevaricare? Senza incrociare il Tar, si capisce. Ecco, tutto questo per riqualificare una porzione di corso Italia, senza presentare un'ipotesi di visione complessiva del litorale, di accessi e spiagge libere da attrezzare: 3 accessi liberi in tutto, contando anche gli scogli, dice l'assessore.
(Bianca Vergati)

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29 Aprile 2009

Scuola - Quando la bellezza non è (più) una priorità

C'era una volta una casina diroccata, confinante con i tetti di una scuola elementare e materna vicino al mare. Gli scolari la guardavano dal loro terrazzo al piano, incuriositi. Ci imbastivano sopra delle storie. La chiamavano la " casa dei fantasmi e delle guardie” perchè nella parte di edificio ancora in piedi ci stavano i vigili. Poi, dopo una estate, tornarono a scuola: transenne e muratori sul tetto: la casa era stata venduta. E il pezzo di tetto, pur continuando a fare da tetto all'asilo, si trasformò in uno splendido giardino, circondato da impenetrabili siepi.

E ancora oggi, su quel tetto che copre la scuola elementare puoi vedere un prato e un terrazzo spazioso con bimbini che pedalano beati sui loro tricicli, tra scivoli e casette rifugio. Non sono gli alunni della scuola ma i frugoli abitanti l’antica casina. Gli scolari sono al piano di sotto ad imparare a leggere e a scrivere.
Messaggio a chi cede tetti di scuole: i giardini sui tetti mica sempre buttano bene e poi si diceva che su quegli spazi di sopra non ci fosse diritto di calpestio. Per non dire della collocazione di pesi. Invece ci sono panchine, tavoli e sedie, fioriere di coccio, lastricato di pietre; in lontananza anche una palma maestosa...
Domanda - d'attualità in questi giorni terribili - E la sicurezza di chi ci sta sotto? I luoghi in cui custodiamo i nostri ragazzi, i nostri bambini, spesso sono così: la scuola in questione, è sì a due passi dal mare, ma si affaccia su una delle strade più inquinate in città. Per gli spazi scolastici stato e istituzioni locali per anni hanno tirato a campare, affittando qua è là. Da quanto tempo la scuola non è più una priorità? Solo di recente, e per le ragioni drammatiche che sappiamo, si è tornato a parlarne.
E che dire delle scuole "scomparse", ree di occupare posti di pregio?
Lo storico asilo comunale in via dei Maristi, sfrattato insieme alla scuola elementare, ora è una splendida palazzina dal giardino incantevole. Stessa fine per la materna dell'Opera Pia e per la scuola elementare Don Milani: i pensionati rendono. Accorpamenti a gogò e non soltanto per questione di costi. Il liceo King spezzettato su tre sedi per mancanza di aule.
Vuoto il Nautico in Piazza Palermo, tra progetti di silos, intanto pare ci andrà il Municipio. Giusto liberare spazi appetibili: con la mazzata dell'Ici, il Comune fa quello che può.
L'antica sede del Conservatorio, villa Raggio in via Pisa, immersa nel parco: che bel posto sarebbe stato per farci un polo scolastico. Dopo il liceo Musicale arrivarono diverse strutture pubbliche, ora è stata sgombrata, rientrando nella vendita in blocco dei gioielli di proprietà della Sanità Regionale. Interpellato il Tar, a cui gli eredi hanno fatto ricorso: la donazione vincolava a scopi sociali. E tanti ancora rimpiangono il campus universitario, immaginato nell'ex ospedale di Quarto. Troppo lusso ragazzi, tornate con i piedi per terra.
(Bianca Vergati)

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25 Marzo 2009

Alta velocità - L’acqua perduta da Conrad a Rumiz

“La cascata non esisteva più. Le felci, ch’erano cresciute rigogliose sotto i suoi spruzzi, erano morte intorno al bacino disseccato, e l’alto burrone era solo una grande trincea, riempita a metà dai rifiuti degli scavi e dalle scorie. Il torrente, arginato a monte, mandava la sua acqua a valle in canali fatti di tronchi cavi, fissati su trespoli di legno, fino alle turbine che azionavano i magli sullo spiazzo inferiore – la mesa grande della montagna di San Tomé. Il ricordo della cascata, con la sua sorprendente vegetazione di felci, simile a un giardino pensile sopra le rocce della gola, rimaneva solo nell’acquarello della signora Gould…”
Il linguaggio di Conrad che in Nostromo prende la cascata perduta a simbolo della vita sacrificata allo sfruttamento della terra, è quello della letteratura. Quello di Paolo Rumiz su Repubblica del 22 marzo è il linguaggio del giornalismo, ma la lettura del suo articolo che parla degli scavi dell’Alta velocità nel Mugello è capace di colpire al cuore. Non a caso Andrea Agostini presidente Circolo Nuova Ecologia Legambiente di Genova lo sta largamente diffondendo nella sua rete. Lo segnaliamo anche noi (http://www.repubblica.it/2009/03/sezioni/ambiente/tav-torrenti/tav-torrenti/tav-torrenti.html): è un grido di dolore e di indignazione contro il massacro che interessi, speculazioni, indifferenza, ignoranza e miopia stanno compiendo, e sempre più compiranno, del nostro ambiente e della nostra vita.
(Paola Pierantoni)

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Urbanistica - Una chicca di ottimismo

Ricordate il progetto di via Puggia in Albaro? Grandi palazzine e tanti box in una zona verde, un insediamento forte ed impattante, che il Municipio tutto all'unanimità bocciò più volte. Che un gruppo di cittadini respinse al mittente grazie al Tar. Il ricorso procedette a ridimensionare: non più un trasferimento di volumi pari a quanto "tirato giù altrove", ma la metà. Una sentenza che fece scalpore perchè retroattiva rispetto a quando fu presentato il progetto. Nel frattempo infatti si era stabilito che il coefficiente di edificabilità nei famigerati trasferimenti fosse 0,5 contro 1.
E qui sta la bella notizia: i costruttori si sono impegnati a ripristinare uno dei più bei parchi di Albaro, Villa Gambaro, che giace in miserevole abbandono, non soltanto per incuria ma anche per colpa di habitueès irrispettosi, in primis i "papà di Fuffi, Marilyn e Ossi”. Si faranno vialetti nuovi, ringhiere, un nuovo accesso per il quartiere di S.Martino: anche gli abitanti di qui potranno godere del giardino, nato come Parco della Rimembranza negli anni '20.
Sensibili migliorie ottenute dai recuperi di una ex lavanderia e di capannoni industriali in via della Cella e via Geminiano a Bolzaneto, anche realizzando parcheggi peraltro necessari, ma con notevole recupero di spazio pubblico riqualificato.
Bene, aspettiamo il tutto, ma già siamo contenti, anche a Levante si vedranno i benefici degli intenti sociali che il legislatore aveva in mente con il trasferimento dei volumi nell'urbanistica.
(Bianca Vergati)

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4 Marzo 2009

Boccadasse - Confronto pubblico sempre più difficile

- Ridateci i bus -, questo il coro che ad un certo punto risuona nell'Auditorium del Conservatorio Paganini, il giorno della presentazione del progetto dell'Autorimessa di Boccadasse, lunedì 2 marzo alla presenza del sindaco MartaVincenzi. Parole imbarazzanti anche per un architetto scafato come Botta, abituato a discutere da Baden a Shangai: vacilla un po' l'archistar e si dice pronto a rivedere i suoi disegni, senza alterarne la cifra s'intende, ma disponibile alla discussione per migliorare il suo lavoro. L'Assemblea si scioglie; lampi della stampa, riprese, interviste, prima e dopo il dibattito. Ed è un peccato, si è persa un'occasione per discutere l'idea di città che la Sindaco vorrebbe con il suo Urban Lab, lei che sottolinea nell'introduzione come l'area dismessa sia un' eredità, ma comunque un'opportunità per rivedere concezioni che altrove già si fanno strada: non più un'estensione dell'abitato con alti costi sociali, dalle reti fognarie alle strade, ai servizi. Un ritorno all'interno invece, un recupero del costruito, già attrezzato. Così come l'idea della "corte" aperta dello scapigliato Botta, per spiegare il verde dentro e non fuori dell'edificato, da percorrere in tutti i suoi spazi, attraversandolo per farne un centro vissuto, uno stare insieme.

Il comitato che tante firme ha raccolto è un po' spiazzato, a denti stretti, partiva dall'idea che i volumi non fossero in discussione, ma l'impatto delle altezze, del verde, della sostenibilità, il tipo di costruzione fossero temi da dibattere. Con la presentazione però di più progetti ed invece se n'è visto presentare uno solo. Parte del pubblico contesta, non vorrebbe nulla, non accetta il nuovo, il moderno, al più edifici che ricordino lo stile ligure. Fa inorridire la proposta di porticati, come se in tante parti d'Italia i portici non siano sempre stati solo mero riparo dal freddo, ma pure luoghi d'aggregazione, d'incontro. Oggi non più. Suscitano paura, esprimono, a torto o a ragione, l'incertezza, il senso d'insicurezza che questo tempo, la politica, la crisi, i media hanno contribuito ad alimentare. Bar, ristoranti, negozi nella corte? Solo fastidio e rumore, forse non si riuscirà a sentire la tv con le finestre aperte. Gioventù che chiacchiera, vociare di ragazzi: non val la pena chiedere di abbassare la voce a drogati, perdigiorno, che occupano i parcheggi di chi abita il quartiere, si sente borbottare.
Ci s'infiamma per le altezze, il vero unico tema essenziale, la vivibilità, l'impatto del traffico, la sosta, si perde però il dialogo sull'architettura. Fra interventi confusi, viscerali, una voce dissonante rispetto ai ragionamenti di Botta, quella di uno studente: - Ma perché l'idea della corte, che altrove è sempre stata un luogo chiuso, perchè andare da una parte all'altra dell'abitato? E perchè soprattutto non si è fatto un concorso per portare nuove idee? Tutto sembra così imposto dall'alto…
Occasione persa per tutti. Per chi non ha apprezzato la buona volontà dell'Amministrazione, vincolata a rispettare l'acquisto di un privato di un'area pubblica e che vorrebbe proporre un progetto innovativo. Che propone un iter partecipato per venire incontro ai residenti; punto di partenza per un percorso di condivisione. E’ positivo e un ringraziamento alla Sindaco è doveroso. Peccato arrivarci con un solo progetto e l'archistar nel taschino!
(Bianca Vergati)

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25 Febbraio 2009

Gronda - Débat public ou débâcle publique?

“Rivolta per la gronda. Voltri scende in piazza”, “Gronda, il no della Valpolcevera. Tensione a Rivarolo”, “Gronda, abitanti sulle barricate. Proteste anche a Sampierdarena”. Sono alcuni titoli dei giornali locali che riportano il clima incandescente della prima fase del dibattito pubblico sulla gronda dedicato alla presentazione del progetto, arrivato alla quinta puntata (la sesta e ultima avrà luogo il prossimo giovedì 26 a Bolzaneto). Registrano solo il clima dei vari incontri di presentazione del progetto. Semplicemente rovente, animi esasperati. Lo descrive molto bene Diego Curcio sul Corriere Mercantile: “netta contrarietà degli abitanti a questo tipo di infrastruttura” a ognuno dei cinque tracciati proposti, perché la soluzione è quella “di una mobilità sostenibile che sposti le merci e le persone sul ferro invece che sulla gomma”. Secondo il cronista “il Débat public, come è stato condotto finora, ha ottenuto come unico risultato quello di tracciare un solco ancora più profondo fra istituzioni e cittadini, allargando notevolmente l’area di dissenso”. A confermare il distacco è stato il modo con cui a Sampierdarena è stato minacciosamente accolto l’intervento dell’assessore alla Cultura del Comune Andrea Ranieri che ha ribadito la contrarietà del Comune alla “opzione zero”: “Ci rivediamo alle elezioni” (Coriere Mercantile, 22 febbraio). Più che un débat sembra una débâcle publique.

La questione ”opzione zero” è radicale. Ha accompagnato il dibattito fin dall’inizio, ma viene da lontano, da quando si è cominciato a parlare della gronda di ponente (allora si chiamava bretella autostradale). Luigi Bobbio, l’ineccepibile presidente della Commissione per il dibattito pubblico, ha confermato che in Francia, il paese che guardiamo come modello nei dibattiti pubblici, dopo molti anni di esperienza, si è stabilito per legge “che il dibattito pubblico avrebbe dovuto avere per oggetto non solo le caratteristiche del progetto, ma anche la sua opportunità”
In altre parole, il dibattito pubblico si sarebbe dovuto fare nella fase d’ideazione del progetto. Una ventina di anni fa perché ognuno, cittadini e amministratori, ha ormai le idee ben radicate. Può forse ancora arricchirsi raccogliendo idee, osservazioni, proposte (vedi “I quaderni degli attori”, raccolte sul sito dell’Urban Center, ma la sostanza non cambia e nessuno parla più di democrazia partecipativa. Il débat public appare invece come un mezzo per legittimare scelte già fatte. Ma chi ha avuto la buona idea?
(Oscar Itzcovich)

Dal 7 marzo al 18 aprile il dibattito entra nella fase degli approfondimenti tematici (cinque incontri): i diversi scenari del traffico e della mobilità, le cinque alternative di tracciato, la gestione dei cantieri e lo smaltimento dei materiali di scavo, l’impatto sull’ambiente, sulle abitazioni e sulle aree industriali, l’integrazione con altri progetti riguardanti il territorio. Incontro conclusivo il 29 aprile.

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PD - Se i proprietari si facessero vivi

La domanda si presenta inaspettata, dopo una giornata qualsiasi che non ha niente a che vedere con quelle passate di Veltroni o Franceschini. E se vogliamo di D’Alema o Bersani. Si tratta di un quesito birichino e inadeguato che gli umani – vedi elettori – normalmente non si pongono perché cosa gli appartiene, infine, di questa società?
Il gioco delle parti suggerisce ruoli precisi nei quali si è partito solo in piazza o in campagna elettorale. Come si trattasse di una chiamata alle armi, nella quale chi può sceglie il proprio esercito, sentendosi - anche in minima parte - fattore determinate. Poi, a fine giochi, tutti a casa.

Sistematicamente è accaduto, negli ultimi anni, che quel tutti a casa ha generato nelle anime del centro sinistra uno stato di resa profondo. Senso di sconfitta davanti all’ineluttabile. Per trasformarsi poi in giudizio implacabile di una classe dirigente incapace di riconosce e battersi per questioni elementari, soggiogata dal confronto con una destra scaltra a trovare il peggio degli italiani, mutandolo in valore.
Di chi è il Pd? E’ la domanda che potrebbero porsi tutti coloro che oggi non hanno rappresentanza e che vedono spegnersi quel che resta del meglio dell’Italia. Insieme ai tristi dalla politica e a coloro che con alla sconfitta di Soru hanno visto la sconfitta di un loro ideale.
Immaginare questo esercito di delusi è facile anche per i più pragmatici. La capacità di rivolgersi anche a loro e di accogliere quelle voci spente è l’obbiettivo che si dovrebbe porre chi nel Pd occupa posti di rilievo a livello locale e nazionale. Come se le due parti, infine, trovassero un luogo dove incontrarsi. Come se il Pd - lungi dal diventare inferno per le differenti anime del centro sinistra - diventasse campo base per una partenza.
Circola voce – purtroppo – che non ci sia nulla da fare. Che il partito sia morto. O che sia abitato da molta gente cattiva, intenta solo a far i propri interessi, lontana da quell’attenzione per la collettività che dovrebbe animare chi della politica fa la propria mission quotidiana. Pare che questa sia infine la ragione per cui molti, dal partito, stanno alla larga.
E’ certo che anche i più volenterosi si siano sentiti affranti dal mondo in cui i temi più scottanti sono stati affrontanti o dimenticati dal Pd. Costernati al punto che il partito non è più cosa loro, ma fa parte delle fatalità che chiunque incontra sul suo cammino.
Di chi è il Pd? Non è un programma. E nemmeno manifesto. E’ solo un faticoso spunto di riflessione dal quale, almeno, si potrebbe osare.
(Giovanna Profumo)

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11 Febbraio 2009

Stoppani - Picconate sul mostro, siluramento del commissario

Repubblica dell’uno e tre febbraio 2009 (“Stoppani, blitz del governo: il commissario deve lasciare”). Il commissario è, anzi era, l’avvocato Viglione scelto dal governo Prodi per guidare la bonifica della ex Stoppani dopo che al giallo del cromo e derivati che hanno impestato e impesteranno per decenni un’area di almeno 250 mila metri quadri si stava pericolosamente aggiungendo il nero del malaffare, della truffa allo stato, delle discariche abusive e quanto oggi si semplifica con la parola Gomorra.

Perché mandare a casa Viglione? Perché il suo incarico è scaduto e, anche se a dicembre (Repubblica 2 dicembre “Stoppani picconate sul mostro”) tutti i partiti, compreso l’ex assessore regionale all’ambiente di Forza Italia oggi deputato PdL, avevano avuto per lui solo elogi, si preferisce sostituirlo. Con chi? Vedremo. Temporaneamente l’incarico passa al prefetto in modo da oscurare il probabile cambio di rotta.
Perché così importante il commissario alla ex Stoppani? Per la salute, l’inquinamento…?
Se rispondete “per soldi”, non sbagliate. Per cominciare i 30 milioni di euro stanziati per bonificare l’area, di cui 18 ancora da spendere. A questi se ne aggiungeranno altri – si dice 900 - ma non è tutto. La torta più grossa è quella che verrà dopo, quando si deciderà cosa fare dell’area. Siccome in Liguria gli affari sono affari immobiliari è certo che la guerra per accaparrarsi l’area sia cominciata da tempo.
I primi a muoversi in questa direzione sono stati gli storici proprietari avvelenatori dell’area: la Stoppani spa che trasformata nel 1992 in Immobiliare (potenza dei nomi!) Val Lerone, assumeva l’impegno di bonificare durante il decennio successivo l’area che aveva scempiato nei quasi 100 anni precedenti. Invece passano 14 anni (sì!14) a far niente fino al 2 novembre 2006 quando il Corriere mercantile annuncia “Ex Stoppani, arriva il compratore”. A rilevare la spa” è l’immobiliare Feal controllata al 100% da Ecoge, azienda di Rivarolo guidata da Gino Mamone, specializzata in demolizioni e bonifiche. Tutti contenti in Regione; anche il sindacato esprime il suo apprezzamento.
Peccato che a rompere le uova nel paniere arrivino proprio a novembre notizie imbarazzanti: il compratore della Stoppani Val Lerone, l’accreditatissima EcoGe di Mamone, società plurinquisita per reati ambientali, discariche abusive e simili.
Bisognava metterci una pezza. Ci voleva un commissario, uno come Viglione. Il seguito nelle sue parole (Repubblica 3 febbraio 2009 “Stoppani silurato il commissario”) “Due anni fa, quando arrivai decisi con tre ordinanze di procedere alla sostituzione della Immobiliare Val Lerone la società che non aveva ottemperato agli interventi di bonifica richiesti dal ministro dell’Ambiente e che aveva firmato un concordato preventivo con la società EcoGe per un futuro utilizzo dell’area. Ordinanze che vennero impugnate dall’EcoGE attraverso un legale del calibro dell’ex sindaco Pericu ma che trovarono conferma dal TAR e dal Consiglio di stato”.
Il rischio che oggi incombe, ha detto Viglione, è la speculazione immobiliare, “un’altra ferita al territorio e ai suoi abitanti” che infatti la giudicano insopportabile (www.nostop.info; e-mail: info@nostop.info)
(Manlio Calegari)

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Nucleare - Chi ne parla e chi no

Il film neozelandese "The Nuclear Comeback" (53 minuti, 2008) ha vinto il Concorso documentari internazionali dell'undicesima edizione di Cinemambiente (Torino, 16-21 ottobre 2008). Il regista, Justin Pemberton, che ha girato molti paesi per raccogliere documenti e testimonianze, spiega: “Negli ultimi anni mi sono accorto che le società che producono energia, i politici, gli scienziati e gli ambientalisti hanno unito le loro voci per dirci che il mondo deve tornare al nucleare”.

Nel film si succedono luoghi e interviste che illustrano il processo di produzione di energia da nucleare e lo stato attuale del problema. Così sfilano la miniere di uranio Ranger in Australia (la maggiore miniera a cielo aperto del mondo); il reattore in attività di Torness (Scozia); quello in smantellamento di Calder Hall (Sellafield, GB); gli interni di Cernobyl tenuto dai tecnici permanentemente sotto controllo e la vicina città abbandonata di Pripyat (Ucraina) che, prima del disastro contava con quasi 50 mila abitanti; il deposito di scorie a bassa e media attività di radiazione di Forsmark (Svezia) fatto da gallerie costruite a 80 metri sotto il livello del mar Baltico, a circa un chilometro dalla costa; gli attuali scavi per depositare scorie ad alta attività nei dintorni di Uppsala (Svezia).
E mentre le immagini scorrono svelando con rara efficacia lo sconosciuto mondo dell’energia nucleare, si ascoltano descrizioni e opinioni di esperti favorevoli e contrari al nucleare (tra i primi, ci sono anche ambientalisti perché “sarebbe l’unica fonte di energia pulita”).
Le dichiarazioni di un ingegnere nucleare svedese, favorevole al nucleare, ma non incondizionatamente, fanno riflettere: anche gli incidenti più terribili, la stessa guerra, quando accadono, sono nel passato; quelli dell'energia nucleare, no.
Terrorismo, proliferazione nucleare, contaminazione, smaltimento dei rifiuti, sono esaminati dai diversi punti di vista e il film diventa una preziosa fonte di informazione e di documentazione. Il film ha girato poco. Oltre che a Torino, si è visto a Torre Pellice, Collegno, Cremona, Perugia. Non molto per un film importante, che tutti, specialmente nelle scuole e nell’università, dovrebbero vedere. Del possibile ritorno al nucleare oggi si discute molto in molti paesi tranne che in Italia, dove lo si vuole imporre in modo accelerato e prepotente. A favorire questo disegno è la quasi totale mancanza di dibattito. Anche a Genova, che si candida a capitale del nucleare.
(Oscar Itzcovich)

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28 Gennaio 2009

Ilva Nord - La salute va in prescrizione

Il 19 gennaio la Corte di Appello del Tribunale di Genova, presieduta dal dott. Odero, ha emesso la sentenza di secondo grado nei confronti di Emilio Riva e dei figli Claudio e Fabio Arturo, che in primo grado erano stati condannati per inquinamento ambientale a 1 anno e quattro mesi.
Il procedimento penale ha avuto origine da un esposto contro il Gruppo Riva presentato nel 2001 dall’Associazione Per Cornigliano con più di mille firme di cittadini. In seguito l’Associazione è stata ammessa come parte civile nel processo di primo e di secondo grado, in quanto “rappresentativa della tutela degli interessi degli abitanti”, in considerazione del suo ruolo storico, da molti anni in prima linea per il risanamento del quartiere.

Sulla base dell’esposto, un nutrito gruppo di cittadini di Cornigliano e la sottoscritta in qualità di presidente dell’Associazione siamo stati chiamati a testimoniare al processo di primo grado nel 2004.
Nel corso delle udienze del processo si sono succedute, oltre alle nostre, le testimonianze di medici, tecnici, esperti ambientali, che hanno esposto le indagini svolte nel corso di decenni di inquinamento industriale e i relativi terribili risultati. Su tutte, le indagini epidemiologiche compiute dall’IST sulla popolazione di Cornigliano: negli anni di attività degli impianti siderurgici a Cornigliano la mortalità è risultata aumentata del 23 per cento tra gli uomini e del 55 per cento per le donne rispetto ad altre zone di Genova…
Quale conseguenza diretta delle nostre testimonianze, il giudice aveva esteso il reato di inquinamento ambientale, comprendendo l’attività dell’altoforno (ancora in funzione) oltre a quella della cokeria.
Si inserisce qui, come una beffa, il “vizio di procedura” in base al quale la sentenza di appello del 19 gennaio scorso ha di fatto annullato il processo: l’ampliamento del capo d’imputazione non doveva essere fatto in udienza comunicandolo agli imputati, ma gli atti del processo avrebbero dovuto tornare in Procura per dare luogo ad un nuovo procedimento. Pertanto gli atti saranno
nuovamente trasmessi al Procuratore, per dare inizio ad un nuovo procedimento penale, che fatalmente incorrerà nella prescrizione ad inizio 2010.
Questa in breve la storia di un processo, durato sei anni, che ha visto l’impegno continuo e determinato dei cittadini, giovani e anziani, disposti con la massima dignità non solo a sottoscrivere denunce, ma a portare in tribunale sotto giuramento la testimonianza di una convivenza quotidiana con fumi, polveri, odori sgradevoli, malattie. In quelle aule c'è stato chi ha parlato di malattie respiratorie, di asma bronchiale e di tumore ai polmoni e chi per questo ha pianto in pubblico: in tribunale è sfilata in tutta la sua concretezza la tragedia di Cornigliano, un’intera popolazione asservita ai profitti di un imprenditore.
Non c’è bisogno di molte altre parole: parla la storia che ho raccontato.
Aggiungo solo che parteciperemo al nuovo processo, perchè i cittadini di Cornigliano aspettano ancora una sentenza che renda giustizia e dignità alle proprie famiglie.
(Cristina Pozzi, Presidente dell’Associazione “Per Cornigliano”)

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Ilva Sud - Avvelenamento da diossina, a Taranto depositata la perizia

Taranto - Vertice in Procura sul caso-diossina. Il procuratore capo Franco Sebastio, gli altri magistrati che si occupano dell’inchiesta e il pool di consulenti hanno fatto il punto delle indagini sulla presenza di diossina e pcb (policlorobifenili) negli organi, nei tessuti e nel latte prodotto da pecore e capre lasciate al libero pascolo in un'area adiacente la zona industriale del capoluogo. Animali allevati in otto aziende zootecniche, tutte sottoposte a vincolo sanitario. Gli accertamenti mirano a verificare anche se la diossina trovata nelle pecore è la stessa che fuoriesce da camini dell’Ilva.

L’11 dicembre scorso, su ordine della Regione Puglia, sono state abbattute nel macello di Conversano 1.122 pecore alla diossina. C'erano valori esageratamente alti, anche di 40 volte al di là dei limiti fissati dal regolamento europeo. E’ quanto è stato riscontrato soprattutto nei capi più anziani in alcuni dei quali i valori sono stati di 120/130 pg/g grasso (picogrammi per grammo di grasso). La norma europea definisce, infatti, i tenori massimi di 3,0 pg/g grasso nei ruminanti (bovini, ovini) e 1,0 pg/g grasso nelle carni suine nel caso di diossine e furani. Un fascicolo d’inchiesta fu a carico di ignoti con l’ipotesi di reato di disastro colposo, in relazione ai potenziali danni che diossina e pcb possono provocare all’organismo umano se ingerite in quantità eccessive.
Le analisi dell’Istituto Zooprofilattico di Teramo avevano consentito di riscontrare una concentrazione di diossina e pcb nel campione di latte. Alcuni accertamenti disposti nei confronti di altre aziende di Crispiano e Massafra dettero invece esito negativo. Il latte prodotto nelle aziende poste sotto vincolo sanitario non era destinato al commercio, ma serviva all'alimentazione dello stesso bestiame allevato. Il vertice è servito ad esaminare una serie di questioni e stabilire dei percorsi operativi. Gli investigatori hanno effettuato una mappatura completa delle aree a ridosso dello stabilimento siderurgico dove alcuni allevatori hanno portato le pecore a pascolare. I campioni di latte prelevati sono stati analizzati anche dal Consorzio interuniversitario Inca di Lecce e dall’Istituto Zooprofilattico di Foggia. Le indagini prevedono anche analisi sulle carni.
Dopo l’abbattimento delle pecore alla diossina resta il quesito di quale sbocco lavorativo dare ad aziende zootecniche che insistono su un terreno inquinato e sul quale non sarà semplice o di breve durata qualsiasi intervento di bonifica, peraltro, senza rimozione delle cause stesse dell’inquinamento ambientale. Peraltro, l’area di monitoraggio su diossine e pcb potrebbe allargarsi. I controlli sono stati estesi a terreni distanti anche 20 chilometri dagli impianti industriali per verificare se altri capi di bestiame contaminati.
(Fonte: "Gazzetta del Mezzogiorno", 24/1/2009)

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21 Gennaio 2009

Comunicato stampa della Associazione per Cornigliano

Oggi, 19 gennaio 2009, la Corte di Appello del Tribunale di Genova, presieduta dal dott. Odero, ha emesso la sentenza di secondo grado nei confronti di Emilio Riva e dei figli Claudio e Fabio Arturo per inquinamento ambientale.
Il processo di primo grado, iniziato nel 2004, si era concluso nell’ottobre 2006 con la condanna dei suddetti imputati a 1 anno e quattro mesi.
Con la sentenza di oggi, in merito all’inquinamento causato dall’altoforno che era oggetto del nostro intervento, i giudici della Corte d’Appello hanno ritenuto, a causa di un vizio di procedura (ossia di un semplice cavillo legale), di “trasmettere gli atti al Procuratore della Repubblica di Genova”: di ripartire quindi daccapo con un altro procedimento penale, che tuttavia, come si sa, incontrerà la prescrizione ad inizio 2010.

Che dire di tutto questo? La prima reazione spontanea è la constatazione che noi dell’Associazione Per Cornigliano, per difendere il diritto alla salute dei cittadini in quegli anni bui di feroce inquinamento, ci siamo rivolti alla Magistratura perché la politica da decenni si mostrava impotente e non assolveva al proprio ruolo di tutela della cittadinanza.
Confidavamo di essere tutelati dalla Magistratura, che oggi, dopo sei anni di processo e fatiche immani da parte di noi cittadini nel porci contro un colosso quale il Gruppo Riva, decide di trasmettere nuovamente gli atti al Procuratore…
Resta tuttavia l’orgoglio dell’azione “titanica” che abbiamo portato avanti, grazie al valido aiuto dei nostri Avvocati, Stefano Savi e Roberto Damonte, che ringraziamo per la professionalità e la dedizione dimostrate in una causa dal forte significato morale.
Siamo anche soddisfatti dei nostri successi: l’essere stati riconosciuti come parte civile e come Associazione che tutela gli interessi degli abitanti; il fatto che, comunque, Emilio Riva e figli sono stati condannati in primo grado; il fatto che non sono stati assolti in secondo grado, ma dichiarati oggetto di ulteriori indagini.
L’attività della nostra Associazione prosegue come sempre: continueremo a sopperire alla noncuranza con cui da sempre vengono trattati i cittadini di Cornigliano, tutelandoli con ogni mezzo avremo a disposizione, sia di carattere civile, penale, politico o “mediatico”.
(Il Presidente Cristina Pozzi)

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14 Gennaio 2009

Taranto - “Il bello e il brutto” … e il cattivo

Taranto, 11 novembre 2008. La foto qui accanto, “Il cancro della mia città”, è la vincitrice di una delle due sezioni del concorso fotografico “Il Bello e il Brutto”. Eleonora Borsci, l’autrice, così la presenta: “Domenica 3 agosto 2008, verso le 19.30, un'immensa nube di fumo nero si è riversata nel cielo tarantino dall'Ilva. Complice la mancanza totale di vento, il fumo nero come la pece si è ben distribuito su tutta la città, dall'isola della città vecchia fino a S. Vito. Perchè dobbiamo subire uno scempio del genere? Quando raderanno al suolo questo mostro? Quando smetteranno di morire le persone dei Tamburi?”. Nessun premio, ma la soddisfazione di vedere scelta la propria foto tra oltre 400 scattate anche da turisti italiani e stranieri. Tutte pubblicate sul Portale del turismo pugliese, perché il concorso è stato promosso dall’assessorato al Turismo della Regione. Un piccolo ma apprezzabile contributo istituzionale alla costruzione di un’immagine non fittizia del territorio. Possibile anche perché ad essa concorre una ampia rete di iniziative politiche, culturali e artistiche veicolate spesso su internet (siti, blog, forum, youtube, facebook).

Esemplare il caso della diossina raccontato sul sito di "Taranto sociale": un membro dell’associazione, preoccupato da notizie circa greggi che pascolavano nelle aree vicine alla zona industriale di Taranto, fece analizzare un formaggio che si procurava direttamente da un produttore locale. I risultati dell’analisi mostrarono una presenza di diossine che superavano largamente i limiti di legge, quindi l’ovvia denuncia alla Procura della Repubblica. Il resto è cronaca delle ultime settimane: 1700 pecore abbattute, la rovina di varie masserie circondanti la zona industriale, la triste conferma che Taranto è la città più inquinata di Italia. “La diossina viene in buona parte dai camini dell'Ilva”, lo dice l’Arpa, l’Agenzia regionale per la protezione ambientale. Il suo sito è al servizio del cittadino. Chi vi accede non rimpiange il modo in cui l’Arpa, svolgendo il suo lavoro istituzionale, spende i soldi pubblici.
Il 16 dicembre il consiglio regionale della Puglia ha approvato, con il voto di tre consiglieri del centrodestra, un disegno di legge che adotta il limite europeo per l’emissione di diossine fissato dal Protocollo di Aarhus. Un limite ampiamente superato dalle emissioni dell’Ilva (ben 27 volte!) che rientrano invece nei limiti consentiti dalla normativa nazionale vigente (vedi lettera del presidente di PeaceLink, Alessandro Marescotti, al Ministro dell’Ambiente). Qualcuno ha scritto “Cambia la storia d’Italia”. Più probabile che sia l’inizio di uno scontro istituzionale con il governo Berlusconi.
Di questo “laboratorio pugliese” già il 13 novembre 2008, La Gazzetta del Mezzogiorno anticipava alcuni risultati: “Dalle canzoni di Caparezza alle leggi di Nichi Vendola. La diossina dell’Ilva suscita clamore e mobilita artisti e politici”. E fa notare come a dare conto dei nefasti effetti della diossina abbia contribuito, oltre gli studi sull'ambiente, il testo di Caparezza «Vieni a ballare in Puglia». Una canzone appassionata e un omaggio alla verità: precisamente ciò di cui la politica ha bisogno (Vedi il video).
(Oscar Itzcovich)

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Befana caramellosa e anche smemorata

Ma che Befana caramellosa per Legambiente 2009!
Quest'anno ai nostri politici locali poco carbone e tanti dolcetti, da sottolineare fra i più significativi quelli alla Regione che, bontà sua, ha finalmente creato il Parco delle Alpi Liguri, al Comune per la raccolta differenziata porta a porta in amplissima area cittadina, Sestri Ponente, ma che ancora non ha spiegato dove poi finiranno i rifiuti. Bonbons anche alla Provincia che ha creato addirittura l'ufficio per i diritti degli animali, ma, ahimé. ha ricevuto carbone per aver autorizzato i PUC di Recco e Arenzano.

Befana smemorata. E gli indirizzi del nuovo PUC di Genova? Disquisizioni così dotte dall'architetto imperiese ambientalista per salutare i tanto attesi Orientamenti, critiche aspre ai 17 progetti di social housing, eppoi Befana che dimentica che nei nuovi Indirizzi manca la modifica al “trasferimento di volumi“. Colpita forse dai continui lamenti dell'Ance: non si lavora più, opere ferme, crisi nera del settore. E se si dirottassero a fare case accessibili anche ai giovani o alle coppie che vogliono mettere su famiglia, per esempio? Nel Levante della città incombono megaprogetti, da via Puggia, in discussione la prossima settimana in Municipio, alla rimessa Amt, all'uliveto di Quarto, il nuovo Lido, l'ex ospedale psichiatrico, via Liri: niente che non sia di lusso. Su cui ancor più degli ambientalisti protestano i cittadini. E non si tratta di essere aprioristicamente contro, come pensa il capogruppo del PD in Comune che definisce “ambientalisti immobilisti” tutti coloro che si oppongono alla supposta riqualificazione di residenze e della sosta.
Ben vengano i parcheggi tanto per dire: ma come mai solo a Levante? Scopriamo da un'indagine sulla mobilità sostenibile in Italia (Repubblica, 6 gennaio ‘09) che Genova è la città con la minor densità di auto per abitante. Saranno tutte a Levante, poiché si stanno progettando un migliaio di nuovi box fra Piscine, Lido e Boccadasse. Viste le macchine sui marciapiedi, gli innumerevoli box fatti qui serviranno per conservare il vino o l'Appia di famiglia.
Grande soddisfazione, ed unica pare, per l’esponente di Legambiente: il park dell'Acquasola. Loda il Comune che ha rinunciato a ricorrere contro la sentenza del Tar (ma qualcuno già si chiede che cosa riceveranno in cambio i committenti), tira le orecchie perchè non si migliorano le infrastrutture (però sostiene l'Opzione Zero per la Gronda).
Legambiente distribuisce ancora carbone alla Regione dove l' ex sindaco-assessore regionale, tifava per il banana-grattacielo di Fucksas, progetto respinto soprattutto per l'opposizione di molti savonesi: dopo un libro come “Il partito del cemento” meglio ricordarsi che si avvicinano le elezioni.
Legambiente critica il cemento eccessivo dei porticcioli ma non fa parola dell'ipotesi Lido con appartamenti sugli scogli. Forse dovremo aspettare il progetto, come per Boccadasse, a giochi fatti. Intanto il porto di Sanremo è stato ampliato, così Varazze, S.Lorenzo al Mare e ad Imperia sono in dirittura d'arrivo 2500 posti-barca. In progettazione altri porticcioli a Ventimiglia, Pietra Ligure… A Lerici poi solo una sollevazione popolare ha bloccato la trasformazione in residence di cabine da rotonda sul mare.
Per tutto questo dagli ambientalisti proteste tiepidine, come si dice, lontano dagli occhi, lontano dal cuore e... dai media. Meglio travestirsi da Befana, foto e titoli assicurati.
(Bianca Vergati)

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3 Dicembre 2008

Ilva - Taranto e diossina: una lettera da Bruxelles

Qualche settimana fa sono rimasto colpito leggendo dall’articolo sul sito del Corriere della Sera di Carlo Vulpio, «A 13 anni ha il tumore da fumo. "E’ la diossina"», dalla gravità della situazione a Taranto, di cui si è occupato in diverse occasioni anche "Il Salvagente". Vulpio si chiedeva se Bruxelles era al corrente che Taranto fosse la città più inquinata d’Italia e dell’Europa occidentale per i veleni delle industrie. Ho deciso quindi di chiederlo direttamente ai diretti interessati, interrogando la Commissione Europea sulla questione.
La risposta, che riporto qui di seguito è riassunta nel titolo di questo post, e conferma ancora una volta come troppo spesso chi ci amministra faccia i conti senza l’oste, “dimenticando” che esistono norme comunitarie da cui (FORTUNATAMENTE) non si può scappare!
(Andrea D’Ambra, giornalista, Presidente dell’Associazione di Consumatori "Generazione Attiva", http://dambra.wordpress.com/)

COMMISSIONE EUROPEA
DIREZIONE GENERALE AMBIENTE

Direzione C - Cambiamento climatico e qualità dell’aria
Env.c.4 - Emissioni industriali e protezione dello strato di ozono

Bruxelles, 24 Nov 2008

Oggetto: risposta alla lettera di informazioni in merito all’acciaieria ILVA di Taranto, Italia

Gentile Sig D’Ambra,
La ringrazio della Sua lettera del 22 Ottobre 2008 e delle informazioni sull’acciaieria ILVA di Taranto, che abbiamo letto con la massima attenzione.
L’allegato I della direttiva 2008/1/CE sulla prevenzione e la riduzione integrate dell’inquinamento (di seguito “direttiva IPPC”) elenca le categorie di attività industriali rientranti nell’ambito di applicazione della direttiva. Si tratta di impianti per la produzione e trasformazione dei metalli, quali gli impianti di arrostimento o sinterizzazione di minerali metallici, compresi i minerali solforati (punto 2.1), gli impianti di produzione di ghisa o acciaio (fusione primaria o secondaria, compresa la relativa colata continua di capacità superiore a 2,5 tonnellate all’ora (punto 2.2) e di impianti destinati alla trasformazione dei metalli ferrosi (punto 2.3à. Anche le cokerie rientrano nell’ambito di applicazione della direttiva IPPC (allegato I, punto 1.3).L’impianto dell’ILVA S.p.a. di Taranto s volge tutte queste attività.
La direttiva IPPC dispone che gli impianti rientranti nel suo ambito di applicazione siano tenuti a operare conformemente ad autorizzazioni che includono valori limite di emissioni basati sulle migliori tecniche disponibili (le cosiddette BAT, Best Available Techniques). La prevenzione o la riduzione delle emissioni nell’aria, nell’acqua o nel suolo deve pertanto essere oggetto delle autorizzazioni ambientali rilasciate conformemente alla direttiva IPPC. Gli impianti esistenti, ossia gli impianti già in servizio prima del 30 Ottobre 1999, dovevano essere messi in conformità ai requisiti della direttiva IPPC entro il 30 Ottobre 2007.
La informo che sulla base delle ultime informazioni ricevute dalla Commissione, l’ILVA S.p.a. non ha ancora ottenuto l’autorizzazione integrata conformemente alla direttiva IPPC.
In merito alla mancanza di progressi nelle procedure di autorizzazione in Italia, compreso il caso dell’impianto dell’ILVA S.p.a., l’8 Maggio 2008 la Commissione ha avviato una procedura di infrazione nei confronti dell’Italia. La risposta dell’Italia alla lettera di messa in mora è attualmente all’esame.
Qualora fosse necessario, la Commissione prenderà tutte le misure del caso per proseguire la procedura di infrazione a carico dell’Italia per assicurare il recepimento e l’applicazione integrali della direttiva IPPC.
Distinti Saluti
Marianne ZENNING
Capo Unità

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19 Novembre 2008

Lido - Tante parole, tanto sconcerto

Tante parole, tanto sconcerto , volumi, cemento sugli scogli… ed ecco il resoconto da sinistra", di un volenteroso giovane Consigliere del Municipio del Medio Levante sul progetto del Nuovo Lido in corso Italia ( Newsletter ufficiale, inv. 15/11)

O.d.G. della 24° seduta della 2° Commissione Consiliare del 13 ottobre 2008. Linee progetto Lido: saranno presenti i progettisti.

Seduta
Alla presenza di un nutrito team di progettisti e dell’imprenditore Mario Corica, è stato presentato nei dettagli tutto il progetto di rinaturalizzazione (1) dello stabilimento balneare Nuovo Lido.
Il progetto tende a ricucire tutta l’area alla Linea Blu (linea guida del disegno di UrbanLab e Renzo Piano), ma soprattutto a decementificare (2) il più possibile garantendo accessibilità (3), fruibilità (4) e visibilità (5) maggiori.
Quanto presentato è ancora in fase di masterplan esplicativo delle linee guida che muovono l’intervento. Saranno demolite tutte le cabine in cemento sopra il cono visivo passeggiata/mare; è prevista una quota di residenze nell’area a Levante, fra il Lido e Boccadasse, una quota (6) adibita a Hotel e SPA e una quota di commerciale, di settore turistico/ricettivo.
Affascinante (7) la nuova costruzione del centro velico (8) che porterebbe “la vela” in Albaro che, insieme al nuoto (Stadio d’Albaro) e al tennis, faranno del quartiere un punto di rilevante interesse per lo sport a livello locale e nazionale.

Il progetto, rispetto agli elaborati di massima presentati risulta molto interessante ed è stato accolto positivamente da tutta la Commissione. Il punto critico (9) sul quale il dibattito si è soffermato è la mancanza di posteggi (10) a rotazione: da parte della Commissioni ci sono state richieste precise al costruttore per fare in modo che un progetto di così ampio respiro non possa essere soffocato dalla carenza di posteggi a rotazione in grado di garantire la mobilità dei visitatori e dei residenti (sic!).

Glossario:
( 1)rinaturalizzazione. Vedi decementificare
( 2)decementificare: togliere la pavimentazione in cemento. Aggiungere 2500 mq di residenze, 2000 di hotel, 3100 mq di bar, negozi, ristorante. Si ha così la rinaturalizzazione.
( 3)accessibilità: camminare su passerelle in legno a zig zag della lunghezza ciascuna di circa 200m. E' un nuovo tipo di "struscio" ecologico perchè fatto in riva al mare su legno.
( 4)fruibilità: uso esclusivo de la mer per i proprietari dei 30 appartamenti pied dans l'eau e dei clienti dell'hotel rigorosamente in accappatoio bianco.
( 5)visibilità: sguardi gioiosi alla battigia e alla linea dell'orizzonte.
( 6)quota: quantità dall'aspetto immateriale, come le quote-latte Ue per i cittadini.
( 7)affascinante: chissà perchè si deve pensare solo a George Clooney.
( 8)centro velico: partenza da riva fra i bagnanti per barchine, laser, visto il fondale impervio e la carenza di pennello d'approdo.
( 9)punto critico: chi non ce l'ha? Basta farsene una ragione.
(10)mancanza di posteggi: argomento che provoca astinenza a destra e a sinistra. E allora? Costruiamone degli altri, sotto corso Italia, sotto i campi da tennis Campanella, sotto i giardini, arrivando in via Livorno dove anche D. Viziano ha un suo bel progettino di 120 box nella deliziosa verde valletta del Rio Parroco.
P.S: Sala Rossa Rossa, Tursi, mercoledì 12 novembre, audizione di associazioni come Legambiente, Italia Nostra, Ordine degli architetti sugli Indirizzi per il nuovo PUC.

Neppure un invito a contenere/eliminare lo spostamento dei volumi: continuerai a comprare in via dell'Acciaio e potrai costruire dalle suorine di via Zara. Va tutto bene.
(Bianca Vergati)

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12 Novembre 2008

Il porto di Albenga e il decreto Burlando

L'art.3 DPR 509/97 (decreto Burlando) stabilisce che “Chiunque intenda occupare zone del demanio marittimo o del mare territoriale o pertinenze demaniali marittime o apportarvi innovazioni allo scopo di realizzare le strutture dedicate alla nautica da diporto (...) deve presentare domanda” all'Ufficio Demanio presso il Comune. L'obiettivo è la semplificazione del procedimento di rilascio della concessione di beni demaniali marittimi per realizzare porti turistici. Si pongono due problemi:

1) generale (interessa anche altri Comuni): poiché la realizzazione del porto comporta l'esecuzione di opere che, per il loro importo, richiedono il rispetto dei principi fondamentali del trattato CE, prevalenti anche sulle norme nazionali (principio di non discriminazione basato sulla nazionalità dei concorrenti, di parità di trattamento, di trasparenza, ecc.), il decreto Burlando è inadeguato laddove, oltre alla pubblicazione dell'istanza, non prevede anche l'indizione di gara formale con invio del relativo bando all'ufficio delle pubblicazioni ufficiali delle comunità europee.
2) specifico: il Comune di Albenga ha affidato l'incarico di redigere il nuovo Piano Urbanistico Comunale al consorzio di architetti e ingegneri “CAIRE”. Data la complessità dei problemi legati sia alla viabilità, sia al retroporto, sia alla salvaguardia di ambiente (presenza di SIC – siti di importanza comunitaria sui fondali) e attività economiche della Piana (agricoltura in primis), è opportuno che la previsione di un porto turistico ad Albenga sia demandata al nuovo PUC, non a un semplice progetto presentato da privati. Inoltre, come sancisce la Sentenza n.914/07 del CdS, si deve valutare prima di ogni altra cosa se davvero il preteso interesse pubblico a destinare l'area demaniale alla finalità prospettata dal privato esista e, comunque, se non sia perseguibile in maniera radicalmente diversa: il Comune non è vincolato a dare inizio al procedimento, sul semplice presupposto che l'istanza di concessione radichi di per sé un interesse tutelato in capo al richiedente. P ertanto, proprio perché lo studio del nuovo PUC è in fieri, abbiamo invitato il Comune ad astenersi dal dar corso all'istruttoria sulle domande presentate ovvero a negare la concessione richiesta (per saperne di più visita il sito dell’Osservatorio pubblico di Albenga, http://www.osservatorioalbenga.fr.nf/)
(Igi Viveri)

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9 Luglio 2008

Cornigliano - Nuovi abitanti e vecchi appetiti (immobiliari)

La discussione sul futuro della città è in corso da mesi. I piani, dalla mobilità sostenibile alle infrastrutture alla vigilanza ai rifiuti vanno componendo un piano d'azione di cui al momento sfuggono i tempi. Alcuni interventi vogliono tempi lunghi - aggravati spesso dalla complessità burocratica - altri meno. Tutti sono subordinati ad una infinità di variabili di cui i cittadini non sono informati così che difficilmente possono immaginare cosa e quando li attenda. L'unica cosa certa è che la nostra è una città dove l'età media è poco inferiore ai 50 anni e che non a caso possiede il numero di anziani e di badanti più elevato d'Italia.

E' un fatto che contribuisce a determinare le attese dei cittadini e quindi il loro temutissimo voto. Ad esempio è molto probabile che in una città di anziani l'offerta di sicurezza abbia una presa maggiore rispetto a quella di cultura o di valorizzazione dell'università. Come è probabile che una città oltre che vecchia anche benestante sia poco interessata alla valorizzazione del trasporto pubblico e più, invece, alla costruzione di parcheggi privati. Come ancora è probabile che la stessa città sia ostile a vedere tagliate o limitate le rendite immobiliari da interventi che favoriscano nuovi insediamenti di persone giovani con reddito modesto.
Eppure tutti, almeno a parole, auspicano il ringiovanimento e ripopolamento della città - magari per disporre di mano d'opera a basso costo per il per il suo strabordante terziario - 77% di occupazione nei servizi, la Liguria è dopo il Lazio la regione più terziaria d'Italia.
Su come rendere appetibile una città a persone giovani (operai, ricercatori, tecnici) di fasce non abbienti o non protette - le proposte sono fumose. Invece è un problema di oggi non abbandonabile alla mercé dei singoli. I quali si ingegnano a cogliere le scarse occasioni del mercato urbano come prova, tra l'altro, il pezzo di Paolo Arvati su Repubblica dell'8 aprile scorso "La contravuelta di Cornigliano". A Cornigliano a partire dal 2000 la popolazione è cresciuta e ringiovanita. Si deve all'insediamento di popolazione straniera che ha così approfittato dell'abbattimento dei valori immobiliari dovuti al "degrado ambientale e all'abbandono della popolazione autoctona". Insomma a Cornigliano abitare costa meno e chi ha meno soldi l'ha scelta come nuova patria. E' la prova che condizioni di accoglienza favorevoli vengono immediatamente colte e valorizzate con ricaduta positiva sui contesti sociali ed economici circostanti.
Così fino a poche settimane fa quando a Cornigliano i prezzi, al contrario di quanto sta succedendo in altre zone della città, hanno cominciato a lievitare. Sembra sia l'effetto della bonifica territoriale in corso: da qui a non molto il patrimonio immobiliare esistente ne avrà un beneficio e si capisce come la speculazione già cominci ad affilare i coltelli.
Il caso di Cornigliano è un caso interessante. Dovrebbe essere approfondito da quanti si propongono di ringiovanire la città e di integrare al suo interno - senza respingerle verso periferie e trasporti improbabili - le nuove famiglie.
(Manlio Calegari)

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Ambiente - Il partito (trasversale) del cemento

Sono sempre gli stessi i nomi che si rincorrono, che senza sosta scompaiono e ricompaiono, anche in diverse vesti, in un limitato e ben definito spazio geografico. I nomi non sono José Arcadio né Aureliano Buendía. Lo spazio non è quello fantastico, senza tempo e con il destino segnato della Macondo di “Cent’anni di solitudine”. Per gli autori di “Il partito del cemento” (Marco Preve e Ferruccio Sansa, Chiarelettere editore, giugno 2008, euro 14,60) lo spazio è quello reale della Liguria di oggi e il destino della regione non è inevitabile, ma si gioca adesso. I nomi ricorrenti sono quelli dei politici, imprenditori e banchieri associati alla nuova speculazione edilizia che si è scatenata sulla regione.

La prima parte del volume (“Il potere”) presenta i personaggi, sempre gli stessi, in “un groviglio inestricabile in cui restano annodati partiti di destra e di sinistra, imprenditori e amici degli amici. Niente di illegale, sia chiaro, ma è altrettanto evidente come il potere, in Liguria, come ormai in tutta Italia, sia in mano a poche persone. E le iniziative economiche rischiano di essere concepite da imprenditori che poi siedono nel cda delle banche che le finanziano, magari insieme con rappresentanti dei partiti che poi devono approvarle” (p. 90).
La seconda parte (“I luoghi”) descrive lo spazio ligure destinato ad essere sepolto dal cemento. Preve e Sansa riportano dati Istat che indicano che la superficie libera dalle costruzioni in Liguria è diminuita dal 1990 al 2005 del 45% (media Italia, 17%). I luoghi preferiti della speculazione sono ovviamente quelli della costa e i porticcioli in primo luogo. “Oggi ormai c’è un posto barca ogni 47 abitanti. Oppure, se preferite, 300 chilometri di costa per oltre 140 di moli” (p 109). Si stima che il cemento associato (edilizia residenziale, turistica, commerciale) ammonta a tre milioni di metri cubi, per non parlare di posti auto, viabilità ecc. E poi aree dismesse cedute alla speculazione all’insegna della “riqualificazione”, ex alberghi destinati a residenze, un enorme patrimonio immobiliare “cartolarizzato” (svenduto) per far quadrare i conti degli enti locali e ancora torri e grattacieli di cemento e vetro firmate da famosi architetti che cambieranno per sempre il pae saggio ligure. Da Ventimiglia a Portovenere il tema è unico. Uno scempio definito dagli autori “seconda rapallizzazione”.
La terza e ultima parte (“Le battaglie”) è una rassegna di casi e di protagonisti (professionisti, studiosi, semplici cittadini, gruppi, movimenti) che hanno saputo dire di no e che resistono ogni giorno. Serve a ricordare che il destino della Liguria (ma anche dell’Italia), a differenza di quello di Macondo, non è scritto in una vecchia pergamena.
Infine, il libro di Preve e Sansa, corredato da un ampio indice di nomi, è anche una specie di ricco database cartaceo da utilizzare come manuale a difesa dell’ambiente. Ilvo Diamanti ha segnalato tra le tante cause della sconfitta del Pd dell’aprile 2008 “il disorientamento prodotto dal cambiamento sregolato del paesaggio”, uno smarrimento che può facilmente alimentare una maggiore sensazione di insicurezza. “Il partito del cemento” è quindi, nello stesso tempo, una denuncia e un prezioso strumento di riflessione che la politica non dovrebbe far finta di ignorare.
(Oscar Itzcovich)

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18 Giugno 2008

Emergenza nucleare - La bomba a orologeria continua a ticchettare

La strada tracciata è in linea con gli altri provvedimenti annunciati dal governo Berlusconi: governare nel segno dell’emergenza continua. Quindi, anche sul nucleare il governo accelera. “Archivio Nucleare” (http://www.archivionucleare.com) riporta un dispaccio di Adnkronos/Ign del 14 giugno secondo il quale al Consiglio dei Ministri di mercoledì 18 giugno, insieme al pacchetto che anticipa la Finanziaria, saranno presentate anche norme ad hoc per rendere concreta e rapida la svolta dell'Italia sull'atomo. Tra le norme per rilanciare il nucleare in Italia ci saranno incentivi economici per quei territori che accettano di ospitare impianti nucleari e il varo di una procedura semplificata per la materia.

Dopo l’exploit in Confindustria del 23 maggio (“Via al nucleare”), il ministro per lo Sviluppo economico Scajola blandisce con il suo inconfondibile stile: «Chi subirà il disturbo psicologico (perché solo di questo si tratta) di ospitare una centrale va premiato» (Corriere della Sera, 29 maggio). Difficile immaginare invece quali possano essere le procedure semplificate. Con quali criteri scegliere i cinque o sei siti di cui si parla? I siti dove in passato con difficoltà immani sono sorti i reattori (Montalto di Castro, Trino, Caorso, Latina e Garigliano) sono ancora tutti o in parte da bonificare. Dove stoccare le scorie nucleari? Scanzano Jonico, il sito che doveva servire come «deposito unico nazionale» dei rifiuti radioattivi, non è disponibile (*). Ma, come scrive il Corriere Economia del 19 maggio 2008, per disinnescare la “bomba sparsa sul territorio in circa 150 depositi, grandi e piccoli, in condizioni di sicurezza precarie", una "bomba a orologer ia che ticchetta da oltre vent' anni”, un sito dovrà comunque essere trovato.
Come andrà a finire? Nel clima di “emergenza continua” che il governo Berlusconi cerca di alimentare, l’ipotesi di un Commissario straordinario con ampi poteri per la gestione dell’”emergenza energetica” non è inverosimile. Soprattutto in assenza o quasi di opposizione, come si evidenzia dai quotidiani e dai dispacci di agenzia del 23 maggio. Rispetto al nucleare, Claudio Burlando dice che “in linea di principio non sono contrario, perché noi consumiamo quell’energia, pagandola molto più di altri paesi e condividendone, in parte, i rischi visto che in Francia ci sono centrali nucleari” (Secolo XIX). Il ministro ombra dell’Ambiente del Pd, Ermete Realacci, che considera la ministro (effettiva) per l’ambiente Stefania Prestigiacomo, tra i migliori nomi possibili “visto la sensibilità che ha dimostrato per i temi ambientali” boccia, secondo La Stampa, la linea Scajola: «Se il governo continuerà sulla strada indicata dal ministro non ci sarà alcuna collaborazio ne da parte dell’opposizione». Walter Veltroni, capo del governo ombra, dichiara che bisogna capire meglio quello di cui parla Scajola: “E' stato detto che entro cinque anni si metterà la prima pietra, ma non si capisce la prima pietra di cosa e non si specifica quale sia il rapporto tra questo annuncio e il complesso dei problemi che sono legati alla capacità del nostro Paese e delle società occidentali di affrontare la grande questione energetica" (Ansa). Prudenza: discreta opposizione, ma anche discreta apertura. Il Pd non ha (ancora?) una posizione rispetto al nucleare, ma neppure ne discute.
(Oscar Itzcovich)

(*) Nel novembre del 2003 il comune di Scanzano Jonico (Basilicata) è stato scelto, con un decreto del Consiglio dei Ministri del governo Berlusconi, come posto unico nazionale per la raccolta di scorie nucleari. La decisione provocò forti proteste che sboccarono nei “giorni di Scanzano” (13 - 27 novembre 2003) e si conclusero con il ritiro del decreto stesso (più informazioni su http://www.noalnucleareinbasilicata.com/).

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Ambiente - Taranto raccontata dai bambini

I bambini. Finalmente. Loro l’autorevolezza del gesto. Lasciare la traccia di quello che i grandi sussurrano, magari in cucina, ascoltati da figli che sembrano distratti, presi da altre cose.
Finisce nelle inchieste di Repubblica – mercoledì 11 giugno – la Taranto avvelenata dei bambini che con loro i disegni la raccontano diretti come cerbottane.

Certo, questa volta, l’impegno politico è stato parecchio: un libro di centinaia di pagine, Nichi Vendola – presidente della regione Puglia – che ci si è speso, e molte scuole. Però sono i bambini, con gasometri, ciminiere e nuvole grigie, a raccontare l’Ilva. E i suoi veleni. Che sono morti in amianto, tumori in crescita con “una comunità ostaggio del terrore”.
Poi, sempre a Taranto, c’è Alessandro Langiu (www.alessandrolangiu.it) scrittore, autore di testi teatrali ed attore. Un vulcano di impegno ed idee che racconta le morti bianche e la sua città partendo dal dettaglio delle molte voci che la subiscono.
Langiu è stato a Genova il 22 maggio in occasione del Festival delle Energie “Collasso Energetico”. Ha messo in scena “Venticinquemila granelli di sabbia”. In sala un pubblico troppo esiguo per uno spettacolo – l’attore autore solo in scena – commovente ed ironico. Aspro da ricordare.
Con lui si entra nel "quartiere Italia" (rione Tamburi) e si tocca la sabbia rossa che lo stabilimento siderurgico produce ogni giorno, avvolgendo, a seconda del vento, palazzine tutte uguali – così uguali da non poterle distinguere – e cose. Una mamma passa ostinata l’aspirapolvere mattina e sera. E la malattia che tocca a caso, altri da sé. E poi i giochi a pallone. La sigaretta fumata di nascosto e un vecchio che porta i ragazzi in barca. Langiu è tutti loro. Muta voce e sguardo, veloce trascina. Senza dubbio sei lì.
Torna se stesso per dire al pubblico che ai suoi spettacoli raramente ha visto dipendenti Ilva. Solo un’eccezione: un operaio malato di cancro, furente di rabbia, stupito dall’omertà dell’azienda sui pericoli.
A distanza di settimane dallo spettacolo l’articolo di Repubblica è il tassello in più. Non speranza autentica, ma seme che si aggiunge. Poi viene in mente che bambino è rimasto un po’ anche Alessandro Langiu. Quando con “bambino” si intende integrità. E tutto torna.
(Giulia Parodi)

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28 Maggio 2008

Incontri - L'Acquasola nella storia di Genova

“Il significato civile e culturale del giardino dell’Acquasola nella storia di Genova” è il tema dell’incontro promosso dalla facoltà di Scienze della formazione, oggi mercoledì, 28 maggio 2008 alle ore 11.00 presso l’ Aula magna di corso Podestà 2. Il tema sarà presentato da Ennio Poleggi, storico della città di Genova. Sono previsti interventi di Stefano Podestà, presidente Club Speleologico Ribaldone CSU, di Maria Grazia Montaldo, storica dell’arte (Scienze della formazione), di Franca Guelfi, rappresentante di Italia Nostra, di Giorgio Matricardi, educatore ambientale, e la partecipazione di Andrea Agostini, circolo Nuova Ecologia di Lega Ambiente, di Guido Amoretti, vicepreside della facoltà di Scienze della formazione, di Roberto Faure, comitato per l'Acquasola, di Luca Guzzetti, della facoltà di Scienze della Formazione, di Vincenzo Lagomarsino, capogruppo dei Verdi al Munici pio 1 (Centro-est) e dell arch. Giovanni Spalla, della facoltà di Ingegneria.
L’incontro sarà presieduto da Pino Boero, preside della facoltà di Scienze della formazione; moderatore, Giuliano Galletta del Secolo XIX.

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9 Aprile 2008

Tecnocity - La collina degli Erzelli tra pubblico e privato

Villaggio tecnologico degli Erzelli. Nel lungo dibattito che contrappone sostenitori (il futuro di Genova) e detrattori (un'operazione meramente speculativa) si è recentemente inserito un nuovo tema. Dimentico delle Grandi Opere del suo Cavaliere, Gianni Baget Bozzo scrive sul Secolo XIX del 13 febbraio che "la cultura diessina è gestione del territorio, tende a occupare spazi […] mettendo a frutto la rendita territoriale e non l'impresa". Forse nessuno avrebbe reagito se non avesse aggiunto che "la questione centrale è l'operazione degli Erzelli, un ampio intervento sul territorio per creare, con investimenti pubblici, una città tecnologica".

Investimenti pubblici? Immediata la risposta di Carlo Castellano, promotore del villaggio high tech: "Ma pensiamo proprio che lo stato e gli enti locali (così oberati di debiti) avrebbero potuto finanziar e un'iniziativa nell'ordine di un miliardo di euro?". Quella degli Erzelli - afferma Castellano - "è un'iniziativa coraggiosa della Genova dei nuovi imprenditori privati dell'high tech [che] ha deciso di rischiare da sola su un grande progetto innovativo" (Secolo XIX, 15 febbraio 2008).
Ma anche Castellano dimentica qualcosa. Il villaggio tecnologico "non sarebbe mai partito" senza i "fondamentali finanziamenti pubblici" che Stato e Regione hanno dato alla facoltà di Ingegneria: una dote di 120 milioni di euro perché si trasferisca agli Erzelli, secondo un'intesa firmata dal presidente della Regione Claudio Burlando, dal rettore Gaetano Bignardi, dal preside di Ingegneria Giovanni Vernazza e dallo stesso Castellano (Secolo XIX, 13 novembre 2005).
Oltre ai soldi e al know-how, Ingegneria portava una immagine che valorizzava progetto e area. A valorizzarli ancora di più dovrebbe servire la sua trasformazione in Politecnico, un'idea carezzata da una parte sempre più preponderante dei docenti di Ingegneria.
Anche Dixet (un raggruppamento di aziende genovesi dell'high tech, presidente Carlo Castellano) ha recentemente chiesto al governo (che presumibilmente dovrà sostenerne la spesa) l'istituzione del Politecnico "per garantire la contiguità anche fisica tra studenti, professori, ricercatori e tecnici delle aziende" (Corriere Mercantile, 1° aprile 2008). In proposito le istituzioni pubbliche (Regione, Comune, Università) da tempo si sono dichiarate favorevoli.
Ericsson, a lungo e notoriamente corteggiata perché si sposti agli Erzelli, ha ricevuto dalla Regione una commessa di 30 milioni di euro (per ridurre il "digital divide"). Infine, i container di Spinelli che coprivano la spianata degli Erzelli sono parcheggiati, si dice provvisoriamente, sulle aree ex Ilva di proprietà della Società (a capitale pubblico) per Cornigliano Spa; ancora la mano pubblica.
I rilevanti interventi finanziari della parte pubblica contrastano con il più assoluto riserbo tenuto finora dalla parte privata. Quello degli Erzelli - osservava Pierfranco Pellizzetti - è un progetto "che sancisce la certezza del migliaio di appartamenti da edificarsi e mantiene l'incertezza sulle imprese che dovrebbero insediarsi, creando nuova occupazione" (Secolo XIX, 9 marzo 2007). Scritto più di un anno fa ma ancora valido per una riflessione.
(Oscar Itzcovich)

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2 Aprile 2008

Sulle colline liguri nuova ondata di cemento

Lettere al Secolo XIX, 29 marzo 2008
Vorrei sottolineare la gravità della nuova onda speculativa che sta colpendo la regione. Il fenomeno si sta rivolgendo verso la prima collina (la costa ha già dato). Da Ponente (Alassio, per esempio) a Levante (Casarza Ligure, Zoagli) è tutto un fiorire di case con annessi box e giardino. Le colline intorno ai centri abitati sono un pullulare insopportabile di gru e reti arancioni. Una nuova cementificazione ancor più subdola perché non figlia dell'abuso ma della cosiddetta "pianificazione".
Evidentemente si è deciso che in Liguria debba essere applicato il concetto di città diffusa con buona pace del consumo di suolo e acqua, dell'irreparabile danno paesistico e, non ultimo, dei tradizionali profili edificatori collinari. Il nuovo miraggio del ligure medio pare essere quello di possedere la casetta sulla prima collina lontano dalla confusione e dall'inquinamento delle nostre cittadine. Peccato che in questo modo il problema non si risolve ma lo si sposta, aggravandolo.
(Riccardo Lertora, Genova)

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6 Febbraio 2008

Scenari Liguri - Renzo Piano propone, la Regione dispone

Scenari Liguri I. "Renzo Piano vede la città con meno cemento e più attenta al bello". "Una strategia generale che tiene insieme lo sviluppo, la qualità e l'estetica". Punti qualificanti: equità sociale (non devono esistere quartieri per ricchi e altri per poveri); sostenibilità (trasporto pubblico, ciclo di rifiuti, qualità del mare, costruire sul costruito garantendo l'invalicabilità delle linee di salvaguardia verde e blu); bellezza. Sono alcune delle linee del disegno strategico dell'Urban Lab di Renzo Piano che precisa: "Io non voglio fare un piano urbanistico", ma "l'ipotesi di un nuovo piano urbanistico non è un sistema di deregulation" (Secolo XIX, 1° febbraio 2008). Quasi abituati ad andare avanti per varianti del piano regolatore, le parole di Renzo Piano appaiono tanto evidenti quanto significative.

Scenari Liguri II. Un enorme patrimonio immobiliare sarà ceduto dalla Regione per pagare i debiti. Superficie coperta complessiva: 134 mila metri quadrati, con terreni che si estendono per 2,6 milioni di metri quadrati. Base d'asta, 160 milioni di euro. Tenuto conto del valore dei terreni, meno di mille euro a metro quadrato edificato. E' il valore medio dei 390 immobili delle Asl liguri che la Regione ha messo in vendita in blocco per ripianare il deficit della Sanità ereditato dalla precedente gestione. Operazioni di questa ampiezza, per quanto indispensabili, possono essere solo finanziarie? E i piani regolatori?
Interpellato dal Secolo XIX (2 febbraio) un noto immobiliarista della città qualifica semplicemente l'operazione come una "svendita". "Ci sono aree come Quarto, Pratozanino a Cogoleto, Costaneira a Imperia, il cui valore è "incalcolabile al momento", considerando che le destinazioni d'uso sanitario potranno essere cambiate solo dopo la conclusione dell'asta. Il punto è proprio questo: "perché non valorizzare le aree, decidendone la vocazione prima di metterle sul mercato? Perché non venderle a lotti anziché in blocco? Questi cespiti complessivamente possono superare di gran lunga i 200 milioni di euro". Sul Secolo XIX del 3 febbraio, l'imprenditore genovese Davide Viziano, che di affari immobiliari se ne intende, è lapidario: "E' un'asta anomala. Certi meccanismi è meglio lasciarli ai venditori di tappeti nei suq".
Scenari Liguri Size Due srl. E' la società che ha presentato l'offerta di 160 milioni di euro. La società è partecipata al 50% da un'azienda di costruttori bresciani, la Mael, che fa capo interamente alla famiglia dell'avvocato Lino Gervasoni (Michele De Tavonati è il presidente), e per il 50% restante dal gruppo che fa capo alla "Latin Spark Italia" di Reggio Emilia (Bresciaoggi, 30 dicembre 2007). Sul Secolo XIX del 30 dicembre 2007, il portavoce, Giovanni Melioli ha dichiarato: "Ciò che vogliamo trattenere e inquadrare in una serie di riqualificazioni sono i grandi complessi immobiliari". Per esempio: il fabbricato di via Pisa a Genova (3000 mq), quello di Costarainera, edificio del primo '900 conosciuto come 'padiglione Novaro'. E poi gli ex ospedali psichiatrici Pratozanino a Cogoleto e Quarto. Quarto è "un area magnifica e accessibile. Il suo futuro, per noi, sarà soprattutto quello di ricavarne residenze di pregio".
Una domanda: cosa ne sarà dell'assistenza socio-sanitaria in psichiatria? (a questo proposito, rimandiamo all'interessante articolo di Luigi Pastore su Trucioli savonesi, 3 febbraio 2008).
(Oscar Itzcovich)

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30 Gennaio 2008

Iplom Busalla - Convivere con il rischio o il lavoro se ne va

Il 1° settembre 2005, un guasto all'impianto di desolforazione della raffineria Iplom di Busalla provocò un violento incendio. Nel paese si sfiorò una tragedia immane. "È innegabile che, nonostante gli ingenti investimenti dell'azienda per ridurre l'impatto ambientale, il tipo di produzione sia poco compatibile con quell'area compresa tra autostrada, fiume Scrivia e centro abitato" - dichiarava all'indomani l'assessore regionale all'ambiente Franco Zunino. E ancora: "C'é l'obiettivo del 2013 [data in cui termina la concessione ministeriale all'azienda, nda], bisogna cercare di lavorare per accorciare questa scadenza".

Delocalizzazione, trasferire altrove gli impianti, diventa parola di ordine, ma non per l'Iplom che, nel 2007, presenta un progetto che prevede la costruzione di una centrale elettrica alimentata ad olio di colza. Il progetto è respinto perché presenta "insormontabili criticità in relazione ai vincoli paesaggistici e ambientali" e "sottostima gli aspetti relativi alla sicurezza" (giunta comunale di Busalla, 6 giugno). Il sindaco di Busalla Marco Valerio Pastorino osserva che "un intervento del genere va evidentemente contro eventuali ipotesi di delocalizzazione della raffineria" (Secolo XIX, 13 luglio 2007).
Secolo XIX, 16 gennaio 2008. Dopo nemmeno sei mesi, l'Iplom insiste con una nuova proposta: il raddoppio dell'impianto per la produzione di idrogeno. E' la stessa struttura che aveva provocato l'incendio del settembre 2005 e la fuga in massa della popolazione dalle case di Busalla. Un potenziamento, ma anche un miglioramento - dice l'Iplom - delle "perfomance ambientali e di sicurezza" che significa "stabilità per Iplom e futuro certo per tutti i lavoratori". Un chiaro messaggio, l'Iplom vuole restare dov'è. Ma è anche un avvertimento.
Il comitato tecnico regionale dei vigili del fuoco concede il nulla osta, ma la consulta comunale ambiente di Busalla respinge il progetto: "un fatto grave, perché questo impianto è altamente pericoloso", "l'ampliamento appare in contrasto con le normative urbanistiche vigenti e ricade in area esondabile". I sindacati invece sono favorevoli "perché è volto a garantire i livelli occupazionali. Naturalmente - aggiungono - desideriamo che venga realizzato in condizioni tali da offrire garanzie sul piano ambientale e della sicurezza".
L'assessore Franco Zunino appare più prudente che nel 2005: "Ai primi di febbraio faremo un incontro del tavolo istituzionale. C'era l'ipotesi della delocalizzazione della raffineria e qui evidentemente si tratta di un consolidamento, mi sembrano due cose diverse".
E si va avanti così, a esaminare progetti, tra comitati tecnici, consulte, tavoli istituzionali e quant'altro, facendo finta di ignorare che per l'azienda e per i lavoratori la scadenza del 2013 è già arrivata.
"Rimbalza in primo piano il problema che costella da lunghi anni la vita della raffineria in relazione alla sua stretta aderenza all'abitato. All'indomani degli incidenti più rilevanti, si è sempre registrato un infittirsi di proclami sulla sicurezza e ipotesi di delocalizzazione, intrecciati a un sostanziale laissez-faire", così conclude Lodovico Prati il suo articolo sul Secolo XIX.
(Oscar Itzcovich)

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9 Gennaio 2008

Nuovo sito - Speculazioni edilizie alla luce del web

E' da pochi mesi on line un piccolo sito che si propone di fornire una dettagliata mappatura delle trasformazioni ambientali, interventi di costruzioni o speculazioni edilizie, a volte in deroga al Piano Regolatore, nel territorio genovese. E' nato spontaneamente da un gruppo di cittadini, studenti e laureandi di Architettura, alcuni militanti in partiti politici o associazioni ambientaliste, altri provenienti dai Comitati spontanei di quartiere, accomunati dal desiderio di tutela del patrimonio ambientale della propria città, e dalla volontà di rendere pubblici alcuni 'scempi' che paiono passare inosservati: dal taglio di alberi centenari per la costruzione di parcheggi (Piazzale Duca degli Abruzzi), alle sanatorie concesse nonostante il parere negativo delle istituzioni di riferimento (Via Bettolo). Il sito è amatoriale, l'attenzione alla grafica in secondo piano rispetto ai contenuti, e attualmente le segnalazioni si riferiscono esclusivamente alla zona di Levante, ma le schede e la documentazione riportata sono precise e dettagliate, la visualizzazione fotografica interessante: rappresentano segnalazioni costruttive e razionali fatte da cittadini per i cittadini stessi, e al bando il 'mugugno' genovese e l'antipolitica. Per chi volesse visitarlo: www.osservatorioverde.it.
(Maria Cecilia Averame)

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12 Dicembre 2007

Insicurezza - I l trauma delle frane di cui non si parla

Nei pressi del percorso dell'antico acquedotto di Genova vi sono innumerevoli casette costruite a inizio secolo che vantano una bellissima vista in un ambiente verde fra le tipiche creuze parzialmente abbandonate e raramente interessate dalla manutenzione comunale. Qualche settimana fa due frane hanno interessato una di queste case, la mia. Una delle due frane è avvenuta in terreno privato: da subito i proprietari sono intervenuti mettendo in sicurezza la zona.

La seconda, la più pericolosa, è su terreno comunale: stiamo assistendo all'usuale valzer di visite di vigili, pompieri, tecnici della circoscrizione e dell'Aster che hanno confermato l'urgenza dell'intervento promettendo tempi rapidi. Aspetteremo. Qualche giorno dopo mi ritrovo a parlare dell'accaduto, e vengo quasi assalita da amici concittadini genovesi che reputano un intervento a salvaguardia della sicurezza di una singola abitazione in una zona periferica e disagiata un furto nei confront i di quanti richiedono che i pochi soldi a disposizione del Comune di Genova vengano impiegati nell'aumento delle forze dell'ordine sul territorio a tutela della sicurezza personale. Ancora qualche giorno dopo mi trovo a passare per via Prè, dove ormai due mesi fa un palazzo è crollato mettendo a rischio la sicurezza degli abitanti di quelli accanto. C'è chi vocifera che fra le macerie possa esserci ancora una persona. Chi abitava nel palazzo accanto è stato 'momentaneamente' ospitato presso amici o familiari, e in pochi casi alloggiato presso un albergo. I negozi hanno dovuto chiudere. Nessuno ha saputo indicare in che tempi si potrà rientrare nelle proprie abitazioni: è stato detto che bisogna rispettare i tempi della magistratura, che il palazzo è privato e questo rende difficile l'intervento del Comune, che le esigenze degli abitanti sono prese in considerazione e tutto è volto a rendere meno disagevole la loro situazione. La razionalità di tali risposte si scontra con l'emotiv ità di chi ha perso la sicurezza della propria casa e desidera risposte precise che non riescono ad arrivare in tempi brevi. Provo una viscerale inquietudine, credo simile a quella di tutti gli abitanti di via Prè, nel vedere la nostra città che pare cadere a pezzi, assistendo al crollo di quello spazio di intimità e di sicurezza che al costo di mutui esorbitanti ci siamo illusi di poterci assicurare, e che non permette di accontentarci delle sintetiche risposte razionali o quasi che vengono fornite. E' sicuramente l'effetto della paura che dalle strade è entrata nelle nostre case. Che non si limita a trovarci incerti quando giriamo di sera nella nostra città, ma si permette di entrare in casa nostra minacciando beni e simboli di quello che ci siamo costruiti. E che richiede a gran voce di essere tenuta in considerazione.
(Maria Cecilia Averame)

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5 Dicembre 2007

Passato e futuro - Come fare mercato a spese del verde

Il futuro, il nuovo mercato all'ingrosso di Genova, si può vedere all'uscita del casello autostradale di Bolzaneto. Travi metalliche tese verso il cielo della modernità; attorno il deserto, terra smossa accatastata, nessun mezzo al lavoro. "C'è ancora qualche problema", dicono i bene informati. E chi non ne ha. E quale la data fissata? La primavera, forse... comunque prima dell'estate. Il problema? Non si dice ma si sussurra che sia una questione di frigoriferi... Beh, sì; sono frigoriferi grandi...

E il passato? E' ancora lì, in corso Sardegna, che fa il suo dovere in attesa di passare le consegne. Dopo 20 anni di assemblee, proteste, promesse e rassicurazioni, il gran giorno, l'ultimo, si avvicina. Benissimo e poi? E poi non si può sapere. Perché quello che appariva chiaro un tempo oggi risulta nebuloso; o peggio.
Possibile? E' possibile sì, tanto che ne ha scritto, sul Secolo XIX del 28 ottobre 2007, un professore di diritto ("Genova e l'assurda storia del mercato all'ingrosso"). Sostiene che il mercato di corso Sardegna sarà come spesso è successo in questi anni un caso di "privatizzazione dello spazio pubblico". Per la più ampia zona della città soggetta a riqualificazione urbanistica la giunta guidata dal sindaco Adriano Sansa nel 1996 aveva chiesto agli abitanti del quartiere quale destinazione avrebbero voluto per le aree dismesse. "Interpellati da un apposito questionario, gli abitanti espressero i loro più riposti desideri e quasi trasecolarono nel vederli accolti nel Piano regolatore generale (Prg), divenuto poi, nel 2000 Piano urbanistico comunale (Puc).
Nel Puc si stabilì che l'area fosse destinata per il 75% a spazio pubblico, verde e attrezzato: dovevano esserci centri sociali, limiti all'edificabilità e ai parcheggi, esclusione di nuovi centri commerciali, una nuova sala polifunzionale per musica, cinema e teatro da 1.500 posti".
"Cambiò l'amministrazione, e i nuovi gestori della cosa pubblica, dinanzi a espressioni astruse come Piano regolatore o Piano urbanistico dovettero chiedersi: si tratta forse di nuovi strumenti musicali? Detto fatto, indissero un concorso di idee di urbanistica partecipata ... puntualmente vinto da un progetto che stravolgeva il Puc: riducendo il verde, aumentando gli insediamenti commerciali, introducendo quattro piani di box auto sotterranei in una zona soggetta a rischio allagamento, almeno secondo il Piano di bacino (altro strumento musicale)". Gli stessi amministratori, prima di essere sostituiti dagli attuali, adottarono il sistema del project financing, "altra pittoresca espressione che indica la cessione dell'area ai costruttori per 93 anni, a fronte di un canone irrisorio". Un sistema incompatibile con il Puc che è o dovrebbe essere uno strumento urbanistico vincolante.
Giustificazioni del malaffare? Ne ha dato conto il Mercantile (19 e 23 novembre 2007). Il rischio ha detto l'assessore ai lavori pubblici è il degrado, la terra di nessuno, i balordi: il Comune non ha soldi e ha seguito una strada obbligata. Più esplicito ancora l'assessore al commercio: poteva far cassa e venderci l'area, ha detto. Non lo abbiamo fatto solo per tutelare gli abitanti.
Tradotto: statevene buoni e contenti. Chiaro?
(Manlio Calegari)

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Fondi UE - Finanziamenti a prescindere

"Gender & Climate" è il titolo del progetto finanziato dalla Comunità Europea, divenuto in seguito ad una recente inchiesta del Secolo XIX l'icona della giostra surreale dei finanziamenti dell'Unione Europea ("Sessi e clima, paga l'UE", 3 dicembre 2007).

Il progetto collega i fallimenti nella salvaguardia del clima alla bassa percentuale di donne che rivestono ruoli tecnici e decisionali nel campo della tutela ambientale e ne analizza a fondo le cause. Sproloqui deliranti e senza senso? No, un'altra realtà emerge dall'articolo. Sono chiavistelli per aprire i forzieri della Comunità Europea e attingere un fondo di poco più di 16.000 euro, con i quali è stato possibile far viaggiare, lavorare e professionalizzare una ragazza di 22 anni. Per cui il "gender mainstreaming", formula che indica "la presa di coscienza delle diversità esistenti tra le esigenze e gli interessi degli uomini e delle donne in tutti i programmi [della UE] nell'ottica delle pari opportunità" ( http://e-learn.provinz.bz.it/data/copernicus/lm_data/lm_9875/definition/gender_mainstreaming.html), diviene il cavallo di battaglia (o di Troia), per accedere ai fondi e ritagliarsi la possibilità di realizzare un progetto.

Altre volte invece i risultati non si vedono affatto, come nel caso del fallimentare esperimento dei tassametri collettivi o dei mezzi elettrici per il centro storico, di cui è svanita perfino la memoria. Sta di fatto che, citando la responsabile dei progetti comunitari per Palazzo Ducale, "vale la pena impegnarsi a prescindere dall'obiettivo". Già, quello che conta è far muovere soldi, magari uniformarsi ai principi ed alle impostazioni suggerite dai bandi comunitari, siano pure il "gender mainstreaming" del buco dell'ozono, far finanziare progetti e far lavorare liberi professionisti giovani laureati, giovani e meno giovani ricercatori della poverissima Università, altrimenti disoccupati.

Il senso è riassumibile nel principio di Lavoisier: nulla si distrugge e tutto si trasforma, se non altro in posti di lavoro, perfino per i fondi dell'Unione Europea. A prescindere.
(Eleana Marullo)

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21 Novembre 2007

Ambiente - Burolingua al servizio dei soliti furbetti

Ad un recente seminario sullo sviluppo costiero (vedi OLI 158), erano stati enumerati mezzi che la legge può adoperare per poter difendere i litorali. Regime demaniale, strumenti di piano, le norme di protezione ambientale. Ma, lamentava il relatore, un'ambiguità di fondo del linguaggio giuridico rende l'applicazione scivolosa e inefficace.

In questi giorni il caso dell'ennesimo scempio edilizio diventa paradigma delle armi della tutela, numerose e spuntate (Il Secolo XIX 12 novembre 2007, "Il dirigente dell'urbanistica: Oscuri per evitare ricorsi"): il Comune approva la costruzione di bagni pubblici sul litorale di Arenzano, a patto che siano in legno, non precludano la vista mare e che non ci sia cementificazione della spiaggia. I bagni che appaiono sul lungomare sono, invece, in muratura e di evidente impatto ambientale. I cittadini reagiscono con un esposto a cui il Comitato tecnico urbanistico della Provincia da pienamente ragione. Ma, nonostante tutto, i lavori sono ultimati, i bagni quindi rispondono comunque ad un interesse pubblico e quindi restano lì dove sono. Com'è possibile? Il segreto è svelato dal dirigente del Comitato tecnico urbanistico della Provincia Paolo Tomiolo "Le opere erano già state realizzate quando è pervenuto l'esposto e gli uffici regionali competenti, ai quali aveva mo chiesto il parere, hanno risposto che i permessi e le autorizzazioni già rilasciate, comprese quelle urbanistiche e paesaggistiche, potevano essere conservate. L'autorizzazione rilasciata a fini demaniali doveva essere invece trasformata in concessione per atto pubblico". Alle richieste di chiarimento del giornalista, l'architetto continua, rivelando qual è il vero nemico: il ricorso al Tar. "Nessuno è contento quando annulliamo gli atti che consentono di realizzare un intervento edilizio… Se scriviamo i nostri provvedimenti con un linguaggio troppo semplice, corriamo il rischio di veder invalidati gli atti".
In sostanza da una parte ci sono le istituzioni, Comune, Provincia, Regione, dall'altra una congerie di interessi antagonisti, pubblici e privati; il linguaggio normativo deve essere abbastanza duttile da poter essere forgiato a colpi di interpretazione, stirato e steso fino a giustificare l'interesse, di volta in volta, privilegiato. Un virtuosismo linguistico, sempre dal caso di Arenzano: "il consolidamento in capo al soggetto attuatore di posizioni giuridiche meritevoli di tutela, avendo lo stesso avviato l'intervento previo ottenimento di un titolo abilitativo".

O voi ch'avete li 'ntelletti sani,
mirate la dottrina che s'asconde
sotto 'l velame de li versi strani
.

(Eleana Marullo)

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31 Ottobre 2007

Medaglie al merito - No parking, sì parchi

Un po' di riconoscenza - almeno fino a prova contraria - Genova civile la deve alla giunta Vincenzi che ha accettato di riaprire la pratica dell'Acquasola. "Siamo contro i parcheggi a scorrimento -ha detto il sindaco- perché non alleggeriscono ma aumentano il traffico in città. Per questo siamo disponibili a bloccare il Park dell'Acquasola". Riaprire una pratica già decisa dalla mitica giunta Pericu non è cosa da poco. Buona parte dell'apparato politico e amministrativo che a suo tempo sostenne la decisione è ancora lì e ben piantato.

Genova civile deve anche riconoscenza - ma in questo caso molta, moltissima - al piccolo gruppo di associazioni e di cittadini capeggiati da Lega ambiente che, dall'ottobre 2004, quando è esplosa la questione del Park, ha criticato, manifestato, promosso incontri, urlato la vergogna che veniva perpetrata sotto il naso di tutti: un giardino storico scempiato e fuori uso per anni in nome del dio denaro. Tre anni, dal 2004 al 2007, durante i quali la vicenda Acquasola è apparsa emblematica dell'intreccio che a Genova lega il mondo degli affari a quello della politica, ai tecnici e agli organi di stampa.
Qualcuno ricorda il titolo di Repubblica-Lavoro del 7 agosto "Park e verde così rinasce Acquasola"? Era semplicemente l'eco della delibera di giunta 6 agosto 2004 che prevedeva di costruirci 500 posti auto; 6.000 mq sul lato Carignano, 3 piani di cemento interrato. Il parcheggio era il modo scelto dall'amministrazione per "riqualificare" il parco preda del "degrado". Parola d'ordine fare in fretta. In testa al gruppo l'assessore al traffico Merella: "cantieri subito aperti per non perdere i finanziamenti". Anche il sindaco Pericu, sia pure con espressioni dolenti, si era detto d'accordo. Per i parchi come per molte altre cose non ci sono soldi, aveva spiegato; il parcheggio era una necessità. Schierato anche il consiglio comunale che, il 28 settembre '04, aveva approvato il progetto definitivo del parcheggio interrato in spianata Acquasola. Pare che ad alcuni consiglieri dubbiosi fosse stato detto che si trattava d' un "atto dovuto", e che a votare contro c'era il rischio di rimetterci di tasca propria.
E la Sovrintendenza? E le infinite commissioni (giardini, verde, ambiente, cultura...)? D'accordo, si capisce. E i servizi? Quelli avevano cominciato da parecchio a lasciare andare il giardino a schifo: zero pulizia, zero manutenzione; il "degrado" pilotato.
Contro una macchina da guerra così potente solo il gruppo sparuto dei comitati, pochi cittadini convinti della difesa di un bene comune. Hanno insistito, chiesto, manifestato, imposto commissioni di verifica e ogni volta che venivano sconfitti hanno ripreso la lotta. Hanno imposto il blocco dei lavori, svelato le malizie, ignorato le rassicurazioni con cui si è cercato di mandarli a casa. Hanno imposto alla città la loro presenza fisica, sgradevole, irriducibile. Tre anni di lotta e lo scontro è ancora in corso.
Genova democratica, Genova civile dovrebbe valutare se istituire per loro una decorazione speciale; qualcosa come l'ordine dell'Acquasola. Magari un piccolo alberello, ricordo e omaggio d'una lunga democratica guerra.
(Manlio Calegari)

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24 Ottobre 2007

Zoagli - Progetto esplosivo per la scogliera

C'è un piccolo sito (solo 305 visitatori ad oggi) il cui nome è un appello: TuteliamoZoagli. Si tratta di un'associazione di "residenti e villeggianti" che si è costituita per fronteggiare una minaccia che grava sulla scogliera fra Zoagli e Rapallo, cioè la costruzione di una passeggiata a mare "che dovrebbe incentivare il turismo locale".

Sul sito si può leggere una disperata descrizione della bellezza naturale che andrebbe perduta: "La scogliera di calcare dell'antola è uno straordinario disegno di pieghe millenarie, lisce superfici di ardesia, scogli emergenti e faraglioni. Per costruire il tracciato dovrebbero rompere, spaccare, addirittura nel progetto sono previste due gallerie. Il danno estetico a questo patrimonio millenario sarebbe accompagnato dal danno agli animali e alle piante… Inoltre essendo il tracciato molto lungo costruirebbero bar, punti di ristoro, wc, e quindi rumore e inquinamento del mare… la passeggiata significherebbe luci notturne, disturbo e devastazione di una struttura geologica millenaria".
I curatori del sito aggiungono che "la devastazione delle tradizioni e dei luoghi sono il presupposto per l'avvento di un turismo e di uno sviluppo "mordi e distruggi" che in pochi anni impoverirà il territorio da tutti i punti di vista, sia economico che culturale, trasformando questi posti meravigliosi in 'non luoghi', senza anima né storia"
Interessante confrontare queste parole con quelle del programma elettorale di Ettore Campodonico, neo-eletto sindaco di Rapallo, che a proposito di questo progetto parla di un intervento "storico" che potrebbe rilanciare dal punto di vista turistico l'intero Tigullio Occidentale. La passeggiata Zoagli-Rapallo-Santa Margherita, si auto-esalta il sindaco, sarà "unica al mondo" e metterà in secondo piano anche le Cinqueterre e la rinomata passeggiata dell'amore. I progetti di fattibilità esistono già, aggiunge, l'idea è "attuabile", basta che ci sia la buona volontà di tutti.
(Paola Pierantoni)

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10 Ottobre 2007

Ricerca - In difesa della costa, solo lillipuziani

Cosa succede quando la ricerca scientifica mette il naso in faccende concrete quanto colate di cemento e porticcioli turistici? Se ne ha un'idea al seminario conclusivo del programma di ricerca di Interesse Nazionale "Cambiamenti del paesaggio costiero e sviluppo sostenibile", tenutosi alla Facoltà di architettura il 4 ottobre scorso. Pubblico ridotto, una riunione tra i partecipanti al programma per confrontarsi su risultati ottenuti e i problemi affrontati. Quello che emerge dalle relazioni sono in sintesi due punti: lo scollamento tra la ricerca e la politica da una parte, e la fluttuante ed ambigua definizione di bene pubblico, dall'altra.

Gli strumenti per la tutela del paesaggio costiero sono numerosi. Tra essi, il regime demaniale e la normativa connessa, gli strumenti di piano (come il piano regionale, il piano urbanistico comunale, il piano di costa), più le norme di protezione ambientale, ossia i piani di bacino e il piano di tutela del suolo. E fin qua tutto parrebbe funzionare. Il problema sorge al momento dell'applicazione delle norme. Un esempio: i parametri per la valutazione di impatto ambientale (VIA, la pratica che deve precedere qualsiasi nuova costruzione), non sono specificati, e lasciano un'ambiguità sufficiente a qualsiasi interpretazione. La politica vuol sempre sapere prima quale sarà l'esito della ricerca scientifica, per legittimarla.
Altro esempio, un caso specifico dalla riviera ligure: Portovenere e la ridefinizione del suo waterfront. A inizio 2007 veniva creato, con approvazione comunale, un cantiere di urbanistica partecipativa sotto la direzione dell'Università di Firenze; si proponeva il coinvolgimento della popolazione nella definizione di punti critici e valori da preservare nella ridefinizione degli spazi. Dall'altra parte lo stesso Comune creava, contemporaneamente e in totale contraddizione, una Spa per gestire, autonomamente, la dismissione della demanialità della marina.
Le pressioni in campo sono tante e chi fa ricerca e pianificazione sa di essere una sola delle forze in campo e di certo, non quella con le ragioni più forti. Così si spiegano le desolanti slides che mostrano una parata di brutture costiere, da Ventimiglia a La Spezia. Le parole strategiche della ricerca sono debolezza e diffusione, complessità e, ancora, sostenibilità: ragioni lillipuziane quando scendono in campo interessi economici, chilometri di porticcioli e multinazionali del petrolio.
(Eleana Marullo)

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3 Ottobre 2007

Mondologia - Dacci oggi il nostro disastro quotidiano

Durante luglio e agosto 2007 su Repubblica, Corriere e Stampa sono apparsi complessivamente una quarantina di articoli relativi - in vario modo - allo stato delle principali risorse della terra. A cominciare da aria e acqua per arrivare alle fonti energetiche principali e ai contesti sociali, culturali e politici che presiedono al loro utilizzo. Roba da far venire il mal di pancia: il mondo s'asciuga, la terra secca, migliaia di specie sono in estinzione, nuvole grandi come l'Italia si aggirano nel cielo tra India e Cina seminando, oltre i tumori, condizioni di vita impossibili. Il tempo contato del petrolio giustificherà a breve nuove trivellazioni al Polo Nord di cui infatti si sta trattando la spartizione. Nel frattempo si tengono aggiornati i piani di controllo (guerra) degli stati che hanno a che fare col petrolio.

Un mondo di tregenda e di tragedie con l'aggravante che si tratta di cose vere, verissime: una sorta di resa dei conti dopo decenni di sciupio inaudito e insipiente.
E la politica, quella alta ma anche quella che dovrebbe mettere mano alle cose di tutti i giorni? Prende (lentamente) coscienza (la "Conferenza sul clima" sui quotidiani del 13 settembre '07). Come del resto fanno (sempre lentamente) i cittadini.
La domanda a questo punto è: quale rapporto c'è tra tanta cultura del disastro a cui andremmo incontro e la sostanziale indifferenza con cui è vissuto?
G. Bocca sul Venerdì di Repubblica (24 agosto 2007) propone una risposta. "Ti arrivano le informazioni del mattino e sai che l'umanità intera è già al lavoro per distruggere o infangare ogni ragione di vita, di decenza e di sopravvivenza. Si guadagna e si fa carriera, si direbbe, solo inseguendo il peggio. Un esercito di cronisti, sociologi, zoologi, climatologi, fisici, chimici, l'intero apparato della scienza popolare... per far sapere al prossimo che il mondo ai giorni contati, che noi ce lo siamo divorato... Colpisce in questa corsa all'autodistruzione economica e morale, l'incapacità delle classi dirigenti, di tutte ma in particolare della nostra, di reagire riprendendo in mano diritti e doveri di una società civile: il saper distinguere tra ladri e persone oneste, il saper dire al momento giusto che gli organizzatori di bordelli di lusso, di spacci di droghe, di finanza delinquenziale, di ricchezze arrivate dall'ignoto non possono sedere in Parlamento e farsi gioco della giustizia".
In altra parole: la sindrome del disastro annunciato viene usata da chi governa - con la stampa che fa da sponda -per fare meglio i propri comodi. In questo modo finisce anche per togliere credibilità al fatto che ci stiamo divorando il pianeta.
(Manlio Calegari)

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12 Settembre 2007

Acciaio - Prove di lettura del rebus Ilva

"Caro Prefetto, venga all'Ilva". Riva scrive a Romano: vedrà che gli impegni sono rispettati (Repubblica-Lavoro, 28 agosto 2007). Proviamo a fare il punto sulla colata di parole apparse sulla stampa locale negli ultimi due mesi in merito alla questione acciaio.

Segue breve sintesi dei fatti. Marzo: convegno sul superamento della siderurgia a Cornigliano, presente il ministro del Lavoro Cesare Damiano. Maggio: iniziativa della Regione Liguria di apertura alla cittadinanza della aree ILVA restituite alla città con omaggio di bulloni facenti parte di uno dei due gasometri demoliti; ed elezioni comunali. Luglio: Riva ottiene la cassa integrazione ordinaria per 460 addetti - da aggiungere ai 650 già in cassa integrazione straordinaria - causa la crisi della banda stagnata. In luglio inoltre sono apparsi sul Secolo XIX gli articoli a firma Paolo Crecchi, vera e propria inchiesta relativa all'incerto futuro occupazionale sulle aree assegnate a Riva, nei quali appaiono interventi di politici, terminalisti, sindacalisti relativi ad un eventuale migliore futuro utilizzo di aree e maestranze. Parola chiave distripark: avrebbe assorbito più personale? C'è stato un errore di valutazione nell'accordo di programma? E le banchine affidate a Riva?
Certezza su terapia e cura viene data da Claudio Burlando sul il Secolo XIX proprio nell'inchiesta "Tradimento Acciaio" a cura di Crecchi: "il porto inteso come terminal può creare occupazione. Il porto logistico evidentemente no" dice il presidente della Regione che aggiunge: "…in due anni non un operatore portuale si è fatto avanti per le aree lasciate libere dalle acciaierie…teniamoci cari i 2000 - 2500 posti di lavoro dell'acciaio. Il distripark, per ora lo ha fatto Riva. A Cornigliano l'acciaio arriva, viene lavorato e riparte. Produce ricchezza, va bene così".
Il sindacato Fiom avverte: "I posti non verranno tagliati", "Vigileremo". Se non fosse per Stefano Milone della Fim Cisl che dichiara: "Abbiamo avuto tutti troppa fretta di chiudere. Burlando, appena eletto in Regione, voleva far vedere che lui sarebbe riuscito dove Biasotti aveva fallito. Noi del sindacato ci siamo limitati a pretendere che non fosse sacrificato neanche un lavoratore, senza sottilizzare troppo sui posti di lavoro che alla fine sarebbero rimasti davvero. Riva ha fatto i suoi interessi come sempre: e li ha fatti maledettamente bene, e in ogni caso è l'unico che ha mantenuto la parola. Non ha licenziato nessuno" precisando: "l'operazione addio al caldo ci è costata mille posti di lavoro. Un terzo dell'organico dell'Ilva nel 2004, quando eravamo appunto 3000. Potevamo permettercelo?"
Alla Festa dell'Unità il 1° settembre Cesare Damiano ammonisce: "Come sempre bisogna basarsi sugli accordi stipulati e tentare una loro applicazione, pensando al benessere dei lavoratori che per noi è l'obbiettivo principale".
Ad un anno dalla scadenza dell'accordo di programma - luglio 2008 - l'operazione ha prodotto la fuoriuscita temporanea dal ciclo produttivo di circa mille persone, la sospensione della linea di stagnatura, la messa in cantiere di nuovi spogliatoi, di una terza linea di zincatura, di una centrale elettrica ad olio di palma. Sul resto la proprietà preferisce non sbilanciarsi, per non offrire informazioni riservate alla concorrenza. Domande: quanti addetti assorbe una linea di zincatura? In quali uffici saranno destinati gli impiegati? L'applicazione nel 2008 dell'accordo di Kyoto non prevede una riduzione della produzione a Taranto? Che ne sarà allora di Genova e Novi Ligure?
Con quale spirito si affronta un impegno trasformatosi in fastidiosa incombenza?
(Giulia Parodi)

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Sestri Ponente - I megayacht sfrattano gozzi e lancette

Trovo su internet un articolo del Giornale del 7 settembre che magnifica lo scenario "da sogno" che si sta preparando a Sestri Ponente: "barche da decine di metri, negozi, ristoranti e abitazioni di lusso in un quartiere sofisticato e ultramoderno…", ma una signora di Sestri, amante del mare (possiede un piccolo gozzo), mi offre un punto di vista molto diverso di quel che sta avvenendo sulla costa e nel mare presso casa sua; e mi parla della sua malinconia, del suo straniamento nell'entrare ed uscire dal porto di oggi tra natanti giganteschi e inquietanti, proprietà di persone che non hanno alcun legame né fisico né sociale col suo territorio: ricchi, "foresti", ingombranti, estranei. Ingombranti ed estranee, soprattutto, le loro proiezioni esterne materializzate nella forma di mega yacht pronti ad occupare i 150 posti "de luxe" previsti in un contesto che, va detto, prevede ampia ospitalità anche per barche di minore stazza e per i vari circol i di pescatori, canottieri, club velici eccetera.

Poco da obiettare sul fatto che i territori cambino, e su un porto che, almeno questa volta, non deturpa un tratto di costa: il tratto di "spiaggia" delimitato dal Chiaravagna non è certo un'oasi naturalistica. Ma il senso di estraneità di cui quella signora parla merita attenzione. L'articolo del giornale parla della nascita di "un attrezzatissimo porto turistico capace di ospitare duemila barche e circondato da un "borgo" residenziale attrezzato per il turismo nautico di alto livello" che si aprirà "ad un bacino d'utenza non solo ligure, ma soprattutto lombardo, piemontese e del nord Europa". La signora sestrese invece osserva che quello che nascerà sarà di certo tutto bello e lustro, ma non apparterrà al quartiere. Una sua collega, di rincalzo, evoca il senso di disagio e imbarazzo che prova ormai a passeggiare per il Porto Antico: non si vede più il mare, il "paesaggio", ma gente che prende il sole o pranza sui vari yacht e mega yacht ormeggiati. Le sembra di spiare in ca sa degli altri, si sente fuori posto...
Di certo le barche, chiamiamole così, diventano sempre più grandi, e pare che non vi siano limiti alla loro inflazione dimensionale, alla loro voracità di spazi. Molti salutano tutto ciò con entusiasmo: nel porticciolo di Sestri ben 100 posti sono previsti per imbarcazioni dai 30 ai 90 (!) metri, sposalizio perfetto con il favorevole futuro della cantieristica da diporto ligure. L'imprenditore Amico, titolare degli omonimi cantieri, intervistato su un sito dice infatti con convinzione: "Il business? È nei megayacht. E non lo è solo per noi che ci lavoriamo direttamente, ma per tutta la città". Tutta la città?
(Paola Pierantoni)

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11 Luglio 2007

Depuratori - Veleni dell'ambiente e della politica

Un faldone pieno zeppo: una relazione di oltre 70 pagine più 13 fascicoli allegati per un totale di 700 pagine. "Dossier choc: fuorilegge il 78% degli impianti genovesi" titola Repubblica del 4 luglio 2007. Così la Regione, con la relazione stesa da Arpal, la sua agenzia per l'ambiente, "squarcia il velo sui veleni dell'ambiente" e punta il dito sulla nuova amministrazione comunale.
Datevi da fare e alla svelta - è il senso del documento - perché siete proprio nella m. Nel dossier la parola più utilizzata è "revamping", rifare completamente. Nel comune di Genova sono censiti decine di scarichi, industriali e domestici non serviti da fognature. Ma le cose non vanno meglio neppure se gli scarichi finiscono nella rete della depurazione; perché è inadeguata, inefficiente e nella maggior parte dei casi da ricostruire da zero.

Relazione impietosa quella di Arpal che però contiene tutto quello che gli addetti ai lavori sapevano da anni e i cittadini denunciavano. Il fatto che venga messa nero su bianco nel luglio del 2007 quando si è appena insediata la nuova giunta comunale ha dato da pensare. Veleni ambientali o anche veleni politici? Per rispondere ci sono i fatti: il mittente - lo scrive Repubblica - è il presidente della regione e l'assessore all'ambiente ha detto che dell'iniziativa di Arpal lui non sapeva nulla.
Ma c'è anche un altro fatto: a partire dal 2003, ma si potrebbe risalire ad anni ancora precedenti, per il mare genovese ci sono stati solo divieti, uno via l'altro. Uno scandalo, dovuto alla situazione catastrofica della rete fognaria e della depurazione urbana, che è stato ostinatamente contrabbandato come frutto di eventi eccezionali. Per mesi, anzi per anni, gli uffici preposti, e tra questi Arpal, hanno dato vita ad una vera propria manfrina che grazie anche ad una stampa compiacente ha scatenato la caccia all'untore: il ristoratore dalle cozze avvelenate, l'alga urticante, la medusa anomala, il topicida killer, il cefalo suicida. Per non dire della minimizzazione di notizie gravissime come la cinquantina di epatiti collezionate in poche settimane nel 2005.
Con il suo dossier di luglio 2007, Arpal ha deciso di aprire il sacco, dire la verità (finalmente). Amore di verità o contributo a una campagna di veleni? In ogni caso, meglio così che il silenzio. L'assessore comunale al ciclo dei rifiuti non si è stupito. Sono cose che sappiamo benissimo - è stato il senso delle sue parole - è una eredità e cercheremo di venirne a capo. Costruttivo anche l'assessore regionale all'ambiente: problemi seri ma lavorando assieme con Provincia e Comune troveremo la soluzione.
I cittadini, presi in giro per anni con spiegazioni idiote e che, per altrettanti anni, hanno aspettato di vedere riconosciuta le ragioni delle loro proteste, non possono che essere contenti. E sperano che l'amore di verità la vinca sul veleno.
(Manlio Calegari)

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4 Luglio 2007

Regione - L'insostenibile solitudine di un Presidente

Il Secolo XIX del 29 giugno scrive che i Tir sulle strade di Sampierdarena e i container di Spinelli che dagli Erzelli scendono a Cornigliano sono "il terreno di scontro del nuovo sindaco, Marta Vincenzi, e del presidente della Regione Liguria, Claudio Burlando".

L'intenzione della Vincenzi di vietare il transito dei Tir che inquinano Sampierdarena e Cornigliano ha già provocato forti reazioni. Scontata, quella degli autotrasportatori che si riterrebbero ingiustamente penalizzati. Stizzita, quella di Burlando, che vedrebbe contestato l'accordo a suo tempo siglato con Spinelli dalla "Società per Cornigliano" (partecipata dalla Regione, la Provincia e il Comune) in virtù del quale, secondo Burlando, "al gruppo Spinelli era stato accordato la possibilità di sistemare i container a Cornigliano … per permettere al progetto di Genova High Tech di decollare. Non liberare Erzelli significa[va] perdere commesse e un'opportunità di sviluppo industriale e tecnologico".

L'accordo della "Società per Cornigliano" con Spinelli è in questi giorni sottoposto ad attacchi da più parti. Il deputato Aleandro Longhi (ex Ds, oggi Movimento per la sinistra) ha presentato alla Camera il 18 e il 27 giugno due interrogazioni al Ministro dei trasporti e al Ministro dell'economia in cui solleva dubbi sull'intero impianto dell'accordo perché assicurerebbe a Spinelli condizioni, sia presenti che future, di estremo favore. Longhi segnala che la sistemazione, a prezzi irrisori, dei container vuoti di Spinelli in un'area pregiata all'interno delle acciaierie, senza alcuna gara, è stata fatta a scapito di altre aziende collocate agli Erzelli, che pagavano e pagano l'affitto a Spinelli e ora sfrattate. Longhi inoltre domanda come mai Spinelli ha annunciato un investimento di 26 milioni di euro in un'area datagli in via provvisoria e che dovrà essere assegnata in via definitiva al distripark dopo lo espletamento, disposto per legge, di un bando di gara internazionale. Le aziende a cui fa riferimento l'interrogazione di Longhi hanno già fatto ricorso al Tar chiedendo l'annullamento dell'accordo (Secolo XIX, 23 giugno) e un risarcimento dei danni per quello che considerano un trattamento privilegiato riservato solo a Spinelli.

Burlando si lamenta di essere lasciato solo: l'accordo siglato con Spinelli dalla "Società per Cornigliano"di cui Burlando è ora presidente, fu fatto quando questa era presieduta dal sindaco Pericu. Non solo. La Vincenzi pensa che "chi amministra la città deve fare soltanto quello" e ha chiesto agli assessori di rimettere il loro mandato nelle società partecipate del Comune. Di conseguenza, l'assessore Mario Margini ha abbandonato il suo posto di consigliere nella Società per Cornigliano. A Burlando questo non è piaciuto e, mostrando una concezione curiosa del rapporto tra istituzioni e aziende partecipate, tra indirizzo politico e gestione amministrativa, protesta: "Se Margini lascia io rimango solo, vorrei capire cosa s'intende fare per il cda, rischiamo di non avere nemmeno la maggioranza".

Sulla sua presunta lite con la Vincenzi, Burlando ha dichiarato il suo "enorme stupore": "Nessuno scontro nelle nostre relazioni che sono invece improntate alla collaborazione e alla correttezza istituzionale" (lettera al Secolo XIX, 30 giugno). Conclusione: nessuno scontro, solo guerra fredda.


(Oscar Itzcovich)

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Cemento - C'è chi si inquieta e chi si stupisce

I fatti prima di tutto. A Savona e dintorni un manifesto annuncia per giovedì 21 giugno alle ore 16.30 un dibattito sull'argomento del giorno, " Territorio e ambiente: un progetto oltre il cemento. La difesa della linea di costa della Liguria (e non solo)". Protagonisti parlanti, oltre a personalità di rilievo di Legambiente Liguria, anche l'assessore regionale all'ambiente, il sindaco di Savona, il magistrato Sansa, il prof. Spalla e altri ancora. Quel che si dice un gran bel cast. A coordinarlo c'è Marco Preve un giornalista della redazione genovese di Repubblica noto per l'impegno con cui da tempo tratta della materia cemento e dei suoi dintorni.

Prima sorpresa: nei giorni successivi su Repubblica-Lavoro non si trova alcun resoconto del dibattito. Eccesso di modestia della testata che pure era coinvolta nell'evento? Non si sa. Ne parla invece, il Secolo XIX, ma solo nella sua edizione savonese del 22 giugno. Poche righe dove si fa notare come il magistrato genovese riferendosi al progetto del grattacielo Fuksas avrebbe affermato tra l'altro che "quel grattacielo è solo una speculazione e che i protagonisti che ci sono dietro sono inquietanti".

Seconda sorpresa: cinque giorni dopo, il 27 giugno 2007, compare sul sito della Regione Liguria la notizia che il suo presidente Burlando ha scritto alla procuratore della Repubblica di Savona chiedendogli di valutare l'opportunità di un "approfondimento" relativo alle dichiarazioni del dr. Sansa. A sollecitare la lettera del presidente Burlando è stato il termine "inquietanti". Il suo impiego, scrive l'estensore, allude a possibili retroscena che potrebbero turbare l'obiettività degli uffici regionali chiamati a valutare i progetti in questione.

Il 28 giugno 2007 ne parla, finalmente, anche Repubblica. "La battaglia di Fuksas. Burlando contro Sansa": metà pagina, taglio alto. Nell'articolo, non firmato, si ricordano le fasi della vicenda savonese si chiede a Sansa cosa pensa dell'iniziativa del presidente della Regione. "Se non fosse che fa caldo e non voglio sprecare energie, mi metterei a ridere... La Regione ha uffici, strumenti e funzionari in grado di accertare se dietro determinate operazioni vi siano delle irregolarità. Invece chiede alla procura di Savona di andarsi a informare sul perché si inquieta un cittadino che interviene in un pubblico dibattito. E' un percorso che mi pare abbia anche un sapore vagamente intimidatorio... Io mi posso inquietare perchè determinati progetti mettono a rischio l'ambiente, perché posso ritenere inquietante un certo modo di amministrare o di fare l'imprenditore, oppure di come viene interpretato il bene comune".

La conclusione del magistrato e che l'inquietudine resta una prerogativa di un sano spirito di cittadinanza e che il potere anziché stupirsene dovrebbe preoccuparsi di salvaguardarla o quanto meno apprezzarla.
(Manlio Calegari)

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20 Giugno 2007

Depuratori/1 - Poca informazione molte parole

12 giugno 2007 (Repubblica) "Corso Italia bagni vietati. Da tre giorni l'Arpal segnala la presenza di coliformi fecali ma lo stop arriva solo oggi. Disco rosso del comune per 6 stabilimenti balneari". Cosa è successo? Tra le ragioni possibili la dirigente Arpal indica: perdita fognaria, versamento di navi in transito, allacciamenti illegali. Arpal fornisce anche una notizia tranquillizzante, purtroppo relativa a due anni fa: d'accordo con i vigili Settore ambiente e CC nucleo operativo ecologico hanno stabilito che l'alga tossica del 2005 non c'entrava col topicida (leggenda dell'estate 2005).

13 giugno (Repubblica) "Mare inquinato: Punta Vagno nel mirino, il depuratore in riparazione scarica direttamente in mare. Notificata ieri ai titolari degli stabilimenti l'ordinanza del sindaco che vieta... Sul sito dell'Arpal visibile la zona inibita... Primo indagato il depuratore... Possibile? "Non possiamo escluderlo" dichiara il responsabile dell'unità operativa Arpal.
Si viene a sapere che Amga sta facendo manutenzione al fangodotto, la conduttura che da Punta Vagno trasferisce i fanghi alla Volpara e che poi vengono rispediti a Punta Vagno per andare in mare (Davvero! Funziona così). L'amministratore delegato dell'Amga ha promesso che "l'impianto potrà ripartire". Quando? chiede il cronista. Sembra da oggi (13 giugno).
14 giugno (Repubblica) Niente da fare non è ripartito "Depuratore ancora fuori causa. Allarme continuo in corso Italia. Ci vorranno almeno altre 24 ore. Sembra che sia stato danneggiato un cavo Enel e l'intero l'impianto è stato fermato. Lo ha detto l'amministratore delegato di Mediterranea Acque, la società scorporata da Amga che gestisce gli impianti di depurazione. "Abbiamo fermato il fangodotto lo scorso febbraio... per il risanamento di un pezzo di conduttura in Valbisagno e un tratto di tubazione che dal depuratore scarica in mare. Trecentomila euro di spesa che dovrebbero garantire un'estate con il mare relativamente pulito.
Domanda: Perché iniziare i lavori in primavera pregiudicando la stagione balneare? Risposta: "Perché i lavori non possono essere fatti in inverno quando il Bisagno è in piena". Qualcuno ha visto acqua nel Bisagno durante tutto l'inverno? Sì, l'a.d. di Mediterranea!
Ancora Repubblica: è da sabato 9 giugno che il sito Arpal informa della presenza di coliformi e streptococchi fecali ("di sicura origine organica, precisa, il responsabile dell'Unità operativa Arpal) ma solo ieri il sindaco ha firmato l'ordinanza di divieto di balneazione.
Quanta insistenza; vuoi vedere che gatta ci cova?
(Manlio Calegari)

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Depuratori/2 - Tra Regione e Comune botta e risposta

Repubblica 16 giugno "La battaglia di Burlando: sistemate quel depuratore". Consapevole della tortura inflitta ai cittadini di Cornigliano dai miasmi del loro depuratore, il presidente della Regione "con tutto il peso della sua carica istituzionale" ha invitato il neosindaco ad effettuare tutte le azioni necessarie per riportare la normalità. Dopo due mesi di lavoro l'Arpal ha infatti stabilito che il percolato proveniente dalla discarica di Scarpino - i liquami prodotti dai rifiuti - non è trattato; la depurazione non è completa e la delegazione è appestata dalle puzze. Lo scarico nei pressi della foce del Polcevera è quello della famosa moria dei cefali degli ultimi anni.

A questo punto i depuratori che non funzionano sono almeno due. E siamo solo all'inizio.
Dal Comune rispondono a Burlando con un po' di irritazione. Ma cosa ti gira? Siamo qui da 10 giorni e non potevamo certo fare più che richiedere a Mediterranea Acque, gestore della depurazione, e agli uffici comunali di fare rapidamente il punto.
Risposta ragionevole. Poiché in questi anni non si è fatto nulla salvo prendere per il sedere il prossimo raccontando fole, siamo alla stessa situazione dell'anno scorso, di due anni fa, di tre anni fa ecc.
Risposta discreta: perché non ha ricordato alla Regione le sue responsabilità istituzionali in materia.
Per i cittadini che volessero saperne di più è assolutamente inutile cercare sul lussuoso sito informatico di Arpal, l'agenzia regionale per l'ambiente. Non ci si trova la mappa regionale dei depuratori; non è possibile sapere quanti siano, dove, con quali caratteristiche, quali i tempi di funzionamento reali e delle manutenzioni annuali, i guasti, le responsabilità ecc. Due anni fa la ASL Chiavarese pubblicò un documento relativo alla Riviera di levante dove si spiegava che la depurazione esistente era sottodimensionata rispetto alle esigenze correnti e addirittura si riduceva al 50% nella stagione estiva col raddoppio della popolazione. All'Arpal lo sapranno? E del cromo esavalente sulle spiagge alla foce del Lerone? Bandiera azzurra?
(Manlio Calegari)

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13 Giugno 2007

Cancro - La mappa inquinata delle città

E' grazie a un'inchiesta agghiacciante di Luca Carra e Daniela Minerva apparsa sull'Espresso il 31 maggio che si può provare ad esaminare i termini di un inquinamento che miete sempre più vittime.
Sovente l'aumento dei tumori distribuiti sulla carta geografica del nostro corpo - colon, polmone, fegato, sangue, prostata, cervello - ci appare distante. Automaticamente lo collochiamo nella sfera delle probabilità che non può, non deve riguardare proprio noi. Succede però che quello che teniamo distante possa essere evocato da quanto accade all'amico, allo zio o alla madre e che, facendo due conti, lo stato d'animo riaffiori con la sensazione - questa volta precisa - che ciò con cui ci nutriamo, ciò che respiriamo faccia davvero danni enormi.

"Vedi questi puntini? Ogni puntino è un residente in una zona di Forlì vicino a due inceneritori…" Sembra una mappa militare quella che mi presenta uno studioso dell'Ist. "E' stata esaminata la mortalità, esattamente l'anno dei decessi…poi l'incidenza dei tumori. Chi in generale dice che la mortalità scende dell'1% annuo tende a non far vedere l'incidenza annua dei tumori…". Mi spiega il medico, che le vittime dei due inceneritori di Forlì sono state soprattutto donne.
Nella migliore delle ipotesi si tratta di avere a che fare con gente malata che deve assumere farmaci per il resto della propria vita.
Nell'inchiesta dell'Espresso si indica una crescita di "tumori a livello di epidemia" e "se si guarda ai bambini, la statistica diventa angosciante: il confronto tra la fine degli anni Settanta e la fine degli anni Novanta mostra risultati spietati. Usando come campione la Regione Piemonte, si scopre un'impennata del 72% del neuroblastoma, del 49% nei tumori del sistema nervoso centrale, del 23% per le leucemie…Dove aumentano i casi di cancro?". Sono state individuate più di 400 sostanze come probabili cancerogene ambientali. Inoltre, traffico automobilistico, impianti di riscaldamento, "strumenti tecnologici di cui si ignorano i danni", discariche clandestine, esposizione cronica a campi elettromagnetici rientrano tutti nella gamma delle cause.
Il medico ricorda i tre tipi di prevenzione indispensabili: primaria, secondaria, terziaria, spiegandomi che se venisse fatta la prima - "identificazione delle causa della malattia ed applicazione delle norme perché non si verifichi l'esposizione" - non sarebbero necessarie le altre due (diagnosi precoce di un tumore per verificare se è trattabile e ritardo nel decesso). E precisa, riferendosi a Genova, "gli inceneritori fanno male alla salute perché cambiano la composizione dell'aria". Il medico lamenta che non si può continuare a pulire l'acqua per terra se a monte non si decide tutti insieme di chiudere la falla. La falla, per quanto riguarda la "rumenta", si argina applicando le quattro R: Riduzione - Riuso - Riciclo - Retrocessione d'uso. Potenzialmente la cittadinanza è fantastica, "è solo avvilita" perché non conosce la destinazione della raccolta differenziata che fa. Sogna aree ecologiche per quartiere, senza una Scarpino nella quale concentrare tutto. "Se si ri duce l'inquinamento dell'aria si avrà una riduzione dell'incidenza delle malattie."
La vicenda riassume i suoi consueti contorni politici. La mappa del nostro corpo rispecchia l'inquinata geografia della nostra città?
(Giulia Parodi)

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16 Maggio 2007

Parchi & giardini - Se la parola "degrado" nasconde la politica

Quella di Repubblica di sabato 5 maggio era una denuncia con tutte le regole. Villetta Dinegro, un parco ottocentesco tra i più noti della città, fa schifo. Tra qualche giorno le scuole ci organizzeranno dei giochi. Cosa troveranno? Uno schifo. Tutto vero. Se mai ne manca. Ad esempio che da anni il personale della sezione Giardini e foreste del Comune usa i vialetti come posteggio dei propri mezzi, che le panchine in legno sono pressoché scomparse e altro. Ma la sostanza è quella. Risponderà qualcuno?

Sì: è l'assessore alla cultura della giunta uscente. Lo fa con una intervista su Repubblica del giorno successivo (6 maggio 2007). Il degrado c'è -dice- e per superarlo bisogna fare il salto di qualità che l'attuale amministrazione non è riuscita a compiere". Il salto di qualità sarebbe che le municipalità, scuole, cittadini e associazioni varie diano vita ad un "patto di adozione" per addossarsi il carico finanziario del problema. L'assessore propone inoltre di superare la varietà delle competenze che ci sono in materia chiedendo una "regia unica" per la quale propone l'assessorato alla cultura. Pensa inoltre ad un collegamento tra i parchi con le "peculiarità del quartiere", e poi concorsi, eventi... Il tutto "per la costruzione di una idea di valorizzazione culturale e sociale del XXI secolo...".
I soldi? Oltre fondazioni e privati anche i cittadini che pagheranno un ticket: Tutti? "No, non i residenti". Residenti della città, della municipalità, del quartiere? Non si dice. Di certo quelli dei comuni vicini. Tutti ai giardini con la carta d'identità; ingresso con esattore (Aster? Ami? Amiu? Vedremo).
Conclusione. Andare ai giardini pubblici, qualsiasi - oggi a Sestri e domani a Nervi - trovarli accoglienti o anche solo decenti, resta un mito. Almeno in attesa della "regia unica". E tutto perché come dicono gli amministratori "il degrado c'è". Ma in cosa consiste il "degrado"? Il "degrado" non è come la pioggia che c'è o non c'è e non è che uno possa farci qualcosa. Il degrado è il risultato dell'abbandono, e l'abbandono è il risultato del modo di funzionare e di gestire le aziende comunali. Perché allora fondazioni, privati, cittadini paganti il ticket dovrebbero finanziare con loro soldi questi carrozzoni squalificati che sono i primi responsabili della rovina?
(Manlio Calegari)

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Il ballo del mattone e quello del cemento

Repubblica del 26 aprile scorso ("Box, palazzi & Co. Scacco al verde. Genova e Liguria: in un dossier la mappa delle vergogne ambientali") pubblica ampi stralci della relazione annuale che il Sovrintendente per i beni architettonici e per il paesaggio ha inviato al ministro Rutelli. Una relazione dove "ce n'è per tutti" a iniziare da Genova e a seguire per una serie di comuni. Parole severe: aggressione al territorio, espansione edilizia che innesca una perversa involuzione territoriale ecc. Insomma cemento e ancora cemento; cioè soldi, molti. E dove corrono i soldi, molti, corrono complicità di ogni tipo. La politica? Beh quella c'entra sempre: il pallino di queste cose ce l'hanno in mano le amministrazioni comunali.

La pubblicazione dell'articolo ha irritato il Sovrintendente che ha annunciato un'indagine sulla "fuga di notizie" relativa ad una documentazione che doveva rimanere riservata tra la Sovrintendenza e il ministro. Perché i cittadini che contribuiscono a mantenere in vita le Sovrintendenze non dovrebbero essere informati su ciò che pensa il dirigente preposto? Non si sa.
Eppure il dibattito che è seguito alla parziale pubblicazione del contenuto del documento è stato istruttivo e ha sicuramente contribuito ad aumentare le conoscenze dei cittadini sulla materia in questione. Oltre a rendersi conto della qualità dei suoi rappresentanti politici. Basti osservare che nessun amministratore dei comuni indicati come a rischio di interventi criticabili ha sentito la necessità o solo l'opportunità di dire la sua. Nella probabile convinzione che di cemento meno si parla meglio è.
Ha parlato invece l'assessore regionale all'ambiente pronunciando parole forti (Repubblica 28 aprile 2007). "Contro il cemento tolleranza zero... Il territorio ligure è fragile e ha già subito aggressioni così forti negli anni '60 '70 da non poter tollerare altro cemento". Purtroppo, constata l'assessore, "esistono pressioni e interessi molto forti che vanno in senso contrario...". Parole sante: perché non cominciare ad entrare nei particolari?
Come ad esempio fa il Secolo XIX del 5 maggio ("Santilario in Procura") dove si racconta di essiccatoi e fienili diroccati che da 60 metri quadrati si trasformano in ville grandi tre volte tanto o di costruzioni comparse dal nulla che da canniccio e lamiera diventano robusto cemento. O ancora di viali d'accesso a case private ricavati dove per secoli sono passate le creuze. La Procura di Genova, si legge, indaga. Nel mirino ci sarebbero almeno dieci ville e villette costruite negli ultimi anni, costruzioni di ingenti dimensioni che non comparirebbero sulle fotografie aeree scattate dalla Regione dieci anni fa. Abusive, si direbbe, dal momento che l'intera collina è protetta da vincolo paesistico. Eppure sui progetti approvati c'è il timbro del Comune.
Altro caso lo ha segnalato il Corriere Mercantile del 9 maggio 2007 "Viale Quartara costruzioni nel mirino. Cemento e denunce". Qui a muoversi sono stati i cittadini con ricorsi al Tar, esposti ai carabinieri e alla Procura della Repubblica, lettere a Comune e Provincia, proteste e indignazione. Nel mirino ci sono due palazzine residenziali in costruzione in viale Quartara, che cancelleranno un'area verde un tempo parte della grande "oasi" del parco di Villa Quartara.
Per dire che i cittadini la loro parte la fanno. E la politica? Quella che proclama tolleranza zero?
Sono due piccoli esempi utili per rispondere all'assessore all'ambiente. I cittadini fanno la lor parte, ci sono.
(Manlio Calegari)

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3 Maggio 2007

Quale Liguria/1 - Dal sacrificio della costa, affari, non lavoro

Sole 24 Ore, 31 marzo 2007. "Casa e Case. Abitare Comprare Vivere Investire nel mattone. Diporto e mattone. Porti turistici, un tesoro per le marine". Cifre alla mano: la realizzazioni di porti turistici ha "giovato allo sviluppo della zona e alle quotazioni delle case circostanti". Uno studio recente ha dimostrato che nel giro di una anno - tra 2005 e 2006 - l'incremento è stato del 15%. Tra i casi citati anche alcuni dell'Imperiese. Compare anche una scheda dalla quale risulta che, in fatto di posti barca, la Liguria è in Italia seconda sola alla Sardegna.

Articolo succulento. Il 15% è un valore da capogiro; difficile immaginare comparti con rese simili. Chi ha investito in roba con questi ritorni appartiene a gruppi fortissimi e determinati. Gente che sa come trattare con la politica. Porticcioli vuol dire piani regolatori, ministeri, Demanio, viabilità e altro ancora. Basta vedere il casino scoppiato attorno alla torre di Fuksas a Savona. E anche le parole di fuoco dette a suo tempo da Renzo Piano quando aveva accusato la politica locale di essere tutta d'accordo per varare un porto turistico megagalattico alla Foce con la scusa che intanto doveva andarci lo Yacht club, da sfrattare a favore delle Riparazioni navali del presidente di Assoindustria, Marco Bisagno.
Una doccia gelida spazza via l'alibi sempre sfoderato a difesa dei porticcioli: l'incremento dell'occupazione. E' categorico Dario Boote, professore di ingegneria navale e tecnologie marine. Intervistato da Marco Preve (Repubblica-Il Lavoro, 10 aprile) la sua analisi è spietata: "Oggi quella dei porti mi sembra una scusa per costruire seconde case o riciclare opere di architettura già scartate da altri. Abitazioni per milanesi, torinesi, ma adesso anche svizzeri". E i tantissimi posti di lavoro? "La gestione di barche all´ormeggio -chiarisce- ha bisogno solo di un paio di guardiani. Chi dice il contrario è in malafede. I posti li creano porti che abbiano un forte attività cantieristica o siano direttamente legati all´industria nautica".
(Manlio Calegari)

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Quale Liguria/2 - Il partito del cemento mai così trasversale

Certo di tutto si può discutere però questa sembra proprio la Liguria che piace a Berneschi: seconde case per le regioni del Nord, porti turistici e autostrade. La stessa Liguria di Scajola che infatti ha messo a capo della Camera di Commercio della sua Imperia tale Beatrice Cozzi, "giovane imprenditrice", rampantissima e impegnata nei porticcioli di Ventimiglia, Bordighera e altri luoghi miliardari. C'era la sua apologia su Liguria Business Journal di dicembre 2005.

Quello che più di tutto irrita è che quando si passa dalle considerazioni generali sul business colossale dei "porticcioli" ai casi locali, è più quel che si deve indovinare di quanto viene offerto da leggere. Ci sono banche, immobiliari, consorzi, società di ogni tipo che si stanno divorando risorse comuni ma se ne sa qualcosa (comunque poco) solo a cose fatte. Chi sono? Cosa stanno facendo? Chi sono i proprietari delle aree che in un anno varranno il 15% in più? Che legami hanno con i politici? Quali atti amministrativi richiedono? Specialmente: che trasparenza c'è su sta roba?
Era il 2004 - ancora Berlusconi-Biasotti - al Salone Nautico (quotidiani 11 ottobre 2004) Burlando, che si candidava a fare il presidente della regione, aveva detto qualcosa come "valorizziamo le coste o sarà il tracollo". Ora a parte il dubbio che per difenderci dalla catastrofe siano necessarie le colate di cemento, era il seguito della frase a preoccupare di più. "La Liguria è già dal 1997 la prima regione italiana come posti barca con il 21% del mercato italiano e presto se ne aggiungeranno altri a quelli già operativi...". E poi ancora che bisognava "fare un sistema" per far nascere "una rete di porti che possa valorizzare questa grande risorsa del paese.
Divenuto presidente della regione Burlando non ha cambiato idea. Nel convegno organizzato dal Sole 24 Ore, durante il Salone Nautico 2005, lui stesso aveva assicurato che la sua amministrazione avrebbe riservato "grande attenzione" ai porti turistici. Ricordando (Secolo XIX, 12 ottobre 2005) che quando era ministro dei trasporti, nel 1998, aveva varato la procedura semplificata per la costruzione di porticcioli. Aveva anche detto: "La nostra regione dispone di oltre 14mila posti-barca distribuiti in una cinquantina di località. Nel breve periodo se ne aggiungeranno 5.300, nel medio altri 4.700". Quanto a noi (cioè lui), aveva aggiunto, faremo la nostra parte e sapremo scegliere i nostri interlocutori.
Ma quale sarà mai la "nostra parte"? E chi sono "i nostri interlocutori"? La prossima estate riusciremo a fare qualche bagno in mare o sarà come l'anno scorso e quello prima dove tra epatiti, eczemi, fogne e pesci morti siamo rimasti a secco? Insomma. Facciamo parte o no dei "nostri interlocutori"?
(Manlio Calegari)

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18 Aprile 2007

Merella permettendo - Piovono su Cornigliano i container di Spinelli

Riportiamo integralmente un comunicato stampa della Associazione Per Cornigliano che, diramato il 5 aprile 2007, inspiegabilmente non è stato pubblicato da nessun giornale.
Un tempo neanche troppo lontano si sperava che nelle aree delle acciaierie, al posto degli impianti a caldo, fosse costruito un enorme distripark, che avrebbe regalato alla città una bella quantità di posti di lavoro. Con l'ultimo accordo sulle acciaierie il sognato distripark si è rimpicciolito fino a diventare uno spiazzo di soli 144 mila metri quadrati.

Qualche mese fa si è deciso di non destinare più quell'area preziosissima al distripark, ma di riempirla semplicemente con i container vuoti di Spinelli che devono lasciare gli Erzelli, soluzione che non porta certo nuovi posti di lavoro. Non per sempre, si dice, ma vedremo per quanto tempo.
Eppure il peggio doveva ancora venire.
Il patto stipulato tra le istituzioni e Spinelli prevede, così almeno è stato dichiarato sui media, che i camion che trasportano i container da Erzelli all'area del perduto distripark devono imboccare l'autostrada a Cornigliano, uscire a Genova Ovest, attraversare lungomare Canepa ed entrare così nell'ex area a caldo delle Acciaierie, evitando ovviamente di passare in via Cornigliano. I giornali nel mese di febbraio hanno scritto: "saranno circa 500 al giorno per mesi, in tutto 12.500 da ora ad aprile, altrettanti subito dopo".
Pochi giorni fa invece l'ultima sconvolgente novità. Spinelli dichiara sulla stampa: "Ho già chiesto all'assessore Merella di aprire la viabilità da Cornigliano. Chi arriva dall'autostrada può puntare sull'uscita dell'aeroporto e poi entrare a Cornigliano".
Complimenti: i cittadini di Cornigliano devono già subire il fatto che, tra gli interventi previsti nell'area delle acciaierie, l'ultimo in ordine di tempo sia proprio la strada a mare destinata ad alleviare Via Cornigliano dal traffico.Inoltre ad oggi la situazione è ancora peggiorata, a causa della chiusura nelle ore notturne dell'autostrada, per cui di notte via Cornigliano diventa un inferno.
Chiediamo all'assessore Merella di non acconsentire alla richiesta di Spinelli, riconoscendo il rispetto dovuto agli abitanti di Cornigliano e alla tutela della loro salute.
Sappia il Comune di Genova che Cornigliano non intende subire questo ennesimo affronto: se i 25.000 container di Spinelli dovessero tentare di transitare in via Cornigliano, saremo tutti pronti a bloccare immediatamente la strada.
(Cristina Pozzi, Presidente Associazione Per Cornigliano)

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4 Aprile 2007

Cornigliano - Non si fermano agli Erzelli gli affaroni di Spinelli

"Le devo poi dire che qualora una ditta volesse mettere dei container nelle aree di Cornigliano io penso che Cornigliano abbia sofferto abbastanza per cui non mi pare di poter dire che l'utilizzo più razionale di quelle aree fosse un deposito di container" (Mario Margini, in risposta a un'interrogazione di Paolo Striano, seduta del Consiglio Comunale di Genova, 27 giugno 2006).

Da tempo serpeggiava la paura che tutti i container depositati a Cornigliano (Erzelli) finissero a Cornigliano (ex-Ilva). La loro discesa dalla collina dove sorgerà il "Technology Village", iniziata da alcune settimane, l'ha confermata. Aldo Spinelli, l'imprenditore che aveva riempito di container gli Erzelli, ha ottenuto in affitto circa 100.000 metri quadrati dell'area dell'ex acciaieria e ora si prepara, con gli stessi container, a un'operazione simile a quella che per anni ha deturpato la collina.

Il prof. Pierpaolo Puliafito, direttore del Centro italiano di eccellenza di logistica integrata (Cieli), ha espresso qualche preoccupazione sul trasferimento, dicono temporaneo, dei container dagli Erzelli a Cornigliano: "Visto che a Genova c'è carenza di spazi pregiati e viste le tensioni che, proprio per questo, ci sono in porto, credo che si sarebbero dovuti individuare da subito spazi diversi, magari anche fuori dalla Liguria, per questi container vuoti, anziché metterli …in aree utilizzabili dal porto" (Gazzetta del lunedì, 19 febbraio 2007).
Non ha invece dubbi la "Società per Cornigliano SpA" (società pubblica, dal 27 marzo 2007 diretta da Burlando, dopo le dimissioni di Pericu) che ha il compito di riqualificare l'intera area e che ne ha affittato a Spinelli una parte fino al 2010.
Entusiasta l'imprenditore che aveva chiesto la concessione provvisoria dell'area e presentato (giugno 2006) un progetto preliminare per costruirvi e gestirvi un centro logistico. Intervistato ora da Repubblica (27 marzo 2007) dichiara: "Lì sopra nascerà un grande distripark. Il progetto definitivo è pronto, lo presenteremo fra poche settimane". Aldo Spinelli "non ha dubbi sul futuro di questi spazi". Con lui, ovviamente, nei panni del regista, come annota accuratamente il cronista. "Ho venduto per 36 milioni di euro un'area che ne valeva 96. Ho almeno ottenuto di spostare a Cornigliano i container", dimenticando di dire che ha venduto per 36 quello che nel 1998 ha comperato per 4 (dismissioni IRI).
Di fronte ai disagi e ai malumori crescenti di Cornigliano interviene Burlando: "L'assegnazione delle aree già bonificate a Spinelli ha consentito di far partire l'operazione Erzelli. L'alternativa era non fare niente" (Repubblica, 2 aprile). Domanda spontanea: ma gli Erzelli sono stati venduti liberi da container o no?
Intanto, si è in attesa del previsto bando di gara internazionale per l'assegnazione definitiva dell'area per il distripark. Sappiamo che c'è già Spinelli. Un concorrente con un progetto "definitivo", consegnato, esaminato e discusso in tutte le sue articolazioni e con decine di migliaia di suoi container a presidio dell'area. Quel che si dice un concorrente in pole position.
(Oscar Itzcovich)

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14 Marzo 2007

Amministrative/1 - Erzelli, per cominciare a parlare di cemento

Fino alla settimana scorsa la campagna elettorale ha vissuto sui sorrisi dei candidati e su alcuni modesti confronti tra loro. Ai margini, ma non troppo, i clan: professionali, politici, territoriali e buon ultimo quello accomunato dal mezzo di trasporto. Si tratta dei motociclisti che, acquisito di fatto il diritto a circolare oltre la doppia striscia centrale, vogliono conquistare, de iure, quello di utilizzare le corsie gialle: hanno dichiarato che voteranno per il candidato sindaco che gliele riserverà!

Così fino alla settimana scorsa quando grazie a un opinionista "rompiscatole", a un magistrato e a un vecchio prete è arrivato dai quotidiani l'invito ai politici a confrontarsi sulle questioni serie.
Ha cominciato Pierfranco Pellizzetti sul Secolo XIX del 4 marzo '07 in previsione della delibera del Consiglio Comunale (approvata il 6 e sui quotidiani del 7 marzo) a favore dell'accordo di programma per la creazione del "parco tecnologico" agli Erzelli. Ci andrà la facoltà di Ingegneria e Carlo Castellano, presidente di "Genova High Tech spa", la società proponente e realizzatrice del progetto, ha dichiarato che già 70 aziende premono per potersi insediare nel "parco". "Ha vinto il futuro" ha dichiarato (Secolo XIX 7 marzo). Pellizzetti però ha fatto garbatamente notare che i distretti tecnologici a cui il parco vorrebbe ispirarsi sono una cosa dove ricerca, università, impresa condividono materiali, spazi, personale e, non meno importanti, momenti di vita comune. Un insieme di cui agli Erzelli non c'è traccia. Mentre c'è traccia e profonda di una quota residenziale - 25% dell'edificato - per cui si annunciano prezzi da capogiro. Fatto che tra l'altro ave va convinto Piano a togliere la sua firma dal progetto. La domanda alla fine è: "parco tecnologico" o ennesima operazione immobiliare garantita - e "coperta" - dal trasferimento di Ingegneria?
(Manlio Calegari)

Posted by Admin at 09:32 | Comments (0)

Amministrative/2 - Il partito trasversale attorno al mattone

Di operazioni, anzi speculazioni, immobiliari ha scritto Adriano Sansa su Repubblica del 9 marzo. Parla della torre di Fuksas a Savona e, specialmente, del processo inesorabile con cui le aree di pregio vengono sottratte alla comunità e consegnate alla speculazione; risorse di tutti cedute a pochi in nome del "sovrano mattone di cui un partito trasversale si serve". Partito trasversale di cui anche la sinistra -"indecorosa" e propensa al "pateracchio"- fa parte. Dopo aver lasciato ad altri le battaglie contro l'inquinamento, la speculazione edilizia, le comunicazioni paralizzate, considerati ormai segni d'un patetico attaccamento al passato.

"Sinistra smemorata" sono le parole usate nell'intervista a Repubblica (11 marzo '07) dal prete Antonio Balletto, 77 anni con la fatica di portarli. Smemorata e "povera di talenti", dice lui, a fronte di una società che di esperienze ed energie è ricca. Che insegue i grandi disegni ma incapace di osservare da vicino la città: il lavoro, la casa, le comunicazioni, gli anziani. E i luoghi della lacerazione: la famiglia, la scuola. Una città che ha delegato agli insegnanti e ai dipendenti delle Poste il compito dell'integrazione degli stranieri che vi abitano e di cui ha sempre più bisogno. Una politica, ha detto Balletto, che tratta come emergenze sociali, da risolvere col "pragmatismo", problemi che al contrario appaiono sempre più come strutturali della nostra società cittadina.
Risponderà la politica chiamata in causa?
(Manlio Calegari)

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28 Febbraio 2007

Verde e verdi - Ha anche un cognome il disastro giardini

Non solo Aster ha colpa del degrado del verde urbano e storico: non mi pare che si debbano trascurare le responsabilità del committente di Aster, in particolare dell'Assessore all'Ambiente, che nel caso è anche un Verde. Che con rara incoerenza ha buttato tutte le energie nella costruzione del maxicanile di Monte Contessa (distruggendo ampie aree verdi, derogando più di una norma), ma impegnando ben poche risorse nella manutenzione costante, continua dei giardini.
(Franca Guelfi)

Posted by Admin at 18:18

21 Febbraio 2007

Kyoto, chi? - Ha un bel calendario la cattiva coscienza

Dieci anni fa, a Kyoto, l'accordo sui gas serra: ridurre le emissioni nocive. L'Italia in quella occasione chiese impegni persino più gravi di quelli alla fine concordati. Non i primi della classe ma quasi. Oggi, a due anni dall'entrata in vigore dell'accordo, l'Italia, impegnata a ridurre le sue emissioni di gas serra del 6,5% entro il 2012, a tutt'oggi le ha invece aumentate del 12-13%. Oltre le conseguenze finanziarie per le industrie (pagheranno di più), l'inquinamento, la salute dei cittadini, i costi dei trasporti, la perdita di giornate di lavoro ecc.

Molti gli articoli promemoria su tutti i quotidiani. Repubblica (17 febbraio 2007) dà notizia di uno studio del Politecnico di Milano dove si dimostra come gli obiettivi di Kioto siano raggiungibili e facilmente superabili anche solo rendendo efficiente l'attuale sistema elettrico. Con l'ulteriore vantaggio di incremento di posti di lavoro, consumi, ricerca ed evitando la costruzione di 14 centrali da 1000 megawatt. Cose già dette, periodicamente ricordate , oggi, dimostrate.
Per richiamarle con più forza il 16 febbraio scorso è stata celebrata la giornata della luce. Alle 19 l'Ikea ha spento per 60 secondi le sue luminarie; così anche qualche altro esercizio. A Roma il Colosseo al buio; a Genova Tursi ha spento De Ferrari invitando i cittadini a seguire l'esempio.
La giornata della luce ha seguito di poco quella di San Valentino (fidanzati) che a sua volta seguiva la domenica senza calcio (contro la violenza), che a sua volta seguiva la giornata a ricordo degli infoibati, a sua volta seguita al giorno della memoria... Seguiranno a breve la giornata dell'acqua, del rifugiato, dei desaparecidos (hanno già una loro data) e a queste le molte altre a cui è stato affidato il compito di risvegliare le coscienze del mondo poco disposte a fare i conti quotidiani con i propri misfatti, passati e recenti.
E' nato così, anno dopo anno, il calendario della cattiva coscienza che sostituisce ormai quello tradizionale con i giorni dedicati ai santi che avrebbero dovuto migliorarci con l'esempio edificante della loro vita. Il nuovo calendario, laico, si ispira alle virtù civiche, attento alla storia come ai problemi del mondo, dalla fame, al razzismo, alla violenza. Ma senza esagerare: non più di un giorno all'anno per argomento.
(Manlio Calegari)

Posted by Admin at 13:28

20 Dicembre 2006

Circonvallazione - Anche la Scuola Germanica diventa un parcheggio

La Giunta del Comune di Genova ha detto sì alla costruzione di un parcheggio da un centinaio di posti nella sede della ex Deutsche Schule, purché l'acceso principale avvenga da corso Paganini, non dall'imbocco originariamente previsto in via Caffaro perché fortemente contrastato dagli abitanti. (Secolo XIX, 8 dicembre).

In realtà, la protesta riguarda molti altri punti che la delibera della Giunta sembra ignorare.
Il progetto di parcheggio ha evidenziato una molteplicità di problemi: scavi imponenti che potrebbe compromettere la stabilità degli edifici circostanti (nelle due gallerie sottostanti via Caffaro transitano i treni della Ferrovia, che pare non sia mai stata interpellata in proposito, mentre esiste una legge che vieta di costruire nella loro prossimità); vicinanza di altri edifici residenziali: "Se si dovesse fare un parcheggio in [questa] area, dovrebbe essere per auto elettriche perché non si può trasformare le abitazione delle persone in una camera a gas" (commissario Franco Maggi, Ds, seduta 19 dicembre 2005); attrazione di ulteriore traffico, fatto particolarmente intollerabili nella circonvallazione a monte, già penalizzata dall'appena inaugurato parcheggio di Passo Bersanti e da livelli di inquinamento insostenibili (questo anno, molto più che in passato, la centralina per il rilevamento delle pericolosissime polveri sottili di corso Firenze ha superato ripetutamente i limiti di soglia).

La commissione urbanistica, dove in modo confuso e disordinato il progetto si è discusso più volte, si è anche incartata a lungo su un problema procedurale: il progetto per la trasformazione di una ex scuola richiede il cambiamento di destinazione d'uso dell'area stabilita dal Piano Regolatore: da "scuole e laboratori scientifici" a silos per parcheggio. Ma il PR non prevede una struttura di questa natura: come si fa a formulare un progetto se non si conosce la variante del PR? Il problema evidenza un ossequio formale alle regole del Piano regolatore che non riesce tuttavia a nascondere l'insofferenza per le regole stesse. Le modifiche al PR diventano varianti e le varianti si accumulano in proporzioni sempre più insostenibili al punto che c'è chi propone di non parlare più di varianti, ma di semplici aggiornamenti (commissione urbanistica, 21 novembre 2005). Una correzione solo lessicale, ma risolutiva: gli aggiornamenti del Piano non dovrebbero più passare dal Consiglio Comunale. Si avrebbe un PRF, un Piano Regolatore Flessibile. Un non piano.

Il parcheggio di via Caffaro-corso Paganini è un progetto "fai da te", di iniziativa privata. Il soggetto proponente non è una cooperativa, non è una impresa, è una scuola di lunga tradizione: la Deutsche Schule Genua. E'una società senza fini di lucro, un'istituzione scolastica davvero benemerita. Attualmente in locali d'affitto a Carignano, ha bisogno di vendere il dismesso edificio di via Caffaro per poter sopravvivere. Davvero, la città non ha altri mezzi per assicurare la permanenzadella scuola e in Germania sarebbe possibile un baratto del genere?
(Oscar Itzcovich)

Posted by Admin at 10:30

6 Dicembre 2006

Acna di Cengio - Prima i veleni ora il bidone

"Martedì 28 novembre dallo scalo ferroviario interno allo stabilimento Acna di Cengio partirà l'ultimo treno per la Germania con un carico di reflui salini essiccati". E' il comunicato dell'ufficio stampa del Commissario delegato per lo stato di emergenza nel territorio di Cengio e Saliceto (il prefetto Giuseppe Romano). Dopo cent'anni di veleni la storia dell'Acna si è finalmente chiusa? Purtroppo, no. Certe storie, si sa, non finiscono mai.

Ci sono ancora molte cose da fare ricorda, con evidente preoccupazione, Nicola de Ruggiero, assessore all'ambiente della Regione Piemonte: sono stati svuotati i cosiddetti lagoons (lagunaggi), ma la bonifica dell'intera area, della valle e del fiume Bormida che pochi chilometri dopo Cengio entra, appunto, nel Piemonte, è ben lontana da essere finita. La Regione Piemonte - aggiunge - deve assolutamente condividere con gli altri soggetti interessati il percorso da intraprendere.
La preoccupazione per il destino dell'intera area riguarda anche il protocollo d'intesa firmato tra l'Eni, proprietaria dell'Acna, e la Regione Liguria il 26 luglio 2006 che prevede la vendita a Cengio Sviluppo, società a capitale pubblico con Regione Liguria, Provincia di Savona e Comune di Cengio tra gli azionisti, degli immobili e dei terreni dell'ex Acna a un prezzo che dovrà essere concordato entro la fine dell'anno. In quell'occasione Burlando dichiarò che questi terreni saranno poi ceduti a imprese interessate ad avviare attività compatibili con l'ambiente (Il Sole 24 Ore, 27 luglio 2006).
Il 20 novembre diverse associazioni ambientaliste del Piemonte si sono espresse con un comunicato contro questo accordo perché: 1) prevede "testualmente che l'ENI non sarà, per nessun motivo, chiamata a rispondere di contaminazioni passate o future, che si evidenziassero successivamente al sesto anno dalla certificazione di avvenuta bonifica e addirittura questo termine temporale potrà essere anticipato di quattro anni"; 2) ammette la possibilità che l'ENI trasferisca a Cengio Sviluppo l'attività di presidio ecologico del sito che, è bene rammentarlo, potrebbe durare anche centinaia di anni ("in questo modo l'ENI potrebbe finalmente riuscire a liberarsi del "bidone" Acna e, come se non bastasse, verrà pure pagata"); 3) ignora il fatto che il sito di "Cengio e Saliceto" è un sito di interesse nazionale, sul quale è territorialmente competente anche la Regione Piemonte. (ilnostrogiornale.blogspot.com/2006/08/comunicato-stampa-dell-associazione.html).
Stando così le cose, quella di Cengio è una bonifica che a tutt'oggi non si sa quanto ancora costerà e quando finirà. Ma si comincia a sospettare chi invece pagherà
(Oscar Itzcovich)

Posted by Admin at 11:02

26 Ottobre 2006

Ambiente/1 - Spostare le cubature rende più dei parking

La cronaca locale ha dato notizia dei comitati sorti per opporsi alla costruzione di nuovi edifici su aree rimaste libere all'interno del tessuto edificato. Le proteste hanno di solito due motivazioni: quella più ovvia, che nasce dalla imminente privazione delle vedute godibili dalle abitazioni intorno all'area libera, e quella più astratta, ma certo non meno valida, che nasce dalla imminente perdita di un bene culturale: la vegetazione che cresce sulle aree libere la quale è davvero considerata dalla gente comune un bene più importante della volumetria edilizia che si vorrebbe realizzare.

In qualche caso in effetti, la vegetazione sopravvissuta sulle aree libere è davvero un valore culturale come mi pare di poter dire a proposito dell'uliveto murato di Via Scala a Quinto e a proposito del frutteto di Via Riboli in Albaro. Il fatto è che le trasformazioni urbanistiche della città non sono governate da fattori culturali, ma da fattori reddituali e spostare le cubature da una parte all'altra è diventato un affare più lucroso della costruzione di parcheggi interrati.
La norma che permette la dislocazione di volumetrie era da tempo presente nel Puc (che non è un Piano Regolatore Generale, ma un Piano Urbanistico Comunale; dunque cade in secondo piano l'effetto "regolatore" che viene invocato da chi attua le proteste). Questa norma introduce un meccanismo che permette a chiunque di acquisire superficie edificabile sul proprio terreno libero, demolendo una pari superficie edificata da qualche altra parte del territorio comunale. Testualmente recita: "Gli edifici residenziali esistenti incompatibili con le funzioni e gli obiettivi di riqualificazione possono, se demoliti, essere ricostruiti nell'ambito delle sottozone BA, BB, BE…"
Significa che i caseggiati residenziali situati in aree che il Puc destina ad altri usi (non residenziali) possono essere demoliti e la superficie lorda abitabile che questi edifici avevano prima della demolizione, può essere realizzata (costruendo ovviamente nuovi edifici) in qualsiasi altra parte del territorio comunale purché si tratti di una zona B (di completamento) nelle sue tre possibili categorie: BA (di pregio ambientale), BB (meramente residenziale), BE (agricola).
Il meccanismo si appoggia ad una registrazione notarile, attuata dal Comune di Genova, che garantisce la conservazione del diritto a ricostruire le volumetrie a partire dalla loro demolizione. La registrazione consente dunque la vendita del diritto a ricostruire. Difatti c'è chi ha intrapreso le demolizioni pur non disponendo di superfici su cui ricostruire le cubature acquisite. Si è aperto perciò un inusitato mercato delle volumetrie che, come tutti i mercati, fa lievitare i prezzi a seconda del rapporto fra offerta e domanda. Perfino il Comune ha potuto vendere volumetrie residenziali (e incassare imprevedibili entrate) demolendo i fabbricati residenziali che insistevano sull'area in cui era previsto il nuovo mercato ortofrutticolo.
Il meccanismo messo in moto, privo com'è di qualsiasi criterio che orienti la ricostruzione, è apparso a più d'uno come una macchina ingovernabile.
(Rinaldo Luccardini)

Posted by Admin at 15:43

Ambiente/2 - Sono in tanti a apagare gli affari di pochi

A fare le spese delle "cubature spostate" sono state tutte le aree ancora libere nelle parti pregiate della città le quali non avrebbero avuto un indice di fabbricabilità capace di accogliere cotanta volumetria edilizia. Ma ha mostrato la corda anche il rapporto di 1:1 che il meccanismo permetteva (demolisco 1 metro quadrato, perciò ricostruisco 1 metro quadrato); in realtà non si è mai verificato il caso di una ricostruzione integrale della superficie, giacché la porosità del tessuto urbano non è poi così ampia come si pensava. Perciò il Comune ha deciso di modificare le regole del meccanismo, giustificando apparentemente la modifica col desiderio di accogliere la protesta montante.

La nuova norma, adottata dal Consiglio comunale, dimezza la quantità di superficie demolita ricostruibile (il rapporto è dunque 0,5:1) e inoltre aumenta da 1.000 metri quadrati a 1.500 metri quadrati la superficie minima del lotto sul quale si può intervenire per piazzarvi sopra le nuove volumetrie. Nell'ipotesi dunque che tutte le aree ancora libere vengano occluse dalle cubature trasferite, Genova sarà una città dal tessuto urbano veramente compatto.
Si innesta qui una ulteriore occasione di scontro. Nel modificare (addolcendoli) i criteri di intervento, la delibera comunale fa salvi tutti i procedimenti già approvati e presentati (sembra che i casi siano più di trecento). Il salvataggio non è piaciuto a molti, ma gli strumenti che consentono di bloccare la delibera non offrono alcuna risorsa. Una sospensiva dell'esecutività dell'atto, emessa eventualmente dal Tar, farebbe tornare in vita la norma precedente che indubbiamente è peggiore di questa
(Rinaldo Luccardini)

Posted by Admin at 15:41

11 Ottobre 2006

Ambiente - Nella corsa al cemento la Liguria batte tutti

I detrattori delle statistiche citano quelle dei polli, per cui se uno ne sbafa due e l'altro nessuno, risulta che i nostri soggetti ne hanno mangiato uno a testa; ma è anche vero che spesso i dati numerici aiutano a stabilire punti fermi su materie fin troppo manipolate. E' il caso delle ricorrenti polemiche sulla cementificazione della Liguria, fenomeno chiamato anche "rapallizzazione", finché i difensori del buon nome della riviera sono riusciti a eliminare, non le costruzioni abusive, ma quel termine dal vocabolario.

L'allarme è squillato nuovamente, di fronte al piano dei porticcioli turistici, ovvero l'ennesima colata di cemento che minaccia la costa da Ventimiglia al Golfo dei poeti.
Esagerazioni? Nevrosi ambientaliste? Conservatorismo tipico di una società anziana attaccata al passato e nemica del nuovo che avanza? Ogni interpretazione è possibile sul piano dialettico; ma a livello statistico le cose stanno un po' diversamente: salta fuori, tanto per dire, che negli ultimi sette anni (1998-2005) nella nostra regione la crescita degli investimenti in costruzioni è stata del 55,7%, cinque volte quella del Pil regionale (+11,6%); insomma un boom edilizio superiore al doppio di quello nazionale che vede gli investimenti nel mattone cresciuti nello stesso periodo del 22,5%, rispetto a un Pil al + 9% (dati Ance, costruttori edili, riportati dal Sole-24 Ore del 30 settembre 2006).
Varrebbe la pena di riflettere a fondo sul significato di queste eloquenti statistiche, a partire dalla stessa realtà territoriale della Liguria, una sottile striscia sul mare, già fin troppo costruita, dove non sono più tollerabili interventi massicci, così come pretende la mai sazia speculazione. Ma il dato più preoccupante è ancora un altro e riguarda non tanto la sbrecciata linea difensiva dell'ambiente, quanto la scarsa capacità imprenditoriale presente in questa regione, dove le sole iniziative economiche in grado di produrre risultati sembrano quelle a spese del territorio, quindi a danno della comunità, della sua qualità di vita.
(Camillo Arcuri)

Posted by Admin at 09:33

4 Ottobre 2006

Edilizia - I mostri che popolano l'entroterra

Bene ha fatto il Soprintendente arch. Rossini a richiamare con forza i rischi di cementificazione che corre la riviera ligure, già di per sé abbastanza "lebbrosa" per dirla con il poeta Guerrini, e a mettere in guardia coloro ai quali compete la difesa del territorio, ma la nostra Regione è esposta ad altri rischi che nessun piano regolatore scongiura, disciplinando i Comuni solo il rispetto delle cubature, non la tipologia delle costruzioni, specie di quelle fuori dei centri storici. Abbiamo visto così sorgere nelle campagne ogni genere di obbrobrio, quando una progettazione edile di qualità, cioè attenta alle tipologie esistenti, ai materiali da costruzione, variabili in Liguria da zona a zona, avrebbe potuto esercitare una funzione di controllo e di difesa del paesaggio.

Le case finto svizzere, le palazzine di zucchero, gli chalet di legno, i poggioli che diventano verande, le villette col tetto a dente, le recinzioni in cemento o in ferro che n on chiudono niente, sono sorte ovunque e sono veri e propri mostri edilizi, avulsi dal paesaggio e dal contesto ambientale che le ospita. Se i piani regolatori dei comuni prevedessero, per esempio, la concessione della licenza subordinata al colore degli intonaci, che non può essere sempre il bianco, tipico se mai delle costruzioni mediterranee, ma deve essere scelto caso per caso in rapporto al contesto e all'impatto ambientale e alle tipologie preesistenti; se si fossero messe al bando tempestivamente le coperture in tegole di cemento variamente colorate, che appesantiscono i tetti e dopo un po' d'anni sbiadiscono lasciando trasparire la materia sottostante, con effetto sgradevole; se non fossero state usate tapparelle avvolgibili, al posto delle tradizionali persiane; se i Comuni avessero dichiarato fuori regola gli infissi e le porte in PVC, facilmente sostituibili da usci in ferro dipinto di verde o del colore del legno, meno ferite irrimediabili sarebbero state inferte al paesaggio.
Basta varcare la frontiera di Ventimiglia e inoltrarsi nel territorio francese, per verificare come i nostri vicini di casa, che pure sono "levantini" come noi, hanno costruito secondo moduli coerenti e tradizionali, evitando l'importazione di modelli estranei alla loro cultura. Chi viaggia invece nelle nostre valli deve subire l'impatto con ogni genere di bruttura e talvolta con l'innesto forzato, in contesti urbani dove le murature in pietra vista e i colori grigi dovevano essere di guida e orientamento, di muri bianchi come il latte, persiane avvolgibili che rendono le case come cieche, perline nel sottotetto, porte in PVC, decorazioni in metallo e altre bellezze di questo genere, prodotte dal maneggio disinvolto della fiamma ossidrica e del Black&decker che fanno più danni della grandine. Non si può certo pretendere da costruttori privi di identità, di cultura, e di un minimo di buon gusto l'adeguamento delle loro costruzioni alla tipologia perfettamen te inserita nel contesto ambientale della casa contadina appenninica, ma le commissioni edilizie dei comuni che cosa ci stanno a fare, e soprattutto da chi sono costituite, se non riescono a leggere un aborto annunciato sui progetti sottoposti al loro giudizio? L'Enel e la Telecom con la fungaia di pali in cemento o rivestiti in alluminio, anche in zone di pregio abitativo, quando i cavi si potrebbero facilmente interrare, fanno il resto. I mostri edilizi sono dunque tra noi, ma pochi li vedono, perché ci stiamo abituando al veleno.
(Giovanni Meriana)

Posted by Admin at 16:45

27 Settembre 2006

Ambiente - Demolire gli orrori resta proibito

Ho letto le dichiarazioni di Carlo Ruggeri da Repubblica del 13 settembre e poi il commento che, il giorno dopo, sempre su Repubblica, ne ha fatto Giovanni Urbani, il quale scopre con malcelata sorpresa che la "disinvoltura" è ormai una prassi dei politici che giungono a più alte responsabilità gestionali.

Mi sembra sbrigativo e superficiale esaltare l'obsolescenza del Piano Paesistico perché "ha sedici anni" e perché "molte cose sono cambiate", tanto da ritenere che sia giusto "metterci le mani". Tutte le osservazioni a sostegno di questa impostazione sono incentrate sulla attività edilizia (almeno ciò è quanto riportato dai giornalisti presenti alla conferenza-stampa). Sfugge dunque al decisore una più congrua riflessione sul paesaggio, inteso come modellazione complessa del territorio attraverso la vegetazione, le attività, le infrastrutture e, infine, l'edificato. Del resto nell'incontro coi giornalisti l'assessore aveva illustrato, continuando un discorso accennato a luglio, un nuovo metodo di monitoraggio fotografico dell'edificato. Anziché basarsi su immagini zenitali, cioé perfettamente verticali, il nuovo sistema consiste (banalmente, direi) nel fotografare il territorio con una angolazione visuale che consente di conoscere l'altezza dei manufatti e la loro fisiono mia. Il monitoraggio sarebbe necessario sia per conoscere l'attuale situazione, sia per avere una base di riferimento in prospettiva di eventuali future misure di condono edilizio.
Tale monitoraggio verrà effettuato solo sulla linea costiera, dove
"stabilimenti balneari temporanei sono stati edificati e poi condonati, tanto che oggi non è più godibile la vista del mare dall'Aurelia".
Allineate a questa impostazione sono le altre misure previste dal programma dell'assessore: il divieto di costruire seconde case, l'obbligo di passare attraverso l'edilizia convenzionata per chi vuole trasformare in residenza una struttura alberghiera, il divieto di costruire volumi edilizi residenziali attorno ai nuovi porticcioli turistici, l'addizione di un sovrapprezzo al pedaggio autostradale nei week-end.
Tutta questa manovra ha per obiettivo evidente la restrizione dell'attività edilizia nel settore ricettivo-turistico ed è concentrata sulla costa. Lo strumento di pianificazione territoriale che andava citato è dunque il "Piano della costa", non il Piano paesistico, sebbene sia corretta l'intenzione di sottrarre al potere decisionale dei comuni l'autorizzazione di strutture fisse sul litorale.
La formazione del Piano paesistico regionale aveva a suo tempo coinvolto una compagine di esperti: botanici, biologi, storici, geografi avevano nutrito con ampie valutazioni le scelte degli urbanisti e dei pianificatori territoriali. L'adozione in Consiglio regionale era stata preceduta da audizioni e acquisizione di documenti da parte di comunità e gruppi interessati alla gestione reale del territorio.
Per modificare questo Piano, che ha l'età di un adolescente, occorrerà necessariamente usare la stessa formula. Sarebbe il caso, però, di compiere un passo davvero coraggioso: prevedere norme che consentano la sottrazione di manufatti, infrastrutture e anche coperture vegetali che siano in contrasto con il paesaggio ligure. Questo sarebbe un atto di vero coraggio pianificatorio. Si tratterebbe di affrontare in modo dirompente il meccanismo della rendita edilizia. I sedici anni in cui "sono cambiate tante cose" sono quelli in cui è cresciuto intensamente l'interesse del pubblico verso i manufatti storici (il recupero edilizio è stato l'unico motore di eventi quali "Cinquecentenario colombiano", "Vertice G8", "Genova 2004"). La cultura diffusa predilige le cose di una volta. Chiunque ormai è in grado di riconoscere le mostruosità dell'edilizia speculativa, anche se intorno c'é un verdissimo campo da golf.
Perché dunque dobbiamo ancora sopportare la presenza di ingombranti manufatti che fanno a pugni col nostro paesaggio? Perché non cominciamo a demolire subito quelli che non sono neanche stati portati a compimento (ne cito solo due: lo "scalandrone" della Palmaria e l'albergo di Colle Caprile). Perché non si fa un "piano delle vedute autostradali" che mitighi o cancelli le orrende visuali che talvolta incombono sui turisti diretti altrove? Perché non si recede dalla infestante diffusione della pubblicità che lorda pesantemente il paesaggio? Queste ultime due cosine mi sembrano alla portata di un governo regionale e potrebbero essere gestite insieme alle misure previste per aumentare i pedaggi autostradali (a che fine, sennò, penalizzare un viaggiatore?).
(Riccardo Luccardini)

Posted by Admin at 07:51

Ambiente - L'estate è finita, i coliformi no

Secolo XIX del 12 settembre "Troppi coliformi. A Quinto scatta lo stop alla balneazione". Stesso copione degli ultimi mesi. L'Arpal preleva i campioni d'acqua di mare e - ma che sorpresa! - ci trova dentra una concentrazione di coliformi "ben superiore alla norma". Il sindaco con una ordinanza blocca la balneazione della zona. Sotto processo il depuratore (?) di Quinto di cui 10 giorni prima gli assessori competenti ai servizi tecnici e alla riqualificazione del Levante avevano annunciato la modernizzazione. I "coliformi" in questione saranno scaricati 300 metri più al largo dove - si dice - l'acqua marina non supera i 18°: dovrebbero così essere eliminate le note sgradevoli conseguenze (residui di m. galleggianti, "alga tossica" ecc.).


Solo tra un po' di mesi conosceremo l'esito dell'intervento L'estate è ormai finita e di alghe e coliformi se ne tornerà a parlare l'anno prossimo. Eppure c'è qualcosa su cui bisognerebbe riflettere. E' il condensato di omissioni, sciocchezze e specialmente bugie con cui, a partire dalla primavera scorsa, i genovesi sono stati frastornati e irrisi dalla macchina politica e burocratica responsabile della salute del mare e disinformati da quella, compiacente, dei quotidiani.

Se ne può trovare un saggio su www.olinews.it/mt/archives/2006/09/ambiente_-_lest.html
(Manlio Calegari)

Posted by Admin at 07:41

20 Settembre 2006

Polemiche - L'estate dei megayacht e quella del "Lavoro"

Repubblica 1° agosto 2006, titolo a piena pagina su sei colonne: "La super tassa svuota i porti, settore nautico a rischio. Insorge il popolo della nautica". Comincia così il contributo della redazione genovese di Repubblica alle pagine nazionali del quotidiano. Oggetto: le barche superiori ai 14 metri a cui, il centro sinistra della regione Sardegna, ha deciso di aumentare, nel periodo tra giugno e settembre, la tassa di approdo.

Il popolo della nautica a cui nell'articolo ci si riferisce è quello dei costruttori, agenti marittimi e titolari dei porticcioli turistici. Che sostengono come la linea Soru stia travolgendo anche Liguria, Lazio e Toscana che i croceristi stanno abbandonando a favore di Corsica e Spagna.
A dare voce e ad assumere la difesa d'ufficio di questo "popolo della nautica" è un redattore del Lavoro che documenta la natura punitiva, antieconomica e stupidamente persecutoria del provvedimento di Soru, presidente della Regione Sardegna. Lo ha fatto con tanto di cartine geo e tabella statistica (molto addomesticata, in verità) con relativi confronti col passato. Una cosa che leggendo uno dice: beh, chissà quanto tempo ha passato in Sardegna per un lavoro così completo. Poi vede che in testa all'articolo manca - come invece si fa di consueto - il riferimento alla città dove l'articolo è stato prodotto (Foggia, Busto Arsizio, Olbia ecc.) e che le fonti utilizzate provengono tutte da un dossier prodotto dal consorzio "Rete Porti Sardegna" che organizza precisamente quelli che contestano il provvedimento. Ma come - si chiede il lettore - una inchiesta su una materia così scottante, e neppure una apertura all'altra campana, agli amministratori regionali, alle associazion e ambientaliste, ai commercianti...
La domanda devono essersela fatta anche quelli del nazionale di Repubblica che sono corsi ai ripari offrendo a Soru di dire la sua. Cosa che avviene, a caldo, nella parte bassa della stessa pagina con una intervista della redazione romana. Due giorni dopo (Repubblica 2 agosto 2006) Soru ha smentito le affermazioni del consorzio dando una rappresentazione convincente dell'incremento delle presenze turistiche nell'isola, degli approdi nei porti e degli arrivi negli aeroporti dell'isola. Ma la redazione genovese non demorde e il 10 agosto: "Effetto Soru, boom di megayacht nel porticciolo di Portofino". La linea Soru - si legge - ha prodotto nei porticcioli del Tigullio un insolito affollamento. "I croceristi lasciano l'isola".
Prima domanda: ve l'immaginate il porticciolo di Portofino già a tappo, che si riempie di megayacht?
Seconda domanda: quali interessi spingono il Lavoro ad attaccare la linea del presidente della Sardegna che ha avuto riconoscimenti significativi non solo nell'area del centro sinistra ma da associazioni locali di vari tipo, comprese molte che appartengono al mondo dello shipping? E specialmente cosa lo ha spinto a farlo in un modo così settario, ignorando la documentazione fornita da Soru e, invece, scodellando pari pari quella del consorzio Rete Porti Sardegna che non ha certo tra i suoi scopi statutari di migliorare la condizione dei sardi, della Sardegna e del turismo nazionale?
(Manlio Calegari)

Posted by Admin at 15:09

Nuove tecnologie - A pizzicare gli ecomostri ci pensa il satellite

L'assessore all'urbanistica Ruggeri - che dopo l'intervista rilasciata il 2 agosto Repubblica-Lavoro era stato risarcito dalle precedenti critiche (ivi, 7 agosto) dal responsabile delle pagine locali ha lanciato, il 13 settembre, dalle colonne del giornale del centrosinistra, un nuovo proclama. Un piano per smascherare gli ecomostri.

Le foto dall'alto documenteranno in modo inequivoco abusi e obbrobri sulle coste liguri. "Con questo nuovo sistema, dice Ruggeri, chi sgarra sarà subito pizzicato..." E' stato abbandonato, spiega l'assessore, il sistema delle fotografie zenitali "perché in quelle, se un palazzo di 6 piani diventa di 12 è impossibile accorgersene". Invece con il nuovo sistema di fotografia i misfatti verranno chiariti in pochi istanti e - lascia intendere - perseguiti. Della serie: l'elettronica al servizio della informazione e della democrazia. Quanto costerà? Quale e di chi è la società incaricata del miracolo? E i comuni, i loro assesso rati, i loro vigili urbani che cosa ci stanno a fare? E poi cosa vuol dire "sgarrare"? Costruire di nascosto? Ma la nuova città sorta a Sestri Levante sulle rovine della ex Fit la stanno costruendo in pieno giorno... L'assessore non spiega ma lascia capire che col suo nuovo sistema i cattivi saranno messi in riga. Tra l'altro aggiunge "stiamo rimettendo mano al piano paesistico ormai vecchio di 16 anni". Chissà se 16 anni per un piano paesistico sono tanti o pochi? Possibile che i compagni del suo partito e i tecnici che a suo tempo l'hanno prodotto non abbiano qualcosa da dire? Boh. Il fatto è che ormai tutti si sono convinti che il partito del cemento ha solidi legami col centro sinistra, e se ci voleva una conferma è venuta, proprio in queste ultime settimane. Dopo che due giornalisti di Repubblica Marco Preve e Ferrucio Sansa avevano pubblicato sul numero di Micromega uscito venerdì 7 luglio e poi su Repubblica del 11 luglio un pezzo di pesante e circostanziata denuncia sul malaffare edilizio in Liguria, sulla questione è caduto il silenzio. Poi in risposta alla denuncia che i due avevano fatto della "rete di rapporti politici, finanziari, di potere... che lega insieme amministratori e onorevoli di destra e di sinistra, imprenditori onnipresenti e dalle molte bandiere" è arrivata l'intervista a Ruggeri (2 agosto) è il diploma fornitogli da Il Lavoro (7 agosto). Traduzione ad uso del popolo: se di cemento si continuerà a discutere lo si farà solo in modo "politico" o "accademico" ma niente nomi, per carità. Proprio come ha fatto l'ex senatore del PCI Urbani a cui su Repubblica il Lavoro del 14 settembre sono state offerte 2 intere dense colonne perché potesse scrivere che la vera questione è "chi debba decidere dell'uso del territorio". E pensare che nessuno se n'era accorto.
(Manlio Calegari)

Posted by Admin at 15:05

13 Settembre 2006

Ambiente/1 - A sconfessare "Repubblica" ci pensa "Il Lavoro"

Un colpo di spugna sul passato, un colpo di reni verso il futuro. Così Repubblica-Lavoro del 2 agosto 2006 riassume la "clamorosa intervista" all'assessore all'Urbanistica Carlo Ruggeri (ds), il quale a conclusione dell'anno sabatico trascorso a meditare sul futuro del nostro territorio annuncia di voler trasformare la Liguria in "una regione più rispettosa dell'ambiente e dei suoi abitanti".

Come? Basterà "stoppare la costruzione delle seconde case e favorire lo sviluppo delle strutture alberghiere". Ammesso che si tratti di una novità (altre regioni di Italia, per esempio l'Alto Adige, lo fanno da almeno cinquant'anni), Ruggeri non rassicura sulla difesa della costa: per i progetti dei nuovi porticcioli, se ne verranno autorizzati altri -dice - dopo quelli già avviati (notare la sottigliezza), saranno escluse le opere a terra, cioè gli edifici non indispensabili.
Ma come finirà coi contestati porticcioli in costruzione (Ospedaletti, Imperia, Ventimiglia), di cui l'assessore si è occupato in questo primo anno? "Non è che il presidente Burlando e io ci siamo inventati i nuovi porticcioli … Li abbiamo trovati con un percorso dove si era definito quasi tutto", si difende. Salvo aggiungere che non ne sono esclusi altri: "E' in corso l'esame preliminare di tre nuovi (Noli-Spotorno, Albenga, Sestri Levante)…D'altronde c'è molta pressione, molti Comuni vogliono il porticciolo perché è economicamente vantaggioso".
Difficile dimenticare che Carlo Ruggeri, eletto sindaco di Savona nel 1998, confermato nel 2002, ha contribuito in modo decisivo a piazzare la sua provincia al non invidiabile quarto posto nella graduatoria delle seconde case (41,1% sul totale del costruito rispetto a una media nazionale di 19,5; dati 2001, fonte: http://eddyburg.it/article/articleview/3307/0/124/ ), e tra i suoi ultimi atti ha firmato l'ok per un grattacielo di cento metri sulla spiaggia cittadina.
A dare l'allarme è stata una documentata inchiesta di Marco Preve e Ferruccio Sansa, pubblicata l'11 luglio sulla stessa Repubblica (Boom di porti, case, grattacieli, box. Una seconda rapallizzazione in Liguria), insieme a un polemico saggio, a firma dei due cronisti, apparso sul numero di luglio del mensile Micromega: "LIGURIA, L'UNIONE FA IL CEMENTO". Un titolo meno provocatorio di quanto possa sembrare perché gli autori vi raccontano una circostanziata storia di devastazione ambientale sotto gli occhi di tutti, avvenuta in forza di una irresistibile "rete di rapporti politici, finanziari, di potere, insomma, che lega insieme amministratori e onorevoli di destra e di sinistra, imprenditori onnipresenti e dalle molte bandiere".
L'inchiesta giornalistica, che certo non poteva far piacere a Claudio Burlando, è stata ampiamente bilanciata dall'intervista a Carlo Ruggeri del 2 agosto su Repubblica-Lavoro, così commentata dal redattore capo, Franco Manzitti: "Oseremmo dire che per la prima volta dopo un anno dalla Regione, governata molto pragmaticamente da Burlando, è uscito un vero discorso di sinistra" (7 agosto).
La conclusione, un po' mesta, ottenuta dai potentati locali, vede Il Lavoro sconfessare la Repubblica e i suoi cronisti di punta.
(Oscar Itzcovich)

Posted by Admin at 14:19

Ambiente/2 - Arriva il sovrintendente a ristabilire la verità

L'intervista di Donata Bonometti a Giorgio Rossini, sovrintendente ai Beni ambientali e monumentali della Liguria (Il Secolo XIX, 2 settembre 2006), rende in qualche modo giustizia al lavoro di Marco Preve e Ferruccio Sansa: "Questa terra è al limite dello sfruttamento ambientale, le infrastrutture sono vicine al collasso. Sembrava che il piano paesistico fosse uno strumento utile per un regime di contenimento e di mantenimento dello stato attuale, invece sta scattando l'indicazione contraria. Di incrementare la cementificazione".

Non è solo il dilagare di progetti di porticcioli ovunque, da Ventimiglia a Portovenere. Rossini dice che la Soprintendenza intende anche esercitare una azione scomoda nei confronti delle centinaia di autorizzazioni concesse per nuove case rurali (previste per rinvigorire le aree abbandonate), ma che rurali non sono. E aggiunge che "da oggi in poi vogliamo essere presenti nei comitati tecnici regionali per arginare all'origine: non il nostro ruolo quello dei cani mastini. Ma lo faremo". Più chiaro di così…
Curiosi e preoccupati al tempo stesso, rimaniamo in attesa di un chiarimento tra il sovrintendente e l'assessore. Ma viene anche da domandarsi dov'erano gli uffici preposti alla tutela dei beni paesistici negli anni precedenti, quando la Regione del governatore azzurro Biasotti dava via libera, in nome dell'affarismo travestito da sviluppo turistico, all'assalto delle coste, trasformando baie e calette in posteggi per barche. Neanche belli a vedersi.
(Oscar Itzcovich)

Posted by Admin at 14:17

Ambiente/3 - Ma il mare ridotto a cloaca, è di destra o di sinistra?

In estate la NL non esce e i ritagli dei pezzi messi in evidenza si accumulano. Così fino a questo metà settembre '06, quando riprendiamo l'invio. Ma lo scoraggiamento serpeggia: le notizie selezionate durante i mesi precedenti - dobbiamo recuperare due mesi no? - perdono il già scarso fascino dell'attualità mentre rivelano una inconsistenza imbarazzante. Al punto che ci assale il dubbio d'essere stati presi in giro.

Tra la fine d'agosto e i primi di settembre l'amministrazione comunale di Rapallo va in crisi. Il sindaco, sospettato di aver favorito illecitamente suoi familiari in un progetto edilizio è sfiduciato. Passa in seconda piano la notizia degli stessi giorni che il mare di Rapallo è "pericoloso" ed è scattato il divieto di balneazione. Fin qui niente di strano a Rapallo si va per ragioni edilizie e non per fare il bagno.
Ma, d'estate, parlare di mare e di turismo è inevitabile; succede tutti gli anni. Nella seconda metà di agosto '06 il giornale del centro sinistra ha ospitato un dibattito sul quesito se essere di sinistra è compatibile col favore per un turismo di élite. Sembra infatti che a sinistra si debba essere fautori del turismo di massa. Il dibattito coinvolge personalità politiche e della cultura che però non rivelano dove fanno le loro vacanze. In compenso nessuno risponde alla domanda: lasciare che il mare diventi una fogna è di destra o di sinistra? Nessuno risponde al quesito perché il mare - nel senso bipartisan di farci il bagno - non rientra nei progetti turistici (business) attuali dove, spiegano gli esperti, è sì presente, ma solo come cornice di qualcos'altro: mostre, enogastrronomia ecc.
Il mare alla vecchia maniera - che vai alla spiaggia per farci il bagno - non rende; non è neppure "patrimonio dell'umanità" e quindi sporco o pulito non conta. E se la goletta verde attribuisce il bollino blu a questa o quella località, si sa che non vale molto perché le indagini le fanno in primavera mentre la merda monta l'estate.
La merda ha i suoi colpevoli diversamente il mare sarebbe pulito, cristallino - dicono gli esperti. Bella scoperta, ma chi sono i colpevoli? E da quando operano? L'inchiesta fatta oltre due anni fa dalla ASL chiavarese ha dato tutti gli elementi per capirlo. Lo sanno benissimo anche i sindaci (di destra e di sinistra) della Riviera che si rifiutano di dare informazioni sugli impianti di depurazione e i rispettivi periodi di guasti, manutenzioni ecc. Le informazioni dell'Arpal, l'agenzia regionale (centro sinistra), sono inconsistenti. I cittadini (di destra e di sinistra) si interrogano, scrivono ai quotidiani locali che in nome della ragion di stato (business) cestinano. O fingono che tutto si riduca ad una emergenza, come quella dell'alga tossica che ha imperversato durante i due mesi d'estate '06 oscurando ogni altra considerazione.
Secondo Repubblica del 19 agosto l'alga fa parte delle "Sette piaghe dell'estate" dei liguri. Le altre sono: il caldo africano, le meduse, la grandine, le alluvioni, le trombre d'aria, le cavallette.
Sulla merda invece solo silenzio; niente ottava piaga. E se fosse una congiura? Ma di chi e contro chi? Il comitato Mare pulito di Framura (Repubblica lettere, 29 agosto) scopre nel suo mare, alla faccia del bollino blu attribuito alle "Cinque terre", "feci, rifiuti tritati ma ancora riconoscibili". Il colpevole? I vicini di Levanto, di Bonassola che "non depurano ma triturano e immettono direttamente in mare". Ah, l'odiato vicino! Ma anche quelli che stanno più lontano hanno le loro colpe. Repubblica del 14 luglio scrive che l'assessore regionale all'ambiente intervenuto ad una riunione di amministratori del comuni della Riviera di ponente ha sostenuto che il mare tra Genova e Savona è malato per colpa di Lazio e Toscana. Sono loro i rifiuti e il liquami che per colpa delle correnti giungono sulle nostre coste.
(Manlio Calegari)

Posted by Admin at 14:14

12 Luglio 2006

Logistica portuale - Oltregiogo: mille treni al giorno?

Con l’incontro pubblico in Alessandria di giovedì 6 luglio 2006, una data che potrebbe diventare indimenticabile per gli abitanti dell’ovadese e del novese, è uscito dalla clandestinità il progetto di spostare il porto di Voltri nell’entroterra, Oltregiogo. Sì, perché come hanno tranquillamente ammesso i responsabili dello studio di pre-fattibilità, essi si sono preoccupati di preavvertire l’Ente Regione Liguria e l’Ente Regione Piemonte ma, per quel che riguarda le istituzioni del territorio interessato, a partire dalla Provincia di Alessandria e tutti i Comuni coinvolti nell’avveneristico progetto, hanno preferito soprassedere e ciò per una questione di tatto, sia per non ingenerare inutili aspettative sia per evitare ancor più inutili preoccupazioni. Questo il senso letterale delle risposte date dal responsabile scientifico e dal principale propugnatore del progetto, all’osservazione critica espressa dal Presidente della Provincia di Alessandria circa il metodo seguito nel dare sostanza all’idea di delocalizzare il porto di Genova-Voltri nelle colline e pianure alessandrine.

Non è che dalle nostre parti nessuno ne sapesse nulla, o ne avesse come tutti noi solo qualche vaga e imprecisa informazione, infatti gli esimi relatori hanno fatto nome e cognome di un ‘Entità, la Slala, che, al contrario, sapeva, sa, e saprà. Per carità, siamo uomini di questo mondo, la Slala non è la Spectre, e trattandosi di logistica è naturale che i professionisti del ramo siano coinvolti. E però la procedura è rivelatrice, qui il metodo e il merito coincidono e sono rivelatori della sostanza.
La sostanza è che alcuni interessi imprenditoriali privati, in lotta con altri gruppi economici e strategie imprenditoriali, affermano di essere l’incarnazione dell’interesse pubblico-collettivo-nazionale, e quindi chiedono alle istituzioni, ai cittadini, a tutti noi, di sostenerli nella lotta contro la concorrenza, di sottoscrivere il progetto che hanno ideato per battere la concorrenza dei porti del Nord-Europa. Perderemo qualche bosco ma dirotteremo le merci, i container, da Rotterdam a Lerma e dintorni.
Forse per suggestione di un luogo (Cultura & Sviluppo) in cui la cultura segna una preminenza sullo sviluppo, l’accento non è stato posto sul prosaico “buco” di venti chilometri presumibilmente al centro delle attenzioni dei soliti portavoce del NO. La questione è stata bypassata disegnando, con apposito filmati, scenari da favola: un balzo nel futuro costruito da uomini maturi ridiventati ragazzi, quasi fossero in preda ad una fanciullesca regressione all’amato Jules Verne.
Usando la bacchetta magica della Tecnica ci hanno detto che: con poca spesa, anzi nessuna spesa, sarà possibile realizzare un impianto interamente meccanizzato che dai fondali profondi, pronti ad accogliere piattaforme naviganti da migliaia di container, penetrerà nell’Appennino, si allungherà nella Valle dell’Orba per dilagare nelle pianure destinate ad accogliere i megaimpianti di smistamento. Mille treni al giorno correranno ininterrottamente lungo la spina dorsale di questo porto di terra e di acciaio, disteso nel Monferrato e proiettato nei fatidici Canali 5, 2 ecc., dei flussi globali delle merci, da cui dipende il nostro futuro e la nostra salvezza. Guai a chi resta tagliato fuori, guai a chi si oppone: lo attende la pattumiera della storia, dissero unanimi !
Insomma hanno fatto ricorso alle armi di distruzione di massa della retorica ancor prima che si manifestasse una vera opposizione, come se avessero una colossale coda di paglia.
Per carità di patria non ci soffermiamo sulle perorazioni in nome dell’ambiente, della salute e della sicurezza, garantiti dall’enorme aumento dei traffici che costituisce l’obiettivo dichiarato del progetto mille treni. Limitiamoci all’unico discorso intellettualmente onesto: il porto così com’è non decolla, c’è l’occasione per decuplicare il numero dei container in transito da Genova-Voltri. Le tecnologie ci sono, bastano 7000 miliardi di vecchie lire e l’acquiescenza degli indigeni d’Oltregiogo.
Non mancheranno di suonare la grancassa dei posti di lavoro ma ad Alessandria non l’hanno fatto. Anzi tutto il contrario, in linea con il profilo tecnicamente avanzato e schiettamente imprenditoriale dato alla presentazione. Non solo è stato ribadito che i mille treni saranno rigorosamente privi di personale, così da poter viaggiare ininterrottamente giorno e notte, ma, cosa ancor più importante, e vero perno di tutto il progetto, i container non dovranno assolutamente toccare terra in quel di Genova-Voltri: se questo accadesse tutto il meccanismo ad orologeria messo a punto salterebbe. Con un’unica mossa due categorie storicamente riottose agli imperativi della logica economica, i ferrovieri e i portuali, vengono spazzate via. Una bella rivincita !
Quindi, con imbocco a ponente, anche se a levante sarebbe stato meglio, ma così si evitano le proteste dei rivieraschi, le mega-navi, grazie a mega-gru, scaricheranno sui treni sempre in movimento decine di migliaia di container al giorno che verranno subito inghiottiti nelle viscere dell’Appennino e vomitati in quel che resterà dell’ovadese. Altro che “ terre di pace “ , parchi naturali, tecnologie compatibili, agricoltura biologica, polmone verde e altre sciocchezze idilliache: tutto sarà spianato sotto montagne di scatole di ferro, binari, raccordi, treni, tir, logisticamente all’avanguardia. Un sacrificio, certo, per chi ci vive, ma la sfida è mondiale, globale, letale. Una tale meraviglia ci sarà invidiata dai più grandi competitors logistici planetari, che accorreranno a frotte.
Ma la cosa più bella di tutte è che, come detto, non costerà nulla. Ciò è reso possibile da un’altra meraviglia, questa volta della tecnica finanziaria, chiamata, nientedimeno, project financing. Grazie a questa parola magica, saranno gli stessi privati interessati all’opera a finanziarla. Nessuno ci crede, ma in linea di principio è così, e di ciò dovremmo essere contenti. Purtroppo per un’idea arcaica della cosa pubblica non lo siamo affatto. Arriviamo addirittura a sostenere che scelte in grado di modificare in modo irreversibile interi territori, ambienti naturali e storici, non possano essere demandate a portatori di interessi privati, anche se con potenti appoggi politici e finanziari, e capaci di progetti visionari.
Quindi chiediamo che le istituzioni pubbliche assumano, perlomeno, una posizione di terzietà rispetto ad interessi contrapposti. Chiediamo altresì che il progetto, prima di ogni ulteriore sviluppo, e per evitare conflitti onerosi e dolorosi, venga vivisezionato nei suoi contenuti reali, sgombrando il campo dagli aspetti favolistici e dalle manifeste mistificazioni.
Per offrire un contributo al dibattito che si è aperto dichiariamo tranquillamente ma fermamente la nostra idea. Noi sosteniamo che, per quel che dice e per le enormi lacune, pubblicamente dichiarate, il progetto in questione deve essere al più presto accantonato. La pre-fattibilità, nonostante lo stuolo di tecnici, committenti e sostenitori istituzionali, è stata considerata conclusa benché ignorasse del tutto quello che succederà dal momento in cui i container usciranno dal tunnel. Un atteggiamento ad un tempo arrogante e stupido.
In ogni caso, per la posta in gioco, e per non ridurre a pura burla la democrazia, è indispensabile che l’intera istruttoria sia pubblica e partecipata. Partecipata innanzitutto da coloro che negli ultimi trent’anni hanno tenacemente impedito che il territorio della Valle dell’Orba venisse distrutto dai delocalizzatori delle industrie liguri ad alto impatto ambientale, nonché dalle nuove generazioni che debbono fare i conti con gli epigoni di quella e di più antiche stagioni, contrassegnate dal vizio originario della colonizzazione e dell’affarismo, sotto il segno dello sfruttamento delle risorse naturali e umane. Adesso basta: abbiamo già dato.
(Pier Paolo Poggio)

Posted by Admin at 14:26

5 Luglio 2006

Ambiente/1 - Con urgenza, anzi no

L’assessore Valter Seggi finalmente ammette le disfunzioni del depuratore di Punta Vagno: “E’ vero, non va” (Secolo XIX, 2 luglio 2006). I miasmi che da mesi tormentano Genova sono l’effetto delle carenze di uno degli impianti di depurazione più grandi della città. Questa ammissione sarebbe anche un passo avanti se non contrastasse con l’inerzia e le reticenze che hanno accompagnato l’intera vicenda.

E’ da anni che il fetore crea situazioni intollerabili. E non solo in prossimità di Punta Vagno, perché l’impianto è diviso in due ed è alla Volpara, a sei chilometri di distanza, dove avviene il trattamento dei fanghi del depuratore. Più di un anno fa, il 15 aprile 2005, il Secolo XIX riferiva della protesta dei comitati di residenti che non ne potevano più degli odori (e non era ancora estate). Ma Valter Seggi rispondeva che “se a Sturla il mare è sporco la colpa è dei privati che non si sono allacciati alla rete fognaria. Sono tanti, in regola sono so lo l’80%”.
Una inchiesta del Secolo XIX del mese precedente (22 marzo) denunciava che a non essere in regola erano anche cinque degli otto depuratori di Genova. Tra questi, appunto, quello di Punta Vagno, uno dei più importanti perché da solo serve (o dovrebbe servire) a smaltire le acqua nere che 300.000 abitanti producono ogni giorno. Ma, per sistemare l’impianto – affermava allora Seggi - qualunque sia la soluzione tecnica adottata, servono circa 30 milioni di euro. “Tocca all’Ato (Ambito territoriale ottimale, l’assemblea di sindaci di tutta la provincia) decidere di investire una somma significativa su questo progetto, mentre il Comune invece dovrà cercare le risorse mancanti tra Europa e Ministeri”. Ma nulla è stato fatto.
Nulla nemmeno successivamente, a luglio, in piena crisi dell’“alga killer”, quando la Procura della Repubblica decise di acquisire i dati dell’Arpal per scoprire le cause dell’intossicazione di circa 200 bagnanti, principale indiziato Punta Vagno. In quella occasione, il sindaco Pericu dichiarava: “i miei dati sono che su 7 depuratori 3 funzionano in modo limitato e 4 funzionano secondo noi in modo regolare. Tra quelli che funzionano in modo regolare ci sono Voltri, Pegli, Darsena e Punta Vagno”. E con invidiabile disinvoltura aggiungeva: “Ben venga la Procura della Repubblica con i suoi strumenti di indagine per cui eventualmente cose che a noi non paiono, che alla Commissione Consiliare non possono apparire, attraverso questi strumenti di indagine possono essere maggiormente approfondite” (Consiglio Comunale, 26 luglio 2005). Ben venga la magistratura a supplire le carenza dell’Amministrazione?
Ora che, a quanto pare, l’indagine della Procura sta arrivando al dunque, l’assessore al ciclo delle acque, Valter Seggi, annuncia la decisione presa dal sindaco Pericu di scrivere con urgenza al ministero dell’Ambiente: servono 35 milioni di euro per eliminare quel fetore con il quale convivono gli abitanti di Albaro, della Foce e di Carignano. La cifra era già nota, ma c’è voluto più di un anno per scrivere al ministero. Beninteso, con urgenza.
(Oscar Itzcovich)

Posted by Admin at 09:52

Ambiente/2 - Chi inquina e chi paga

Riparte la litania classica dell'estate, il mare è sporco, i depuratori non funzionano, o funzionano, o funzionano così così, fate pure il bagno che non c'è pericolo, fatelo ma con precauzioni, fatelo ma sono fatti vostri se poi vi prude.... E alla fine: ci vogliono i soldi, bisogna aumentare il costo dell'acqua che a Genova è basso, bassissimo, che dire, il più basso d'Europa, del mondo... Suvvia un piccolo aumento per avere il mare pulito e le fogne profumate.......
Hanno una bella faccia tosta i nostri amministratori a riproporre per l'ennesima volta queste litanie. Ma si sa a volte puzzano anche le parole.

Ora ci viene detto che il depuratore di Punta Vagno non funziona , che addirittura c'è una uscita clandestina che scarica a mare i fanghi, ci si dice che si il fangodotto s'è rotto a maggio e ha scaricato nel Bisagno...... che sì, la condotta sottomarina non è a regola d'arte, anzi è fuori legge , però potrebbe essere in conflitto col disegno del waterfront di Renzo Piano, che le puzze nel Rio Casaregis sono dovute ai ristagni di fogna accumulatisi la sotto per la bravura dei molti palazzi che si sono finalmente allacciati alla rete fognaria. Infine ci si dice che il depuratore comunque non ce la può fare, non è in grado di reggere tutti gli scarichi fognari che si sono collegati in rete negli ultimi mesi.
Proposta finale: aumento della tassa e nuove iniziative sugli impianti.
Ma vogliamo scherzare?
Il depuratore di Quinto scarica in mare alla grande, quello di Punta Vagno è un colabrodo con uscite segrete, quello della Darsena non è mai stato in regola , quello di Cornigliano puzza da settimane, quello di Sestri è un finto depuratore, quello di Voltri è già finito sotto le attenzioni dei carabinieri del Noe per i fanghi abbandonati al sole e per le centinaia di cefali a pancia in su che costellano le - poche - spiagge del ponente cittadino.
Non è che in un sussulto di dignità i responsabili politici, amministrativi, tecnici e scientifici si dimettono a causa delle balle che hanno sempre raccontato a destra e a manca e per la loro palese impotenza a fronteggiare - da anni - l'emergenza fognaria genovese? Ma neanche a parlarne! Subito ci ammollano l'ennesima ricetta...
E la soluzione, sempre valida, è sempre la stessa: far pagare Pantalone.
Ma la legge? Ah, la legge. Per il sindaco avvocato funziona solo quando si tratta di cavarsela con la formula degli "atti dovuti ". E invece no, la legge dice chiaro e il recente intervento del Ministero lo ha ribadito: chi inquina paga. E allora cominciamo a dire che se ci sono centinaia di appartamenti decine e decine di palazzi che per decenni hanno scaricato nei rivi tonnellate e tonnellate di liquami fognari siano chiamati a pagare per i numerosissimi danni alla salute e ai portafogli dei genovesi, che se il fangodotto si è rotto l'azienda che lo gestisce e che vale la pena ricordarlo è una spa che fa fior di profitti sia chiamata non solo a riparare i danni ma anche a pagare le multe, che se qualcuno ha costruito una uscita "clandestina" per i fanghi del depuratore sia chiamato a pagare e l'azienda che gestisce tiri fuori i soldini dalle sue capienti e profittevoli tasche per pagare i danni.
(Andrea Agostini, Presidente circolo nuova ecologia Legambiente-Genova)

Posted by Admin at 09:50

Ambiente/3 - Arpal rassicurante. A chi serve?

Sempre più frequentemente in primo piano. Ma non è un buon segno. Parliamo dell’ARPAL, l’Agenzia regionale per la protezione dell’ambiente ligure, lo strumento tecnico scientifico di cui si valgono Regione, Province e Comuni, ASL e Procura della Repubblica per tutelare l’ambiente e la salute. Nell’opinione pubblica è associata alle grandi emergenze ambientali: Stoppani, Iplom, Scarpino, amianto, acque costiere e reflue, depuratori, balneazione. Ma una cosa è la prevenzione dei rischi ambientali e un’altra, la loro eliminazione. E non si capisce perché, di fronte ai rischi e problemi che periodicamente si presentano, l’Agenzia appaia quasi sempre e ad ogni costo rassicurante, edulcorata.

Ne deriva che spesso l’ARPAL si accolla gratuitamente la responsabilità per i ritardi e per le inadempienze di altri soggetti. Inevitabile conseguenza è la perdita di credibilità. Sull’Iplom, poco prima dell’incendio del 1° settembre 2005, che per alcune ore, in piena notte, fece temere alla popolazione di Busalla il peggio, l’ARPAL presenta uno studio, “risultato di anni di lavoro, che disegna un quadro favorevole all’impatto ambientale e alla sicurezza della raffineria”. Ad ogni inizio di stagione balneare, Arpal dichiara che ora “il mare è più pulito”, ma poi la stagione è rovinata da qualche emergenza: l’alga tossica (2005) o il fetore (2006). All’inizio di dicembre dell’anno scorso organizza un convegno internazionale sull’alga tossica, la ostreopsis ovata. Chiama il massimo esperto internazionale nella materia, il giapponese Takeshi Yasumoto, che dichiara di non aver trovato collegamenti imputabili alla negligenza dell'uomo tra i fattori scatenanti e di ritenere che l'inquinamento e le sostanze scaricate in mare non rientrino tra le cause del fenomeno. Le dichiarazioni sono subito riprese sul sito del Comune (Notizie del giorno, 6 dicembre) con il titolo Alga tossica, assolti gli scarichi. Sui miasmi, il 1° giugno 2006, su Repubblica un funzionario dell’Arpal con involontario umorismo dichiara “C’è puzza, ma non inquina il mare”.
In cerca di approfondimenti, è inutile visitare il sito dell’ARPAL (www.arpal.org). Si apprende che “conoscere e far conoscere il patrimonio ambientale ligure è uno degli obiettivi prioritari dell'ARPAL. Soprattutto dalla conoscenza, infatti scaturiscono i modelli di comportamento concreti che sono alla base della sostenibilità ambientale dello sviluppo”. Una presentazione burocratica, infarcita di riferimenti a leggi e regolamenti. I criteri di leggibilità di un sito, di facile accessibilità e di reperibilità delle informazioni consentite dalla tecnologia informatica sono ignorati. La sezione News è ferma al 5 giugno, solo per ricordare che si celebra la “giornata mondiale dell’ambiente”. La notizia precedente risale al 5 dicembre 2005. Riporta il programma del famoso convegno internazionale sull’alga tossica, ma non gli atti. Niente sui miasmi. Niente su Punta Vagno. Le pubblicazioni dell’ARPAL sono ferme al 2002, per lo più non consu ltabili online.
All’ARPAL lavorano circa 500 persone.
(Oscar Itzcovich)

Posted by Admin at 09:46

28 Giugno 2006

Ambiente - Profumo di mare

"Il mare al primo posto" ha dichiarato (Repubblica-Lavoro, 22 giugno '06) il neo presidente della Fiera di Genova. "Il mare - ha aggiunto il neo presidente- sarà l'elemento di forza della fiera; una benedizione dal cielo...". Ma, intanto, sarà bene che si occupi della puzza, che è la maledizione di cui si occupano da circa 3 mesi i tecnici di Comune, Arpal, e molti altri (vi ricordate di quanti parteciparono alla caccia - mai risolta - alla famosa "alga killer", l'estate scorsa?).

I miasmi della Foce: esplosi domenica 22 aprile (Repubblica 23 aprile), "Cinquantamila con la puzza al naso. Assalto a Euroflora ma alla Foce l'aria è irrespirabile", e proseguiti nei giorni a seguire (ivi, 24 aprile, "Aria irrespirabile, caccia grossa alla Foce"), i fetori erano l'inizio di una inchiesta che, ancora dopo mesi, non è risolta. Ricordate le foto sui quotidiani che mostravano i volti schifati e stupiti dei visitatori di Euroflora? E le dichiarazioni e gli impeg ni: dell'Arpal e dell'assessore Seggi - che "assolve il depuratore" - a fare chiarezza. Tre le ipotesi allo studio e una "task force" per venire a capo del rebus. La quale task force nel giro di 24 ore forniva il suo verdetto (ivi, 25 aprile, "Scovata la centrale della puzza"). Con tanto di soluzione - "provvisoria", si capisce. I tecnici, dichiarava l'assessore, hanno scoperto la causa del fetore ("ristagno prodotto dalla differenza di quote di impianti fognari"): una "banalità" che poteva essere considerata come già "risolta". Incerta restava invece la causa della "nube maleodorante" che ristagnava tra via Piave e Mameli. Ma quella è una zona di rivi sotterranei (misteriosi?), diceva l'assessore, mentre prometteva nuove ispezioni.
Euroflora chiudeva i battenti; la puzza no. Riappariva a folate improvvise e si beffava delle dichiarazioni di politici e tecnici appena questi dichiaravano di averla domata. Repubblica del 14 maggio: "Quella strana puzza del week end: da domani in azione la task force". Sarà la stessa dell'altra volta; quella che aveva detto di aver risolto il problema? Sembra di sì perché si legge che sta operando ormai da 10 giorni: "setacciando tutta la rete fognaria". L'assessore ipotizza che presentandosi la puzza di merda in occasione del fine settimane l'ipotesi è che ci si trovi di fronte ad un "versamento anomalo". Intanto, mentre i vigili urbani hanno puntano il loro obiettivo sul depuratore di Punta Vagno, il Nucleo batteriologico e chimico dei vigili del fuoco ha dichiarato che la presunta nube tossica era inesistente. Anche la Procura della repubblica ha ricevuto un rapporto sull'argomento.
Su Repubblica del 16 maggio la notizia tanto attesa: "Scoperta la causa della puzza alla Foce" (e due!). Il mistero delle esalazioni non è più tale. Dipende dal Rio Casaregis di cui il Comune e i tecnici di Genova Acque dicono di sapere poco. In compenso c'è un tale che sulla spiaggia di punta Vagno ci ha passato quasi mezzo secolo che dichiara che il rio "ha sempre emanato puzza" perché quando si riempe troppo non scarica nel depuratore. Con la felicità dei pescatori che al largo pescano cefali e orate ghiotte di quei residui. Ma l'assessore alle opere idrauliche nega che nella rete fognaria vi siano anomalie. Risultato: si brancola nel buio e nella puzza. Come del resto si evince da Repubblica del 6 giugno scorso: "La puzza rimane un mistero". Tra Comune, Arpal, Genova acque, Amga, Autorità portuale tira aria di sconfitta. Agiremo in profondità - dichiara l'assessore - che annuncia l'imminente "catasto del scarichi". Conclusione (provvisoria) della vicenda (Repubblica-L avoro, 14 giugno). Nelle principali rete fognarie della città saranno installati marchingegni "sentinelle dell'inquinamento"; altri sensori sono previsti per monitorare la qualità dell'aria... La tecnica... i tecnici... Intanto la puzza continua.
(Manlio Calegari)

Posted by Admin at 09:20

21 Giugno 2006

Ambiente - La Liguria dell’Arpal ferma al 2004

In distribuzione regionale con Venerdì di Repubblica (16 Giugno 2006), una pubblicazione, siglata dalla regione Liguria e dall’Arpal (Agenzia regionale per la protezione dell’ambiente ligure). Grafica verde-basilico, tronco secolare in copertina, Ambiente in Liguria il titolo, con fascetta gialla “2005”: cosa sarà mai l’ambiente in Liguria? Verde, mare e bagliore argenteo di foglie d’ulivo. La presentazione prosegue in questa direzione, con l’accento sul “patrimonio ricchissimo di specie animali e vegetali”, “la riqualificazione dell’entroterra”, accompagnato da una sagoma della Liguria composta da un mosaico di fotografie, porticcioli, castagneti, viali alberati, spiagge.

Il “rapporto di sintesi sullo stato dell’ambiente ligure” (così il libello si autodefinisce), si apre con la biodiversità. Viene nuovamente menzionato il “patrimonio floro-faunistico” e si citano i progetti che hanno avuto luogo negli ultimi 2 anni, quindi le notizie sono aggiornate, pare. Ok. Andiamo avanti.
Aria: il testo menziona come dato più aggiornato il 2004, i grafici si fermano al 2001, ma ad una prima lettura pare che tutto stia migliorando, bene.
Monitoraggio e previsione meteo-idrogeologica: i dati sono fermi al 2004.
Energia: balzo temporale all’indietro: i dati sono fermi al 2003.
Scarichi: argomento interessante, conflittuale. Dati fermi al 2004 e grafico-realmente-incomprensibile: “quadro conoscitivo del trattamento dei reflui”, diviso in una scala di valutazione a 4 livelli del livello di depurazione, con i dati spezzettati per provincia a seconda della percentuale di livello raggiunto (?). Il testo avverte e rassicura “più del 50% dei reflui civili subisce un buon trattamento di depurazione”. Significa che poco meno del 50% dei reflui civili è ad un livello non buono? E i reflui non civili, quelli derivanti da attività produttive?
Si passa alle acque superficiali. Dato fermo al 2004.
Acque sotterranee: dato fermo al 2003.
Qualità dell’ambiente marino e costiero: dato fermo al maggio 2004, con un mantenimento della qualità, menomale. Strani ricordi di bagnanti all’ospedale, ma provengono da un tempo non contemplato dai grafici.
Balneabilità: dato fermo al 2004.
Rifiuti: dato fermo al 2004.
Suolo: senza data. Un accenno al 2006, per l’anagrafe dei siti inquinati (Cengio, Pitell Cogoleto).
Agenti fisici: dati fermi al 2004.
Agenti fisici 2 (campi elettromagnetici): senza data. Solo un’ammonizione antiallarmista “La mancanza di informazioni corrette e scientificamente dimostrate ha stimolato l’attenzione dell’opinione pubblica rispetto al cosiddetto inquinamento elettromagnetico”: crea l’impressione che il libello stia dando a chi legge del pazzo paranoico...
Azioni trasversali di risposta: certificazione ISO e SGA, sistema di gestione ambientale, dato aggiornato al 2006.
Controlli: aggiornato al 2003.
La visione dell’ambiente ligure che appare dal rapporto è priva di conflittualità, pare che l’Arpal sia un ammortizzatore di conflitti e non abbia interlocutori, sul piano ambientale. E l’incendio all’Iplom? E le alghe, i miasmi, l’impatto ambientale, la Stoppani, il cromo esavalente, gli inceneritori, Scarpino?
(Eleana Marullo)

Posted by Admin at 08:25

31 Maggio 2006

Patto del cemento - Gran scandalo a Savona scoperchiare gli affari

Il nervo è stato scoperto durante una innocua conferenza tenuta venerdì 18 maggio a villa Cambiaso di Savona. Chiusi i tradizionali luoghi della politica, ridotti i partiti a modesti clan tribali, può capitare che una semplice conferenza si trasformi in una assise che infiamma una città. Succede quando a parlare sono chiamate persone che non nascondono i loro pensieri dietro le parole; che non fanno accademia ma parlano di ciò che tutti possono vedere. Persone che alla domanda ricattatoria del "da che parte stai?" rispondono semplicemente: da quella di chi cerca la verità.

Venerdì 18 maggio '06 a parlare a villa Cambiaso era Sansa e Repubblica del 21 maggio ha dato un bel resoconto della serata. L'occasione: le imminenti elezioni per il consiglio comunale di Savona; protagonista il cemento. Un cemento che sta per coprire la città in un business senza eguali che ha unito immobiliaristi, politici della sinistra storica e meno storica, transfughi dell'opposizione (Cdl), parenti (anche stretti) dei medesimi, affaristi con un passato colmo di ombre e simili. Grattacieli, palazzi, torri e - immancabili - i porticcioli sono, ha detto pressapoco Sansa, l'occasione del patto del cemento che, con la benedizione della politica, ricoprirà con effetti nefasti la città. Le conseguenze sulla politica sono già oggi visibili, quelle materiali non si dovranno aspettare per molto.
Non l'avesse mai detto. Svelare la nudità del re, così, in una seratina dedicata alla cultura. Occupandosi per giunta di politica, un territorio riservato agli addetti ai lavori. No, Sansa, proprio non lo doveva fare. Il primo a dirglielo è stato il segretario provinciale dei DS savonesi: ha confessato (Repubblica 24 maggio) d'aver letto "con sconcerto e amarezza il tono e i contenuti dell'articolo" e ha sostenuto che in realtà, Savona si sta "mettendo in gioco... scommettendo sul proprio futuro". Un altro stupito e scandalizzato è stato il console della Compagnia portuale che ha rivendicato gli "innegabili effetti positivi" dei progetti imminenti. Stessa musica quella del locale assessore alle finanze, in passato console della stessa Compagnia. Insomma, la famiglia ma quella di seconda fila .
Col passare dei giorni il tentativo di mettere la sordina alle parole di Sansa è risultato difficile. Repubblica del 25 maggio è tornata sull'argomento pubblicando una lettera ("Grattacieli e Palazzi. Che cos'è questa se non speculazione?") dove si diceva che Sansa aveva contribuito "a scoperchiare il pentolone di un malessere e di un dissenso rimasto troppo a lungo sopito, anestetizzato, in un clima tra l'omertoso... e la rassegnazione per l'ineluttabile". Parole pesanti che richiedevano una risposta forte e autorevole. Arrivata su Repubblica del 27 maggio con una intervista all'ex sindaco Ruggeri. Titolo: "Savona e i nuovi conservatori". Si capisce che i nuovi conservatori sono quelli del dissenso, quelli che non stanno al gioco o che, come Sansa, denunciano il gioco sporco: malaffare, speculazioni, parentele strette tra imprese e politica, personaggi chiacchierati, conversioni politiche clamorose... Siamo di fronte ad una ingiustificata polemica politica, ha detto Rugg eri, che ha aggiunto: "Il ministero delle Infrastrutture ha messo Savona al primo posto come città che meglio ha usato gli strumenti urbanistici attuativi". Come dire: se questa è l'opinione del Ministero, di cosa si immischiano i cittadini?
(Manlio Calegari)

Posted by Admin at 10:18

27 Aprile 2006

Provocazioni/2 - Partito dei porticcioli e verifiche ambientali

Il nostro lettore famoso giornalista suggerisce, sia pure con parole amichevoli, che noi della NL siamo piuttosto degli ingenuoni che vanno a rivedere le bucce di questa tv o quel quotidiano ritenendo così di interpretare i bisogni della "società civile". Nelle sue parole c'è sicuramente qualcosa di vero. Ma, "nessuno è perfetto", vi pare? Per questo non tento una difesa delle nostre intenzioni e del nostro operato durante i tre anni che ci hanno portato alla NL numero 100. Faccio solo un esempio utile a ridimensionare la discussione su di noi e, spero, a darci qualche ragione.

Lunedì 24 aprile il responsabile delle pagine locali di Repubblica ("Contrappunto: Ma la Liguria ha cambiato rotta?") annuncia l'impegno del suo giornale a raccogliere "l'urlo ligure" a proposito di molti problemi regionali fino ad oggi poco considerati. A cominciare dalla "seconda cementificazione, che parte dalle coste, dai nuovi porticcioli" come in occasioni diverse ha scritto sulle stesse pagine V. Coletti e come "Sansa ha rimarcato nel suo appassionato intervento durante la impareggiabile commemorazione di Mario Fazio, il nostro maestro ambientalista...".
Che dire? Bene, benissimo. Peccato che sino ad oggi Il Lavoro abbia solo fatto grancassa al partito dei porticcioli, alle sfilate dei politici, alle relative inaugurazioni, abbia taciuto sulle denunce dei comitati locali; tanto per far un esempio quelle circa il porticciolo di Ventimiglia. E ancora più peccato che abbia taciuto del blocco imposto dal Tar alla "Sestri Sviluppo Immobilare" che sta completando sull'area dell'ex Fit di Sestri Levante una cementificazione superiore a tutte le altre in corso in Liguria, destinata a fare da volano alla incombente edificazione della collina dei Castelli. La decisione del Tar, di cui solo il Secolo XIX ha riferito (9 aprile 2006), chiama in causa la locale amministrazione comunale di centro sinistra e la stessa Provincia. Domanda: l'omissione è casuale?
Intanto martedì 25 aprile compare l'annunciato supplemento "Liguria in". Titolo promettente: "Sulla costa una colata di posti barca. Quindici porticcioli nuovi e una cementificazione bis". Il testo che segue è quasi imbarazzante. Si tratta di una lunga intervista all'assessore all'urbanistica della regione Liguria che spiega che i progetti in questione sono in buona sostanza "compatibili" e che naturalmente si faranno le dovute "verifiche ambientali" e così di seguito, secondo il consueto gergo politichese e del ti dico e non ti dico.
(Manlio Calegari)

Posted by OLI at 12:08 | Comments (0)

Ambiente - Riviera più indifesa senza Mario Fazio

E’ stata una giornata intensa di ricordo e riflessione, quella dedicata sabato 22 aprile da Italia Nostra a Mario Fazio, nella sua Alassio. Da Carlo Ripa di Meana, presidente nazionale dell’associazione, ad Alberto Beniscelli, Adriano Sansa, Giovanna Terminiello, Bruno Gabrielli, don Andrea Gallo, Titti Oliva fino a diversi giornalisti, tutti hanno portato un brano di memoria, di vissuto nel rievocare sia l’uomo sia l’opera dello scrittore, dello spirito libero divenuto punto di riferimento essenziale nella difesa dell’ambiente.

Ma a far sentire quanto dal 2004 manchi la sua presenza, la sua voce, ci ha pensato, involontariamente, proprio il comune di Alassio, riproponendo l’attualità di una battaglia coraggiosamente aperta da Fazio ben trent’anni fa.
Era il tempo del saccheggio urbanistico delle Riviere, quando il verbo “rapallizzare” entrava nel lessico per indicare l’edilizia selvaggia consentita in nome dei privati diritti immobiliari e del disprezzo del pubblico interesse. Sull’onda dell’andazzo, l’impresa Aster aveva ottenuto la licenza a costruire un albergo in località S. Croce, sulla verde spalliera soprastante il porticciolo di Alassio; senonché in seguito a un esposto firmato proprio da Mario Fazio, il sindaco pci di allora, Dino Grollero, ebbe la forza di riconoscere l’errore della Giunta e annullare la licenza. Cause, controcause, richieste di danni da parte dei costruttori mancati, con relative polemiche: addirittura l’amministrazione comunale di destra annunciava ai cittadini di dover probabilmente pagare due miliardi all’impresa, “grazie” alle spericolate iniziative del sindaco comunista, complice il noto ambientalista.
In questi giorni la Cassazione (massimo organo giudicante, inviso a Caimani grandi e piccoli) ha scritto la parola fine, stabilendo che nessun danno è dovuto all’Aster, in quanto il Comune di Alassio aveva pieno diritto di annullare la licenza. A sorpresa però l’attuale sindaco Marco Melgrati anziché dichiararsi soddisfatto, non sa nascondere la sua delusione e con un immediato comunicato-stampa (poi ritirato) anticipa che la costruzione dell’albergo s’ha da fare, checché ne dica la Suprema Corte. Promessa o minaccia che sia, è un bel test, visto che tra breve ad Alassio ci saranno le elezioni comunali.
(Camillo Arcuri)

Posted by OLI at 12:06 | Comments (0)

8 Marzo 2006

Ponte Caffaro - Il parking era nato in vetro-acciaio

Dal progettista del discusso parking di Ponte Caffaro riceviamo un'ulteriore puntualizzazione.

Ho notato con piacere bipartisan che l'integralismo non è solo di destra ma anche di sinistra. A una lettera pacatamente ragionata come quella da me inviata si risponde non con argomenti ma con una poesia e una foto di cantiere minacciosa che cerca di incutere terrore ai lettori.

Ho cercato di spiegare che un edificio non può essere giudicato in fase di costruzione perché terminato potrebbe essere anche peggio di quanto uno abbia potuto immaginare.
La storia di questo progetto è molto lunga e tormentata ed è iniziata con il Piano dei Parcheggi "fai da te" nel lontano 1989 che prevedeva appunto un parcheggio in struttura in Passo Barsanti. Il primo progetto regolarmente approvato dalla Soprintendenza prevedeva quattro volumi degradanti verso il Ponte Caffaro che riprendevano i volumi ottocenteschi dei palazzi circostanti.
L'involucro previsto in ferro e vetro faceva riferimento ai mercati del Carmine e di Via Prè. La destinazione a parcheggio in elevazione veniva confermata dal Piano Regolatore del 1997 e regolarmente approvata dai vari livelli istituzionali compreso il Consiglio di Circoscrizione. Successivamente a seguito di un regolare concorso veniva scelto il nostro progetto che prevedeva ancora l'involucro in ferro e vetro, vetro non riflettente ma quasi trasparente al fine di ottenere un effetto di leggerezza. Senonchè il nuovo soprintendente Galletti ci impose di usare il cotto ad archi ribassati per richiamare le finiture del vicino Ponte Caffaro. Rendendoci conto che il cotto usato in una parete continua avrebbe provocato un indubbio effetto di pesantezza abbiamo previsto delle lamine in cotto poste in orizzontale (da 15 cm x 5 cm distanziate tra loro di 15 cm) in modo da consentire una adeguata illuminazione, ventilazione e trasparenza.
Comprendo la rabbia di chi non vede questa struttura in Passo Barsanti per il suo forte impatto ambientale, e indipendentemente dall'esito architettonico, ma forse avrebbe dovuto cominciare ad arrabbiarsi diciassette anni fa.
(Lionello Calza, architetto)

In questa sede siamo interessati al ruolo che ha avuto l'informazione nell'annosa vicenda; in poche parole, i media hanno assolto il loro compito? Se molti dei precedenti ricordati oggi giungono nuovi ai più, verrebbe da concludere che il famoso cane da guardia al servizio della pubblica opinione, si era un po' distratto.

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2 Marzo 2006

Il progettista replica - Contare fino a trenta prima di dire mostro

Dall'autore del contestato progetto di autosilo a Ponte Caffaro riceviamo:

Circonvallazione a Monte è stata concepita non tanto come arteria atta a smaltire il traffico attorno al centro antico, ma piuttosto come asse portante dell'espansione edilizia ottocentesca collinare e nel tempo è diventata una delle strutture più caratterizzate e qualificanti dell' intera città. Si sviluppa in modo pianeggiante grosso modo lungo una quota di livello compresa tra gli 80 ed i 100 mt. sul livello del mare; da Piazza Manin ai giardini di corso Ugo Bassi e incontra lungo il suo percorso alcuni rii e vallette:

In tutti i casi la soluzione adottata dagli urbanisti dell' epoca per gli attraversamenti è stata il riempimento della valletta con alti muri a valle e con terrapieni a monte destinati a slarghi, piazze e sistemazioni a verde .
L' unica eccezione alla regola è costituita dall' attraversamento della valletta di Via Caffaro realizzato con l'omonimo ponte costruito in mattoni e decorato con elementi di granito.
La soluzione con un ponte che scavalca la valletta è stata una scelta quasi obbligata volendo collegare viabilmente il centro storico con i nuovi insediamenti collinari, considerato il forte dislivello esistente tra Piazza Portello e la Circonvallazione stessa.
Una soluzione di viabilità ingegneristica ma al tempo stesso monumentale e che ha valenza di fondale della Via Caffaro con effetto scenografico simile a quello dei fondali di Via Palestro e Via Pertinace.
- In questa ottica tuttavia da sempre il fossato di risalita (oggi Passo Caporale Barsanti) retrostante il ponte, non ha avuto particolare dignità architettonica.
Premesso che il nuovo autosilo in corso di ultimazione è stato considerato il migliore rispetto ad altre sette proposte in termini di qualità architettonica e minor impatto ambientale, esso aiuterà a risolvere, purtroppo solo parzialmente, (assieme ad altri già realizzati o previsti) un problema gravissimo e molto sentito di carenze di parcheggi.
Il nuovo servizio è stato realizzato comunque nell' ottica che, come si è precedentemente analizzato, era quella dei pianificatori ottocenteschi e in particolare:
- Il riempimento dei vuoti a monte dei muri di terrapieno della Circonvallazione con sistemazione delle superfici a verde.
Infatti le coperture del parcheggio saranno sistemate a verde caratterizzato da arbusti, cespugli, piante ricadenti e con pergole ombreggianti ricoperte da rampicanti.
- Le sistemazioni a terrazzata dei muri di contenimento a valle. Infatti i terrazzi di copertura del parcheggio sono degradanti verso gli edifici di Via Cancelliere in modo da diminuire l'ingombro delle visuali (comunque molto al di sotto dei profili degli edifici esistenti).
- La nuova costruzione è distaccata dal muro di sostegno di Via Acquarone come accade per gli edifici ottocenteschi sottostanti la Circonvallazione a monte (Corso Paganini, Corso Firenze, Corso Armellini, Corso Solferino ecc) che nascondono alla vista i muri a valle (forse ancora più importanti di quelli di passo Barsanti in quanto visibili dall' intera città).
- Il progetto prevede che le facciate siano rivestite in cotto dell'Impruneta con archi ribassati in analogia al fronte in mattoni di ponte Caffaro ed agli archi sottostanti Via Acquarone , come da suggerimento degli uffici della Soprintendenza.
- Detti Uffici sono stati interpellati, pur in assenza di un vincolo specifico, proprio per avere indicazioni e suggerimenti al fine di elaborare una soluzione che possa avere la stessa dignità architettonica dei circostanti edifici ottocenteschi.
- Cosa che palesemente non può essere oggi giudicata con l'edificio in fase di completamento e con lo scheletro strutturale ancora in vista.
(Lionello Calza)

Posted by OLI at 10:36 | Comments (0)

Città - Ponte Caffaro se non fossi incatenato

A Genova un esteta disperato
si arrovellava confuso ed umiliato:
ho diffuso libelli
ed inutili appelli
ma forse, se mi fossi incatenato…

village2.jpg


(Paola Pierantoni)

Posted by OLI at 10:26 | Comments (0)

25 Gennaio 2006

Amianto - Incompatibilita’ ambientale difendere l’ambiente?

Tra pochi giorni il Consiglio Superiore della Magistratura dirà se il sostituto Procuratore presso la Procura della Repubblica della Spezia, dottor Rodolfo Attinà, potrà continuare a convivere con i suoi colleghi del Palazzo. Attinà è il magistrato che alla Spezia si è occupato delle questioni penalmente rilevanti in tema di ambiente e territorio.

In tempi recenti il suo nome è entrato in cronaca per aver disposto per tre volte il sequestro cautelativo della cava di pietre verdi di Rocchetta Vara(SP) e del frantoio del Senato di Lerici(SP), area dove queste pietre venivano successivamente frantumate. I sequestri sono stati ordinati dopo che le analisi sui prodotti finiti, i terreni e i fanghi delle aree relative, avevano fornito ampie prove di una concentrazione di amianto largamente superiore ad ogni norma.
Le decisioni del magistrato Attinà hanno ricevuto significativi riconoscimenti da parte delle popolazioni minacciate nella loro salute e di tutti quei cittadini che ritengono che la salute e la verità sui fatti facciano parte del buon governo. Purtroppo, per Attinà e per noi, il buon governo, anche se da tutti auspicato, ha molti nemici che spesso non amano mostrare il volto. Tra questi può capitare che siano gli imprenditori che hanno a cuore solo il loro profitto e se ne fregano di quelli che mandano al cimitero, funzionari pubblici che ostacolano la ricerca della verità o fanno carte false per occultare le bugie, tutori del diritto che dicono "beh, non esageriamo", pubblici amministratori che di fronte al problema alzano gli occhi al cielo. Tutti costoro aspettano - a volte cercano - che succeda qualcosa o venga qualcuno che gli tolga le castagne dal fuoco.
Nel caso di Attinà è successo che il Tribunale del riesame della Spezia ha per tre volte rigettato le sue istanze, sostenendo che le cinque analisi condotte sui materiali incriminati - in realtà ventinove! - erano meno attendibili di quelle fornite dalla difesa dell'impresa denunciata. Attinà ha ritenuto di difendere il suo operato denunciando a sua volta il giudice estensore delle sentenze del Tribunale del riesame. Ma a Torino, foro competente per le controversie delle procure liguri, l'accusa di "falso ideologico" invocata da Attinà è stata giudicata "reato inesistente". Il seguito è stato inevitabile: contro Attinà è stato aperto un fascicolo per "incompatibilità ambientale". Tanto per fargli capire che chi esagera con la incompatibilità ambientale delle pietre verdi, dell'amianto e dell'esposizione al mesotelioma, rischia a sua volta di essere giudicato "incompatibile" al punto che di lui deve occuparsi il Consiglio superiore della Magistratura. Da parte loro i cittadin i delle zone interessate hanno raccolto in una petizione a difesa del magistrato, oltre 2100 adesioni.
Anche loro incompatibili?
(Manlio Calegari)

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18 Gennaio 2006

Acquasola - Condanna con requiem da Maniglio Calcagno

Giovedì 12 gennaio 2006, dibattito pubblico alla facoltà di Scienze della formazione "sulla costruzione di un parcheggio al parco dell'Acquasola". Piatto ghiotto: 13 protagonisti di prima fila tra assessori comunali e regionali, più presidenti di commissioni importanti. Per la così detta "società civile" l'unica voce ammessa è quella di Andrea Agostini di Lega ambiente. Gli altri possono solo ascoltare. Il 13 gennaio, solo il Secolo XIX dedica una nota all'evento. Repubblica-il Lavoro si limita a poche righe in un pezzo dedicato ad altro.

Già questo potrebbe essere un segnale: il quotidiano locale schierato col centrosinistra non è interessato. E poi, diciamo la verità: il "dibattito" non è un dibattito visto che vi partecipano in maggioranza politici che sull'argomento, da due anni a questa parte, hanno già detto la loro infinite volte. E poi a cosa serve un dibattito se i giochi sono fatti ormai da mesi e solo l'ostinazione di uno sparuto gruppo di cittadini ha contenuto sino ad oggi lo sfregio dei giardini dell'Acquasola? Potrebbe servire, ad esempio, a riflettere su quale ruolo ha avuto l'informazione locale su quello che stava succedendo nel parco: gli interessi in gioco, le bugie pronunciate ad ogni passo dagli amministratori, le promesse disattese, le domande lasciate senza risposta...
Speranza delusa: niente di tutto questo. Allora perché dibattere? La cronaca del Secolo XIX suggerisce che il "dibattito" fosse cucito addosso ad Annalisa Maniglio Calcagno, ex preside di Architettura, influentissimo membro del Consiglio di indirizzo della Fondazione Carige, chiamata dalla Amministrazione comunale, all'inizio del 2005, a dirigere la commissione che doveva mettere la parola fine allo scontro tra ambientalisti e Comune sugli "aspetti vegetazionali connessi alla realizzazione dell'autoparco in spianata Acquasola". La relazione - 20 pagine più le foto - depositata dalla commissione il 7 marzo 2005, riconosceva che il giardino storico dell'Acquasola, con gli interventi previsti, aveva finito i suoi giorni; quanto a quello nuovo, aveva bisogno, rispetto a come era stato progettato, di essere largamente rivisto. Il tutto, anche se detto con grazia, non era poco.
A 10 mesi di distanza dal deposito di quella sua relazione, la prof. Maniglio Calcagno è stata la protagonista del dibattito (che non c'era), chiedendo come mai i genovesi "si sveglino improvvisamente sull'Acquasola" loro "che solitamente dormono sul verde pubblico, rendendo inetti con la loro indifferenza anche gli stessi amministratori comunali". La Maniglio Calcagno ha poi elencato i disastri che avanzano nel torpore generale: "I giardini di Baltimora, feccia della città", i giardini di Albini, vera "vergogna di una Genova che nell'Ottocento era conosciuta come città dei giardini". E ha aggiunto che nel 2004 nessun parco è stato restaurato per segnalarlo ai visitatori della città.
Quanto all'Acquasola - ha concluso - deve rimanere tale e anche la Soprintendenza dovrebbe far sentire la sua voce... Insomma un fuoco di sbarramento curiosamente tardivo e che, per prendersi ogni merito, finge di ignorare il ruolo decisivo avuto da gruppi di cittadini in lotta da oltre due anni per la difesa del parco. La professoressa Maniglio Calcagno è un personaggio molto importante di questa città, e fa parte di commissioni internazionali molto autorevoli. La risposta finale data, anche alle sue osservazioni, dall'assessore Merella - "il progetto dell'Acquasola è stato discusso infinite volte e rientra in una politica di contenimento del traffico, graduale e di buon senso" - non deve averla toccata più di tanto. Viene da pensare che il dibattito del 12 gennaio scorso sia stato organizzato per ragioni che con l'Acquasola c'entrano poco. Ma quali?
(Manlio Calegari)

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7 Dicembre 2005

Scajola - Carbone in Valbormida e ritorna il passato

Le parole pronunciate dal ministro Scajola, nel corso della cerimonia per i sessant'anni dell'Unione Industriali di Savona, circa la costruzione di una centrale a carbone in Valbormida, sul sito dell'ormai ex-Ferrania, destano sincero allarme in chi ha a cuore le sorti, economiche, ambientali, di sviluppo sociale della nostra terra.

Prima di tutto è falso affermare che il Governo ha salvato la Ferrania: la Ferrania, nella sua integrità di ciclo tra progettazione/produzione non esiste più, ed è una scelta che arriva da lontano, almeno dal passaggio da 3M ad Imation, avvenuto nel silenzio di partiti e sindacati incapaci di capire cosa stesse succedendo.

Le parole di Scajola sono gravi allorquando sostiene che il carbone è la fonte energetica che costa il 35% in meno delle altre: non si contabilizza, infatti, il danno ambientale e alla salute delle persone.
E' incalcolabile, soprattutto, il danno che viene arrecato alla comunità valbormidese e, più in generale, alla nostra provincia con la riproposizione di un modello vecchio, che esclude la possibilità di strutture produttive tecnologicamente più avanzate.

La Provincia di Savona si riduce, sulla costa, al perpetuarsi della logica del mattone e, nell'entroterra, a raccogliere ciò che di ecologicamente appare più dannoso ed economicamente meno redditizio soprattutto per il futuro: meri produttori di energia, per altri capaci di sfruttare le risorse vere della produzione innovativa. Una “divisione dei compiti” tra costa ed entroterra sulla base della quale, negli anni'80, crebbe quella “questione morale” che risultò anticipatrice incompresa di “Tangentopoli”.

L'Unione Industriali celebra i suoi sessant'anni contemplando le macerie del passaggio dall'industria all'immobiliarismo, di cui è emblematica la zona portuale di Savona: un risultato dovuto al ridursi degli imprenditori savonesi alla logica corporativa, al contemplare il proprio ombelico, alla voglia di scaricare sugli altri le contraddizioni tra sviluppo e ambiente che hanno caratterizzato gli ultimi decenni della nostra storia.

Si pensi alle condizioni delle tratte ferroviarie Savona – Torino e del Ponente Ligure, o alla situazione degli svincoli autostradali di Albisola, Savona, Altare (emblematica la vicenda della neve di venerdì scorso).

Assistiamo al ritorno di un modello pericoloso e dell'ennesimo tentativo di tagliar fuori Savona, il suo comprensorio, la Valbormida, dalla possibilità di stare al passo con i tempi, progettare il miglioramento delle condizioni economiche, sociali, ambientali, dei suoi cittadini.

Serve un progetto radicalmente diverso: il grave è che all'orizzonte, partiti e sindacati non sembrano intenzionati a produrne, giocando sulla difensiva e fiancheggiando i soliti padroni del vapore.
(Franco Astengo)

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Disastri ambientali - Le bandiere ombra non finiscono mai

Bandiera panamense, proprietà turca non meglio identificata. Quante volte dati del genere hanno accompagnato un naufragio, un ennesimo dramma del mare? Sembrano residui di cronache lontane, appartenenti a un passato remoto, da dimenticare, che però ritorna puntualmente, come un replay senza fine.

L’ultimo spezzone l’abbiamo seguito attraverso giornali e tg di questi giorni nel golfo della Spezia: la “cementiera” Margaret, mentre naviga a stive vuote, cerca riparo per sfuggire alla tempesta che la sbatte come un fuscello. Si mette alla fonda vicino, forse troppo vicino alla diga foranea: ma che succede? La forte corrente continua a trascinarla verso la scogliera. Un sola ancora non basta a fermarla e la seconda pare che non abbia la catena abbastanza lunga per agganciare il fondale. A questo punto il destino della nave è segnato; ed è un caso fortunato che i dodici uomini e la cuoca di bordo siano stati tirati su vivi con gli elicotteri da quell’inferno d’acqua.
Ora, mentre le coltivazioni di cozze rischiano di essere appestate dai gasolio delle cisterne, veniamo a sapere che la Margaret, per quanto avesse i soliti certificati dei registri navali più o meno in regola, era stata fermata dalla Guardia costiera e rilasciata a condizione: primo di bordeggiare, cioè non spingersi oltre le 20 miglia dalla costa; secondo di non navigare con onde più alte di tre metri. Dunque, per arrivare in Turchia o nel Mar Nero dove pare fosse diretta, avrebbe dovuto fare il periplo del Tirreno e poi dell’Adriatico, e con quel che costa il bunker si può giurare che arrivata a Oltranto avrebbe tentato la traversata. Comunque non c’è arrivata perché, come previsto, le onde più alte di tre metri l’hanno costretta a fermarsi; e, fatto imprevisto, non aveva abbastanza catena per ancorarsi a dovere.

Vere o infondate che siano queste prime ricostruzioni, non sembra esserci dubbio sul fatto che troppe “carrette”, vanno tuttora per mare allo sbaraglio, col loro carico umano. Ben 1.187 mercantili sono stati bloccati nei porti del mondo civile durante il 2004, perché inidonei alla navigazione; e va dato atto alla Guardia costiera del nostro paese che in Europa ha il primato nei controlli a bordo: 2.385 navi ispezionate e 368 fermate. La black list degli enti di classificazione vede in testa il registro albanese (fermato il 13% del naviglio che aveva ricevuto il suo ok), poi quello indiano (12,5), cinese (8,7), portoghese (8,3). Ma in materia di registri non meritiamo alcun Oscar: basti pensare che tutta la legislazione Ue in tema di sicurezza in mare s’intitola Erika, dal nome della cisterna con bandiera maltese, ma proprietà e certificazione italiana, protagonista di uno dei peggiori disastri ambientali avvenuto nel ’99 in Bretagna.
(Camillo Arcuri)

Posted by OLI at 13:04 | Comments (0)

1 Dicembre 2005

Un libro sull’Acna - La fabbrica dei veleni non interessa piu’

"Cent'anni di veleno. Il caso Acna, l'ultima guerra civile italiana" (Stampa alternativa, 10 euro) di Alessandro Hellmann è un piccolo libro (125 pagine, formato tascabile) che racconta con parole semplici una storia che comincia con l'insediamento di una fabbrica di esplosivi a Cengio nel 1882. "I contadini la osservano crescere dalle cascine e dai cortili delle loro case di pietra e fango. Indicano col dito. E' un miracolo. Nessuno ha mai visto una fabbrica così grande". La fabbrica, negli anni, produrrà anche coloranti, vernici, prodotti chimici (acido solforico, nitrico, fenolo). "L'azienda pensa a tutto: dal regalo di Natale ai dipendenti fino al dopolavoro, all'asilo e ai campi sportivi".

La fabbrica, insieme alla materia prima, trasforma la Bormida, "che entrava pulita nell'Acna e usciva tossica e di un colore rosso". Beppe Fenoglio nel racconto "Un giorno di fuoco" scrive: "Hai mai visto Bormida? Ha l'acqua color del sangue raggrumato, perchè porta via i rifiuti delle fabbriche di Cengio e sulle sue rive non cresce più un filo d'erba. Un'acqua più sporca e avvelenata, che ti mette freddo nel midollo, specie a vederla di notte sotto la luna".
Il fiume, pochi chilometri dopo Cengio, entra nel Piemonte, un semplice fatto amministrativo, che tuttavia farà parte indissolubile della storia. Perché quella dell'Acna è anche una storia di guerre: tra i contadini e la fabbrica ("La sua vigna papà aveva dovuto darla via per niente. Dall'uva veniva un vino cattivo e non si trovava a venderlo"); tra i contadini e gli operai, che difendono quel posto di lavoro; tra liguri e piemontesi, perché gli uni hanno la fabbrica, ma gli altri l'inquinamento. Che giù per il fiume arriva addirittura fino ad Alessandria, a 100 Km da Cengio. I sindacati divisi e anche i partiti ("In Piemonte dicono una cosa e in Liguria ne dicono un'altra"). Centinaia di contadini nel 1938 citano l'Acna per danni. Ventiquattro anni dopo sono condannati a pagare anche le spese processuali. Una storia che lascia dietro di sé una lunga scia di morti: incidenti sul lavoro, cancro. E che prosegue tra manifestazioni di protesta, citazioni, delibere, sentenze, appelli e commissioni ad ogni livello finché, nel 1999, l'Acna viene chiusa definitivamente.
E comincia un'altra storia. Hellmann la sfiora nelle ultime pagine. "Oggi, Cengio è come una periferia senza centro. Uno sfilare silenzioso di case segnate dal tempo, muri scrostati e neri di fumo". Dopo centinaia di leggi, decreti, ordinanze, sentenze, delibere, protocolli e interminabili riunioni di comitati interministeriali e interregionali, di commissioni parlamentari di inchiesta e di commissioni miste tecnico-scientifiche, l'aria si riempie di nuove parole: esondazione, percolazione, armonizzazione del quadro normativo, piano di caratterizzazione, riqualificazione. E' la bonifica. Che a tutt'oggi non si sa quanto costerà, chi pagherà e quando finirà. Perché la storia non è finita. Altre battaglie escono e rientrano continuamente dalle aule di giustizia, come quella in corso per la contestata nomina del commissario per la bonifica.
Insomma, Hellmann ci racconta una di quelle storie che non finiscono mai. Che è sempre diversa e sempre nuova perché non è solo a Cengio che è accaduta. E che accade ancora e dappertutto. Una storia che i media non hanno voglia di raccontare. A quando risale l'ultima volta che stampa e TV hanno parlato di Cengio? La bonifica di un vasto territorio non è notizia.
(Oscar Itzcovich)

Posted by Admin at 08:27 | Comments (0)

23 Novembre 2005

Resistenze - L'Acquasola in Europa grazie ai ribelli

Gli amministratori di Genova non devono essere troppo orgogliosi dello spazio concesso dal mensile "Il mio giardino" al genovese parco dell'Acquasola.

Per "Il mio giardino", l'unico periodico italiano ad avere 4 edizioni in 4 lingue (oltre l'italiano anche francese, tedesco e inglese), un gruppo di redattori di grande prestigio si occupa da anni, oltre che di giardini, di spazi pubblici di cui il giardino è appunto la metafora per eccellenza. Il parco genovese dell'Acquasola si è guadagnato le pagine della rivista non per i meriti della amministrazione, anche se questa è sostenuta dai partiti ambientalisti e non perde occasione per vantare il suo impegno per i parchi cittadini. Anzi, è per il motivo opposto. Perché "a Genova si è sviluppato da più di un anno un movimento di cittadini che senza alcuna schermatura politica e osteggiato in ogni modo nell'accesso alle informazioni" é riuscito a mettere a nudo una serie di abusi gravissimi compiuti nell'in differenza più o meno interessata di tutti i partiti e col silenzio complice della stampa cittadina.
E' dunque al drappello di sconosciuti che da oltre un anno si batte contro le malefatte e il malaffare, "l'arroganza, le bugie e le lusinghe" che la rivista dedica le pagine centrali nel numero di ottobre. Dopo aver ricordato che il carattere "storico" del giardino dell'Acquasola, ammette solo, come esplicitamente recita la Carta di Firenze (1981) interventi diretti al restauro e al ripristino ed esclude esplicitamente la costruzione di parcheggi, "Il mio giardino" ricostruisce le principali tappe dello scontro. Dalla delibera della giunta genovese del 28 settembre 2004 che definiva l'approvazione del progetto del parcheggio interrato in spianata Acquasola poco più che un atto dovuto, ai parziali ripensamenti limitati al procedere dei lavori fino agli ultimi tentativi di fermare la protesta con dichiarazioni concilianti salvo poi cercare di metterla davanti al fatto compiuto con la complicità delle imprese titolari dei cantieri.
La proposta che la redazione de "Il mio giardino" rivolge agli amministratori della città è di riconoscere finalmente i meriti di questi ostinati concittadini e di concedergli la vittoria. "La città di tanti patrioti garibaldini e della Resistenza, si legge, non dovrebbe faticare a riconoscere il merito di questi suoi indomiti figli che hanno combattuto e combattono contro la imbecillità e per la bellezza".
(Manlio Calegari)

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16 Novembre 2005

Ambiente - Il pericolo amianto e l’assenza politica

Cosa si aspetta un cittadino, uno qualsiasi di noi, che per un qualche caso della vita si trovasse a vivere in una zona che ha il primato europeo del mesotelioma pleurico, tumore provocato dall'esposizione ad amianto?

Si aspetta che le istituzioni politiche e le strutture tecniche, di servizio, Arpal, Asl, e altri analoghi uffici provinciali, comunali (tecnici degli assessorati all'ambiente, igiene ecc.) lo proteggano. Il che vuol dire che gli dicano chiaramente quali rischi corre; cosa facciano per controllare la situazione - si chiama "monitoraggio" - ed eventualmente per fronteggiarne gli imprevisti di ogni tipo. Se davvero quel cittadino esiste farà bene a cambiare idea quanto prima. Perché le cose nel nostro paese vanno in un modo molto diverso. E le conseguenze non sono solo gravi per il cittadino ma per tutta la vita pubblica che ne esce stravolta. Prendete il caso della cava di "pietre verdi" (serpentino) di Rocchetta Vara (SP), una delle 24 c he esistono in Liguria. Di proprietà dell'ente locale, è gestita dalla società VITI che in prossimità della sponda destra del fiume Magra possiede un frantoio di materiale lapideo dove macina serpentino proveniente da quella cava, sospetta di concentrazione di amianto.
La VITI ha avuto, nel 2002, dalla Regione Liguria la concessione di continuare a coltivare la sua cava di serpentino sino alla fine del 2009, ottenendo anche un incremento estrattivo di 230.000 metri cubi. Contro l'attività della VITI e lo sviluppo della sua concessione si sono mossi gli abitanti di Senato, un quartiere di Lerici, posto sulle rive del Magra e nell'area protetta del parco di MonteMarcello, che trovandosi nell'area di influenza del frantoio sono da anni esposti agli effetti della lavorazione del serpentino, cioè alle fibre d'amianto. Ebbene quello che è successo nel corso degli ultimi due anni attorno a questo problema ha messo in scena un intreccio dove profitto, malavita, irresponsabilità, corruzione, disinformazione stringono tra loro un patto diabolico con ovvi effetti nefasti sulla salute dei cittadini e sul destino di coloro che per caso o per scelta ne hanno rappresentato o giudicato valide le ragioni. Ci sono stati tecnici pubblici che hanno affermato c he la testa dei cittadini era piena di bubbole e che i luoghi erano sanissimi, magistrati messi sotto inchiesta e minacciati di trasferimento per la loro ostinazione ad indagare, periti di fama messi alla berlina solo perché le loro perizie confermavano la situazione di grave pericolo, spioni che informavano i titolari della cava dell'imminenza dei sequestri... fino a quando a fine ottobre 2005 i carabinieri del Noe di Firenze non hanno arrestato un po' di gente per disastro ambientale.
Resta una domanda, quella fatta all'inizio. Perché in questo nostro paese tutto deve finire in carta bollata? Perché l'unica possibilità di salvezza per il cittadino resta il magistrato (con gli ovvi effetti di intasamento dell'attività giudiziaria?). Di che cosa si occupano le strutture tecniche come Arpal, Asl, e tutte le altre provinciali, comunali sotto il cui controllo sono poste ad esempio le attività di cui sopra? E di cosa si occupano le strutture politiche che di fronte ai cittadini ne garantiscono l'efficienza?
(Manlio Calegari)

Posted by Admin at 21:48 | Comments (0)

3 Novembre 2005

Buongoverno - La cava cancerogena e’ bipartisan?

In Liguria esistono 23 cave di serpentino ad alto contenuto di amianto e pertanto classificate, dalla delibera di Giunta regionale 105/1996, di "gruppo A". Che vuol dire molto pericolose da lavorare e da utilizzare per la conseguente disseminazione nell'ambiente di sostanze cancerogene.

Tra queste è compresa la cava di Bargonasco nel comune di Casarza ligure. La cava, rimasta inattiva per diversi anni, è stata riautorizzata all'estrazione del minerale ed alla sua macinazione nell'agosto 2005 dall'Ufficio "Attività estrattive" della Regione Liguria. Una decisione assunta senza alcuna perizia geologica, che valuti la presenza di amianto nella roccia, ma semplicemente sulla base di rapporti presentati dai proprietari della cava. Rapporti parziali, sommari e specialmente contrastanti con le informazioni disponibili presso gli Enti pubblici interessati e con indagini precedentemente svolte dal Comune e dall'Università di Genova che giudicano rilevante la presenza di amianto, anche in forma di fibre libere e liberabili.
Contro la decisione dell'Ufficio "Attività estrattive" della Regione Liguria, il Dipartimento di Prevenzione della ASL 4 ha chiesto allo stessoUfficio di riconsiderare l'opportunità di concedere l'autorizzazione. La coltivazione della cava di Bargonasco - hanno detto alla ASL 4 - potrebbe costituire un grave pericolo per la salute e quindi essere in contrasto con la legge 257/1992 che regola la materia.
Si tratta di un piccolo caso ma importante. Il governo regionale di centro sinistra è chiamato a rompere la catena di complicità economiche e amministrative che in modo cinico e in barba alla legge usano l'ambiente come una pattumiera. Un buon motivo per attendere con la dovuta attenzione la decisione definitiva.
(Manlio Calegari)

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26 Ottobre 2005

Acquasola - I corvi non aiutano a salvare il verde

Le leggende metropolitane non sempre lasciano trasparire realtà nascoste; qualche volta riecheggiano piuttosto il gracchiar dei corvi, quelli per intenderci del famoso racconto sulla vita di un villaggio sconvolta dalle lettere anonime.

Lo diciamo perché a proposito dell'Acquasola da tempo circola una "favola" -così la definivamo nel registrarla a nostra volta- secondo cui il contestato parking sarebbe favorito anche da interessi personali: addirittura della moglie di un assessore, socia di Genova-parcheggi. La storiella, chiaramente inventata, non foss'altro perché la società dei parcheggi è interamente pubblica, senz'ombra di soci privati, prima ha fatto sorridere (amaro) e poi incuriosito l'assessore al traffico Arcangelo Merella, il quale cercando di capire l'origine di tale voce ha saputo -se non si tratta di un'ennesima fola- che a propalarla sarebbe un vigile. Nientemeno.
Corvi a parte, Merella si dice convinto della validità del progetto, dal momento che il parcheggio di Piccapietra dovrà servire soprattutto i residenti, mentre quello dell'Acquasola, stante la sua posizione baricentrica, verrà utilizzato per le soste a rotazione. Ma non rischia di saltare uno dei pochi polmoni verdi del centro urbano? Il pericolo a suo avviso non è questo ma un altro: "Parchi e aiuole stanno andando in malora perché non abbiamo più un euro per la manutenzione. Ci hanno tolto l'equivalente di cento miliardi di lire e c'è voluta tutta in questo bilancio a stanziarne cinque, di miliardi, per rimettere a posto i marciapiedi. Per la manutenzione del verde niente". D'accordo, ma non sembra una buona ragione per compromettere quello superstite.
(Camillo Arcuri)

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Turismo - Altro che bandiere, aumenta l’epatite

Qualche centinaio di km di costa, molte spiagge, un clima favorevole, una accoglienza decente, spesso familiare. La Liguria turistica del dopoguerra è nata così. Certo, Bordighera, Sanremo, Alassio, Nervi, Portofino, Santa Margherita, Rapallo esistevano già ma lì l'esperienza alberghiera veniva dal Garda (Sanremo e Bordighera ad esempio) o da altre località turistiche con tradizioni ancora più antiche. Tutto il resto è venuto dopo; sulla scia di piccoli movimenti esploranti al seguito dei quali si sono mossi altri e poi altri ancora.

Dalla seconda metà degli anni Cinquanta, col "miracolo economico", è cominciato il vento che è soffiato per decenni, che ha cambiato le Riviere, corrotto la politica fino a farla sanguinare, innovato il vocabolario ("rapallizzazione") e che ha portato denaro, molto denaro. A qualcuno anche di più. Sono venuti poi gli anni che si è cercato di mettere ordine, piani regolatori, vincoli urbanistici: per lo più utili ad evitare lo scempio del piccolo ma non a fermare i progetti delle grandi finanziarie. Arrivate ultime sul campo hanno rapidamente capito che l'unica possibilità di far soldi era di togliersi dai piedi i piccoli concorrenti e convincere le amministrazioni che erano loro i migliori alleati: li avrebbero aiutati a dare nobiltà ai nuovi interventi e a correggere gli antichi misfatti. I risultati sono sotto gli occhi di chi vuol vedere.
A parte le spiagge all'amianto come quelle di Sestri Levante o quelle al cromo di Cogoleto. Vesima, Arenano, è il mare che è sporco. E' morto, puzza, e d'estate specialmente è pieno di merda, quella vera. Naturalmente queste cose sui giornali non si leggono: si occupano poco di cronaca; forse perché guadagnano di più facendo promozione. Qualcuno ricorda i titoli dei quotidiani nel maggio scorso? Ad esempio Repubblica Il Lavoro, 20 maggio '05, "Liguria sventolano 12 bandiere blu... record di spiagge ok e mare pulito" "Se l'Italia sale ai vertici europei per qualità del mare e dei servizi turistici, la Liguria fa un bel gruppo di sorpassi e s'invola solitaria sul podio più alto in Italia". "Quest'estate 12 bandiere blu incorniceranno i litorali di altrettante località delle nostra regione". Tutte stupidaggini. In estate è scoppiata una gravissima epidemia di epatite sulla quale si è ancora in attesa di un rapporto credibile da parte dell'assessorato regionale. In estate abbiamo avuto spiagge vietate alla balneazione, proteste dei cittadini per lo stato dell'acqua, carabinieri che durante le loro indagini hanno scoperto che la maggioranza dei depuratori non funziona, Asl che hanno scoperto che anche quando funzionano non sono in grado di abbattere il carico necessario... e così via.
In una riunione ai margini del Salone Nautico, presenti l'assessore regionale al turismo, il rappresentante di Assindustria e altri, è stato detto che il guaio per il turismo ligure è stato aver puntato troppo su "mare, sole, spiaggia". Dai risultati, francamente, non ce ne eravamo accorti.
(Manlio Calegari)

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20 Ottobre 2005

Acquasola - Chi semina parcheggi raccoglie traffico

Se ci fosse stato Monet forse l'avrebbe dipinto, il genovese parco di Sherwood, sabato 15 ottobre. Avrebbe ritratto il piccolo gruppo che preparava il corteo ai tavolini del chiosco, con i bambini che giocavano nei raggi del sole filtrati dagli alberi. Avrebbe saputo cogliere i tratti più rilassati di coloro che, nel comitato per la difesa dell'Acquasola, sentivano di aver vinto una battaglia.

"No. I mezzi pesanti non entreranno. Verrà concesso un piccolo spazio, lato Corvetto, come deposito materiali…Noi non cederemo nulla per i parcheggi sottratti ai residenti dal cantiere, venticinque posti auto…E poi c'è la battaglia più difficile, quella sulla quale fare pressioni in regione, quella del parcheggio sotterraneo a quattro piani. Sui ds non si può contare, a meno che non si dividano a metà, ma altrimenti nessuno di loro vota contro per essere in minoranza". No. Non è tempo di scelte coraggiose. Però, forse, gli altri.
Al corteo che blocca Via XXV Aprile manca la folla compatta dell'autunno scorso, ma ci sono i passeggini e bimbi che giocano con i tre striscioni. E ci sono le leggende metropolitane narrate delle tutrici del parco: "Al tempo delle colombiane volevano fare una grande serra all'Acquasola, per esporre le piante scoperte nel nuovo mondo, anche allora ci fu una raccolta firme perché eravamo contrari. Non aveva senso! Sa cosa mi disse un politico di destra? Mi disse: Signora! Questa cosa non si farà! E non si farà perché girano pochi soldi! E se girano pochi soldi, non conviene a nessuno… Sa quando si dovrà preoccupare? Quando ci saranno soldi per tutti! Ed eccomi qui! Tredici anni dopo!".
Il megafono grida ai passanti il conto della spesa: "Due milioni e seicentocinquanta mila euro! Cittadini! I soldi pubblici per devastare il parco dell'Acquasola ci sono! Per la sanità non ci sono! Chi semina parcheggi raccoglie traffico! Cittadini! Attenzione al nuovo roditore! La talpa scava nei vostri giardini! Attenti! Il comune deve ritirare la delibera! Questa è la quinta manifestazione in difesa del parco dell'Acquasola! Unitevi a noi cittadini!". Loro, i cittadini, rimangono a bordo della strada stralunati, come fosse il passaggio di una banda di paese.
(Gulia Parodi)

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Lettera - Caccia al fringuello in Regione

Mi spiace dover contraddire Paola Pierantoni (OLI 73) circa le motivazioni addotte dalla Giunta regionale per la caccia in deroga al fringuello.

La deliberazione di giunta (23.09.2005 N. 1085, disponibile al sito http://www.bur.liguriainrete.it/archiviofile/B_000000059005412000.pdf ) apre la caccia in deroga allo STORNO per i danni all'agricoltura (art. 9 comma 1 lettera a) della direttiva europea 79/409/CEE - "Direttiva uccelli": http://europa.eu.int/eur-lex/it/consleg/pdf/1979/it_1979L0409_do_001.pdf ), mentre per il FRINGUELLO fa riferimento all'art. 9 comma 1 lettera c) della stessa direttiva, che permette, "sempre che non vi siano altre soluzioni soddisfacenti", la caccia alle specie protette "per consentire in condizioni rigidamente controllate e in modo selettivo la cattura, la detenzione o altri impieghi misurati di determinati uccelli in piccole quantità".
La stessa delibera di giunta sostiene che "per l'imminente stagione 2005/2006 le Regioni a seguito della riunione del 21.07.2005 presso l'l.N.F.S (Istituto Nazionale per la Fauna Selvatica), hanno definito i contingenti abbattibili in regime di deroga e che relativamente al fringuello per la Regione Liguria è stata stabilita una quota massima di prelievo pari a 183.125 unità".
Io personalmente ho qualche perplessità sul fatto che 183.125 unità per la sola Liguria costituiscano una "piccola quantità" (anche se so dai miei colleghi ornitologi che il fringuello in Liguria gode di ottima salute), che queste vengano prelevate "in condizioni rigidamente controllate e in modo selettivo" e che "non vi siano altre soluzioni soddisfacenti" (soluzioni per che cosa, dato che per questa specie non si adducono come motivazione i danni all'agricoltura?), ma per tutto ciò non bisogna prendersela con la Giunta regionale, ma semmai chiedere spiegazioni all'Istituto Nazionale per la Fauna Selvatica, ente più che benemerito e punto di riferimento nazionale per gli studi sulla fauna selvatica, che ha ospitato la riunione di tutte le Regioni. Io, che faccio lo zoologo, non mi occupo in maniera particolare di uccelli ma da anni lavoro a contatto con validissimi colleghi dell'I.N.F.S. di cui ho la massima fiducia ed un rispetto quasi reverenziale. Per questo mi domando: l'I.N.F.S. era solo ospite della riunione o ha partecipato alla decisione? Cordiali saluti
(Andrea Balduzzi)

Risposta
La precisazione del. Prof Balduzzi ci riporta all'argomento fringuello. Tocca alle Regioni la competenza sulla definizione del calendario e del regolamento venatorio regionale, e quindi anche sulle deroghe ammesse dalla normativa comunitaria per la caccia alle specie protette.
Ciò però è possibile solo "dopo aver sentito l'Istituto Nazionale per la Fauna Selvatica", che ha il compito, tra gli altri, di "… di controllare e valutare gli interventi faunistici operati dalle regioni e dalle province autonome".
Vi è quindi una vasta possibilità di articolazione territoriale, che però le indicazioni dell'INFS dovrebbero contenere entro i confini della coerenza nazionale e del rispetto degli obiettivi comunitari.
Il panorama nazionale (La Giunta Regionale Veneto, ad esempio, ha deliberato la possibilità di abbattere un numero di fringuelli 14 volte superiore a quello indicato dall'INFS) fa nascere però parecchi dubbi sulla efficacia di questa azione di contenimento e di coerenza. La situazione si compone così di una normativa europea molto rigorosa che ammette deroghe solo in modo selettivo, per piccole quantità, in condizioni rigidamente controllate, e di una normativa regionale in libera uscita, complice un indebolimento del potere di indirizzo e controllo dell'INFS privo, come denuncia un appello, "delle risorse minime indispensabili per rispondere ai suoi obblighi" che procede in parallelo all'attacco in corso alla normativa nazionale sulla caccia varata nel 1992.
Può essere (vorremmo però saperlo con certezza) che la Giunta Regionale Ligure, a differenza dal Veneto, abbia rigorosamente seguito le indicazioni dell'INFS, ma data la situazione appena descritta mi chiedo se non sarebbe stata decisamente preferibile la scelta di non procedere a deroghe per una specie di uccellini che non reca danni a nessuno: i nostri 183000 fringuelli morituri si aggiungono infatti ai milioni decisi altrove, e nel mondo sempre meno bio-diverso in cui viviamo sarebbe stato meglio lasciare perdere. (p.p.)

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13 Ottobre 2005

Iplom/1 . L’azienda e’ a rischio ma siamo bravi

“PARLIAMO DI IPLOM”. A piena pagina sui giornali cittadini un avviso a pagamento dell’Iplom, sotto forma di lettera aperta agli abitanti della Vallescrivia, cerca di spiegare cosa è successo a Busalla il primo settembre. “Alle 21.40 si è verificata una perdita all’impianto desolforazione gasolio”. Tutto qua.


fuoco5.jpg

Busalla – 1° settembre 2005 – ore 21.14
Per gentile concessione del “Comitato Salute Pubblica – Busalla” (http://busalpub.tripod.com)

Quello che è avvenuto permette all’azienda di affermare “che i tecnici Iplom hanno ampiamente dimostrato di essere capaci di intervenire in modo efficace e tempestivo”. Per l’Iplom non è stato un caso fortunato, “ma semmai la dimostrazione che l’addestramento, la formazione, l’utilizzo delle migliori tecnologie possono fare la differenza anche in caso di emergenza”. L’Iplom non ha mai nascosto di essere un’azienda a rischio, ma è altrettanto certa di avere i mezzi e le capacità per contenere, affrontare e domare in sicurezza incidenti come quelli del primo settembre. Iplom parla di “incidente”, non incendio. Il quale può essere desunto solo da espressioni correlate: “corso anticendio”, “Vigili del Fuoco”. Coloro che non erano presenti possono farsi una’idea dell’”incidente” solo dalle fotografie. Fine della parte rassicurante del messaggio.
La seconda parte manifesta invece una certa insofferenza. L’Iplom ha percepito una mancanza di comunicazione con la popolazione interessata. “E questo ha dato l’opportunità a quei pochi che speculano sul lavoro altrui, di diffondere notizie false e tendenziose”. Quali siano queste notizie false e tendenziose non è dato di sapere, ma l’Iplom riafferma di credere di avere tutto il diritto di poter continuare le sue attività. “Iplom è una realtà interna a Busalla e alla Vallescrivia e desidera continuare ad esserlo, non contro la volontà del territorio, ma a beneficio di chi nel territorio ci vive e ci lavora”
La lettera aperta non fa alcun cenno alle polemiche che non riguardano la qualità dei prodotti e del lavoro che vi si svolge, ma la vicinanza dell’impianto petrolchimico al centro abitato e i pericoli potenziali che ne derivano. L’Iplom è classificata come industria a rischio perché rilascia nell’atmosfera polveri, cromo esavalente e acido solforico pericolosi per l’ambiente e la salute. Si tratta di un rischio reale che, date le conseguenze del danno che potrebbe prodursi, non può essere ricondotto a mere stime statistiche.
Oscar Itzcovich


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Iplom/2. Non c’e’ altro sito salvo l’abitato?

Bene ha fatto la Comunità Montana Alta Valle Scrivia ad inserire nel suo sito (http://www.altavallescrivia.net) oltre alle caratteristiche più rilevanti del suo territorio (industrie, agricoltura, prodotti locali, turismo, ecc.) un documento sulle prospettive future dell’insediamento dell’Iplom (“Iplom: il futuro”, http://www.altavallescrivia.net/focus_09.htm).

Il documento prende in esame uno studio condotto da Arpal per gli aspetti ambientali e dalla Fondazione Mattei per la parte di impatto socio economico, pubblicato nel luglio del 2005. Lo studio, che ha avuto vari anni di gestazione, “sostanzialmente contiene una valutazione positiva sui rapporti tra l’azienda e il territorio riconoscendo che la Iplom ha investito sulla sicurezza sia per i propri dipendenti che per gli abitanti”.
Ma sia la Comunità Montana che il Comune di Busalla ritengono che questo studio “sia una fotografia parziale della situazione, perché mancano indagini essenziali in particolare su tre punti: la salute degli abitanti, l’impatto sociale e la delocalizzazione dell’impianto”.
Da alcune settimane, il sito ospita un forum, uno “spazio a disposizione di tutti”. Tra i diversi interventi, ci sono ovviamente quelli che riguardano l’Iplom. Chi ricorda che non si può semplicemente dire che non si vuole più l’impianto “perché 150 famiglie vivono grazie all’Iplom” (Iole), chi risponde che non si può nemmeno fare finta di nulla “dopo che 2000 busallesi sono scappati nel panico” (Gandalf) e chi si chiede perché “nel piano d'area non si è tenuto conto dell'opinione dei cittadini comuni. E anche per quale motivo non è stato fatto uno studio di fattibilità sulla delocalizzazione” (Soli). Già, perché? Su quali basi è stato condotto questo studio?
Oscar Itzcovich

Posted by Admin at 08:41 | Comments (0)

Acquasola. Gli ultimi difensori del parco che fu

E’ un filo che chiama a raccolta. Non quello della speranza, ma quello teso da Ansaldo Trasporti a confinare, all’interno del parco dell’Acquasola, l’area destinata al nuovo cantiere della metropolitana. Piove. Sono una ventina mercoledì 5 ottobre a difendere sin dalle 8 del mattino “l’unico polmone verde della città”.

Si schierano davanti al loro striscione, unica nota di colore in questo parco desolato dal brutto tempo. Hanno già due vigili a cui rivolgersi: cercano di spiegare loro che la delibera della giunta, una fotocopia sbiadita tra le mani, prevede “il mantenimento e l’utilizzo del parco” e quindi il cantiere va fatto fuori. Inoltre nella planimetria manca un albero che invece esiste eccome! “Vedete è lì! Come potranno i mezzi pesanti aggirarlo?”.
Loro gli ambientalisti della società civile, hanno anche un avvocato e li sostiene il consigliere di Rifondazione signora Poselli che annuisce, sprona, precisa. L’età media è sui cinquanta. Poche madri. Ma nonne, sì, una con la borsa della spesa. Si scambiano opinioni. Si raccontano favole, si ricordano vittorie: “L’altra volta si sono messi ad asfaltare… dicevano che avrebbero messo asfalto concimante…”, “Asfaltare per cosa?”, “Asfaltavano per i posti auto dei residenti cancellati a causa del cantiere, poi hanno fatto retromarcia…”.
Arriva l’Assessore, esasperato: “Va bene! Chiediamo all’Ansaldo di valutare la situazione…ma questa occupazione è frutto di una serie di incontri, nel frattempo loro hanno in consegna l’area”. Come dire non c’era altra soluzione, uno pezzo del parco andava concesso ad Ansaldo. “Ma senta se ci fosse stato un palazzo qui, cosa avreste deciso? Lo buttavate giù? Cosa faccio? Porto mio figlio a giocare tra i camion?” E ancora “Questo filo non è a norma di sicurezza! E’ pericoloso! Non ci sono cartelli!”, “Certo che non ho potuto mettere i cartelli!”, esclama l’ingegnere dell’Ansaldo, “non ci avete fatto entrare!”. Parole, spiegazioni, imprecazioni. L’assessore piroetta tra tecnici, paladini del verde e donne, fino ad esclamare: “Signora si dia una calmata Santiddio! Cosa dobbiamo fare!? Metterci per terra e farci impalare da voi per dimostrare che siamo completamente sottomessi?!”.
L’assessore rimanda il sacrificio. Suo e del parco. Per ventiquattro, quarantotto ore. Il tempo di una valutazione tecnica del progetto. L’ennesima. Gli onesti fuori legge della Sherwood cittadina manderanno un uomo loro. Con un filo di speranza.
Giulia Parodi

Posted by Admin at 08:37 | Comments (0)

Regione. Anche loro in esubero poveri fringuelli

Da diversi giorni in Piazza De Ferrari, davanti alla Regione, un gazebo pubblicizza la battaglia dei Verdi, con sciopero della fame della Segretaria regionale Cristina Morelli, a difesa dei fringuelli. Raccolte finora 6000 firme, tra queste quelle di Margherita Hack, Beppe Grillo, Dacia Maraini.

Cercando su internet “Fringuello”, “Chaffinch”, “Fringilla coelebs” si scopre che i siti ecologisti e quelli dei cacciatori su una cosa almeno sono d’accordo: la specie è protetta dalla legislazione vigente, italiana ed europea.
Si scopre anche (sul sito della Commissione Ambiente della Unione Europea) che il motivo per cui la specie è protetta, è che “Il numero di esemplari è diminuito in maniera significativa. La perdita ed il degrado dell’habitat a causa dello sfruttamento a scopi agricoli continua a minacciare la subspecie”
Invece la nostra giunta regionale ha approvato una deroga a questa normativa per permettere l’abbattimento degli uccelli “in esubero” in quanto costituiscono una minaccia per l’agricoltura.
Poveri uccelli, anche loro “in esubero”!
Il TAR intanto ha sospeso, ma in via provvisoria, l’esecutività della delibera della giunta regionale. Vedremo.
Paola Pierantoni

Posted by Admin at 08:34 | Comments (0)

6 Ottobre 2005

Depuratori. Silenzio a Levante

Quanti erano i sindaci o i vicesindaci o gli assessori o gli assessori al turismo o quelli all'ambiente che avevano assistito il 27 novembre 2004 alla presentazione dello studio, della ASL 4 Chiavarese e dell'Arpal di Genova, sulla qualità delle acque marine di balneazione e sui sistemi di smaltimento fognario dei Comuni del Tigullio? Anche se rispondete col numero intero più piccolo che conoscete avrete sbagliato per eccesso.

Perché alla fine del 2004 come negli anni precedenti e come forse succede ancora le istituzioni politiche della Riviera ritenevano tempo perso mettersi a parlare delle condizioni del mare. Peccato perché nello studio della ASL 4 si poteva leggere una osservazione venuta d'attualità nella recente estate 2005. E cioè che svolgendo la temperatura un ruolo fondamentale nei fenomeni di miscelazione delle acque, un suo aumento considerevole - come appunto è avvenuto nel corso dell'estate - avrebbe di fatto impedito "la dispersione delle emissioni (nda, la merda!) lungo la colonna d'acqua" instaurando contestualmente un ambiente più favorevole ai microorganismi. Un fatto che avrebbe ulteriormente esaltato i fattori di inquinamento già esistenti "rappresentati in primo luogo dagli scarichi fognari non opportunamente trattati e in secondo luogo dall'apporto inquinante dei corsi d'acqua...".
L'elevata temperatura dell'acqua marina durante l'estate 2005 - confermata dall'ampia presenza di meduse - ha registrato anche la puntuale conferma della previsione dell'ASL. A fronte di tutto ciò le amministrazioni della Riviera hanno fatto finta di non sapere e non vedere. Neppure un dato è stato fornito sull'effettivo numero di giorni di funzionamento degli impianti, sulla quantità di carico organico effettivamente abbattuto e in quale percentuale rispetto a quello esistente durante la stagione turistica. E' evidente che la recente epidemia di epatite esplosa a Genova non è stata considerata con la necessaria attenzione.
A Sestri Levante l‘esasperazione dei cittadini sestresi e di tantissimi turisti per “la grave situazione che il cattivo funzionamento del depuratore sta causando” è arrivata alla Procura della Repubblica (Secolo XIX- Levante del 9 sett.). Nel mirino la mitica "Baia del silenzio", la spiaggia a Levante della città. In un esposto inviato anche al reparto Noe dei carabinieri e all’Arpal (che queste cose le sa benissimo avendo con l'ASL 4 prodotto il documento di cui sopra) i cittadini esasperati hanno dichiarato che riterranno responsabile il Comune nella persona dei sindaco, gli enti e le amministrazioni che ne risulteranno coinvolte, dei danni alla salute e alle cose derivati dal cattivo funzionamento dell’impianto. Il sindaco ha riconosciuto che «Le lamentele sono più che giustificate" ma che l'impianto, "concepito in un certo modo" (?), ha subito delle modifiche "a seguito delle note vicende" (?) che hanno visto contrapposti l’amministrazione comunale e i proprietari del terreno su cui sorge. Quanto ai cattivi odori questi erano dovuti anche ad alcuni guasti verificatisi nell’arco dell’estate, nonostante gli interventi di manutenzione e l’impiego di nuove tecnologie effettuati in primavera... L'assessore all'ambiente ha invece definito (Corriere Mercantile 18 settembre) demagogiche le critiche ricordando che l'amministrazione ha dato priorità assoluta alla costruzione di un nuovo depuratore. Nell'attesa i cittadini dovranno tenersi puzze, liquami e il centinaio di imbarcazioni che, attraccate a qualche decina di metri dalla spiaggia, immettono - nella mitica baia dove la circolazione delle acque è molto scarsa - olio e nafta.
(Manlio Calegari)

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30 Settembre 2005

Alla mercé del vento

Oh Spirito selvaggio, tu che dovunque t'agiti, e distruggi e proteggi! (Ode al vento occidentale, P.C. Shelley).

Temporali e venti di burrasca (La Stampa, 18 settembre).
Previsioni meteo allarmanti per oggi: soprattutto in mattinata, temporali anche di forte intensità nel Levante e venti forti nel Ponente. La Protezione civile ha invitato i vigili del fuoco e le strutture locali ad “adottare, se del caso, le opportune azioni per fronteggiare eventuali stati di criticità”.

Aria pulita grazie al vento (Il Secolo XIX, 20 settembre).
Bassi livelli di monossido di carbonio, biossido di azoto, ozono e diossido di zolfo nella giornata di ieri, con previsioni meteo sfavorevoli al ristagno dello smog. Spazzata dal vento, l’aria in città è rimasta pulita.

Posted by Admin at 10:02 | Comments (0)

15 Settembre 2005

La sicurezza a Busalla sulla ruota del Lotto

Tutti concordano che a Busalla, giovedì 1° settembre, la tragedia non c’è stata grazie al vento. Che, appunto, fortunamente non c’era.

“Ma se una raffica avesse sospinto la spaventosa nube della prima mezz’ora verso il paese, o qualche altro centro abitato della zona, decine, centinaia di persone sarebbero rimaste intossicate” (Marco Preve, la Repubblica, 3 settembre 2005). La lunga serie di incidenti che hanno segnato le attività dell’Iplom si arricchisce dunque di un altro inquietante elemento che ripropone una verità nota da sempre ai cittadini di Busalla e della vallata: mantenere la raffineria in quella posizione è sì assicurarsi un lavoro, ma è anche giocarsi in qualche modo la vita.
Infatti, le attività dell’Iplom, sorta a Busalla nel 1943, sono state una continua fonte di problemi per la sicurezza e per l’ambiente, una minaccia continua. La produzione di oli combustibili a basso contenuto di zolfo, una buona cosa per ridurre l’inquinamento, implica necessariamente la manipolazione e lo stoccaggio dello stesso zolfo e dei suoi derivati, come l’idrogeno solforato assai pericolosi per la salute e per l’ambiente. Non a caso l’Iplom è stata classificata ufficialmente come industria a rischio di incidente rilevante. Un dossier compilato dal Comitato Salute Pubblica Busalla per il solo periodo 1979-1999 enumera 15 incidenti gravi, quasi sempre per la fuoriuscita di zolfo, compreso un incidente analogo a quello dei giorni scorsi, una catastrofe anche allora sfiorata: una esplosione nella raffineria il 31 agosto 1991, seguita da un incendio che avrebbe potuto raggiungere qualche serbatoio (http://busalpub.tripod.com).
A poco è valsa l’opera di cosmesi che l’Iplom ha messo in atto, soprattutto dagli anni ’90 in poi. Sponsorizzazioni sportive (calcio, pallavolo, regate), alle scuole, corsi all’università e naturalmente una capillare campagna promozionale. Che deve avere prodotto i suoi effetti se, nel 1999, la Giunta Regionale (maggioranza di sinistra) con una delibera (2 agosto) decide di prorogarle la concessione fino al 2013 anche perché, è ovvio, bisogna salvaguardare i posti di lavoro.
Ora, per alcuni, la parola d’ordine sembra essere rassicurare. Già prima dell’incidente, l’Arpal (Agenzia regionale per l’ambiente) aveva consegnato uno studio, “risultato di anni di lavoro, che disegna un quadro favorevole all’impatto ambientale e alla sicurezza della raffineria”. Ma il presidente della comunità montana alta valle Scrivia, Marco Bagnasco, osserva che “si tratta di un fotografia parziale della situazione, non solo alla luce di quanto è accaduto, ma anche perché mancano indagini essenziali come l'impatto sulla salute dei cittadini” (Lodovico Prati, Il Secolo XIX, 9 settembre).
E Mauro Pastorino, sindaco di Busalla, espressione di una lista civica sostenuta in parte dal centrosinistra e in parte dal centrodestra, dichiara che bisogna evitare il panico. Disegna una strategia in due fasi. La prima per attrezzare Busalla “in un mese e mezzo, due al massimo, con una serie di altoparlanti, vicini all’attività a rischio”, per dare l’allarme evidentemente. La seconda, progettata sul futuro. ”Il 2013, quando scadrà la concessione – afferma - è il punto di arrivo di un processo che ha al centro il numero 63”. E spiega: “Il 63 si fa aspettare per un tot di settimane, ma poi esce. Lo stesso accade in un impianto del genere, a maggior ragione se, come nel nostro caso, tutte le misure di sicurezza ci sono. Allora visto che la statistica dice questo, entro il 2013 la raffineria va spostata lontano”. (Wanda Valli, Repubblica, 7 settembre). Entro il 2013.
(Oscar Itzcovich)

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6 Luglio 2005

Al fuoco/1. Gli incendi secondo "Nua Natua"

“Nua Natua” è il parco alle spalle di Sestri Levante che il 30 Giugno 2005 ha ospitato il convegno organizzato da Federforeste sulla “Gestione associata per la salvaguardia ambientale e forestale del territorio".

Nuda natura, nuda come i versanti sui quali il parco si adagia affacciandosi al mare, dove l’incendio dello scorso anno ha incenerito tutto, portandosi via addirittura qualche palmo di suolo. Luogo adatto a discutere come fronteggiare situazioni di rischio come gli incendi boschivi. Ci siamo chiesti (OLI n. 62) quanta attenzione l’incontro avrebbe riscosso presso le amministrazioni regionali, e abbiamo trovato, tra i partecipanti alla tavola, docenti delle università di Genova e Torino, il presidente ed il vicepresidente della Federforeste, l’assessore provinciale ai parchi ed alle aree protette Duglio, l’assessore regionale all’agricoltura floricoltura caccia e pesca, protezione civile e antincendi boschivi Cassini, l’assessore all’ambiente e difesa del suolo di Sestri Levante Zonfrillo.
L’occasione per il convegno era soprattutto il debutto del neonato consorzio forestale di Sestri Levante, sorto, all’interno dell’iniziativa nazionale “Progetto Foresta Appenninica”, per provvedere alla frammentazione endemica dei boschi liguri e tentare di porre le basi per una politica di gestione comune. L’unica in grado di porre un argine al problema incendi, attuando interventi di recupero del bosco dove ora esiste solo abbandono ed incuria.
Non lo si è detto mai apertamente, ma è trapelato nel corso degli interventi: il consorzio non è nato tramite la convocazione e l’assenso di tutti i proprietari delle particelle in cui i pochi ettari di bosco coinvolti sono polverizzati. E’ frutto della pubblicazione della sua esistenza all’albo pretorio, a cui nessuno di è dichiarato contrario nei termini di legge: una sorta di “chi si oppone parli ora o taccia per sempre”. E tra i numerosi possidenti del Bosco Abbandonato (Morti? Emigrati? Inurbati senza ritorno?) nessuno ha parlato.
Eleana Marullo

Posted by OLI1 at 13:36 | Comments (0)

Al fuoco/2. Il nemico non è il fuoco, ma l'abbandono

Come leit-motiv del convegno, almeno sul fronte scientifico, l’appartenenza del fuoco all’ecosistema terrestre e, per dirla con le parole di Pyne, docente statunitense di Biologia ed esperto di uso del fuoco nelle società rurali più volte citato, tentare di escluderlo è “un’illusione delle società industriali”.

Il fuoco, ha illustrato Diego Moreno (Università di Genova), è gestito e controllato dall’intervento umano da almeno 40000 anni. Così, mentre in Francia si continua a praticare l’essartage e nella Foresta Nera sono formate squadre di esperti per l’uso del fuoco controllato (Haubergenossenschaften), in Italia la legislazione forestale e le amministrazioni si sono mosse in senso contrario, con la convinzione di poter evitare il divampare del fuoco proibendone l’uso controllato, forse per un’antropologia del fuoco tutta mediterranea, che lo percepisce come negativo per l’ambiente. Si è sostituito in questo modo il regime di fuoco colturale con conflagrazioni incontrollate in abbandono post-colturale.
Come mai la Liguria soffre così tanto per gli incendi? Un occhio alle percentuali di occupazione della forza lavoro nell’ultimo secolo e la risposta sembra emergere lampante: la regione ha subito un abbandono del settore primario molto anticipato, rispetto al resto d’Italia. Mentre infatti nel 1936 la forza lavoro impiegata in agricoltura ammontava al 42% al Nord ed al 56% al Sud, in Liguria si arrivava al 24%. I boschi liguri soffrono di un abbandono che ormai supera il secolo.
La palla passa alle amministrazioni, affinché propongano linee d’azione e sembra proprio che la chiave di tutto sia rendere nuovamente il bosco in grado di produrre. Vengono proposti interventi quali linee tagliafuoco e utilizzo della biomassa per il riscaldamento (“Siamo stato in grado di metter su un gasdotto dall’Algeria, e non riusciamo ad allestire una microrete per il riscaldamento a biomassa per i nuovi quartieri di Sestri Levante?” lamenta l’agronomo Manfredi). L’assessore Cassini si impegna per un progetto pilota che coniughi prevenzione attiva e coinvolgimento dei soggetti locali, l’assessore provinciale Duglio invoca una rinaturalizzazione, dimostrando di aver perso forse qualche concetto delle relazioni precedenti, viene più volte invocato il nuovo Piano di Sviluppo Rurale.
Tra le molte voci se ne leva una soltanto dal pubblico, al momento del dibattito: l’unico boscaiolo presente in sala. Si chiede come mai la provincia che pare essere tanto sensibile ai problemi di gestione del bosco, non abbia saputo mantenere le strade di sua competenza come linee tagliafuoco, come mai l’associazionismo sia presentato come soluzione e poi sia così difficile mantenere in vita un consorzio, per le difficoltà burocratiche e la mancanza di finanziamenti. Ricorda come il ritorno economico dell’utilizzo di biomassa sull’appennino sia praticamente nullo, vista la conformazione del territorio. Teoria e pratica come sempre sono una forbice divergente, così come i tempi, lenti e generazionali, del bosco, ed i bilanci annuali delle amministrazioni, che, al contrario dei pini anneriti nella Nua Natua, non hanno radici.
Eleana Marullo

Posted by OLI1 at 13:30 | Comments (0)

22 Giugno 2005

Falsi. Il clima alla Casa Bianca? Nessun problema

Michael Crichton, alla sua lunga lista di best seller (Andromeda, Congo, Preda, Jurassic Park), aggiunge Stato di Paura, un romanzo schierato su posizioni decisamente anti ambientaliste.

Un gruppo di spietati eco-terroristi, per accreditare con fatti incontrastabili la tesi del surriscaldamento della terra, prepara una seri di attentati in varie parti del pianeta per causare disastri ecologici di vasta portata in Antartide, in Canada, nelle Isole Salomone, a Parigi e nel deserto dell’Arizona (rottura dei ghiacciai, allagamenti, uragani, tsunami e quant’altro).
Un romanzo esile, se non inesistente, che deve il successo alla fama di un autore che non ha avuto scrupoli nel fare un uso disonesto della scienza dei cambiamenti climatici. Il 28 gennaio 2005, alla presentazione del suo libro all’American Enterprise Institute for Public Research (noto “think tank” neocon di Washington), continuando la sua campagna contro le tesi ambientaliste, ha discusso su come assicurare che un’informazione di migliore qualità, non distorta (unbiased) da interessi di parte, arrivi ai responsabili della politica ambientale della Casa Bianca (www.aei.org/publications/pubID.21998,filter.all/pub_detail.asp).

Dopo poco più di tre mesi e grazie all’iniziativa del “New York Times”, Crichton è stato pienamente accontentato. La notizia lanciata l’8 giugno 2005 ha fatto il giro del mondo: a Washington, documenti e rapporti scientifici sui cambiamenti climatici preparati per il governo erano stati falsificati da Philip Cooney, Responsabile del Consiglio per la qualità dell’ambiente della Casa Bianca. Per quattro anni, li ha alterati per minimizzare i legami tra l’emissioni di gas nell’atmosfera e il riscaldamento globale. Avvocato, senza alcuna preparazione scientifica, è riuscito a porre al servizio della amministrazione Bush la sua esperienza di lobbysta maturata in dieci ani di lavoro presso l’American Petroleum Institute. I documenti prodotti a supporto della politica del governo venivano decisamente migliorati. Le cause dei cambiamenti climatici non erano “difficili” da individuare, ma “estremamente difficili”, le alterazioni del clima segnalate dagli scienziati non erano “certe”, ma “possibili”, un passaggio sulla progressiva riduzione dei ghiacciai sulle montagne veniva semplicemente cancellato, e via edulcorando.
Costretto a dimettersi due giorni dopo la fuga di notizie è stato subito assunto dall’Exxon Mobil (nata dalla fusione tra Standard Oil e Mobil), una delle più grandi società petrolifere del mondo.
Appropriato il commento di Beppe Grillo: “Sembra di essere dentro un film e invece no” (www.beppegrillo.it).
Oscar Itzcovich

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9 Giugno 2005

Bandiere blu. Se 12 spiagge pulite vi sembran tante

E' stupefacente l'entusiasmo che ha riscosso tra gli addetti ai lavori la notizia pubblicata dai quotidiani locali del 20 maggio ’05: "In Liguria sventolano 12 bandiere blu... record di spiagge ok e mare pulito". E ancora: "Se l'Italia sale ai vertici europei per qualità del mare e dei servizi turistici, la Liguria fa un bel gruppo di sorpassi e s'invola solitaria (sic!) sul podio più alto in Italia".

"La Liguria stacca un trio di agguerrite rivali - Toscana, Marche e Abruzzo - che si fermano a 11 bandiere blu".
Non è fantastico? Quando si dice accontentarsi: in Liguria su alcune centinaia di spiagge solo 12 si guadagnano la bandiera blu e tutti (ma chi?) si mettono a fare i salti per la gioia. Per non dire che tra le località insignite di tanto riconoscimento (Camporosso, Bordighera, Taggia, Bergeggi, spiagge Fornaci e Natarella, Albisola superiore, Albisola Marina, Celle Ligure, Chiavari, Lavagna, Moneglia, Lerici) ve ne sono alcune che destano più di un interrogativo. Eppure tanto è bastato al neo assessore regionale Bozzano per dichiarare "E' un risultato formidabile e conferma tutta l'importanza del turismo una vera grande risorsa regionale da sviluppare e rilanciare". E' la conferma, ha aggiunto l'assessore, che la Liguria deve indirizzarsi al "turismo di qualità. Una scelta irrinunciabile per una regione come la nostra con un territorio stretto tra costa e montagne".
La necessità di prendere atto che la Liguria è un territorio stretto tra costa e montagne è un concetto più volte ripetuto da Burlando durante la campagna elettorale. Ma cosa c'entra col fatto che i suoi abitanti hanno a disposizione solo 12 spiagge col mare decente? Non c'entra niente. C'entra invece il grave disinteresse delle amministrazioni locali e di quella regionale per l'alto livello di inquinamento del mar Ligure in particolare nella stagione estiva. Uno studio, presentato alla fine del 2004 dalla ASL 4 Chiavarese e dall'ARPAL di Genova, sulla "qualità delle acque marine di balneazione e sui sistemi di smaltimento fognario dei comuni del Tigullio", ha fornito dati inquietanti. Una parte, sia pure modesta di popolazione non è allacciata ad alcuna rete fognaria. Là dove l'allacciamento esiste la capacità di abbattimento del carico organico da parte dei depuratori risulta scarsa. Nel periodo estivo, quando la popolazione aumenta per la presenza turistica, gli impianti fognari abbattono (quando non sono fermi per manutenzione o guasti) non più del 20% del carico inquinante. Come dire che in estate il mare del Tigullio riceve (e restituisce ai suoi bagnanti) i rifiuti organici di circa 140 mila persone!
(Manlio Calegari)

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Bandiera nera. Il mare pattumiera fatale ai delfini

Un piccolo esercito di subacquei e cittadini amanti del mare, si ritrova sulle spiagge della Liguria, a fine maggio, per dare una ripulita ai fondali marini e agli arenili trasformati in discarica. Sorge spontanea la domanda: chi sporca e butta in mare tutti questi rifiuti?

Dall’anno 1972, data di inizio di Fondali Puliti, iniziativa ideata e organizzata da Gianni Risso, fotografo e giornalista subacqueo, nelle cittadine di Zoagli e Bogliasco la coscienza ambientale è migliorata, ma le immondizie recuperate sui fondali sono ancora tante. Una parte proviene dai torrenti e dalle discariche dell’entroterra (quando c’è la piena, l’acqua porta a valle tutto quello che viene abbandonato sugli argini o nelle vicinanze); per il resto ci pensano le correnti del golfo a trascinare tra le baie tutte le immondezze possibili, compresi gli scarichi fognari delle cittadine prive di depuratore. Che nel Levante non sono poche.
Il mare è considerato da troppi una pattumiera. “I subacquei trovano segnali stradali, utensili per la manutenzione stradale, asportati dai cantieri e buttate in acqua… Ma non mancano neppure –racconta Risso– rifiuti provenienti dalle ville a picco sul mare, dislocate tra Nervi e Chiavari.” Si va da calcinacci, mattoni, persiane, water e lavabi, fino a vecchi ponteggi e passerelle in ferro. C’è poi il malvezzo di buttare in mare sacchetti di plastica: le cosiddette borse, non biodegradabili, galleggiano a lungo; e i delfini che le inghiottiscono muoiono per soffocamento.
Chi sperava nei depuratori, per contrastare l’inquinamento del mare a Zoagli, ha subito ripetuti colpi: l’impianto di depurazione previsto in località “Cian du Ruscin” è stato bloccato da Tar e Consiglio di Stato su ricorso dei proprietari di alcune villette; il Comune ha spinto al largo di un chilometro la condotta fognaria, lavori che andavano completati con un “trituratore”, fermato a sua volta dall’opposizione di altri proprietari edilizi. Altro che bandiera blu…
(Antonio Bovetti)

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26 Maggio 2005

Spoon Riva. Amianto e lattine sogni in saldo

Amianto. Questa la parola magica ripetuta come un mantra dai dipendenti delle Acciaierie di Cornigliano . Amianto e lettere che verranno inoltrate dai più per raccomandata all’ufficio amianto dell’Inail entro e non oltre il 15 giugno data di scadenza per inviare richiesta come prevede il decreto che ha esteso sino al 2003, retroattivamente, la possibilità di beneficiare dei relativi riconoscimenti contributivi.

Parola d’ordine: fare domanda. Farla comunque. Anche se non si è lavorato nell’amianto. Anche se non se ne conosce l’aspetto. Perché presentare domanda “costa solo la raccomandata” e non sia mai che tra qualche anno non esca una campana ambientale, una grande coperta d’amianto per tutti, sarebbe tragico esserne esclusi per pigrizia. O per onestà. Qualcosa di napoletano.
Come un lotto. Come la grande strada a mare di Cornigliano, il progetto nel progetto, che sposterà capannoni, uffici, liberando spazi per un grande parco urbano e per il distripark. Come le aree per la nuova linea di banda stagnata che sostituirà l’altoforno, cancellando il problema degli esuberi. Amianto per essere fuori e zincatura per i più giovani oggi, lavorazione importante delle Acciaierie, di fatto ferma sino al 24 giugno con settanta operai circa già in ferie forzate o a spazzare piazzali per mancanza di ordini. Che ad ascoltare con attenzione si dubita arriveranno dopo. Stagnare anziché zincare. Anche se si sta iniziando il viaggio nella “terra di mezzo” quella che ciclicamente prevede per la siderurgia anni di crisi nere.
Stagnare. Preverniciare. Produrre lattine in acciaio. Senza un progetto industriale ufficiale, condiviso con la società civile. Senza convocazione dei sindacati. Bocconi di progetto nella ciotola dei giornali. Senza guardarci dentro. Scivolando leggeri sulle Acciaierie come Dumbo. Ali al posto delle orecchie. Con ampie virate. Senza mai disturbare i funamboli del circo Riva. Per altri cento anni.
(Giulia Parodi)

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Certi campioni di ambientalismo

L'ambientalismo americano è rimasto folgorato sulla via del nucleare. Martedì 17 maggio un articolo del Corriere della Sera enfatizzava la presa di posizione di alcuni verdi statunitensi, che secondo il quotidiano di via Solferino avrebbero radicalmente cambiato opinione (o starebbero per...) su temi quali gli OGM, l'urbanizzazione e appunto il nucleare.

Tra queste figure 'redente' l'articolo citava - come esempio di ambientalista doc inattaccabile - Stewart Brand, che su Technology Review
(www.technologyreview.com/articles/05/05/issue/feature_earth.asp?trk=nl) si abbandonava ad audaci predizioni sul futuro dei movimenti ecologisti.
Ma a ben guardare, considerando ad esempio la sua biografia (www.guardian.co.uk/Archive/Article/0,4273,4233515,00.html), non sembra di poterlo definire una personalità votata all'ambiente: i suoi interessi sono più tecnologici, spesso volatili, e comunque particolarmente abili a intercettare idee di business. Può darsi che mi sbagli, ma non parlerei di un campione inattaccabile di ecologista. A meno che non volessi pompare una notizia.
(Carola Frediani)

Posted by OLI2 at 23:18 | Comments (0)

1 Aprile 2005

Notizie ignorate. Mais transgenico fuori controllo

Hanno venduto il mais GM sbagliato. Per errore. Un errore madornale, considerato che l’hanno fatto per tre anni. Stiamo parlando della società di agrobiotech Syngenta, che ha ammesso di aver venduto erroneamente una varietà di mais geneticamente modificato che non era stata autorizzata dalle autorità federali americane.

Una distrazione che è andata avanti dal 2001 al 2004. Ora la multinazionale biotech sostiene che non c’è alcun pericolo per l’uomo e per l’ambiente, perché il mais in questione sarebbe molto simile a un’altra varietà GM autorizzata -quella sì- dagli enti regolatori statunitensi.
Intanto il mais transgenico non autorizzato ha anche viaggiato oltreoceano in numerosi Paesi. Le autorità americane preposte ai controlli in materia – Ministero dell’Agricoltura e Food and Drug Administratrion (FDA) – stanno indagando. Tutti gli altri invece – agricoltori, allevatori, consumatori – devono ancora metabolizzare quei geni non controllati.
E sempre sul fronte OGM: si chiudono con una bocciatura le sperimentazioni avviate dalla Gran Bretagna sulle coltivazioni GM. I test condotti su due tipi di piantagioni di colza – GM e convenzionale – hanno mostrato che l’utilizzo della varietà transgenica – modificata geneticamente per resistere ad erbicidi più potenti – provoca gravi danni alla flora e alla fauna circostanti.
Questo è il quarto e ultimo esperimento condotto dal regno Unito per valutare l’impatto delle colture Gm sull’ambiente: gli altri tre avevano riguardato il granturco, la barbabietola e un altro tipo di colza, e si erano risolti con un analogo verdetto di condanna per le ultime due piante. Nel caso del granoturco invece i risultati – apparentemente positivi, nel senso che l’erbicida utilizzato per il mais GM faceva meno danni – erano stati successivamente contestati dagli ambientalisti: il tipo di diserbante utilizzato per la varietà tradizionale era particolarmente aggressivo, tanto da essere sul punto da essere bandito dall’Unione europea. (Fonte: Consortium-bio; Greenplanet)
(Carola Frediani, Terra Viva, http://terraviva.blogspot.com)

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10 Febbraio 2005

Sestri Levante. La baia del silenzio e il silenzio del sindaco

"Il Sole 24 Ore" del 23 gennaio scorso dava notizia della presentazione da parte del Touring Club Italiano di un libro bianco sulla competitività del sistema turistico italiano sceso nel mondo al quarto posto dopo essere stato al primo negli anni Settanta.

Nei primi 10 mesi 2004 ci sono stati 6 milioni di turisti stranieri in meno rispetto al 2003. La colpa: prezzi alti, servizi di qualità bassa e specialmente ambiente in grave peggioramento.
Anche in Liguria al calo sistematico di alberghi e pensioni e di altre strutture recettive ha corrisposto un calo di presenze che nel 2004 è stato del 6% (quotidiani del 3 febbraio us). In controtendenza è solo Genova per via delle manifestazioni del 2004. Ma bisognerà vedere quanto durerà.
Di questa materia si è addirittura occupata con un documento riservato la sede di Genova di Bankitalia che ha confermato i cali delle presenze e dei tempi medi di permanenza turistica. Durante gli ultimi 5 anni il turismo ha perso in Liguria il 10% della sua quota di mercato. Queste affermazioni non sono state degnate di un solo commento da parte dei sindaci delle Riviere e in particolare da quelli delle località più notoriamente turistiche.
Ad esempio il sindaco (centro sinistra) di Sestri Levante, Andrea Lavarello, ha definito "strumentali" ed espressione di "pura polemica politica" le critiche molto circostanziate rivolte da Italia Nostra, Legambiente e Wwf a proposito del progetto (tipo "Las Vegas") di risistemazione del lungomare voluto dalla sua amministrazione. A sostegno delle sue buone ragioni il sindaco ha detto che a Sestri Levante, in controtendenza con la situazione regionale, le presenze turistiche sono state in aumento. Non ha invece detto una parola sul fatto che la situazione dei depuratori del suo comune sia stata giudicata dalla ASL 4 Chiavarese e dall'ARPAL di Genova (rapporto del 27 novembre us) gravemente inadeguata. Neppure ha detto che una delle zone di maggiore inquinamento del territorio comunale sia la famosa e frequentatissima baia di levante, detta anche "del silenzio". Qui a pochi metri dalla riva stazionano un centinaio di imbarcazioni da diporto con effetti facilmente osservabili. Un caso emblematico di privatizzazione di risorse e di distruzione di un patrimonio ambientale su cui grava il "silenzio".
(Manlio Calegari)

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4 Febbraio 2005

Bandiera marrone. Tigullio inquinato? Meglio il silenzio

Solo il Corriere Mercantile (30 novembre e 3 dicembre 2004) ha dato notizia dei risultati di uno studio, condotto dalla ASL 4 Chiavarese e dall'ARPAL di Genova sulla "qualità delle acque marine di balneazione e sui sistemi di smaltimento fognario dei comuni del Tigullio", presentato alle Istituzioni e alle relative Amministrazioni il 27 novembre scorso.

Uno studio ponderoso che ha preso le mosse da una constatazione: d'estate l'inquinamento batteriologico del mare costiero del Tigullio peggiora di molto. Altro che bandiera azzurra. Perché?
L'ipotesi era che lo stesso inquinamento fosse da collegare principalmente agli scarichi fognari. L'indagine è stata perciò diretta ad esaminare i sistemi di smaltimento e di depurazione dei comuni costieri e di quelli, tra i più vicini alla costa, dell'entroterra. Risultato a sorpresa ma non troppo; almeno per quelli che frequentano le spiagge rivierasche. Una parte, sia pure modesta di popolazione non è allacciata ad alcuna rete fognaria. Là dove l'allacciamento esiste la capacità di abbattimento del carico organico da parte dei depuratori risulta in genere modesta.
E' stato valutato che nel periodo estivo, quando la popolazione aumenta per la presenza turistica, gli impianti fognari abbattono (quando non sono fermi per manutenzione o guasti) solo il 20% del carico inquinante. Come dire che in estate il mare del Tigullio riceve (e restituisce ai suoi bagnanti) i rifiuti organici di circa 140 mila persone! Lo studio fornisce anche una graduatoria dei colpevoli, sia pure con varie gradazioni. Tra i decenti Chiavari e Moneglia; scadenti Lavagna e Sestri; indecenti o assenti gli altri. Tra questi ultimi, tanto per fare due nomi, Zoagli e Santa Margherita non hanno neppure in previsione interventi di risanamento. Sensazionale ma non troppo: nessuna reazione da parte delle amministrazioni interessate, del TG3 regionale, della stampa quotidiana con l'eccezione del Mercantile.
(Manlio Calegari)

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9 Dicembre 2004

Inceneritori. Avvelenati da impianti "tecnicamente corretti"

Martino Bolla, ingegnere ligure, consulente a Brescia per la costruzione del più grande inceneritore d'Europa, in una recente intervista al Secolo XIX, ha definito tecnicamente “scorrette” le preoccupazioni degli ambientalisti sulle emissioni di tali impianti. Ecco la risposta di un addetto ad altri lavori.

Caro ingegnere,
sicuramente le turbine da lei progettate sono le migliori del mondo. Ma, per cortesia, continui a progettare turbine (lavoro certamente complesso e di grande responsabilità) e lasci a persone competenti le valutazioni sui possibili rischi connessi con le emissioni delle macchine che lei contribuisce a costruire. Queste competenze sono quelle che fanno parte del bagaglio culturale e professionale di tossicologi, epidemiologi, chimici e medici ambientali, ossia studiosi e ricercatori che probabilmente hanno le idee più chiare delle sue di quali siano i problemi ambientali e sanitari creati da diossine e altri composti tossici presenti nelle emissioni gassose, liquide e solide di un inceneritore.
Forse lei non lo sa, ma nel 2001 l'Unione Europea, in base a studi sugli effetti prodotti dall’esposizioni a basse dosi di diossine, quali quelle assunte durante l'allattamento materno, ha ritenuto opportuno abbassare la dose tollerabile giornaliera di diossine da 10 a 2 picogrammi per chilo di peso.
Gli effetti riscontrati sono un ritardo nello sviluppo puberale di maschi e femmine ed una maggiore propensione, anche da parte dei maschietti, a giochi ritenuti prettamente femminili.
Come vede nulla di particolarmente grave, ma forse è meglio che i nostri bambini ciuccino un latte con qualche picogrammo di diossine in meno, piuttosto che con qualche picogrammo in più, come sarà inevitabile, se sarà realizzato il piano nazionale dei rifiuti che probabilmente anche lei auspica.
Il fatto è che mentre Lei e molti suoi colleghi comunicano notizie tranquillizzanti, il mondo scientifico che seriamente studia questi problemi è preoccupato e ha da tempo consigliato i paesi dell'Unione di ridurre il più possibile tutte le fonti di diossine, compreso l'incenerimento dei rifiuti.
Tutto sommato, Francia, Belgio, Germania, Stati Uniti, Giappone, stanno seguendo questo consiglio e hanno già spento numerosi termovalorizzatori, sia perché inquinanti, sia perché, grazie al riciclaggio, non hanno più nulla da far loro bruciare.
L'Italia, come lei sa, è l’unico paese al mondo che sulle politiche di gestione dei rifiuti va controtendenza e c'è chi auspica un termovalorizzatore in ogni capoluogo di provincia. In base alle informazioni ufficiali comunicate dal Commissario per l'emergenza rifiuti della Campania, il termovalorizzatore di Acerra garantirà a chi abita intorno all'impianto 548 milioni di picogrammi di diossine al giorno. Questa quantità equivale alla dose giornaliera tollerabile di circa quattro milioni di adulti, a fronte di una popolazione acerrana di circa 44.000 individui, bambini compresi. Analoghe quantità saranno emesse da ogni nuovo termovalorizzatore e temo che non sia tranquillizzante la recente notizia che le diossine assorbite sulle polveri fini possono viaggiare sulle ali del vento anche per centinaia di chilometri prima di ricadere su campi coltivati, laghi e mari, dove si concentreranno, lungo le catene alimentari destinate, prima o poi a finire nei nostri piatti.
(Federico Valerio, responsabile Laboratorio di Chimica Ambientale Istituto Nazionale Ricerca sul Cancro, Genova)

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1 Dicembre 2004

Ambiente. Ricerca anticancro e silenzio stampa

Un convegno organizzato dall’IST (7,8,9 Novembre 2004) ha affrontato, con linguaggio (in genere) non eccessivamente tecnico ed ampio spazio per domande e chiarimenti, temi di particolare e costante attualità per la nostra città: siderurgia, smaltimento rifiuti, traffico urbano, sicurezza alimentare, campi elettromagnetici … Titolo: “la Prevenzione primaria dei tumori di origine industriale e ambientale in una società moderna”. Presenza sulla stampa: zero.

Alcuni dei temi sollevati?
- Quando le prove di un possibile danno non sono chiare, le indagini ancora in corso, i rischi non evidenti ai sensi, le conseguenze spostate nel futuro dovrebbe essere adottato un “principio di precauzione” (l’assenza di certezza del danno non è certezza della sua assenza)
- Alla adozione del principio di precauzione, tacciato di essere antiscientifico e dissipatore di risorse, si oppongono potenti interessi economici che indirizzano la ricerca verso una esasperata ricerca di produttività invece di improntarla ad un indirizzo etico a salvaguardia della salute di lavoratori e cittadini, impediscono di investire risorse nella prevenzione che implica costi immediati ed esiti a medio – lungo termine, non immediatamente misurabili. Si ricerca poco e quindi si trova poco, e si ha la legittimazione ad andare avanti comunque.
- L’esasperata ricerca del profitto determina tragiche conseguenze non solo sulla salute dei consumatori (cancro al seno e alla prostata correlato col consumo di carne rossa) ma sulla sofferenza degli animali di allevamento che a causa dell’uso dei “promotori di crescita” soffrono di tumori, cisti ovariche, atrofia del timo.
- Il livello di guardia raggiunto dal traffico cittadino, la consapevolezza diffusa del peggioramento che ne deriva per la qualità della vita, lo “sviluppo del mezzo pubblico” come unica via di uscita (tema interessante per Genova …)
- La chiara dimostrazione dello specifico apporto della cokeria dell’ILVA sulla presenza di benzene nell’aria di Cornigliano (il confronto con dati riguardanti il solo traffico automobilistico è al di là di ogni dubbio). Già nel 1986 si erano avuti i primi risultati e ne era stata messa in luce la incompatibilità con l’insediamento abitativo. A riprova l’immediato crollo del benzopirene da 7.5 a 0.2 Ng. /m3 dopo la chiusura della cokeria e la riduzione delle patologie tra la popolazione. Il relatore, Federico Valerio, rivolge un ringraziamento pubblico alle “donne di Cornigliano” e solleva il tema della extraterritorialità concessa ad attività “strategiche” come quella della acciaieria, indipendentemente dai danni recati alla salute e all’ambiente.
Poi: campi elettromagnetici generati dalle linee ad alta tensione, dai telefonini e dalle cabine di trasformazione presenti anche dentro gli edifici industriali, smaltimento dei rifiuti, i rischi del radon negli spazi interni (appartamenti, uffici) …
Si conclude con una sessione sul ruolo della comunicazione nella prevenzione dei tumori di origine ambientale: accordo e disaccordo tra percezione del rischio da parte della popolazione interessata e parere dei tecnici, ruolo della comunicazione nel diminuire o nell’aumentare questa distonia, necessità di una comunicazione a due vie: non solo fornire informazioni alla popolazione e ai lavoratori, ma raccoglierle da loro, grande difficoltà della stampa ad occuparsi di tutto ciò. Infatti.
(Paola Pierantoni)

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22 Novembre 2004

Acquasola/1. Quanto rende al park l'elemosina al parco

Qualcuno si ricorda del titolo sui quotidiani del 7 agosto scorso: "Park e verde così rinasce Acquasola"?. Ma che relazione poteva esserci tra il progetto di costruzione del posteggio sotto i giardini dell'Acquasola e le migliorie che si dice sarebbero necessarie a questi ultimi? L'ha spiegato il sindaco di Genova in una intervista rilasciata agli inizi d'ottobre che suonava pressapoco così: i comuni rovinano e per i parchi come per molte altre cose non ci sono soldi.

E' verissimo: i tagli imposti ai comuni dalla Finanziaria del governo in carica prevedono una riduzione degli investimenti del 30% rispetto all'anno scorso quando già avevano subito forti tagli. Come trovare allora i soldi necessari al restauro dell'Acquasola?
La parola magica era già nei titoli del 7 agosto: "Park". Per migliorare lo stato di salute del parco - in verità non drammatico come invece suggeriva il cronista - e non disponendo dei soldi necessari, la soluzione era di farseli dare dalla "Sistema Parcheggi" che, volendoci costruire sotto un enorme parcheggio (6000 mq sul lato Carignano, 3 piani di cemento interrato, 320 posti auto a rotazione più 140 box per residenti -che però ne chiedono di più - per un costo: 11 milioni e mezzo di € di cui 2,7 finanziati dalla Regione), ne avrebbe comunque distrutto una parte. Si capisce che alla Sistema Parcheggi dei giardini non gliene importa un fico. Al contrario delle associazioni ambientaliste (Italia Nostra, Legambiente, WWF , Pro Natura, Lega Anti Vivisezione, Lega Protezione Uccelli) e di altri comitati cittadini che dal mese di settembre si sono schierate con manifestazioni e raccolta di firme contro la costruzione del posteggio.
Grazie al loro impegno - pressochè ignorato dalla cronaca locale - è risultato chiaro come l'esecuzione del progetto richieda lo sventramento di parte dell'Acquasola, la inevitabile chiusura dei giardini per tempi lunghissimi, l'abbattimento di alberi, la sistemazione di prese d'aria con fuoriuscita nella superficie ad uso pubblico e - tra l'altro - l'eliminazione dell'unico libero e frequentatissimo campetto da pallone esistente nel centro città. Le opere di ripristino del giardino, decantate come un gentile omaggio dei costruttori del posteggio ad una amministrazione in difficoltà, sarebbero dunque una modesto (750 mila € per la ri-"sistemazione in superficie" del parco urbano) e inadeguato restauro dovuto. Tra l'altro, a carico del Comune resterebbe comunque (non tutto è gratis!) "l'assestamento della vegetazione", valutato 500 mila €. Genova ha fama di città parsimoniosa ma, a molti cittadini , la decisione presa dall'Amministrazione non è apparsa un esempio di virtù. Ci sono motivi infatti per pensare che non solo di parsimonia si tratti.
(Manlio Calegari)

Posted by OLI2 at 01:41 | Comments (0)

Acquasola/2. Chi ha detto il primo sì alla Sistema Parcheggi?

Un parco ("rimesso a nuovo") in cambio di un parcheggio? Sono questi i termini dello scambio? Un parcheggio miliardario contro un miserabile contributo per rimettere (malamente) a posto un giardino - il primo giardino pubblico di Genova e fra i primi in Italia. E come è possibile un simile scambio se il giardino "storico" dell'Acquasola, ammette solo, come esplicitamente recita la Carta di Firenze (1981) che da anni detta le linee guida in materia di salvaguardia e restauro dei giardini storici, interventi diretti al restauro e al ripristino ed esclude esplicitamente la costruzione di parcheggi? E poi di che risanamento si tratterebbe dal momento che se ne concede un parziale smantellamento?

A queste e simili osservazioni alcuni consiglieri comunali hanno risposto - in buona fede, si spera - che la delibera da loro approvata il 28 settembre '04 "per l'approvazione del progetto definitivo del parcheggio interrato in spianata Acquasola" era poco più che un atto dovuto. In altre parole: la Sistema parcheggi godeva già il diritto di costruire e il Comune non poteva fare altro che cercare di limitare i danni e, se possibile, cavarci un piccolo utile restaurando il parco "malato".
Ma quando la Sistema Parcheggi aveva ottenuto il diritto di costruire? E perché, se già godeva di questa facoltà, era necessaria una delibera del consiglio comunale per dare il via libera alla costruzione del parcheggio? E perché pur scegliendo questa soluzione circolava tra i consiglieri il messaggio che il voto a favore della delibera era per molti aspetti obbligato? Sono alcune delle domande che nella vicenda dell'Acquasola non hanno risposta o ne hanno di insoddisfacenti.
Almeno una però meriterebbe una risposta capace di tagliare di netto dubbi e illazioni che hanno accompagnato il voto favorevole della maggioranza comunale alla delibera del 28 settembre scorso. Accertata che la presenza di un nuovo grande posteggio a rotazione aumenterà la circolazione dei mezzi privati in città con le conseguenze che sono sotto gli occhi di tutti, è questo che l'amministrazione vuole? Non è l'esatto contrario di ciò che era stato promesso al momento dell'elezione dell'attuale maggioranza e di ciò che i partiti che ne fanno parte avevano e ancora hanno nei loro programmi?
(Manlio Calegari)

Posted by OLI2 at 01:38 | Comments (0)

23 Ottobre 2004

Acquasola. Te la do' io la parola se protesti per il park

Chi ha votato in Comune a favore del parcheggio all’Acquasola?
La risposta è circolata in rete come una sciabolata, e la lista viene distribuita alla manifestazione a difesa del parco. Adulti che parlano e bambini che mostrano cartelli colorati con grandi alberi. Poi castagne e germogli da regalare come se custodissero tutto il verde e l’autunno in formato tascabile.

“C’è anche Castellaneta …” il commento amaro arriva da chi pensa che con “certa gente” non si debba condividere nemmeno la ghiaia. “Molto trasversale questo presidio…”, “Sta sicuro che i DS non verranno…”. Non vengono i DS e nemmeno gli altri perché lo strano codice della politica evita il confronto diretto con coloro che non ci stanno. Come si vergognassero, nei partiti. “Il punto”, dicono in manifestazione, “è che qui faranno un parcheggio enorme perché altrimenti il Comune si sarebbe ritrovato un ricorso al Tar della società che da anni aspetta questo lavoro…Un mare di soldi!”, “Dicono che salveranno gli alberi ma è impossibile!”, “Parlano di sfacelo dei trasporti pubblici…Ma come pensano di incrementare il pubblico se agevolano il trasporto privato?”, “E i bambini dove li porto? Io abito nel Centro Storico… Ma questi sono mai andati all’Expo d’estate…Con le palme che fanno cilindri d’ombra?”
Il giorno dopo, sul Lavoro, nemmeno una riga per la manifestazione che è scivolata da Corvetto sino all’Expò con musica e striscioni. Gente cui dare la parola.
La parola. Chi la prende e chi la toglie.
(j.m.)

Posted by Eleana at 18:31 | Comments (0)

Acquasola. Te la do io la parola se protesti per il park

AcquaSOLA2004.jpg

Posted by Eleana at 18:20 | Comments (0)

15 Ottobre 2004

Urbanistica. Parco non parcheggio all'Acquasola

Il progetto del parcheggio dell'Acquasola è "coerente" con una visione insensata di città: sempre meno bus, sempre più traffico, sempre meno verde, sempre più inquinamento…

Da anni la civica Amministrazione sta tagliando il trasporto pubblico, facendo viaggiare i cittadini come su carri bestiame e si realizzano piani del traffico che incoraggiano i cittadini ad un maggior uso dei mezzi privati. Come conseguenza e in accordo a questa idea si vogliono realizzare parcheggi per sistemare le auto.
In una città senza spazi, le uniche aree "libere" per realizzare autosilos rimangono quelle verdi. Ma per fare gli autosilos nei parchi occorre distruggere il verde, tagliare gli alberi e aprire cantieri che creano disagi per anni. Il cantiere dell'Acquasola di per sè significa la chiusura del parco come minimo fino al 2008, e con l'esperienza della metropolitana è certo che i lavori finiranno quando i bambini che frequentano oggi la spianata saranno adulti. L'agevolazione dell'uso privato, grazie ai parcheggi, incoraggia ulteriormente il non uso del mezzo pubblico.
Il non uso dei mezzi pubblici provoca il deficit dell'AMT, il deficit AMT viene compensato tagliando ulteriormente i mezzi pubblici. Il taglio ed il peggioramento del servizio fa ulteriormente diminuire il numero di persone che usano i bus e aumentare il numero di persone che usano il mezzo privato. Si alza il costo economico che si deve sobbarcare una famiglia per permettersi l'uso di più mezzi privati ed i costi di mantenimento.
Contrastare il progetto di parcheggio all'Acquasola –sostengono le associazioni ambientaliste– non significa solo salvare un luogo verde prezioso in centro città, impedire l'abbattimento di oltre cento alberi per i quali si racconta di malattie inesistenti o di ricollocazioni in realtà tecnicamente impossibili, significa preservare un ecosistema urbano con tutti i suoi animali, impedire lo scempio di un luogo storico della città ( sbugiardando le falsità di chi viene a dire che la realizzazione del parcheggio salverebbe dal degrado il parco (!!!), frutto invece della mancanza di ordinaria manutenzione che verrebbe aggravata dagli oneri di pulizia delle foglie sulle caditoie del parcheggio previsto), significa anche dire basta ad un modello di città fatto di costi ecologici ed economici insostenibili per i suoi cittadini, che porta ad una Genova degradata , pericolosa, sgradevole .

Posted by Eleana at 14:45 | Comments (0)

Termovalorizzatori. Come ti monetizzo il rischio per l'ambiente

L'ARPAL (Agenzia Regionale Protezione Ambiente Liguria) ha inviato a tutte le famiglie liguri un opuscolo intitolato: "La Liguria è casa nostra, non rifiutiamola".

In queste pagine si riporta l'elenco delle undici regioni italiane che, nel 2002, già ospitavano 47 impianti di termovalorizzazione dei rifiuti urbani e delle otto regione che, insieme alla Liguria, non dispongono di termovalorizzatori: Valle d'Aosta, Lazio, Abruzzo, Molise, Campania, Puglia, Basilicata, Calabria. Se il lettore non conosce i fatti, è portato a pensare: "Se ci sono già tanti termovalorizzatori in Italia, se come dice il ministro, la Campania si trova nei casini proprio perchè non ne ha, se, come dice l'assessore Orsi, inquinano più le automobili, se il famoso scienziato mi dice che sono impianti sicuri, se riciclare mi costerebbe di più, che aspettiamo? Voglio anch'io un bel termovalorizzatore sotto casa e, per maggiore tranquillità, fatemelo piccolo come quelli già operanti in Italia!"
Il problema è che nel nel citato libretto, mancano le informazioni seguenti:
- nell'inventario europeo delle fonti di diossine, gli impianti di abbattimento fumi di tutti i termovalorizzatori operanti in Italia nel 1995, (la maggior parte dei 47 elencati) sono classificati di bassa qualità.
- per questo motivo, tra tutti i paesi europei, l'Italia,nonostante sia agli ultimi posti per quantità di rifiuti inceneriti, è seconda (dopo l'Inghilterra) per la quantità di diossine che si stima siano prodotte dallo incenerimento dei rifiuti.
- Tranne il termovalorizzatore di Brescia e di Milano, tutti gli inceneritori riportati nell'elenco sono di piccola taglia, con una capacità di trattamento inferiore a 200.000 tonnellate all'anno.
- Solo termovalorizzatori di capacità superiore a 200.000 tonnellate all'anno sono economicamente compatibili con i sofisticati e costosi impianti di trattamento fumi necessari per rispettare i nuovi limiti
alle emissione, fissati dalla U.E.
- Il gigantismo obbligato dei termovalorizzatori dell'ultima generazione, come quello di Brescia (700.000 ton/anno)e quello più recente di Milano-Silla 2, che riceve 500.000 tonnellate di rifiuti all'anno, ha conseguenze rilevanti.
Nelle zone intorno all'impianto si avrà un aumento di traffico di automezzi pesanti e di inquinamento dell’aria proporzionale alla quantità di rifiuti termovalorizzati, provenienti anche da altre Province.
Insomma, alcune migliaia di persone (quelle che vivono nel raggio d'azione del mega inceneritore) vedranno, peggiorare sensibilmente, la qualità della loro vita e del loro ambiente, a favore di alcuni milioni di altri Italiani a cui sarà risparmiata la fatica di riciclare i propri rifiuti.
Comunque, apprendiamo dalla stampa di questi giorni che per il disturbo ed il probabile deprezzamento di case e terreni, le Regioni verseranno ai comuni che ospiteranno il termovalorizzatore generosi contributi in denaro.
Un tempo non lontano, questa pratica, negli ambienti di lavoro, era chiamata "monetizzazione del rischio" e fortemente contrastata dai sindacati che, al suo posto, preferivano la prevenzione dei rischi e, possibilmente, la loro eliminazione.
(Federico Valerio)

Posted by Eleana at 07:26 | Comments (0)

16 Settembre 2004

Parchi di Nervi 1. Giardinieri al lavoro più che foto a infrarossi

Sapete perché a Genova quest'estate la grande politica (quotidiani locali dal 23 luglio '04) si è occupata dei Parchi di Nervi? Non perché gli amministratori hanno voluto controllare di persona dove i cittadini cercano un po' di benessere e neppure perché, avendo letto l'opuscolo intitolato "I parchi di Nervi", pubblicato nel dicembre 2003 da Italia Nostra, hanno deciso di porgere l'orecchio alle parole di un gruppo di cittadini saggi e sensibili.

No! Ne hanno parlato solo perché tra poco sarà inaugurata La Galleria di arte moderna di villa Serra e hanno scoperto che nel giorno fatidico, a far cornice alla Galleria restaurata e dotata di un nuovo catalogo e alle autorità schierate, ci sarà un parco ridotto in una situazione penosa. Situazione in cui versa da tempo e che peggiora anno dopo anno. "Vent'anni di abbandono" e "Intorno al museo il degrado" hanno titolato i quotidiani locali, accompagnando il tutto con foto che davano ragione dei titoli. Come è possibile - hanno scritto - riconsegnare un museo alla città, un investimento così importante dentro un parco che va a pezzi?
Gli amministratori hanno risposto che il Comune aveva per l'appunto commissionato un volo aereo per realizzare foto a infrarosso della zona per poter valutare le malattie della vegetazione e programmare abbattimento e sostituzione di alberi. Erano inoltre previsti interventi straordinari (volo compreso?) per 520 mila € e l'istituzione di "chioschi" che - si presume - avrebbero dovuto produrre "utili". Risposte deludenti, poco sensibili all'impegno profuso dai cittadini e da Italia Nostra nel documentare lo stato dei parchi e i rimedi da prendere. In particolare gli amministratori hanno evitato di rispondere a due quesiti emersi chiaramente dal dibattito pubblico. Quali e di chi sono le responsabilità, politiche e tecniche, del colpevole abbandono dei parchi cittadini? Come si può continuare a pensare di fronteggiare gli attuali effetti dell'abbandono, con interventi straordinari quando recenti esperienze - come nel caso di Villa Pallavicini di Pegli occasione di una ristrutturazione completa al tempo delle Colombiane e oggi di nuovo a pezzi - mostrano come senza un piano di regolare manutenzione non c'è intervento straordinario che tenga?
(Manlio Calegari)

Posted by Eleana at 11:30 | Comments (0)

21 Giugno 2004

Il rebus rifiuti. Ma l'Arpal ha interesse alla differenziata?

Da alcuni giorni tutte le famiglie liguri hanno ricevuto un opuscolo stampato a cura dell'Agenzia Regionale per la Protezione dell'Ambiente Ligure (ARPAL) che ci invita, giustamente,a non "rifiutare" la nostra comune casa ligure, grazie ad una corretta gestione dei nostri rifiuti. Tuttavia le informazioni fornite dal libretto meritano chiarimenti e puntualizzazioni che ci ripromettiamo di fare a puntate.

Innanzi tutto invitiamo a contare quante pagine sono state dedicate a spiegare cosa è e come funziona un termovalorizzatore (sei pagine) e quante pagine spiegano cosa è la raccolta differenziata.Nell'unica pagina dedicata a questo argomento (pg.12) non troverete una riga che spieghi come la Liguria pensa di organizzare e promuovere la raccolta differenziata e il riciclaggio e neppure quale strategia pensa di adottare per ridurne icosti e per convincere i liguri a praticarla.Sappiamo solo, grazie a questa paginetta, che nel 2001, le Regioni del Nord Italia raccoglievano in modo differenziato il 28,6% dei loro rifiuti, contro il 12,5% della Liguria, ben lontana dall'obiettivo minimo previsto per quell'anno (25%). Per i redattori del libretto, cause di questo fallimento sono l'orografia della Liguria,la rete stradale congestionata e la scarsa sensibilità dei consumatori.Forse sarà meglio spiegare che "termovalorizzatore" è sinonimo di "inceneritore di rifiuti urbani" e che questo termine, studiato a tavolino da qualche abile pubblicitario per nobilitare tale sistema di smaltimento, indica un impianto industriale in cui i rifiuti sono bruciati in appositi forni ed il calore prodotto dalla combustione è utilizzato per produrre elettricità, con metodi molto simili a quelli delle centrali termoelettriche che usano il carbone come combustibile.A pagina 7, dedicata alla normativa sulla gestione dei rifiuti, si legge che gli obiettivi del Decreto Ronchi, "in ordine prioritario sono: -la Prevenzione e la riduzione...-il Recupero di materia...- il Recupero di energia dai rifiuti, attuato attraverso la valorizzazione della loro componente energetica (termovalorizzazione)."Ci sembra un'interpretazioni molto libera dell'articolo 4 del decreto Ronchi (DL 22.1997) che, recependo le politiche comunitarie, recita:"Ai fini di una corretta gestione dei rifiuti le autorità competenti favoriscono la riduzione dello smaltimento dei rifiuti attraverso: a)Riutilizzo... b)Riciclaggio.. c)Recupero di materia... d) l'utilizzazione principale dei rifiuti come combustibile o come altro mezzo per produrre energia."Come si vede, il citato Decreto, al punto d), non parla assolutamente di termovalorizzazione e la cosa non stupisce. Infatti sarebbe stato un illecito se nel Decreto si fosse favorito una sola tecnologica (la termovalorizzazione), a scapito delle numerose altre tecniche disponibili per raggiungere lo stesso obiettivo: fermentazione anaerobica dei rifiuti organici (cibi, scarti verdi, carta, cartone) ed uso energetico del biogas (metano), ecc. Inoltre, al comma 2 dello stesso articolo 4 si legge: "il riutilizzo, il riciclaggio ed il recupero di materia prima debbono essere considerati preferibili rispetto alle altre forme di recupero."Questa priorità ha una sua logica: si risparmia energia (fino a quattro volte di più) con il riutilizzo, il riciclaggio ed il recupero di materia, piuttosto che con la termovalorizzazione. Infatti, la termovalorizzazione, distruggendo oggetti e materiali d'uso comune, ci costringe a produrli di nuovo a partire dalla materie prime, con un consumo d'energia nettamente superiore a quella necessaria per il riuso ed il riciclo degli stessi oggetti e a quella recuperata con la loro termovalorizzazione.
(Federico Valerio Consigliere Nazionale Italia Nostra)

Posted by Eleana at 12:06