16 Febbraio 2010

Città - Il rimpianto dei poveri per un mercatino controverso

Ore 8,15, Caricamento, sull’autobus n.1 in attesa di partenza.
Dietro a me, due pensionati chiacchierano, brusio di sottofondo per me che sto leggendo il giornale. Poi, all’improvviso, alcune parole suscitano la mia attenzione e mi metto ad ascoltare.
I due parlano del controverso mercatino abusivo dell’usato che da ormai qualche anno occupa i portici di Sottoripa e la terra di nessuno di fronte all’expo, nelle ore clandestine della mattina prima che i negozi aprano o la domenica pomeriggio, tra le auto parcheggiate.
Un mercatino di povere cose, che alcuni dicono rubate, ma che più probabilmente sono state sottratte ai depositi “Staccapanni” della Caritas o alle isole ecologiche dove naufragano i relitti del consumismo e dell’obsolescenza precoce.
Un mercatino gestito e frequentato soprattutto da immigrati, che da anni è nel mirino dei fautori del “decoro urbano” i quali, alla fine, hanno avuto la meglio.

Il mercatino, infatti, da qualche giorno è sparito.
Drizzo dunque le orecchie, aspettandomi di sentire la solita sparata contro gli immigrati nullafacenti, delinquenti e ladri e per di più occupatori abusivi di suolo pubblico ai danni degli onesti commercianti, ma la sorpresa è grande quando, invece, scopro che i due ne lamentano proprio la scomparsa. Ci si comprava bene, sospira uno.
Eh già, conviene l’altro, guarda queste scarpe, quasi nuove e le ho pagate cinque euri. Si poteva vivere e lasciar vivere, no? Per gente come noi, era una cosa utile.
Meglio che andare alla parrocchia, comunque. Almeno così non sembrava di chiedere la carità. Poi il discorso cambia, si passa a parlare di sport e io riprendo a leggere il giornale.
Non senza qualche riflessione, però.
La povertà, signori e signori, esiste. E’ invisibile, mimetizzata, ma esiste. E non è solo la povertà estrema dei senza fissa dimora, ma è anche quella vissuta con la dignità di chi non si rassegna a chiedere la carità e trova risposte fai da te, incontrandosi con altre povertà, diverse ma altrettanto dignitose e invisibili. In tempi in cui è difficile perfino criticare la pratica del consumismo sfrenato senza passare per sognatori un po’ ingenui e fuori dal mondo, forse il mercatino sparito di sottoripa potrebbe essere un esempio di come offrire una vita nuova a oggetti ancora utilizzabili e uno spazio di incontro e di civiltà a coloro che la società opulenta lascia al margine, migranti o nativi che essi siano. Alla faccia, se mi permettete, del decoro urbano.
(Paola Repetto)

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26 Gennaio 2010

Parchi di Nervi - Il sussiego dei politici

Il piede dondola in prima fila, s'intravede uno smilzo cappotto blu, sprofondato in poltrona, le dita che scorrono pigramente sul telefonino, mentre l'assessore al verde del comune di Genova snocciola le cifre dell'intervento sui parchi di Nervi: quasi quattro milioni di euro per ridare vita agli alberi ingialliti, le aiuole scalcinate, i prati spelacchiati, il roseto decimato, i tetti da rifare. Siamo al Gam di Capolungo, 21 gennaio 2010 e l'iter è concluso, il progetto di riqualificazione finalmente presentato. Nel pubblico tutti quei cittadini, senza colore politico, ben consapevoli che le priorità sono ben altre in questo momento, ma che per anni si sono battuti, hanno tenuto puntigliosamente vigile l'attenzione, pressato le istituzioni, coinvolgendo l'università e risparmiando così centomila euro di progettazione, affinché non andasse in rovina uno degli spazi più amati da vecchi, giovani, bambini della città.

Chiede precisazioni l'associazione di ostinati professori uni versitari, ingegneri, architetti, casalinghe, ambientalisti, che hanno faticato perché quel gioiello di parco sul mare, con posizione unica in Italia, riesca a ritrovare la sua veste storica d'eccezione.
In prima fila però il tizio dal piede dondolante bofonchia qualcosa nell’orecchio dell’assessore, reclama sottovoce, gli interventi si sovrappongono finché qualcuno non contesta il modo di procedere: si è tutti qui ad ascoltare, perché non si palesano i discorsi? Sorpreso, il tipo si scusa, prende il microfono e attacca sui numeri, poco chiari a suo dire. Non s'identifica ma esige approfondimenti rigorosi per l'eventuale assemblea pubblica, con il tono di chi sa e non dice. E poco dopo comunica che per "doveri istituzionali" deve andare via, allontanandosi sussiegoso. Qualcuno poi rivela: è l'assessore all'assetto territoriale, sviluppo economico e turistico del municipio del Levante, come cita il suo sito. Si sta esercitando, anzi ha già imparato la parte, il dialogo esclusivo fra chi conta, trattando con degnazione, senza riconoscenza, i volontari che hanno fatto il lavoro al posto di chi doveva e si sono preoccupati di salvaguardare per i nipoti, per la città quella meravi glia di oasi cittadina. Il signore in questione invia dal suo blog mail con ironici commenti, si erge paladino del territorio, controlla l'amministrazione, che non è della sua stesso parte politica, senza discernerne il talvolta apprezzabile operato.
Presenzialista, dicono. Dov' era però quando si protestava per il parco? Dov' era quando nel suo municipio si votava contro la variante di salvaguardia che preserva tanti spazi nel levante cittadino? Proprio quel municipio che tanto ha tuonato contro la cementificazione e la salvezza del verde?
Un percorso dal quartiere al parlamento con la stessa immagine d'autoreferenzialità, che troppo spesso accomuna destra e sinistra, tenendo lontani i tanti cittadini certi nel profondo del cuore che prima di ogni cosa, prima di sé stessi, debba contare la res publica. Come si può constatare ancora una volta in questi giorni.
(Bianca Vergati)

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16 Dicembre 2009

Centro storico - Graziose a Genova

Sabato 13 dicembre, in Piazza della Posta Vecchia, c’è stato l’incontro tra gli abitanti del Centro storico di Genova e le “Graziose” gruppo genovese del CDCP. (il Comitato per i Diritti Civili delle Prostitute, fondato da Maria Pia Covre nel 1982).
Lo scopo, sintetizzato in un volantino, è quello di “Affrontare e ridurre le tensioni generate dal cambiamento del fenomeno del sesso a pagamento nei vicoli partendo da un’approfondita conoscenza; promuovere l’integrazione e la convivenza tra chi vive e lavora nel centro storico attraverso la costituzione di una rete che coinvolga gli Enti e le Associazioni, i residenti e i commercianti, le lavoratrici e i lavoratori del sesso; sostenere e rafforzare le azioni già esistenti di lotta allo sfruttamento e alla tratta di esseri umani in collaborazione con il progetto Sunrise del Comune di Genova”.

Secolo XIX, Repubblica e Corriere Mercantile hanno dedicato all’avvenimento spazio e attenzione; Il Giornale gli ha dedicato spazio e volgarità (titolo: “Con i soldi dei genovesi la Giunta di Marta va a Puttanopoly nei carruggi”). Trascinare ogni cosa verso il basso, del resto, è un programma politico portato avanti su tutti i fronti.
Della attività di Pia Covre le donne a Genova si interessarono già dal 1982, quando il Coordinamento Donne FLM (Federazione Lavoratori Metalmeccanici) organizzò, per le “150 ore delle donne”, il seminario “Prostituzione”. Un centinaio di lavoratrici di aziende metalmeccaniche e di altri settori, casalinghe, studentesse si interrogarono per alcuni mesi su questo “ruolo sociale”, sulle implicazioni che aveva sulla identità di ogni donna, sulle motivazioni dell’ansia che le portava a segnare con “loro” un confine invalicabile, una assoluta alterità. Era un tema difficile, ma tanto fu l’interesse per le sue molte implicazioni che l’anno successivo si decise di approfondirlo, col seminario “Devianza femminile, prostituzione e criminalità”.
Gli anni in cui il mondo del lavoro offriva luoghi per la costruzione di cultura e di identità sono dietro di noi. Ma i cittadini provano a inventare altri spazi, buttandosi alla ventura nella gestione delle loro infinite diversità. Il Comitato delle prostitute si è già incontrato e ancora si incontrerà con il comitato dei “Liberi cittadini della Maddalena”, e un rapporto di collaborazione con il Comune è stato creato … Nella stanza messa a disposizione dal “Patto per lo sviluppo della Maddalena” un tavolo da gioco offre il pretesto per la relazione tra prostitute, operatrici sociali, cittadini. Il gioco, un Monopoli genialmente rivisto per percorrere con la distanza dell’ironia storie reali e terribili, è tarato esclusivamente su figure di prostitute immigrate. Pia Covre dice che è stato impossibile costruire itinerari che potessero essere percorsi sia da italiane che da russe, nigeriane, albanesi: la diversità di condizione è troppo grande.
L’abbigliamento delle organizzatrici gioca a confondere le acque, prostitute vestite come signore qualsiasi e operatrici sociali con trucco e (sobria) mise da strada. Si tirano i dadi, si fanno battute, si ride insieme.

Per il Comitato per i diritti civili delle prostitute: http://www.lucciole.org/
Per il Progetto Sunrise: (http://cdcgenova.altervista.org/immagini/SUNRISE_DEPL2ANTE.pdf) Per il Coordinamento Donne FLM e le “150 ore delle donne”: http://www.centroliguredistoriasociale.it/donneflm.html
(Paola Pierantoni)

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22 Novembre 2009

Il riccio in visita alla Commenda



In un’afosa domenica di agosto il Riccio decide di fare il turista: visita alla Commenda di Pre' e una puntata alla festa dei Democratici al Porto Antico. La curiosità è molta, sia per la Commenda, dove è stato inaugurato un “museo virtuale”, sia per il Porto Antico, dove ritiene che di “virtuale ci sia molto, compreso il Partito…
All’uscita della Commenda, piuttosto perplesso, il Riccio, sgusciando fra ponteggi, bottiglie vuote ed altra rumenta, vede una strana figura che esce dopo di lui dal porticato. Dalla coda e dalle orecchie riconosce che è un fratello topazzo, ma è vestito in modo inusuale.
Il Riccio - Salute a te, fratello urbano.
Il Topazzo - Salute a te, fratello dei boschi e che le ghiande siano con te.
Il Riccio - Grazie a te, fratello, ma, scusa l’impertinenza, come mai giri così bardato?



Il Topazzo - Sono stato assunto dalla comunità pantegana e do il benvenuto ai visitatori in veste di frate ospitaliero. A volte faccio anche il pellegrino, altre volte il lebbroso. Sono uscito un momento per farmi una cicca… tanto non c’è nessuno… Ti vedo un po’ sconvolto, non ti è piaciuta la visita?
Il Riccio - Mi fa piacere che anche la comunità pantegana si sia adattata al nuovo “teatro museo” della Commenda, l’importante che quegli infedeli dei gatti stiano lontani. Al piano di sopra ho sentito le tracce delle loro blasfeme pisciate…
Il Topazzo - Sai bene che anche tra gli umani il personale è scarso e non tutto può essere sotto controllo. Ma cosa c’è che non va?
Il Riccio - Non so che dirti. Faccio molta fatica a comprendere la scelta culturale di fondo. Abbiamo visto una storia schizofrenica. Da una Parte le Soprintendenze che per anni e anni hanno lavorato per riportare in luce questo splendido monumento, dall’altra il proprietario, il Comune, che non sapeva o non voleva, decidere cosa fare di questo spazio che, poco per volta, si svelava essere uno dei più importanti luoghi medioevali della città. Vi sono state allestite mostre splendide, come quella su Giovanni Pisano ed altre un po’ meno, come le rassegne dei “pittori del sindacato”. In uno scenario pubblico dove, con tanti recuperi di edifici, non si è trovato un luogo dove far vedere la storia della città. Ma non con filmatini e comparsate – e scusa se metto anche te vestito da frate in questo mucchio-, ma con gli oggetti, le cose che qualcuno ha raccolto con scavi e ricerche…
Il Topazzo - Per fare il solito noioso, triste museo che non visita nessuno. Che palle!
Il Riccio - L’hai detto. Che palle! È molto più comodo spararti un filmato e due proiezioni che allestire una scenografia dove gli oggetti comunichino l’aura del tempo da cui provengono. Che palle pensare, meditare, stare fermi a guardare per venti minuti l’ansa di un vaso romano o la pennellata di un incarnato barocco. In silenzio, soprattutto in silenzio.
Il Topazzo - Un museo per pochi intimi e gli altri a guardare “Il grande fratello” e votare “di pancia” per la sicurezza dei propri salotti ikea.
Il Riccio - Ho capito, ma ci saranno altri modi per far crescere la gente che non siano il teatrino e le trovate virtuali? E poi, cos’è la gente? Cosa vogliamo dire?



Il Topazzo - Ragazzo, qua si finisce nei massimi sistemi. C’era la necessità di trovare una destinazione alla Commenda ed inserirlo nel circuito di visita del Porto Antico. La mostra dei Migranti ha risollevato le sorti del Museo del Mare, dove non andava nessuno, con la ricostruzione, più o meno virtuale, del viaggio per l’America. Visto che la cosa ha funzionato, si è proseguito sulla strada dello “spettacolo” per dare un senso alla Commenda.
Il Riccio - Ma l’aveva già, anche senza i fratacchioni in video e la tolda finta nell’oratorio di Santa Brigida! Non voglio annoiarti con una lezione di museografia- sai che me ne sono occupato, tanti anni fa, nei boschi di Via Balbi- ma come fai a piazzare tre scatole di plastica e tutti gli apparati connessi su dei muri che trasudano storia! O neghi tutto e si vedono solo gli schermi o butti via gli apparati e fai parlare i muri. Non puoi pensare di valorizzare l’architettura e contemporaneamente negarla con un apparato invadente. Perché accanirsi per trasformare spazi connotati con allestimenti che non c’entrano niente. E guarda che è una storia che da noi viviamo in continuazione e a noi ricci continua a creare mal di stomaco: pensa alle logge del Ducale, sacrificate per mostre temporanee e rovinate in modo permanente. E alla Commenda non si può andare sull’ambulacro esterno… Se vuoi fare un allestimento “chiuso”, c’è tanto di quello spazio indifferenziato nel Porto Antico… Ma già, lì i volumi costano…



Il Topazzo - Le solite cose e poi… non dici niente sui contenuti e sul significato della mostra. Pensa cosa vuol dire fare il collegamento tra l’ospitalità della Commenda e ciò che oggi significa ospitalità, in un momento in cui il clima politico nazionale è ben diverso.
Il Riccio - Sai bene che “la strada per l’inferno è lastricata di buone intenzioni”… Niente da dire sul significato profondo dell’operazione, né sul contenuto dei testi didattici. Pensa a cosa ha fatto il Teatro della Tosse nei suoi momenti migliori, con ben altri esiti. Ma si trattava, oltretutto, di spettacoli teatrali, non di un museo. E poi, non ho capito. Quando è stata presentata l’iniziativa, sembrava che fosse un’esposizione permanente, ora mi pare che sia temporanea, per poi far diventare la Commenda uno spazio d’accoglienza di culture diverse. Non è che sotto questa diversa strategia vi è un piccolo scontro di potere fra organismi comunali? Insomma, se a noi ricci non va mai bene niente, mi sembra che a livello locale le cose non siano molto diverse. E chi ci rimette non è il cittadino, al quale l’esposizione può piacere o no, tanto tutto è “effimero, ma l’edificio, che rischia in continuazione di veder cambiata la sua destinazione.
Il Topazzo - A starti a sentire mi sono già fatto fuori un pacchetto di Malboro.
Il Riccio - Ed io “mi sento straniero a Genova” …
Il Topazzo - Urca, sono entrati due stranieri, devo rientrare in mostra...
Il Riccio - Spiegagli che è tutto un gioco…



Il Topazzo rientra, fiero del suo nuovo lavoro, dopo tanti anni da clandestino a Pre’ ed il Riccio, per tirarsi su il morale, si dirige verso la festa dei Democratici. Lo accoglie la pubblicità e lo stand di un candidato regionale, vicino al Worker Folletto ed alla Basko. Forse sarebbe meglio suicidarsi di baccalà e non pensare che in quello stesso spazio qualcuno amante dei Lidi ha proposto di mettere attrezzature balneari.
(GUR, 25.08.2009)

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19 Novembre 2009

Città - Spazi (pubblici) per dar casa ad Eataly?

Eataly sta per sbarcare a Genova. Sono mesi ormai che le voci si rincorrono, ma questa volta (forse) è la volta buona. Almeno a seguire il tam-tam della stampa locale.
Per chi ancora non lo sapesse, Eataly è un megastore di eccellenze enogastronomiche, il cui presidente è Oscar Farinetti. L'inventore di Eataly è un imprenditore di successo originario di Alba, figlio di un partigiano, il comandante Paolo, amico di gioventù di Carlo Petrini, il futuro fondatore di Slow Food.
Trasformò un'impresa familiare, Unieuro e poi Trony, in un megastore tecnologico di successo (ricordate “il profumo dell'ottimismo”?).

Successivamente, archiviate queste esperienze e ceduta la catena, il patron Farinetti lancia un nuovo progetto, portare in un megastore di qualità le eccellenze gastronomiche dei piccoli produttori italiani. E così nascono i primi negozi, a Torino, a Bologna ma anche all'estero (Tokyo, New York). La società si allarga, ed Eataly è attualmente in mano, per il 60% a Farinetti, per il 40% a Coop Marche, Piemonte, Liguria.
Ma seguiamo in dettaglio il walzer delle voci sull’arrivo del megastore.
Le prime risalgono al 2008: si ventila la collocazione alla stazione marittima, in un'area di circa 7mila mq (Repubblica-Lavoro 6/6/2008), ma nonostante il convinto appoggio di Burlando, la cosa non si realizza. Anche Merlo, presidente dell'Authority portuale, appoggia Eataly, nella prospettiva di rendere Genova “il porto fashion” dell'Expo 2015 (Repubblica Lavoro 8/6/2008).
Eataly ritorna sulle cronache ad Aprile 2009, quando circola l'ipotesi di sistemare almeno provvisoriamente il supermercato in centro città e Burlando esterna il suo appoggio all'iniziativa, sottolineando che tra Farinetti e la Regione esiste già una collaborazione.

E' attivo infatti un progetto di promozione dei vini liguri a Tokyo (presso la struttura Eataly ivi aperta), cofinanziato dalla Regione Liguria e dai fondi dell'Unione Europea (destinati alla promozione dei vini liguri in paesi terzi), per un totale di 146mila euro.
La proposta successiva che rimbalza sulle cronache è la loggia di Banchi, collocazione suggestiva ma al di sotto delle necessità logistiche del supermercato. Inoltre in tal caso sarebbe inevitabile una convivenza con l'Urban Center. la Vincenzi si dimostra comunque favorevole ed interessata a mettere a disposizione uno spazio.
“La loggia è uno spazio pubblico, non sarà necessaria una gara per l'affidamento ad un privato?” chiede un giornalista (Il Secolo XIX 17/9/09) “Questo aspetto dovrà essere attentamente valutato”, è la risposta dell'assessore dello sviluppo economico Margini.

Pieno appoggio anche dal successore di Margini, Vassallo, che afferma “E' interesse dell'amministrazione che Eataly venga a Genova e che trovi degna collocazione in un luogo che consenta al centro di sviluppare tutte le sue potenzialità” (Il Secolo XIX 3-11). D'altronde, ribadisce l'assessore, gli spazi di Banchi sono troppo limitati, Farinetti ha bisogno di migliaia di metri quadrati sul waterfront.
Una delle ultime proposte è quindi una sistemazione negli spazi demaniali di Ponte Parodi.
Proprio negli stessi giorni, al principio di novembre, l'assessore Vassallo si trovava a fronteggiare la rabbia dei CIV (consorzi integrati di via), che rimproverano al Comune – tra le altre cose - la mancanza di coinvolgimento nelle progettualità sul territorio, e la proliferazione di grandi centri commerciali ai danni del tessuto distributivo tradizionale. Chissà che cosa avrà risposto...
Per saperne di più: “Il mercante di utopie. La storia di Oscar Farinetti, l'inventore di Eataly” - A. Sartorio, Sperling & Kupfer
(Daphne)

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Cemento - Il Comune in contropiede sul promontorio di Quarto

Si avvicinano i 150 anni dell'Unità d'Italia e intorno allo scoglio dei Mille c'è un gran fermento, ma non si tratta dei preparativi per i festeggiamenti. Alle sue spalle si affaccia silenzioso il promontorio a picco sul mare: lassù c'è un cimitero abbandonato degli anni '50, la chiacchiera lo vuole (nostalgicamente) ex garibaldino, ora lo chiamano il gattile.

E' qui che si consuma un'altra disputa fra i cittadini e il Comune, che vorrebbe riqualificare con strade e ponti tutta la zona, piazzale della ferrovia compreso.

Il Comune viene preso in contropiede: si aspettava battaglia sulla trasformazione di Nostra Signora del Cenacolo, un vecchio convento immerso in un parco, destinato secondo il piano regolatore 2000 a servizi di tipo sportivo, culturale o sociosanitario, che sarà invece riconvertito in residenze. Invece ecco che gli abitanti si mobilitano perché ponte pedonale e strada restino come sono, e protestano pure per i posti auto che si perderebbero davanti alla stazione.

In virtù della delibera approvata il 14/4/2007, vigilia delle ultime elezioni, l'amministrazione era certa di procedere alla modifica della destinazione d'uso della strada: “Al fine di migliorare la viabilità dell'intero isolato si propone l'allargamento di via Nullo sino a 5 metri per consentire il doppio senso di marcia o un collegamento con il piazzale della stazione di Quarto dei Mille, rendendo carrabile il passaggio pedonale sulla linea ferroviaria [...] o costruire una rampa verso l'Aurelia [...]”.

Dice però ancora la delibera: “[…] escludendo ogni possibilità di intervento edilizio sia in superficie che in sottosuolo, fatta salva la circoscritta area dedicata a coltivazione ortiva e priva di alberature, in modo tale da mantenere l'originalità del parco stesso, per assicurare alla collettività la fruizione di parte del parco, ora esclusivamente privato”.

Ecco allora che nella “circoscritta area dedicata a coltivazione ortiva” dal progetto potrebbero spuntare 2100 mq di box, con conseguente aumento del traffico in strade strette e ripide. L'amministrazione è in impasse, cede sul ponte perchè verrebbe compromesso lo spazio pubblico della stazione, ma insiste sulla strada. L'impresa da parte sua propone generosamente come pezzo di “area verde di pregio” un giardinetto con eco-dehors posizionati sul tetto dei garage.

Il comitato ha proposto in alternativa dei parcheggi interrati nel promontorio, suggerendo un collegamento sotterraneo con il Cenacolo, e la sistemazione a verde pubblico del promontorio per compensare la sottrazione di servizi.

Probabilmente i cittadini vorrebbero soltanto mantenere la tranquillità che c'è ora, disposti a scarpinare tra il ponte pedonale e le strade strette. Come si risolverà?

Per ora sono stati accontentati, niente auto e ponte-rampa.

Sta insorgendo invece un altro gruppo di abitanti, quelli di una strada privata dapprima non considerata, su cui graverebbe la servitù di passaggio del Cenacolo, e che potrebbe diventare la più probabile via d'accesso per park e residenze.

Il lieto fine per le strade volute o non volute è ancora da scriversi, l’unica cosa certa è che non passeranno le altre proposte. Quanto al promontorio-gattile si mormora che potrebbe divenire un albergo: forse, per procedere, si aspettano i cinquant'anni di legge per smontare il cimitero.
(Bianca Vergati)

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12 Novembre 2009

Città - Gente che viene, gente che va (di plastica e di marmo)

Osservare e – se necessario – criticare l’informazione non deve limitarsi ad articoli di giornali o a servizi radiotelevisivi. Esiste anche un’informazione più subdola, capillarmente diffusa, non scritta e non detta ma recepita con gli occhi e altrettanto deleteria nel travisare la realtà.
L’universo di segni che ci circonda veicola non di rado messaggi che gabellano per vero ciò che invece autentico e/o valido non è – sul territorio, negli scenari urbani, negli ambienti di vita pubblici e privati – mescolando in un unico omologante calderone il patrimonio culturale che abbiamo ereditato nei secoli con le gratuite bizzarie escogitate da certi nostri contemporanei. Ne conseguono perdite di senso, disagio per i più avveduti e confusione per tutti, in un processo perverso che si autoalimenta coi propri effetti negativi.
Se è deplorevole che ciò avvenga negli interventi dei privati, è inaccettabile quando viene promosso o tollerato da pubblici amministratori che controbattono alle disapprovazioni sostenendo che si tratta di questioni di poco conto, cosa che non è.


Un caso esemplare riguarda Palazzo Ducale a Genova e alcuni sciagurati esiti della mostra “El siglo de los Genoveses”, allestita nel 2000.

A contorno dell’avvenimento, si pensò di ricollocare sui piedestalli davanti al portone le due grandi statue cinquecentesche raffiguranti Andrea e Gio Andrea Doria, di Giovannangelo Montorsoli e Taddeo Carlone, fatte a pezzi nel 1797 all’arrivo della Rivoluzione francese e di cui restano solo i piedi e i torsi.
L’incarico di reinventar le teste, le braccia e le gambe – lavorando non sugli originali ma su calchi – fu affidato all’anziano scultore Lorenzo Garaventa coadiuvato da due collaboratrici.
Impresa onerosa e concettualmente spericolata (non siam più nel Cinquecento, quando lo stesso Montorsoli poteva permettersi di rifare i pezzi mancanti al Laocoonte: oggi l’idea di restauro è ben altra) oltreché praticamente impossibile per l’entità delle lacune.
Il risultato furono due imbarazzanti goffi mammozzoni – inaugurati in pompa magna e supportati da compiaciuti articoli a stampa e sul web – che rimasero esposti mesi e mesi tra lo sconcerto di molti, finché non furono rimossi in occasione del G8 per finire nei depositi del Museo di Sant’Agostino dove è bene che restino.
Berlusconi non trovò invece nulla da ridire in merito alle 12 leziose statue in resina “all’antica” che lo scenografo Pier Luigi Pizzi, curatore dell’allestimento de “El siglo…”, aveva collocato nel salone del Maggior Consiglio, a riempire le nicchie vuote che ospitarono ritratti di benemeriti della Serenissima Repubblica, distrutti anch’essi in epoca napoleonica. Sculture prodotte in serie da una ditta specializzata, ammissibili su un palcoscenico o come arredo di qualche discoteca quand’era in voga il postmoderno, ma assolutamente indecenti in quel contesto, come lamentavano e continuano a lamentare tante autorevoli voci. Eppure rimasero, iniziando un grottesco balletto che non si è ancora concluso, tra uscite e rientri in scena. Fecero da cornice al tavolo degli 8 Grandi e successivamente a una miriade di eventi diversi. Per la mostra sul pittore Marcantonio Franceschini nel 2002 furono levate – si sperava per sempre – ma poi ricomparvero. Il Consiglio di Circoscrizione Centro Est votò allora all’unanimità nel 2004 un’argomentata proposta al sindaco per la rimozione, che andò a buon fine con gran soddisfazione dei proponenti che si illudevano di avercela fatta. E invece poco prima dell’ultima scadenza elettorale i dodici convitati di plastica son riapparsi e sono tuttora al loro improprio posto. Qualcosa però si sta finalmente muovendo.
Luca Borzani, presidente di Palazzo Ducale – Fondazione per la Cultura, ci ha appena comunicato una duplice buona notizia: da un lato le statue fasulle hanno i giorni contati; dall’altro stanno per arrivare i resti marmorei autentici dei colossi dei Doria, finora giacenti in un angolo dell’ex chiesa di Sant’Agostino, per avere degna collocazione all’interno del palazzo davanti al quale troneggiavano un tempo. Meglio tardi che mai.

Sul tentato ripristino delle statue dei Doria:
http://www.hozro.it/garaventa.html
http://www.palazzoducale.genova.it/naviga.asp?pagina=159
http://www.palazzoducale.genova.it/naviga.asp?pagina=224
La storia delle 12 statue, nella proposta di rimozione deliberata dal Consiglio di Circoscrizione:
http://members.xoom.virgilio.it/centroest/statue.htm
Considerazioni di un consigliere di minoranza:
http://digilander.libero.it/gandini/bonora1.htm
Sugli ulteriori sviluppi della vicenda:
http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2007/03/07/arte-della-polemica-via-dal-ducale.html
http://www.patrimoniosos.it/rsol.php?op=getarticle&id=28264
(Ferdinando Bonora)

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Cinema - Genova, città catartica per Winterbottom

Un regista di talento, l’inglese Michael Winterbottom, folgorato da una delle città più affascinanti e “cinematografiche” – ma cinematograficamente poco sfruttata – del nostro Paese. Il risultato di questo inaspettato connubio è Genova, girato nella nostra città nell’estate del 2007 e uscito, finalmente, nelle sale di tutta Italia il 16 ottobre scorso.
Ma chi si aspettava una pellicola impegnata e di denuncia “alla” Winterbottom (autore, tra gli altri, di Welcome to Sarajevo, Road to Guantanamo, Cose di questo mondo, e A Mighty Heart) è rimasto deluso, perché l’ultima opera del regista inglese è un ritorno al cinema tradizionale, alla fiction pura.

Tre i protagonisti: il professore universitario Joe e le sue due figlie, entrambe coinvolte nell’incidente d’auto che apre il film e nel quale la loro madre perde la vita. Dopo la tragedia che ha sconvolto la sua famiglia, Joe decide di trasferirsi a Genova, ma trovare un nuovo equilibrio è difficile. Kelly è una adolescente inquieta e seduttiva, che cerca di superare il dolore passando da un amorazzo all’altro e la piccola Mary, tormentata dai sensi di colpa, è incapace di accettare la morte della madre e ne insegue il fantasma tra le strade di Genova.
L’inizio del film sembra intrigante, ma la trama ben presto si rivela modesta. Attraverso la geografia instabile e ambigua di Genova e della riviera di levante, con il fascino delle sue chiese buie, con la bellezza sporca, minacciosa e claustrofobica dei suoi vicoli, con il suo verde accecante che si specchia nel mare ed è ferito da zone d’ombra nelle quali perdersi, Winterbottom tenta di rincorrere lo smarrimento che la morte ha proiettato sui suoi personaggi, ma il suo è uno sguardo superficiale, che non riesce a dar forma al loro dolore, al loro disorientamento e alla loro incapacità di affrontare l’assenza.
Lo stordimento e la solitudine di Joe, il suo timido volgersi di nuovo alla vita, che Colin Firth restituisce con una stanca piattezza, la sua incapacità di rispondere al dolore delle figlie, le sue frustrazioni rimangono inespressi, intrappolati nell’errare frammentato e discontinuo di Winterbottom, che finisce per perdersi nell’accumulo dei percorsi intrapresi. Rimane distante e mal delineato il tentativo di dare forma al senso di oppressione che soffoca Kelly, e anche il personaggio che il regista sembra amare di più, la spaventata e indifesa Mary, non possiede alcuna intensità o spessore, e la sua impossibilità di lasciar andare sua madre non vibra mai sullo schermo, ma lascia solo un senso di sterile incompiutezza.
La quarta protagonista, Genova, è l’unica che invece “esce bene” dal film: Winterbottom è comunque un abile maestro del digitale (e il direttore della fotografia Marcel Zyskind ci regala accattivanti vedute in “camera-scooter”) e nonostante la scarsità dei mezzi impiegati, riesce a mostrare una Genova che non ci si aspetta: zero cartolina, niente luoghi comuni, ma quei «quartieri dove il sole del buon Dio non dà i suoi raggi» che la rendono unica. Gli attori:
Joe - Colin Firth, vincitore della Coppa Volpi (2009) per A Single Man
Kelly - Willa Holland
Mary - Perla Haney-Jardine
(Francesca Savino)

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Cornigliano - Quando ogni cosa sembrava al suo posto

A partire da questo numero OLI pubblicherà alcune foto che Giorgio Bergami ha scattato a Cornigliano tra gli anni Cinquanta e Sessanta, immagini di profonda bellezza che ci restituiscono il quotidiano lavorativo e familiare di un quartiere, oggi irriconoscibile. Negli ultimi sessant’anni Cornigliano è stata disponibile al cambiamento a condizione che dietro ad ogni trasformazione ed al sacrificio che comportava ci fosse un progetto concreto per il bene comune.

Le immagini che vedrete rappresentano un mondo dove ogni cosa pare essere al suo posto, scandita con ritmi certi. Ed i protagonisti di questi scatti paiono aderire appieno a quanto li circonda. Quel mondo offre lavoro, casa e svago. Non c’è nei loro sguardi l’inquietudine che sorge in alcuni di noi nel vederli oggi, a distanza di anni. E il senso di estranietà diventa concreto quando, scomponendo pezzo dopo pezzo la storia di Cornigliano, si viene a contatto con quello che la maggioranza degli abitanti del quartiere aveva allora e che oggi non c’è più: la fiducia che quello fosse il miglior sviluppo possibile. Gli scatti del periodo più recente hanno spiegato alla città che non era vero. Che i panni stesi ad asciugare al sole venivano ritirati impregnati di polveri. Ed è questo il vantaggio che ha oggi il quartiere rispetto ai suoi protagonisti del passato, la consapevolezza che non bisogna affezionarsi a nessun modello e la volontà di cambiare. Le fotografie di Giorgio Bergami vogliono dare voce agli abitanti di Cornigliano di oggi e alla loro idea di quartiere.
(Giovanna Profumo)

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5 Novembre 2009

Cemento - Le vallette (erbose) non piacciono più

La “Variantona”, ultimo argomento di fuoco in Comune, provoca non pochi sussulti. La delibera metterebbe lo stop definitivo a nuove costruzioni lungo la ormai famosa linea verde: delineata da Renzo Piano è stata ripresa dai nuovi Indirizzi Urbanistici della Sindaco Vincenzi.
Una lodevole proposta attesa e apprezzata da molti, ma ecco che durante l’audizione presso il Consiglio il presidente per la Consulta edilizia dichiara secco: “Una occasione persa per Genova”. Perciò sono sorti dubbi, anche politici, la questione è rinviata, mentre si innesca qualche retromarcia: taglia un pezzo a levante, rimetti una pezza a ponente, la green line sembra ora tracciata da gente senza occhiali.

In gioco c’è molto: imprese, cittadini, coop rosse e, sorpresa, anche coop bianche insorte contro la delibera perché verrebbe bloccato un progetto di sei palazzine nella valletta verde di Rio Penego, sulla collina di Apparizione: “una modesta cooperativa di cittadini aspetta da una vita la prima casa”, dichiarava stizzita una signora tutta in tiro alla assemblea di Municipio del Levante.
In comune si medita dunque di variare la “Variantona” ancora da approvare, un emendamento per salvare i 90 appartamenti e per costruire con gli oneri di urbanizzazione la strada tanto agognata dai residenti di Apparizione, che vogliono arrivare in centro città senza tanti rebighi di traffico. Però c’è un’altra proposta, un percorso alternativo più in alto, meno costoso, e che non tocca il verde. Lo sostengono da tanto tempo gli abitanti di Via Shelley, strada privata che taglia la collina di Apparizione costeggiando i 40.000 metri quadrati sulla sponda destra del rio. Quei residenti il collegamento con le loro case se lo sono già fatti da soli, e se lo mantengono, mentre l’Amministrazione, a quasi venti anni dalle prime verifiche, ha incaricato lo stesso progettista delle nuove case di disegnare il tracciato più in basso, che passa giusto giusto dove dovrebbero sorgere le sei palazzine: per “interesse pubblico”, si intende.
Le vallette non piacciono più, sono pezzi di verde incolto, come natura li ha fatti.
Giace in un cassetto, ma prima o poi farà capolino, il progetto proposto tempo fa dal succitato rappresentante degli edili, 150 box da edificare in una deliziosa valletta detta del Rio Parroco in Albaro, vicino a Via Livorno. Anche qui comitato del no, più uno sparuto gruppo con una proposta di mediazione: fare solo un numero modesto di box, solo quelli necessari. “E allora io non faccio niente!” dichiarò l’imprenditore, suscitando grandi applausi e qualche dubbio.
In queste dispute di diritti disattesi, di chi vuole avere casa o box, di chi aspetta una strada nuova per far prima, di chi vuole mantenere la tranquillità abitando un po’ sul picco, ci rimetteranno probabilmente il verde, i boschetti, i rii tombinati e la tranquillità dei luoghi, ormai rari in città.
Intanto gli abitanti della zona, che ora si vedono proporre non una, ma due strade, sempre in attesa di servizi negati, chissà che penseranno in coda a semafori infiniti.
(Bianca Vergati)

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28 Ottobre 2009

Cemento - La Liguria del piano casa e delle case vuote

Il piano casa della regione Liguria ha superato il primo esame: il 26 Ottobre la Commissione ambiente e territorio ha approvato il testo che verrà discusso il 28 Ottobre in aula. Gli emendamenti della minoranza, che avevano causato un'esplosione di critiche (ampliamento fino al 75% per le cubature ridotte, estensione dei benefici alle piccole aziende, applicabilità del piano all'interno degli enti Parco) e che sono valsi a portare il piano casa della Regione Liguria sulle prime pagine dei quotidiani, sono stati ritirati. Verranno riproposti in consiglio.
Il Fatto quotidiano (20 ottobre) titola in proposito “Cemento sul deserto” accostando la corsa all'ampliamento prospettata dal piano casa regionale al record detenuto dalla Liguria: il maggior numero di case vuote.

Se infatti nell'ultimo decennio Biasotti-Burlando, recita l'articolo, sono state costruite decine di nuovi porticcioli turistici, portando i posti barca da 14mila a 30mila (un ormeggio ogni 47 abitanti) ed un piano casa particolarmente indulgente porterà, se approvato in via definitiva, ad un attacco alle aree di pregio paesistico, la Liguria vanta il record del maggior numero di case vuote in proporzione agli abitanti, e secondo le previsioni di spopolamento, dovrebbe perdere da qui a vent'anni almeno 200mila abitanti.
Il censimento del 2001, parla di circa 31mila edifici sfitti nella sola città di Genova, metà dei quali irrecuperabili. Che il dato sia di rilevanza sociale, più che semplicemente urbanistico, si evince da due articoli differenti che raccontano di come si abita a Genova. Su Repubblica-Lavoro(29/7/09), è illustrato il tentativo del Comune di rimettere a disposizione le case vuote, grazie all'opera di un'Agenzia sociale per la casa, nata col fine di garantire un anno di affitto ai proprietari intimoriti dalla possibile morosità degli inquilini. Un altro è la storia, recente, di una vedova abusiva da una vita (Il Secolo XIX 7/10/2009), che esclusa dalle liste per l'assegnazione delle case popolari, si sposta tra le (tante) case popolari sfitte del quartiere delle lavatrici a Prà, rimettendo in sesto l'appartamento e abitandovi fino a che non viene obbligata ad andarsene ed a cercare una nuova sistemazione.
Il panorama offerto dalle notizie è quantomeno incongruo. Da una parte il piano casa prospetta aumenti di cubature, incentivi a costruire, cantieri e crescita, dall'altra il tessuto sociale sfilacciato mostra impossibilità di pagare gli affitti, proprietari sfiduciati, case vuote e collasso demografico. Gli interessi economici e le esigenze sociali non hanno nulla in comune, tranne la direzione: a rapido passo verso lo scoppio della bolla immobiliare.
(Eleana Marullo)

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Città - Il risseu perduto

Il chiostro è illuminato di luce soffusa, c'è molta gente nei porticati color pesca mentre nel mezzo del giardino un sacerdote dice messa con un bell' accento bergamasco: è sabato sera di un ottobre quasi estivo e penseresti di non trovarvi che pochi fedeli affezionati. Invece no, tra le colonne in bianco e nero, nel cortile della chiesa di San Francesco a Bolzaneto risuonano non solo la musica di chitarre, ma anche un po' del chiacchiericcio sommesso che si spande sotto le volte a crociera appena affrescate.

E' un giorno importante, quasi un vernissage, difatti non solo s'inaugura il restauro del chiostro, ma si scopre la statua del santo, che l'architetto responsabile ai lavori ha voluto regalare alla chiesa. Perché qui, l'atmosfera l'aveva colpito, non c'era l'aria sussiegosa dei soliti restauri, tutti partecipavano all'evento, venivano ad aiutare e a curiosare proprio come fanno ora con quella statua di Francesco troppo giovane, come mormora qualche vecchina. Insomma u na comunità. La Chiesa nei quartieri di contorno alla città, come nel centro storico, non vive un ruolo di solo comprimario, è di riferimento per gli abitanti. Tanti ragazzi, anche gli alpini convivono nel chiostro e collaborano alla sagra del quartiere. S'è visto quando dovevano rifare la pavimentazione del giardino: la piccola chiesa lì accanto, la Madonna della Neve, del tredicesimo secolo, aveva uno splendido sagrato, e tutti hanno tifato per quel tappeto di pietre, si sono interessati, hanno sollecitato fondi, pietito qua e là. Con saggezza l'aveva suggerito la Soprintendenza: perché non usarlo per il chiostro? Basta recuperarlo, si proponeva all'architetto e ai frati. Così è iniziata la trafila agli uffici comunali, finché s'è scoperto che quel pezzo di terreno era di competenza delle Ferrovie, ma costava tanto, troppo, toglierlo a lastre e donarlo a San Francesco. Quanto raccolto bastava solo per il restauro e l'Amministrazione irremovibile spiegava che non avrebbe provveduto a quel trasloco. Peccato. Ma chissà…
Quasi un anno si è atteso. Poi impresa, architetto, parrocchiani hanno desistito mentre dopo tanti tira e molla l'hanno tirato via le ferrovie conservandone, sottolineano gli uffici, addirittura il disegno in scala uno a uno, dei lenzuoli di memoria.
Che bravi. Il risseu è in custodia adesso, catalogato per benino, in tanti sacchi, si dice.
I sassetti rimarranno nei depositi comunali, suddivisi uno a uno in bianchi e neri, come pedine di dama: Persa l'occasione di ricollocarlo nei luoghi cui apparteneva, solo un'immagine nei ricordi di chi ha avuto la fortuna di vederlo, di camminarci sopra.
Ora il giardino ha il fondo di vecchi mattoni, aiuole ottagonali dall'erba soffice, ma qualcuno sospirava, ripensando a quel risseu durante la cena che ne è seguita.
(Risseu: pavimentazione a mosaico di ciottoli)
(Bianca Vergati)

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Cornigliano 2009 - Sole a Riva

C’è un sole che è una meraviglia a Cornigliano venerdì 16 ottobre. Risplende su container, capannoni, aeroporto. E’ un incanto. Sembra quasi che Riva l’abbia ordinato a Dio per fare bella figura nel giorno dell’inaugurazione dei nuovi impianti. Autorità, fotografi, giornalisti e sindacato si salutano ossequiosi ed anche i nastri, che verranno tagliati per il nuovo corso, scintillano tricolori tra coni di luce.

A quattro anni e tre mesi dalla firma dell’Accordo, tutti dichiarano che quanto fatto è nel quadro del rispetto delle intenzioni e che, infine, una città che rinuncia alla sua vocazione industriale sarebbe una città distante dalla realtà, diventerebbe una città inconsapevole.

Benedice il Cardinal Bagnasco, parla Daniele Riva poi Vincenzi, Repetto e Burlando. Le frasi escono frammentate da un impianto acustico inadeguato all’evento. Ma la voce unanime della politica risulta nitida, fiduciosa nel futuro.

Il sindacato, per quest’evento, non è invitato a parlare. Di certo una mancanza nei confronti di chi è stato, in questi anni, un soggetto determinante.

Dietro tutti i presenti, l’impianto pulsa immerso in un capannone enorme che soffia rotoli zincati di varie dimensioni, splendenti solo come può splendere il prodotto finito. Sole a parte.

Non ci sono dubbi, l’impianto è lì, concreto come la produzione può esserlo. Nonostante la crisi.

Emilio Riva, ultraottantenne, ha dovuto cedere la parola al figlio Daniele. Il padre è afono. Ma energico e ospitale con le autorità. Lo abita un vigore d’altri tempi: accoglie, accompagna e saluta. Alcuni rispettosamente lo chiamano “il vecchio” e paventano la sua dipartita. Ma non sanno che lui è fatto della stessa pasta di mamma Rose dei Kennedy. Va guardata negli occhi questa energia e chissà che, in futuro, la scienza non sia in grado di decifrarne il codice, per regalarne un po’ alla politica. E’ la stessa energia che c’è nello sguardo di Angelo Bagnasco che, sotto il cappello rosso da cardinale, scannerizza la realtà implacabilmente e la attira a sé.

A giochi fatti è impossibile porre domande. L’evento non le prevede. Non è a programma tantomeno chiedersi a quante persone darà lavoro l’impianto, cosa ci sarà dopo, a crisi finita, e perché gli uffici, ridotti all’osso, fisicamente incollati al nuovo complesso produttivo, abbiano subito la cancellazione di commerciale e acquisti, trasferiti a Milano. La truffa, venti milioni di euro di perdita per il gruppo Riva - che coinvolge la sede di Milano e gli uffici di Taranto - non arriva sino a Genova. Prende rotte diverse.
http://www.lagazzettadelmezzogiorno.it/GdM_dallapuglia_NOTIZIA_01.php?IDNotizia=274969&IDCategoria=11
Forse Emilio Riva è afono anche per questo. Forse trasferire le competenze degli acquisti a Milano, collocando in cigs molti degli addetti della vecchia ILVA di stato, è un prezzo da pagare.
(Giovanna Profumo)

Posted by Admin at 01:08 | Comments (0)

Città - Shangai addio

C’era una volta Shangai.

Non la popolosissima Shanghai (con l’h) affacciata sul Mar Cinese Orientale. “Perla, regina, Parigi d’oriente” che gode d’ottima salute.

Stiamo parlando dell’affollata Shangai (senz’h) che un tempo s’affacciava sul Mediterraneo tra via Gramsci e via Prè, morta dopo lunga agonia.

Era nata nel secondo dopoguerra, spontaneo mercatino in piazza Sant’Elena dove si poteva trovar di tutto, nuovo e usato, dall’America e dal resto del globo, tra il lecito e l’illecito.

Caotico labirinto di bancarelle e tendoni. Ci si muoveva sgomitando negli angusti passaggi ombrosi, facendosi strada tra giacche militari, jeans e borsoni appesi che ti sbattevano in faccia a far da quinte di un teatro dove tutti s’era protagonisti. Paccottiglia e souvenirs, occhiali da sole, binocoli e macchine fotografiche, cose utili e stranezze. Odori forti. Si incontravan pure riviste e filmini porno per tutti i gusti, scatole di gondoni, bambole gonfiabili e altro per soddisfar proibite voglie. Truffatori erano in agguato e di tanto in tanto qualche individuo si accostava losco a proporre donne, o stecche di sigarette, o pistole, o bombe a mano…

Ora tutto è cambiato. Nessuno rimpiange gli imbrogli e gli eccessi, ma sono in molti ad esprimere forte disappunto per come è stato ridotto il mercatino.

Anni fa, per impiantare uno dei cantieri di recupero della zona, le bancarelle erano state rimosse e trasferite poco lontano in piazza dello Scalo, collocate alla bell’e meglio in provvisori containers. Un insieme squallido, ma sopportabile nel suo essere temporaneo.
Lo scorso 16 maggio la sindaco Vincenzi ha inaugurato la sistemazione definitiva nella stessa piazza. “Un altro pezzo di Genova torna a vivere”, disse compiaciuta. In realtà non è tornato a vivere un bel niente, ma è nato qualcosa di affatto diverso rispetto al passato: un piccolo centro commerciale, costituito da decorosi chioschi analoghi a tanti altri sorti ultimamente in città, ordinatamente distribuiti in quello che più che una piazza è uno slargo di via Gramsci, ripavimentato e dotato per fortuna di un servizio igienico pubblico.
Un complesso più razionale e maggiormente confortevole per gli esercenti, ma nella sua omologazione ha perso gran parte della sua capacità di attrazione e tutta la magia.
Ora ci si passa come alla Fiumara o all’Outlet di Serravalle, belli senz’anima (e forse neppur tanto belli).

Il vecchio Shangai era affascinante anche nel disordine del suo essere baraccato, che in questo caso non era aspetto negativo, ma componente fondamentale della sua identità ormai testimoniata solo da fotografie esposte in una vetrina, un po’ come le immagini dei defunti che si mettono sulle tombe.

Incastonato in quella piazzetta c’era il mondo, ci si andava apposta con un senso di rassicurante trasgressione. L’intitolazione alla “puttana d’oriente” (altro appellativo della metropoli cinese) trasportava con qualche brivido verso altri orizzonti senza muoversi da casa; fors’anche ci si sentiva inconsciamente con Marlene Dietrich sullo Shanghai Express, o con La signora di Shanghai insieme a Rita Hayworth e a Orson Welles…

Un altro pezzo di Genova, con le sue atmosfere impalpabili e delicatissimi equilibri (di cui sarebbe indispensabile tener conto in ogni recupero), se n’è andato per sempre.


Per saperne di più:


I commenti della sindaco Vincenzi e dell’assessore Margini all’inaugurazione:


http://www.primocanale.it/viewvideo.php?id=24595


inoltre:


http://www.mentelocale.it/societa/contenuti/index_html/id_contenuti_varint_23731


http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2009/08/13/genova-by-night-nei-vicoli-tra-marinai.html
(Ferdinando Bonora)

Posted by Admin at 00:56 | Comments (0)

16 Luglio 2009

Cemento - Quel pugno in un occhio sul colle di Murta

225Chissà quante volte vi è capitato di percorrere a Bolzaneto la strada che corre parallela all'alveo del Polcevera, in fondovalle. Ecco, all'altezza della collina di Murta, alzate gli occhi e guardate cosa vi si para di fronte: non è un villaggio dei Lego catapultato sulle alture di Bolzaneto, è un (nuovo) quartiere residenziale venuto su rapido e rigoglioso come un fungo.
La prima cosa che uno si chiede riguardo alle nuove costruzioni è “ma cosa sono?”: grosse finestre con saracinesche, colori sgargianti, tetti da piramide azteca. E fin qua non è difficile trovare una risposta, basta fare due domande in giro oppure salire a vedere: sono villette, a quanto pare costruite secondo i dettami della bioedilizia.

Certo, i gusti sono gusti e se a me piace una casa a pois birulò, fatta a forma di tostapane oppure a cubo rosso verde e giallo con muraglie di prato artificiale, che problema c'è?
Il problema c'è, eccome: non si può evitare la seconda domanda: come hanno fatto a costruire in un modo così scriteriato su quella collina? Murta è un piccolo centro rurale, ricco di insediamenti storici di grande valore culturale e architettonico. Nel Piano Territoriale di Coordinamento Paesistico (strumento regionale di pianificazione) del 1995 infatti la collina di Murta è classificata, dal punto di vista insediativo, come una piccola isola ID-MA in una grande area ID MO. Decifrato per i comuni mortali: un'isola felice da preservare in un tessuto urbano eterogeneo e disorganizzato.
Per essere più precisi, la sigla ID MA indica “una definita caratterizzazione ed un corretto inserimento paesistico, tale da consentire un giudizio positivo sulla situazione....L'obiettivo della disciplina è quello di mantenere sostanzialmente immutati i caratteri complessivi dell'insediamento, in quanto vi si riconosce l'espressione di un linguaggio coerente e un equilibrato rapporto col contesto ambientale. Sono pertanto consentiti esclusivamente interventi di limitata modificazione delle preesistenze ed eventualmente di contenuta integrazione dell'insediamento purché nel rispetto di caratteri peculiari della zona e dei suoi rapporti con l'ambito paesistico”.
Quanto sia stato rispettato - o violato - l'ambito paesistico, lo si può giudicare coi propri occhi. Le villette sono state costruite tra marzo 2006 ed ottobre 2008, e la stampa locale (consultata sull'intervallo di tempo dei due anni) non ha menzionato il fatto in alcun caso. Gli unici riferimenti si trovano in rete, grazie ad un blog sulla Valpolcevera che ha documentato passo dopo passo, con commenti sconsolati e fotografie, l'avanzamento del bio-ecomostro ( http://polcevera.blogspot.com/search?q=murta ), e continua a registrare nuovi cantieri ed edifici misteriosamente apparsi. In una città con la crescita demografica a zero, commenta l'autrice del blog “molte case sono sfitte e disabitate anche a Murta, mi chiedo se sia proprio necessario costruire così!”.
La domanda rimane senza risposta, così come quella generata dalla disturbante vista delle villette: che fine ha fatto la tutela del contesto paesistico sulla collina di Murta?
(Eleana Marullo)

Posted by Eleana at 11:09 | Comments (2)

Ghetto - Il degrado secondo l'assessore

C’่è coerenza tra la linea politica espressa dall’assessore Scidone, e quella ribadita, con le parole e con la presenza fisica, da Marta Vincenzi in occasione del Genova Pride?
La sindaco ha detto: “Essere qui significa che in questa cittเ avrete sempre un riferimento, perch้ a favore dei diritti e contro le discriminazioni ci ritroviamo noi, nella vostra stessa lotta”.
Per๒, quando si ascoltano in diretta le parole delle “princese” del ghetto riunite in Vico della Croce Bianca per dare vita alla loro associazione, emerge l’altra faccia della giunta, quella che loro hanno visto interpretata da Scidone, l’assessore che vuole chiudere i bassi dove lavorano i trans in quanto sono una fonte “di degrado”.

Le trans del ghetto chiedono: “cosa si intende per degrado? Se si vuole comprendere in questa parola anche gli esseri umani non ci stiamo. Vogliono chiudere i bassi accampando il motivo che non sono “abitabili”, ma noi non ci abitiamo: ci lavoriamo. Il nostro guadagno viene assimilato ai proventi delle attivitเ criminali, ma noi non compiamo reati: ognuna di noi ่ autonoma, siamo tutte proprietarie dei locali dove esercitiamo, qui non c’่ tratta o sfruttamento, e vogliamo che il nostro lavoro sia riconosciuto per tale: un lavoro. Il nostro sogno ่ che il ghetto possa diventare un laboratorio, un luogo di relazione, di attraversamento. Qui siamo da pi๙ di quaranta anni, facciamo parte della storia del quartiere. Se la giunta non capisce questo ่ segno che ha perso il radicamento col territorio, che anche il comune di Genova si fa prendere la mano dalle voglie sicuritarie che percorrono il paese”.
(Paola Pierantoni)

Posted by Eleana at 10:57 | Comments (0)

Città - Geografia dei vespasiani

Ne hanno restaurati molti, ed installati alcuni.
Alcuni, le piastrelle ancora intonse e bianche, hanno patito, appena nuovi, le tracce fatte con le bombolette spray. Nuvole nere e sigle a ricordare il passaggio di chi – in mancanza di carattere e supporto – si firma dove capita. All’opera lavoratori solerti e precisi hanno verificato gli scarichi, intonacato e verniciato di verde i paraventi per consegnarli al cittadino in caso di necessitเ.
E mai necessitเ ่ stata più urgente e degna di cure e attenzione.
Lo sanno le mamme che, ai giardini, fanno tesoro di eredità familiari e gesti, quindi insegnano al piccolo come e dove farla, sempre un po’ nascosto e non sotto gli occhi della gente.

Di questi anfratti ne fanno gran richiesta gli abitanti del centro storico che ancora non si sono arresi ai fetori che liquami di nazionalitเ sospesa invadono la zona nella notte e al mattino.
Tuttavia, i famosi vespasiani, inaccessibili alle donne – forse bastava una porta e poco lavoro in più – propongono all’amministrazione cittadina, nella loro visibilitเ, l’annoso problema della quota rosa.
Ma la donna, per storia e scoutismo – per chi l’ha praticato – è abituata a pazienza e attesa. Molto gradite sarebbero tessere tutte rosa di acceso ai bar dove la buona educazione prevede consumazione per accedere al bagno. L’ente preposto potrebbe fornire una mappa dei bagni più puliti e magari un concorso annuale, con ricchi premi e cotillion.
La spesa? Non un euro di più di quello previsto per i vespasiani appena restaurati e destinati ai soli uomini.
Probabile che rimanga nel budget molto più di qualche spicciolo da destinare alle donne della città.
(Giovanna Profumo)

Posted by Eleana at 10:54 | Comments (0)

8 Luglio 2009

Città - Le melanzane della Marta

Dalle pagine dei quotidiani della settimana scorsa si affaccia sorridente la faccia della mia sindaco che, zappa in mano, invita Michelle Obama a prendere lezioni di orticultura da lei. Ha un aspetto più gioviale e quotidiano della first lady del presidente più importante del mondo ma questo non mi esime dal provare una immediata paura. Prima di tutto perché già l'anno scorso abbiamo passato settimane nel consigliarle, attraverso radio e quotidiani, come utilizzare il suo abbondante raccolto di melanzane. E i 'tormentoni' estivi sono simpatici, ma per due estati di seguito diventano ripetitivi. Che si passi per lo meno alle zucchine.


Ma ho paura anche perché mostra di crederci, quando aggiunge che il prossimo incarico di non so quale assessore sarà quello di 'mappare' il verde in città per vedere com'è utilizzato. Ho paura che mi suggerisca che -in tempi di crisi- il mio dovere civico sia quello di trarre un qualche vantaggio economico dal mio spazio verde familiare. Perché io ce l'ho del verde (lo condivido in realtà con numerosi e distruttivi cinghiali) e se l'assessore venisse qui salterebbe sicuramente fuori che sono una cattiva cittadina.
Prima di tutto perché sono meno mattiniera della prima donna cittadina, mi alzo solo per le sei e mezzo, ma la prima ora della giornata è destinata a nutrire, lavare, vestire e preparare i figli per la scuola. E me per l'ufficio. Quando torniamo a casa per le sette di sera il pargolame di cui sopra ha delle necessità che non sempre possono essere espletate fra zucchine, broccoletti e cavolfiori. Bisogna preparare la cena, controllare i compiti, pulire la casa. Se poi innaffio il mio orto vengo accusata da qualche mio vicino di 'disperder acqua inutilmente' e – effettivamente - nelle caldi e afose estati, ogni tanto ordinanze comunali mi vietano di innaffiare le verdure.
Quando passo il decespugliatore il sabato pomeriggio il mio vicino infermiere che fa i turni si lamenta che non riesce a dormire. Devo potare gli alberi e tener bassa l'erba, per scongiurare il pericolo incendi nella periferia genovese. Però una volta che li ho potati non li posso bruciare, perché nel territorio comunale è vietato e si rischiano salate multe. Ho anche chiamato l'AMIU per chiedergli cosa ne dovevo fare, mi han detto che se li sminuzzo finemente e li metto in sacchetti posso riempire fino a un terzo i cassonetti della mia zona. Ho chiesto a mio marito di sminuzzare finemente tre enormi tronchi di ulivo che abbiamo potato e lui mi ha guardato prima me, poi la grattugia che usiamo per il parmigiano, con perplessità via via crescente.
Insomma, niente di personale contro le melanzane, ma oggi per una famiglia in cui tutti lavorano o studiano, coltivarle è diventato un lusso. E' meglio lasciarlo fare a chi, per mestiere, lo sa fare e ne ha il tempo. Alle first lady e ai sindaci, appunto.
(Maria Cecilia Averame)

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2 Luglio 2009

Genova pride - The sound of silence

Il silenzio tombale che, tra una raffica e l’altra di applausi, si è fatto in Piazza De Ferrari al nome di Burlando, quando Vladimir Luxuria lo ha ringraziato, lui assente, per il sostegno finanziario dato al Pride, dovrebbe essere ascoltato con molta attenzione dall’interessato, perché in quel silenzio c’era tutta l’immensa distanza che lo separava da quella piazza.
Lo ha tenuto lontano un improrogabile impegno familiare. Peccato, perché la presenza personale, il mettere il proprio corpo, la propria faccia, a contatto con altri corpi e facce è un messaggio politico inequivocabile.

Marta Vincenzi ha capito, c’è andata lei, e c’è andato un bel numero dei suoi assessori. Ha capito che quella del 27 giugno non era una piazza GLTB, ma una piazza piena di gente: G, L, T, B, etero, bianchi, neri, turchini, genovesi e foresti che partecipavano a quella che Enrico Pedemonte su Repubblica definisce “La manifestazione politico culturale più importante che si è svolta a Genova negli ultimi anni”. Una piazza in larghissima prevalenza di sinistra che parlava di diritti e di dignità, importante per tutte le differenze che la attraversavano senza frantumarla, e che ha posto alla politica domande di fondo: sul concetto di famiglia; sul rapporto tra uguaglianza e differenza; sulla soglia angusta su cui si incagliano molte sbandierate dichiarazioni di laicità; sul rispetto del diritto di ciascuno su se stesso, sul suo corpo; su come tentare di tutelare con azioni internazionali e politiche di accoglienza chi rischia la prigione e la morte per le proprie scelte sessuali. La prima piazza che ha dato voce nazionale alla rivolta in Iran. Credo la prima manifestazione a Genova con la traduzione simultanea per i non udenti.
Compito della politica rispondere: esserci, compromettersi.
Pedemonte nel suo bel fondo (ma come mai Repubblica sulle pagine nazionali ha relegato la notizia ad un piccolo articolo in ventunesima pagina?) osserva: “La politica, quella che non è mera occupazione del potere, dovrebbe essere soprattutto battaglia culturale. E quella per i diritti civili non è forse oggi la prima battaglia della sinistra?”
(Galleria di immagini a cura di Paola Pierantoni ed Ivo Ruello)
(Paola Pierantoni)

Posted by Eleana at 01:36 | Comments (0)

San Giovanni - Le tradizioni pagane che dispiacciono alla curia

150Il 23 giugno passo da Piazza Matteotti alla ricerca della festa di San Giovanni ma, al posto della grande festa passionale che ricordavo, trovo una piazza distratta, una musica fuori contesto e un vicesindaco un po’ malinconico in attesa di accendere un fuocherello piccolo piccolo: a distanza sembrava che nemmeno lo avessero preparato, il falò.
Degli anni passati, quelli dal 2003 al 2007, non ricordavo solo il sontuoso rogo circondato da danze, con al centro colei che doveva essere bruciata, la sensuale e perfida Erodiade, ma tutto quello che aveva preceduto l’acme finale: visite guidate nei luoghi a vario titolo legati a San Giovanni, installazioni, attori e artisti di strada per letture, proiezioni cinematografiche, animazioni e brevi azioni sceniche a ripetizione, l’intreccio col Festival della poesia e la caccia al tesoro: chi la vinceva avrebbe acceso il rogo finale.

Prima del falò un lungo corteo per i vicoli portava al rogo il fantoccio di Erodiade.
Quello che passava con forza nelle emozioni di chi partecipava era l’intreccio tra religiosità cristiana ed elementi pagani: la celebrazione della nascita di Giovanni fatta coincidere con i rituali del solstizio d’estate, senza dimenticare, diceva una brossure dell’epoca, la venerazione di cui lo stesso Giovanni è oggetto nell’Islam.
Nella intenzione degli organizzatori di allora la festa voleva essere una “rivisitazione della principale festa genovese come fatto unificante della comunità cittadina – con il coinvolgimento di numerose realtà italiane e straniere – nella prospettiva di future edizioni sempre più articolate e sentite”.
Ora col passaggio di mano del Municipio Centro Est, il fuoco di San Giovanni si sta malinconicamente spegnendo.
Si dirà: la crisi, la diminuzione di fondi…
No. Quello che è cambiato non è la grandiosità della festa, ma il suo spirito: il sottofondo pagano che animava le precedenti edizioni è diventato indigesto: non si vuole – ci dicono - dispiacere alla Curia. Meglio, molto meglio che sui quotidiani la processione del 24 giugno non perda posizioni a favore di un evento dal sapore profano. Cosa puntualmente avvenuta.

Il tentativo di ristabilire un contatto tra la città e le tradizioni che la animavano nei secoli passati, avrebbe avuto necessità di consolidarsi, invece è stato interrotto, sottraendoci gioia e cultura.
Leggiamo in una presentazione del 2003 la descrizione dell’annalista Bartolomeo Scriba, anno 1227: “I fanciulli tutti empievano di lieti canti la città, e dove anche le vecchie ballavano e si reggevano sopra un sol piede, e in cui gli uomini maturi si diportavano alla guisa dei giovani e le fanciulle si mostravano audaci nelle danze, mentre i suonatori non avevano tregua e i cavalieri correvano in ogni direzione”.
La Chiesa considerò a lungo questi fuochi mere sopravvivenze del paganesimo. Visto però l’insuccesso delle reiterate condanne promulgate dai concilî e dai sinodi, la gerarchia ecclesiastica ricorse alla sperimentata tecnica dell’‘accomodamento’, in modo da rendere i falò simbolicamente ortodossi.
Ora, in assenza di una vitalità popolare, basta abbassare la fiamma.
Ferdinando Bonora, animatore delle feste perdute, commenta: quanta desolata e incazzata tristezza…
(Foto di Pier Luigi Pinto)
(Paola Pierantoni)

Posted by Eleana at 01:16 | Comments (0)

24 Giugno 2009

Politica - Servono (urgentemente) poeti e giornalisti

Servono, urgentemente, poeti. Poeti della politica, nella politica. Intendo persone (saccheggio blogs e dizionari) “capaci di suscitare emozioni”, “creatrici di mondi”, che sappiano “muovere l’anima di chi li ascolta alla ricerca di domande”. Penso a questo mentre, sabato scorso, guardo Don Gallo che sale su un palchetto in Piazza del Campo con i trans del Ghetto per dare il via alla festa organizzata dalla Comunità di San Benedetto. La scommessa di Don Gallo era quella “di portare persone, cittadini, turisti, residenti di ogni razza e colore, dentro al quartiere meno frequentato della città vecchia”. Questo è successo, ma la cosa più grande è stata che le persone socialmente confinate nel ghetto ne sono uscite, e che gli abitanti “di tutte le razze e colori” e, aggiungo: sessi, generi, condizioni sociali, abbigliamenti, si sono mischiati fino a mezzanotte inseguendo poesie, discussioni filosofiche di gruppo, canzoni di De Andrè e altri, musiche di ogni tipo fino al rock messo su dai ragazzi di Aut Aut.

Non avevo mai visto nulla di simile. Solo il Suq, nel suo spazio, riesce a creare questo tipo di condivisione. Ma quel che è avvenuto sabato è avvenuto negli spazi ordinari della vita, in un quartiere. Quando Don Gallo, dopo che i trans hanno terminato di cantare Princesa, grida “W le Princese”, intende “viva la dignità delle persone, di ogni persona”. La gente capisce, applaude, si commuove. Quando dice “ Il risanamento della zona? Bene. Ma non deve essere un risanamento per la speculazione” intende che vorrebbe che lì continuassero a vivere esattamente le stesse persone che si ritrova intorno in quel momento. La gente torna ad applaudire, a commuoversi. Don Gallo sottolinea “Sono state invitate anche le autorità, gli amministratori. Speriamo che vengano”. Ma le autorità non verranno. Eppure lì andava in onda la politica, la politica ad alto livello. Solo che era la politica delle persone che si compromettono, che si muovono “in direzione ostinata e contraria” come diceva lo striscione nella “piazza senza nome”, tra macerie che nessuno ha mai rimosso. Sta di fatto che a darci l’emozione delle possibilità ancora aperte, in questa città c’è solo qualche prete un po’ eretico. Don Balletto ci ha lasciato, ci restano Don Gallo e Don Farinella. Da miscredente di sinistra mi chiedo: ma è mai possibile che per un po’ di speranza debba guardare a dei preti, per strani che siano? Che tra i politici veda solo gente povera di emozioni, povera di verità? Cosa vado cercando? Obama? Ecco, Obama. Magari anche in scala minore. Aggiungo che, oltre ai poeti, servirebbero - più modestamente - dei giornalisti. Di quel che è avvenuto sabato il TGR ha servito la solita melassa glassata che ricopre, rendendole indifferenziate, tutte le “notizie”; il Secolo XIX ha ridotto tutto a folklore; Repubblica ha speso in tutto 18 parole (di numero, incluse le particelle di congiunzione). Nessuno che sia andato a vedere, a parlare con chi c’era, a chiedergli cosa era, per lui, quel che stava vivendo.
(Paola Pierantoni)

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13 Maggio 2009

Comitati - p. Marsala memorial

Comitati
p. Marsala
memorial
Il comitato ha chiuso i battenti: il farinotto ha anticipato per il caldo la chiusura estiva e, quanto agli altri, tanto discutere è venuto a noia. Le critiche a Idriss erano una scusa; in verità cercavano un motivo per chiudere bottega. Niente di male e poi – come si dice in questi casi – ci siamo divertiti, no? Oggi, 5 maggio, volevo congedarmi da Idriss; ho dovuto aspettare. Era di turno in un altro park. Ha spiegato che li fanno girare per evitare che possano accordarsi con i clienti abituali per qualche vantaggio reciproco. Così oltre le ispezioni sono arrivate le rotazioni.

“Per me è peggio, ha detto, perché si perde i contatti con gli amici, o la possibilità di fare due parole”. Straniero e se possibile anche più estraneo. Abbiamo parlato; credo di aver capito almeno una delle ragioni dell’insofferenza che ha raccolto nel nostro gruppo di anzianotti benestanti (relativamente, si capisce). E’ perché si occupa di macchine. Di molte ricorda se sono già capitate in piazza o a chi appartengono. Sa chi la pianta abitualmente fuori posteggio o davanti ai settori a pagamento provocando strepiti e clacson. Così conosce i residenti che piazzano (“per un minutino”) la loro nel posteggio dei disabili.
Sapendo delle nostre macchine, Idriss possiede parte della nostra anima, così è diventato esperto dei nostri punti deboli. Non a caso aveva tirato fuori la storia dei “panettoni”, quei magolli di cemento dalla testa arrotondata che vengono messi a difesa delle zone che le macchine non devono superare. A piazza Marsala ce ne sono 38, disposti in tondo attorno al selciato (“pavé”) che circonda la fontana posta nel centro della piazza. Ma la legge delle macchine non ama gli ostacoli, figuriamoci poi quando si tratta di camion o pullman. Infatti mese dopo mese, anno dopo anno, un colpo oggi un colpo domani, la circonferenza tracciata dai panettoni è diventata un ellisse sempre più stretta e se nella cintura dei panettoni si aprono varchi subito le macchine se ne impossessano.
Idriss descrive i nostri modi di fare con le parole che ha appreso da noi. Ad esempio dice “in piazza c’è sempre più casino” oppure “la gente viene qui e caga la macchina dove le pare” e “ce la lasciano per delle ore tanto i vigili si sa…”. “Si sa cosa?”, gli chiedo. E lui “non vedi? Se vengono scatta il tam tam tutti dicono che sono lì un minutino e loro, i vigili, non vogliono grane e fanno finta di crederci. E magari danno una multa a qualcuno che non s’è portato il vecchio da lasciare in macchina…”. “Il vecchio?” Chiedo. E lui: “Ma sì, non lo sai che tanti che prendono su un anziano da lasciare sulla macchina in sosta vietata? Gli danno qualcosa, 5 euro ad esempio, e vanno in giro con lui a bordo tutta la mattina. Deve solo dire al vigile che aspetta suo figlio, questione di un minuto”. Diavolo di un Idriss…
(Manlio Calegari)

Posted by Eleana at 20:50 | Comments (0)

Cemento - Il mare si allontana

Con l'approvazione della Variante in Giunta comunale, il progetto del Lido avanza spedito. Nessun ripensamento, neanche un pochino. Non si capisce come sia possibile che un atto amministrativo del Comune deroghi alla Legge Galasso e alla disposizione degli articoli 822/823 sul demanio indisponibile del Codice Civile, visto che lo stabilimento occupa 12.000 mq e il progetto è esteso su 40.000 mq. di pubblico.

Neppure si capisce quanto del capitale necessario all'opera, circa 90 milioni, sia davvero cash, visto che le case sul mare per dichiarazione dei proponenti servono a finanziare il Centro Velico e che poi "si rientrerà nel giro di tre anni". E non si capisce quali oneri di urbanizzazione vadano a vantaggio del quartiere e della città. E ancora come si possa perdere la visione anche di servizio sociale che il più grande stabilimento balneare della città ha, in un momento di crisi. Niente più mare in città per anziani e famiglie con bambini della borghesia - il Lido non è più da tempo solo il mare dei ricchi. Eppure gli art. 822\823 Codice Civile nel definire il "patrimonio inalienabile dello Stato", indicano alle prime due voci - il lido del mare - le spiagge, e per l'attività amministrativa connessa prevedono strumenti solo per atti di difesa e tutela di tale proprietà. Sarà bene ricordare come il particolarissimo status concesso durante il fascismo al Lido di Albaro – demanio donato in proprietà – era esplicitamente spiegato col valore "sociale" dell'opera. E cosa dire dei ben noti vincoli della Legge Galasso sui 300 metri dal litorale, legge generale dello Stato, che una delibera comunale, come atto amministrativo derivato, non potrebbe prevaricare? Senza incrociare il Tar, si capisce. Ecco, tutto questo per riqualificare una porzione di corso Italia, senza presentare un'ipotesi di visione complessiva del litorale, di accessi e spiagge libere da attrezzare: 3 accessi liberi in tutto, contando anche gli scogli, dice l'assessore.
(Bianca Vergati)

Posted by Eleana at 20:47 | Comments (0)

6 Maggio 2009

Comitati - La democrazia occidentale farà a meno di Idriss

Sabato 25 aprile è festa, il posteggio è gratuito e Idriss chissà dov’è. Verso di lui, da qualche giorno, serpeggiano voci sgradevoli. Ad esempio che lui abbia fatto al suo paese studi da avvocato e da questi tragga quel non so che grazie al quale, durante le nostre riunioni, risulti l’elemento più valido. C’è chi addirittura sostiene che sia un avvocato che, arrivato in Italia, si sia impiegato da posteggiatore per studiare meglio le nostre leggi, laurearsi e poi…

“Studia le nostre leggi in attesa di mettercelo in quel posto” ha detto l’ex edicolante. Ho fatto notare che da noi aveva poco da imparare visto che neppure sapevamo a chi chiedere di mettere a segno l’orologio. Ma, all’improvviso, l’insofferenza nei suoi confronti è palese. Lui se n’è accorto e tiene un profilo basso: “Io so il mio lavoro e basta”, dice laconico e fa segno al baracchino che gli serve per emettere la ricevuta del park.
Da dove le recente impopolarità di Idriss? Tutti si sono accorti – alcuni sgradevolmente - che il ruolo di presidente coordinatore che all’inizio gli era stato conferito in un empito di (ironica?) multiculturalità non potrebbe essere esercitato da altri meglio che da lui. Prima di tutto perché lui alle cose ci pensa, poi perché si informa su come funzionano da noi (compreso il punto di vista tecnico: funzioni amministrative, regolamenti ecc.). Quando qualcuno parla Idriss sta a sentire e non fa come la maggior parte di noi che vogliamo subito dire la nostra e quella del prossimo non ci interessa. Infine perché dirige (“coordina”) le nostre piccole riunioni con garbo, riducendo al minimo i suoi interventi che fa quasi sempre sotto forma di domanda mentre di continuo tiene un occhio sul park.
Si capisce che il suo modo è frutto di abitudini familiari, carattere, cultura. Mi piacerebbe sapere di lui; di quando e come ha deciso di arrivare qui, come se l’è sfangata, come è finito alla Genova Parcheggi. Più di tutto mi piacerebbe sapere cosa pensa di noi. Una volta ha detto che a casa ha molti fratelli e sorelle: chissà cosa gli dice di noi e della nostra città quando gli telefona; che parole usa e se gli ha detto dell’orologio. Magari non gli dice niente e per quelli neppure esistiamo.
Finché pensavamo di essere il centro del mondo potevamo anche fregarcene ma ora che abbiamo capito che gli Idriss arriveranno a migliaia possiamo continuare a ignorare i loro paesi, le loro leggi, la loro infanzia, la loro scuola…?
Otto ore al giorno, tutti i giorni per 900-1000 euro al mese. “E’ poco ma riesco a vivere. Sto meglio di altri come me”, ha detto. Vorrei chiedergli dove abita, dove dorme, cosa fa la sera. Ma non oso: lui è gentile ma anche riservato. Sorride: ha capito che in piazza Marsala la breve stagione del dialogo è finita. La democrazia occidentale almeno per ora farà a meno di lui.
(Manlio Calegari)

Posted by Eleana at 13:09 | Comments (0)

Arredo urbano - I dissuasori di via del Campo

In Piazzetta del Campo la gente si ferma spesso a chiacchierare. In questo caso “la gente” è fatta di immigrati per lo più nord africani o del Bangladesh. In certe ore del giorno - a metà mattina o alla chiusura dei negozi - i capannelli sono più folti, e con la stagione migliore le chiacchiere si prolungano. Alla sera si uniscono anche le donne. Per sedersi però ci sono solo i pochi tavolini del bar che si trova in piazzetta.

Niente panchine, solo alcune potenziali fioriere (vuote), e delle sfere metalliche dette, tecnicamente, “dissuasori”. Le persone si ingegnano: si siedono su fioriere e dissuasori e trasformano i contenitori di cartone usati per trasportare le pizze in cuscini da strada, per proteggersi da spigoli e freddo. Per lo più, quando si alzano per andare via, si portano via il loro cuscino.
Anche in Piazza Caricamento, da quando le poche panchine sono state eliminate, la gente si ingegna: scalini, seggiolini portati da casa, fioriere e, sotto, il classico giornale.
A Caricamento c’è stato un atto intenzionale: le panchine prima c’erano, poi sono sparite. In Piazzetta del Campo forse non è mai venuto in mente di metterle.
Resta il fatto che, nonostante tutto, molti (fortunatamente) si ostinano a voler fare quattro chiacchiere all’aperto: c’è qualcosa in contrario a fargliele fare gratis e seduti come dio comanda?
(Paola Pierantoni)

Posted by Eleana at 13:05 | Comments (0)

29 Aprile 2009

Comitati/1 - 6 aprile 2009 il giorno della vittoria

Vittoria: lunedì 6 aprile l’orologio della piazza, è andato a posto. Abbiamo vinto. Dubbio: per le nostre rimostranze o per pura combinazione (come ha suggerito, al solito malevolo, l’ex edicolante)? Nel primo caso vuol dire che protestare serve nel secondo che far casino non serve perché le cose prima o poi vanno (quasi sempre) a posto. Cosa sarà preferibile?
Comunque mercoledì scorso ho incontrato un amico, un funzionario importante, che sta in zona. “Bene, ha detto indicando l’orologio e alzando il pollice, è tanto ossigeno per il comitato del buco…”. Ma senti, un comitato del buco? E chi ne sapeva niente.

Il buco è una voraginuccia che si è aperta sul perimetro della fontana della piazza. Da diverse settimane aspetta un intervento per ora annunciato col solito cavalletto, sacchetto rosso con acqua e segnalatore luminoso che non fa luce perché con pila scarica.
Ho riferito agli altri. Domanda: perché hanno fatto un altro comitato? Senza dircelo e specialmente senza che ce ne accorgessimo? Amarezza e riflessioni accorate: sullo (scarso) livello della comunicazione sociale pur in un ambiente così ridotto.
Discussione ulteriore: e ora noi cosa facciamo? Ci sciogliamo? Nel nostro atto di nascita - l’orologio della piazza – c’è anche il nostro confine materiale o siamo autorizzati ad impegnarci su altro? E in tal caso solo di orologi (ad esempio quello in fondo alla vicina via Assarotti che va per conto suo)? O i confini del comitato non sono geografici ma morali ed è la nostra sensibilità a dettare volta a volta gli obiettivi?
Tra noi – prevalgono i fan di Silvio! - è tacitamente convenuto che di cose “extra” (ecologia ad esempio) non si parla. I membri del comitato – per la maggior parte in età - non simpatizzano con la formula di lasciare il mondo meglio di come l’hanno trovato. Intanto perché lasciarlo è già una parola che innervosisce poi perché secondo loro negli ultimi anni il mondo è migliorato moltissimo e i loro nipoti faranno comunque un affare. Tanto per dire che sulla discussione circa i confini d’iniziativa del comitato pesano aspetti – età, disincanto, acidità di stomaco e simili – che producono risultati inattesi.
Ad esempio la proposta di passare dall’orologio al buco è stata accolta da alcuni con insofferenza e rapidamente il buco è diventato “quel belin di buco” o peggio. Stavamo sciogliendoci senza concludere nulla quando qualcuno ha osservato che in fondo il buco era una cosa concreta. Di colpo, ignorando l’evidente paradosso che faceva di un vuoto (il buco) una cosa “concreta” tutti si sono dichiarati d’accordo.
Ancora una volta Idriss ha stupito tutti. “Se boomerang ritorna è un vero boomerang?” ha detto. L’azione del comitato aveva centrato l’orologio e, come un vero boomerang, era tornato indietro così che potevamo dirigerlo sul bersaglio che ci pareva. Verso sera il farinotto mi ha detto “non sapevo che anche loro in Africa avessero il boomerang”. Non ho voluto deluderlo.
(Manlio Calegari)

Posted by Eleana at 13:14 | Comments (0)

Comitati/2 - Il dialogo (ruspante) con le istituzioni

Sabato 11 aprile, in serata, il comitato del buco ha stupito tutti e con una azione di alta qualità grafica e intellettuale mettendo un nuovo cartello in prossimità del buco. Il precedente incollato sul cartello segnaletico era un ironico incitamento al buco medesimo: “resisti è passato solo un mese”. Ma il cartello di sabato 11 era geniale. Fattura perfetta del classico cartello aziendale solo che l’azienda risultava tale “Faster” che così riuniva in un’unica parola “Aster”– l’azienda comunale che si occupa dei buchi – e “Fast”, ironica allusione al tempismo dei suoi interventi. Il testo a seguire “il buco verrà chiuso entro l’anno”. Quale anno? Il cartello non lo diceva ma commenti e battute si sono sprecate.
I cartelli hanno resistito tutta la settimana fino alla mattina di giovedì 16 aprile quando sono arrivati due dell’Aster, quella vera.

“Ficcati la penna nel culo, balordo”. Il messaggio, incollato da uno dei due nel centro del cartello stradale con freccia che indica la deviazione, ha fatto pensare a tutti che la situazione stava precipitando. Non perché il buco era rimasto tale e quale ma perché il messaggio era stato scritto e incollato da un membro della squadra dell’Aster inviata a rimettere a posto il cavalletto e i sacchetti d’acqua nel frattempo andati a pezzi. I messaggi ironici e un po’ giocosi lasciati in situ dal comitato del buco avevano avuto il solo di effetto far incazzare l’addetto Aster che li aveva sentiti come una offesa personale. Perché? Possibile che i dipendenti Aster siano così stressati dal lavoro che non reggono alle critiche che i cittadini rivolgono all’azienda. O gli stessi dipendenti ritengono che i cittadini – categoria di cui peraltro fanno parte anche loro - non debbano disturbare il manovratore da dove l’invito a “ficcarsi la penna nel culo”.
In piazza tutti ci siamo rimasti male e quelli del comitato del buco hanno avuto la solidarietà di quelli dell’orologio. Ma anche l’invidia perché la mattina di martedì 21 aprile, attorno al buco s’è svolto un consiglio di guerra: otto persone, sei “tecnici” di Aster e due di Iride – dicono i bene informati. Decisione: riempirlo! Dopo di che il buco è stato “esternalizzato”: una garanzia di tempi rapidi infatti il riempimento è avvenuto in un paio di giorni e a gentile richiesta del comitato gli operai hanno anche rimesso a posto i panettoni a difesa del pavé centrale e che l’Aster, stressata dopo un suo precedente intervento nel 2008 aveva abbandonato fuori posto.
Sabato scorso riunione congiunta dei comitati: l’orologio a segno, il buco riempito, i panettoni a posto…. Ragazzi, ma cosa succede?
(Manlio Calegari)

Posted by Eleana at 13:10 | Comments (0)

Scuola - Quando la bellezza non è (più) una priorità

C'era una volta una casina diroccata, confinante con i tetti di una scuola elementare e materna vicino al mare. Gli scolari la guardavano dal loro terrazzo al piano, incuriositi. Ci imbastivano sopra delle storie. La chiamavano la " casa dei fantasmi e delle guardie” perchè nella parte di edificio ancora in piedi ci stavano i vigili. Poi, dopo una estate, tornarono a scuola: transenne e muratori sul tetto: la casa era stata venduta. E il pezzo di tetto, pur continuando a fare da tetto all'asilo, si trasformò in uno splendido giardino, circondato da impenetrabili siepi.

E ancora oggi, su quel tetto che copre la scuola elementare puoi vedere un prato e un terrazzo spazioso con bimbini che pedalano beati sui loro tricicli, tra scivoli e casette rifugio. Non sono gli alunni della scuola ma i frugoli abitanti l’antica casina. Gli scolari sono al piano di sotto ad imparare a leggere e a scrivere.
Messaggio a chi cede tetti di scuole: i giardini sui tetti mica sempre buttano bene e poi si diceva che su quegli spazi di sopra non ci fosse diritto di calpestio. Per non dire della collocazione di pesi. Invece ci sono panchine, tavoli e sedie, fioriere di coccio, lastricato di pietre; in lontananza anche una palma maestosa...
Domanda - d'attualità in questi giorni terribili - E la sicurezza di chi ci sta sotto? I luoghi in cui custodiamo i nostri ragazzi, i nostri bambini, spesso sono così: la scuola in questione, è sì a due passi dal mare, ma si affaccia su una delle strade più inquinate in città. Per gli spazi scolastici stato e istituzioni locali per anni hanno tirato a campare, affittando qua è là. Da quanto tempo la scuola non è più una priorità? Solo di recente, e per le ragioni drammatiche che sappiamo, si è tornato a parlarne.
E che dire delle scuole "scomparse", ree di occupare posti di pregio?
Lo storico asilo comunale in via dei Maristi, sfrattato insieme alla scuola elementare, ora è una splendida palazzina dal giardino incantevole. Stessa fine per la materna dell'Opera Pia e per la scuola elementare Don Milani: i pensionati rendono. Accorpamenti a gogò e non soltanto per questione di costi. Il liceo King spezzettato su tre sedi per mancanza di aule.
Vuoto il Nautico in Piazza Palermo, tra progetti di silos, intanto pare ci andrà il Municipio. Giusto liberare spazi appetibili: con la mazzata dell'Ici, il Comune fa quello che può.
L'antica sede del Conservatorio, villa Raggio in via Pisa, immersa nel parco: che bel posto sarebbe stato per farci un polo scolastico. Dopo il liceo Musicale arrivarono diverse strutture pubbliche, ora è stata sgombrata, rientrando nella vendita in blocco dei gioielli di proprietà della Sanità Regionale. Interpellato il Tar, a cui gli eredi hanno fatto ricorso: la donazione vincolava a scopi sociali. E tanti ancora rimpiangono il campus universitario, immaginato nell'ex ospedale di Quarto. Troppo lusso ragazzi, tornate con i piedi per terra.
(Bianca Vergati)

Posted by Eleana at 13:01 | Comments (0)

8 Aprile 2009

Comitati - News da piazza Marsala

E’ sufficiente che l’ugandese Idriss sia presidente – lui corregge: “non presidente, solo coordinatore” – per considerarlo integrato nella democrazia occidentale? Il dubbio malizioso è stato fatto circolare dall’ex edicolante venuto a curiosare – lo fa settimanalmente – in zona. Le solite anime pie hanno subito recapitato il messaggio a Idriss che, da vero politico smaltato, ha detto: “Giusto, giustissimo. Io sono solo all’inizio”. Siccome lui dice le cose accompagnandole con sorrisi luminosi e segni di assenso nessuno è stato sfiorato dal dubbio che ci prenda per il culo. Meglio così. Poi. all’una, mentre insieme mangiavamo la solita papera con farinata nella bottega del farinotto – segretario del comitato – ha spiegato cosa intendeva per “essere all’inizio”. Questo il ragionamento: il comitato è un comitato se discute e fa discutere e poi chiede, ma sempre con l’idea che la cosa che chiede sia importante per tutti e non solo per il comitato. Se no, ha precisato serio, “non è un comitato ma una lobby”.

Così ci ha stupito due volte: perché ha usato il termine lobby pronunciando la “o” nel modo inglese e perché noi a certe distinzioni non facciamo caso. Semplicemente ci aveva irritato quel cavolo di orologio sempre indietro da mesi: ci sembrava un segno (magari modesto) di abbandono e zac c’era venuta l’idea, un po’ sul serio un po’ per scherzo, del comitato. Per dire che non eravamo stati lì a pensare se era una cosa pubblica o solo nostra. Eravamo stati fortunati perché era una cosa privata e pubblica nello stesso tempo.
“E siccome non siamo una lobby – ha proseguito Idriss – è giusto che noi, il comitato, ci facciamo una domanda. Se la cosa che abbiamo chiesto non succede, può essere che è sbagliata?”. Qui – lo dico francamente – ci ha proprio spiazzato. Perché mentre noi tutti, offesi della scarsa attenzione dei funzionari pubblici per le nostre rimostranze, stavamo ragionando su come caricare il pezzo, cioè allungare l’elenco delle inerzie amministrative che interessano la nostra amata piazza, lui se n’è venuto fuori con quella domanda che all’inizio ci è puzzata di defezione. Lui allora ha precisato “forse abbiamo chiesto una cosa giusta nel modo sbagliato o forse l’abbiamo chiesta alle persone sbagliate”.
E’ scoppiato un gran casino bipartisan ma la domanda di Idriss è rimasta al centro: Vigili, Amiu, Aster, municipio o chi altro? Nessuno aveva una risposta sicura. Ad esempio, se denuncio una certa situazione a un vigile lui deve verbalizzare o riferire o ha facoltà di fregarsene? Tutti concordi solo nell’escludere il “municipio”. “Gente che pensa solo a far carriera politica” o “che gli dici le cose e non sanno neppure a chi andarle a dire” sono stati i commenti più gentili. Sulle altre sigle e relative competenze dovremo informarci. “Questioni difficili” ha osservato Idriss, compunto, alla fine.
Così alla vigilia della domenica delle palme è cominciato il viaggio di Idriss - e il nostro! –dentro la democrazia occidentale.
(Manlio Calegari)

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Boccadasse - Ma perché non pensarci prima?

Una piazza verde al posto delle torri dell'architetto Botta e un edificio ad “U” e gradoni. Queste le proposte del Comune nell'Assemblea conclusiva del percorso di Città Partecipata per la riqualificazione dell'autorimessa di Boccadasse, tenutasi lunedì 6 aprile presso la sala parrocchiale: via, con i porticati, i centri commerciali, la palestra e le ipotesi di trasferimento della Polizia Municipale e della scuola elementare Don Milani: 3500 metri quadrati di verde e le torri sparite come a scacco matto. Dopo l'esposizione degli Uffici Tecnici del Comune e del Direttore di Urban Lab è scoppiato un grande applauso: soddisfatti residenti, tecnici, assessore, municipio. Breve dibattito, in sostanza un generale consenso, pare. Anche Legambiente non ha avuto nulla da ridire ed ha apprezzato.

Quando in pochi si è rimasti e si commentava qua e là più d'uno si chiedeva: “Ma perchè non l'hanno proposto prima? Non avremmo neppure fatto il Comitato!”
Già, perché? Perché smontare, come gli ingegneri del Comune hanno fatto in quella sede, pezzo per pezzo, il progetto dell'archistar? Secondo loro non rispondeva ai criteri approvati per il futuro PUC, ed elaborati da Urban Lab: in primis non era dimensionalmente omogeneo con il contesto e soprattutto il "verde" non era un vero spazio pubblico, cioè non era fruibile appieno dal quartiere. Ma lo si poteva verificare prima tutto questo. Prima di scatenare quel feroce dissenso culminato con la presentazione pubblica al Conservatorio, trasformatasi una fastidiosa assemblea condominiale. Dove una brutta figura l'ha fatta l'architetto svizzero, che era parso non avesse neppure visitato il luogo del contendere, nonostante la sua idea di richiamare le vecchie "mura" e Porta Soprana. Non da meno però gli amministratori nel difendere il progetto a tutti i costi, benché le motivazioni della Sindaco sulla scelta di una grande firma fossero più che comprensibili: un'eredità, un progetto ineludibile, facciamolo almeno un po' speciale, che lasci un segno. Già, un botto, che botta, come dicono quelli di Sarzana, dove la torre di 68 metri è stata invece approvata dal Consiglio comunale. Questione di skyline e di mentalità.
Una domanda però si pone anche a chi faticosamente ha provato a difendere l'architetto e l'operato del Comune: perché i cittadini devono per forza trasformarsi in Comitato per esporre le loro ragioni? Meglio sarebbe verificare prima tramite Istituzioni, associazioni, Civ o quant'altro esiste sul territorio. Quando soprattutto, come in questo caso, non ci si oppone con una "opzione zero", ma si è sempre riconosciuto il diritto altrui a procedere poiché di un progetto privato si trattava. Quindi, onore al percorso pubblico di Città Partecipata, apprezzato e comunque migliorabile, all'aver riconosciuto legittime le obiezioni presentate dai residenti. Ma perché farci del male, ridicolizzare un'amministrazione che della democrazia ne fa giustamente un vanto? Pensiamoci, visto che altre prove ci attendono, in particolare nel Levante, dal Carlini, a Villa Gentile, agli spazi che in futuro saranno lasciati liberi da Ingegneria, alla riqualificazione del Lido: Gronda doc et e a Carignano si sono già attrezzati.
(Bianca Vergati)

Posted by Admin at 17:45 | Comments (0)

25 Marzo 2009

Urbanistica - Una chicca di ottimismo

Ricordate il progetto di via Puggia in Albaro? Grandi palazzine e tanti box in una zona verde, un insediamento forte ed impattante, che il Municipio tutto all'unanimità bocciò più volte. Che un gruppo di cittadini respinse al mittente grazie al Tar. Il ricorso procedette a ridimensionare: non più un trasferimento di volumi pari a quanto "tirato giù altrove", ma la metà. Una sentenza che fece scalpore perchè retroattiva rispetto a quando fu presentato il progetto. Nel frattempo infatti si era stabilito che il coefficiente di edificabilità nei famigerati trasferimenti fosse 0,5 contro 1.
E qui sta la bella notizia: i costruttori si sono impegnati a ripristinare uno dei più bei parchi di Albaro, Villa Gambaro, che giace in miserevole abbandono, non soltanto per incuria ma anche per colpa di habitueès irrispettosi, in primis i "papà di Fuffi, Marilyn e Ossi”. Si faranno vialetti nuovi, ringhiere, un nuovo accesso per il quartiere di S.Martino: anche gli abitanti di qui potranno godere del giardino, nato come Parco della Rimembranza negli anni '20.
Sensibili migliorie ottenute dai recuperi di una ex lavanderia e di capannoni industriali in via della Cella e via Geminiano a Bolzaneto, anche realizzando parcheggi peraltro necessari, ma con notevole recupero di spazio pubblico riqualificato.
Bene, aspettiamo il tutto, ma già siamo contenti, anche a Levante si vedranno i benefici degli intenti sociali che il legislatore aveva in mente con il trasferimento dei volumi nell'urbanistica.
(Bianca Vergati)

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Moschea, un gruppo di fedeli si interroga

Vogliamo per un momento ragionare insieme e valutare le premesse e le conseguenze dei nostri atteggiamenti? Proviamo a metterci nei panni degli altri. Quanta pazienza avremmo noi se ci impedissero di avere una chiesa o, parliamo in termini non confessionali – un luogo pubblico in cui essere noi stessi ed esprimere la nostra più intima realtà? Saremmo capaci di renderci disponibili al cambiamento quando un nostro progetto, che aveva - da un punto di vista urbanistico - la possibilità concreta di essere approvato, fosse rinviato sine die, quando ci venisse proposta prima una zona, poi un’altra, con continui rinvii, offrendoci la chiara sensazione di essere giudicati tutti delinquenti in ragione della nostra identità?

E’ una concezione simile a quella di Hitler che additava come nemici dell’uomo gli ebrei, tutti, in ragione della loro “razza”. Capita anche a noi, del resto, di esser considerati mafiosi solo perché italiani.
In quasi tutti i paesi musulmani ci sono chiese, istituti e, spesso, prestigiose scuole gestite da cristiani. Vogliamo allinearci a quei pochi paesi più retrivi? Talvolta gli islamici hanno garantito la convivenza tra cristiani al punto che, paradossalmente, le chiavi della Basilica del Santo Sepolcro a Gerusalemme sono affidate, da secoli, ad una famiglia musulmana, perché i cristiani litigano tra di loro, come abbiamo visto recentemente alla televisione.
Nei periodi in cui c’è stata una grande capacità di convivenza ci sono state grandi conquiste culturali nel campo della matematica, filosofia, astronomia, nella conoscenza della cultura greca, ecc. La Spagna dell’inizio del secondo millennio, la Sicilia di Federico II, l’India del Nord nel periodo precedente la colonizzazione britannica ne sono un esempio ed ancora oggi risplendono le architetture moresche, le decorazioni a finissimi disegni, i giardini e le fontane. Sono proprio queste le zone che i turisti frequentano. Per non parlare, poi, di quanto gli Stati Uniti siano cresciuti in ragione proprio delle diversità degli immigrati, tra cui, inizialmente malvisti, gli italiani.
Nel Medioevo la Repubblica di Genova si preoccupava di offrire agli schiavi musulmani i necessari luoghi di culto e permetteva che avessero il tempo di recarvisi a pregare. La nostra Costituzione agli art. 8 e 19 riconosce la libertà di culto. Vogliamo tornare ad una “civiltà” pre-medievale, anzi pre-cristiana? Se gli scopi dei frequentatori della futura moschea fossero altri e cioè contrari alla legge, spetta alla autorità dello Stato controllare, prevenire o reprimere. Si dice che la moschea costituirebbe un pericolo perché favorirebbe i “collegamenti” fra gli immigrati allo scopo di commettere reati, ma non è più pericoloso che tali eventuali collegamenti avvengano in zone meno controllabili? Non dimentichiamo che gli immigrati abitano molto vicini tra loro, quasi in ghetti: è molto facile trovare il modo di accordarsi per delinquere, senza bisogno di ricorrere alla moschea. Non dimentichiamo invece che i responsabili delle comunità islamiche di Genova hanno promesso per tutti libero accesso alla moschea e hanno previsto che i discorsi di commento siano pronunciati in italiano: non la preghiera coranica in senso stretto che deve esser recitata in arabo, anche da chi non lo capisce (così come avveniva per i cattolici prima del Concilio, quando le preghiere liturgiche erano in latino).
Per contestare la moschea si utilizzano ragionamenti apparentemente logici, ma legati più che altro alla paura alimentata ad arte da una propaganda che fa leva sull’istinto: ben noto sistema che in tutte le epoche ha portato a nascondere i problemi veramente urgenti dei vari governi, caricando sugli “altri”, sui “diversi” di turno le difficoltà politiche e/o economiche. Tuttavia c’è un fatto ancora più grave: la contestazione mira anche ad offendere, non ragiona neanche più: prova ne sia che vengono esibiti salami e maiali con l’evidente intento di umiliare chi, per ragioni religiose, si astiene dal mangiare carne suina.
Per concludere: la situazione ci fa paura, ma per una ragione opposta: abbiamo paura del crescere di questa tensione razzista e del rischio che questo comporta, come ben ricorda un noto proverbio: chi semina vento raccoglie tempesta. Gli islamici sono ormai numerosi tra noi: non è più lungimirante chi cerca di offrire amicizia piuttosto di chi vuole lo scontro?
(Virgilio Canepa, a nome di un gruppo di fedeli di Religioni diverse impegnati nel dialogo interreligioso, aderenti alla "Conferenza Mondiale delle Religioni per la Pace - W.C.R.P.")

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24 Marzo 2009

Assistenza anziani e conti della Sanità: due questioni collegate

L'intervista a Sotgiu (CGIL) sull'assistenza agli anziani pubblicata nella Newsletter OLI 219 segue le polemiche in Regione sullo stato dei conti della Sanità. Le due questioni sono strettamente collegate. L'autore dell'intervista considera che la situazione dell'assistenza agli anziani (redditizia per i privati convenzionati e allo stesso tempo disastrosa per la parte ancora pubblica) "ha il sapore di un sabotaggio". In altre parole, si penalizzerebbe la struttura pubblica per promuovere quelle private.

Se affrontiamo scientificamente la questione delle convenzioni con privati, si fa presto a concludere che si tratta in realtà di esternalizzazioni, o outsourcing che dir si voglia. Modalità notissima e ampiamente studiata nelle discipline di gestione aziendale.

Sacrificando un po' di comprensibilità alla sintesi, posso dire che l'outsourcing è conveniente se e solo se il fornitore (nel nostro caso le cliniche e i laboratori privati) ha volumi produttivi tali da garantire superiori economie di scala e d'esperienza. Altrimenti si introducono solo maggiori costi, trasformando allo stesso tempo denaro pubblico in profitti privati.
Dal momento che nessun privato in nessuna regione italiana gestisce volumi clinici e diagnostici superiori alla regione, concludo come ha fatto l'ottimo Sotgiu nell'intervista: "Vedete voi...".
Questa conclusione costituisce l'aggancio alla questione del bilancio: per ottenere un risanamento dei conti bisogna volerlo, e l'esistenza di numerose convenzioni mostra chiaramente che questa volontà non c'è. Visto quanto sopra, dovrebbero essere limitate a coprire temporanee emergenze.
Quel che è peggio è che il danno erariale è il male minore. Pochi mesi orsono, un anziano perse la vita in una clinica convenzionata, forse perché non gli davano da bere, e il Secolo XIX, dandone notizia, scrisse che in Liguria esistono ben 68 strutture del genere, senza contare cliniche d'altro tipo e laboratori d'analisi convenzionati. Credo che la magistratura stia ancora indgando su quella morte, ma è comunque chiaro fin d'ora che, se si introducono diseconomie e si riconoscono profitti a soggetti privati, restano meno soldi per la cura delle persone e del bilancio regionale.
Ho personalmente e ripetutamente posto la questione ai vertici regionali. Hanno fatto battute e cambiato discorso. Di questi numerosi centri di profitti privati, pagati da noi contribuenti, non si può parlare. Chi tocca i fili muore.
La mia personale conclusione è che ai vertici nazionali del centrosinistra possono arrivare leader di qualità (tra Prodi e Berlusconi la differenza salta agli occhi, e anche Veltroni, Franceschini e Bersani sembrano persone di valore), mentre faccio fatica a distinguere i politici locali (genovesi) del centrosinistra da quelli del centrodestra.
(Bernardo Gabriele)

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11 Marzo 2009

Porto - La difficile rotta verso la trasparenza

Perché è così difficile farsi una opinione a proposito del porto di Genova? E perché è difficile vista la massa di articoli che sulla stampa quotidiana compaiono quasi giornalmente a proposito di questa materia? E quali sono le ragioni di contrasto tra i vari gruppi di interesse e relativi gruppi professionali che operano in porto? E sarà vero quanto per l’ennesima volta ha annunciato Repubblica (4 marzo ’09) che “L’intesa non è più un miraggio” e che addirittura è “a portata di mano” (8 marzo ’09)? E perché è stato necessario che fosse il prefetto a convocare settimanalmente, da soli o a gruppi, i rappresentanti delle categorie portuali (Compagnie, Sindacati, Autorità portuale, Terminalisti e altre operanti in porto) per sapere cosa pensavano?

E che cosa è cambiato nelle posizioni di costoro che li avrebbe convinti ad accordarsi inducendo così Repubblica a scrivere che la soluzione sia a portata di mano? Ci sono stati e ci sono altri tavoli di trattativa oltre quello ufficiale che è andato avanti per settimane in prefettura? E quali e a favore di quali accordi? E chi ha giocato e sta giocando per arrivare all’ultimo minuto dell’ultima ora dell’ultimo giorno utile – il 31 marzo 2009 – della scadenza del bando di gara relativo alle prestazioni di lavoro temporaneo nel porto di Genova? E perché da parte di quasi tutti i soggetti – tra le eccezioni la Sindaco – tante manifestazioni di ostilità verso il bando e l’adempimento di legge? E perché da parte degli stessi tanta nostalgia per i tempi andati e il “patto del lavoro” che dal 2002 e a tutt’oggi regola l’organizzazione del lavoro del porto di Genova? E perché nel 2002 le Imprese terminaliste e le due Compagnie portuali genovesi (la Compagnia Unica operante nelle Merci Varie e la Pietro Chiesa operante nelle rinfuse solide), erano arrivate a siglare tra loro quel “patto” - ratificato nello stesso anno da un decreto dell’Autorità portuale (trasmesso al Ministero dei Trasporti) e integrato nel 2004 a seguito di un ulteriore accordo? E visto che una legge che regolava la materia esisteva anche allora qualcuno poteva dubitare che il “patto” servisse solo ad eluderla? E quali erano le ragioni, gli interessi a sostegno del “patto”? E di chi in particolare?
Una buona raccolta di materiali per rispondere a queste domande si trova su www.portogenova.blogspot.com e su economiadelmare.splinder.com. Più difficile invece farsi una opinione sulla natura degli scambi passati e in corso in termini di quattrini, potere e politica. L’inchiesta sulle aree demaniali occupate abusivamente, gli accordi pasticciati per l’occupazione di terminal, i pagamenti per cassa integrazione di dubbia attribuzione e altre marachelle, è in corso da oltre due anni e la risposta delle categorie portuali è stata solo di negare o minimizzare. Che fosse quella la materia del famoso “patto”?
(Manlio Calegari)

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4 Marzo 2009

Università - Affari immobiliari sospetti

Se volete mettere mano al tetto di casa vostra lasciate perdere l’azienda estrattiva “Cave di Yarm”. Il loro sito - raggiungibile dalla rete - è muto, non interessato a possibili clienti. E’ perché la società, dal 2004, ha chiuso bottega e le sue quote sono state trasferite ad una società anonima svizzera la Configeim che al momento è in liquidazione. Insomma Yarm è sparita ma anche prima di volatilizzarsi se ne sapeva poco e niente salvo che si occupava solo di affari importanti e quindi riservati, molto riservati. Come ha scritto Repubblica l’11 febbraio scorso: “Affari sospetti, bufera sull’Università”. La bufera abbattutasi sull’Università dipende dal fatto che nel 2001 l’Università ha comprato dalla Yarm non sabbia o tegole ma un intero palazzo, il prestigioso edificio di corso Andrea Podestà, ex sede dell’Eridania divenuto in seguito all’acquisto sede della facoltà universitaria di “Scienze della comunicazione”.

Messo sul mercato immobiliare nel 2000, quando l’Eridania si trasferiva a Ferrara, l’edificio è stato acquistato dalle Cave di Yarm srl per 17 miliardi di lire per essere dalla stessa società rivenduto nel 2001– sette mesi dopo! – all’Università. A che prezzo? Più del doppio: 31 miliardi per l’acquisto più 4 miliardi di spese di ristrutturazione. Affare nell’affare: le Cave di Yarm accettavano in conto pagamento di 2,4 miliardi un immobile dell’Università che sul mercato valeva una cifra superiore.
Tutta la storia esplode tra 2007 e 2008: prima sussurrata poi denunciata – un po’ troppo tardivamente – dalla stessa università che nel frattempo ha un altro rettore. Iniziano in parallelo l’indagine della Corte dei conti che deve accertare il danno all’erario e della Procura della repubblica che deve scoprire quali argomenti possano avere spinto l’Università ad acquistare da Yarm e non direttamente da Eridania – visto che l’immobile era già nella prospettiva di un insediamento universitario – e specialmente ad accettare prezzo di acquisto (e di vendita di un suo bene) giudicato fuori mercato.
Solo un caso di malaffare o di funzionari infedeli? Sembra purtroppo che ci sia di più. E il di più è che Configeim, la società in liquidazione che ha ereditato le quote di Yarm, è oggetto da tempo di altre indagini che coinvolgono anche Levante Assicurazioni (oggi Carige Assicurazioni) e i suoi amministratori. Repubblica del 19 giugno 2008 (“Cave di Yarm, la società apriscatole Levante, Carige e crack Festival”) scriveva che la Cave di Yarm, srl creata nel 1992, era tornata a segnalarsi nel 2002, quando Paolo Arvigo, all' epoca amministratore dell' azienda che aveva sede a Genova era finito in un lungo elenco di indagati tra cui “pezzi da novanta della Carige come Ferdinando Menconi”. Nel 2004 la Cave di Yarm aveva venduto all' immobiliare Casacce - società controllata da una lussemburghese - un palazzo che a sua volta l' immobiliare aveva affittato alla Festival. La magistratura aveva scoperto che l' immobiliare era di un commercialista i cui soci di studio erano amministratori di Festival.
Yarm, Assicurazioni, Carige, Festival e ora anche l’Università: Genova per noi.
(Manlio Calegari)

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Centro Storico - I castelli di sabbia della Maddalena

Nella rosticceria in via della Maddalena le persone fanno la fila come sempre, in attesa del turno, ma un cliente dice “che malinconia ormai a venire da queste parti! Tutti i negozi sono chiusi!”.
La malinconia è pericolosamente contagiosa, la gente non passa volentieri per una strada in cui si incontrano quasi solo serrande abbassate, e il suo non andare ne farà abbassare delle altre. Le ho contate, le serrande chiuse: sono 74; quelle aperte 54. Ovviamente ad ogni negozio o ex negozio possono corrispondere più serrande, ma il rapporto è quello: sono chiusi quasi il 60% degli spazi commerciali disponibili, e tra i pochi esercizi aperti si contano ben sei call centers.

Il fatto è noto e, per merito della attività degli abitanti del quartiere, si è conquistato una visibilità sulla stampa. In questi mesi ci sono stati diversi incontri tra abitanti ed istituzioni, il Comune lancia progetti e impegna fondi: Margini, assessore competente, dice (Corriere Mercantile, 18 febbraio) “…Proprio in questa zona stiamo cercando di investire fortemente e non solo dal punto di vista economico… abbiamo deciso di rifinanziare il bando per il sostegno alle attività economiche già presenti…” . Un articolo sul Secolo XIX del 31 gennaio informa però che i bandi di Tursi (“l’ennesimo tentativo di ripopolare di attività uno dei buchi neri del degrado cittadino”) stanno andando deserti nonostante le condizioni di affitto più che convenienti, e il sostegno assicurato con finanziamenti a fondo perduto e tassi di interesse agevolati. Infatti, dice Il Secolo XIX, c’è il “contesto intorno” che frena: i potenziali commercianti attirati dalle co ndizioni di affitto si avvicinano, si informano, poi si guardano intorno perplessi e prendono tempo.
Il “contesto intorno” è stato ampiamente descritto dagli abitanti del quartiere: spaccio, violenza, prostituzione, mancata manutenzione (lampioni, selciato divelto). Margini chiama in causa altre responsabilità, dice “Il problema è che molti soggetti istituzionali sono latitanti. Essendo il Comune l’unico ad essere presente è facile che debba essere poi oggetto dello sfogo di chi protesta… Senza un intervento massiccio delle forze dell’ordine contro la criminalità di cui è ostaggio la Maddalena ogni tentativo di costruire rischia di produrre solo castelli sulla sabbia”
Una chiacchierata con uno dei commercianti superstiti aggiunge però un’altra ipotesi sulle cause del degrado della Maddalena: il trasferimento attuato qualche anno fa di centinaia di dipendenti comunali – prima clienti in zona - da via Garibaldi al Matitone. L’osservazione del commerciante è interessante perché rileva che, in bene e in male, quanto avviene in un punto della città è determinato (e quindi può essere nuovamente influenzato) anche da quel che vi succede intorno.
Resta comunque difficile pensare che questa via possa ripopolarsi con gradualità: chiunque vi si affacci ora vede il proprio destino commerciale segnato. Per spostare la situazione dovrebbe esserci un salto netto, la riapertura contemporanea della maggioranza degli esercizi, con una offerta commerciale programmata, coerente ed interessante non solo per la zona (e meno che meno per mitici ed inesistenti turisti), ma per i genovesi nel loro complesso.
(Paola Pierantoni)

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Boccadasse - Confronto pubblico sempre più difficile

- Ridateci i bus -, questo il coro che ad un certo punto risuona nell'Auditorium del Conservatorio Paganini, il giorno della presentazione del progetto dell'Autorimessa di Boccadasse, lunedì 2 marzo alla presenza del sindaco MartaVincenzi. Parole imbarazzanti anche per un architetto scafato come Botta, abituato a discutere da Baden a Shangai: vacilla un po' l'archistar e si dice pronto a rivedere i suoi disegni, senza alterarne la cifra s'intende, ma disponibile alla discussione per migliorare il suo lavoro. L'Assemblea si scioglie; lampi della stampa, riprese, interviste, prima e dopo il dibattito. Ed è un peccato, si è persa un'occasione per discutere l'idea di città che la Sindaco vorrebbe con il suo Urban Lab, lei che sottolinea nell'introduzione come l'area dismessa sia un' eredità, ma comunque un'opportunità per rivedere concezioni che altrove già si fanno strada: non più un'estensione dell'abitato con alti costi sociali, dalle reti fognarie alle strade, ai servizi. Un ritorno all'interno invece, un recupero del costruito, già attrezzato. Così come l'idea della "corte" aperta dello scapigliato Botta, per spiegare il verde dentro e non fuori dell'edificato, da percorrere in tutti i suoi spazi, attraversandolo per farne un centro vissuto, uno stare insieme.

Il comitato che tante firme ha raccolto è un po' spiazzato, a denti stretti, partiva dall'idea che i volumi non fossero in discussione, ma l'impatto delle altezze, del verde, della sostenibilità, il tipo di costruzione fossero temi da dibattere. Con la presentazione però di più progetti ed invece se n'è visto presentare uno solo. Parte del pubblico contesta, non vorrebbe nulla, non accetta il nuovo, il moderno, al più edifici che ricordino lo stile ligure. Fa inorridire la proposta di porticati, come se in tante parti d'Italia i portici non siano sempre stati solo mero riparo dal freddo, ma pure luoghi d'aggregazione, d'incontro. Oggi non più. Suscitano paura, esprimono, a torto o a ragione, l'incertezza, il senso d'insicurezza che questo tempo, la politica, la crisi, i media hanno contribuito ad alimentare. Bar, ristoranti, negozi nella corte? Solo fastidio e rumore, forse non si riuscirà a sentire la tv con le finestre aperte. Gioventù che chiacchiera, vociare di ragazzi: non val la pena chiedere di abbassare la voce a drogati, perdigiorno, che occupano i parcheggi di chi abita il quartiere, si sente borbottare.
Ci s'infiamma per le altezze, il vero unico tema essenziale, la vivibilità, l'impatto del traffico, la sosta, si perde però il dialogo sull'architettura. Fra interventi confusi, viscerali, una voce dissonante rispetto ai ragionamenti di Botta, quella di uno studente: - Ma perché l'idea della corte, che altrove è sempre stata un luogo chiuso, perchè andare da una parte all'altra dell'abitato? E perchè soprattutto non si è fatto un concorso per portare nuove idee? Tutto sembra così imposto dall'alto…
Occasione persa per tutti. Per chi non ha apprezzato la buona volontà dell'Amministrazione, vincolata a rispettare l'acquisto di un privato di un'area pubblica e che vorrebbe proporre un progetto innovativo. Che propone un iter partecipato per venire incontro ai residenti; punto di partenza per un percorso di condivisione. E’ positivo e un ringraziamento alla Sindaco è doveroso. Peccato arrivarci con un solo progetto e l'archistar nel taschino!
(Bianca Vergati)

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25 Febbraio 2009

Gronda - Débat public ou débâcle publique?

“Rivolta per la gronda. Voltri scende in piazza”, “Gronda, il no della Valpolcevera. Tensione a Rivarolo”, “Gronda, abitanti sulle barricate. Proteste anche a Sampierdarena”. Sono alcuni titoli dei giornali locali che riportano il clima incandescente della prima fase del dibattito pubblico sulla gronda dedicato alla presentazione del progetto, arrivato alla quinta puntata (la sesta e ultima avrà luogo il prossimo giovedì 26 a Bolzaneto). Registrano solo il clima dei vari incontri di presentazione del progetto. Semplicemente rovente, animi esasperati. Lo descrive molto bene Diego Curcio sul Corriere Mercantile: “netta contrarietà degli abitanti a questo tipo di infrastruttura” a ognuno dei cinque tracciati proposti, perché la soluzione è quella “di una mobilità sostenibile che sposti le merci e le persone sul ferro invece che sulla gomma”. Secondo il cronista “il Débat public, come è stato condotto finora, ha ottenuto come unico risultato quello di tracciare un solco ancora più profondo fra istituzioni e cittadini, allargando notevolmente l’area di dissenso”. A confermare il distacco è stato il modo con cui a Sampierdarena è stato minacciosamente accolto l’intervento dell’assessore alla Cultura del Comune Andrea Ranieri che ha ribadito la contrarietà del Comune alla “opzione zero”: “Ci rivediamo alle elezioni” (Coriere Mercantile, 22 febbraio). Più che un débat sembra una débâcle publique.

La questione ”opzione zero” è radicale. Ha accompagnato il dibattito fin dall’inizio, ma viene da lontano, da quando si è cominciato a parlare della gronda di ponente (allora si chiamava bretella autostradale). Luigi Bobbio, l’ineccepibile presidente della Commissione per il dibattito pubblico, ha confermato che in Francia, il paese che guardiamo come modello nei dibattiti pubblici, dopo molti anni di esperienza, si è stabilito per legge “che il dibattito pubblico avrebbe dovuto avere per oggetto non solo le caratteristiche del progetto, ma anche la sua opportunità”
In altre parole, il dibattito pubblico si sarebbe dovuto fare nella fase d’ideazione del progetto. Una ventina di anni fa perché ognuno, cittadini e amministratori, ha ormai le idee ben radicate. Può forse ancora arricchirsi raccogliendo idee, osservazioni, proposte (vedi “I quaderni degli attori”, raccolte sul sito dell’Urban Center, ma la sostanza non cambia e nessuno parla più di democrazia partecipativa. Il débat public appare invece come un mezzo per legittimare scelte già fatte. Ma chi ha avuto la buona idea?
(Oscar Itzcovich)

Dal 7 marzo al 18 aprile il dibattito entra nella fase degli approfondimenti tematici (cinque incontri): i diversi scenari del traffico e della mobilità, le cinque alternative di tracciato, la gestione dei cantieri e lo smaltimento dei materiali di scavo, l’impatto sull’ambiente, sulle abitazioni e sulle aree industriali, l’integrazione con altri progetti riguardanti il territorio. Incontro conclusivo il 29 aprile.

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Comune - Verde in svendita

Ma che affari fa il Comune! Quando si dice avere fiuto. Specialisti gli addetti del Settore Tecnico del Patrimonio che dichiarano in un delibera del 30 luglio 2002 di ritenere vantaggiosa una proposta della società costruttrice dei box di via Ausonia in Castelletto. La proposta? Semplice! Uno scambio di verde ovvero, poiché si ribadisce che l'area di via Ausonia "ha una migliore potenzialità di utilizzo nell'ipotesi di sistemazione a parco urbano", si accetta la permuta con un'altra in via Sclopis, a Sturla, che "risulta essere gerbida e scoscesa". Si sa le ferie incalzano, la delibera è esecutiva il 16 agosto. E così voilà, per 4379 euro la ditta costruttrice di via Ausonia ottiene allora di scambiare una porzione di verde in Castelletto con un'altra a Sturla. Il tempo passa, i lavori di via Ausonia si interrompono e la ditta cessa di esistere. Nel frattempo se ne fa avanti un'altra, nome nuovo, stessi componenti, che presenta tempo dopo un progetto di 52 box pertinenziali e posti auto sull'area verde di via Sclopis.

Capito il rebigo? E il miniparco da farsi in Castelletto?
E' di questi giorni la notizia che é stato rilasciato il "certificato di collaudo" per panchine sepolte, cavi scoperti, recinzioni pericolanti, topi: tale è lo stato dell'area destinata al miniparco. Una disputa legale vede di fronte la vecchia società e residenti per la manutenzione, per fortuna il cancello è chiuso a chiave. In ballo c'è pure una maxi fideiussione che la società costruttrice aveva depositato come garanzia se i lavori non fossero stati eseguiti a regola d'arte. E infatti non solo della manutenzione del verde si discute ma anche di infiltrazioni e danni a case vicine (Secolo XIX).
Intanto in via Sclopis cercasi disperatamente acquirenti, eh già, infatti c'è corsia preferenziale perchè i box sarebbero pertinenziali, legge Tognoli, ma gli acquirenti son per ora un po' pochini. E' andata buca pure l'incontro fra costruttore ed abitanti. Solo ”lusinghe compiacenti” per clienti potenziali: così viene definito l'incontro dai partecipanti.
Chi vi abita chiede almeno un verde decente, giardino pensile attrezzato, una piccola area dedicata all'orto educativo per le scuole limitrofe. Magari si tollererebbero ruspe e camion e un futuro traffico di auto inadeguato per una stradina chiusa a senso unico alternato, senza marciapiede.
Poca cosa in fondo per un terreno pagato al Comune solo quattro mila euro e su cui costruire più di 50 box. Per il verde tante parole, alle proposte però non si fanno grandi feste. Peccato e dire che il costruttore ha già dimostrato competenza: basta rivolgersi in via Ausonia, basta dare un 'occhiata ai topolini che vi corrono felici. Al Comune che definisce “situazione limite” la vicenda, complimenti. Cosa non farebbe per dare un po' di verde ai suoi cittadini.
P.S. Nell'approvazione della delibera del 2002 spiccano nomi tuttora presenti nel Consiglio Comunale attuale, di maggioranza e di opposizione.
(Bianca Vergati)

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18 Febbraio 2009

Soccorso - L’emergenza dà i numeri

Per strada non può sfuggirmi il 112 giallo sullo sfondo blu della bandiera europea, in mezzo alle sue stelline, è su una ambulanza in sosta. Ma non era il 118 il numero della emergenza? Parlo con il conducente, mi spiega che si certo si fa confusione con il servizio dei Carabinieri, che però la colpa è tutta italiana. Chissà perché ogni volta che c’è di mezzo l’Europa, l’Italia deve starne fuori. Essì, perché il 112 che in Italia è gestito dal 1981 dall’Arma dei Carabinieri, è anche dal 1992 il numero europeo per la richiesta di soccorso: dal 1992! Fin qui saremmo anche abituati alla solita inadeguatezza di chi governa ignorando le direttive UE, a parte che il 112 italiano non rispetta nemmeno gli standard richiesti dalla norma e non lo fa da tanti anni, al punto che la UE ha deciso di aprire formalmente una procedura di infrazione e forse salassarci con una bella multa di quelle con tanto zeri.

La storia nasce già nel 1991, quando mentre il 112 in Italia era già usato per un altro servizio, la UE decide di assegnarlo a livello continentale al servizio di emergenza, con tutta una serie di caratteristiche quali la disponibilità costante 24x365 e la tracciabilità geografica del chiamante per agevolare i soccorsi, tra le principali.
Mi imbatto anche in un sito di quelli istruttivi (http://www.118bimbi.it), dove si vuole fornire un sistema per insegnare ai bambini a chiamare il soccorso. Faccio la prova, alla fine di un cartoon dove il solito papà pasticcione si martella la solita mano col solito martello, il bambino viene invitato a chiamare il soccorso e gli si dà l’ok se chiama il 118. E se invece chiamasse il 112? Beh, un Carabiniere con un bel sorriso lo invita a richiamare il 118, perché il 112 è il numero dei Carabinieri! Si fa netta differenza tra Carabinieri, Pompieri e assistenza medica, per cui se il bambino prova a chiamare il 118 per un incendio lo rimandano al 115, se chiama il 112 per una martellata viene rimandato al 118, e via così. Per concludere con un bambino molto piccolo che pestando a caso i tasti del telefono finisce per chiamare il numero di emergenza inutilmente: il messaggio stranamente punisce il bambino (“questo è un numero di emergenza , non si fanno gli scherzi telefonici!”) invece che il papà disattento che lascia in giro il telefono, speriamo che non gli chiami un 144.
Alla fine del test l’immagine che se ne trae è quella di un grande disordine, si ha la profonda percezione del sistema italiano. Senza contare che si sta dando una informazione inesatta, infatti per legge sia il 118 che il 112 sono entrambe numeri di emergenza, con un 118 che andrà necessariamente a morire col tempo.
(Stefano De Pietro)

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11 Febbraio 2009

Impianti sportivi - Gli atleti invisibili di Villa Gentile

"Giù le mani da Villa Gentile" impazza in questi giorni sui giornali locali e Facebook, dopo che sul Secolo XIX è apparso uno pseudo progetto di Riqualificazione dello Stadio, l'unico in città, con la Sciorba, per chi non pratica calcio, ma atletica, lo sport degli invisibili. Un esercito di persone giovani e meno giovani che ogni giorno, ogni sera si trova per correre, per esercitarsi in libertà. Non solo. Ragazzini con nonni e genitori vanno lì per giocare nell'unico spazio verde del quartiere. A ridosso della pista ci sono scuola materna, elementari, scuola media e succursale di un liceo per un totale di circa mille alunni, che fanno magari educazione fisica all'aperto e manifestazioni sportive.

E l'idea perfetta dell'Amministrazione è quella di tirar via tutto per metterci l'autorimessa degli autobus e l’immancabile palazzotto con box in tempi biblici per ripristinare un campo-scuola dove bambini, ragazzi, persone di ogni età si rifugiano per giocare, praticare gli sport che non invadono pagine e trasmissioni televisive. Idea salubre.
Tutto pare nasca, così si afferma in Comune, dal fatto che la società Sportingenova, gestore di tutti gli impianti sportivi della città, ha chiuso con 4 milioni di euro di passivo. Così alla vigilia di Capodanno in tutta fretta si approvano projet financing per rilanciare un piano industriale. Per sostituire l'autorimessa di Boccadasse si pensava un tempo allo stadio Carlini ora dismesso, già costruito con un progetto sbagliato per dimensioni e materiali: un'operazione studio Canepa da trenta milioni di euro, che avrebbe dato alla città un grandioso impianto polisportivo, a costo zero per il Comune, finanziariamente sostenuto con trent'anni di affitto per l'autorimessa dei bus alla Spa del nordest protagonista, con ripristino del ponte che scavalca corso Europa per accedere ai tre piani di 400 box di via Tagliamento ( Repubblica, 22/04/08). Tutto sfumato? Il passivo però corre e non certo per i costi di manutenzione o di ripristino di qualche corsia di Villa Gentile.
Poco si evidenzia che Genoa e Sampdoria non pagano l'affitto di Marassi, ed è questo il vero problema, non il fatto che tante società dilettantistiche occupano per pochi soldi spazi pubblici, come sostiene l'ex atleta, capogruppo del PD del Comune. O come asserisce l'assessore allo sport che a causa dei mancati introiti dell'ICI, il Comune è costretto a disporre diversamente le proprie risorse.
Ben vengano gruppi amatoriali sportivi, anche di calcio, che svolgono una funzione sociale per grandi e piccoli. Spazi di aggregazione di qualunque sport dovrebbero essere favoriti, con i timori per questa nostra fragile società e per i più suoi giovani componenti. Tecnici ed allenatori svolgono il loro compito quasi sempre gratuitamente, dedicando tempo e risorse ad un'attività non certo remunerativa. Soltanto per passione. Così per gli utenti di Villa Gentile, dove i tecnici e ed atleti si pagano gare e trasferte: al massimo ricevono tuta e borsone, nulla di più. Una parola però ai Presidenti di grandi squadroni, che incassano introiti a gogò dall'oro nero e giocattoli: che faccia di bronzo a non pagare l'affitto!
(Bianca Vergati)

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4 Febbraio 2009

Giardini in città - A Nervi Roseto in appalto

Su Repubblica di mercoledì 21 gennaio - pagina locale “Società” – campeggia il quesito “è giusto pagare un biglietto di ingresso al Roseto di Nervi?”. Per rispondere alla domanda si sono riuniti il lunedì precedente nella sede del Municipio del Levante l’assessore al verde, il “tecnico numero uno” del Comune e uno stuolo di esperti oltre, si capisce, cittadini e rappresentanti locali. Tutti per discutere il progetto per il “recupero” del Roseto, “commissionato dalla precedente amministrazione ed ereditato da questa”, opera di un gruppo autorevolissimo di architetti del paesaggio; tecnologie raffinate, destinazioni da fiaba, investimenti all’altezza: 4 (quattro) milioni di euro in tre anni.

Un progetto che non convince i presenti: perché dividere il Roseto dal parco di Nervi con cui fa tutt’uno? Perché spendere tanti quattrini per consegnare ai privati una struttura senza alcuna garanzia e con l’obbligo di dover pagare un pedaggio per poterla utilizzare – dopo aver pagato il restauro con i soldi dei cittadini? Perché non progettare invece una “onesta manutenzione e una attenta sorveglianza, cose semplici e poco costose, e assicurare alla città una risorsa che le appartiene?
Il seguito, come in altri simili casi, sarà una commissione Comune-Municipio con il compito di approfondire il problema. Ma c’è in questo modo di procedere un aspetto inquietante emerso anche a proposito del Park dell’Acquasola. Cosa significa presentarsi ad una assemblea pubblica con un progetto di tale portata dichiarando di averlo ereditato dall’amministrazione precedente? L’attuale giunta condivide o no il progetto? E che significa che l’assessore competente dichiari in riunione che non c’è nulla di deciso e che lo scopo dell’amministrazione è quello di costituire una commissione che esamini le diverse opzioni e poi scelga la migliore possibile? In tal caso qual’era la necessità di far iniziare la discussione da un progetto già confezionato a difesa del quale il Comune ha schierato il suo “primo tecnico” e i suoi “esperti”?
Anche accettando le dichiarazioni di buona fede degli amministratori, bisogna convenire che siamo di fronte a un modo di procedere autoritario, comunque lontano dalle esigenze dei tempi che richiederebbero un ripensamento dell’uso delle risorse pubbliche (che comprendono il cervello dei cittadini), per difenderle ed utilizzarle al meglio. E’ possibile fare qualcosa di sinistra, o di centro sinistra o almeno decentemente bipartisan per i giardini genovesi?
Legambiente ha scritto in proposito cose su cui sarebbe opportuno riflettere (vedi http://www.fainotizia.it/2009/01/19/genova-e-i-suoi-parchi-storici). Forse è venuto il momento di consegnare le indagini sullo stato di salute di parchi e giardini ai cittadini e alle commissioni locali che da anni ne conoscono vita, morte e miracoli; di piantarla di pagare consulenze onerosissime per poi venire a dire che, visto che ormai ci sono, non se ne può prescindere; di smettere di praticare l’abbandono scientifico dei parchi per poi constatare che sono preda del “degrado” e che per essere rimessi a posto devono essere messi a soqquadro da posteggi e affittati ad equivoci sponsor o, diversamente, dichiarati inagibili perché pericolanti.
(Manlio Calegari)

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Centro storico - Un destino affidato al caso

Chiude un negozio in Via del Campo, con grande lutto tra gli abitanti perché era un esercizio "storico" e vendeva generi in via di estinzione: farine e legumi sfusi, da prendere nei sacchi e da pesare. Saracinesche calate per alcuni mesi e rassegnata attesa dell'ennesimo call center o kebab: il vecchio proprietario riferisce infatti che queste sono le idee di chi sta facendo avanti. Ma ecco che le saracinesche si alzano, e compaiono di nuovo i sacchi di fagioli, lenticchie, piselli secchi, farine... Dietro al bancone una ragazza col velo. Le dico "Ah, per fortuna avete mantenuto lo stesso genere di vendita..." "Si, in realtà volevamo aprire un Kebab, ma poi abbiamo chiesto un pò in giro, nella strada, e abbiamo capito che a tutti mancava il negozio di prima..."

Altra storia quella di Via Pre’, dove per molti anni un negozio di casalinghi e ferramenta si era fatto un punto di onore nell'aver ristrutturato gli spazi salvaguardandone e mettendone in evidenza la bella struttura architettonica medioevale. Qualche mese fa la chiusura, e poco dopo l'ingresso di un nuovo esercizio, questa volta un bar. Sul pavimento cala un linoleum giallo, i pilastri di pietra bianca e nera vengono dipinti a larghe strisce rosse e nere. Lungo la parete si allineano in buon numero le macchinette mangiasoldi.
Domanda: c'e' un'altra strada rispetto a quella di affidare alla buona o cattiva ventura gli avvicendamenti commerciali del nostro fragile centro storico?
(Paola Pierantoni)

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28 Gennaio 2009

Genova - Il porto fuori da “Le Monde”

E' passato poco più di un anno dalla storica contesa fra i tre pretendenti all'Autorità Portuale, tra acide e neppure tanto velate baruffe nelle istituzioni. Si sentì parlare allora di porto lungo, porto largo, porto- porta dell'Europa, corridoio cinque. Nella nostra fantasia viaggiavano quei milioni di teu di traffico previsti, li immaginavamo come mattoncini lego, pronti per essere messi a posto. Portavano lustro e lavoro alla città, tanti erano e ancor più sarebbero arrivati e da qui discussioni a non finire per strade, accessi, infrastrutture.

Di tutto questo che cosa è rimasto? Gli ultimi dati dell'Autorità Portuale (La Stampa 4/12/08) ci dicono che il traffico industriale è diminuito del 7,3% fra ottobre 2007 e ottobre 2008. A gennaio 2009 i più pessimisti ipotizzano per il futuro un meno 20%. E' la crisi, è vero, non prevista da nessuno. Ma le società traslocate o che hanno ridotto prima della crisi, qualcuno le rammenta? L'ultimo atto, quello della Maersk che anni fa puntò su Voltri 2 e sappiamo come stanno le cose in questi giorni: anche uno sparuto gruppo di giovani stranieri se ne va, baluardo della capacità attrattiva della nostra città, noi che speriamo sempre in giovani che vengano da fuori e decidano di mettere su casa qui.
Ora assistiamo alla trattativa a puntate sulla gara d'appalto: sacrosanto salvaguardare i posti di lavoro. Con uno sguardo al futuro però.
Dopo nove mandati, dico nove, il proconsole è ancora lì, tutto è cambiato, ma lui no.
Grazie a un mondo imprenditoriale senza ambizioni e grazie anche a uno così stiamo diventando, se già non lo siamo, un porto di periferia, dove i tilt del sistema informatico sono costati 60 milioni di euro e ancor più del chip può far l' indomita tramontana. Repubblica di domenica scorsa ci informa che anche Le Monde ci depenna dai porti importanti, magari lo dicono con la volpe sotto la coda. Però, dispute, indagini, mancate liberalizzazioni, situazioni di monopolio del traffico, politica che non decide, associazioni di manodopera inamovibili, che difendono accanitamente soltanto il posto dei loro soci: tutto fa.
Perciò un pensiero agli anni che verranno, ma prima di ogni cosa a quei lavoratori che pure ci sono morti, non solo per mancanza di sicurezza ma anche per formazione inadeguata. E' proprio per loro, per la loro abnegazione che non possiamo accettare il declino del porto, facendo dettare l'agenda da soggetti d'altri tempi, dimenticando i tanti non portuali che perderanno il lavoro senza tanti complimenti e senza il supporto di una cassa integrazione. Per i precari di altri lavori dalla Regione forse un milione di euro, per i camalli circa tre milioni di euro, che non vogliono: no ai 500 euro d'integrazione in più al mese.
Ora dicono - Prima il lavoro. Davvero? Con l'aria che tira, quale lavoro e per chi?
(Bianca Vergati)

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Genova città dell’Unesco e dei cancelli

Vi domando: si possono ancora chiamare fatti gli eventi di cui la stampa quotidiana o la televisione non parlano? Perché in città succedono fatti gravi o almeno importanti di cui nessuno sa e quindi nessuno parla, come se non esistessero. Fatti di cui a volte sono a conoscenza un po’ di persone che però non hanno il prestigio o i legami politici o la confidenza con le parole per farli conoscere fuori della loro cerchia. Fatti che tutti invece dovrebbero conoscere non per denigrare quel politico o per sollevare i soliti mugugni ma perché sono importanti per capire cosa sta succedendo in questa città, e come affrontare i suoi problemi.

Sabato 17 gennaio – tanto per fare un esempio – da Piazza Banchi è partito il “tour dei cancelli”. Su un volantino - privo di data e con una firma Coordinamento dei comitati genovesi purtroppo priva di recapito - le mete del tour: i cancelli di ferro che mese dopo mese si sono diffusi nel centro della città. Sprovvisti di citofono e apriporta – chissà se esiste una istituzione che si occupa dei rischi che corrono i cittadini chiusi nei recinti (ma anche quelli che abitano nelle zone limitrofe) in caso di urgenze mediche, incendio o altro? – i cancelli hanno attualmente raggiunto il numero di 25.
Come si arriva alla decisione di erigere un cancello? La risposta del volantino che convoca il tour, è semplice: abbandonando una zona. E lo dimostra offrendo una documentazione puntuale di ogni intervento: “Il vicolo viene lasciato al degrado, la strada non viene riparata per anni, il vicolo diventa sgradevole, a volte mal frequentato”. A questo punto i cittadini abitanti insorgono: non ne possiamo più, dicono. E la loro protesta ha le parole dei nostri tempi: sicurezza, sicurezza, sicurezza. La risposta del Comune sono i cancelli: dichiarati provvisori al momento in cui sono stati collocati sono diventati una soluzione stabile, l’unica offerta dall’amministrazione. Così stabile che hanno permesso il fiorire di microeconomie: a fianco dei parcheggi abusivi di moto era inevitabile che sorgesse un mercato di “posti moto”; per non dire della possibilità di procedere a ogni genere di commercio in condizioni “sicure”, protetti da solidi cancelli.
Com’è possibile, chiede il volantino, che un bene comune come uno spazio pubblico o una strada vengano sottratti alla comunità sia pure con la scusa della provvisorietà dell’intervento? Com’è possibile che l’unica risposta a una ragionevole richiesta di pulizia, di decenza, di bonifica sociale sia chiudere a chiave uno spazio? Possibile che qualcuno pensi di risolvere problemi di tale portata che con la creazione di decine di piccoli ghetti?
Non credo che sia facile rispondere a queste domande ma non è più colpevole ignorarle? Ieri, passando davanti al cancello di vico dell’Umiltà dalle parti di S. Matteo ho visto che qualcuno ci aveva appeso un cartello “Genova città dell’Unesco e… dei cancelli”. Mi sembrava un fatto importante e ho pensato di segnalarvelo.
(lettera firmata)

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14 Gennaio 2009

Genova - Numeri: virtuosi, imbarazzanti, sconosciuti

Perché i ragionamenti che fanno ricorso ai numeri appaiono più convincenti? Perché i numeri hanno bisogno di poco spazio per mostrare la loro natura. E’ vero: spesso si dice troppo poco di chi e come dia i numeri ma bisogna contentarsi. Prendete Repubblica del 9 gennaio scorso “Noi un porto per i grandi eventi”. Genova sarà il porto di “Torino 2011” – che festeggerà i 110 anni dell’Unità d’Italia (cioè un sacco di soldi) - e di “Milano Expo 2015”, altro sacco di soldi. Quanti? Tantissimi. Genova potrà metterci becco a una semplice condizione: che a percorrere in treno la tratta Genova Milano e Genova Torino non si superi l’ora. Torino è tra due anni. Un’ora tra due anni: saranno numeri fantastici?

Altri numeri – percentuali questa volta - su Repubblica dell’8 gennaio scorso. I Genovesi, si legge, sono consumatori virtuosi e il 78% di loro pensa che l’ambiente costituisca una priorità da rispettare. Virtuosi ma anche malfidenti: il 48% è convinto che la raccolta differenziata sia una bufala e che la rumenta finisca tutta assieme a Scarpino. Forse per questa ragione la “differenziata” in Liguria – malgrado il 78% di virtuosi – non raggiunge il 20%. Un neo che non oscura un altro numero virtuoso (Repubblica 6 gennaio): la Liguria ha poche auto! Soltanto – si fa per dire – una macchina ogni due persone. E virtuosa è anche perché solo il 32% (contro la media nazionale del 40%) si abbevera alle reti Mediaset (Repubblica 8 gennaio). Che però ha fatto sapere che non gliene frega niente perché i vecchi comprano meno, cioè non virtuosi ma rimbambiti.
Ancora numeri questa volta per l’economia. Su Repubblica del 21 dicembre: “Genova è più piccola ma la sua economia cresce”; del 6%. tra 2003 e 2005. La sua ricchezza viene per l’84% dal terziario in aumento del 25%. In difficoltà (“meno brillante”) invece il trasporto pubblico e addirittura male la sanità (ve ne eravate accorti?): meno 10% dei posti letto, meno 49% del personale ospedaliero. Intanto siamo arrivati al 2009: chissà cosa sarà successo nei tre anni successivi al 2005. Secondo Repubblica del 18 dicembre tra le cose successe c’era che i Liguri pagano più tasse che nelle altre regioni italiane. La notizia accolta dalla prevedibile ventata di vittimismo si spiega col possedere la Liguria il patrimonio immobiliare forse più importante in Italia. Alla faccia del fatto che la classifica nazionale della qualità della vita l’abbia vista retrocedere dal 56° posto dell’anno scorso al 77° di quest’anno (Repubblica 8 dicembre). E a proposito del patrimonio immobiliare i genovesi guidano la classifica di chi lo sa far rendere: “1600 euro per due stanze: la rivolta dei senegalesi” (Repubblica 22 dicembre scorso).
Alla prossima NL il numero dei contratti a termine in scadenza, degli scippi, della criminalità dei colletti bianchi (un record locale), dei km di strisce gialle che il Comune non ha ancora tracciato dopo essersi impegnato con AMT, delle manutenzioni mancate…
(Manlio Calegari)

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don Prospero - Moschea? Neppure nel presepe

Sulla moschea nel presepe di don Prospero si sono espresse in questi giorni le più disparate opinioni. Non sono mancati quelli che non comprendendo niente di quel gesto, del quale è già stato spiegato il senso dall’interessato, si sono affrettati a scrivere che l’anno della fuga di Maometto (Egira) è il 622 d.C e perciò di moschee al momento della nascita di Gesù non c’era neppure il seme. Un falso storico, dunque. Altri, quelli che hanno paura dei diversi e tentano di diffonderla in tutti i modi nel mondo in cui vivono, hanno minacciato il finimondo. Di fronte a questo fantaterrorismo che cosa ha fatto la Curia? Invece che difendere una scelta coraggiosa e “diversa”, ha consigliato il sacerdote di togliere la moschea dal presepe. Così a Genova, vista l’esultanza di leghisti, fascisti, intolleranti e integralisti cattolici, il gesto della Curia sarà frainteso e passerà più facilmente l’idea che una moschea è inopportuna non solo nel presepe, ma anche nella città. Si affretti Marta Vincenzi a promuoverla, altrimenti si troverà le mani legate da un referendum obbligatorio per legge che priverà per sempre i fratelli musulmani (questo intendeva don Prospero) di un luogo di preghiera, come Costituzione prevede.
(Giovanni Meriana)

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Taranto - “Il bello e il brutto” … e il cattivo

Taranto, 11 novembre 2008. La foto qui accanto, “Il cancro della mia città”, è la vincitrice di una delle due sezioni del concorso fotografico “Il Bello e il Brutto”. Eleonora Borsci, l’autrice, così la presenta: “Domenica 3 agosto 2008, verso le 19.30, un'immensa nube di fumo nero si è riversata nel cielo tarantino dall'Ilva. Complice la mancanza totale di vento, il fumo nero come la pece si è ben distribuito su tutta la città, dall'isola della città vecchia fino a S. Vito. Perchè dobbiamo subire uno scempio del genere? Quando raderanno al suolo questo mostro? Quando smetteranno di morire le persone dei Tamburi?”. Nessun premio, ma la soddisfazione di vedere scelta la propria foto tra oltre 400 scattate anche da turisti italiani e stranieri. Tutte pubblicate sul Portale del turismo pugliese, perché il concorso è stato promosso dall’assessorato al Turismo della Regione. Un piccolo ma apprezzabile contributo istituzionale alla costruzione di un’immagine non fittizia del territorio. Possibile anche perché ad essa concorre una ampia rete di iniziative politiche, culturali e artistiche veicolate spesso su internet (siti, blog, forum, youtube, facebook).

Esemplare il caso della diossina raccontato sul sito di "Taranto sociale": un membro dell’associazione, preoccupato da notizie circa greggi che pascolavano nelle aree vicine alla zona industriale di Taranto, fece analizzare un formaggio che si procurava direttamente da un produttore locale. I risultati dell’analisi mostrarono una presenza di diossine che superavano largamente i limiti di legge, quindi l’ovvia denuncia alla Procura della Repubblica. Il resto è cronaca delle ultime settimane: 1700 pecore abbattute, la rovina di varie masserie circondanti la zona industriale, la triste conferma che Taranto è la città più inquinata di Italia. “La diossina viene in buona parte dai camini dell'Ilva”, lo dice l’Arpa, l’Agenzia regionale per la protezione ambientale. Il suo sito è al servizio del cittadino. Chi vi accede non rimpiange il modo in cui l’Arpa, svolgendo il suo lavoro istituzionale, spende i soldi pubblici.
Il 16 dicembre il consiglio regionale della Puglia ha approvato, con il voto di tre consiglieri del centrodestra, un disegno di legge che adotta il limite europeo per l’emissione di diossine fissato dal Protocollo di Aarhus. Un limite ampiamente superato dalle emissioni dell’Ilva (ben 27 volte!) che rientrano invece nei limiti consentiti dalla normativa nazionale vigente (vedi lettera del presidente di PeaceLink, Alessandro Marescotti, al Ministro dell’Ambiente). Qualcuno ha scritto “Cambia la storia d’Italia”. Più probabile che sia l’inizio di uno scontro istituzionale con il governo Berlusconi.
Di questo “laboratorio pugliese” già il 13 novembre 2008, La Gazzetta del Mezzogiorno anticipava alcuni risultati: “Dalle canzoni di Caparezza alle leggi di Nichi Vendola. La diossina dell’Ilva suscita clamore e mobilita artisti e politici”. E fa notare come a dare conto dei nefasti effetti della diossina abbia contribuito, oltre gli studi sull'ambiente, il testo di Caparezza «Vieni a ballare in Puglia». Una canzone appassionata e un omaggio alla verità: precisamente ciò di cui la politica ha bisogno (Vedi il video).
(Oscar Itzcovich)

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Befana caramellosa e anche smemorata

Ma che Befana caramellosa per Legambiente 2009!
Quest'anno ai nostri politici locali poco carbone e tanti dolcetti, da sottolineare fra i più significativi quelli alla Regione che, bontà sua, ha finalmente creato il Parco delle Alpi Liguri, al Comune per la raccolta differenziata porta a porta in amplissima area cittadina, Sestri Ponente, ma che ancora non ha spiegato dove poi finiranno i rifiuti. Bonbons anche alla Provincia che ha creato addirittura l'ufficio per i diritti degli animali, ma, ahimé. ha ricevuto carbone per aver autorizzato i PUC di Recco e Arenzano.

Befana smemorata. E gli indirizzi del nuovo PUC di Genova? Disquisizioni così dotte dall'architetto imperiese ambientalista per salutare i tanto attesi Orientamenti, critiche aspre ai 17 progetti di social housing, eppoi Befana che dimentica che nei nuovi Indirizzi manca la modifica al “trasferimento di volumi“. Colpita forse dai continui lamenti dell'Ance: non si lavora più, opere ferme, crisi nera del settore. E se si dirottassero a fare case accessibili anche ai giovani o alle coppie che vogliono mettere su famiglia, per esempio? Nel Levante della città incombono megaprogetti, da via Puggia, in discussione la prossima settimana in Municipio, alla rimessa Amt, all'uliveto di Quarto, il nuovo Lido, l'ex ospedale psichiatrico, via Liri: niente che non sia di lusso. Su cui ancor più degli ambientalisti protestano i cittadini. E non si tratta di essere aprioristicamente contro, come pensa il capogruppo del PD in Comune che definisce “ambientalisti immobilisti” tutti coloro che si oppongono alla supposta riqualificazione di residenze e della sosta.
Ben vengano i parcheggi tanto per dire: ma come mai solo a Levante? Scopriamo da un'indagine sulla mobilità sostenibile in Italia (Repubblica, 6 gennaio ‘09) che Genova è la città con la minor densità di auto per abitante. Saranno tutte a Levante, poiché si stanno progettando un migliaio di nuovi box fra Piscine, Lido e Boccadasse. Viste le macchine sui marciapiedi, gli innumerevoli box fatti qui serviranno per conservare il vino o l'Appia di famiglia.
Grande soddisfazione, ed unica pare, per l’esponente di Legambiente: il park dell'Acquasola. Loda il Comune che ha rinunciato a ricorrere contro la sentenza del Tar (ma qualcuno già si chiede che cosa riceveranno in cambio i committenti), tira le orecchie perchè non si migliorano le infrastrutture (però sostiene l'Opzione Zero per la Gronda).
Legambiente distribuisce ancora carbone alla Regione dove l' ex sindaco-assessore regionale, tifava per il banana-grattacielo di Fucksas, progetto respinto soprattutto per l'opposizione di molti savonesi: dopo un libro come “Il partito del cemento” meglio ricordarsi che si avvicinano le elezioni.
Legambiente critica il cemento eccessivo dei porticcioli ma non fa parola dell'ipotesi Lido con appartamenti sugli scogli. Forse dovremo aspettare il progetto, come per Boccadasse, a giochi fatti. Intanto il porto di Sanremo è stato ampliato, così Varazze, S.Lorenzo al Mare e ad Imperia sono in dirittura d'arrivo 2500 posti-barca. In progettazione altri porticcioli a Ventimiglia, Pietra Ligure… A Lerici poi solo una sollevazione popolare ha bloccato la trasformazione in residence di cabine da rotonda sul mare.
Per tutto questo dagli ambientalisti proteste tiepidine, come si dice, lontano dagli occhi, lontano dal cuore e... dai media. Meglio travestirsi da Befana, foto e titoli assicurati.
(Bianca Vergati)

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24 Dicembre 2008

Il Natale dei diritti

Beh, è un bel pensiero quello del sindaco Vincenzi chiamare Jovanotti a festeggiare la fine del 2008 a Genova. Ha detto che si tratta di una scelta chiara da un punto di vista politico. Il cantante – che, banalizzando, è la versione italiana di Manu Chao - è diventato col tempo e con il successo un guru positivo per le nuove generazioni. Quello che fa, lo fa bene: è una garanzia. Almeno si spera.

Per espressione del primo cittadino il Capodanno in questo modo vuole essere una festa più bella, carica di significati, e di speranze per il futuro. L’anniversario della Dichiarazione universale dei Diritti dell’uomo rende tutto più semplice, ampliando la portata del momento: speriamo che le buone intenzioni, espresse anche da Nando Della Chiesa, trovino soprattutto un seguito. Ma Jovanotti non è ancora l’arcangelo Gabriele e nulla “puote” più di tanto sul corso delle cose locali. Se per grazia ricevuta fosse dotato di poteri celesti a lui chiederei per Genova almeno tre doni. La realizzazione di quei diritti che sembrano essere più impellenti.
Partirei dal “diritto alla manutenzione” che per il cittadino vuol dire moltissimo per il suo ben essere, per non sentirsi preso in giro, perché soprattutto paga. Non ci sono più un parco, giardino, aiuola facilmente fruibili; le crose che erano la ricchezza nostra stanno drammaticamente invecchiando così quando piove le strade sono sempre allagate, spesso le lastre di granito spezzate e le pietre nascondono trabocchetti pieni d’acqua. Alcune difficoltà dell’andare a piedi senza parlare di quelle enormi del traffico veicolare o dei catastrofici servizi pubblici.
Come secondo dono gradirei l’affermazione assoluta del diritto alla legalità anche se, dobbiamo dircelo, a questo punto, si tratta di un diritto ormai minoritario. “Mai più seconde file”: a Marassi, a Quezzi, a San Fruttuoso, in Corso Europa si “slalomeggia” tra impudenti - parcheggianti - lampeggianti ad ogni ora del giorno e della sera. Qualunque sosta è lecita...per qualche minuto, ora, giorno, mese...ci si abitua alla sosta in divieto e poi un bel dì si viene puniti tutti assieme: è una nuova strategia dissuasiva o la mancanza totale di una strategia di educazione stradale?
Diritto alla legalità è soprattutto fare cessare gli accoltellamenti, non si può accettare che degli adolescenti ci rimettano la vita per questioni di onore. Ci vuole più attenzione, più sensibilità, più opportunità di quelle offerte da una discoteca.
Infine, al posto della mirra, chiederei il diritto alla cultura, all’informazione, alla diversità, alla valorizzazione delle potenzialità che la città esprime, augurandomi una crescita culturale generalizzata, frutto dell’incontro tra le generazioni e dello svecchiamento del sistema di relazioni e degli apparati. Una più arruffata creatività autenticamente innovativa che sappia utilizzare meglio storia e tradizione, economia e porto, traffici e comunicazioni. Insomma una città come le altre, non la vecchia cara squallida fiera del libro di Galleria Mazzini.
Jovanotti - e non solo lui mi sa - si dovranno ben “disbelinare” nel 2009 se ci vogliono far contenti.
(Elio Rosati)

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Aspettando Marta e il Natale

In una pigra domenica autunnale, poco prima delle grandi piogge, quando il sole ancora scalderebbe ma l'aria già fa rabbrividire, i fedeli escono da Messa a Boccadasse. S'allontanano dall'ombra del sagrato, s'infilano lesti in corso Italia, spiando il mare, la luce, cercando il calore, salutano intorno incuriositi. Eh sì, perchè in chiesa a conclusione della predica hanno sentito: - Fuori c' è il banchetto, firmate per Boccadasse - . Puntuale ogni sacerdote lo ha ripetuto e così, accanto ai volontari con le piantine di beneficenza, ci sono altri volontari, quelli del Comitato della "diga", che hanno messo su un tavolino nel cortiletto della chiesa. Mostrano foto, spiegano e invitano a firmare. Quasi nessuno disdegna, i più ascoltano e firmano, anche se magari abitano al Righi. Pare un affronto. Pagine e pagine di firme, milleseicento: chi li fermerà? E' per Boccadasse, dove pure il più famoso commissario della tv ha la fidanzata, E' un pezzo di Genova , ancora uguale a se stesso, per ora.

I mesi sono passati da allora e da quando la Sindaco disse, erano i primi di ottobre, che i tempi sarebbero stati brevi, in un percorso di Città Partecipata, nulla sì è saputo. I tempi sono grami, per carità, la crisi economica, il Bilancio Comunale, le débat publique della Gronda, la questione morale del Pd.
E intanto i residenti aspettano un incontro, mai comunicato e forse mai deciso.
Prima il Progetto, giusto, poi il percorso di partecipazione, fra cittadini, Istituzioni e Committenti, ma una parola, un segnale: sembra davvero di aspettare Godot. Come passeranno il Natale Renato, Paolo, Antonietta, Grazia... tutti quelli che prima o poi vedranno portare via l'amianto, gli olii dei vecchi autobus, macerie infinite? E' vero non hanno più il rumore delle vecchie sgasate marmitte, ma per anni avranno polvere, camion, transenne e forse non vedranno più la luce dalle loro finestre. Ma che vuoi che sia, la Marta fra un 'inaugurazione, una cerimonia, una proposta autoreferenziale di Città dei Diritti, dell'Agenzia della Sicurezza Energia, di porta-porto dell'Expò 2015, è davvero troppo occupata. A meno che non si scrivano titoloni sulla stampa: forse allora qualcuno si farà vedere, forse sentire. Agli abitanti di Boccadasse un Buon Natale, sereno soprattutto, facciamoci gli auguri fra noi, gente comune, la politica ultimamente ha sempre da fare qualcos'altro.
(Bianca Vergati)

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10 Dicembre 2008

Partecipazione - Débat public a la génoise

“L’11 dicembre la prova di democrazia diretta per scegliere il progetto” (Secolo XIX, 2 dicembre 2008). Si parla dell’inizio di uno esperimento di democrazia partecipata, della preparazione di un débat public a la française decisa dal Comune di Genova. Tema, la gronda (ovvero bretella, passante) di Ponente che dovrà sciogliere il nodo della confluenza su Genova di quattro autostrade: A7 (verso Milano), A10 (Ventimiglia), A12 (Livorno) e A26 (Voltri-Alessandria). Insieme generano “i peggiori problemi di traffico autostradale d’Italia”. La gronda è un’opera di cui si parla e discute dagli anni ’80 mentre le ipotesi di soluzioni (e di tracciati alternativi) si moltiplicano. Uniscono il Ponente con il Levante e nominalmente sono tre: bassa (all’altezza del nodo di Genova Ovest), media (Bolzaneto) e alta (Busalla), ma ciascuna ha v arianti più o meno significative: un tunnel per l’attraversamento del Polcevera oppure un ponte che sostituisca il Morandi o che lo raddoppi affiancandolo a nord o a sud. Nel 2003 si contavano ben cinque soluzioni caldeggiate da diversi aggregazioni di soggetti istituzionali e di imprese (Comune, Autorità Portuale, Provincia, Regione, Autostrade, Anas). Alle quali occorre aggiungere altre soluzioni proposte, dai vari comitati che esigono di essere coinvolti nelle scelte che direttamente li riguarda, dalle persone che sotto il ponte già ci vivono, dalle persone che dovranno lasciare le loro case compresa quindi anche la cosiddetta “opzione zero” (ovvero “non si faccia nulla”).

Ricomporre opinioni e interessi è un’impresa che dopo tanto tempo e tanti progetti sembra impossibile. Ecco quindi spuntare la proposta del sindaco Marta Vincenzi di “dibattito pubblico alla francese” approvata dal Consiglio comunale del 14 ottobre per arrivare all’identificazione del tracciato migliore per la gronda. Tempi stretti. Il Comune nominerà una commissione di saggi con il compito di esaminare la documentazione riguardanti i diversi tracciati fornita dal costruttore, organizzare tre mesi di dibattito pubblico e, infine, redigere una relazione conclusiva. Il consiglio comunale darà l’ultimo parere. “Finalmente parleremo di questioni concrete, di tracciati e di costi – ha detto la Vincenzi – da venti anni non si fanno che parole […] abbiamo pagato e paghiamo, l’assenza di modelli per discutere di scelte che coinvolgono i cittadini molto da vicino”. Indiscutibile, se non fosse che la maggior parte dei protagonisti responsabili di tali fiumi di parole sono gli stess i che concorreranno al débat.
Resta capire di cosa esattamente si potrà discutere. Per Pierfranco Pellizzetti c’è il rischio che il débat public sia “solo un modo per teatralizzare la democrazia”: soprattutto è chiaro che un tale débat dovrebbe partire (come invece succede in Francia) «a monte delle decisioni, cioè nelle fasi in cui si scelgono le linee-guida e gli obbiettivi strategici per traguardare i tecnici; non a valle quando la discussione si riduce a una sorte di “prendere o lasciare”» (Secolo XIX, 27 novembre). Perplessità confermate dalle dichiarazioni dell’assessore Andrea Ranieri, incaricato di varare l’iniziativa, che ha detto: “Il débat public non riguarda l’intero tracciato ma solo quello che scavalca il Polcevera” (Secolo XIX, 26 novembre). Un débat public a la génoise?
(Oscar Itzcovich)

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Servizi - “Rispolverare” non basta

Il titolo del dibattito del 3 dicembre alla mostra Voci e volti di donne del ponente dal dopoguerra ad oggi è “Rispolverare i servizi?”. Mario Calbi, già assessore ai Servizi sociali del Comune, nella sua introduzione, dice che ci vorrebbe ben altro.
I “livelli essenziali di assistenza”, cioè i diritti di cui devono godere tutti, con certezza di finanziamento, non sono mai stati definiti.
A livello locale prestazioni e servizi sono stati decentrati e affidati a soggetti esterni, senza occuparsi di quel che doveva avvenire al centro perché fosse esercitato il necessario controllo ed indirizzo, col risultato di una grande frammentazione.

Il sogno di integrare interventi sociali e sanitari si è definitivamente perduto col passaggio di competenze dai comuni alla Regione: le prestazioni si sono “sanitarizzate” e si sono distaccate dalle politiche del lavoro e della integrazione sociale. Il numero crescente di operatori precari si è tradotto in un lavorare male, senza conoscenza dei fenomeni sociali.
Il “fondo regionale per la non autosufficienza” (20 milioni di euro) deciso dalla Regione sotto la pressione dei sindacati dei pensionati, si è tradotto in una misera integrazione del reddito che scarica a basso costo il problema degli anziani su famiglie che, a loro volta, si affidano a badanti straniere, costrette all’isolamento e inchiodate ad un ruolo servile e sottopagato.
Il completamento del quadro viene dagli interventi di tre operatrici e del pubblico: “Gli amministratori non hanno conoscenza di quel che facciamo”; “Ora che sono alla Fiumara, nella sanità, ho perso la conoscenza del territorio. Sono sommersa da una montagna di richieste individuali, che non riesco più a collegare ad un contesto sociale”; “Ora lavoriamo a porte chiuse, isolati, il lavorare con gli altri non è previsto: per farlo devi forzare la situazione”; “Il nostro non è più un servizio socio-sanitario, ma puramente sanitario”; “Non c’è solo un problema di finanziamento. C’è una questione che riguarda le scelte organizzative, il modo di lavorare”
L’assessore Roberta Papi è presente e risponde. Spiega le difficoltà, i tentativi di farvi fronte. Dice: è vero, siamo costretti a garantire solo livelli minimi per i più deboli. Abbiamo reagito al taglio delle risorse iscrivendo nuovamente a bilancio i fondi dell’ICI, di cui rivendichiamo la restituzione integrale dal governo.
Calbi commenta: ma è una scelta disperata! E l’assessore replica che era l’unica possibile, l’alternativa era un taglio del 10%.
Calbi invita l’assessore a tenere conto di quel che hanno detto le operatrici e il pubblico: “a risorse in decrescita è indispensabile ripensare i modelli organizzativi. Chi ha conosciuto il prima e il dopo può dare alla amministrazione delle indicazioni utili. L’alternativa è consegnarsi al mercato”.
L’assessore concorda: va superata la frammentazione di competenza sui servizi, il governo del terzo settore deve tornare in mano al comune. Dichiara di aver chiesto alla Regione di rivedere la scelta fatta sul fondo per la non autosufficienza.
No, “rispolverare” non basta.
(Paola Pierantoni)

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3 Dicembre 2008

Centro storico - La difficile arte della partecipazione

Gli incontri dei “liberi cittadini della Maddalena” narrano la fatica di reinventare la politica e la partecipazione. Nessuna storia collettiva alle spalle a garantire a priori un terreno comune, nessuna struttura con le sue regole codificate ad indirizzare e proteggere il confronto, nessun ruolo di direzione formalmente riconosciuto e assegnato a gratificare e sostenere chi si assume il compito di pilotare il gruppo verso direzioni, obiettivi, risultati.
Le persone raccolte ora in un locale ora in un altro della zona saranno una trentina, e sono unificate solo dal territorio in cui vivono, ciascuno ci vive in modo diverso, le domande che il territorio pone sono complesse, le risposte possibili tutt’altro che univoche.

Nelle riunioni il discorso procede per cerchi, avanzamenti, arresti. Chi propone una direzione che conduce verso un obiettivo e una azione si trova frequentemente bloccato da interventi che riportano il discorso ad una circolarità senza uscita, e deve quindi attendere un momento nuovamente propizio per rompere il cerchio e suggerire uno spostamento.
Pare di assistere ai primi passi della democrazia, sperimentata attraverso una partecipazione diretta che, al prezzo di una grande dedizione di tempo e di energie, una trasformazione nel rapporto tra cittadini, e tra cittadini ed amministratori la può davvero produrre.
Gli argomenti sono quelli che rimbalzano anche sui giornali: spaccio, prostituzione, moria di esercizi commerciali, assenza di spazi per bambini ed anziani, conflitto tra vita notturna e diritto al riposo, assenza di spazi e risorse per iniziative culturali, viabilità, topi, e possibilità di controllo e di indirizzo sui fondi che verranno stanziati per il “recupero” della zona.
Senz’altro interessante il metodo scelto per affrontarli, perché include una volontà di rapporto con il mondo esterno al cerchio dei “liberi cittadini” della zona: l’Arci in quanto soggetto che gestisce circoli e locali nel centro storico, il comitato per i Diritti Civili delle Prostitute, gli studenti, gli abitanti di altre zone dei vicoli, le associazioni degli immigrati, operatori culturali.
Con la forza che viene dalle 600 firme raccolte nel quartiere e dalla visibilità conquistata sui mezzi di informazione è stato ottenuto anche il confronto con le istituzioni: in questi mesi si sono succeduti incontri col Patto per lo sviluppo locale della Maddalena, col Civ (Centro integrato di via), e con Circoscrizione, Comune e Prefettura.
Si tentano suddivisioni di compiti e “specializzazioni” per argomenti. Vengono decise delegazioni che relazionano al gruppo sugli esiti di riunioni ed incontri. Osservazioni, testimonianze e pensieri corrono su internet.
Di fatto si tenta la politica: un fiore fragile e raro, di questi tempi.
(Paola Pierantoni)

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Rotary - I turisti per caso del centro storico

Sabato 29 novembre. Per il dodicesimo convegno del Rotary di Genova, “I buchi neri del centro storico, le nuove etnie, la sicurezza, il Ghetto”, Auditorium di palazzo Rosso, tutti presenti: Prefetto, presidente della Circoscrizione, assessori, studiosi, tecnici. In sala una situazione surreale. Da una parte, le analisi, le considerazioni, i progetti illustrati dalla numerosa e qualificata schiera di oratori, dall’altra, un pubblico rigorosamente genovese e rotariano, molto, molto anziano che col centro storico aveva, al più, il rapporto di un turista per caso.
I “veri” abitanti della zona non erano stati previsti. Solo alcuni dei “liberi cittadini della Maddalena”, saputo per caso del convegno, avevano inviato un piccolo gruppo esplorativo.

I discorsi introduttivi dicono subito l’aria che tira: dal “Governatore” Marco Canepa (“nel centro storico ci passavo da giovane, ora non so più se sia percorribile”), alla moderatrice Anna Maria Parodi che afferma che “Vivere in Piazza delle Erbe è diventato un piacere” (inducendo risatine e un darsi di gomito nel gruppo dei liberi cittadini), mentre “Via San Luca è un buco nero, ci andavo a comprare le scarpe di qualità, ora è invasa dai cinesi: ma chi è che ci va a comprare dai cinesi!?... E un altro buco nero è Piazza Banchi, occupata dai disperati!”.
Ma quando iniziano le relazioni, la cosa si fa interessante. La realtà del centro storico viene analizzata da Gabrielli, Gazzola, Prefetto e dall’Assessore Corda sotto il profilo storico, urbanistico, economico, sociale, della sicurezza. Il direttore Urbanistico del Comune e l’Amministratore delegato di Arred (Agenzia regionale per il recupero edilizio) illustrano il Contratto di quartiere del Ghetto, dettagliando interventi urbanistici, culturali, sociali; precisano entità, provenienza e finalizzazione dei finanziamenti e tempi di realizzazione delle opere. Presentano grafici, fotografie, progetti.
Oliva, coordinatore del Piano di sviluppo locale della Maddalena, parla delle tappe previste per il recupero della zona. E’ l’unico che fa riferimento alla esistenza “di movimenti degli abitanti che stanno generando nuove idee”, e a dire che “E’ possibile avvicinarsi di più al territorio, i processi avanzano col dialogo e non solo con la tecnocrazia”
Vero, ma a questo fine, il convegno in questione è del tutto inutile: lì gli abitanti del centro storico con tutte le differenze e complessità di cui si è parlato in lungo e in largo proprio non ci sono. Ci sono solo signore e signori che, viene detto sull’invito, verranno “ristorati con un convivio al circolo Tunnel”.
In buona sintonia con loro Siri, presidente della Circoscrizione Centro Est, che si butta sul linguaggio espressivo: parla delle prostitute di via della Maddalena e finemente aggiunge “io le chiamo zoccole”, una del gruppetto alieno ribatte ad alta voce: “sono esseri umani come tutti” ma viene zittita da un signore dai candidi capelli: “Stai zitta tu!”, “Lei intanto mi dia del lei!” “io ti do del tu come voglio!”. Mah.
Si potrebbe pensare ad un miglior utilizzo del tempo e delle competenze di studiosi ed amministratori.
(Paola Pierantoni)

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19 Novembre 2008

Lido - Tante parole, tanto sconcerto

Tante parole, tanto sconcerto , volumi, cemento sugli scogli… ed ecco il resoconto da sinistra", di un volenteroso giovane Consigliere del Municipio del Medio Levante sul progetto del Nuovo Lido in corso Italia ( Newsletter ufficiale, inv. 15/11)

O.d.G. della 24° seduta della 2° Commissione Consiliare del 13 ottobre 2008. Linee progetto Lido: saranno presenti i progettisti.

Seduta
Alla presenza di un nutrito team di progettisti e dell’imprenditore Mario Corica, è stato presentato nei dettagli tutto il progetto di rinaturalizzazione (1) dello stabilimento balneare Nuovo Lido.
Il progetto tende a ricucire tutta l’area alla Linea Blu (linea guida del disegno di UrbanLab e Renzo Piano), ma soprattutto a decementificare (2) il più possibile garantendo accessibilità (3), fruibilità (4) e visibilità (5) maggiori.
Quanto presentato è ancora in fase di masterplan esplicativo delle linee guida che muovono l’intervento. Saranno demolite tutte le cabine in cemento sopra il cono visivo passeggiata/mare; è prevista una quota di residenze nell’area a Levante, fra il Lido e Boccadasse, una quota (6) adibita a Hotel e SPA e una quota di commerciale, di settore turistico/ricettivo.
Affascinante (7) la nuova costruzione del centro velico (8) che porterebbe “la vela” in Albaro che, insieme al nuoto (Stadio d’Albaro) e al tennis, faranno del quartiere un punto di rilevante interesse per lo sport a livello locale e nazionale.

Il progetto, rispetto agli elaborati di massima presentati risulta molto interessante ed è stato accolto positivamente da tutta la Commissione. Il punto critico (9) sul quale il dibattito si è soffermato è la mancanza di posteggi (10) a rotazione: da parte della Commissioni ci sono state richieste precise al costruttore per fare in modo che un progetto di così ampio respiro non possa essere soffocato dalla carenza di posteggi a rotazione in grado di garantire la mobilità dei visitatori e dei residenti (sic!).

Glossario:
( 1)rinaturalizzazione. Vedi decementificare
( 2)decementificare: togliere la pavimentazione in cemento. Aggiungere 2500 mq di residenze, 2000 di hotel, 3100 mq di bar, negozi, ristorante. Si ha così la rinaturalizzazione.
( 3)accessibilità: camminare su passerelle in legno a zig zag della lunghezza ciascuna di circa 200m. E' un nuovo tipo di "struscio" ecologico perchè fatto in riva al mare su legno.
( 4)fruibilità: uso esclusivo de la mer per i proprietari dei 30 appartamenti pied dans l'eau e dei clienti dell'hotel rigorosamente in accappatoio bianco.
( 5)visibilità: sguardi gioiosi alla battigia e alla linea dell'orizzonte.
( 6)quota: quantità dall'aspetto immateriale, come le quote-latte Ue per i cittadini.
( 7)affascinante: chissà perchè si deve pensare solo a George Clooney.
( 8)centro velico: partenza da riva fra i bagnanti per barchine, laser, visto il fondale impervio e la carenza di pennello d'approdo.
( 9)punto critico: chi non ce l'ha? Basta farsene una ragione.
(10)mancanza di posteggi: argomento che provoca astinenza a destra e a sinistra. E allora? Costruiamone degli altri, sotto corso Italia, sotto i campi da tennis Campanella, sotto i giardini, arrivando in via Livorno dove anche D. Viziano ha un suo bel progettino di 120 box nella deliziosa verde valletta del Rio Parroco.
P.S: Sala Rossa Rossa, Tursi, mercoledì 12 novembre, audizione di associazioni come Legambiente, Italia Nostra, Ordine degli architetti sugli Indirizzi per il nuovo PUC.

Neppure un invito a contenere/eliminare lo spostamento dei volumi: continuerai a comprare in via dell'Acciaio e potrai costruire dalle suorine di via Zara. Va tutto bene.
(Bianca Vergati)

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5 Novembre 2008

Albaro - Tra tsunami e restyling

Onda Anomala, che fortuna! Nello sconquasso che ha prodotto il tempo in questi giorni sulla costa genovese ci sarà qualcuno che gioisce: i fautori del Progetto Nuovo Lido in corso Italia. L'Imprenditore proponente domenica mattina 2 novembre, si aggirava con l'aria niente affatto costernata tra le macerie dello stabilimento, sbofonchiando al telefonino, sorridendo sotto i baffi. Chi avrà chiamato? Bertolaso forse, che dovendo venire in Liguria, con corsia preferenziale prenderà atto del disastro. Anche il Comune esaminerà d'urgenza il tutto? Si potrebbe ipotizzare di sì.

Il primo cittadino ha impartito la sua laica benedizione al piano di riassetto del litorale. Il progetto contiene tutte le premesse perché la riqualificazione avvenga sulla base di interventi di qualità e finalizzati alla rinaturalizzazione della struttura esistente. Così recitavano le dichiarazioni del Sole 24ore del 17 settembre e perdonate la vetustà della citazione, proprio per proporre una versione di giornale non locale.
E ora che il mare ha fatto danni… Olè! Certo, era lo stabilimento dei ricchi, trent'anni fa però, come ha dimostrato la malinconica celebrazione dei suoi Cent'anni a settembre. Ora l'età dei bagnanti è over 60, pensionati, come la media statistica degli abitanti della città, un 25% contro il 18% di quella nazionale: lo spazio per giovani e bambini è sempre ristretto, disturbano le chiacchiere o il pallone, visto che la terza età ci passa ormai tutta l'estate.
Rinnoviamo allora, attiriamo nei nuovi spazi tanti turisti, operatori del Salone, quelli che visitano l'Acquario, croceristi, sperando che non tirino dritti come al solito.
E' l'occasione per il Levante, ha ribadito il Sindaco nel recente incontro con i cittadini PD all'hotel Rex di Boccacadasse, il 22 ottobre.
Da questa parte si viene per cambiare aria, quale bambino di Genova qui non ha mangiato un gelato? Facciamone un luogo di attrazione, di sport integrati, dalle Piscine del Nuoto alla promenade del Nuovo Lido. Peccato che su questa promenade dimezzata, si affacceranno tremila mq di commerciale. Quante licenze, Signora Sindaco?
Sappiamo bene che i costruttori non sono dei Babbi Natale: si decementificherà il Lido, che per la verità di un restyling ora ne ha bisogno più che mai. Senza dimenticare chi vende, imprenditori che tanto lavoro hanno dato, sempre hanno investito nella loro impresa, decuplicando i volumi del palazzotto Liberty che c'era!
Fortunati quei trenta appartamenti pièd dans l'eau, che con hotel e beauty farm avranno l'altra metà del litorale: forse la legge Galasso non vale per tuttti, qualcuno può costruire a meno di 300 metri dal mare, deroga al PUC obbligata. Che importa se da Boccadasse a Punta Vagno , soltanto quel fazzoletto di spiaggia libera a S.Giuliano e tanti stabilimenti da falò.
Così con materiali e vegetazione di pregio, come consiglia Urban Lab per una promenade di soli duecento metri "fruibile" però da tutta la città, in riva al mare, con passerelle di vetrine: voilà il Lido del futuro. Visti gli andamenti dei consumi, e i soldi in tasca della gente, tutti al Lido per farsi un bel massaggio, che costerà un nonnulla tra frivolezze varie.
(Bianca Vergati)

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29 Ottobre 2008

Albaro - Progettualità urbanistica e politica

Sorridente, spolverino grigio perla, nuance tutt'una con la capigliatura, arriva la Sindaco, puntualissima all'hotel Rex di Boccadasse, mercoledi 22 ottobre, nove di sera. Tanta gente, gruppi sparsi, fans del Pd, che l'incontro ha organizzato e gli infiltrati, quelli dei comitati. L'argomento è spinoso, si parla di Progettualità Urbanistica in Albaro e dalla Politica ci si aspetta di essere rassicurati sulla quotidianità proprio in momenti incerti come questi.

- Eredità, cemento in eredità -, sottolinea la Sindaco. E' un fatto però che l'offensiva del mattone ha ripreso le danze. Hai voglia di dire: progetti già decisi, qualcuno Le precisa che d'ora in poi ogni mattone avrà soltanto la Sua targa.
- Ne sono consapevole -, ribatte Lei, ma snocciola implacabile numeri pesanti per coloro che si vedranno erigere 91 appartamenti e 200 box al posto della rimessa AMT di Boccadasse.
- Il dibattito pubblico ci sarà naturalmente, come è stato per l'area Boero, in tempi ristretti -, definendo però un bel progetto - a titolo personale s'intende - quello presentato dall'architetto Botta, che invece ha fatto inorridire ed allarmare i residenti. Ma le cifre sono quelle: novemila mq. di appartamenti e due piani interrati di parcheggi, lasciando senza fiato gli abitanti del quartiere. Poco importa se fra il traffico, le scuole, le strade, le più battute a Levante, i locali del Borgo, sicuramente la qualità della vita non migliorerà. L'area è venduta e gli acquirenti hanno i loro diritti: e i diritti dei cittadini che ci abitano già?
E gli spostamenti di volumi? Meno male che c'è il Tar, si sospira a bassa voce, PD e non.
- Gli Indirizzi di Pianificazione sono un "Non-piano", linea verde e linea blu limiti imprescindibili- dice la Sindaco e glissa partendo da Urban Lab, passando dal porto, gli Erzelli, "un'opportunità per il Levante": ma non era un 'opportunità per il Ponente? Si libererà così l'area dell'Università. Eh già, la Villa Cambiaso s'è venduta e così la Villa Raggio, mentre ad Ovest le Ville si comprano. Per finire al Nuovo Lido: un' occasione per il Levante...che deve cambiare, cambiare funzione, integrarsi con la Città.
L'assessore Margini, presente anche lui, interloquisce: ok alla variante di salvaguardia, però in questa città si sta sempre fermi, non se ne faccia nulla e peggio per tutti.
Si sa, bisogna accettare i cambiamenti, incentivare la vocazione turistica. Aspettando i duemila croceristi che per ora, imprecando contro il traffico nostrano, stanno in coda e al massimo comprano panino. Che guadagno per Genova, mentre altro cemento arriverà fin sugli scogli. Ora però si chiama "riqualificazione" e i giovani aspettino pure a mettere su casa e famiglia con gli affitti che girano e le case di lusso in programma, tanto hanno da aspettare il lavoro.
(Bianca Vergati)

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Trasparenza - “Cosa sarebbe Cornigliano senza le associazioni?”

Molti sono ancora i problemi che preoccupano gli abitanti di Cornigliano: traffico, ospedale, depuratore, polo scolastico, inquinamento. Si tratta della riqualificazione del tessuto urbano in un contesto dove la presenza dell’Ilva, per quanto riconvertita al freddo, non è affatto rassicurante.
In una intervista su Repubblica-Lavoro del 6 ottobre l’assessore comunale ai lavori pubblici Mario Margini risponde all’attacco delle associazioni di Cornigliano che contestano al Comune un “eccesso di ottimismo” nel bilancio di quanto è stato fatto verso la riqualificazione urbana. Margini lo rivendica e insiste nella necessità di affrontare i problemi ancora esistenti insieme agli abitanti: “l’intero quartiere deve essere coinvolto nell’operazione di risanamento”, “l’apporto dei cittadini è fondamentale”.

L’apporto dei cittadini richiede una trasparenza da parte dall’Amministrazione che non deve essere all’ordine del giorno se l’associazione “Per Cornigliano” ha dovuto dare mandato a un avvocato di presentare “un’istanza di accesso alle amministrazioni locali per prendere visione e ottenere una copia degli atti relativi all’incontro dell’11 giugno scorso e di tutte le iniziative inerenti all’accordo di programma promosso tra le amministrazioni locali e le acciaierie del Gruppo Riva” (Corriere Mercantile, 10 ottobre). “Si sono determinati sviluppi che suscitano serie preoccupazioni” – dice Cristina Pozzi, presidente dell’associazione. Un esempio: “gli enormi capannoni al cui interno saranno collocati i nuovi impianti siderurgici, sono stati costruiti a poche decine di metri dell’abitato di Cornigliano e i limiti posti dagli accordi tra amministrazione Ilva alla potenza delle emissioni acustiche sono troppi alti”.
In una lettera pubblicata da Repubblica-Lavoro (28 ottobre), il presidente del circolo Arci-Uisp “Rizzolio” Riccardo Ottonelli torna sull'intervista di Margini: “Nessun attacco all’eccesso di ottimismo dell’assessore Margini, ma solo una giustificata diffidenza di tutti i Corniglianesi sopravvissuti che come me hanno subito un lento ed inesorabile degrado durato oltre sessant’anni e vivono oggi con la paura di vedersi sfuggire di mano questa unica irripetibile occasione. L’inquinamento ed il degrado hanno ucciso e tolto la voglia di rimanere a molte famiglie ed è grazie alle associazioni che sono rimaste nel quartiere rappresentando a tutt’oggi rifugi sicuri e surrogando spesso ruoli che dovevano essere di altri se qualcuno come me è rimasto. Cosa sarebbe Cornigliano senza le associazioni?”.
(Oscar Itzcovich)

Posted by Admin at 17:05 | Comments (0)

Traffico - Vigili in borghese e codice etico

Ma guardate in che tempi viviamo; che ci vuole un prefetto per dire che la repressione di chi viola il codice della strada deve seguire la strada della legalità (Repubblica 23 ottobre '08). E che per sanzionare i comportamenti illegali non c'è bisogno di vigili in borghese o mimetizzati. In altre parole che i verbali redatti stando alla finestra o osservando il traffico da un autobus - come pare che già succeda - non sono una cosa da paese civile.

Meno male: grazie al prefetto non rischieremo di vedere vigili appollaiati sugli alberi o sdraiati sui tetti. Una fortuna per tutti anche per i vigili che non correranno il rischio di cadere di sotto. Tra l'altro si tratta di una pratica assolutamente inutile: non c'è bisogno di travestirsi o di imboscarsi per prendere atto che una gran parte degli automobilisti telefona mentre si trova alla guida dell'auto; lo stesso per constatare il superamento della doppia riga, la velocità pericolosa, il passaggio col rosso, i marciapiedi posteggiati ecc. ecc. Basta solo mettersi lì, ai semafori, agli incroci, nei punti caldi che tutti conoscono.
La domanda che conviene farsi è però un'altra: perché la vigilanza urbana - malgrado le sollecitazioni ricevute negli ultimi tempi - è così restia o incapace ad affrontare un problema che interessa contemporaneamente la sicurezza dei cittadini a cominciare dai pedoni, la fluidità del traffico e in generale la possibilità di rendere la vita cittadina più decente?
Non è una questione secondaria. La diffusione dei sistemi automatici di controllo - ad esempio le telecamere a difesa del percorso dei bus - è accettabile solo se nello stesso tempo si accompagna ad un più generale controllo dei comportamenti sanzionabili. L'impressione è invece che la scelta degli automatismi elettronici faccia il paio con il progetto di mandare in giro vigili mimetizzati. Entrambi i provvedimenti sottolineano l'assenza fisica del corpo di vigilanza e polizia a cui i cittadini tramite l'amministrazione hanno consegnato la responsabilità del controllo del traffico urbano e lo scoraggiamento, grazie alla loro presenza, dei comportamenti pericolosi. Significa forse che il Comune è più interessato ad incassare il frutto delle sanzioni che a scoraggiare i reati?
(Manlio Calegari)

Posted by Admin at 16:58 | Comments (0)

Centro storico - Il linguaggio del quartiere e quello del Comune

“Ruolo progettuale e di connettivazione sociale”, “installazione di segni urbanistici”, “tavoli di lavoro multiattoriali”, piani che “attualizzano ed orientano l’operatività presente e futura”, “sedimentazioni del processo in atto”: questo è il linguaggio utilizzato dal Comune per presentare alla stampa il “Piano per lo sviluppo locale” finalizzato a rilanciare l’area della Maddalena e sostenuto da un consistente finanziamento: un milione di euro dati alle imprese in conto capitale o interessi per “mantenere, valorizzare e potenziale attività commerciali, artigiane, turistiche e di servizio”,

Dall’altra sponda il chiaro linguaggio di chi abita in zona e che ha organizzato assemblee e raccolto firme per esprimere la difficoltà “di convivere con lo spaccio e con la prostituzione a cielo aperto”, e per chiedere “azioni di cambiamento immediate atte a trasformare e migliorare radicalmente la vivibilità della zona”, per “interrompere questo connubio tra malavita organizzato - diciamo pure mafia - e soggetti istituzionali immobili o rimbalzanti”, per esprimere la critica ad un piano “carente nella lettura dei bisogni sociali, nelle soluzioni per l’integrazione etnica, e nella totale assenza di considerazione per le esigenze dei bambini del centro storico”
Per ora il confronto tra i “liberi cittadini del Sestriere della Maddalena” e il Comune è stato deludente: un incontro con l’assessore Scidone che si è dichiarato non a conoscenza del “piano”, e che si è rifugiato nella promessa di un incremento della video sorveglianza. Ma non è questo che vogliono gli abitanti della zona. Quello che chiedono è di poter partecipare: alla analisi della situazione, alla ricerca delle soluzioni, alla destinazione delle risorse.
Ora la possibilità di dialogo è affidata ad una richiesta di incontro indirizzata direttamente alla Sindaco.
Anche il linguaggio delle prostitute colpite dalla ordinanza sulla chiusura dei “bassi” è chiaro: “Non vogliamo essere espulse, vogliamo partecipare alla ristrutturazione e al riordino del centro storico, collaborando noi stesse al rilancio”, “apriamo un dibattito invece che nascondere sotto il tappeto la polvere e far sembrare pulita la città e le strade”, “come tutti i cittadini anche noi abbiamo diritto di vivere nei nostri luoghi”. Anche loro hanno chiesto un incontro alla Sindaco.
Ma non c’è nulla in mezzo tra Sindaco e cittadini?
(Paola Pierantoni)

Posted by Admin at 16:51 | Comments (0)

15 Ottobre 2008

Genova - Abitanti di oggi e di domani

"Solo vent'anni per salvare Genova": titolo a piena pagina di Repubblica 30 settembre. Numeri alla mano, uno studio della Bei (Banca Europea degli Investimenti), conferma che Genova è la seconda città più vecchia d'Europa, che continua a perdere abitanti specie nella fascia d'età tra i 20 e i 40 anni, quella che mette su famiglia. Ne hanno parlato a un convegno -"Le frontiere della nuova cittadinanza"- dove era presente anche la sindaco che ha sospirato: "Non ci sarà sviluppo se si continua a investire nell'esplosione delle città. Occorre lavorare per aumentare la capacità di attrazione... Se continuiamo con le politiche attuali nel 2031 saremo una piccola città e non ci sarà lavoro per i giovani".

Con meno enfasi e, in compenso, con maggiore attenzione alle dinamiche genovesi, sullo stesso giornale ne ha scritto, in più occasioni, Arvati. I saldi della città sono negativi: il maggiore contributo alle nascite viene dalla popolazione immigrata, che però fatica a trovare case ad affitti decenti e, essendo le occasioni di lavoro modeste, sta da tempo prendendo la strada di una seconda migrazione verso città italiane che offrono di più. Osservazioni pacate e incontrovertibili a suo tempo lasciate cadere che la politica torna a scoprire grazie alla gran cassa d'un convegno.
Lo scenario della Genova del 2031 è del genere "Fuga da New York. Per immaginarlo non ci vogliono sforzi di fantasia. Basta dare una occhiata alla Genova d'oggi. Una città di anziani, di colonie di badanti (sempre di più) che li accudiscono, sede di società finanziarie, immobiliari, commerciali e di quelle specializzate a fornirgli i servizi necessari (notai, procuratori legali, periti ecc.), appendice di un Nord laborioso che, a un paio d'ore di macchina, ha la seconda casa, il posto barca e un po' di negozi che propongono griffe raffinate. Principale attività manifatturiera locale sono le costruzioni e le ristrutturazioni: palazzi, quartieri, park e simili. Gli immigrati confinati alle impalcature.
E i giovani? Ecco, appunto, i giovani. Giovani vuol dire lavoro, abitazione, trasporti, cultura. Ne girano per la città alcune decine di migliaia che arrivano qui per studiare: assaggiano la città già da oggi, le sue stanze, i suoi trasporti a cominciare da quelli ferroviari, i suoi prezzi, la sua "offerta culturale". Qualcuno si è chiesto che esigenze hanno, cosa pensano, se di fronte ad una occasione interessante - di lavoro, di residenza... - tornerebbero ad abitare in questa città?
Una città dove la lungimiranza politica ha voluto dire lasciare mano libera al cemento e costruire box, affitti alle stelle come pensa di poter ringiovanire?
Pazienza che il presidente di Carige continui a ripetere - dice sempre le stesse cose, se ne sono accorti al Lavoro? - che il destino di Genova e della Liguria siano le case, specie le seconde, i posti barca e una autostrada per fare più in fretta ad arrivarci. Ma chi la pensa diversa cosa ha intenzione di fare?
(Manlio Calegari)

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Comune - La voce del popolo e il silenzio del governo

Della voce del popolo si sono fatti carico nelle ultime settimane tre preti. A qualcuno può dispiacere ma se le cose stanno così perché non dirlo? Alla città e ai suoi amministratori questi preti hanno detto -a modo loro, si capisce- che si deve cambiare. Che per qualcuno, i ricchi, gli speculatori, i corruttori, i fannulloni magari va benissimo ma per gli altri - quelli che vogliono una città ospitale, solidale, curiosa, le cose vanno male, molto male.
Per primo ha parlato don Luigi Traverso (Repubblica-Lavoro, 23 settembre), mitico parroco di San Siro, uno che ha sempre fuggito il palcoscenico e ha aperto la sua chiesa e le sue tasche a tutti e in tutti i modi. Ha detto semplicemente: scusate ma siamo arrivati al capolinea, le necessità ci sommergono, davvero non ce la facciamo più. Da allora son passati giorni ma nessuno di quelli che contano gli ha chiesto cosa vede dal suo osservatorio e cosa si dovrebbe o potrebbe fare.
Non si tratta di metterlo in lista per dargli il grifo ma almeno di ascoltarlo.

L'8 ottobre Don Paolo Farinella con una lettera su Repubblica-Lavoro ha chiamato direttamente in causa gli amministratori. I servizi sociali sono morti, ha scritto, e voi continuate a ripeterci "come un disco incantato" che non ci sono i soldi. E' vero, lo sappiamo: la cassa è vuota ma voi cosa ci state a fare al governo di questa città? Per ripetercelo? Se è solo per questo potete anche chiudere bottega e portare la chiave del comune in tribunale. Non si tiene aperto un comune solo per mantenerne in vita le strutture (ndr, a maggior ragione quando pesano per il 90% sul bilancio comunale).
Il 9 ottobre (Repubblica) è stata la volta di Andrea Gallo, della Comunità di san Benedetto. "Come uomo, cristiano, prete coordinatore di comunità, mi colloco con indignazione dalla parte dei cittadini che vogliono reagire". A cosa? Ai tartufi che si nascondono dietro al democraticissimo voto del Municipio del Centro Est che rifiuta la costruzione della moschea. Negare la libertà di culto, scrive Andrea, significa cancellare la Costituzione. Gli amministratori della città non devono chiamare i cittadini a referendum sulla Costituzione ma a farla rispettare. Non possono nascondersi dietro decisioni incompatibili con i fondamenti della nostra democrazia. La smettano di "frenare e rimandare". Non sarà facile, aggiunge, ma è la sola strada, ancorché faticosa, per battere l'intolleranza.
Dei tre solo don Farinella s'è guadagnato una risposta. Gliel'hanno dato su Repubblica del 12 ottobre l'assessore al bilancio e quello alle politiche socio sanitarie. Numero per numero gli hanno riletto le voci di bilancio con cui loro hanno dovuto fare i conti e come hanno cercato di salvare il salvabile e comunque di nuovo hanno ripetuto "come un disco rotto" le loro ragioni: l'abolizione dell'Ici, i mancati trasferimenti ecc.
Peccato che abbiano dimenticato di rispondere alla domanda principale: tenete in piedi un comune (che pesa per il 90% della spesa) solo per “mantenere degli impiegati”?
(Manlio Calegari)

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8 Ottobre 2008

Genova - La bandiera della pace scatena le proteste



Una risoluzione dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite ha dichiarato il 2 di ottobre, giorno della nascita (nel 1869) di Mahatma Gandhi, la ’Giornata Mondiale della Non-violenza’.
La giornata è stata celebrata in tutto il mondo e, nel suo piccolo, Genova a voluto essere presente. Così Luca Borzani, presidente della Fondazione per la cultura, ha disposto che sulla Torre Grimaldina di Palazzo Ducale, insieme alla insegna di Genova, fosse anche alzata la bandiera della pace. Secondo l’edizione locale del Giornale, il fatto ha infastidito quella parte di Genova che la considera “un simbolo non condiviso e pertanto non aveva senso che sventolasse sul Ducale” e, quindi, di fronte alle proteste, la bandiera della pace è stata rapidamente rimossa.
Peccato! Anche se “è drammatico che il mondo di oggi abbia bisogno di una Giornata della Non-violenza. Il resto dell’anno come ci si comporta?” (EF’s Blog).

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1 Ottobre 2008

Centro storico - Un intervento delle forze dell’ordine

Sulla stampa cittadina nessun cenno ad un episodio allarmante e singolare: venerdì 1 agosto, poco dopo mezzanotte, tra vico del Campo e piazzetta dei Fregoso si verifica una vera battaglia, con trenta persone divise in due bande avversarie, una di nord africani, l’altra di latinoamericani, che si affrontano con spranghe, corpo a corpo, lanci - che arrivano a primi piani delle case - di bottiglie di vetro, pezzi di sedie, frammenti di oggetti raccattati dal deposito di spazzatura e residui di ogni tipo che forma una permanente montagnola nella piazzetta dietro via del Campo.

Molta la gente alle finestre: le risse, in zona, non sono rare, ma questa volta c’è un salto che rompe l’assuefazione, e in diversi tentano di chiamare il 112. Appena presa la linea, però, ogni volta la chiamata si interrompe. Quando, in un caso, risponde una voce, è solo per dire di chiamare il 113. I sei o sette carabinieri che arrivano dopo quasi mezz’ora sono insufficienti a b loccare le vie di fuga, e le persone impegnate nella battaglia hanno tutto il tempo di allontanarsi tranquillamente. Un abitante affacciato alla finestra protesta: “Fate pure con calma! I vostri colleghi ci buttano il telefono sulla faccia!” Da sotto i carabinieri rispondono che non è possibile, e lo scambio tra la protesta del cittadino e la replica dei carabinieri si ripete più volte, fino a che uno degli agenti urla “l’uccello tienitelo in gabbia!” e lancia un “se hai da dire qualcosa scendi giù!” che, saggiamente, non viene raccolto.
Rassegna dei commenti che sono seguiti: la convinzione di essere privi di difesa e impotenti in una situazione di degrado, il sentimento di offesa per il rifiuto di una collaborazione che era stata offerta col tentativo di segnalare tempestivamente un episodio insolito di particolare gravità, la rabbia per la volgarità delle parole usate da uno degli agenti, la tentazione di abbandonare una zona della città in cui pure si era scelto di abitare. Un episodio, al dunque, perfetto per alimentare intolleranza e sfiducia. Incuria, inefficienza, intenzione?
(Paola Pierantoni)

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16 Luglio 2008

Fermata d’autobus/1 - “Nessuno vi ruba il lavoro”

Una sera di questi esco dal lavoro vado alla fermata di autobus. E mi capitato di esistere in un piccolo discussione su di noi stranieri. Erano in due e parlavano tra se. Magari mi diresti che non si po' ascoltare discorsi di altri persone, ma questo caso molto diverso. Questi persone (A e B) parlavano alla voce alta. Adesso Vi racconto quel discorso .
A - questi stranieri vengono qui e vivono come se forse casa loro. E noi Italiani abbiamo il sangue Italiano la carta d’identità, noi ci sentiamo molto male e vero che se non forse loro noi ci stavamo qui molto meglio.
B - missa che anche questa ragazza straniera.
A - ma si vede che straniera da lontano.

Puoi ci interrotto
Io - scusati ma parlate con me per caso.
A - ma si parliamo con te sono colpa vostra che noi non abbiamo lavoro, voi venite qui e noi Italiani di colpa vostra non abbiamo lavoro, andatevene a casa sua.
Io- allora vi posso rispondere alle vostri domande. “si sono straniera e vivo qui e mi piace stare in Italia voi ditte che avete la carta d’ identità, e sangue avete Italiano. Ma io vorrei dire che se io non ho sangue Italiano, però ho lo stessa carta d’identità, sono molto fiera di me stessa che sono straniera. E se tu dici che noi stiamo rubando il vostro lavoro, comunque non è vero, allora trovi una persona anziana e stai chiusa in casa 24 su 24 puoi lo dirai se noi stiamo rubando il vostro lavoro.
A - allungato le mani per darmi un schiaffo.
B - Ma vacci tu a stare con anziana. Lì il tuo posto.
A - Ma chi ti caga , non ti caga nessuno.
Io- allora io sto già facendo. Io sto già lavorando con anziani. Anzi io lavorato sempre con anziani. E amici ne ho tanti, non mi devono cagare ancora in tanti, quello che me lo voluto mi già lo cagata e io sono molto contenta. Comunque sono colpa vostra che voi Italiani non fate lavoro sporco perché non volete sporcare le mani con lavoro che stiamo facendo noi stranieri, dovete ringraziare proprio noi che siamo qui e badiamo le vostri anziani. E grazie di noi che il vostro governo guadagna con il nostri soldi intendo contributo.

Purtroppo il nostro discorso interrotto il autobus e purtroppo loro non ci riusciti a finire il suo discorso contro di noi stranieri. Magari Vi ho annoiato con il mio discorso ma vorrei dire che sono contenta di essere straniera. Vorrei vivere qui e lavorare qui; mi piace la Italia; desidero anche portare qui mio bambino. Anch’io insegno a lui di non vergognarsi che lui proviene da altro paese. Sono contenta di avere tanti amici Italiani sono sicura che loro non si vergognano di me. Loro sono la mia famiglia. Amici miei voglio che voi sappiate che vi voglio molto bene.
(Ivanka Rudyak)

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Fermata d’autobus/2 - Razzismo doc in edicola

Lunedì, giornata di sciopero nazionale (anzi, Sciopero Nazionale con le dovute riverenze). Un solo autobus che circola da Nervi al centro di Genova. Aspetto da parecchio, sotto il sole che la cabina AMT non riesce a schermare con il suo maledetto tetto di vetro, anche se la situazione termica non si discosta molto dallo stare dentro un mezzo senza aria condizionata e senza finestrini apribili. Mi riparo allora sotto le tende della vicina edicola e naturalmente come mia abitudine attacco discorso con la edicolante, una signora sulla sessantina, marchio di fabbrica ligure stampato in viso. Sciopero qui governo là, si cade sulla questione stranieri e scopro a due passi da casa mia una vera razzista. Era un po’ che non avevo a che fare con qualcuno che si dichiarasse “francamente razzista”. “Tutta questa gente io la vedo qui davanti, sono maleducati, vogliono dei diritti. Tu li assumi per 5 ore e quelli ti fanno la causa sindacale...”. “Lei assume per 5 o re? Davvero? No sa, perché avrei alcune amiche da segnalarle, che cercano per non perdere il permesso di soggiorno ...”. “Io?”, mi risponde, “in casa mia quella gente lì non entrerà mai. Si d’accordo, in mezzo al mucchio qualcuno bravo c’è sempre”, lo dice per appesantire la dose subito dopo, “ma il novanta per cento sono tutti o delinquenti o furbastri, li vedo io qui davanti”.

Resto senza parole, non è facile lasciarmi senza parole, chi mi conosce lo sa. La lascio finire di sfogarsi, poi la invito a pensare che forse non è proprio come pensa, che alla rovescia la maggior parte delle persone lavorano, anzi in condizioni spesso di sfruttamento e fanno i lavori che tanti, non dico tutti, gli italiani non vogliono più accettare.
Qualche tempo fa un’amica colombiana che ha preso con l’intera famiglia un’edicola in centro, mi ha confermato che i “latinos” in questo settore stanno sostituendo gli italiani che non hanno più voglia di faticare così tanto per i pochi soldi che una edicola riesce a portare a casa a fine mese. A riprova, da me nella genovesissima Sturla, alcune edicole gestiste da italiani sono in vendita da tempo, ma nessuno le rileva.
La cosa non sembra toccarla, è “francamente razzista” e non potrò più farci nulla. L’autobus non arriva, sarà una giornata a piedi ottima contro il mio diabete incipiente.
(Stefano De Pietro)

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Carmine - Primo compleanno del “Cantiere”

A partire dallo scorso luglio 2007 un piccolo numero di cittadini, in un quartiere “spento” da decenni quale era considerabile quello del Carmine, ha fatto propria l’idea di porre al centro della propria iniziativa la Cultura. Si sono costituiti in associazione, “Cantiere di Idee del Carmine”, e nel giro di pochi mesi hanno realizzato una varietà di iniziative importanti per la vita sociale e culturale del quartiere e, di riflesso, per quella della città. Alla base del loro progetto il rovesciamento d'un luogo comune: da "questa città (Genova) non ti dà niente" a "cosa dai tu alla città?". Un tentativo di risposta spontanea e dal basso all’antipolitica, l'intenzione di raccogliere energie disperse, "un contributo visibile e concreto dei cittadini per rendere migliore ciò che li circonda". Un esperimento sociale, "un laboratorio" che si propone oltre che al Carmine anche alla città e ai suoi quartieri.

L'iniziativa d’esordio “MI HANNO RUBATO IL PRETE! il Carmine in Piazza” (luglio 2007) è stata dedicata ai fatti che nel 1970 fecero del Carmine un caso nazionale per le manifestazioni spontanee degli abitanti in sostegno dell’allora viceparroco don Andrea Gallo, allontanato dalla Curia.
Il successo dell'iniziativa come delle altre (una decina!) realizzate nei mesi successivi sono sempre state indirizzate alla valorizzazione del tessuto sociale del quartiere. Oggi il Cantiere progetta di alzare il tiro. Per saperne di più Cantiere di Idee del Carmine, Salita Carbonara 37 (adiacenze “San Luigi”). Info: 347 9673071 liberotempo@gmail.com

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Un Galateo anche per gli amministratori

"Tursi regalerà ai genovesi un manuale di buon vicinato". I consigli per una convivenza più civile -i più ragionevoli: non fare rumore, non insudiciare le strade, non fateci cacare i vostri cani e simili - sono elencati su un librino dal titolo "Il galateo della città". Le segnalazioni provenienti da singoli cittadini, circoscrizioni, associazioni, vigili di quartiere sono state utilizzate per comporre un prontuario finalizzato a migliorare la convivenza urbana. Un modo anche per limitare il mugugno, tipico dei genovesi, e il coinvolgimento dell'autorità in beghe che potrebbero facilmente essere risolte col buon senso.

La notizia è stata data con grande rilievo - una intera pagina di Repubblica-il Lavoro del 31 maggio scorso - più di un mese fa, ma ad oggi nessuno in Comune sa che fine abbia fatto il "Galateo" dei genovesi. I vigili interpellati sulla materia mostrano di non saperne nulla.
Forse qualcuno ha deciso di soprassedere alla distribuzione del volumetto pensando che con "mensopoli" che non accenna a chiudersi mettersi a dare consigli di bon ton ai cittadini poteva risultare imbarazzante. In questi casi è meglio limitarsi a ricordare i comandamenti tipo non rubare, non dire falsa testimonianza e simili. O forse si è pensato di lasciar passare un po' di tempo per far dimenticare le imbarazzanti sfuriate della sindaco che col bon ton poco avevano a che fare.
Aspettiamo a vedere cosa succederà. Ma al Comune dovrebbero riflettere almeno su un fatto: che come i cittadini sono chiamati a rispondere dei loro comportamenti anche il Comune è chiamato a fare lo stesso. E in questo caso dovrebbe farlo non per semplice buon gusto ma per l'impegno alla trasparenza assunto da questa amministrazione al momento dell'entrata in carica. Perché il cittadino è molto interessato a sapere quale sia il contributo della macchina comunale al miglioramento della convivenza cittadina. E non si contenta di dichiarazioni, impegni e numeri fatti balenare nelle conferenze stampa.
Pochi giorni prima che apparisse la notizia del Galateo i quotidiani locali hanno dato ampio spazio ad una storia notturna di gare di auto in piazza Rossetti, di scommesse, di fracasso infernale: tutte cose segnalate per settimane - ma inutilmente - alla vigilanza comunale sempre troppo indaffarata per poter effettuare un controllo. E solo due giorni prima dell'annuncio del Galateo, su Repubblica (28 maggio 2008) un genovese scriveva ("Corso Firenze calvario notturno") che da circa 8 mesi i giardinetti Pellizzari di corso Firenze erano occasioni di raduni di auto e moto, con amplificatori sparati a mille fino alle 2 o alle tre del mattino. Alle sue, ma non solo sue, richieste di intervento la risposta era stata che "sarebbero stati predisposti controlli". Ecco, questa è la questione: quali controlli, quanti, quando e fatti come?
(lettera firmata)

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9 Luglio 2008

Urban Lab - Aspettando il libro sul futuro della città

"Marta ora contano i fatti": parole di Bisagno, presidente della sezione genovese di Confindustria, riferite da Repubblica dell'11 giugno '08. Il mondo delle imprese, ha detto, non è più disponibile ad accettare deroghe agli impegni presi a suo tempo in campagna elettorale: inceneritore, infrastrutture e viabilità, waterfront. Ricordando che, proprio su questi temi, Confindustria aveva sottoposto alla neonata amministrazione Vincenzi "un corposo quaderno di lamentele" che dopo un anno ancora spetta risposte precise.

Puntigliosa la risposta della sindaco, sullo stesso giornale, tre giorni dopo (14 giugno '08). "Abbiamo approvato", "abbiamo avviato lo studio", "stiamo costituendo", "è stato sottoscritto", "abbiamo approfondito"... Le frasi tradiscono i tempi "oggettivi", biblici, della amministrazione pubblica ma tacciono sulle difficoltà prodotte dal contrasto con gli altri governi locali, tra le stesse parti politiche che sostengono la giunta e specialmente sulle difficoltà della macchina dell'ente locale a tenere il passo dei progetti di cambiamento.
La politica preferisce tacere su se stessa ma in questo modo non restituisce ai cittadini il senso delle sue difficoltà e in definitiva li esclude dal dibattito, dalla riflessione. Su cosa dovranno votare quando saranno chiamati a farlo? Boh!
Nella risposta a Bisagno, Vincenzi, ha richiamato l'attenzione sulla serietà e "autorevolezza" con cui il Comune ha impostato - in tema di infrastrutture - il suo rapporto con governo, ferrovie, Anas, Società autostrade e ha chiesto a Bisagno "un impegno straordinario a sostegno del nostro orgoglio di città ferita". Gli ha anche promesso di invitarlo alla presentazione del nuovo libro dei progetti, predisposti da Urban Lab, che danno corpo al waterfront in riferimento - oltre che all'Aeroporto, Tunnel sub portuale e altro - alle Riparazioni Navali, questione che a suo tempo aveva opposto duramente Bisagno a Novi.
"Le decisioni definitive - è drastica la sindaco - per quanto mi riguarda sono state prese". In proposito il sito di Urban Lab non lascia trapelare nulla. Tenuto a battesimo venerdì 29 febbraio 2008 "Urban Lab" ed è "il tavolo di promozione" di Comune, Provincia, Camera di commercio e Autorità portuale ideato da Renzo Piano per ripensare l'immagine della città e la sua diffusione nel resto d'Italia e all'estero. Nei mesi scorsi riunioni di approfondimento tra i tecnici della struttura e amministratori comunali sono servite per mettere a punto i progetti che compariranno sul libro destinato alla città, operatori economici, amministratori, cittadini. "Una esperienza intellettuale e politica straordinaria" ha dichiarato uno di quelli che hanno contribuito ai lavori.
Ma in attesa della importantissima (detto senza alcuna ironia) discussione sul libro - a proposito quando uscirà? - resta il dubbio se il voto che ha eletto, con una certa fatica, la sindaco, possa essere considerato una condivisa valutazione del presente. Genova è una città lacerata e le discussioni sul presente non sono quelle che si fanno in prefettura.
(Manlio Calegari)

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Cornigliano - Nuovi abitanti e vecchi appetiti (immobiliari)

La discussione sul futuro della città è in corso da mesi. I piani, dalla mobilità sostenibile alle infrastrutture alla vigilanza ai rifiuti vanno componendo un piano d'azione di cui al momento sfuggono i tempi. Alcuni interventi vogliono tempi lunghi - aggravati spesso dalla complessità burocratica - altri meno. Tutti sono subordinati ad una infinità di variabili di cui i cittadini non sono informati così che difficilmente possono immaginare cosa e quando li attenda. L'unica cosa certa è che la nostra è una città dove l'età media è poco inferiore ai 50 anni e che non a caso possiede il numero di anziani e di badanti più elevato d'Italia.

E' un fatto che contribuisce a determinare le attese dei cittadini e quindi il loro temutissimo voto. Ad esempio è molto probabile che in una città di anziani l'offerta di sicurezza abbia una presa maggiore rispetto a quella di cultura o di valorizzazione dell'università. Come è probabile che una città oltre che vecchia anche benestante sia poco interessata alla valorizzazione del trasporto pubblico e più, invece, alla costruzione di parcheggi privati. Come ancora è probabile che la stessa città sia ostile a vedere tagliate o limitate le rendite immobiliari da interventi che favoriscano nuovi insediamenti di persone giovani con reddito modesto.
Eppure tutti, almeno a parole, auspicano il ringiovanimento e ripopolamento della città - magari per disporre di mano d'opera a basso costo per il per il suo strabordante terziario - 77% di occupazione nei servizi, la Liguria è dopo il Lazio la regione più terziaria d'Italia.
Su come rendere appetibile una città a persone giovani (operai, ricercatori, tecnici) di fasce non abbienti o non protette - le proposte sono fumose. Invece è un problema di oggi non abbandonabile alla mercé dei singoli. I quali si ingegnano a cogliere le scarse occasioni del mercato urbano come prova, tra l'altro, il pezzo di Paolo Arvati su Repubblica dell'8 aprile scorso "La contravuelta di Cornigliano". A Cornigliano a partire dal 2000 la popolazione è cresciuta e ringiovanita. Si deve all'insediamento di popolazione straniera che ha così approfittato dell'abbattimento dei valori immobiliari dovuti al "degrado ambientale e all'abbandono della popolazione autoctona". Insomma a Cornigliano abitare costa meno e chi ha meno soldi l'ha scelta come nuova patria. E' la prova che condizioni di accoglienza favorevoli vengono immediatamente colte e valorizzate con ricaduta positiva sui contesti sociali ed economici circostanti.
Così fino a poche settimane fa quando a Cornigliano i prezzi, al contrario di quanto sta succedendo in altre zone della città, hanno cominciato a lievitare. Sembra sia l'effetto della bonifica territoriale in corso: da qui a non molto il patrimonio immobiliare esistente ne avrà un beneficio e si capisce come la speculazione già cominci ad affilare i coltelli.
Il caso di Cornigliano è un caso interessante. Dovrebbe essere approfondito da quanti si propongono di ringiovanire la città e di integrare al suo interno - senza respingerle verso periferie e trasporti improbabili - le nuove famiglie.
(Manlio Calegari)

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Moschee - Il miracolo del buon senso

Sulla prima pagina di Repubblica del 7 luglio l’articolo “Multe agli islamici che pregano per strada” racconta che il centro culturale islamico di viale Jenner a Milano è ormai troppo piccolo per ospitare i fedeli per la preghiera del venerdì. Le persone quindi stendono i tappeti anche sui marciapiedi per strada creando – dice l’articolo - problemi alla viabilità pedonale. La lega vuole tout court chiudere il centro islamico, il comune propone di andare a pregare allo stadio Vigorelli, gli abitanti della zona dello stadio Vigorelli protestano, la provincia propone di multare le persone in preghiera sul tappeto in base all'articolo 190 comma 4 del Codice della strada, il presidente del centro islamico accetterebbe un temporaneo spostamento del luogo di preghiera purché facilmente raggiungibile, il vicesindaco di Milano De Corato (AN) risponde, conciliante, che “Va bene la costruzione di una moschea, ma a patto che non venga realizzata né dentro i confini del Comune né nell'hinterland".

Anche qui a Genova la questione della moschea è appesa in aria: a fine settembre 2007 il progetto di costruirla nell’area di Cornigliano viene “congelato” da Marta Vincenzi che chiede al Ministero dell’interno di fornire informazioni sulla natura della società che ha acquisito la proprietà dell’area: non si tratta di una questione meramente urbanistica, dice, ma politica, quindi di moschea non si discute finché non arriveranno “indicazioni dal dibattito nazionale ed europeo in corso”.
Qualche mese dopo, a gennaio 2008, il Secolo XIX pubblica la notizia che il luogo di culto potrebbe essere collocato al posto dell’attuale dogana, una buona idea che garantirebbe una collocazione centrale ma senza potenziali conflitti con abitanti e quartieri. Ma il piano doveva rimanere segreto, Marta Vincenzi si irrita con i giornalisti, che a loro volta replicano che “continueranno a pubblicare tutte le notizie verificate anche se nessuno le ha preventivamente autorizzate”. Dopo più nulla. Ci saranno state le informazioni del Ministero dell’interno? Il “piano segreto” sta andando avanti?
Nel frattempo capita anche che la gente riesca ad usare il buon senso: nella zona di via del Campo dopo aver pregato per anni stendendo i loro tappeti all’aperto i musulmani hanno acquistato i fondi di un palazzo. Diffidenze iniziali, qualche opposizione, timori di una “svalutazione” dell’immobile. Poi una riunione di condominio a cui partecipano i rappresentanti della associazione islamica che gestisce il centro di preghiera permette di stabilire un contatto, vengono date rassicurazioni, presi impegni. C’è chi ammette apertamente di essere passato dalla diffidenza ed ostilità all’apprezzamento. Soprattutto, giorno dopo giorno, vale la constatazione che i problemi della zona non vengono certo dalla moschea.
(Paola Pierantoni)

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Genova - La città più sicura e più vivibile

Quando su OLI (n.189) ho scritto, a proposito di sicurezza e dell’esperienza positiva del Forum Antirazzista di Genova dal 1995 al 2002, che “continuiamo a viverne la rendita in una delle città più sicure e vivibili d’Italia” non erano ancora pubblicate due ricerche che confermavano più di quanto pensassi la mia percezione. La prima è del Sole 24 Ore, che in base ai dati del ministero dell’Interno, ha detto che la nostra città è quella più sicura in Italia, dove il trend criminale è in netta flessione.

La seconda è del mensile britannico Monocle: Genova risulta la città italiana in cui si vive meglio; è la 26° tra tutte le metropoli del mondo. Al primo posto c’è Tokyo, al secondo Zurigo, al 24° Lisbona e al 25° Portland (USA).
Qualche genovese certamente penserà che se Genova è la città più vivibile in Italia allora chi sa come vivono male gli abitanti delle altre città. In realtà le due ricerche non dicono che Genova è il paradiso terrestre, che non ci sono problemi. Purtroppo vivibilità e sicurezza non vanno d’accordo con i modelli di sviluppo e di cultura dominanti in Italia e nel mondo. Ma Genova dimostra che si può lavorare per rendere le città più vivibili e più sicure, certamente con metodi diversi da quelli dominanti, con metodi nuovi: cooperazione tra istituzioni, associazioni, regolarizzazione, prevenzione, integrazione, lotta alla povertà, recupero edilizio, qualificazione urbana, cultura, scuola, dialogo con gli immigrati (fondamentale) e sicurezza anche per loro. Metodi che forse richiedono più energie e più fatica ma sono certamente più efficaci.
Vi ricordate dell’immagine di Genova nei media italiani e stranieri nel luglio del 1993? Sembrava di essere nel Bronx. La cosa strana è che a darne allora questa falsa immagine non erano soltanto i soliti politici imprenditori del razzismo (oggi scatenati più che mai, ma per fortuna non a Genova) ma anche alcuni rappresentanti dei commercianti che accecati dal razzismo si mettevano contro i propri interessi.
Noi genovesi, ma credo non solo noi, non ci rendiamo conto della fortuna che abbiamo e finché non la perdiamo non siamo capaci di valorizzare le risorse della città dove viviamo.
(Saleh Zaghloul)

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2 Luglio 2008

Genova - Una occhiata al presente per disegnare il futuro

Una o due volte al mese, P. Arvati, manda a Repubblica alcune osservazioni frutto della sua attività di responsabile della statistica comunale. Lo fa con garbo e cercando di non sommergere di cifre il lettore. Per sapere chi siamo - osserva Arvati - e come in parte andranno le cose e come e su cosa intervenire, le statistiche comunali potrebbero aiutare. In altre parole: per compilare i libri dei desideri, è utile prima di ogni cosa, prendere atto della città com'è, di quali attrattive e di quali energie disponga.

Una città che nel 2007 è tornata a perdere abitanti dopo 4 anni che il suo saldo naturale era tornato positivo (Repubblica 15 maggio '08). Ma attenzione, fa notare Arvati, non si tratta di un ritorno al passato. Perché gli stranieri che pesano sulla popolazione residente per circa il 6% incidono con percentuali molto più significative sulla nuzialità (il 25% tra coppie miste e immigrate) e sulla natalità (di nuovo il 25 %). In altre parole il saldo negativo sottolinea piuttosto la decrescita della componente autoctona. Infatti, mentre la popolazione della città diminuisce, la percentuale delle nuove famiglie e dei nuovi nati riferibile agli immigrati è 4 volte più grande della quota che essi rappresentano nella popolazione residente.
L'incidenza straniera sulla popolazione da 0 a 18 anni (Repubblica 29 maggio '08) è salita dal 2% nel 1997 al 9% nel 2006 (ben superiore al 6% della presenza straniera in città). E' un fatto che tra l'altro ha permesso di contenere l'età media della città, di poco sotto i 50 anni, che diversamente sarebbe di gran lunga superata. E che sta cambiando la scuola dove gli studenti stranieri (2006-7) sono il 10% alle elementari, l'11% nella media inferiore e il 5% nella media superiore. Percentuali destinate a crescere molto rapidamente essendo la natalità meticcia il 25% del totale.
Costruire previsioni sulle serie statistiche non è facile: molte variabili intervengono a modificare i comportamenti demografici. Arvati ne ha ad esempio indicato uno (Repubblica 12 giugno '08) giudicato rilevante dagli statistici: si tratta della "attrattività". A fronte di un movimento migratorio all'interno dei confini nazionali tornato a crescere - ci si muove alla ricerca del "meglio" - Genova risulta poco appetita. Prevalgono gli stranieri che se ne vanno rispetto a quelli che arrivano. E' la conferma della condizione periferica di Genova e della Liguria al confronto di altre città grandi e piccole del Nord Est e del Nord Ovest.
Arvati non scrive della città - banche, assicurazioni, traffici - che hanno i forzieri pieni di soldi ma di quella che giornalmente si svolge sotto gli occhi di tutti. E suggerisce che per ragionare di cultura, ricerca, scuola e di altro ancora sarebbe opportuno prendere atto, e alla svelta, di quali e dove siano oggi parte delle energie interessate alla città di domani.
(Manlio Calegari)

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11 Giugno 2008

Mensopoli - Un millantatore in Vaticano

Per il Vocabolario della lingua italiana, Zingarelli 2008, la "millanteria" è una "vanteria senza fondamento". Tra i millantatori, secondo il cardinale Bagnasco, va collocato Alessio, l'imprenditore a caccia d'appalti di mense, che appunto avrebbe millantato i suoi rapporti con la curia. "Bisogna stare attenti alle parole che si dicono, ha precisato Bagnasco (Repubblica 31 maggio), perchè si può fare molto male ad altre persone". E ha aggiunto che "Bisogna stare attenti anche alle cose che si scrivono perché anche con quelle si può fare male alle persone". Dopo queste cristiane raccomandazioni il cardinale ha concluso che quello del millantato credito era appunto "il quadro ermeneutico" (ndr, il quadro interpretativo) in cui andava collocata l'intera vicenda. E di rinforzo l'indomani aveva sentenziato (Repubblica 1 giugno) "E tutto superato serenamente, con buona coscienza e l'evidenza dei fatti".

I fatti, appunto. Tra i quali bisognerebbe mettere che Alessio non è in Curia quel che si dice uno sconosciuto e in Vaticano ha solidissime frequentazioni. Lo ricorda L'Espresso (30 maggio 2008, "Tempesta sulla giunta Vincenzi"): Alessio, che oggi tutti accusano d'essere un millantatore, è in realtà un intimo del segretario di stato cardinale Bertone al punto da organizzare in Vaticano la festa per il suo 73esimo compleanno. E Bertone vuol dire Profiti che indicato da Bertone, nel 2004, a vicepresidente del Galliera, è chiamato nel 2008 ancora da Bertone a dirigere a Roma il Bambin Gesù (l'equivalente in Vaticano del Ministro della sanità!).
Alessio millantatore? Non esageriamo, per favore.
(Manlio Calegari)

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4 Giugno 2008

Internet - Lo “Sbafo-Fi” a Genova

Quello che mi affascina dei giovani è la semplicità con la quale riescono a risolvere gli insormontabili problemi dei costi quotidiani arrangiandosi come possibile. Camminando per Genova non si può fare a mano di vedere dei ragazzi seduti sui gradini o appollaiati sopra monumenti, con PC acceso a navigare in Internet, rubando per strada il segnale radio a qualche ufficio ignaro.
Gli apparecchi per la connessione via radio a Internet spesso sono privi di qualsiasi protezione, che comunque anche quando è presente può essere superata in pochi minuti. Si assiste così alla migrazione cittadina guidata dalla necessità di navigare, si chiama wardriving ma lo definirei come “Sbafo-Fi”, che in Italia è un reato penale.

Fa piacere vedere questi giovani ragazzi violare con tanta intelligenza la legge sulle telecomunicazioni, che obbliga il detentore del collegamento ad assumersi una responsabilità fin penale su una cosa che non conosce, che nemmeno si immagina di non essere in grado di saper gestire e che invece i cosiddetti esperti attuano così male con la piena coscienza di esporre i propri clienti a rischi di indagine mica da scherzare.
Il legislatore ha di solito poco a che fare con la tecnologia e le cose nascono su basi giuridiche vecchie e sorrette da pilastri di sabbia. Anche il buon Beppe Grillo ci casca e dice che puoi essere tracciato dall’indirizzo IP, che è una specie di impronta digitale del pc su Internet, cadendo nel tranello di confondere il mezzo con il suo utilizzatore, un po’ come indicare l’assassino solo dalla marca delle sigarette trovate sul luogo del delitto. Così la presunzione di reato sul titolare della linea è un errore, quando si ha solo la certezza che lo stesso sia stato compiuto con un certo computer, anzi spesso nemmeno quella (visto appunto la condizione della sicurezza nella descritta banda radio Wi-Fi). Se poi vogliamo parlare dei cablaggi, basta recarsi nelle cantine per capire quanto sia facile collegarsi alla linea di una innocente vecchietta, che diventa così ladra di quei film e di quella musica targata da chi, in barba ad ogni buona regola di concorrenza, detiene i l trust su produzione, distribuzione e supporti. Insomma una certezza di reato a fronte di una incertezza della prova.
Sarebbe meglio smetterla con queste stupidaggini di voler cercare a tutti i costi un Satana e liberalizzare tutto. Evitiamo che questi giovani rischino anche solo in teoria di iniziare una carriera di galeotti solo per aver cercato di avere in qualche modo quello che lo stato dovrebbe regalare a tutti, l’accesso al mondo.
Invece abbiamo assistito alla privatizzazione di Wi-Max (la Internet prossima futura) che è una rete che richiede investimenti ridicoli per uno stato, ai tentativi di bloccare i blog, di imporre loro il direttore responsabile iscritto all’albo dei giornalisti e altre posizioni sintomo della dipendenza della nostra classe dirigente da interessi tutt’altro che pubblici. Si salva Pordenone grazie ad un giovane eletto al consiglio comunale: http://it.youtube.com/watch?v=zBTnkEnXTlc&NR=1.
(Stefano De Pietro)

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28 Maggio 2008

Città - L’urbanistica ai tempi dell’Urban Lab

“Sono giornate difficili”. Paolo Pissarello guarda serio le persone davanti a lui e con una frase giustifica l’assenza della sindaco Marta Vincenzi a programma nell’incontro del circolo Zenzero. I presenti annuiscono amareggiati e comprensivi.
Mercoledì 21 maggio si discute di Urban Lab ed in sala soprattutto architetti e funzionari delle Belle Arti che si scontrano quotidianamente con un’idea di urbanistica dai contorni oscuri, grondante di interessi, che genera rancore per scelte fatte. Molti di loro portano perplessità ed un certo scetticismo per questo Urban Lab contenitore di eventi e temi urbanistici i cui confini sfumano fino a mescolarsi.

Ma accanto al vicesindaco c’è Anna Corsi, responsabile di questo ufficio fortemente voluto da Marta Vincenzi al quale collabora Renzo Piano. Si volerà alto anche in questo appuntamento virando su Erzelli, Waterfront, aree di Cornigliano, Carmagnani, Multedo con il bisogno che l’amministrazione esprima “un’idea politica di città”.
Urban Lab - originariamente Ufficio Piano della città – come tale ha appena nove mesi ed una sede al Museo Galata. Nato con 4 persone a sostenerlo, oggi conta sul contributo di venti. Tra loro stagisti universitari provenienti da Praga, Mosca, Dublino, “persone competenti e preparate” spiega Anna Corsi, che si alterneranno ad altre in arrivo dal Giappone. Finalità del laboratorio lavorare alla luce della modifica del piano regolatore che il Comune farà nel 2010. Quindi “prima di intraprendere questo cammino” precisa la responsabile “e seguendo le leggi che pretendono elaborati, farsi un’idea su quello che vogliamo ci sia nella città”.
In agenda di Urban Lab riunioni a scadenza mensile con Renzo Piano, Marta Vincenzi ed eventuali esperti in infrastrutture con i quali affrontare, tematica per tematica, strategie e progetti. Dunque obbiettivi, criteri, analisi di cartografie sono materiale quotidiano di lavoro.
Ci sono anche le linee - una verde ed una blu - confini ideali che indicano la prima lo spazio oltre il quale la città non deve più espandersi, la seconda il rapporto con il mare, “recuperando ambiti territoriali” che privilegino questo incontro. Tra le finalità anche “ricostruire il costruito” nel tentativo di migliorare lo spazio urbano con viali, piazze, aree verdi. Poi, ancora, le reti dei grandi progetti per i quali individuare nodi di sviluppo che privilegino la qualità della vita. E allora linee di indirizzo da sottoporre ad imprenditori ed operatori che capiscano le strategie dell’amministrazione. Si piange su Fiumara dove al posto di scienza, conoscenza e impianti, adesso regna il nulla. E si sollecita un rapporto con l’università, per avere un’area in cui far circolare i cervelli, perché spiega Paolo Pissarello le grandi industrie vogliono “tre cose: spazi, servizi di tecnologia avanzata, ricerca.”
Appare il progetto della torre sulle aree di Boero: “ma forse l’intera valle non ha bisogno di un fungo da 50 metri. Forse, prima, è meglio capire come l’intera valle evolve...”. Ed emerge tra i presenti la necessità di collegare il piano regolatore urbanistico al piano sociale per aree come il centro storico.
Sta accadendo qualcosa in quel laboratorio. Ma chi interviene sottolinea la distanza tra il “noi” e il “voi”. E vorrebbe vedere. Srotolare le carte. Toccare con mano. Infine partecipare per intervenire. O prevenire, mettendo a disposizione uno scetticismo professionale che può volgere in partecipazione.
L’idea politica di città e quello che se ne vuole fare di chi è? E quanta fatica costa?
(Giulia Parodi)

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Prè - La “Coscienza di Zena” nella piazza dei truogoli

A Prè sabato 24 maggio c’è stata una novità.
L’associazione “La coscienza di Zena” aveva organizzato un evento “multiculturale” nella piazza dei Truogoli di santa Brigida: dibattito, musica di vario tipo, sfilata di moda etnica, ballo finale. Beh, quale è la novità? Cose già viste in varie salse da molti anni in qua… salvo due cose importanti rese possibili da come è stato organizzato l'evento: gli interventi degli immigrati (soprattutto donne) e il pubblico.

Chi prende in mano il microfono ora è italiano, parla l’italiano perfettamente, non ha più la timidezza e l’incertezza dei primi anni quando lo stato d’animo era di chi era appena entrato in casa d’altri. La nazione d’origine può essere l’Eritrea, il Marocco, la Nigeria o il Perù, ma lo sguardo e il giudizio è di chi qui ci vive da cittadino, e misura le discriminazioni che subiscono quelli che ora percorrono la strada che lui stesso ha fatto, o che hanno fatto il padre e la madre. Gli immigrati al microfono dicono le cose come stanno, avvertono: qui si stanno prendendo decisioni che porteranno sofferenza, molta sofferenza a molta gente. Si lasciano alle spalle il quadretto sterilizzato che prima di loro avevano tracciato la consigliera di parità e la dirigente della provincia che non avevano fatto alcun riferimento a quel che sta avvenendo in Italia in questi giorni. Hanno uno sguardo disincantato, hanno cultura, conoscono la realtà della nostra città, conoscono la polit ica.
Tra gli italiani di origine italiana l’unico che coglie nel segno è Marco Buemi, che parla di evoluzione etno-urbana e della necessità che la progettazione urbanistica della città guardi alle trasformazioni sociali che si svolgono al suo interno, preveda soluzioni che rendano possibile la comunicazione; avverte che gli spazi pubblici (piazze, strade, autobus) sono sempre più abbandonati dagli italiani, e che a loro volta gli stranieri li popolano secondo suddivisioni etniche…
La seconda vera novità della serata è stata proprio questa: la platea dell’evento era davvero mista. Se ne sono viste tante di iniziative per animare il centro storico e ogni volta il pubblico era quello strettamente di riferimento: etnico se si trattava di valorizzare le culture immigrate, italiano se si trattava di cantautori o di tradizioni genovesi. L’altra sera la sensazione è stata invece che ci fosse lì proprio un pezzo di quartiere, con quelli che ci abitano. Mista la gente che ha ascoltato il dibattito, mista quella che ha ascoltato la musica che andava da De Andrè alla Grecia, dal rock alla meravigliosa banda dei bambini della scuola Daneo, misto il pubblico della sfilata di abiti. Assenti, salvo chi doveva parlare, i rappresentanti delle istituzioni.
Il 21 maggio allo Zenzero, il confronto con Paolo Pissarello ed Anna Corsi su “Urban Lab” aveva solo sfiorato, a seguito di una domanda, il rapporto tra progettazione urbanistica della città e realtà sociale. Un buon tema per l’Urban Lab.
(Paola Pierantoni)

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Incontri - L'Acquasola nella storia di Genova

“Il significato civile e culturale del giardino dell’Acquasola nella storia di Genova” è il tema dell’incontro promosso dalla facoltà di Scienze della formazione, oggi mercoledì, 28 maggio 2008 alle ore 11.00 presso l’ Aula magna di corso Podestà 2. Il tema sarà presentato da Ennio Poleggi, storico della città di Genova. Sono previsti interventi di Stefano Podestà, presidente Club Speleologico Ribaldone CSU, di Maria Grazia Montaldo, storica dell’arte (Scienze della formazione), di Franca Guelfi, rappresentante di Italia Nostra, di Giorgio Matricardi, educatore ambientale, e la partecipazione di Andrea Agostini, circolo Nuova Ecologia di Lega Ambiente, di Guido Amoretti, vicepreside della facoltà di Scienze della formazione, di Roberto Faure, comitato per l'Acquasola, di Luca Guzzetti, della facoltà di Scienze della Formazione, di Vincenzo Lagomarsino, capogruppo dei Verdi al Munici pio 1 (Centro-est) e dell arch. Giovanni Spalla, della facoltà di Ingegneria.
L’incontro sarà presieduto da Pino Boero, preside della facoltà di Scienze della formazione; moderatore, Giuliano Galletta del Secolo XIX.

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21 Maggio 2008

Città - Genova tra inchieste e “vagheggiamenti”

“Il mondo politico genovese è scosso da un’inchiesta della Procura sugli appalti per le mense in scuole e ospedali” (Corriere della Sera, 17 maggio 2008), “La Superba piegata dagli scandali” (La Stampa, 17 maggio), “A scandire il tempo della città sono le inchieste giudiziarie” (Il Sole 24 Ore, 18 maggio) e cosi via. Sui principali quotidiani nazionali Genova spicca, oltre che per la visita del Papa, per la nuova inchiesta che si abbatte sulla città: turbativa d’asta, concussione, corruzione, truffa, associazione a delinquere sono alcuni dei reati ipotizzati. Indagati due assessori dell’attuale giunta comunale, due di quella precedente, il responsabile delle comunicazioni della sindaco Vincenzi e un ex alto funzionario della Regione Liguria, uomo di fiducia della curia e del Vaticano.

Dovrà passare del tempo prima che si arrivi a una valutazione dell’accusa. Non solo di questa inchiesta ma delle tante altre che hanno sconvolto la città e che sono ancora lontane dalla fine del loro iter giudiziario: la Regione e le nomine in base alla appartenenza politica di primari e di dirigenti della sanità, il porto e le lotte per spartirsi il controllo dei terminal portuali, il buco finanziario dell’università, le pensioni che sarebbero state concesse da parte di funzionari dell’Inail genovese a dipendenti dell’Ansaldo per falsa esposizione all’amianto (Repubblica, 10 aprile 2008), il presunto coinvolgimento della Carige nella tentata scalata di Fiorani alla Bnl (Repubblica, 13 maggio 2008).
Tra gli innumerevoli commenti che riempiono le cronache merita di essere segnalato quello di Carlo Castellano, presidente di Esaote, di Genova High Tech spa e promotore del villaggio tecnologico degli Erzelli (Il Sole 24 Ore, 8 maggio): “Difficile - dice –sottrarsi a una preoccupante sensazione di squallore, se verranno accertate responsabilità penali in quest’ultima vicenda relativa agli appalti per le mense scolastiche. A quale infimo livello di affari dovremo rassegnarci di fronte all’incalzare delle mazzette?”…”Dobbiamo smettere - spiega - di perdere tempo a pensare a traguardi irrealistici o troppo futuribili, come costruire un nuovo aeroporto sul mare o vagheggiare una rifondazione urbanistica della città”.
Analisi impietosa e ampiamente condivisibile se non fosse per la caduta, anche di stile, dell’allusione finale. Castellano infatti pare scagliarsi contro l’Urban Lab e l’amministrazione comunale, rei di non condividere la proposta, da lui avanzata alla conferenza strategica del Comune del 7 maggio, di cambiare la destinazione d’uso dell’area del distretto tecnologico di Sestri dove l’Esaote è attualmente insediata, “in maniera – ha motivato - da permetterci la più opportuna e favorevole valorizzazione dell’area di proprietà”. Ovvero, visto che l’Esaote si trasferirà in collina agli Erzelli, via il vincolo ad area industriale e lì lasciateci costruire commerci e residenze, necessari, a questo punto, per pagare il trasferimento (vedi Repubblica-Lavoro del 8 maggio e Oli 187).
Genova attraversa una fase critica. Ai "traguardi irrealistici" e ai "vagheggiamenti urbanistici", Castellano preferisce il fai-da-te.
(Oscar Itzcovich)

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14 Maggio 2008

Conferenza strategica/1 - Alla ricerca della ricerca scientifica

Alla Conferenza strategica Genova 2015 dedicata al rapporto tra industria e ricerca scientifica a Genova organizzata dal Comune il 7 maggio 2008, è presente l’industria (cantieristica, aero navale, meccanica, informatica, elettronica, energia, biomedicale), ma non l’Università. E’ invece presente il Politecnico - che appare sempre più concretamente come la seconda università di Genova - nella persona di Gianni Vernazza, preside dell’attuale Facoltà di Ingegneria. Il Politecnico è il vero protagonista della giornata. Gran parte delle relazioni vi fanno riferimento. L’intervento breve e puntuale del prof. Vernazza presenta le ragioni della proposta, i problemi da affrontare, i passi che finora si sono fatti. Fra i diversi spunti segnala la necessità di rispondere alla forte domanda di più ingegneri e quella di migliorare ancora la loro preparazione. Auspica una forte collaborazione con i politecnici di Milano e di Torino, ma non nasconde la possibilità di conflitti di sovrapposizione di competenze. Quindi ne deriverebbe una certa ma non esclusiva specializzazione (energia, nucleare, nautica) e una stretta collaborazione con altre facoltà e dipartimenti dell’Ateneo (Economia, Lettere e Filosofia, logistica, multimedialità). La progettazione del futuro Politecnico è affidata a otto gruppi di lavoro; preoccupazione fondamentale è assicurare una efficace e trasparente governance.

Ora è ampiamente noto che l’Università di Genova è attraversata da gravi problemi di varia natura. Ci si può nascondere dietro un dito, ma è indubbio che il distacco di Ingegneria, di una tra le più rilevanti componenti dell’Ateneo, rappresenterà per quel che resta dell’Università un vero e proprio impoverimento in termini non solo materiali (strutture, personale, bilancio), ma anche di conoscenze, di rapporti e di esperienze, anche gestionali, maturate in questi anni. La Conferenza strategica già lo dimostra lasciando fuori molti settori importanti dell’attuale Università (salute, chimica, nanoscienze, nuovi materiali, ambiente, scienze socioeconomiche per citare solo alcuni) che, peraltro, sono previsti, e con cospicui finanziamenti, nel settimo programma quadro di ricerca e sviluppo tecnologico dell'Unione Europea, 2007-2013 (http://cordis.europa.eu/fp7/cooperation/home_en.html).
Il Comune di Genova sembra aver scelto un percorso diverso da quello segnalato dall’Unione europea. “Non si può da una parte volere una Università più radicata e dall'altra non invitarla neanche alle conferenze strategiche, a meno che tali conferenze non siano già indirizzate ai risultati precostituiti” commenta amaramente Rinaldo Marazza (professore di Chimica Generale ed Inorganica) in un email inoltrato il 5 maggio sulla posta interna dell’Ateneo.
(Oscar Itzcovich)

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Conferenza strategica/2 - L’urbanistica secondo Genova High Tech

A un certo punto della Conferenza strategica va di scena il progetto Leonardo, il villaggio tecnologico degli Erzelli. A sorpresa Carlo Castellano, presidente di Esaote e di Genova High Tech spa, che guida il progetto in cui confluiscono aziende, banche e immobiliaristi, chiede nuovi interventi pubblici di sostegno. Pretende che il Comune cambi la destinazione d’uso dell’area del distretto tecnologico di Sestri, “in maniera da permetterci la più opportuna e favorevole valorizzazione dell’area di proprietà”. Insomma, commenta Repubblica-Lavoro del 8 maggio, via il vincolo ad area industriale, visto che questa si trasferirà in collina, e lì lasciateci costruire commerci e residenze, necessari, a questo punto, per pagare il trasferimento.

Bisogna ricordare che nel 2005 Renzo Piano aveva abbandonato il progetto in polemica con quello sostanzialmente diverso voluto da Castellano e soci. Dalle cinque alte torri arretrate e non visibili dalla costa “tutto circondato da un grande prato che guardava il mare e la città” immaginate da Renzo Piano si passava a più di venti torri e a innumerabili villette vista-mare. La quota di area residenziale passava dal 5 al 25% (ma una clausola poteva farla aumentare al 35%). Castellano difese la trasformazione ricordando che “il progetto Erzelli è un investimento privato e come tale deve trovare la sua redditività (Secolo XIX, 15 febbraio 2008).
Alla Conferenza, scrive sempre Repubblica-Lavoro, Castellano ha inoltre detto di aver “dato incarico ad un team di esperti di studiare un progetto di riutilizzo dell’area che presenteremo quanto prima al Comune”. Margini, assessore ai lavori pubblici, avrebbe storto un po’ il naso, qualcuno ha sussurrato “sembra un ricatto”.
In breve, pressioni improprie e un messaggio chiaro: Castellano intende sostituirsi all’Urban Lab, la struttura tecnica del Comune che studia la trasformazione urbanistica della città nell'interesse di tutti i cittadini, Erzelli e territorio circondante incluso. E’ l’apertura di un nuovo scontro con Renzo Piano, advisor dell’Urban Lab?
(Oscar Itzcovich)

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7 Maggio 2008

Cornigliano - Riva, il bambino e le banchine

Corriere Mercantile, 1° maggio 2008: “Tradire i patti vuol dire ridiscutere l’accordo sulle banchine”. Il sindaco Marta Vincenzi e l’assessore Mario Margini, mandano un messaggio chiaro all’indirizzo di Riva. La frase mette il dito sulla piaga di un conflitto sempre più incandescente che si trascina ormai da troppo tempo. Ha anche il merito di sostituire la logora formula finora utilizzata per cui “l’accordo di programma si regge su investimenti, occupazione e aree concesse e se varia una delle voci, automaticamente devono variare le altre”. Di fronte a investimenti che sono al di sotto di quelli effettivamente preventivati, quali sono le variazioni richieste da Riva? Un quarto anno di Cassa integrazione straordinaria per 650 persone e un organico più ridotto a regime. Va da sé che le aree concesse in cambio (più di un milione di metri quadri) non si toccano. Soprattutto quelle che riguardano le banchine.

Il Gruppo Riva (nono produttore mondiale di acciaio, sesto in Europa, primo in Italia) possiede 38 stabilimenti sparsi per il mondo (Germania, Francia, Belgio, Spagna, Grecia, Tunisia e Canada). Ilva-Cornigliano è una parte piccola ma fondamentale del sistema logistico dell’intero Gruppo Riva. Copre per il 60% il trasporto via mare di materie prime e di prodotti siderurgici del gruppo che, a sua volta, rappresenta l’80% del traffico totale (il 20% restante è coperto da strada e da ferrovia). Riceve notevoli quantitativi di acciaio dallo stabilimento Ilva di Taranto (piuttosto periferico rispetto ai principali mercati di consumo serviti dal Gruppo ) che in parte utilizza per l’autoproduzione e in parte distribuisce tra i tre stabilimenti del Nord Ovest del Gruppo (Novi Ligure, Racconigi e Lesegno), il mercato del Nord Italia e il mercato internazionale del Nord Europa (*).
“Per me lo stabilimento di Genova è un po’ il bambino più amato - racconta Emilio Riva - formalmente sarei in pensione da qualche anno, in altri stabilimenti non mi vedono mai, invece Genova mi vedrà ancora molto, conto di passare qui, se posso, due o tre giorni la settimana” (Repubblica, 25 luglio 2007). C’è da credergli. E c’è da scommettere che quello che più ama di questo bambino sono le sue banchine.
(Oscar Itzcovich)

(*) Questo tema è svolto con ampiezza da Lorenzo Ballarino nella tesi dal titolo “La logistica interna di Riva con particolare riferimento al trasporto marittimo con chiatte”, Istituto per la cultura e la storia d’impresa “Franco Momigliano", Steelmaster 2007, relatore Enrico Melloni (http://www.icsim.it/nuovo%20sito/area%20formazione/Area%20Siderurgica/STEEL/tesi_steelmaster/tesi_2007/tesi_steelmaster_2007.htm).

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9 Aprile 2008

Tecnocity - La collina degli Erzelli tra pubblico e privato

Villaggio tecnologico degli Erzelli. Nel lungo dibattito che contrappone sostenitori (il futuro di Genova) e detrattori (un'operazione meramente speculativa) si è recentemente inserito un nuovo tema. Dimentico delle Grandi Opere del suo Cavaliere, Gianni Baget Bozzo scrive sul Secolo XIX del 13 febbraio che "la cultura diessina è gestione del territorio, tende a occupare spazi […] mettendo a frutto la rendita territoriale e non l'impresa". Forse nessuno avrebbe reagito se non avesse aggiunto che "la questione centrale è l'operazione degli Erzelli, un ampio intervento sul territorio per creare, con investimenti pubblici, una città tecnologica".

Investimenti pubblici? Immediata la risposta di Carlo Castellano, promotore del villaggio high tech: "Ma pensiamo proprio che lo stato e gli enti locali (così oberati di debiti) avrebbero potuto finanziar e un'iniziativa nell'ordine di un miliardo di euro?". Quella degli Erzelli - afferma Castellano - "è un'iniziativa coraggiosa della Genova dei nuovi imprenditori privati dell'high tech [che] ha deciso di rischiare da sola su un grande progetto innovativo" (Secolo XIX, 15 febbraio 2008).
Ma anche Castellano dimentica qualcosa. Il villaggio tecnologico "non sarebbe mai partito" senza i "fondamentali finanziamenti pubblici" che Stato e Regione hanno dato alla facoltà di Ingegneria: una dote di 120 milioni di euro perché si trasferisca agli Erzelli, secondo un'intesa firmata dal presidente della Regione Claudio Burlando, dal rettore Gaetano Bignardi, dal preside di Ingegneria Giovanni Vernazza e dallo stesso Castellano (Secolo XIX, 13 novembre 2005).
Oltre ai soldi e al know-how, Ingegneria portava una immagine che valorizzava progetto e area. A valorizzarli ancora di più dovrebbe servire la sua trasformazione in Politecnico, un'idea carezzata da una parte sempre più preponderante dei docenti di Ingegneria.
Anche Dixet (un raggruppamento di aziende genovesi dell'high tech, presidente Carlo Castellano) ha recentemente chiesto al governo (che presumibilmente dovrà sostenerne la spesa) l'istituzione del Politecnico "per garantire la contiguità anche fisica tra studenti, professori, ricercatori e tecnici delle aziende" (Corriere Mercantile, 1° aprile 2008). In proposito le istituzioni pubbliche (Regione, Comune, Università) da tempo si sono dichiarate favorevoli.
Ericsson, a lungo e notoriamente corteggiata perché si sposti agli Erzelli, ha ricevuto dalla Regione una commessa di 30 milioni di euro (per ridurre il "digital divide"). Infine, i container di Spinelli che coprivano la spianata degli Erzelli sono parcheggiati, si dice provvisoriamente, sulle aree ex Ilva di proprietà della Società (a capitale pubblico) per Cornigliano Spa; ancora la mano pubblica.
I rilevanti interventi finanziari della parte pubblica contrastano con il più assoluto riserbo tenuto finora dalla parte privata. Quello degli Erzelli - osservava Pierfranco Pellizzetti - è un progetto "che sancisce la certezza del migliaio di appartamenti da edificarsi e mantiene l'incertezza sulle imprese che dovrebbero insediarsi, creando nuova occupazione" (Secolo XIX, 9 marzo 2007). Scritto più di un anno fa ma ancora valido per una riflessione.
(Oscar Itzcovich)

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2 Aprile 2008

Aree Cornigliano - Distripark: risorsa o mito fasullo?

Sembrava che a Genova la lezione fosse stata capita: non più Fiumara, le aree strategiche vanno destinate al porto. Anche le aree liberate dall'Ilva, a parte gli interventi pubblici di riqualificazione urbana a Cornigliano, dovevano servire alle "funzioni logistico-portuali", ovvero al distripark, un'area attrezzata per la manipolazione delle merci in transito portuale, per l'assemblaggio dei componenti dei prodotti finiti, per il loro smistamento verso le destinazioni finali.

La realizzazione del distripark resta, a parole, uno dei progetti salienti della Società per Cornigliano Spa (presidente del Cda, Claudio Burlando), "proprietaria delle aree e destinataria dei finanziamenti stanziati per attuare la riconversione delle aree dell'Ilva" (www.percornigliano.it). Il suo sito recita: "L'Area Logistico-Portuale che ci si propone di realizzare a Cornigliano è un primo passo in questa direzione". Purtroppo, sembra che il primo a non crederci sia proprio Claudio Burlando che, nella doppia veste di presidente della Regione e presidente della Società per Cornigliano, avrebbe per legge il compito di realizzarlo.
Nell'intervista al Secolo XIX del 22 luglio 2007, a due anni della firma dell'Accordo di programma, e dopo numerosi interventi entusiasti sul progetto di distripark da parte di esperti di logistica portuale ("più valore aggiunto, più posti di lavoro ecc."), Burlando qualificava l'idea di distripark come mito fasullo: "in due anni non un operatore portuale [in particolare, Negri, Messina, nda] si è fatto avanti per le aree lasciate libere"… Il distripark, per ora, lo ha fatto Riva". Il Secolo XIX del giorno seguente giudicava "inquietanti" le convinzioni del governatore che sembrava adoperarsi per cercare interessati solo in ambito locale.
A smentire il pessimismo di Burlando Repubblica del 5 agosto fa sapere che l'apertura della procedura per l'assegnazione del distripark rivelava "una valanga di manifestazioni di interesse": diciannove proposte. "Non ci sono solo terminalisti - spiegava il presidente Novi - ma anche autotrasportatori, cantieri nautici, società di riparazione e di costruzione navale, perfino aziende di abbigliamento che sarebbero interessate a realizzare dentro il distripark attività di manipolazione e di confezione delle merci provenienti dall'Asia. Segno che l'area in gioco è molto appetibile".
Pochi giorni dopo il suo insediamento, sul Secolo XIX del 20 febbraio 2008, il presidente dell'Autorità portuale Luigi Merlo conferma l'idea del distripark: "Su quelle aree, come già deciso da tempo, sorgerà un distripark a servizio dello scalo. Per l'assegnazione sarà seguita una procedura di evidenza pubblica il più trasparente possibile".
Passa un mese e, al primo incontro ufficiale con Burlando, Merlo dichiara che l'eventuale richiesta di Riva di rivedere tutto l'accordo sulla siderurgia "potrebbe essere l'occasione di chiedere più aree…Se invece si resta sui 130.000 metri quadrati dell'accordo, che non sono sufficienti per un vero distripark, la mia idea è di utilizzarli in parte per un autoparco da 400-500 mezzi" (Repubblica-Lavoro, 20 marzo 2008). Laconico, S. Cafasso sull'Avvisatore marittimo dello stesso giorno: "Finisce quindi in archivio il progetto di distripark".
(Oscar Itzcovich)

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26 Marzo 2008

Car sharing - Parcheggio occupato per l'auto virtuosa

Tra gli interventi parziali che puntano a diminuire le automobili in giro e, soprattutto, quelle staticamente parcheggiate nella città, c'è il car sharing. Il sito ci dice che l'esperimento è in corso da quattro anni: 54 mezzi che servono 1.500 abbonati, un'apprezzabile proporzione di quasi 28 esseri umani per automobile.

Credo che nella maggioranza dei casi l'auto condivisa sostituisca la seconda automobile, e che solo un piccolo numero abbia fatto il gran rifiuto globale, ma le seconde automobili occupano lo stesso spazio delle prime, e quindi la cosa è interessante. A sentire gli utenti si scopre però un problema: i parcheggi. Ci sono in città 34 aree riservate dove, per chi non è abbonato, è vietato parcheggiare. Ma dove chiunque parcheggia. Ci sono voluti anni di diffusione di sensi di colpa e di vergogna per tutelare le aree riservate ai portatori di handicap, quindi, figuriamoci! Solo che questo inciampo rischia di compromettere alla base l'esperienza car sharing, il cui principale appeal è proprio quello di poter facilmente prendere ed abbandonare un mezzo di trasporto temporaneo: se, al ritorno, l'utente si ritrova a vagare per la città, tra irritate telefonate al call center, e faticosi tentativi di far intervenire i vigili urbani …
Già, i vigili urbani: testimoni informati dicono che non è possibile ottenere da loro la rimozione forzata delle automobili abusive, e che le multe vengono messe solo a fronte di vivaci sollecitazioni dei diretti interessati. Pare sfuggire che in questione non c'è solo il privato interesse del singolo utente, ma un tassello del mosaico che dovrebbe riuscire a far cambiare vita ed aria alla città.
(Paola Pierantoni)

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12 Marzo 2008

Cornigliano - Non giocare a scacchi con Karpov-Riva

Ve l'immaginate una partita a scacchi tra un campione e un gruppo eterogeneo di amateur? La posta in gioco è rilevante e ogni parte deve fare un certo numero di mosse in un periodo di tempo stabilito. Il campione fa le mosse al tempo giusto, ma, se conviene, le ritarda per innervosire l'avversario. Il gruppo, invece, le discute, nel rispetto, si capisce, della sua struttura più o meno gerarchica e della sua composizione più o meno variabile. Secondo voi, chi vince?
La partita è il famoso "Accordo di programma" che, con relative modifiche, fu firmato nel 2005 e il campione è, inutile dirlo, Emilio Riva, nono produttore mondiale di acciaio, sesto in Europa, primo in Italia. Il 2010 doveva segnare la dismissione delle lavorazioni a caldo a Cornigliano e il potenziamento degli impianti a freddo (produzione di banda stagnata, zincata ecc.). Sarebbe stata "la rinascita della Genova siderurgica, pulita, ipertecnologica, del terzo millennio. Ma, a leggere Il Sole 24 Ore del 3 marzo 2008, il 2010 sembra ancora molto lontano: "Riva ammette le difficoltà per l'attuazione del piano di rilancio dell'acciaieria. La crisi della banda stagnata continua a mordere e fa accantonare l'investimento in una nuova linea; una centrale elettrica da 300 Mw ancora ferma al palo; 650 cassintegrati espulsi dal ciclo produttivo con la chiusura dell'area a caldo che dovranno rinviare il rientro in fabbrica".

Ora, dopo quasi tre anni, di fronte all'interminabile addensarsi di questi segnali di allarme si è riunito il "Collegio di vigilanza" (organo di controllo previsto dall'Accordo), ha discusso e ha deciso di chiedere al ministro Bersani, tramite il presidente del Collegio stesso, il prefetto Anna Maria Cancellieri, di convocare "al più presto", nella sede in cui l'accordo di programma era stata scritto nel 2005, cioè al Ministero dello Sviluppo Economico, un tavolo di confronto tra le Parti stipulanti (*) per entrare nel merito delle questioni (Repubblica, 16 febbraio 2008), per fare "una piena e approfondita verifica degli investimenti effettuati e dello stato dei lavori"(http://www.infosette.it/InfosetteLiguria/, 14 febbraio 2008). La posta in gioco è il destino di migliaia di persone e il possesso dell'"area più pregiate del Mediterraneo, 700 mila metri quadri serviti da porto, aeroporto, autostrada e ferrovi a, a un'ora di camion di Milano, crocevia della Regione più ricca e produttiva d'Europa" (Paolo Crecchi, Secolo XIX, 14 luglio 2007).
"Al più presto" quindi, ma, con le elezioni imminenti, si è entrati in fase di stallo. Solo dopo potrà riprendere la partita concreta. Ma per allora le amministrazioni locali e le organizzazioni sindacali dovranno aver elaborato le mosse (di cui al momento non c'è traccia) per uscire dall'angolo dove si trovano.
(Oscar Itzcovich)

(*) Parti stipulanti: Presidenza del Consiglio dei Ministri, Ministero dell'Economia e delle Finanze, Ministero per le Infrastrutture e i Trasporti, Ministero del Lavoro, Ministero per le Attività Produttive, Ministero dell'Ambiente, Ministero per i Beni e le Attività Culturali, Prefettura di Genova, Agenzia del Demanio, Regione Liguria, Provincia di Genova, Comune di Genova, Società per Cornigliano, Autorità Portuale di Genova, Società Aeroporto di Genova., ANAS, ILVA, Associazione Industriali della Provincia di Genova, CGIL, CISL e UIL, provinciali e regionali, FIOM-CGIL, FIM-CISL e UILM-UIL, provinciali e regionali. FAILMS-CISAL provinciale.

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Mind the gap - Nella città anziana vietato invecchiare

Se ci lasciamo raccontare Genova dalle statistiche, scopriamo che possiede un indice di vecchiaia tra i più alti di Italia, pari a 242, ovvero vi sono 242 persone di 65 anni e oltre per ogni 100 giovani sotto i 15 anni; l'età media dei genovesi è di 47,0 anni, con un picco di 48,5 anni nella circoscrizione Medio levante (http://it.wikipedia.org/wiki/Genova). D'altronde è sufficiente una passeggiata per le strade per capire che la Superba è una signora di una certa età.
Ma le strategie di mercato o non hanno gli occhi o li hanno troppo lungimiranti, così un'azienda cosmetica ha fatto comparire il suo slogan "Vietato invecchiare!", nelle farmacie ed erboristerie, costellando da alcuni mesi la città con l'ordine perentorio.
Cosa significherà mai, "vietato invecchiare"? Forse, un invito all'imbalsamazione di malcelata violenza, ancora più subdolo perchè veicolato all'interno delle farmacie, il luogo autorevole che per statuto dovrebbe perseguire la salute ed il benessere, mentre, se è vietato invecchiare, è fatto parimenti divieto di vivere.
Con un sottile sentimento del contrario, nonostante tutto, Genova ed i suoi abitanti continuano ad invecchiare, mentre lo slogan imbelletta goffamente le vetrine e rinverdisce, ad uso marketing, la fontana dell'eterna giovinezza.
(Eleana Marullo)

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Addio Don Balletto separato in chiesa

La chiesa di San Siro era stracolma di gente venuta a salutare Don Balletto. Ma in questo ultimo giorno, per la prima volta, Don Balletto era lontano. La morte l'ha interamente riconsegnato alla Chiesa. Decine di sacerdoti vestiti con i paramenti sacri gli tributano un onore, ma insieme lo separano dalle centinaia e centinaia di persone che hanno parlato con lui in questi anni, come amici.
La presenza di Don Gallo seduto su una panca, in borghese, accentua questa distanza. Ad officiare è venuto il cardinale. La guardia del corpo, con la pistola che gli rigonfia la giacca, guarda in continuazione in giro, nervosa, sospettosa del popolo che affolla la chiesa. La distanza è veramente troppo grande.
(Paola Pierantoni)

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5 Marzo 2008

Stazioni - Se settanta video vi sembran pochi

Lettere ai giornali e sfoghi sui blog segnalano da diverso tempo il disagio di una parte dei viaggiatori alle prese con la video-invasione delle nostre stazioni. Chissà se questa sofferenza è percepita come tale dalla maggioranza, o se la maggioranza, invece, se ne accorge a stento, o addirittura gradisce, ben addestrata da anni di bombardamento sonoro nei bar, nei ristoranti, nei negozi, in automobile, ovunque.

Suggeriamo, a chi non ne avesse ancora fatta esperienza perché non viaggia in treno, o a chi in treno ci viaggia ma non vigila su ciò che lo circonda, un percorso "di attenzione consapevole" di stampo yoga attraverso la Stazione Brignole: dopo aver fatto il biglietto si percorre il sottopassaggio tra un'ala di mega schermi che sparano ininterrottamente annunci pubblicitari. Ce n'è uno ogni pochi metri, sia a destra che a sinistra. Giunti sul marciapiede stesso discorso: qui sono sistemati a doppie coppie una per il binario di destra e una per il binario di sinistra, e per ciascuna c'è un video che guarda a dritta, e l'altro a manca. Gli onnipresenti video sono circa settanta.
Il senso è che non deve esserci scelta. Ovunque tu ti metta devi avere la tua dose di immagini e di suono. Chi, in attesa del treno, volesse tentare di porsi in salvo, mettendo tra sé e l'invasione sonora delle musichette e delle promozioni abbastanza metri per riuscire a dare un'occhiata al giornale in pace e per pensare ai fatti suoi, potrebbe provare un barlume di speranza perchè, da distante, la zona intorno all'ultimo sottopassaggio sembrerebbe pulita. Ma appena si fosse appoggiato alla balaustra, ecco che la musichetta lo assale anche lì: viene dallo schermo, invisibile dal marciapiede, piazzato in alto sulle scale del sottopasso. Per trovare scampo bisogna spingersi all'estremo limite del marciapiede, mettendo in conto una corsa all'ultimo momento per prendere il treno.
Cerco su internet la definizione di "privacy" e trovo "sfera privata della vita di ogni individuo", oppure: " … privacy non è niente altro che l'italiano intimità".
Non si tratta quindi solo del diritto a non essere spiati, ma anche di quello a vedere protetto il proprio spazio interiore. La società che gestisce la Stazione Brignole ha illegittimamente svenduto questo diritto dei cittadini. Serve un garante che ci protegga.
(Paola Pierantoni)

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Mind the gap - Tra consumo e consumo

Ai mercati dei civ (comitato integrato di via) passa parecchia gente. Se la giornata è tersa ed il vento non imperversa troppo, si srotola un carosello di occhi, sguardi, voci "Mi dia una fetta di quella toma, ma la faccia sottile sottile, mi raccomando". Un signore anziano, abito scuro e occhio glauco, scruta i bagliori verdastri dell'olio extravergine da profumatissime olive liguri ponentine, nelle bottiglie schierate sul banco come una prima linea in battaglia "Eh, si che mi piacerebbe quell'olio, altro che discount, ma chi ce la fa, a comprare". Una donna, esile come un giunco, aspetta la bonaccia della pausa pranzo per visitare la parata dei banchetti e chiedere, con un filo di voce, che le regalino qualcosa da mangiare. E via via, tra bisogni elementari, ninnoli collanine e cotillons.
In cima alla via campeggia un grande cartello, grafica seventy, sfondo nero, esplosioni di colori acidi ed oggetti di qualunque tipo, una specie di paradiso del consumo, alletta il passante con tono entusiasta "Questo è shopping", per promuovere una gita a New York City; altri fanno eco poco distante "Questo è mangiare", "Questo è divertimento", oh, yeah, in NYC, not Sampierdarena.
L'unico ad interessarsi al messaggio, nel via vai, un botolo in vena di segnalazioni territoriali.
(Eleana Marullo)

Posted by Admin at 09:52 | Comments (0)

27 Febbraio 2008

Prè - Politiche di risanamento in un vicolo cieco

Notizie da Prè. La strada è ancora chiusa, e la prima vittima dell'effetto broken window (vedi OLI 171) è il panificio che stava a ridosso del crollo del civ. 14. Adesso, sulle saracinesche abbassate, si legge il commiato dalla propria clientela e la denuncia dello stato di incuria che ha condotto la via, in risanamento da circa un ventennio, ad un degrado ingestibile.
Un passo indietro nella storia della via. Era il 1995 quando il Comune di Genova, in attuazione del Piano Organico d'Intervento (POI), procedeva all'acquisto degli immobili nell'ottica di avviarne il risanamento. In contemporanea, l'Ufficio Stranieri del Comune e l'Ufficio recupero centro storico convocavano le organizzazioni sindacali e le associazioni operanti nell'immigrazione, con la richiesta di fare da cuscinetto, nei confronti di immigrati irregolari durante le operazioni di sgombero.

La desolante realtà davanti alla quale si trovavano gli operatori convocati era l'assenza, nel Piano Regolatore Generale, di ogni considerazione del contesto sociale della via, accompagnata dalla richiesta puramente strumentale di far filtrare, tra gli immigrati irregolari, la notizia dello sgombero, in modo che, al momento opportuno, scomparissero per non farsi trovare. La situazione originò un coordinamento di associazioni e sindacati (sarebbe poi diventato il Forum Antirazzista) che si oppose agli sgomberi con presidi e azioni legali.
Un fatto che emerse quasi subito fu che le azioni di risanamento precedenti al 1995, intraprese e mai portate a termine, avevano creato situazioni per cui gli appartamenti venivano subaffittati da chi non ne aveva diritto, a canoni esorbitanti; d'altra parte, gli affittuari, potevano negare la disponibilità a fornire documenti che dimostrassero la regolarità del contratto d'affitto, generando quindi, per gli inquilini, il diritto all'assegnazione di un appartamento sostitutivo.
La lotta del Forum Antirazzista per garantire l'assegnazione di case a chi poteva arrivare a dimostrare un rapporto d'affitto regolare durò fino a giugno e si concluse con il successo per un caso soltanto, un cittadino senegalese che riuscì ad ottenere un alloggio in un altro quartiere. Gli sgomberi furono eseguiti ed il Comune, finalmente, attuò il risanamento di via Prè.
A guardarla a tredici anni di distanza, dalla prospettiva di una via chiusa, in massima parte di proprietà comunale ma in preda alle proprie fatiscenze, la cecità di una pianificazione ignara del sociale e per nulla lungimirante appare eclatante.
(Eleana Marullo)

(Le notizie relative agli sgomberi di via Prè sono tratte da documenti conservati nell'Archivio del Forum Antirazzista, attualmente in corso di riordino)

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Telecamere - Se disciplinare il traffico è una perdita di tempo

Repubblica 23 ottobre 2007: "Arrivano i tutor. Guai a chi corre... Telecamere intelligenti sulle principali arterie cittadine. Progetto della società Autostrade per il comune di Genova: 21 "macchine" per il controllo della velocità". Quattro sulla Sopraelevata e altre 17 sulle più importanti arterie cittadine. Il costo varia: più alto se verranno impiegate anche per l'analisi di rischio. Il tutor infatti individua, nei tratti monitorati, la velocità media delle vetture, rilevandone i numeri di targa. Rischi di contestazione? Impossibili. "Immagini ad alta definizione" ha scritto il Secolo XIX (28 ottobre '08).

Repubblica 2 dicembre 2007: "Multe sulle corsie gialle. Le telecamere battono i vigili. Da febbraio a novembre 45 mila multe provocate dagli occhi elettronici. Gli ausiliari fermi a 30 mila"; i vigili a 6000.
Repubblica 22 febbraio '08: Gli occhi del "grande fratello" sono diventati 3000! Verranno mappate tutte le telecamere per controllare le zone buie. "Non possiamo perdere tempo controllando palmo a palmo tutto il territorio, non ci resta che affidarci a un avviso pubblico: chi vuole aderire all'iniziativa dovrà semplicemente fornirci via, numero civico e tipo di telecamera. Successivamente il comune manderà un addetto per verificare il suo raggio d'azione".
"L'archivio - annuncia l'assessore alla sicurezza - permetterà alle forse dell'ordine di poter contare su un aiuto in più per prevenire e risolvere i reati soprattutto nelle zone sensibili...". La mappatura è uno dei quattro progetti che rientrano nel patto per la sicurezza discussi con il prefetto Cancellieri e che impegneranno un quarto dei due milioni di euro stanziati da comune, provincia e regione.
E' il futuro che si mette in moto. E il presente? Eccone uno scampolo visto dalla mia finestra. piazza Marsala: i blocchi messi a difesa della parte centrale sono stati divelti e spostati verso l'interno lasciando così spazio a posteggi abusivi con gravi rallentamenti del traffico. I quattro attraversamenti ai lati della piazza sono sistematicamente occupati da mezzi in posteggio che producono un pericoloso oscuramento della zona di passaggio. Vari motocicli sono quotidianamente posteggiati, durante tutta la giornata, sui marciapiedi che circondano la piazza. Ogni giorno centinaia di macchine che discendono da via Goito entrano in piazza percorrendo un senso vietato. Che altro? Il telefono, si capisce. Una indagine sul traffico nelle principali città italiane ha stabilito che almeno il 20% degli automobilisti usa il cellulare durante la guida. Ad osservare quelli che percorrono la piazza sembra una percentuale persino modesta che diventa irrilevante nella statistica dei v erbali genovesi.
Questo è il presente. Il futuro è l'occhio elettronico?
(Manlio Calegari)

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Caserme e forti - Begato: un passato da chiarire

Caserme e forti, un futuro "civile": così titola il Secolo XIX del 22 febbraio l'accordo tra l'Agenzia del demanio e la Regione per la riconversione di 34 edifici dislocati nelle quattro province. Gli edifici, un tempo usati per scopi militari (caserme, forti, depositi ecc.) saranno destinati - di intesa con gli enti locali - ad uso pubblico oppure dati in concessione e in parte venduti a privati.

Per decidere, Demanio e Regione hanno affidato a un gruppo privato (Rti-Ati Scenari Immobiliari, composto da Studio Viziano, Studio Leone-Torrani e Words) uno "studio di fattibilità" che, tenuto anche conto delle indicazione dei comuni, dovrà contenere valutazioni e ipotesi per la valorizzazione di questi immobili pubblici. "Ad agosto - dice Burlando - verificheremo il risultato e vedremo cosa resterà agli enti pubblici e cosa sarà immesso sul mercato, con vendite o concessioni lunghe". Curiosamente, un gruppo privato è chiamato ad elaborare un progetto che dovrà orientare decisioni sulla destinazione pubblico-privato di un enorme patrimonio: 34 edifici sparsi su tutta la regione per una superficie complessiva di circa un milione e 300mila metri quadri. "Se saranno individuate altre strutture dismesse potranno essere inserite. Per Genova potrebbe trattarsi dei Forti: "Ma - dice Burlando - non accetteremo un secondo caso come il forte Begato in cui sono stati investiti mil iardi per poi lasciarlo al vandalismo""(Repubblica 22 febbraio).
Burlando si riferisce ai 12 milioni di euro della Comunità europea spesi, qualche anno fa - nell'ambito del programma "Genova, capitale della cultura 2004" - nel recupero della storica linea delle fortificazioni genovesi. Sentieri, percorsi pedonali e ciclabili, ostelli, attività culturali, musica, teatro, musei, bar, ristoranti, finiti nel nulla. Uno scandalo che si è concentrato intorno a Forte Begato, il "recupero" che ha assorbito la maggior parte delle risorse. Restauro ultimato nel 2004 ma inspiegabilmente abbandonato ai vandali. Mai utilizzato malgrado le diverse proposte (tra le quali, una del Teatro della Tosse). Chissà se l'Unione Europea ha mai chiesto conto dei soldi investiti. Certo è che ad oggi ai cittadini non è stato chiarito niente: come sia stato possibile, chi ne sia stato responsabile.
Comunque, bene fa Burlando a serbarne memoria perché finora l'unica traccia - ma molto diluita - di quel scandalo la si poteva solo trovare in "GenovaTurismo", il sito del Comune di Genova per la promozione turistica: "Forte Begato: è stato ristrutturato col contributo della Comunità Europea tra la fine del XX secolo e l'inizio del XXI secolo" (http://www.turismo.comune.genova.it/spip.php?article275). Come a dire, tanto tempo fa, la giunta scorsa.
(Oscar Itzcovich)

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13 Febbraio 2008

Porto/1 - Conflitto d'interessi e pace sociale

Le paginate di cronache che dovrebbero svelarci nei dettagli lo "scandalo" del porto, ossia come si configurano i pesanti reati contestati ai vertici di Palazzo San Giorgio, in realtà lasciano perplessi se non delusi i lettori, rassomigliando sempre più a verbali di organi amministrativi dove si discute, si critica, si media prima di deliberare. Manca insomma la sostanza "criminogena" dei fatti, l'interesse personale, la ragione occulta, il motivo inconfessabile per cui sarebbe stata operata una scelta anziché un'altra. E forse è inevitabile che sia così, dal momento che, come riconoscono gli stessi magistrati inquirenti, non c'è alcun sospetto di tangenti, ossia di bustarelle a carico dell'ex presidente dell'Autorità portuale, Giovanni Novi, un galantuomo per tutti, critici compresi.

E allora? Qualcuno arriva a ipotizzare che il suo interesse potrebbe essere "politico", non - per intenderci - fondi stornati ai partiti, ma una ricaduta positiva di immagine: nel caso specifico assicurarsi il merito della pace sociale e dello sviluppo del porto. Agire in tal senso può essere considerato una colpa, se non addirittura un reato? Ci siamo dimenticati il tempo della conflittualità continua sulle banchine, quando le navi facevano la coda in rada, oppure venivano dirottate in altri scali più tranquilli? Certo non lo hanno dimenticato quei big esteri dell'import-export che ancora oggi, dopo oltre vent'anni di operosa tranquillità, continuano a ritenere "inaffidabili" moli e calate genovesi per via di quel passato.
Diranno i giuristi quali sono gli effettivi poteri e relativi confini, all'interno dei quali l'Authority ha diritto di decidere, quindi quali regole può aver violato il presidente. C'è da considerare però che l' autonomia è relativa, in quanto ad approvare o bocciare le proposte è pur sempre il comitato portuale, organo formato da enti pubblici (regione, comune, provincia, camera di commercio), ma anche da armatori, spedizionieri, agenti marittimi, terminalisti, ovvero portatori di legittimi quanto diretti interessi in materia. All'origine dei possibili errori di Novi, c'è appunto questo macroscopico conflitto d'interessi, insito nella legge 84/94 istitutiva delle Autorità portuali, quindi i condizionamenti che pesano nelle concessioni dei terminal. Qualsiasi maggioranza esca dalle prossime elezioni, è facile prevedere che, dopo il caso Genova, la legge 84/94 sarà cambiata. Ma chi n'ebbe n'ebbe.
(Camillo Arcuri)

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Porto/2 - Sparato dal bar il primo siluro

6 febbraio 2004. Novi si insedia all'Autorità portuale. Regione (Biasotti), Provincia (Repetto) e Comune (Pericu) gli assicurano "massima autonomia". Lui dichiara: "Non cederò a pressioni né a condizionamenti". Sembra uno che sappia di cosa parla. Della legge 84/94 in un'intervista (26 febbraio) dice che andrebbero modificate le modalità macchinose di nomina dei presidenti delle Autorità Portuali e la composizione del Comitato Portuale ... eccessiva nel numero dei delegati e molto sospetta di conflitti d' interesse. Il 9 marzo invita il nuovo Comitato portuale a lasciar da parte risse, carte bollate e cavilli giuridici "per impedire che l'avversario-concorrente imponga le legittime ragioni del suo business".

Richiami inutili: A maggio, uno scontro istituzionale: Novi nomina Carena a segretario generale. La cosa non piace al ministro dei trasporti Lunardi e al presidente della Regione Biasotti ma lui tira dritto (9 maggio). A giugno l'interminabile vicenda legata all'assegnazione del Multipurpose riesplode. Ricomincia la guerra delle procedure, dei ricorsi e controricorsi al Tar (10 giugno). Il conto però lo paga a novembre quando chiede nuove risorse per l'avvio di "opere fondamentali per la portualità genovese (terzo valico, nodo di San Benigno, nuovo tracciato autostradale, interventi sulla rete ferroviaria portuale e retroportuale)" (9 novembre). Ci pensa Grillo, FI, presidente della Commissione Lavori Pubblici del Senato: "Anziché chiedere altro denaro, Novi cominci a investire quello che ha ricevuto".
E se Novi fosse un incompetente? Il primo a far balenare l'interrogativo a soli 10 mesi dal suo insediamento è il Secolo XIX (28 novembre). Lo fa riferendo incontrollabili conversazioni colte in un bar di Sottoripa. Gola profonda: col suo modo di fare Novi ha messo in discussione la struttura interna dell'ente. "Avrà pur capito che per lavorare bene non può fare a meno della collaborazione di dirigenti e quadri".
Profonda e autorevole (la gola) al punto da ispirare un durissimo e sprezzante commento (16 dicembre) di Vaccari, arrivato da appena qualche settimana dal gratuito City alla direzione del Secolo XIX. "Con totale sprezzo del ridicolo, il presidente dell'Autorità Portuale Giovanni Novi si è finalmente dato una missione. A testa bassa come Wil Coyote, lo sgangherato personaggio dei fumetti che conclude puntualmente le sue cariche in fondo a un burrone, ha lanciato una crociata. No, non per far funzionare il porto: sarebbe una scelta troppo intelligente".
E' solo un assaggio di un pezzo colmo di ingiurie che - malgrado il clima conflittuale - lascia stupefatti gli stessi operatori portuali. Un gruppo di loro (Marco Bisagno, Luigi Negri e Piero Lazzeri tra gli altri) non perde un minuto nel protestare con una lettera aperta: "Il tono irriverente usato nei confronti del Presidente Novi lascia esterrefatti ed indignati, a maggior ragione in quanto l'articolo porta la firma del Direttore stesso del giornale" (18 dicembre).
Vista col senno di poi la vicenda di Novi, la sua personale, perché in questi giorni ce ne sono molte altre sotto la lente, sembra consumarsi in quei giorni del 2004. Chissà se al Decimonono si ricordano almeno il nome del bar dove erano cominciate quelle voci?
(Oscar Itzcovich)

P.S. Tutte le date sono del 2004 e indicano il giorno di pubblicazione della notizia sul "Secolo XIX"

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6 Febbraio 2008

Scenari Liguri - Renzo Piano propone, la Regione dispone

Scenari Liguri I. "Renzo Piano vede la città con meno cemento e più attenta al bello". "Una strategia generale che tiene insieme lo sviluppo, la qualità e l'estetica". Punti qualificanti: equità sociale (non devono esistere quartieri per ricchi e altri per poveri); sostenibilità (trasporto pubblico, ciclo di rifiuti, qualità del mare, costruire sul costruito garantendo l'invalicabilità delle linee di salvaguardia verde e blu); bellezza. Sono alcune delle linee del disegno strategico dell'Urban Lab di Renzo Piano che precisa: "Io non voglio fare un piano urbanistico", ma "l'ipotesi di un nuovo piano urbanistico non è un sistema di deregulation" (Secolo XIX, 1° febbraio 2008). Quasi abituati ad andare avanti per varianti del piano regolatore, le parole di Renzo Piano appaiono tanto evidenti quanto significative.

Scenari Liguri II. Un enorme patrimonio immobiliare sarà ceduto dalla Regione per pagare i debiti. Superficie coperta complessiva: 134 mila metri quadrati, con terreni che si estendono per 2,6 milioni di metri quadrati. Base d'asta, 160 milioni di euro. Tenuto conto del valore dei terreni, meno di mille euro a metro quadrato edificato. E' il valore medio dei 390 immobili delle Asl liguri che la Regione ha messo in vendita in blocco per ripianare il deficit della Sanità ereditato dalla precedente gestione. Operazioni di questa ampiezza, per quanto indispensabili, possono essere solo finanziarie? E i piani regolatori?
Interpellato dal Secolo XIX (2 febbraio) un noto immobiliarista della città qualifica semplicemente l'operazione come una "svendita". "Ci sono aree come Quarto, Pratozanino a Cogoleto, Costaneira a Imperia, il cui valore è "incalcolabile al momento", considerando che le destinazioni d'uso sanitario potranno essere cambiate solo dopo la conclusione dell'asta. Il punto è proprio questo: "perché non valorizzare le aree, decidendone la vocazione prima di metterle sul mercato? Perché non venderle a lotti anziché in blocco? Questi cespiti complessivamente possono superare di gran lunga i 200 milioni di euro". Sul Secolo XIX del 3 febbraio, l'imprenditore genovese Davide Viziano, che di affari immobiliari se ne intende, è lapidario: "E' un'asta anomala. Certi meccanismi è meglio lasciarli ai venditori di tappeti nei suq".
Scenari Liguri Size Due srl. E' la società che ha presentato l'offerta di 160 milioni di euro. La società è partecipata al 50% da un'azienda di costruttori bresciani, la Mael, che fa capo interamente alla famiglia dell'avvocato Lino Gervasoni (Michele De Tavonati è il presidente), e per il 50% restante dal gruppo che fa capo alla "Latin Spark Italia" di Reggio Emilia (Bresciaoggi, 30 dicembre 2007). Sul Secolo XIX del 30 dicembre 2007, il portavoce, Giovanni Melioli ha dichiarato: "Ciò che vogliamo trattenere e inquadrare in una serie di riqualificazioni sono i grandi complessi immobiliari". Per esempio: il fabbricato di via Pisa a Genova (3000 mq), quello di Costarainera, edificio del primo '900 conosciuto come 'padiglione Novaro'. E poi gli ex ospedali psichiatrici Pratozanino a Cogoleto e Quarto. Quarto è "un area magnifica e accessibile. Il suo futuro, per noi, sarà soprattutto quello di ricavarne residenze di pregio".
Una domanda: cosa ne sarà dell'assistenza socio-sanitaria in psichiatria? (a questo proposito, rimandiamo all'interessante articolo di Luigi Pastore su Trucioli savonesi, 3 febbraio 2008).
(Oscar Itzcovich)

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30 Gennaio 2008

Prè - La strada del poi e il paese del mai

Torniamo in via Prè. Per chi non avesse seguito (OLI 171), il riassunto in due parole: dopo il crollo avvenuto ai principi di novembre, via Prè è ancora chiusa, a scapito delle opere di risanamento che negli ultimi anni hanno avuto luogo, grazie a progetti di recupero urbano sovvenzionati dalla Comunità Europea.
Ma a quando risale il degrado in via Prè? Il risanamento ha quasi vent'anni di storia.
Tutto nasce da una legge regionale, "Contributi regionali per il recupero edilizio abitativo ed altri interventi programmati", che nel 1987 istituiva i Programmi Organici d'Intervento (sinistramente chiamati con l'acronimo-presagio Poi), con l'obiettivo di innescare sinergie di azioni pubbliche e private per migliorare il patrimonio abitativo pubblico. Erano previsti perfino mezzi drastici come l'esproprio, qualora l'iniziativa privata non fosse stata in grado di sottrarre gli immobili al degrado.

Il Poi Pozzo-Monachette, che interessa la zona, è cominciato intorno alla metà degli anni Novanta, con un costo complessivo "pari a oltre 19 milioni di euro (3 milioni e mezzo dei quali di provenienza pubblica), per "il risanamento di una ventina di alloggi per una superficie complessiva di oltre 4.800 metri quadri, circa 1.000 metri quadri di pavimentazioni, e 32 condomini coinvolti".
Quello che è successo ad almeno uno degli edifici compresi nel Poi, oggi si intravede tra ponteggi e transenne. Può tornare utile far scorrere all'indietro gli ultimi fotogrammi prima del crollo, per capire.
Fotogramma 1. Il civico 14 di via Prè (quello che ha subito il crollo) entra a far parte del Poi: i primi due piani vengono acquistati dal Comune. Con una delibera del 2003 (n. 92 del 30 gennaio 2003), è approvato un Programma di intervento di edilizia residenziale pubblica, al fine di creare alloggi per gli studenti universitari nella zona di Prè e del Ghetto.
Fotogramma 2. Nel 2004, una nuova delibera di giunta stabilisce che il Comune acquisti gli interni ancora di proprietà privata, dei civ. 12 e 14. In sintesi, l'operazione non va in porto, perchè, a quanto è riportato nelle deliberazioni di giunta, i privati (la società immobiliare Four) si oppongono, impegnandosi a effettuare da sé i risanamenti.
Fotogramma 3. Alla fine il Comune se ne lava le mani, deliberando, in data 27 febbraio 2007, di "stralciare l'intervento di riqualificazione di Via Pré 12 e 14 dal Programma di realizzazione di alloggi per studenti" e di provvedere a rivendere gli immobili. I possessori del resto dell'edificio sono tenuti "a procedere con urgenza al completo recupero dei fabbricati di Via Pré 12 e 14" e "a farsi carico dei costi e degli oneri pregressi ancora dovuti dal Comune al condominio in relazione ai ponteggi di sicurezza". Il provvedimento viene dichiarato urgente ed immediatamente eseguibile. Ultimo fotogramma: il 2 novembre 2007, nove mesi dopo, il civico 14 crolla rovinosamente al suolo.
(Eleana Marullo)

Posted by Admin at 16:11 | Comments (0)

23 Gennaio 2008

Degrado/1 - Se il teppista di via Prè è l'incuria delle P.A.

Cosa succede se un teppista spacca un vetro e nessuno interviene a sanare i danni e punire il colpevole? Secondo i teorizzatori della "broken window theory", che ispirarono all'inizio degli anni '80 la tanto evocata "tolleranza zero", altri vetri andranno in frantumi e seguiranno via via segni sempre meno controllabili di degrado.

In via Prè a cadere a pezzi non è una finestra ma due piani di un palazzo, disabitato da una quindicina d'anni e lasciato a deperire senza interventi di recupero per una contesa tra il Comune, che ne possedeva una parte, e gli altri proprietari. A causa del crollo, che risale al 2 novembre, i condomini della palazzina antistante furono evacuati e riuscirono a far ritorno alle proprie case solo alla vigilia di Natale, data di dickensiano risalto mediatico. Ma a che condizioni? Le impalcature di protezione chiudono ancora via Prè strangolandola e sono diventate ricettacolo di spaccio, la necrosi del tessuto urbano si propaga alle attività vicine.
"Resisteremo ancora poco qui", si lamentano i gestori del panificio a ridosso del crollo "non prendiamo lo stipendio da mesi e qua la situazione non da segno di migliorare, hanno addirittura interrotto i lavori". La recente notizia della messa all'asta dell'intero palazzo (Il Secolo XIX, 15 gennaio 2008) non consente di vedere una rapida soluzione, mentre la dilatazione dei tempi d'intervento stride con le operazioni di recupero che hanno interessato la strada in questi ultimi anni. Grazie alla pioggia di finanziamenti di progetti comunitari come Urban II (http://civis.comune.genova.it/uc5_web/interna.php?codp=URBANIIGE), finalizzato alla riqualificazione del centro storico, sono sorte attività e si sono riconquistati spazi che rischiano l'asfissia se via Prè non sarà riaperta in tempi brevi. L'informazione e la pubblica amministrazione ignorano l'argomento: per ora non resta che stare a guardare come, grazie alla loro inerzia, si propaga l'effetto "broken window".
(Eleana Marullo)

Posted by Admin at 15:22 | Comments (0)

Degrado/2 - Misericordia per salita della Misericordia

Ho percorso questa creuza per trent'anni. E' una vecchia incantevole comoda stradina per scendere verso il centro e risalire verso casa, un angolo di Genova rimasto intatto. Ora è chiusa, da anni!!
Un giorno, improvvisamente, la trovo chiusa. Ordinanza del sindaco! Pare che la salita non sia più sicura! Perbacco la Sicurezza!!! C'è un cartello, come prescritto dalla legge - immagino - con scritto tutto: motivo, responsabile lavori, data inizio, data fine lavori.., quanti armi sono passati dalla data di fine lavori? Quattro anni! Cinque anni! Non ricordo più.

Il cartello è sparito, dopo alcuni anni, nella più assoluta, spezzante incuria e trascuratezza - sarà una nuova legge comunale questa che i cartelli spariscano - e la vecchia creuza, in pieno centro, è diventata un deposito di spazzatura ed un ricovero per loschi individui (ad esempio scippatori che abbandonano i portamonete appena rubati... visto con i miei occhi) - forse la sicurezza da tutelare era quella degli scippatori.
Ma come mai? Incapacità di chi dovrebbe essere responsabile - che aspettano a licenziarlo! Mi viene un'idea aspettiamo ancora un paio d'anni, e ci facciamo una bella speculazione edilizia tanto su e giù per la creuza i cittadini consumatori non passano più da anni - il responsabile altro che licenziarlo, merita un bel premio!
Un cittadino camminatore che pensa che tutto ciò è scandaloso! (Quasi quasi scrivo a Grillo che ne dite?)

Il messaggio qui sopra è rimasto affisso per alcuni mesi - dall'estate 2007 alle recenti piogge di gennaio 2008, da dove è uscito straziato - nella transenna che da via Carcassi sbarra l'accesso alla salita della Misericordia. Ad oggi nessuna risposta.

Posted by Admin at 15:19 | Comments (0)

16 Gennaio 2008

Addii e veleni - Come faceva paura quel Novi in porto

Il rispetto che si deve all'operato della magistratura (almeno nell'ambito dei rapporti di una società appena normale), non può impedire di esprimere sorpresa e incredulità di fronte agli sviluppi dell'inchiesta giudiziaria che ha investito i vertici dell'Autorità portuale. Premesso che si tratta di avvisi di garanzia, quindi ipotesi investigative da verificare, è innegabile che i soli titoli dei reati citati fanno impressione: turbativa d'asta, concussione, falso e truffa, azioni tipiche di chi, secondo un andazzo diffuso, fa mercato della cosa pubblica a proprio vantaggio, per arricchirsi. Poi uno legge paginate di interrogatori, per capire che cosa è realmente successo, e si accorge che, per fortuna, nessuna banda di malfattori si era impadronita dello storico palazzo San Giorgio.

Al centro del caso, c'è una storia complessa, non più di altre, relativa all'assegnazione di uno dei terminal più ambiti, il Multipurpose: richieste di spazi operativi, mediazioni, rinunce, indennizzi, fino alla conclusione di un accordo, prima approvato e successivamente contestato, come frutto di "imposizione", dagli intimoriti firmatari. Ora tutto si può dire: che non sia compito della politica portuale intervenire per trovare intese tra i contendenti privati, che le funzioni cui deve limitarsi l'Authority debbano essere di tipo burocratico-notarile, che conti poco o niente aver portato avanti la delicata vicenda con la supervisione, e il benestare, dei più autorevoli specialisti di diritto reperibili in sede locale. Francamente però il quadretto di certi lupi d'affari impauriti, soggiogati dal presidente-padrone, sfiora il ridicolo.
E' difficile spiegare lo sconcertante finale senza tener conto della lunga stagione dei veleni che ha accompagnato la presidenza di Giovanni Novi in porto. Broker di lungo corso, abituato al decisionismo aziendale, una volta preso il timone pubblico egli ha cercato di correggere alcune anomalie, andando a toccare interessi intoccabili, e ha scatenato le furie. Inutilmente può vantarsi di aver recuperato 14 milioni di euro, perduti per canoni sottostimati e fatturazioni indebite. Gliel'hanno giurata, riuscendo infine a rovesciare il tavolo e farlo passare per quello che non è: se non un trafficone (chi lo conosce -estimatori o critici- non ha il minimo dubbio sulla sua onestà), per lo meno come un Gengis Khan, terrore dei terminal, che piegava capitani d'industria e di navi ai suoi voleri. Per fortuna ora lascia; così in porto finirà il tremito convulso che prendeva solo a vederlo.
(Camillo Arcuri)

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9 Gennaio 2008

Carovita - Di nuovo in coda per pane e riso

L'analisi è di Massimo Riva ("L'emergenza busta paga" Repubblica 20 dicembre '07), uno degli osservatori più lucidi dell'economia italiana. "Al centro della agenda politica per il nuovo anno dovrà esserci la questione salariale". Perché, scrive Riva, sta per arrivare una raffica di aumenti: "una nuova grandine che si sovrappone a quella dei mesi scorsi su beni essenziali. Il prezzo del pane è cresciuto nell'ultimo anno del 12,4%. Rincari minori ma significativi per pasta, latte, frutta, carne". Anche se il tasso tendenziale di inflazione a fine novembre era stimato al 2,4%, gli indici settoriali e quello generale mostrano una forbice: la questione salariale sta lì, in questo scarto.


E' necessario, spiega Riva, partire dai beni alimentari di prima necessità perché... all'interno del sistema retributivo generale, l'incidenza di questo tipo di consumi ha un impatto enormemente diverso sul potere d'acquisto di chi abbia una busta paga di qualche migliaio di euro ovvero di chi si trovi a disposizione un mensile sui 1100 euro come la grande maggioranza dei salariati italiani. Nel caso di questi ultimi infatti anche le poche decine di euro di maggiore spesa alimentare (per definizione meno comprimibile) stanno creando non poche drammatiche situazioni di vita personale e familiare.
La sintesi è di Luigi Traverso (Repubblica 23 dicembre '07) parroco genovese di San Siro. "Mica servono mille discorsi. Quarant'anni fa la gente veniva e chiedeva pasta e riso. Poi la situazione migliorò... pasta e riso ce l'avevano tutti; così chiedevano frutta, carne in scatola e formaggio. Oggi la gente in attesa qui in canonica chiede di nuovo pasta e riso. Sono tornati a mancare i generi fondamentali". Il Centro di ascolto di San Siro aiuta chi abita nel territorio della parrocchia, cattolici, musulmani, cinesi o marocchini. "Francamente della religione che professano non me ne importa nulla. Sono persone in difficoltà e il vangelo mi dice di sostenerle... Non sono un economista ma gli stipendi sono rimasti uguali là dove verdura, carne, pane, affitto, bollette, tutto è raddoppiato".
Gli immigrati? "Li abbiamo portati in un mondo che non è il migliore. Almeno i più sensibili tra noi provino a rendersene conto".
(Manlio Calegari)

PS Nel referendum "il genovese dell'anno" lanciato sul sito web Repubblica-il Lavoro, la candidatura di don Luigi, dopo una iniziale effervescenza, è al momento oscurata da quella di Cassano e Beppe Grillo. Niente miracoli: Natale è finito.

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Nuovo sito - Speculazioni edilizie alla luce del web

E' da pochi mesi on line un piccolo sito che si propone di fornire una dettagliata mappatura delle trasformazioni ambientali, interventi di costruzioni o speculazioni edilizie, a volte in deroga al Piano Regolatore, nel territorio genovese. E' nato spontaneamente da un gruppo di cittadini, studenti e laureandi di Architettura, alcuni militanti in partiti politici o associazioni ambientaliste, altri provenienti dai Comitati spontanei di quartiere, accomunati dal desiderio di tutela del patrimonio ambientale della propria città, e dalla volontà di rendere pubblici alcuni 'scempi' che paiono passare inosservati: dal taglio di alberi centenari per la costruzione di parcheggi (Piazzale Duca degli Abruzzi), alle sanatorie concesse nonostante il parere negativo delle istituzioni di riferimento (Via Bettolo). Il sito è amatoriale, l'attenzione alla grafica in secondo piano rispetto ai contenuti, e attualmente le segnalazioni si riferiscono esclusivamente alla zona di Levante, ma le schede e la documentazione riportata sono precise e dettagliate, la visualizzazione fotografica interessante: rappresentano segnalazioni costruttive e razionali fatte da cittadini per i cittadini stessi, e al bando il 'mugugno' genovese e l'antipolitica. Per chi volesse visitarlo: www.osservatorioverde.it.
(Maria Cecilia Averame)

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5 Dicembre 2007

Passato e futuro - Come fare mercato a spese del verde

Il futuro, il nuovo mercato all'ingrosso di Genova, si può vedere all'uscita del casello autostradale di Bolzaneto. Travi metalliche tese verso il cielo della modernità; attorno il deserto, terra smossa accatastata, nessun mezzo al lavoro. "C'è ancora qualche problema", dicono i bene informati. E chi non ne ha. E quale la data fissata? La primavera, forse... comunque prima dell'estate. Il problema? Non si dice ma si sussurra che sia una questione di frigoriferi... Beh, sì; sono frigoriferi grandi...

E il passato? E' ancora lì, in corso Sardegna, che fa il suo dovere in attesa di passare le consegne. Dopo 20 anni di assemblee, proteste, promesse e rassicurazioni, il gran giorno, l'ultimo, si avvicina. Benissimo e poi? E poi non si può sapere. Perché quello che appariva chiaro un tempo oggi risulta nebuloso; o peggio.
Possibile? E' possibile sì, tanto che ne ha scritto, sul Secolo XIX del 28 ottobre 2007, un professore di diritto ("Genova e l'assurda storia del mercato all'ingrosso"). Sostiene che il mercato di corso Sardegna sarà come spesso è successo in questi anni un caso di "privatizzazione dello spazio pubblico". Per la più ampia zona della città soggetta a riqualificazione urbanistica la giunta guidata dal sindaco Adriano Sansa nel 1996 aveva chiesto agli abitanti del quartiere quale destinazione avrebbero voluto per le aree dismesse. "Interpellati da un apposito questionario, gli abitanti espressero i loro più riposti desideri e quasi trasecolarono nel vederli accolti nel Piano regolatore generale (Prg), divenuto poi, nel 2000 Piano urbanistico comunale (Puc).
Nel Puc si stabilì che l'area fosse destinata per il 75% a spazio pubblico, verde e attrezzato: dovevano esserci centri sociali, limiti all'edificabilità e ai parcheggi, esclusione di nuovi centri commerciali, una nuova sala polifunzionale per musica, cinema e teatro da 1.500 posti".
"Cambiò l'amministrazione, e i nuovi gestori della cosa pubblica, dinanzi a espressioni astruse come Piano regolatore o Piano urbanistico dovettero chiedersi: si tratta forse di nuovi strumenti musicali? Detto fatto, indissero un concorso di idee di urbanistica partecipata ... puntualmente vinto da un progetto che stravolgeva il Puc: riducendo il verde, aumentando gli insediamenti commerciali, introducendo quattro piani di box auto sotterranei in una zona soggetta a rischio allagamento, almeno secondo il Piano di bacino (altro strumento musicale)". Gli stessi amministratori, prima di essere sostituiti dagli attuali, adottarono il sistema del project financing, "altra pittoresca espressione che indica la cessione dell'area ai costruttori per 93 anni, a fronte di un canone irrisorio". Un sistema incompatibile con il Puc che è o dovrebbe essere uno strumento urbanistico vincolante.
Giustificazioni del malaffare? Ne ha dato conto il Mercantile (19 e 23 novembre 2007). Il rischio ha detto l'assessore ai lavori pubblici è il degrado, la terra di nessuno, i balordi: il Comune non ha soldi e ha seguito una strada obbligata. Più esplicito ancora l'assessore al commercio: poteva far cassa e venderci l'area, ha detto. Non lo abbiamo fatto solo per tutelare gli abitanti.
Tradotto: statevene buoni e contenti. Chiaro?
(Manlio Calegari)

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28 Novembre 2007

Porto - Ma rispettare le regole fa male all'immagine

"L'idea forte di Messina per sbloccare la banchina": la rima è del titolo di Repubblica del 24 novembre 2007. L'intervista "a uno dei più importanti esponenti del settore armatoriale-terminalistico, alla vigilia del rinnovo della carica di presidente dell'Authority"portuale, segue quella a Novi (8 novembre), attuale responsabile, e a Batini (10 novembre), console dei camalli. Tutte, con altre che pare seguiranno, si propongono di chiarire al lettore, oltre ai compiti che attendono la futura autorità portuale, il senso delle candidature lanciate in questi giorni. L'ultima - Paolo Costa, presidente della Commissione trasporti europarlamento, docente universitario e rettore dell'Università di Venezia, ministro dei lavori Pubblici con Prodi dal '96 al '98 - viene dalla sindaco Vincenzi. Lui, Costa, non si è tirato indietro. "Se la sfida è quella di trasformare la centralità geografica del Mediterraneo in centralità economica - ha detto - partecipar e a questa sfida guidando il più grande porto italiano sarebbe per me un onore degno anche di qualche sacrificio personale". Il linguaggio è un po' d'altri tempi ma a suo favore c'è che è un politico di lungo corso, vicino a Prodi e "esterno" alle beghe genovesi (Repubblica 23 novembre 2007).

Le beghe genovesi, quelle nel direttivo portuale ma anche le assenze e le inadempienze della politica - ad esempio il ritardo nel fornire al ministro la terna dei candidati - sono lo sfondo della corsa alla presidenza del porto. Tanto più importante oggi che tutta la politica si aspetta da san Giorgio il miracolo: il decollo economico, l'occupazione, la Genova europea che raccoglierà finalmente il testimone dalla Genova operaia lasciando a quella degli eventi e dei buoni pasto il ruolo di intermezzo.
Le beghe: tra Novi e Bisagno, presidente degli industriali, tra Novi e i terminalisti, i riparatori, gli armatori, gli agenti; insomma tra Novi e il mondo. In particolare col Secolo XIX che da mesi scrive contro l'attuale Autorità accusata d'aver ridotto il porto a "un cumulo di macerie" (25 novembre 2007).
Non ha avuto la mano leggera neanche l'armatore Messina: "Usciamo da 4 anni difficili, anche inutili". La cosa che più ha offeso Messina è che Novi ha "proiettato su tutto il porto una luce negativa" sostenendo - o addirittura sollecitando - l'inchiesta della magistratura sulle gravi irregolarità delle concessioni portuali. Ci siamo compromessi l'immagine, ha detto, e "abbiamo perso tempo per un cavo posato nel posto sbagliato". Secondo i conti fatti da Novi quei cavi "nel posto sbagliato" valevano circa 12 milioni di euro, circa il 40% dei canoni incassati durante la gestione precedente quando ci si preoccupava dell'immagine. Oggi, con Novi a scadenza, e mentre si fanno i nomi dei suoi possibili successori, anche le istituzioni dovrebbero dire loro. Per esempio: questa cosa dei canoni era solo una questione di immagine? Così, tanto per aiutare capire.
(Manlio Calegari)

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21 Novembre 2007

Corteo - Se a prendersi la città sono le parole

La "sinistra antagonista, massimalista e radicale" si è presa Genova per tutta la giornata di sabato 17 novembre. Ha iniziato al mattino con una manifestazione di studenti. Praticamente un piccolo gruppo di puffi rumoroso che, per le strade del centro, chiedeva una scuola migliore. Ed ha continuato il pomeriggio, la "sinistra anarco-insurrezionalista", appropriandosi di una fetta della strada a mare e della piazza principale della città.
In corteo si potevano riconoscere le menti più lucide del movimento estremista come funzionari di enti pubblici, sindacalisti, direttori di scuola, pensionati, dirigenti di società private, impiegati, operai, insegnanti, precari, avvocati, nonni, bambini, ed una quantità immensa di giovani - capelli rasta, bandiere della pace e dei pirati - provenienti da tutta Italia. A capeggiarli un prete.
Genova era bellissima. Tersa. Luminosa. Fredda. Alle finestre di via Gramsci le comunità dei molti paesi lontani che la abitano da anni. Salendo verso Carignano ancora finestre e facce, balconi e corpi ad assistere impauriti ad una manifestazione di pace che la città doveva a se stessa dal G8 e per dare a parole come verità e giustizia il senso che spetta loro. Ecco, le parole erano chiare negli occhi di ognuno e strette senza distinguo. Trasparenti. Perfette.
Sei anni che le parole tornano in piazza per rivendicare se stesse e fanno paura. Sabato nessuno le ha attaccate.
(Giulia Parodi)

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31 Ottobre 2007

Sicurezza - Vincenzi alla prova dei vigili urbani

Prendete il Secolo XIX. A settembre 2007 gli articoli dedicati alla sicurezza erano il doppio di quelli di agosto. E a ottobre? Il doppio di settembre. Domanda facile: quanti saranno a novembre? Domanda difficile: quale relazione tra campagna giornalistica e "fatti"? A far riferimento ai normali indicatori - quelli forniti da questura, prefettura, procura ecc. - la situazione sembrerebbe stazionaria, non troppo diversa dal solito. Sarebbe invece cambiata la loro "percezione": come la paura che non ti fa uscire di casa, o ti spinge a cambiare zona di residenza o ad avere comportamenti aggressivi. Se la "percezione" del pericolo cresce, lo spazio per ragionare si restringe, molto.


Da settimane politici e istituzioni parlano solo con proclami. Annunciano misure irrealistiche ma che vogliono essere rassicuranti: "tolleranzazero" (ancora!), "restringeremo", "aumenteremo...". Il nemico è stato chiaramente individuato dal prefetto (Secolo 28 ottobre '07):"Genova ha a che fare con un doppio problema. Uno è rappresentato dalla criminalità effettiva. Un altro, forse ancora più grande, da un senso oggettivo di difficoltà di fronte a comportamenti riconducibili soprattutto a immigrati che hanno atteggiamenti non consoni al nostro vivere civile (sic!). E quando dico non consoni è evidentemente un eufemismo". Dichiarazione pesante ma in prefettura queste cose si sanno. Da anni infatti sono impegnati ad elaborare piani sull'ordine pubblico (2003 "Piano per il controllo del territorio", 2004 "Piano di coordinamento per il controllo del territorio" e poi ancora i "piani" varati nel 2005 e nel 2006) dai consuntivi rimasti sconosciuti.
Si capisce, ha aggiunto il prefetto, che prefettura e questura non possono fare tutto. "Una parte spetta a noi, un'altra sicuramente all'amministrazione". In proposito la sindaco aveva parlato chiaro già prima di questa fase di acuti. Si era appena insediata che aveva detto pressapoco: il corpo dei vigili urbani dovrà essere più presente in città, anche la sera e nei giorni festivi. Dichiarazione impegnativa che il "corpo" aveva fatto passare. Pochi giorni fa nuova promessa: "100 vigili in più a Sampierdarena". Il "corpo" aveva di nuovo incassato in silenzio. Poi, a ruota, l'assessore alla sicurezza (Secolo 26 X '07) aveva annunciato l'imminente attuazione del progetto "vigile di quartiere". No, ora basta - ha tuonato il rappresentante sindacale CGIL (Secolo 27 X '07). Decidete quello che vi pare - fa sapere - ma sia chiaro che poi dovrete fare i conti con noi. Tradotto: 1) i turni esistenti non si toccano; 2) a fare il vigile di quartiere ci vanno solo quelli che hanno vogli a di andarci; 3) in ogni caso non se ne parla prima di sei mesi perché sono necessari corsi di addestramento appositi.
Affermazioni che come in altri casi recenti indicano nel rapporto tra direzione politico amministrativa e gestione della macchina comunale uno dei problemi principali della giunta Vincenzi. Aspetti politici a parte i cittadini hanno letto con inquietudine che personale oggi abilitato a portare alla cintura pistola e manette ritenga di aver bisogno di particolare addestramento per fare il vigile di quartiere.
(Manlio Calegari)

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Medaglie al merito - No parking, sì parchi

Un po' di riconoscenza - almeno fino a prova contraria - Genova civile la deve alla giunta Vincenzi che ha accettato di riaprire la pratica dell'Acquasola. "Siamo contro i parcheggi a scorrimento -ha detto il sindaco- perché non alleggeriscono ma aumentano il traffico in città. Per questo siamo disponibili a bloccare il Park dell'Acquasola". Riaprire una pratica già decisa dalla mitica giunta Pericu non è cosa da poco. Buona parte dell'apparato politico e amministrativo che a suo tempo sostenne la decisione è ancora lì e ben piantato.

Genova civile deve anche riconoscenza - ma in questo caso molta, moltissima - al piccolo gruppo di associazioni e di cittadini capeggiati da Lega ambiente che, dall'ottobre 2004, quando è esplosa la questione del Park, ha criticato, manifestato, promosso incontri, urlato la vergogna che veniva perpetrata sotto il naso di tutti: un giardino storico scempiato e fuori uso per anni in nome del dio denaro. Tre anni, dal 2004 al 2007, durante i quali la vicenda Acquasola è apparsa emblematica dell'intreccio che a Genova lega il mondo degli affari a quello della politica, ai tecnici e agli organi di stampa.
Qualcuno ricorda il titolo di Repubblica-Lavoro del 7 agosto "Park e verde così rinasce Acquasola"? Era semplicemente l'eco della delibera di giunta 6 agosto 2004 che prevedeva di costruirci 500 posti auto; 6.000 mq sul lato Carignano, 3 piani di cemento interrato. Il parcheggio era il modo scelto dall'amministrazione per "riqualificare" il parco preda del "degrado". Parola d'ordine fare in fretta. In testa al gruppo l'assessore al traffico Merella: "cantieri subito aperti per non perdere i finanziamenti". Anche il sindaco Pericu, sia pure con espressioni dolenti, si era detto d'accordo. Per i parchi come per molte altre cose non ci sono soldi, aveva spiegato; il parcheggio era una necessità. Schierato anche il consiglio comunale che, il 28 settembre '04, aveva approvato il progetto definitivo del parcheggio interrato in spianata Acquasola. Pare che ad alcuni consiglieri dubbiosi fosse stato detto che si trattava d' un "atto dovuto", e che a votare contro c'era il rischio di rimetterci di tasca propria.
E la Sovrintendenza? E le infinite commissioni (giardini, verde, ambiente, cultura...)? D'accordo, si capisce. E i servizi? Quelli avevano cominciato da parecchio a lasciare andare il giardino a schifo: zero pulizia, zero manutenzione; il "degrado" pilotato.
Contro una macchina da guerra così potente solo il gruppo sparuto dei comitati, pochi cittadini convinti della difesa di un bene comune. Hanno insistito, chiesto, manifestato, imposto commissioni di verifica e ogni volta che venivano sconfitti hanno ripreso la lotta. Hanno imposto il blocco dei lavori, svelato le malizie, ignorato le rassicurazioni con cui si è cercato di mandarli a casa. Hanno imposto alla città la loro presenza fisica, sgradevole, irriducibile. Tre anni di lotta e lo scontro è ancora in corso.
Genova democratica, Genova civile dovrebbe valutare se istituire per loro una decorazione speciale; qualcosa come l'ordine dell'Acquasola. Magari un piccolo alberello, ricordo e omaggio d'una lunga democratica guerra.
(Manlio Calegari)

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24 Ottobre 2007

Sicurezza - L'allarme baby gang diventa routine?

Epicentro di un nuovo "allarme sicurezza", Sampierdarena si conquista giornalmente un posto nella stampa cittadina. "Rapinano un pensionato, rischiano il linciaggio" (Repubblica- Lavoro 7 ottobre 2007); "Sicurezza, più vigili in strada e tolleranza zero con i locali" (Secolo XIX, 10 ottobre); "Sampierdarena un altro scippatore preso dai cittadini" (Secolo XIX, 11 ottobre); una serie di furti, seguiti dalla reazione della popolazione, hanno occupato pagine di cronaca, mentre è titolato "Le metropoli stanno meglio, ma occhio alle baby gang" il commento di un criminologo alle difficoltà di inserimento degli adolescenti stranieri.
Il nuovo "allarme sicurezza" sigla il ritorno di una terminologia provvisoriamente dismessa, parole come "baby gang" e "latinos". Vale la pena scorrere la cronaca degli ultimi anni, per rilevarne le oscillazioni.

Era l'agosto 2004 quando la morte di Gaetano Marino, aggredito da rapinatori nel centro storico, fece esplodere l'"emergenza baby gang": "Gaetano Marino muore, prima vittima della sicurezza perduta nel centro storico, da tempo teatro delle scorribande delle gang sudamericane" (Secolo XIX, 31 agosto 2004). La lega Nord chiese le ronde e il Secolo XIX titolò "Troppa violenza, andiamo via, Genovesi in fuga dal Centro storico"(3 settmbre 2004), mentre Repubblica-Lavoro sposava una tesi meno allarmista: "Gli stranieri? Sempre di più ma i reati non aumentano" (3 settembre 2004). Il risultato dell'"emergenza criminalità" 2004 fu la stesura di un contratto di sicurezza tra Comune e Prefettura.
La cronaca sulle gang continua, tra un'emergenza e l'altra, finché un altro fatto accende i riflettori sulla sicurezza cittadina: la morte di Luciana Biggi, in via S. Bernardo, con il maggior sospettato Luca Delfino che accusa un gruppo di marocchini. I giornali pubblicano nei giorni successivi (era il maggio 2006) notizia di varie aggressioni (rivelatesi talvolta false) ad opera della microcriminalità straniera. Tornò la psicosi tra i residenti nel centro storico ("Una colletta per difendersi, nei caruggi voglia di vigilantes", Repubblica-Lavoro 3 maggio 2006).
Sempre nel maggio 2006, grandi operazioni sulle "baby-gang" portarono a numerosi arresti e rimpatri ("La grande retata delle baby gang, sessantuno arresti, decapitati i vertici delle bande ecuadoriane", Secolo XIX, maggio 2006), in stretta opposizione ad un evento che avrebbe avuto riflessi importanti. Nel giugno 2006 vi fu infatti un incontro tra esponenti delle bande giovanili cittadine, per uscire allo scoperto e firmare una sorta di pace, chiedendo però di non essere più demonizzati e identificati con la criminalità. Non più baby gang o pandillas, quindi, ma organizzazioni di strada. L'incontro, voluto in primo luogo dalla Facoltà di Sociologia, ricalcava il modello con cui Barcellona aveva affrontato, con buoni risultati, la situazione di allarme creata dalla presenza di bande giovanili.
L'evento, di grande risonanza mediatica, è stato assorbito dalla stampa, che per più di un anno ha evitato il termine "baby gang". Tregua interrotta da questo nuovo "allarme sicurezza", seguito dal "pacchetto sicurezza" e dalla proposta di ronde, che si ripropongono sistematicamente, questa volta per Sampierdarena (vedi Oli 159). Tra sicurezza reale e sicurezza percepita, fiumi di carta stampata.
(Eleana Marullo)

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Miopi rinvii - Una moschea per pregare lontano dalla monnezza

"Siamo stati sfrattati dall'unico luogo della provincia di Genova dove potevamo praticare la nostra religione, svolgere attività sociali, culturali, educative. Una moschea (centro culturale islamico) è un fatto di civiltà… La libertà religiosa è un diritto costituzionale". Così diceva un volantino del lontano 1999, firmato Centro Islamico culturale di Genova.
La fotografia (cliccare qui), presa nel Giugno 2005, ritrae la vita ordinaria di uno dei centri di preghiera islamici (quello di vico dei Fregoso, accanto ai mezzi dell'Amiu), sorti informalmente qua e là nella città dopo la cancellazione della moschea di via Bologna.

Dal 1999 ad oggi assistiamo in merito ad una sequenza di impegni disattesi, rinvii, rimpalli di responsabilità che stanno facendo vivere a migliaia di islamici genovesi una frustrazione molto pesante: la negazione di fatto della dignità del loro credo religioso e della loro cultura, l'esperienza vissuta del dovere praticare i propri riti in condizioni avvilenti.
Dire, come ha detto la sindaco Marta Vincenzi, che la moschea si farà, "che non vi è alcun pregiudizio da parte nostra", ma che non crede "che si tratti di una priorità per il 2009" (Il Secolo XIX del 27 settembre 2007) è una sottovalutazione di questa vicenda.
Sarebbe finalmente di sfidare l'impopolarità di cui parlava Bruno Gabrielli (Repubblica del 30 settembre 2007) non solo per affermare valori che sono propri della democrazia, ma anche per non mettere in difficoltà chi, tra i cittadini di cultura islamica, si impegna da anni per diffondere nella propria comunità la ricerca del dialogo e della convivenza armoniosa con la città ospitante.
(Paola Pierantoni)

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17 Ottobre 2007

Sicurezza - Un'informazione da far paura

"Sebbene per il momento in città io non veda emergenze vere sulle problematiche legate agli extracomunitari perché siamo sul fisiologico, sento una percezione di insicurezza che non va trascurata" (questore Salvatore Presenti, Repubblica-Lavoro, 27 luglio). Passata l'estate, dopo una riunione del "Comitato Provinciale per l'ordine e la sicurezza", Marco Preve registra le dichiarazioni del prefetto Giuseppe Romano ("L'andamento della criminalità a Genova è in decisa flessione. E questo vale per tutti reati tranne uno: i furti"). Preve osserva che "nonostante nella graduatoria dei reati sia in posizione medio basse, Genova vive periodicamente delle emergenze, più sociali che criminali" e si chiede il perché della continua mobilitazione e di "tavoli" e "patti" per la sicurezza. Perché, dice Marta Vincenzi, "in alcuni quartieri la vivibilità è drasticamente peggiorata e crescono il disagio e il senso di insicurezza dei cittadini" (Repubblica, 11 ottobre).

Domanda: se la presenza di lavavetri, graffitari, venditori abusivi, mendicanti, vagabondi, prostitute, immigranti contribuisce al "senso di insicurezza" dei cittadini, per quanto vi concorrono i media, i giornali? Per restare in ambito cittadino, quanto hanno contribuito al "senso di insicurezza" i giornali che in questi ultimi mesi si sono contraddistinti nel riversare, quasi senza soluzione di continuità, titoli cubitali ("Notte di paura", "E' emergenza", "Allarme sicurezza", per citarne solo alcuni) e notizie sempre più allarmanti? Ma forse i media non fanno che amplificare quello che avviene in modo bipartisan nell'ambito della politica dove la sicurezza viene sempre più intesa solo come problema di ordine pubblico.
E' significativo a questo proposito il disegno di legge predisposto dal ministro Amato e voluto dal sindaco di Bologna Sergio Cofferati e dal sindaco di Firenze Leonardo Domenici che sarà portato alla discussione del Consiglio dei Ministri il prossimo 23 ottobre. Il "pacchetto sicurezza" (così si chiama) prevede tra le altre cose, l'ampliamento dei poteri ai sindaci, che diventavano di fatto anche "ufficiali del governo", la tolleranza zero contro degrado e manifestazioni, il rafforzamento della custodia cautelare per tutti i reati di cosiddetto "allarme sociale" (furto, scippo, rapina), di fatto equiparati ai reati di mafia o di terrorismo e l'allargamento ai prefetti del potere di espulsione dei cittadini comunitari per motivi di "ordine pubblico".
Il "pacchetto sicurezza" è fortemente contrastato da sinistra, che ha avanzato dubbi di costituzionalità (Liberazione, 14 ottobre), e da gran parte delle associazioni di volontariato impegnate nel sostegno delle persone in difficoltà, in parte anche italiani. E' passata quasi in silenzio l'iniziativa di una decina di queste (tra le quali, Arci, Cantieri Sociali, Gruppo Abele) che hanno chiesto un incontro urgente con il governo perché temono che il pacchetto "non solo non risolva ma, nei fatti, alimenti i fenomeni e gli spazi di illegalità". Più che a politiche di repressione e di "allontanamento degli indesiderati", chiedono le organizzazioni, il governo deve lavorare per "la realizzazione di azioni positive a tutela delle fasce marginali" (L'Unità, 12 ottobre). Chiedono, infine, "che nei territori vengano attivati tavoli di concertazione per la costruzione della sicurezza sociale in forma partecipata e concordata (testo integrale della lettera: http://www.fiopsd.org/?q=node/106). Finora non sembra abbiano avuto risposta.
(Oscar Itzcovich)

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Carige - La scalata di Venezia interessa Genova?

C'entra la Carige, la banca più importante della città, con i governi di Comune, Provincia e Regione? Perché un rapporto c'è: Carige è una cassa di risparmio e la legge prevede che il suo compito di indirizzo sia -detto in soldoni- quello di trasferire alla comunità, tramite la Fondazione omonima che possiede circa il 44% delle azioni della banca, le rendite provenienti da una così cospicua immobilizzazione. Per questo nella Fondazione, nei Consigli di amministrazione e di indirizzo che la dirigono, siedono rappresentanti indicati dagli enti locali.
E questi rappresentanti della politica cosa pensano di come la Fondazione, la cassaforte della città, spende i suoi soldi? Non lo sappiamo.

A due anni di distanza dall'ultima discussione pubblica conclusa con un "protocollo di intesa" - dove (Repubblica 16 novembre '05) oltre la fine delle polemiche si stabilivano nuovi criteri di collaborazione tra sindaco, presidente della Provincia e presidente della Fondazione - l'unanimismo (e il silenzio) hanno vinto. Scelta (unanime) d'un nuovo presidente della Fondazione, scelti (unanimemente) i consigli di amministrazione e indirizzo, unanime il consenso di partiti e isituzioni alla decisione della Fondazione di restituire meno alla città per reinvestire invece le sue immobilizzazioni in titoli Carige di cui è già principale azionista.
Scandalo? Ma per carità: dal palazzo solo silenzio. Taciturna anche la stampa locale che a suo tempo aveva dato notizia con un certo imbarazzo delle inchieste dedicate da Il Sole- 24 Ore (16 febbraio 2005) a Carige ("Carige crocevia delle scalate bancarie. La regia di Fazio e il ruolo di Grillo. I legami con gli immobiliarist i") e dal Corriere della Sera (23 ottobre 2006, "Il caso della banca Carige, la banca di famiglia" e ancora "I rapporti non trasparenti fra l'istituto genovese e le due assicurazioni controllate.... L'oscuro capitolo immobili... Fiduciarie , bancarottieri, capital off-shore. E una rete di parenti nei posti chiave...").
Ce l'hanno con noi perché non possono divorarci (bancariamente, si capisce) e non siamo disposti a fare da lepre, aveva detto pressapoco il presidente di Carige, Berneschi. Così Carige (la lepre!) è arrivata indenne alla fine dell'estate 2007 quando ha annunciato di aver acquistato 78 nuovi sportelli liberati su richiesta dell'Antitrust da Intesa San Paolo. Controvalore circa un miliardo di euro; da qui la necessità di un aumento del capitale. Deciso (Secolo XIX, 2 ottobre '07) dal Cda di Carige, sarà a breve sottoposto alla approvazione di una assemblea straordinaria. E la Fondazione? Ha praticamente già dato il suo assenso. "La Fondazione farà fino in fondo la sua parte sottoscrivendo per intero la sua quota di capitale che dopo le recenti acquisizioni è risalito al 44,12 % (Repubblica 25 settembre).
Commenti? Nessuno. A parte il solito Il Lavoro (Repubblica 11 settembre '07) che, messo mano ai ricordi scolastici, ha titolato: "Carige, maxiacquisto di sportelli. Conquistata anche Venezia. Il vessillo genovese sventolerà su piazza san Marco...".
(Manlio Calegari)

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10 Ottobre 2007

Sindaci-sceriffi - Inutile ma auspicata la tolleranza zero

"Sono convinta che la lotta alla criminalità o alla microcriminalità si combatta non affidando poteri più ampi ai sindaci con la tolleranza zero di Rudolph Giuliani (che non mi pare abbia sortito grandi risultati)" (Marta Vincenzi, Corriere Mercantile, 5 settembre). Aggiungiamo un paio di considerazioni:

1) La tolleranza zero di R. Giuliani non è mai esistita. Come dimostra Alexander Stille su Repubblica (16 settembre) non è che un mito metropolitano: il calo significativo dei reati a New York negli anni Novanta non può essere ricondotto né a lui né alla tesi della "tolleranza zero". Il fenomeno aveva una portata ben più generale perché, nello stesso periodo, in tutti gli Stati Uniti, si registrava un calo simile. Stille osserva che lo stesso Giuliani non ha mai usato l'espressione "tolleranza zero" e riporta una dichiarazione di Giorgio Kelling (un criminologo considerato uno dei padri delle strategie newyorkesi contro il crimine): "Tolleranza zero, vale a dire pugno di ferro per tutti i reati minori ovunque, implica fanatismo. E noi siamo sempre stati convinti che una valida gestione dell´ordine pubblico implica prudenza, senno, e capacità di valutare il contesto".


2) Marta Vincenzi rinuncia a chiedere più poteri di polizia, ma domanda l'intervento del ministro dell'Interno su molti "problemi" che considera di "ordine pubblico". Primi tra tutti, nomadi e moschea. Sui nomadi annuncia: "né tolleranza zero né una città troppo accogliente" (Repubblica, 31 agosto). Sulla moschea, frena la sua costruzione. La si farà "se e quando avremo tutte le garanzie necessarie… non possiamo riempire questo Paese di moschee… ce ne sono già abbastanza" (Gazzetta del Lunedì, 24 settembre) e invia un dossier al ministro dell'Interno affinché si ottengano informazioni su chi sta dietro la costruzione della moschea: "Nessuno nega la libertà di culto, ma qui sono in gioco ragioni di sicurezza" (Secolo XIX, 26 settembre).

La strada percorsa dalla sindaco piace al centrodestra: ampi settori dell'opposizione applaudono Corriere Mercantile, 27 settembre); "la richiesta del sindaco è più che giusta", dichiara Claudio Scajola (Secolo XIX, 28 settembre).

R. Onofrio osserva che, assieme a Chiamparino, Domenici, Veltroni e Cofferati, Marta Vincenzi appartiene al a "schiera sempre più nutrita dei sindaci ulivisti che hanno deciso di invertire con decisione alcuni radicati capisaldi culturali della sinistra, soprattutto per quanto riguarda il tema della tolleranza zero sul fronte della criminalità, piccola o grande che sia" (Secolo XIX, 26 settembre). Ora, al Viminale, i sindaci si sono accordati su di un "pacchetto sicurezza" da portare al Consiglio di Ministri che darà più poteri ai sindaci. "Il giro di vite colpirà lavavetri, commercianti abusivi, zingari" (Secolo XIX, 9 ottobre).
Come recentemente osservava Stefano Rodotà : in Italia la discussione sulla sicurezza è ormai ridotta a una brutale questione di ordine pubblico (Repubblica, 10 settembre).
(Oscar Itzcovich)

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26 Settembre 2007

Sicurezza percepita - Il traffico urbano pericolo numero 1

Molte prese di posizione sulla stampa quotidiana per le decisioni di alcuni sindaci di impedire le prestazioni dei lavavetri. Per tutta la seconda metà d'agosto il dibattito non si è mosso dalla cronaca spicciola dei pro e contro. Non sono mancati i suggerimenti polemici del genere "perché non vi occupate dei mafiosi o dei criminali invece di rompere le palle a dei poveretti?". Sull'onda -accresciuta da gravi episodi criminali- il ministro Amato ha annunciato, il 3 settembre, un disegno di legge del governo su "macro e microcriminalità". Il 7 settembre G.D'Avanzo ha scritto su Repubblica un articolo -tutto da leggere- intitolato "Sicurezza e serietà". Carte alla mano ha dimostrato che gli annunciati tempi di approvazione del provvedimento sono velleitari e che ancora una volta ci troviamo di fronte ad una operazione di facciata. L'articolo sottolinea anche la confusione con cui nel dibattito pubblico viene usato il termine "microcriminalità".

Gli interventi di alcuni sindaci - Cofferati in particolare (ad es. Repubblica 9 settembre 2007)- sono però stati utili per affermare la necessità di dare ai sindaci piena giurisdizione sul territorio metropolitano. I sindaci - eletti dai cittadini e responsabili politicamente delle città che sono chiamati a governare- vedono limitato l'esercizio pieno del loro potere da prefettura, questura e altri organi dello stato. In diversi hanno dichiarato che il territorio della loro competenza non è riducibile a quello dei lavavetri. Genova che ha vissuto il dramma del G8 ne sa qualcosa.
Sempre a proposito di "microminalità" e di "microcomportamenti illegali" esistono diverse inchieste sul loro aumento riferito agli ultimi 15 anni. Avrebbero trovato un terreno favorevole sia nel graduale affermarsi di una cultura i cui principali valori sociali sono il "denaro" e il "successo", sia nella filosofia del "lasciar correre" (su questo aspetto gli articoli di L. Guiso (Istituto Universitario Europeo) e A. Tsyvinski (Harvard University) su Il Sole 24 Ore dell'8 e 19 agosto 2007.
Cosa succederà nei prossimi mesi? Anche se lavavetri e prostitute continuano ad essere considerati dalla stampa gli obiettivi più eccitanti, i sindaci dovranno fare i conti con un altro fatto, il traffico urbano di auto e moto, che recenti indagini hanno definito "pericolosamente trasgressivo". Il traffico urbano, oltre ad essere vissuto dai cittadini (percezione del fatto) come la principale ragione di ansia e insicurezza, è inoltre - oggettivamente! - la maggiore causa di pericolo. Sia per per l'elevato numero di morti e feriti (con conseguenze a volte insanabili), sia per distruzione di beni materiali e finanziari (esborsi assicurativi), sia per l'essere all'origine di gravi incertezze di comportamento.
A Genova, dove i lavavetri pare siano pochissimi e non "aggressivi", sarà più facile per gli amministratori cominciare da subito a occuparsi del traffico.
(Manlio Calegari)

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4 Luglio 2007

Comune - Il sindaco spariglia anche i giornali

Genova ha da 4 settimane un nuovo sindaco. I due principali quotidiani locali - Secolo XIX e Repubblica con le pagine locali del Lavoro - ci hanno messo un po' a capire come la fine della campagna elettorale e l'elezione di Vincenzi abbia messo in moto processi fermi da tempo. Il primo ad accorgersene è stato il Secolo XIX: più dentro alla cronaca quotidiana e, pur non nutrendo simpatie per l'attuale amministrazione, si è reso conto che alcuni gesti politici e altrettante dichiarazioni aprivano scenari inediti. Più faticoso il percorso del Lavoro irrigidito dalla campagna di elogi da lui stesso promossa verso l'amministrazione passata. Allora il quesito era stato: si può far meglio di una amministrazione di cui non si può dire che bene? Da dove discendeva la conclusione inevitabile che il miglior sindaco che poteva succedere a Pericu era quello che si fosse mosso in continuità con la sua giunta. Una esigenza che il Lavoro aveva spinto sino ad auspicare - almeno un socialista! - un ritorno di Merella in una qualche stanza dei bottoni.

Poi la vittoria di Vincenzi, la formazione della giunta e l'inizio dell'azione di governo. Gli elementi messi in rilievo dai quotidiani sono diversi. In rapido elenco: il coinvolgimento di Piano e Freccero nell'attività della Giunta; l'invito ai membri della squadra di governo a dimettersi da società, partecipate o meno, indirizzi politici distinti dalla gestione; una proposta di mobilità urbana che blocca i posteggi a scorrimento a favore di aree di interscambio, il via al progetto della monorotaia e del tunnel e al potenziamento del sistema ascensori; un'apertura al "terzo valico" individuando delle opzioni, premessa essenziale per procedere a una decisione condivisa. Infine, il non accettare supinamente le scelte fatte dall'amministrazione precedente. Come nel caso dell'annunciata ordinanza di divieto di transito nelle strade di Sampierdarena ai mezzi giudicati più inquinanti dalle direttive europee. Una decisione non da poco di cui specie il Secolo XIX (29 giugno 2007) ha enfatizzato i risvolti polemici con la presidenza della Società per Cornigliano (Burlando) ma che rispondono più semplicemente all'inizio dell'azione di bonifica della qualità della vita in città, in particolare del Ponente. Una scelta amministrativa che sta mettendo in gioco la filosofia del governo regionale e gli accordi che da questo sono stati presi con Spinelli in nome dello sviluppo industriale tecnologico degli Erzelli.

Ad oggi sia il Secolo XIX sia il Lavoro hanno registrato il nervosismo o il silenzio stupito con cui sono state accolte le decisioni del neo sindaco. Che, per restare nel gergo dei giocatori di scopone del ristorante Europa (C. Maltese, Repubblica, 28 gennaio 2007), sembra abbia cominciato sparigliando le carte.
(Manlio Calegari)

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Regione - L'insostenibile solitudine di un Presidente

Il Secolo XIX del 29 giugno scrive che i Tir sulle strade di Sampierdarena e i container di Spinelli che dagli Erzelli scendono a Cornigliano sono "il terreno di scontro del nuovo sindaco, Marta Vincenzi, e del presidente della Regione Liguria, Claudio Burlando".

L'intenzione della Vincenzi di vietare il transito dei Tir che inquinano Sampierdarena e Cornigliano ha già provocato forti reazioni. Scontata, quella degli autotrasportatori che si riterrebbero ingiustamente penalizzati. Stizzita, quella di Burlando, che vedrebbe contestato l'accordo a suo tempo siglato con Spinelli dalla "Società per Cornigliano" (partecipata dalla Regione, la Provincia e il Comune) in virtù del quale, secondo Burlando, "al gruppo Spinelli era stato accordato la possibilità di sistemare i container a Cornigliano … per permettere al progetto di Genova High Tech di decollare. Non liberare Erzelli significa[va] perdere commesse e un'opportunità di sviluppo industriale e tecnologico".

L'accordo della "Società per Cornigliano" con Spinelli è in questi giorni sottoposto ad attacchi da più parti. Il deputato Aleandro Longhi (ex Ds, oggi Movimento per la sinistra) ha presentato alla Camera il 18 e il 27 giugno due interrogazioni al Ministro dei trasporti e al Ministro dell'economia in cui solleva dubbi sull'intero impianto dell'accordo perché assicurerebbe a Spinelli condizioni, sia presenti che future, di estremo favore. Longhi segnala che la sistemazione, a prezzi irrisori, dei container vuoti di Spinelli in un'area pregiata all'interno delle acciaierie, senza alcuna gara, è stata fatta a scapito di altre aziende collocate agli Erzelli, che pagavano e pagano l'affitto a Spinelli e ora sfrattate. Longhi inoltre domanda come mai Spinelli ha annunciato un investimento di 26 milioni di euro in un'area datagli in via provvisoria e che dovrà essere assegnata in via definitiva al distripark dopo lo espletamento, disposto per legge, di un bando di gara internazionale. Le aziende a cui fa riferimento l'interrogazione di Longhi hanno già fatto ricorso al Tar chiedendo l'annullamento dell'accordo (Secolo XIX, 23 giugno) e un risarcimento dei danni per quello che considerano un trattamento privilegiato riservato solo a Spinelli.

Burlando si lamenta di essere lasciato solo: l'accordo siglato con Spinelli dalla "Società per Cornigliano"di cui Burlando è ora presidente, fu fatto quando questa era presieduta dal sindaco Pericu. Non solo. La Vincenzi pensa che "chi amministra la città deve fare soltanto quello" e ha chiesto agli assessori di rimettere il loro mandato nelle società partecipate del Comune. Di conseguenza, l'assessore Mario Margini ha abbandonato il suo posto di consigliere nella Società per Cornigliano. A Burlando questo non è piaciuto e, mostrando una concezione curiosa del rapporto tra istituzioni e aziende partecipate, tra indirizzo politico e gestione amministrativa, protesta: "Se Margini lascia io rimango solo, vorrei capire cosa s'intende fare per il cda, rischiamo di non avere nemmeno la maggioranza".

Sulla sua presunta lite con la Vincenzi, Burlando ha dichiarato il suo "enorme stupore": "Nessuno scontro nelle nostre relazioni che sono invece improntate alla collaborazione e alla correttezza istituzionale" (lettera al Secolo XIX, 30 giugno). Conclusione: nessuno scontro, solo guerra fredda.


(Oscar Itzcovich)

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Cemento - C'è chi si inquieta e chi si stupisce

I fatti prima di tutto. A Savona e dintorni un manifesto annuncia per giovedì 21 giugno alle ore 16.30 un dibattito sull'argomento del giorno, " Territorio e ambiente: un progetto oltre il cemento. La difesa della linea di costa della Liguria (e non solo)". Protagonisti parlanti, oltre a personalità di rilievo di Legambiente Liguria, anche l'assessore regionale all'ambiente, il sindaco di Savona, il magistrato Sansa, il prof. Spalla e altri ancora. Quel che si dice un gran bel cast. A coordinarlo c'è Marco Preve un giornalista della redazione genovese di Repubblica noto per l'impegno con cui da tempo tratta della materia cemento e dei suoi dintorni.

Prima sorpresa: nei giorni successivi su Repubblica-Lavoro non si trova alcun resoconto del dibattito. Eccesso di modestia della testata che pure era coinvolta nell'evento? Non si sa. Ne parla invece, il Secolo XIX, ma solo nella sua edizione savonese del 22 giugno. Poche righe dove si fa notare come il magistrato genovese riferendosi al progetto del grattacielo Fuksas avrebbe affermato tra l'altro che "quel grattacielo è solo una speculazione e che i protagonisti che ci sono dietro sono inquietanti".

Seconda sorpresa: cinque giorni dopo, il 27 giugno 2007, compare sul sito della Regione Liguria la notizia che il suo presidente Burlando ha scritto alla procuratore della Repubblica di Savona chiedendogli di valutare l'opportunità di un "approfondimento" relativo alle dichiarazioni del dr. Sansa. A sollecitare la lettera del presidente Burlando è stato il termine "inquietanti". Il suo impiego, scrive l'estensore, allude a possibili retroscena che potrebbero turbare l'obiettività degli uffici regionali chiamati a valutare i progetti in questione.

Il 28 giugno 2007 ne parla, finalmente, anche Repubblica. "La battaglia di Fuksas. Burlando contro Sansa": metà pagina, taglio alto. Nell'articolo, non firmato, si ricordano le fasi della vicenda savonese si chiede a Sansa cosa pensa dell'iniziativa del presidente della Regione. "Se non fosse che fa caldo e non voglio sprecare energie, mi metterei a ridere... La Regione ha uffici, strumenti e funzionari in grado di accertare se dietro determinate operazioni vi siano delle irregolarità. Invece chiede alla procura di Savona di andarsi a informare sul perché si inquieta un cittadino che interviene in un pubblico dibattito. E' un percorso che mi pare abbia anche un sapore vagamente intimidatorio... Io mi posso inquietare perchè determinati progetti mettono a rischio l'ambiente, perché posso ritenere inquietante un certo modo di amministrare o di fare l'imprenditore, oppure di come viene interpretato il bene comune".

La conclusione del magistrato e che l'inquietudine resta una prerogativa di un sano spirito di cittadinanza e che il potere anziché stupirsene dovrebbe preoccuparsi di salvaguardarla o quanto meno apprezzarla.
(Manlio Calegari)

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20 Giugno 2007

Depuratori/1 - Poca informazione molte parole

12 giugno 2007 (Repubblica) "Corso Italia bagni vietati. Da tre giorni l'Arpal segnala la presenza di coliformi fecali ma lo stop arriva solo oggi. Disco rosso del comune per 6 stabilimenti balneari". Cosa è successo? Tra le ragioni possibili la dirigente Arpal indica: perdita fognaria, versamento di navi in transito, allacciamenti illegali. Arpal fornisce anche una notizia tranquillizzante, purtroppo relativa a due anni fa: d'accordo con i vigili Settore ambiente e CC nucleo operativo ecologico hanno stabilito che l'alga tossica del 2005 non c'entrava col topicida (leggenda dell'estate 2005).

13 giugno (Repubblica) "Mare inquinato: Punta Vagno nel mirino, il depuratore in riparazione scarica direttamente in mare. Notificata ieri ai titolari degli stabilimenti l'ordinanza del sindaco che vieta... Sul sito dell'Arpal visibile la zona inibita... Primo indagato il depuratore... Possibile? "Non possiamo escluderlo" dichiara il responsabile dell'unità operativa Arpal.
Si viene a sapere che Amga sta facendo manutenzione al fangodotto, la conduttura che da Punta Vagno trasferisce i fanghi alla Volpara e che poi vengono rispediti a Punta Vagno per andare in mare (Davvero! Funziona così). L'amministratore delegato dell'Amga ha promesso che "l'impianto potrà ripartire". Quando? chiede il cronista. Sembra da oggi (13 giugno).
14 giugno (Repubblica) Niente da fare non è ripartito "Depuratore ancora fuori causa. Allarme continuo in corso Italia. Ci vorranno almeno altre 24 ore. Sembra che sia stato danneggiato un cavo Enel e l'intero l'impianto è stato fermato. Lo ha detto l'amministratore delegato di Mediterranea Acque, la società scorporata da Amga che gestisce gli impianti di depurazione. "Abbiamo fermato il fangodotto lo scorso febbraio... per il risanamento di un pezzo di conduttura in Valbisagno e un tratto di tubazione che dal depuratore scarica in mare. Trecentomila euro di spesa che dovrebbero garantire un'estate con il mare relativamente pulito.
Domanda: Perché iniziare i lavori in primavera pregiudicando la stagione balneare? Risposta: "Perché i lavori non possono essere fatti in inverno quando il Bisagno è in piena". Qualcuno ha visto acqua nel Bisagno durante tutto l'inverno? Sì, l'a.d. di Mediterranea!
Ancora Repubblica: è da sabato 9 giugno che il sito Arpal informa della presenza di coliformi e streptococchi fecali ("di sicura origine organica, precisa, il responsabile dell'Unità operativa Arpal) ma solo ieri il sindaco ha firmato l'ordinanza di divieto di balneazione.
Quanta insistenza; vuoi vedere che gatta ci cova?
(Manlio Calegari)

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Depuratori/2 - Tra Regione e Comune botta e risposta

Repubblica 16 giugno "La battaglia di Burlando: sistemate quel depuratore". Consapevole della tortura inflitta ai cittadini di Cornigliano dai miasmi del loro depuratore, il presidente della Regione "con tutto il peso della sua carica istituzionale" ha invitato il neosindaco ad effettuare tutte le azioni necessarie per riportare la normalità. Dopo due mesi di lavoro l'Arpal ha infatti stabilito che il percolato proveniente dalla discarica di Scarpino - i liquami prodotti dai rifiuti - non è trattato; la depurazione non è completa e la delegazione è appestata dalle puzze. Lo scarico nei pressi della foce del Polcevera è quello della famosa moria dei cefali degli ultimi anni.

A questo punto i depuratori che non funzionano sono almeno due. E siamo solo all'inizio.
Dal Comune rispondono a Burlando con un po' di irritazione. Ma cosa ti gira? Siamo qui da 10 giorni e non potevamo certo fare più che richiedere a Mediterranea Acque, gestore della depurazione, e agli uffici comunali di fare rapidamente il punto.
Risposta ragionevole. Poiché in questi anni non si è fatto nulla salvo prendere per il sedere il prossimo raccontando fole, siamo alla stessa situazione dell'anno scorso, di due anni fa, di tre anni fa ecc.
Risposta discreta: perché non ha ricordato alla Regione le sue responsabilità istituzionali in materia.
Per i cittadini che volessero saperne di più è assolutamente inutile cercare sul lussuoso sito informatico di Arpal, l'agenzia regionale per l'ambiente. Non ci si trova la mappa regionale dei depuratori; non è possibile sapere quanti siano, dove, con quali caratteristiche, quali i tempi di funzionamento reali e delle manutenzioni annuali, i guasti, le responsabilità ecc. Due anni fa la ASL Chiavarese pubblicò un documento relativo alla Riviera di levante dove si spiegava che la depurazione esistente era sottodimensionata rispetto alle esigenze correnti e addirittura si riduceva al 50% nella stagione estiva col raddoppio della popolazione. All'Arpal lo sapranno? E del cromo esavalente sulle spiagge alla foce del Lerone? Bandiera azzurra?
(Manlio Calegari)

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Emergenza - Aeroporto: un futuro in mezzo al mare?

Emergenza aeroporto. Secondo Repubblica (14 e 15 giugno 2007), il Cristoforo Colombo sarebbe in grave sofferenza. Ci sarebbe un piano che il ministro dei Trasporti Alessandro Bianchi sta predisponendo che declasserebbe l'aeroporto. Il suo destino (nazionale, regionale o locale) sarebbe segnato perché dipenderebbe dal traffico annuale di passeggeri. Per restare nazionale (ma non era "internazionale"?) il Colombo dovrebbe avere un traffico al di sopra del milione di passeggeri e, quindi, "Genova, che attorno a quella cifra veleggia da una decina d'anni, deve accelerare mettendo a punto un'accorta politica di marketing che le consenta finalmente di radicare al "Colombo" nuovi vettori".

"L'accorta politica di marketing" era stata già tracciata dal nuovo Cda dell'aeroporto nominato, come riporta il Secolo XIX del 1° giugno, con una scelta definita da Marta Vincenzi "formalmente corretta, ma politicamente discutibile" perché fatta a urne aperte, con il sindaco ancora da insediarsi. Il nuovo presidente dell'aeroporto, Marco Arato ha spiegato che per salvare l'aeroporto occorre "un impegno corale di tutte le istituzioni" sul modello di quanto è stato fatto per l'aeroporto di Torino, dove gli enti pubblici sosterranno l'arrivo di nuove compagnie low cost con venti milioni di contributi" (che andrebbero, si intende, alle stesse compagnie) (Repubblica, 6 giugno). In questo momento - ha detto Arato sul Secolo XIX dello stesso giorno - sono in corso contatti con la Regione Liguria che spero diano buoni frutti.
Ma quello del Colombo, sempre secondo Repubblica, non è solo un problema di numeri, di traffico. E' anche un problema di sicurezza. Per quanto riguarda l'area aeroportuale e la lunghezza della pista il confronto con i principali scali italiani sarebbe a dir poco impietoso. Altro punto dolente "è dettato della sua collocazione a ridosso della città e delle banchine portuali... Si può e si deve operare rispettando rigidissime norme, come quella del cono aereo, che condiziona l'altezza delle gru portuali e limita l'operatività del porto. Problema analogo per il porto petroli: quando è in fase di atterraggio un aereo, è bloccato il movimento delle petroliere".
Secondo Repubblica per superare la "criticità" del Colombo bisogna decidere subito. O adeguare la pista dell'aeroporto (ma date le premesse, sembra improbabile) o attuare il trasferimento dell'aeroporto in mare nel modo previsto dal progetto di Renzo Piano.
Secondo altre fonti "la pista di Genova non ha mai avuto problemi di operatività con nessun aeromobile, per decenni" (vedi per esempio il forum che su questo tema si è aperto su www.aviazionecivile.it).
Domande. Possibile che la "criticità" sia emersa improvvisamente, all'insaputa di tutti? Altrimenti, come ha potuto l'Enac (Ente nazionale per l'aviazione civile) consegnare nel maggio 2005 alla società di gestione dell'aeroporto un'attestazione che certifica la conformità dell'aeroporto di Genova al "Regolamento per la costruzione e l'esercizio degli aeroporti"?
Un'altra domanda da fare a proposito di Aeroporto Spa è quella posta da Giorgio Carozzi sul Secolo XIX del 5 giugno: "Come si può pensare di arricchire capitale e business di un'azienda mostrandone solo crepe, anomalie e miseria commerciale?" Adesso tocca all'ex-sindaco Pericu, ora nel Cda dell'aeroporto, valutare la fattibilità tecnica ed economica del trasferimento dell'aeroporto a mare previsto nel progettato di Renzo Piano (si parla di un costo di cinque miliardi di euro).
(Oscar Itzcovich)

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23 Maggio 2007

Centro storico - Per la riqualificazione più soldi che idee

Prima un manifesto sulla saracinesca che denunciava "il silenzio assordante che sta distruggendo tutti", ora un precoce annuncio di ferie estive: il locale La Madeleine, è stato chiuso a seguito di una ordinanza della Procura della Repubblica a causa del rumore che disturbava gli abitanti della zona, ed ora, di sera, la mancanza di quella luce fa venir voglia di cambiare strada.

Uno scacco pesante questa chiusura, un fallimento di cattivo auspicio che rende evidente l'assenza di soggetti autorevoli e di mediatori capaci di stabilire regole di buon senso e di farle rispettare. Qualche anno fa, ricordo, la musica dal vivo alla Madeleine doveva tassativamente cessare entro le 23.30 / 24, ed i gestori di allora (parlo degli anni 1998 - 2000) erano in grado di far rispettare questo limite. Non per questo il locale era deserto, ed anzi gruppi musicali di buon livello vi si esibivano di fronte ad un pubblico estremamente giovane, stipato nei pochi metri quadrati disponibili.
Da qualche anno invece nel nostro centro storico sembra che si debba perennemente oscillare tra draconiane iniziative di desertificazione (ultima la effimera cacciata degli artisti di strada e delle bancarelle da via San Lorenzo), e il "liberi tutti": libero chi fa rumore fino ad ore improponibili, libero chi spaccia, libero chi inscena risse, libero chi orina per strada, mentre le popolazioni locali, rigorosamente divise per fasce anagrafiche ed appartenenze nazionali, si ritagliano come possono i loro spazi.
Tutto il tessuto sociale e commerciale della zona, del resto, ha una identità sempre più confusa, problematica e divisa. La forte espansione della imprenditoria commerciale immigrata, ad esempio, per una parte si rivolge al complesso degli abitanti, colmando dei vuoti di generi (frutta e verdura, surgelati, fast food …) e di orario, ma nella sua parte maggioritaria sta producendo una rete di esercizi indirizzati quasi esclusivamente ai soli residenti immigrati (call centers, macellerie islamiche, specifiche tipologie di abbigliamento ed altrettanto specifici esercizi di parrucchieri e di estetica, mini-markets minimalisti). Contemporaneamente iniziative pubbliche come "L'incubatore di imprese" finanziato a fine anni 90' dal progetto Urban II hanno inseguito il sogno (rapidamente e dolorosamente infranto) di un turismo a caccia di graziose botteghe artigiane. Nel frattempo un vorticoso turn over di effimeri negozietti di regali, straccetti e collanine, si accompagna alla scomparsa, goccia a goccia, di esercizi che offrono generi preziosi e sempre più introvabili. Esempio di questi giorni un negozio di farine e cereali di via del Campo che, volendo cedere, trova solo acquirenti stranieri che lo sostituirebbero con l'ennesimo negozio di abbigliamento da sbarco.
Ora su via della Maddalena stanno per piovere parecchi soldi: un milione di euro, metà dalla Camera di Commercio e metà dal Comune, "per guidare questa zona verso una possibile riqualificazione". Si attende di conoscere l'idea urbanistica e sociale che la indirizzerà. In via del Campo i soldi del 2004 hanno prodotto, letteralmente, solo un miglioramento estetico di facciata. Speriamo che non si replichi.
(Paola Pierantoni)

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16 Maggio 2007

Parchi & giardini - Se la parola "degrado" nasconde la politica

Quella di Repubblica di sabato 5 maggio era una denuncia con tutte le regole. Villetta Dinegro, un parco ottocentesco tra i più noti della città, fa schifo. Tra qualche giorno le scuole ci organizzeranno dei giochi. Cosa troveranno? Uno schifo. Tutto vero. Se mai ne manca. Ad esempio che da anni il personale della sezione Giardini e foreste del Comune usa i vialetti come posteggio dei propri mezzi, che le panchine in legno sono pressoché scomparse e altro. Ma la sostanza è quella. Risponderà qualcuno?

Sì: è l'assessore alla cultura della giunta uscente. Lo fa con una intervista su Repubblica del giorno successivo (6 maggio 2007). Il degrado c'è -dice- e per superarlo bisogna fare il salto di qualità che l'attuale amministrazione non è riuscita a compiere". Il salto di qualità sarebbe che le municipalità, scuole, cittadini e associazioni varie diano vita ad un "patto di adozione" per addossarsi il carico finanziario del problema. L'assessore propone inoltre di superare la varietà delle competenze che ci sono in materia chiedendo una "regia unica" per la quale propone l'assessorato alla cultura. Pensa inoltre ad un collegamento tra i parchi con le "peculiarità del quartiere", e poi concorsi, eventi... Il tutto "per la costruzione di una idea di valorizzazione culturale e sociale del XXI secolo...".
I soldi? Oltre fondazioni e privati anche i cittadini che pagheranno un ticket: Tutti? "No, non i residenti". Residenti della città, della municipalità, del quartiere? Non si dice. Di certo quelli dei comuni vicini. Tutti ai giardini con la carta d'identità; ingresso con esattore (Aster? Ami? Amiu? Vedremo).
Conclusione. Andare ai giardini pubblici, qualsiasi - oggi a Sestri e domani a Nervi - trovarli accoglienti o anche solo decenti, resta un mito. Almeno in attesa della "regia unica". E tutto perché come dicono gli amministratori "il degrado c'è". Ma in cosa consiste il "degrado"? Il "degrado" non è come la pioggia che c'è o non c'è e non è che uno possa farci qualcosa. Il degrado è il risultato dell'abbandono, e l'abbandono è il risultato del modo di funzionare e di gestire le aziende comunali. Perché allora fondazioni, privati, cittadini paganti il ticket dovrebbero finanziare con loro soldi questi carrozzoni squalificati che sono i primi responsabili della rovina?
(Manlio Calegari)

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Il ballo del mattone e quello del cemento

Repubblica del 26 aprile scorso ("Box, palazzi & Co. Scacco al verde. Genova e Liguria: in un dossier la mappa delle vergogne ambientali") pubblica ampi stralci della relazione annuale che il Sovrintendente per i beni architettonici e per il paesaggio ha inviato al ministro Rutelli. Una relazione dove "ce n'è per tutti" a iniziare da Genova e a seguire per una serie di comuni. Parole severe: aggressione al territorio, espansione edilizia che innesca una perversa involuzione territoriale ecc. Insomma cemento e ancora cemento; cioè soldi, molti. E dove corrono i soldi, molti, corrono complicità di ogni tipo. La politica? Beh quella c'entra sempre: il pallino di queste cose ce l'hanno in mano le amministrazioni comunali.

La pubblicazione dell'articolo ha irritato il Sovrintendente che ha annunciato un'indagine sulla "fuga di notizie" relativa ad una documentazione che doveva rimanere riservata tra la Sovrintendenza e il ministro. Perché i cittadini che contribuiscono a mantenere in vita le Sovrintendenze non dovrebbero essere informati su ciò che pensa il dirigente preposto? Non si sa.
Eppure il dibattito che è seguito alla parziale pubblicazione del contenuto del documento è stato istruttivo e ha sicuramente contribuito ad aumentare le conoscenze dei cittadini sulla materia in questione. Oltre a rendersi conto della qualità dei suoi rappresentanti politici. Basti osservare che nessun amministratore dei comuni indicati come a rischio di interventi criticabili ha sentito la necessità o solo l'opportunità di dire la sua. Nella probabile convinzione che di cemento meno si parla meglio è.
Ha parlato invece l'assessore regionale all'ambiente pronunciando parole forti (Repubblica 28 aprile 2007). "Contro il cemento tolleranza zero... Il territorio ligure è fragile e ha già subito aggressioni così forti negli anni '60 '70 da non poter tollerare altro cemento". Purtroppo, constata l'assessore, "esistono pressioni e interessi molto forti che vanno in senso contrario...". Parole sante: perché non cominciare ad entrare nei particolari?
Come ad esempio fa il Secolo XIX del 5 maggio ("Santilario in Procura") dove si racconta di essiccatoi e fienili diroccati che da 60 metri quadrati si trasformano in ville grandi tre volte tanto o di costruzioni comparse dal nulla che da canniccio e lamiera diventano robusto cemento. O ancora di viali d'accesso a case private ricavati dove per secoli sono passate le creuze. La Procura di Genova, si legge, indaga. Nel mirino ci sarebbero almeno dieci ville e villette costruite negli ultimi anni, costruzioni di ingenti dimensioni che non comparirebbero sulle fotografie aeree scattate dalla Regione dieci anni fa. Abusive, si direbbe, dal momento che l'intera collina è protetta da vincolo paesistico. Eppure sui progetti approvati c'è il timbro del Comune.
Altro caso lo ha segnalato il Corriere Mercantile del 9 maggio 2007 "Viale Quartara costruzioni nel mirino. Cemento e denunce". Qui a muoversi sono stati i cittadini con ricorsi al Tar, esposti ai carabinieri e alla Procura della Repubblica, lettere a Comune e Provincia, proteste e indignazione. Nel mirino ci sono due palazzine residenziali in costruzione in viale Quartara, che cancelleranno un'area verde un tempo parte della grande "oasi" del parco di Villa Quartara.
Per dire che i cittadini la loro parte la fanno. E la politica? Quella che proclama tolleranza zero?
Sono due piccoli esempi utili per rispondere all'assessore all'ambiente. I cittadini fanno la lor parte, ci sono.
(Manlio Calegari)

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18 Aprile 2007

Merella permettendo - Piovono su Cornigliano i container di Spinelli

Riportiamo integralmente un comunicato stampa della Associazione Per Cornigliano che, diramato il 5 aprile 2007, inspiegabilmente non è stato pubblicato da nessun giornale.
Un tempo neanche troppo lontano si sperava che nelle aree delle acciaierie, al posto degli impianti a caldo, fosse costruito un enorme distripark, che avrebbe regalato alla città una bella quantità di posti di lavoro. Con l'ultimo accordo sulle acciaierie il sognato distripark si è rimpicciolito fino a diventare uno spiazzo di soli 144 mila metri quadrati.

Qualche mese fa si è deciso di non destinare più quell'area preziosissima al distripark, ma di riempirla semplicemente con i container vuoti di Spinelli che devono lasciare gli Erzelli, soluzione che non porta certo nuovi posti di lavoro. Non per sempre, si dice, ma vedremo per quanto tempo.
Eppure il peggio doveva ancora venire.
Il patto stipulato tra le istituzioni e Spinelli prevede, così almeno è stato dichiarato sui media, che i camion che trasportano i container da Erzelli all'area del perduto distripark devono imboccare l'autostrada a Cornigliano, uscire a Genova Ovest, attraversare lungomare Canepa ed entrare così nell'ex area a caldo delle Acciaierie, evitando ovviamente di passare in via Cornigliano. I giornali nel mese di febbraio hanno scritto: "saranno circa 500 al giorno per mesi, in tutto 12.500 da ora ad aprile, altrettanti subito dopo".
Pochi giorni fa invece l'ultima sconvolgente novità. Spinelli dichiara sulla stampa: "Ho già chiesto all'assessore Merella di aprire la viabilità da Cornigliano. Chi arriva dall'autostrada può puntare sull'uscita dell'aeroporto e poi entrare a Cornigliano".
Complimenti: i cittadini di Cornigliano devono già subire il fatto che, tra gli interventi previsti nell'area delle acciaierie, l'ultimo in ordine di tempo sia proprio la strada a mare destinata ad alleviare Via Cornigliano dal traffico.Inoltre ad oggi la situazione è ancora peggiorata, a causa della chiusura nelle ore notturne dell'autostrada, per cui di notte via Cornigliano diventa un inferno.
Chiediamo all'assessore Merella di non acconsentire alla richiesta di Spinelli, riconoscendo il rispetto dovuto agli abitanti di Cornigliano e alla tutela della loro salute.
Sappia il Comune di Genova che Cornigliano non intende subire questo ennesimo affronto: se i 25.000 container di Spinelli dovessero tentare di transitare in via Cornigliano, saremo tutti pronti a bloccare immediatamente la strada.
(Cristina Pozzi, Presidente Associazione Per Cornigliano)

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4 Aprile 2007

Cornigliano - Non si fermano agli Erzelli gli affaroni di Spinelli

"Le devo poi dire che qualora una ditta volesse mettere dei container nelle aree di Cornigliano io penso che Cornigliano abbia sofferto abbastanza per cui non mi pare di poter dire che l'utilizzo più razionale di quelle aree fosse un deposito di container" (Mario Margini, in risposta a un'interrogazione di Paolo Striano, seduta del Consiglio Comunale di Genova, 27 giugno 2006).

Da tempo serpeggiava la paura che tutti i container depositati a Cornigliano (Erzelli) finissero a Cornigliano (ex-Ilva). La loro discesa dalla collina dove sorgerà il "Technology Village", iniziata da alcune settimane, l'ha confermata. Aldo Spinelli, l'imprenditore che aveva riempito di container gli Erzelli, ha ottenuto in affitto circa 100.000 metri quadrati dell'area dell'ex acciaieria e ora si prepara, con gli stessi container, a un'operazione simile a quella che per anni ha deturpato la collina.

Il prof. Pierpaolo Puliafito, direttore del Centro italiano di eccellenza di logistica integrata (Cieli), ha espresso qualche preoccupazione sul trasferimento, dicono temporaneo, dei container dagli Erzelli a Cornigliano: "Visto che a Genova c'è carenza di spazi pregiati e viste le tensioni che, proprio per questo, ci sono in porto, credo che si sarebbero dovuti individuare da subito spazi diversi, magari anche fuori dalla Liguria, per questi container vuoti, anziché metterli …in aree utilizzabili dal porto" (Gazzetta del lunedì, 19 febbraio 2007).
Non ha invece dubbi la "Società per Cornigliano SpA" (società pubblica, dal 27 marzo 2007 diretta da Burlando, dopo le dimissioni di Pericu) che ha il compito di riqualificare l'intera area e che ne ha affittato a Spinelli una parte fino al 2010.
Entusiasta l'imprenditore che aveva chiesto la concessione provvisoria dell'area e presentato (giugno 2006) un progetto preliminare per costruirvi e gestirvi un centro logistico. Intervistato ora da Repubblica (27 marzo 2007) dichiara: "Lì sopra nascerà un grande distripark. Il progetto definitivo è pronto, lo presenteremo fra poche settimane". Aldo Spinelli "non ha dubbi sul futuro di questi spazi". Con lui, ovviamente, nei panni del regista, come annota accuratamente il cronista. "Ho venduto per 36 milioni di euro un'area che ne valeva 96. Ho almeno ottenuto di spostare a Cornigliano i container", dimenticando di dire che ha venduto per 36 quello che nel 1998 ha comperato per 4 (dismissioni IRI).
Di fronte ai disagi e ai malumori crescenti di Cornigliano interviene Burlando: "L'assegnazione delle aree già bonificate a Spinelli ha consentito di far partire l'operazione Erzelli. L'alternativa era non fare niente" (Repubblica, 2 aprile). Domanda spontanea: ma gli Erzelli sono stati venduti liberi da container o no?
Intanto, si è in attesa del previsto bando di gara internazionale per l'assegnazione definitiva dell'area per il distripark. Sappiamo che c'è già Spinelli. Un concorrente con un progetto "definitivo", consegnato, esaminato e discusso in tutte le sue articolazioni e con decine di migliaia di suoi container a presidio dell'area. Quel che si dice un concorrente in pole position.
(Oscar Itzcovich)

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28 Marzo 2007

Porto - Che oggetto misterioso l'affresco di Piano

"Piano come Ali Babà nella grotta", titolava Repubblica il 15 maggio del 2004. L'architetto aveva appena presentato il suo progetto di Waterfront genovese. Biasotti se ne era preso il merito. Anche per questo Burlando -le elezioni regionali ci sarebbero state dopo un anno- non aveva perso tempo e, presa carta e penna, aveva scritto a Piano una lettera che, grazie alla rete e al sito del suo circolo Maestrale, aveva raggiunto l'universalità.

La lettera - 20 maggio 2004 - oltre ad illustrare i meriti storici dello scrivente quanto al nuovo assetto della città, annunciava all'architetto il desiderio del suo autore di lavorare a fondo sul progetto appena presentato ("per insinuarci tra i tuoi dubbi"). Gli comunicava inoltre, insieme alle lodi di rito, le sue "prime sensazioni" in particolare sul tema delle riparazioni navali su cui - confessava Burlando - lui stesso aveva più volte cambiato idea. "L'altra sera, dopo una cena al Santuario della Madonnetta di S. Nicola, l'area, vista dal terrazzo del convento, era proprio bella e ho provato dispiacere all'idea che quelle funzioni potessero emigrare. Tuttavia non possono neppure essere conservate così come sono. Navi sempre più grandi hanno bisogno di un bacino più grande. Che va fatto subito e va fatto lì... Sappiamo che esiste una idea diversa: ... trasferire i cantieri in naturale continuità con quello di Sestri Ponente". Ipotesi suggestiva - scriveva B. - ma no n per questo condivisibile. E concludeva: "Sono certo che saprai - che sapremo - ascoltare la città operosa che lavora sui moli, che non è ostile all'idea di futuro, ma giustamente gelosa del presente, del lavoro di migliaia di persone."
Burlando parlava - scriveva - come candidato a presidente della Regione; con l'orecchio attento agli umori degli industriali del porto. Sono loro la "città operosa che lavora sui moli" e hanno già fatto sapere che di trasloco non vogliono saperne. Quel che è successo dopo è storia o quasi. Le commissioni - tecniche, paritetiche o meno - si sono succedute a ritmo continuo mentre il progetto era sempre più decantato -opera d'arte, "affresco"- e il suo autore definito "l'artista", "il genio" ecc.. Poi, improvvise, nel maggio 2005, le dimissioni di Piano: una letterina a Burlando, Pericu, Repetto e Novi per dirgli "lasciamo perdere e amici come prima".
Da allora avanti cosi, a singhiozzo, fino al 22 marzo '07. Repubblica "Prima pitturata di Affresco. Firmato il protocollo d'intesa: due anni per partire". Alla riunione del Comitato portuale Repetto firma allegando alcune pagine di riserve. Burlando ci ha tenuto a precisare che si tratta di un semplice protocollo di intenti e che "La difficoltà qui non è sull'impianto... da noi molto condiviso ma sulla difficoltà operativa di realizzare quest'opera mantenendo impresa ed occupazione"(?). Bisagno, presidente industriali e primo imprenditore delle Riparazioni annuisce convinto: "Questa non è la conferma dell'Affresco di Piano ma solo l'inizio di una procedura...".
Il Secolo XIX (22 marzo) osserva che allungare all'infinito i tempi di realizzazione impedirà di tenere il passo con il mercato dei traffici. Il Comitato portuale, scrive, dovrebbe riflettere di più sulle trasformazioni in corso da tempo nel settore. Purtroppo - è la conclusione - "i componenti del comitato portuale di Genova l'hanno studiato poco e male, questo mercato".
(Manlio Calegari)

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Genova - L'insostenibile uguaglianza della legge

Il fascino discreto delle due ruote. Una deroga per moto e scooter che transitano sulle corsie riservate ai bus. "Mi rendo conto che si tratta di una richiesta apparentemente in contrasto con il codice della strada". Giovanni Calisi, presidente della circoscrizione Levante (Secolo XIX, 13 febbraio). Marta Vincenzi: "Ha senso poter utilizzare le corsie gialle, ma non in maniera ideologica". Enrico Musso: "Sono richieste sensate, le corsie gialle ora sono usate in modo inadeguato" (Repubblica, 24 febbraio). Arcangelo Merella, assessore al traffico, caldeggia "un patto con i motociclisti su ambiente e sicurezza" (Secolo XIX, 20 marzo). Sicurezza? Ma il problema sono le multe.

Panem et circenses. Per non aver battuto alcuni scontrini fiscali, la Guardia di Finanza ha applicato la sanzione prevista dalle normative in vigore (multa e chiusura per tre giorni). Insorge l'associazione di categoria che minaccia in risposta: a Genova, niente pane per tre giorni. Una "grande serrata" da giovedì 29 marzo a sabato 31 marzo. In segno di solidarietà con l'esercente colpito e con tutta la categoria, Enrico Musso e Renata Olivieri si sono fatti subito vedere davanti alle serrande chiuse del panificio (Secolo XIX, 25 marzo)

Raccomandazione cardinalizia. Malgrado un biglietto con cui il cardinale Tarcisio Bertone raccomanda una mamma (nascosta da nove mesi con il figlio tredicenne per impedire che venga accompagnato a forza dal padre che vive negli Usa), Adriano Sansa, presidente del Tribunale dei minori di Genova, ha respinto l'istanza della donna. Nell'ordinare il rimpatrio del ragazzino negli Usa, Sansa ha commentato che il biglietto di accompagnamento "si configura come una sorta di raccomandazione cardinalizia, della quale questo Tribunale non deve tenere conto" (Repubblica, 24-25 marzo).
(Oscar Itzcovich)

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21 Febbraio 2007

Pericu addio/1 - La vittoria sotterranea dell'auto sul bus

Chissà se i genovesi si aspettavano qualche parola di più dal sindaco e dagli amministratori di centro sinistra che li hanno amministrati durante gli scorsi 10 anni. Dieci anni, circa un terzo della vita produttiva di un individuo, liquidati con un paio di autocelebrazioni al Ducale e, di recente, con altrettante rimpatriate con lacrimuccia. Col risultato che nella campagna delle primarie si son sentite parole (meglio: allusioni) come continuità e discontinuità e tutti a chiedersi a chi o a cosa alludessero. Eppure l'occasione era buona - una roba del tipo "10 anni con noi" - e poteva avere anche una certa utilità per quelli che dovranno succedere agli attuali amministratori.

Perché le cose non sono così chiare come forse si vuol far intendere e a sentire certe battute dello stesso sindaco viene da pensare che anche lui la pensa così. Prendete ad esempio quanto ha scritto Repubblica il 13 febbraio scorso a proposito della inaugurazione - la stessa di già fatta 10 anni prima - del "30" inteso come filobus. "Scelta ecologica di cui siamo orgogliosi e che va incrementata" commenta Pericu, presente alla festa. Merella, il noto assessore alla mobilità butta acqua sul fuoco: vedremo, vedremo - dice - se la vedranno i nostri successori... Insomma: non montiamoci la testa.
E le strisce gialle? Pericu è netto: "ci vuole una politica che privilegi il trasporto pubblico" e dichiara il suo sostegno all'incremento delle corsie preferenziali per i bus. E Merella? Lui corregge: bisogna andare avanti con cautela, spiega. Ma come, interviene l'amministratore di Amt, dopo due anni di cautela non sarebbe venuta l'ora di realizzare gli 11 e passa km di corsie preferenziali contro i 2,5 attuali? Cautela, cautela, ripete Merella.
Questa la scenetta raccontata dalla cronaca. E ora la domanda: cosa si è fatto in 10 anni per dare campo al trasporto pubblico rispetto al trasporto privato? E con quale squadra ha giocato l'assessore alla mobilità urbana, voluto fortemente da Pericu nella sua giunta, che ha dichiarato essere il suo principale motivo di vanto cessare il suo mandato avendo dato alla città 10 mila posti macchina? Sì, avete capito bene. Non 20 km di corsie gialle, non un servizio pubblico decente, non una città alleggerita dallo smog. No, niente di tutto questo. Invece 10 mila posti macchina in centro. E Pericu? Non era lui il sindaco?
(Manlio Calegari)

Posted by Admin at 13:41

Pericu addio/2 - Il disastro giardini ha un nome: Aster

Secondo Repubblica (14 febbraio 2007), la lacrima sarebbe apparsa sul ciglio di Pericu al momento di constatare amaramente che per i parchi della città la sua giunta "non ha potuto far molto" (nda, un eufemismo, si capisce). "Quindici anni fa, ha ricordato, c'erano 400 giardinieri mentre ora ce ne sono solo 60". Così, con una battuta lapidaria, il sindaco ha chiarito anni di discussioni, recriminazioni e conflitti sullo stato dei giardini della città. Mortificati e abbandonati al punto da richiedere oggi investimenti massicci per il loro recupero, i giardini hanno da tempo chiuso bottega; come i giardinieri.
E perché - durante il governo del centro sinistra - i giardinieri si sono ridotti a poco meno del 20%? Erano troppi? Costavano troppo? Non lavoravano? Lavoravano troppo poco?

L'unica cosa certa è che da tempo dei giardini si dovrebbe occupare Aster. Nata nel 1999 come Azienda Speciale del Comune di Genova per occuparsi di manutenzione, di infrastrutture stradali e impiantistiche, Aster ha assorbito nel 2002 il settore comunale che si occupava delle manutenzioni del verde e, recita nel suo palmares, "nel biennio 2002-2004 ha portato a termine 30 grandi interventi, con altri 10 di prossima realizzazione, per un valore di 8 milioni e 180 mila euro". Nel novembre 2004 l'azienda si trasforma in S.P.A. "concludendo così il proprio processo di trasformazione" (?) e Amga, con il 40% del pacchetto azionario, diventa il suo nuovo partner industriale. "Inizia così per Aster. - l'enfasi è quella del suo sito web - un nuovo ciclo".
"Manutentore del patrimonio stradale, impiantistico e delle aree verdi dell'intero comune di Genova, Aster interviene su tutto il territorio cittadino e i comuni limitrofi, attraverso una propria struttura che comprende: 500 addetti organizzati sui vari settori di attività, un settore progettazione forte di 20 progettisti oltre 30 presidi operativi territoriali, 2 magazzini centrali, 3 vivai ed un impianto, oltre 600 unità tra attrezzature e parco mezzi".
Fantastico, vero? E i giardini che vanno a ramengo? Il sito di Aster non ne parla. E il sindaco? "Si commuove".
(Manlio Calegari)

Posted by Admin at 13:36 | Comments (1)

24 Gennaio 2007

Porto/1 - La Procura indaga, la politica tace

I quotidiani locali hanno dato - il 17 e il 18 scorsi - un discreto rilievo allo sviluppo dell'inchiesta in corso sulle concessioni demaniali nell'area portuale. Accertate irregolarità gravi e gravissime; si dice oltre un centinaio.

Nell'ambito dell'inchiesta la Procura ha effettuato un'attenta perquisizione negli uffici - tuttora a disposizione - dell'ex segretario generale Carena. L'iniziativa della Procura è stata recentemente preceduta dall'invio da parte dell'Autorità portuale di centinaia di provvedimenti di sfratto a imprese di ogni tipo che abusivamente occupano in tutto o in parte spazi portuali. Che in qualche caso subaffittano senza averne la facoltà il suolo demaniale o non hanno ottemperato a decreti di sgombero vecchi di anni. Iniziative queste ultime dirette a modificare lunghi anni di "gestione indolente" della proprietà pubblica a favore di privati.
Chi ne è stato responsabile e in cambio di cosa? Sarà l'inchiesta a dirlo. Ma già alla luce di questi fatti è possibile comprendere meglio lo scontro feroce in corso in porto da mesi, iniziato dopo l'insediamento dell'attuale presidente Giovanni Novi. A cominciare da quello che l'ha opposto al "da sempre" segretario generale Carena indicato come inamovibile dall'utenza, disposta a paralizzare il comitato portuale pur di non vederlo estromesso dal suo ruolo. Uno scontro offerto (colpevolmente) all'opinione pubblica - sia dalla stampa sia dai politici - come un conflitto di caratteri, di stili di governo.
Oggi, finalmente, l'inchiesta in corso fa balenare altri scenari: una occasione succosa per i vari candidati sindaco per dire la loro.
(Manlio Calegari)

Posted by Admin at 17:33

Porto/2 - La campagna anti-Novi mostra i moventi

Ridurre quanto sta succedendo in porto alle amnesie o cecità - disinteressate o meno - di qualche funzionario è fuorviante. I furbetti, quelli che hanno tratto vantaggi concreti, ci sono. Ma in discussione c'è altro. Qual era il significato politico di conservare per anni tra i moli un abusivismo così massiccio di cui la maggior parte dell'utenza portuale, sia pure in forme diverse, si è avvantaggiata?

La risposta più semplice è che un siffatto regime ha cementato un blocco di potere che aveva ed ha al vertice interessi di spicco che in questo modo (cioè con la svendita delle risorse pubbliche) hanno ricompensato i parenti "poveri" delle varie categorie. Così i vertici delle utenze, armatori, terminalisti, riparatori, spedizionieri, broker hanno governato il porto per anni. E la politica cittadina è stata ben attenta a non mettere in discussione il loro potere. Ai primi è stato concesso di avvantaggiarsi di un bene pubblico e in cambio, ai "politici" è toccato il governo portuale con le ricadute (incarichi, consulenze ecc.) di prammatica.
Quando nel 2004 Novi ha assunto la presidenza dell'Authority ha pensato che avrebbe avuto gli appoggi necessari per cambiare finalmente l'aria stantia di Palazzo San Giorgio. Era stato proposto del centrodestra e aveva avuto l'approvazione dal centrosinistra. Ottimo conoscitore della realtà portuale, lui stesso broker di prestigio, titolare insieme all'inglese Bulk, della Bulk & Novi, una delle più importanti agenzie genovesi di intermediazione marittima (noleggi e vendita navi), sapeva che avrebbe avuto vita dura. Anche i precedenti erano contro di lui. Dalla fine della guerra ad oggi c'era stato solo un altro presidente scelto nell'ambito portuale. Francesco Manzitti, che regnò dal 1961 al 1966 e se ne andò sbattendo la porta di fronte alla miopia e all'arroganza dell'utenza di allora. Ma, si dirà, quelli erano altri anni e poi Novi è ancora in sella. Ma da mesi gli attacchi sono quotidiani, fino alla derisione.
"Non è un politico" dicono di lui e per questo da destra è stato abbandonato e il centro sinistra gli ha assicurato (per bocca di Burlando appena eletto in Regione) un tiepido appoggio "ma solo fino alla fine del suo mandato" nel 2008. Ora però c'è di mezzo la magistratura e tutti stanno compunti, in silenzio a sperare che passi presto e con pochi danni.
Un presidente del passato Consorzio, professore di filosofia prestato dalla politica e non a caso il più longevo in carica, diceva: "Il porto funziona così: che ognuno, a cambiare, pensa di rimetterci perché quello che ci guadagna non è proprio tutto suo...". E se la politica si decidesse ad aprire bocca e fare la sua parte?
(Manlio Calegari)

Posted by Admin at 17:31

Urbanistica - I tesori dell'Unesco e quelli di oggi

I quotidiani non solo locali (anche Il Sole 24 ore, sia pure con una pagina pubblicitaria) ci hanno dato dentro a manetta: "I Rolli" tra i tesori dell'Unesco, più la visita di un ministro e una lavata straordinaria a un po' di vie del centro. I 42 edifici genovesi iscritti nella Lista del Patrimonio Mondiale ci riempiono di legittimo orgoglio: in fondo siamo genovesi, no? E questo arriva mentre la città - spiega un interessante dossier di Repubblica (21 gennaio 2007) - "torna a crescere".

Ecco una buona ragione per compiacersi non solo di cose prodotte da società tramontate, come le vie e i palazzi santificati dall'Unesco, ma anche di quelle di oggi. Quali? Beh, Renzo Piano... E poi? Poi Renzo Piano. Quello dell'Affresco di cui Batini dice (C. Maltese su Repubblica del 20 gennaio 2007) che "a Genova non l'hanno buttato via solo perché era gratis". In compenso gli hanno scempiato con due stupide aggiunte la tensostruttura vicina al bigo, in porto.
E poi? E poi basta. E questa è la prova che i nostri politici sono persone colme di modestia anche se non sono del tutto ingenui. Loro sanno che le bellezze della città sono i manufatti di pregio, ville, giardini e palazzi, sculture tirati su un po' di secoli fa. E stanno ben attenti a non segnalare alla pubblica ammirazione qualcuna delle opere da loro promosse. Ancorché vistose al punto di modificare la stessa immagine della città di cui amano considerarsi cultori.
Non una parola, dunque, sul posteggio di San Nicola, alle spalle dell'Albergo, non un fiato su quello di ponte Caffaro. E della scalinata mandata in rovina dagli scavi per il park di villa Gruber? Ma che scherziamo? E della salita della Misericordia chiusa da oltre 10 anni in attesa di essere integrata nel sistema park di Acquasola? Basta, d'accordo. Fermiamoci al XVIII secolo. Per carità di patria.
(Manlio Calegari)

Posted by Admin at 17:18

10 Gennaio 2007

Urbanistica - Dai posteggi fai da te benefici ma per chi?

Aiutatemi a capire dove sbaglio. Se volessi acquisire reddito dal bisogno che la gente qui a Genova ha di trovare spazi in cui lasciare la propria vettura, farei due cose: 1) ostacolerei in ogni modo i progetti di miglioramento del servizio di trasporto urbano; 2) renderei onerosa la sosta su tutte le superfici pubbliche disponibili in ambito urbano. Con questi due accorgimenti la gente, anche quella che non è assatanata dal godimento della guida in un traffico comatoso, è costretta a scegliere la propria auto per i suoi spostamenti in città e ovviamente è costretta a pagare la sosta ogni volta che scende dalla sua vettura.

Il ragionamento che regge queste due manovre è: "Hai voluto venire in città con la tua auto? Allora paga!" . Per ovvi motivi di egualitarismo la tassa viene affibbiata anche a chi non usa l'auto per girare in città, ma siccome vive già nell'ambito urbano, è costretto a lasciarla su strada se non dispone di un parcheggio privato. Questa opzione però tende ad assottigliarsi. Infatti man mano che cresce l'assuefazione alla tassa da parte degli automobilisti esterni, diminuiscono i posti su strada su cui quelli interni possono lasciare la propria auto. Ecco dunque un'ottima ragione per ricavare altro reddito dalla costruzione di parcheggi.
Ho perso la conta dei cantieri, ma penso che attualmente siano ancora numerosi. A proposito: qualcuno dovrebbe fare una ricerca per portare alla conoscenza di tutti quanto volume edilizio è stato prodotto con la realizzazione dei parcheggi "fai-da-te", quanta superficie di sosta è stata liberata dalle strade, quale sia l'entità di capitali messa in gioco, quali vantaggi ne siano derivati alla collettività, zona per zona ma anche in un bilancio globale del sistema.
Se però volessi restituire alla città la sua originale funzionalità, pur nei mutati costumi che sono cambiati nei secoli, partirei dal principio che ogni via, ogni palazzo del cosiddetto "centro storico" [non commettiamo, per favore, l'errore di considerare storica solo la parte medievale del centro!] è stato realizzato prima della diffusione dell'automobile e tutti i materiali necessari all'edificazione sono giunti sul posto con veicoli non motorizzati. La gente percorreva prevalentemente a piedi questi spazi urbani. Saliva in carrozza solo per le passeggiate domenicali o perché, mai stata in città, doveva recarsi in luoghi mai frequentati prima.
Questo è successo abbondantemente anche nel Novecento. Tutte le fotografie dei primi quaranta anni di quel secolo mostrano le strade libere da auto e moto. Oggi ci dobbiamo accontentare di tre o quattro episodi (le vie e piazze pedonalizzate) e comunque questo a Genova è successo con decenni di ritardo su altre città. A mio giudizio siamo ancora in grado di compiere la vera trasformazione necessaria a dare la dignità che la città si merita. A guidare le scelte però non deve essere la produzione di un reddito basato sui bisogni, ma la produzione di un servizio basato sui redditi di chi ne beneficia. Di qui la domanda: chi beneficia della città? Stiamo parlando di quella sofisticata struttura edilizia, strumentale, spaziale e funzionale che mette in poco spazio areale molte destinazioni utili alla collettività e, in aggiunta a questa, anche la residenza.
(Rinaldo Luccardini)

Posted by Admin at 12:23

Centro storico - La misteriosa sorte delle case Tonodue

Venticinque anni fa a Genova la cooperativa "Città Vecchia" diffuse con un pubblico convegno (relatori: Guido Alpa, Luigi Cocchi, Bruno Gabrielli e Umberto Morello) i principi della sua missione. La coop era stata fondata l'anno prima per realizzare " ...un progetto dalla portata enorme: la ristrutturazione del centro storico. Fondata da un gruppo di giovani che guadagnano troppo poco per potersi comprare una casa ma troppo per chiederla allo Iacp (...) che dunque chiedono al Comune di avere in diritto d'uso per trent'anni un alloggio, in modo da compiere a proprie spese i lavori di riattamento...".

La frase virgolettata è tratta da un articolo di Chiara Borghese su Il SecoloXIX del 29 aprile 1981. Le case che venivano chieste al Comune erano quelle del suo "patrimonio disponibile", cioè alloggi pervenuti alla proprietà comunale generalmente sotto forma di donazione o altre forme non programmate: si trattava di poco più di un centinaio di unità immobiliari sparse qua e là, tutte abbandonate al degrado, non essendovi alcun interesse, da parte della civica amministrazione, di renderle atte ad una salubre abitazione.
Il progetto, decisamente non utopico, era stato sottoposto all'esame sia dell'assessore al Patrimonio (Delfino) che a quello delle Finanze (Monteverde) ricevendone un favorevole giudizio, tanto che la Lega delle Cooperative lo fece proprio, costituendo un'apposita cooperativa di secondo livello, il Consorzio Centro Storico, che gestì la parte edilizia di alcune iniziative immobiliari discendenti da questo progetto (ad esempio il riuso del rinomato casino di Piazza della Lepre). Questo progetto si ispirava al collettivismo della proprietà elementare, cioè dell'abitazione. Le case, infatti erano e restavano di proprietà pubblica.
Stupisce oggi constatare come nessuna delle unità immobiliari allora individuate negli elenchi del "disponibile" figuri tra quelle che il Comune ha assegnato all'azienda speciale "Tonodue" incaricata di vendere appunto pezzi di patrimonio comunale disponibile. Gli elenchi sono allegati alle deliberazioni del Consiglio Comunale che ha varato i conferimenti: DCC n.27 del 19.3.2001, DCC n.194 del 17.12.2002, DCC n. 1 del 13.1.2004, DCC n.30 del 23.3.2004, DCC n.110 del 15.11.2005. Ha però destato qualche preoccupazione l'inserimento in lista di taluni edifici che la gente riteneva indegno cederli alla proprietà privata.
A me invece interessa sapere che fine hanno fatto tutte quelle unità immobiliari segnalate. Si possono fare solo due ipotesi: o sono state cedute (vendita o altro tipo di scambio?) al di fuori della convenzione con Tonodue, o sono ancora in attesa di una riqualificazione patrimoniale, presumibilmente sempre al di fuori della convenzione con Tonodue (visto che non appaiono nelle liste di conferimento). Forse tra i cinquemila lettori di questa newsletter c'é qualcuno che sa?
(Rinaldo Luccardini)

Posted by Admin at 12:21

20 Dicembre 2006

Circonvallazione - Anche la Scuola Germanica diventa un parcheggio

La Giunta del Comune di Genova ha detto sì alla costruzione di un parcheggio da un centinaio di posti nella sede della ex Deutsche Schule, purché l'acceso principale avvenga da corso Paganini, non dall'imbocco originariamente previsto in via Caffaro perché fortemente contrastato dagli abitanti. (Secolo XIX, 8 dicembre).

In realtà, la protesta riguarda molti altri punti che la delibera della Giunta sembra ignorare.
Il progetto di parcheggio ha evidenziato una molteplicità di problemi: scavi imponenti che potrebbe compromettere la stabilità degli edifici circostanti (nelle due gallerie sottostanti via Caffaro transitano i treni della Ferrovia, che pare non sia mai stata interpellata in proposito, mentre esiste una legge che vieta di costruire nella loro prossimità); vicinanza di altri edifici residenziali: "Se si dovesse fare un parcheggio in [questa] area, dovrebbe essere per auto elettriche perché non si può trasformare le abitazione delle persone in una camera a gas" (commissario Franco Maggi, Ds, seduta 19 dicembre 2005); attrazione di ulteriore traffico, fatto particolarmente intollerabili nella circonvallazione a monte, già penalizzata dall'appena inaugurato parcheggio di Passo Bersanti e da livelli di inquinamento insostenibili (questo anno, molto più che in passato, la centralina per il rilevamento delle pericolosissime polveri sottili di corso Firenze ha superato ripetutamente i limiti di soglia).

La commissione urbanistica, dove in modo confuso e disordinato il progetto si è discusso più volte, si è anche incartata a lungo su un problema procedurale: il progetto per la trasformazione di una ex scuola richiede il cambiamento di destinazione d'uso dell'area stabilita dal Piano Regolatore: da "scuole e laboratori scientifici" a silos per parcheggio. Ma il PR non prevede una struttura di questa natura: come si fa a formulare un progetto se non si conosce la variante del PR? Il problema evidenza un ossequio formale alle regole del Piano regolatore che non riesce tuttavia a nascondere l'insofferenza per le regole stesse. Le modifiche al PR diventano varianti e le varianti si accumulano in proporzioni sempre più insostenibili al punto che c'è chi propone di non parlare più di varianti, ma di semplici aggiornamenti (commissione urbanistica, 21 novembre 2005). Una correzione solo lessicale, ma risolutiva: gli aggiornamenti del Piano non dovrebbero più passare dal Consiglio Comunale. Si avrebbe un PRF, un Piano Regolatore Flessibile. Un non piano.

Il parcheggio di via Caffaro-corso Paganini è un progetto "fai da te", di iniziativa privata. Il soggetto proponente non è una cooperativa, non è una impresa, è una scuola di lunga tradizione: la Deutsche Schule Genua. E'una società senza fini di lucro, un'istituzione scolastica davvero benemerita. Attualmente in locali d'affitto a Carignano, ha bisogno di vendere il dismesso edificio di via Caffaro per poter sopravvivere. Davvero, la città non ha altri mezzi per assicurare la permanenzadella scuola e in Germania sarebbe possibile un baratto del genere?
(Oscar Itzcovich)

Posted by Admin at 10:30

6 Dicembre 2006

L'inchiesta - Anche in porto tanti furbetti

Da tempo la magistratura ha dato il via ad una maxi inchiesta sulle concessioni in area demaniale. La "fascia di rispetto" di Pra è stata la prima ad essere osservata. Polemiche roventi, accuse di "persecuzione del Ponente", poi di fronte alle irregolarità, alle posizioni speculative i toni si sono abbassati. Da Pra a Voltri a Sampierdarena passando per il Porto antico: ad oggi l'inchiesta ha portato alla luce gravi abusi e veri e propri furti. Grandi concessionari, terminalisti privati e società miste come Vte, Genova Parcheggi, Stazioni Marittime Spa, Fiera e altre si sarebbero appropriate abusivamente di aree non sottoposte alla loro concessione. Depositi che da temporanei sono diventati definitivi, raddoppiando e triplicando le aree occupate rispetto alle concessioni in molti casi scadute da tempo. In via di accertamento, oltre le occupazioni abusive, spesso all'origine di ulteriori sub concessioni, ci sono i canoni non aggiornati (spesso irrisori ) delle concessioni regolari.

E' un'inchiesta importante. Il comandante della Capitaneria di porto, che per conto dell'autorità giudiziaria conduce l'indagine insieme ai carabinieri del Noe e i vigili della sezione ambiente ha detto (Repubblica-Lavoro, 29 novembre): "Servirà all'Autorità portuale per fare ordine, costringendo più di un soggetto a mettere le cose a posto". E' auspicabile infatti che a inchiesta conclusa le "le cose" vadano a posto e chi si è appropriato abusivamente di spazi, chi ha fatto i soldi affittando spazi che non possedeva, chi ha impedito attività commerciali altrui in forza di prerogative che invece non aveva, paghi il conto.
E' auspicabile inoltre che l'inchiesta, oltre a scoprire i furbetti nostrani, aiuti a sciogliere anche altri misteri. Ad esempio quali rapporti omertosi hanno permesso un abusivismo così massiccio che - come si è scoperto pochi giorni fa (Repubblica-Lavoro, 2 e 3 dicembre) - è stato messo in opera da grandi concessionari e da potenti società che non è pensabile potessero operare alla chetichella? O, con altre parole, quali le ragioni della mancanza di controllo o dei silenzi da parte degli uffici preposti al controllo?
Il Comandante del porto ha parlato di "egoismi" sollevando la reazione scandalizzata di più di un operatore portuale. Ma oltre gli egoismi e le furbate l'inchiesta della Capitaneria, potrà aiutare a capire questioni che ad oggi sono parse incomprensibili. Ad esempio il duro scontro che ha opposto fino a pochi mesi fa il presidente del porto Novi e il segretario generale Carena. Quali erano i veri termini del contendere?
Infine l'inchiesta in corso sarà di grande aiuto per capire quali reali interessi si sono scontrati fino ad oggi attorno alla proposta di waterfront di Renzo Piano. Dopo quanto si va scoprendo molti hanno cominciato a chiedersi se tutta la serie di commissioni e contro commissioni nominate per sciogliere i nodi, i mezzi sì e i quasi no di questo o di quell'altro, non fossero uno schermo che nascondeva una massa di interessi molto più "tradizionale": pagare poco (o magari niente) per vendere a molto.
(Manlio Calegari)

Posted by Admin at 10:57

29 Novembre 2006

Genova - La città riconoscente dedica a Renzo Piano

La foto qui sotto ci è stata spedita da Alice Watkins, giovane architetto canadese, in giro per il mondo per documentarsi sulle opere di Renzo Piano.
"Chi ha deciso e chi è l'autore - chiede Alice - dei due edifici sovrapposti all'ingresso della tensostruttura del Porto Antico, una delle meraviglie del hi-tech applicato all'architettura moderna?" E conclude: "Forse Mr. Piano non ha protestato ma i genovesi non hanno niente da dire?"


tenso

Posted by Admin at 09:34

22 Novembre 2006

Urbanistica/1 - Pervicacia dei palazzinari e debolezza dei cittadini

Lo scontro ideologico e culturale innescato dalla norma del Piano urbanistico comunale (Puc) che consente il trasferimento di volumi edilizi da una parte all'altra della città ci appare deformato dalla insistenza con cui vengono riproposti i progetti più contestati. Poco si sa di tutti gli altri e sarebbe corretto e urgente che l'Amministrazione comunale diramasse una nota esaustiva con l'elenco di tutte le autorizzazioni a cui intende dare corso. Le esternazioni apparse sui recenti numeri del Corriere Mercantile sono anche venate di interesse politico e il lettore può pensare che l'intera faccenda abbia un aspetto puramente ideologico.

Invece qui si tratta proprio di incidere pesantemente, e per sempre, sull'aspetto fisico della città. Il risultato delle schermaglie dunque non sarà solo una variazione nelle percentuali elettorali dei contendenti, ma anche una deformazione del tessuto urbano ed un'affermazione dell'interesse speculativo.
A guidare le scelte, infatti, non c'é un interesse pubblico. Se così fosse, non ci sarebbe bisogno di modificare il Puc del 2000. Il Puc è un piano urbanistico "vecchio" solo di cinque anni, eppure le sue indicazioni appaiono già superate visto che i volumi che si vorrebbero costruire sono piazzati, nei due casi più contestati, in aree destinate a servizi pubblici. Nel caso dell'uliveto di Quinto, poi, sembra di assistere ad una ostentazione minacciosa del potere. Infatti a contestare la nuova edificazione non c'é solo il comitato (che su quell'area vorrebbe vedere un servizio culturale connesso alla tradizione rurale del sito) ma per ben due volte c'é stato il parere negativo del Consiglio di Circoscrizione IX Levante, che ha bocciato sia il progetto che la sua variante, poi c'é stato un Odg firmato da consiglieri comunali di tutti i gruppi, poi le perplessità delle Soprintendenze e della Regione, poi la dimostrazione d'interesse della Direzione Cultura Sport e Turismo dello stesso Comune di Genova!
Rinaldo Luccardini

Posted by Admin at 10:09

Urbanistica/2 - Una spallata che scuote le lobby del cemento

Il Corriere Mercantile in questi giorni ospita un acceso dibattito sull'urbanistica in città e sul futuro sindaco. Lo provoca l'architetto Giovanni Spalla con una intervista (15 novembre): "L'amministrazione comunale deve modificare radicalmente le politiche di gestione del territorio e io credo che l'unica persona in grado di portare aria nuova a Palazzo Tursi e di mettere al centro la cultura del territorio sia Marta Vincenzi". Servono forti segnali di discontinuità perché - afferma Spalla - il Comune deve tutelare il patrimonio pubblico nell'interesse di tutti i cittadini, mentre adesso è alla mercé dei privati.

Esempi? Il modo in cui è stata applicata la norma del Piano urbanistico comunale (Puc) sul trasferimento di volumi, per cui sarebbero i privati a decidere dove e che cosa demolire e costruire, le trattative che l'assessore Margini avrebbe aperto con le Ferrovie (costruzione di un grattacielo vicino al Palazzo del Principe), le pressi oni improprie esercitate dal presidente della regione Burlando per trasferire la facoltà di Ingegneria agli Erzelli. Immediata la replica dei diretti interessati.
L'assessore allo sviluppo economico Mario Margini dice che serve "l'innovazione, non la discontinuità", vede "il rapporto fra pubblico e privato in un equilibrio di interessi" e smentisce l'accusa di permettere alle Ferrovie la costruzione del grattacielo ("ho detto che su quella proposta non eravamo d'accordo"). L'ente pubblico non deve avere un ruolo dirigistico rispetto ai privati, ma osserva che è stata l'amministrazione comunale a scegliere di spostare il baricentro della città a ponente, attraverso le operazioni di Iit, Erzelli e delle aree di Cornigliano. In questa scelta si sono poi inserite anche proposte di privati. Sugli Erzelli "so che c'è chi adombra il rischio che questa operazione possa "debordare" dal punto di vista immobiliare: rischi ovviamente ce ne sono e bisogna vigilare" (17 novembre).
L'assessore all'urbanistica Bruno Gabrielli risponde duramente alle affermazioni di Spalla: "Sono affermazioni gravi, prive di alcun sostegno di dati di fatto". Respinge che ci siano scelte localizzative fatte sotto la pressione dei proprietari delle aree: "un falso senza dimostrazione alcuna". La norma sul trasferimento di volumi (correlata al PUC adottato nel 1997) "è una norma costruita a favore della collettività e aggiunge che si potevano adottare altre ipotesi pianificatorie , ma si è dovuto gestire ciò che era stato già deciso.
Ultimo (per ora) a entrare nel dibattito è Andrea Agostini (Lega ambiente) che accusa l'amministrazione di fare un uso distorto della delibera del Comune sul trasferimento dei volumi e denuncia che il provvedimento che dimezza la volumetria trasferibile è stato fatto con un incomprensibile ritardo "che nei fatti ha tutelato gli speculatori", svuotandolo di sostanza. Per quanto riguarda la vicenda degli Erzelli, Agostini ricorda che "la nostra associazione ha paventato l'ennesima operazione speculativa in un'area delicata del ponente genovese e nei fatti, di variazione in variazione, la faccenda ha preso quella piega: niente nuova occupazione di qualità, niente parco urbano più grande della città, supermercati e residenze gestite dalle solite immobiliari milanesi e, tocco finale, necessità di trasferire Ingegneria agli Erzelli con notevolissimi costi aggiuntivi per il pubblico erario" (18 novembre).
Oscar Itzcovich

Posted by Admin at 10:07

1 Novembre 2006

Carige/1 - Chi ha parlato la pagherà

A una settimana dall'articolo del Corriere della Sera sulla Carige, un lungo editoriale ("Silenzi e bisbigli sul caso Carige") su Repubblica-Lavoro (30 ottobre 2006) si interroga sul perché di fronte alle notizie bomba fornite dal Corriere, e l'inchiesta in merito aperta dalla Procura, a Genova quelli che contano facciano finta di niente. La dirigenza politica è piuttosto impegnata a discutere di come dividersi il potere, le cariche, le candidature.

Quanto alla classe dirigente (?) e la società civile (?) tacciono perché un po' si nascondono dietro ai politici e un po' non vogliono svegliare il can che dorme. Silenzio imbarazzato - prosegue l'editoriale - anche da parte dei vertici istituzionali come Pericu e Burlando. Insomma, dicono al Lavoro, un silenzio così finisce per danneggiare tutti, perfino la Carige. Parole sante. Peccato che al Lavoro, come al Secolo e al Giornale abbiano fatto così poco per romper e quel silenzio, facendo a gara nell'offrire spazio al presidente di Carige. Il quale ha di recente fornito una sintesi del Carige-pensiero nella riunione plenaria avvenuta di prima mattina con dirigenti della banca e sindacati e di cui fedelmente riferisce il Lavoro (28 ottobre) che nell'ambiente vanta da tempo notizie di prima mano. "Abbiamo scoperto - ha detto nell'occasione Berneschi - chi è stato a passare tutte quelle informazioni che hanno dato il via al dossier del Corriere e sappiamo che non è uno di noi, un interno". Perché, ha aggiunto, il "dolore più grande" per lui sarebbe stato quello di un "tradimento" interno, da parte di un giocatore della sua squadra. "Qualcuno - ha detto ancora - ha voluto colpire il sottoscritto, qualcuno che abbiamo già individuato e contro il quale faremo valere le nostre ragioni". Non una parola sulle pesanti contestazioni rivolte ai vertici della banca, le accuse di nepotismo e il resto. Solo la promessa di farla pagare c ara al delatore. Il resto della giornata è stata spesa "a far veicolare in azienda il messaggio del presidente". Ordini, altro che bisbigli.
(Manlio Calegari)

Posted by Admin at 17:35

Municipi - Quanto costa avvicinare la politica ai cittadini

Il Consiglio comunale ha approvato l'istituzione dei municipi che sostituiranno le 9 vecchie circoscrizioni (10 ottobre 2006). A differenza delle circoscrizioni che hanno solo poteri consultivi, i municipi avranno nuovi poteri e responsabilità, autonomia gestionale, finanziaria e contabile. Ciò suppone anche un notevole trasferimento di risorse economiche e di personale (circa 1.200 dipendenti comunali su 7.000!).

Alle tradizionali competenze delle circoscrizioni verranno aggiunte delle nuove: servizi demografici, scolastici, culturali e sportivi, attività di manutenzione ordinaria e straordinaria, tutela ambientale e del verde pubblico. Secondo l'assessore Mario Margini (delega al Decentramento), si tratta di avvicinare la politica ai cittadini, "assisteremo alla creazione di nuovi organismi che potranno esercitare nuove forme di potere". L'idea è quella di "conciliare la protesta con il senso di responsabilità". Margini fa un paragone suggestivo: "L a classe politica industriale più illuminata ha sempre preferito un sindacato forte. Perché un sindacato forte è capace di governare i processi e ha senso di responsabilità".
Anche se la riforma è stata approvata a grande maggioranza (44 voti favorevoli, tra cui quelli di Fi e Udc, due contrari di An e due astenuti di Liguria Nuova e Lega Nord). (Secolo XIX, 14 ottobre), cosa che per Margini rappresenta "la soddisfazione più grande", non ci è voluto molto perché emergessero perplessità e contrasti.
Margini respinge l'accusa di aver raggiunto larghe intese solo sull'aumento della spesa: "Abbiamo un tetto di spesa, superato il budget dei gettoni di presenza, i consiglieri si riuniranno gratis". Il principio di almeno contenere, se non ridurre, il costo della politica, il costo della democrazia, secondo l'espressione coniata dal libro-inchiesta di Salvi e Villone, sarebbe così preservato!
Secondo indiscrezioni raccolte su Repubblica-Lavoro il 26 ottobre e riprese anche il giorno successivo, a causa di presunti accordi di spartizione tra Ds e Margherita per le 9 presidenze dei futuri municipi, sarebbe già scoppiata una guerra che divide la sinistra. I nuovi presidenti dei municipi (che avranno il 70% dello stipendio di un assessore comunale, che è di euro 4.790 euro lordi mensili), eletti secondo il sistema maggioritario, dovranno essere indicati sulla scheda. Dovranno cioè essere scelti prima dai partiti, poi dagli elettori.
(Oscar Itzcovich)

Posted by Admin at 17:30

18 Ottobre 2006

Affari e politica - Il cemento comanda da destra alle Coop

A Repubblica ci sono rimasti male. Ma come - scrivono (16 ottobre 2006) - noi ci spendiamo a far conoscere il Berneschi-pensiero e tutti fan finta di niente. Mobilitazione imprenditoriale zero; non si è mosso foglia. Conclusione? "A Genova non c'è una classe dirigente distinta dalla politica e dai suoi apparati in grado di organizzare una battaglia vera e propria per spingere un progetto". Niente leadership imprenditoriali e neppure sindacali? Principale colpevole la classe politica, mai così potente come oggi, che mentre fatica a trovare chi candidare a sindaco tiene sotto controllo tutto il resto.


A Genova, scrive Repubblica-il Lavoro, si fanno battaglie solo per il proprio orto. E quando gruppi diversi si mettono assieme è per andare contro qualcosa. Come nel caso di terminalisti, spedizionieri, agenti marittimi che si sono coalizzati solo per contrastare l'affresco di Piano.
Perché, chiede il Lavoro a politici e imprenditori, non vi unite e correte insieme sotto l'ombrello di Berneschi? Forse perché, suggerisce, "E' più facile spartirsi la città per conquistare grandi affari immobiliari, vendendo comprando ristrutturando... Il discorso vale per tutti da destra a sinistra, dai privati alle Coop. In questi anni il business della costruzione e della ristrutturazione sta divorando pezzo a pezzo le praterie più pregiate della città."
Dove siete imprenditori, chiede Manzitti? Una risposta potrebbe trovarla sul suo stesso giornale di qualche giorno fa (Repubblica 4 ottobre 2006). Ami, la società di infrastrutture e manutenzioni scissa da Amt si è venduta la rimessa di Boccadasse, un "gioiello" da oltre 33 milioni di euro. Acquirenti: una cordata composta da Abitcoop più altri privati. Così Ami avrebbe messo a posto i suoi conti fino al 2008. E dopo? Niente paura; siamo solo all'inizio: stanno per fare la stessa fine le rimesse di Sampierdarena e di Campi. A disputarsi il malloppo varie cordate composte anche dei big dell'industria e dello shipping oltre, si capisce, Abitcoop "il volto residenziale e abitativo della Lega delle Cooperative". Tutti insieme, appassionatamente, nel partito del mattone.
(Manlio Calegari)

Posted by Admin at 10:15

27 Settembre 2006

Urbanistica - Agli Erzelli le idee urtano gli affari

Percorso travagliato quello del parco scientifico tecnologico sulla collina degli Erzelli. Il progetto Leonardo, il Technology Village promosso dal Renzo Piano e Carlo Castellano che prevede di sostituire le migliaia di container accatastati sulla spianata della collina con un centro di scienza e tecnologia avanzata, è in continua trasformazione.

Un iter complesso, interessi contrapposti hanno già provocato numerose polemiche e l'uscita clamorosa di Renzo Piano dal progetto. "Gli Erzelli sono come il monte Olimpo per Genova. Sulla sommità io avevo progettato i centri di ricerca, l'università, gli incubatori di aziende, e certo anche un 30% di abitazioni (il progetto originario ne prevedeva un 5%, nda), tutto circondato da un grande prato che guardava il mare e la città. Ma poi si sono messi d'accordo con un costruttore che vuole circondare il prato con villette vista-mare. Me ne sono andato", ricorda l'architetto. "Piano aveva in mente un progetto finanziato in gran parte con soldi pubblici, ma il governo soldi non ne ha più. Per finanziare Leonardo c'è bisogno di cambiarlo, ma senza stravolgerlo, risponde Castellano (Repubblica, 20 marzo). Compito arduo, ma non impossibile se a vegliare c'è la pubblica amministrazione che con la massima chiarezza e trasparenza garantisce il rispetto delle linee guida del p rogetto.
Pochi giorni prima, il consiglio della facoltà di Ingegneria aveva approvato il trasferimento agli Erzelli. La delibera era stata accolta con evidente soddisfazione da parte di Regione, Comune e Provincia e dalla società che porta avanti il progetto perché l'insediamento di Ingegneria agli Erzelli era un elemento fondamentale del programma di riqualificazione urbana dell'intero Ponente. La delibera della facoltà, benché presa a larghissima maggioranza, era accompagnata da non poche preoccupazioni. Implicava, secondo Gianni Vernazza, preside di Ingegneria, abbandonare la vecchia ipotesi di trasferirsi all'Hennebique "che è una certezza sia pure insufficiente ad accogliere tutta la facoltà", mentre l'Erzelli "è una sfida tutta da vincere" (quotidiani del 10 marzo).
I dubbi devono essere aumentati perché ora sembra che Ingegneria faccia un passo indietro. Per trasferirsi agli Erzelli "il preside Vernazza e i suoi chiedono garanzie e assicurazioni. Su molti particolari. Il polemico addio di Renzo Piano e i cambiamenti sopravvenuti nel progetto - meno tecnologia, più abitazioni e commercio - lasciano interdetti gli ingegneri" (Repubblica, 20 settembre).
Le dichiarazioni del giorno successivo dell'assessore comunale all'urbanistica, Bruno Gabrielli, non sembrano aiutare a fugare queste preoccupazioni. Così sul Corriere Mercantile del 21 settembre si legge: "L'idea è che le residenze si affaccino sul parco che sarà creato sul piano della collina…Dietro le abitazioni, e integrati con queste, ci saranno i laboratori dell'università e gli insediamenti produttivi nonché la strada. Sarà quindi lasciata libera da costruzioni la parte della collina che si affaccia sul mare. Il fatto che le abitazioni si affaccino sul parco consentirà di avere un controllo anche notturno sul sito".
(Oscar Itzcovich)

Posted by Admin at 07:49

13 Settembre 2006

Patrimonio Unesco - Parole ma non guardie e i carruggi affondano

Tornata a Genova dopo più di due mesi di lontananza provo un sussulto di orgoglio: prestigiosi striscioni mi informano che tutta la zona del Centro Storico che circonda casa mia è "Patrimonio della Umanità UNESCO". Ma questa gioia del cuore viene presto azzerata dalle cronache di degrado, inquietudini, allarme che mi fanno gli amici. Man mano che li sento per salutarli, indipendentemente l'uno dall'altro mi dicono che nel corso dell'estate la situazione nell'area di Via del Campo e della Maddalena è peggiorata in modo sensibile.

Mi raccontano di una attività di spaccio sempre più plateale e aggressiva, di minacce a conoscenti che avevano affrontato verbalmente chi svolgeva il traffico nel portone di casa, mi parlano di risse frequenti, citano episodi di rapina a persone anziane. Una mia amica ha interpellato una persona transessuale che esercita lì vicino e un cittadino marocchino, ricevendo conferma del suo allarme: le cose non vanno affatto bene, le hanno detto, siamo preoccupatissimi, e non vediamo mai pattuglie della polizia a piedi nelle zone e nelle ore in cui servirebbero. Mi viene raccontato l'episodio di una persone anziana che dopo essere stata rapinata si è sentita male ed è svenuta: la polizia viene avvertita e risponde di non poter mandare nessuno, si limiterà a far arrivare una autoambulanza.
Due giorni dopo questi racconti incontro per strada un'amica sudamericana che abita nella zona tra Via San Luca e Caricamento, e faccio una verifica: "Come va? Come è andata l'estate qui in Centro Storico?" Male, mi risponde, malissimo, la situazione in questi mesi è molto peggiorata. E mi ripete la cronaca: risse, spaccio, impossibilità di dormire. Ci difendiamo buttando acqua dalle finestre, ma non serve a nulla. Mi dice di essere andata di persona a parlare con la pattuglia della Polizia che staziona davanti all'Expò per chiedere una presenza in zona, e di non aver ottenuto nulla: siamo in pochi, le dicono, e lì non ci andiamo.
Scorro i giornali di questa estate e trovo su Repubblica del 13 Agosto la "lettera aperta alla autorità" in cui il parroco di San Sisto di Pre racconta più o meno le stesse cose. Due giorni dopo la cronaca del sopraluogo del questore "che ha assicurato un rafforzamento dei pattugliamenti". Le autorità comunali non vanno all'appuntamento ma "Annunciano iniziative rivolte a tutelare la sicurezza"…
Se tra le cause immediate gli amici con cui parlo mettono anche un indulto attuato senza misure per il reinserimento delle persone messe in libertà, le cause di fondo sono ben più strutturali e ne sono un simbolo perfetto le centinaia di raffinate lampade per la illuminazione artistica delle facciate rifatte di Via del Campo, che nessuno ha più acceso dopo il 31 Dicembre del 2004. Nel buio fondo seguito al restyling di facciata dell'anno della cultura restano a presidiare il territorio solo gli eroici "operatori ecologici" dell'AMIU a cui mentalmente rivolgo ringraziamenti infiniti ogni volta che, rincasando, ho la fortuna di incontrarli.
(Paola Pierantoni)

Posted by Admin at 14:12

5 Luglio 2006

Genova - La città di Ersilia

A Genova, nel tratto che va da San Martino a Sampierdarena, quanti vanno a piedi o usano i bus sanno di chi si tratta. Anche se non sanno che si chiama Ersilia e non le hanno mai parlato. Ma l'hanno vista. O almeno ne hanno visto la parte del viso che emerge da sotto il cappello di panno che porta con le falde calate sulle orecchie e fermate da una sciarpa leggera che le incornicia il capo e le copre il collo. Così anche per il resto del corpo stretto da panni che lasciano indovinare solo quanto sia esile e minuta. Guanti di cotone chiari e brache lunghe e molli strette alle caviglie coperte da una sorta di lunga saariana d'estate e da un impermeabile d'inverno. Ai piedi calza scarpette nippo, imbottite e con la suola alta. A tracolla una borsa e in una mano un plico o una busta, un foglio con su un elenco, fissato su un dorso rigido, e a volte una delle piantine di Tuttocittà; nell'altra mano una trasmittente di modello antiquato.

A piedi e sui bus, Ersilia ha percorso per anni la città a consegnare lettere e plichi. Antesignana del mototaxi, estate e inverno, Ersilia sembrava non vedere le persone e le cose che la circondavano, solo concentrata sulla meta del momento. Saliva, scendeva, arrancava con un passo breve, leggero, svelto. Un giorno l'ho vista che zoppicava leggermente. In seguito di più. Era stanca, provata, ma teneva duro; era brava. Più brava dei più giovani colleghi che sfrecciano in moto e che - dopo aver controllato l'indirizzo sulla busta - ti chiedono dove sia via Roma. Lei no: lei lo sapeva perché lei la città la strusciava metro dopo metro. Il giorno che le ho rivolto la parola non si è stupita. "Parliamo pure - mi ha detto - ma camminiamo, perché non ho molto tempo". Perché il tempo alla fine vince; Ersilia lo sapeva.
Mi capita di vederla ancora, ma raramente. L'ultima volta è stato dopo un temporalino d'aprile. Scendeva da un 18 alla fermata di San Giacomo e Filippo ed è finita nel mezzo di una specie di vasca d'acqua da oltre due anni formatasi sul marciapiede. E che continua a ingigantire perchè il tempo vince ed erode anche i blocchi di calcare. Mentre guardava stupita le sue scarpe che si erano riempite d'acqua Ersilia m'ha visto. "Ormai è una città così, ha detto a me ma come se parlasse con se stessa. Niente manutenzione, Peccato...".
Una constatazione facile da fare. Buche, voragini segnalate da cavalletti che invecchiano per mesi o anni, marciapiedi rotti, strisce pedonali invisibili, carcasse di moto abbandonate. Dice bene Ersilia: "Peccato".
Repubblica del 27 giugno scorso: "Case e uffici nel giardino segreto... negozi, appartamenti e box... operazioni da trenta milioni di euro per chiudere l'ultimo buco nero del centro". Succederà proprio a poche decine di metri da dove Ersilia è finita nella pozzanghera. Un buco anche quello ma non egualmente redditizio. L'altro infatti, quello da 30 milioni di euro, a chiuderlo andranno una cordata di immobiliaristi, l'Amga e il Comune.
E il marciapiede? Se ne parla. Intanto buone ferie.
(Manlio Calegari)

Posted by Admin at 09:43

31 Maggio 2006

Genova - Prediche strategiche nella città silente

La conferenza strategica del comune di Genova, ultimo atto ufficiale rivolto alla città dalla giunta Pericu prima della naturale scadenza amministrativa e delle elezioni del 2007, esige alcune considerazioni, almeno nella sua giornata inaugurale del 22 c.m., aperta da una tavola rotonda e dalle relazioni di Caselli e dello stesso sindaco. Innanzitutto il titolo: Al centro le persone. Il benessere e lo sviluppo che, a pelle, come hanno confermato alcuni pubblicitari e opinion's makers presenti nella sala del gran consiglio di Palazzo Ducale, ricorda lo slogan di qualche vasca da idromassaggio (occhieggia di proposito ?) tipo Jacuzzi.

Poi la presenza che è quella solita delle precedenti conferenze strategiche che hanno cadenzato ogni due o tre anni l'ultimo ciclo amministrativo di questa giunta. Un nugolo di funzionari presenzialisti (gli unici che però se lo meritano, visto che hanno lavorato duramente), naturalmente molti dirigenti di servizio, un po' di amministrazione decentrata, presidenti e assessori di circoscrizione, l'università, un tot di cru che sta intorno ad Assoindustria, una spruzzata di società civile ai massimi livelli, il meglio del ceto politico locale e nazionale (qualche deputato o senatore eletto) e more solito zero di cittadinanza. Ohè! Proprio nessuno! Se dovevano essere strategiche queste conferenze nel senso di chiamare le persone o meglio le varie comunità a condividere percorsi, scelte o impegni che riguardano il futuro, beh! allora non si può proprio dire che lo siano state. Piuttosto rappresentano l'occasione per rafforzare l'identità di un classe dirigente che amministra in vario modo e con influenze diverse legate ai livelli decisionali di ognuno la nostra città. Una operazione giustificabilissima che però finisce sempre per risultare troppo autoreferenziale vista l'esiguità della rappresentanza che la città mette di suo.
In questo contesto stridono certi passaggi della relazione di Pericu che ha preferito esprimersi a braccio, saltando qua e là nel suo discorso scritto. In sostanza parlando di immigrazione ha detto che va bene, che è accettata ma che però ne vorremmo di più di quella di qualità, l'immigrazione laureata come ho detto all'amico Kandji Modu, l'unico straniero presente (!) ad ascoltare il sindaco di Genova. Che poi (se non ho capito male) ha detto che gli pare strano che su certe scelte il Comune si trovi sempre come avversario parte della popolazione. Che bisogna capire che lo sviluppo viene prima di tutto. E qui credo che alludesse ai parcheggi, all'Acquasola e a tante altre azioni di sviluppo che ad esempio stanno investendo il ponente genovese a cominciare dal nuovo mercato ortofrutticolo di Bolzaneto. Di ambiente quindi non ha detto nulla, tranne che la manutenzione sta diventando un grave problema. Sul quale non sono stati in grado di intervenire efficacemente.
Forse, almeno, per questa giornata e dopo la relazione di Caselli che di Genova ha offerto il solito spaccato di città pronta a diventare metropoli come a ripiombare nel lepegume delle indecisioni perenni, sarebbe stato meglio un titolo maggiormente esplicativo come ad esempio: Al centro le persone. Il benessere e lo sviluppo (dell'acqua calda).
(Elio Rosati)

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Patto del cemento - Gran scandalo a Savona scoperchiare gli affari

Il nervo è stato scoperto durante una innocua conferenza tenuta venerdì 18 maggio a villa Cambiaso di Savona. Chiusi i tradizionali luoghi della politica, ridotti i partiti a modesti clan tribali, può capitare che una semplice conferenza si trasformi in una assise che infiamma una città. Succede quando a parlare sono chiamate persone che non nascondono i loro pensieri dietro le parole; che non fanno accademia ma parlano di ciò che tutti possono vedere. Persone che alla domanda ricattatoria del "da che parte stai?" rispondono semplicemente: da quella di chi cerca la verità.

Venerdì 18 maggio '06 a parlare a villa Cambiaso era Sansa e Repubblica del 21 maggio ha dato un bel resoconto della serata. L'occasione: le imminenti elezioni per il consiglio comunale di Savona; protagonista il cemento. Un cemento che sta per coprire la città in un business senza eguali che ha unito immobiliaristi, politici della sinistra storica e meno storica, transfughi dell'opposizione (Cdl), parenti (anche stretti) dei medesimi, affaristi con un passato colmo di ombre e simili. Grattacieli, palazzi, torri e - immancabili - i porticcioli sono, ha detto pressapoco Sansa, l'occasione del patto del cemento che, con la benedizione della politica, ricoprirà con effetti nefasti la città. Le conseguenze sulla politica sono già oggi visibili, quelle materiali non si dovranno aspettare per molto.
Non l'avesse mai detto. Svelare la nudità del re, così, in una seratina dedicata alla cultura. Occupandosi per giunta di politica, un territorio riservato agli addetti ai lavori. No, Sansa, proprio non lo doveva fare. Il primo a dirglielo è stato il segretario provinciale dei DS savonesi: ha confessato (Repubblica 24 maggio) d'aver letto "con sconcerto e amarezza il tono e i contenuti dell'articolo" e ha sostenuto che in realtà, Savona si sta "mettendo in gioco... scommettendo sul proprio futuro". Un altro stupito e scandalizzato è stato il console della Compagnia portuale che ha rivendicato gli "innegabili effetti positivi" dei progetti imminenti. Stessa musica quella del locale assessore alle finanze, in passato console della stessa Compagnia. Insomma, la famiglia ma quella di seconda fila .
Col passare dei giorni il tentativo di mettere la sordina alle parole di Sansa è risultato difficile. Repubblica del 25 maggio è tornata sull'argomento pubblicando una lettera ("Grattacieli e Palazzi. Che cos'è questa se non speculazione?") dove si diceva che Sansa aveva contribuito "a scoperchiare il pentolone di un malessere e di un dissenso rimasto troppo a lungo sopito, anestetizzato, in un clima tra l'omertoso... e la rassegnazione per l'ineluttabile". Parole pesanti che richiedevano una risposta forte e autorevole. Arrivata su Repubblica del 27 maggio con una intervista all'ex sindaco Ruggeri. Titolo: "Savona e i nuovi conservatori". Si capisce che i nuovi conservatori sono quelli del dissenso, quelli che non stanno al gioco o che, come Sansa, denunciano il gioco sporco: malaffare, speculazioni, parentele strette tra imprese e politica, personaggi chiacchierati, conversioni politiche clamorose... Siamo di fronte ad una ingiustificata polemica politica, ha detto Rugg eri, che ha aggiunto: "Il ministero delle Infrastrutture ha messo Savona al primo posto come città che meglio ha usato gli strumenti urbanistici attuativi". Come dire: se questa è l'opinione del Ministero, di cosa si immischiano i cittadini?
(Manlio Calegari)

Posted by Admin at 10:18

17 Maggio 2006

Business - Il partito dei parcheggi compra consensi

E' stata la "Sistema parcheggi", qualche mese fa, a dare l'esempio. La contestazione dello scempio in corso all'Acquasola stava superando il livello di guardia. Una paio di colpi di mano da parte dei distruttori erano stati fermati dall'iniziativa dei cittadini; l'amministrazione comunale si mostrava in difficoltà.

Un assessore prometteva un rinvio che invece un suo collega negava. Solo l'assessore Merella, convinto del compito affidatogli dal sindaco di riempire la città di posteggi, imperturbabile, dichiarava: andremo fino in fondo. Ma alla proprietà non bastava, specie dopo che i quotidiani avevano dato notizia di nuovi autorevoli dubbiosi, come la ex preside di Architettura ma non solo.
E' stato allora che la "Sistema parcheggi" ha deciso di fare da sé. Ha comprato pagine di pubblicità dei quotidiani locali e stampato molte decine di migliaia di lettere per "informare personalmente" i genovesi di come stavano le cose. E cioè che il posteggio era una cosa ottima e che grazie al posteggio il giardino dell'Acquasola sarebbe rinato a nuova vita. Il messaggio era diretto anche agli amministratori. Dato che non ci sapete fare - suonava - guardate come facciamo noi e imparate. E' inutile star lì a discutere con i cittadini; a maggior ragione se i loro argomenti sono seri e documentati. Bisogna invece rivolgersi agli altri, a quelli che assistono incerti allo scontro. A loro bisogna dire che le cose andranno per il meglio e fargli vedere lussuosi depliant con foto e disegni (platani, cigni ecc.) che lo dimostrano. Sono pure invenzioni? Ma cosa importa: intanto servono a uscire dai casini, poi si vedrà.
Mercoledì 10 maggio 2006 i quotidiani locali danno notizia che a Pegli c'è stata un "rivolta" di bambini. Una manifestazione seguita a migliaia di firme; lo slogan: "non toccate Villa Rosa". Le firme a sottoscrizione di un appello al sindaco contro la realizzazione di un parcheggio nel giardino della "Ada Negri". Ce n'è anche per la Circoscrizione che "con leggerezza" (speriamo bene!) unanime ha indicato il parco come sede del parcheggio sotterraneo.
Il sindaco ha taciuto ma per lui ha parlato, al solito, l'assessore Merella. "Che il parcheggio si farà lì - ha dichiarato - è fuor di dubbio". Mentre il popolo di genitori e bambini, difensori del giardino, studiava le mosse successive, domenica 14 maggio la stampa locale pubblicava a tutta pagina la pubblicità della "Parchi Villa Rosa Srl" intitolata trionfalmente "Non solo box". Seguiva l'elenco dei vantaggi dell'intervento (Anfiteatro, Campetto polivalente, parco ecc.) definiti di "grande valenza sociale". Il parco che attualmente versa in uno "stato di degrado" - si legge nella pubblicità corredata di cartina geo - verrà "profondamente riqualificato... e destinato ad essere goduto appieno da tutta la cittadinanza pegliese". Chi ne volesse sapere di più può rivolgersi direttamente alla Srl Parchi villa Rosa e ai suoi esperti. Il partito dei parcheggi ha deciso di far da sé.
(Manlio Calegari)

Posted by Admin at 19:19

4 Maggio 2006

Cronaca/3 - Violenza e degrado, altro che folclore

Dunque, pare che si tratti di un fatto privato. L’ipotesi della banda magrebina sfuma, i barbari, sembra, non sono arrivati, e noi abbiamo tra le mani qualche facile soluzione in meno.

E’ un po’ irreale ripercorrere gli articoli usciti negli ultimi due mesi sul Secolo XIX e su Repubblica: un quadro quasi idilliaco del nostro centro cittadino (negozi-biblioteche, artigianato esotico, simpatiche forme di concorrenza tra i vari locali della movida, al massimo nuove regole per gli artisti da strada e vigili di quartiere che promettono poche multe e tanta socializzazione) precipita improvvisamente nel dramma e nella drammatizzazione. Si richiamano i fatti del 1993. Su repubblica del 1° Maggio le dichiarazioni di Giuliano Bellezza, presidente della circoscrizione Centro Est vengono forzate e stravolte dal titolo: “La circoscrizione: ‘Militarizzare? Era l’ora’”. In realtà, riporta il testo dell’articolo, Bellezza aveva detto: “Mi era stato detto che il delitto non aveva nulla a che fare con la microcriminalità diffusa da noi più volte denunciata … se questo è vero l’amministrazione comunale non mette in discussione l’azione di ricucitura sociale fatta finora, ma se vi sono elementi per dire che l’uccisione di Luciana Biggi è legata alla delinquenza comune non possiamo che essere d’accordo con le azioni repressive”
Altro titolo: “Il prefetto telefona al questore: presidiate i vicoli ogni ora”, ma nel sottotitolo e nel testo si trovano virgolettate dichiarazioni molto più caute: “Serve una presenza costante, ma senza dare l’impressione di essere in emergenza. Non c’è uno stato di emergenza, sottolineo che siamo in un momento di preoccupazione”
Resta il fatto che l’omicidio di via San Bernardo ha aperto la strada alla espressione di una inquietudine che alberga da tempo tra gli abitanti della zona. Episodi di maggiore o minore entità che costellano la vita quotidiana. Molta inciviltà che si è ormai consolidata senza trovare opposizione, episodi più gravi non infrequenti, e lo spaccio come normale sottofondo.
Un centro storico abbandonato ad oscillare tra folclore, promozione turistica di facciata e degrado vero.
(Paola Pierantoni)

Posted by OLI at 09:39

19 Aprile 2006

Finanza - C’è la Genova intoccabile nel concerto dei furbetti

C'entra la Carige con lo scandalo finanziario dell'anno che ha portato in galera Fiorani con i suoi compagni di merenda e ad inquisire l'ex governatore della Banca d'Italia con un bel po' di funzionari dello stesso organismo? Certo che c'entra. Peccato che a livello locale il Secolo XIX che ha dedicato alla faccenda due pezzi l'11 e il 12 aprile scorso, abbia circoscritto il tutto alle attività di "lobbista" del senatore Grillo facendosi subito perdonare da lui col dargli circa il 50% dell'articolo per scagionarsi.

E peccato che anche Repubblica (11 aprile 2006) abbia scelto di mitigare il suo pezzo ("Fiorani: ecco la trama genovese") affiancandogli una dichiarazione del presidente di Carige, Berneschi, sia pure sotto forma di "intervista". Popolare di Lodi (Fiorani) e Carige (Berneschi) con la benedizione di Bankitalia (Fazio) hanno intrecciato le loro manovre finanziarie speculative al punto che non è difficile immaginare uno sviluppo genovese dell' inchiesta. Fiorani ha dichiarato che fu proprio Fazio a indirizzarlo alla Carige quando lui si muoveva alla ricerca di denaro per la sua scalata nascosta. La domanda degli inquirenti è se Carige, comprando 100 milioni di euro di azioni Antonveneta, lo ha fatto perché era un "affare" o perché mossa da interessi diversi. E in questo secondo caso di quali interessi si tratta? Le piste seguite dalla magistratura sono diverse, dall'appartenenza all'Opus Dei del vertice di Bankitalia, Carige ecc., alla presenza nella direzione Carige di altri personaggi coinvolti nel concerto come il parlamentare Udc Bonsignore (anche lui imputato di aggiotaggio nell'inchiesta Antonveneta) e il cui figlio è membro del Cda Carige. Fiorani sostiene che Bonsignore oltre a far parte del gruppo dei concertisti era uno dei tre politici che della faccenda "sapevano tutto". Proprio come l'ex senatore Grillo che, interrogato in proposito, ha sostenuto di aver voluto "difendere solo l’italianità delle banche e l’Italia dalla presenza di troppi capitali stranieri". Quanto alla Carige Grillo aveva dichiarato, sin dal 16 febbraio 2006 (Sole 24 Ore), che rilevando quote di Antonveneta e Bnl pensava sicuramente di incrementare i suoi sportelli in Veneto e nel Lazio. Una vera intuizione, la sua, che Berneschi nella sua autointervista conferma: Ho dato una mano a Fiorani in cambio di "un po' di sportelli". "Se ti crescono potresti venderli a noi gli dissi, a voce (nda, purtroppo!)". In ogni caso ha precisato Berneschi di affari come quello con Fiorani lui ne farebbe uno al giorno ecco perché non c'era alcun bisogno che Fazio gli telefonasse per chiedergli di comprare azioni di Antonveneta. Tutto qui. E i 150 milioni di euro di Carige a Caltagirone, big del controppatto Bnl? E la creazione di Confimmobilare, presieduta da Ricucci? Una notizia di quasi sette mesi fa' (Repubblica, 16 ottobre 2005), "Immobiliari. Lo sbarco di Ricucci: una santa alleanza per gestire il business delle case" (con Billé!). A fare da sponda ci sono la Carige, tra i soci fondatori insieme a quattro istituti di credito, e quella Fondazione Sorella natura attiva nella cosiddetta finanza etica che ha trai suoi soci onorari Antonio Fazio e Giampiero Fiorani". Peccato che nella sua autointervista Berneschi non preveda queste domande e quindi le risposte.
(Manlio Calegari)

Posted by OLI at 17:03 | Comments (0)

5 Aprile 2006

Dopo acciaio - A Cornigliano un set o un rettilario?

Sono piccole ma emblematiche le foto apparse nell'articolo del 28 marzo su Il Lavoro Repubblica dedicato al New deal di Cornigliano. In quella a sinistra il giovane Riva ha uno sguardo appagato. A destra Repetto, Burlano e Pericu porgono i bicchieri all'obbiettivo: brindano entusiasti alla ruspa, foto grande centrale, che abbatte alcune palazzine dello stabilimento siderurgico.

Dalle ceneri della fenice sorgeranno una nuova strada, moderni impianti siderurgici a freddo, una scuola, un distripark, nuove aree aeroportuali, un parco urbano, facendo diventare Cornigliano "un centro di richiamo internazionale", così come è stato "per la ristrutturazione del porto antico", spiega Burlando su Il Sole 24 ore dello stesso giorno. E su La Stampa aggiunge: "stiamo pensando non solo a soluzioni per il quartiere, ma anche ad una riqualificazione di rilievo internazionale. Ci prenderemo sei mesi per decidere e scegliere il meglio. Questo sarà il terzo lato di un triangolo che prevede Morego con l'Istituto Italiano di Tecnologie e gli Erzelli, dove è prevista una forte riqualificazione". Su il Secolo XIX "il sindaco fa sapere che, di pari passo con la bonifica, andrà avanti una discussione di ampio respiro sul riuso delle aree che coinvolgerà grandi urbanisti e che approderà in consiglio comunale per la scelta definitiva".
Infatti l'architetto fiorentino Andrea Casamonti "ha vinto il bando pubblico per disegnare il dopo acciaio" e nel progetto, oltre al parco, ci sono attività sportive ed una "vasca di canottaggio nel Polcevera". A far da set a tutto questo, la suggestione di trasformare un capannone in "un centro di produzione e post produzione cinematografica".
Pericu spiega che "tra giugno e luglio" verranno organizzate "una serie di iniziative per coinvolgere la città in questo processo" con "spettacoli all'aperto, concerti, mostre. Intanto si affinano gli studi sull'utilizzo di queste aree".
Di seguito alcune domande che i giornali locali omettono di porre.
Perché non condividere un progetto concreto con quartiere e lavoratori prima dello spegnimento dell'altoforno e della messa in cassa integrazione di 470 lavoratori? Quali attori economici si occuperanno del distripark? - elemento del piano che appare e scompare come fosse in balia di flussi emotivi - e infine: c'è un progetto? Perché non presentarne una copia alla stampa? La cittadinanza non andrebbe coinvolta prima dell'avvio di una fase di cambiamento?
Nella confusione informativa prende corpo la certezza che, dagli Erzelli, caleranno lentamente i caimani locali, fiancheggiati dalle istituzioni, per spartirsi un territorio che è appartenuto a molti, tranne che al quartiere.
A quel punto si potrà chiedere a Renzo Piano di progettare un rettilario. Che li contenga tutti.
(Giulia Parodi)

Posted by OLI at 20:49 | Comments (1)

29 Marzo 2006

Meridiana/Ieri - Storia di un palazzo vittima del kitsch

Attorno alla metà del Cinquecento Gerolamo Grimaldi Oliva decise, come altri personaggi dell'epoca di analoga levatura sociale, la costruzione della sua nuova residenza. Il palazzo Grimaldi, sorse sull'area di fianco al grande edificio francescano, al di sotto della fortezza di Castelletto e corrisponde precisamente a quello che dall' Ottocento in poi i genovesi hanno chiamato Palazzo della Meridiana.

In quel punto dove la collina di Castelletto si impenna i costruttori diedero vita ad una costruzione originale che grazie al doppio ingresso - da salita san Francesco e da piazza San Francesco - offriva a seconda dell'entrata prospettiva diverse. Tre cortili che terminavano in un monumentale ninfeo per chi accedeva dalla salita; la vista del mare per chi dalla piazza saliva al piano superiore del palazzo. Uno scambio di prospettive in un misto di coperto e scoperto che, insieme allo straordinario giardino ricco di giuochi d'acqua e di piante, desterà la meraviglia di generazioni di viaggiatori durante i secoli successivi.
Anche se già a partire dalla fine del Cinquecento, il palazzo Grimaldi cominciò a subire varie trasformazioni, fu all'inizio del XX secolo che ricevette il colpo di grazia. A infliggerglielo fu l'architetto Gino Coppedè che trasformò il palazzo in sede degli uffici genovesi dell'assicuratore scozzese Mackenzie, proprio quello del castello che porta lo stesso nome. Il sodalizio tra i due - improntato al kitsch più smodato - produsse la cancellazione del terzo cortile, la trasformazione del ninfeo in magazzino e l'accecamento del secondo cortile con una vetrata liberty. Questa in particolare riscuote grande successo tra i visitatori ignari della reale qualità architettonica dell'edificio e che per gli stessi motivi è uno dei pochi elementi dello stesso edificio a cui, curiosamente, la Soprintendenza ai Beni Architettonici sembra essere interessata - a parte quelli, come le sale affrescate da Luca Cambiaso, che anche un cieco forse tutelerebbe e che si tutelano comunque da s ole essendo dotate di un valore economico intrinseco e riconosciuto.
(Leon Battista Barabino)

Posted by OLI at 15:39 | Comments (0)

Meridiana/Oggi - Progetto trasparente? Una pretesa assurda

Fu Mario Labò, un grande protagonista della cultura architettonica della città, che nel 1958 fece riscoprire la straordinaria qualità architettonica del palazzo Grimaldi. Labò, che grazie ai rilievi di Rubens, aveva ricostruito la fisionomia originaria "a metà tra il palazzo di città e quello di villa", denunciò con forza l'indifferenza degli enti pubblici.

"Oggi (scriveva nel 1958) il palazzo è occupato da Uffici del Comune; e sarebbe augurabile che il Comune lo acquistasse, per sottoporlo ad un intelligente restauro generale. Senza trascurare le esigenze di un palazzo da Uffici, forse anzi aumentandone l'efficienza sarebbero possibili sfrondamenti di bellurie, e cauti ripristini, che riporterebbero l'architettura al suo alto livello originario".
Le cose in seguito sono andate diversamente e oggi il palazzo non è più "occupato da Uffici" e ha cambiato proprietà. Cosa ne sarà? Pur essendo ancora destinato a servizi dal P.U.C. vigente, l'attuale proprietario ha già comunicato a un giornale (Il Secolo XIX, 5 marzo 2006) le sue intenzioni di trasformarlo in palazzo di residenze di lusso. Il progetto è top secret e come l'imprenditore ha ricordato non è scritto da nessuna parte che il progetto riguardante la trasformazione di uno dei pochi edifici cinquecenteschi rimasti ad avere ancora un utilizzo pressoché unitario, almeno per le sue parti più antiche ed interessanti, ed accessibile ai cittadini debba essere divulgato e discusso in pubblico.
Dall'articolo del Decimono, genuinamente entusiasta, si apprende, come per risolvere il problema delle automobili dei futuri condomini - che sarebbero costretti, come la maggior parte degli altri abitanti del centro storico a lasciare l'automobile a qualche centinaio di metri di distanza da casa - si è pensato di sostituire l'archivio realizzato nel terzo cortile dal Coppedè per il Mackenzie con un parcheggio meccanizzato. Inevitabile la domanda: ma chi saranno mai questi nuovi condomini che tanto possono? Possibile che la Soprintendenza autorizzi la demolizione di quella che nel rude slang dei tecnici del restauro architettonico ed urbano viene definita come "superfetazione" per sostituirla con un'altra superfetazione? Ed è possibile che abbia approvato, come sfrontatamente afferma l'imprenditore, l'inserimento di una scala di servizio in quello che, al piano terreno, era il corridoio di collegamento tra il secondo ed il terzo cortile e che quindi rappresenta un elemento fondamentale di quell'asse est-ovest su cui è costruita una delle due anime tipologiche dell'edificio originale?
Mario Labò, e noi con lui, potremo dormire sonni tranquilli?
(Leon Battista Barabino)

Posted by OLI at 15:35 | Comments (0)

22 Marzo 2006

Urbanistica - I furbetti del quartierino abitano anche qui

Qualcosa sta accadendo a Genova (e forse anche altrove...). Negli ultimi giorni sono rimbalzate sui giornali cittadini insistenti notizie e polemiche su importanti operazioni immobiliari.
I parcheggi: quelli dell'Acquasola, di Ponte Caffaro, della Meridiana..., con numerosi interventi di tecnici e politici. Sabato è esplosa la bomba: "Erzelli, l'addio di Piano". Perché? "Troppo cemento, l'architetto rinuncia al progetto".

Il lettore può facilmente restare frastornato: l'Affresco, Cornigliano, gli Erzelli, i parcheggi, la metropolitana, coinvolgono una pluralità di soggetti a diverso titolo. Quali vanno considerate opere pubbliche, quali operazioni private a valenza puramente commerciale?
C'è una mescolanza di interessi, capitali, competenze pubbliche e private. I privati investono ovviamente per realizzare un guadagno, il pubblico per realizzare finalità generali. Inoltre gli enti locali svolgono funzioni di regia per modellare il territorio, in termini di costruzioni e infrastrutture, in maniera razionale e attenta alle esigenze funzionali ed estetiche.
In questa situazione è fondamentale la trasparenza con cui vengono perseguite finalità così differenziate, mentre le scelte del soggetto pubblico possono aprire o chiudere, ingigantire o ridurre il flusso di quattrini proveniente dalle varie iniziative.
In un altro articolo si legge: "(Il Progetto Leonardo agli Erzelli) si potrà chiamare ancora "technology village" ora che gli immobiliaristi entrati a controllare "Genova High-tech" vogliono farne un paradiso di villette ed edilizia residenziale?". Che interesse ha la collettività di vedere una collina ricoprirsi di edifici, con le spese di urbanizzazione connesse, se viene a mancare la fondamentale premessa di utilità pubblica?
Nei due articoli che occupano tutta la pagina si dà molto risalto ai conti fatti dagli immobiliaristi. Questi, attraverso le società Euromilano e Prometeo, con l'appoggio finanziario di Banca Intesa, hanno ottenuto il controllo della società che gestisce l'operazione, la "Genova High tech", prima controllata dalla Dixet, consorzio genovese di aziende ad alta tecnologia.
In questa storia il ruolo dei cattivi spetta dunque chiaramente agli immobiliaristi e alla loro brama di profitto. Bisogna leggere tutto con molta attenzione per accorgersi che nella storia c'è un protagonista assolutamente decisivo, che preferisce starsene defilato: il Comune di Genova.
Esso ha modificato le destinazioni d'uso nel senso desiderato dagli immobiliaristi. Senza di ciò, l'intera operazione di stravolgimento del progetto e di emarginazione della sua componente industriale e tecnologica non sarebbe potuta avvenire.
Perché questo favore, che rimette in discussione anche la scelta della facoltà di Ingegneria di trasferirsi agli Erzelli? Cosa resta dell'intera operazione? Una colossale speculazione immobiliare, che genererebbe un altrettanto colossale flusso di danaro. Come dai parcheggi.
Si discute molto sui mass media locali di estetica, di vivibilità..., forse sarebbe meglio tenere d'occhio i conti. Correnti. Perché di "furbetti del quartierino", con annesse complicità politiche, l'Italia è piena, non ci sono brevetti, e il know how, facilmente disponibile, dilaga.
(Pino Cosentino)

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Acquasola - Che scheletri nasconde il ventre del parco?

Dai primi di marzo il caso Acquasola, tenuto vivo per più di due anni solo da un plotone di eroici e fantasiosi cittadini, è entrato in un nuovo gioco. Già nel gennaio scorso, in un dibattito presso la Facoltà di Scienze della Formazione, Annalisa Maniglio Calcagno, ex preside di Architettura, influente membro della Fondazione Carige e tra i più ascoltati esperti a livello europeo, aveva contestato duramente il progetto chiedendo alla città di reagire contro i misfatti che, appunto all'Acquasola, si stavano compiendo.

I genovesi, che "solitamente dormono sul verde pubblico, rendendo inetti con la loro indifferenza anche gli stessi amministratori comunali", questa volta, diceva Maniglio Calcagno, avrebbero fatto bene a svegliarsi. Ricordando che in occasione del 2004 nessun parco era stato restaurato per segnalarlo ai visitatori della città. Un attacco in piena regola che ha reso quasi patetico l'appello di Cristina Morelli, leader locale dei verdi liguri che, su Repubblica del 16 marzo ("Smog & schizofrenia sulla pelle dei cittadini") affrontava la questione come se si trattasse solo di verde e di aria pura. Una posizione forse non casuale avendo i Verdi evitato accuratamente di dare battaglia sulla delibera presa a suo tempo - 28 settembre 2004 - dal Consiglio comunale che decideva lo stupro dell'Acquasola. Ma non solo la frangia verde è apparsa in difficoltà.
Il 15 marzo sempre su Repubblica ("Acquasola doppio blitz tra parco e cantieri") l'assessore alle Infrastrutture Margini, (a proposito, a quando un assessorato "alla verità e al buon senso"?) si dichiara sorpreso di fronte alla "espansione indebita del cantiere oltre i confini concordati" e di essere venuto a conoscenza "di come sarà il parcheggio" solo dalla pubblicità prodotta dalla Sistema Parcheggi, scavo e alberini compresi. Una affermazione imbarazzante - non è lui l'assessore? - e preoccupata che Sistema Parcheggi punti ad assumere direttamente il confronto coi cittadini tagliando fuori l'amministrazione.
Il 18 marzo la risposta di Ansaldo Trasporti che suona pressapoco così: non rompeteci le scatole; noi siamo in regola e andremo avanti. Piuttosto voi (politici) imparate a fare il vostro mestiere: dovevate darci il via a ottobre del 2005 e siamo a cominciare (per colpa vostra) a marzo del 2006, in ritardo di 6 mesi. Non è finita perché il 17 marzo (Repubblica, "Il sigillo di Pericu") e poi il 20 ("Il centro più verde e i silos in periferia per vivere meglio") l'Acquasola conquista definitivamente la prima pagina: interrogativi angoscianti, crisi di coscienza del genere "oh mio dio cosa stiamo facendo". Paterno e rassicurante ha risposto a tutti (Repubblica 20 marzo "Il parking è necessario ma le auto diminuiranno) l'assessore al traffico. Noto per la rudezza con cui in passato ha respinto ogni critica sull'opportunità del park, l'assessore, dopo che anche il mitico Piero Ottone è stato travolto dalla tempesta del dubbio, ha scelto i toni flautati. Lui è il primo, ha scritto , a capire le ragioni dei dubbiosi ma l'amministrazione sa quello che fa. Ecco, questo è il punto su cui anche i dubbiosi più recenti farebbero bene a documentarsi. (OLI n. 35, novembre 2004, www.olinews.it). A distanza di due anni la delibera che decise il park dell'Acquasola non ha avuto ancora le spiegazioni che invece avrebbe meritato. Cosa sa l'amministrazione che invece i cittadini non sanno?
(Manlio Calegari)

Posted by OLI at 09:01 | Comments (0)

15 Marzo 2006

Progetti - Ingegneria in collina non più in porto

Notizie di stampa riportano che il Consiglio di Facoltà di Ingegneria ha deliberato il futuro trasferimento della propria sede agli Erzelli. Permangono incertezze sui finanziamenti, ma sembra che tale proposta sia, volentieri o obtorto collo, accettata da tutti i docenti. Bene, era ora che fosse chiarita l'annosa questione di una sede più razionale per una così importante facoltà. Rimane una questione che a me pare irrisolta o, almeno non molto chiara, non solo ai cittadini, ma anche agli addetti ai lavori.

La Facoltà di Ingegneria doveva essere trasferita nel silos Hennebique, edificio realizzato alla fine del XIX secolo, presso Calata Santa Limbania, in porto e destinato alla movimentazione e conservazione delle granaglie. L'edificio, importante esempio delle tecniche costruttive in cemento armato, nonché testimonianza del mondo del lavoro portuale, è stato dismesso agli inizi degli anni novanta, anche per le vicende finanziarie della proprietà, il Gruppo Ferruzzi. Dal 1992 è di proprietà pubblica e, dopo aver visto il completo smantellamento delle attrezzature interne, giace in completo abbandono, ricovero quotidiano di sbandati e senza tetto; ma è tutelato dal Ministero per i Beni e le Attività Culturali.
Il progetto per la collocazione della Facoltà di Ingegneria era stato affidato dall'Autorità Portuale, in project financing, ad una società che cura anche la realizzazione del nuovo complesso, adiacente di Ponte Parodi. L'intervento previsto, pur comportando ampie trasformazioni, per adattare i silos interni alla nuova destinazione d'uso, era, in sostanza, rispettoso almeno della volumetria e della forma dell'edificio. Dopo la decisione della Facoltà di Ingegneria, oggi c'è da chiedersi quale sarà il destino dell'edificio e per quanto ancora dovrà rimanere nello stato in cui si trova, con problemi non indifferenti, tra l'altro, di ordine pubblico. E, ancora, quando e come un'eventuale destinazione d'uso diversa sarà pianificata nel generale ridisegno di questa parte di Porto Antico non ancora risanata.
Nel coacervo di competenze ed eterogenei interessi che governano il porto, anche quello ricucito alla città, credo che i principali protagonisti dell'operazione abortita di "ingegneria all'Hennebique", ossia Comune, Autorità Portuale ed Università, dovrebbero rendere più trasparenti le proprie decisioni e spiegassero il destino dell'area, specie in rapporto a quello che sarà il grande "stravolgimento" di Ponte Parodi, con metri cubi di acciaio e vetro (per la leggerezza!) al fine di creare quello che "non sarà" un Centro commerciale (ma allora cosa pensano di metterci dentro, visto che dai modelli sembra creato solo per quello?). E a questo punto, forse varrebbe la pena di chiedere per l'Hennebique, tanto grande è la sua dimensione, che, oltre a parcheggi ed alberghi - probabile suo destino ancora non esplicitato- si ritrovasse uno spazietto destinato a documentare quello che la sua esistenza ha significato per la storia della tecnologia e del lavoro del porto. Cosa che, a quanto consta, proprio non era prevista nel progetto di "Ingegneria all'Hennebique".
(Guido Rosato)

Posted by OLI at 11:52 | Comments (0)

Meridiana - Avanti a piccoli passi ma nessun progetto

Rispondendo ad OLI n.92 sì, l'informazione sembra "tacere" sull'iter del progetto di ristrutturazione del Palazzo della Meridiana ma le persone di buona volontà … si attivano.

Da un'indagine d'Italia Nostra la situazione alla fine dell'anno 2005 era la seguente: l'ing. Viziano ha presentato una "richiesta di preparere autorizzativo" alla Soprintendenza per i Beni Architettonici e per il Paesaggio relativamente all'esecuzione di opere edilizie solo su parte dell'edificio. L'intervento prospettato riguarda l'allargamento di un varco su Via Cairoli per il passaggio di auto all'interno, sul fronte "curvo" del palazzo, la realizzazione di una scala condominiale interna, un ascensore e un piccolo silos automatizzato per ventinove auto.
Queste opere parrebbero tutte concentrate sul retro del Palazzo, obiettivamente nella parte meno monumentale e già alterata da diversi interventi degli ultimi decenni.
Gli elaborati di progetto comprendono - ma non se ne richiede l'autorizzazione! - interventi per la realizzazione di uffici (non meglio precisati) e per sedici abitazioni.
La Soprintendenza ha dato parere favorevole.
Ad un incontro di fine anno con l'assessore Gabrielli su questo tema l'architetto conferma a Italia Nostra che nessun progetto è stato presentato in Comune per il Palazzo. Afferma inoltre che non basterà presentare un semplice progetto ma occorrerà la richiesta di una "variante " al Piano per il cambio di destinazione d'uso, da servizi a residenziale e uffici. L'amministrazione, secondo il suo parere, potrebbe non concedere i permessi ed il suo personale parere non è positivo ma …. si rimanda alla richiesta che farà, se e quando la farà, l'ingegner Viziano. Nel frattempo Gabrielli si rincresce dello sfratto che l'Amministrazione ha subito per i locali della scuola materna.
In conclusione si parla tanto di quest'intervento ma, attualmente, agli atti non c'è molto di concreto; rimane l'impressione, maliziosa, che l'imprenditore intenda procedere per piccole e successive autorizzazioni che non diano nell'occhio più che con un corretto progetto globale altrettanto correttamente e democraticamente discusso per il bene della città, pur salvaguardando gli interessi degli imprenditori.
Insomma meglio e più coerente sarebbe stata l'Amministrazione comunale se avesse acquistato il palazzo concludendo, così, l'operazione di restauro di Strada Nuova-Garibaldi e Strada Nuovissima-Cairoli, solo quest'ultima operazione costata 800.000 Euro.
Per rispondere a OLI, c'è ancora tempo per "vigilare" ed esprimere il proprio dissenso, ma costa molta fatica e perseveranza.
(Claudia Orsola)

Posted by OLI at 11:46 | Comments (0)

Cassa continua - E' arrivata la nuova Tia che la Tarsu spazza via

"Sono uno dei famosi indecisi - non so se votare secondo paura o secondo disperazione". Così dice uno storico omino di Altan (Espresso, 23 febbraio) e riflette bene lo stato di animo di molti cittadini che vivono con imbarazzo la politica dei vertici di fare il bello e cattivo tempo.

La dimostrazione, ancora una volta, si è avuta il 28 febbraio in Consiglio comunale, quando è stato approvato il Regolamento applicativo della nuova tariffa di igiene ambientale (TIA) che sostituirà la tassa sui rifiuti. Il provvedimento è stato adottato, nonostante le critiche motivate avanzate da più parti, comprese Associazioni ambientaliste e dei consumatori che costituiscono l'osservatorio regionale, le quali hanno proposto a sospensione del provvedimento, l'istituzione di un tavolo di lavoro con il Comune, nell' attesa di un piano industriale e più approfondite valutazioni. La motivazione è ormai chiara: lo scopo principale è quello di precostituire un sistema per fare cassa, penalizzando la cittadinanza, e soprattutto i cittadini più virtuosi che effettuano diligentemente la raccolta differenziata. Ancora una volta i diritti dei cittadini sono stati ignorati, la tutela dell'ambiente in cui vivono, e la loro salute. Nell'incontro del 15-2-06 è stata ottenuta solo la con cessione di piccole modifiche sul regolamento; modifiche che in realtà lasciano il tempo che trovano.
I commercianti, a loro volta, hanno espresso voto negativo alla TIA, contestando ufficialmente il criterio seguito dall'amministrazione nell'applicare i coefficienti, in palese difetto di una attenta analisi di tutta la rete di distribuzione, tanto diversificata nella produzione dei rifiuti in termini di quantità e qualità, come è avvenuto nei comuni dove è stata introdotta. La bocciatura è arrivata anche da buona parte dei lavoratori comunali che si occupa della TARSU, perché temono che a monte del Regolamento ci sia una prospettiva di privatizzazione con conseguente riduzione del personale, tramite l'affidamento a soggetti esterni dei principali servizi comunali. La categoria interessata, anche per questo, ha chiesto una moratoria. I cittadini sarebbero così costretti a subire una qualità inferiore dei servizi, ma pagati a costi più elevati.
Contro la TIA hanno votato i partiti di opposizione e Rifondazione Comunista mentre i Verdi si sono astenuti. A tarda notte è stato "partorito" un Regolamento sperimentale, riesaminabile nel 2007. Che urgenza c'era quando gran parte delle categorie che rappresentano questi cittadini avevano ampiamente dimostrato le ragioni per cui erano contrarie all'adozione frettolosa del provvedimento?
(Caterina Alpa)

Posted by OLI at 11:44 | Comments (0)

Acquasola - Il laghetto dei cigni? Reclame ingannevole

Il Giornale, Il Secolo XIX, La Repubblica e la Gazzetta del Lunedì hanno dedicato parte dei loro spazi pubblicitari di domenica 5 e lunedì 6 marzo alla Sistema Parcheggi, il consorzio impegnato nella costruzione del parcheggio dell'Acquasola. Con le sue inserzioni la Sistema Parcheggi ha voluto da un lato schierarsi a sostegno alle scelte dell'Amministrazione in materia di posteggi, attorno alle quali si levano sempre più riserve, dall'altro contrastare l'azione dei comitati cittadini e di Lega Ambiente che da oltre due anni si oppongono con successo allo sventramento del Parco (OLI 85).

La pubblicità a pagamento della Sistema Parcheggi sostiene che l'autosilo dell'Acquasola "consentirà di alleggerire il carico veicolare che oggi paralizza le vie intorno". A smentire basterebbero le code rumorose e puzzolenti delle auto in piazza XII ottobre in attesa di entrare nel parcheggio omonimo. Ma, da anni, ci sono anche fior di studi che provano come i parcheggi, in particolare quelli nei centri cittadini sono attrattori di traffico e vanno nella direzione opposta di una mobilità sostenibile. A Genova, a tutt'oggi, l'Amministrazione locale - che dal suo insediamento non ha perso occasione di sostenere la Sistema Parcheggi - non ha prodotto alcuna indagine sulla utilità di simili Park ai fini di un alleggerimento del traffico. Neppure ha fornito dati precisi circa l'effettiva utilizzazione dei park esistenti e le caratteristiche del traffico urbano. E' casuale?
Il messaggio pubblicitario della Parcheggi sostiene che le indagini agronomiche relative al progetto del park Acquasola sono state accurate. L'affermazione è ampiamente smentita dalla relazione della commissione di esperti, che il Comune ha dovuto nominare in seguito alle proteste dei cittadini e che fa a pezzi le proposte agronomiche fatte dalla Sistema Parcheggi a cominciare dalla possibilità - inesistente - di trapiantare gli alberi per ricollocarli, in seguito, nel sito. Gli esperti hanno inotre detto e scritto che nel caso si arrivi alla costruzione del parcheggio il giardino storico andrà irrimediabilmente perduto.
La Sistema Parcheggi sostiene che "la vegetazione del parco verrà salvaguardata e accresciuta sull'intera superficie della spianata". Così lascia credere che tagliare alcune decine di alberi di alto fusto ed eliminare molti arbusti ornamentali e una successiva attesa di anni per un ulteriore reimpianto sia un modo appropriato di salvaguardare la vegetazione.
Infine, è malizioso quanto la Parcheggi dichiara a proposito del laghetto dei cigni che, si fa intendere, sarà riportato agli antichi splendori tanto da diventare icona pubblicitaria del restyling in corso. Si tratta di sciocchezze.
Tutti i frequentatori dei parchi cittadini sanno infatti che laghi e laghetti, per esigenze di igiene e per la salute degli stessi animali, cigni, anatre, pesciolini rossi o tartarughe, sono stati e saranno via via prosciugati. Ecco perché il caro vecchio laghetto non potrà mai tornare agli antichi splendori. Tutti lo sanno meno, si capisce, i progettisti e i giornali che hanno pubblicato i fotomontaggi. O lo sanno e prendono in giro i lettori?
La pubblicità della Parcheggi tace sul fatto che la durata prevista dei lavori per la costruzione del Park è di circa 5 anni. Cinque anni durante i quali, l'Acquasola, l'unico spazio verde pubblico di una qualche consistenza a disposizione dei cittadini del centro, sarà inibita a tutti. Una intera generazione di bambini del centro storico, in particolare delle fasce più deboli, non avrà alcuna possibilità di frequentare un giardino.
(Manlio Calegari)

Posted by OLI at 11:42 | Comments (0)

8 Marzo 2006

Meridiana - C'è un tempo per evitare e uno per recriminare

Titolo: "Meridiana, tesoro abbandonato". Occhiello: "Architettura - Viaggio nell'edificio che Viziano sta per trasformare in condominio extralusso. I locali di maggior pregio, oggi nel degrado, saranno visitabili". Con molta disinvoltura un articolo a mezza pagina e cinque colonne presenta come recupero ciò che sembra tutto fuorché un restauro conservativo (Cambiaso e Coppedè in promiscuità con vari vani ascensori, scale e un parcheggio) e per generosa disponibilità dei futuri proprietari (consentire visite da parte del pubblico) ciò che invece è un obbligo di legge.

Accanto, in piccolo, un contentino ai soliti contestatori: comitati e associazioni che continuano la raccolta di firme per protestare contro l'ipotesi del parcheggio nel cinquecentesco Palazzo della Meridiana (Secolo XIX, 4 marzo 2006). Se sarà costruito, sarà compromesso irrimediabilmente il percorso che permette di raggiungere a piedi dalla stazione Principe attraverso via Cairoli (indi cata dalla proprietà come l'unica via di accesso al parcheggio) la monumentale via Garibaldi, il centro storico e quello commerciale della città. Il costruttore Davide Viziano difende "l'alto valore culturale dell'intervento", ma è difficile trovarne il nesso con un parcheggio di 26 posti al servizio di un condominio privato.
Sempre sul Secolo XIX (20 dicembre 2005), Viziano diceva che il progetto "sarebbe in dirittura d'arrivo", per la costruzione del parcheggio "basta una semplice dichiarazione di inizio attività al Comune, la cosiddetta Dia". Per rassicurare i cittadini preoccupati per i deleteri effetti del traffico in via Cairoli aggiungeva: "Nei contratti di vendita inseriremo una clausola per cui gli acquirenti si impegnano a rispettare l'ordinanza comunale (divieto di transito dalle 10 alle 19). Di fronte a questo singolare impegno privato di alcuni cittadini di rispettare leggi e ordinanze comunali, l'assessore al traffico, Arcangelo Merella seraficamente puntualizzava: "Siamo d'accordo, purché la clausola sia inattaccabile dal punto di vista legale" (!). Perplesso, se non contrario, sembrava allora l'assessore all'urbanistica, Bruno Gabrielli, secondo il quale il progetto non sarebbe stato "neppure presentato in Comune" anche perché, "se l'intervento fosse considerato un semplice restaur o conservativo, non frutterebbe un centesimo come oneri di urbanizzazione", trascurando forse che la costruzione del parcheggio implica anche buttare via i soldi pubblici usati pochi anni fa per pedonalizzare di via Cairoli.
Sono passati quasi tre mesi, continuano le proteste dei cittadini e da parte dall'Amministrazione - come spesso accade - non ci sono risposte. Sembra che nessuna obiezione sia emersa finora da parte della Soprintendenza. Se è vero che "c'è un tempo per evitare ed un tempo per recriminare" - come quasi biblicamente ricordava poco tempo fa Gabrielli a proposito delle polemiche sul parcheggio di via Caffaro - sarebbe urgente porre alcune domande. Per il parcheggio del Palazzo della Meridiana l'iter per l'approvazione del progetto è stato già concluso? I pareri degli enti preposti a tutela del patrimonio storico e culturale della città sono stati già espressi? Tutti i vincoli sono stati già superati? In che momento siamo: ancora in "un tempo per evitare" o solo in "un tempo per recriminare"? Al momento l'informazione tace.
(Oscar Itzcovich)

Posted by OLI at 09:51 | Comments (0)

Ponte Caffaro - Il parking era nato in vetro-acciaio

Dal progettista del discusso parking di Ponte Caffaro riceviamo un'ulteriore puntualizzazione.

Ho notato con piacere bipartisan che l'integralismo non è solo di destra ma anche di sinistra. A una lettera pacatamente ragionata come quella da me inviata si risponde non con argomenti ma con una poesia e una foto di cantiere minacciosa che cerca di incutere terrore ai lettori.

Ho cercato di spiegare che un edificio non può essere giudicato in fase di costruzione perché terminato potrebbe essere anche peggio di quanto uno abbia potuto immaginare.
La storia di questo progetto è molto lunga e tormentata ed è iniziata con il Piano dei Parcheggi "fai da te" nel lontano 1989 che prevedeva appunto un parcheggio in struttura in Passo Barsanti. Il primo progetto regolarmente approvato dalla Soprintendenza prevedeva quattro volumi degradanti verso il Ponte Caffaro che riprendevano i volumi ottocenteschi dei palazzi circostanti.
L'involucro previsto in ferro e vetro faceva riferimento ai mercati del Carmine e di Via Prè. La destinazione a parcheggio in elevazione veniva confermata dal Piano Regolatore del 1997 e regolarmente approvata dai vari livelli istituzionali compreso il Consiglio di Circoscrizione. Successivamente a seguito di un regolare concorso veniva scelto il nostro progetto che prevedeva ancora l'involucro in ferro e vetro, vetro non riflettente ma quasi trasparente al fine di ottenere un effetto di leggerezza. Senonchè il nuovo soprintendente Galletti ci impose di usare il cotto ad archi ribassati per richiamare le finiture del vicino Ponte Caffaro. Rendendoci conto che il cotto usato in una parete continua avrebbe provocato un indubbio effetto di pesantezza abbiamo previsto delle lamine in cotto poste in orizzontale (da 15 cm x 5 cm distanziate tra loro di 15 cm) in modo da consentire una adeguata illuminazione, ventilazione e trasparenza.
Comprendo la rabbia di chi non vede questa struttura in Passo Barsanti per il suo forte impatto ambientale, e indipendentemente dall'esito architettonico, ma forse avrebbe dovuto cominciare ad arrabbiarsi diciassette anni fa.
(Lionello Calza, architetto)

In questa sede siamo interessati al ruolo che ha avuto l'informazione nell'annosa vicenda; in poche parole, i media hanno assolto il loro compito? Se molti dei precedenti ricordati oggi giungono nuovi ai più, verrebbe da concludere che il famoso cane da guardia al servizio della pubblica opinione, si era un po' distratto.

Posted by OLI at 09:49 | Comments (0)

2 Marzo 2006

Il progettista replica - Contare fino a trenta prima di dire mostro

Dall'autore del contestato progetto di autosilo a Ponte Caffaro riceviamo:

Circonvallazione a Monte è stata concepita non tanto come arteria atta a smaltire il traffico attorno al centro antico, ma piuttosto come asse portante dell'espansione edilizia ottocentesca collinare e nel tempo è diventata una delle strutture più caratterizzate e qualificanti dell' intera città. Si sviluppa in modo pianeggiante grosso modo lungo una quota di livello compresa tra gli 80 ed i 100 mt. sul livello del mare; da Piazza Manin ai giardini di corso Ugo Bassi e incontra lungo il suo percorso alcuni rii e vallette:

In tutti i casi la soluzione adottata dagli urbanisti dell' epoca per gli attraversamenti è stata il riempimento della valletta con alti muri a valle e con terrapieni a monte destinati a slarghi, piazze e sistemazioni a verde .
L' unica eccezione alla regola è costituita dall' attraversamento della valletta di Via Caffaro realizzato con l'omonimo ponte costruito in mattoni e decorato con elementi di granito.
La soluzione con un ponte che scavalca la valletta è stata una scelta quasi obbligata volendo collegare viabilmente il centro storico con i nuovi insediamenti collinari, considerato il forte dislivello esistente tra Piazza Portello e la Circonvallazione stessa.
Una soluzione di viabilità ingegneristica ma al tempo stesso monumentale e che ha valenza di fondale della Via Caffaro con effetto scenografico simile a quello dei fondali di Via Palestro e Via Pertinace.
- In questa ottica tuttavia da sempre il fossato di risalita (oggi Passo Caporale Barsanti) retrostante il ponte, non ha avuto particolare dignità architettonica.
Premesso che il nuovo autosilo in corso di ultimazione è stato considerato il migliore rispetto ad altre sette proposte in termini di qualità architettonica e minor impatto ambientale, esso aiuterà a risolvere, purtroppo solo parzialmente, (assieme ad altri già realizzati o previsti) un problema gravissimo e molto sentito di carenze di parcheggi.
Il nuovo servizio è stato realizzato comunque nell' ottica che, come si è precedentemente analizzato, era quella dei pianificatori ottocenteschi e in particolare:
- Il riempimento dei vuoti a monte dei muri di terrapieno della Circonvallazione con sistemazione delle superfici a verde.
Infatti le coperture del parcheggio saranno sistemate a verde caratterizzato da arbusti, cespugli, piante ricadenti e con pergole ombreggianti ricoperte da rampicanti.
- Le sistemazioni a terrazzata dei muri di contenimento a valle. Infatti i terrazzi di copertura del parcheggio sono degradanti verso gli edifici di Via Cancelliere in modo da diminuire l'ingombro delle visuali (comunque molto al di sotto dei profili degli edifici esistenti).
- La nuova costruzione è distaccata dal muro di sostegno di Via Acquarone come accade per gli edifici ottocenteschi sottostanti la Circonvallazione a monte (Corso Paganini, Corso Firenze, Corso Armellini, Corso Solferino ecc) che nascondono alla vista i muri a valle (forse ancora più importanti di quelli di passo Barsanti in quanto visibili dall' intera città).
- Il progetto prevede che le facciate siano rivestite in cotto dell'Impruneta con archi ribassati in analogia al fronte in mattoni di ponte Caffaro ed agli archi sottostanti Via Acquarone , come da suggerimento degli uffici della Soprintendenza.
- Detti Uffici sono stati interpellati, pur in assenza di un vincolo specifico, proprio per avere indicazioni e suggerimenti al fine di elaborare una soluzione che possa avere la stessa dignità architettonica dei circostanti edifici ottocenteschi.
- Cosa che palesemente non può essere oggi giudicata con l'edificio in fase di completamento e con lo scheletro strutturale ancora in vista.
(Lionello Calza)

Posted by OLI at 10:36 | Comments (0)

Città - Ponte Caffaro se non fossi incatenato

A Genova un esteta disperato
si arrovellava confuso ed umiliato:
ho diffuso libelli
ed inutili appelli
ma forse, se mi fossi incatenato…

village2.jpg


(Paola Pierantoni)

Posted by OLI at 10:26 |