15 Giugno 2010

Società - La fotografia in movimento del femminismo islamico

Le donne col velo pongono un interrogativo continuo con la loro appartenenza religiosa permanentemente dichiarata in pubblico. Un’intera condizione culturale, esistenziale e sociale che rimbalza addosso alle “altre”. Così nelle nostre strade, espresso attraverso i vestiti, si svolge tra donne un confronto muto, monco, ambiguo.

Sia quindi benedetta Gabriella Caramore che a “Uomini e profeti” (Radio3, sabato 12 giugno) cita il libro “Femminismo islamico. Corano, diritti e riforme” di Renata Pepicelli (Ed. Carocci – 12,5 €).
Consiglio appassionatamente di leggerlo a chiunque voglia andare oltre la superficie delle differenze visibili, per scoprire quelle invisibili.
Il libro parla delle trasformazioni del movimento femminista di area culturale islamica negli ultimi vent’anni. Infatti mentre fino agli anni ’80 “le battaglie delle donne si iscrivevano nel solco di un deciso e diffuso laicismo e all’interno di un più ampio progetto di realizzazione, nella regione araba, delle ideologie marxiste e socialiste”, successivamente “molte donne passano dalla critica all’Islam a discorsi di genere basati sulla re-interpetazione del messaggio religioso”.
Una delle ragioni di questo cambiamento è il riaffermarsi della religione nella sfera pubblica e privata, e la conseguente “islamizzazione” del discorso politico. Per dare una risposta appropriata a questa trasformazione le donne iniziano a rivendicare il diritto di reinterpetare i testi sacri per decostruire le basi della misoginia nell’islam, si incontrano per studiare le sacre scritture senza l’intermediazione maschile, e generano una significativa produzione esegetica dei testi sacri da una prospettiva femminile. L’obiettivo è rompere col monopolio delle interpretazioni maschili, contestualizzare il Corano rispetto al periodo storico in cui è nato, e stabilire la differenza tra ciò che realmente prescrive l’islam da ciò che è invece frutto della tradizione.
Le donne mettono a fuoco il grande attivismo femminile che caratterizza il primo periodo islamico (‘700), e il netto miglioramento nelle condizioni di vita rispetto all’età preislamica: proibizione di allontanare le donne mestruate dalle loro case, diritto alla eredità sia per le donne che per i bambini, divieto dei matrimoni forzati, condanna dell’infanticidio femminile, imposizione che la dote sia di esclusiva proprietà della donna e non del padre o del fratello, limitazione a quattro del numero delle mogli e introduzione del principio di equità ed eguaglianza nel loro trattamento, in un contesto storico in cui sposare più donne era finalizzato a prendersi cura delle vedove, degli orfani e dei loro beni.
Il movimento delle femministe islamiche non si sostituisce all’attivismo di genere delle donne che agiscono al di fuori dei rifermenti religiosi, ma si affianca a questo contribuendo a diversificare il panorama delle lotte di genere all’interno del mondo islamico. Dice l’autrice: “Se si volesse provare a fare una fotografia del movimento delle femministe verrebbe fuori una immagine mossa, con persone che stanno per entrare nella inquadratura ed altre che stanno per uscirne. Soggetti nitidi, ed altri no; gruppi di persone e individui isolati. Se già un anno dopo si provasse a fare la stessa fotografia, essa risulterebbe diversa”.
Fatima Mernissi (www.mernissi.net) osserva che “l’Occidente non è capace di cogliere la complessità del mondo arabo musulmano che è sì attraversato da ondate di maschilismo, ma anche da importanti trasformazioni che stanno riformulando il rapporto tra i generi”.
Il libro di Renata Pepicelli è prezioso per avvicinarsi a questa complessità.
(Paola Pierantoni)

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Città - Giugno, dei mesi il più poetico

"Genova, Palazzo Ducale 13 giugno - Festival della Poesia "Il congedo cerimonioso - vita di Giorgio Caproni" foto di Ivo Ruello.

Un grande fermento poetico pervade Genova e la provincia in queste settimane.
E’ in corso dal 10 giugno e terminerà il 21 il sedicesimo Festival Internazionale della poesia, con la presenza di “parole spalancate” e sottili da tutto il mondo.
Da venerdì 11 si sono accese le “voci del Suq” all’interno del dodicesimo Festival delle culture con la loro promessa poetica che attraversa il ribollire di iniziative di teatro, danza, musica, incontri, mercato, cucina. Spanderanno la loro luce fino al 24 giugno e si spegneranno, mostrando la loro natura abbagliante ma provvisoria, perché a Genova il Suq c’è, disseminato e visibile a chi lo vuol vedere, ogni giorno, già da tempo.

Contemporaneamente l’assessorato alla cultura della Provincia di Genova ha proposto per il mese di giugno la terza edizione a Palazzo Doria Spinola di “Musica e poesie”, che già nel titolo, Sei corde sotto le stelle, posto a guida dei quattro concerti prestigiosi e di alto livello, presenta una carica poetica veramente attraente e invitante.
Non c’è che dire: un grande fermento, una grande animazione. Per le strade del centro nobile di Genova, per i grandi palazzi dell’anima storica e commerciale della città, per i celebrati Rolli aperti al pubblico anche di notte, per il Ducale che ogni sera intreccia le ombre dei suoi muri e dei suoi colonnati con i poeti del mondo e per il ritrovato Porto Antico, impreziosito dal genio di Renzo Piano che ogni giorno affida al mare e ai suoi venti l’incontrastabile bisogno di incontro fra i popoli.
E la sera dell’11 giugno, notte della poesia, con il formicolare per il centro storico e nobile della città di poeti, giovani, famiglie, artisti di ogni genere è stato un bell’esempio di circolazione di cultura, di voglia di stare insieme, di buona organizzazione, di atmosfera gioiosa. Senza la buia opacità della notte metropolitana, la paura attanagliante, la sottile angoscia che l’incontro con l’altro potesse in ogni istante attentare alle tue fragilità, nascoste o manifeste.
Potenza della poesia, della parola libera e giusta, del confronto con le emozioni più autentiche e con la visionarietà umana del passato e del presente.
E nel frattempo ad Arenzano, in provincia, giunge al traguardo, il 19 giugno all’arrivo della notte, il premio nazionale intitolato a Lucia Morpurgo Rodocanache. Due giorni prima del solstizio d’estate, un’anticipazione della massima estensione della luce, di cui la poesia è sorella e materia.
Un premio di poesia in cerca di lettori. Questa la formula che si è voluto dare, perché poco si legge la poesia e poco ci si nutre di essa. Il premio di Arenzano giunge a conclusione dopo un anno di lavoro creativo e gratuito.
Dopo aver colloquiato con Giorgio Caproni che ad Arenzano ha insegnato ed Alda Merini che ad Arenzano ha soggiornato, il momento di maggior significato poetico è stato il lavoro con i ragazzi delle scuole primarie. In undici classi delle scuole elementari e in cinque delle scuole medie sono stati fatti, per alcuni mesi dell’anno, laboratori di scrittura e di avvicinamento alla poesia. Duecentosettantaquattro poesie sono state prodotte e quindici premiate con il contributo attivo dell’Unicef. Tra i premiati un vincitore ucraino e uno ecuadoriano.
Come si vede un mese di giugno di energia creativa. Una grande semina. Servirà per creare comunità e perché la poesia sia fermento di essa, o per continuare a coltivare orticelli “conclusi” e fine a se stessi?
(Angelo Guarnieri)

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Cultura - Pahor, un paradiso di amicizia

Mercoledì 9 giugno, Palazzo Ducale, sala del Minor Consiglio, Boris Pahor è acquattato muto tra i due presentatori. A lungo annuisce senza intervenire. C’è una pazienza atavica nel suo ascoltare ed anche lui sembra sapere, insieme ai lettori in sala, che questo è il dazio che paga ad esser presentato. Dazio di gratitudine, perché contestualizzazione storica, sintesi della vita dell’autore, desiderio di tenere insieme bilinguismo, persecuzione della minoranza slovena e guerra richiedono passione, tempo e ascolto.

Quando prende la parola si scopre che Boris Pahor, prima che scrittore, è sloveno. Un bambino sloveno nella Trieste del 1920. La sua minoranza è costretta al silenzio. Non può parlare nella propria lingua. Cancellata l’identità, italianizzati i nomi, costretti i ragazzi in classi esclusivamente italiane. Il razzismo fascista, dice l’autore, si esprime per bocca del fratello di Mussolini: “non c’hanno né lingua, né nazionalità sono come le cimici”. Seicentomila persone, incluisi sloveni e croati dell’Istria devono sparire. Non come gli ebrei, spiega Pahor, ma diventando italiani.
“Nelle nuove classi ti ridono e ti deridono”. E’ la storia di una schiavitù linguistica e intellettuale. “Non ero solo Boris Pahor, ma la mia generazione. Come farò a diventare italiano per forza? Mi chiedevo. Vengo mandato in seminario. Non sapevo cosa fare di me stesso.”
In seminario Pahor scopre la volontà di essere fedele alla propria lingua, rimanendo “italiano nella parte esterna”. Poi la guerra. Il diploma classico preso da soldato a Bengasi. Il ritorno in patria e l’8 settembre, il rifiuto di presentarsi e la denuncia. Poi il campo di concentramento Natzweiler-Struthof tra i monti Vosgi, di cui scrive in Necropoli.
“Sono tornato al campo per il bisogno di poter condividere quello che noi si sperava. Che il mondo, dopo, sarebbe stato un paradiso di amicizia. Ma poi abbiamo avuto le bombe atomiche, il Vitenam, Pol Pot, Sarajevo. Questo campo per me era una cosa terribile. Ero lì per la libertà e la democrazia”.
A sentirlo parlare si tocca con mano la determinazione a testimoniare e un’energia, a volte ironica, insieme allo stupore che le cose nel mondo non siano andate esattamente come loro speravano. Storia passata ed eventi recenti si intrecciano. A Pahor non scappa nulla. Foibe, comunismo, Tito, Israele, sono osservati da una distanza, novantasette anni, che permette uno sguardo lungo. Anche spietato.
Per i tedeschi, spiega Pahor, quello che hanno fatto è entrato nella loro coscienza nazionale. In Italia no. Per questo in Germania Necropoli è stato premiato, “lo è stato perché non ha maledetto i tedeschi, ma ha condannato quella parte disgraziata che è stata con Hitler”. Anche la scuola ha le sue colpe: “E’ sempre l’istruzione primaria quella che crea l’uomo, o lo distrugge. O lo crea per il bene. O lo crea per il male”.
“Presto o tardi” scrive in Necropoli, “lo dovremo trovare un nuovo Collodi che racconti ai bambini la storia del nostro passato. Ma chi sarà in grado di avvicinarsi al cuore infantile senza ferirlo con lo spettacolo del male, e mettendolo al tempo stesso al riparo dai pericoli e dalle tentazioni del futuro?”
(Giovanna Profumo)

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1 Giugno 2010

Cultura - Un altro maestro è andato via

"Ad un anno di distanza se ne sono andati uno di seguito all'altro due grandi maestri che hanno insegnato a Genova. Maggio ha portato via nel 2009 Claudio Costantini, dopo un anno ha chiesto nuovamente pegno con Edoardo Sanguineti. Una strana coincidenza che si affianca a quella dell'avvicendarsi dei loro ritiri dall'Università, Sanguineti nel 2000, Costantini nel 2001. Si sono lasciati alle spalle un mondo che stava cambiando e il declino dell'università italiana.
I fondi sono sempre più scarsi, i criteri metrici con i quali vengono assegnati ciechi delle contestuali particolarità ed eccellenze, pur volendo rispondere alla "meritocrazia".

Su questa progressiva depauperizzazione, o forse oculata scelta di non investire nella cultura e nella ricerca come nostro futuro, si innesta anche l'italianità, magagna dalla quale l'università stessa non è esente. È però un'italianità strumentale, diffusa in maniera infestante nella sfera degli statali, contro la quale si sta combattendo la crociata del terzo millennio (*). In realtà l'ultimo capitolo di un tentativo di disgregazione sociale imbastito, volontariamente o no, un po' da tutti i fronti di rappresentanza. Basti pensare alla contraddittoria accoglienza del movimento dei precari e ricercatori a contratto in ambito universitario.
Costantini e Sanguineti non appartenevano ad una casta. Praticavano la loro professione quotidianamente con criterio di trasmissibilità, non gelosi dei loro segreti. Quanti tra i docenti di letteratura italiana abbandonavano l'antologia per un programma che vedeva Dante accanto a Tiziano Scarpa e Alberto Arbasino, e facevan metter mano ad un libro, lavorarne un capitolo e metter le note da bravo curatore? Quanti tra i tanti maestri di storia scendevano dalla cattedra, partivano dal significato delle parole, la contaminazione tra le discipline, facendo maturare le domande e gli strumenti per la ricerca, dirottando la veemenza post adolescenziale?
Chissà se la direzione aziendalista e il timido fund raising con cui le università tentano di tappare la falla piacerebbero loro. La pezza tiene per un po', ma il buco tende ad allargarsi, le differenze ad acuirsi. Il rischio è la deriva di tanti isolotti.

(*)http://www.repubblica.it/rubriche/bussole/2010/05/31/news/una_societ_senza_baroni_e_possibilmente_senza_universit_-4468962/
(Ariel)

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26 Maggio 2010

Vivendo per capire

Vivendo per capire perchè vivo,
scrivo anche per capire perchè scrivo:
e vivo per capire perchè scrivo
e scrivo per capire perchè vivo.
(Edoardo Sanguineti)

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Cultura - Per Edoardo Sanguineti

Non ha scelto un buon momento per morire Edoardo Sanguineti. Poteva aspettare ancora un po’. Poteva aspettarci ancora un po’. Non scaricarci addosso in modo cosi improvviso e ammutolente lo spegnimento della sua voce e della luce mobile e penetrante dei suoi occhi.
Troppo freddo è stato questo lungo inverno. E troppo duro. Cominciavano appena a prevalere i raggi di sole e le giornate cominciavano a tingersi di colori e tepori primaverili.
Non doveva Edoardo, che al calore umano teneva moltissimo, con la sua morte e con il suo scomparire alle nostre viste, aggiungere una ventata di gelo, al gelo già accumulato sulla nostra pelle e nelle nostre persone.
Anche nella storia c’è freddo, come diceva Caproni - non troviamo tracce per sapere se amato o no – e nella società, per le strade della città e nella cronaca. E la parola di Sanguineti era sempre calda, fino all’incandescenza a volte. Di calore autentico, con la sua faccia ben esposta, sia che si esprimesse in poesia, sia che si manifestasse in teatro, in saggi, in conferenze, in interventi sui giornali, o in commenti musicali. Aveva la forza della poesia. E non temeva il paradosso, la rottura, le capriole linguistiche, il giuoco. Non temeva polemos che sapeva essere figlio degli dei.

Ed era parola colta, molto colta e saggia, profondamente saggia. Capace di suscitare il pensiero sempre, sia che comunicasse ad una platea di allievi, sia che si liberasse in una piazza per invitare a non far retrocedere la linea della dignità e dell’umanità, sia che si esprimesse in una dimensione più intima dove contano la dolcezza delle relazioni umane e scorre l’acqua dell’amicizia e dell’amore.
Ed era parola allenata al pensiero critico e alla potenza delle idee, che alla critica richiamava sempre per capire, per non fermarsi alla omologante superficie di ciò che appare, alla seduzione scriteriata, alla finzione ”buonista” e consolatoria. In questo senso era essenza della politica, dell’impegno politico, che quando necessità chiamava non si tirava indietro, ci metteva corpo e carne.
“Politico prestato alla poesia” diceva Sanguineti di sé stesso, facendoci intendere, e questo crediamo essere il suo significato più profondo, come politica e poesia siano intrecciate inscindibilmente e come non si dia buona politica senza buona poesia.
E “chierico rosso”, rispondendo a Montale, che trova nella materialità della condizione degli operai dell’Italsider e delle loro assemblee, le fonti della materialità poetica della sua scrittura. Parola quindi che si distende fra “l’utile e il bello per arrivare al vero”, secondo la sintesi di Goethe.
Ma parola anche che non cela le ombre profonde dell’infelicità, del dolore vissuto e non taciuto, della fragilità che la ragione mai può neutralizzare, e che, se le condizioni lo consentono, con pudore e discrezione possono sciogliersi in lacrime, ricordando il padre o leggendo una poesia per l’amico Berio, appena deceduto.
Ora che Sanguineti è morto siamo tutti più poveri, anche coloro che con lui non erano d’accordo; Genova è più povera, senza uno dei suoi figli più amati, l’Italia e il mondo sono più poveri, senza questo ambasciatore della cultura, senza questo “chierico” della dignità e dell’uguaglianza di tutti, senza questo difensore delle “casematte” della democrazie, secondo il suo amato Gramsci, “e che adesso, che potrei dire tutto, proprio, non essendo più vivo davvero, non ho più niente da dire, ecco” (Postkarten, 1977).
Questo aveva scritto nel 1977 e ci aveva dato l’illusione che già morto non potesse più morire oppure, ed è la stessa cosa, potesse sempre risorgere e continuare a parlare.
Ora ci parleranno solo i ricordi e le opere. Per sempre.
La sua morte è stata circondata da un profondo alone di rispetto e di amore.
Bene ha fatto il Comune di Genova a destinargli come ultima dimora il Pantheon dei suoi migliori figli, dove certamente prenderà posto “dalla parte del torto”, come direbbe il suo Brecht, accanto a quel Bisagno partigiano, che ha sacrificato la vita per la liberazione dai fascisti e dai nazisti.
E per quella Costituzione Repubblicana che senza timore e pavidità Sanguineti ha sempre difeso.
(Angelo Guarnieri)

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Ballata delle Donne

Quando ci penso, che il tempo è passato,
le vecchie madri che ci hanno portato,
poi le ragazze, che furono amore,
e poi le mogli e le figlie e le nuore,
femmina penso, se penso una gioia:
pensarci il maschio, ci penso la noia.

Quando ci penso, che il tempo è venuto,
la partigiana che qui ha combattuto,
quella colpita, ferita una volta,
e quella morta, che abbiamo sepolta,
femmina penso, se penso la pace:
pensarci il maschio, pensare non piace.

Quando ci penso, che il tempo ritorna,
che arriva il giorno che il giorno raggiorna,
penso che è culla una pancia di donna,
e casa è pancia che tiene una gonna,
e pancia è cassa, che viene al finire,
che arriva il giorno che si va a dormire.

Perché la donna non è cielo, è terra
carne di terra che non vuole guerra:
è questa terra, che io fui seminato,
vita ho vissuto che dentro ho piantato,
qui cerco il caldo che il cuore ci sente,
la lunga notte che divento niente.

(E. Sanguineti, Mikrokosmos)

Posted by Admin at 06:13 | Comments (0)

19 Maggio 2010

Cultura - L'inquietudine: male o bene oscuro?

La pioggia ha lucidato il bianco e nero del ciottolato e il sole si fa strada nei vicoli, illuminando le facciate colorate, le piazzette, sulle cui panchine pigramente si alternano turisti e abitanti. Siamo a Finalborgo, uno dei cento borghi più belli d'Italia, che rispetta la sua fama, venerdì 14 maggio, il primo della tre giorni del "Festival dell'inquietudine".
Il tema di quest'anno è il limite: l'uomo di fronte ai limiti della conoscenza, della filosofia, della religione, della scienza.

E' affollato il bell'auditorium di Santa Caterina, vuote le prime tre file riservate, che si riempiono all'arrivo degli ospiti. Dopo il saluto mordi e fuggi del neoassessore regionale al turismo, si confrontano sul “limite della decenza” Vauro, Vincino e Francesco Cevasco del Corriere della Sera. Non ai giornalisti, ma ai vignettisti è tutto permesso, anche l'indecenza della parola e dei sentimenti. E se Vincino racconta delle feste in redazione ogni qualvolta Il Male veniva sequestrato, Vauro definisce falso moralismo la crociata contro la satira. Le parolacce? Non sono parolacce le parole dette da chi ancora ha la capacità di ribellarsi contro il reato di clandestinità, che è un reato contro l'umanità, il conformismo cronico e il silenzio della cultura. Nel paese delle favole dove si regalano case e si racconta di giovani senza valori, che fanno invece volontariato e a cui si sono fatti sparire opportunità e futuro. Nessuna pietas nelle vignette? La satira può essere feroce , non è violenta però: qui si vota bipartisan per le missioni di pace, inerti di fronte ai morti di guerra e di lavoro.
“Noi della satira siamo i guardiani della decenza, in un Paese quietamente indecente, dove il potere distribuisce medi e piccoli privilegi e si sono minati il diritto alla sanità, al lavoro, alla legalità”. Con la speranza di dare voce ad un'Italia non raccontata, alla ricerca di un Dio amico, che non sia il grande fratello: l'unico modello di società che va in onda.
Sulla sinistra "scomparsa" si satireggia come si può. Magari si potessero cambiare i soggetti su cui ironizzare, ma l'arroganza di chi ha o ha avuto il potere non tollera il dissenso ed è grazie ad una sentenza di tribunale che lui, Vauro lavora di nuovo, e Anno Zero è in tv.
Ne hanno per tutti i vignettisti, mentre le tre file riservate alle autorità si son pian piano svuotate, resiste da solo in prima fila il sindaco di Finale, di centrodestra, un sindaco illuminato, che ha ereditato il Festival. Mentre nel chiostro a circondare Vauro solo gente comune, come la professoressa precaria dell'istituto alberghiero, che ha prestato gli allievi per l' aperitivo. La più calorosa, non come taluni esercenti del borgo, che neppure hanno esposto le locandine del festival, all'enoteca offresi serata di cibi e vini... piemontesi.
Eppure sempre turismo è, di qualunque colore sia vestito. E con l’ufficio d'informazione turistica aperto poche ore, senza computer funzionanti e una desolata giovane impiegata. Però c'è soddisfazione nell'apprendere dalla principale responsabile, che dice di "fare ad occhio " le stime sulla provenienza dei partecipanti, che gli uffici-stampa addetti all'evento sono ben tre. Un evento che ha fatto accorrere tanti inquieti, non importa se di destra o di sinistra e questa è una buona notizia.
(Bianca Vergati)

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12 Maggio 2010

A proposito...

Dipinte in queste rive
Son dell'umana gente
Le magnifiche sorti e progressive.
Qui mira e qui ti specchia,
Secol superbo e sciocco...
(Giacomo Leopardi, da “La ginestra”)

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5 Maggio 2010

Cinema - "Cosa voglio di più?" Un film di superficie

“Le è piaciuto il film?”, “Bellissimo! Si commuoverà!”, risponde un signore sulla cinquantina. “Che mi dice della pellicola?”, “A me non è piaciuta per niente!”, esclama una donna. “A lei è piaciuto il film?”, il cenno di mano sta nella mezza misura, quel né carne, né pesce che rende le situazioni sapide.
Ma il nostro era un gioco: comprati i biglietti, chiedere alle persone in uscita cosa pensassero della pellicola appena vista. Lo svago si potrebbe affinare, ragionando su investimento e qualità del prodotto, ponendo la stessa domanda al pubblico in uscita, due o tre sere prima di andare a vedere il film.

Comunque, per niente influenzate, si entra in sala per vedere Cosa voglio di più, regia di Silvio Soldini, con Alba Caterina Rohrwacher, Pierfrancesco Favino, Teresa Saponangelo, Giuseppe Battiston.
Trama: un lui sovrappeso e un po’ noioso, profondamente innamorato di lei, carina, efficiente impiegata, insoddisfatta della relazione, che ci mette un nanosecondo a scambiare il suo numero di cellulare con un altro uomo – physique du rôle, squattrinato, sposato, padre di due figli – cameriere per una società di catering. Seguono bugie da copione, fughe in motel al costo di 50 Euro ogni quattro ore, accappatoi bagnati nella vasca a fingere immersioni in piscina che non sono mai avvenute. Moltissime le inquadrature che riprendono i due corpi nudi nell’amplesso, nell’attesa che la tresca offra qualche parola di più, un impegno, una svolta dei due che, oltre ad amarsi carnalmente, potrebbero – si dice potrebbero – investire i 50 Euro di motel anche per raccontarsi qualcosa di sé medesimi. O fare due passi.
Silvio Soldini – le critiche sono entusiaste – racconta di un amore vacuo, imprigionato dagli schemi familiari, dalla crisi economica, specchio di una società che non ha nulla da offrire. Tutto però rimane in superficie: la moglie tradita del cameriere, il compagno grasso e noioso dell’impiegata, la relazione stessa dei due amanti, con le loro telefonate e le loro bugie.
Si rimpiangono le erotiche inquadrature di Luchino Visconti in Ossessione (1943) dove le sole gambe di Clara Calamai bastavano a trasmettere in un istante l’immagine di quanto vediamo inquadrato oggi.
Sovente, questo di oggi, è un cinema che insegna a chiunque a fare all’amore. Totalmente incapace di parlare di amore.
Cosa vogliamo di più?
(Giovanna Profumo)

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28 Aprile 2010

Storia - L’orizzonte transnazionale

Ad ogni popolo la sua nazione e ad ogni nazione il suo popolo! Assunto che sembra appartenere a La Repubblica di Platone, logico quanto la geometria euclidea. Connubio fondato sull'epica narrazione della storia dei popoli. In realtà idea che risale all'epoca moderna e vede nel XX° secolo, con la conclusione dei due conflitti mondiali, la definizione in strutture statali dai confini geopolitici ridisegnati o assegnati ex-novo.
Il 17 aprile scorso per La Storia in Piazza, dinnanzi ad una gremita sala del Gran Consiglio del Palazzo Ducale di Genova, Beshara Doumani, professore di storia all'Università della California di Berkley, e Shlomo Sand, professore dell'Università di Tel Aviv, hanno provato a scardinare l'equivalenza popolo-nazione partendo dalla più emblematica situazione internazionale, Israele, Palestina e i rispettivi abitanti.

Doumani ha focalizzato il suo intervento "The Ironies and Iron Law of Palestine and Palestinians", sulla situazione paradossale (Ironies) vissuta dal popolo palestinese, che ha subito la sua prima sconfitta in coincidenza della dichiarazione dello stato palestinese. I palestinesi si sono scoperti popolo nell'accezione moderna del termine solo nel 1948, dopo l'ufficializzazione della nascita della Palestina. Da allora sino ad oggi i suoi confini murati si sono chiusi progressivamente nell'assurdo di uno stato non governato dai suoi abitanti, sui quali vigono leggi inflessibili (Iron Law), senza che venga loro riconosciuto alcun diritto. Un'esposizione chiara, accompagnata dall'evidenza di una serie di diapositive. L'uditorio poteva facilmente presagire una chiusura nei confronti dell'altro interlocutore.
Shlomo Sand esordisce dichiarando I'm from Israel. Rafforza, I'm Israeli. E da lì, sorprendentemente, muove nella direzione di Doumani. Il punto di partenza, illustrato nel suo The Invention of the Jewish People, è diverso: l'invenzione del popolo ebraico e, come alterità, quella del popolo palestinese. Ritiene che attribuire l'appellativo popolo agli ebrei sia un falso storico, emanazione del pensiero sionista, sorretto sull'evidenza non scientifica della Bibbia. Parte dal principio che un popolo si possa definire tale su comuni basi linguistiche, religiose, di tradizione e di sangue. Solo la religione poteva accomunare ebrei nordafricani ad ebrei ucraini. Fondandosi su una particolare interpretazione della diaspora e della storia dei popoli fuoriusciti, sostiene che sarebbe più facile rintracciare origini ebree nei palestinesi. La religione è l'identità di popolo che rende Israele nazione degli ebrei del mondo e di Woody Allen, più che degli israeliani stessi. Dunque una democrazia negata. Tesi molto dibattute quelle di Sand, volte a sostenere l'idea di Israele stato di tutti i suoi cittadini, ebrei ed arabi. Contestate, non nella positiva conclusione, da alcuni studiosi, tra i quali Anita Shapira, come artificiale riscrittura della storia. Salutate positivamente da altri, tra i quali Eric J. Hosbawn.
Forse la retorica storica sulla quale si sostiene una nazione è una delle tante possibili. Sicuramente il suo vuoto è rischiosamente sostituibile con altre ancor più negative. La storia ce l'ha dimostrato. Quale antidoto per il futuro? Doumani e Sand sono d'accordo nel partire dalla critica dell'identità nazionale. Doumani ricorda che i palestinesi si trovano nella condizione più difficile e simbolicamente globale: l'assenza totale di diritti. Il linguaggio politico attuale non coglie che superficialmente la situazione. Solo un orizzonte transnazionale, forse tra qualche generazione, potrà comprenderla e superarla. Sand conclude con un'immagine proposta ai suoi studenti. Siamo su una macchina che corre all'impazzata senza modo di fermarsi. I vetri sono sporchi delle lordure della storia, Pol Pot, Stalin etc. ad impedire la vista. Il tergicristalli non funziona. Per andare avanti possiamo solo guardare nello specchietto posteriore. Ci dirigiamo verso la catastrofe.
È possibile che le future generazioni inventino qualcosa per fermare la corsa? Uno studente risponde di no, ma aggiunge, possiamo spaccare un finestrino...
(Maria Alisia Poggio)

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Mostre - Ragazze di fabbrica, osservazioni a margine

"I dati a consuntivo parlano di un successo ottenuto a basso costo per le casse pubbliche: 3350 visitatori in 30 giorni di apertura, più di mille commenti lasciati sul libro della mostra, punte di presenze dalle 150 alle 200 persone nei giorni in cui sono stati organizzati eventi particolari. Il tutto per 20.000 €, spettacoli, animazioni, visite guidate e video inclusi.
10.000 euro li ha messi la Fondazione Ducale per allestimento, vigilanza e promozione. Gli altri – utilizzati per la stampa del catalogo - vengono da Comune, Provincia, Regione, Coopsette e Cgil.

Si è trattato, in effetti, di una conquista. La proposta di portare al Ducale la prima e la seconda parte della mostra Ragazze di Fabbrica, già allestite a Ponente rispettivamente nel 2005 e nel 2008, era stata avanzata l’anno scorso, e si è fatta strada attraverso ipotesi iniziali assai più minimaliste, come quella di una breve e parziale esposizione nel cortile del palazzo.
La pazienza di attendere, e l’arte di stare nei confini di stanziamenti ridottissimi, ha creato una possibilità di incontro tra il progetto delle donne e le disponibilità / possibilità della Fondazione, e alla fine il percorso attraverso 150 anni di storia del lavoro delle donne del ponente industriale genovese è riuscito a trovare uno spazio espositivo adeguato.
L’arte è consistita in una grandissima mole di lavoro da parte delle addette alle biblioteche, nella attività totalmente gratuita del gruppo “Generazioni di donne” (www.generazioni-di-donne.it) che ha realizzato la sezione “15 donne” della mostra e molti degli eventi che si sono svolti al Ducale, e nei contributi che sono arrivati sotto forma di attività (Centro Ligure di Storia Sociale), o di sostegno economico per la realizzazione degli eventi teatrali (lo SPI Cgil e sessanta singole persone che hanno contribuito ad una colletta).
Quindi, più di tremila visitatori. Donne soprattutto, ma con una presenza maschile tutt’altro che trascurabile, che hanno avuto con la mostra un rapporto prevalentemente individuale: le uniche visite guidate sono state quelle delle scuole, perfino una materna, ma nessuna fabbrica o categoria sindacale.
Visitatrici e visitatori con chi parleranno ora di quello che hanno visto o pensato? Il sindacato potrebbe essere un tramite di rapporto, e in effetti nell’ultimo giorno della mostra la CGIL ha organizzato un convegno di grande interesse, “Che genere di innovazione?”, con interventi di donne attive nei campi della ricerca e della produzione. Novanta le presenze: uomini, donne, esponenti di segreteria e di apparato sindacale.
Ma dopo il breve intervallo dedicato allo spuntino, nel momento della reciprocità, quando c’era ascoltare le donne che avevano organizzato parte della mostra e degli eventi, le presenze sono evaporate. Nove di numero le/i superstiti.
Tra di loro Susanna Camusso, oggi segretaria nazionale della Cgil che con alcune delle donne “della mostra” aveva condiviso l’esperienza dei Coordinamenti donne FLM degli anni ’70, e il segretario generale della CGIL Liguria che si è lasciato coinvolgere e commuovere. Presenze “importanti”, ma la barriera che divide il sindacato genovese da quello che si muove al di fuori dei suoi apparati e dei suoi schemi resta alta.
(Paola Pierantoni)

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19 Aprile 2010

Islanda - Dice il Poeta

"(...) Ma dalla molestia degli uomini mi liberai facilmente, separandomi dalla loro società, e riducendomi in solitudine: cosa che nell'isola mia nativa si può recare ad effetto senza difficoltà. Fatto questo, e vivendo senza quasi verun'immagine di piacere, io non poteva mantenermi però senza patimento: perché la lunghezza del verno, l'intensità del freddo, e l'ardore estremo della state, che sono qualità di quel luogo, mi travagliavano di continuo; e il fuoco, presso al quale mi conveniva passare una gran parte del tempo, m'inaridiva le carni, e straziava gli occhi col fumo; di modo che, né in casa né a cielo aperto, io mi poteva salvare da un perpetuo disagio. Né anche potea conservare quella tranquillità della vita, alla quale principalmente erano rivolti i miei pensieri: perché le tempeste spaventevoli di mare e di terra, i ruggiti e le minacce del monte Ecla, il sospetto degl'incendi, frequentissimi negli alberghi, come sono i nostri, fatti di legno, non intermettevano mai di turbarmi. Tutte le quali incomodità in una vita sempre conforme a se medesima, e spogliata di qualunque altro desiderio e speranza, e quasi di ogni altra cura, che d'esser quieta; riescono di non poco momento, e molto più gravi che elle non sogliono apparire quando la maggior parte dell'animo nostro è occupata dai pensieri della vita civile, e dalle avversità che provengono dagli uomini. Per tanto veduto che più che io mi ristringeva e quasi mi contraeva in me stesso, a fine d'impedire che l'esser mio non desse noia né danno a cosa alcuna del mondo; meno mi veniva fatto che le altre cose non m'inquietassero e tribolassero; mi posi a cangiar luoghi e climi, per vedere se in alcuna parte della terra potessi non offendendo non essere offeso, e non godendo non patire.(...)".

http://www.leopardi.it/operette_morali12.php
(Giacomo Leopardi)

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14 Aprile 2010

Teatro - Agnese dolce agnese

Si muove lentamente Agnese. Bloccata dagli anni e dalla casa vicina al bosco, nella quale vive lontana dalla gente. Si muove costretta in una bolla di ricordi fissati nel tempo, dolorosamente nitidi negli anni. Per nulla sfuocati. Agnese arriva in scena accompagnata dalle cose che abitano il suo quotidiano: la terra da curare, il bucato da stendere, un tavolo dove mangiare. E una solitudine che difende la sua vecchiaia ma le piega l’anima. Le luci di scena si spengono e si accendono su di lei portando lo spettatore in un’esistenza dove ogni giorno è uguale all’altro. Agnese è una donna di campagna. Della sua solitudine si parla in paese, di questo suo stare ostinatamente segregata in casa, ed è proprio in paese che viene segnalata ad un giovane di città in cerca di occupazione. Forse sì, lì c’è bisogno di braccia giovani, abili al lavoro. Il ragazzo in quella casa viene ruvidamente accolto: un materasso in cucina e la legna da spaccare. Il giovane è gentile. Lavora molto. La sua pazienza si svela in un sorriso aperto. Ma di tagliare l’erba grama lui non vuol sapere e nemmeno di mangiare cibo proveniente dall’uccisione di altri esseri viventi. Lui non può potare gli alberi. E quando lei lo invita a cenare il piatto pieno rimane intatto, allontanato con un gesto.

Agnese odiosa Agnese di Davide Tolu, regia di Marco Pasquinucci è andato in scena il 9 e 10 aprile al Teatro Garage di Genova. Interpreti Matteo Manetti, Stefania Maschio, Marco Pasquinucci.
Nella pièce l’incontro struggente di due universi distanti, per generazione e provenienza, ma capaci di comprendersi perché comunque in ascolto l’uno dell’altro. Ognuno porta in scena il suo dolore: Agnese i ricordi della guerra partigiana, dei tedeschi, delle morti, il ragazzo uno spaesamento profondo e la consapevolezza che la sua generazione, a differenza di quella di Agnese, combatte contro un nemico tragicamente invisibile. Su di loro, all’improvviso, sbucherà l’addetto del canone TV, per dar voce con sferzante ironia all’inconsistente ostinazione di un apparato incapace di accettare che si possa fare a meno di un apparecchio televisivo.
L’epilogo di questa bella storia non va raccontato.
Agnese odiosa Agnese guarda alla lotta partigiana e ai giovani di oggi con uguale densità. C’e da sperare che qualche scuola se ne accorga.
Prossime repliche: il 25 aprile ore 11.00 alla sede dell'Anpi, Passeggiata Anita garibaldi, a Nervi; e il 28 agosto ore 21.00 a Pertuso – Alessandria - presso la divisione Pinan Cichero.
(Giovanna Profumo)

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31 Marzo 2010

Cultura - Poetica dei ricordi di Rosetta Loy

La primavera ha fatto capolino in città con due giorni d'anticipo, il 19 marzo scorso. Il sole ha risvegliato il rosa caldo delle pareti di Palazzo Tursi e, se la visuale non fosse stata serrata dai vicoli, affacciandosi dalle sue finestre, fronte via Garibaldi, si sarebbe probabilmente goduto di uno di quegli orizzonti vasti e profondi che Roma sa regalare. Un pomeriggio di primavera romana a Genova, in compagnia di Rosetta Loy, ospite della rassegna Scrittrici Oggi.

Incalzata dalle attente domande di Eliana Quattrini, Rosetta Loy ha condotto il pubblico che l'ascoltava attraverso il suo ultimo libro La prima mano, opera autobiografica, anomala nella sua produzione, con la quale ripercorre un arco di venticinque anni della sua vita, dall'infanzia durante la guerra alle esperienze di giovane donna. L'ordine casuale dei ricordi che si affacciano alla mente e fluiscono come flashback nel racconto, la scelta istintiva delle fotografie incluse nel libro, fanno emergere figure familiari e luoghi vissuti. Villeggiature in campagna, l'amata Engadina, Parigi città eletta insieme a Roma città natale. Poetica dei luoghi e delle persone che la colloca accanto a Natalia Ginzburg e i suoi minuti particolari di in Famiglia.
La prima mano è quella forte, dalle unghie spesse, del padre. Sebbene lo ricordi alto e magrissimo, la sua mano sapeva infondere a Rosetta bambina sicurezza, anche in una fase drammatica come quella del disvelamento della guerra agli occhi stupiti dell'infanzia che di prim'acchito l'avevano accolta come una festa. È la voce paterna che le parla delle Fosse Ardeatine e di via Rasella, che colora il calcolo matematico di una tabellina, nella tragedia di Roma assediata dalle SS. Gli stessi tedeschi che con un amica vede scappare via dalla città con inaspettata umanità, lasciandosi alle spalle nelle macerie dei loro quartieri generali sbiadite figurine di donne dipinte alle pareti.
Sapere, conoscere e capire. La Storia è parte essenziale del flusso narrativo di Rosetta Loy, frutto della necessità di interrogarsi e comprendere come eventi fuori dalla quotidianità possano determinarne invece lo svolgimento. Con sincerità lei stessa ha esposto una sua preoccupazione ai presenti: il Novecento, apertosi con la I Guerra Mondiale e sfociato nell'Olocausto, è ancora irrisolto. Abbiamo forse risposte che possano racchiudere la complessità del secolo scorso?
(Maria Alisia Poggio)

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24 Marzo 2010

Cultura - La salvezza, la morte, l'amore

Perché il salone del gran consiglio di Palazzo Ducale mercoledì 10 marzo alle 17.30 è già pieno?
Cosa vengono a cercare i genovesi qui? Cosa li porta a sottrarre le sedie rimaste libere nel salone accanto aumentando le file? Chi fa rimanere i ritardatari in piedi fino a quando l’ultima frase dell’ospite non viene pronunciata?

Enzo Bianchi, priore di Bose, li ha sedotti. Titolo della conferenza: “Quale salvezza? Salvezza da cosa?”. Chissà se tutti i presenti ascoltano il priore di Bose il sabato e la domenica mattina quando, su Radio Rai Tre, parla di fede e fedi e racconta la bibbia. Prima del suo intervento i relatori ricordano ai presenti che il Centro Studi don Balletto ha trovato, grazie al comune di Albenga, una collocazione alla biblioteca del prete scomparso. Don Andrea Gallo saluta Enzo Bianchi. E poi la conferenza. Una riflessione che spazia profonda nel concetto di salvezza insito nelle fedi monoteiste per arrivare a quelle orientali, salvezza dal male e salvezza purificatrice, e Concilio Vaticano Secondo e l’immagine di un dio che vuole che tutti gli esseri umani siano salvati. Dalla sedia accanto un cellulare squilla ma viene subito messo a tacere. Il desiderio di salvezza cosmico nasce dal dolore altrettanto cosmico. La richiesta di salvezza nasce dalla paura della morte che rende gli uomini alienati e soggetti a schiavitù. La morte che ci viene incontro ci conduce all’egolatria e all’egoismo. Bianchi trova spazio per il Cantico dei Cantici “così di moda”, spiega che le vicende dell’amore, infondo, sono narrate ovunque in letteratura, ma rico rda ai presenti le parole di un passo importante: forte come la morte è l’amore, più tenace della morte è l’amore, l’amore è come una fiammata di dio. Non è la vita che si oppone alla morte, ma è l’amore. Bianchi comunica un’esistenza in cui solo stando vicino a chi soffre si mantiene aperta la speranza di salvezza, in cui si dovrebbe vivere nell’amore senza mai contraddirlo. E di una società odierna sempre intenta a darsi un’immagine luccicante di emozioni, una società contro gli altri in cui forte è la deriva dell’idea di salvezza, una società che produce relazioni infrante, abbandoni, sofferenze e malattie psichiche. Una società antitetica al senso cristiano di salvezza.
Quindi quello che è, e quello che potrebbe essere, a voler cogliere i tratti essenziali del discorso del priore di Bose. Come se l’occasione fosse a un passo per tutti i presenti, fedeli e non, con un senso di preziosa autenticità da non lasciarsi scappare.
Comprendere la ragione per la quale la biblioteca di Don Balletto non abbia trovato una collocazione in ambito genovese non è tema dell’incontro. Però è salva.
www.monasterodibose.it
(Giovanna Profumo.)

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17 Marzo 2010

Cultura - Esercizi di stile

Esercizi di stile nel colore di Georges de La Tour è il titolo della mostra inaugurata il 13 marzo nello spazio Ars Habitat di via San Luca a Genova, a cura di Renata Soru. E lo stile che si incontra - quando non c’è ancora la folla delle prime e si possono apprezzare quadri e allestimento – è in fondo il gioco che chi fa arte qui e la espone ha come obiettivo.
Prima sono i colori, mattone, rosso, giallo, ocra, bianco e nero fissati sui quadri, dove volti e oggetti emergono dall’ombra o illuminati da candele. Tele dove gli istanti possono essere mani, o volti di ragazzi o sfere, in una affinità dove colore e luce sembrano tenersi per mano, quadro per quadro, anche se le mani che li hanno dipinti sono di pittori diversi.

Stile fino al dettaglio che, nel gioco dell’inaugurazione, inventa un cocktail ispirato alle tele e a Georges de La Tour. Quindi tartine, pensate e disposte da Bianca Tumiati, su lastre si vetro, in sequenza geometrica, con le stesse tonalità dei quadri. E bevande che virano al rosso sino ad arrivare all’acqua. E ancora, in omaggio, piccole mattonelle leggere, con i dettagli dei dipinti in mostra.
Poi Georges de La Tour - spiegato da Elena Sichel ai molti presenti alla mostra - pittore del Seicento francese, attento osservatore del quotidiano, che dal Caravaggio ha tratto ispirazione per quell’utilizzo della luce interno agli spazi che lasciava i margini delle tele nel buio più totale. Quindi candele che mettono in luce solo tratti, volti, neonati in fasce.
Da Georges de La Tour sono partiti gli artisti di questa bella mostra. A loro potrà arrivare chi la visiterà fino al 27 marzo.
http://www.arshabitat.it/

(Giovanna Profumo)

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10 Marzo 2010

Cultura - Non chiamarmi zingaro

Genova, Teatro Duse, sabato 6 marzo. La scena è vuota. Non ci sono oggetti. Non una sedia. Non un colore, a parte il nero. La platea si riempie lentamente, soprattutto di ragazzi. Giovani sulla ventina.
Lo spettacolo ha girato l’Italia e chi lo reciterà non si è limitato ad interpretare un testo. Ma ne è l’artefice. Perché prima di scriverlo ha viaggiato l’Europa e ha registrato voci, ne ha fatto un libro (Pino Petruzzelli Non chiamarmi zingaro Ed. Chiarelettere Euro 12,60) e le ha interpretate.
L’attore consegna alla platea il suo diario di viaggio e il testo teatrale è l’occasione che porge al pubblico per capire cosa sia significato ieri e cosa significhi oggi essere rom in Italia e in Europa.

La scena è vuota, però quando si spengono le luci ed un solo spot illumina l’attore, si riempie di racconti. Sono le storie di Alin e Mari, dieci e otto anni che pescano sul greto dell’Arno alla “periferia della periferia di Pisa”. La bambina ha una malattia agli occhi e si ripara lo sguardo dal sole. Lo loro madre cucinerà quel pesce, pescato nei pressi del ponte che fa loro da casa. E c’è la tragedia di Eva, Danciu, Lenuca, e Mangji bambini morti nell’incendio scoppiato l’11 agosto del 2007 sotto il ponte di Pian di Rota alla periferia di Livorno. E il presidio contro il campo nomadi di Opera, periferia di Milano, presidio nel quale i razzisti che contaminano il nostro paese hanno offerto una delle loro più oscene interpretazioni. C’è la storia della prima maestra rom d’Albania, che a dodici anni ha compilato da sola il modulo di richiesta per una borsa di studio, ma c’è anche il silenzio di chi preferisce nascondere le proprie origini anche al marito. Petruzzelli racconta della pulita Svizzera e di come abbia sottratto i bambini nomadi alle loro famiglie d’origine. Un furto atroce perpetrato sino al 1972.
Attraverso le storie di tutti le distanze si accorciano ed i binari che paiono non sfiorarsi mai tra la nostra vita e la loro si toccano. E’ la vicenda di un popolo senza territorio che, forse perché non l’ha mai preteso, è stato sempre mandato via, da una ragion di stato sempre distante da chi è diverso o da chi ha un’idea di libertà altra.
La scena è vuota ma il tragitto verso la consapevolezza non richiede oggetti. E questo di Pino Petruzzelli non è solo teatro.
(Giovanna Profumo)

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24 Febbraio 2010

Città - La bocca del lupo

Un film da non perdere, vincitore del 27° Torino Film Festival e che pochi giorni fa, al 60° Festival di Berlino, s’è aggiudicato il “Premio Caligari” e il “Teddy Award”, quest’ultimo dedicato alle opere con tematica omosessuale.
Per il soggetto, il trailer, le interviste col regista, la critica, i dati sulla produzione e altro si rimanda ai link in calce, coi relativi ulteriori richiami al loro interno.
Aggiungiamo solo che si tratta di una delle più riuscite rappresentazioni della città di Genova e del suo spirito ricco di umanità, dei suoi malesseri e contraddizioni e al tempo stesso della sua capacità di accogliere, includere e rispettare chiunque.

L’autore Pietro Marcello, non genovese, elabora un originale linguaggio filmico sperimentale non fine a se stesso, ma funzionale a un risultato di grande coinvolgimento emotivo e intellettuale. Ben lontano da certi scontati stereotipi cui ci hanno abituato tante realizzazioni più o meno recenti.
Riprese odierne sono alternate a spezzoni di film di varia epoca e qualità, più o meno sgranati, sia professionali sia amatoriali, a colori o in bianco e nero o in seppia. Esistenze ai margini della società, in centro e allo Scoglio di Quarto, la riconversione di Cornigliano e cupi notturni di Via del Campo si mescolano alla vita nei retroterra portuali di decenni addietro, tra le vie Gramsci e di Prè ben altrimenti animate rispetto ad oggi, con ritrovi dai nomi esotici e il mercatino di Shangai (OLI 235). Ritornano agli occhi le macerie postbelliche di Sarzano e Castello, i cantieri navali di Sestri Ponente al lavoro e in demolizione, remoti bagni di mare.
Una Genova vera, autentica, narrata senza fronzoli con asciutto rigore, sgradevolmente splendida nella sua ammaliante bruttezza che prende le viscere, affascina e invoglia a perdercisivi.
La stessa Genova a suo tempo cantata da De Andrè, ma senza l’insopportabile compiaciuta retorica che sempre più spesso ormai l’accompagna.
In questo scenario i protagonisti raccontano se stessi e la loro tenerissima storia d’amore, mettendosi in gioco e a nudo fino in fondo, senza alcun timore.
Il tutto, di tanto in tanto, col magistrale contrappunto della voce narrante di Franco Leo, attore prediletto di Carmelo Bene.
Un film da vedere.
http://www.comingsoon.it/Film/Scheda/Trama/?key=47736&film=La-bocca-del-lupo
http://tv.repubblica.it/copertina/la-bocca-del-lupo-a-berlino/42810?video
http://www.gay.it/channel/cinema/28112/La-Bocca-del-Lupo-divora-il-teddy-Award-di-Berlino.html

(Ferdinando Bonora)

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16 Febbraio 2010

Ex libris - Il piccolo Lutring di Luciana Lanzarotti

Suona strano, però anche oggi puoi partecipare ad un incontro pubblico a Genova ed ascoltare un professore rivendicare con veemenza all'uditorio “sono terrone”. Puoi ancora incontrare una donna diretta da Milano a Loano che ricorda ai casuali compagni di carrozza il suo primo viaggio in treno. Una famiglia intera in movimento da Lampedusa a Milano, per lavoro, e come comitato di accoglienza un bel “terroni” al quale oppone impegno quotidiano sul lavoro, silenzio dignitoso e talvolta due parole ben dette. Si oppone, non si opponeva. Il comitato sembra non essersi sciolto.

Due coincidenze che riportano indietro di cinquant’anni, al miracolo economico italiano, all'immigrazione da Sud a Nord, ai quartieri dormitorio. O semplicemente l'indice di una perenne difficoltà ad accettare l'alterità? Ugualmente straniti lasciano le prime pagine de Il piccolo Lutring di Luciana Lanzarotti, romanzo tratto da una vita vera, che ha come protagonista Giovanni, un bambino immigrato da un piccolo paese del beneventano a Genova. Doppiamente straniti al pensiero che Genova, oggi dimessa e taciturna, era non molto tempo fa uno dei vertici del triangolo industriale, insieme a Torino e Milano. Città dotata di una sua delegazione di benvenuto, che non appena Giovanni, con mamma, fratellini e pacchi legati con lo spago, scende dal taxi nei pressi di Caricamento prende la corsa chiedendo una frettatina al sedile. Il taxista accontenta la signora ben vestita, fa anche passare un filo d'aria dal finestrino e asserisce “E cuntinuan a vegnì sciu […] Semmo pin de ter roin”.
L'affabulazione della Lanzarotti è corpo e terra calpestata, conduce il lettore a correre con Giovanni nel dedalo dei vicoli di una Genova fatta di carne e di umori, dal profumo delle calze di lana della mamma, mentre dormono tutti insieme testa-piedi nel letto, alle mollezze della matrona del bordello a cui sottrae la cassa coi soldi. L'emarginazione non scalfisce la magia dell'infanzia, la rende semplicemente più concreta e dubbiosa. Giovanni parla con l'uomo invisibile dei fumetti, gioca agli indiani con i monelli del quartiere, però, guardando Gesù in croce, riflette tra sé che se quella è la fine dei giusti ha ben paura della giustizia. Dall'infanzia all'adolescenza il passo è breve, tanto quanto quello tra le bravate di un ragazzino e il primo carcere per scippo. Quando le porte di Marassi si riaprono Giovanni ha una collocazione definitiva nella società, l'ombra. A poche ore dalla scarcerazione viene accusato dai carabinieri di alcune “spaccate” con furto a delle vetri ne. Estraneo ai fatti, decide adolescenzialmente di sfidare la giustizia che lo vuole ora mai delinquente. Dalle poche presunte a sessanta vetrine realmente infrante. Senza accorgersene assume allo specchio il ruolo che la società vuole per lui. La fama del piccolo Lutring.
All'apice giunge nuovamente il carcere. Poi la meta ultima del “mondo a parte”: il manicomio criminale. Un lager nel quale l'unico scampolo di dignità concesso a Giovanni, il sapone della lavanderia con cui sfregare il proprio corpo, riporta alle pagine di Se questo e' un uomo in cui Levi raccontava come il lavarsi fosse l'unico strumento di sopravvivenza morale. Proprio nella condizione bestiale del manicomio il protagonista trova riscatto. Per conto di Soccorso Rosso riprende con una telecamera nascosta la realtà dei pazienti-detenuti, disvelandola alla società. Per Giovanni, come per tanti, non è luce del sole, ma nemmeno ombra, non è vita da sceneggiato televisivo, ma nemmeno notizia di cronaca, non è fuga alternativa, ma definitivamente linea di confine, punto di vista privilegiato e disincantato sulla realtà.

http://it.wikipedia.org/wiki/Soccorso_Rosso_Militante
http://www.archivio.francarame.it/scheda.asp?id=012821&from=1&descrizione=SOCC
(m.a.p.)

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10 Febbraio 2010

Informazione - La strana pratica di edulcorare la realtà

Secolo XIX, 4 febbraio: articolo a firma di Giuliana Manganelli dal titolo “Ellroy e Maggiani cantano 'Volare'”. Grassetto: “Pubblico divertito per l’esibizione che accompagna l’uscita del nuovo libro: 'Il più grande artista di sempre? Il vostro Paganini'”.
La cronaca offre un quadro della serata del 2 febbraio nella quale due romanzieri, entrambi di successo si incontrano e “tocca a Maurizio Maggiani di armarsi di tutto il coraggio del pettirosso per presentare temerariamente l’americano James Ellroy, il più grande scrittore del crimine, detto anche il Cane del Diavolo”.

Nell’articolo viene riportato “l’amore” di Maggiani per l’autore accompagnato da “invidia quasi patologica per la grandezza della Storia che sa raccontare” e un Ellroy che “anche se gongola non lo dà a vedere, per tutta la serata supplica il collega di tagliare il discorso, mima lo sgozzamento, sollecita domande brevi e dirette, come il suo inimitabile stile telegrafico.” Poi l’articolo riporta fedelmente frasi dell’autore americano che ammette di non aver mai letto Maggiani, di non conoscere Dante Alighieri e che per lui “il più grande arista di tutti i tempi è Nicolò Paganini”. Viene descritto un pubblico esaltato quando i due scrittori accennano a Volare. Ed ancora un Ellroy “paterno come un John Wayne”, che mettendosi nei panni dello “strizzacervelli”, ad un Maggiani stremato dice: “fai finta di essere felice, e scrivi di più, starai meglio. Sennò ti restano sempre droga e rock’n’roll”.
Il clima che trasmette il pezzo è ironico e lieve. La serata appare riuscita. Chi era presente è portato a confrontare la situazione ai propri stati d’animo ed ai commenti dei vicini.
Infatti le frasi di Ellroy, riportate fedelmente, vanno contrapposte con l’umore che al Teatro della Gioventù emergeva, soprattutto col mormorio che seguiva le domande di Maggiani. Il pubblico non pareva “divertito”, piuttosto sembrava attonito per quanto stava andando in scena. La prima domanda di Maggiani era una riflessione ridondante sul suo desiderio di fare il “buon presentatore”, sul fatto che in Italia si scrive “romanzo” sulla copertina, ma non capita quasi mai che di romanzo si tratti, sulla sua condivisione dei libri di Ellroy con un amico, per terminare con un confronto tra Ellroy e Dante, scrittore “cacciato, inseguito, bollato, minacciato”. L’autore dopo la prima domanda richiedeva seriamente a Maggiani sintesi, e gongolava forse, nel vedere il presentatore in difficoltà. Più l’ammirazione di Maggiani mista ad inadeguatezza emergeva, più l’autore americano rispondeva cinico. Il culmine è stato raggiunto quando Maggiani ha paragonato Ellroy ad un fratello maggior e, ricordando il Jimmy Hendrix adorato da ragazzo ed ha numerato i libri da lui pubblicati, dieci, confrontandoli con quelli pubblicati da Ellroy, diciassette. Poco dopo Ellroy ha sbottato, esclamando: “Mi sembra di essere il tuo analista!”. Volare, cantata per la seconda volta, appariva la via di fuga per alleggerire la tensione. Tutt’altro che un paterno John Wayne, l’americano sembrava più simile al sadico Antony Perkins del notissimo Psycho. Alcuni hanno definito la serata “inquietante”.
(Giovanna Profumo)

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3 Febbraio 2010

Giornata della memoria - Parlando con Liana Millu

Liana Millu è stata una mia cara amica. Negli ultimi anni della sua vita, fino a poco prima di morire, avevamo consacrato l'abitudine di incontrarci ogni quindici giorni, più o meno, e parlare dei nostri affanni, prima di tutto, e poi di come girava il mondo, di politica, di Genova, di libri e di poesia.
Insomma di tutto il parlabile, seduti su due comode poltrone eleganti e di giusta misura, spesso nel calar della luce del tramonto, che quando giungeva il momento veniva sorretta dallo splendore caldo di una lampada posta alle spalle di Liana.

Liana Millu era pessimista, come tanti vecchi saggi. Troppi rischi di involuzione distruttiva, nei singoli e nella collettività, troppo disprezzo per la natura, troppa arroganza e prepotenza, troppo compiacimento della forza. Troppi e troppo grandi segni di oblio di quello che era stato e che continuava ad essere: i massacri, le guerre, le persecuzioni razziali ed etniche, la schiavitù della fame e della miseria, le feroci dittature, e poi il più grande degli abissi, l'olocausto.
Liana Millu era stata catturata dai nazisti verso la fine del 1944, mentre a Venezia, partigiana, onorava i suoi imperativi di liberazione. Partigiana e ebrea era stata immediatamente condotta a Birkenau, lager femminile collegato ad Auschwitz, delirio di violenza e di umiliazione prima di divenire fumo. Dopo mesi di internamento e di atroci sofferenze venne liberata, mezza viva e mezza morta, ma ancora tenacemente attaccata a quel radicale di vita che l’avrebbe portata fino a noi e a novanta anni. Scrisse due libri bellissimi sulla totalità di questa esperienza: Il fumo di Birkenau e I ponti di Schwerin, racconti, filtrati da dolore e libertà, dell’intensità frantumante dell’internamento e dell’ebbrezza e della fatica del ritorno. Un monumento della memoria, uno scandaglio delle profondità dell’umano, una preghiera laica per la vita.
Poche settimane prima di morire e prima di dirmi per l’ultima volta arrivederci, mi raccontò questo episodio, di cui nei due libri non aveva parlato: “ Quando la mattina all’alba ci prelevavano dalle baracche e ci conducevano, inquadrate e umiliate, al campo di lavoro, luogo di conferma che per quel giorno non saresti passata fra i corpi indegni di sopravvivere, ci facevano passare accanto ad una grande radura, recintata e presidiata da cani neri e uomini armati. In questo grande spazio, ornato qua e là da qualche ciuffo d’erba, erano trattenute alcune migliaia di persone, molte donne e molti bambini, che, dando segni di residua vitalità possibile, si assiepavano per scaldarsi, mandavano in giro un parlottare fitto e fiero, facevano giocare i bambini. Portavano vestiti colorati e fantasiosi, i loro vestiti. Si, perché gli zingari non erano riusciti a svestirli e a rivestirli con la divisa del lager, il marchio dei carcerieri e della sottomissione.
Una mattina trovammo il campo vuoto. Stracci sparsi dappertutto, frammenti colorati, cappelli e veli, capelli e poi sangue a coprire le zolle e l’erba calpestata e schiacciata.
Nella notte gli zingari erano stati eliminati tutti. Ma avevano combattuto con tutti i mezzi che la pietà di Dio aveva loro lasciato”. Queste le parole di Liana Millu. Pensavamo di registrare questo ricordo. Non ci fu tempo.
La sua voce e il suo sorriso mi accompagnano sempre.
Questa la mia giornata della memoria.
(Angelo Guarnieri)

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Società - Si prega di lasciar sedere i giovanissimi

Salgo su un autobus in orario non di punta. Pochi passeggeri, quasi tutti seduti.
Solo un sedile appare libero, davanti a una giovane donna – non avrà trent’anni, tipo sportivo – che accomodata in uno dei vis-à-vis sgrida il figlio: l’esuberante ragazzino, di circa 6 o 7 anni, invece di starsene buono di fronte a lei saltella vivace qua e là, incurante degli inviti a risedersi al suo posto, che resta vuoto. Così mi ci siedo io, uomo di 56 anni.
A questo punto la mamma rincara i rimproveri: “Ecco, hai visto?! Non hai voluto ubbidirmi ed ora ci si è seduto il signore. Ben ti sta, stupido!”.

Ma subito dopo, in un sussulto di materne cure, aggiunge: “Dai, vieni, ti lascio il posto io”. Si alza e finalmente il bimbo, calmato e mortificato, si siede in faccia a me, dov’era la mamma che ora in piedi continua la ramanzina.
Resto allibito (e ovviamente seduto). Non mi permetto di dire nulla: ciascuno educhi i propri figli come meglio crede.
Ma ne approfitto per proporre una riflessione su un fenomeno sempre più diffuso – di cui l’episodio narrato non è che un caso limite – alimentato da un’informazione non scritta, ma costituita come spesso avviene dall’esempio, in questa circostanza perverso e da tenere attentamente sotto osservazione, com’è nelle corde di OLI.
Da qualche anno sui bus è invalso l’uso di far sedere i piccoli e, se non vi son posti a sufficienza, genitori o nonni se ne restano in piedi, senza curarsi per giunta se vi siano altre persone anziane o in difficoltà.
Dietro l’apparente attenzione all’infanzia a costo di sacrificar se stessi, si compie in realtà una prassi diseducativa nei confronti di persone che, se molto piccole, possono benissimo star sedute in braccio agli adulti e, se un po’ più grandicelle e sane, possono benissimo starsene in piedi. Se il mezzo è affollato e sobbalza, meglio imparare al più presto sulla propria pelle da un lato a convivere con gli altri anche nel disagio condividendolo, dall’altro a tenersi e a non cadere, cosa che può essere scomoda ma di certo non impossibile quando si è in buona salute, pieni di vitalità e di energie.
Il messaggio veicolato a questi bambini da tale atteggiamento iperprotettivo – insieme a tante altre situazioni – è alquanto inquietante per gli esiti che può avere nella loro formazione di cittadini, sempre più inclini a considerarsi al centro dell’attenzione, a ritenere che tutto sia loro dovuto in nome di una malintesa libertà che è quella di fare i propri comodi incuranti delle esigenze altrui. Senza dar loro la possibilità di cominciare a maturare fin dalla più tenera età la consapevolezza di esser parte di una comunità nella quale l’esercizio dei propri diritti comporta responsabilità e doveri nei confronti degli altri e dei loro diritti.
Così comodamente abituati, quando mai cominceranno ad alzarsi per cedere il posto non dico agli anziani, ma ai loro piccoli figli?
(Ferdinando Bonora)

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26 Gennaio 2010

Lettere - La guerra della cultura

Il bel libro del critico musicale Simon Reynolds Post punk 1978-1984 (ed. ISBN) racconta la grande stagione creativa della fine degli anni Settanta quando nuove e suggestive sonorità irruppero sulla scena musicale mondiale. Anche atteggiamenti, modi di essere o ribellioni come il dark, insieme all’uso tribale delle tecnologie, la diffusione della multimedialità e della promiscuità. Con l’idea che assieme al disfacimento del Novecento in qualche modo la devoluzione fosse davvero arrivata.
Il libro contiene una interpretazione molto affascinante di quel momento giovanile: Reynolds accredita la tesi sociologica che il movimento che nacque dal punk, stemperandone le violenze ma mantenendone intatta la genuina aggressività, fu una caratteristica specifica delle città toccate dal declino industriale. Manchester, Birmingham, Sheffield, in Inghilterra, Cleveland in Ohio, città al centro del sistema produttivo fordista che erano scoppiate o stavano scoppiando sotto la mannaia della crisi produttiva e industriale.

Così come i ragazzi delle Università decentrate degli Stati Uniti, i ragazzi inglesi e scozzesi di quelle città, reagirono lanciandosi in una pazza corsa in avanti: e tutto cambiò nelle persone, nella moda, nella quotidianità e la musica cominciò a rappresentare una possibilità di esprimere se stessi compiutamente e completamente.
Il libro è molto bello, ma è anche una spina nel cuore, perché insieme alle emozioni di quei giorni mi ha fatto riflettere sulle disgrazie presenti e passate. Anche Genova è una grande decaduta città industriale del Novecento, ma a Genova non si è riusciti a far quasi niente di quello che è successo nelle altre città con gli stessi problemi. Se ripenso adesso a quegli anni posso solo ringraziare lo Psycho Club di Vico Carmagnola e l’indomito Totò Miggiano che continua a produrre cultura o ricordare con affetto Antonio Porcelli (che non c’è più) ed alcuni artisti che insieme provavano a uscire dalla maccaia genovese con frizzanti e coloratissime “surrealità”. Non abbastanza per un nuovo corso delle cose che non è mai cominciato. Ne vogliamo un esempio?
La molto sanguinosa “guerra della cultura” che si è svolta a Genova sul finire dell’anno appena passato ed oltre. Incomprensioni, bisticci, che hanno portato al ridimensionamento del ruolo del consulente prestigioso e all’arrivo di una più fidata (ma meno pagata) consulenza locale. Questo in sintesi il succo, ma c’è stata invero una guerra combattuta nelle trincee, con assalti, ululati di sirene, vita di retrovie, messaggi di pace e sfottò. I giornali hanno fatto da cassa di risonanza: un giorno Repubblica ha pubblicato una versione, diciamo alla genovese, di quelli che... in cui Dalla Chiesa prendeva in giro simpaticamente (ma forse no!) quelli che appunto a Genova non gli va mai bene niente, un altro giorno l’assessore Ranieri sproloquiava dalla carta stampata di una città digitale che intravede solo lui come futuro di emancipazione, un altro giorno si parlava del patto di ferro tra l’assessore e il presidente della Fondazione della Cultura Borzani sulle comun i strategie culturali. Insomma pure la sindaco è stata chiamata in mezzo perché la nuova consulente, docente nell’Università cittadina, rappresenterebbe la sua longa manus sulle scelte politiche, diciamo così sottese a quelle – sic! – culturali o viceversa. E si sa che la professoressa è vicina al partito democratico tanto da avere svolto già in altro tempo il ruolo di facilitatore quando c’erano incomprensioni (o pallottole?) che volavano tra Vincenzi e Burlando.
“Capite” che voragini di distanza e di rammarico mi procura il libro di Reynolds su uno dei momenti più intensi di questo secolo quando i ragazzi e le ragazze hanno cominciato davvero a fare cultura da loro stessi.
(Elio Rosati)

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13 Gennaio 2010

Cultura - I semi della democrazia

Pochi, tra coloro che escono dalla stazione di Torino Porta Nuova e si trovano dinnanzi a corso Vittorio Emanuele II sanno che il quartiere che corre sulla loro sinistra, San Secondo – Crocetta, ospitò sino alla seconda metà degli anni Trenta un gruppo di uomini, vicendevolmente maestri e compagni gli uni degli altri, ai quali dobbiamo la nascita della nostra Repubblica e la nostra Costituzione. Chi ha visitato la mostra dedicata al centenario della nascita di Norberto Bobbio, presso l'Archivio di Stato di Torino, terminata domenica scorsa, ha avuto modo di ripercorrere le loro Storie di impegno e amicizia nel ‘900.
Bobbio e i suoi compagni di liceo e di università, tra i quali Vittorio Foa, Giorgio Agosti, Leone Ginzburg, Massimo Mila, Alessandro Galante Garrone, Franco Antonicelli, Giulio Einaudi e tanti altri ancora, si opposero con intransigenza al regime fascista. Interpreti di un inflessibilità morale, eredità di Piero Gobetti, fatta propria e vissuta anche nella condivisione delle piccole cose quotidiane.

La loro linfa animò prima il movimento di Giustizia e Libertà, debellato definitivamente con una retata nel 1935, e le brigate partigiane omonime del Partito d'Azione poi. La Resistenza fu il banco di prova della loro maturità. Da giovani ragazzi divennero pienamente adultamente uomini, come Dante Livio Bianco diceva ad Agosti nel dicembre del ‘44. “Anche la Resistenza, come la vita di Gobetti, ha avuto un carattere giovanile. Ma la maturità degli uomini veri non contraddice la giovinezza”, scriveva Carlo Levi a Piero Calamandrei. Gioventù non significava esenzione dalla responsabilità, ma li caratterizzava per una spontanea condotta morale che non li trasformò mai in santi militanti o predicatori dell'ideologia e nemmeno, successivamente, in politici di professione. Quando il Partito d'Azione si sciolse dopo la prima tornata elettorale della Repubblica, ricordava Bobbio, “ogni suo militante scelse la sua strada: la maggior parte, come me … non è più entrata nella poli tica attiva e si è dedicata agli studi e alla professione”. Questo non significa che in loro vennero meno spirito critico e sensibilità sociale, ma piuttosto che non si ammorbarono mai dell'amor della poltrona. Le vite di questi uomini sono state eccezionalmente semplici, lievi e senza velleità. Agli occhi di oggi appaiono così lontane, sebbene così vicine nel tempo, tanto da far pensare amaramente che la Resistenza, vissuta in prima persona come autodeterminazione di un popolo, si sia rivelata un momento alto di pochi, non condiviso diffusamente.
Se le parole con cui ne La Rivoluzione Liberale Piero Gobetti descriveva gli italiani sotto il Fascismo, indicazione d'infanzia e trionfo della facilità, come popolo ”dall’abito cortigiano, lo scarso senso della responsabilità, … il vezzo di attendere dal deus ex machina la propria salvezza”, suonano ancora attuali dopo novant'anni, forse vale anche la pena di nutrire fiducia che i semi di queste esperienze torinesi non siano andati perduti.
http://www.centenariobobbio.it/mostra.shtml
(Maria Alisia Poggio)

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3 Dicembre 2009

Cultura - Orsi e uomini, abitanti della Terra

Calcolando ad occhio, venerdì 6 novembre le persone che hanno partecipato al concerto “Uno stradivari per la luna” al Carlo Felice devono essere state poco meno di un migliaio. I biglietti andavano dai 10 ai 26 euro e il loro acquisto era finalizzato alla campagna di Animalsasia (http://www.animalsasia.org/) per il riscatto degli orsi imprigionati per l’estrazione della bile in Cina, Cambogia e Vietnam.
Mille persone o giù di lì non sono poche: un successo che ha più di un motivo.
Primo tra tutti l’enormità delle sofferenze inflitte a questi animali a fronte della futilità delle ragioni su cui si fonda questa pratica.

Poi una campagna condotta con intelligenza, il cui punto di forza è quello di muoversi secondo un programma e di avere già realizzato dei risultati: un accordo con il governo cinese per il graduale superamento di questa pratica, e la finalizzazione dei fondi a compensare i contadini delle “fattorie della bile”: per ogni orso liberato viene pagato un riscatto. Nella pubblicistica della associazione prevalgono le immagini degli orsi liberati: chi dà il suo contributo vede il concreto risultato a cui possono portare i soldi che ci mette.
Soprattutto, forse, si sta estendendo la consapevolezza di una continuità tra esseri viventi, e un senso di responsabilità e di empatia per gli abitanti tutti di questo mondo.
Ma come andrebbe, ad esempio, un concerto al Carlo Felice per finanziare una campagna di accoglienza dei profughi sui barconi? Qui, temo, alcune vicinanze (l’inquietante condivisione della stessa specie biologica, e una ancor più inquietante prossimità geografica precariamente conquistata tra mari e deserti), sommate ad un anonimato che cancella le storie individuali, determinerebbero una distanza emotiva siderale.
Per chi è disponibile a correre il rischio della vicinanza consigliamo l’ascolto dell’audio documentario “Noi difendiamo l’Europa” trasmesso il 9 novembre a Radio3 Mondo http://www.audiodoc.it/archivio_scheda.php?id_scheda=138
(Paola Pierantoni)

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Cinema - Un primo ministro tra catastrofi e risate

Sabato sera al Porto antico, sala cinematografica affollata di famiglie e adolescenti: si proietta 2012, film catastrofico con effetti speciali spettacolari e trama debolissima. Insieme ai miei nipoti assisto alle vicissitudini della famigliola che è la protagonista del film e che fugge da un continente all’altro scampando per miracolo a crolli e terremoti, eruzioni vulcaniche e tsunami, voragini che inghiottono intere città e placche continentali che collidono come giganteschi autoscontri.
I nostri sono diretti in Cina, dove i governi mondiali, informati per tempo della fine del mondo prossima ventura, hanno costruito gigantesche “arche” in grado di garantire la sopravvivenza della specie umana.

Mentre il diluvio universale incombe e si intrecciano vicende private e pubblici disastri, si svolge una teleconferenza dei capi di governo, in cui si annuncia che il Presidente degli Stati Uniti ha deciso di condividere la sorte del suo popolo e non si è imbarcato sull’arca. Con voce sepolcrale la prima ministra tedesca comunica che l’unico capo di governo europeo che ha scelto di non abbandonare la nave che affonda e di affrontare la fine raccolto in preghiera in Piazza San Pietro è il primo ministro dell’Italia.
A questo punto, mentre crolla il soffitto della Cappella Sistina, la sala scoppia in una collettiva, fragorosa, risata liberatoria.
Il giorno dopo mi documento un po’ su blog e simili: mi sembra impossibile che un fatto di questo genere sia passato inosservato.
E infatti trovo materiale in abbondanza. Intanto, pare che lo sghignazzo collettivo sia stata una reazione diffusa e condivisa da Aosta a Lampedusa: dunque non si tratta del solito cinismo genovese, ma di un comune sentire che, da un lato, mi consola un po’.
Però qui si innesta la querelle: ma sarà un tributo di stima del regista al prode Presidente del Consiglio italiano o sarà invece una subdola presa per i fondelli del medesimo? Anche se non sono mancate animose difese dello spirito di sacrificio e del prestigio internazionale del nostro, nonostante cuccù e corna, mi sembra che la seconda ipotesi sia quella più accreditata, e non solo tra i nostri connazionali. Segnalo infatti il contributo di una certa Franziska in un gruppo di discussione americano che definisce Berlusconi “old whoremonger”, vecchio puttaniere. In ogni modo è lo stesso regista a chiarire che il Primo ministro del film non è Berlusconi...
Cito letteralmente: “Volevamo che un capo di Stato di un Paese importante restasse indietro nella fuga perché si era fermato a pregare Abbiamo scelto quello italiano", dice Emmerich in un’intervista.
Ma, come dicevano gli antichi, in cauda venenum: infatti aggiunge “Non c'è dubbio che, in un caso come quello del film il vostro primo ministro sarebbe il primo a correre in Cina per salire sull'arca di Noè. Per dirla tutta, ha già comprato un posto”.
(Paola Repetto)

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19 Novembre 2009

Cultura - Il sesso degli arabi

abato 7 novembre a Palazzo Ducale c’è stata la presentazione del libro “La prova del miele”, della scrittrice siriana che vive a Parigi, Salwa El-Naimi, (Feltrinelli, 2008), presenti Francesca Prevedello traduttrice del libro e Elisabetta Bartuli, arabista, docente della Ca’ Foscari di Venezia. Il romanzo narra degli incontri “amorosi” di una bibliotecaria araba che vive a Parigi. Alla domanda se si tratta di un’autobiografia la scrittrice ha risposto: “Magari!”.

Per Salwa El-Naimi, “gli arabi sono gli unici al mondo per i quali il sesso è una grazia di Dio”. Gli antichi testi arabi sul sesso, che sono, da sempre, la passione della protagonista del romanzo-saggio “La prova del miele”, concordano tutti sul fatto che “nella tradizione antica araba e musulmana il sesso non è un peccato ma al contrario è un’anticipazione di quello che proveremo in Paradiso.

Al contrario del Cristianesimo, nell’Islam e per gli arabi esiste l’unicità tra anima e corpo: quando il corpo sta bene anche l’anima sta bene. Il sesso non serve solo per la riproduzione, ma lo scopo principale è il godimento e uomini e donne vengono consigliati a farlo e a come farlo bene.”

Oggi molti arabi - dice Salwa - non conoscono questa tradizione e molti non sanno dell’esistenza di questi trattatati sul sesso scritti da uomini di fede. “La prova del miele” è stato censurato, per motivi che Salwa non sa spiegare, in alcuni paesi arabi tra cui la Siria (il suo paese) e l’Egitto. Ciò nonostante, il libro è un grande successo editoriale nel mondo arabo: Il libro, pubblicato in arabo a Beirut nel 2007, dalla casa editrice libanese Riad El- Rayyes è oggi alla sua quarta edizione. E la scrittrice dice orgogliosamente, non curante dei propri diritti d’autore, che il suo libro è uno dei testi più scaricati dalla rete nel mondo arabo. Nei paesi europei il libro è un best seller ed è stato comprato per essere pubblicato in vari paesi del mondo dagli Stati Uniti, al Giappone alla Turchia.

Una curiosità: “Il giardino profumato” scritto nella prima meta del 14° secolo da Shaikh Nifsawi è uno dei testi antichi di cui parla Salwa El-Naimi: nell’introduzione alla seconda edizione araba pubblicata nel 1993, dalla casa editrice Riad El Rayyes, leggo che il libro è stato processato e condannato dai nazisti come libro erotico volgare e che l’edizione tedesca (1905) e quella danese (1939) sono state sequestrate e bruciate.
Elisabetta Bartuli, che ha ben presentato Salwa e il suo libro, ha tradotto numerosi libri di interessanti autori arabi, tra cui “Una memoria per l’oblio” (Jouvence 1997) di Mahmud Darwish, di cui consiglio la lettura. Complimenti alla Bartuli per la buona scelta degli autori arabi da presentare in italiano, per la competenza, l’equilibrio e l’assenza di pregiudizi nelle sue parole sugli arabi.
(Saleh Zaghloul)

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12 Novembre 2009

Informazione - La donna nelle TV arabe

Nel mondo arabo, che si estende dal Marocco in Africa fino alla Palestina in Asia, passando per altri venti paesi tra cui Egitto, Libano, Giordania, Iraq ed Emirati Arabi, la rappresentazione della donna in TV è varia e diversificata, ma continua a dominare il modello europeo ed americano. Le fiction americane hanno lo stesso (molto) spazio che hanno nelle TV italiane, i format di “successo” nel mercato internazionale vengono riproposti quasi uguali, dai quiz ai reality show, dove è davvero difficile nascondere il corpo. I video clip musicali più trasmessi e più seguiti nelle TV arabe sono quelli di Haifa Wahbi, Nancy Ajram, Rolla ecc., che sono molto “belle”, o meglio dire “sexy”.

Naturalmente, la presenza e la rappresentazione della donna nelle TV arabe ha risentito dei cambiamenti dei costumi sociali avvenuti a partire dagli anni ottanta con l’ingresso in scena politica araba dei movimenti islamici per effetto della vittoria di Khomeini contro la dittatura dello scia in Iran (che non è un paese arabo). La presenza di donne velate è aumentata nelle strade e anche nelle TV. Non so se nel mio popolarissimo quartiere di Amman sarebbe possibile vedere oggi, come mi era successo nel 1971, quella minigonna (lanciata a Londra nel 1965) addosso ad una bellissima donna araba. E succede che una giornalista di Al Jazira (la CNN araba) decida, da un giorno all’altro, di presentare velata il telegiornale più visto nel mondo arabo. Ma quando si tratta di una libera scelta il discorso cambia; ad esempio, le donne italiane che scelgono di fare le suore devono o non devono continuare ad avere il diritto di velarsi?
In tutte le culture, in tutte le religioni ed in tutti paesi del mondo, chi più chi meno, è dominante ancora una cultura maschilista che mira ad escludere le donne da diritti che devono rimanere esclusivi dei maschi, diritti che riguardano soprattutto la sfera economica, lavorativa e quella sessuale. Scoprire volgarmente il corpo delle donne o nasconderlo completamente sono due facce della stessa medaglia: quella del controllo del corpo delle donne e delle donne stesse.
Nel mondo arabo (come in Italia) ci sono donne (e uomini) che lottano contro il controllo del corpo femminile, difendendo al contempo il diritto di ogni donna di scegliere cosa indossare, cosa far apparire e cosa nascondere del proprio corpo. I mezzi d’informazione italiani ignorano queste lotte e danno la massima visibilità a posizioni generalizzanti sostenute preferibilmente da persone arabe, che avvallano una visione che vuole le donne tutte sconfitte e vittime. Ciò non aiuta certamente le donne, serve solo a rafforzare stereotipi e falsi luoghi comuni sugli arabi, che sono alla base di xenofobia e razzismo. Purtroppo, è ancora molto più facile integrarsi e farsi accettare assimilandosi e rinnegando la propria cultura e religione d’origine che integrarsi esprimendo la propria diversità.
(Saleh Zaghloul)

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Città - Gente che viene, gente che va (di plastica e di marmo)

Osservare e – se necessario – criticare l’informazione non deve limitarsi ad articoli di giornali o a servizi radiotelevisivi. Esiste anche un’informazione più subdola, capillarmente diffusa, non scritta e non detta ma recepita con gli occhi e altrettanto deleteria nel travisare la realtà.
L’universo di segni che ci circonda veicola non di rado messaggi che gabellano per vero ciò che invece autentico e/o valido non è – sul territorio, negli scenari urbani, negli ambienti di vita pubblici e privati – mescolando in un unico omologante calderone il patrimonio culturale che abbiamo ereditato nei secoli con le gratuite bizzarie escogitate da certi nostri contemporanei. Ne conseguono perdite di senso, disagio per i più avveduti e confusione per tutti, in un processo perverso che si autoalimenta coi propri effetti negativi.
Se è deplorevole che ciò avvenga negli interventi dei privati, è inaccettabile quando viene promosso o tollerato da pubblici amministratori che controbattono alle disapprovazioni sostenendo che si tratta di questioni di poco conto, cosa che non è.


Un caso esemplare riguarda Palazzo Ducale a Genova e alcuni sciagurati esiti della mostra “El siglo de los Genoveses”, allestita nel 2000.

A contorno dell’avvenimento, si pensò di ricollocare sui piedestalli davanti al portone le due grandi statue cinquecentesche raffiguranti Andrea e Gio Andrea Doria, di Giovannangelo Montorsoli e Taddeo Carlone, fatte a pezzi nel 1797 all’arrivo della Rivoluzione francese e di cui restano solo i piedi e i torsi.
L’incarico di reinventar le teste, le braccia e le gambe – lavorando non sugli originali ma su calchi – fu affidato all’anziano scultore Lorenzo Garaventa coadiuvato da due collaboratrici.
Impresa onerosa e concettualmente spericolata (non siam più nel Cinquecento, quando lo stesso Montorsoli poteva permettersi di rifare i pezzi mancanti al Laocoonte: oggi l’idea di restauro è ben altra) oltreché praticamente impossibile per l’entità delle lacune.
Il risultato furono due imbarazzanti goffi mammozzoni – inaugurati in pompa magna e supportati da compiaciuti articoli a stampa e sul web – che rimasero esposti mesi e mesi tra lo sconcerto di molti, finché non furono rimossi in occasione del G8 per finire nei depositi del Museo di Sant’Agostino dove è bene che restino.
Berlusconi non trovò invece nulla da ridire in merito alle 12 leziose statue in resina “all’antica” che lo scenografo Pier Luigi Pizzi, curatore dell’allestimento de “El siglo…”, aveva collocato nel salone del Maggior Consiglio, a riempire le nicchie vuote che ospitarono ritratti di benemeriti della Serenissima Repubblica, distrutti anch’essi in epoca napoleonica. Sculture prodotte in serie da una ditta specializzata, ammissibili su un palcoscenico o come arredo di qualche discoteca quand’era in voga il postmoderno, ma assolutamente indecenti in quel contesto, come lamentavano e continuano a lamentare tante autorevoli voci. Eppure rimasero, iniziando un grottesco balletto che non si è ancora concluso, tra uscite e rientri in scena. Fecero da cornice al tavolo degli 8 Grandi e successivamente a una miriade di eventi diversi. Per la mostra sul pittore Marcantonio Franceschini nel 2002 furono levate – si sperava per sempre – ma poi ricomparvero. Il Consiglio di Circoscrizione Centro Est votò allora all’unanimità nel 2004 un’argomentata proposta al sindaco per la rimozione, che andò a buon fine con gran soddisfazione dei proponenti che si illudevano di avercela fatta. E invece poco prima dell’ultima scadenza elettorale i dodici convitati di plastica son riapparsi e sono tuttora al loro improprio posto. Qualcosa però si sta finalmente muovendo.
Luca Borzani, presidente di Palazzo Ducale – Fondazione per la Cultura, ci ha appena comunicato una duplice buona notizia: da un lato le statue fasulle hanno i giorni contati; dall’altro stanno per arrivare i resti marmorei autentici dei colossi dei Doria, finora giacenti in un angolo dell’ex chiesa di Sant’Agostino, per avere degna collocazione all’interno del palazzo davanti al quale troneggiavano un tempo. Meglio tardi che mai.

Sul tentato ripristino delle statue dei Doria:
http://www.hozro.it/garaventa.html
http://www.palazzoducale.genova.it/naviga.asp?pagina=159
http://www.palazzoducale.genova.it/naviga.asp?pagina=224
La storia delle 12 statue, nella proposta di rimozione deliberata dal Consiglio di Circoscrizione:
http://members.xoom.virgilio.it/centroest/statue.htm
Considerazioni di un consigliere di minoranza:
http://digilander.libero.it/gandini/bonora1.htm
Sugli ulteriori sviluppi della vicenda:
http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2007/03/07/arte-della-polemica-via-dal-ducale.html
http://www.patrimoniosos.it/rsol.php?op=getarticle&id=28264
(Ferdinando Bonora)

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5 Novembre 2009

Festival della Scienza - Il robot umanoide e i “no” di Virginia

Che non sia l’Auditorium Montale la sala dove dovrebbe tenersi la conferenza che cerco lo rivela al primo sguardo un pubblico fatto di famiglie e bambini dai cinque ai tredici anni.
Non so cosa succederà lì, non ho con me il programma, ma accetto l’errore e la casualità, mi siedo ed aspetto. Buio in sala e parte un filmato. Perplessità: sembra proprio il filmato pubblicitario di una marca automobilistica, uno di quelli che si vedono prima che inizi un film: automobile elegante che percorre strade deserte, tra paesaggi fantastici; alla guida un bell’uomo che canta a voce spiegata contento di sé e della sua potenza di guidatore in quel mondo di cui è l’unico abitante. L’automobile corre sempre più veloce. Finirà, educativamente, per schiantarsi? No.

Quando va veramente troppo forte anche per una strada totalmente deserta si trasforma in un offshore che prende a correre furiosamente lungo splendide coste (deserte), e giunto nuovamente al limite ecco che si muta in aereo che trasvola paesaggi vergini, sempre con il pilota cantante alla guida. Poi l’aereo precipita nell’abisso di una gigantesca cascata, ma l’ingenua attesa di un epilogo problematico viene delusa dall’ultima metamorfosi: una mongolfiera che si innalza trionfante verso l’infinito. Al termine una voce f uori campo esalta la tecnologia Honda e toglie ogni dubbio: era proprio uno spot pubblicitario, secondo i canoni, che serviva da introduzione per l’evento vero e proprio: la presentazione, de vivo, del robot umanoide ASIMO, marchio Honda. Tornata la luce la presentatrice si rivolge ai bambini presenti “Senza tutti gli ingegneri e gli scienziati che hanno creato le meraviglie che avete visto il mondo sarebbe molto diverso da quello che è oggi”.
A seguire il seducente spettacolo del robot umanizzato: una meraviglia tecnica ed un divertimento, ma un divertimento per niente neutro. Una piccola scena simbolica? Una schiera di bambini chiamati sul palco a ballare imitando i gesti del robot umanoide.
C’è solo Virginia che non collabora: chiamata sul palco per farsi servire da bere dal robot cameriere si attesta sul rifiuto: la vuoi l’aranciata? No. Lo vuoi un the? No. Vuoi qualcos’altro? No. Finita l’esibizione tutti a casa, nessuno spazio per chiacchierarne un po’ insieme.
Ovviamente il Festival vive anche ospitando sponsor e grandi aziende, ma che controllo viene esercitato su come vengono gestiti questi spazi? Lì si distribuiva a piene mani a bambini molto piccoli una cultura tanto suggestiva quanto unilaterale. Per restare sul simbolico: non resta che affidarsi agli ostinati “no” di Virginia.
(Paola Pierantoni)

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Cinema - La scena del crimine secondo Michael Moore

Tra le ultime uscite nelle sale cinematografiche va segnalato l’ultimo film di Michael Moore, perché ha il pregio di far vedere sullo schermo quello che i più informati hanno potuto leggere su alcuni giornali, in internet e da alcune trasmissioni radio.
Capitalism: a love story è il racconto di quello che è successo negli USA negli ultimi anni, ed è una cronaca commovente, spietata ed ironica. Michael Moore fa quello che è bravo a fare: mettere in scena la vita dei più deboli, ponendosi domande alla ricerca di responsabilità. E se in Sicko, il film precedente, i deboli erano le persone prive di assistenza medica, in questo si riportano le conseguenze dell’enorme collasso finanziario americano sulla gente comune.

Nelle prime inquadrature un’intera famiglia svuota la propria casa per cederla alla banca. E’ la classe media che fa fagotto per pignoramento. Si era letto di interi nuclei familiari costretti a dormire nelle macchine perché la banca gli aveva sottratto la casa, ma vederlo sullo schermo annulla la distanza tra racconto e realtà.
Moore indugia anche su compagnie che – con lungimiranza e cinismo – hanno provveduto a stipulare assicurazioni sulla vita dei loro dipendenti senza avvisarli. Le società a riscuotere il premio in caso di morte, le famiglie degli scomparsi, totalmente ignare, a sostenere da sole i costi di malattia e funerale. Ci sono anche i piloti delle compagnie aeree ed i loro stipendi, gente così malpagata che si vede costretta al secondo lavoro. E c’è posto per parlare dei vertici di Citibank, di Morgan Stanley e dell’attività di lobby presso il governo americano. Occupazioni di fabbriche di ieri e di oggi si passano il testimone nella pellicola che vuole capire se il mito del capitalismo americano funzioni ancora o sia infine da condannare alla ricerca di un modello più giusto. Moore non ha dubbi e come un panzer entra in scena per reclamare alle banche i soldi anticipati loro dal governo o per circondare con un nastro con la scritta “scena del crimine” i palazzi di Wall Street, invita ndo i vertici delle aziende a consegnarsi alla giustizia. Viene allontanato dagli addetti al servizio sicurezza.
Non sarà facile per lo spettatore allontanare invece la profonda amarezza e l’inquietudine che questa storia possa riguardare il nostro paese molto più di quanto è possibile prevedere.
(Giovanna Profumo)

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28 Ottobre 2009

Cultura - Cronache dal fortino delle biblioteche

La stampa ne ha parlato, il primo a dare la notizia, il 10 ottobre, è stato un quotidiano locale, Il Gazzettino (http://www.ilgazzettino.it/articolo.php?id=76217: il sindaco di Musile di Piave, in provincia di Venezia, è riuscito a far breccia nel fortino delle biblioteche italiane con la decisione di cancellare dalla biblioteca comunale gli abbonamenti ai presunti quotidiani “politicizzati”. Motivazione bipartisan, come vuole il prontuario del buon politico italiano dagli anni novanta ad oggi: no a Il Manifesto, no a La Padania, 1 a 1 palla al centro. Ma poi: no a La Repubblica, sì a il Corriere della Sera: l'imparzialità sembra vacillare.

Nell'elenco dei promossi entrano anche La Gazzetta dello Sport e alcuni quotidiani locali. Se si vuole azzardare un qualche criterio empirico, e non biblioteconomico, nella selezione del sindaco si può sostenere che il quotidiano diretto da De Bortoli ha un'edizione locale, il Corriere del Veneto, che potrebbe farlo annoverare tra le testate locali. Ma La Gazzetta? Forse quello che conta è il gruppo editoriale di provenienza (RCS MediaGroup SpA), lo stesso del Corriere? O ad incoronare La Gazzetta dello Sport sono gli oltre 3.500.000 lettori?
Il problema è altro rispetto alla diatriba delle etichette destra e sinistra sui giornali italiani. Gli stessi bibliotecari italiani, abituati a contestualizzare le particolarità ed armonizzare le differenze dei patrimoni librari e informativi, hanno collocato la discussione su un piano più ampio.
L'IFLA (International Federation of Library Associations and Institutions), nel suo convegno annuale, ospitato quest'anno a Milano, ha individuato insieme all'UNESCO nel Manifesto sulle Biblioteche Pubbliche (http://archive.ifla.org/VII/s8/unesco/ital.htm) il ruolo essenziale della biblioteca per la crescita della democrazia grazie al libero accesso “senza distinzione di età, razza, sesso, religione, nazionalità, lingua o condizione sociale” al sapere e all'informazione, tramite raccolte e servizi che “non devono essere soggetti ad alcun tipo di censura ideologica, politica o religiosa, né a pressioni commerciali”.
La risposta all'iniziativa del sindaco di Musile è arrivata con una lettera del prof. Mauro Guerrini (http://www.aib.it/aib/cen/stampa/c0910a.htm) presidente dell'Associazione Italiana Biblioteche. Le sue parole misurate, puntuali e sobrie, hanno riportato l'attenzione del destinatario proprio ai principi del documento IFLA-UNESCO. Attendiamo risposta.
Si legge ancora sul Manifesto che i governi nazionali e le istituzioni locali dovrebbero incoraggiare e sostenere le biblioteche pubbliche in questa loro missione socio-culturale. Sfortunatamente le biblioteche italiane versano ormai da diversi anni in una situazione critica. Vessati da continue riduzioni di bilancio, carenze di personale aggravate dai lavoratori con contratti a termine non rinnovati nel corso del 2008/2009 e 150oristi sempre più sparuti, i bibliotecari italiani rischiano di fare la fine del panda. Speriamo che questo baluardo di democrazia non sia in via di estinzione. Segnaliamo la pagina web http://www.ifla.org/en/about-faife, relativa al FAIFE gruppo di lavoro IFLA preposto alla difesa e promozione dell'articolo 19 della Dichiarazione dei diritti dell'uomo "Ogni individuo ha diritto alla libertà di opinione e di espressione incluso il diritto di non essere molestato per la propria opinione e quello di cercare, ricevere e diffondere informazioni e idee attraverso ogni mezzo e senza riguardo a frontiere.” (http://www.ohchr.org/EN/UDHR/Pages/Language.aspx?LangID=itn)
(Alisia Poggio)

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2 Luglio 2009

San Giovanni - Le tradizioni pagane che dispiacciono alla curia

150Il 23 giugno passo da Piazza Matteotti alla ricerca della festa di San Giovanni ma, al posto della grande festa passionale che ricordavo, trovo una piazza distratta, una musica fuori contesto e un vicesindaco un po’ malinconico in attesa di accendere un fuocherello piccolo piccolo: a distanza sembrava che nemmeno lo avessero preparato, il falò.
Degli anni passati, quelli dal 2003 al 2007, non ricordavo solo il sontuoso rogo circondato da danze, con al centro colei che doveva essere bruciata, la sensuale e perfida Erodiade, ma tutto quello che aveva preceduto l’acme finale: visite guidate nei luoghi a vario titolo legati a San Giovanni, installazioni, attori e artisti di strada per letture, proiezioni cinematografiche, animazioni e brevi azioni sceniche a ripetizione, l’intreccio col Festival della poesia e la caccia al tesoro: chi la vinceva avrebbe acceso il rogo finale.

Prima del falò un lungo corteo per i vicoli portava al rogo il fantoccio di Erodiade.
Quello che passava con forza nelle emozioni di chi partecipava era l’intreccio tra religiosità cristiana ed elementi pagani: la celebrazione della nascita di Giovanni fatta coincidere con i rituali del solstizio d’estate, senza dimenticare, diceva una brossure dell’epoca, la venerazione di cui lo stesso Giovanni è oggetto nell’Islam.
Nella intenzione degli organizzatori di allora la festa voleva essere una “rivisitazione della principale festa genovese come fatto unificante della comunità cittadina – con il coinvolgimento di numerose realtà italiane e straniere – nella prospettiva di future edizioni sempre più articolate e sentite”.
Ora col passaggio di mano del Municipio Centro Est, il fuoco di San Giovanni si sta malinconicamente spegnendo.
Si dirà: la crisi, la diminuzione di fondi…
No. Quello che è cambiato non è la grandiosità della festa, ma il suo spirito: il sottofondo pagano che animava le precedenti edizioni è diventato indigesto: non si vuole – ci dicono - dispiacere alla Curia. Meglio, molto meglio che sui quotidiani la processione del 24 giugno non perda posizioni a favore di un evento dal sapore profano. Cosa puntualmente avvenuta.

Il tentativo di ristabilire un contatto tra la città e le tradizioni che la animavano nei secoli passati, avrebbe avuto necessità di consolidarsi, invece è stato interrotto, sottraendoci gioia e cultura.
Leggiamo in una presentazione del 2003 la descrizione dell’annalista Bartolomeo Scriba, anno 1227: “I fanciulli tutti empievano di lieti canti la città, e dove anche le vecchie ballavano e si reggevano sopra un sol piede, e in cui gli uomini maturi si diportavano alla guisa dei giovani e le fanciulle si mostravano audaci nelle danze, mentre i suonatori non avevano tregua e i cavalieri correvano in ogni direzione”.
La Chiesa considerò a lungo questi fuochi mere sopravvivenze del paganesimo. Visto però l’insuccesso delle reiterate condanne promulgate dai concilî e dai sinodi, la gerarchia ecclesiastica ricorse alla sperimentata tecnica dell’‘accomodamento’, in modo da rendere i falò simbolicamente ortodossi.
Ora, in assenza di una vitalità popolare, basta abbassare la fiamma.
Ferdinando Bonora, animatore delle feste perdute, commenta: quanta desolata e incazzata tristezza…
(Foto di Pier Luigi Pinto)
(Paola Pierantoni)

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24 Giugno 2009

Politica - Servono (urgentemente) poeti e giornalisti

Servono, urgentemente, poeti. Poeti della politica, nella politica. Intendo persone (saccheggio blogs e dizionari) “capaci di suscitare emozioni”, “creatrici di mondi”, che sappiano “muovere l’anima di chi li ascolta alla ricerca di domande”. Penso a questo mentre, sabato scorso, guardo Don Gallo che sale su un palchetto in Piazza del Campo con i trans del Ghetto per dare il via alla festa organizzata dalla Comunità di San Benedetto. La scommessa di Don Gallo era quella “di portare persone, cittadini, turisti, residenti di ogni razza e colore, dentro al quartiere meno frequentato della città vecchia”. Questo è successo, ma la cosa più grande è stata che le persone socialmente confinate nel ghetto ne sono uscite, e che gli abitanti “di tutte le razze e colori” e, aggiungo: sessi, generi, condizioni sociali, abbigliamenti, si sono mischiati fino a mezzanotte inseguendo poesie, discussioni filosofiche di gruppo, canzoni di De Andrè e altri, musiche di ogni tipo fino al rock messo su dai ragazzi di Aut Aut.

Non avevo mai visto nulla di simile. Solo il Suq, nel suo spazio, riesce a creare questo tipo di condivisione. Ma quel che è avvenuto sabato è avvenuto negli spazi ordinari della vita, in un quartiere. Quando Don Gallo, dopo che i trans hanno terminato di cantare Princesa, grida “W le Princese”, intende “viva la dignità delle persone, di ogni persona”. La gente capisce, applaude, si commuove. Quando dice “ Il risanamento della zona? Bene. Ma non deve essere un risanamento per la speculazione” intende che vorrebbe che lì continuassero a vivere esattamente le stesse persone che si ritrova intorno in quel momento. La gente torna ad applaudire, a commuoversi. Don Gallo sottolinea “Sono state invitate anche le autorità, gli amministratori. Speriamo che vengano”. Ma le autorità non verranno. Eppure lì andava in onda la politica, la politica ad alto livello. Solo che era la politica delle persone che si compromettono, che si muovono “in direzione ostinata e contraria” come diceva lo striscione nella “piazza senza nome”, tra macerie che nessuno ha mai rimosso. Sta di fatto che a darci l’emozione delle possibilità ancora aperte, in questa città c’è solo qualche prete un po’ eretico. Don Balletto ci ha lasciato, ci restano Don Gallo e Don Farinella. Da miscredente di sinistra mi chiedo: ma è mai possibile che per un po’ di speranza debba guardare a dei preti, per strani che siano? Che tra i politici veda solo gente povera di emozioni, povera di verità? Cosa vado cercando? Obama? Ecco, Obama. Magari anche in scala minore. Aggiungo che, oltre ai poeti, servirebbero - più modestamente - dei giornalisti. Di quel che è avvenuto sabato il TGR ha servito la solita melassa glassata che ricopre, rendendole indifferenziate, tutte le “notizie”; il Secolo XIX ha ridotto tutto a folklore; Repubblica ha speso in tutto 18 parole (di numero, incluse le particelle di congiunzione). Nessuno che sia andato a vedere, a parlare con chi c’era, a chiedergli cosa era, per lui, quel che stava vivendo.
(Paola Pierantoni)

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16 Giugno 2009

Documentari - “Come un uomo sulla terra” anche a Genova

Teatro Eden, Genova Pegli, 15 giugno 2009: le associazioni “Genova con l’Africa” e “Art Afric” hanno organizzato la proiezione di “Come un uomo sulla terra”, documentario di Riccardo Biadene, Andrea Segre e Dagmawi Ymer girato nel 2008, per conservare la memoria del viaggio, che Damawi, e con lui migliaia di profughi etiopi e di altre nazionalità, hanno compiuto attraverso il deserto, prima di arrivare in Italia. Dag, il protagonista e tra gli autori del documentario, studiava giurisprudenza ad Addis Abeba, fino a quando, a causa della repressione e della condizione politica nel suo Paese, ha deciso di espatriare e di cercare rifugio altrove.

Quello che aspetta chi attraversa il deserto tra il Sudan e la Libia, però, è un susseguirsi di violenza e corruzione, ad opera dei trafficanti di uomini e della polizia libica, anni di detenzione nelle carceri, create grazie ai fondi italiani, a Bengazi, Mistarah e Kufrah, soprusi e stupri, deportazioni in carri-container, sempre acquistati con sovvenzioni italiane. I confini tra polizia e trafficanti sono labili, tanto che la polizia rivende i prigionieri, a 30-35 dinari a persona, ai gestori del traffico. “Possibile” si chiede una donna intervistata, “che i giornalisti non abbiano fatto sapere subito cosa stava succedendo?”.
Il ruolo delle organizzazioni internazionali appare ridicolo e giustificatorio, come nel caso dell’agenzia Frontex, un'istituzione dell'Unione europea che coordina il pattugliamento delle frontiere esterne aeree, marittime e terrestri degli Stati UE: nel rapporto finale di una missione nelle carceri libiche, le conclusioni dell’agenzia recitano più o meno testualmente, che “si è potuta constatare la vastità del deserto”.
A commento del film l’avvocato Alessandra Ballerini spiega le novità del ddl sicurezza, e tra il pubblico c’è chi scuote la testa indignato e cita il comma 22. Sono quasi tutti genovesi, teste canute, tutti si conoscono e serpeggia l’impressione che si informi solo chi in realtà sa già, e che ci sia una larga fetta di popolazione che non ne vuole sapere nulla, del tutto refrattaria a qualsiasi notizia. “Mia moglie non è venuta perché è leghista”, si lamenta un signore, “mia figlia è radicale, mio cognato di Forza Nuova, insomma, basta andare a vedere un film e si scatena la lite in famiglia”.
Il progetto di diffusione del documentario tuttavia continua, e la distribuzione spontanea del film è coordinata tramite il blog comeunuomosullaterra.blogspot.com, dove è possibile trovare il calendario delle prossime proiezioni o il contatto per organizzare una presentazione.
(Eleana Marullo)

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2 Giugno 2009

Ex libris - Premi letterari? Meglio “Alassio cento libri”

In attesa che a metà giugno venga nominata la cinquina da cui uscirà il vincitore del Premio Strega 2009, le polemiche divampate intorno al celebre premio letterario sembrano essersi placate. Ma per almeno un mese sulle pagine culturali dei maggiori quotidiani (in particolare Corriere della Sera e la Repubblica) tra editori che s’incazzano (Mauri-Spagnol), autori che si autocandidano (Scurati) o si autoescludono prima ancora di essere nominati (Del Giudice), insospettabili critici letterari che fanno outing (Asor Rosa) il panorama che ne è uscito fuori, di giorno in giorno, non può certo definirsi dei più garbati.

Si avvertiva la sensazione nettissima che tutto venisse, persino con un certo compiacimento, ricondotto al pettegolezzo, all’azzardo, alla mossa plateale (beninteso nessuno dimentica quanto dietro ci siano forti interessi economici). Se a ciò aggiungiamo le recenti disavventure del premio Grinzane-Cavour (con il presidente della giuria finit o in gattabuia) e dell’ultima edizione del Viareggio (feroci liti tra i giurati divisi in fazioni e defezioni di alcuni di loro), si ricava (anche qui!) l’impressione di un villaggio mediatico, di un reality letterario.
In contrasto con questo scenario deprimente merita di segnalare un premio nostrano, “Alassio cento libri-Un autore per l’Europa”: una formula efficace, originale, indipendente da lobby editoriali (il verdetto viene formulato da una giuria di italianisti stranieri che insegnano in università sparpagliate in Europa). La sua cornice di mondanità contenuta offre risultati di ottimo valore e contribuisce a sottolineare il triste e talvolta comico spettacolo dei sapienti che litigano e si denunciano vicendevolmente. In proposito perché non rammentare cosa affermava Norberto Bobbio in un libro di cinquant’anni fa (Politica e cultura (1955), nuova ed. a cura di Franco Sbarberi, Torino, Einaudi, 2005, p. 25)? Cultura è anche cautela, riserbo, equilibrio…
(Marco Bellonotto)

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Donne - La tolleranza non basta

Incrocio in Via del Campo una donna completamente velata, libera solo una fessura per gli occhi, le cammina a fianco la figlia, una bambina sui nove anni, anche lei già velata sul capo. Parlano tra loro, la bambina ride. Io so – non posso non saperlo – che quella bambina ha di fronte a sé una montagna. Penso che, se ora ride, dopo le toccherà una lotta senza quartiere combattuta all’incrocio delle contraddizioni. Al confronto, quella che ho avuto di fronte io, italiana del 1946, era una collina col fondo un po’ accidentato.

Penso alle operaie dell’Elsag degli anni ‘70, ai loro racconti di levate alle cinque del mattino per mettere in ordine in casa e preparare il pranzo al marito che lavorava nella stessa fabbrica, e si alzava alle sette: anche loro avevano di fronte una montagna, ma un po’ meno alta di quella della bambina di Via del Campo.
Nella zona tra Prè, Sottoripa, Via del Campo, Fossatello, Maddalena, San Luca, il messaggio dei corpi e dei vestiti espone l’intero ventaglio della condizione femminile: una incredibile condensazione del tempo e dello spazio porta nello stesso chilometro quadrato donne borghesi in giro per compere, donne velate secondo tutte le possibili gradazioni cromatiche e di copertura, trionfanti e irraggiungibili africane, lavoratrici di ogni sorta (colf, funzionarie del comune, commercianti, spazzine, vigili, professioniste con lo studio in centro); prostitute diurne (Maddalena) e notturne (Sottoripa); e – unica presenza “politica” – le studentesse dell’ Humpty Dumpty (http://humptydumptygenova.noblogs.org/category/femminismo).
Apparentemente è come se tanti liquidi di diverso colore e densità percorressero lo stesso spazio sfiorandosi, ma senza mescolarsi tra loro, ognuno libero di fare la sua strada. Sembrerebbe perfino una situazione ideale, vicina alla concezione di “libertà a più vie che lascia aperte tutte le possibilità”, e alla “tolleranza virtuosa che promuove rispetto reciproco”, sostenute da Anna Elisabetta Galeotti nel corso dell’incontro “Il multiculturalismo danneggia le donne?”, che ha concluso al Ducale, lo scorso 19 maggio, il ciclo di incontri filosofici “Che genere di donne?” (http://www.palazzoducale.genova.it/inaviga.asp?pagina=5756).
Ma questa è una visione ingannevole, perché la vita di ogni donna influenza quella di ogni altra, anche se non sembrano toccarsi: la tolleranza, il rispetto della libertà, non bastano, serve la possibilità di un pensiero comune.
La Galeotti nel suo intervento al Ducale ha detto che lei tende a concentrarsi sull’aspetto politico - sociale posto dalla realtà, prescindendo dalle questioni metafisiche poste dal femminismo.
E’ possibile che ora – immerse come siamo in una guerra di identità - non ci sia altro da fare, ma se le donne non riusciranno ad affrontare insieme “le questioni metafisiche” poste dal femminismo, non c’è via di uscita, né per le native, né per le migranti.
(Paola Pierantoni)

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Ex libris - Come capire - e sopravvivere alla recessione

Se la crisi vi terrorizza e non sapete affrontarla senza ansia e paure, o semplicemente volete capire come siamo arrivati a questo punto, Elogio della recessione- manuale di sopravvivenza al tempo della crisi (Anonimo Lombardo, Book Time, aprile 2009, 89 pp, 10 €.) è il libro può rispondere alle vostre domande.
Le teorie espresse nel testo, che rifugge le modalità espressive semplicistiche e richiama la forza oratoria dei classici greci, sono rivoluzionarie. La situazione economica attuale del mondo occidentale è paragonata alla folle corsa dei lemming, roditori erbivori simili a topi, che di tanto in tanto, durante le migrazioni, corrono insieme verso una scogliera per un suicidio collettivo.

La corsa verso l'autodistruzione del genere umano, secondo l'autore, è guidata dai “padroni del vapore”, che inneggiano a “produttività”, “concorrenza”, “allargamento dei mercati”in una spirale, che ha portato all'esportazione della produzione, in nome di un abbassamento dei prezzi continuo (e senza scrupoli morali di alcun tipo sulle condizioni lavorative in cui la merce è prodotta), causando la crescita della disoccupazione e crollo del potere d'acquisto nei paesi occidentali.
Una critica sostanziale è posta al mito dell'aggressività insita nella natura umana. L'aggressività, si argomenta nel testo, non è innata ma è generata dalla paura e dal bisogno di accumulo, pungoli che sarebbero superati dall'applicazione di un patto sociale.
Viene poi stilato il ritratto del Perfetto Consumista, che passa la vita a lavorare e produrre, con l'obiettivo di poter consumare.
La recessione secondo l'Anonimo Lombardo, non è affatto un male, ma la possibile soluzione: spinge a tagliare il superfluo, quindi tutti i settori che producono occupazione ma non ricchezza (pubblicità, intrattenimento..), ed il lavoro “avanzato”, dovrà quindi essere distribuito tra tutti, secondo il principio “lavorare meno- lavorare tutti”.Recessione quindi significa equilibrio contro la frenesia consumistica. La conseguenza sarà molto più tempo libero per tutti, e a quel punto ogni uomo dovrà decidere cosa fare di se stesso, se dedicarsi a nobili compiti o autodistruggersi con conflitti e “ozio bovino”.
L'ultima sferzata del testo è rivolta ad un concetto universalmente riconosciuto come indiscutibile; la democrazia basata sul suffragio universale.”Fallace, assurda, mercificata, complice di innumerevoli crimini, protettrice maliziosa di ingiustificati privilegi” andrebbe superata nella proposta dell'Anonimo, in quanto fallimentare e non applicata, da una meritocrazia, un governo tecnico formato da persone che sanno farlo in quanto formate ad hoc, come nel caso dell'ordine giudiziario. “Cosa è rimasto dei tre miti su cui si fonda la civiltà delle democrazie liberali? Non certo l'eguaglianza, non la fraternità, resta la libertà. Ma... abbiamo visto come nel mondo in cui viviamo essa si sostanzi all'atto pratico in una cieca e suicida acquiescenza ai miti truffaldini sbandierati dai padroni del vapore... Resta la vera “libertà”, che può essere procurata solo dalla ribellione alla logica aberrante del produttivismo e del consumismo, e dal recupero di una centralità dell'uomo, pa drone di sé e del proprio tempo”.
(Eleana Marullo)

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27 Maggio 2009

Scuola - L'ultimo banco c'è ancora

Grafica, formato, i colori nero e verdino sul fondo bianco della copertina, sono gli stessi di tanti anni fa. Anche la casa editrice è la stessa. Così quando vi capita in mano “Ultimo banco” di Sandro Lagomarsini (“Ultimo banco. Per una scuola che non produca scarti”, Firenze, Libreria Editrice Fiorentina 2009, € 10) avete la sensazione di un discorso cominciato altrove, in passato. E vi ricordate della “Lettera a una professoressa” pubblicato dalla stessa editrice nel 1967. Continuità non solo formale visto che nel testo di Sandro i richiami alla “Lettera” e al suo mitico autore, don Milani, sono espliciti.

Ma non fatevi ingannare: Barbiana e don Milani ne l’ “Ultimo banco” ci sono eccome ma il libro di Sandro Lagomarsini parla di oggi, di noi, della nostra scuola, del nostro modo di fare, vivere, pensare. Ed è questo il motivo che lo rende affascinante: perché non è così che in genere si scrive di scuola. Dalla scuola giungono alla società messaggi contrastanti: serve, non serve, si impara, non si impara, dovrebbe, non dovrebbe…
Durante tre anni Sandro Lagomarsini, prete itinerante dell’alta val di Vara (Varese Ligure), ha tenuto su Avvenire una sua rubrica – un caso, un problema, una proposta - dove spiegava come era possibile fare i conti con la scuola. Conti non facili perché la scuola vuole essere osservata a modo suo per essere luogo di incontro di processi che hanno tempi diversi. I nostri tempi con le loro mode e i messaggi che quotidianamente piovono sui ragazzi dai media, gli interventi legislativi, che spesso contengono messaggi contrastanti, e hanno tempi di applicazione loro propria; gli insegnanti anche loro con tempi propri fatti di età, attese, disposizione, e ancora le famiglie: altre storie, altri tempi, altre attese. E che dire delle richieste che la società rivolge alla scuola ogni volta che si trova di fronte a manifestazioni giovanili inquietanti?
La scuola è un grumo, anzi il grumo della nostra società “avanzata”. Da un lato attorno ad essa crescono in modo elefantiaco le parole, la massa cartacea e la discussione politica, dall’altro ci sono cadute di motivazione, abbandoni e fallimenti: problemi che rinviano da uno all’altro. Sandro Lagomarsini propone la sua ricetta, un mix di sorriso evangelico, buon senso e, discreto, un certo contenuto di zolfo. Che sta appunto nell’ultimo banco, quello un tempo detto “degli asini” e che oggi continua ad esistere anche se non si chiama più così. Sandro scrive che per intervenire sulla scuola è dall’ultimo banco che bisogna partire; non è una semplificazione demagogica. Nella nostra società avanzata il processo di esclusione è sempre più diffuso. Spesso è irriconoscibile ma c’è. “Genitori, insegnanti e tutti coloro che riconoscono nella scuola un momento centrale di democrazia” trovano ne l’ “Ultimo banco” una straordinaria occasione per pensarci su. Chissà se farà strada il libr o di Sandro Lagomarsini. A suo tempo la “Lettera” di don Milani incontrò il ’68 che ne fece un grimaldello, un sogno. Lo usò a modo suo - si capisce – ma contribuì a trasformarlo in un manifesto. Oggi i tempi non sono più quelli ma la forza in “Ultimo banco” c’è tutta.
(Manlio Calegari)

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20 Maggio 2009

Biblioteche civiche - Il catalogo dei libri che non ci sono

Liguria Sebina Net è un catalogo collettivo on line che raggruppa il patrimonio (un totale di circa 400 mila notizie bibliografiche) di 48 biblioteche liguri di varia dimensione (da Savona a S. Margherita Ligure, Alassio, Sanremo ecc.), quasi tutte, biblioteche civiche. Al progetto - un passo avanti nella cooperazione tra biblioteche, come in altre regioni è in corso da tempo - lavorano con passione molti bibliotecari. Qualche osservazione frutto di una indagine campione condotta sul catalogo.

Qualche osservazione frutto di una indagine campione condotta sul catalogo. Nessuna biblioteca ha ritenuto opportuno acquistare e proporre ai suoi lettori due saggi che riflettono, da punti di vista diversi, la situazione culturale del nostro paese, Franco Brevini, Un cerino nel buio. Come la cultura sopravvive ai barbari e antibarbari (Bollati Boringhieri, 2007) e Claudio Giunta, L’assedio del presente. Sulla rivoluzione culturale in corso (il Mulino, 2008). Sola eccezione Alassio che possiede il secondo dei saggi citati. Eppure si tratta di testi del tutto chiari nel lessico e con argomentazioni stimolanti.
Stesso destino per i libri recenti di due autori più noti dei precedenti e che come loro ancora più specificamente toccano la recente realtà italiana: Franco Cordero, Aspettando la cometa (Bollati Boringhieri, 2008), Corrado Stajano, La città degli untori, (Garzanti, 2009). Neppure v’è traccia di un libro assai documentato e scrupoloso nella ricostruzione del passaggio dal fascismo alla repubblica, L’eredità del fascismo di Luca La Rovere (Bollati Boringhieri, 2008). Fortuna che tre biblioteche, l’Aprosiana, Alassio e Genova Bolzaneto, hanno acquistato l’altrettanto importante La repubblica e il suo passato di Pier Giorgio Zumino, il Mulino, 2003. Bene anche la biblioteca di Varazze, l’unica a dotarsi di Novecento italiano. Gli anni cruciali che hanno dato il volto all’Italia di oggi, (Laterza, 2008) dove sono state raccolte un ciclo di lezioni di storia organizzate dal Comune di Roma e da Laterza che hanno riscosso uno straordinario successo di pubblico. Volta per volta uno storico raccontava di un anno (il 1915, 1943, 1968 ecc.) particolarmente significativo (per tutti, segnalo il saggio appassionato e lucido di Marco Revelli su ’68).
Assente dal catalogo di Liguria Sabina Net anche l’ultimo libro di Alain Touraine, sociologo e uno dei maggiori intellettuali del nostro tempo, La globalizzazione e la fine del sociale. Per comprendere il mondo contemporaneo, il Saggiatore, 2008). Peccato; il libro merita.
Esclusi perché “libri che nessuno legge”? Se questa è la spiegazione bisogna dire che non convince. Le biblioteche non dovrebbero diventare delle librerie appiattendosi sulle classifiche dei libri più venduti (pur senza trascurarle, naturalmente). Sul tema è intervenuto di recente lo storico Giovanni De Luna (“Il pensiero è sempre più leggero”, La stampa Tuttolibri 14 marzo 2009). La saggistica (anche nel mercato editoriale) conta sempre meno; il pensiero diventa più “leggero” e la storia (che ha visto affievolirsi il suo legame con la politica, fortissimo per tutto il Novecento) è la prima a pagare pegno.
Così, va il mondo, almeno per ora ma, per tornare alle biblioteche - e dato il giusto riconoscimento alla lettura di evasione - perché non acquistare anche qualche libro un poco più impegnativo? Coraggio!
(Marco Bellonotto)

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Baget Bozzo - Diritto al cordoglio critico

Giusto il cordoglio. C'è per chiunque lascia un vuoto attorno a noi, fosse anche un barbone. Tanto più per un politologo delle capacità di Gianni Baget Bozzo. Nei giorni del recente lutto si sono sentite e lette tante esternazioni, da amici e da avversari politici, tutte suggerite dall'ammirazione per l'acume, la conoscenza dei risvolti della politica e della loro storia recente e meno, dei problemi attuali o dall'amicizia di cui dicono fosse generoso dispensatore a quanti gli erano spiritualmente e politicamente vicini.

In tanto profluvio di parole di ammirazione è possibile un segno di dissenso, spero non irriguardoso, piccolo così? Conoscevo Gianni Baget Bozzo solo dalle sue analisi sul Secolo XIX, che ho sempre letto più per disciplina che per piacere tanto talvolta mi sono parse criptiche per l'uomo della strada, non condivisibili e irritanti per chi, rispetto a lui, la pensava in modo diametralmente opposto. Qualche tempo prima di morire in un' analisi in cui a farla da padrone era, guardacaso, Berlusconi, il politologo scrisse che si comportava da "cristiano" per quel suo sopportare pazientemente il dileggio, le ingiurie degli avversari, le accuse gratuite di malgoverno ecc. Una lettura siffatta del comportamento del premier era fuorviante in quanto avallava di lui un'immagine tollerante, democratica, paziente, cristiana, appunto (che è poi il metro su cui gioca Berlusconi per ingannare gli italiani), quando invece è solo buffonesca e non si scosta dal clima, per essere generosi, da "amici miei" che caratterizza ogni sua uscita sopra le righe.
Di Gianni Baget Bozzo, se può essere possibile spiegare il triplice voltagabbana (chi vive cambia, si dice) del quale non credo però abbia mai approfittato per catturare poltrone, meno invece convince quel suo cadere in deliquio di fronte a un politico mediocre e affarista come Berlusconi, quel suo definirlo "cristiano".
O forse voleva dire che l'opposizione, col suo demonizzare l'avversario, porta acqua al suo mulino. In questo caso Franceschini &C non potranno dire di non essere stati avvertiti...
(Giovanni Meriana)

Posted by Eleana at 08:29 | Comments (0)

Carceri - Edilizia penitenziaria corsi e ricorsi

“Nell’Inghilterra del Settecento le prigioni scarseggiavano… Le autorità parlavano continuamente del bisogno di nuove prigioni, approvavano leggi, ma all’atto pratico non succedeva nulla. Gli inglesi quindi non ampliarono le loro prigioni, e nel 1776 trovarono un compromesso… Il Tamigi e i porti dell’Inghilterra meridionale erano pieni di vecchie navi in disarmo, ex vascelli di guerra o per il trasporto delle truppe, senza più alberi e attrezzatura e con il fasciame corroso, ma ancora in grado di stare a galla e quindi in teoria abitabili…

Ma… verso la fine del decennio 1780 – 1790 il numero dei carcerati già aumentava di 1000 all’anno, aggravando non solo il problema della sicurezza, ma anche quello del tifo, ormai endemico. Era chiaro che si doveva tornare alla deportazione, ma in quali terre? La scelta delle autorità cadde infine sull’Australia, il punto meno immaginabile della terra, solo una volta toccato da uomini bianchi…” (*)
Soluzione arcaica, quella delle navi carceri, sepolta dal suo fallimento già a fine ‘700… e invece ecco che rispunta nel "piano straordinario di edilizia penitenziaria" presentato al ministro Alfano dal direttore del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria Franco Ionta.
Copiate le prigioni galleggianti, sarà molto difficile copiare la soluzione al loro fallimento: il mondo si è ristretto, e ormai non c’è a disposizione più nemmeno l’Australia per una bella deportazione. (*) Robert Hughes – La riva fatale (Adelphi)
(Paola Pierantoni)

Posted by Eleana at 08:22 | Comments (0)

6 Maggio 2009

Ricordo - Carlo Mereta professore

A Pasqua è morto e mio figlio sembra essersene fatto una ragione. E’ strano come i ragazzi reagiscono agli eventi della vita. E non tutti in maniera uguale. Ma, sia come sia, lui è stato sollevato da questa notizia come da un’onda. C’è stato sopra senza farsi affondare. Mi sono chiesta se fingesse e se il suo dolore fosse, in una qualche maniera, schermato o nascosto dall’incapacità di “gestirlo”. Poi ho capito che lui, ed i suoi compagni erano in grado, molto più di noi adulti, di trovare un luogo preciso per la loro perdita.

Parlare di Carlo Mereta insegnante di lettere alla Scuola Media Don Milani è un atto dovuto. Che la sua scuola abbia perso “qualcuno” lo hanno scritto le cronache dei giornali e i blog che in occasione della sua morte hanno rilanciato i post di genitori e alunni. Trattenere qualcosa del legame che Mereta aveva con i ragazzi potrebbe essere uno spunto per chi resta. Primo fra tutti il livello al quale lui era in grado di allinearsi per avvicinare gli alunni. La percezione nitida la si poteva avere dal racconto dei ragazzi. “Lui pensava che non bisogna minacciare i bambini. Quando c’era qualcuno che non andava bene, non gli metteva una crocetta o lo portava dal preside, lo invitava a fermarsi a parlare: succede qualcosa? perché fai così? Hai dei problemi in famiglia?”.
L'entusiasmo viveva nelle sue lezioni, si studiassero i classici, o la grammatica, o si vedessero film. Le materie scolastiche e umane si potevano incontrare. Non era necessario esserci. Bastava guardare le facce dei propri figli per accorgersene. Mereta pareva poter riempire i vuoti anche di noi genitori. Mio figlio con lui ha visto “I quattrocento colpi” di Truffaut. Gli è piaciuto tantissimo. Lo abbiamo rivisto insieme, e inseguito il significato della traduzione del titolo dall’italiano al francese e ne siamo venuti a capo troppo tardi. Mio figlio non ha avuto modo di dirglielo perché il Prof era assente per malattia già da un mese. Comunque Faire les quatre cents coups vuol dire fare il diavolo a quattro. Scriverlo fissa la scoperta nell’istante in cui l’ho detto a mio figlio. Ricordarlo serve per trattenere lo stupore che ho provato quando mio figlio mi ha detto che Truffaut è un genio.
Ecco che cosa ci ha lasciato Mereta. Di questi tempi, un capitale.
(Giovanna Profumo)

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Cultura - Biblioteca civica ma non pubblica

Nelle ultime settimane a Savona si è parlato molto di cultura, in particolare per due eventi: l’esposizione al Priamar del quadro di Filippo Panseca raffigurante Berlusconi e la Carfagna desnudi (La Repubblica 19 aprile ’09) e - decisamente più interessante - le dichiarazioni sulla stampa locale dell’assessore Molteni e del sindaco sul lavoro svolto dalla amministrazione appunto in ambito culturale (La Stampa 19 aprile ’09). Va riconosciuto: a Savona la giunta Berruti ha investito nella cultura riuscendo a muovere le acque stagnanti della vita locale: basti pensare alle rassegne estive, alla vitalità della pinacoteca civica, ai molteplici incontri, presentazioni e mostre proposti.

C’è però un settore in cui l’attuale amministrazione ha dimostrato una inspiegabile insensibilità: la biblioteca. Savona – al contrario della quasi totalità dei capoluoghi di provincia italiani – non possiede ancora una biblioteca moderna, accessibile, a scaffale aperto, cap ace anch’essa di promuovere iniziative; una biblioteca operante nello spirito della public library, vale a dire una struttura emanazione della comunità locale, al servizio di tutti i cittadini. E sembra di capire che l’amministrazione – a parte qualche timida proposta, qualche dichiarazione sospettosamente elettoralistica – neppure abbia intenzione di provvedervi. Nessuno pretende una biblioteca come la “S. Giovanni” di Pesaro o la “Renato Fucini” di Empoli, ma quella che c’è con 150.000 libri totalmente a scaffale chiuso, senza una vera sala periodici, senza una sala multimediale, con il catalogo solo parzialmente informatizzato, abbarbicata su un cocuzzolo dove si accede solo percorrendo una strada privata con il cui proprietario il Comune ha ingaggiato – sempre uscendone sconfitto – una ventennale guerra legale, non si può dire che incentivi alla lettura. E nella formazione culturale di ciascuno di noi – piaccia o meno – il libro, la lettura, hanno ancora un ruolo fondamentale. Perché allora tanto disinteresse da parte della giunta? Probabilmente perché anche a Savona - come altrove - la cultura è intesa piuttosto come evento (meglio se mediatico); occasioni di grande partecipazione e specialmente di forte visibilità. Gli impegni di “lunga durata”, non clamorosi e senza immediati ritorni politici, non entrano nelle agende degli amministratori. Le persone che assistono a un concerto o fanno la fila per vedere una mostra si vedono, fanno notizia, vanno sul giornale; fanno e sono cultura. Le persone che studiano in biblioteca o quelle che vi prendono un libro a prestito che poi leggeranno a casa invece non le vede nessuno, nessuno ne parla. Ma che cultura è?
(Marco Bellonotto)

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Etichetta - Io, tu, lei, noi, voi, loro

Trascuriamo i negozi e i locali trendy dove il tu viene elargito d’obbligo a chiunque ne varchi la soglia, ma in luoghi più tradizionali quasi fatalmente il gentile impiegato allo sportello o il cortese commerciante dietro l banco, pur mantenendo magari la stessa disponibilità e cortesia, passano subitaneamente dal “lei” al “tu” quando il cliente che si trovano davanti è un immigrato.

La cosa, più volte sollevata in conversazioni varie, riceve sempre la stessa risposta: è il modo più facile e naturale per comunicare, infatti sono gli stessi immigrati, per primi, ad usare il tu. La spiegazione si presenta logica e credibile, ma non supera la prova dell’ascensore. Nel palazzo dove abito la metà almeno dei numerosi inquilini è straniera. Molti appartamenti sono in affitto, ed il turn over è abbastanza elevato, quindi in sei anni mi è capitato di raccogliere un campione abbastanza ricco di interazioni in ascensore, la cui sintesi è che quando ci si rivolge al compagno/a di viaggio chiedendo “Lei a che piano va?” la risposta, nella maggioranza dei casi è: “Io al settimo, e lei?”. Certamente, capita anche l’immigrato arrivato da poco, che articola in italiano poche parole essenziali, e che non usa né il “lei”, né altro. Ma alla maggioranza che al “lei” risponde col “lei”, e che quindi distingue benissimo le due forme, nelle proprie interazioni quotidiane tocca subire un incalcolabile numero di volte la svalutazione implicita nell’uso differenziale del pronome colloquiale. Per capire come non si tratti di un fatto marginale o neutro basterebbe osservare il lampeggiare dello sguardo di qualche giovane immigrato o immigrata di seconda generazione, quando ha la pazienza di raccontarti qualcuno degli episodi che ha diligentemente e indelebilmente annotato.
(Paola Pierantoni)

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29 Aprile 2009

25 aprile - Contro l’abuso consigli (di un bibliotecario) per l’uso

Con l’approssimarsi del 25 aprile e il riproporsi di celebrazioni sempre più stanche, di moniti sempre più categorici («Ricordate!») e polemiche astiose sullo scampato pericolo di dittature bolsceviche all’ombra di San Pietro, il bibliotecario consiglia di far da soli e leggere (o rileggere) qualche buon libro. A suggerire libri si rischia sempre di essere pedanti. D’accordo: non è il compito precipuo del bibliotecario ma, anche se fosse, che male c’è a segnalare –tanto per fare un esempio - Memoria della Resistenza di Mario Spinella o Diari di un partigiano ebreo di Emanuele Artom?

Libri ce ne sono tanti, anche dimenticati, e qui il bibliotecario potrebbe offrire qualche ragguaglio (rivolgendosi al lettore: «lascerei perdere i libri di Petacco… provi a leggere L’ombra della guerra di Guido Crainz»). Dalla frequentazione di simili testi, con un po’ di attenzione e pazienza, si possono ottenere benefici effetti (naturalmente le letture possono prolunga rsi anche oltre il periodo più strettamente celebrativo). Non si propone al lettore di rifugiarsi in una stanza tutta per sé, sottraendosi a manifestazioni o dibattiti, ma di viverli in modo più consapevole. Potrebbe acquisire, per esempio, la consapevolezza che i comunisti, i tanto vituperati servi di Mosca, furono comunque quelli che diedero un contributo fondamentale alla lotta di Liberazione, sempre in prima linea (lo ricordava Luigi Meneghello, uno che comunista non era ma di Resistenza si intendeva, ne ha scritto – “I piccoli maestri” - e l’aveva pure fatta). Qualche buon libro servirà a nutrire i dubbi del lettore occasionale quando gli capitasse di sentire, dal palco dell’oratore di turno, rievocare il compatto contributo all’antifascismo di tutto il popolo italiano o elogiare l’unità ferrea del movimento partigiano.
Tutto ciò senza nulla togliere alla lotta partigiana perché – piaccia o no – come ha scritto Gianfranco Pasquino «i valori della Resistenza, troppo spesso edulcorati e imbalsamati nelle commemorazioni ufficiali, sono gli unici che fondano la Repubblica, che consentono di tenere insieme la storia e la memoria di questo paese, che costituiscono un progetto di cambiamento». Meglio ricordarsene visto che non ne abbiamo altri.
(Marco Bellonotto)

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Sicurezza - Il Pd tra Minniti e Touadi

16 aprile 2009, Salone di rappresentanza di Palazzo Tursi, dibattito organizzato dal PD genovese: “La sicurezza è tutela dei diritti di tutti”.
Primo relatore, il ministro-ombra (Interno) del PD, Minniti, rivendica la sicurezza come monopolio dello Stato e afferma che la via maestra per garantirla passa attraverso l'aumento dei fondi alle forze di polizia, che ha sofferto tagli pesantissimi dal governo. Le norme del ddl 733 non hanno sortito l'effetto di porre freno alla violenza- afferma il politico-così come la soluzione di portare l'esercito nelle città. “Combattere i clandestini”, tra i propositi elencati da Minniti, “distinguere chi delinque e chi no, la badante dallo stupratore”.

Grande rilievo dato anche a soluzioni urbanistiche: tra gli strumenti per garantire più sicurezza nelle strade, quindi, mezzi alla polizia, maggiore illuminazione delle piazze, più attenzione all'urbanistica, in modo da creare un territorio vissuto.
All'esposizione di Minniti seguono una serie di interventi della società civile, operatori del sociale, italiani e stranieri ( a riprova che la presenza straniera non si riduce alla dicotomia badante/stupratore). Rappresentanti di associazioni come CGIL, CISL, Comunità islamica Genova, ARCI, Ordine dei medici, Genova, Comunità S.Egidio, FIOPSD (Federazione Italiana degli Organismi per le Persone Senza Dimora ), SILP (Sindacato Italiano Lavoratori Polizia), Centro Studi Medì, Coord. Donne Latino Americane.
Tutti i prendono spunto dalle parole di Minniti, polemizzando, in alcuni casi, cambiando totalemente il fuoco. C'è chi ricorda, insieme alle vittime del terremoto, anche le migliaia di morti che giacciono in fondo al Mediterraneo e chiede, genericamente, al PD “Potevate abrogare la Bossi-Fini quando eravate al governo. Come mai non lo avete fatto?”, chi interviene sul linguaggio e sull'uso del termine “clandestini”, chi ricorda i diritti elusi, come l'iscrizione all'anagrafe dei figli dei clandestini,. Viene trattato il tema della sicurezza sul lavoro, sempre meno protetta dalla legge a causa delle nuove norme sugli appalti che negano la responsabilità dell'azienda appaltatrice.
Chi opera nel sociale è concorde nell'affermare che i clandestini non sono criminali e non vanno combattuti, che conducono una vita terribile dalla quale sono impossibilitati ad uscire, e che il mancato rispetto di diritti quali la libertà di culto e la possibilità di sviluppare un'identità multipla creerà seconde generazioni arrabbiate. Unanime la richiesta, da parte della società civile, di una risposta diversa alla questione sicurezza, ossia sul terreno relazionale, con un grosso investimento nel sociale.
A chiudere il dibattito, riunendo le istanze della politica e quelle della società, l'intervento di Jean L. Touadi, deputato del PD attualmente alla Commissione Giustizia.
“Si tratta di riempire la parola sicurezza di nuovi contenuti”, esordisce, per affermare, da una parte, l'importanza della legalità come fondamento della convivenza, dall'altro l'inviolabilità dei diritti umani, che sono connaturati all'uomo e non “gentile concessione”. Touadi elenca, richiamando il Manifesto di Saragozza, le condizioni da creare per garantire la sicurezza: decoro urbano, ma anche capacità di mediazione sociale, educazione alla legalità, cultura. “La società rifiuta pervicacemente di riconoscere il mutamento”, afferma Touadì, ma le paure non vanno stigmatizzate, bensì ad esse di devono dare risposte razionali.
I cittadini sono in attesa.
(Eleana Marullo)

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25 Marzo 2009

Moschea, un gruppo di fedeli si interroga

Vogliamo per un momento ragionare insieme e valutare le premesse e le conseguenze dei nostri atteggiamenti? Proviamo a metterci nei panni degli altri. Quanta pazienza avremmo noi se ci impedissero di avere una chiesa o, parliamo in termini non confessionali – un luogo pubblico in cui essere noi stessi ed esprimere la nostra più intima realtà? Saremmo capaci di renderci disponibili al cambiamento quando un nostro progetto, che aveva - da un punto di vista urbanistico - la possibilità concreta di essere approvato, fosse rinviato sine die, quando ci venisse proposta prima una zona, poi un’altra, con continui rinvii, offrendoci la chiara sensazione di essere giudicati tutti delinquenti in ragione della nostra identità?

E’ una concezione simile a quella di Hitler che additava come nemici dell’uomo gli ebrei, tutti, in ragione della loro “razza”. Capita anche a noi, del resto, di esser considerati mafiosi solo perché italiani.
In quasi tutti i paesi musulmani ci sono chiese, istituti e, spesso, prestigiose scuole gestite da cristiani. Vogliamo allinearci a quei pochi paesi più retrivi? Talvolta gli islamici hanno garantito la convivenza tra cristiani al punto che, paradossalmente, le chiavi della Basilica del Santo Sepolcro a Gerusalemme sono affidate, da secoli, ad una famiglia musulmana, perché i cristiani litigano tra di loro, come abbiamo visto recentemente alla televisione.
Nei periodi in cui c’è stata una grande capacità di convivenza ci sono state grandi conquiste culturali nel campo della matematica, filosofia, astronomia, nella conoscenza della cultura greca, ecc. La Spagna dell’inizio del secondo millennio, la Sicilia di Federico II, l’India del Nord nel periodo precedente la colonizzazione britannica ne sono un esempio ed ancora oggi risplendono le architetture moresche, le decorazioni a finissimi disegni, i giardini e le fontane. Sono proprio queste le zone che i turisti frequentano. Per non parlare, poi, di quanto gli Stati Uniti siano cresciuti in ragione proprio delle diversità degli immigrati, tra cui, inizialmente malvisti, gli italiani.
Nel Medioevo la Repubblica di Genova si preoccupava di offrire agli schiavi musulmani i necessari luoghi di culto e permetteva che avessero il tempo di recarvisi a pregare. La nostra Costituzione agli art. 8 e 19 riconosce la libertà di culto. Vogliamo tornare ad una “civiltà” pre-medievale, anzi pre-cristiana? Se gli scopi dei frequentatori della futura moschea fossero altri e cioè contrari alla legge, spetta alla autorità dello Stato controllare, prevenire o reprimere. Si dice che la moschea costituirebbe un pericolo perché favorirebbe i “collegamenti” fra gli immigrati allo scopo di commettere reati, ma non è più pericoloso che tali eventuali collegamenti avvengano in zone meno controllabili? Non dimentichiamo che gli immigrati abitano molto vicini tra loro, quasi in ghetti: è molto facile trovare il modo di accordarsi per delinquere, senza bisogno di ricorrere alla moschea. Non dimentichiamo invece che i responsabili delle comunità islamiche di Genova hanno promesso per tutti libero accesso alla moschea e hanno previsto che i discorsi di commento siano pronunciati in italiano: non la preghiera coranica in senso stretto che deve esser recitata in arabo, anche da chi non lo capisce (così come avveniva per i cattolici prima del Concilio, quando le preghiere liturgiche erano in latino).
Per contestare la moschea si utilizzano ragionamenti apparentemente logici, ma legati più che altro alla paura alimentata ad arte da una propaganda che fa leva sull’istinto: ben noto sistema che in tutte le epoche ha portato a nascondere i problemi veramente urgenti dei vari governi, caricando sugli “altri”, sui “diversi” di turno le difficoltà politiche e/o economiche. Tuttavia c’è un fatto ancora più grave: la contestazione mira anche ad offendere, non ragiona neanche più: prova ne sia che vengono esibiti salami e maiali con l’evidente intento di umiliare chi, per ragioni religiose, si astiene dal mangiare carne suina.
Per concludere: la situazione ci fa paura, ma per una ragione opposta: abbiamo paura del crescere di questa tensione razzista e del rischio che questo comporta, come ben ricorda un noto proverbio: chi semina vento raccoglie tempesta. Gli islamici sono ormai numerosi tra noi: non è più lungimirante chi cerca di offrire amicizia piuttosto di chi vuole lo scontro?
(Virgilio Canepa, a nome di un gruppo di fedeli di Religioni diverse impegnati nel dialogo interreligioso, aderenti alla "Conferenza Mondiale delle Religioni per la Pace - W.C.R.P.")

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18 Marzo 2009

Teatro di strada - "L'uomo Costituzione" di Torino

Verso le nove e trenta di sera, camminando per Torino, si sente in lontananza una voce che scandisce un testo. Le parole sono lontane, confuse, non si capisce di cosa si tratti. Poi si viene in vista di un signore seduto su un gradino: ha un paio di cuffie e una antenna sulla testa, un cappello posato vicino a raccogliere soldi, un finto microfono: sembra un tipo un po’ sballato. Intorno, nel grande spazio di un viale deserto, una decina di persone, alcune sedute per terra, altre in piedi, tutte attente. Le parole ora si capiscono bene: si tratta del testo della Costituzione Italiana, pronunciato integralmente, dalla prima parola all’ultima. Ogni tanto una breve esitazione, una interruzione: è come se all’uomo che le pronuncia le parole arrivassero da lontano, attraverso l’antenna che porta sul capo, e qualche disturbo nel segnale producesse un intoppo: allora con la mano sistema un poco l’antenna e riprende. Pare di essere in una scena di Farenheit 4 51, lì gli uomini libro, qui l’uomo “Costituzione”. L’emozione che arriva da tutta la scena viaggia sul crinale tra sconforto e speranza.
L’uomo con l’antenna in testa non è uno sballato, si chiama Marco Gobetti, artista che nel 2006 ha creato il “Teatro Stabile di Strada”. Molti i riferimenti su internet. Vi segnaliamo quello del sito dell’artista: http://nuke.teatrostabiledistrada.org/
(Paola Pierantoni)

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11 Marzo 2009

8 marzo - Il corpo delle donne

Quest’anno l’8 marzo è trascorso all’insegna degli stupri. Non donne che riempiono pagine ed affollano piazze per suggerire una trasformazione del mondo, ma pagine riempite da notizie di cronaca, statistiche, dichiarazioni, con le donne in difensiva contro una violenza materiale, ideologica e politica che le accerchia e le inchioda ad una condizione che si vorrebbe immutabile: una violenza che, indipendentemente dalle forme in cui si esprime, si basa sul considerare il corpo della donna un mero oggetto.

Includo in questa violenza la frase di Berlusconi che di Eluana disse “… potrebbe anche avere un figlio”.
Includo in questa violenza la scomunica pronunciata dall’arcivescovo di Olinda e Recife, don Jose' Cardoso Sobrinho, contro i medici e la madre che avevano permesso l’aborto di una bambina di 9 anni che aspettava due gemelli a seguito delle violenze subite dal patrigno da quando, di anni, ne aveva sei.
Adriano Sofri in un bellissimo articolo su "La Domenica" di Repubblica dell’8 marzo dice “c’è una tale guerra di uomini, civili e barbari, che bastonano, e sfregiano e ammazzano donne per amore…”. Siamo sempre lì, alla guerra di uomini e tra uomini, con le donne in mezzo, merce di scambio, relazione, confronto. Ultima produzione nostrana, le ronde a proposito delle quali ancora Sofri dice “gli uomini (bianchi) si armano per castigare la foia profanatrice degli uomini (di colore). Il linciaggio serviva a quello. Anche le ronde: regolate, per carità, solo pensionati apolitici delle forze dell’ordine. Non scandalizzatevi: tra il linciaggio e le ronde c’è un legame tanto più sottile quanto più rivelatore”.
Per tutto quanto precede ritengo che il concerto per l’8 marzo offerto gratuitamente al pubblico dalla Fondazione Carlo Felice abbia di fatto assunto il significato di un atto politico: in un ruolo consacrato come l’emblema del potere direttivo maschile, corredato da una infinita iconografia di gesti imperativi e virili, sul podio questa volta c’era un corpo di donna. Non è solo il fatto anagrafico a contare, cioè che a dirigere ci fosse una giovane donna, Inma Shara (http://en.wikipedia.org/wiki/Inma_Shara), ma il fatto che era del tutto femminile ciò che quel corpo faceva, il fatto che non ci fosse nella direttrice nessun adeguamento alla modalità gestuale consolidata dai secoli trascorsi.
Il suo era un corpo danzante, diverso. Con l’orchestra che rispondeva alla perfezione.
(Paola Pierantoni)

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25 Febbraio 2009

Libri - Economia canaglia

Il regalo di un amico che ha vissuto molto tempo a Shanghai mi fa conoscere un libro (Loretta Napoleoni, “Economia canaglia”, Il Saggiatore) che vale la pena di conservare nella propria libreria. E’ l’ultima fatica di Loretta Napoleoni, una denuncia sullo stato dell’economia del nostro tempo, raccontata nei suoi risolvi più torbidi. Il racconto spazia dalla caduta del muro di Berlino fino al mondo virtuale dei giochi su internet e la finanza mondiale, passando attraverso tutti gli argomenti che ritroviamo a macchia di leopardo nei telegiornali, nelle conferenze, sui giornali, o che anche non troviamo affatto nell’informazione di stato che ci caratterizza oggi.

Un’opera completa ma non riassuntiva, duecentocinquanta pagine (di cui nove di sola bibliografia) di fatti, analisi, informazioni. Si resta talvolta colpiti dalla differente interpretazione di fatti che, quando analizzati con la competenza di chi conosce il funzionamento del “tutto”, forniscono una chiave di lettura opposta rispetto a quella scontata e superficiale, di primo pelo: ad esempio l’opera di Bono degli U2 sul condono del debito pubblico di alcuni stati africani è stata un’arma a doppio taglio e si è rivelata alla fine solo utile per rifinanziare gruppi di potere e guerre locali, quando sarebbe stato molto più utile ridurre i dazi di importazione dei prodotti “puliti” della loro economia, innescando così un circolo virtuoso di scambio commerciale dall’Africa verso l’Europa. Però in un sistema europeo basato sul sostegno di stato all’agricoltura, tanto osteggiato dagli USA, questa operazione avrebbe sconvolto i sottili equilibri dell’economia del vecchio continente, non certo basata sull’etica. Oppure che dietro la scatoletta di tonno a prezzo scontatissimo si cela il lavoro di pescatori di frodo cinesi che lavorano con turni di tre anni a bordo di pescherecci fantasma che non toccano mai terra e che sono lasciati affondare senza soccorso in caso di naufragio. Con la candida Spagna dei diritti di tutti che alle isole Canarie chiude un occhio per consentire l’immissione di questo pesce nei mercati puliti della Unione Europea.
Il libro è suddiviso in 12 capitoli: la prostituzione dell’Est Europa e le nuove schiave, il problema della caduta del comunismo, la fine della politica, il fattore Cina e lo squilibrio economico derivante, le falsità dei regimi dittatoriali e dell’allarme terrorismo islamico, come funziona il mercato internazionale oggi, il mondo virtuale in internet con il suo bagaglio di nuovi pirati e problemi, il problema della pesca di frodo che alimenta le nostre tavole, l’illusionismo come metodo di comando, la mitologia dello stato mercato, la forza della globalizzazione, il tribalismo economico con la sharia e il califfato d’oro prossimo a venire.
L’autrice è italiana, vive a Londra, ed è tra i massimi esperti mondiali di terrorismo e di economia internazionale, consulente delle principali emittenti televisive e di molti giornali di varia nazionalità. Una buona occasione per il lettore di cambiare la propria visione del mondo.
(Stefano De Pietro)

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18 Febbraio 2009

Trailers - Quando il pubblico vuole ridere

Disorientata dalla totale incongruenza del film “Home” di Ursula Meier con quel che ricordavo del suo trailer visto qualche sera prima in una sala cinematografica, sono andata a rivedermelo su You Tube: non mi ero sbagliata. Le sequenze proposte dal trailer sono tutte buffe ed allegre, situazioni un po’ surreali di una famigliola che affronta scherzando con filosofia le complicazioni e i disagi del vivere in una casa confinante con una trafficatissima autostrada. I titoli di critica che intervallano le immagini ne confermano il carattere di commedia leggera e spensierata: “geniale”, “da non perdere”, “90 minuti di puro divertimento”.

Il film invece è drammatico, angosciante, pessimista. La famigliola che ne è protagonista si è costruita con fatica e sacrifici una casa nella aperta campagna, ma il giardino è adiacente ad un tracciato di autostrada dimenticato. Il rischio che prima o poi venga aperto è totalmente rimosso dalla madre, e la vita scorre in apparente letizia e armonia, anche se alcuni tratti di disagio già traspaiono nei comportamenti dei genitori e dei tre figli: un bambino sugli otto anni, una ragazzina adolescente, ed una ventenne. Quando l’autostrada alla fine viene aperta e tutti vengono gettati nell’inferno del rumore e del traffico, la famiglia va in pezzi, e precipita gradualmente in una follia di gruppo da cui si sottrae, grazie alla sua totale anaffettività, solo la figlia più grande.
E il pubblico? In perfetta sintonia con la negazione della realtà che è al fondo del dramma rappresentato dal film, un gruppo di giovani spettatori, si aggrappa ostinatamente alla falsa promessa di svago e letizia del trailer, e continua a ridere anche quando la situazione sullo schermo precipita in patologie da brivido.
(Paola Pierantoni)

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Enzo Costa - Il merito di farla breve

Come interpretare una politica sempre più ridotta ad annunci o semplici spot? Come sottrarsi a una informazione politica sempre più appiattita sulle sue manifestazioni spettacolari? E come riuscirci, oggi, in un paese costretto – per dirla con Scalfari - a riflettersi in uno specchio sempre più frammentato e sconnesso? Enzo Costa ci prova ormai da alcuni anni, ogni giorno, sulla prima pagina de Il Lavoro, le pagine genovesi di Repubblica. “Il Lanternino” - è il titolo del suo spazio – è la prova di come siano sufficienti spirito di osservazione e poche righe (o pochi frammenti dello specchio di cui ha scritto Scalfari) per capire fatti e personaggi del groviglio politico in cui siamo immersi. Per “Il Lanternino” sono i particolari che contano; e per capire bastano e avanzano. Leggerlo per convincersene.

“Farla breve”, da poco in libreria (Fratelli Frilli editori, 2009, euro 6,00) (*) è il titolo della seconda raccolta dei “lanternini” di Enzo Costa, un piccolo manuale di storia e , nello stesso tempo, un saggio di antropologia politica. Tra i protagonisti e le comparse della scena pubblica (politica, società, cultura), Enzo ha le sue preferenze. Oltre le fonti primarie della sua ispirazione – Berlusconi, Plinio, Biasotti, Monteleone, Enrico Musso, Baget Bozzo – sono molti i personaggi noti presi di mira. Delle affermazioni e dei proclami di ognuno Enzo non si limita a cogliere banalità o stupidaggine ma ne svela l’intima grettezza, la pericolosità politica.
Non solo ombre nei suoi “lanternini” ma anche riconoscimenti all’impegno democratico e alla qualità umana, professionale di tanti che danno il meglio di sé alla vita della comunità. Per fortuna!
“Farla Breve” diverte e fa riflettere. Ha ragione l’autore a sperare che la sua fatica si traduca in piacere di leggerlo.
(Oscar Itzcovich)

(*) La raccolta copre il periodo 2003-2008. La prima, “Lanternini per tutti”, sempre per i tipi dei Fratelli Frilli, copriva gli anni 2000-2002.

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28 Gennaio 2009

Galata - Una “Merica” ingannevole

Una visita alla mostra “La Merica! Da Genova a Ellis Island” in corso al museo Galata mi lascia scontenta e irritata, ma scorrendo commenti e recensioni su internet mi accorgo di essere completamente isolata: ovunque si parla di una grande mostra, che fa vivere una esperienza “diversa”, un allestimento “straordinario” che restituisce emozioni e suggestioni…
Appunto. Diciamo che non ho nessun desiderio di essere “suggestionata” da una mostra. Desidero piuttosto ricevere una nuova conoscenza: l’emozione dipenderà dalle informazioni che mi vengono offerte, da quanto sono collegate tra loro secondo un senso, da quanto efficacemente sono sfruttate le molte possibilità comunicative di cui oggi disponiamo: pannelli informativi, documenti originali, fotografie, video e documentari, registrazioni audio, computers …

La suggestione ambientale ricreata in questa mostra mi pare, piuttosto, un inganno, probabilmente anche piuttosto costoso: “una sezione di piroscafo, ricostruita sui piani originali del Galata Museo del Mare, lunga 15 metri, larga 8, alta 6: due piani di ricostruzione dettagliata che comprendono camerate maschili e femminili, bagni, cabine, Refettorio, prigione… la virtualità - già efficacemente applicata nel Galata Museo del Mare - permetterà di avere la sensazione e anche la visione di un piroscafo in viaggio, con le varie condizioni del mare e del giorno” Tutto questo permette davvero al visitatore di vivere una esperienza che lo avvicina a quella degli emigranti? Ma non scherziamo. In questi anni sono state organizzate mostre basate non sul racconto, ma sulla sperimentazione di condizioni esistenziali. Una, in particolare, va ricordata: quella in cui si doveva affrontare un percorso al buio totale, guidati da una persona non vedente. Una breve esperienza della cecità da dove le persone uscivano emotivamente scosse. Ma nel caso di “La Merica” siamo al parco divertimenti, infatti i bambini, giustamente, si divertono. Un allestimento “accattivante” è il mezzo per attirare un pubblico che altrimenti non verrebbe? Bene, ma non ha senso ricostruire nel dettaglio la mensa o la camerata e poi dare solo notizie generiche e banali. Non c’è una mappa che faccia vedere da quali paesi, da quali zone d’Italia, provenissero gli emigranti. Nulla sui paesi del nostro entroterra più colpiti dalla emigrazione, nulla sulle cause, sulle conseguenze per il territorio abbandonato, sulle ricadute economiche delle rimesse. Nulla su quel che poi fecero in America: tutto quel che viene detto è che la gran parte si fermò a New York, dove “fece vivere Little Italy”, mentre gli altri andarono un po’ a sud, un po’ a est e un po’ a ovest soprattutto a lavorare nelle fabbriche.
Solo a fine percorso si trovano una ventina di schede che raccontano altrettante storie. Per il resto le vite personali vengono rese nelle postazioni “multimediali” attraverso racconti scritti ex novo che assumono inesorabilmente il tono fasullo della storiella. Ascoltarli seduti su una cuccetta finto disfatta non migliora la situazione.
Il confronto con la dettagliatissima e – questa sì – emozionante documentazione documentaria ed iconografica del museo di Ellis Island è addirittura impietoso.
(Paola Pierantoni)

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21 Gennaio 2009

Bus/1 - A un amico che chiedeva

A un amico che chiedeva, a me cattolico del dissenso, cosa pensavo della propaganda ateistica sui bus genovesi, ho risposto più o meno così. Soldi gettati al vento: gli italiani sono in buona parte già atei. Aver privilegiato in questi anni l’avere sull’essere, mettere come si sta facendo l’uomo ben poggiato sulla pancia anziché sulla testa, l’aver propagandato il consumismo spinto ai massimi livelli da tutti i mezzi di comunicazione sociale, specie da quelli in mano a Mediaset, ha trasformato gli italiani in gente per la quale conta solo, il possedere, la comodità, l’arte raffinata di difendere il proprio orticello infischiandosene di quello degli altri, cioè di tutti. Di tutto questo gli italiani possono ringraziare Berlusconi e soci e non si capisce perché la gerarchia cattolica non l’abbia ancora capito. Può esservi posto per Dio in un mondo così fatto? Su un altro fronte ci ha provato il Comunismo, ma gli è andata meno bene, in quanto l’ideologi a aveva in seno anche gli anticorpi capaci di arginare la fede cieca nel materialismo ateo. E poi il Comunismo non è stata in certo modo l’Idea cristiana impazzita?

Gli artefici di questo nuovo ateismo strisciante, ma neanche troppo, hanno un bel dichiarare la loro fede nei valori etici del cattolicesimo, nelle radici cristiane dell’Europa. Evidentemente non conoscono, e comunque non gliene fregherebbe un bel niente, la pagina di Giovanni in cui si racconta come Gesù scacciò i mercanti dal tempio: …”Fattasi una frusta di funicelle, scacciò tutti dal tempio (…)disseminò il denaro dei cambiavalute, rovesciò i banchi e disse ai venditori di colombe: Portate via questa roba di qui e non fate della casa del Padre mio una casa di mercato. (Gv. 2 / 15-17). Le leggi che servivano per i loro comodi, i nuovi mercanti, se le sono fatte tutte e ora stanno pensando a un balzello da imporre ai più poveri dei poveri, quelli che priverebbero, se potessero, anche di un luogo dove preg are il Dio unico. “Ci penserà la recessione”, ha ribattuto il mio amico. “Non credo”, ho risposto. E’ probabile che in avvenire si consumi meno, che l’uomo cominci a capire che riporre la propria sicurezza solo nei beni della terra è una moneta che non paga, ma ormai il veleno ha fatto strada. E poi siamo così sicuri che la recessione economica non incattivisca gli animi, anziché elevarli verso qualcosa che trascenda la materia?”
(Giovanni Meriana)

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14 Gennaio 2009

don Prospero - Moschea? Neppure nel presepe

Sulla moschea nel presepe di don Prospero si sono espresse in questi giorni le più disparate opinioni. Non sono mancati quelli che non comprendendo niente di quel gesto, del quale è già stato spiegato il senso dall’interessato, si sono affrettati a scrivere che l’anno della fuga di Maometto (Egira) è il 622 d.C e perciò di moschee al momento della nascita di Gesù non c’era neppure il seme. Un falso storico, dunque. Altri, quelli che hanno paura dei diversi e tentano di diffonderla in tutti i modi nel mondo in cui vivono, hanno minacciato il finimondo. Di fronte a questo fantaterrorismo che cosa ha fatto la Curia? Invece che difendere una scelta coraggiosa e “diversa”, ha consigliato il sacerdote di togliere la moschea dal presepe. Così a Genova, vista l’esultanza di leghisti, fascisti, intolleranti e integralisti cattolici, il gesto della Curia sarà frainteso e passerà più facilmente l’idea che una moschea è inopportuna non solo nel presepe, ma anche nella città. Si affretti Marta Vincenzi a promuoverla, altrimenti si troverà le mani legate da un referendum obbligatorio per legge che priverà per sempre i fratelli musulmani (questo intendeva don Prospero) di un luogo di preghiera, come Costituzione prevede.
(Giovanni Meriana)

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Taranto - “Il bello e il brutto” … e il cattivo

Taranto, 11 novembre 2008. La foto qui accanto, “Il cancro della mia città”, è la vincitrice di una delle due sezioni del concorso fotografico “Il Bello e il Brutto”. Eleonora Borsci, l’autrice, così la presenta: “Domenica 3 agosto 2008, verso le 19.30, un'immensa nube di fumo nero si è riversata nel cielo tarantino dall'Ilva. Complice la mancanza totale di vento, il fumo nero come la pece si è ben distribuito su tutta la città, dall'isola della città vecchia fino a S. Vito. Perchè dobbiamo subire uno scempio del genere? Quando raderanno al suolo questo mostro? Quando smetteranno di morire le persone dei Tamburi?”. Nessun premio, ma la soddisfazione di vedere scelta la propria foto tra oltre 400 scattate anche da turisti italiani e stranieri. Tutte pubblicate sul Portale del turismo pugliese, perché il concorso è stato promosso dall’assessorato al Turismo della Regione. Un piccolo ma apprezzabile contributo istituzionale alla costruzione di un’immagine non fittizia del territorio. Possibile anche perché ad essa concorre una ampia rete di iniziative politiche, culturali e artistiche veicolate spesso su internet (siti, blog, forum, youtube, facebook).

Esemplare il caso della diossina raccontato sul sito di "Taranto sociale": un membro dell’associazione, preoccupato da notizie circa greggi che pascolavano nelle aree vicine alla zona industriale di Taranto, fece analizzare un formaggio che si procurava direttamente da un produttore locale. I risultati dell’analisi mostrarono una presenza di diossine che superavano largamente i limiti di legge, quindi l’ovvia denuncia alla Procura della Repubblica. Il resto è cronaca delle ultime settimane: 1700 pecore abbattute, la rovina di varie masserie circondanti la zona industriale, la triste conferma che Taranto è la città più inquinata di Italia. “La diossina viene in buona parte dai camini dell'Ilva”, lo dice l’Arpa, l’Agenzia regionale per la protezione ambientale. Il suo sito è al servizio del cittadino. Chi vi accede non rimpiange il modo in cui l’Arpa, svolgendo il suo lavoro istituzionale, spende i soldi pubblici.
Il 16 dicembre il consiglio regionale della Puglia ha approvato, con il voto di tre consiglieri del centrodestra, un disegno di legge che adotta il limite europeo per l’emissione di diossine fissato dal Protocollo di Aarhus. Un limite ampiamente superato dalle emissioni dell’Ilva (ben 27 volte!) che rientrano invece nei limiti consentiti dalla normativa nazionale vigente (vedi lettera del presidente di PeaceLink, Alessandro Marescotti, al Ministro dell’Ambiente). Qualcuno ha scritto “Cambia la storia d’Italia”. Più probabile che sia l’inizio di uno scontro istituzionale con il governo Berlusconi.
Di questo “laboratorio pugliese” già il 13 novembre 2008, La Gazzetta del Mezzogiorno anticipava alcuni risultati: “Dalle canzoni di Caparezza alle leggi di Nichi Vendola. La diossina dell’Ilva suscita clamore e mobilita artisti e politici”. E fa notare come a dare conto dei nefasti effetti della diossina abbia contribuito, oltre gli studi sull'ambiente, il testo di Caparezza «Vieni a ballare in Puglia». Una canzone appassionata e un omaggio alla verità: precisamente ciò di cui la politica ha bisogno (Vedi il video).
(Oscar Itzcovich)

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12 Novembre 2008

Culture nel tempo - Razzismo nell’era dell’iPod

In uno dei più famosi film di Méliès, il padre degli effetti speciali, la luna era rappresentata da un faccione sopra un fondale dipinto. Il razzo che vi atterrava lasciava il malcapitato pianeta con un occhio pesto: gli spettatori rimanevano piacevolmente stupiti per il trucco. Dire che la tecnologia si è sviluppata enormemente nel lasso di questi quasi cento anni è una tautologia. Ci aiuta e ci diverte. Ci salva la vita e ci dà da lavorare. Ci condiziona e ci rigenera. E’ una sorta di paradiso a portata di mano. Come l’Aleph di Borges tutto il mondo sta dentro, nuota e si sostanzia nella tecnologia.

E’ quello che mi dico anch’io ascoltando il filosofo Salvatore Veca ragionare sulla differenza nella sala del minor consiglio di Palazzo Ducale. Una sorta di squisito scioglilingua kantiano per dimostrare che le differenze non esistono, ce le costruiamo con la nostra identità.
Spero lo condivida anche il funzionario della Compagnia delle Opere che anziché sedersi nel posto libero che gli ho indicato si è accoccolato per terra al mio fianco e smanetta a più non posso sul suo blackberry d’ordinanza. Adesso il telefono con internet e posta elettronica ce l’hanno quasi tutti, anche quelli che lavorano nel Terzo settore, specie i dirigenti; glielo passa l’Associazione di promozione sociale, la Ong, la Onlus, per tenerli tutti “in rete” i propri quadri, dargli identità.
Certo è che alla faccia della rete che travalica i confini, è libera ed egualitaria, mai come ora le differenze sono state marcate e le identità sembrano rilanciarsi con sospetta ed allarmante vitalità. Le “classi ponte”, ad esempio, previste dalla legge di riforma della scuola, anche se ci sono stati dei distinguo e degli ammorbidimenti, dovrebbero difendere la supposta italianità dal rischio della promiscuità con le altre identità, quelle degli stranieri, nello specifico degli extracomunitari.
A parte lo schifo, la pensata didattica contenuta nel dl 133 è contro ogni logica razionale, direbbe Kant: quale sarebbe la fantomatica identità del bambino/adolescente italiano, del dodicenne come del sedicenne?
Il gol di Giardino in nazionale visto sul telefonino, le canzoni dei Tokio Hotel ascoltate in Mp3 sull’iPod, i palloni e le scarpe che portano il marchio multinazionale Nike, le merendine della Nestlè, i jeans strappati o decolorati, la play station giapponese, il totem assoluto dei consumi tra i giovani. Forse da noi si salva ancora la focaccia che i ragazzini continuano a mangiare. Chissà? a Torino sarà la stessa cosa coi gianduiotti, a Mantova con la torta brusca o la spianata in Toscana.
Ma al di là degli scherzi, una cosa comune, un senso di appartenenza, una fierezza intrinseca di essere (o voler essere) italiani quando mai ha attraversato gli spiriti delle ultime giovani generazioni?
E’ quello che cerco di dire alla mia allieva Mikaela che nel suo italiano stentatissimo mi chiede preoccupata perché c’è il razzismo mentre invece si potrebbe costruire una società migliore con la mescolanza delle razze.
E’ una ragazzina ma ha le idee più chiare di molti suoi compagni totalmente genovesi.
(Elio Rosati)

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5 Novembre 2008

Festival della scienza - La “verità” secondo Galimberti

“Platone non ha un particolare risentimento nei confronti del corpo. Semplicemente non è un luogo idoneo per pensare un pensiero oggettivo”. E ancora: “Cosa fa un bambino con un pennarello? Scrive, succhia, o lo caccia in un occhio al fratello. Questo genera ansia, in un mondo dove tutto deve essere determinato, che vuol dire terminato in un significato. Per un folle la porta che indichiamo può significare l’accesso all’inferno. Per me è una semplice porta”. “Platone i poeti li mette fuori perché non tengono fede alla determinazione del linguaggio. E con loro i sacerdoti, i retori, i sofisti perché ottengono il consenso su base emotiva”.
Chi ancora crede che i genovesi se ne stiano acquattati a casa senza stimoli doveva essere a Palazzo ducale la sera del 30 ottobre. Il Maggior Consiglio è pieno persone.

Tra il pubblico giovani e vecchi mescolati in giusta misura. Il tempo sfavorevolissimo non ha avuto la meglio sul desiderio di ascoltare Umberto Galimberti. Il titolo dell’incontro: “Oriente, preistoria dell’occidente” è un pretesto, perché in effetti qui si parla di verità. Di una ricerca che ha mosso, sin dalla filosofia greca, l’uomo occidentale. Una verità priva di spirito di contraddizione, scevra dalle sfumature e dalla concretezza del mondo orientale. “L’albero per noi è un albero, in oriente l’idea di albero ne racchiude l’infinità di tipi”.
Galimberti procede pacato e deciso. E arriva a Cartesio, Bacone, Galileo, alle qualità che devono essere quantità: “non più chiare, fresche, dolci acque, ma H2O” e ad una tecnica che pretende il massimo risultato con il minimo utilizzo di mezzi, che guarda all’uomo come ad un essere inadeguato e mira a costruire una macchina che prescinda dagli elementi antropologici. “Del nostro corpo non sappiamo più niente, tranne le sue descrizioni scientifiche: pressione, colesterolo . In ospedale siamo ripartiti a seconda dell’organo malato. E poi pretendiamo un trattamento umano. Che non è scientifico!”
Galimberti accenna ad “uno scenario che non si sarebbe sviluppato se non fosse intervenuto il cristianesimo.”In Eraclito l’uomo è ospite della natura e la morte dei singoli individui è la condizione della vita della natura”. “C’è la misura nei Greci, con l’ammonimento a non vantarsi e a non volere troppo, pena incredibile sciagura. Il cristianesimo dice: dominerai e non morirai e spiega che questa non è la vita vera. Quella viene dopo, con tutta l’apologia del dolore salvifico della quale la messa in scena della morte del papa è ottimo esempio. Socrate muore con eleganza e sobrietà. Dice: vi ho sempre insegnato a seguire le leggi, datemi la cicuta e non paliamone più!”
Galimberti coglie il sottile legame che unisce rivoluzione, cristianesimo e marxismo, un protendersi al futuro, cancellando passato e presente, procrastinando al poi la felicità dell’uomo. Ma individua anche la sconfitta, con la fine dell’ottimismo occidentale, con le categorie che “non fanno più mondo”. “Leggete la Gaia scienza di Nietzsche, dove il folle annuncia la morte di Dio” e aggiunge “anche la psicanalisi ha perso quota: l’uomo non indaga più se stesso”. L’ambito scientifico ha preso il posto della fede religiosa.
Alle letture di Medea e Giasone, davvero bellissime, il pubblico fugge alla spicciolata. Le ultime file si svuotano. Fuori non piove più.
(Giovanna Profumo)

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22 Ottobre 2008

Web 2.0 - Quando è vero soltanto ciò che vince

Se avete un profilo su Facebook, se leggete ed interagite con la nostra newsletter, se comprate su e-bay o partecipate ad un forum di cucina regionale, se scrivete un blog invece del diario segreto, siete approdati anche voi, magari senza saperlo, allo Web 2.0.
Si tratta, secondo la definizione di Wikipedia, di “uno stato di evoluzione di internet”, ovvero “l'insieme di tutte quelle applicazioni online che permettono uno spiccato livello di interazione sito-utente”. L'utente si sposta al centro dei servizi e dei contenuti, li modifica a proprio piacimento, ne influenza l'evoluzione, insomma, crea un mondo virtuale che rispecchi fedelmente le proprie preferenze e convinzioni.

Paese delle meraviglie o agghiacciante buco della memoria delle idee minoritarie? La deriva dello Web 2.0, o “web sociale”, si legge in un articolo di Carlini, è appunto la mancanza un confronto: “I social network rischiano di relegare i partecipanti delle singole community e di isolarli dagli stimoli di realtà diverse. Il paradosso del web sociale è la sua mancanza di pluralismo e di contraddittorio”.
Un caso concreto. Vi sarà certamente capitati durante qualche ricerca, una pagina inconfondibile profilata di verde, avatar sorridente, una domanda e tante risposte: si chiama Yahoo Answers ed è un servizio di social searching di Yahoo, attivo dal 2006, che permette di porre domande e di rispondere a quelle degli altri utenti, sugli argomenti più disparati. Yahoo Answers è stato definito da PC World come “uno dei migliori esempi di partecipazione da parte della community presenti nella Rete”. In realtà, molti in rete ne parlano come del peggio di internet.
Un sistema di premiazione dei partecipanti, sorto con l'intenzione di incentivare gli interventi, prevede che per porre domande o risposte sia necessario spendere da 2 a 5 punti. Chi ha posto la domanda può scegliere la migliore risposta: il vincitore si accredita dieci punti da spendere ponendo nuove domande e rispondendo. Le conseguenze del sistema, così come l'uso che viene fatto dello strumento, sono quanto meno opinabili: Yahoo Answers viene usata come contenitore delle domande più idiote e delle risposte più incompetenti. L'assenza di un'autorità fa sì che spesso vengano premiate e divulgate false verità, o meglio, opinioni condivise che non hanno neppure la necessità di essere vere. Si propagano rapidamente e si alimentano di consenso, per quanto siano idiote, insensate ed illogiche. Qualche esempio? Una delle sezioni più roventi è quella relativa all'immigrazione. Il tenore delle domande è il seguente “Se fossi rom avrei potuto avere anche io casa e sussidio?” “P erchè il mio datore di lavoro si rifiuta di assumere persone straniere?” “Quanto ci vorrà perchè le bombe carta diventino bombe vere?” “Quale la razza più aggressiva tra gli immigranti?””Sarà l'ora di chiudere le frontiere, ce ne sono già abbastanza?”.
Ogni “migliore risposta”, come prevedibile, segue in scia il tono della domanda e diventa, fatalmente, opinione di massa: “Certo che è vero, l'ho letto su Yahoo Answers”.
(Eleana Marullo)

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Gomorra - Letture esemplari

Cortile di Palazzo Ducale, giovedì 16 ottobre, all’ora del tè: un libro e molte facce in piedi raccolte attorno alle pagine. Fotografi e giornalisti riprendono pezzetti dell’anima del PD genovese, quella giovane di “generi e generazioni”. Ragazzi, e donne, e uomini di età diverse leggono stralci di storie, passandosi Gomorra come un testimone.
In prima fila una bimba delle elementari – cartella rosa con pupazzetti appesi alla cerniera – cerca lo sguardo di chi l’ha portata. E gli sorride. Rimane in piedi senza spazientirsi e ascolta. Ha un non so che di profondo negli occhi, una consapevolezza lucida, inadeguata all’età, alla cartella, alla fascia che le raccoglie i capelli. Qualcosa di molto diverso dallo sguardo avvilito dei presenti, lì per testimoniare la tragedia.

Ci si accorge che Gomorra è pezzo dei pezzi. Particolare agghiacciante di questo paese. Parola d’ordine per ciò che accade, striscione del manifestare pacato.
Michela Tassistro e Luca Romeo passano le pagine tra la gente: “chi vuole leggere?”. Le persone si mettono in fila. Microfono in una mano e fogli nell’altra. Un’ora piena di storie atroci. Niente da invidiare alla lettura della “bibbia giorno e notte”, proposta, una settima fa dalla Basilica di Santa Croce in Gerusalemme a Roma. Gomorra – ripreso da Radio Rai Tre con Fahrenheit – è il testamento laico dei presenti e di coloro che in altre città italiane lo leggono nelle piazze.
“Sai, pensavo che un buon titolo per una grande manifestazione, potesse essere Saviano l’Italia!” dice Italo Porcile. Già, sembra perfetto. Chissà che ne è stato. O chi se lo prenderà.
(Giovanna Profumo)

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8 Ottobre 2008

Cinema e verità

"Gomorra", il film di Matteo Garrone ispirato dal libro omonimo di Roberto Saviano, rappresenterà l’Italia sul red carpet di Los Angeles nella notte degli Oscar, categoria miglior film straniero. Da ex studente del Dams di Bologna non posso che congratularmi della scelta. Libro e film hanno avuto un lusinghiero successo: il libro ha superato il milione di copie, vendendo molto all’estero e il film ha vinto a Cannes il premio speciale della giuria.

Chi ha visto il film o letto il libro sa di che cosa si tratta. Viene perciò spontaneo ricordare come negli anni Cinquanta certe storie italiane, diciamo così, particolarmente riprovevoli e ributtanti (portate sullo schermo) trovassero la dura opposizione dei cattolici più intransigenti e di gran parte della Democrazia Cristiana. Non tutti sanno che Andreotti fu sottosegretario allo spettacolo e particolarmente rigido nello stigmatizzare i vari De Sica, Fellini, Antonioni, Rossellini. Non stava bene per il divo Giulio “buttare gli stracci fuori di casa nostra”. Ne andava di mezzo il prestigio internazionale, l’immagine dell’Italia, un paese che stava faticosamente riprendendo il cammino del progresso. Così accadde per "Ladri di biciclette" e "Umberto D." di De Sica, "Sciuscià" di Rossellini, "Salvatore Giuliano" di Rosi, per citarne solo alcuni dei tantissimi film che caddero sotto l’ira dei censori nazionali. Ebbero successo nonostante questo ma mostrare la miseria dell a gente di Aspromonte o la lotta quotidiana per la sopravvivenza dei pescatori siciliani, non venne mai considerato dalla buona borghesia motivo di orgoglio.
Rispetto a quei film a "Gomorra" manca l’ottimismo che, in fondo, quelle vecchie pellicole in bianco e nero ancora oggi testimoniano. Non solo per la denuncia, - che nel film di Garrone c’è - ma sopratutto per il contorno di verità sindacali e politiche come le lotte dei partiti della sinistra che quei film e il Neorealismo si portavano dietro. Sembrava che dallo schermo arrivassero parole di verità non solo le “solite denunce” da parte degli intellettuali di sinistra. Credo che tutti sappiano che l’Italia deve il suo nome nel mondo anche a quel cinema lì, di cinquant’anni fa.
Invece "Gomorra" racconta un incubo presente e distante al tempo stesso, senza un briciolo di ottimismo né per il futuro né per il presente. Tutto è marcio, tutto è dominato dal denaro e dalla violenza, Anzi il potere è violenza. Tutti rincorrono il potere ergo tutti usano la violenza. Come in autostrada tocca a tutti, superanti e superati.
Povero "Ladri di biciclette" quanto è stato tartassato, povero Fellini che alla prima, a Milano, della "Dolce vita" si prese pure gli sputi per l’amoralità della pellicola. I pescatori della “Terra trema” di Visconti o la "Gente di Po" di Antonioni in che rapporto stanno con gli abitanti di Scampia? Sono anche questi ultimi la conseguenza delle irrisolte arretratezze del paese Italia o testimoniano qualcos’altro?
Mi pare una domanda che gli uomini politici dovrebbero cominciare a porsi visto che “gli stracci” - come diceva Andreotti da sottosegretario - ricominciano a volare.
(Elio Rosati)

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1 Ottobre 2008

Milena Agus - Quando la fantasia sconfina nella realtà

Milena Agus sale sul palco timidamente e si siede accanto a Flavio Soriga, suo conterraneo. Scrittore come lei. Dondola le gambe come farebbe una bambina, in attesa della prima domanda, e guarda attenta il pubblico che è venuto nell’atrio di Palazzo Tursi la sera dell’8 settembre per sentirla parlare.

Tra le molte ricette per stare al mondo, la sua ha la leggerezza della fantasia e la scrittura come riparo. Il suo raccontarsi è di una sincerità disarmante. Parte da lontano la Agus, raccontando, di quando bambina e figlia unica, si era inventata il fratellino Marco. Personaggio talmente reale che la maestra, preoccupata per la lontananza del bambino in collegio, aveva invitato la madre ad occuparsene, riprendendolo a casa. “Avevo due famiglie fin da bambina”, ammette la scrittrice “una vera e una finta” ed aggiunge “ho sempre vissuto in un altro mondo. Adesso ho meno voglia di scappare. Sono più affezionata a questo mondo.” Se la fantasia sconfina nella realtà possono succedere cose strane come essere convinti che il brodo, trasparente e perfetto della mamma, si possa fare semplicemente mettendo l’acqua a bollire sul fuoco: “ho aspettato per ore che si trasformasse…”, “e quanti anni avevi quando ti è successo?”, “sedici anni”.
Nel suo passato le estati a Genova che “ha quello che io trovo sia la bellezza, un antico che è vecchio, una bellezza schiva che non si mette in mostra. E’ potente”, quindi il bisogno di leggere ogni tanto “Genova” di Caproni. “La conoscete?”, chiede entusiasta rivolta alla platea, accennando alcuni versi, “Genova è bellissima! Assomiglia a Cagliari!”, la sua città.
La scrittura è creare un mondo dove si va volentieri con “il gusto di far vedere tutta la durezza della vita, ma mettere uno spiraglio”. Del personaggio femminile di “Ali di babbo”, il suo ultimo romanzo, dice “mi ha dato una soddisfazione pazzesca che qualcuno si innamorasse di lei…Lo potevo far succedere solo io…”
Il pubblico ride quando la Agus - oltre che autrice, insegnante di liceo - spiega l’imbarazzo profondo dato dalla consapevolezza che i suoi libri possono essere letti dai suoi studenti. E si avverte che questo suo mondo non può essere compreso da tutti, anzi per alcuni è meglio tenersi distanti. Quindi quei libri sarebbe bello farli sparire subito.
E poi ammette: “I libri letti in questo periodo non sono quello che vorrei leggere, allora se non lo trovo, me lo faccio!”. Il prossimo romanzo è ancora un “imparaticcio…sapete come nei ricami quando si fanno le prove…”
(Giovanna Profumo)

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16 Luglio 2008

Eventi - E se la cultura si occupasse del presente?

"Evento": la politica affida i suoi messaggi agli "eventi"; dagli eventi si attende simpatia, riconoscimenti e, al momento opportuno, il voto.
Tra gli eventi uno dei più gettonati è l'annuncio di cosa diventerà Genova tra 2, 5, 10, 20 anni. Il futuro della città è stato annunciato in diverse conferenze stampa durante i mesi scorsi, ed ha avuto sui quotidiani uno spazio adeguato. Il futuro di tutto: mobilità urbana, edilizia, autostrade, ferrovia, mare, porto, "sicurezza", università. A maggio e giugno scorsi non c'è stato giorno senza l'annuncio di un pezzetto di futuro radioso. Con qualche contrattempo. Come il mercato di Bolzaneto, atteso per oltre 20 anni, che da mesi se ne sta lì illuminato a giorno, misteriosamente vuoto. O l'annuncio del supertreno che ci porterà in poche ore a Barcellona su una linea che al presente non ha ancora completato il suo raddoppio. Piccole incongruenze che non inficiano l'opportunità di affrontare seriamente la questione del futuro della città. Insomma ben vegano i piani. E ben vengano gli esperti dei vari problemi, che studiano, confrontano, disegnano scenari.

Alla politica il compito di indicare gli obiettivi e le risorse necessarie a realizzarli. E di trovare il sostegno dei cittadini ai suoi piani. Non può dirgli "fidatevi, state buoni e lasciateci lavorare". Deve spiegare cosa intende fare e come; deve restituire la complessità del suo impegno, la problematicità, gli ostacoli presenti e quelli probabili in futuro. E' un compito, una impresa culturale; la più importante per la città.
Eppure, nell'infinità di eventi, stati o annunciati in città per i prossimi mesi, questa è una impresa che risulta assente. O riservata al gruppetto degli addetti ai lavori di Urban Lab.
Peccato! Perchè il futuro - molto problematico - di una città di vecchi che progetta di rinnovarsi ha tutte le caratteristiche di un caso e quindi di una occasione culturale. Un tema da affrontare in pubblico con l'aiuto di studiosi chiamati non a diffondere slogan o certezze ma ad approfondire questioni serie e spesso complicate. Un tema che potrebbe diventare un appuntamento annuale a cui dare un respiro non solo cittadino. Città di anziani, saldo demografico negativo, immigrazione confinata alle attività povere o di servizio, risorse finanziarie private enormi, ceto politico tradizionale in affanno, risorse pubbliche dilapidate o abbandonate (il mare, ad esempio) all'incuria, un immobiliarismo aggressivo, Genova presenta problemi non facili da sciogliere - anche in presenza di proposte efficaci - senza una maturazione dei suoi problemi da parte dei cittadini.
Una consapevolezza che non può considerarsi acquisita con la campagna elettorale sia pure integrata dai periodici proclami sul futuro (roseo) che ci attende.
(Manlio Calegari)

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28 Maggio 2008

Prè - La “Coscienza di Zena” nella piazza dei truogoli

A Prè sabato 24 maggio c’è stata una novità.
L’associazione “La coscienza di Zena” aveva organizzato un evento “multiculturale” nella piazza dei Truogoli di santa Brigida: dibattito, musica di vario tipo, sfilata di moda etnica, ballo finale. Beh, quale è la novità? Cose già viste in varie salse da molti anni in qua… salvo due cose importanti rese possibili da come è stato organizzato l'evento: gli interventi degli immigrati (soprattutto donne) e il pubblico.

Chi prende in mano il microfono ora è italiano, parla l’italiano perfettamente, non ha più la timidezza e l’incertezza dei primi anni quando lo stato d’animo era di chi era appena entrato in casa d’altri. La nazione d’origine può essere l’Eritrea, il Marocco, la Nigeria o il Perù, ma lo sguardo e il giudizio è di chi qui ci vive da cittadino, e misura le discriminazioni che subiscono quelli che ora percorrono la strada che lui stesso ha fatto, o che hanno fatto il padre e la madre. Gli immigrati al microfono dicono le cose come stanno, avvertono: qui si stanno prendendo decisioni che porteranno sofferenza, molta sofferenza a molta gente. Si lasciano alle spalle il quadretto sterilizzato che prima di loro avevano tracciato la consigliera di parità e la dirigente della provincia che non avevano fatto alcun riferimento a quel che sta avvenendo in Italia in questi giorni. Hanno uno sguardo disincantato, hanno cultura, conoscono la realtà della nostra città, conoscono la polit ica.
Tra gli italiani di origine italiana l’unico che coglie nel segno è Marco Buemi, che parla di evoluzione etno-urbana e della necessità che la progettazione urbanistica della città guardi alle trasformazioni sociali che si svolgono al suo interno, preveda soluzioni che rendano possibile la comunicazione; avverte che gli spazi pubblici (piazze, strade, autobus) sono sempre più abbandonati dagli italiani, e che a loro volta gli stranieri li popolano secondo suddivisioni etniche…
La seconda vera novità della serata è stata proprio questa: la platea dell’evento era davvero mista. Se ne sono viste tante di iniziative per animare il centro storico e ogni volta il pubblico era quello strettamente di riferimento: etnico se si trattava di valorizzare le culture immigrate, italiano se si trattava di cantautori o di tradizioni genovesi. L’altra sera la sensazione è stata invece che ci fosse lì proprio un pezzo di quartiere, con quelli che ci abitano. Mista la gente che ha ascoltato il dibattito, mista quella che ha ascoltato la musica che andava da De Andrè alla Grecia, dal rock alla meravigliosa banda dei bambini della scuola Daneo, misto il pubblico della sfilata di abiti. Assenti, salvo chi doveva parlare, i rappresentanti delle istituzioni.
Il 21 maggio allo Zenzero, il confronto con Paolo Pissarello ed Anna Corsi su “Urban Lab” aveva solo sfiorato, a seguito di una domanda, il rapporto tra progettazione urbanistica della città e realtà sociale. Un buon tema per l’Urban Lab.
(Paola Pierantoni)

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21 Maggio 2008

Esposizioni - Perché rendere una scultura bidimensionale?

All’interno del Palazzo Reale a Milano è possibile ammirare una serie di statue di Canova che trovano il culmine nella famosissima Danzatrice, prestata dal museo di San Pietroburgo (http://www.scultura-italiana.com/Galleria/Canova%20Antonio/imagepages/image22.html). La statua è stata messa su una piattaforma girevole coniugando la necessità di tenerla vicina ad una parete con quella dei visitatori di ammirarla a tutto tondo. Penso sia questo il significato di una scultura, quello di uscire dalla bidimensionalità della tela dipinta o del muro affrescato offrendo una terza dimensione altrimenti solo immaginabile. Molti hanno cercato di trasportare questo concetto in pittura, dai quadri stereoscopici di Salvador Dalì alle più moderne opere dell’arte “da Biennale di Venezia”: così troviamo lattine ed altri oggetti incollati su tele dipinte per cercare in qual che modo di supplire alla mancanza di spazialità reale della pittura tradizionale.

Mentre guardavo questa bellissima mostra non ho potuto fare a meno di sentirmi fieramente genovese spiegando alla mia compagna di viaggio che a Genova si trova la “Maddalena pentita”, sempre di Canova, e che è una statua di rara bellezza non tanto per la precisione tecnica che forse è superiore in altre opere, ma e soprattutto per l’espressione di tutto il corpo, che si può godere da qualsiasi parte la si guardi, fino alle dita dei piedi, che sono così belle che viene voglia di massaggiarle come fossero vere: ed essendo una persona in posizione inginocchiata, le dita dei piedi si trovano dietro. Ecco, mi ritengo uno dei fortunati che potrà dire di aver visto le dita dei piedi della Maddalena di Canova, perché da oggi il nuovo allestimento l’ha chiusa in una nicchia ed è possibile vederla solo di fronte.
Infatti durante la “pochissimo” pubblicizzata Notte dei Musei 2008 scopro che la statua, che si trovava al Museo di Sant’Agostino, è stata spostata a Palazzo Bianco (o meglio nella sua dépendance a Tursi), al termine di un percorso espositivo esclusivamente pittorico con poche magnifiche esclusioni tra le quali la sala riservata ai tessuti e l’immancabile Cannone di Paganini. In effetti la collocazione al Museo di Sant’Agostino tendeva a tenere la bellissima opera al di fuori delle rotte commerciali dei turisti che affollano Genova in estate e quindi l’idea di base di spostarla in questa nuova collocazione è di per sé ottima. Non basta però l’intenzione, questa gaffe del curatore del museo non passerà inosservata a chi, spendendo il costo di un biglietto, si troverà di fronte una statua godibile solo per il 25% della sua bellezza: che ne dite di chiedere lo sconto del 75% all’ingresso?
(Stefano De Pietro)

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Mostre - Fino alla fine del mondo

Ci si arriva umidi e trafelati pensando che questa città, sull’orlo del tracollo, non abbia più niente da offrire. Niente di nuovo, s’intende, nel senso più ampio e profondo del termine, tranne qualche copia e incolla di bellezza, arte, cultura. Ed anche il titolo “Fino alla fine del mondo” sembra voler accompagnare il quadro di un cielo carico di pioggia. Sabato 17 maggio vernissage, recita il cartoncino. Interpreti una cinquantina di artisti, coordinati da Renata Soro.
In via San Luca 14, Galleria Ars Habitat (www.arshabitat.it), c’è un mondo di amici e pittori che si salutano e sulle scale aspettano che la folla defluisca per vedere con calma. “Fumo…c’è troppa gente”, “Caldo da morire…”.

Gli ombrelli si accatastano all’ingresso e dentro la sala i più annuiscono felici, come se avessero a che fare con qualcosa di bello e imprevedibile che può dar seguito ad altra bellezza. E in effetti siamo di fronte a qualcosa di speciale. Perché nei quadri, quelli che almeno si riescono a vedere tra un corpo e l’altro, c’è ricerca, attenzione, incanto. E sono tutti insieme un’infinità. Ad unirli, il film di Wim Wenders che ha titolato la mostra e che ha imposto agli artisti scelte precise. Nella pellicola due personaggi girano i cinque continenti in cerca di immagini per ridare la vista ad una madre cieca, ma anche per mettere a punto un sistema in grado di registrare i sogni. Dalle sequenze del film i quadri di questa mostra - allestite con cura da Renata Soro – in cui primi piani, immagini sfuocate e interni diventano di volta in volta soggetto. Il deserto si alterna al mare, Venezia a scorci urbani e a volti e corpi colti in intere sequenze dove c’è dolore, stupor e e attesa.
Siamo stati abituati ad un cinema che per rinnovarsi mette in scena romanzi. In questa mostra sono gli artisti a fissare il film per custodirne immagini e sensazioni.
Per farsi un’idea c’è tempo fino al 30 maggio.
(Giulia Parodi)

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Eventi - Di fabbrica si muore

Alessandro Langiu, co-autore del libro Di fabbrica si muore edito da Manni Editore, Lecce 2008, scritto insieme a Maurizio Portaluri, oncologo e radioterapista, nell’ambito dell’iniziativa Festival Collasso Energetico organizzata dal Teatro Cargo, sarà ad Arenzano giovedì 22 maggio 2008 alle ore 21,30 presso Muvita, e venerdì 23 maggio alle ore 21 presso la Sala Munizioniere di Palazzo Ducale.
Alessando Langiu è nato a Taranto nel 1973, autore e regista di teatro, si occupa di tematiche sociali e ambientali. Tra i suoi ultimi lavori, Di figlio padre, di figlia madre, Otto mesi in residence e Ventimila granelli di sabbia.

Lo spettacolo teatrale di Alessandro Langiu porta in scena, ad Arenzano e a Palazzo Ducale, la drammatica situazione del rione Tamburi di Taranto, uno dei quartieri operai a più alto tasso d'inquinamento d'Italia. Nel cortile del rione tre bambini giocano a calcio, correndo tra la polvere rossa, in mezzo a palazzine di periferia dentro le quali le loro madri, casalinghe, lottano quotidianamente contro la stessa polvere rossa che si deposita in ogni angolo delle case. E' la polvere prodotta dall'acciaieria lì vicina: Taranto produce il 70% di monossido di carbonio italiano e la diossina è a quote elevatissime. Il rione Tamburi, dov'è ambientato la storia raccontata nello spettacolo, nel 2001 è stato dichiarato dall'Organizzazione Mondiale della Sanità una priorità mondiale per le neoplasie alle vie respiratorie, che qui hanno incidenza due volte e mezza più alta rispetto a quella nazionale.
“Il pregio degli spettacoli e della scrittura di Alessandro Langiu è la capacità di aggiungere ai fatti, di per sé toccanti, una pregnanza poetica e incisiva, che va al di là della cruda cronaca, grazie alla musicalità del ritmo, alla densità del dialetto, ai vuoti laceranti incastonati come chiodi tra un periodo ed un altro, tra un dialogo e un intramezzo musicale.
Infine, pur scrivendo, recitando e cantando storie simili (come la denuncia delle morti sul lavoro), non ripete mai lo stesso copione” (Giuliana Bottino, 2008)
Per saperne di più: http://www.alessandrolangiu.it/index.php

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14 Maggio 2008

Rassegna cinematografica: I diritti di tutti

Quest’anno non ricorrono soltanto i quarant’anni della rivoluzione studentesca o della primavera di Praga. Sono infatti 60 tondi gli anni di vita della Costituzione della Repubblica italiana. L’1 gennaio 1948 diventava legge quel grande patto laico, tra cattolici, liberali, socialisti, nato dalle ceneri della guerra e garante da allora d’un sufficiente grado di concordia e di benessere.
Pochi mesi dopo, il 10 dicembre, l’Assemblea generale delle Nazioni Unite adottava la Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, prima pietra di quel sistema di leggi internazionali che ha assicurato, almeno ai paesi dell’Occidente, un periodo senza guerre che non ha precedenti nella storia dell’umanità.
L’Associazione Nazionale Magistrati ed il Comitato per lo Stato di diritto dedicano perciò a questi eventi la settima rassegna di film “I diritti di tutti”.

La novità di quest’anno è data dall’abbinamento della rassegna cinematografica con la mostra “Vignette dal mondo per i diritti umani”, messa a disposizione dal Comitato per i Diritti e le Pari Opportunità della Presidenza del Consiglio dei Ministri da metà ottobre a metà novembre. Si tratta dell’esposizione di sessanta vignette dei più celebri autori internazionali (da Altan a Kroll, da Giannelli a Plantu, da Danzinger a Staino) che hanno voluto celebrare la Dichiarazione Universale, raccogliendo un’idea dell’ex segretario generale dell’ONU, Kofi Annan.
Si tratta, per Genova, di un evento prestigioso, un altro tentativo di approfondire fatti anche drammatici e dolorosi, con la levità, però, di mezzi comunicativi che arrivino alla ragione toccando le corde del sentimento e dell’emozione. Teatro della rassegna è il cinema Olimpia, rinnovato e pronto ad ospitare, nella sua storica sede del palazzo della Borsa, appuntamenti importanti per la città. Il giorno fissato per le proiezioni è, come sempre, il giovedì.

15 maggio 2008
, Libertà di manifestazione del pensiero e esigenza di sicurezza, “Hair”
22 maggio 2008, Maternità, tutela della donna e del nascituro, “4 mesi 3 settimane 2 giorni”
29 maggio 2008, Lavoro sicuro per un’esistenza dignitosa, “Paul, Mike e gli altri”
5 giugno 2008, Resistenza, antifascismo, Costituzione, “Il processo di Savona”
16 ottobre 2008, Genocidi, razzismo e tolleranza, “Monsieur Batignole” (*)
13 novembre 2008, Giustizia e pena, “The life of David Gale” (*)
Programma: 20.30 presentazione film, 20.45 inizio proiezione. Segue dibattito (Cinema Olimpia, Palazzo della Nuova Borsa, Via XX Settembre, Genova, tel. 010 - 58 14 15)
L’ingresso è gratuito.

(*) Le proiezioni del 16 ottobre e del 13 novembre avverranno in contemporanea con la mostra “Vignette dal Mondo per i diritti umani”, in programma dal 15 ottobre al 15 novembre 2008 per gentile concessione del Dipartimento per i Diritti e le Pari Opportunità della Presidenza del Consiglio dei Ministri.

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7 Maggio 2008

Il Papa a Genova: un nuova caso Sapienza?

In relazione alla prossima visita del Papa alcuni giornali hanno diffuso notizie riguardanti iniziative promosse da centro sociali, associazioni e gruppi politici locali. Hanno fatto anche confusione evocando, a proposito dell’intervento di alcuni docenti dell’Università di Genova, il “rischio di un nuovo caso Sapienza”. La lettera del prof. Gibelli è un’opportuna precisazione.

Un gruppo di studenti ha chiesto a me e ad altri colleghi di appoggiare la loro richiesta di uno spazio universitario nel quale tenere, in concomitanza con la visita del Papa a Genova, una libera discussione sul ruolo attuale della Chiesa cattolica e sulla difesa della laicità dello stato. Una richiesta sacrosanta (se non si discute liberamente e laicamente all’università, allora dove?) che ho approvato con un breve messaggio, anticipando che per ragioni personali molto probabilmente non avrei potuto prendere parte a tali discussioni. Tutto qua. Ho appreso successivamente di documenti più ampi e di proposte di cortei di contestazione. Non importa che approvi o disapprovi tutto questo: semplicemente non l’ho sottoscritto.

Niente a che fare, in questo episodio, con la vicenda romana della Sapienza. Là si trattava dell’invito rivolto al Papa a tenere il discorso di inaugurazione dell’anno accademico. L’unica cosa veramente scandalosa in quel caso è stato l’indegno linciaggio a cui sono stati sottoposti alcuni colleghi per avere espresso una critica su questo punto ritenendo l’iniziativa inopportuna. Qui si tratta invece della visita pastorale del Papa a una città e ai suoi fedeli, che hanno tutto il diritto di incontrarlo in santa pace. In questo senso ha ragione Don Gallo: se qualcuno non desidera incontrare il Papa, nessuno lo obbliga.
Allo stesso modo dovrebbe essere sempre garantito il diritto di chiunque e esprimere il proprio dissenso nei confronti di chicchessia, purché in modi pacifici e urbani. Personalmente penso che se la Chiesa cattolica non avesse dato ripetute prove di invadenza nella politica quotidiana, presentandosi come forza di parte anziché come portatrice di un messaggio universale, non sarebbe continuamente esposta a gesti di contestazione. Se si vuole il rispetto dovuto a un’autorità spirituale superiore, bisogna meritarselo mantenendo questo profilo. Se si entra in politica tutti i giorni col favore e l’ossequio conformista dei mezzi di comunicazione di massa, non si può chiedere un trattamento speciale: bisogna accettare il confronto anche vivace e persino irriverente.
Genova, 5 maggio 2008
(Antonio Gibelli)

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30 Aprile 2008

25 Aprile - Ai laici rimangono soltanto fischi?

Pomeriggio 25 aprile 2008: il cardinale Bagnasco attraversa, scortato, il lembo della piazza (transennata) che lo porta al Ducale per la cerimonia solenne dedicata alla Liberazione. Parte un fischio, poi un "buu" poi un altro. Si sa come vanno certe cose che basta cominciarle che subito prendono piede. Lui, il cardinale presidente della CEI (Conferenza episcopale) non fa una grinza: saluta con la mano e sorride. L'episodio riferito dai quotidiani locali è stato ripreso da Repubblica del 27 aprile che ha riportato la testimonianza di una fischiante e di un "esperto", nel caso un professore di sociologia. Questi ha detto che i modi e i tempi delle contestazioni sono raramente quelli giusti ma ciò è dovuto al fatto che la gente protesta nelle occasioni che ha. E che i modi di tutti saranno più urbani quando le autorità, Chiesa compresa, apriranno finalmente l'ufficio reclami.

Pochi giorni prima lo stesso Bagnasco era andato in visita prima alla scuola elementare e poi alla media di Pieve Alta. Su Repubblica del 23 aprile 2008 la cronaca dell'avvenimento. Il cardinale che racconta in modo semplice e sorridente la sua vita di bambino, la famiglia povera, la vita nel Centro storico, le inquietudini della mamma, la vocazione "Ho visto una piccola luce da bambino e sono diventato sacerdote". Alla fine se n'è andato senza benedire ma solo facendo ciao ciao con la mano.
La visita del cardinale ha prodotto anche qualche guasto: ci sono famiglie che non hanno gradito che il consiglio di Istituto fosse messo di fronte a una decisione presa altrove e non hanno fatto partecipare i figli. L'impressione, ha detto un genitore, è che in Italia i rapporti tra stato e chiesa siano ormai ridotti ad una sorta di "fai da te" nell'ignoranza completa della Costituzione. Lo ha fatto notare in un comunicato (23 aprile 2008) anche Giancarlo Giovine, presidente della Federazione delle Chiese Evangeliche della Liguria e del Piemonte meridionale.
Il cardinal Bagnasco - ha scritto - svolge "in qualità di presidente della CEI un ruolo di apripista degli altri vescovi italiani nell'attacco alla laicità dello stato, con ritorno a prassi e a comportamenti tipici dell'episcopato italiano prima del Concilio Vaticano II. Se non stupisce la compiacenza strumentale che nei confronti di questa nuova linea hanno i politici in cerca di legittimazione, la stessa cosa non può dirsi della sudditanza manifestata nel corso di queste visite da molti dirigenti scolastici, che hanno aperto gli spazi pubblici e educativi della scuola a visite di carattere essenzialmente religioso (pastorali appunto) in contrasto con la loro funzione di garanti della laicità dell'istituzione che dirigono...".
Ai laici è rimasta solo la possibilità di fischiare?
(Manlio Calegari)

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2 Aprile 2008

Islam - Conta la cultura più che il velo

"La festa della donna con il velo islamico" è il titolo con il quale il Secolo XIX, del 10 marzo, riferisce della giornata celebrata al Porto Antico dalle donne arabe che fanno riferimento all'associazione La Palma. La cronaca riferisce di una bella festa, con dolci e musica, della partecipazione attiva delle donne genovesi che sono compagne di lavoro, mamme di compagni di scuola e vicine di casa, e delle parole delle donne arabe di Genova che sottolineano l'importanza del velo: " Il velo nel giorno della festa della donna? Cosa c'è di strano? E' una cultura nostra, è una nostra identità, è una raccomandazione di Dio", " non tolgo il velo perché se lo facessi sarebbe togliermi la fede".

Fattima Mernissi, marocchina, professoressa all'Università di Rabat, nel suo libro "Le donne del profeta", edito dalla casa editrice genovese Ecig, sostiene invece che non esiste l'obbligo del velo né nel Corano né negli Hadith (le parole) del profeta Mohammad; che il vero guaio è che, in alcuni paesi arabi e musulmani, l'analfabetismo arriva a percentuali spaventose come il 70% della popolazione. Che la popolazione accetta passivamente l'interpretazione dei maschi, spesso misogini, del Corano e del Hadith; che non si tratta di questione religiosa, ma dell'uso che fanno i maschi (di tutte le religioni e di tutte le civiltà) della religione per controllare le donne, sottometterle, ed escluderle, mentre ogni donna deve essere libera di scegliere come vestirsi e cosa mettere sulla propria testa.
Intervenuta alla presentazione della tredicesima edizione degli incontri culturali "Le grandi parole dell'umanità", al teatro della Corte di Genova, la giornalista algerina Nacéra Benali, ha detto che il velo è un falso problema: l'importante è che le donne accedano allo studio, che vadano a scuola ed all'università e non importa se ci vanno velate o non (Il Secolo XIX del 6 febbraio). Per Nacera Benali, "il nodo della questione femminile nell'Islam non si scioglierà finché gli uomini avranno il monopolio dell'interpretazione del Corano. E finché tutti non potranno riferirsi a un codice civile laico".
Mohammad Arkun, algerino, professore emerito alla Sorbona, sostiene che nel mondo arabo ed islamico, le università sono poche, che nelle molte facoltà religiose si insegnano i testi sacri con metodi antichi, che ci sono le facoltà di medicina e di ingegneria ma sono poche quelle umanistiche, in particolare quelle che diffondono le scienze riguardanti "la lingua", che insegnano a storicizzare, contestualizzare, decostruire e ricostruire un testo per arrivare ad una nuova e corretta lettura (interpretazione) dei testi antichi ed in particolare dei testi "sacri". Perciò egli invita ad insegnare queste scienze nelle università "occidentali" ai giovani arabi e musulmani, istituendo apposite borse di studio ed invita a collaborare con quei paesi per introdurre le facoltà che insegnano queste scienze nel loro sistema universitario.
(Saleh Zaghloul)

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"Diario di scuola" - Pennac, l'ex somaro fattosi scrittore

"Nessun avvenire. Bambini che non diventeranno. Bambini che fanno cadere le braccia. Alle elementari, alle medie, poi al liceo, ci credevo anch'io, vero come l'oro, a questa esistenza senza avvenire". Ecco un breve capoverso dell'ultimo libro di Daniel Pennac "Diario di scuola" (ed. Feltrinelli euro 16). Lenimento per maestri, pedagoghi, genitori affranti e studenti.
Qui il creatore del "capro espiatorio" Benjamin Malussène parla della sua infanzia di "somaro" e della sua professione di insegnante. La metamorfosi è narrata attraverso le tappe dell'adolescenza nelle quali l'aver incontrato tre o quattro insegnanti speciali gli ha cambiato letteralmente - è il caso di dirlo?- il futuro.

Si scopre così che è scrittore perché il suo "primo salvatore, un professore di francese in prima superiore, colpito dalla sua propensione ad affinare scuse", decise di commissionargli un romanzo, in "ragione di un capitolo la settimana". Siamo all'inizio della risalita nella quale Pennac comprende che non è solo una "nullità".
Nello scambio dei ruoli, ecco la scuola vissuta da professore, in un rapporto con ragazzi che sanno quello che comprano, ma non sanno quello che sono. Bambini clienti, che indossano marche - "N è la marca e la marca non è l'oggetto!" spiega il professore ad un'allieva e aggiunge: "L'oggetto serve a camminare, la marca a cosa serve?", "A tirarsela, Prof!".
Sono ragazzi dai quali pretenderà un testo a memoria alla settimana "nell'epoca in cui la memoria si misura in giga!" per "gettarli nel grande fiume della lingua" e con i quali si può studiare grammatica partendo dalle loro incertezze: "Non ci arriverò mai, gliel'ho detto. La scuola non è fatta per me!" e ancora, davanti alla lavagna:"Non me ne frega niente", "Va bene, e questo 'ne', per l'appunto, che cos'è questo 'ne'?"
Nel libro ci sono le sconfitte, il riconoscimento che esiste una gioventù rabbiosa e spietata ma che non va eletta a simbolo della categoria di giovani che abitano la banlieu. E c'è il sistema scolastico francese con modelli in crisi, politica distante, incapacità di trovare soluzioni, "per il quale è sconveniente parlare d'amore nell'ambito dell'insegnamento".
Pennac mette ordine in un'idea di scuola che oggi ci arriva stanca, esasperata, lontana dai ragazzi che la frequentano. Nella lettura di "Diario di scuola" la materializzazione di un sogno, che non riguarda gli studenti migliori ma quelli ai margini di cui troppi insegnanti oggi non sanno che fare.
Finito il libro sorge un dubbio: e se fosse solo un romanzo?
(Giulia Parodi)

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26 Marzo 2008

Donne - Quando i padroni arrivano prima

Da giovane studente universitario a Genova gli studenti della sinistra palestinese mi avevano suggerito di leggere, tra l'altro, Nawal Saadawi, medico, femminista araba egiziana. Ho letto una decina di suoi libri per l'emancipazione della donna araba. Da allora sono un sostenitore convinto delle battaglie delle donne, di tutte le nazionalità. In questi giorni la mia convinzione che quello femminile sia un contributo qualitativo, una garanzia per ogni cambiamento culturale ha ricevuto una conferma. Almeno lo spero.

Confindustria ha eletto per la prima volta una donna come presidente, e pare che la nuova presidentessa, Emma Marcegaglia, sia una "donna/donna", che tiene alla propria femminilità. Un lavoratore della sua azienda dice addirittura che è dolce… questo forse è un po' difficile. Pare, comunque, che non sia una di quelle donne che per farsi accettare dai maschi ne assumono il punto di vista, i comportamenti e le politiche. Vedremo.
Di certo, alla guida dei Giovani industriali dal 1996 al 2000, ha sostenuto l'integrazione di noi lavoratori immigrati. Fino ad allora, il concetto che gli immigrati fossero una risorsa per il paese, e non un problema, era espresso soltanto dal sindacato e dalle associazioni di volontariato laico e religioso. Inoltre una delle sue prime decisioni è stata quella di istituire una vicepresidenza che si occupi della sicurezza sul lavoro. Una donna al vertice, per di più autonoma, con una sua impostazione culturale innovativa… peccato che gli industriali, i "padroni", ci siano arrivati prima di altri.
(Saleh Zaghloul)

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19 Marzo 2008

Misteri - Fondazione della cultura dentro Urban lab?

Si chiama "Urban Lab" ed è "il tavolo di promozione" di Comune, Provincia, Camera di commercio e Autorità portuale ideato da Renzo Piano per ripensare l'immagine della città e la sua diffusione nel resto d'Italia e all'estero. Urban Lab è stato tenuto a battesimo venerdì 29 febbraio 2008 (Secolo XIX 1° marzo '08) nel Salone di Rappresentanza di Tursi. Nell'occasione è stato presentato il calendario annuale degli eventi e la sindaco in persona ha consegnato un premio simbolico agli sponsor dell'impresa. Tutti gli sponsor - quelli importanti come banche e fondazioni ma anche i fornitori di servizi disponibili a fare lo sconto - secondo un elenco compilato dallo stesso ufficio del sindaco, hanno ricevuto il loro attestato.

Il programma per il 2008 - contenuto in una raffinata brochure consegnata ai partecipanti - un marchio disegnato da Renzo Piano e l'indicazione delle nuove strategie di comunicazione che passeranno "dalla semplice promozione al marketing territoriale e necessitano di una diffusione capillare per riappropriarsi della spinta del 2004": così Urban Lab è stato presentato alla città. Dando ragione di due fatti: perché la sindaco avesse deciso a suo tempo di tenere per sé la delega per cultura e la posizione centrale che il nuovo organismo Urban Lab dovrà avere per attuare il suo progetto politico.
Tutto chiaro? Non molto. Fin a poche settimane prima, quanto nella cerimonia del 29 febbraio è stato indicato come di competenza di Urban Lab sembrava tra le competenze di un altro "nuovo organismo", anch'esso varato dalla amministrazione Vincenzi, la "Fondazione della cultura" che con voto unanime il Consiglio comunale aveva messo al posto della precedente "Palazzo ducale" di cui andava a rilevare spazi, personale, organizzazione e le funzioni (con una sovrapposizione quasi perfetta di quelle dell'assessorato comunale alla cultura). E alla cui direzione era posto l'ex assessore alla cultura Borzani. Alla Fondazione - vero anello di congiunzione dei luoghi fisici della cultura: palazzi, musei, castelli, gallerie, mostre - doveva toccare la tanto attesa cabina di regia delle iniziative di promozione della città (Repubblica 2, 8 e 10 febbraio '08). "Obiettivo fondamentale, programmare gli eventi almeno con una scadenza triennale", parole dell'ex assessore Borzani che , in un suo intervento pubblicato da Repubblica il 13 febbraio ha detto che la neonata Fondazione era impegnata a superare finalmente la scarsa attenzione di Genova per le sinergie, da cui derivava la sua bassa "capacità unitaria di promozione", una "debolezza di innovazione" e un eccesso di autoreferenzialità del sistema cultura.
Il 13 marzo scorso il circolo La Maona, al Ducale, ha provato a dare un seguito al dibattito sulla cultura apparso sulle pagine di Repubblica nelle settimane precedenti. Laudatori dei tempi antichi a parte, si sono sentite - rivolte ai responsabili - voci accorate: diteci cosa volete fare, che modelli avete e simili. Domande senza risposta perché i responsabili erano tutti impegnati altrove.
(Manlio Calegari)

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12 Marzo 2008

8 marzo/1 - Se la festa delle donne è celebrata da Corona

Non occorre essere femministi della penultima ora per leggere come uno schiaffo alla maturità, diciamo pure dignità, dell'altra metà del cielo, la "festa della donna" organizzata per l'8 marzo all'hotel (con piscina) dei Castelli di Sestri Levante. Basti dire che l'ospite, il motivo di attrazione, era nientemeno che Fabrizio Corona, fotografo appena dimesso dalle patrie galere, dov'era stato rinchiuso, un'altra volta, per spaccio di banconote false: reato da bassa manovalanza, ma consumato a bordo di una lussuosa Bentley; noblesse oblige.

L'annuncio dell'incredibile serata, anzi nottata dal momento che il fotografo dei vip (ricattati) non si fa vedere mai prima delle due antelucane, aveva molti caratteri della "bufala", cioè di una specie di pesce d'aprile, un'esca per i gonzi. Invece no. Era del tutto rispondente alla più assurda realtà. I particolari ce li fornisce la successiva cronaca del Secolo XIX che non ci fa mancare neppure le filosofiche riflessioni del "personaggio" in questione: "Questo è un paese che non ha futuro", commenta sprofondato in poltrona, mentre riceve l'omaggio, ma anche qualche sberleffo, dal suo pubblico.
Poco importa quale sia il recondito significato delle sue parole: forse la mancanza di domani, di speranza è una cinica ammissione del non senso delle sue esibizioni in pubblico, un'autentica performance di sfrontatezza. Pagare tanto di biglietto d'ingresso (10 euro le squinzie, 15 i ragazzotti), per farsi immortalare accanto a lui, sembra davvero troppo. E se davvero Corona, innescando un cortocircuito logico, vuol dire che tutto questo è una beffa insopportabile, gli andrebbe riconosciuta, insieme alla solita arroganza irridente, anche una capacità critica e autocritica non di tutti.
Resta comunque intatto il cattivo gusto della provocazione da parte di chi - un certo conte Max - ha avuto l'idea di scegliere un simbolo del peggio corrente per festeggiare l'8 marzo in Riviera. Che cosa ha voluto realizzare, oltre un modesto mucchietto di euro, il presunto manager di spettacoli? Per chi credeva di fare un'operazione culturalmente controcorrente, mettendo sul palco un maschietto bello, tosto e disinvolto, come esemplare di ciò che vogliono realmente le donne, ossia il solito sciupafemmine, a dispetto di emancipazione e liberazione femminile, la miglior risposta è venuta poco prima che albeggiasse su Sestri Levante, quando al passaggio della Bentley è echeggiato un pernacchio.
(Camillo Arcuri)

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8 marzo/2 - Cent'anni di lotte e si ricomincia

Palazzo Ducale. Una "Direttrice" autoritaria e gelidamente sorridente conduce i visitatori attraverso le tappe di uno spettacolo negli spazi della mostra "Il rischio non è un mestiere". E' l'otto marzo, ed è di donne che si parla. La Direttrice scandisce: "Fate attenzione al nostro banchetto … aiuta anche tu una trentenne a pagare l'affitto, le bollette e le ricariche del cellulare. E firmate la petizione: Chiudiamo le università che sfornano solo disoccupati. Grazie". Poi inizia il suo percorso seguita da un drappello di circa sessanta persone.

Il balletto acrobatico tra l'operaia che invoca la mutua per una unghia spezzata e la precaria che si spezza la schiena in silenzio perché "domani mi scade il contratto" parla di un mondo del lavoro spezzato in due. A seguire, una donna racconta il suo primo viaggio, nel 1958, sui vagoni di legno di un treno: "… a casa mia ero buona per le oche e le galline e a far l'erba, qui invece potevo diventare operaia finita, alla Snia …" e, dopo, la sua storia di ragazza madre che deve guadagnarsi il pane in fabbrica, tutta la vita nel figlio, "il figlio illegittimo dell'operaia Marin della Snia che oggi xè diventà ragionier".
Spazio successivo: due donne, madre e figlia, entrambe trenta anni, sono fianco a fianco, ma non possono vedersi. Le separa un tempo quasi incalcolabile. La madre, operaia, parla di lavoro, cottimo, storia, orgoglio professionale, politica: difende dalla curiosità e dall'ironia del marito il suo vedersi con le altre donne della fabbrica, si oppone al capo che vorrebbe espellerla da quel reparto di lavori maschili: "…io da qua non me ne vado neanche con le bombe. Crolli il mondo, io da questa fabbrica non mi muovo", vuole salvare la memoria dell'esperienza che ha vissuto: "… domani devo portare un oggetto, qualcosa che rappresenti per me la fabbrica. Serve perché vogliamo fare come un mausoleo... no, aspetta… com'è che si dice… un archivio". La figlia siede a una postazione di call center e si dibatte tra avvilimento, nevrosi, disperazione, mentre le "frasi fatte" della retorica aziendale le si sgretolano tra le dita.
Poco oltre Simone Weil, con in mano il suo quaderno di appunti, richiama la necessità di un pensiero che interpreti e riscatti la realtà, che ci faccia essere moralmente autosufficienti, capaci di non sentirsi umiliati ai propri stessi occhi anche nelle condizioni più avvilenti. I soli due uomini della compagnia, un mite cantautore che intona la ninna nanna del lavoratore (precario) ed un giovane molto forzuto che si presta docilmente a farsi volteggiare sulle spalle una ragazza farfalla, accettano di buon grado un ruolo ancillare.
Al termine "Sfilata della moda precaria" della casa di moda "Scivolone Sociale". Applausi caldissimi degli spettatori itineranti all'intelligenza e all'ironia di queste ragazze.
(Lo spettacolo, promosso dalle donne del sindacato, è stato realizzato dalla Compagnia Coseacaso, con la partecipazione di Anna Turra e di Enzo Aino)
(Paola Pierantoni)

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Addio Don Balletto separato in chiesa

La chiesa di San Siro era stracolma di gente venuta a salutare Don Balletto. Ma in questo ultimo giorno, per la prima volta, Don Balletto era lontano. La morte l'ha interamente riconsegnato alla Chiesa. Decine di sacerdoti vestiti con i paramenti sacri gli tributano un onore, ma insieme lo separano dalle centinaia e centinaia di persone che hanno parlato con lui in questi anni, come amici.
La presenza di Don Gallo seduto su una panca, in borghese, accentua questa distanza. Ad officiare è venuto il cardinale. La guardia del corpo, con la pistola che gli rigonfia la giacca, guarda in continuazione in giro, nervosa, sospettosa del popolo che affolla la chiesa. La distanza è veramente troppo grande.
(Paola Pierantoni)

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5 Marzo 2008

Mind the gap - Tra consumo e consumo

Ai mercati dei civ (comitato integrato di via) passa parecchia gente. Se la giornata è tersa ed il vento non imperversa troppo, si srotola un carosello di occhi, sguardi, voci "Mi dia una fetta di quella toma, ma la faccia sottile sottile, mi raccomando". Un signore anziano, abito scuro e occhio glauco, scruta i bagliori verdastri dell'olio extravergine da profumatissime olive liguri ponentine, nelle bottiglie schierate sul banco come una prima linea in battaglia "Eh, si che mi piacerebbe quell'olio, altro che discount, ma chi ce la fa, a comprare". Una donna, esile come un giunco, aspetta la bonaccia della pausa pranzo per visitare la parata dei banchetti e chiedere, con un filo di voce, che le regalino qualcosa da mangiare. E via via, tra bisogni elementari, ninnoli collanine e cotillons.
In cima alla via campeggia un grande cartello, grafica seventy, sfondo nero, esplosioni di colori acidi ed oggetti di qualunque tipo, una specie di paradiso del consumo, alletta il passante con tono entusiasta "Questo è shopping", per promuovere una gita a New York City; altri fanno eco poco distante "Questo è mangiare", "Questo è divertimento", oh, yeah, in NYC, not Sampierdarena.
L'unico ad interessarsi al messaggio, nel via vai, un botolo in vena di segnalazioni territoriali.
(Eleana Marullo)

Posted by Admin at 09:52 | Comments (0)

Moschea - Non scoraggiare l'islam pacifico

Su OLI 160 Paola Pierantoni parlava della frustrazione di migliaia di islamici costretti a praticare i propri riti in condizioni avvilenti mentre l'edificazione della moschea viene sempre rinviata, mettendo in difficoltà proprio coloro che tentano di diffondere nella propria comunità la volontà di una convivenza armoniosa con la città ospitante. Condivido questa opinione.
Sono convinto che non ci sia una religione superiore all'altra. Tutte le religioni hanno in uguale misura degli aspetti positivi e degli altri negativi. Conosco abbastanza bene le tre religioni monoteiste. Sono musulmano d'origine, sono nato in Palestina, a trenta chilometri da Betlemme, dove è nato Gesù e dove si sviluppò la religione ebraica.

Sono arrivato in Italia nel febbraio del 1979, non avevo ancora compiuto i 18 anni. Ho avuto la fortuna di lasciare il mondo arabo-islamico prima che venisse travolto dal fenomeno post moderno dell'integralismo politico religioso causato dalla vittoria di Komeini e dalla "rivoluzione iraniana". Il messaggio travolgente di Komeini era il seguente: "per uscire dall'oppressione e per avere libertà, giustizia e dignità, per vincere come in Iran, occorre ritornare alle radici religiose islamiche". Nel mondo universitario genovese ebbi inoltre la fortuna di incontrare i palestinesi di sinistra dell'Unione Generale degli Studenti Palestin esi, per i quali "la religione è l'oppio dei popoli". Ricordo ancora come ero affascinato dai loro discorsi sulla religione e sulla liberazione che non riguarda solo la terra della Palestina occupata da Israele ma che riguarda le persone ed in particolare le donne. Così mi salvai, da allora sono un laico convinto ed ho vinto la grande e facile tentazione di rispondere per le rime a chi considera la mia religione inferiore alla sua.
Altri miei connazionali non seppero resistere a questo messaggio e ai pregiudizi di una parte della società italiana nei confronti dell'Islam e dei musulmani. Ho assistito, sorpreso, alla conversione alle radici islamiche di persone che non avevano mai manifestato alcuna inclinazione religiosa nel paese d'origine. Molte persone per difendersi, e difendere l'Islam dai pregiudizi, approfondivano la conoscenza della propria religione e si avvicinavano ad essa. In alcuni casi nella maniera sbagliata.
La mia esperienza personale e molte letture mi convinsero che il pregiudizio e il razzismo in "occidente" nei confronti dell'Islam, ha avuto un ruolo fondamentale nella formazione dell'integralismo e l'estremismo politico religioso islamico. Il razzismo è vitale per il messaggio estremista: "vi odiano, odiano la vostra religione. O state con noi o state con loro".
Lo scontro di civiltà teorizzato dopo il crollo del muro di Berlino, e purtroppo realizzato con le guerre e con il terrorismo, a partire dalla prima guerra del Golfo nel 1991, ha reso la situazione ancora più difficile ingigantendo le paure ed aumentando pregiudizio e razzismo.
Perciò penso che occorra premiare la pazienza dei musulmani genovesi, la loro scelta di dialogo e convivenza, il loro comportamento civile e pacifico, facendoli sentire pienamente cittadini genovesi, conquistandoli e tutelandoli dai messaggi estremisti e da quelli razzisti. La moschea deve diventare una priorità perché il dialogo e la pace sono la priorità delle priorità.
(Saleh Zaghloul)

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20 Febbraio 2008

Cultura - Non c'è solamente la pittura del '600

E' probabile che al Lavoro si aspettassero di più dalla provocazione di Paolo Lingua su Repubblica del 13 gennaio '08. "A Genova la cultura va a morire".
Malgrado le produzioni culturali degli ultimi anni, ha scritto Lingua, Genova resta lontana dalle ambizioni del futuro spesso evocato: città tecnologica, Politecnico, Terzo valico ecc. Abbarbicata da sempre al medesimo progetto cucinato in tutte le salse: la pittura e l'arte a Genova tra la fine del XVI e il XVIII secolo. Cari genovesi, cari amministratori e specialmente cara sindaco, ha chiesto Lingua, perché non vi date una smossa?

Pochissimi hanno risposto. Universitari, manager, dirigenti del settore e delle istituzioni culturali della città si sono defilati. E ai margini sono rimasti anche dopo l'intervento (20 gennaio) di M. Marchesiello, magistrato e scrittore che ha ricordato a Lingua come "a Genova la cultura non è negletta a fronte di una città che invece ha imboccato spavaldamente la strada della crescita. Essa ne svela invece la miseria politica, economica e sociale.... Cultura non è solo spettacoli teatrali, mostre, festival prestigiosi e di grande richiamo ma è anche... industria, commercio, immaginazione, cosmopolitismo...". E ha indicato due esempi (positivi) nel Festival della Scienza,- da cui, scrive, la città oggi trae immeritato vanto essendo frutto di quattrini in larga parte non genovesi - e nel Suq, più celebre all'estero di quanto non lo sia a Genova.
E gli altri? I politici? Scripta manent, devono avere pensato, e hanno preferito farsi intervistare. Per primo Morchio, assessore alla cultura della Regione (Repubblica 29 gennaio). "Ci vuole una regia forte e una programmazione triennale". Basta contributi a pioggia. Per il 2009 prevista una mostra sulle cartoline promozionali delle APT firmate da grandi pittori... "E poi "rilanceremo Montale nelle scuole". Il 31 gennaio è toccata a Devoto, assessore alla cultura in Provincia. Anche lui favorevole a una "regia forte", non sopporta che per fare cultura di successo si punti solo sull'effimero.
E la risposta del Comune, della sindaco chiamata in causa personalmente da Lingua? Repubblica le ha dedicato ben tre pagine (2, 8 e 10 febbraio '08). La "Palazzo Ducale" si scioglie inghiottita nella nuova "Fondazione della cultura" che ne rileva i locali e il personale. La Fondazione, sarà l'anello di congiunzione dei luoghi fisici della cultura: palazzi, musei, castelli, gallerie, mostre: la tanto attesa cabina di regia. "Obiettivo fondamentale, programmare gli eventi almeno con una scadenza triennale". Ne diventerà presidente l'ex assessore Borzani che, in un intervento pubblicato da Repubblica il 13 febbraio - fascino delle date: un mese dopo la provocazione di Lingua - ha spiegato come a Genova ci sia scarsa attenzione per le sinergie, e la "capacità unitaria di promozione" risulti bassa. Inoltre alla "capacità di produzione di standard elevati corrispondono una debolezza di innovazione... (e) forti autoreferenzialità interne al sistema". La Fondazione dando vita ad un "tavolo di promozione della città" segnerà "l'avvio di un nuovo percorso".
Il dibattito sulla cultura aperto da Lingua sembrerebbe finito. Ora si tratta di attendere.
(Manlio Calegari)

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Costume - Dal body painting al tanga e al velo

Un amico straniero, architetto, è recentemente venuto in Italia per partecipare al "MADE Expo - Milano Architettura Design Edilizia", una esposizione che si è svolta a Milano tra il 5 e il 9 febbraio e che ha attirato moltissimi visitatori da tutto il mondo. Quel che racconta, però, attiene più alla sociologia e alla cultura che alla edilizia e all'architettura. In ogni stand - dice - ci sono come di consueto graziose ragazze che "fanno figura". Ma la novità che lo ha colpito è stata lo stile - abbigliamento e modo di porsi - che si è fatto sessualmente molto esplicito ed aggressivo.

Se questa è la linea generale di tutta l'esposizione, c'è chi va oltre: una ditta produttrice di colori esibisce in una gabbia di vetro una ragazza, vestita solo con un tanga, che viene via via dipinta con i colori da pubblicizzare, si presume e si spera in versione bio compatibile. Intorno frotte di visitatori tempestano la fanciulla di fotografie. L'amico architett o commenta: "Fatti uno stage di televisione serale per una settimana e troverai ben peggio da criticare. Se ti viene la tentazione di spegnerla subito, cerca di resistere e ti renderai conto della cultura media che gira oggi. Nella generazione dei 700 euro mensili, se una bella ragazza si fa pagare 2000 euro al giorno per 5 giorni nuda per farsi dipingere, si considera un buon affare..."
Nello stesso mondo che ospita le veline televisive e fieristiche, qui, oggi, in Via del Campo, si vedono comparire le prime donne completamente velate, mentre si moltiplica il numero di quelle che portano lo hijab.
Nonostante la distinzione che in molti potrebbero legittimamente fare tra un simbolo identitario e religioso e un abbigliamento che nasce dall'uso commerciale del corpo delle donne, il nesso tra il body painting dell'Expò di Milano e le donne velate del quartiere è più che chiaro e mi inspira una visione: migliaia di donne variamente vestite secondo il proprio estro, desiderio, piacere e comodità che con calma e determinazione riducono in coriandoli gli abiti e i non-abiti imposti dalla volontà di controllo e di sfruttamento degli uomini per poi spargerli, con un gesto di libertà, sulle oneste pietre di una Piazza De Ferrari finalmente liberata - anche lei - dalle sue ridicole fontanelle e praticelli e restituita a se stessa.
(Paola Pierantoni)

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6 Febbraio 2008

Laicità - La rivoluzione biomedica e i passetti della politica

"Libertà e giustizia" ha organizzato a Genova il 30 gennaio un incontro su "Bioetica e convivenza civile". Il dibattito fa parte di una serie che avrà come tema la laicità.
Si tratta di una scelta coraggiosa in questi tempi in cui la laicità viene accompagnata da aggettivi quali radicale, estrema, cieca, con l'obbiettivo di spogliarla della sua stessa natura, relegandola in un ambito dove non può far danno. Se fosse il personaggio di una favola farebbe la fine della strega cattiva e la storia ci ha insegnato che fine - nella realtà - facevano le streghe.
La sala è abbastanza piena. Il pubblico, decisamente over quaranta, conosce Libertà e Giustizia, ne ha condiviso le battaglie, prima fra tutte quella in difesa della costituzione italiana.
All'incontro Maurizio Mori dell'università di Torino, Franco Henriquet dell'Associazione Gigi Ghiotti e la giornalista Silvia Neonato.

Per due ore si parla di vita e di morte con estrema schiettezza. La vita è nella potenza della ricerca nella quale "le novità si susseguono con una rapidità tale che è folle seguirle". E' qui, sulle cellule staminali, sulla rivoluzione biomedica - la più grande rivoluzione dopo quella industriale - che la politica rimane indietro. E' necessario, spiega Mori un "cambiamento radicale nel modo di atteggiarsi alla vita, quindi le vecchie istituzioni vanno aggiornate". Mori ricorda la "libertà di riprodursi, di morire, di cambiare sesso", e la laicità come "elemento fondamentale di convivenza civile". Si parla di "un'aspettativa di vita di 350 - 400 anni" e per comprendere i passi che fa la scienza è sufficiente pensare dove fosse la ricerca sulla riproduzione nel 1930. L'incapacità di accettare l'evoluzione nel campo della bioetica ha a che fare con l'incapacità di cambiare gli assetti istituzionali. Siamo alla 194, ad un fronte laico inesistente, all'invasione di messaggi religiosi. Siamo alla morte che, secondo Henriquet, è stata troppo "medicalizzata" con una negazione della possibilità di scegliere. Il medico evoca i luoghi dove bisognerebbe aver il diritto di morire e il fatto che quando si entra "nell'automatismo dell'ospedale" queste scelte vengono negate. No, Henriquet non riconosce all'eutanasia il ruolo che ha in altri paesi. Nei fatti "la richiesta è davvero minimale perché nella generalità dei casi non c'è la consapevolezza di voler morire - la speranza c'è sempre e la maggioranza delle persone chiede che vengano fatte delle cose per essere curate". L'eutanasia si chiede per "la perdita di indipendenza, di controllo, per un senso di inutilità". Il dolore - spiega Henriquet - si può sempre controllare "con la permanenza dello stato di coscienza o con la sedazione", altra cosa è somministrare un farmaco che interrompe la vita.
"Orgoglio laico", aborto che più "che diritto è tragedia", mancanza di interlocutori nella classe medica, "parti cesarei e industrializzazione delle nascite" sono i temi che emergono da una platea consapevole e informata. Alla fine il più giovane - forse il solo giovane - chiede la parola. Fa parte di una comunità che aiuta le ragazze madri ad avere i bambini: accenna al tema delle scelte: "Non si può scegliere! I ragazzi della mia età non hanno gli strumenti!", "Che si informino!" esclama una donna in platea; "Quello che vi chiedo" precisa il ragazzo "aiutateci a capire per scegliere!" Ma la distanza tra lui e gli altri è così grande. Chissà se qualcuno ha compreso quello che ha detto.
(Giulia Parodi)

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Libri - L'istruttiva istoria del "Male di pietre"

Per chi è in cerca di buone notizie, eccone una: "Male di pietre" di Milena Agus (ed. Nottetempo euro 12) è stato eletto libro dell'anno 2007 dagli ascoltatori di Fahrenheit. Questo vuol dire due cose: in Italia ci sono molte persone che leggono libri bellissimi e che sanno dar voce al piacere della lettura.

Fahrenheit è una trasmissione di Radio Rai 3. Accompagna dalle 15 alle 18 i suoi ascoltatori, il programma prevede la recensione di libri, la storia di personaggi di noti e meno noti del mondo della musica, interviste ad autori, lettura di poesie, l'approfondimento di un tema giornaliero, un quiz e lo spazio della "caccia al libro" nel quale gli ascoltatori cercano e trovano testi che la case editrici non hanno più ristampato e dai quali sono attratti per le più disparate ragioni.
"Sì! Ce l'ho io il libro che cercate", ha detto una giovane voce al conduttore la scorsa settimana, "Da dove chiama?", "Dal lavoro, sono di corsa, ho dovuto chiedere al capo una pausa", "Davvero? Ma cosa fa?", "Sono un operaio, e il caporeparto mi ha concesso di chiamarvi di nascosto, perché mi ha spiegato che, se lo avessi detto ai colleghi, si sarebbe creato un precedente e allora…"
Il conduttore Marino Sinibaldi non sapeva se essere felice o deluso. E' rimasto sospeso nell'etere per qualche istante perché una telefonata così contiene bene e male, buona e cattiva notizia.
Davvero un'Italia da favola la nostra.
(Giulia Parodi)

Non per aggiungere o togliere qualcosa alla buona notizia sopra riportata forse vale la pena ricordare che il bel libro "Male di pietre" di Milena Agus, ora premiato dal giudizio radiofonico, non trovava un editore, almeno qui, nel Paese delle Belle Lettere, tanto che ha dovuto essere tradotto e pubblicato prima in Francia, dove ha raggiunto tirature altissime. E solo a questo punto è stato stampato da noi.

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9 Gennaio 2008

Nazionalpopulismo - L'aspirante guru, gli zombi e i topi

Passa per la testa più fine del suo pollaio: la parte di guru che Giuliano Ferrara svolge per i Cavaliere, Marcello Veneziani mira a interpretarla per la destra parafascista; quella del creativo che traccia il solco, dell'intellettuale da convention e talk-show per dimostrare che anche sotto l'antico fez battono i cervelli. Tanto che perfino Santoro non esita a invitarlo nell'arena di "Anno Zero", forse contando di ricevere dall'altra sponda un contributo di originalità critica e beccandosi puntualmente solo calci negli stinchi. Il meglio di sé però Veneziani lo riserva a Libero, il quotidiano che a dispetto dell'altisonante testata aveva come vicedirettore e ora come articolista principe un certo Betulla, nome in codice del giornalista che spiava i magistrati per conto del Sid deviato.

Incurante del disagio derivante a un uomo libero da simili contiguità, l'aspirante guru dedica un articolo al bilancio politico di fine anno e non inventa granché di nuovo ribadendo i toni catastrofici della destra sul governo Prodi, prigioniero dei comunisti, di se stesso, delle sue contraddizioni interne, per cui -ripete pappagallescamente- non gli resta che andarsene a casa. E ci sarebbe già andato, sbotta, se non fosse per quattro "morti viventi": così definisce i senatori a vita, nobel Montalcini in testa, che col loro voto hanno più volte salvato la maggioranza.
Nulla toglie o aggiunge che Veneziani, nell'oltraggioso scherno a personalità degne di rispetto, si sia accodato a quel campione di beceraggine politica che risponde al nome di Storace. Il livore della sua espressione, proprio perché proviene da un presunto uomo di cultura, scaturisce da recessi più inquietanti. Egli non può ignorare che il disprezzo verso chi è più debole fisicamente, l'anziano, il diverso o l'handicappato, è stata storicamente la premessa dell'ideologia dello sterminio. Gli amici dei suoi amici, i nazisti, resero possibile l'inferno dell'olocausto, negando anzitutto la qualità umana del popolo ebreo, imponendo tra i tedeschi l'idea aberrante che si trattasse di una popolazione topi, non di sei milioni di uomini, donne, vecchi, bambini.
Un intellettuale che fingendo di ignorare tutto questo definisce "morti viventi" i senatori a vita, si mette al rango di naziskin.
(Camillo Arcuri)

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19 Dicembre 2007

Il libro - Egoismi pubblici altruismi privati

¿Por qué se vuelven odiosos los viejos? Están demasiado satisfechos y no ceden su lugar. (Adolfo Bioy Casares, "Diario de la guerra del cerdo", 1969)

Nel "Diario della guerra al maiale" Bioy Casares racconta di una Buenos Aires sconvolta da una crudele guerra contro i vecchi. A termini rovesciati, Tito Boeri e Vincenzo Galasso, esperti di economia e di mercato del lavoro, raccontano di un'altra guerra, incruenta, dalla quale le nuove generazioni escono con meno prospettive di quelle che avevano le generazioni precedenti. Lo fanno in "Contro i giovani. Come l'Italia sta tradendo le nuove generazioni" (Mondadori 2007, euro 15,00) descrivendo all'inizio le storie di vita di alcuni giovani di generazioni diverse.

Giovanni (classe 1932), diploma di ragioniere e poi contabile in una trafileria alle porte di Milano, sposato, cinque figli che a poco a poco è riuscito a migliorare la sua posizione ("Erano anni di grandi progetti"). Maria (1938) di Salerno, laurea in Lettere antiche, subito sposata, insegnante di italiano e di latino in un liceo della provincia di Napoli ("Insegnare, un 'lavoro usurante'? Allora sì che lo era! Ma tutti noi ci sentivamo partecipi di una missione, quella di alfabetizzare l'Italia").
Monica (1970), master di economia negli Stati Uniti, che ha cambiato varie volte lavoro, ma non si è mai sentita una precaria e che come donna, mai si è sentita discriminata ("Ma da quando sono rimasta incinta, le cose sono cambiate. Lavoro più di prima e ho paura che pensino di sostituirmi"). Carlo (1982), figlio unico, curriculum di studi non eccellente, che - abbandonata Giurisprudenza dopo due anni e solo tre esami superati - da un paio di anni lavora in una radio come DJ, guadagna qualcosa, ma non tanto da essere indipendente ("Vivo ancora con i miei, a 25 anni").
Per Boeri, l'altra faccia della medaglia del declino economico è il conflitto intergenerazionale, quello fra giovani e anziani che oggi vede gli adulti e gli anziani pestare i piedi ai giovani. "Scopriremo così - scrivono gli autori - che i genitori italiani sono molto generosi coi loro figli e molto egoisti coi figli degli altri".
"Egoismi pubblici, altruismi privati" è, appunto, il titolo del capitolo centrale del libro dove viene messa sotto accusa la classe politica, ma non solo. "Si può dare la colpa di tutto questo ai politici. Lo si fa spesso. Ma la classe politica di un Paese è espressione del suo elettorato. Se gli italiani avessero voluto una diversa classe politica avrebbero potuto cambiarla da tempo. Quindi gli italiani, non solo i politici italiani, hanno permesso che si accumulasse una montagna di debito pubblico, che il debito pensionistico crescesse gravando come un macigno sulle spalle di chi oggi inizia a lavorare, hanno tollerato il degrado della scuola e dell'università, hanno lasciato che il mercato del lavoro segregasse i giovani in un circuito parallelo instabile e poco remunerato, hanno chiuso un occhio di fronte alle caste nell'accesso alle professioni e ai meccanismi di cooptazione nella classe dirigente del Paese, si sono disinteressati del peggioramento della qualità della vita nelle grandi città".
Un atto di accusa ma anche una buona base per cominciare a discutere.
(Oscar Itzcovich)

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Quaderni.net - Il Museo degli operai a Genova c'è (o quasi)

Tutti sanno del 2004 e di Genova - in quell'anno - "capitale della cultura". Più difficile che qualcuno ricordi il gruppo di operai e tecnici che - scherzosamente ma non troppo - aveva deciso di progettare un "museo degli operai" da affiancare alle altre manifestazioni in corso in città (OLI n.109).

Ne avevano discusso - nel 2004 - durante una decina di incontri, tra una portata e l'altra, nell'atmosfera conviviale di altrettante trattorie poste attorno alla città. Dieci incontri di cui - su richiesta dei compagni di tavola e di progetto - Manlio Calegari ha steso una sorta di verbale. Si intitola "Il museo degli operai" ed è il resoconto di una lunga, appassionata discussione dove la ricerca delle "cose" da mettere nel museo, si intreccia con le rispettive storie personali. Sullo sfondo, ma non troppo, la congiuntura economica e politica del dopoguerra. Chi vuole saperne di più lo trova sulla rete quaderni.net (http://www.quaderni.net/WebMuseo/MuseoIndex.htm)

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5 Dicembre 2007

Programmi - Perché abolire attori e registi

Cosa è successo alla pagina del cinema di la Repubblica-Il Lavoro? E da quanto tempo? Si può fissare un momento preciso in cui il cambiamento è avvenuto o si è trattato di un lento cedere a piccole correzioni proposte un giorno dopo l'altro da chissà chi?
No. L'evento non ha carattere di urgenza. Tuttavia va segnalato per dovere di cronaca e per attenzione nei confronti dei lettori del quotidiano. Succede che la pagina dei film, dotata di titoli, trame, orari e distribuzione, sia totalmente priva di registi e attori. Praticamente il giornale ha cancellato le due categorie principali della serata degli Oscar, di Venezia, Cannes e del Sundance Festival, quello che distingue i Vanzina da Bergman, Cruise da Scamarcio. Il caso mi ha permesso di verificare che nell'edizione di Firenze del quotidiano questo non accade.
Quindi la scelta editoriale ha carattere prettamente locale.
Ma di chi è questo film? Che attori ci sono?
"La vita è come una scatola di cioccolatini: non sai mai quello che ti capita".
Che sia arrivato Forrest Gump in redazione?
(Giulia Parodi)

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31 Ottobre 2007

Teatro - Foto segnaletiche e foto di scena

Il successo di critica e di pubblico che ha accompagnato i due giorni di presentazione al Teatro della Corte dello spettacolo “Sono felice per te”, realizzato con la partecipazione di un gruppo di studenti-detenuti del carcere di Marassi, è stato macchiato da un solo neo. Neo marginale, eppure tale da rischiare di compromettere il lavoro di tutti coloro –operatori, regista, istituzione scolastica e carceraria, detenuti stessi– che si sono impegnati nell’iniziativa. Parliamo dell’atteggiamento della stampa, che pure ha dato rilievo all’evento, ma in alcuni casi non ha resistito alla tentazione di impostare l’informazione in termini scandalistici: “l’assassino della tale nella parte di…”, “l’autore delle efferate violenze contro il talaltro nei panni di…”. I ritratti dei protagonisti sono stati allineati quasi fossero foto segnaletiche, con dettagli scabrosi e con commenti di cattivo gusto.

Il senso dell’operazione era proprio l’opposto: non inchiodare i protagonisti al loro passato, ma rendere possibile alla persona che è in loro di operare una rielaborazione del proprio vissuto attraverso la messa in scena di una storia che parlava dei loro destini. Gli attori, i loro parenti che hanno potuto vedere i congiunti in una veste diversa, le autorità carcerarie che per consentire l’iniziativa hanno interpretato i regolamenti al limite del consentito, quelle scolastiche che hanno sostenuto gli operatori e incoraggiato l’esperimento, la polizia penitenziaria che ha svolto il suo servizio di sorveglianza in teatro con discrezione e partecipazione, il pubblico stesso che si è stretto con calore attorno al regista e agli attori: tutti hanno dato l’impressione di capire il senso profondo dello spettacolo. Alcuni giornalisti purtroppo no. Hanno preferito assecondare i peggiori gusti del peggior pubblico.
(g.e.g.)

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Memoria - Gli archivi delle donne

Venerdì 26 Ottobre, presso il Circolo Culturale Zenzero (Via G. Torti 35), è stato presentato il libro “Salva con nome” realizzato da Paola De Ferrari, genovese, archivista libera professionista. Si tratta dell’inventario dell’archivio che raccoglie l’attività svolta tra il 1974 e il 1999 da Alessandra Mecozzi, attualmente responsabile dell’Ufficio internazionale della Fiom nazionale.
Le donne presenti avevano tutte vissuto gli stessi anni politici della sindacalista metalmeccanica e nel pomeriggio di venerdì li hanno ripercorsi attraverso i frammenti di una biografia che ha attraversato il femminismo, l’attività contrattuale nella FIOM, il pacifismo e le politiche internazionali del sindacato, e attraverso i documenti, le fotografie, gli slogan del movimento delle donne a Genova, che le donne della Associazione “Archinaute” hanno proposto come “sfondo” della biografia della Mecozzi.

Tutto l’incontro è stato accompagnato dalla riflessione sulla conservazione e trasmissione della memoria. Le donne degli anni ’70, le donne del femminismo, stanno costruendo archivi. Raccolgono le carte, i documenti, le fotografie che si sono accumulate nei loro luoghi di lavoro, e soprattutto nelle loro case. Li ordinano a volte con competenza professionale, altre in modo più artigianale. Li salvano dalla certa dispersione e oblio che avrebbero incontrato se fossero rimasti nelle sedi del sindacato. Cercano luoghi sicuri e insieme accessibili.
Lavorare agli archivi, viene detto, vuole dire riflettere sul futuro, sperare. Vuole dire compiere, al buio, piccoli passi verso altre persone, altre donne, che non si conoscono e che probabilmente non si incontreranno mai, che spesso non si riescono nemmeno a immaginare.
Attraverso gli interventi viene rievocata la fatica emotiva di rimettere le mani nelle carte che descrivono una storia breve e intensissima, poco più di un decennio, che ha impresso una straordinaria accelerazione alla trasformazione della condizione delle donne, e alle vite personali di chi ha vissuto quegli anni, e che ora si chiede, senza potersi dare risposte, come possa rinascere la coscienza di sé collettiva che le donne allora avevano elaborato. Le donne, intanto, sono diventate le donne di tutto il mondo: sullo schermo scorrono le immagini della conferenza di Pechino, i linguaggi, le urgenze, si sono moltiplicati e suggeriscono insieme una immensa potenzialità e una difficoltà quasi invincibile.
Incerte su cosa sperare, su cosa aspettarsi, le donne che hanno vissuto quel periodo tuttavia sentono e sanno che la lunga stagione di conflitto condotto all’interno delle loro molte famiglie (quella di origine, quella di coppia, quella sindacale, quella politica) ha dato loro una grande autonomia di pensiero e le ha rese capaci di sostenere la solitudine.
Riferimenti sugli archivi delle donne a Genova:
Associazione Archinaute - donne tra memoria e futuro (Ge - P.zza Scuole Pie 7) (archinaute@libero.it)
L'archivio del coordinamento donne FLM presso il Centro Ligure di Storia Sociale
www.centroliguredistoriasociale.it/donneflm.html
Archivio storico dell’U.D.I. Unione donne italiane - Via Cairoli 14/7 16124 Genova
(Paola Pierantoni)

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24 Ottobre 2007

Miopi rinvii - Una moschea per pregare lontano dalla monnezza

"Siamo stati sfrattati dall'unico luogo della provincia di Genova dove potevamo praticare la nostra religione, svolgere attività sociali, culturali, educative. Una moschea (centro culturale islamico) è un fatto di civiltà… La libertà religiosa è un diritto costituzionale". Così diceva un volantino del lontano 1999, firmato Centro Islamico culturale di Genova.
La fotografia (cliccare qui), presa nel Giugno 2005, ritrae la vita ordinaria di uno dei centri di preghiera islamici (quello di vico dei Fregoso, accanto ai mezzi dell'Amiu), sorti informalmente qua e là nella città dopo la cancellazione della moschea di via Bologna.

Dal 1999 ad oggi assistiamo in merito ad una sequenza di impegni disattesi, rinvii, rimpalli di responsabilità che stanno facendo vivere a migliaia di islamici genovesi una frustrazione molto pesante: la negazione di fatto della dignità del loro credo religioso e della loro cultura, l'esperienza vissuta del dovere praticare i propri riti in condizioni avvilenti.
Dire, come ha detto la sindaco Marta Vincenzi, che la moschea si farà, "che non vi è alcun pregiudizio da parte nostra", ma che non crede "che si tratti di una priorità per il 2009" (Il Secolo XIX del 27 settembre 2007) è una sottovalutazione di questa vicenda.
Sarebbe finalmente di sfidare l'impopolarità di cui parlava Bruno Gabrielli (Repubblica del 30 settembre 2007) non solo per affermare valori che sono propri della democrazia, ma anche per non mettere in difficoltà chi, tra i cittadini di cultura islamica, si impegna da anni per diffondere nella propria comunità la ricerca del dialogo e della convivenza armoniosa con la città ospitante.
(Paola Pierantoni)

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19 Settembre 2007

La morte di Tempo - Una vita per la musica chiusa senza una nota

Risuonavano solo le note degli angeli, ha riferito con tocco lieve Silvana Zanovello, sul Secolo XIX, nella sua puntuale cronaca dei funerali di Claudio Tempo. La musica, quella espressa dal suono di un violino, di un pianoforte o di una voce, non c'era proprio; allo stesso modo mancava, grande assente, la musica come istituzione, ente preposto non solo all'allestimento di opere e concerti, ma anche e forse soprattutto a tenere vivi i valori di questo mondo culturale. Il mesto silenzio che regnava nell'antica chiesa di San Siro, la vigilia di ferragosto, per l'addio al più famoso e impegnato critico musicale che Genova abbia avuto negli ultimi trent'anni, esprimeva il grado di partecipazione, o di indifferenza, esistente da queste parti verso la migliore "intellighenzia".

"Ostico, severo, competente ed esigente" ha definito Tempo, in uno schietto necrologio, chi lo conosceva bene come Sergio Buonadonna, già capo dei servizi culturali dello stesso giornale, aggiungendo che "gli ignoranti e gli orecchianti di musica" ora potranno esultare. Di più e di peggio c'è il vuoto, l'assenza di battiti di una città e di chi la esprime verso ciò che non risponde a logiche lobbistiche. Lui ne fu sempre estraneo. Fin da quando, tempi lontani, insieme a Eco fu tra i fondatori a Genova del Marcatré, rivista di rottura dello status quo culturale; e sempre in anticipo sui tempi "impose" alla conoscenza maestri ancora sconosciuti o quasi, quali Oren o Sciarrino. E come ignorare che alcuni riconoscimenti nazionali vennero al teatro dell'opera proprio grazie alla severa penna di Tempo, la sola considerata fuori dalle mura comunali?
In realtà, direttori e sovrintendenti di turno sapevano di non potersi "fidare" fino in fondo, perché la sua severità non faceva sconti a nessuno. Era questo il suo peccato imperdonabile: la mancanza di compiacenza. In musica come in politica. Non sembra un caso, insomma, il distacco ufficiale di fronte alla sua scomparsa: neanche una nota a chiusura di una vita per la musica; e neanche una parola in ricordo, alla recente ripresa della stagione sinfonica; direttore lo stesso Oren.
(Camillo Arcuri)

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4 Luglio 2007

Clandestini - La prosa bastarda dei sans papier

"In pasticerie di Lepanto sono uova di pasqua grandi con tule rosa, azuro, tuti colori, in bar, alimentari e fermata metro e poi uova picole di ciocolata quale costa come una giornata a fare pulizie, baby sitter o in cucina Lo Spiedo come mia cugina Dorina picolina quale pulisce verdure e pela patate poi mete divisa rosa con fioco dietro e serve a tavola seria e non parla, senza prattica, senza permeso, a paura, è clandestina, vuole fare atrice".

"Senza Permesso. Avventure di una badante rumena" è la cronistoria della vita di una "clandestina" che ha la sventura di rimanere senza passaporto, alle soglie dell'ingresso della Romania in Europa. A scriverlo è un italiana, Cetta Petrollo (che dirige la Biblioteca Alessandrina dell'Università La Sapienza di Roma ed è poetessa e autrice), non potrebbe essere diversamente. Solo raccontando vicende di cui si è testimoni e non doloranti protagonisti, è possibile quel distacco che rende questa storia tenera e ironica, a volte lunare e paradossale. E solo un italiana con l'amore per la poesia sarebbe stata in grado prendere la propria lingua e stravolgerla per disegnare senza pudore né riverenza il vero protagonista della storia: un italiano bastardo, meticcio e transitorio, che cambia e si fa più fluido col trascorrere dei mesi, che calca forme dialettali e modalità espressive di chi parla. Una delle infinite lingue possibili dalla commistione delle lingue d'origine, tenendo conto del livello d'integrazione, con le interferenze dialettali, con la necessità di esprimersi in un determinato campo piuttosto che un altro, con l'apporto individuale

L'italiano bastardo che disegna le vicende di Silvia, la badante rumena, non ha chiaroscuri, perché, non potendoli esprimere, non esistono, non conosce il lessico astratto se non in rumeno, ma riesce a toccare temi come la condizione della donna, il precariato, il contrasto tra la tradizione e la modernità, con il taglio vivo di parole concrete espresse da uno sguardo spaesato e spaesante.

"Quela volta per andare a scuola quando Alfonsina è giovane tu porti la legna alla maestra e se non hai legna niente scuola e cossì molti baieti non vanno a scuola ma molte maestre vanno per paesi a prendere bambini e danno qualc'osa per legna. Perch'è? Perch'è come comunism rumeno dice Ettore sciendendo di scala, hanno illusione, quale anche addeso alcuni ma sempre meno,perchè illusione è di giovani e qui sono tutti vechi tranne rumeni, ucraini, bulgari, filippini, tunisini polacchi e anche quelli di srilanka quali siete giovani ma non avete illusioni. Opure qualche giovane c'è ma fa centralinista, cocco, guida turistica e non ha illusione" (Cetta Petrollo, "Senza Permesso. Avventure di una badante rumena", Stampa Alternativa, 2007, 116 pagine, euro 10).
(Eleana Marullo)

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27 Giugno 2007

Documentario - Latinoamericani a Genova

Il video "Dibujando un cambiamento" è una riflessione sui problemi che affronta la crescente immigrazione latinoamericana a Genova. Gli immigranti, quelli con regolare permesso di soggiorno, sono circa 34.000 (5% della popolazione genovese!). Negli ultimi 10 anni i latinoamericani si sono quintuplicati e oggi ne rappresentano la metà. Di questi, 12.000 sono ecuadoriani e 2.000 peruviani. Gli irregolari, i clandestini, sono invece un numero indefinito. Il video, presentato al concorso "Sguardi latinoamericani in Liguria" recentemente indetto dalla fondazione Casa America, ha ottenuto il primo premio della categoria.

Nel video compaiono volti e voci che raccontano storie di giovani cresciuti e educati in Italia oppure da poco arrivati. Sono storie di speranza, disincanto e sofferenza che parlano di lavoro, famiglia, integrazione.
"Il permesso di soggiorno dipende dal lavoro, se non hai lavoro sei automaticamente clandestino… La legge attuale lega strettamente la presenza di stranieri al lavoro, considerandoli non come una risorsa ma come manodopera a basso costo… Mi dicevano, quando finisce la scuola che ti piacerebbe fare? "A me piacerebbe fare l'architetto". Tu no devi fare quello. Quando finisci le medie, io ti consiglio di fare l'idraulico, il muratore. Così i tuoi genitori, faticano di meno…". E sul lavoro, c'è anche la voce del giovane clandestino: "All'inizio fu molto difficile per me perché lavorai durante sei mesi per un signore italiano che m'ingannò e non mi pagò. Disse che uno come me, senza documenti, non ha nessun diritto".
L'altro problema è quello delle lunghe separazioni famigliari e della necessità di trovare le forze per andare avanti malgrado l'enorme difficoltà, con il rischio di perdere la famiglia, che essa si disgreghi: "Man mano che passa il tempo uno si chiede perché non fermarmi qui se vedo che nel mio paese le cose non migliorano".
Infine, il tema dell'integrazione, della necessità di modificare le proprie griglie mentali: "Le cifre dell'immigrazione da sole dicono poco dell'impatto provocato delle culture che entrano in contatto generando idee, ma anche pregiudizi. L'integrazione, che cos'è? E' solo questione di tempo? Il frutto di un confronto? Riguarda soltanto chi arriva?....
Genova è ormai un melting point culturale, una città in evoluzione. C'è già una società nuova e non sono solo gli immigranti che si devono integrare. Dovrebbe esserci un'integrazione che non può essere semplice accoglienza, ma integrazione reciproca".
I giovani registi, Marco Pellerano Montebelli (italiano adottato, nato a Lima) e Alan Rodríguez Alvarez (peruviano) con la collaborazione di Eleana Marullo (italiana), con tratti leggeri e sapienti e immagini calzanti, attraverso volti e voci che raccontano queste e altre storie, esplorano i principali luoghi del centro storico di Genova con lo sfondo di una bella colonna sonora in cui canzoni e ritmi latinoamericani si mescolano emblematicamente con "La città vecchia" (Nei quartieri dove il sole del buon Dio non dà i suoi raggi / ha già troppi impegni per scaldar la gente d'altri paraggi), l'indimenticabile poesia di De Andrè. Il video (durata 13' 40") verrà proiettato al Genova Film Festival il 5 luglio alle ore 16 (Sala Sivori).
(Oscar Itzcovich)

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18 Aprile 2007

Concorsi - Sguardo senza voci a Casa America

Il 3 aprile scorso si è svolta la premiazione del concorso "Sguardi Latinoamericani a Genova", indetto dalla fondazione Casa America presieduta da Roberto Speciale. I nomi e le opere dei vincitori sono stati riportati dalla cronaca locale (Secolo XIX, 4 aprile): 10 vincitori, 10 nazionalità coinvolte tra i 56 partecipanti, sguardi che si sono espressi nella cronaca giornalistica, nella fotografia e nel video. La premiazione però, sui giornali non è raccontata. A

l banco dei relatori, Speciale insieme ad altri organizzatori del concorso, e la giuria, composta da giornalisti, videomaker, docenti di lingua e letteratura spagnola, di sociologia, di storia dell'arte e storia dell'America Latina. Tutti, rigorosamente, italiani. Sono state illustrati l'organizzazione del concorso, le tappe per la pubblicizzazione di esso nella comunità latinoamericana, successivamente i criteri adottati nella scelta dei vincitori: doti tecniche, stile, contenuti , talenti. E' seguito il momento, emozionante, della consegna dei premi, in cui alla retorica si sono sostituiti i ringraziamenti impacciati e sinceri di chi si trovava magari per la prima volta sotto i riflettori: la fidanzata, gli amici, Casa America. Dopodiché il pubblico si è dissolto nei rivoli del buffet e, per chi fosse stato interessato a conoscere una buona volta gli sguardi latinoamericani, dopo aver sentito parlare italiano dalle cattedre, a disposizione solo una sala gremita e rumorosa, un piccolo schermo per i video ed una esposizione di foto e testi non troppo valorizzante. Storie, volti e immagini che parlano di speranze e disincanti, o solo, appunto, di sguardi, e ridisegnano soprattutto una città in evoluzione. L'imbarazzante assenza di latinoamericani in giuria o tra i relatori non poteva certo passare inosservata al sociologo Queirolo Palmas, che la commenta come una pecca dovuta alle lacune dell'esordio del concorso. Risulta però altrettanto imbarazzante lo spazio risicato dedicato alla fruizione di queste opere. Un evento autocelebrativo, in cui gli italiani parlano di quello che hanno fatto, come e perché lo hanno fatto, e i latinoamericani, oggetto socio-antropologico del discorso, ringraziano? Il dubbio, certo, è legittimo.
Un altro interrogativo, ancora più oscuro seppure fuori contesto: gli sguardi "non latinoamericani", quelli di comunità non altrettanto numerose ma comunque cospicue, come quella nordafricana o albanese, che galleggiano in silenzio nella quasi totale assenza di istituzioni o associazioni, le vedremo mai, seppure nei ringraziamenti dei titoli di coda?
(Eleana Marullo)

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11 Aprile 2007

Film - Bisturi e botulino ruba-anime

La regista Francesca Archibugi, dopo un periodo di assenza, propone in questi giorni nelle sale cinematografiche il film "Lezioni di volo", un prodotto discreto, un'opera lieve e scorrevole che forse ci rimanda ad un genere vagamente "bertolucciano" ma decisamente meno lezioso. In breve, la storia narra l'iniziazione alla vita vera, alla maturità psicologica (e non solo) di Pollo e Curry, due ragazzini ingenui, sbruffoni e viziati dell'alta borghesia romana, studenti a tempo perso, abili nel ciondolare e riempire giornate vuote ed insulse con stupidi scherzi come quello di sputare dal terrazzo di casa sulle teste di ignari passanti.

Curry è indiano, adottato da genitori italiani, il Kerala è la sua regione d'origine. Pollo è romano, ebreo, non particolarmente acuto e "non-cresciuto" da un padre aggressivo ed inquisitore e da una madre assente e superficiale. Il percorso di iniziazione dei due ragazzi incomincia appunto quando Curry trascina il compagno in un avventuroso ed impegnativo viaggio in India alla ricerca della sua vera madre.
Ma al di là della trama del film, ciò che colpisce in particolare è la figura della madre di Pollo, una donna superficiale, tutta shopping e mondanità, interpretata da una Anna Galiena decisamente irriconoscibile. E qui sta il punto. Anche la bella Galiena ha venduto il corpo e soprattutto l'anima al botulino? Certo che sì. E perché anche l'anima? Perché vedere trasformato in un cuscinetto un bel viso affascinante e unico come il suo, è alquanto triste e disarmante, un'invasione che toglie l'essenza più profonda della personalità individuale. Quel viso come quello di tante altre figure femminili, non solo appartenenti allo star-system, ha perduto ogni espressione vitale e originale che lo caratterizzava. La bella donna matura e sensuale dai tratti irregolari ed intriganti e dagli occhi languidi, non esiste più. Lo sguardo è vitreo, gli zigomi gonfi, la bocca è un salvagente, il viso è inespressivo.
Si sperava (ci piacerebbe illuderci) che fosse trucco per esigenze di copione, sarebbe decisamente molto più originale e divertente! Ma non è così. Fiduciosi che almeno tu, Anna, colta professionista dello schermo, interprete intelligente e sensibile, non "vendessi" così spudoratamente l'anima alla Bisturi & C, sappi che alcuni tuoi fan d.o.c. resteranno delusi. La chirurgia plastica ti ha violentata privandoti definitivamente di quell'espressione esclusiva che ti distingueva da tante altre tue colleghe, consegnandoci così qualcuno che non riconosciamo più, una delle tante della scuderia delle "rifatte".
Peccato. Forse "non ci resta che piangere" (come diceva Massimo Troisi), rassegnarci e aspettare le prossime deturpazioni. Questo in fondo è il nostro contemporaneo, una società che evidentemente ci piace così, ci calza a pennello, sviluppata da noi e da coloro che ci hanno governato e che attualmente ci governano, inerti. E' stata spianata la strada al finto, all'artificiale, all'immobilismo dell'artefatto, tutti elementi che ovviamente hanno preso il sopravvento anche nei rapporti umani e nella quotidianità e sono parte integrante del DNA sociale e culturale.
Finti fuori, finti dentro. Innaturali, questa è la regola. Dobbiamo forse farcene una ragione?
(Elena Giusti)

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21 Marzo 2007

Libri - Storie di donne nel bene e nel male

C'è un modo per parlare di donne? Quali storie circolano? Cosa vorremmo si dicesse di noi?
Donne buone e donne cattive. Ecco cosa si può trovare in giro, e a fissarle questa settimana, bastano due libri. Uno di Nando dalla Chiesa, "Le ribelli" (Editore Melampo, 2006, 13 euro), l'altro di Vitaliano Trevisan "Il ponte. Un crollo" (Einaudi, 2007, 13 euro).

Sembrano non avere nulla in comune i due romanzi, se non fosse che entrambi raccontano di noi e di quel legame tutto familiare che intrecciamo nei nostri rapporti affettivi. Trasudano famiglia. L'uno mafiosa, l'altro della provincia vicentina. Famiglie assassine entrambe dalle quali non si può che fuggire o ribellarsi in quanto figli, o in quanto madri, sorelle di vittime della mafia.
Nel libro di Nando dalla Chiesa sei "scene" che inquadrano, come in un film, il crescendo di altrettante storie tragiche personali, nelle quali le donne diventano protagoniste - loro malgrado - nella lotta contro una mafia che uccide il loro cari e contro uno stato che le abbandona. Si tratta di donne sole, che hanno varcato la seconda metà del secolo scorso battendosi - anche al posto di chi ne aveva il compito - per la verità e la giustizia. Sarà anche la leggerezza del libro ad incantare il lettore, una fluidità di facce, una restituzione dei gesti, che isolano la Sicilia in un quadro completo. Sono le donne di cui vorremmo fosse pieno il mondo.
Più in là, Vitaliano Trevisan ne "Il ponte" racconta del potere distruttivo di una madre, del seme deviato che può abitare una famiglia. Scrive - in prima persona - dei suoi ricordi vicentini e dell'isolamento atroce che un bambino può vivere in una famiglia perfettamente omologata, finanziariamente appagata, con un padre che lavora per lasciare al figlio la sua avviatissima attività. E' il tuffo nella follia dei ricordi, spietati anche nei confronti del paese Italia, di cui nulla si può salvare - a partire dai quotidiani - e che sembrano percorrere il libro su due livelli distinti per incontrarsi a tratti. La donna madre e le donne sorelle, alleate contro il personaggio lo accompagneranno sin dall'infanzia verso la malattia, di cui la lucida consapevolezza non serve al superamento del trauma. "Il ponte" è un libro in cui nulla viene salvato, perché tale è per l'autore il potere distruttivo di una madre di cui si ha paura.
Si consiglia la lettura di entrambi i testi alle donne che fanno politica o che desiderano farla, per l'opportuna riflessione sul "valore aggiunto femminile" e su quella affettività negata di cui talvolta siamo le migliori rappresentanti.
(Giulia Parodi)

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14 Marzo 2007

Linguaggio politico - L'elevata diatriba su chi fa schifo

E' possibile che a qualcuno sia sfuggito perché non tutti i lettori arrivano in fondo al resoconto di una riunione di partito; e la "perla" era proprio nell'ultima riga, dove si riferiva (Secolo XIX del 6 marzo) l'exploit di Biasotti all'inaugurazione del point di Forza Italia per le prossime amministrative: dopo il Comune e la Provincia "sarà facile riprenderci la Regione, liberandola -ha sentenziato l'ex governatore- da questa sinistra che fa schifo". Espressione elegante ma niente affatto originale, essendo solo una ripetizione della precedente invettiva rivolta a Berlusconi dal segretario dei comunisti italiani, Diliberto.

In quella prima occasione furono in molti, e da ogni parte, a rilevare come lo scadimento del linguaggio politico, il ricorso all'insulto, siano di fatto la negazione del confronto democratico. Ora, se certe esasperazioni possono avere una minima attenuante a sinistra, sul piano storico, in quanto risposta ad alcuni millenni di sopraffazioni e sfruttamento, dalla parte opposta, dalla destra, non possono avere altre motivazioni che l'arroganza e l'intolleranza tipiche dell'ideologia fascista. D'altra parte tra chi si sbracciava di più in sala, entusiasta per le elevate espressioni di Biasotti, era proprio Plinio, già suo vice e non dimenticato partner nel più esilarante show improvvisato in Regione, quando entrambi, più qualche mitomane, "vedevano" piangere la statua del Cristo degli abissi.
Nulla di nuovo nel copione. L'unica perplessità riguarda la presenza in questa compagnia di Enrico Musso, un professore di economia, considerato persona seria e competente, un intellettuale moderato, dai giudizi precisi, motivati. (Ne diede prova a suo tempo bollando senz'appello la discesa del Cavaliere in politica: una jattura.) Come si sarà sentito, posando per i cameramen abbracciato con l'unto, sul palco del Porto Antico? Nessun brivido, nessun disagio? E nemmeno all'inaugurazione del point, con il duo Biasotti-Plinio?
Che cosa non si fa per un posto al sole. Anzi nella Sala rossa.
(Camillo Arcuri)

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Anteprima - Il porto di dentro, film proibito

"De mä - trasformazione o declino" è un documentario sul porto di Genova e sul lavoro portuale, che fa discutere. L'anteprima di alcune parti a bassa risoluzione che gira su internet, ha già provocato scontri accesi e reazioni a dir poco furibonde. A San Benigno sono comparsi cartelli e graffiti intimidatori: "infame", "okkio al kranio". Indirizzati a quei portuali che, intervistati, avevano criticato la attuale gestione della Compagnia. Pietro Orsatti, autore del film, ha detto che si aspettava critiche, anche polemiche feroci e che è "consapevole che in ogni caso il film ha per la prima volta svelato interamente un mondo assolutamente sconosciuto se non al ristretto ambito degli addetti ai lavori". Comunque, Orsatti ha dovuto tornare al montaggio per "apportare modifiche funzionali alla tutela delle persone minacciate" per aver collaborato con il film (http://orsatti.blogspot.com/index.html).

Il film di Orsatti racconta il profondo malessere che attraversa il mondo del porto. Una critica, ma anche un'accusa a un modello organizzativo e operativo in difficoltà. Si parla di "globalizzazione", della crescita dei traffici mondiali, che sembra non aver toccato Genova se non in una minima parte (in questi ultimi anni il traffico del porto è rimasto sostanzialmente fermo) a scapito di altri porti del mediterraneo (Marsiglia, Barcellona) e del Nord Europa (Amburgo, Rotterdam). Oggi "non c'è nessuna erosione del traffico nel confronto dei porti del Nord Europa". Insomma, si parla di una crisi economica del porto e della responsabilità del mondo politico, imprenditoriale e sindacale.
"Abbiamo perso", commenta amaramente un portuale. Non solo in termini salariali, ma anche in sicurezza. Un tema ricorrente nel documentario. Anche perché si dimentica troppo facilmente che il lavoro portuale è tra quelli a più alto rischio di infortuni. In questi anni gli incidenti si sono moltiplicati. L'ultimo, a Ravenna, è costato la vita a Luca Vertullo, 22 anni, al suo primo giorno di lavoro. "E' rimasto schiacciato da un rimorchio sovraccarico, all'interno della stiva di un traghetto, durante una delle operazioni più complesse, quella del rizzaggio, che consiste nel fissare i carichi" (Marco Preve, "Camalli, a rischio di vita", MicroMega 1/2007). E poi le malattie professionali provocate dall'inquinamento, dall'esposizione continua a sostanze capaci di provocare danni irreversibili, tumori, enfisemi. Ma il vertice della Compagnia non ha nulla da dire?
(Oscar Itzcovich)

Venerdì 16 marzo alle ore 17, al Cinema Instabile (via Cecchi 19r) si proietterà la prima del documentario "De mä - trasformazione o declino". Alla presentazione parteciperanno, l'autore, Pietro Orsatti, Giorgio Cremaschi (Fiom), Pino di Maula (vicedirettore di Left) e Sergio Bologna (esperto di portualità). Arcoiris.tv manderà in onda il dibattito della presentazione (canale Sky 916) e renderà disponibile sul suo sito (www.arcoiris.tv) lo streaming del film.

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28 Febbraio 2007

Mode - L'ambiguità nera della pubblicità

Dolce & Gabbana sono due famosi stilisti che ci propongono senza tregua immagini di giovani discinti, un po' ambigui, visibilmente ricchi, nullafacenti e perciò annoiatissimi, usualmente stravaccati "in posizione scomposta", come si sarebbe detto a scuola negli anni '50. Ora però si cambia: questa volta in posizione scomposta c'è una donna, uno sta per violentarla, gli altri intorno, in piedi, guardano con distacco. Forse aspettano il loro turno. Il tutto è molto estetico, si intende. E magari è solo un gioco, forse sotto sotto lei ci sta, dopotutto porta una vertiginosa minigonna e i tacchi a spillo.

In Spagna, dove il manifesto circola (circola anche in Italia?) non l'hanno presa così sportivamente e l'Istituto delle Donne, l'associazione dei consumatori e i Verdi ne hanno chiesto il ritiro in base alla legge spagnola sulla pubblicità che proibisce annunci "che attentino alla dignità della persona o violino i valori e i diritti riconosciuti dalla Costituzione" e che vieta di associare l'immagine della donna "a comportamenti stereotipati" che possano contribuire "a generare violenza".
Girellando per internet si scopre che anche in Gran Bretagna sono sorte reazioni di rigetto per una immagine pubblicitaria (sempre di D&G) che raffigurava due uomini armati che minacciavano la loro vittima con un coltello, mentre a terra c'era un'altra persona con una ferita alla testa.
Sono immagini accomunate dalla estetica della violenza
(Paola Pierantoni)

Posted by Admin at 18:24

Teatro - L'insostenibile sofferenza della verità di Yuri

"Di qui si va via tutti insieme." L'umanità non è divisa tra beati e dannati nel dopo morte pensato da Petruzzelli e Calandri per il loro splendido apologo sui crimini che i medici nazisti hanno compiuto sui bambini cavie nei lager.
Nell'aldilà di "L'olocausto di Yuri" presentato lo scorso 20 febbraio al Teatro Duse, c'è solo un'immensa folla che cammina in continuazione. Ognuno apparentemente cerca gli altri: i figli uccisi, la moglie, il carnefice, ma quello che davvero importa nell'incontro con l'altro sono i frammenti di sé che ne vengono riflessi e restituiti, e che lentamente ricompongono la verità di ciascuno. Si potrà andare via solo dopo che tutti avranno capito, solo dopo che per ogni singolo si sia compiuto il percorso della consapevolezza di sé, della parte di colpa che ciascuno ha anche nelle tragedie di cui è stato vittima.
Nessuno potrà andarsene finché anche l'ultimo non sia uscito dal circolo della ripetizione dei gesti che continua a compiere in attesa del coraggio di affrontare l'insostenibile sofferenza della verità.
(Paola Pierantoni)

Posted by Admin at 18:22

Libri - La fatica della vecchiaia secondo Roth

Vi voglio parlare di Philip Roth. E' necessario. Ci sono cose entusiasmanti che vanno condivise con altri. Roth è una di quelle. Potete iniziare a conoscerlo con uno qualsiasi dei suoi romanzi, da quelli dell'esordio o dall'ultima pubblicazione. Ma iniziate. E fatelo subito.
Era la mia convinzione sulla quale non avrei arretrato di un passo, se non fosse stato per una mail, letta a Fahrenheit - Radio Rai Tre - venerdì 23 febbraio. "Non dovevate recensire "Everyman", l'ultimo libro di Roth - troppo crudele il modo in cui tratta la vecchiaia…Gli ascoltatori della radio sono spesso anziani. Una visione di quel tipo li può sconvolgere."

"La vecchiaia non è una battaglia: la vecchiaia è un massacro", questa la frase scritta da Roth, alla quale ha fatto riferimento il conduttore della trasmissione, spiegando che il pregio dei buoni romanzi è aprire nuove letture sulle grandi questioni dell'esistenza.
Everyman's Jewelry Store - La gioielleria di tutti - è il nome che il padre del personaggio dà al suo negozietto, con l'intento che da lui possano andare tutti, perché "è una faccenda impegnativa per un operaio comprare un diamante per piccolo che sia". Siamo in America nel 1933. E la voce narrante ricompone l'esistenza di un vecchio mescolando passato remoto e presente, riconsegnando al lettore un'intera vita. Assolutamente crudele nella descrizione degli ultimi anni di esistenza, con vuoti affettivi, malattia, ricerca di uno spazio fisico e mentale dove poter fare le cose che non si sono fatte prima, assolutamente generoso nel ripercorrere ricordi dell'infanzia, matrimoni, tradimenti, divorzi, vita lavorativa del suo personaggio, Roth accelera e si ferma con lui per fargli trovare fiato nella sua spiaggia, che nonostante un progetto di bonifica, "era sempre la sua spiaggia, ed era al centro dei cerchi in cui girava la sua mente quando tornava col pensiero ai momenti più belli della sua infanzia."
In quei cerchi va a finire il lettore in questo passare dalla vitalità della vita, alla fatica della vecchiaia che può diventare "massacro". La morte, nel libro con tanti volti, viene descritta anche con quello più terreno, attraverso un dialogo tra il vecchio e un becchino che si prende cura del cimitero. Allora il lavoro meticoloso dell'uomo in cui tempo, attenzione, e buon terreno possono fare la differenza, ridimensionano l'angoscia del personaggio.
"Everyman" è crudele per gli anziani? Ingiusto suggerirlo?
"La più inquietante intensità della vita è la morte. Perché la morte è così ingiusta. Perché quando uno ha gustato il sapore della vita, la morte non sembra neppure una cosa naturale. Io credevo, dentro di me ne ero certo, che la vita durasse in eterno".
(Giulia Parodi)

Posted by Admin at 18:20

21 Febbraio 2007

Incontri - Cultura, non consumo, per i giovani latinos

Alla biblioteca Berio si ha l'impressione che, per un collasso della materia, i confini mondiali si siano ristretti. L'occasione è la conferenza (10 Febbraio 2007) che ha accompagnato la donazione di quasi duecento libri in lingua spagnola da parte del consolato ecuadoriano, ed in particolare dell'Universidad Técnica di Loja. Tanti italiani, tra cui molti frequentatori sabatali della biblioteca, altrettanti latinoamericani.

L'occasione è singolare, per una volta non si tratta di emergenze legate alla sicurezza e all'ordine pubblico, eppure le gangs sono nominate da quasi tutti i relatori, per cominciare da un insolito Borzani, che abbandonati i toni retorici, si ferma fino alla fine dell'evento e risponde puntualmente a tutte le domande sollevate dal pubblico. In apertura evidenzia subito il nesso tra la donazione dei libri ed i problemi che la seconda generazione si trova ad affrontare, problemi trascurati o sottovalutati per troppo tempo in virtù di un'apparente vicinanza linguistica e culturale tra l'Italia e l'Ecuador in particolare, l'America latina in generale.
I ragazzi soffrono, argomenta Borzani, anche perché sono giunti in Italia ad un'età superiore rispetto a quella dei minori africani, che hanno trovato nella scuola elementare un supporto di mediazione culturale. La scuola media e quella superiore al contrario non hanno saputo creare gli strumenti per sopperire al disagio dell'emigrazione. La G2, seconda generazione, soffre per la mancanza di modelli culturali, ai quali sopperisce con l'accesso ai consumi. Non ultimo, elemento critico l'accanimento mediatico contro i giovani latini, identificati automaticamente con lo stereotipo delle gangs.
Vari interventi dal pubblico parlano di una realtà di artisti, musicisti, uomini di cultura provenienti dall'America Latina che oggi non trovano i canali per venire allo scoperto e non possono quindi impedire la desertificazione di modelli appartenenti alla cultura d'origine per i giovani latinoamericani. Si respira nelle parole dei presenti una sorta di risveglio consapevole: non è stato possibile pensare alla cultura finché l'unico obiettivo era provvedere ai bisogni materiali; la seconda generazione ha messo tutti, italiani e no, di fronte all'evidenza che il bisogno culturale è altrettanto indispensabile.
(Eleana Marullo)

Posted by Admin at 13:30

10 Gennaio 2007

Nuove tecnologie - Né cultura né memoria senza una politica

Due occasioni diverse. Una è il "XII colloquio dell'Istituto Europeo del lessico intellettuale", che discute in questi giorni a Roma il significato del termine "natura". L'altra è la conferenza tenutasi a Firenze tra il 14 ed il 15 dicembre, sul tema "Cultural heritage on line", volta ad studiare il legame tra cultura, memoria e "nuove tecnologie", nei suoi aspetti tecnici, legali ma prima di tutto sostanziali.

Nell'elzeviro pubblicato sul Corriere della Sera il 5 gennaio scorso, viene affrontato, in un estratto dall'intervento di Natalino Irti all'incontro di Roma, il tema del rapporto tra la natura e la tecnica. La nascita e la morte, sottratte dal dominio concettuale della natura, finiscono, nelle parole di Irti per divenire un prodotto. E a fronteggiarsi non sono (non sono più) il diritto e la natura, ma il diritto e la tecnica, su una linea incerta, in cui le norme non statuiscono ma sono soggette a tempeste ideologiche, politiche e religiose. Di fronte alla molteplicità delle tecniche, continua Irti, esiste però un'altra tecnica, che è "la volontà del potere giuridico, capace di vincolare l'azione dell'uomo e di dirigerla verso uno o altro scopo. La scelta degli scopi appartiene alla decisione politica."
Altro contesto: alla conferenza sul "Cultural heritage on line". Paolo Buonora (Centro di fotoriproduzione, legatoria e restauro, MiBAC) interviene per illustrare gli elementi che rendono appetibile l'applicazione delle tecniche di digitalizzazione al patrimonio culturale: la possibilità di effettuare ricerca, di georeferenziare, di digitalizzare il contesto, ma anche e soprattutto di rendere accessibile quello che è considerato patrimonio culturale collettivo. Rendendolo accessibile, lo conservano e lo tramandano.
Ma la scelta di ciò che debba essere conservato, che viene definito "patrimonio", si colloca a monte. Il primo esempio fatto dal relatore non è da guida touring: sono gli atti del processo di piazza Fontana, che dovrebbero essere sottoposti ad un processo di digitalizzazione perchè se ne conservi memoria prima che vadano al macero.
I fondi sui quali quest'operazione dovrebbe svolgersi sono ancora, inspiegabilmente, fermi. Si può giocare a leggere un relatore con l'altro, incrociandoli: natura, cultura, memoria appaiono come ostaggi della tecnica soltanto se la decisione politica abdica al suo potere di scegliere e definire gli scopi.
(Eleana Marullo)

Posted by Admin at 12:17

13 Dicembre 2006

Premio a Carmi - Gli artisti in fabbrica; breve fu la stagione

Sala piena a Villa Croce per il conferimento del premio della fondazione "Mario Novaro" a Eugenio Carmi. Manca solo il sindaco, la cui presenza era stata annunciata dalla stampa. L'assessore Borzani sottolinea la svolta nei rapporti tra impresa e cultura, inaugurata all'Italsider dall'allora direttore generale Gian Lupo Osti, realizzata grazie alle intuizioni del "art director" Eugenio Carmi ed al lavoro dei funzionari e consulenti addetti alle relazioni pubbliche.

Il "video" girato da tre giovani, attraverso interviste e immagini, testimonia l'impegno ed i risultati conseguiti da "Eugenio Carmi, un artista in fabbrica, Italsider di Genova, 1956-1965" e va ad affiancarsi, degnamente, ad altri tentativi di riproporre quel felice e prolifico momento per Genova e per la cultura italiana (documentato da tesi di laurea e da recenti mostre).
Vengono solo citati i contributi degli scultori Calder e Smith, chiamati da Carmi a lavorare il ferro in fabbrica o la funzione culturale svolta attraverso la rivista aziendale e la diffusione di litografie numerate dei giovani artisti italiani al personale. La genialità dell'artista trasforma la fabbrica tetra attraverso i cartelli antinfortunistici, l'oggettistica aziendale, le cartelle ed i raccoglitori.
Ma poi, dopo questo felice momento, spiega Carmi, tutto torna come prima "perché noi eravamo orientati al futuro, loro al passato", intendendo con "loro" coloro che, con una gestione opportunistica, hanno posto le basi del fallimento siderurgico, a partire dalla costruzione dello stabilimento di Taranto.
Carmi, infine, ricorda ai presenti il boicottaggio del progetto della sede dell'Italsider, cui per tre anni aveva lavorato il grande architetto Konrad Wachsmann negli anni sessanta; una realizzazione che avrebbe dato un volto nuovo alla città. Ed oggi la storia sembra ripetersi con l' "affresco" di Piano.
Importante il premio della fondazione Novaro, ma perché non un "grifone"? Solo perché è critico nei confronti della città, o perché per continuare a lavorare ha dovuto trasferirsi a Milano?
(Vittorio Flick)

Posted by Admin at 16:22

Libera Tv - Arte in tutta Europa meno che in Italia

L'Italia è l'unico paese della Comunità europea escluso da Arte, il canale televisivo, dal nome nostrano, ma di lingua franco-tedesca, dedicato ai temi della cultura e privo di pubblicità. Inizia con queste parole l'appello lanciato, già alcuni anni fa, da Claudio Abbado e rimasto finora senza esito. Non senza risposte, perché alla firma dell'illustre musicista se ne sono aggiunte numerose altre e sono seguite anche assicurazioni ufficiali, come quella del ministro dei beni culturali del tempo, Urbani, che nel 1994 definiva la possibilità di inserire il programma nel digitale terrestre "una grande occasione da non perdere". Puntualmente perduta.

Forse non tutti sanno che Arte, oltre a trasmettere film d'autore e grandi concerti, si occupa di storia e fa informazione: due telegiornali quotidiani e una rubrica domenicale, Fermo immagine, condotta da un corsivista di Le Monde, che analizza il trattamento delle notizie nei telegiornali del mondo intero. Insomma un osservatorio tv simile a quello che Oli fa, su scala ridotta, dalle nostre parti. E tutto questo proposto simultaneamente in francese o tedesco e con i sottotitoli nelle altre lingue europee, italiano escluso.
Per comprendere le ragioni che impediscono l'ingresso di Arte nel nostro paese ("una censura che limita il diritto costituzionale alla libertà d'informazione", sottolinea l'associazione articolo 21), bisogna probabilmente ricordare alcuni reportages "scomodi", addirittura a puntate, messi in onda dal canale tv, su temi ancora caldi e oscuri della vita italiana: esempio, la strategia della tensione, il golpe Borghese, con interviste a generali statunitensi che si assumevano responsabilità gravissime confermando la "necessità di fermare in qualsiasi modo" l'avanzata comunista in Italia; ma anche uno sconcertante documentario su Berlusconi comprendente la registrazione di un'esilarante telefonata in cui l'ex premier ironizzava sulle intimidazioni mafiose. Il governo italiano di allora intervenne presso il primo ministro francese Raffarin perché la trasmissione non venisse replicata, come previsto, qualche giorno più tardi. Invano.
Com'era pensabile che un canale così indipendente, per non dire impertinente, potesse metter piede sull'italico suolo tv? Si illudeva, se non spargeva fumo, a suo tempo il ministro Urbani. Ora però, col centrosinistra, certi ostacoli dovrebbero essere caduti. O no?
(Achab)

Posted by Admin at 16:17

29 Novembre 2006

Libri - Dove abbiamo vissuto e dove viviamo

S'intitola "Sragione di Stato" (BUR 2006) e parla di "deviazioni, intrighi e complotti di un passato mai chiuso". E nelle parole "mai chiuso" c'è la ragione del libro. Non può approdare alla normalità la vita politica di un paese che non ha diritto alla verità. Un paese costretto all'ignoranza su vicende terribili che hanno travagliato la sua vita negli ultimi 40 anni - a cominciare dalle stragi impunite - avvilito da depistaggi e con armadi pieni di segreti di stato.

Del libro di Arcuri qui si parla perché fa i conti con la cronaca. Quella massa sterminata di notizie, inchieste, immagini che quotidianamente lampeggiano davanti ai nostri occhi; in un vortice che finisce per privarle d'alcun senso. Arcuri, giornalista di mestiere, non ricorre a fonti segrete, esclusive, incontrollabili come spesso fanno gli scrittori di misteri che spesso risultano ai lettori più misteriosi dei loro libri. Arcuri è uomo di cronaca, usa notizie alla portata di tutti, le analizza, le collega e alla fine le interroga. E invita tutti a fare la stessa operazione fatta da lui, cioè ad interrogarle. Con la domanda più semplice del mondo: in che paese abbiamo vissuto? E ancora: c'è o no un rapporto tra il paese dove abbiamo vissuto e quello dove oggi viviamo?
Domande che dobbiamo porci - sostiene Arcuri - non per un generico bisogno di storia. Piuttosto perché la realtà d'oggi, della cronaca quotidiana, dai fatti del G8 allo scandalo Telecom, al Sismi di Pollari, rivela di continuo l'esistenza di una "mano invisibile", silenzi impenetrabili, tabù inquietanti e, naturalmente, di omissis. Una "mano invisibile" come quella che ha impedito ai cittadini italiani di sapere chi erano e cosa si ripromettevano gli autori di una mezza dozzina di stragi, quali le connivenze con gli apparati dello stato, grazie a quali segreti patti si sia perpetuato il silenzio sui fatti accaduti. La "mano invisibile" esiste. E' la stessa che controlla la vita del protagonista narrante del libro di Arcuri, un generale dei carabinieri, che attraversa tutti i gradi dell'Arma, negli ultimi 40 anni del Novecento. Nel libro di Arcuri la voce del generale non è la gola profonda, la fonte di rivelazioni straordinarie. Piuttosto un espediente narrativo, un filtr o, l'introduzione di un piano personale a fianco di quello della grande storia. Arcuri usa le risposte del testimone per costruire le sue storie.
Dietro al libro c'è una ideologia, una passione: del vivere civile, di fare la propria parte, di non smettere di interrogarsi. Non è un caso se chiude con una nota di ammirazione per le "migliaia di cacciatori di notizie in marcia" - sono i giorni terribili del G8 - "biro o telecamera a tracolla, per catturare ciascuno la propria fetta di verità", sentinelle convinte a difesa dei sempre incerti "confini tra cittadini e potere". Forse non salveranno il mondo - scrive Camillo - ma di sicuro daranno una mano. Si capisce che lui vorrebbe essere stato lì con loro e il suo libro è un modo per dirlo.
(Manlio Calegari)

Posted by Admin at 09:41

Genova - La città riconoscente dedica a Renzo Piano

La foto qui sotto ci è stata spedita da Alice Watkins, giovane architetto canadese, in giro per il mondo per documentarsi sulle opere di Renzo Piano.
"Chi ha deciso e chi è l'autore - chiede Alice - dei due edifici sovrapposti all'ingresso della tensostruttura del Porto Antico, una delle meraviglie del hi-tech applicato all'architettura moderna?" E conclude: "Forse Mr. Piano non ha protestato ma i genovesi non hanno niente da dire?"


tenso

Posted by Admin at 09:34

8 Novembre 2006

Festival Scienza - Dibattito sull'Università senza professori

Venerdì 3 novembre 2006. La sala è quella della sconsacrata chiesa di San Salvatore di Piazza Sarzano, oggi diventata aula polivalente della facoltà di Architettura. Più di 300 posti a sedere di cui meno di una ventina risultano occupati.

Eppure l'occasione era interessante: nella città che promuove con successo il Festival della Scienza l'università fa i conti con se stessa. E lo fa discutendo un bel libretto scritto da due matematici - "Ipotesi sull'università" (M. Giaquinta e A. Guerraggio, Codice Edizioni, 2006, euro 9,90) - che analizza gli effetti della cosiddetta riforma "3+2" varata nel 1999 dal centrosinistra. A sette anni dell'introduzione della riforma le indicazioni che emergono sono che "la riforma ha vinto la scommessa sui numeri (quelli delle immatricolazioni e degli iscritti all'università), ma ha fallito nel rinnovare e stimolare l'interesse dei giovani nei confronti dell'università". L'università offre ai giovani un prodotto di bassa qualità e dove il classico binomio "didattica e ricerca" è stato sostituito da "didattica e governance".
Gli autori della riforma - è la tesi del libro - non hanno "creduto alla politica" e hanno lasciato la riforma in mano a pochi addetti diventati unici interpreti dei farraginosi meccanismi di applicazione e teorici del numero massimo di pagine da leggere per preparare un esame ("non un'ora di più alle canoniche 25 ore di impegno dello studente per ogni credito assegnato") con conseguenze deleterie sul livello degli studi.
Nicola Tranfaglia, deputato e membro della Commissione cultura, scienza e istruzione della Camera, uno dei relatori (con Massimo Mugnai e Giunio Luzzatto), ha pronunciato le parole più inquietanti. Che il centrosinistra ha pasticciato molto (modello anglosassone ecc.) ma ancora oggi, e malgrado la lunga esperienza fatta, non ha maturato un'idea su quale università vuole. Sia Tranfaglia che Luzzatto e Mugnai hanno espresso preoccupazione per il quadro generale in cui il processo di riforma si è attuato. Un quadro dove alla incapacità politica di accompagnare una proposta di riforma si è aggiunto il disinteresse degli operatori (indifferenza, disillusione?) e il gioco dei veti incrociati delle diverse corporazioni che operano all'interno dell'università.
Ignorato dalla stampa locale, l'evento "Presente e futuro dell'università italiana" certo non comparirà nella graduatoria delle tavole rotonde più seguite del Festival della Scienza 2006. Pochissime persone e, fuorché gli oratori e qualche amico, nessun universitario.
(Oscar Itzcovich)

Posted by Admin at 18:23

1 Novembre 2006

Festival della scienza - Soffia l'intelligenza ma il TGR non lo sa

In questi giorni la città è attraversata dal Festival della Scienza. Girando per i vari appuntamenti quello che più mi colpisce è la partecipazione alle conferenze: ovunque si vada, per complesso che sia il tema trattato, mi ritrovo in compagnia di centinaia di persone. Sale piene. Tutte le età rappresentate. Mi pare un bello squarcio sui desideri e sugli interessi che albergano nei segreti cuori genovesi, e una bella prospettiva su ciò che la nostra città può saper offrire: in questo caso non solo eventi divertenti, curiosi, spettacolari, ma moltissime ed articolate occasioni di pensiero e di cultura, che vengono raccolte a piene mani.

Se però volessimo farci una idea di questo evento attraverso il TGR ci troveremmo assai a mal partito: sul piatto infatti è servita la solita polverosa melassa che avvolge tutte le notizie liguri e cittadine che il nostro organo di informazione televisiva ci propina giorno per giorno, anno dopo anno, senza mai deflettere.
Il TGR - a differenza delle speciali trasmissioni della radio - sceglie infatti di parlare solo degli appuntamenti che, secondo il senso comune televisivo, sono catalogabili come "popolari". E che non disturbano troppo. Quindi abbiamo: Pierino e il Lupo con Bonolis al Carlo Felice, il viaggio di Darwin con Patrizio Roversi, bambini che disegnano dinosauri, una iniziativa collegata al Parco del Beigua…
Non superano il test della popolarità (un solo esempio tra i molteplici possibili) le quattrocento persone che, cuffia in testa per la traduzione simultanea, se ne sono state ad ascoltare uno scienziato che parlava del concetto di infinito in matematica ed astrofisica. Chi erano? Perché lo fanno? Che cosa cercavano? Cosa hanno trovato?
Lo supera invece largamente, guarda un po', la mostra-laboratorio "La cucina dell'energia" realizzata dalla Iplom per rassicurare la popolazione locale sul fatto che la azienda è super sicura, che l'incidente di un anno e mezzo fa è ormai alle spalle, e che dopotutto quell'incidente, ci viene diligentemente ricordato, non ha procurato alcun danno alle persone.
Padre Enzo Bianchi della Comunità di Bose, venuto a parlare ad un pubblico strabocchevole sul tema del rapporto tra laici e credenti in materia di etica, si conquista la possibilità di una citazione solo a causa della polemica innescata dal vescovo di Genova, a cui il festival non è risultato simpatico: "il programma mi pare un po' troppo a senso unico, troppo laicista. Così mi sembra che non vada. Non ci andrò". La polemica infatti merita la citazione, perché è "spettacolare" in sé, a maggior ragione se la innesca il vescovo.
(Paola Pierantoni)

Posted by Admin at 17:24

26 Ottobre 2006

Incontri - L'antisemitismo del quarto tipo

Duole - si fa per dire... - scriverlo, ma gli interventi di Pietro Citati lasciano spesso un inconfondibile retrogusto di cartolina illustrata, al punto che, letti, si sarebbe tentati di sondarne il rovescio, in cerca dell'immagine che invariabilmente li accompagna. Passi per Goethe e Kafka trasformati in portatori sani delle stimmate aneddotiche del genio; l'affare si complica quando, su Repubblica del 28 agosto, il nostro si lancia nella genealogia breve dell'antisemitismo. Qui il problema è tale, che dritto e rovescio si confondono in una logica implacabile e cristallina di cui il Citati surrettiziamente si aureola.

Dopo aver passato in rassegna l'antisemitismo nazista attualizzato dalle dichiarazioni inconsulte di quanti, come Umberto Bossi, pensano che i mali del mondo derivino dai "banchieri ebrei di New York", quello cattolico alimentato per secoli dal micidiale fantasma del popolo "deicida" e quello borghese scatenatosi quando, all'apertura dei ghetti, gli ebrei naturalizzati divennero "avvocati, scienziati, scrittori spesso più intelligenti dei rivali cattolici", Citati viene al dunque, cioè all'esistenza di un antisemitismo di sinistra. Egli stesso dichiara aver colto l'altermondializzata primizia di questo obbrobrio del quarto tipo sulle labbra di un'anonima manifestante non si sa "se casariniana o carusiana o agnolettiana" all'origine della modesta proposta geostrategica secondo cui "quelli che non ha ucciso Hitler, li ammazzeremo noi". Pur prendendo per buona, nonché per diretta, la testimonianza (ma voi ve lo vedete l'accademico volteggiante a mo' di neoplatonico spiritell o fra le orde vociferanti in tuta bianca o black?) è legittimo domandarsi se il problema possa essere liquidato con un tale sberleffo cartaceo. Perché, visto che l'antisemitismo esiste, beninteso, anche a sinistra, citarne le perle ignominiose non meglio identificate non vale certo a spiegarne la perversa natura.
Questo antisemitismo che alligna nella sinistra senza essere di sinistra (come immaginare una collusione fra un pensiero fondato sull'idea d'uguaglianza nella diversità e la discriminazione razziale?) può essere definito, per mezzo di un ossimoro, come un antisemitismo senza razza. Esso non consiste nel fare degli ebrei una categoria di uomini a parte, ma nel sostenere che una classe sociale d'individui (a scelta usurai, sfruttatori, capitalisti, banchieri) sarebbe composta sostanzialmente di ebrei.
È una tale semplificazione che può essere eventualmente imputata ad alcuni brani della Questione ebraica di Marx (che, diciamocelo, non rappresenta certo l'apice concettuale del pensatore di Treviri...) e non un impossibile cedimento all'egofobia razziale (che è invece ravvisabile, ma non si dice, in Sesso e carattere del filosofo ebreo in odore di santità mitteleuropea Otto Weininger).
Quanto poi a coloro che, nelle file della sinistra, identificano la matrice sionista dello stato d'Israele con l'imperialismo tout court, giova forse ricordare che questo stato lillipuziano è sorto lottando contro l'ingerenza di un protettorato britannico e che fra i primi a riconoscerlo vi fu, ebbene sì, proprio l'Unione Sovietica che si ergeva (con coerenza per lo meno problematica) a bastione antimperialista. Quanto al sionismo, si tratta di un movimento complesso, talvolta con venature dichiaratamente utopiche, che comprende persino frange ortodosse che si rifiutano tuttora, in nome di un messianismo oltranzista, di riconoscere lo stato ebraico (!).
(Achab)

Posted by Admin at 15:27

27 Settembre 2006

Cinema - Ma storia e politica non sono un giallo

Tutto comincia sott'acqua con una soggettiva lenta che smuove limo e vegetazione palustre: no non siamo più nel varietà che annuncia le deglutizioni laboriose dell'ultimo anaconda di servizio, ma all'inizio di Arrivederci amore ciao, il cui regista Michele Soavi, non dimentichiamolo, è stato a bottega dall'artigiano dell'emoglobina casereccia Dario Argento. Ma perché cominciare nella giungla tropicale un film destinato, se non a scoperchiare, almeno ad aprire uno spiraglio "anacondizzato" sugli ineffabili anni settanta in Italia?

La risposta non viene dal caimano sventrato sbattuto a riva che svela la prospettiva dell'apnea iniziale, ma dal notiziario radio che segue: è la fine del muro di Berlino, recita in spagnolo il comunicato.
Solo che la fine del vecchio mondo scatena la belva anziché placarla. Giorgino (l'esule italiano) può così sopprimere a freddo, per conto di una non meglio identificata organizzazione guerrigliera subandina presso la quale trascorre la sua quarantena da rifugiato, il connazionale compagno di lotta e di sventura che lo sta radendo. La tappa successiva è Parigi, zona di transito obbligata in cui ricattare l'ex (riabilitato) di turno, al fine di garantirsi un indolore (o quasi) ritorno in patria. Definitivamente orfano dei "muri" di riferimento, Giorgino passa così dal patteggiamento alla delazione, previa conoscenza d'un commissario di polizia fuorviato, interpretato da Michele Placido. In seguito il nostro preparerà col poliziotto-gangster la rapina del secolo con l'attiva partecipazione di residui ustascia e schegge di terrorismo rosso spagnolo (fianco a fianco in una calcolata confusione e regolarmente liquidati a missione compiuta).
Ci avviamo così fiduciosi verso l'epilogo di questa resistibile storia d'abiezione. Avendo sposato una "midinette" in odore d'Azione cattolica alla quale ha stragiurato di non essere più comunista (ciò di cui lo spettatore non dubita un solo istante), Giorgio non riesce a nasconderle l'ultimo peccato di gola: l'eliminazione del poliziotto complice. Messo di fronte al rischio di vedersi denunciato dall'inflessibile consorte, l'ex-terrorista esegue l'ennesima sentenza: exit (al veleno e sulle note di "Insieme a te non ci sto più" di Caterina Caselli) la crocerossina dell'improbabile riscatto.
Perché prendersela con un film senza pretese che, in fondo, non intende nemmeno trattare sul serio il problema delle ombre lunghe di quegli anni? Perché oggi - con film quali Romanzo criminale e Arrivederci amore ciao e con la consanguinea profusione di romanzi gialli "impegnati" - tira aria di "thriller politico". A ben guardare, il "trend" non consiste tanto nel pretendere di fare storia o politica attraverso un thriller, quanto nel fare come se storia e politica fossero un thriller, cioé un'opposizione fra gesticolazioni spettacolarmente incapaci di centrare la fibra politica degli eventi.
In questa giungla diffusa in cui un "diritto" vale l'altro, vige inoltre uno stato d'emergenza permanente in cui le diverse forme di sopruso fanno a gara nell'annullarsi a vicenda in nome di un agognato, impossibile richiamo all'ordine, inteso come male minore e necessario. È quanto succede in questo film, in cui la metafora polivalente del predatore sventrato (l'arenarsi del socialismo prussianamente amministrato? La fine annunciata del terrorismo e delle annesse trame?) assume retrospettivamente dei contorni rassicuranti di fronte allo scatenamento della violenza cieca degli "orfani del mito".
Certo, sarebbe ingiusto affermare che Arrivederci amore ciao presenta il passato comunista come la storia d'un crimine degno di un più gettonato "libro nero". In un flash-back volto a stemperare le facilonerie manichee, vediamo il protagonista da giovane mentre commette un attentato e, a rischio della propria vita, tenta di salvare il metronotte che soccombe nell'esplosione. No, questo film non sentenzia che i comunisti, ex compresi, sono belve che, se non divorano i bambini, è solo perché hanno già provveduto a sopprimere le mogli... Esso decreta piuttosto che politica ed etica sono due mondi irrimediabilmente estranei l'uno all'altro e che la redenzione può venire solo da un gesto individuale, asociale quanto vano, di resipiscenza. In una Babele in cui i poliziotti diventano rapinatori e i fascisti balcanici si alleano con i comunisti iberici, Arrivederci amore ciao sembra suggerire che tutto (comunismo da caserma, ma anche, perché no, fossilizzazioni ide ntitarie e contrapposizioni di assi e civiltà più consone ai tempi) vale a scongiurare il rischio di un'autentica traversata della storia recente, magari in apnea, ma senza adottare la prospettiva del caimano.
(Achab)

Posted by Admin at 07:32

12 Luglio 2006

Cultura - Il pranzo della marmotta e il museo degli operai

E' per pura coincidenza che il progetto del "Museo degli operai" presentato martedì 4 luglio nella trattoria dei Tegli, oltre i Giovi, presenti una quarantina di persone, abbia coinciso con l'amarcord di Cornigliano (Repubblica, 5 luglio 2006, "Cipputi torna a casa. La fabbrica diventa teatro. Centra il bersaglio lo spettacolo di Altan e Gallione con la Compagnia dell'Archivolto"). Il nostro, dice uno degli organizzatori del "Museo", è il risultato di un gioco. E' cominciato il giorno della "marmotta".

Uno scherzo: era il 23 gennaio del 2004, un venerdì e noi - tutti operai pensionati o quasi - ci vediamo a mangiare lo stocco o il fritto a seconda della stagione. Una abitudine che in passato tra gli operai c'era. Insomma, si parlava e verso la fine del pranzo è venuto questo gioco, che poi è andato avanti come una sfida tra quelli che erano lì - una cosa come "vecchi" contro "giovani"- sul significato di parole che si usavano in fabbrica. Perché ce n' erano di quelle - come "marmotta" o come "biscia"sconosciute agli uni o agli altri: la prova di come cambiano il lavoro e la fabbrica anche in pochi anni. Di come ognuno di noi avevamo vissuto lo stesso luogo in un modo diverso. Allora ci siamo detti: per raccontare la "condizione operaia" non serve un capannone, con dentro le macchine e questo e quello. Ci vuole invece qualcosa che faccia capire la vita di quel posto. E così senza tanti rigiri abbiamo pensato che quel gioco delle parole che stavamo facendo poteva tornare utile. Le parole corrispondono a degli oggetti, a situazioni, a storie: dicono di più di un tornio appoggiato lì con la sua brava descrizione. E' una idea che è venuta un po' a tutti, lì per lì; magari perché allora si parlava anche tra noi dell'anno della cultura e si diceva "dopo tutto si dovrebbe parlare anche un po' di operai". Le idee quando sono buone corrono da sole: succedeva già prima di Internet e anche prima del telefono. Anche in stabilimento: il volantino buono girava, veniva custodito con cura; quello bla bla non arrivava neanche in reparto; subito nel bidone. Così siamo andati avanti: prima a casaccio e poi ci siamo organizzati; per due anni , una volta al mese, fino a venerdì 30 giugno 2006, quando c'è stata la riunione fondativa; in una trattoria - si capisce - a Pedemonte, sulla Secca. Noi parliamo meglio a tavola.
"Ci abbiamo lavorato in diversi. C'è il gruppo che ha raccolto le idee, le parole: cinque operai, due impiegati e un maestro di scuola, tutti che ci conosciamo da una vita. Poi c'è una ventina di altri che sono quelli che vengono stabilmente ai pranzi e hanno seguito il lavoro dall'inizio. Infine ci sono gli occasionali, che sanno tutto su quello che facciamo, che ne hanno parlato in giro e collaborano magari portando esperienze esterne. Quando tutti hanno capito cosa stavamo facendo: è arrivata tanta di quella roba, parole, volantini, ricordi, gente che voleva raccontare una storia; una cosa superiore alle nostre forze. Perché finché si tratta di parole ce la potevamo cavare, sia pure con qualche aiuto. Ma quando ti arriva una borsa con dentro tutti i volantini che uno ha conservato - quelli che ha giudicato importanti - in 35 anni di lavoro, cosa fai? Per non dire delle foto, o delle lettere, o di quello che arriva con un nastro registrato dove racconta una storia che g li è successa 40 anni fa è che è importante perché aiuta a capire quello o quell'altro.
"Ora siamo a una svolta: noi il "museo degli operai" lo vogliamo fare e in un certo senso lo abbiamo fatto. Ma è il momento di sentire altre opinioni. Ecco perché per prima cosa abbiamo deciso di pubblicare, speriamo per la fine di settembre, il diario delle nostre riunioni. Veramente non è proprio un diario: piuttosto una cronaca molto scarna di cosa abbiamo discusso, dei problemi che si sono posti e di come via via siamo arrivati fino a oggi. Sarà disponibile su un sito: ce lo sta preparando il nipote di uno di noi. L'idea è: "allargare il gioco". Vedremo.
(Manlio Calegari)

Posted by Admin at 14:30

Nuove tecnologie - Per la cultura europea una gabbia digitale

"i2010"(http://europa.eu.int/information_society/eeurope/i2010/index_en.htm): nome in codice per una società europea dell'informazione per la crescita e l'occupazione. Il Consiglio Europeo ha delineato il quadro strategico per il futuro prossimo e, se l'informazione è alla base dell'opinione pubblica e genera tendenze culturali, allora sì, c'è da preoccuparsi. Nel documento ufficiale emesso lo scorso giugno, i primi obiettivi sono crescita e l'occupazione, ottenibili mediante lo sviluppo delle tecnologie di informazione e comunicazioni (TIC).

Ma l'aspetto che genera qualche perplessità è il cosiddetto "mercato dei contenuti", nonché il fatto che "l'iniziativa i2010 contribuirà attivamente a rimuovere gli ostacoli che separano i frutti della ricerca dalle ricadute economiche". Uno dei frutti dell'i2010 sarà la creazione di biblioteche digitali, per rendere "più piacevole e attraente l'utilizzo delle fonti multimediali", basandosi "sul ricco patrimonio dell'Europa". Questo punto rimanda ad un processo che è iniziato a fe rmentare qualche anno fa. E' infatti dal 2000 ( Consiglio Europeo di Feira), che gli obiettivi di digitalizzazione dei contenuti europei sulle reti globali sono stati ufficializzati. Per tracciare un ponte con un altro documento ufficiale europeo, il 4 Aprile 2001 sono stati siglati i cosiddetti principi di Lund (Svezia). Essi dovrebbero tracciare le linee guida dei progetti di digitalizzazione in corso nei diversi paesi europei, al fine di creare una "memoria collettiva in perenne evoluzione" fornendo, allo stesso momento, "una solida piattaforma di partenza per lo sviluppo dell'industria europea dei contenuti digitali".
Tornando quindi, con un balzo in avanti, alla recente i2010, la memoria collettiva europea risulta senza equivoci un piacevole strumento per rendere attraente la multimedialità.
Il fatto che memoria, cultura e marketing siano messi allo stesso livello in più documenti ufficiali europei dovrebbe muovere ad un cenno di reazione i produttori di cultura (Atenei, biblioteche, archivi ecc, centri di ricerca, ecc), per non rischiare di finire in una sorta di gabbia. Anzi, una doppia gabbia: la prima è la scelta dei contenuti da digitalizzare e quindi patrimonializzare e diffondere (non tutti gli argomenti sono abbastanza piacevoli o attraenti), e, a monte di essi, dei progetti di ricerca sui quali far piovere i finanziamenti. La seconda gabbia riguarda invece l'accesso alla cultura digitalizzata: le chiavi in questo caso sono detenute dai produttori di software proprietari. Il caso della perdita di dati nella migrazione da un sistema di catalogazione e un altro è emblematico: la necessità (di marketing) di creare dipendenza dalla tecnologia e bisogno di nuovi software è talmente intrinseca da venire esplicitata all'interno dei documenti europei. Domanda : è la cultura ad aver bisogno delle tecnologie informatiche, o sono queste ad aver bisogno della cultura?
(Eleana Marullo)

Posted by Admin at 14:20

5 Luglio 2006

Cultura - Malagestione: non solo sanità

Nonostante sia stata - pur dimezzata con Lille - “capitale della cultura”, Genova fatica a capire cosa significhi fare una politica culturale a sostegno anche del turismo. Servirebbe forse un viaggio a Napoli, città oppressa da gravissimi problemi di ordine pubblico e di igiene ambientale, ma attenta all’apporto che la cultura può dare “all’indotto” e pronta a coniugare il suo passato artistico al presente.

Basta pensare alla programmazione delle chiusure infrasettimanali dei musei partenopei, su sei giorni e non concentrate al lunedì, con inevitabilmente penalizzano il turista.
Ma quello che colpisce di più, in una città ricca di storia e di resti archeologici , e la capacità di guardare all’arte contemporanea, non come momento residuale ma centrale della politica culturale. Lo dimostra la recente apertura del “Madre”, contenitore di opere dei più apprezzati artisti viventi, prestate alla città in comodato gratuito dalle più importanti fondazioni internazionali. All’interesse per le opere esposte, esauriente panoramica dell’arte dell’ultimo mezzo secolo, si accompagna lo spazio riservato agli artisti viventi legati a Napoli (Clemente, Fabro, Koons, Kapor, Paladino, Kounellis, Horn, Paolini, Serra Lewitt e Long) con opere appositamente realizzate per la mostra. Per non dire del piacere di incontrare giovani “custodi” culturalmente preparati e pronti a fornire allo spettatore informazioni e chiavi di lettura sulle opere esposte.
Napoli dimostra, senza presunzione, la possibilità di far cultura, rendendo accessibile, se non popolare, le nuove forme di linguaggio artistico, integrandole nella sua storia..
E Genova? Tutti i musei sono chiusi ogni lunedì. La città ha lasciato emigrare a Firenze la collezione “Della Ragione”: Tiene chiuse in depositi e magazzini il patrimonio di beni di cui dispone. E se deve dare un riconoscimento a qualche suo artista, che nonostante tutto non voglia emigrare come la maggior parte dei suoi figli più prestigiosi, gli assegna il grifo d’argento (vedi Raimondo Sirotti); come dire arte di serie B.
Ma cosa differenzia i nostri amministratori dai vari Bassolino, Jervolino o Veltroni? Solo la mancanza di fantasia o altri interessi che alla distanza, penalizzano una città già in crisi?
(Vittorio Flick)

Posted by Admin at 09:17

17 Maggio 2006

Teatro - Elettro-shock emotivo quanto salutare

Dopo i successi all’estero (Francia, Israele, Palestina) torna a Genova la compagnia di Pippo Delbono tra l’indifferenza dei più, l’entusiasmo di pochi, e poche righe di critica sui giornali,
“L’Urlo” spettacolo “delirante” di luci, suoni, musiche, canzoni… grida gutturali che talora si possono trasformare in urla di sofferenza di uomini rinchiusi, alienati, persi nel loro dolore e nella loro solitudine.

Uomini silenti, senza voce, senza possibilità di ascolto, incapaci di morire… Ad essi la luna è data da vedere “macchiata” dalle sbarre di celle anguste e scure come latrine…uomini di potere dagli occhi duri, statici, spaventati da una morte certa che li renderà simili a tutta l’umanità.
Come dare un clichè a questo autore (d’altra parte lui stesso prende le distanze da ogni definizione teatrale )? Il suo lavoro, il suo spettacolo sono puro sentimento…”follia” di immagini, sorta di suoni capaci di trasmettere e provocare allo spettatore – talvolta sorpreso e sbalordito – le reazioni più intime, gli stati d’animo più personali… veri elettro-shock.
Nella crocifissione del “gay” e nella processione che l’accompagna c’è la disperazione del genere umano incapace di dare una spiegazione alla violenza e alla morte… accanto a questo “ Cristo” insolito c’è Bobò (l’attore muto, preso, come altri, dalla strada) in bianco con il velo da sposa … l’analogia con la “ Crocifissione “ di Guttuso dove la Maddalena con le braccia protese urla il suo strazio diventa palese.
Allora l’autore comprenda lo spettatore quando questi rimane per un istante attonito e incapace di applaudire… effetto elettro-shock: sicuro stimolo per riflessioni successive sul disagio che ci circonda.
(Gabriella Boccardo)

Posted by Admin at 19:05

19 Aprile 2006

Mostra/1 - I quadri e gli uomini di tempi moderni

Sembrava quasi un’ultima cena la presentazione alla stampa della mostra "Tempo Moderno" il 13 aprile a Palazzo Ducale. Al centro Burlando, affiancato ai lati da Borzani, Castellano, Repetto, in uno sfumare lento su Giacobbe, CGIL, e altri, sino a De Biasi, dirigente dell’Ilva. Un’ultima cena dove il pane spezzato è la mostra, offerta ai presenti con sintesi veloci a seconda di chi, costretto a prendere la parola, due cose le deve pur dire su ciò che verrà mostrato.

Affiatamento e complicità tra comune, regione, provincia, sindacato e aziende sono inquadrati al tavolo come in una foto di famiglia dove tutti vanno d’accordo e si può sorridere felici perché tutto è sistemato. La mostra è pretesto per parlare di Genova, della sua cantieristica, della produzione industriale, dell’acciaio di Cornigliano che non c’è più ma tornerà . La mostra mostra che la politica funziona anche grazie alla nuova direzione che ha dato Burlando alla regione, convinto che all’industria non si deve rinunciare e che tutto si deve fare per difenderla .
De Biasi guarda in alto stucchi e affreschi della sala del Minor Consiglio con un’espressione a tratti lieve, evanescente, grata, distratta. Lavoro, diritti universali, centralità dell’uomo sono parte di un quadro che tutti loro, CGIL per prima, consegnano alla stampa, perché nell’evento c’è questo spessore di cui va tenuto conto. La mostra – bellissima – inquadra nelle tele produzione, fatica, forza, retorica, crescita industriale. E mette a fuoco l’atroce annientamento d’identità e l’omologazione che hanno marchiato la produzione industriale del secolo scorso, e sono stati spunto per lotte, conquiste di diritti che oggi sembrano anacronistici, di cui si deve imparare a fare a meno.
Al tavolo mancava il lavoratore. Bastava aspettarlo tra i molti giovani all’uscita dei cantieri di Sestri Ponente dove in tremila hanno costruito la nave Concordia, o a Cornigliano tra quel che rimane del freddo, o alle banchine del porto. Bastava prenderlo per mano e farsi raccontare cos’è oggi il lavoro, in quale tela si riconosce. Facendo quel passo indietro che le istituzioni dovrebbero saper fare dando la voce a chi non c’è l’ha. Lui solo, per consegnare alla stampa la sua storia di oggi con i quadri del passato. E’ andata com’è andata. Tempi moderni.
(Giulia Parodi)

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Mostra/2 - La metà del lavoro fuori del Ducale

Non si può proprio dire che Mario Margini, parlando a nome del sindaco, abbia colto nel segno quando lo scorso 13 Aprile, nel corso della presentazione della mostra “Tempo Moderno”, parlando a nome del Sindaco di Genova ha detto che le opere esposte rappresentano il lavoro al di fuori di ogni ideologia.

La mostra propone infatti il modo con cui il lavoro è stato ”guardato, rappresentato, interpretato dalle diverse forme dell'arte”. Ma per guardare, rappresentare, interpretare bisogna ben avere una idea dell’oggetto di cui ci si occupa, una tesi, una ipotesi da verificare, senza contare che molto spesso - e nella esposizione ve ne sono moltissimi esempi - l’immagine del lavoro e dei lavoratori è stata strettamente funzionale ad una ben definita visione del mondo da trasmettere o da imporre.
Il valore della mostra, voluta nell’ambito delle celebrazioni per i cento anni della CGIL, sta proprio nell’offrire una occasione di incontro con questi sguardi e con queste intenzioni, e nella implicita sollecitazione ad interrogarsi sulla possibilità / impossibilità di rispecchiarsi nelle condizioni, nelle identità, nelle visioni del mondo espresse dalle tele, dalle fotografie, dai film che la mostra propone.
Per una donna, come sempre, la cosa è più complicata. Non perché manchino immagini di donne, ma perché il lavoro che viene rappresentato è solo il lavoro produttivo, il lavoro che produce beni materiali.
Manca invece totalmente il lavoro riproduttivo, il lavoro che si occupa delle persone, che pure è stato attraversato da incredibili tempeste sociali e tecnologiche.
Non c’è l’insegnamento, trasformato e sconvolto da internet, non c’è la medicina con i suoi straordinari progressi.
Le case compaiono solo come luoghi che ospitano il lavoro (produttivo) a domicilio, ma non come luoghi del lavoro casalingo, anch’esso investito nell’ultimo secolo da una evoluzione tecnologica di non poco momento: mi vengono in mente le cucine di due film, separati da diversi decenni, quella di “Mon Oncle” (Jacques Tati, 1958) popolata dai primi robot domestici degli anni sessanta, e quelle di “Kitchen Stories” (Bent Hamer, 2003), dove una ditta produttrice di cucine sguinzaglia in giro per la Norvegia silenziosi misuratori di tempi e metodi per realizzare una progettazione dell’arredo fondata su uno scientifico taylorismo domestico.
Non ci sono nella mostra immagini di collaboratrici domestiche, baby sitter, assistenti di anziani, manca cioè totalmente la rappresentazione di un momento di passaggio importante e assolutamente “moderno”: la parziale delega del lavoro casalingo gratuito a figure professionali retribuite.
Si tratta della assenza di tutta una parte del lavoro umano. Da questa invisibilità che continua a ripetersi non si sa come uscire. Ci vorrebbero, di nuovo, luoghi in cui parlarne.
Ma oltre a questa occasione di pensiero, che a me è venuta dalla percezione di una assenza, la mostra ne offre innumerevoli altre. E, così come è capitato a me, ogni visitatore, utilizzando i suoi nessi culturali e di esperienza, si farà il suo percorso.
Ma al sindacato può bastare che molti, o anche moltissimi, lavoratori e sindacalisti percorrano individualmente questi sentieri solitari?
(Paola Pierantoni)

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12 Aprile 2006

Linguaggio - Duchi, marchesi e autorità

In mezzo a tante cronache convulse, in questi giorni è comparsa anche qualche notizia dai contenuti folcloristici (si fa per dire). La Repubblica-Il Lavoro del 6 aprile ci informa sotto un titolo a tutta pagina che “trecento invitati: nobili, autorità, deputati e sanatori” (sic: involontaria ironia del refuso) si ritroveranno “sotto gli stucchi di Palazzo Pallavicini in piazza Fontane Marose per salutare Vittorio Emanuele di Savoia, la moglie Marina Doria, il figlio Emanuele Filiberto, la nuora…”

L’appuntamento è per il 3 maggio e “il mondo della nobiltà è già in fibrillazione”: scalpitano principi, marchesi, conti, baroni e parvenu, ma non solo perché –avverte il proprietario della splendida magione– i trecento cartoncini d’invito “non sono stati recapitati solo ai rappresentanti della nobiltà genovese, ma anche alle personalità politiche e non, alle autorità…”, insomma a coloro che contano.
Per chi non avrà neppure la curiosità di passare quel giorno davanti al palazzo, non può sfuggire lo sfoggio di citazioni anacronistiche: principe, duca, barone, ecc. sono titoli di origine regale aboliti dalla Costituzione repubblicana (tanto invisa a lor signori); non solo sono privi di alcun riconoscimento legale, ma non esistono proprio. E la pervicacia con cui certe cronache insistono nel riproporli non è priva di un suo significato di vassallaggio o quanto meno di ossequio verso un certo passato e non solo.
A Vittorio Coletti, linguista illustre (non diciamo principe per innato rifiuto dei titoli araldici), bisognerebbe chiedere di dare una mano: com’è possibile aggiornare il vieto linguaggio mediatico corrente? Non è più accettabile sentir citare continuamente come Autorità, e sui giornali persino con la A maiuscola, persone che hanno incarichi pubblici sia pure di rilievo, insomma che hanno il compito di rappresentare le istituzioni pubbliche, quindi noi cittadini e in ultima istanza quella stessa legge di cui proprio le caste del privilegio hanno sempre fatto strame. Non può sfuggire il senso antidemocratico, magari inconscio, insito nell’uso di un lessico così sciatto. Certi cascami linguistici non sono per nulla casuali. E se il professor Coletti, con l’autorità, questa sì autentica in quanto derivata dalla cultura, promuovesse una campagna di revisione critica della peggior terminologia usata dai media, sarebbe un primo passo, non da poco, nel lungo lavoro di ricostruz ione che aspetta questa nostra malconcia società per avviarsi verso standard più civili, anche a livello di informazione.
(Camillo Arcuri)

Posted by OLI at 09:36 | Comments (0)

5 Aprile 2006

Dopo il 9 aprile - Possibile una Rai Tv senza i partiti

La campagna elettorale che si sta concludendo ha probabilmente convinto anche i più ottimisti sostenitori dell'Unione che ai cittadini italiani toccherà farsi carico non solo di mandare a casa l'attuale governo ma anche di impegnarsi non poco per rendere decente quello che seguirà.

Il duopolio Rai Mediaset, ulteriormente aggravato durante l'ultima legislatura dal fatto che il padrone di Mediaset era anche il primo ministro, non è nato con Berlusconi e non sarà facile metterlo in discussione anche dopo la sua sconfitta. L'informazione è un bene troppo ghiotto e i partiti politici sono ostili a perderne il controllo. Invece l'Italia ha un bisogno inderogabile di una informazione libera, autonoma dai centri di potere, dove il pluralismo non si riduca alle veline con le dichiarazioni dei diversi leader.
Negli anni recenti l'informazione è apparsa - se ancora ce n'era bisogno - il luogo strategico della democrazia. E' la ragione che ha mosso un gruppo di democratici, dalle diverse posizioni politiche ma tutti convinti che il sistema attuale richieda una riforma radicale fondata sulla autonomia e la libertà dell'informazione, a lanciare una "Proposta per un'iniziativa di legge popolare in materia di disciplina del sistema delle comunicazioni audiovisive e sulla concessionaria del servizio pubblico radiotelevisivo". Presentata da Tana De Zulueta la proposta ha avuto il sostegno di centinaia di artisti e personalità della cultura e del giornalismo, da Sabina Guzzanti a Marco Travaglio, da Fiorella Mannoia a Beppe Grillo, da Moni Ovadia a Daniele Luttazzi, da Cornacchione a Paolo Rossi, da Alberto Gambino a Curzio Maltese e Giulietto Chiesa. Insieme a loro amministratori pubblici, uomini e donne dell'associazionismo e cittadini che vogliono vivere in un paese decente e per qu esto disposti a fare la loro parte. Una iniziativa coraggiosa in parte oscurata dalla campagna elettorale. E' la ragione per cui a tutt'oggi le firme raccolte in Italia sono 13.000; mentre ne occorrono almeno 50.000. A Genova le firme raccolte sono state solo 1.700.
Tutte le informazioni (testo della legge, lista completa dei primi firmatari, modalità di raccolta delle firme ecc.) si trovano al sito www.perunaltratv.it. Qui cliccando sulla stringa in rosso tutta Italia, nella prima riga sotto il titolo, si trovano le indicazioni utili per contattare il comitato genovese.
Il popolo delle primarie è avvisato.

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29 Marzo 2006

Caimano/1 - Contro la giustizia non l’ingiustizia

Un merito forse involontario va riconosciuto a “Il caimano”, il bel film di Moretti giunto, magari furbescamente, nelle sale in piena campagna elettorale senza farsi strumento di propaganda; ed è quello di essere provocatorio al punto da far venire allo scoperto le pulsioni eversive che il berlusconismo si guarda bene dall’esplicitare nei suoi programmi.

Ci ha pensato Baget Bozzo, il prete-ideologo di Forza Italia, ad abbandonare prudenze e artifizi della dialettica per dichiarare pubblicamente la riposta antidemocraticità del movimento e del suo leader.
Uscito dal cinema genovese dove ha assistito alla prima accanto al fido Gagliardi, il politologo più accreditato della Cdl (provvisoria, dice l’amico Travaglio) commenta il film per il Secolo XIX: “Il Berlusconi de ‘Il caimano’ non è una caricatura, ma è la figura tragica di colui che offre a un popolo privo di identità, una volontà. Il discorso che alla fine esprime con una superba orazione politica è, in sostanza, l’appello al popolo contro i poteri, in questo caso contro la magistratura. Il fatto che il film finisca con la sollevazione del popolo contro la magistratura offre un’ulteriore indicazione che Berlusconi ha toccato in qualche modo le corde più profonde, il bisogno di identità della gente”.
Ma a quale gente si rivolge? Evidentemente a quella dell’illegalità diffusa, della contiguità mafiosa, dell’evasione fiscale indiscriminata, dello sfruttamento, dell’intrallazzo. Sapevamo che egli fosse di fatto il campione di squali o caimani che non sopportano né regole né principi, presupposti di ogni società civile. Ora però Baget ci spiega che si può andare oltre, fino a sovvertire le istituzioni: “La figura di Berlusconi –scrive– non è una figura autoritaria ma di autorevolezza, certo non una figura democratica, nel senso legale del termine, che in fondo fa appello al popolo contro la giustizia…” Non contro l’ingiustizia, come arringavano i socialisti otto-novecenteschi, ma proprio contro la giustizia. Don Gianni non si sarà fatto trascinare un po’ troppo, complice Moretti, dagli ardori autoritari del tempo giovanile, quando sosteneva con la stessa enfasi l’aspirante golpista Pacciardi? Grazie comunque per averci avvertito fin dove può portare l’ossessione del premi er e dei suoi sodali contro i giudici. La legge uguale per tutti? Cose da comunisti
(Camillo Arcuri)

Posted by OLI at 15:49 | Comments (0)

Meridiana/Ieri - Storia di un palazzo vittima del kitsch

Attorno alla metà del Cinquecento Gerolamo Grimaldi Oliva decise, come altri personaggi dell'epoca di analoga levatura sociale, la costruzione della sua nuova residenza. Il palazzo Grimaldi, sorse sull'area di fianco al grande edificio francescano, al di sotto della fortezza di Castelletto e corrisponde precisamente a quello che dall' Ottocento in poi i genovesi hanno chiamato Palazzo della Meridiana.

In quel punto dove la collina di Castelletto si impenna i costruttori diedero vita ad una costruzione originale che grazie al doppio ingresso - da salita san Francesco e da piazza San Francesco - offriva a seconda dell'entrata prospettiva diverse. Tre cortili che terminavano in un monumentale ninfeo per chi accedeva dalla salita; la vista del mare per chi dalla piazza saliva al piano superiore del palazzo. Uno scambio di prospettive in un misto di coperto e scoperto che, insieme allo straordinario giardino ricco di giuochi d'acqua e di piante, desterà la meraviglia di generazioni di viaggiatori durante i secoli successivi.
Anche se già a partire dalla fine del Cinquecento, il palazzo Grimaldi cominciò a subire varie trasformazioni, fu all'inizio del XX secolo che ricevette il colpo di grazia. A infliggerglielo fu l'architetto Gino Coppedè che trasformò il palazzo in sede degli uffici genovesi dell'assicuratore scozzese Mackenzie, proprio quello del castello che porta lo stesso nome. Il sodalizio tra i due - improntato al kitsch più smodato - produsse la cancellazione del terzo cortile, la trasformazione del ninfeo in magazzino e l'accecamento del secondo cortile con una vetrata liberty. Questa in particolare riscuote grande successo tra i visitatori ignari della reale qualità architettonica dell'edificio e che per gli stessi motivi è uno dei pochi elementi dello stesso edificio a cui, curiosamente, la Soprintendenza ai Beni Architettonici sembra essere interessata - a parte quelli, come le sale affrescate da Luca Cambiaso, che anche un cieco forse tutelerebbe e che si tutelano comunque da s ole essendo dotate di un valore economico intrinseco e riconosciuto.
(Leon Battista Barabino)

Posted by OLI at 15:39 | Comments (0)

Meridiana/Oggi - Progetto trasparente? Una pretesa assurda

Fu Mario Labò, un grande protagonista della cultura architettonica della città, che nel 1958 fece riscoprire la straordinaria qualità architettonica del palazzo Grimaldi. Labò, che grazie ai rilievi di Rubens, aveva ricostruito la fisionomia originaria "a metà tra il palazzo di città e quello di villa", denunciò con forza l'indifferenza degli enti pubblici.

"Oggi (scriveva nel 1958) il palazzo è occupato da Uffici del Comune; e sarebbe augurabile che il Comune lo acquistasse, per sottoporlo ad un intelligente restauro generale. Senza trascurare le esigenze di un palazzo da Uffici, forse anzi aumentandone l'efficienza sarebbero possibili sfrondamenti di bellurie, e cauti ripristini, che riporterebbero l'architettura al suo alto livello originario".
Le cose in seguito sono andate diversamente e oggi il palazzo non è più "occupato da Uffici" e ha cambiato proprietà. Cosa ne sarà? Pur essendo ancora destinato a servizi dal P.U.C. vigente, l'attuale proprietario ha già comunicato a un giornale (Il Secolo XIX, 5 marzo 2006) le sue intenzioni di trasformarlo in palazzo di residenze di lusso. Il progetto è top secret e come l'imprenditore ha ricordato non è scritto da nessuna parte che il progetto riguardante la trasformazione di uno dei pochi edifici cinquecenteschi rimasti ad avere ancora un utilizzo pressoché unitario, almeno per le sue parti più antiche ed interessanti, ed accessibile ai cittadini debba essere divulgato e discusso in pubblico.
Dall'articolo del Decimono, genuinamente entusiasta, si apprende, come per risolvere il problema delle automobili dei futuri condomini - che sarebbero costretti, come la maggior parte degli altri abitanti del centro storico a lasciare l'automobile a qualche centinaio di metri di distanza da casa - si è pensato di sostituire l'archivio realizzato nel terzo cortile dal Coppedè per il Mackenzie con un parcheggio meccanizzato. Inevitabile la domanda: ma chi saranno mai questi nuovi condomini che tanto possono? Possibile che la Soprintendenza autorizzi la demolizione di quella che nel rude slang dei tecnici del restauro architettonico ed urbano viene definita come "superfetazione" per sostituirla con un'altra superfetazione? Ed è possibile che abbia approvato, come sfrontatamente afferma l'imprenditore, l'inserimento di una scala di servizio in quello che, al piano terreno, era il corridoio di collegamento tra il secondo ed il terzo cortile e che quindi rappresenta un elemento fondamentale di quell'asse est-ovest su cui è costruita una delle due anime tipologiche dell'edificio originale?
Mario Labò, e noi con lui, potremo dormire sonni tranquilli?
(Leon Battista Barabino)

Posted by OLI at 15:35 | Comments (0)

8 Marzo 2006

Lavoro - La lezione di Trentin su passato e futuro

Il quarto incontro di "Parole per la città" era dedicato al lavoro, ma ad ascoltare Bruno Trentin di mondo del lavoro (operai, impiegati, sindacalisti) ce ne era pochissimo. Il gruppo dirigente della CGIL era lontano, impegnato al Congresso Nazionale di Rimini, e tutti gli altri, lavoratori e rappresentanti sindacali, erano comunque lontani quanto basta perché la notizia di questo incontro non li raggiungesse o non li invitasse a venire.

Nella sua lezione Trentin insiste molto su quello che lui ritiene debba essere un diritto primario e irrinunciabile dei lavoratori: il diritto alla conoscenza, alla formazione continua. Formazione non solo professionale: Trentin rievoca infatti le 150 ore per il diritto allo studio conquistate dal Contratto Nazionale dei Metalmeccanici del 1973, quelle che permisero a moltissimi lavoratori di conquistare la licenza media ed elementare, e a migliaia di altri di partecipare a cicli di seminari presso le università. Ma la platea che lo ascolta, la solita di "parole per la città", è la misura di come tutto ciò si sia perduto. Trentin parla di come negli ultimi trent'anni si sia svuotata l'identità collettiva del lavoro, di come il lavoro sembri non essere più una parte essenziale della cittadinanza, di come sembri non essere più al centro della politica.
La storia del sindacalismo italiano, ricorda, è quella di un'esperienza che non ha corrispettivi nel panorama internazionale, perché l'obiettivo era quello di essere un sindacato generale, non organizzato per interessi corporativi, un sindacato che difende l'interesse di tutti i lavoratori, dei più deboli insieme ai più forti. Aggiunge però che questo sindacato generale oggi è in crisi, che è arretrato nel comprendere e nel rapportarsi a una rivoluzione tecnologica di cui non ha colto tutta la portata, che è incapace di offrire una rappresentanza a un mondo del lavoro travolto dall'aberrazione della miriade di lavori precari.
Trentin dice che occorre ribadire la centralità del lavoro subordinato. Insiste sul fatto che, fatta giustizia di tutte le ipocrisie e finzioni, l'80% degli esseri umani lavora in forma comunque subordinata, e che è già ottimistico pensare che il 5 % di questi milioni e milioni di persone sia in qualche modo rappresentato. Ma come immaginare rivendicazioni comuni ai lavoratori ormai dispersi nelle mille forme del lavoro frammentato? Come rispondere alle domande vere di chi si trova nelle situazioni più esposte, ora che le vecchie forme di solidarietà sono andate in crisi?
Domande senza risposta affidate a persone legate tra loro solo da un interesse del tutto individuale per gli argomenti trattati, e che in buona parte il mondo del lavoro se lo sono già lasciato alle spalle o stanno per farlo.
(Paola Pierantoni)

Posted by OLI at 09:47 | Comments (0)

2 Marzo 2006

Cultura - Pera non sa quant'e' buono il cus cus coi tortellini

Tant'è il Vespa lecchino puntualmente ritorna sul XIX, nascosto in ultima pagina, perché quelli come me comprino il giornale e trovino poi la sorpresa, con le sue analisi sul Cavaliere & soci. Quando il nostro compare in TV basta un clic del telecomando per cancellarlo o per non incrociarlo zappinando su Porta a Porta.

Ma se ve lo trovate sul giornale della vostra città, o per la curiosità di vedere fin dove arriva la sua nullità, o perché il momento che stiamo attraversando richiede attenzione critica a tutto quello che la Cdl sta propinando agli italiani per convincerli a votare per il Cavaliere, finite, ahivoi, per leggerlo. Uno dei suoi ultimi interventi era dedicato a quel Pera che Berlusconi ha fatto diventare la seconda autorità dello Stato, con quali conseguenze tutti sappiamo. Il Vespa partendo dal libro "Senza radici" scritto a quattro mani (due delle quali sue?) dal Presiedente del Senato, illustra il progetto del Movimento per l'Occident e, con cui Pera indicherebbe una "terza via" tra gli estremismi di Calderoli e gli oltranzisti del dialogo, che, guarda caso, è quella seguita dal governo Berlusconi.
E qui l'opinionista cade in deliquio quando dà la notizia che il progetto Pera avrebbe l'appoggio incondizionato del Vaticano, di Comunione e Liberazione e consensi trasversali a tutte le componenti della Casa delle Libertà. Se non sbaglio il progetto arriva da quel Pera che tempo fa si era schierato contro i meticciamenti della nostra società, come se le radici degli europei fossero così pure e tanto giudaico-cristiane da correre il rischio di inquinamento da chiunque arrivi e mescoli le sue con le nostre. Ora non ci sarebbe di che meravigliarsi se queste idee venissero dai leghisti, ma da un "vecchio liberale" con un minimo di cultura generale e critica, com'è Pera, francamente lasciano quanto meno perplessi.
Il Presidente del Senato dovrebbe trovare il tempo e la pazienza di leggersi il libretto di Marco Aime, edito da Einaudi, dal titolo Eccessi di culture, in cui l'autore conclude i suoi gustosi ragionamenti sullo specchietto per le allodole costituito da culture e radici, con un aneddoto da manuale sul cus cus. Racconta Aime, per averlo sentito da don Piero Gallo, parroco di San Salvario, quartiere di Torino con molti immigrati maghrebini, che le maestre di una scuola materna decisero un giorno di preparare il cus cus. "Hanno cercato la ricetta "originale" per cucinarlo secondo la tradizione. I bambini erano contenti. Poi una maestra ha chiesto a un piccolo marocchino: "Ti piace?" "Si". E" come quello che fa la tua mamma?" "Quello di mia mamma è più buono perché mette uno strato di cus cus e uno di tortellini, uno di cus cus…"
Ed ecco la conclusione dell'autore di "Eccessi di culture": "Negli anni Venti Roberto Lowie, celebre antropologo americano, sosteneva che la cultura era un insieme di "toppe e stracci": oggi quel bambino di San Salvario ha forse disegnato con le sue parole un'altra bellissima metafora della cultura."
(Giovanni Meriana)

Posted by OLI at 10:42 | Comments (1)

8 Febbraio 2006

Realismo teatrale - In scena il dramma del precariato

“Luciana non era matta. Era solo stanca”. E ’ l’epilogo del monologo teatrale in cui Paola Cortellesi dà vita ai molti caratteri della sua pièce gli “Ultimi saranno gli ultimi”. Personaggio emblematico appunto quello di Luciana, al settimo mese di gravidanza, a cui non viene rinnovato il contratto a termine. Luciana armata di pistola prende in ostaggio cinque persone rimaste di sera nella sua azienda: direttrice, due guardie, una segretaria, e l’addetta alle pulizie, tutti sfumati dall’attrice con intelligenza e ironia.

Se volessimo condensare il quotidiano dell’Italia di oggi in un’ora e mezza di racconto, potremmo partire da questo monologo in cui la realtà assume le forme chiare dell’evidenza in un rapporto causa ed effetto spietato e concreto. Luciana morirà dopo aver dato alla luce il suo bambino per gli spari di una poliziotta capitata in azienda per puro caso. “Credo” -sussurra l’addetta alle pulizie al pubblico - “che l’esasperazione” della gente arriverà a generare cose molte brutte. Da quell’esasperazione è nata la stanchezza di Luciana.
La storia della miseria di Luciana può essere spunto per un’ulteriore riflessione su “domani è un altro giorno” dei Ds. L’ispirazione al mondo femminile è ormai documentata. Le donne anche se difficilmente eleggibili dicono cose che toccano il cuore facili da utilizzare in politica. Chi sono la Rossella di Via col vento e la Luciana di Paola Cortellesi? Perché privilegiare un carattere piuttosto di un altro? Perché tutta questa mitizzazione dell’America - “non ti chiedere cosa può fare il tuo paese per te, ma chiediti cosa puoi fare tu per il tuo paese”? Si deve sempre pescare là, come se gli U.S.A. fornissero oltre che merci, slogan di facile consumo, utili per ogni occasione? Rossella è figlia di una società che vive di segregazione, Luciana nasce nell’Italia di oggi da una segregazione diversa e rivendica il suo diritto, come le altre alla maternità. In mancanza di una giustizia morale, la sua esasperazione la spinge a farsi giustizia da sé. Rossella ha da riconquistare quello che è già stato suo: la terra. Luciana ha la sua pancia che la spinge ad essere altro. E’ una pancia che contiene proprio tutto: presente e futuro e può parlare alla politica generando oltre agli slogan i programmi per chi si dice di sinistra. E’ certo che nel gioco dei confronti, il datato “Via col vento” contiene l’epopea della sconfitta e quel desiderio di riconquista della terra così simili alla storia della sinistra Italiana degli ultimi cinque anni. Nella sceneggiatura anche una piantagione “Le dodici querce”. Il kolossal è datato 1939. Per le prossime elezioni sicure citazioni da “La vita è meravigliosa”, “Casablanca”, “Io ti salverò”.
(Giulia Parodi)

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1 Febbraio 2006

Cultura - “Parole alla città” ma per tutti

Folto pubblico alla prima del ciclo Parole alla città, cinque lezioni per una scuola di ricerca civile, sicuramente attirato dai temi trattati (cittadinanza, religione, giustizia, lavoro, etica) e dalla composizione del gruppo promotore (Balletto, Beniscelli, Borzani, Coletti, Cunico) ma, soprattutto, dall’assenza di sponsorizzazioni di partito o cultural elettorali.

I destinatari dell’iniziativa avvertono l’esigenza di tornare ai temi di fondo della convivenza civile, quelli veri che le gerarchie di partito e quelle ecclesiastiche rifuggono, o trattano con angolazioni strumentali e di parte.
Un solo appunto all’iniziativa: ricordarsi chi sono i destinatari di questo ciclo di lezioni e le loro concrete esigenze. Conseguentemente non sconfinare nel linguaggio per addetti ai lavori, senza però cadere nel banale. Il gruppo promotore e i relatori invitati, tutti di buon livello, sapranno sicuramente sintonizzarsi con le esigenze di coloro che, storditi dall’uso improprio dei mass media e insoddisfatti dai modelli e dai temi proposti dai politici, avvertono l’esigenza di concettualizzazioni sui temi della convivenza civile, ma strettamente correlati al vivere quotidiano.
Giovedì 2 febbraio seconda lezione su “Religione” svolta da Giovanni Filoramo e introdotta da Don Balletto nella sala del Minor Consiglio di Palazzo Ducale.
(Vittorio Flick)

Posted by OLI at 12:04 | Comments (0)

25 Gennaio 2006

Qualcosa di nuovo - Parole per la citta’. Parliamone

Il 19 gennaio ha preso avvio il ciclo di incontri "Parole per la città", promotori: Don Balletto, Alberto Beniscelli, Luca Borzani, Vittorio Coletti, Gerardo Cunico. Lo scopo è quello di aprire una riflessione sui principi del vivere comune (le parole scelte sono: cittadinanza, religione, giustizia, lavoro, etica) offrendo a chi ne abbia voglia una sede di discussione aperta, libera dalle banalizzazioni e dalle forzature strumentali del corrente confronto (?) politico.

L'esordio è un successo: la "sala Camino" di Palazzo Ducale non è grande abbastanza per accogliere tutti i partecipanti. Appunto per questo però mi interesserebbe moltissimo sapere chi erano i partecipanti, perché erano lì, cosa li lega oggi, cosa potrebbe legarli in futuro, quale processo di cambiamento potrebbe nascere per il fatto che quelle specifiche persone hanno deciso di intraprendere questo percorso di pensiero. La sala infatti era quasi totalmente popolata da ultracinquantenni lì convenuti, apparentemente, come individui separati, non collegati da un progetto comune a cui finalizzare questa esperienza di formazione.
La prima impressione è quindi quella di una intuizione importante che, almeno a questo suo primo esordio, è stata raccolta solo da persone più che mature mosse da una individuale esigenza di approfondimento, mentre non è riuscita ad arrivare alle persone giovani. E che è stata ampiamente trascurata dalla politica organizzata.
Il prof. Pietro Costa analizza i significati assunti nel tempo dalla parola cittadinanza e i suoi legami col concetto di appartenenza, col riconoscimento formale e l'effettiva possibilità di godimento di un sistema di diritti e doveri, con l'accesso alle risorse, col diritto dell'individuo ad essere riconosciuto ed essere, a propria volta, titolato a riconoscere gli altri.
Emergono così via via alcuni dei nodi cruciali della nostra realtà nazionale investita dal fenomeno delle migrazioni, dalla nascita di un soggetto sopranazionale come la Unione Europea, dalle crescenti differenziazioni interne alla comunità, dalla messa in discussione sempre più radicale di un sistema di regole comuni e condivise. Il dibattito apre la riflessione sulla valenza della richiesta di giustizia anche da parte di chi non si riconosce in una comunità, sulla deriva totalmente negativa del conflitto dove non vi sia almeno qualche punto di condivisione, sul legame tra cittadinanza, partecipazione e rappresentanza, su come sarà possibile esercitare la partecipazione e la rappresentanza a fronte del collasso del sistema dei partiti. Interrogativi importanti per la politica, che attendono politici che se ne occupino.
(Paola Pierantoni)

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7 Dicembre 2005

Micromega - Darwin-Moratti e le altre Chiese

Da questo numero cominciamo una collaborazione con MicroMega. Della rivista segnaleremo il sommario del numero mensile in uscita, mentre sul nostro sito (www.olinews.it) pubblicheremo l'indice completo. MicroMega ospiterà a sua volta uno spazio di OLI sulle proprie pagine.

Nel nuovo numero, MicroMega continua a seguire l'affare Darwin /Moratti e sempre su creazione e Intelligent Design ospita un dialogo fra Telmo Pievani e l'"astronomo del papa" Giorge V.Coyne.
Dei rapporti fra Stato e Chiesa e delle pesanti e recenti ingerenze di quest'ultima si occupano Alessandra Kustermann, ginecologa della Mangiagalli, e Adriana Zarri in un confronto sulla pillola RU486, mentre quattro esponenti delle Chiese valdese e cattolica, dell'ebraismo e dell'islam discutono del Concordato, dell'8 per mille e di libertà di coscienza individuale.

Sull'America e la deriva dell'amministrazione Bush testi, fra gli altri, di Ignazio R.Marino, Giuliano Amato, Howard Zinn , Jeremy Rifkin, Patrick Cockburn, Gore Vidal e Furio Colombo.

Don Luigi Ciotti, Gian Carlo Caselli e Rita Borsellino denunciano, in una tavola rotonda, il nuovo disegno di legge delega che, se approvato renderebbe inapplicabile la legge sulla confisca e l'uso dei beni mafiosi.

Lidia Ravera in un dialogo con due giovani studenti ci racconta la nuova protesta giovanile, dalla grande manifestazione di Locri dopo l'uccisione di Franco Fortugno alla contestazione del Cardinal Ruini a Siena.

Infine Marc Augé sulle banlieues e Olivier Roy su Al-Quaida.

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9 Novembre 2005

Un dialogo - Uso, riuso e abuso

L’altra sera, all’uscita da Villa Croce, dove avevo assistito, o meglio, partecipato, ai “Figli dell’Uranio”, mentre parlavo delle emozioni provate, in quei tre quarti d’ora, dai miei cinque sensi, per non parlar dei piedi, dopo altrettanto tempo di coda per entrare -prenotazioni niente?-, ho ripensato ad alcune cose, che con lo spettacolo c’entrano marginalmente. Sono questioni che rimugino da qualche tempo e poiché le vivo, schizofrenicamente, quasi ogni giorno, per i ruoli che ho svolto e svolgo nel mio mestiere, ho pensato di descriverle sotto forma di dialogo.

Partecipano:
Il Conservatore (anche un po’ genovese) ed il Creativo (ovviamente internazionale, ma sempre genovese), all’uscita dello spettacolo di Greenway.

Il Creativo: Che spettacolo affascinante! Ecco come bisogna fare per smuovere i genovesi! Basta con i commessi viaggiatori! Queste sono le strade da percorrere. Un vecchiume di villa che si trasforma in una fantastica riflessione su chi siamo e da dove veniamo, con l’aiuto di quel diabolico Greenway!
Il Conservatore: Chissà quanto è costato…
Il Creativo: Con questi eventi i costi non importano. I soldi per la cultura non sono mai buttati via. Se si trovano finanziamenti, pubblici o privati che siano, ben vengano queste cose.
Il Conservatore: Dillo a me, che vivo e lavoro con quanto il mio Ministero, faticosamente, riesce a strappare dai bilanci dello stato. A proposito, hai firmato contro i tagli alla cultura della Finanziaria?
Ritornando ai Figli. Sto pensando a quanto è costato l’allestimento ed a “quanto tempo ci vorrà per pulire, contessa”.
Il Creativo: Sempre il solito sessantottino nostalgico e, in questo caso, proprio fuori luogo! Si tratterà di rimuovere l’allestimento e ridare il bianco. Non mi sembra così sconvolgente.
Il Conservatore: In una villa ottocentesca. Un piccolo gioiello, restaurato qualche anno fa dal Comune ed inserito in un piacevole parco. Con mostre che, pur nel loro piccolo, sono sempre state di grande interesse.
Il Creativo: Sarà, ma una tale coda di gente non l’avevo mai vista a Villa Croce.
Il Conservatore: E’ vero e questo mi fa piacere, però m‘inquieta sapere che la villa, pur non essendo una grande architettura, è stata sicuramente massacrata dagli impiantisti, che pure hanno fatto un lavoro egregio per realizzare effetti di così grande suggestione e lo sarà nuovamente per rimetterla in pristino.
Il Creativo: Non puoi mica pensare sempre di mummificare i tuoi beni culturali. Anche tu parli sempre, fin troppo, di tutela e valorizzazione. Se un bene tutelato non vive con la gente e per la gente, lo dici anche tu, rischia di morire.
Il Conservatore: Va bene, ma c’è modo e modo. Vedi, qui, a Genova, osservo cose che non mi sembrano particolarmente azzeccate dal punto di vista della valorizzazione.
Il Creativo: Ricominci coi mugugni. Ma ti ricordi cos’era la città quando ce la tiravamo da impegnati? Quante birrerie c’erano? E Giavotto, all’Accademia? E dove ci si poteva incontrare? Ed i rilievi nel Centro storico per gli esami, altro che percorsi di sopravvivenza, altro che Vietnam! Non mi dirai che non ti va bene niente, tu che godi a passeggiare nel Porto Antico e ci fai anche le visite guidate. E so benissimo come voti.
Il Conservatore: Quest’ultima battuta mi piace poco. Lasciami vivere i miei rapporti complessi con chi ho votato e che, non so per quanto, oggi governa la città.
Certo che Genova è cambiata in meglio, ma, tra le tante cose positive, c’è una domanda che, forse ingenuamente mi faccio. Abbiamo restaurato splendidamente edifici che erano in rovina o mal utilizzati, li abbiamo riportati a nuova vita, abbiamo impegnato soldi e fatiche per restaurarli, perché dobbiamo ostinarci ad usarli per “qualunque “manifestazione passi in mente al creativo di turno?
Il Creativo: Adesso mi offendi. Anche tu hai fatto allestimenti, creativi, in edifici molto delicati: Palazzo Spinola, Palazzo Reale, il Ducale, la Commenda, anche, se mi ricordo bene, la Loggia di Banchi. Non mi dirai che te e Semino non avete osato molto.
Il Conservatore: Vedi, c’è una differenza fondamentale ed è proprio questa che oggi mi crea disagio. Con Mario, con Ezia, con Giovanna abbiamo fatto allestimenti, alcuni riusciti, altri no, che cercavano, sempre e comunque, di rispettare l’ambiente in cui erano inseriti. Per noi l’edificio, la sala, lo spazio in cui andava inserita una mostra non era un contenitore indifferente, ma lo stimolo per inventare il percorso espositivo. Per carità, le mode passano, i dirigenti, gli assessori, i gusti cambiano, ma qui non si tratta di tempi e modi diversi, si tratta di sostanza. Si tratta di rispetto.
Il Creativo: Credo di aver capito dove vuoi andare a parare.
Il Conservatore: Mi hai sentito, l’altro giorno, rispondere all’amico Spadavecchia che mi chiedeva se mi era piaciuta la mostra da lui all’allestita al Ducale. Gli ho risposto che l’allestimento mi poteva anche piacere, se l’avessero fatto… ai Magazzini del Cotone. E’ mai possibile, gli ho detto in modo un po’ veemente, che si debba trattare l’Appartamento Ducale, con le sue peculiari caratteristiche storiche artistiche, come un qualsiasi volume da riempire? E tamponare la loggia? Per non parlare della Cappella! Ma lo stesso discorso vale per la Commenda di Prè, con i banchetti del Festival della Scienza. O, ancora, chiudere l’ingresso alla città dal porto, Porta Siberia, per farne un museo. Pur con il rispetto dovuto a due grandi concittadini che di quel museo sono protagonisti. E ritorno a Villa Croce, nella quale non ho capito se lo spettacolo di Greenway aveva come unica possibilità di essere realizzato quella di essere allestito proprio lì.
Il Creativo: Devi darmi delle altre possibilità, perché, se riconosci che bisogna continuare, magari un po’ meglio organizzati- hai visto la biglietteria di Palazzo Rosso, con il Festival?- la strada che Genova ha percorso, da qualche parte bisognerà pure trovare degli spazi.
Il Conservatore: Ma ci sono, e sono davanti ai nostri occhi! Se occorre andarci piano ad utilizzare gli spazi storici, abbiamo migliaia di metri quadri, di caratteristiche diverse e meno connotati dal punto di vista storico artistico, che potrebbero funzionare benissimo. Quanto è possibile utilizzare degli edifici del porto?
Il Creativo: Non posso certo ricordartelo io, che sono un creativo e, per definizione, di economia non capisco un’acca, ma si tratta di volumi commerciali, per i quali la riprivatizzazione significa recupero di soldi per le casse degli Enti pubblici! Di questi tempi non è possibile pensare ad edifici destinati solo alla cultura, bisogna mantenerli! Un conto è battersi contro la sciatteria pubblica e la mancanza d’attenzione verso i nostri beni culturali, su questo ti do ragione, un altro è pensare che la cultura non debba necessariamente autosostentarsi per sopravvivere. Così vuoi, tu e non io, che per mestiere sono alternativo, rovesciare il mondo.
Il Conservatore: Appunto…

Il Conservatore ed il Creativo si allontanano nel buio di Villa Croce:sono saltati i lampioni del viale-, uniche luci le braci delle loro pipe fumanti.
(Guido Rosato)

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Film - Quella piccola resistenza nella grande Germania

Sono troppo piccole le spalle di Sophie Scholl nella Germania nazista del ’43. Troppo ingenuo, folle, sconsiderato quel lancio di volantini all’Università di Monaco, di un’atrocità prevedibile quanto il film sviluppa nelle sequenze successive, tanto da indurre lo spettatore a chiedersi perché vedere una storia dai capitoli noti, dal finale scontato.

“La rosa bianca” deve molto a Jiulia Jentsh, l’attrice che interpreta la ventiduenne Sophie, e deve tutto all’idea che si possa restituire la memoria di una resistenza tedesca al pubblico europeo come se, accanto alla “banalità del male”, si potesse contrapporre il coraggio di pochi, in una nazione totalmente consegnata alla dittatura.
Piacerà ai credenti questo film, perché Dio è nelle preghiere di Sophie e nella sua faccia che cerca sino all’ultimo i raggi di sole concessi. Piacerà a chi ritiene sia bene ricordare chi per la libertà di espressione ha dimenticato se stesso.
Sophie Scholl per difendersi dalle accuse si dichiara “apolitica”, ritrattando in seguito. Un’amica tedesca mi raccontava che sin da piccola a scuola le hanno ricordato i campi di sterminio e la guerra. Sino a farla vergognare di essere tedesca. Mi diceva “che in Germania sono molto spaventati sia a destra che a sinistra dall’anomalia politica italiana perché sanno bene alla lunga cosa può produrre…”.
Recentemente un sindacalista durante un’assemblea ha detto: “Lo sai che sono asettico. Sono apolitico! Non mischiamo la politica!”. Forse gente così farebbe bene a vedere “La rosa bianca” per capire la portata di certe affermazioni.
(Giulia Parodi)

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3 Novembre 2005

Editoria – "Baribal", buona notizia non solo per bambini

"Baribal", il nuovo mensile per bambini e adulti, suggerisce, senza volerlo, una riflessione sul tempo. Su come facciamo le cose con i figli e sull'essere, mentre le facciamo, proiettati su quanto deve accadere, sul domani, sull'appuntamento che verrà.

Ci sono adulti che ascoltano mozziconi di frasi dei bimbi, alcuni annuiscono distratti, altri sono dediti esclusivamente ai risultati scolastici, parecchi sono di corsa, molti ce la mettono tutta, però, non si può essere perfetti… La maggioranza è gettata in questa lavatrice quotidiana, con centrifuga al massimo, che finisce il ciclo alle undici di sera con i bambini che dormono, i grandi sfiniti, la sottile sensazione di un vuoto da colmare. Diversi dai nostri nonni, culturalmente evoluti, globalizzati, abbiamo molte più cose, con un tempo cronometrato per l'ascolto e per il racconto.
"Baribal" restituisce il tempo, pretende uno spazio fisico - un divano, un tavolo, un letto - per stare accanto al bambino e richiede uno spazio mentale per la scoperta. Allora si potrà inventare la fine della favola di Ammaniti, capire come difendersi con intelligente ironia dai genitori fanatici, avvicinare la biografia di Einstein e Abbado, scoprire Dante nei fumetti di "Gigi e il furetto". E ancora Stefano Benni, Alessandro Bergonzoni, i segreti della natura di Silvie Coyaud. Mezz'ora ceduta al presente per sfogliare le pagine con i bambini e vederli scegliere un articolo che risponde alle loro domande. Un mensile, vero, per loro. Finalmente una buona notizia per l'informazione italiana.
(Giulia Parodi)

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20 Ottobre 2005

Mostre - Dal monello bandito al minore deviante

Il 14 Ottobre 2005, presso la sede dell'Archivio di Stato di Genova, complesso monumentale S. Ignazio, si è inaugurata la mostra "Monelli banditi - scenari e presenze della giustizia minorile in Italia".

A presentare l'esposizione, Rosario Priore, capo Dipartimento di Giustizia Minorile, Sonia Viale, vice capo Dipartimento, e rappresentanti degli enti locali per l'evento patrocinato da Regione Liguria, dalla Provincia e dal Comune. Il nucleo dell'esposizione è costituito da 86 fotografie, scelte tra le 2.800 commissionate all'Istituto Luce dal Ministero di Grazia e Giustizia (Direzione Generale degli Istituti di Pena) nel 1951, per diffondere un'immagine edulcorata della realtà carceraria e contrastare così l'azione denigratoria della stampa dell'epoca; esiste poi una sezione locale, alcune fotografie provenienti dalla nave redenzione "Garaventa", istituto di rieducazione attivo dal 1883 al 1977. Così come la campagna del 1951 seguiva l'inizio della riforma della Giustizia Minorile, la mostra appena inaugurata ha preso avvio nel 2003, durante la presidenza italiana dell'Unione Europea, in seguito al varo del Regolamento per la responsabilità parentale. Mentre le panoramica si sposta sull'attuale e sullo stato della giustizia minorile nei paesi che sono recentemente entrati a far parte dell'unione europea, o che si accingono a farlo, la terminologia slitta, si trasforma, e dal "monello bandito" si passa al soggetto giuridico, cioè al "minore deviante".
Il primo obiettivo della mostra, secondo il comunicato stampa del Ministero di Grazia e Giustizia, è il coinvolgimento degli enti locali "coinvolti a pieno titolo nella cura del minore in difficoltà, in attuazione del decentramento amministrativo delle competenze in materia di tutela e protezione giudiziaria del minore". Significativa la scelta di Genova come città ospite del 2005 perché non può non far ritornare alla mente l'allarme lanciato dal procuratore generale della Corte d'Appello Porcelli, per l'inaugurazione dell'anno giudiziario: la delinquenza minorile in crescita vertiginosa come conseguenza di fattori sociali gestiti con difficoltà (l'immigrazione massiccia, il fenomeno delle bande, lo sfruttamento dei minori), ma soprattutto la protratta vacanza del posto di presidente del Tribunale dei minori. La situazione si è sbloccata solo lo scorso maggio, con la nomina di Adriano Sansa dopo più di un anno e mezzo di veto posto dal ministro Castelli. Il Guardasigilli era assente alla presentazione, per il concomitante Consiglio dei ministri: un vero peccato non poter ascoltare un suo intervento in proposito.
(Eleana Marullo)

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22 Settembre 2005

Non solo calcio. La radicalizzazione rossoblucerchiata

Non so se si è fatto caso che per le strade, nei bar, sul lavoro, sempre più persone indossano catene, braccialetti, doppi caschi, sciarpe, berretti, maglie inneggianti alle due squadre cittadine, oppure che tantissimi espongono su moto e macchine, zaini e tracolle, addirittura tatuati sui bicipiti, loghi canonici del tifo rossoblucerchiato.

E’ sempre stato tra i ragazzi ma qui parliamo di tutti anche di mia madre che non va più a comprare da quel panificio perché sono “sampdoriani” e prendono in giro (pesantemente) le disgrazie recenti dei cugini.
Ragionamenti del genere se ne sentono su ogni autobus, in ogni filiale di banca dove gli stessi operatori, orgogliosi e fieri della loro appartenenza, caratterizzano il proprio desktop con adesivi e pupazzetti vari pro Genoa o pro Sampdoria. Una febbre del genere – leggermente scemata ora che i campionati sono iniziati ma tendenzialmente destinata a salire quando cominceranno le prime difficoltà – non ha risparmiato nessun muro, porta, saracinesca e intonaco genovese: da Sestri Ponente, al Lagaccio, a Struppa sino su alla sperduta Creto è un susseguirsi di “pernacchie” al Genoa in C in salsa sampdoriana, di sentimenti di fede eterna per il vecchio Grifone di sponda rossoblu e un pout pourri di insulti, minacce, nefandezze e cretinerie di tutti i generi sugli argomenti caldi di questa estate di passione. Finita come ben sappiamo in un sorta di G8 in sedicesimi.
Non si tratta di una radicalizzazione del conflitto semmai quella che si è radicalizzata è l’appartenenza, l’identità... con parole di oggi la fidelizzazione verso un marchio. A Genova questo marchio è quello del Grifo e quello della Samp. Non ce ne sono altri. Non ce ne sono più visto che, a parte Tangentopoli, i momenti di folla più sentiti degli ultimi quindici anni sono stati i funerali di Paolo Mantovani con più di 20mila persone piangenti e l’approdo del Genoa alla semifinale di Coppa Uefa (quell’enorme bandiera WE ARE GENOA a coprire tutti i distinti dello stadio di Marassi). Ah quei primi anni ’90! I genovesi toccavano il cielo con un dito: Sampdoria campione d’Italia e Genoa quarto! Tutto il resto poteva aspettare.
Giorgio Tosatti che dopo Brera è l’opinionista più ascoltato del calcio in Italia (Corriere della Sera e Domenica Sportiva in tv) ha avuto da dire sulle reazioni del popolo genoano (Pericu e Bertone compresi), come altri giornalisti dei maggiori organi di stampa. Questo Tosatti è un po’ ondivago politicamente (si era schierato a favore di Berlusconi, o meglio dei progetti della Casa delle Libertà sullo sport nel 2001) ma bisogna ricordare che anche lui come Brera “tifava Genoa dai tempi di Verdeal e Abbadie” e con Brera ha scritto a quattro mani Genoa, Amore mio. E dunque il suo rammarico è sinceramente genuino e, oserei dire, dirimente. Il suo raccapriccio è anche il nostro.
Dal Corriere della Sera del 25 agosto 2005: “La mia Genova era una città seria. La sua gente scendeva in piazza per strapparla ai tedeschi impedendo che distruggessero porto e fabbriche: lo fece da sola prima che arrivassero gli Alleati. Vi tornò per far cadere un governo sgradito. Pur pensando tutto il male possibile del ribellismo politico esploso durante il G8, aveva comunque motivazioni importanti. Ma farlo per difendere il più goffo, infantile, acclarato illecito nella storia del nostro calcio è ridicolo”.
Altri commenti?
(Elio Rosati)

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21 Luglio 2005

Tipi da spiaggia. Operatore culturale, altro che vu cumpra

Il copione si ripete ogni estate: da una parte i servizi sul caldo, le code, le mete preferite, dall’altra, la processione dei migranti che, da “sdraio a sdraio”, si muovono con la loro mercanzia sulle spiagge in cerca d’acquirenti.

Ma "il mercato si evolve": nuove etnie, nuove stratificazioni. All’inizio c'erano i maghrebini: vendevano vestiti, piccola biancheria da cucina; a loro, col tempo, si sono aggiunti gli africani: magliette e borse griffate (a volte ordinate da una settimana all’altra, giusto per non contraddire l’ultima pubblicità che ci vuole accompagnati dalla culla alla canizie dalle “marche”). Passano le stagioni e sulla battigia appaiono i primi asiatici: indiani, pakistani con monili in argento e pietre dure. Il loro è un nomadismo stagionale: si fermano in Italia il tempo necessario per vendere quello che hanno portato dal paese d’origine, poi ripartono per tornare qui l’anno dopo. Tutti, indistintamente, lasciano il segno del loro modo d’essere: caparbietà, disperazione, coraggio, dignità.
Mi è capitato, così, di comprare col “pagherò”, senza dover declinare le generalità, senza un numero di conto o il codice fiscale, così, semplicemente: “Ci rivediamo qui, prima o poi”.
C’è stata anche una migrazione tutta interna, come quella raccontata da Giuseppe, studente d’architettura calabrese, che trascorreva l’estate lungo le spiagge da Bergeggi a Varigotti offrendo krapfen, alternandosi, lungo l’orizzonte limitato dei bagnanti abbrustoliti, con l’immancabile, e napoletanissimo, venditore di cocco.
Altri cambiamenti. Sulle spiagge, a fare le ambulanti ora ci sono anche le donne africane. Incedono regali mentre, apparentemente senza sforzo, trasportano la loro merce in una cesta poggiata sulla testa. Mi hanno ricordato una vecchia foto di mia nonna, anche lei fissata da uno scatto con la sua sporta sul capo.
Altri occhi a mandorla ti massaggiano o vendono aquiloni. C’è anche Jacques, imprenditore del nomadismo agostano. Sul suo biglietto da visita, fra i colori della bandiera del Senegal, campeggiano due profili dell’Africa e la sua professione: “operatore culturale”. E' in Italia dal 1999, vive a Bocca di Magra, dove ha un magazzino. Lui le spiagge le batte a tappeto per incontrare persone, per prendere contatti, perché compra e vende opere d’arte della sua terra ed è qui, dice, per aiutare chi è in difficoltà.
Racconta e sorprende Jacques col suo saper legare fatica, amicizie, vita: la sua e la nostra. Con parole dove ogni cosa appare semplice e armonica. Gli ho promesso di ricordarmi di lui. Lo faccio anche da qui, perché Jacques rappresenta la naturale sineddoche della parola “integrazione”: così vicino alla sua terra e al tempo stesso così legato alla nostra e alle sue “regole di mercato”.
Tania Del Sordo

Posted by OLI1 at 16:20 | Comments (0)

29 Giugno 2005

Immigrati. Quando sei nato, a volte, devi nasconderti

Dentro il film di Marco Tullio Giordana, fra sguardi bambini e visioni da adulti, c’è tutto il mondo che normalmente percepiamo. Il mondo delle immani sciagure, dei delitti efferati, delle difficili convivenze spaziali.

Nel film, tratto dall’omonimo romanzo di Maria Pace Ottieri, l’incolmabile distanza fra noi e “loro” si misura proprio nella volontà di circoscrivere, eludendo il confronto, quell’altro al quale non siamo in grado di dare risposte e del quale temiamo le domande.
Solo i bambini tendono la mano (come già nel film di Salvatores “Io non ho paura”), cercano delle risposte possibili, compiono (ai nostri occhi assuefatti) atti di vero coraggio: guardano, da un altro (partecipe) punto di vista.
Alcune sequenze di quello che a tratti sembra un vero e proprio documentario (uso della camera a mano), senza negarsi il gusto della citazione (musiche e immagini della discesa nel ventre del mondo da “Lezioni di piano” di Jane Champion), sono quanto mai significative.
L’occidente democratico e opulento risolve le tensioni (anche di coscienza) mettendo mano al portafoglio: è questa la strada del padre brianzolo, felice per aver ritrovato il figlio (che credeva morto in mare durante una crociera in barca a vela), ma incapace d’esprimere gratitudine ad un giovane rumeno se non attraverso l’offerta di denaro.
Costretti a nascondersi nei CPT, divisi dai propri familiari, o nei relitti abbandonati d’un passato industriale, non riconducibili a griglie precostituite, gli immigrati ci costringono a ripensare a noi stessi, al nostro passato, ai nostri modelli di sviluppo, alla nostra “crescita”.
A volte, senza nessuna intenzione didattica, ci offrono delle vere lezioni: il musicista Badarà Seck, scoperto da Mauro Pagani, al lavoro con Miriam Makeba e Massimo Ranieri, stimato da registi come Peter Brook e Claude Lelouch, ha abbandonato il confort di un appartamento in Lungotevere Flaminio (offertogli da Ranieri) per tornare a vivere con i fratelli africani nel Residence Roma (“Un ghetto per “senza casa” dove le luci no si accendono mai, l’acqua non scorre se non dai soffitti sfondati … e la polizia entra soltanto quando ci scappa il morto”).
Da lì, aiuta la comunità senegalese, insegna musica ai più promettenti, lavora alla realizzazione del suo primo CD. “Con i miei testi vorrei dire agli africani di imparare dall’Occidente a prendere in mano il proprio destino senza più farsi sfruttare, e agli occidentali di imparare dall’Africa l’importanza dei rapporti umani e della natura. Se non comunichiamo, non ci conosciamo, non c’è futuro”.
“Il destino è potente” dice Badarà.
Non ci sono steccati o medicine demagogiche in grado di fermarlo.
(La storia di Badarà Seck è apparsa su “Il Venerdì” di Repubblica del 03\06\05)
Tania Del Sordo

Posted by OLI1 at 12:43 | Comments (0)

9 Giugno 2005

La ricerca dell'anima del Carlo Felice

Ancora una volta Ottone (la Repubblica il Lavoro del 4/6/2005) mette il dito in una delle tante piaghe della nostra città: l’orchestra comunale. Non lo fa, come altri, chiedendo il licenziamento di tutti gli orchestrali o il ricorso ad orchestre in tournèe. Percepisce invece i segni d’inquietudine e d’insofferenza nelle recenti dimissioni dei due primi violini. “Cose che succedono quando l’anima non c’è”.

Altri teatri dell’opera hanno avuto crisi laceranti quando politica e personalismi hanno preso il sopravvento su una corretta dialettica gestori – professionisti. Restando in Italia basta ricordare querelles e strascichi nel tempio della lirica nostrana, La Scala, iniziate con l’imposizione di un nuovo sovrintendente e concluse traumaticamente ed a scapito della cultura: dimissioni di Muti - perdita dei finanziamenti di facoltosi sponsor.
A Genova il malumore che serpeggia al Carlo Felice, prima sopito, sta riemergendo e non sempre sono esplicite le cause. Qual è il contesto che non consente all’anima di librarsi? Eppure due degli elementi necessari per creare l’atmosfera adatta ci sono: pubblico e orchestra.
Il primo numeroso, partecipe sempre disponibile sia per la musica che per eventi culturali condivisi, come dimostrato, ad esempio, dal folto pubblico presente al conferimento del grifo d’argento a Sirotti (non chiara la differenza tra grifo d’oro e grifo d’argento, quasi a sottolineare che l’arte in genere e la pittura in particolare sono considerate di serie B dagli amministratori genovesi).
L’orchestra che risponde adeguatamente in presenza di conduttori di valore. L’ultima dimostrazione delle sue potenzialità l’ha fornita sabato 28 maggio in termini di esecuzione ed è stato apprezzato, col battito prolungato degli archetti sui leggii, il consenso tributato dagli orchestrali al solista Capucon ed al direttore Vedernikov al temine dell’esecuzione.
Ridare l’anima al Carlo Felice richiede non solo la disponibilità degli orchestrali e del pubblico ma anche, e soprattutto, del sovrintendente, dei pubblici amministratori, delle istituzioni bancarie e finanziarie che operano in Liguria.
(Vittorio Flick)

Posted by OLI2 at 02:04 | Comments (0)

26 Maggio 2005

Grifo d’oro. Scottano le verità di don Balletto

Dove sta la cultura di una città? Nella qualità delle sue biblioteche, nella forza delle sue Camere del lavoro, nei circoli d'ogni tipo dove i cittadini scelgono di vivere momenti comuni, in un sistema di trasporti efficiente, in una stampa locale non prezzolata, nella trasparenza degli atti con cui è amministrata... Ma più di tutto la cultura d'una città sta nelle voci - poche, purtroppo - che sanno dire quello che i cittadini spesso non osano esprimere perché temono di dire cose "politicamente scorrette" o perché avviliti dal senso dell'inutilità che viene dal proporre osservazioni personali.

A Genova, una delle voci più importanti della città, appartiene ad un religioso, don Antonio Balletto. Così importante che l'Amministrazione comunale gli ha dato il suo massimo riconoscimento, il "grifo d'oro". Un omaggio al suo impegno civile e alla sua libertà di pensiero condiviso da molti al punto che il giorno della consegna tanti andati ad applaudirlo non sono riusciti a entrare nella sala dove veniva premiato.
Don Balletto vive profondamente la sua città, conosce molte persone sia importanti (del mondo degli affari e della politica) sia comuni (se comuni possono essere chiamate le tante persone che con scelta personale e silenziosa aiutano se stessi e il prossimo ad affrontare un quotidiano sempre più difficile).
Sabato 14 maggio scorso "La Repubblica- il Lavoro" ha pubblicato - titolo a tutta pagina "Don Balletto suona le campane" - alcune sue osservazioni su cui sia i politici sia gli industriali e i banchieri della città erano chiamati in causa. Non è possibile "sostituire lo sviluppo con delle rappresentazioni dove la realtà resta lontana" ha detto. Dietro le facciate restaurate e l'enfasi per gli "eventi" non c'è nulla o quasi. La gente vuole cose vere; "c'è bisogno di lavoro". "Le fondazioni bancarie devono mettere in moto progetti che siano un motore di sviluppo e non tappabuchi". La mancanza di lavoro, i nuovi poveri hanno fatto esplodere la macchina istituzionale, la sua logica efficientistica. "Quando la società è lisa, si strappa e in molti cadono di sotto", diventano poveri, "rifiuti" che si aggiungono a quelli che "con le barche e dal mare arrivano da altri mondi altri... rifiuti che non sappiamo come accogliere, come riconoscere".
Al giornalista che gli faceva notare come la sua visione fosse quasi apocalittica, Balletto ha risposto con un sorriso. Per prima cosa impariamo "a fare progetti e non rappresentazioni", ha detto. E, per cominciare, partiamo dalla realtà com'è oggi e non da quella che immaginiamo (che, ha precisato, sembra "una visione sociale del 1890"!). "Siamo e saremo una società meticciata, con una emergenza di sanità, con nuove malattie, con il problema del corpo da curare, con tanti anziani. Da lì dobbiamo partire".
Il giorno dopo sullo stesso giornale Carlo Castellano ha detto che gli industriali e lui in particolare fanno già la loro parte per produrre occasioni di lavoro. Il 17 maggio anche il sindaco ha risposto pubblicamente a Balletto dicendo che i suoi "motivi di insoddisfazione" sono ragionevoli e che l'Amministrazione si sentiva impegnata a risolverli. Per ora è tutto. Il grifo è d'oro; come il silenzio.
(Manlio Calegari)

Posted by OLI2 at 23:54 | Comments (0)

12 Maggio 2005

Beppe Grillo alias Michael Moore

Diecimila persone entrano al palasport venerdì 6 maggio alle ore 21.00. Per Beppe Grillo giovani, anziani, coppie. Il pubblico sognato da qualsiasi politico di mestiere. Un ragazzo con la maglietta verde pisello dà la misura dell’evento: la scritta indossata “autentico pop-corn americano” ne garantisce la provenienza. Secchielli di pop-corn vagano alla ricerca del posto a sedere.

Beppe Grillo, lo stesso giorno, ha avuto la prima pagina di Internazionale e più passa il tempo più assomiglia a Michael Moore. Si tratta di farsi prendere per mano e di memorizzare il fiume di informazione che Grillo scaraventa sul suo pubblico, senza prendere fiato. Si passa dai progetti deliranti dei più accreditati architetti del mondo con piazze senza panchine, al ponte di Messina, irrealizzabile anche per i migliori progettisti giapponesi.
C’è l’entusiasmo per l’apertura di un blog (www.beppegrillo.it) in contrasto con la chiusura del blog di Prodi, sospeso per mancanza di tempo del leader. E ancora D’Alema che si fa intervistare da Vanity Fair dichiarando di non sapere cosa sia un computer e Tronchetti Provera che licenzia grazie a scissioni societarie qualcosa come quattordicimila persone. Ci sono gli enormi debiti di Provera di cui nessuno parla, e la rete di società che controlla, ecco perché nessuno ne parla. E gli stipendi gonfiati dei dirigenti Telecom, l’ultima sentenza sui bond argentini, occultata in attesa che il reato passi in prescrizione, e Parmalat e il futuro della Fiat con la nuova Zigulì. Il Rittalin, psicofarmaco per l’infanzia, con relativo questionario distribuito ai genitori sul disturbo da deficit di attenzione, la riforma Moratti e i ministri leghisti in Svizzera che cantano “abbiamo un sogno nel cuore, bruciare il tricolore!” mentre nella stessa bandiera torna avvolta la bara di Calipari. C’è l’informazione che non c’è perché in Italia “è scomparso il giornalista” e c’è una sua intervista alla CNN, trasmessa in tutto il mondo tranne nel nostro paese.
C’è anche Genova con il progetto Piano, Burlando e Merella. Tutta la diffidenza dei Genovesi negli occhi di Grillo. Le battute. Le risate del pubblico. E un consiglio ai politici della sinistra: “Sino al 2006 si chiudano in una beaty farm, smettendo di fare dichiarazioni! Vinceranno con il 99% dei voti!”
(Giulia Parodi)

Posted by OLI2 at 09:37 | Comments (0)

La vita e le stelle secondo la Hack

Non c’erano meno di trecento persone lo scorso 5 maggio a sentire Margherita Hack parlare di ateismo e agnosticismo alla Biblioteca Berio in un dibattito organizzato dalla UAAR: Unione degli Atei e degli Agnostici Razionalisti. Poco più di cento erano riuscite a sedersi, le altre stipate in piedi nella sala dei Chierici della Biblioteca, o addirittura fuori, a seguire la conferenza attraverso gli altoparlanti. Maschi, femmine, persone di tutte le età. Molte le anziane signore.

Margherita Hack difende con parole semplici la dignità del pensiero razionale, di un’etica non religiosa, la possibilità di una serena accettazione della vita senza la necessità di una proiezione fantastica dopo la morte. Con un’immagine di grande bellezza dice che non siamo figli di dio, ma delle grandi stelle che hanno generato tutti gli elementi. Aggiunge che, una volta morti, di noi si farà qualcos’altro, e che va bene così. Parla di un universo euclideo infinito nel tempo e nello spazio, che quindi non ha avuto un inizio e non avrà una fine e cita i forti indizi derivati dalla osservazione scientifica a sostegno di questa ipotesi.
Dice giustamente che di tutto questo si dovrebbe parlare a scuola. Alla fine un fittissimo dialogo col pubblico.
Interessante la conferenza. Ancora di più il susseguirsi di applausi da stadio che hanno accompagnato per tutto il tempo il discorso della scienziata. Guardando la sala si respirava un tangibile senso di liberazione ed una palpabile gratitudine verso chi, finalmente, dava pubblica legittimità a una impostazione non confessionale del pensiero e dell’agire. Un allegro sentimento di sollievo dopo l’overdose papista.
(Paola Pierantoni)

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22 Aprile 2005

Teatro. La password musicale libera la poesia

La canzone d’autore usata come password per entrare nell’animo umano, per scalfirne l’indifferenza ed alleviarne il dolore; il teatro, come scuola di condivisione, di lavoro duro, di scoperta: questo il progetto dell’AMT (“Assemblea Musicale e Teatrale”) fondata e diretta da Gian Piero Alloisio.

Sul palcoscenico dell’Auditorium Montale, volutamente spoglio d’ogni appiglio scenografico, per poco più di un’ora, grandi e piccini vengono immersi nel mondo delle fiabe. Narrata con fare saggio e scanzonato in una lingua-babele che associa “latinorum” a calembour, a metà strada fra prosa e poesia, la storia del viaggio iniziatico dell’adolescente Pino, studente del Fermi, innamorato di Eva (bella e irraggiungibile), diventa pretesto per far avvicinare i giovani alla musica lirica e, nello stesso tempo, trasmettere un messaggio di speranza per tutti coloro che, forse troppo fragili, si sentono schiacciati dalla pseudo-cultura massificante che ci circonda.
Impegnato ad accogliere nella sua opera la compenetrazione fra spirito e ragione, intelletto e sentimento, in una visone del mondo e dell’uomo che non accetta fratture ma tenta, al contrario, di armonizzare gli opposti, Gian Piero Alloisio ha da tempo abbandonato lo spettacolo “d’Attore” per una nuova frontiera: trasformare i cittadini del mondo in protagonisti, almeno per una volta. Convinto che per la vera integrazione servano, più di tante parole, progetti da realizzare insieme: ognuno immettendovi la propria – ed unica – specificità.
Si replica fino a sabato 23.
Domenica 24, per festeggiare il 60° anniversario della liberazione, Gian Piero Alloisio ed altre 290 persone, saranno nel borgo di Boccadasse con lo spettacolo itinerante “Strade di libertà”.
Per info: www.gianpieroalloisio.it
(Tania del Sordo)

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18 Marzo 2005

Cinema. Se eutanasia fa rima con Oscar

Premio Oscar per il miglior film a “Million Dollar Baby”, per il miglior film straniero a “Il mare dentro”. In comune i due film hanno come tema (o comunque come conclusione) l'eutanasia.

Sono favorevole da sempre all'eutanasia, e questa divulgazione del tema mi trova consenziente, ma – sinceramente – mi preoccupa un poco che vi si dimostrino favorevoli gli americani. Non è che per caso, nel loro privilegiare ad ogni costo la redditività di ogni cosa, stiano facendo strada – magari inconsciamente – all'ipotesi che anche degli esseri umani si possa ad un certo punto calcolare quanto e se rendono? Tornando a casa dopo il giro europeo, Bush ha dichiarato che il grande problema della sua amministrazione è ora quello della previdenza sociale e della salute pubblica: e mi sovviene di come, all'epoca del convegno di Johannesburg sullo Sviluppo Sostenibile, avanzò l'idea di bloccare la minaccia del disboscamento abusivo, così nociva per la salute del pianeta, abbattendo “preventivamente” gli alberi a rischio.
E se questo meccanismo logico venisse trasferito – per l'appunto – sul piano della salute pubblica? Se a risolvere il problema dei malati senza speranza (o, perché no?) dei vecchi, si introducesse a poco a poco l'idea di una valutazione della loro redditività e del loro costo? La fantascienza ha già ventilato il pericolo, e la non adesione al trattato di Kyoto ha stabilito con chiarezza le priorità dell'America. Da qui, l'ombra sugli Oscar, e un invito a vigilare sugli Stati Uniti di Bush, oggi forse la più grave minaccia per il mondo. Ma sottolineo: gli Stati Uniti di Bush, non “gli Stati Uniti” tout court!
(Luigi Lunari)

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3 Marzo 2005

Funerali. Restò chiuso il Duomo per Don Milani

Tant'è il Vespa è tornato a colpire, ma furbini quelli del Secolo XIX, anziché metterlo in prima pagina, con la fotografia ammiccante di uno che garantisce l'America al posto delle sue piccole analisi, lo nascondono all'interno.

Così non si perdono la vendita della mia copia di giornale, perché non posso sfogliarlo sotto il naso dell'edicolante e lasciarlo lì, se dentro ci trovo il Vespa.
Succede pure che qualche volta lo leggo (per disciplina o sadomasochismo?). Qualche giorno fa si è esibito in un commosso fervorino sui funerali di don Giussani, enfatizzando i ventimila presenti e non mancando di citare tutti quelli che c'erano e che secondo lui contavano (e cantavano). A me è venuto subito in mente un altro funerale, di tanti anni fa: quello di don Milani. Nel piccolo cimitero di Barbiana c'erano i suoi ragazzi, i familiari, i collaboratori.
Era un pugno di gente, rispetto alla folla oceanica convenuta per don Giussani, chiusa in un silenzio che quasi si sentiva. Ma era il pugno di lievito che avrebbe fatto crescere nel mondo l'idea che la pace è il più grande dei beni ed è possibile. Bastava cominciare a pensare che la "obbedienza non era più una virtù". Da quella piccola idea, che don Milani ha pagato a carissimo prezzo, sono nati i pacificatori del mondo che oggi sono un esercito. E hanno dalla loro il Papa.
(Giovanni Meriana)

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24 Febbraio 2005

Ricordo di Liana Millu scrittrice appartata

Ha aspettato fino alle commemorazioni di quest’anno dell’Olocausto, lei che di giorni della memoria aveva intrecciato tutta la sua vita; e poi, dopo tanto resistere, se n’è andata. Liana Millu è morta lo scorso 6 febbraio, e i giornali l’hanno ricordata senza sprecare una parola di più. Dedicandole un po’ di righe doverose sulla cronaca, non le pagine, che avrebbe meritato, della cultura.

Non che a lei avrebbe importato – ne sono sicura, anche se di persona non l’ho mai conosciuta. L’ho vista una volta sola, durante una conferenza al Goethe Institute – una delle tante a cui lei ha partecipato, dopo il lager, in un sforzo incessante, caparbio e fiducioso, di testimonianza. L’ho vista e avrei voluto stringerle la mano e dirle: Finalmente la conosco, signora Millu! Sono nove mesi che leggo e rileggo e studio e scompongo i suoi libri per la mia tesi sulle donne nei lager, e non sa quanto apprezzi la sua opera... Soprattutto mi sono sempre chiesta come è riuscita a scrivere un libro come Il fumo di Birkenau, così a caldo, a pochi mesi dalla fine della deportazione, senza scivolare mai nella retorica, senza farsi schiacciare dall’orrore, senza indulgere in patetismi, senza sbagliare un aggettivo, senza perdere la fluidità dello stile. Come ha fatto insomma proprio lei a diventare una simile scrittrice dopo Auschwitz, dopo che anche la possibilità di fare poesia era ormai data per spacciata da fior di intellettuali. Per non dire del modo diretto, onesto con cui, nei suoi libri, ha trattato la questione della violenza, di quella – atroce – subita dentro i lager, ma anche di quella – terribile – agita, se non nei fatti nelle menti; di quella che veniva respirata, introiettata, esorcizzata anche dalle vittime e che rendeva ancora più nefande, se possibile, le colpe dei carcerieri. Lei ne ha parlato in prima persona: ha ricordato l’odio profondo, viscerale indotto dal lager, “l’impeto di Birkenau, quel cieco impeto selvaggio che cerca la gola e la stringe”. Ha guardato in faccia la violenza anche quando nasce da se stessi, la perdita del senso di pudore, la solitudine del ritorno, l’assoluta incapacità della società circostante di capire, la voglia di farla finita; e l’ha fatto, ripeto, con asciuttezza, autoironia, e un disincanto come solo i grandi artisti.
Il suo romanzo autobiografico, I ponti di Schwerin, è una ben strana educazione sentimentale: dal suo desiderio di indipendenza come giovane donna italiana degli anni’40 passa agli allucinati flash back della vita nel lager e poi rotola forsennatamente lungo tutto quel rocambolesco tragitto di ritorno dal lager all’Italia, passando per la Germania distrutta, la perdita della propria identità, l’impossibilità di un happy end. Lei forse meglio di chiunque altro ha spiegato cosa ha significato essere donna dentro il lager, nonché donna ex-deportata. Ma mi chiedo – e le chiedo: non ha giocato questo fattore, ancora una volta, a suo sfavore? Forse lei non ha avuto – in Italia, perché all’estero è diverso – la risonanza che meritava come scrittrice proprio perché catalogata, da subito, nel rassicurante parco protetto delle autrici dell’Olocausto al femminile? Ma forse lei avrebbe scrollato le spalle, lei che nella vita aveva superato ben altri ponti di quelli, fragili e oscillanti, costituiti dalle mie domande. Forse. Perché, quella volta, per chissà quale inconsulta forma di vergogna, non mi avvicinai. Ancora oggi lei è rimasta quella scrittrice misteriosa. Misteriosa anche per buona parte della nostra critica che non sembra averla mai del tutto capita.
(Carola Frediani)

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Storie. Ragazze in fabbrica anche la domenica

Questa estate visitando la mostra “Genova del Saper Fare, Lavoro, imprese, tecnologie”, mi ero arrabbiata moltissimo perché in quello che, secondo le parole degli organizzatori, doveva essere un “affascinante viaggio attraverso il passato, il presente e il futuro della città… un "viaggio" attraverso lo spazio ed il tempo delle vicende che hanno visto la Genova del saper fare protagonista della storia che va dalla fine dell'Ottocento a oggi, con uno sguardo sul domani”… le donne non c’erano. Quindi non c’era la città, non c’era la storia, non c’era il lavoro, ma solo un parziale spicchio di tutto ciò.

C’era invece, una volta di più, l’auto rappresentazione di una parte che si faceva tutto, e che imponeva questa immagine parziale e falsa come fosse l’icona e la memoria del lavoro a Genova. Avevo espresso apertamente la mia irritazione al curatore della mostra, e ne avevo ricevuto la sconcertante risposta che l’assenza da me lamentata era dovuta al fatto che il lavoro delle donne era in definitiva un fatto abbastanza recente. Da non credersi.
In questi giorni in città questa parte separata e negata tenta di dar segno di sé attraverso due mostre. La prima, “Ragazze di fabbrica”, è ospitata al Centro Civico di Cornigliano e all’auditorium della Manifattura Tabacchi a Sestri Ponente; la seconda, “Trenta anni fa l’occupazione della Pettinatura Biella” si trova presso il Centro Ligure di Storia Sociale a Palazzo Ducale.
La stampa si è accorta pochissimo di questi eventi: un articolo del Secolo XIX per la Pettinatura Biella, un articolo sul Mercantile ed uno sul Corriere di Sestri Ponente per le “Ragazze di fabbrica”. Peccato. Perché a chi gira per le sale delle mostre - anche se non può usufruire delle mirabili tecnologie multimediali utilizzate per “Genova del Saper fare” - viene incontro un mondo interessante: tessitrici e metalmeccaniche, sigaraie e salatrici di acciughe, operaie in fabbriche dolciarie e di conserve, nelle lavanderie industriali e nei saponifici. Ostetriche. Balie. Cucitrici nelle industrie dell’abbigliamento. Infermiere. Operaie alla Ceramica Vaccari. Maestre. Cucitrici e tessitrici a domicilio. Impiegate. Donne (più di 3.000) a fabbricare proiettili all’Ansaldo durante la prima guerra mondiale. Donne in grembiuli e cuffie “perché ciò conferisce ad esse ed anche all’officina un aspetto rassettato e decoroso”. Donne con la silicosi. Donne prima serie e severe, con gli abiti lunghi, vicino ai torni e poi cacciate dal lavoro al termine della guerra. La sala della manifattura tabacchi piena di culle. Donne dello stabilimento Ansaldo Fiumara che protestano per ottenere “almeno un giorno per settimana – la Domenica – per il riposo, la pulizia personale e l’assetto della casa”. Operaie che, come recita il cartello affisso dietro di loro “Lavorano duro, secco, sodo, in obbedienza, possibilmente in silenzio”. Pioniere come Maria Loseff che si laurea in medicina nel 1917 ma riesce ad esercitare nell’ambulatorio pubblico solo nel 1923, dopo una petizione della popolazione femminile del quartiere…
L’8 marzo si chiude: i semplici pannelli con fotografie e dati su fabbriche ormai scomparse, scompariranno anch’essi.
Resta il profondissimo rimpianto che Genova 2004 non sia stata capace di capire e di far capire che il lavoro è parte determinante della sua cultura, e che quindi ne abbia parlato poco e malamente.
(Paola Pierantoni)

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19 Febbraio 2005

Anticensura. Ed ecco il teatro di rianimazione

Per due giorni ci siamo ritrovati studenti, professori, genovesi più o meno impegnati, a seguire Paolo Rossi, venuto in città con lo spettacolo: Il signor Rossi contro l’impero del male.

Clima d’avanspettacolo, sketch, per un teatro di “rianimazione” e civile; sul palco, a far bella mostra di sé, la sagoma di Totò.
Il Signor Rossi ci racconta l’Italia della P2, col suo progetto d’annegare la cultura in un minestrone di paillettes e lustrini, un’idea che il Cavaliere sta portando avanti per conto del venerabile Licio Gelli (cui dovrebbe pagare i diritti d’autore).
Siamo tanti, tantissimi, sia nell’aula Magna dell’Università, sia in teatro. Davvero tanti, un segno dei tempi “bui, della funzione catartica della risata.
Il comico ci ricorda d’esser stato censurato, afferma che la censura è il segno d’una debolezza, d’una fragilità cui, però, ha deciso di non mostrare più “l’altra guancia” (Rossi ha dato mandato ai suoi avvocati per far causa alla RAI, dopo il veto imposto alla seconda puntata del suo Molière).
Una debolezza di fatto mostrata anche dalla coordinatrice dell’incontro all’Università, quando, interrotta la lettura d’un brano di Aristofone per non pronunciarne i turpiloqui, ha implicitamente ammesso che, in Italia, l’arte è sottoposta a vincoli.
Una debolezza, un timore dell’altro, che ha spinto il “Cavalier Bellachima” (cito Marco Travaglio, giornalista che ironizza sui guasti del potere dalle pagine dell’Unità) a ridurre i giochi politici ad una crociata contro il “male”, consegnando ai suoi “guerrieri del bene”(nell’ultimo congresso di F.I.) un corposo opuscolo contenente un’”analisi” su 500 numeri del quotidiano fondato da Gramsci.
Censure e autocensure. Dallo spettacolo all’informazione: nessuno può – o deve - contraddire il pensiero unico.
All’Università, fra una domanda ed una censura, fra un lungo spazio concesso all’epifania del candidato Burlando, è emerso il desiderio di riappropriarsi della cultura, della conoscenza.
(Tania del Sordo)

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4 Febbraio 2005

Cambiamenti. Gesti che distinguono la destra dalla sinistra

Un tempo si diceva che la mortadella era cibo operaio, proletario, da contrapporre al crudo, senz’altro più costoso e snob (scegliete voi se di Parma o San Daniele).Riproporre, fra il serio ed il faceto, la questione potrebbe essere una buona partenza per chi avesse voglia d’intervistare i nostri candidati alle prossime regionali.

Oggi ancora di programmi non si parla. Le distinzioni sono legate più al senso d’appartenenza e a farla da padrone, per il momento, sono le immagini e gli slogan cui aderire col cuore (la concretezza di Biasotti, la Liguria che vuoi di Burlando), avallando l’analisi di Paul Virilio che parla dei nostri tempi come dominati dall’emozione e non da ragione, comprensione, approfondimento (Internazionale, 14 gennaio 2005).
C’entra la mortadella? Beh sì, perché fra le stoccate e le battute, le presenze o assenze dei due “colossi” c’è chi deve fare quotidianamente i conti con lo spazio di vita, la città, le relazioni... C’è quell’impercettibile movimento delle menti e dei cuori che dal locale al globale pensa sia giunto il momento di compiere un gesto per cambiare rotta ed approntare casa, lavoro, città, mondo in modo da assicurare un futuro meno ìmpari.
Ecco quindi un piccolo segnale che arriva da Londra: un libro scritto da Eugenie Harvey (Change the world for a fiver: 50 simple action to change the world and make you feel good – “Cambiate il mondo con 5 sterline: 50 semplici modi per cambiare il mondo e sentirsi bene”). La signora, esperta di marketing, attraverso vignette, semi d’abete da piantare, chewing gum incollati alle pagine, ci ricorda quante piccole azioni possiamo intraprendere per “cambiare il mondo” (“rifiuta le buste di plastica: ogni cittadino britannico consuma fino a 134 buste di plastica all’anno, per un totale di otto miliardi di sacchetti che finiscono abbandonati in discariche sterminate; usa almeno una lampadina a basso consumo: se ce ne fossero almeno tre in ogni casa si risparmierebbe la stessa quantità di energia che serve a illuminare tutto il paese; usa i trasporti pubblici, guarda meno la TV, impara delle espressioni amichevoli in una lingua straniera, spegni gli elettrodomestici: se prima di andare a dormire ogni inglese spegnesse il suo televisore, si risparmierebbe abbastanza energia da illuminare 250.000 partite di calcio; fai il bagno con qualcuno che ami: per riempire una vasca di misura media ci vogliono 65 litri d’acqua: sono 65 litri risparmiati”...). Si tratta d’un piccolo decalogo a cui ognuno può aggiungere un tassello, un elemento...
La Harwey ha dato vita anche all’associazione We are what we do (Siamo quello che facciamo, sito internet: www.wearewhatwedo.org) che intende muovere i simpatizzanti partendo dalla parafrasi di una frase di Gandhi: “Siate voi il cambiamento che volete vedere nel mondo”. Ecco, domandiamo (e domandiamoci) quali piccoli gesti distingueranno la sinistra dalla destra; giusto così, per riappropriarsi, con la mortadella, anche del senso profondo del comunicare.
(Chi fosse interessato al libro, può acquistarlo o attraverso il sito internet di Amazon o nelle librerie Feltrinelli International; le notizie sul movimento e sul volume della Harvey sono apparse sulla rivista Internazionale del 23 dicembre 2004 e su Gioia dell’11 gennaio 2005).
(Tania Del Sordo)

Posted by OLI2 at 16:30 | Comments (0)

12 Gennaio 2005

Franco Croce. Maestro non solo di letteratura

La prima lezione di Letteratura italiana che ascoltai interamente nel novembre del 1988 fu quella di Franco Croce Bermondi. Il corso monografico prevedeva un approfondimento sugli Ossi montaliani e alcuni canti della Divina Commedia, il seminario riguardava il romanzo tra ‘600 e ‘700.

Ma la prima lezione Franco Croce decise di dedicarla a noi, agli studenti del primo anno, e ci spiegò tortuosamente (perché tortuoso è oggi come allora il regolamento universitario) quali fossero i nostri diritti e i nostri doveri, in che modo avremmo dovuto e potuto compilare i sempre tormentati piani di studio. Ci vollero diverse ore, anche perché per uno strano fenomeno intellettuale, Croce riusciva a collegare apparentemente piani diversi: la politica, la democrazia e la letteratura.
Non lo mollai più.
L’Università degli Studi di Genova a quei tempi era visivamente in decadenza. Si leggeva tra le righe un’intensissima (?) vita universitaria dei decenni precedenti attraverso gli slogan, le scritte sui muri e gli studenti fuori corso. Un clichè di studente e di professore riecheggiante gli anni ‘ruggenti’ non risultava ai miei occhi credibile e disertai volutamente tutti quegli istituti in cui si respirava un’aria ‘di una sinistra’ che all’epoca mi apparteneva poco, ma che comunque risultava a me, ragazza cresciuta negli asfittici anni ’80, priva di credibilità. Le lezioni di Franco Croce e l’Istituto che presiedeva allora spiccavano per rigore e autenticità in un clima universitario decisamente arido e avulso dalla contemporaneità. Era il metodo e le parole che Croce usava che bucavano la distanza tra generazioni tanto lontane. Anche il dialetto genovese, l’inglese e il suo ottimo francese lo aiutavano a rovesciare la prospettiva e chi lo accusava di essere ‘troppo aristocratico’ per ovvie ragioni biografiche non poteva che apparire ipocrita e ignorante alla luce delle sue interminabili e fulminanti lezioni. Ma il gesto più estremo – oggi la chiamerei performance – che avrebbe chiuso la bocca a qualsiasi estremista post sessantottino si realizzava quando ci faceva tenere una piccola lezione di metodo poetico, lasciandoci voce in capitolo e con tutta umiltà e dignità si sedeva dall’altra parte della cattedra.
Pensare, scrivere e parlare di letteratura o di politica negli anni ’80 era come essere marziani. Grazie alle lezioni di letteratura, di democrazia e di politica di Franco Croce Bermondi mi sono sentita meno marziana.
(Giuliana Bottino)

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28 Dicembre 2004

Questioni di stile. La remissione dei peccati non s'addice alla politica

Cosa hanno a che vedere le dimissioni del ministro inglese David Blunkett con l’Italia? Perché se ne è parlato? Perché editorialisti come Francesco Merlo ne hanno scritto? Basta una piccola raccomandazione per il rilascio di documenti alla baby sitter dell’amante per avviare la spietata procedura delle dimissioni da ministro?

Suvvia, è quello che avrebbe fatto chiunque nel nostro paese! E’ procedura quotidiana, banale, insita della carica, è la ragione per la quale qui si eleggono i politici. Non la ragione principale, ma una delle tante.
Si è parlato di David Blunkett, della sua cecità, delle sue capacità, dell’imperdonabile errore commesso – non l’avere un’amante, ma la raccomandazione - perché in sostanza rappresenta la paura della nostra classe politica, ciò che in Italia non deve accadere. Se ne è discusso perché da tre anni si sta diffondendo tra gli elettori un forte senso di disgusto che è andato ben oltre lo stato d’animo degli anni della prima repubblica. Qualcuno teme che stia aumentando in maniera allarmante la pretesa di una classe politica onesta e trasparente. Ne hanno parlato per riportare l’evento a dimensioni tollerabili, per rammentare a tutti che in Italia è un’altra storia e che è una fortuna vivere in un paese capace di distinguere. Per ricordarci che siamo parte di quel circuito. Tony Barber su Internazionale scrive che per l’opinione pubblica inglese la cosa più grave è il fatto che David Blunkett abbia utilizzato la sua carica a fini privati. E nell’articolo il mondo anglosassone e il bel paese emergevano come culture diverse. “E proprio come il puritanesimo inglese è considerato inappropriato per l’Italia”, scrive Barber, “la cultura italiana del perdono e della remissione dei peccati – applicata a tutti i livelli, dalla chiesa al sistema giudiziario – non andrebbe bene per l’Inghilterra”. Due storie diverse, ma con un suggerimento del giornalista inglese: “Di conseguenza, Italia e Inghilterra possono scambiarsi studenti quanto vogliono; ma consiglio caldamente di non scambiarsi mai i politici”. Magari.
(Giulia Parodi)

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23 Dicembre 2004

Rebus. Doloranti nella felicità ma felici nel dolore

Su “La Repubblica” del 22 novembre, giù, piccolo, in fondo alla prima pagina, un trafiletto dal titolo: “Non voglio stare male nemmeno un minuto”. Leggo. Il giornalista s’indigna, spiega, illustra quale valore abbia la sofferenza nella formazione dell’animo\a: si “temprano i caratteri”, ci si mette alla prova...

Come può una studentessa fuggire una semplice interrogazione, perché non preparata, quindi, preda di un successivo e certo attacco di dolore?
Peccato che, nella parte centrale del quotidiano, accanto alle conclusioni relative al “caso”, spicchi la notizia con foto, decalogo e quant’altro, sul convegno organizzato dalla rivista “Riza psicosomatica” che, guarda caso, ha come tema proprio la conquista della felicità.
Non che le due cose siano necessariamente in contrasto, anche se è difficile spiegare ai più come essere felici nel dolore o doloranti nella felicità, tant’è che, mi chiedo, ma se la studentessa legge il giornale, se, magari, guarda la De Filippi, se poi non somiglia ad una velina, se i suoi voti a scuola non sono eccezionali e se non potrà conquistarsi una serata da protagonista a caccia d’un fidanzato, allora, di grazia, su quali basi dovrà formare e temprare il carattere a caccia se non della felicità, almeno d’un sano equilibrio?
Mi domando, non è che conosciamo già molto bene la sofferenza perché ci scontriamo nella vita con la fatica necessaria per apprendere, comprendere, relazionarci? Non è che siamo sommersi da futili modelli di successo da non avere più nessun aggancio non dico con “fulgidi” esempi dell’umana natura, ma solo e semplicemente con il mondo delle favole, con gli eroi che, per vincere, dovevano superare ostacoli mettendosi alla prova?
Forse, più della lectio moralis, varrebbe la pena cominciare a raccontare d’un altro mondo, di altre vite possibili, per poter dare ai giovani almeno una scelta.
(Tania Del Sordo)

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Val di Vara. I corzetti glocal del signor Picetti

La strada che da Sestri Levante si inerpica sull’Appennino è un’immersione progressiva nell’armonia della Val di Vara. Non si può non rimanere incantati di fronte al lavoro incessante che per secoli ha agito su versanti e boschi modellandoli in forme funzionali alla sopravvivenza dell’uomo.

Con questa disposizione dell’animo serena e benevola, con l’odore della legna bruciata ancora nelle narici, mi accingo ad entrare nel garage laboratorio del signor Picetti, artigiano per passione, per filmare il suo lavoro, la creazione di uno stampo in legno per corzetti, un tipo di pasta diffusa nel levante ligure.
Picetti è socievole ma parla poco, con lunghe pause, e spesso risponde alle mie domande dirette con locuzioni perspicue ma di cui capisco dopo il nesso logico. Sa che mi interessa quello che fa, e si scopre poco a poco.
Appena presa familiarità col suo garage-laboratorio, odoroso di cera e vernici, lo seguo nel retro e dopo un paio di colpi di serratura mi si dischiude la sua fornitissima cantina: “Mi piace farmelo da solo, il vino”. Dopo si mette a lavoro, metodico e veloce. Mi guardo intorno, mentre lui procede per nulla intimidito dalla telecamera, vedo occhieggiare una busta di cui già in precedenza avevo scorto il contenuto, gli chiedo di aprirmela. E’ la sua rassegna stampa, mi passano davanti fogli di riviste di cucina, il Giornale, un paio di riviste straniere. Una in giapponese.
Picetti è lieto dell’attenzione riservata dalla stampa, è consapevole del valore del suo operato. Nessuno faceva più i corzetti, a Varese Ligure, fino a quando, arrivato alla pensione, passò dalla direzione di una banca al tornio per il legno. “ Se i corzetti esistono ancora e sono famosi, un po’ il merito è anche mio”. Picetti, chino sulla sgorbia da intaglio e con la fronte imperlata dal sudore, sa che quello che sta producendo non è un prodotto di artigianato, bensì un prodotto culturale. Ne è perfettamente consapevole.
Gli chiedo chi compra i suoi stampi, la risposta comprende valligiani affezionati, come quello che se ne fa fare uno diverso ogni anno, turisti di passaggio, persino i docenti ed i ragazzi dell’università di Nottingham, che ogni anno organizza un campo di studio nel borgo. “Un giorno è arrivato a chiedermi uno stampo un ragazzo di Sestri Levante”, racconta, “lo aveva mandato la sua fidanzata, perché gliene comprasse uno. Fin qui nulla di strano. Se non fosse che la ragazza era giapponese, abitava a San Francisco, ed aveva letto su una rivista della mia esistenza”. Sorride divertito, Picetti, mentre racconta. Probabilmente un po’ lo stupisce che la sua opera di valorizzazione della cultura locale veleggi spedita nella rete globale. Mi allontano dal suo garage che sa di resina e cera lasciandolo mentre gioca a carte con un amico. Ho il suo stampo glocal ed una bottiglia del suo vino sottobraccio.
(Eleana Marullo)

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17 Dicembre 2004

Rischi culturali. I Borghezio liguri su Sicilia e poesia

Vorrei sottolineare due perle passate via in fretta, per non dire volutamente taciute. Una riguarda l'umanista che presiede il Consiglio Regionale, leghista puro e duro. La Regione Liguria ha promosso con la collaborazione di quella siciliana una piccola mostra sulla devozione in Liguria a Santa Rosalia, con lo scopo evidente di sottolineare lo storico rapporto tra Genova e Palermo.

Il Nostro, intervistato sull'iniziativa, prendendo spunto dalla progettata moschea di Cornigliano, si è lasciato andare a una invettiva stile molto Borghezio (si scrive così?) sui saraceni in Sicilia, che hanno depredato l'isola e che molto opportunamente i siciliani hanno cacciato via.
Bene. Si è persa una bella occasione per ricordargli che invece la Sicilia deve molto agli arabi, a cominciare dalla rete di cisterne e canali da loro progettata e realizzata per irrigare i terreni della Conca d'Oro, fino ad allora un deserto, piantarvi agrumi e gli ulivi "saraceni", per dirla con Quasimodo, che ci sono ancora adesso. E Monreale non è un miracolo architettonico di sintesi tra cultura araba, normanna e siciliana?
E che dire ancora di quanto della cultura araba, tramite la Sicilia, è passato nella storia europea, dai numeri, alla filosofia, alla scienza, alla lingua, e altro ancora. Se mai i francesi, e dopo di loro gli spagnoli, hanno saccheggiato le risorse della Sicilia, tant'è che loro sì che sono stati cacciati via. Meglio per certi leghisti non avventurarsi sul terreno per loro minato della cultura, specie se più che le biblioteche si sono frequentate le doppiette.
L'altra perla è uscita di bocca al ministro Gasparri a proposito della nomina di Mario Luzi a senatore a vita. Meglio, molto meglio, - ha dichiarato l'alto ministro -Mike Bongiorno! Ma è possibile?
(Giovanni Meriana, già assessore alla cultura del comune di Genova)

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W la Scala. Ma non c'è bisogno di effetti speciali

Come italiano, come milanese, come musicofilo, come tante altre cose ancora, anch'io sono fiero della ricostruita Scala, del suo prodigioso palcoscenico, del suo potenziale tecnico aggiornatissimo e onnipotente.

Tuttavia, terminato il doveroso peana, ecco che Carla Fracci mi insinua - come un tarlo - un piccolo dubbio: essa ha detto che in fondo la Scala è un teatro del Settecento, e come tale doveva essere conservato.
Il tarlo ha lavorato: mi ha ricordato la perplessità del mio indimenticato maestro, Giorgio Strehler, in visita al supertecnico (allora) Burgtheater di Vienna, di fronte al pericolo che tante possibilità tecniche spronassero i registi verso una loro utilizzazione "a tutti i costi": contro la semplicità, contro la necessarietà, contro la fantasia. Ma c'è un altro problema: oggi, quando il cinema, grazie al computer, può realizzare l'intera gamma dei ogni pensabile effetto speciale, fino al punto di "ricostruire" attori defunti e farli recitare come se fossero vivi… davvero il teatro deve lasciarsi sedurre dalle tecnologie moderne, cimentarsi in una gara che lo vede immancabilmente perdente; o non piuttosto puntare sulla essenzialità della parola, sulla semplicità del gesto, sulla suggestione dell'effetto creato col nulla?
E' più suggestivo, più poetico, un effetto cinematografico che mostra Superman sorvolare gli oceani, o un mimo che agita le sue braccia come ali di un gabbiano e che la gente vede davvero "volare"? Nell'"Europa riconosciuta" una nave si avanza verso il proscenio, dal fondo di un palcoscenico profondo ottanta metri. Nello "Schweyck" di Strehler (1961), il grande tank che avanzava in un turbinio di neve, con larve di soldati tedeschi aggrappati alle sue lamiere, usciva da una nicchia di ottantacinque centimetri sul fondo del palcoscenico del Piccolo.
Carla Fracci ha ragione: a teatro bastano la parola, il gesto, la musica, e le macchine fatte a mano che riproducono gli effetti: la macchina del vento (una tela di sacco contro un cilindro di legno), la macchina del tuono (grosse pietre che rotolano in un barile), quella della pioggia (una lastra di metallo smossa e fatta vibrare)… Comunque, evviva la nuova Scala, certo! Ma sarà davvero, questa, la via più giusta e più saggia? Non sarebbe stato forse davvero più geniale e poetico rifiutarsi alla moda tecnologica e assumere a norma - come nel disegno di Leonardo - la dimensione umana?
(Luigi Lunari)

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9 Dicembre 2004

Teatro. Il sonnellino di Maggiani e il letargo culturale

E' importante che i lettori del Secolo XIX (28 novembre 2004) sappiano che Maurizio Maggiani, quando va a teatro, si fa delle solenni dormite?

Se è vero che l'insonnia è uno dei problemi della nostra epoca, chi gestisce i teatri dovrebbe essere felice. Meno gli industriali farmaceutici: diminuirebbero le vendite di farmaci che agevolano il sonno e aumenterebbe la vendita dei biglietti.
Evidentemente il problema non è che Maurizio Maggiani abbia dormito, sono problemi suoi, ma che ce lo venga a raccontare, facendolo diventare un problema nostro.
Sarebbe fin troppo facile vedere in questo bisogno di raccontarlo un tipico tratto del frequentatore del Maurizio Costanzo Show. Viene spontaneo, invece, chiedersi perché abbia sentito il bisogno di farlo, nella forma, sottilmente ipocrita, dell'autoaccusa, che cela (e neppure tanto), invece, un'accusa di sostanza agli spettacoli che lo hanno fatto dormire e l'istituzione (il Teatro di Genova) che li ha ospitati; perché abbia sentito il bisogno di farlo, e dalle pagine di una "istituzione" come il Secolo XIX, adesso che, una volta tanto, la qualità dell'offerta è stata alta, quasi un risarcimento di tante assenze dal palcoscenico più importante della città. Risarcimento parziale, se si pensa, ad esempio, che mai a Genova si è visto uno spettacolo di Peter Brook (un altro mostro sacro che farebbe dormire Maggiani?).
L'unica critica comprensibile, in questo caso, sarebbe, infatti, che questi spettacoli sono arrivati troppo tardi, che non sono arrivati più frequentemente, che si sia aspettato il riconoscimento universale del loro valore e che non ci sia mai stato il desiderio, il coraggio e l'orgoglio della "scoperta", quando poteva sembrare azzardata: lo fece anni fa la Tosse con le Tre sorelle di Nekrosius, lo ha fatto qualche anno fa l'Archivolto, ad esempio con la Raffaello Sanzio, persino il Carlo Felice con un indimenticabile Blu Reider di Bob Wilson.
Quella che è mancata, per troppi anni, è stata la continuità, la fiducia che questa politica potesse essere la sfida da lanciare e da vincere.
Maggiani non lamenta questo ritardo, ma accredita (la accredita per il futuro) invece l'idea che la presenza di questi spettacoli è stata inutile, perché intanto non c'è niente da fare. Che tanto vale continuare con le abitudini di prima. E non si rende conto che proprio l'assenza di questo grande teatro impedisce anche il manifestarsi di quel "nuovo", quelle "voci sotterranee" come le chiama e che (colpevolizzandosi, ma in realtà assolvendosi) dice di non aver più voglia di cercare.
Farò anch'io una confessione di spettatore. Nei limiti dell'età, del tempo e delle risorse finanziarie a disposizione, continuo a prendere treni ed aerei (ormai costano lo stesso) per vedere teatro dentro e fuori le istituzioni, sia seguendo le "guide ufficiali", sia seguendo le "voci sotterranee", i "passa parola": e quasi sempre concludo che ne è valsa la pena.
Secondo Maggiani la "cultura teatrale europea" non sta "inventando niente di nuovo", ma nello stesso tempo ammette di non conoscerla e di non aver voglia di andare a cercarla. Sono convinto che, anche lo facesse, non se ne accorgerebbe perché nel frattempo ha dormito. Però Maggiani ha la presunzione di pensare (è questa l'ipocrisia del suo discorso) che non ne valga la pena. E' questo, infatti, il senso vero del suo discorso, del suo modo di argomentare. Perché il vero bersaglio di Maggiani è proprio la cultura teatrale, il teatro. In questo Maggiani, nel ripetere un luogo comune che mi è capitato sentire spesso dai superficiali spettatori delle "prime" genovesi, è in sintonia con una intellighenzia genovese un po' snob, che evidentemente preferisce altri svaghi e che, sotto sotto, preferirebbe altri investimenti culturali.
Spero che i responsabili dei teatri genovesi non prendano spunto (o alibi) da queste prese di posizione per negare ancora a Genova quel teatro che finalmente a Genova è arrivato.
(Franco Vazzoler, insegna Letteratura teatrale italiana presso la facoltà di Lettere e Filosofia dell'Università di Genova)

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Grillo in libreria. La strategia della risata e quella dell'astensione

Eventi in libreria: Beppe Grillo e Paolo Pobbiati (di Amnesty International) presentano alla Feltrinelli “Web ergo sum” di Gianroberto Casaleggio. Lo spazio è raccolto, le sedie poche, il pubblico accetta di restare anche in piedi.

Tutti qui ad ascoltare gioie e dolori della rete? Assolutamente no. Il vero evento è lui, il comico, e le sue sferzanti battute. Lo capiscono l’autore, che esalta le potenzialità democratiche (di una democrazia non mediata) della rete e il co-presentatore Pobbiati. Quest’ultimo, nel ringraziare Casaleggio per aver deciso di devolvere i proventi delle vendite ad Amnesty, rapidamente spiega l’eccezione cinese: parole-chiave filtrate dal potere perché ritenute d’opposizione, navigatori in galera per le opinioni espresse attraverso internet... se poi pensiamo anche alla recente chiusura del sito di Indymedia, allora la situazione anche in occidente non è più così rosea.
Grillo prende rapidamente la parola, non per parlare della rete, sebbene vi faccia cenno, ma per ricordare gli attacchi alla Costituzione e alla Magistratura, per ridere sul “nano” al soldo della comicità e piangere per l’esistenza del Tronchetto-Provera dell’Infelicità (che ha più debiti del Signor Tanzi....)
Racconta fatti noti a chi non si accontenta delle notizie sottovuoto... Basta irridere il potere per eliminarne gli orrori? No. Per Grillo la strada è quella di “bypassare” i politici, scavalcarli perché nelle loro mani le parole perdono valore, defraudandoci tutti del nesso tra finzione e realtà.
Riappropriarsi dell’azione significa anche costringere il potere a prendere atto dell’avvenuta trasformazione della società.
Ci sono fili sottili che legano l’universo? E’ quello che ho pensato ascoltandolo, perché alla cittadinanza attiva fanno riferimento Paul Ginsborg nel suo recentissimo “Il tempo di cambiare”, Arundhati Roy (“Il cambiamento radicale, allora, non può essere negoziato dai governi, può solo essere imposto dalla gente”) in un articolo apparso sulla rivista Internazionale del 29 ottobre, e José Saramago nel suo ultimo romanzo (Saggio sulla lucidità), ipotizzando un’opposizione espressa attraverso il diritto a votare scheda bianca.
Certo, alleggerire i discorsi con la forza rivoluzionaria della risata ha il pregio di scendere al cuore delle cose, di farlo disarmando il potere mettendone alla berlina i vizi nascosti. Ma, sia che si viaggi con la fantasia, sia che si raccontino esperienze politiche dirette o si analizzino gli “imperi”, resta un dato determinante: la nuova democrazia parte dal rifiuto della delega, dal coinvolgimento diretto e dalla trasformazione, in primis, del proprio modo di vivere. Un nuovo significato da attribuire alla parola “partecipazione”.
(Tania Del Sordo)

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Se un giovane ha talento ma è senza entrature

Dieci giovani si presentano in varie sezioni di Forza Italia, intendono partecipare alla vita del partito. Cercano di parlare con il coordinatore locale, e - semplicemente - non ci riescono! Passato è evidentemente il tempo in cui Caterina da Siena, dovendo dire qualcosa al Papa, andava da lui e glielo diceva; e idem per San Francesco con il Saladino; o per la pastorella Giovanna coll'erede al trono di Francia.

Oggi - diceva Dürrenmatt - Antigone arriverebbe al massimo a un segretario di Creonte. L'esperienza dei dieci giovani di cui sopra è emblematica di una situazione italiana in cui nessuno riesce a contattare nessuno a meno che non sia un qualcuno, o un raccomandato da un qualcuno, o appartenga comunque alla ristretta cerchia del qualcuno che vuol contattare. Questa situazione sottrae all'Italia tutto ciò che di buono, come idee o come apporti, può venire - diciamo - da un outsider. Un geometra di Castrovillari che per caso abbia maturato una splendida idea per un gioco televisivo o per una migliore sistemazione delle toilette in un'area di servizio, non ha nessuna possibilità di proporla a chi di competenza. Poiché gli outsider - relativamente ad ogni settore operativo - sono il 999 per mille della popolazione, l'azienda Italia viene privata di un enorme potenziale di progresso e di sviluppo: sarebbe come se - per fare un esempio alla portata di tutte le borse - i calciatori venissero reclutati unicamente tra i conoscenti, gli amici e i parenti di quanti fanno parte dell'ambiente calcio. Si lamenta che l'Italia produce meno brevetti dell'Islanda, che viene dopo il Rwanda per competitività, e che per potenzialità di innovazione è seguita in classifica dalla sola Grecia. Questa è solo la logica conseguenza di una società e di un sistema produttivo ormai anchilosate e insensibili, che rifiutano ogni "fresh approach" come un pericoloso corpo estraneo. Lo sconosciuto che un giorno si presentò negli uffici della Coca Cola in crisi, e la salvò - dice la leggenda - suggerendo di imbottigliarla ("Bottle it!"), in Italia verrebbe immediatamente allontanato da un usciere.
(Luigi Lunari)

Posted by OLI2 at 09:55 | Comments (0)

L’affresco ritrovato. Il committente ha smesso di imporre le brache?

In questi giorni migliaia di genovesi hanno potuto ammirare gli splendidi affreschi dipinti da Bernardo Strozzi nel Palazzo Lomellini di via Garibaldi e riportati alla luce dopo secoli di oblio, censurati da un controsoffitto imposto dal committente che non aveva gradito il forte naturalismo di alcuni dettagli.

E' una delle tante perle che questa stagione felice elargisce a noi ed ai "turisti", una "razza" che fino a qualche anno fa non eravamo abituati a vedere aggirarsi per Genova, al di fuori dei luoghi "deputati" del Cimitero di Staglieno o della presunta Casa di Colombo.
Come in una matrioska russa le diverse facce di Genova rinnovata si sono materializzate in pochi anni davanti ai nostri occhi una dentro l'altra a partire dall'Expò: via San Lorenzo e piazza De Ferrari, via Balbi, via Cairoli, via Lomellini, piazza Caricamento, Piazza Fontane Marose e, infine, la dimensione "sublime" della Strada Nuova con i palazzi restaurati e splendidamente illuminati, gremita da una folla che ha riscoperto orgogliosamente -e con gioia- la propria appartenenza ad un luogo affascinante ed unico.
Certo si potrebbe sottilizzare sul fatto che l'area investita dalla trasformazione continua ad essere quella posta sul perimetro del centro antico e che al suo interno i problemi permangono immutati, al di là della movida serale; o, ancora, arricciare il naso sulla qualità di molti degli interventi realizzati con la stessa povertà culturale da quel comparto edile che, salvo rare eccezioni, ha costruito la grigia ed anonima "città" collinare tra gli anni '50 ed '80 del secolo scorso.
Ma la qualità e la dimensione della trasformazione nell'area centrale della città nel suo complesso è tale e sotto gli occhi di tutti da porre in secondo piano questo genere di rilievi; e, piuttosto, richiamare alla memoria quel ragionamento esposto da un assessore all'urbanistica ai sei "saggi" interpellati nei primi anni '80 sui problemi del Centro Storico -Belgiojoso, De Carlo, Fera, Gardella, Grossi Bianchi e Piano- in base al quale riconosceva loro la titolarità di definire quello che "dovrebbe essere" ma avocava a se, e agli altri componenti del governo della città, la responsabilità di decidere quello che "sarebbe stato", rivendicando alla politica il ruolo del committente, di colui che sceglie.
La vicenda degli affreschi ritrovati in Palazzo Lomellini ripropone in tutta la sua drammatica evidenza il tema della "committenza" con cui gli artisti -e tra loro gli architetti- da sempre devono fare i conti e, al tempo stesso, rivela in controluce la capacità di sublimazione della realtà propria della dimensione artistica: se Strozzi avesse potuto completare il suo lavoro nulla avremmo saputo della mediocrità o della ristrettezza di vedute di un Luigi Centurione Scotto capace di licenziare su due piedi un artista di quel livello.
Nella sua crudezza l'episodio dovrebbe far riflettere quanti per motivi diversi si trovano a svolgere il ruolo di committente a nome di altri, come i politici ma anche i funzionari pubblici: oggi chiunque di noi avverte quello che Centurione non aveva capito e cioè di essere di fronte a un'opera d'arte, al prodotto di una sensibilità particolare che anticipa quella comune e legge tra le cose, e nelle cose, un mondo più vero di quello reale. E la reazione fu quella di contrapporre la piccolezza delle proprie idee, l'ottusa e presuntuosa graniticità delle proprie certezze, costruite con tempi di maturazione ed attitudini neppur lontanamente confrontabili con quelle dell'impotente interlocutore.
Quante volte banali controsoffitti vengono costruiti al posto di splendidi affreschi che rimangono sulla tavolozza dell'immaginazione e che potrebbero invece riempire i nostri occhi?
(Roberto Melai, architetto)

Posted by OLI2 at 09:18 | Comments (0)

22 Novembre 2004

La laurea a Kung. La filosofia secondo Bertone

Il "Settimanale diocesano" su cui il cardinal Bertone ha garbatamente stigmatizzato la laurea honoris causa in Filosofia concessa dalla Facoltà di Lettere ad Hans Kung è un mezzo di informazione che il nostro Osservatorio dovrebbe mettere nella lista dei soggetti da considerare con la massima attenzione.

Non solo per cogliervi le linee culturali e politiche del governo della Chiesa genovese. Ma anche per uno spaccato del pubblico che lo legge e quindi ne assorbe in qualche modo i suggerimenti e le direttive. Su questo faccio un'ipotesi.
Il cardinale ha messo in dubbio che Kung sia un buon filosofo con questo logicismo di scuola: Kung afferma che anche quando parla di Dio il linguaggio dell'uomo non può che farlo con i propri limiti e imperfezioni e quindi non può pretendere di enunciare verità assolute. Ma allora, obietta il cardinale, anche questa affermazione di Kung non è una verità assoluta, contiene delle imperfezioni e perciò non è filosoficamente solida.
Non sto al giochetto che ci imporrebbe di dimostrare che, se invece Kung avesse detto che l'uomo può enunciare verità assolute, il suo ragionamento non sarebbe stato per questo meno confutabile, e passo subito a una domanda. Il lettore del "Settimale diocesano" è così sottilmente "loico" come il diavolo di Dante da cogliere in pieno pregi (e magari anche difetti) dell'acuto argomentare del Cardinale? Se così fosse, me ne rallegrerei molto, perché un tale tipo di lettore sarebbe a sua volta perfettamente in grado di notare la leggerezza dell'argomentazione di Bertone e comunque vorrebbe dire che un pubblico di colti e intelligenti sfoglia le pagine di un Settimanale che è, lo dico a scatola chiusa, certo meglio di "Panorama". Ma se così non fosse? Se i lettori del "Settimanale" fossero pie donne che in genere vi cercano buoni consigli, considerazioni morali, informazioni pratiche, allora la sottigliezza del cardinale a chi era rivolta?
Facile rispondere: ai mass media genovesi, ai lettori dei quotidiani di politica e cronaca, ai professori dell'Università locale. Ma sorgerebbe una nuova domanda: alle pie donne, allora, cosa voleva dire il cardinale? Di non andare a sentire Kung? D'accordo: ma perché farglielo sapere in modo così difficile per loro e offensivo per lui? Sarebbe bastato l'elenco delle condanne inflitte al teologo tedesco dal Sant'Uffizio e la cosa sarebbe stata più semplice e più chiara. Uno può essere teologicamente non ortodosso, ma non demeritare per questo una laurea in filosofia. Forse si potrebbe fare una controprova: prendere un teologo non condannato, ad esempio uno che abbia sostenuto che Silvio Berlusconi è l'Unto del Signore, e dargli una laurea honoris causa in filosofia e vedere che succede...
(Vittorio Coletti)

Posted by OLI2 at 01:43 | Comments (0)

5 Novembre 2004

Buonavoglia. La rivoluzione dell'ascolto secondo Abraham Yehoshua

Come si possono ascoltare la vita e la morte di Israele? Elisabetta Pozzi dice che sì, ci sono i saggi, i documenti: si può partecipare al dramma del Medio Oriente, ma lo si percepisce con la mente, lo si comprende. Per viverlo, per sentirlo vibrare sotto la carne, allora servono i romanzi, come quelli di Abraham Yehoshua, invitato a Genova dal Circolo culturale “I Buonavoglia”.

Eccolo lì, sul palco del Teatro della Corte fra assessori e presidenti, giornalisti ed attori, fra angeli e cieli dipinti su tela dell’Andreini messo in scena da Ronconi.
Sono tanti i genovesi accorsi ad ascoltarlo, tante, forse troppe, le teste bianche; pochi i giovani e giovanissimi, come mi fa notare il mio accompagnatore, eppure, l’occasione è ghiotta.
L’uditorio è attento, partecipe, stizzito, quando il direttore del quotidiano “La Stampa” –per il quale lo scrittore è corrispondente da Israele– “confonde” vittima e carnefice (irritando un po’ anche l’autore); uditorio commosso nell’ascoltare l’israeliano leggere in ebraico un passo de “Il responsabile delle risorse umane”, il suo ultimo romanzo pubblicato da Einaudi: “responsabile” nel senso che ha, o dovrebbe, “avere cura” degli altri.
Yehoshua non vuole parlare a lungo di politica, anche se si concede volentieri alle domande, declinando il suo particolare modo d’essere “uomo di pace”, distinguendo tra artisti “che vedono il muro” e politici “che scoprono quel muro solo sbattendoci contro”, svelando il suo sogno (lontano a venire), quando Gerusalemme sarà luogo d’incontro di culture e religioni diverse, “di nessuno, perché di tutti”.
Per questo, dice, Julia, l’assente deuteragonista, è cattolica: palestinesi e israeliani, soli, non possono che continuare lo sterminio, perpetuare lo scontro. E il conflitto, per lo scrittore, è superabile solo a patto di sconfiggere l’indifferenza, la negazione dell’altro, accettando l’ascolto.
Il responsabile delle risorse umane non ricorda d’aver incontrato Julia, d’averle parlato, eppure, ne ha deciso l’assunzione. Solo ora che è morta in un attentato dovrà, suo malgrado, assumersene la responsabilità, scoprendola come essere umano e scoprendo, al contempo, qualcosa del suo essere “uomo”.
Ecco, questo chiede a noi Abraham Yehoshua lasciando il Teatro: non abbandonare i due popoli, ascoltare, comprendere, in qualche misura, appunto, “aver cura”; una via alla “rivoluzione” che trova il suo punto di forza nello spirito.
(Tania del Sordo)

Posted by OLI2 at 22:55 | Comments (0)

Opinioni 2. Bibliofili espulsi dalle biblioteche

Sono un buon lettore; affezionato e onnivoro. Per questo “batto” le biblioteche civiche, soprattutto Berio e Universitaria ma anche Gallino o Lercari. Amo le raccolte storiche o le collezioni e “sbrodolo” per il libro raro o quello antico. Mi muovo a mio agio tra gli scaffali, i repertori, le bibliografie.

Per me le biblioteche restano un luogo magico di piacere. Un po’ come il bosco dove si perdono incantati Hansel e Gretel. Ci ho passato sicuramente ore, giorni, parte della vita. Scusatemi, dunque, se ci metto anche un po’ di personale.
La tradizione delle biblioteche (vedi il non troppo ascoltato Salvatore Settis) è un patrimonio italiano storico fondato sui lasciti dei cardinali e delle famiglie aristocratiche. E sul lavoro di catalogazione e archiviazione di migliaia di oscuri bibliotecari, sull’implementazione e la difesa di questo patrimonio di carta. E sulla sua fruibilità da parte di tutti i cittadini.
Una bella cosa comunque in questa nostra Italia; una cosa civile, sana, onorevole. Benedetta è stata, infatti, la ricollocazione della Berio dai locali angusti di De Ferrari agli open space del Seminario e molto ci si aspetta dallo spostamento, in parte già avvenuto, della Universitaria nei prestigiosi saloni del vecchio Hotel Columbia.
Ma c’è un però grosso come una casa che induce a maledire “alfierianamente” questa nostra stolida contemporaneità.
La Berio vecchia era un reperto ottocentesco con quei bellissimi tavoli in legno (a proposito dove saranno finiti?), i seggioloni in pelle, le librerie perennemente chiuse e un servizio “goccia a goccia”. La nuova Berio, invece, aperta alle nuove tecnologie, ha spazi articolati e specializzati su più piani, migliori accessi e servizi e aree espositive autonome. Solo che adesso quando ci vado non c’è neanche un posto a sedere. Ho detto: “bene, benissimo. Tanti giovani per tanti libri”. Solo che i “giovani” non leggono i libri che sono alla Berio perché i libri se li portano da casa e alla Berio ci vanno a studiare... si tengono il posto... amicheggiano... amoreggiano... cazzeggiano, anche loro ci passano parte della vita (universitaria).
Va beh! ho detto, i libri della Berio li prenderanno in prestito. Invece, mentre la fila che sto facendo si ingrossa a dismisura (e siamo di sabato pomeriggio) vedo che i ragazzi fanno sì il prestito ma... di video-cassette. Delle quali ormai ci sono più di un ripiano a disposizione dell’utenza. Videocassette? Ebbene si! Tanti bei nastri di cinema più o meno nobile, che ti puoi portare a casa o guardare in loco.
Scopro anche che storie della Grecia a catalogo – che mannaggia mi servono - ce ne sono solo due e vecchie, consunte purtroppo sia nei contenuti che nell’aspetto. Scopro che negli scaffali dedicati alla Storia e alla Geografia ci sono tante guide turistiche (?) in bella vista (anche questo può considerarsi un servizio per la cittadinanza). Che purtroppo non posso fare una ricerca bibliografica su Internet (sempre sulle storie della Grecia) perché le postazioni sono stra-occupate (“si deve prenotare!”) da gente che manda e-mail o partecipa a più svariati blog demenziali. Che al servizio bibliotecario devono stampare il file di un utente (altro nuovo servizio: la stampa come in tipografia) e quindi le informazioni sono demandate a più tardi.
Se ci aggiungo che le acquisizioni si sono indirizzate verso chiamiamoli i "nuovi lettori" (vedi sopra) - tanti libri gialli, tanti libri fantasy, tantissimi romanzetti sentimentali - penso che pochissimi sono coloro che vanno alla Berio per lo scopo per cui esiste. Penso che la Civica Berio è diventata con il beneplacito del comune un servizio quasi sociale, qualche cosa tra l’assistenziale per i giovanetti che studiano assieme -sarà un caso, diritto (commerciale, in genere)- e l’economico per gli anziani che approfittano delle offerte 3x2 delle cassette di cui sopra.
Sarà così anche a Roma (la Nazionale), Milano (la Sormani), Parigi (quella nuova e quella dell’Arsenal), Venezia (la Marciana)? Non ne sono sicuro; quello che so per certo è che invece de la Storia della Grecia (più volumi, coordinati da sua maestà Ranuccio Bianchi Baldinelli) –di cui non esiste copia alla Berio– mi prenderò Troy, il bel film con Brad Pitt e con quello cercherò di illustrare la storia della Grecia che devo fare per i ragazzi della Secondaria. Tanto siamo in una epoca di immagini e di sintesi o no?
(Elio Rosati)

Posted by OLI2 at 22:45 | Comments (0)

30 Ottobre 2004

Ah, Genova!. Non soffocare le emozioni di una grande mostra

In questi giorni, tutte le volte che mi sono soffermata davanti a qualcuna delle installazioni sparse per la città, ho sentito – dette con accento genovese – solo osservazioni critiche, sfottenti, lamentanti sprechi di danaro pubblico.
Oggi ho iniziato (dovrò tornarci più volte) la visita alla mostra a Palazzo Ducale, e nonostante fosse una domenica nuvolosa, ma non piovosa in modo scoraggiante, c’era pochissima gente.

Un visitatore commentava il fatto con una hostess all’ingresso e diceva “Ma come mai così in pochi vengono a visitare una cosa così meravigliosa? Forse è stata poco pubblicizzata?”
Il motivo, io credo, non è la “scarsa” pubblicità, ma qualcosa di più profondo che ha instillato negli animi dei nostri concittadini la fallace idea di poter avere con la pittura del seicento un rapporto più facile e di poterne ricavare più emozioni rispetto a quelle che si possono trarre di fronte alle visioni di artisti, registi, poeti e architetti che hanno immaginato e in parte realizzato il mondo dove noi, oggi, viviamo.
Eppure, piuttosto che di fronte a un quadro di Rubens, a me pare che dovrebbe essere più immediato riuscire ad emozionarsi guardando disegni, fotografie, quadri, filmati, sculture che ci mostrano il momento di origine, nel pensiero, di innumerevoli oggetti, edifici, forme, immagini che costituiscono il nostro mondo, oppure guardando progetti non realizzati che ci mostrano squarci di un mondo come “avrebbe potuto essere”.
C’è nella mostra un filmato realizzato dal M.I.T. che mostra la torre progettata da Tatlin per la Terza Internazionale, come se fosse reale e inserita in una città: si vedono persone che camminano in una strada mentre sullo sfondo si staglia l’immensa mole inclinata della torre, ci si cammina dentro, e si vede la città dall’alto dei suoi 400 metri. Per pochi minuti si è in un mondo “come avrebbe potuto essere” se quella idea si fosse trasformata in un oggetto fisico. Sarà che molte cose che avrebbero potuto essere non sono state, ma quei pochi minuti di video sono profondamente struggenti. Bene, questa mostra offre molte emozioni di questo tipo, offre cioè una occasione di conoscenza non puramente intellettuale, ma anche emotiva, che mi pare accessibile anche a chi non abbia (come chi scrive) alcuna nozione di architettura.
Se non si riuscirà a far passare nella testa dei genovesi che tesoro ci sia in questi mesi in città, verrà consumato uno spreco gigantesco, e questo possibile cortocircuito tra la nostra città e la creazione intellettuale, architettonica e artistica del 900’ sarà subito smorzato e neutralizzato. Si può fare qualcosa?
(Paola Pierantoni)

Posted by OLI2 at 06:24 | Comments (0)

23 Ottobre 2004

Dibattito/2. Esiste ancora la critica d'arte?

A proposito della mostra Arti e architettura promossa nel quadro delle manifestazioni per Genova capitale europea della cultura si legge sui giornali ... il pesce GFT di Frank O. Gehry che occupa un intera sala e al suo interno nasconde un ufficio... fino all'impressionante "Twin Tears" di Thomas Hirsschorn, lacrime gemelle che, rifacendosi esplicitamente alla torri abbattute, sgorgano da due copertine di "Time" che celebrano il soldato americano quale personaggio dell'anno e si raccolgono in un'enorme goccia di sangue infilzata di stampelle alle quali sono appese crude immagini della guerra in Iraq.

A proposito della mostra Arti e architettura promossa nel quadro delle manifestazioni per Genova capitale europea della cultura si legge sui giornali ... il pesce GFT di Frank O. Gehry che occupa un intera sala e al suo interno nasconde un ufficio... fino all'impressionante "Twin Tears" di Thomas Hirsschorn, lacrime gemelle che, rifacendosi esplicitamente alla torri abbattute, sgorgano da due copertine di "Time" che celebrano il soldato americano quale personaggio dell'anno e si raccolgono in un'enorme goccia di sangue infilzata di stampelle alle quali sono appese crude immagini della guerra in Iraq.
Orbene mi chiedo se esiste ancora la critica d'arte o se ci si possa limitare a descrivere in modo a-valutativo quando non elogiativo una pur impegnativa e costosissima, ma non so quanto significativa iniziativa culturale. Ho notato ad esempio nella esposizione dei suprematisti sovietici che non sono state fatte le traduzioni dei testi dal russo .
Voglio ricordare quanto scriveva Mario Fazio non dimenticato presidente di Italia Nostra nel volume Passato e futuro delle città /Processo all’architettura contemporanea, quando stigmatizzava la tendenza molto provinciale di :" importare e promuovere architetture firmate da personaggi di moda preferibilmente decostruttivisti” e ,a proposito di Frank O. Gehry , scriveva : “progetta la porta di Venezia dall’aeroporto di Tessera... il plastico fa pensare ad un cataclisma che si sia abbattuto su scatoloni, scatolette cubi e cubetti, lasciando un groviglio enorme di strisce intaccate che incombe su strutture enigmatiche , coperte da lastre metalliche”.
E si potrebbe continuare... Per restare a Genova basta guardare le realizzazioni architettoniche degli ultimi decenni: dalle famose lavatrici a Ponente al Biscione di Quezzi a Levante, dal grattacielo della Banca Carige alle Torri di via Fieschi,sede della Regione , fino ai giardini di plastica (con relativa demolizione della casa natale di Paganini ), per affermare che la moderna architettura decisamente non è all’altezza del passato storico di Genova ; e mentre il Sindaco dichiara di apprezzare le provocazioni culturali della mostra , molti cittadini sono infastiditi dagli accostamenti dei nuovi capolavori in un contesto urbano di grande pregio.
La città autoritaria figlia dei gruppi finanziari e affaristici quando non anche della speculazione edilizia non è più una città plurale che esprime una forma urbana di qualità ma un coacervo di realizzazioni frutto della ormai conquistata libertà di impresa...
Pensate che cosa sarebbe stata Genova ma anche Firenze o Venezia se, nei secoli passati, si fosse costruito ovunque senza rispetto del verde , della identità dei luoghi, ma anche della cultura e della forma urbana propria delle città italiane che sono di grande qualità ed eccellenza.
(Rino Vaccaro)

Posted by Eleana at 18:23 | Comments (0)

15 Ottobre 2004

Convegni. Un manager ricorda l'etica ai filosofi

Il convegno può collocarsi, a buon diritto, tra le manifestazioni culturali qualificanti della città per il 2004. Organizzato dal dipartimento “Della Corte” della facoltà di Lettere è una ulteriore testimonianza del ruolo attivo, non circoscritto ai muri dell’ateneo, che i nostri docenti universitari possono giocare nella vita della città ed una dimostrazione di come si possono organizzare manifestazioni culturali di successo con costi limitati. Ricordando sempre che nessuno, per definizione, è profeta in patria.

Superfluo citare i singoli relatori; per conoscere i contenuti dei singoli interventi è opportuno attendere gli atti del convegno previsti per fine anno. Due sole citazioni per sottolineare come la storia sia tuttora attuale: “Non mi persuadi nemmeno se riesci a convincermi” (Plauto), “Le imprese sono quelle che sono, ma importante è come esse appariranno” (Traiano).
A riportarci alla quotidianità la magistrale relazione di Edoardo Sanguineti su “Propaganda e pubblicità”. Ma gli spettatori sono rimasti sorpresi dalla tavola rotonda finale, nonostante l’assenza del filosofo Tullio Gregory. Un professore manager, Carlo Castellano, e successivamente un intelligente teatrante, Mony Ovadia, hanno evocato una grande assente: l’”Etica”. Nonostante la presenza di un filosofo questa protagonista della convivenza civile era rimasta fuori dalla porta.
Castellano sottolineando come una economia di mercato sia un dato di fatto, e comunque preferibile ad alternative che non la prevedano, ha richiamato, rifacendosi alle esperienze imprenditoriali, le tre barriere invalicabili: etica – comunità scientifica – stato e controlli. Ovadia l’ha richiamata a proposito di “salute e sicurezza sul lavoro” nelle industrie di Sesto San Giovanni prima della deindustrializzazione.
Speriamo che iniziative come quelle del convegno continuino, vengano adeguatamente pubblicizzate, ricreino il dovuto interesse tra il pubblico non solo universitario e degli addetti ai lavori. Ne ha bisogno soprattutto la civile convivenza.
(Vittorio Flick)

Posted by Eleana at 14:31 | Comments (0)

16 Settembre 2004

Brutta caduta di stile del censore letterario

Tra i tormentoni dell’estate (ormai quasi trascorsa) ha tenuto banco non poco il carteggio amoroso tra Italo Calvino ed Elsa de Giorgi, portato alla luce con uno scoop di Paolo Di Stefano sul Corsera, forse senza le debite autorizzazioni (ma che deve fare un giornalista, inoltrare rispettose istanze?).

Ne è nata una polemica che ha visto scendere in campo le massime vestali del santo Gral letterario, con l’indice puntato sull’indiscreto, reo di aver violato gli intimi segreti di quelle lettere private, forse meritevoli di rimanere tali. Niente di nuovo, tutto secondo copione; d’imprevisto c’è stato solo lo scivolone, una rovinosa caduta di stile, di uno dei massimi accusatori, Alberto Asor Rosa, il quale dopo aver stigmatizzato l’uso e l’abuso di frugare nella vita di uno scrittore, spiando dal buco della serratura, e non aver mancato di chiedere l’intervento del garante della privacy, alla fine del suo lungo articolo su Repubblica si è ricordato di non aver speso una parola per la de Giorgi. “Già, ma chi se ne importa della de Giorgi? In fondo, lei, poveretta, oltre ad essere anche lei morta (e quindi più che disponibile al saccheggio), non ha avuto altra parte nella storia -è il tocco elegante di Asor Rosa- che scatenare l’estro del giovane-grande scrittore, con la sua spalla rosa come una rosa, con i suoi piedini adorati.” E così conclude: “Una figura pretestuosa, puramente di contorno. Come si dice comunemente in casi del genere? E’ solo una donna.”
Battuta degna del bar sport di Carugate, ma anni ’50. Nessuno però, neppure la voce di una femminista, lo ha rimbeccato. Era agosto e poi il potere letterario varrà pure qualcosa.
(Camillo Arcuri)

Posted by Eleana at 12:00 | Comments (0)

Letture estive. La fabbrica del ghiaccio sotto il Carlo Felice

Leggo sul "Secolo XIX" del 16-7-04 a pag. 16 l'articolo "Tutta Genova sul piccolo schermo". Vado a vedere il video preparato dalla RAI in omaggio all'attuale Capitale europea della Cultura.

Vedo pezzi di realtà del passato sfilare in TV (ora posti nell'archivio di RaiTeche) che hanno per oggetto Genova o personaggi di Genova. C'é solo una selezione di cose buone. Mancano quelle cattive.
Mancano per esempio tutte le notizie sulle azioni compiute a Genova dalle Brigate rosse, che avevano nella nostra città una delle prime (e più attive) colonne. Pur non condividendo in alcun modo l'azione delle BR, io non avrei omesso di citare queste ferite della città e della società che ci vive. Non credo che si possa ignorare il contributo dato dal brigatismo per capire la realtà in cui siamo caduti.
Leggo sulla "Stampa" del 30-7-04, a pag. 16, l'articolo "Musica per tutta la notte", dove si parla di una festa organizzata dal Comune per celebrare l'apertura di un nuovo museo. Leggo questo articolo sotto ai portici di Via Venti, accanto alla libreria Feltrinelli, dove da due anni c'é "Il chiosco di Anna", un relitto della cultura (vendeva libri a metà prezzo, edizioni introvabili, stampa alternativa e prendeva anche gli annunci per "Le Cose", poi surclassato da "Secondamano") e mi chiedo: possibile che non ci sia stato il modo, per la Capitale della Cultura, di riabilitare questo ricciolo della cultura che è posto proprio nel cuore pulsante della città?
Più di dieci anni fa ebbi il privilegio, offertomi dal costruttore Tommaso Valle, di visitare il cantiere del Teatro Carlo Felice (ormai quasi ultimato). Lui mi guidava con orgoglio per i meandri del sottosuolo, per reazione indispettita a un mio insignificante saggio sui mostri edilizi nei quali era finito un suo fabbricato sulle alture di Pra. Potei così vedere una meraviglia della tecnica di climatizzazione: la fabbrica del ghiaccio su cui scivola lentamente l'aria destinata a rinfrescare, senza rumore, l'ambiente del teatro. A Edimburgo avrebbero già utilizzato il sottopasso che è nei pressi per consentire in tutta sicurezza a un pubblico pagante la visita dell'impianto (con relativa gratificante frescura). A Genova uno degli accessi al sottopasso è stato "tombato".
(Rinaldo Lucardini)

Posted by Eleana at 11:59 | Comments (0)

14 Luglio 2004

Scampoli di normalità/condivisione

Una platea di teatro gremita con pubblico seduto e pagante in cui almeno il 20 % fatto di cittadini senegalesi sparsi qua e là non è uno spettacolo solito, perché è una situazione davvero mista. Non serata gratuita di solidarietà per gli immigrati, ma normale spettacolo musicale alla tenda del Porto Antico. Cornice: il Festival del Mediterraneo.

Ovviamente ciò non avviene per caso: il secondo gruppo della serata è una famosa band senegalese, l'orchestra Baobab.
Il capo della band avverte: in Africa la musica è per ballare, e quando la musica inizia i senegalesi si accendono, abbandonano i loro posti in platea, e si assiepano ai lati della sala, a ballare. Ma tra loro almeno altrettanti italiani danzanti. La musica è molto bella. Ad un certo punto inizia un pezzo che trafigge istantaneamente il cuore dei senegalesi. Deve essere una canzone per loro molto nota e molto cara. Le mani un po’ si levano al cielo, un po’ scendono a toccare il cuore, le facce si rivolgono in alto, tutte le persone scure ondeggiano travolte dalla nostalgia. Gli italiani si fermano, un po’ intimiditi da questa passione che li esclude. Ma poi riprendono canzoni meno struggenti per i nostri scuri concittadini e la festa torna ad essere comune. Il tutto dura un'ora, un tempo troppo breve.
(Paola Pierantoni)

Posted by Eleana at 13:06 | Comments (0)

Scampoli di anormalità/separazione

SCAMPOLI DI ANORMALITÀ / SEPARAZIONE
Stessa situazione: il concerto al festival del mediterraneo. Scorre la prima parte della serata: un bellissimo concerto di Timna Brauer splendida cantante austro-yemenita e dell'Elias Meiri Ensemble, complesso per metà composto da israeliani e per metà da palestinesi.

Dietro di me un signore senegalese e alcuni signori italiani si scambiano amichevolmente dei commenti. Intervallo. Il signore senegalese, come molti altri spettatori, si alza a va a farsi un giro. Quando il concerto sta per riprendere si inseriscono nella fila altri due senegalesi, la signora li avverte: "guardate che questo posto è occupato…" Il marito sgarbatamente e a voce alta le dice "lascia perdere, cosa ti impicci, sono affari loro"
(Paola Pierantoni)

Posted by Eleana at 13:03 | Comments (0)

9 Luglio 2004

Gaffes. Lou Reed non recita versi in genovese

Sulla prima pagina di Genova de "La Repubblica" del 29 giugno 2004 è comparsa una recensione del recital di poesie tenuto da Lou Reed la sera precedente (28.6.2004). Nel resoconto, si fa per dire, comparivano le seguenti affermazioni:

1) "La performance della rockstar al Modena: i suoi versi letti in genovese"
da cui il titolo dell'articolo "o sciou Lou Reed";
2) il pubblico ha reagito divertito a questa traduzione.
Chi scrive era presente all'avvenimento, e nella realtà le cose sono andate un po’ diversamente:
il recital si è tenuto al Teatro della Corte, mentre Modena (non il teatro) è una delle tappe italiane del Tour di Lou Reed
non è stata recitata alcuna traduzione in genovese di poesie di Lou Reed;
ovviamente il pubblico non ha reagito divertito ad un avvenimento inesistente.
Pensavamo che il dovere di qualunque giornalista fosse di verificare la veridicità delle proprie affermazioni, e rimaniamo leggermente spiazzati di fronte alla pura invenzione di una notizia: sconosciute le ragioni del gesto, forse l'estensore dell'articolo ha avuto qualcosa di meglio da fare che assistere ad un recital di Lou Reed ...
(Ivo Ruello)

Posted by Eleana at 13:57 | Comments (0)

21 Giugno 2004

Iit/1. Grilli parlante ma poco convincente

Alla presenza di centinaia di ricercatori provenienti da tutto il mondo al Convegno Nazionale per la Ricerca Interdisciplinare in Fisica della Materia (INFM) che si è tenuto a Genova l’8, 9 e 10 giugno, Vittorio Grilli, commissario unico dell’Istituto Italiano di Tecnologia (IIT), ha presentato la sua creatura: un luogo di eccellenza con piena autonomia operativa e scientifica all’insegna della meritocrazia e di stretti rapporti con l’industria e il territorio.

Sono finalmente definite le aree di ricerca: brain and neurosciences, proteomica, nano biotecnologie, intelligenza artificiale, robotica, aree che, a dir il vero, riguardando temi quasi totalmente assenti nel mondo industriale ligure, non lasciano intravedere in cosa possano consistere i progettati stretti rapporti.
Grilli ha parlato, ma non ha convinto la platea dove dominava un evidente malumore.
Il rettore uscente Pontremoli ha ricordato la perplessità che la CRUI (Conferenza dei Rettori delle Università Italiane) ha espresso per la creazione dell’IIT.
Al prof. Cingolati è capitato di dover riassumere disagio della stragrande maggioranza dei ricercatori dell’INFM, i quali si chiedono in sostanza perché l’INFM, che da anni fa esattamente quello che l’IIT solo si propone di fare, deve perdere la sua autonomia e diventare uno tra tanti dipartimenti di quel carrozzone burocratico che è diventato il CNR.
Secondo Grilli, le ingenti risorse su cui conta l’IIT “sono risorse aggiuntive: non si sottrae nulla al sistema pubblico della ricerca”, così sostanzialmente eludendo le domande di chi gli chiedeva perché all’Università e allo stesso INFM vengono erogati finanziamenti sempre più esigui.
A Manuela Arata, direttore dell’Istituto Nazionale di Fisica della Materia, che chiedeva direttamente a lui quale Ragioniere generale dello Stato, di adoperarsi per togliere i lacci che ostacolano, quando non impediscono, la collaborazione tra istituzioni preposte alla ricerca e imprese, Grilli ha risposto: non mi pare inopportuno accogliere l’istanza, dal momento che “cerco di tener le cose ben separate”. Insomma in quel momento era Commissario unico dell’IIT e non Ragioniere generale dello Stato. Sensibilità istituzionale, sdoppiamento di personalità o conflitto di interesse?
(Oscar Itzcovich)

Posted by Eleana at 12:20

25 Maggio 2004

Rigoberta Menchù al Modena. La piccola donna maya che ha sconfitto la guerra

Il Teatro Modena è gremito, alcuni abiti coloratissimi, su volti che tradiscono l’origine, ci ricordano all’ingresso che non di uno spettacolo si tratta, ma d’un colloquio a più voci e che tutti siamo lì per vederla, per ascoltare questa piccola donna così importante per il suo paese, per noi.

Accompagnata da Gianni Minà, da tempo impegnato a diffondere una conoscenza dell’America latina (su questo argomento dirige anche la rivista Latinoamerica) priva dei tratti folklorici e attenta alle responsabilità d’un Occidente che, come ricorda il giornalista, continua a ritenersi di fatto portatore dell’unico e solo “modus vivendi”, la tragica storia di Rigoberta e del suo popolo si è dipanata nei giorni degli orrori scoperti in Iraq (ma che dire di Guantanamo, delle mille prigioni, di cui solo i resoconti di Amnesty ci danno notizia?).
E dalle labbra della Signora, ferita negli affetti, costretta a scappare dal proprio paese, viene una straordinaria lezione di civiltà, d’orgoglio, di senso della giustizia: non si possono, non si devono dimenticare i genocidi, le torture; ma da sole, le scuse dei responsabili non bastano. Ci vuole una presa di posizione più radicale, come quella di definire, per legge, i desaparecidos “assenti per deportazione forzata”: per Rigoberta, un piccolo segno necessario per far progredire una civiltà, un atto indispensabile per andare avanti, accettando (e superando) il tempo bloccato della tortura, dell’assassinio di Stato.
Ultimo del ‘900, il genocidio del popolo guatemalteco è l’unico per il quale è stata riconosciuta ufficialmente una responsabilità diretta degli Stati Uniti. Oggi, nelle fosse comuni, ognuno cerca le tracce d’un parente. Si scava, scoprendo anche altri orrori (qualcuno era ancora vivo, è stato sepolto vivo, ha lottato per sopravvivere).
Gli orrori raccontati da chi c’era, da chi ha visto un fratello ancora adolescente torturato e poi bruciato vivo insieme ad altri di fronte ad una popolazione inerme, danno ancor più valore al coraggio di questa donna maya che è riuscita a trasformare una debolezza in una forza, a lottare con le armi della scrittura e della semplicità del “fare”, del fare per il bene comune. Grazie alla sua voce, alla storia raccontata nel libro Mi chiamo Rigoberta Menchù, il mondo ha aperto gli occhi sul Guatemala, gli aguzzini si sono sentiti osservati e con questa lente d’ingrandimento puntata contro non è stato più possibile per loro continuare il massacro.
Ma da Rigoberta Menchù, premio Nobel per la pace, ambasciatrice dell’ONU arrivano anche altre lezioni: la memoria della civiltà Maya, i suoi riti, l’unione strettissima fra terra ed uomo (ricorda, per esempio, che nei luoghi delle morti non crescono alberi, i fiumi hanno deviato il loro corso). Questo indissolubile legame, allora, ci rende figli d’una Natura che contiene in sé le radici dell’equilibrio, dell’armonia, un’armonia fatta della compresenza degli opposti. Letto da questo angolo visuale, l’uomo cessa d’essere l’unico motore del Mondo, ed il rispetto per la Terra diventa elemento imprescindibile anche del rispetto nei confronti dell’altro.
Rigoberta ci chiede di non abbassare lo sguardo, d’essere vigili, di pretendere l’esercizio della giustizia, di agire, concretamente, perché sta qui il segreto della gioia: allora, qualche miracolo accade. Oggi, la piccola signora sorridente lavora nell’edificio che un tempo ospitava il Ministero della Difesa. Da quella postazione, si preoccupa della costruzione di strade e scuole: un gran bel contrappasso.
(Tania del Sordo)

Posted by Eleana at 14:08