1 Giugno 2010

Gaza - Questa volta ha vinto Golia?

Questa volta ha vinto Golia. E Golia, contraddicendo il mito fondativo e il libro dei libri, ha preso le sembianze del governo e del potentissimo esercito israeliano.
Davide erano i 700 pacifisti, partiti dalla Turchia con un naviglio di 7 navi, arrivati da 50 nazioni, portatori di storia, sentimenti e culture diverse, intenzionati decisamente e sospinti da motivazioni profonde a portare un non più differibile soccorso alle donne, agli uomini e ai bambini di Gaza, rinchiusi da mesi dalla prepotenza di Golia in un lager senza possibilità di scambi con l’esterno e ormai incapaci di reggersi in piedi. Insomma Davide era la freedom flotilla.
Anche questa volta aveva le fionde. Le abbiamo viste tutti, ben inquadrate e diffuse al mondo dalle telecamere dell’esercito israeliano. Ma cosa potevano contro un gigante armato in ogni parte del corpo, coperto in ogni frammento di pelle, con il capo fasciato come un mostro inconoscibile, senza occhi da poter guardare e dotati di raggi accecanti che sfregiavano l’alba, rendendola ancora più tragica?

Un gigante incattivito dalla sua stessa prepotenza, dai 1500 morti lasciati sul terreno a Gaza, dai 350 bambini recisi come fiori di campo, dai lutti e dalle sofferenze che ha continuato a generare dopo, lasciando il nemico a penare e marcire nel suo stesso dolore e nella sua stessa sete di vendetta. E si sa, il gigante lo sa, che la vittoria e il male che comporta può anche darti una certa euforia, ma alla lunga ti consuma, ti attrae nell’abisso che tu stesso hai scoperchiato.
Il gigante ha colpito, ha sparato con precisione, come gli allenati sanno fare, ma anche con una certa incauta frenesia, come fanno gli impauriti, anche da sé stessi. Almeno nove vite umane sono rimaste sul campo, anzi sul ponte sopra il mare.
Silenzio e censura su tutte le operazioni. Sei ore di silenzio e buco informativo; una strana umiliazione per una delle più potenti reti informative del mondo: quella dell’esercito israeliano e dei media israeliani. Non sapevano cosa dire, dovevano ricostruire, preparare verità adulterate. Oppure provavano vergogna, imbarazzo paura per le conseguenze che ci sarebbero state.
Come i cittadini di Israele e gli Ebrei del mondo, orgogliosi in gran parte per le gesta del loro governo, ma in parte sempre più in difficoltà per le sofferenze che stanno infliggendo al popolo palestinese, al sentimento della pace e alla necessità della convivenza.
Condanna, riprovazione, richiesta di verità da parte di tutto il mondo. Immediate mobilitazioni dei pacifisti ovunque a tutela della pace e della verità. A chiedere ancora condanna della violenza e che, nonostante tutto, due popoli e due stati possano convivere in parità di diritti e doveri, senza muri e senza ingiustizie, senza eletti e senza sottomessi.
Poi lunghissima riunione del Consiglio di Sicurezza dell’Onu, che, fra retorica e burocrazia e qualche sacrosanto furore, si è concluso con una risoluzione di condanna che reclama un’inchiesta per chiarire fatti e responsabilità.
A tutt’ora non si è capito se l’inchiesta sarà neutrale, come ragione vorrebbe, o se sarà affidata ai generali israeliani, magari accompagnati da qualche ministro anche straniero!
Intanto il megafono mediatico per banalizzare e sterilizzare quanto è accaduto è già in funzione.
(Angelo Guarnieri)

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Europa - In Italia la violenza è doppia

Talvolta si riesce ancora a percepire la distanza che ci distacca da una gestione europea dello Stato. In materia di diritti civili l’Italia è uno dei fanalini di coda dell’Unione, impegnata com’è negli scandali dei sederini rosa e degli appartamenti romani di ex ministri nuclearisti. Questa volta il campanello è stato suonato da una sentenza del Tribunale di Torino, grazie all’intervento in materia di risarcimento danni di uno studio ben informato in materia, Ambrosio e Commodo di Torino (1*). Nella lunga lista di interventi e pubblicazioni riscontrabili sul loro sito, risalta l’impegno profuso sul problema dei risarcimenti, visti da diversi punti di vista e in molti settori della società.

La sentenza in oggetto (2*), alla quale l’Unità ha dedicato un articolo (3*), riguarda la mancata applicazione di una direttiva europea che obbliga gli stati membri a creare dei meccanismi di protezione sociale in materia di violenza intenzionale, ad esempio una stupro. Il caso al quale si riferisce la sentenza è quello di una ragazza che aveva subito un violenza sessuale da parte di due ragazzi, i quali, condannati, sono però risultati nullatenenti e quindi non in grado di risarcire la vittima. In questo caso, secondo la direttiva europea, il sistema leglislativo italiano dovrebbe prevedere un risarcimento da parte dello Stato. Però fino ad oggi l’Italia ha ignorato la chiarezza della direttiva, adducendo varie motivazioni e anzi creando una limitata “lista di reati” (che non comprendevano lo stupro) per i quali intervenire. Una “doppia violenza” per la vittima, che oltre a subire quella diretta dei suoi aguzzini, resta poi incastrata nella burocrazia che distingue tr a chi ha subito una violenza mafiosa (coperta dal diritto attuale) o uno stupro, non presente nella lista. Invece questa sentenza ha finalmente riassestato la giustizia, assegnato alla vittima un risarcimento di 90mila euro che dovranno essere necessariamente versati dal Governo italiano.
Si crea adesso un precedente che dovrebbe suggerire di predisporre una norma di legge e costituire un fondo economico per le numerose richieste che saranno avanzate da parte di molte altre vittime. Infatti, al momento, per poter usufruire dei vantaggi dettati dalla direttiva occorre citare in causa il Governo per ogni singolo caso, avvalendosi della giurisprudenza creata da questa sentenza, con la conseguenza d’aumentare l’intasamento dei tribunali di mezza Italia.
Sono però aperte le ipotesi su cosa realmente accadrà: qualsiasi scommettitore londinese darebbe dieci a uno la soluzione “ignorare la legge pagando molto di più però tra cinque anni”, vincente sul “pochi, maledetti, subito di uno stato civile”, che sarebbe una soluzione più auspicabile. Tanto, le spese aggiuntive le pagheremo sempre noi, cittadini-Pantalone. E’ il sistema in uso da parte di moltissimi comuni italiani per il caso dell’Iva sulla bolletta dell’acqua. E’ il carpe diem al quale lo Stato ci ha ormai abituato da tempo, come la norma sulla “tortura” che manca nel nostro ordinamento e per la quale la UE attende pazientemente un intervento risolutore.

1* http://www.ambrosioecommodo.it/cv.asp?id=9
2* http://www.ambrosioecommodo.it/articoli_materie.asp?arg=71
3* http://www.unita.it/news/italia/99195/donna_vittima_di_violenza_lo_stato_la_risarciragrave_con_90_mila_euro

(Stefano De Pietro)

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12 Maggio 2010

Tempo di Morire - Accompagnami e poi lasciami andare

Mi chiamo Alma, sono nata settantasei anni fa a Sturla, da casa nostra potevi, di sbieco, toccar il mare con un dito. Terza di quattro fratelli, cullata dai primi, custode dell'ultimo. Adesso e' lui ad esser qui accanto a me in ospedale. Non posso ascoltare le sue parole, ne vederlo, ma lo percepisco dalla mano che si affanna, affettuosa e maldestra, attorno al cuscino che mi sorregge la testa.
Ho abbandonato udito e vista da alcuni giorni. Devo ridurre al minimo le fatiche di questo corpo. C'è sempre più spazio tra la mia coscienza e i contorni della mia sagoma.

Chissà cosa è accaduto nel frattempo alle mie due vicine di letto. Chissà se le richieste d'attenzione di Delia, alla mia destra sono state esaudite. L'egoismo bianco della solitudine la portava ad introdursi nei discorsi altrui, a lamentarsi della bava d'aria che entrava dalla finestra, a raccontare di una giovane nipotina responsabilizzata dalla madre alle faccende di casa, che forse avrebbe potuto lavarle il cambio. Chissà se Rita alla mia sinistra e' tornata a parlare oltre che con gli occhi liquidi ed azzurri di lacrime. Aggrappata al mondo con i cinque sensi, non poteva comunicare che con lo sguardo. Il corpo l'ha sorpresa abbandonandola, non era preparata, non vuol lasciarsi andare. Saranno forse i suoi familiari che la trattengono, affannandosi attorno a lei come api operose che sbattono contro il vetro dell'incomunicabilità personale? Chissà se e' poi vero che chi semina raccoglie: solidarietà a solidarietà, generosità a morte serena. Ho già sciolto questi interrogat ivi dentro di me, li comprendo tutti, ecco la risposta. Che sollievo questa mano che corre su viso e i capelli e accomoda la camicia da notte. Mi stupisce quanto mi conosca anche se la vita insieme sia solo storia recente. Guarda le mie mani tra le sue, pensando a voce alta a tutto il lavoro che hanno fatto. Adesso sono stanca, voglio fermarmi. Blanca, disinteressata, accompagnami e poi lasciami andare.
(Ariel)

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5 Maggio 2010

Società - Dal primo marzo al primo maggio

“Giù al porto”, in mezzo alla gente di tutte le nazionalità, dov’altro potevamo trovare lo stand del Movimento genovese che ha organizzato a Genova la manifestazione dello scorso primo marzo, lo sciopero degli stranieri, di questi tempi un successo da far impallidire molti partiti e sindacati, diecimila persone che con determinazione, ordine ed allegria hanno sfilato dalla Commenda fino a Piazza Matteotti, con concerto finale. Senza che volasse una parola in più di quelle della solidarietà e della richiesta dei propri diritti di cittadini del mondo.

Al presidio del primo maggio in Piazza Raibetta, in fondo a via San Lorenzo, si è voluta ricordare la natura del Movimento, che insiste molto sui diritti dei nuovi cittadini nel mondo del lavoro: il collegamento con la data della festa dei lavoratori è immediato. Un volantino spiega nei dettagli i sei punti fondamentali, individuati con un coordinamento nazionale insieme a gruppi di molte altre città. Sei punti che sono di una ovvietà disarmante, per chi credeva di vivere in un paese veramente civile e dotato di una costituzione che, sulla carta, è una delle più solide. Invece, leggendo:
1. Nazionalità italiana a chi nasce in Italia, anche da coppie straniere. Nel caso che i genitori perdessero la possibilità di restare in Italia, i bambini che crescono come italiani sarebbero costretti a rientrare in un paese che non conoscono, parlare una lingua ostile, frequentare culture e scuole differenti. La nazionalità del bambino consentirebbe invece di creare un nucleo familiare stabile, garantendo a tutti una vita serena.
2. Studiare un permesso di soggiorno che consenta a chi resta disoccupato di avere il tempo di trovare un altro lavoro duraturo: oggi i sei mesi concessi producono solo clandestini o finta occupazione per chi ha la possibilità di farlo.
3. Revisione integrale della normativa Bossi-Fini e del Pacchetto sicurezza, entrambe ledono la dignità umana e contribuiscono a formare clandestini, che poi sono colpiti per lo status sociale come delinquenti da rinchiudere nei CIE, vere e proprie strutture lager al di fuori della normativa carceraria. Basti sapere che mentre nelle carceri qualsiasi parlamentare ha accesso per verifica, nei CIE questa possibilità è negata.
4. Guerra al lavoro nero, inserendo chi denuncia il datore di lavoro tra le categorie protette dall’art. 18 della legge 40 (quello che prevede l’emissione di un permesso di soggiorno temporaneo alla prostituta che denuncia il protettore).
5. Regolamentare la stampa in modo che sia vietato usare termini razzisti nei giornali.
6. Consentire il voto amministrativo agli stranieri che lavorano regolarmente in Italia.
Si attendono adesso le prossime attività del Comitato, che intende produrre iniziative lungo la strada che porterà alla prossima manifestazione del 1 marzo 2011.
Nel frattempo, l’accoglienza della Nave dei diritti prevista per sabato 26 giugno (*), proveniente da Barcellona. A bordo moltissimi italiani che vivendo in Spagna hanno modo di vedere l’Italia da un punto di vista internazionale, senza i filtri della stampa locale.
* www.losbarco.org
(Stefano De Pietro)

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Società - L'antirazzismo genovese e la sua storia

Due mesi fa Genova ha visto, dopo molto tempo, una grande manifestazione per i diritti degli immigrati, organizzata dal Comitato 1 marzo. Dopo la manifestazione – come spiega Stefano De Pietro nel suo articolo Dal primo marzo al primo maggio - il comitato, in collegamento con altre città, ha proseguito la sua attività, ha definito obiettivi, progetta nuove iniziative.

Osservando il nascere di questa nuova storia è interessante ricordare proprio l’esperienza genovese, dal 1993 al 2001, del Coordinamento delle Associazioni degli Immigrati della Liguria e del Forum Antirazzista di Genova. Il movimento genovese nacque come reazione all’esplodere di un razzismo violento nella nostra città, in particolare nel centro storico, nel luglio del 1993, con le prime ronde razziste armate di bastoni e spranghe a caccia del diverso. Associazioni laiche e religiose, sindacati e singoli immigrati ed italiani iniziarono un lavoro quotidiano, faticoso e soprattutto unitario ottenendo ottimi risultati. La città riuscì a superare la conflittualità nel centro storico ed a ribaltare la situazione diventando, dal 1997 al 2004, una delle città italiane più accoglienti, dove gli immigrati vivevano meglio e la convivenza tra immigrati e genovesi era la più positiva. A Genova si susseguirono iniziative: una grande manifestazione antirazzista con diecimila partecipanti (1995), il corso per mediatori culturali, il primo mercatino multietnico perfettamente in regola per tasse e permessi, il protocollo d’intesa per la scuola, la prima graduatoria per le case popolari che includeva gli immigrati, il primo protocollo di intesa tra questura ed associazioni per l’espletamento delle pratiche di soggiorno, una continua interazione e contrattazione con gli enti locali e con la Regione … Genova è stata inoltre la prima città a modificare il proprio statuto comunale per dare il diritto di voto amministrativo agli immigrati residenti (2004).
Quel lavoro ha avuto successo perché era unitario e rispettoso di tutti i soggetti che volevano dare un contributo, perché era un lavoro fatto per la città, per il paese, dove prevaleva l’interesse generale su quello particolare e perché era un lavoro fatto “con” e non “per” gli immigrati. I singoli cittadini immigrati, erano continuamente coinvolti ed ascoltati, le loro opinioni erano rispettate e prese in considerazione. Le assemblee serali del Forum Antirazzista con gli immigrati che riempivano sempre il Teatrino di San Siro erano frequenti in città. I cittadini immigrati erano protagonisti principali del gruppo di coordinamento delle attività del Forum.
Quando, nel 2001, finisce l’esperienza del Forum Antirazzista non finiscono, in breve tempo, i suoi effetti. La storia recente dell’antirazzismo genovese aiuta a spiegare il successo del primo marzo e può dare forza alla nascita di un nuovo movimento.
(Saleh Zaghloul)

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28 Aprile 2010

Storia - L’orizzonte transnazionale

Ad ogni popolo la sua nazione e ad ogni nazione il suo popolo! Assunto che sembra appartenere a La Repubblica di Platone, logico quanto la geometria euclidea. Connubio fondato sull'epica narrazione della storia dei popoli. In realtà idea che risale all'epoca moderna e vede nel XX° secolo, con la conclusione dei due conflitti mondiali, la definizione in strutture statali dai confini geopolitici ridisegnati o assegnati ex-novo.
Il 17 aprile scorso per La Storia in Piazza, dinnanzi ad una gremita sala del Gran Consiglio del Palazzo Ducale di Genova, Beshara Doumani, professore di storia all'Università della California di Berkley, e Shlomo Sand, professore dell'Università di Tel Aviv, hanno provato a scardinare l'equivalenza popolo-nazione partendo dalla più emblematica situazione internazionale, Israele, Palestina e i rispettivi abitanti.

Doumani ha focalizzato il suo intervento "The Ironies and Iron Law of Palestine and Palestinians", sulla situazione paradossale (Ironies) vissuta dal popolo palestinese, che ha subito la sua prima sconfitta in coincidenza della dichiarazione dello stato palestinese. I palestinesi si sono scoperti popolo nell'accezione moderna del termine solo nel 1948, dopo l'ufficializzazione della nascita della Palestina. Da allora sino ad oggi i suoi confini murati si sono chiusi progressivamente nell'assurdo di uno stato non governato dai suoi abitanti, sui quali vigono leggi inflessibili (Iron Law), senza che venga loro riconosciuto alcun diritto. Un'esposizione chiara, accompagnata dall'evidenza di una serie di diapositive. L'uditorio poteva facilmente presagire una chiusura nei confronti dell'altro interlocutore.
Shlomo Sand esordisce dichiarando I'm from Israel. Rafforza, I'm Israeli. E da lì, sorprendentemente, muove nella direzione di Doumani. Il punto di partenza, illustrato nel suo The Invention of the Jewish People, è diverso: l'invenzione del popolo ebraico e, come alterità, quella del popolo palestinese. Ritiene che attribuire l'appellativo popolo agli ebrei sia un falso storico, emanazione del pensiero sionista, sorretto sull'evidenza non scientifica della Bibbia. Parte dal principio che un popolo si possa definire tale su comuni basi linguistiche, religiose, di tradizione e di sangue. Solo la religione poteva accomunare ebrei nordafricani ad ebrei ucraini. Fondandosi su una particolare interpretazione della diaspora e della storia dei popoli fuoriusciti, sostiene che sarebbe più facile rintracciare origini ebree nei palestinesi. La religione è l'identità di popolo che rende Israele nazione degli ebrei del mondo e di Woody Allen, più che degli israeliani stessi. Dunque una democrazia negata. Tesi molto dibattute quelle di Sand, volte a sostenere l'idea di Israele stato di tutti i suoi cittadini, ebrei ed arabi. Contestate, non nella positiva conclusione, da alcuni studiosi, tra i quali Anita Shapira, come artificiale riscrittura della storia. Salutate positivamente da altri, tra i quali Eric J. Hosbawn.
Forse la retorica storica sulla quale si sostiene una nazione è una delle tante possibili. Sicuramente il suo vuoto è rischiosamente sostituibile con altre ancor più negative. La storia ce l'ha dimostrato. Quale antidoto per il futuro? Doumani e Sand sono d'accordo nel partire dalla critica dell'identità nazionale. Doumani ricorda che i palestinesi si trovano nella condizione più difficile e simbolicamente globale: l'assenza totale di diritti. Il linguaggio politico attuale non coglie che superficialmente la situazione. Solo un orizzonte transnazionale, forse tra qualche generazione, potrà comprenderla e superarla. Sand conclude con un'immagine proposta ai suoi studenti. Siamo su una macchina che corre all'impazzata senza modo di fermarsi. I vetri sono sporchi delle lordure della storia, Pol Pot, Stalin etc. ad impedire la vista. Il tergicristalli non funziona. Per andare avanti possiamo solo guardare nello specchietto posteriore. Ci dirigiamo verso la catastrofe.
È possibile che le future generazioni inventino qualcosa per fermare la corsa? Uno studente risponde di no, ma aggiunge, possiamo spaccare un finestrino...
(Maria Alisia Poggio)

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14 Aprile 2010

Comunicazione - Il ghetto della parola


Bulimi-anoressico, bi-omo-transessuale, extra-comunitario nelle sue innumerevoli declinazioni. Parole digrignate, gettate fuori dalle bocca di tutta fretta, non scusate, ostentate dal piccolo schermo dinnanzi alla scrivania con la scaletta in mano. Parole pensate, misurate, collocate responsabilmente in un contesto. Parole scritte in grassetto, corsivo, stampatello. Parole su fogli ciclostilati in proprio, pagine di giornale, parenti del piombo, dal formato maneggevole. Parole cliccabili, linkabili, inviabili alla tua email a partire dalla homepage di un sito.

Chi le usa non è obbligato a pensare. Chi le riceve può farle scivolare scrollando le spalle, sorvolarle con indifferenza oppure comprenderle nell'intimità del proprio essere. Da lì dentro nascono condivisione, partecipazione, orgoglio, rifiuto della propria natura, accettazione dell'alterità propria e altrui. E chi le legge?
Una strana coincidenza il 2 aprile scorso. Alla mattina in un ufficio anagrafe del comune di Genova l'occhio di un cittadino cade sopra un poster giallo, affisso in bacheca, con delle indicazioni colorate, a richiamare tre culture etniche diverse e pubblicizzare i servizi anagrafici per gli immigrati. Comunicativo, vivace e utile, attaccato sopra una serie di poster identici, ma in lingue diverse. Lo sguardo corre lungo le sue righe velocemente e si ferma di colpo su una marcata sottolineatura alla voce “rientro nel proprio paese”. Il cittadino prova a sfidare il minaccioso “cosa vuole?” che si leva di là dallo sportello. Fa notare, tra una carta d'identità e una richiesta di residenza, il poster scarabocchiato, chiedendo che venga rimosso. Trasalimento funzionario. Convenendo sul cattivo gusto del tratteggio, domanda al cittadino se avesse colto il colpevole in flagrante. Strappa il poster dalle puntine, lo riguarda stupefatto con i colleghi, lo passa di mano in mano. La neb bia è fitta. Al di là dello sportello non avevano proprio notato.
La sera dello stesso giorno leggendo la Repubblica assisto ad un eccezionale episodio di sdoppiamento della notizia. Ad una nota di distanza il quotidiano titola Muratore salva bimbo e ragazzo dalle fiamme e Magrebino salva due persone dalle fiamme. I due estratti, che convivono in prima pagina, nascondono alle spalle lo stesso articolo, proveniente dall'edizione locale di Padova. Su Il Mattino si racconta il bel gesto di un giovane muratore che aveva tratto in salvo un bambino ed un vicino adolescente da un palazzo ne quale si stava sprigionando un incendio. Probabilmente uno dei due titoli era una bozza inavvertitamente pubblicata. Una disattenzione che rivela non solo la positiva attenzione data alle parole con cui si racconta, ma anche la lunga strada ancora da percorrere perché le nostre parole non includano solo nella compassionevole maniera del libro Cuore.
http://mattinopadova.gelocal.it/dettaglio/muratore-salva-bimbo-e-studente-da-incendio/1907777
(Maria Alisia Poggio)

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17 Marzo 2010

Razzismo - La differenza tra noi e loro

Prima pagina, 15 marzo. La persona che telefona è sincera, disarmante. Commenta l’atto di violenza avvenuto a Roma, il gruppo di una quindicina di ragazzi che ha sfasciato un call center bengalese, ferito quattro persone, urlato frasi razziste, senza dimenticare, alla fine, di rubare alcune centinaia di euro. Mentre l’ascoltatore parla prendo appunti, ne vale la pena. Dice testualmente: “Certo è un atto di violenza, ma bisogna vedere le motivazioni …”

Il giornalista della settimana, Daniele Protti dell’Europeo, lo interrompe “Se lei può dirci le motivazioni ci regala una informazione …”. L’ascoltatore prosegue “Viene chiamato razzismo, ma quei quindici ragazzi non è che fossero tutti matti. Ai nostri ragazzi per un lavoro ora offrono 500 euro, perché a un extracomunitario possono bastare, ma non può succedere a un nostro ragazzo che vuole farsi una famiglia, avere una casa dove abitare, comprare i giornali. Loro vivono sotto i portici, a loro possono bastare”. La voce è quella di una persona anziana, pacata, ragionevole, preoccupata per il disagio sociale dei “nostri ragazzi”. Razzismo che diventa senso comune, paesaggio quotidiano, vicino di casa che ci accompagna sempre più dappresso, giorno dopo giorno.
Il giornalista stigmatizza le affermazioni dell’ascoltatore. Obietta che la violenza non è una risposta sociale accettabile. Dice “Lei sta facendo un discorso pericoloso, e cioè che siccome c’è la crisi è comprensibile sprangare i neri”. Ma non coglie il punto, che è quello di attribuire agli “extracomunitari” uno status sub umano. Questo è il passaggio mentale che tutto giustifica: i “nostri ragazzi”, vogliono una famiglia, hanno bisogno di una casa, leggono perfino il giornale. A quegli altri basta un po’ di cibo per non crepare di fame, sotto i portici o sotto i ponti, come bestie.
(Paola Pierantoni)

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10 Marzo 2010

Cultura - Non chiamarmi zingaro

Genova, Teatro Duse, sabato 6 marzo. La scena è vuota. Non ci sono oggetti. Non una sedia. Non un colore, a parte il nero. La platea si riempie lentamente, soprattutto di ragazzi. Giovani sulla ventina.
Lo spettacolo ha girato l’Italia e chi lo reciterà non si è limitato ad interpretare un testo. Ma ne è l’artefice. Perché prima di scriverlo ha viaggiato l’Europa e ha registrato voci, ne ha fatto un libro (Pino Petruzzelli Non chiamarmi zingaro Ed. Chiarelettere Euro 12,60) e le ha interpretate.
L’attore consegna alla platea il suo diario di viaggio e il testo teatrale è l’occasione che porge al pubblico per capire cosa sia significato ieri e cosa significhi oggi essere rom in Italia e in Europa.

La scena è vuota, però quando si spengono le luci ed un solo spot illumina l’attore, si riempie di racconti. Sono le storie di Alin e Mari, dieci e otto anni che pescano sul greto dell’Arno alla “periferia della periferia di Pisa”. La bambina ha una malattia agli occhi e si ripara lo sguardo dal sole. Lo loro madre cucinerà quel pesce, pescato nei pressi del ponte che fa loro da casa. E c’è la tragedia di Eva, Danciu, Lenuca, e Mangji bambini morti nell’incendio scoppiato l’11 agosto del 2007 sotto il ponte di Pian di Rota alla periferia di Livorno. E il presidio contro il campo nomadi di Opera, periferia di Milano, presidio nel quale i razzisti che contaminano il nostro paese hanno offerto una delle loro più oscene interpretazioni. C’è la storia della prima maestra rom d’Albania, che a dodici anni ha compilato da sola il modulo di richiesta per una borsa di studio, ma c’è anche il silenzio di chi preferisce nascondere le proprie origini anche al marito. Petruzzelli racconta della pulita Svizzera e di come abbia sottratto i bambini nomadi alle loro famiglie d’origine. Un furto atroce perpetrato sino al 1972.
Attraverso le storie di tutti le distanze si accorciano ed i binari che paiono non sfiorarsi mai tra la nostra vita e la loro si toccano. E’ la vicenda di un popolo senza territorio che, forse perché non l’ha mai preteso, è stato sempre mandato via, da una ragion di stato sempre distante da chi è diverso o da chi ha un’idea di libertà altra.
La scena è vuota ma il tragitto verso la consapevolezza non richiede oggetti. E questo di Pino Petruzzelli non è solo teatro.
(Giovanna Profumo)

Posted by Admin at 18:13 | Comments (0)

Migranti - Interazioni

Interazione è parola densa. E' parola giusta. Rappresenta soggetti che interagiscono, soggetti che stanno sullo stesso piano o almeno che aspirano allo stesso piano. Che si pongono sullo stesso piano di uguaglianza fondativa, che abitano lo stesso spazio–mondo e si muovono nel comune spazio-tempo, pur a partire da luoghi distanti e da collocazioni nei fili della storia, differenti per spessore, colore, nodi, tragitti.

E' parola diversa da integrazione che disegna sempre un dislivello fra chi integra e chi è integrato e da tolleranza che comunque mette chi tollera al riparo di un sistema di valori, di diritti e di doveri, di sistemi normativi e regolatori per definizione giusti e per presunzione intangibili.
Certo il buon senso e il linguaggio comune ci dicono che è meglio integrare che disgregare e che tollerare è esercizio e presupposto di buona disposizione verso l’altro diverso e che quando si sente ripetere, ormai troppo spesso, tolleranza zero si percepisce che l’intolleranza è a mille. Integrazione e tolleranza sono il male minore o il minimo livello del bene, una soglia instabile pronta a regredire e a precipitare verso l’umiliazione e la violenza che colpisce i deboli, i bisognosi, i richiedenti, gli affamati, gli emigranti. Ma allo stesso tempo degrada chi li esercita non perché ha “la forza della ragione, ma perché ha la ragione della forza”. O la forza e basta.
Il primo marzo, in cui possiamo sentire echeggiare il primo maggio, se abbiamo orecchie libere dal rumore che coarta la nostra vita, è stato un momento forte di interazione fra le comunità dei migranti e i cittadini italiani sensibili alla universalità dei diritti e alla pienezza della democrazia.
E’ stata giornata di incontri e di relazioni sociali, di condivisione e di sostegno reciproco; di aperture e di negoziazione a partire dall’affermazione del diritto allo sciopero, che anche solo sul piano simbolico da’ visibilità e concretezza al valore e all’insostituibilità del lavoro dei migranti. Senza di noi - ormai non potete essere quel che siete diventati, dovete rispettare tutti i nostri diritti, l’interezza delle nostre persone, non solo le nostre braccia.
E possiamo camminare insieme e sorriderci serenamente, senza il ghigno dell’arroganza.
Il cammino era cominciato con le rivolte di Rosarno e di Milano, in cui soggettività mutilate, umiliate e offese avevano rialzato la testa, si erano ritrovate per far sentire la forza delle loro ragioni.

Appendice I. (Interazioni)
Un giovane filosofo, brillante e sensibile, torna sul treno nel suo Sud. Lo scompartimento è pieno. Ha voglia di riposare e magari di riflettere in solitudine. Fra i presenti un quarantenne di grigio vestito e di parola stentorea. Una figura a metà fra un degradato furbetto del quartierino non più ricco e un aspirante portaborse in cerca di collocazione. Un fastidioso megafono che snocciola con noncuranza verso le altrui orecchie tutti i mali causati dall’invasione degli stranieri nella nostra amata e divorata Italia. E pretende risposte dagli altri passeggeri, scruta gli occhi, cerca consenso. Il nostro filosofo cerca come può di difendersi. Pensa al suo amico Abdo, rom macedone con cucina. Niente menù, si prepara quel che detta la fantasia, si mangia insieme, prezzo modico e fisso.
Ma l’assedio è inevitabile; la domanda arriva; “e lei cosa ne pensa?”.
“Io no parlare bene italiano” rispondi con i toni giusti. Gelo, megafono strozzato. Silenzio.

Appendice II (Interazioni)
Alle 23 e 50 del 4 marzo ricevo questo messaggio da un amico fraterno:
“Una fredda notte a Isola del Cantone, il giorno dopo la Befana, a un gruppo di ragazzi marocchini di Trento, mai visti, senza benzina e senza soldi, diedi venti euro. Stasera al casello di Isola mi aspettava una busta portata dal postino con dentro venti euro e un biglietto con scritto “grazie e buona fortuna”. Mi sento come se avessi vinto al Totocalcio o come se mi fossi fatto un bel cannone”. Il mio amico lavora nelle Autostrade ed è un grande contadino.
(Angelo Guarnieri)

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3 Marzo 2010

Primo marzo - A Genova il paese che cresce

Un fiume di gente. Alle sei di sera non era immaginabile. Alla Commenda sembrava ci fossero i soliti. Quei genovesi testardi che alle manifestazioni di piazza “in difesa di” testimoniano la loro esistenza politica, immigrati e genovesi stranieri insieme. E poi bambini, palloncini gialli ad incorniciare gli interventi al microfono prima di partire in manifestazione. Poi il corteo, avanzando verso il centro, si è riempito e le persone si sono aggiunte una dopo l’altra unendosi ai soliti. Quelle persone parlavano tutte la stessa lingua (galleria di immagini).

Il fiume, dietro ad uno striscione, non si poteva quantificare, ma il corpo percepiva fisicamente di farne parte. E se l’Italia che vogliamo è multietnica, ed è terra di diritti, lunedì 1 marzo a Genova quell’Italia è scesa nelle strade e si è presa le sue ore di libertà. Libertà di pensiero, di espressione, di incontro, di politica. Le ore di quella manifestazione sono le ore d’aria che chi era in quel corteo ha concesso a se stesso per testimoniare l’esistenza di un’Italia migliore, profondamente diversa da quella che ci viene propinata tutti i giorni. E’ il paese che cresce, nonostante tutto, esattamente come è cresciuto quel corteo. Bellissimo vederlo nascere e sapere quanta energia lo sostiene.
(Giovanna Profumo)

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16 Febbraio 2010

Eluana Englaro - L’oscenità al potere

“Una parola oscena”: così Mina Welby, al microfono del Tgr Liguria, definisce l’esibito rammarico del Premier (“Non sono riuscito a salvarla”) per la fine della non-vita di Eluana Englaro, a un anno esatto di distanza. Definizione tristemente perfetta: osceno quel rinnovare l’uso strumentale, a fini di bassa politica, di un indicibile dolore personale e familiare, degradando un’occasione di riflessione ad una cinica commemorazione del proprio “amore” politico per la “vita” reso impotente dal partito dell’ “odio” cultore della “morte”.

Osceno quello straparlare in prima persona di un dramma di altri, con la presunzione o – peggio – l’intenzione di far credere di conoscerlo e di poterlo risolvere. Osceno quello svuotare e ribaltare di senso le parole: non solo “amore” e “odio”, “vita” e “morte”, ma anche “lasciare morire di fame e di sete” detto e ridetto all’infinito (esattamente come “non abbiamo messo le mani nelle tasche degli italiani”), laddove ci si riferisce all’interruzione di una nutrizione artificiale che avviene mediante un sondino gastrico introdotto in un corpo inerme, nutrito con sostanze chimiche e non certo da bevande e cibo, come invece quell’espressione sistematicamente ripetuta vuole indurre a pensare. Osceno quell’offendere il linguaggio per insultare la verità, per ridurre l’intelligenza, per azzerare il pensiero e per ricavare da tutto ciò consenso e potere. Mina Welby lo dice perfettamente, con una definizione secca seguita da argomentazioni limpide sull’inalienabile diritto a disporre della propria esistenza, a poterla considerare vivibile o meno. E lo dice con il suo volto, segnato da una vita intensa di amore e sofferenza con una persona malata che, alla fine dei suoi giorni, ha almeno potuto decidere di sé. Un volto bellissimo, scavato e sereno. Che trasmette verità. E anche una piccola, fortissima speranza.
(e.c.)

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Salute mentale - Un cono d’ombra nel filmato su Basaglia

Un bel vedere, finalmente, Franco Basaglia in televisione, in prima serata, nello spazio riservato alla sterminata platea di teleutenti, comodamente seduti nelle loro tiepide case. Una bella storia, ben raccontata, felicemente recitata, articolata con tempi e cadenze credibili. Un filo rosso, ben visibile, che si dipana dal groviglio e si disseppellisce dalle nebbie, ci restituisce il senso della riuscita lotta di un manipolo di coraggiosi e sapienti contro uno dei luoghi più emblematici dell'esclusione sociale delle persone più fragili, colpevolmente sequestrate in un mondo di umiliazione e violenza.

Operazione riuscita dunque, televisione di qualità informativa ed educativa, toni coinvolgenti. E impegno su temi che più profondamente hanno fatto discutere la società italiana e mondiale negli ultimi 10 anni: la considerazione delle persone portatrici di male mentale, i luoghi della cura, il valore delle scienze biologiche e umane, il significato della repressione sociale o della liberazione. Narrazione limpida e storicamente documentata del percorso italiano che, unico al mondo, ha portato alla chiusura dei manicomi. Uno dei pochi fatti rilevanti nel campo della salute mentale negli ultimi decenni. L’ha detto l’O.M.S. nel 2003, e ci sono numerosissimi studi epidemiologici che lo attestano.
Si potrebbe dire che si è materializzato nel piccolo schermo un percorso di prevenzione di massa nel campo della salute mentale e un utile intervento di lotta allo stigma, al marchio che segna la condizione umana e il destino dei sofferenti nella psiche e delle persone che sono in relazione con loro.
Come fondamentale operazione di prevenzione e di cura e momento di rottura delle catene visibili e invisibili è stata la chiusura dei manicomi.
Ma c’è un però, un punto oscuro, qualcosa che segnala una debolezza o ancora più seriamente una inversione di sensibilità. Ed è, a nostro avviso, il cono d’ombra in cui, nel filmato, sono state posti le assistenti sociali e gli assistenti sociali ( è professione in assoluta prevalenza femminile, per questo comunemente si dice al femminile).
Nello scorrere della storia sono citate soltanto due volte ed entrambe le volte con connotazioni negative. La prima quando si citano i titoli mancanti a Franca Basaglia per poter essere assunta a Gorizia: “non è psicologa - si dice – neanche assistente sociale”, con quel neanche che dà una coloritura da ultima cosa del mondo. La seconda quando viene rappresentata la classica figura dell’assistente sociale, indurita dalla vita, arcigna e anaffettiva, che toglie i bambini senza se e senza ma all’infermiera più appassionata e più appassionante che ha seguito Basaglia e i suoi pazienti a Trieste.
Eppure le assistenti sociali hanno avuto un ruolo determinante nella destrutturazione dell’istituzione totale, nella rottura degli assetti gerarchici di potere che la governavano, nel farsi portatrici in carne ed ossa di quei bisogni sociali che tanto turbano gli “scienziati” asettici e di potere e degli umanisti dell’onnipotenza parolaia. E un ruolo ancor maggiore lo hanno avuto nella costituzione di equipes multiprofessionali che potessero prendere in carico bisogni esistenziali profondi e radicali e aprire la strada all’affermazione di diritti umani, civili e sociali, nei luoghi dove erano stati più calpestati. Hanno vestito i denudati, hanno faticosamente ricostruito l’autonomia alimentare, motoria ed espressiva di persone regredite, hanno ricostruito reti di protezione sociale negli opachi meandri della burocrazia, hanno collaborato a valorizzare capacità e talenti nel campo del lavoro e della interazione sociale, hanno contribuito a dare spessore materiale e sociale all a parola che veniva ridata ai muti per mutilazione. Perché la malattia mentale parla e ci parla.
Ma poi sono arrivati i nuovi miti scientisti, la richiesta di efficienza dettata dal mercato, l’aziendalismo, la ricostruzione delle gerarchie e con esse la nuova corporativizzazione delle professioni, con conseguente rottura dell’agire cooperativo.
Ma questa è storia dell’oggi. Del domani non si sa, dipende da noi.
Allora non vorremmo che il cono d’ombra rilevato nel filmato - il però - fosse un segno dei tempi, un anti – sociale indicatore di tendenza.
(Angelo Guarnieri)

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3 Febbraio 2010

Giornata della memoria - Parlando con Liana Millu

Liana Millu è stata una mia cara amica. Negli ultimi anni della sua vita, fino a poco prima di morire, avevamo consacrato l'abitudine di incontrarci ogni quindici giorni, più o meno, e parlare dei nostri affanni, prima di tutto, e poi di come girava il mondo, di politica, di Genova, di libri e di poesia.
Insomma di tutto il parlabile, seduti su due comode poltrone eleganti e di giusta misura, spesso nel calar della luce del tramonto, che quando giungeva il momento veniva sorretta dallo splendore caldo di una lampada posta alle spalle di Liana.

Liana Millu era pessimista, come tanti vecchi saggi. Troppi rischi di involuzione distruttiva, nei singoli e nella collettività, troppo disprezzo per la natura, troppa arroganza e prepotenza, troppo compiacimento della forza. Troppi e troppo grandi segni di oblio di quello che era stato e che continuava ad essere: i massacri, le guerre, le persecuzioni razziali ed etniche, la schiavitù della fame e della miseria, le feroci dittature, e poi il più grande degli abissi, l'olocausto.
Liana Millu era stata catturata dai nazisti verso la fine del 1944, mentre a Venezia, partigiana, onorava i suoi imperativi di liberazione. Partigiana e ebrea era stata immediatamente condotta a Birkenau, lager femminile collegato ad Auschwitz, delirio di violenza e di umiliazione prima di divenire fumo. Dopo mesi di internamento e di atroci sofferenze venne liberata, mezza viva e mezza morta, ma ancora tenacemente attaccata a quel radicale di vita che l’avrebbe portata fino a noi e a novanta anni. Scrisse due libri bellissimi sulla totalità di questa esperienza: Il fumo di Birkenau e I ponti di Schwerin, racconti, filtrati da dolore e libertà, dell’intensità frantumante dell’internamento e dell’ebbrezza e della fatica del ritorno. Un monumento della memoria, uno scandaglio delle profondità dell’umano, una preghiera laica per la vita.
Poche settimane prima di morire e prima di dirmi per l’ultima volta arrivederci, mi raccontò questo episodio, di cui nei due libri non aveva parlato: “ Quando la mattina all’alba ci prelevavano dalle baracche e ci conducevano, inquadrate e umiliate, al campo di lavoro, luogo di conferma che per quel giorno non saresti passata fra i corpi indegni di sopravvivere, ci facevano passare accanto ad una grande radura, recintata e presidiata da cani neri e uomini armati. In questo grande spazio, ornato qua e là da qualche ciuffo d’erba, erano trattenute alcune migliaia di persone, molte donne e molti bambini, che, dando segni di residua vitalità possibile, si assiepavano per scaldarsi, mandavano in giro un parlottare fitto e fiero, facevano giocare i bambini. Portavano vestiti colorati e fantasiosi, i loro vestiti. Si, perché gli zingari non erano riusciti a svestirli e a rivestirli con la divisa del lager, il marchio dei carcerieri e della sottomissione.
Una mattina trovammo il campo vuoto. Stracci sparsi dappertutto, frammenti colorati, cappelli e veli, capelli e poi sangue a coprire le zolle e l’erba calpestata e schiacciata.
Nella notte gli zingari erano stati eliminati tutti. Ma avevano combattuto con tutti i mezzi che la pietà di Dio aveva loro lasciato”. Queste le parole di Liana Millu. Pensavamo di registrare questo ricordo. Non ci fu tempo.
La sua voce e il suo sorriso mi accompagnano sempre.
Questa la mia giornata della memoria.
(Angelo Guarnieri)

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23 Dicembre 2009

Lavoro - Carceri, politica e classe operaia

Capita di leggere un giornale, e provare una fitta al cuore. Così con un titolo su La Repubblica del 26 novembre: “Preferiremmo le crociere, ma fateci costruire le galere”, riferito alla lettera che 300 lavoratori della Fincantieri “preoccupati da un futuro sempre più critico e pronti, pur di lavorare, a costruire anche le carceri galleggianti” avevano consegnato a Marta Vincenzi. La proposta di navi prigione per fronteggiare la sovrappopolazione nelle carceri era del ministro Alfano, e la sindaco l’aveva definita “incivile”.
Poi il giudizio di “inciviltà” è sfumato. Contano, a quanto pare, le coordinate geografiche: “Il no alle carceri galleggianti riguarda la loro eventuale collocazione a Genova, e non certo l’ipotesi che a realizzarle sia Fincantieri nello stabilimento di Sestri Ponente” (Marta Vincenzi, Corriere Mercantile del 29 novembre); “Noi non abbiamo nessun problema rispetto alla costruzione, - ha precisato l’assessore comunale Mario Margini – tocca poi al governo indicare le soluzioni su dove collocarle” (La Repubblica, 19 dicembre).

Nemmeno una parola spesa ad interrogarsi se costruire nuove prigioni serva a risolvere un affollamento carcerario fatto soprattutto di immigrati, tossicodipendenti e povera gente. Eppure basta ascoltare un po’ di Radio3, o fare un giro su internet per cogliere la complessità del problema e farsi venire qualche dubbio:
“Il carcere è sempre più un contenitore e un generatore di povertà … I detenuti che non hanno un domicilio sono esclusi dal beneficio delle pene alternative … molti detenuti anziani o malati restano nel carcere per mancanza di strutture di accoglienza socio-sanitarie esterne … siamo di fronte al fallimento di un intero sistema sociale che affida al carcere l’accoglienza e la custodia delle sue fasce più deboli … “ (Pastorale carceraria della Campania).
“65.000 detenuti, un record storico dal dopoguerra, 1500 morti in dieci anni di cui un terzo per suicidio, ma questa tragedia non si risolve costruendo più carceri; la recidiva di coloro che espiano interamente la pena infatti è del 68% mentre quella di coloro che sono usciti con l'indulto è del 27%. La gravità dei reati è relativamente bassa, le pene potrebbero essere scontate in parte, o in tutto, fuori dal carcere. Servono misure alternative, progetti di inserimento sociale, che però vanno sostenuti e finanziati, invece la spesa pro capite per detenuto in due anni si è dimezzata, da 13170 euro pro capite a 6393 euro”. (Mario Marazziti, portavoce della Comunità di Sant Egidio).
“E’ necessario garantire l’efficienza delle misure esterne e del recupero fuori dal carcere” (Donato Capece, segretario generale del sindacato autonomo polizia penitenziaria Sappe).
“Il sovraffollamento c’è: si buttano nel carcere tutti i problemi. Ma il problema più grande è che i detenuti devono starsene 20 ore in cella per mancanza di personale di sorveglianza di fondi per le attività” (Direttrice carcere di Reggio Calabria, intervistata a Radio3).
Per fortuna l’orizzonte dei lavoratori Fincantieri si è un po’ schiarito. Resta lo sconforto di vedere una classe lavoratrice che non riesce più a tenere insieme le sue legittime rivendicazioni con la tutela dei più deboli, e una classe politica che insegue l’immediato consenso
(Paola Pierantoni)

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3 Dicembre 2009

Diritti umani - Emergenza civiltà

A Cosenza, il prefetto emana un ordine di espulsione nei confronti di un gruppo di rom rumeni colpevoli di essere poveri e di sopravvivere in baracche. Stando a quanto scrive l’appello redatto dall’Associazione Sucar Drom, la motivazione del prefetto è: “perché i rom costituiscono una minaccia concreta, effettiva e grave all’incolumità pubblica.”
A Roma viene sgomberato il campo Casilino 900 con un plateale dispiegamento di forze mentre le ruspe passano sopra a tutto ciò che i rom non sono riusciti a portare con sè.
Sono appena tornato dal quartiere napoletano di Ponticelli dove 400 rom rumeni vivono confinati in un terreno tra rifiuti, topi, baracche con tetti in eternit e con un tasso di tubercolosi che sfiora l’80%; l’unica acqua che arriva è quella portata dal tubo di un privato cittadino e a sue spese.

A La Spezia 4.000 persone ritrovatesi su Facebook chiedono al sindaco di autorizzare una manifestazione antirom. Il sindaco autorizza per venerdì prossimo.
Il leghista Giancarlo Gentilini chiede pubblicamente la rivoluzione contro gli zingari.
Sconcerta l’addormentamento, la quiescenza di fronte a ogni parola o fatto che esprima odio e disprezzo per l’altrui umanità. Ammesso che “gli zingari” rappresentino “l’emergenza” in Italia, non è proprio in questi casi che una nazione mostra tutta la sua fede nella civiltà? Mostra i propri convincimenti etici? Voglio dire, se crediamo nella civiltà come valore non è perché un rom delinque che cambiamo strada. Si, perché cambiare strada è il negare il rispetto a un popolo. Oggi, l’unica emergenza in Italia è quella legata al concetto di civiltà.
“Parla bene lei, ma lo sa che gli zingari rubano?”
E’ vero, alcuni zingari rubano, ma come si vive in un campo nomadi? E’ mai andato nessuno a vedere come vivono questi italiani di etnia rom o sinta in un campo nomadi? Ci sono situazioni in cui trecento persone vivono con due soli bagni. Per non parlare delle baraccopoli sparse per il nostro Paese. Chi vorrebbe vivere in simili condizioni? Chi vorrebbe far partorire la propria moglie sotto un ponte? Davvero si crede possano esistere persone che si crogiolino in simili brutture? Ma ci siamo mai posti la domanda: e se fossi nato io lì, sotto quel ponte, che vita avrei avuto?
Siamo tutti d’accordo nel definire i rom, fascia debole di questo Paese? E allora, con quale coraggio ci scagliamo contro una fascia debole di società? Non sarebbe da aiutare questo popolo che soffre e piange la propria emarginazione? Invece no, si imbastiscono addirittura campagne politiche sulla pelle dei rom e senza nemmeno sentirne rimorso.
Com’era facile essere dalla parte dei buoni quando, trent’anni fa, criticavamo il razzismo degli Stati Uniti nei confronti dei “negri” o quello dei bianchi Sudafricani. Era facile credere nei valori della civiltà, ma ora che siamo noi dall’altra parte, viene fuori tutta la nostra ipocrisia di italiani brava gente.
(Pino Petruzzelli)

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5 Novembre 2009

Cinema - La scena del crimine secondo Michael Moore

Tra le ultime uscite nelle sale cinematografiche va segnalato l’ultimo film di Michael Moore, perché ha il pregio di far vedere sullo schermo quello che i più informati hanno potuto leggere su alcuni giornali, in internet e da alcune trasmissioni radio.
Capitalism: a love story è il racconto di quello che è successo negli USA negli ultimi anni, ed è una cronaca commovente, spietata ed ironica. Michael Moore fa quello che è bravo a fare: mettere in scena la vita dei più deboli, ponendosi domande alla ricerca di responsabilità. E se in Sicko, il film precedente, i deboli erano le persone prive di assistenza medica, in questo si riportano le conseguenze dell’enorme collasso finanziario americano sulla gente comune.

Nelle prime inquadrature un’intera famiglia svuota la propria casa per cederla alla banca. E’ la classe media che fa fagotto per pignoramento. Si era letto di interi nuclei familiari costretti a dormire nelle macchine perché la banca gli aveva sottratto la casa, ma vederlo sullo schermo annulla la distanza tra racconto e realtà.
Moore indugia anche su compagnie che – con lungimiranza e cinismo – hanno provveduto a stipulare assicurazioni sulla vita dei loro dipendenti senza avvisarli. Le società a riscuotere il premio in caso di morte, le famiglie degli scomparsi, totalmente ignare, a sostenere da sole i costi di malattia e funerale. Ci sono anche i piloti delle compagnie aeree ed i loro stipendi, gente così malpagata che si vede costretta al secondo lavoro. E c’è posto per parlare dei vertici di Citibank, di Morgan Stanley e dell’attività di lobby presso il governo americano. Occupazioni di fabbriche di ieri e di oggi si passano il testimone nella pellicola che vuole capire se il mito del capitalismo americano funzioni ancora o sia infine da condannare alla ricerca di un modello più giusto. Moore non ha dubbi e come un panzer entra in scena per reclamare alle banche i soldi anticipati loro dal governo o per circondare con un nastro con la scritta “scena del crimine” i palazzi di Wall Street, invita ndo i vertici delle aziende a consegnarsi alla giustizia. Viene allontanato dagli addetti al servizio sicurezza.
Non sarà facile per lo spettatore allontanare invece la profonda amarezza e l’inquietudine che questa storia possa riguardare il nostro paese molto più di quanto è possibile prevedere.
(Giovanna Profumo)

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16 Luglio 2009

Migranti - La badante a perdere

"Sono giเ grave peggio di cosi non si può finire ho perso quasi sensibilita delle dita , non come pensi tu io dito li muovo stringo in pugno ma pugno si stringe rittardo e punta delle dita sempre addormenta, e mi fa male polso. ma tu non lo sai tutta la storia io ieri avevo detto che mi famale tanto e che io vorrei andare al pronto ma questa qui me lo fatto la scenna che io decisa di lasciare perdere e aspetare ancora un pò".

Katiuska ่ una ragazza che ha accettato di lavorare "seppelllita", come si dice nell'ambiente, ossia due mesi chiusa in casa da sola con un vecchietto di novant'anni, senza mai uscire se non per portare la spazzatura per 5 minuti al giorno. Ha scelto di fare anche i sabati e le domeniche per recuperare l'ingente somma di denaro necessaria per mettere a punto il ricongiungimento familiare del figlio.

Con un vicino di casa che controlla che non arrivino "visite maschili", assolutamente vietate, le sono concesse poche ore al giorno di visita di donne, possibilmente colleghe in modo da garantire il ricambio della badante per i mesi a venire. Qualche impegno inderogabile pesa sul suo portafoglio per pagare una sostituta. Solo che lei la pagano 1,78 euro all'ora mentre lei a sua volta per le poche ore che sta fuori deve pagare a 7/8 euro all'ora alla sostituta. Quindi ogni ora libera le costa 4 ore di lavoro. Il giorno del suo compleanno decide di uscire 4 ore, valgono come 16.
A complicare tutto, da qualche giorno spunta un problema di salute, una vecchia emiparesi latente al braccio sinistro che ricomincia a manifestarsi con perdita di sensibilitเ all'avambraccio e a due dita in conseguenza di una operazione chirurgica. E' una situazione complessa, la "datrice di lavoro" si comporta con assoluta indifferenza al problema della ragazza, preoccupandosi solo che la badante naturale in ferie, quella che Katiuska sta sostituendo con i due mesi di seppellimento, non dเ segni di vita. Unica sua preoccupazione ่ trovare un'altro robot di carne per assistere il padre, ridotto in condizioni mentali terminali tali da confondere la poltrona con il gabinetto (e problemi conseguenti per la badante). D'altra parte Katiuska, essendo assunta in nero, teme che andando al pronto soccorso, la donna possa operare delle ritorsioni per aver abbandonato prima il lavoro. E di accompagnarla in un ospedale o chiamare almeno un medico, come dovrebbe fare una persona civile, n on se ne parla proprio.
Per ora Katiuska ่ autosufficiente. Se vuole esce, prende un taxi, va in un ospedale. Non rischia nulla, ha il permesso di soggiorno, amici che la possono assistere se dovesse essere ricoverata. Ma cosa accadrebbe se peggiorasse improvvisamente?
(Stefano De Pietro)

Posted by Eleana at 11:05 | Comments (0)

Diritti umani - Due belle notizie

Voglio farvi partecipi di due belle notizie: Amnesty International ha inserito tra le “azioni urgenti” la condotta del Comune di Milano nei confronti dei rom; l’altra è la condanna definitiva per il sindaco leghista di Verona Flavio Tosi.
La prima risale al marzo scorso quando Amnesty International fece partire da Washington l’appello internazionale indirizzato al sindaco di Milano Letizia Moratti a proposito della situazione di un gruppo di rom, tra cui bambini in età prescolare, che erano stati sgomberati 10 volte dai sottoponti milanesi e per altrettante volte costretti a ritornarvi per mancanza di alternative. “Da parte delle autoritเ milanesi” recitava l’appello appello di Amnesty “non c'è stata alcuna consultazione con quella comunità, nè้ tentativo di offrire alternative accettabili ai senza tetto.


Gli sgomberi forzati, portati avanti senza tutele legali e assistenza, sono sanzionati dalle norme internazionali come una violazione dei diritti umani, in particolare del diritto a una adeguata abitazione,” La situazione del popolo rom e sito a Milano non è migliorata, ma almeno stanno venendo alla luce le responsabilitเ della nostra politica nei loro confronti.
La notizia più recente, di ieri,è la condanna definitiva del sindaco di Verona Flavio Tosi per “propaganda di ideee razziste”.
Nel 2001 il sindaco di Verona avvi๒ una campagna razzista contro i Sinti veronesi. Intere famiglie italiane di etnia sinta furono sgomberate dal loro luogo di residenza e costrette a viaggiare da uno spiazzo all’altro per tutta l’estate. Al tutto si aggiunse una violenta campagna mediatica fatta di toni accesi e manifesti inneggianti l’operato del sindaco Tosi.
Ieri la Cassazione ha confermato la condanna per il sindaco di Verona a due mesi di carcere per “propaganda razzista”, più 50mila euro da versare alle vittime, oltre al pagamento di tutte le spese legali.
Naturalmente il sindaco non sconterà i due mesi in carcere, ma è่ già qualcosa che ci invita a guardare con speranza al futuro.
(Pino Petruzzelli)

Posted by Eleana at 10:59 | Comments (0)

Ghetto - Il degrado secondo l'assessore

C’่è coerenza tra la linea politica espressa dall’assessore Scidone, e quella ribadita, con le parole e con la presenza fisica, da Marta Vincenzi in occasione del Genova Pride?
La sindaco ha detto: “Essere qui significa che in questa cittเ avrete sempre un riferimento, perch้ a favore dei diritti e contro le discriminazioni ci ritroviamo noi, nella vostra stessa lotta”.
Per๒, quando si ascoltano in diretta le parole delle “princese” del ghetto riunite in Vico della Croce Bianca per dare vita alla loro associazione, emerge l’altra faccia della giunta, quella che loro hanno visto interpretata da Scidone, l’assessore che vuole chiudere i bassi dove lavorano i trans in quanto sono una fonte “di degrado”.

Le trans del ghetto chiedono: “cosa si intende per degrado? Se si vuole comprendere in questa parola anche gli esseri umani non ci stiamo. Vogliono chiudere i bassi accampando il motivo che non sono “abitabili”, ma noi non ci abitiamo: ci lavoriamo. Il nostro guadagno viene assimilato ai proventi delle attivitเ criminali, ma noi non compiamo reati: ognuna di noi ่ autonoma, siamo tutte proprietarie dei locali dove esercitiamo, qui non c’่ tratta o sfruttamento, e vogliamo che il nostro lavoro sia riconosciuto per tale: un lavoro. Il nostro sogno ่ che il ghetto possa diventare un laboratorio, un luogo di relazione, di attraversamento. Qui siamo da pi๙ di quaranta anni, facciamo parte della storia del quartiere. Se la giunta non capisce questo ่ segno che ha perso il radicamento col territorio, che anche il comune di Genova si fa prendere la mano dalle voglie sicuritarie che percorrono il paese”.
(Paola Pierantoni)

Posted by Eleana at 10:57 | Comments (0)

8 Luglio 2009

Iran - Senza un filo di paura

“Al fondo del mio cuore sento che succederà una cosa buona, sento che cambierà… No. Non possono durare così tanto”
Il fondo del cuore di questa donna iraniana - a Genova da più di cinque anni - è negli occhi neri luminosi e pacati. “Sono contenta che un’azione sia iniziata… Non se ne poteva più”.
Lo dice senza un filo di paura.
Lui, che le è accanto, precisa: “Normalmente un colpo di stato viene fatto contro un governo. In Iran il colpo di stato è contro la gente. Il 90% della popolazione è insoddisfatta. Adesso che un movimento è partito non sarà più come l’anno scorso o cinque anni fa”.


Gli iraniani a Genova sono circa trecento. Impiegati, medici, universitari. Dietro ad ogni persona prende corpo, nelle parole di B e A, una famiglia. Non un singolo medico, o un funzionario ma la famiglia che da quel posto trae sostentamento. “Nella sanità? Ci sono otto, nove famiglie. In alcune società sono presenti quindici famiglie”. Amici e genitori stanno bene, li sentono dall’Italia senza troppe difficoltà. B e A, al loro rientro in Iran, rischiano l’arresto per aver partecipato a manifestazioni in Europa. Ma è un costo previsto per la democrazia che hanno già messo in conto. E osservano: “Siamo in quattro milioni sparsi in tutto il mondo. Ci potranno arrestare tutti al nostro ritorno?”.
La formula basata sull’incapacità di un governo di imprigionare tutti i propri oppositori viene così applicata anche all’interno dei confini iraniani: “Non potranno arrestarli tutti. Le loro famiglie farebbero sentire la loro voce”. Capiscono però che è necessario trovare delle modalità di lotta meno rischiose della strada. Sanno dell’opposizione che dai tetti di Teheran, di notte, canta e grida “Allah akbar” – Dio è più grande – ma si scambiano sguardi solidali alla ricerca di altre soluzioni.
“Allah akbar lo dici contro il dittatore, per dargli il segno che sei contro di lui. La religione quando si mischia con la politica perde la sua sacralità. La religione dice di essere buono, di non far male agli altri…”. La libertà in Iran è nelle feste private e raccontano di milioni di persone scontente. Il danno economico di anni governo di Ahmadinejad è pari a quello dato dalla guerra Iran – Iraq. “Nel passato la frutta iraniana era famosa per la sua qualità. Adesso nei mercati il 90% è frutta straniera”. Il governo tende ad arricchirsi, alle spalle dei lavoratori. “Se tu parti dalla frutta immagina cosa stanno facendo del resto!”.
La comunità internazionale è stata troppo timida nell’opporsi, ma l’Iran possiede troppo petrolio e soldi, per questa ragione da cent’anni è alla ricerca di democrazia e libertà senza trovarle.
Ma in Iran spiega B, pensando a Persepolis della Satrapi, “il nero c’è, ma non è tutto così nero come nel film”. In città si può conoscere l’Iran anche grazie Pasargard, associazione culturale, nata con lo scopo di avvicinare la cultura persiana ai genovesi e di aiutare gli studenti provenienti dall’Iran. A programma iniziative in occasione delle feste di Ialda – in dicembre la notte più lunga dell’anno – e di Chahar Shanbeh suri – la festa del fuoco, l’ultimo martedì dell’anno e anche per Nouruz – festa di primavera. I colori velati dell’Iran passano anche da qui.
(Giovanna Profumo)

Posted by Eleana at 13:58 | Comments (0)

Badanti - La carità pelosa della regolarizzazione

Cos’è questa divisione dei migranti in una parte femminile innocente ed una parte maschile pericolosa? Da una parte le badanti da regolarizzare e dall’altra i temibili operai edili, metalmeccanici, agricoli ecc. da escludere.
Quale logica c’è dietro a questa divisione degli esclusi che pare condivisa dalla parte consistente della politica e dell’informazione?

C’è il vecchio/nuovo maschilismo secondo il quale alla inferiorità delle donne corrispondono meno opportunità ma anche minore responsabilità penale.
Le stesse donne immigrate sono divise tra badanti e altre lavoratrici che non saranno regolarizzate: nostalgia di un passato dove “andare a servizio” era l’unico lavoro che potevano sperare le ragazze del popolo. Cos’è poi questo silenzio del mondo delle imprese? E’ mai possibile che le vecchiette italiane abbiano la voce più alta di quella di Confindustria?
La regolarizzazione deve riguardare tutte le persone che lavorano e tutti i settori lavorativi.
Intervenire oggi contro la logica della carità pelosa per le “badanti” immigrate è molto più efficace che in occasione dell’8 marzo: democratici e laici sono invitati a prendere posizione.
(Saleh Zaghloul)

Posted by Eleana at 13:39 | Comments (0)

2 Luglio 2009

Rom - Lettera aperta all’assessore Scidone

Capisco che nei momenti di paura, di insicurezza economica lo zingaro diventi facilmente un capro espiatorio.
In Italia, come in tutti i Paesi civili, si è colpevoli per ciò che si commette e non per l’appartenenza etnica. Se anche un solo rom non rubasse lei deve difenderlo da possibili pregiudizi perché le sue sono le parole delle Istituzioni Democratiche che lei rappresenta. Cosa direbbe se un cittadino di Castelvolturno fosse discriminato su base pregiudiziale “perché in quella zona c’è la camorra”?
Prendo tuttavia atto delle parole che lei usa per definire genericamente i rom che viaggiano in camper: “gente che sparge liquami per terra, stende i panni tra i pali della luce e che dove arriva fa aumentare i furti.”

Parlava a titolo personale o a nome delle Istituzioni? Non le sembrano parole eccessive che potrebbero istigare all’odio razziale?
Mi piace citare lo scrittore Claudio Magris che parlando dei rom così dice: “I rom sembrano oggi la minaccia maggiore alla nostra sicurezza. Cieca bugia, distrazione di massa dalla realtà complessiva. Credo che i commercianti taglieggiati dalla camorra scambierebbero volentieri il danno, l’intimidazione -non di rado la morte- che sono costretti a subire con i fastidi di chi abita non lontano da un campo nomadi.” Caro Assessore credo che anche il professor Vattimo e il drammaturgo Pressburger non avrebbero posizioni tanto distanti da quelle di Claudio Magris, tanto per citare alcune personalità della cultura vicine al suo Partito.
Assessore, non le sembra opportuno rifarsi ai valori presentati dagli esponenti di maggiore spessore culturale e umano del suo Partito?
Il rom è da sempre uno splendido campo di battaglia politica, serve a far cadere governi e a metterne in piedi di nuovi, a vincere o a far perdere le elezioni.
E’ vero, alcuni rom rubano come alcuni siciliani sono mafiosi e alcuni pugliesi appartengono alla sacra corona unita, ma il fatto che alcuni vadano fuori dalle regole non ne sancisce una generale e aprioristica negazione dei diritti.
Il rispetto delle regole. Certo, anche i rom debbono rispettare le leggi e se rubano devono andare in galera. Un conto però è chiedere il rispetto delle regole dando diritti, un altro è negare rispetto e diritti. Le continuo a chiedere, dove sono le aree di sosta attrezzate in città? La prego, non mi parli dei campeggi, intendo le aree sosta attrezzate: quelle vere.
Stiamo concedendo diritti ai rom che vivono sotto i ponti di Genova?
Il suo è l’Assessorato alla città sicura, ma la sicurezza deve accarezzare tutti, compresi i bambini rom che continuano a sopravvivere sotto quei ponti.
(Pino Petruzzelli)

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Genova pride - The sound of silence

Il silenzio tombale che, tra una raffica e l’altra di applausi, si è fatto in Piazza De Ferrari al nome di Burlando, quando Vladimir Luxuria lo ha ringraziato, lui assente, per il sostegno finanziario dato al Pride, dovrebbe essere ascoltato con molta attenzione dall’interessato, perché in quel silenzio c’era tutta l’immensa distanza che lo separava da quella piazza.
Lo ha tenuto lontano un improrogabile impegno familiare. Peccato, perché la presenza personale, il mettere il proprio corpo, la propria faccia, a contatto con altri corpi e facce è un messaggio politico inequivocabile.

Marta Vincenzi ha capito, c’è andata lei, e c’è andato un bel numero dei suoi assessori. Ha capito che quella del 27 giugno non era una piazza GLTB, ma una piazza piena di gente: G, L, T, B, etero, bianchi, neri, turchini, genovesi e foresti che partecipavano a quella che Enrico Pedemonte su Repubblica definisce “La manifestazione politico culturale più importante che si è svolta a Genova negli ultimi anni”. Una piazza in larghissima prevalenza di sinistra che parlava di diritti e di dignità, importante per tutte le differenze che la attraversavano senza frantumarla, e che ha posto alla politica domande di fondo: sul concetto di famiglia; sul rapporto tra uguaglianza e differenza; sulla soglia angusta su cui si incagliano molte sbandierate dichiarazioni di laicità; sul rispetto del diritto di ciascuno su se stesso, sul suo corpo; su come tentare di tutelare con azioni internazionali e politiche di accoglienza chi rischia la prigione e la morte per le proprie scelte sessuali. La prima piazza che ha dato voce nazionale alla rivolta in Iran. Credo la prima manifestazione a Genova con la traduzione simultanea per i non udenti.
Compito della politica rispondere: esserci, compromettersi.
Pedemonte nel suo bel fondo (ma come mai Repubblica sulle pagine nazionali ha relegato la notizia ad un piccolo articolo in ventunesima pagina?) osserva: “La politica, quella che non è mera occupazione del potere, dovrebbe essere soprattutto battaglia culturale. E quella per i diritti civili non è forse oggi la prima battaglia della sinistra?”
(Galleria di immagini a cura di Paola Pierantoni ed Ivo Ruello)
(Paola Pierantoni)

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Diritti - Non li reclama più nessuno?


“A dire il vero, li avevo ereditati... Vede, non ero ancora nata che i grandi d’Europa già ne discutevano, i diritti li ho ricevuti fatti e impacchettati, come la collana di perle della nonna, e forse li davo per scontati.”
“Cara signorina, scusi se la interrompo, doveva stare più attenta. La distrazione, sulle cose serie, proprio non la concepisco. Posso capire perdere un ombrello, un cappellino...Ma i diritti! Vabbè, lasciamo stare... Continuiamo la lista?”
“D’accordo. Ma mi tolga una curiosità: sono l’unica che s’è accorta di averli persi?"
“Credo di no, signorina, ma ultimamente i diritti non li reclama più nessuno.”

9)Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo (1948): art. 6. Ogni individuo ha diritto, in ogni luogo, al riconoscimento della sua personalità giuridica.
10) art. 13. Ogni individuo ha diritto di lasciare qualsiasi paese, incluso il proprio, e di ritornare nel proprio paese.

11) art. 23. Ogni persona ha diritto al lavoro, alla libera scelta dell’impiego, a giuste e soddisfacenti condizioni di lavoro ed alla protezione contro la disoccupazione. 12) art. 24. 1. Ogni fanciullo, senza discriminazione di razza, colore, sesso, religione, origine nazionale o sociale, condizione economica o nascita, ha diritto a quelle misure protettive che richiede il suo stato minorile, da parte della famiglia, della società e dello stato. 2. Ogni fanciullo deve essere registrato subito dopo la nascita e ad avere un nome. 3. Ogni fanciullo ha diritto ad acquisire una cittadinanza. Dichiarazione e convenzione sull’esercizio dei diritti dei minori art. 8. Gli stati parte si impegnano a rispettare il diritto del fanciullo di conservare la propria identità, nazionalità, nome e relazioni familiari, quali riconosciuti per legge, senza interferenze illegali 13) Dichiarazione e convenzione sull’eliminazione di ogni forma di discriminazione razziale (1963). Art.2.2. Nessuno stato deve incoraggiare, raccomandare o sostenere, attraverso misure di pubblica sicurezza o in altro modo, la discriminazione fondata sulla razza, il colore o l’origine etnica praticata dai gruppi, dalle istituzioni e dagli individui.
14) art. 9. Ogni propaganda e organizzazione fondate sull’idea della superiorità di una razza o di un gruppo di persone dello stesso colore o origine etnica, che agisce in vista di giustificare o di incoraggiare una qualsiasi forma di discriminazione razziale, saranno severamente punite o condannate
15) Convenzione sull’eliminazione di ogni forma di discriminazione razziale (1965). Art. 2.e) Ogni parte si impegna a favorire, all’occorrenza, le organizzazioni e i movimenti integrazionisti multirazziali e altri mezzi propri per eliminare le barriere fra le razze, e a scoraggiare ciò che tende a rinforzare la divisione razziale.
....
(Le convenzioni citate - qui e in OLI 231- sono state formulate tra il 1948 ed il 1984 dagli organismi internazionali che operano nell’ambito dei diritti umani e si ispirano a principi universali. L’Italia le ha ratificate ed adottate, dovrebbe quindi essere impegnata al rispetto di esse.
La “lista dei diritti smarriti” è incompleta e si propone di essere un strumento, per chi vorrà aggiornarla e magari, un giorno, andarli a reclamare. (I testi delle leggi sono stati tratti da Defilippi C. Bosi D. 2001, Codice dei diritti umani, Ed. Giuridiche Simone).
(Eleana Marullo)

Posted by Eleana at 01:30 | Comments (0)

Diritti - Quelli dei migranti e quelli delle donne

Il 3 giugno, il presidente della Camera Gianfranco Fini ha detto alla Comunità di Sant’Egidio, sua ospite a Montecitorio che “I figli degli immigrati nati in Italia che frequentano le scuole è giusto che abbiano la cittadinanza”.
Secondo “Generazione 2”, associazione dei figli degli immigrati nati in Italia, la cittadinanza è il problema prioritario.
Quando questi ragazzi scoprono che non avere la cittadinanza li priva di una serie di diritti e servizi riservati ai cittadini italiani, si sentono fortemente discriminati e ne sono profondamente colpiti.

Occorre modificare la legge sancendo l’automaticità del diritto alla cittadinanza per tutti coloro che nascono in Italia. La legge 91/92 prevede invece che debbano fare una domanda entro un anno dal raggiungimento della maggiore età se hanno vissuto legalmente e senza interruzione di residenza in Italia.
Accade molto spesso che per certi periodi siano stati irreperibili per gli uffici dell’anagrafe e che la domanda non venga presentata entro un anno: diventa così molto difficile ottenere la cittadinanza.
Le rigidissime norme della legge 91/92 sono vecchie e risalgono di fatto alla legge della cittadinanza del 1912. In base a questa legge, ad esempio, fino al 1975, la donna italiana che sposava un cittadino straniero perdeva la cittadinanza italiana, fino a quando la Corte costituzionale con sentenza 87/75 ne ha dichiarato l'illegittimità nella parte in cui prevede la perdita della cittadinanza italiana indipendentemente dalla volontà della donna.
Solo dal 1983 la donna italiana ha potuto trasmettere la cittadinanza italiana ai figli nati dal matrimonio con un cittadino straniero, quando la Corte costituzionale con sentenza 30/87, ha dichiarato costituzionalmente illegittimo l’art.1, par.1, della legge del 1912 che stabiliva la condizione di cittadino solo per i nati da padre italiano. Fino a poco tempo fa erano discriminate le stesse cittadine italiane ed i loro figli, mai come allora fu così evidente l’unicità della lotta per l’emancipazione delle donne italiane e la lotta alla discriminazione razziale.
Occorre superare le culture arcaiche per stare al passo delle nuove società democratiche nelle quali le diversità non devono influire sull’accesso ai diritti.
(Saleh Zaghloul)

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24 Giugno 2009

Manifestazioni - Una giornata per l'Iran

“Non lasciamoli soli”, con questo titolo è stato convocato un presidio di solidarietà per l’Iran, giovedì 25 giugno alle ore 18.00 in Piazza De Ferrari – lato Palazzo Ducale a Genova. Se ne sentiva la necessità.
Adesso Genova si potrebbe chiedere, insieme alle proprie istituzioni, ai sindacati, alle associazioni, ai molti volenterosi che in città difendono i diritti umani, quanto gli atroci fatti di Teheran la riguardino e se non sia il caso, con energie e rapidità, di convocare una manifestazione nazionale di solidarietà e difesa di tutti coloro che per la democrazia stanno morendo in Iran.
E’ un’Italia silenziosa quella che si presenta in ambito internazionale in questa occasione, decisamente incapace di presidiare i diritti e la democrazia all’estero. Non siamo stupiti. Tuttavia sappiamo quanto il nostro paese sia ricco di donne e uomini che sbigottiti leggono le notizie su Teheran e sono desiderosi di reagire testimoniando. Genova, per la sua storia, potrebbe essere il punto di avvio per immaginare, con chi lo vorrà, una giornata nazionale da dedicare esclusivamente all’Iran, a Neda – sedicenne ammazzata da un cecchino – a tutte le vittime del regime, e ai molti prigionieri torturati e inghiottiti nelle carceri iraniane

Posted by Eleana at 19:53 | Comments (0)

Psichiatria - Il campetto psichiatrico del San Martino

“Campus psichiatrico”. Di questo ha parlato Gianni Orengo, direttore Sanitario di San Martino, riferendosi ad un progetto, in fase di realizzazione, all’interno dell’ospedale. Il concetto richiama scenari spaziosi, ma nel merito la stampa genovese non ha dato informazioni dettagliate. Si suppone tuttavia che Orengo si sia ispirato ad un modello, nei fatti difficile da rintracciare, ma di cui indichiamo di seguito quelli che potrebbero essere alcuni elementi fondanti che ci sono stati dati dagli USA. Simile a un Campus Psichiatrico è un luogo in grado di accogliere diverse tipologie di pazienti. E’ immerso nel verde. Al suo interno quattro, cinque palazzine basse ospitano bambini – per i quali è prevista l’attività scolastica – adulti, pazienti in fase acuta e non.

Il numero dei malati varia in base alla grandezza del luogo. Possono ricorrervi sia cittadini coperti solo da medicaid (assicurazione federale per non abbienti) sia pazienti lavoratori coperti da assicurazione privata.
E’ previsto il contenimento del paziente in fase acuta – se necessario - utilizzando dei protocolli medico-legali molto rigidi.
Le attività di gruppo sono uno degli elementi centrali per il recupero del malato. La giornata è scandita da momenti precisi: sveglia mattutina, incontro aperto, di gruppo tra pazienti e terapeuta per parlare di stati d’animo, effetti e posologia dei farmaci e numerose attività volte al recupero del malato. L’obbiettivo è ridurre al minino l’ospedalizzazione attraverso supporto terapeutico, consapevolezza e controllo dei farmaci.
Ogni paziente ha un quaderno nel quale appuntare quello che prova. E’ incentivato il supporto reciproco tra i malati, capacità di ascolto ed accoglienza del dolore. E’ sempre presente uno staff paramedico al quale rivolgersi in caso di necessità.
Arte terapia, meditazione yoga, gruppi di autostima, psicodramma, gruppi specifici per tossicodipendenti sono la base del percorso psichiatrico. Vanno aggiunte le passeggiate in piccoli gruppi, attività sportive supportate attraverso il trasferimento dei degenti nelle palestre con un pulmino, attività di giardinaggio e di cucina. Lo staff, in team, organizza attività in spazi adeguati. Convivono nei gruppi diverse tipologie di malati. Il campus dispone di sala TV, sala lettura, sala per attività artistiche, mensa. Ogni componente dello staff ha un ruolo e un compito preciso. Lo scopo è fare in modo che il paziente non resti prigioniero della propria malattia. Per questo l’attività di una giornata è programmata di ora in ora.
Si può fumare all’aperto tra un’attività e l’altra. Sono previsti tempi per i fumatori, circa 15 minuti. La sigaretta viene accesa esclusivamente dal personale di reparto che controlla accendini e tutti i materiali che possono generare pericolo alla comunità.
Sono vietati i telefoni cellulari, ma è previsto un telefono di reparto per telefonate da e per i pazienti che devono sostenere il costo delle chiamate.
Lungi dall’essere SPA, questi luoghi di cura – nei quali il dolore comunque non è cancellato – si ispirano a quanto stabilito per il recupero del malato dall’American Psychiatric Association. In fase di dismissione il paziente può ricorrere ai centri diurni, dove viene accolto generalmente dalle ore 9 alle ore 15. Qui pranza, incontra i medici e partecipa a gruppi orientati alle sue problematiche. I luoghi di cui dispone San Martino (vedi padiglione 11) non appaiono consoni a progetti di questo respiro. Quelli esistenti nella regione (vedi cartolarizzazione di Villa Raggio di Via Pisa, Ospedale di Pratozanino a Cogoleto candidato per le olimpiadi giovanili del 2011, Quarto) sembrano dispersi.
Ma forse c’è stato un errore e di “campetto psichiatrico” si voleva parlare.
(Giovanna Profumo)

Posted by Eleana at 19:43 | Comments (0)

16 Giugno 2009

Migranti - Liste di proscrizione: i volenterosi complici degli aguzzini

I fatti risalgono ai primi di febbraio 2009 ma sulla stampa se ne è parlato solo a metà del maggio scorso (su Repubblica vari articoli tra il 20 e il 25 maggio). A Genova una preside che si presenta nelle aule di tre istituti superiori ai quali sovrintende (Einaudi, Casaregis, Galilei) e dice “dite al vostro compagno o alla vostra compagna tale dei tali che se non si presenta coi documenti le mando i carabinieri a casa”. Per maggiore chiarezza, l’elenco dei destinatari interessati al messaggio compare anche sulla lavagna. Pochi giorni dopo, il 16 febbraio, una sessantina (molto meno della metà!) di docenti di quegli istituti sottoscrive una protesta: chiedono spiegazioni dell’inusuale comportamento.

Parte una inchiesta amministrativa dai tempi blandi: perché il tempo, si sa, è la migliore medicina. L’ispettore arriva a maggio quando i fatti ormai sono trapelati e dichiara che sì, forse dei nomi sulla lavagna la preside poteva fare a meno; meglio sareb be stato chiamarli uno per uno… In ogni caso – ha precisato – era fuori discussione la “buona fede”. Proprio la “buona fede” avrebbe suggerito alla preside, di dare ex cathedra una lezione di educazione civica, umanità, dignità e lealtà alle istituzioni che lei stessa rappresenta, scrivendo sulla lavagna i nomi dei cattivi, gli inadempienti. Un semplice promemoria, si è difesa lei; semplicemente una “modalità eccessiva”, hanno osservato colleghi e colleghe cerchiobottiste. Poi, a oltre due mesi dai fatti, la cronaca se ne è impossessata complice le interrogazioni politiche. Così per qualche giorno poi il fatto – così faticosamente emerso (oltre due mesi! Come mai?) – è di nuovo scomparso. Chissà come concluso.
Scuole e ospedali: istituzioni e servizi, luoghi principe con cui una società si presenta ai cittadini, luoghi di affermazione dei diritti fondamentali: la salute, l’istruzione. Luoghi che per definizione hanno il segno dell’universalità, della collaborazione, della pace dove si va per guarire, per imparare, prima di tutto a stare insieme.
Cosa succede? Succede che l’uso martellante, ossessivo, strumentale del tema della sicurezza ha aperto la strada alla legittimazione del razzismo, alla sua legittimazione morale. Quella che permette ai singoli di metterci del proprio: non importa se per imbecillità, tornaconto, viltà o altro del genere. I soldati tedeschi che la mattina del 16 ottobre del 1943 a Roma, deportarono dal ghetto oltre mille ebrei per spedirli alla morte avevano in mano elenchi dattilografati che erano stati compilati, ben prima del loro infame progetto, da solerti impiegati dell’anagrafe romana. Più recentemente il quotidiano tedesco Der Spiegel – ripreso dal Secolo XIX 18 maggio 2009 – con una approfondita inchiesta ha mostrato come lo sterminio di massa degli ebrei è stato reso possibile dalla collaborazione, in Germania e in tutti i paesi alleati o occupati, da centinaia di migliaia di complici. Aguzzini per scelta, per cultura, per imbecillità; non fa differenza.
(Manlio Calegari)

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Documentari - “Come un uomo sulla terra” anche a Genova

Teatro Eden, Genova Pegli, 15 giugno 2009: le associazioni “Genova con l’Africa” e “Art Afric” hanno organizzato la proiezione di “Come un uomo sulla terra”, documentario di Riccardo Biadene, Andrea Segre e Dagmawi Ymer girato nel 2008, per conservare la memoria del viaggio, che Damawi, e con lui migliaia di profughi etiopi e di altre nazionalità, hanno compiuto attraverso il deserto, prima di arrivare in Italia. Dag, il protagonista e tra gli autori del documentario, studiava giurisprudenza ad Addis Abeba, fino a quando, a causa della repressione e della condizione politica nel suo Paese, ha deciso di espatriare e di cercare rifugio altrove.

Quello che aspetta chi attraversa il deserto tra il Sudan e la Libia, però, è un susseguirsi di violenza e corruzione, ad opera dei trafficanti di uomini e della polizia libica, anni di detenzione nelle carceri, create grazie ai fondi italiani, a Bengazi, Mistarah e Kufrah, soprusi e stupri, deportazioni in carri-container, sempre acquistati con sovvenzioni italiane. I confini tra polizia e trafficanti sono labili, tanto che la polizia rivende i prigionieri, a 30-35 dinari a persona, ai gestori del traffico. “Possibile” si chiede una donna intervistata, “che i giornalisti non abbiano fatto sapere subito cosa stava succedendo?”.
Il ruolo delle organizzazioni internazionali appare ridicolo e giustificatorio, come nel caso dell’agenzia Frontex, un'istituzione dell'Unione europea che coordina il pattugliamento delle frontiere esterne aeree, marittime e terrestri degli Stati UE: nel rapporto finale di una missione nelle carceri libiche, le conclusioni dell’agenzia recitano più o meno testualmente, che “si è potuta constatare la vastità del deserto”.
A commento del film l’avvocato Alessandra Ballerini spiega le novità del ddl sicurezza, e tra il pubblico c’è chi scuote la testa indignato e cita il comma 22. Sono quasi tutti genovesi, teste canute, tutti si conoscono e serpeggia l’impressione che si informi solo chi in realtà sa già, e che ci sia una larga fetta di popolazione che non ne vuole sapere nulla, del tutto refrattaria a qualsiasi notizia. “Mia moglie non è venuta perché è leghista”, si lamenta un signore, “mia figlia è radicale, mio cognato di Forza Nuova, insomma, basta andare a vedere un film e si scatena la lite in famiglia”.
Il progetto di diffusione del documentario tuttavia continua, e la distribuzione spontanea del film è coordinata tramite il blog comeunuomosullaterra.blogspot.com, dove è possibile trovare il calendario delle prossime proiezioni o il contatto per organizzare una presentazione.
(Eleana Marullo)

Posted by Eleana at 23:10 | Comments (0)

2 Giugno 2009

Lettere - Banali semplificazioni e negazione dei diritti

Pubblichiamo il comunicato stampa che padre Alberto Remondini, presidente della Associazione San Marcellino, ha inviato il 20 maggio u.s. ai mezzi di informazione, ripreso – a quanto risulta – solo dal Corriere Mercantile del 21 maggio.
Come era prevedibile il Disegno di Legge sulla Sicurezza, il cosiddetto “pacchetto sicurezza”, è stato approvato anche alla Camera dei Deputati il 13 maggio scorso.

Rinnoviamo la nostra totale disapprovazione non solo delle norme, in particolare gli articoli 42 (iscrizione all’anagrafe subordinata all’accertamento dei comuni dell’esistenza di requisiti igienico-sanitari dell’abitazione, vanificando, tra le varie cose, la possibilità di riconoscere la residenza anagrafica alle persone senza dimora) e 50 (istituzione presso il Ministero dell’interno del registro delle persone senza dimora) che colpiscono duramente la già fragile e pesante condizione in cui versano le persone senza dimora, in esso contenute, ma anche la filosofia con cui questo governo affronta tutte le tematiche legate ai temi del disagio e dell’immigrazione.
Dal provvedimento discutibile della Social Card, al DDL in oggetto, per arrivare ai più recenti respingimenti dei migranti in rotta verso le coste italiane, cogliamo la volontà di negare i diritti ai più deboli e di far leva su tanto banali quanto pericolose semplificazioni dei complessi problemi che la nostra società e tutti i paesi in generale, si trovano a dover affrontare.
La nostra preoccupazione parte dal destino di tante persone in condizione di maggior debolezza per giungere al tipo di cultura che provvedimenti di questo tipo promuovono. Far leva su egoismo e naturale paura della diversità per ottenere consensi con l’utilizzo di una politica populista e demagogica ci sembra quanto di più inadatto per aiutare il paese ad affrontare le difficoltà e la fatica che l’immensa ricchezza dell’accoglienza e dell’apertura agli altri porta con sé.
Pertanto, come soci fondatori della FIO.psd (Federazione Italiana degli Organismi per le persone senza dimora), rinnoviamo la nostra totale adesione al comunicato stampa emesso dalla Federazione in data 14-5-2009 reperibile al link: http://www.fiopsd.org/files/comunicato%20stampa%20pacchetto%20sicurezza.pdf .
(Alberto Remondini)

Posted by Eleana at 22:57 | Comments (0)

20 Maggio 2009

Carceri - Edilizia penitenziaria corsi e ricorsi

“Nell’Inghilterra del Settecento le prigioni scarseggiavano… Le autorità parlavano continuamente del bisogno di nuove prigioni, approvavano leggi, ma all’atto pratico non succedeva nulla. Gli inglesi quindi non ampliarono le loro prigioni, e nel 1776 trovarono un compromesso… Il Tamigi e i porti dell’Inghilterra meridionale erano pieni di vecchie navi in disarmo, ex vascelli di guerra o per il trasporto delle truppe, senza più alberi e attrezzatura e con il fasciame corroso, ma ancora in grado di stare a galla e quindi in teoria abitabili…

Ma… verso la fine del decennio 1780 – 1790 il numero dei carcerati già aumentava di 1000 all’anno, aggravando non solo il problema della sicurezza, ma anche quello del tifo, ormai endemico. Era chiaro che si doveva tornare alla deportazione, ma in quali terre? La scelta delle autorità cadde infine sull’Australia, il punto meno immaginabile della terra, solo una volta toccato da uomini bianchi…” (*)
Soluzione arcaica, quella delle navi carceri, sepolta dal suo fallimento già a fine ‘700… e invece ecco che rispunta nel "piano straordinario di edilizia penitenziaria" presentato al ministro Alfano dal direttore del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria Franco Ionta.
Copiate le prigioni galleggianti, sarà molto difficile copiare la soluzione al loro fallimento: il mondo si è ristretto, e ormai non c’è a disposizione più nemmeno l’Australia per una bella deportazione. (*) Robert Hughes – La riva fatale (Adelphi)
(Paola Pierantoni)

Posted by Eleana at 08:22 | Comments (0)

6 Maggio 2009

Migranti - L'Ecuador accoglie i rifugiati colombiani

L'Ecuador è il paese dell'America Latina con la più alta densità di popolazione (43 abitanti/kmq), ed annovera una popolazione di circa 13milioni di persone (da wikipedia ). Come reagisce un paese relativamente piccolo e poco abituato all'immigrazione - i movimenti migratori in Ecuador sono riferibili quasi totalmente agli spostamenti interni, tra la sierra e la costa - ad un massiccio ingresso di stranieri in fuga dalla guerra?

a situazione nell'Ecuador, al confine settentrionale con la Colombia, è rovente: le relazioni diplomatiche sono interrotte dal 3 marzo 2008, quando, nel corso di un'azione contro un accampamento clandestino delle Farc (Forze armate rivoluzionarie della Colombia) fu bombardata un'area della foresta amazzonica, all'interno dei confini ecuadoriani. Scoppiò un caso di grande risonanza che non ha portato allo scontro diretto tra i due paesi solo grazie agli sforzi di mediazione internazionale.
Nell'ultimo decennio necondo le stime dell'Onu, si sono riversate in Ecuador circa 200mila persone in fuga dalla guerra fra le Farc e le forze di polizia colombiane. All'inizio del 2009 un accordo firmato fra il governo ecuadoriano e l'alto commissario Onu per i diritti umani Martha Juarez, ha stabilito che almeno 50mila cittadini colombiani ricevano lo status di rifugiati. L'accordo prevede l'invio di funzionari nelle regioni settentrionali (Esmeraldas, Carchi, Sucumbios, Orellana e Imbabura), per verificare la situazione ed iscrivere i colombiani nelle liste degli aventi diritto allo status di rifugiato.
L'Ecuador, secondo le parole dell'Alto commissario Juarez, primeggia nell'accoglienza ai rifugiati ed è considerato un Paese modello "in cui non solo si offre la possibilità di accedere al territorio nazionale, di ricevere asilo, ma anche di beneficiare di una politica inclusiva di integrazione" (http://it.peacereporter.net/articolo/13860/Ecuador%2C+il+rifugio+dei+colombiani ; http://it.peacereporter.net/articolo/14928/Ecuador-Colombia%2C+%E8+ancora+guerra+diplomatica ).
(Eleana Marullo)

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29 Aprile 2009

Sicurezza - Il Pd tra Minniti e Touadi

16 aprile 2009, Salone di rappresentanza di Palazzo Tursi, dibattito organizzato dal PD genovese: “La sicurezza è tutela dei diritti di tutti”.
Primo relatore, il ministro-ombra (Interno) del PD, Minniti, rivendica la sicurezza come monopolio dello Stato e afferma che la via maestra per garantirla passa attraverso l'aumento dei fondi alle forze di polizia, che ha sofferto tagli pesantissimi dal governo. Le norme del ddl 733 non hanno sortito l'effetto di porre freno alla violenza- afferma il politico-così come la soluzione di portare l'esercito nelle città. “Combattere i clandestini”, tra i propositi elencati da Minniti, “distinguere chi delinque e chi no, la badante dallo stupratore”.

Grande rilievo dato anche a soluzioni urbanistiche: tra gli strumenti per garantire più sicurezza nelle strade, quindi, mezzi alla polizia, maggiore illuminazione delle piazze, più attenzione all'urbanistica, in modo da creare un territorio vissuto.
All'esposizione di Minniti seguono una serie di interventi della società civile, operatori del sociale, italiani e stranieri ( a riprova che la presenza straniera non si riduce alla dicotomia badante/stupratore). Rappresentanti di associazioni come CGIL, CISL, Comunità islamica Genova, ARCI, Ordine dei medici, Genova, Comunità S.Egidio, FIOPSD (Federazione Italiana degli Organismi per le Persone Senza Dimora ), SILP (Sindacato Italiano Lavoratori Polizia), Centro Studi Medì, Coord. Donne Latino Americane.
Tutti i prendono spunto dalle parole di Minniti, polemizzando, in alcuni casi, cambiando totalemente il fuoco. C'è chi ricorda, insieme alle vittime del terremoto, anche le migliaia di morti che giacciono in fondo al Mediterraneo e chiede, genericamente, al PD “Potevate abrogare la Bossi-Fini quando eravate al governo. Come mai non lo avete fatto?”, chi interviene sul linguaggio e sull'uso del termine “clandestini”, chi ricorda i diritti elusi, come l'iscrizione all'anagrafe dei figli dei clandestini,. Viene trattato il tema della sicurezza sul lavoro, sempre meno protetta dalla legge a causa delle nuove norme sugli appalti che negano la responsabilità dell'azienda appaltatrice.
Chi opera nel sociale è concorde nell'affermare che i clandestini non sono criminali e non vanno combattuti, che conducono una vita terribile dalla quale sono impossibilitati ad uscire, e che il mancato rispetto di diritti quali la libertà di culto e la possibilità di sviluppare un'identità multipla creerà seconde generazioni arrabbiate. Unanime la richiesta, da parte della società civile, di una risposta diversa alla questione sicurezza, ossia sul terreno relazionale, con un grosso investimento nel sociale.
A chiudere il dibattito, riunendo le istanze della politica e quelle della società, l'intervento di Jean L. Touadi, deputato del PD attualmente alla Commissione Giustizia.
“Si tratta di riempire la parola sicurezza di nuovi contenuti”, esordisce, per affermare, da una parte, l'importanza della legalità come fondamento della convivenza, dall'altro l'inviolabilità dei diritti umani, che sono connaturati all'uomo e non “gentile concessione”. Touadi elenca, richiamando il Manifesto di Saragozza, le condizioni da creare per garantire la sicurezza: decoro urbano, ma anche capacità di mediazione sociale, educazione alla legalità, cultura. “La società rifiuta pervicacemente di riconoscere il mutamento”, afferma Touadì, ma le paure non vanno stigmatizzate, bensì ad esse di devono dare risposte razionali.
I cittadini sono in attesa.
(Eleana Marullo)

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25 Marzo 2009

Moschea, un gruppo di fedeli si interroga

Vogliamo per un momento ragionare insieme e valutare le premesse e le conseguenze dei nostri atteggiamenti? Proviamo a metterci nei panni degli altri. Quanta pazienza avremmo noi se ci impedissero di avere una chiesa o, parliamo in termini non confessionali – un luogo pubblico in cui essere noi stessi ed esprimere la nostra più intima realtà? Saremmo capaci di renderci disponibili al cambiamento quando un nostro progetto, che aveva - da un punto di vista urbanistico - la possibilità concreta di essere approvato, fosse rinviato sine die, quando ci venisse proposta prima una zona, poi un’altra, con continui rinvii, offrendoci la chiara sensazione di essere giudicati tutti delinquenti in ragione della nostra identità?

E’ una concezione simile a quella di Hitler che additava come nemici dell’uomo gli ebrei, tutti, in ragione della loro “razza”. Capita anche a noi, del resto, di esser considerati mafiosi solo perché italiani.
In quasi tutti i paesi musulmani ci sono chiese, istituti e, spesso, prestigiose scuole gestite da cristiani. Vogliamo allinearci a quei pochi paesi più retrivi? Talvolta gli islamici hanno garantito la convivenza tra cristiani al punto che, paradossalmente, le chiavi della Basilica del Santo Sepolcro a Gerusalemme sono affidate, da secoli, ad una famiglia musulmana, perché i cristiani litigano tra di loro, come abbiamo visto recentemente alla televisione.
Nei periodi in cui c’è stata una grande capacità di convivenza ci sono state grandi conquiste culturali nel campo della matematica, filosofia, astronomia, nella conoscenza della cultura greca, ecc. La Spagna dell’inizio del secondo millennio, la Sicilia di Federico II, l’India del Nord nel periodo precedente la colonizzazione britannica ne sono un esempio ed ancora oggi risplendono le architetture moresche, le decorazioni a finissimi disegni, i giardini e le fontane. Sono proprio queste le zone che i turisti frequentano. Per non parlare, poi, di quanto gli Stati Uniti siano cresciuti in ragione proprio delle diversità degli immigrati, tra cui, inizialmente malvisti, gli italiani.
Nel Medioevo la Repubblica di Genova si preoccupava di offrire agli schiavi musulmani i necessari luoghi di culto e permetteva che avessero il tempo di recarvisi a pregare. La nostra Costituzione agli art. 8 e 19 riconosce la libertà di culto. Vogliamo tornare ad una “civiltà” pre-medievale, anzi pre-cristiana? Se gli scopi dei frequentatori della futura moschea fossero altri e cioè contrari alla legge, spetta alla autorità dello Stato controllare, prevenire o reprimere. Si dice che la moschea costituirebbe un pericolo perché favorirebbe i “collegamenti” fra gli immigrati allo scopo di commettere reati, ma non è più pericoloso che tali eventuali collegamenti avvengano in zone meno controllabili? Non dimentichiamo che gli immigrati abitano molto vicini tra loro, quasi in ghetti: è molto facile trovare il modo di accordarsi per delinquere, senza bisogno di ricorrere alla moschea. Non dimentichiamo invece che i responsabili delle comunità islamiche di Genova hanno promesso per tutti libero accesso alla moschea e hanno previsto che i discorsi di commento siano pronunciati in italiano: non la preghiera coranica in senso stretto che deve esser recitata in arabo, anche da chi non lo capisce (così come avveniva per i cattolici prima del Concilio, quando le preghiere liturgiche erano in latino).
Per contestare la moschea si utilizzano ragionamenti apparentemente logici, ma legati più che altro alla paura alimentata ad arte da una propaganda che fa leva sull’istinto: ben noto sistema che in tutte le epoche ha portato a nascondere i problemi veramente urgenti dei vari governi, caricando sugli “altri”, sui “diversi” di turno le difficoltà politiche e/o economiche. Tuttavia c’è un fatto ancora più grave: la contestazione mira anche ad offendere, non ragiona neanche più: prova ne sia che vengono esibiti salami e maiali con l’evidente intento di umiliare chi, per ragioni religiose, si astiene dal mangiare carne suina.
Per concludere: la situazione ci fa paura, ma per una ragione opposta: abbiamo paura del crescere di questa tensione razzista e del rischio che questo comporta, come ben ricorda un noto proverbio: chi semina vento raccoglie tempesta. Gli islamici sono ormai numerosi tra noi: non è più lungimirante chi cerca di offrire amicizia piuttosto di chi vuole lo scontro?
(Virgilio Canepa, a nome di un gruppo di fedeli di Religioni diverse impegnati nel dialogo interreligioso, aderenti alla "Conferenza Mondiale delle Religioni per la Pace - W.C.R.P.")

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18 Febbraio 2009

Sicurezza - San Marcellino per i senza dimora

Comunicato stampa
L’approvazione di ieri in Senato del cosiddetto pacchetto sicurezza (disegno di legge n.733) trova tutta la nostra disapprovazione, ci muove alla più forte indignazione e ci costringe a prendere la parola in vece di coloro che incontriamo quotidianamente e che si trovano nell’impossibilità di farlo.
Per quanto riguarda, in particolare, gli articoli 36 e 44, si evince o l’assoluta mancanza di conoscenza del problema delle persone che vivono in condizione di senza dimora, e/o, forse peggio, il totale disinteresse all’impatto che provvedimenti tanto inutili e dannosi, quanto demagogici, hanno sulle persone, soprattutto su quelle più deboli, a favore di provvedimenti che paiono voler spostare l’interesse dei cittadini dai reali problemi del paese.

Troviamo poi più che discutibile la filosofia presente in numerosi altri articoli del Decreto, non ultimo, l’articolo 39, che prevede l’abolizione del comma 5 dell'articolo 35 del decreto legislativo 25 luglio 1998, n. 286, che vieta la segnalazione alle autorità, da parte dei medici, dei pazienti stranieri non in regola: la quasi totalità degli stranieri sulla strada da noi seguiti inizieranno a vivere sotto questa ulteriore minaccia.
Entrando nello specifico:
L’articolo 36 lega il diritto alla residenza alla verifica, per conto degli uffici comunali, delle condizioni igienico sanitarie del luogo in cui si richiede la residenza. Questo rende, nella prassi, ancora più difficile per le persone senza dimora ottenere e mantenere la residenza anagrafica. Non ottenere la residenza, di fatto, implica l’esclusione dai diritti civili più importanti che la nostra Costituzione riconosce (Iscrizione Servizio Sanitario Nazionale, Accesso ai Servizi Sociali, ecc…). Inoltre data la scadente qualità media delle abitazioni (soprattutto nei centri storici, in alcuni quartieri popolari, nelle zone rurali) questa norma va a produrre un blocco di massa delle variazioni e iscrizioni anagrafiche con un conseguente alto numero di persone legalmente presenti nel nostro paese escluse dalla residenza.
L’articolo 44, con l’istituzione, presso il Ministero degli Interni, di un registro nazionale delle persone senza dimora, evidenzia più una volontà di controllo che di interesse a promuovere e sostenere percorsi di accompagnamento sociale, muove a inquietanti ricordi e separa l’iscrizione anagrafica dagli abituali luoghi di vita con ricadute imprevedibili sul reale accesso ai servizi delle persone in condizione di senza dimora. Ricordiamo che già fino ad ora il tema della residenza anagrafica e della sua variazione ha comportato non poche complicazioni a persone faticosamente agganciate ai servizi dopo un lavoro di anni. Chiediamo: una persona genovese in condizione di senza dimora, iscritta in tale geniale registro a quali servizi di competenza dovrebbe rivolgersi? Quelli Romani o quelli della sua città? La risposta è tutt’altro che scontata.
A Genova sono molte centinaia le persone senza dimora con una residenza anagrafica “legale” presso il nostro Centro di Ascolto, quello dell’Auxilium e quello del Comune di Genova. Che sarà di loro e di tutto quel processo burocratico di sostegno al percorso di riabilitazione che queste persone hanno accettato di intraprendere in questi anni? Ancora una volta registriamo provvedimenti che vanno nella direzione opposta alla tutela dei diritti e alla promozione della dignità umana. (5 febbraio 2009)
(Padre Alberto Remondini S.J. e Danilo De Luise, Associazione San Marcellino)

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4 Febbraio 2009

Immigranti: appello contro la schedatura sanitaria

Medici Senza Frontiere (MSF), Associazione Studi Giuridici sull'Immigrazione (ASGI), Società Italiana di Medicina delle Migrazioni (SIMM) e Osservatorio Italiano sulla Salute Globale (OISG) lanciano un appello per chiedere ai Senatori di respingere l'emendamento che elimina il principio di non segnalazione alle autorità per gli immigrati irregolari che si rivolgono a una struttura sanitaria.
L'attuale Testo Unico sull'Immigrazione (Decreto Legislativo 286 del 1998) prevede che «l'accesso alle strutture sanitarie da parte dello straniero non in regola con le norme sul soggiorno non può comportare alcun tipo di segnalazione all'autorità, salvo i casi in cui sia obbligatorio il referto, a parità di condizioni con il cittadino italiano».
Il rischio di essere segnalato creerebbe nell'immigrato privo di permesso di soggiorno e bisognoso di cure mediche una reazione di paura e diffidenza, in grado di ostacolarne l'accesso alle strutture sanitarie. Ciò potrebbe creare condizioni di salute particolarmente gravi per gli stranieri - con aumenti dei costi legati alla necessità di interventi più complessi e prolungati - e ripercussioni sulla salute collettiva - con il rischio di diffusione di eventuali focolai di malattie trasmissibili.
La cancellazione del principio di non segnalazione vanificherebbe inoltre un'impostazione che nei 13 anni di applicazione (il principio è presente nell'ordinamento italiano già dal 1995) ha prodotto importanti successi nella tutela sanitaria degli stranieri: riduzione dei tassi di Aids, stabilizzazione di quelli relativi alla Tubercolosi, riduzione degli esiti sfavorevoli negli indicatori materno-infantili (basso peso alla nascita, mortalità perinatale e neonatale.).
MSF, SIMM, ASGI e OISG invitano la società civile a sottoscrivere l'appello ai Senatori, che ha già raccolto 660 adesioni. MSF, SIMM, ASGI e OISG collegandosi al sito http://www.divietodisegnalazione.medicisenzafrontiere.it/appello.asp

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24 Dicembre 2008

Diritti civili - La Chiesa distratta

Non c’è dubbio che l’ultima esternazione dell’on. Fini sulle responsabilità della Chiesa di fronte alle leggi razziali del 1938 sia una delle tante pedine strumentali che il parlamentare semina da tempo sul suo percorso allo scopo di procurarsi una credibile cintura di castità. Questa volta ha osato di più: attaccare una istituzione che al suo principale porta consenso. Quello che sorprende però sono le motivazioni della difesa che prontamente ha fatto scudo: la Chiesa ha salvato migliaia di ebrei dando loro ospitalità, facendoli espatriare ecc. Il predecessore di pio XII, Papa Ratti, è stato durissimo col Fascismo ecc. Sono cose che chiunque un po’ al corrente della nostra storia recente conosce, ma devianti rispetto al problema sollevato da Fini.

Le ragioni del contendere stanno nel silenzio ufficiale della Chiesa sull’aberrazione delle leggi razziali, nel senso che non ci fu una condanna, con tanto di scomunica, come accadde per il Comunismo ann i dopo. Ora - se il silenzio di Pio XII nei confronti di Hitler e del suo programma di sterminio è stato spiegato con una logica storica credibile o no, sulla quale è difficile giudicare perché nessuno sa come sarebbe andata a finire se il pronunciamento ci fosse stato - sulla mancata condanna della nefasta opera del Fascismo quando emanò le leggi razziali non si può tacere. Le leggi del ‘38 non erano un attentato ai diritti civili e alla vita di migliaia di famiglie, la premessa alla soluzione finale arrivata da lì a non molti anni? Stupisce che la Chiesa, tanto sensibile ai valori etici, sempre pronta a salire sulle barricate per difendere la vita in tutte le sue forme, dal concepimento alla morte e della famiglia tradizionalmente intesa, taccia di fronte ad aberrazioni della storia che vanno nella direzione esattamente uguale. Guardando all’oggi, la famiglia italiana, specialmente con i tempi che verranno, non è costantemente minacciata dall’usura? Anche in questo caso la Chiesa si mobilita con interventi a sostegno di chi viene taglieggiato dagli usurai, ma una voce di condanna, diciamo pure di “scomunica” (parola che piace poco, ma è stata ampiamente usata in tempi storici per meno…) non si è ancora fatta sentire. Alberto Saviano in "Gomorra" cita il caso di don Peppino Diana, mandato a governare la parrocchia di Casal di Principe. Il giovane sacerdote non si arrese di fronte alla camorra e alla malavita locale, non tacque, condannò, negò i funerali religiosi a mafiosi notoriamente conosciuti, impedì che gli stessi fossero chiamati a fare i padrini di battesimo, limitò lo sfarzo in chiesa alle nozze di sospetti taglieggiatori. “Don Peppino, scrive Saviano, scavò un percorso nella crosta della parola, erose dalle cave della sintassi quella potenza che la parola pubblica, pronunciata chiaramente, poteva ancora concedere.” (pag. 244). Ci rimise la vita, ma chi ha mai detto che i cristiani devono sopravvivere a tutti i conti alle persecuzioni?
(Giovanni Meriana)

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17 Dicembre 2008

Genova città dei Diritti?

Dieci giorni dedicati ai diritti sono stati una iniziativa importante in termini di contenuti e per l’esigenza di richiamare l’attenzione sui sistemi di valori civili trascurati dai molti media e ignorati dai più siano essi cittadini o amministratori.
Disturba solo l’enfasi di alcuni particolari con cui è stata presentata l’iniziativa quali, ad esempio: “Genova capitale dei diritti umani e civili che converte le sue ferite in progetti di impegno, in identità più alte”.
“Capitale” è un appellativo abusato che non si vorrebbe più sentire pronunciare. La città si è infatti autoproclamata nel tempo: “Capitale delle Partecipazioni Statali” – “della portualità” – della siderurgia” – del nucleare” – “della elettronica” e via discorrendo. Ma ogni volta un fallimento ha chiuso il breve ciclo di presunta supremazia tra l’indifferenza di chi poteva e nella sofferenza di chi traumaticamente veniva espulso dal ciclo produttivo.
“Genova città dei diritti”, ma la sentenza recentissima su una parte del G8 ci ha lasciato l’amaro in bocca, confessiamolo! I due filoni su cui la Procura continua a scavare (porto – mensopoli) sembrano confermare che Genova non è molto diversa dalle altre città italiane, anzi.
Forse potrebbe essere utile a chi ha organizzato il ciclo di incontri ripassare la recente storia della Superba e gli suggeriamo l’interessante aggiornamento: M. Preve – F. Sansa, “Il partito del cemento”, Chiarelettere Editore, Milano luglio 2008.
(Vittorio Flick)

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26 Novembre 2008

Carcere - Contro l'ergastolo sciopero della fame

Il “Fine pena: mai” riguarda circa 1300 detenuti rinchiusi nelle carceri italiane condannati all'ergastolo. Quel “mai” che sostituisce la usuale data di scarcerazione assume un tono perentorio, assoluto. Ma in realtà ha comunque un valore incerto, perché il fine pena arriverà certamente, ma non sarà accompagnato dalla scarcerazione: per questo motivo a maggio 2007 un gruppo di detenuti ergastolani scrissero una lettera provocatoria al Presidente della Repubblica per chiedere che la loro pena fosse tramutata in pena di morte, e sostituita con una (amara) certezza. Quel “mai” sta ad indicare anche una rinuncia definitiva e assoluta dello Stato Italiano alla possibilità di rieducazione e reinserimento nella società di un individuo. 800 ergastolani e circa 13.000 persone cominciarono, il primo dicembre 2007, uno sciopero della fame per far crescere l'interesse intorno alla proposta di legge della senatrice Maria Luisa Boccia per l'abolizione dell'ergastolo. Qualche articolo sul giornale, e della proposta non se ne fece nulla.

C'è ancora qualcosa che possiamo leggere in quel “mai”: il tentativo di compensare uno o più delitti anche efferati con una condanna ad una pena di pari valore. Operazione francamente impossibile, per cui si finisce inevitabilmente per rinunciare al valore riabilitativo della pena per considerarla esclusivamente punitiva: il carcere per un ergastolano non può essere un luogo dove ricostruire un'esistenza o ripensare il proprio rapporto con la società, ma -per legge- deve essere il luogo dove stare rinchiusi “per sempre”, ovvero senza alcuna speranza. Come scriveva Pietro Ingrao nel 1989 su “Ora d'aria”: “Quando la pena era mozzare un orecchio o un braccio, si ammetteva che – sia pure mutilato – il colpevole potesse ritrovare un terreno di convivenza con la comunità e con la legge imperante. L’ergastolo confessa invece l’incapacità di persuadere, di spostare: sia pure attraverso lo strumento della forza. Se soltanto si suppone che ci sia un grammo di probabilità di recupero, perché dire invece: sta dentro un carcere per tutta la vita?” L'ergastolo è in conflitto con il principio costituzionale dell'umanità e della funzione rieducativa della pena, indicato nell'art.27 comma 3 della Costituzione Italiana, ma rappresenta anche la negazione della funzione riabilitativa delle carceri. Anche per questi motivi il primo dicembre 2008 i detenuti ergastolani italiani cominceranno un nuovo sciopero della fame, perché non si smetta di parlare di ergastolo. O forse perché si smetta.
Per informazioni: Associazione Liberarsi c/o Associazione Pantagruel, http://www.informacarcere.it/campagna_ergastolo.php
(Maria Cecilia Averame)

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19 Novembre 2008

Servizi sociali - Detenuti in uscita e casse comunali

In questo periodo in cui ci troviamo un po' tutti a dover stringere la cinghia, sentir dire che le casse sono vuote è ormai una consuetudine. Ma quando si parla di Comune e di servizi sociali, dietro ad un taglio c'è sempre un servizio che ha difficoltà ad essere erogato. Nel nuovo numero di Area di Servizio-Carcere e territorio, il giornale delle Carceri genovesi, viene presentato il resoconto di un incontro fatto con la redazione presente all'interno del Carcere di Genova Marassi con l'Assessore alle politiche Socio-sanitarie Roberta Papi. I detenuti di Marassi hanno colto l'iniziativa per presentare al Comune una serie di richieste, riguardanti alloggi post-detenzione, borse-lavoro e percorsi di formazione finalizzati all'inserimento lavorativo, consci del difficile stato delle case comunali. Ma il giornale del carcere offre anche una novità, a suo modo positiva: 'PonteXfiles': a cura delle donne del Carcere di Genova Pontedecimo, dove si affronta la realtà carceraria con un approccio tutto femminile. Per informazioni: areadiservizio_2008@libero.it.

(Maria Cecilia Averame)

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22 Ottobre 2008

Mostre - “Vignette dal mondo per i diritti umani”

“Vignette dal mondo per i diritti umani” è il titolo di una mostra itinerante arrivata in questi giorni a Genova. Organizzata dalla sezione ligure dell'Anm e dal Comitato per lo Stato di diritto con il patrocinio della Provincia di Genova. La mostra è nata l’anno scorso da un progetto della Presidenza del Consiglio dei Ministri (dipartimento per le pari opportunità) in occasione del 60° anniversario della Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo.
L'allestimento genovese, curato dall'architetto Bettina Bixio, presenta bellissime vignette provenienti da celebri autori di diversi paesi. Insieme ai lavori di ben noti vignettisti italiani (Altan, Ellekappa, Gianelli, Staino, Vauro) ci sono quelli di celebri autori di Palestina, Israele, Egitto, Stati Uniti, Algeria, Turchia, Kenya, Iran, Gran Bretagna, Belgio, Giappone, Francia, Nuova Zelanda.
Inaugurata il 16 ottobre al Teatro della Tosse (Genova, piazza Negri 6/2) resterà aperta tutti i giorni fino al 15 novembre, con orario 15-19 ed ingresso libero.
Sono previste visite guidate da parte delle scuole (per maggiori informazioni, email: perlostatodidiritto@yahoogroups.com)

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8 Ottobre 2008

Genova - La bandiera della pace scatena le proteste



Una risoluzione dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite ha dichiarato il 2 di ottobre, giorno della nascita (nel 1869) di Mahatma Gandhi, la ’Giornata Mondiale della Non-violenza’.
La giornata è stata celebrata in tutto il mondo e, nel suo piccolo, Genova a voluto essere presente. Così Luca Borzani, presidente della Fondazione per la cultura, ha disposto che sulla Torre Grimaldina di Palazzo Ducale, insieme alla insegna di Genova, fosse anche alzata la bandiera della pace. Secondo l’edizione locale del Giornale, il fatto ha infastidito quella parte di Genova che la considera “un simbolo non condiviso e pertanto non aveva senso che sventolasse sul Ducale” e, quindi, di fronte alle proteste, la bandiera della pace è stata rapidamente rimossa.
Peccato! Anche se “è drammatico che il mondo di oggi abbia bisogno di una Giornata della Non-violenza. Il resto dell’anno come ci si comporta?” (EF’s Blog).

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2 Luglio 2008

Discriminazioni - Il bello della diretta

Eccoci ancora al volantino con cui la Lega Nord promuove la raccolta di firme per abrogare la Legge regionale sulla immigrazione. Nessun eco, almeno recente, sulla stampa, molto scarne anche le tracce sulla rete. E’ quindi possibile che la cosa muoia lì. Ma il punto è che questi volantini hanno girato, hanno avuto un loro percorso popolare, hanno fatto “opinione”. Normale dialettica democratica. Ma dove e come si fa contro – opinione allo stesso livello popolare? Chi va a raggiungere le stesse persone per suggerire un pensiero più complesso, più articolato, più responsabile? Con quali mezzi?

Qui non stiamo parlando di reti televisive, ma del più scontato e datato tra i mezzi di comunicazione politica, che la Lega Nord non disdegna affatto suggerendo ai passanti: noi siamo qui, in mezzo a voi, siamo persone popolari, semplici, alla vostra portata. Vi interpretiamo, vi rappresentiamo. Siamo la vostra anima.
Cosa contrapponiamo ai volantini della Lega? Mi vengono in mente volantinaggi e assemblee nei luoghi di lavoro, feroci e feconde discussioni ai cancelli, seminari di formazione e discussione stile “150 ore” sulle diversità, sulla identità, sulla disuguaglianza, sulla discriminazione, sulla paura… ma mi sento subito come il vecchio della canzone di Guccini.
Il volantino elenca inammissibili privilegi:
Servizi sociali: libero accesso ai servizi sociali”. Leggi: è uno scandalo che un immigrato – non importa se bambino, anziano, donna incinta, con regolare lavoro e permesso, invalido, abusato, sfruttato… - possa avere accesso ai servizi sociali.
“Sanità: l’assistenza sanitaria e specialistica e non solo di pronto soccorso”. Come dire: ad essere generosi agli immigrati può essere concesso di non crepare per strada, ma l’assistenza sanitaria con tutti i punti e le virgole va riservata alla categoria superiore dei “non” immigrati.
“Istruzione: formazione del personale docente per l’educazione interculturale”. Le scuole della Liguria sono prese d’assalto da ragazzine e ragazzini di almeno un centinaio di nazionalità diverse? E’ già tanto che gli diamo un banco, figuriamoci se dobbiamo buttar via soldi per tener conto della loro cultura.
Tutto intorno a noi si stanno costruendo le condizioni culturali ed emotive della “accettazione”, quella che farà apparire almeno giustificabile l’assalto al campo Rom; considerare come nulla di grave – in fin dei conti quasi un gioco – la presa delle impronte dei bambini; ritenere in certi casi ammissibile la discriminazione (vedi il recente pronunciamento della Corte di Cassazione che ha giudicato ammissibile la campagna del sindaco di Verona per cacciare gli zingari “perché dove arrivano ci sono furti” ).
Non intendo parlare di stelle gialle sugli abiti e di campi di sterminio, ma penso a più domestiche vicende italiane: l’esclusione degli ebrei dalle scuole, dal lavoro, dai luoghi pubblici, le loro improvvise scomparse dai banchi di scuola, dalle università. La domanda su come sia stata possibile a suo tempo l’accettazione passiva di tutto questo tormenta molti di noi nati dopo la fine della guerra. Non vorrei che ora ci venisse data l’opportunità di osservare il fenomeno in diretta.

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Appello - Salvare la Legge Gozzini per tutelare la sicurezza

Dalle pagine di 'Ristretti Orizzonti' (www.ristretti.it), sito di cultura e informazione dal Carcere con una redazione all'interno dell'Istituto Penitenziario 'Due Palazzi' di Padova si è levato un appello in favore della Legge Gozzini. Il Governo sta studiando un disegno di legge (Berselli, n, 623) che prevede la drastica riduzione delle misure alternative alla detenzione e di eventuali benefici penitenziari, per rispondere all'ondata di ansia e al crescente allarme sicurezza che dilaga nella cosidetta società civile. Ma limitare l'accesso alle misure alternative servirebbe a garantire più sicurezza all'esterno delle carceri? Sembra proprio di no. Leggendo qualche dato (li potete facilmente trovare sul sito in questione) fra coloro che terminano la propria pena la recidiva si aggira intorno al 69%, mentre fra chi usufruisce di misure alternative scende al 19%. Chi commette un reato godendo della semilibertà rappresenta lo 0,24% della popolazione penitenziaria, ma certamente fa più notizia del restante 99,76%. Per un cittadino comune tenere un criminale in carcere pare l'unica maniera per tutelare la propria sicurezza, ma gli addetti ai lavori ben sanno che uno dei principali motivi di reiterazione del reato è rappresentato proprio dal mancato reinserimento nella società, dalla scarsità di legami dopo anni di carcere, dalle difficoltà nel trovare un lavoro. E la legge Gozzini rappresenta un tentativo di risposta per queste difficoltà, nonché uno dei pochi passi fatti nella direzione di dare alla pena anche il valore riabilitativo e rieducativo che la Costituzione le attribuisce.
(Maria Cecilia Averame)

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4 Giugno 2008

Cronaca - Non sono razzista ma…

"Hai capito? Nazista a me? Io sono nato il primo maggio.” Così l’autore del raid razzista contro il negozio di immigrati nel quartiere Pigneto di Roma, al giornalista di Repubblica, mostrando l'avambraccio con un tatuaggio di Che Guevara.
Ma il razzismo non è di destra ne di sinistra. Le vittime del razzismo non trovano differenza tra l’aggressione che subiscono da un fascista o da un comunista. La violenza razzista fisica o verbale di un post fascista o di un post comunista per loro è uguale. Forse la sinistra è più attrezzata, sicuramente il vecchio PCI delle lotte partigiane, a proteggersi da un solo certo tipo di razzismo quello dei nazifascisti contro gli ebrei e quello vecchio tradizionale che discrimina le persone per il colore nero della loro pelle. Ma nessuno è immune dal razzismo, non c’è un vaccino, credo ci voglia molta attenzione e quotidiana lotta interiore contro la parte negativa di noi stessi.

II razzismo oggi è diverso, o almeno non è soltanto quello di ieri. Luigi Manconi, nel libro “I razzismi possibili”, edito da Feltrinelli e scritto a due mani con Laura Balbo, parla delle varie facce del razzismo contemporaneo: razzismo addizionale o da allarme, razzismo concorrenziale, razzismo culturale o intolleranza etnocentrica, razzismo istituzionale, ecc. Il libro è del 1990, ma è attualissimo, i razzismi possibili hanno iniziato purtroppo a manifestati con una certa frequenza. Qualche cosa ci sta succedendo visto che soltanto in questo mese il nostro paese è stato descritto razzista o a pericolo razzista da autorevoli istituzioni e persone come il Parlamento Europeo, il Times, il commissario Ue Vladimir Spidla, i ministri spagnoli, il governo rumeno, il rabbino capo Segni, Amnesty International, l’ONU, il Vaticano ed i numerosi storici, giuristi, antropologi, sociologi, e filosofi italiani e stranieri firmatari dell’appello “la deriva del razzismo” pubblicato su il manifesto del 29 maggio.
Soprattutto i razzismi di oggi non sono dichiarati come quello dei bianchi contro i neri (ad esempio, USA durante lo schiavismo), quello dei nazisti e fascisti contro ebrei e zingari o quello di Almirante dal quale il presidente della Camera ha dovuto prendere nuovamente le distanze. Oggi, la prima cosa che fanno i razzisti é quella di negare di essere razzisti.
Gli autori di violenze e manifestazioni contro i diversi (immigrati, rom, ebrei) non confessano il loro razzismo, anzi iniziano sempre i loro discorsi con la tipica frase: “Non sono razzista ma ….”
(Saleh Zaghloul)

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14 Maggio 2008

Area di servizio - Il Servizio sanitario e il carcere

E' uscito un nuovo numero del giornale edito all'interno del Carcere di Genova Marassi “Area di Servizio-Carcere e territorio”. Il tema affrontato parte dalla sanità: a seguito del passaggio della medicina penitenziaria al Servizio Sanitario Nazionale, e quindi alle singole Regioni, i detenuti della redazione cercano di fare il punto su carenze e punti di forza dei servizi sanitari offerti, cercando di capire se sia veramente possibile una “uguaglianza di trattamento”, richiamata dalla stessa Costituzione, per il cittadino libero e il recluso, e confrontandosi con la Regione Liguria su come verrà affrontato questo passaggio. I detenuti della redazione inoltre, stanchi di apparire sui giornali in occasione della solita rivolta o del ciclico allarme “sovraffollamento” stanno poi cercando di instaurare un dialogo con i propri lettori e con i cittadini genovesi interessati, attraverso un reciproco scambio di domande e risposte: può essere una buona occasione per capire un po' meglio come funzioni la vita dentro le mura di un carcere, e porre liberamente le proprie domande. Chi fosse interessato a riceverne una copia può richiederla alla mail: areadiservizio_2008@libero.it
(Maria Cecilia Averrame)

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Rassegna cinematografica: I diritti di tutti

Quest’anno non ricorrono soltanto i quarant’anni della rivoluzione studentesca o della primavera di Praga. Sono infatti 60 tondi gli anni di vita della Costituzione della Repubblica italiana. L’1 gennaio 1948 diventava legge quel grande patto laico, tra cattolici, liberali, socialisti, nato dalle ceneri della guerra e garante da allora d’un sufficiente grado di concordia e di benessere.
Pochi mesi dopo, il 10 dicembre, l’Assemblea generale delle Nazioni Unite adottava la Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, prima pietra di quel sistema di leggi internazionali che ha assicurato, almeno ai paesi dell’Occidente, un periodo senza guerre che non ha precedenti nella storia dell’umanità.
L’Associazione Nazionale Magistrati ed il Comitato per lo Stato di diritto dedicano perciò a questi eventi la settima rassegna di film “I diritti di tutti”.

La novità di quest’anno è data dall’abbinamento della rassegna cinematografica con la mostra “Vignette dal mondo per i diritti umani”, messa a disposizione dal Comitato per i Diritti e le Pari Opportunità della Presidenza del Consiglio dei Ministri da metà ottobre a metà novembre. Si tratta dell’esposizione di sessanta vignette dei più celebri autori internazionali (da Altan a Kroll, da Giannelli a Plantu, da Danzinger a Staino) che hanno voluto celebrare la Dichiarazione Universale, raccogliendo un’idea dell’ex segretario generale dell’ONU, Kofi Annan.
Si tratta, per Genova, di un evento prestigioso, un altro tentativo di approfondire fatti anche drammatici e dolorosi, con la levità, però, di mezzi comunicativi che arrivino alla ragione toccando le corde del sentimento e dell’emozione. Teatro della rassegna è il cinema Olimpia, rinnovato e pronto ad ospitare, nella sua storica sede del palazzo della Borsa, appuntamenti importanti per la città. Il giorno fissato per le proiezioni è, come sempre, il giovedì.

15 maggio 2008
, Libertà di manifestazione del pensiero e esigenza di sicurezza, “Hair”
22 maggio 2008, Maternità, tutela della donna e del nascituro, “4 mesi 3 settimane 2 giorni”
29 maggio 2008, Lavoro sicuro per un’esistenza dignitosa, “Paul, Mike e gli altri”
5 giugno 2008, Resistenza, antifascismo, Costituzione, “Il processo di Savona”
16 ottobre 2008, Genocidi, razzismo e tolleranza, “Monsieur Batignole” (*)
13 novembre 2008, Giustizia e pena, “The life of David Gale” (*)
Programma: 20.30 presentazione film, 20.45 inizio proiezione. Segue dibattito (Cinema Olimpia, Palazzo della Nuova Borsa, Via XX Settembre, Genova, tel. 010 - 58 14 15)
L’ingresso è gratuito.

(*) Le proiezioni del 16 ottobre e del 13 novembre avverranno in contemporanea con la mostra “Vignette dal Mondo per i diritti umani”, in programma dal 15 ottobre al 15 novembre 2008 per gentile concessione del Dipartimento per i Diritti e le Pari Opportunità della Presidenza del Consiglio dei Ministri.

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2 Aprile 2008

G8/1 - Tortura, un marchio su Genova 2001

Quando nel 2001 a Bolzaneto uomini e donne della legge hanno mortificato, violentato e torturato era passato solo un anno dalla approvazione a Bruxelles della "Carta dei diritti fondamentali dell'Unione europea". L'articolo 4 della Carta recita "Nessuno può essere sottoposto a tortura, né a trattamenti inumani o degradanti". Il catalogo compilato dai magistrati genovesi circa i fatti avvenuti nella caserma di Bolzaneto e le notizie che ne ha dato la stampa non lasciano dubbi: a Bolzaneto la tortura c'è stata, non casuale ma programmata e di gruppo.

Finalmente, ha scritto Rodotà (Repubblica 28 marzo 2008) il silenzio istituzionale è stato rotto; nessuno può più trincerarsi dietro il "non sapevo". Purtroppo quanto è stato detto in aula dai pubblici ministero, non ha trovato nell'informazione nazionale - sia pure con l'eccezione di Repubblica (articoli di D'Avanzo, Cassese e Onida, 18-20 marzo 2008) - l'eco che sarebbe stato auspicabile. Neppure il sistema politico ha reagito come sarebbe stato necessario; parole di circostanza e nessun impegno. Eppure le democrazie, i paesi civili, ha scritto Rodotà, avrebbero l'obbligo di affrontare i loro vuoti, le loro inadeguatezze; nel caso di Bolzaneto la inquietante assenza di norme che colpiscano la barbarie che si è consumata e che potrebbe ripetersi.
La campagna elettorale in corso "avrebbe dovuto favorire il parlar chiaro, gli impegni netti". Ad esempio "perché non dire subito che la prima proposta di legge (o la seconda o la terza, non importa) sarebbe stata proprio quella volta a colmare la vergognosa lacuna dell'assenza di una norma sulla tortura, che rende inadempiente l'Italia... di fronte all'umanità intera?".
Anche la proposta di una Commissione parlamentare d'inchiesta - ha aggiunto Rodotà - potrebbe non essere sufficiente o divenire un espediente per rinviare a chissà quando i necessari provvedimenti. Già oggi infatti, "pur con le lacune della legislazione penale, sono possibili impegni istituzionali e politici, vincolanti almeno per il futuro ministro dell'Interno: ricorso a tutti gli strumenti amministrativi disponibili per emarginare chi è stato protagonista di quelle vicende; pubblica condanna, senza troppi distinguo, nel momento stesso dell'assunzione dell'incarico".
Perché invece si tace? si chiede Rodotà. "Perchè -è la sua risposta- la fabbrica della paura è divenuta parte integrante della fabbrica del consenso", e l'enfasi posta sul bisogno di sicurezza porta all'eclisse della cultura dei diritti.
A dargli ragione basterebbe fare il conto di quante riunioni ufficiali, a Genova negli ultimi 5 anni, sono state dedicate al tema della "sicurezza" e della "tolleranza zero", e quante ai comportamenti inqualificabili vissuti durante il G8.
(Manlio Calegari)

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G8/2 - Quei mandanti politici non tanto misteriosi

Che l'Avvocatura dello Stato sia stata autorizzata a presentare pubbliche scuse al processo G8 in corso a Genova, per le torture (anche se il codice le chiama diversamente) avvenute nella caserma-prigione di Bolzaneto, è un segnale che qualcosa si muove. Così almeno viene letto da chi vuol credere ostinatamente nelle istituzioni, dopo la lunga sequenza di fatti che fanno perdere ogni fiducia: basti pensare non solo all'impunità assicurata (è ormai prossima la prescrizione dei reati), ma alle promozioni che hanno premiato tutti, nessuno escluso, i funzionari responsabili di tante efferatezze.

Ora forse sarà possibile anche quel processo alle responsabilità politiche che, commissione d'inchiesta parlamentare o meno, si dovrà pure aprire. Perché non basta colpire come vanno colpiti poliziotti, medici e uomini (ma anche donne) della Penitenziaria che si distinsero come aguzzini, fino ad arrivare allo stesso capo della polizia, a quanto pare implicato. La giustizia non può fermarsi a costoro, deve arrivare a chi sollecitò la "lezione ai comunisti" come prova di forza del governo berlusconiano appena insediato. Che ci facevano in quelle ore a Genova, nel quartier generale dei carabinieri, il vicepresidente del Consiglio, Fini, e il suo scudiero locale Bornacin?
Non si può neppure dimenticare però un'altra presenza più che significativa, proprio sul teatro delle torture, nel lager di Bolzaneto, dove la notte delle violenze c'era lo stesso ministro della giustizia, Castelli, insieme ad alcuni magistrati-ispettori. Solo che non si accorse di niente o quasi. Notò qualcosa di "curioso": tutti quei prigionieri fermi in piedi, dietro le sbarre, braccia alzate e testa contro il muro. Provò perfino a chiedere spiegazioni e gli risposero che si trattava di misure precauzionali: se non li avessero tenuti così immobili quei giovani si sarebbero azzuffati tra loro appartenendo a gruppi contrapposti. Stupefacente è che un ministro ci creda e che ancora oggi ripeta: "Anche gli operai stanno ore in piedi e nessuno parla di torture". Fa male solo il pensiero che un ingegnere così potrebbe tornare a governarci.
(Camillo Arcuri)

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26 Marzo 2008

G8 di Genova - Non sadismo privato, ma lezione politica

Si dice che i genovesi sono gente discreta, che non ama apparire. Figuriamoci cosa devono aver provato in questi giorni con il rilievo dato dalle pagine nazionali di Repubblica ai fatti di Bolzaneto. A cominciare da martedì 18 marzo - pezzi di D'Avanzo e Calandri e una nota dell'ex presidente della Corte costituzionale Onida - per proseguire mercoledì 19 - ancora D'Avanzo e Calandri - e poi giovedì 29 - commento di Antonio Cassese, ex presidente del Tribunale Internazionale per i crimini nella ex Jugoslavia - infine venerdì 21 - intervista di D'Avanzo al ministro Amato, Repubblica ha offerto ai lettori molto prezioso materiale su cui riflettere. Cose note in città grazie anche alla redazione genovese di Repubblica che in tutti questi anni non ha mai perso di vista i procedimenti giudiziari che hanno interessato il G8.

Un lavoro difficile considerati i tempi lunghi e la loro complessità. Ancora più difficile perché, ad eccezione di alcune frange sensibili, la città ha cercato di dimenticare, esorcizzando quei fatti come se - trattandosi di questione di respiro nazionale - le ferite inflitte (materiali e morali) non la riguardassero più di tanto. Mentre era vero il contrario. Come hanno largamente dimostrato inchieste e processi avvenuti in seguito a quei fatti. Processi condotti dalla magistratura locale in condizioni rese difficilissime dall'indifferenza da un lato e dall'altro per il desiderio di troppi di metterci una pietra sopra.
Oggi, in mancanza dei risultati di una Commissione parlamentare d'inchiesta, le carte dei processi che così faticosamente stanno arrivando in porto, sono l'unica testimonianza della violenza che si è scatenata in quei giorni. Sono anche il documento principe a cui tornare a rivolgere la domanda che da allora ha continuato ad aleggiare. Chi e cosa si ripromettevano coloro che avevano scelto quell'occasione per mettere in campo tanta violenza e sadismo. Qual era lo scopo della provocazione perseguita nella convinzione della impunità? La domanda è stata respinta dal governo di allora e ignorata da quello successivo, come se fosse il frutto di una ossessione dietrologica. Ma i processi in corso e la ricostruzione puntuale dei fatti ne hanno confermato la validità.
Persino il ministro Amato, messo alle strette, nell'intervista rilasciata a Repubblica (21 marzo 2008) è stato costretto a dire che forse, col governo di centrodestra di allora, c'era "chi, tra le forze dell'ordine e nella polizia penitenziaria abbia pensato di dare una lezione ai comunisti". Insomma, poco più di una iniziativa privata. Lo stesso ministro ha detto di confidare più nella verità giudiziaria che in quella accertata da una Commissione parlamentare d'inchiesta perché "noi - e non soltanto noi politici - siamo sempre tentati dal... piegare i fatti alle nostre convenienze". E' probabile le parole del ministro lascino insoddisfatti i cittadini italiani che, ad esempio, hanno dovuto attendere per quattro legislature i risultati della Commissione Stragi per avere una spiegazioni decente di 15 anni di stragi rimaste impunite.
(Manlio Calegari)

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27 Febbraio 2008

Indulto - Tra sostegno e ritardi

A diciotto mesi dall'applicazione dell'indulto un detenuto su tre è tornato in carcere, ed in alcune situazioni la percentuale è ben più alta. A sentire gli addetti ai lavori uno dei problemi principali è rappresentato da chi commette reati, inizialmente di minore entità e poi via via crescendo con il tempo, che si trova in una situazione di disagio sociale ed economico, privo di una rete di sostegno, di un lavoro, di una famiglia, in situazioni di tossicodipendenza o di clandestinità. Sul Secolo XIX di venerdì 22 febbraio una buona notizia: 27 detenuti sono stati inseriti presso 15 aziende nell'ambito del progetto "Lavoro nell'inclusione sociale dei detenuti beneficiari dell'indulto", promosso dai ministeri del Lavoro e Previdenza sociale e della Giustizia. Ne parla Milò Bertolotto, assessore provinciale con delega alle carceri, sottolineando alcune difficoltà, fra le quali spicca "che quando il provvedimento è stato emanato l'indulto già c'era stato, e chi era uscito non era al corrente dell'opportunità lavorativa". Nell'ultimo anno, dopo alcuni incontri per la stesura del curriculum e la ricerca del lavoro promossi dalla Provincia, si è arrivati all'inserimento lavorativo di 27 persone, che, in quanto detenuti, hanno poche opportunità di stabilizzazione professionale e molte di restare in quel giro di reiterazione del reato che ha riportato in carcere un detenuto indultato su tre. E' sicuramente una buona notizia, ma non esime dal chiedersi come mai sia stato approvato l'indulto e i finanziamenti per il reinserimento dei detenuti beneficiari dell'indulto siano arrivati mesi se non un anno dopo, costringendo gli operatori del carcere ad andare a cercare dopo molto tempo i detenuti indultati, e quando ormai un terzo di essi sta tornando dentro.
(Maria Cecilia Averame)

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21 Novembre 2007

G8 - A chi fa male la verità

I 50 mila in corteo del 17 novembre sono serviti prima di tutto a riaffermare di fronte a tutta l'Italia che la questione del G8 2001 non è roba che si potrà confinare nella cronaca cittadina.
In causa c'è la verità su quello che avvenne a Genova tra il 19 e il 22 luglio 2001: la verità storica di cui la verità giudiziaria è solo un aspetto sia pure significativo. In causa c'è anche il buon senso. Il buon senso è quello che aveva spinto a leggere quei fatti non solo come manifestazione di una repressione cieca e bestiale ma come un progetto provocatorio finalizzato a qualcosa che forse non si era realizzato. Da allora, dall'estate 2001, la ricerca della verità è rimasta nelle mani di pochi giornalisti, dei magistrati, di alcune associazioni (ad esempio "verità e giustizia"), di gruppi di legali e di alcuni singoli non disposti a lasciarsi massacrare in nome della democrazia. Assenti di riguardo il parlamento e i partiti.

Oggi, alla fine del 2007, sta avviandosi a conclusione il primo dei tre "grandi processi" relativi ai fatti: quello contro i 25 imputati di devastazione e per cui sono stati chiesti 225 anni di galera. Gli altri due sono quello contro le "forze dell'ordine" responsabili della "mattanza" della Diaz e delle oscenità alla caserma di Bolzaneto.
L'accusa di devastazione e la conseguente pesantezza delle richieste ha fatto scandalo. La fama dei PM, noti per essere magistrati integri e "democratici", non ha reso le critiche più leggere, anzi. Neppure è servita la minuziosità dell'inchiesta, e la massa delle prove - quasi ridondante - a rendere convincente un'indagine portata a termine malgrado gli "ostacoli frapposti dal coinvolgimento di appartenenti alle forze dell'ordine".
Siamo consapevoli, hanno dichiarato i PM nella loro arringa, che il procedimento per i fatti di devastazione e saccheggio è il primo processo che giunge a sentenza, e "auspichiamo che anche gli altri a breve possano arrivare almeno alla verità giudiziaria; verità giudiziaria che sicuramente non soddisferà le troppe aspettative di Verità, maiuscola, verità che forse avrebbe dovuto venire da chi ha avuto la responsabilità di quei giorni, in primo luogo l'autorità di governo, ma anche da parte dei responsabili del movimento, o meglio dai responsabili nel movimento, di quelle frange più violente ed ambigue presenti in quei giorni a Genova." (PM Canepa, udienza 2 ottobre 2007)
Nobile auspicio; da dove allora lo scandalo che ha accolto le richieste dei PM? Forse proprio dal buon senso. Che si chiede se sia opportuno aver sbriciolato l'attività istruttoria della procura in diversi spezzoni isolati. Se sia ragionevole processare 25 persone riconoscendo essere gli stessi solo una frazione infinitesima di quanti negli stessi giorni operarono in modo analogo. Se sia possibile farlo senza un'indagine sulle forze preposte al controllo (mancato) e alla repressione (mancata) degli stessi, e sulle collusioni (documentate) tra devastatori e forze dell'ordine. Il buon senso vorrebbe che si chiarisse preliminarmente quale è stato il grado di collaborazione tra magistrati e forze dell'ordine, quali le domande dei primi e le risposte inevase dei secondi. Il buon senso non disconosce l'importanza della verità giudiziaria, ritiene giusto che si processi chi ha messo a fuoco e apprezza il magistrato che sa distinguere tra azioni volutamente devastatorie e quelle di contrasto o frutto del clima dello scontro. Il buon senso considera i devastatori dei provocatori e quando ci riesce o li riconosce li espelle dai suoi cortei. Ma si chiede se sia solo per caso che a 6 anni dai fatti il primo atto di giustizia sia quello di processare 25 vandali (presunti).
(Manlio Calegari)

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Intervista - Genova G8: democrazia alla prova

Il comitato "Verità e Giustizia per Genova" organizza un incontro pubblico sul tema "Genova G8: democrazia alla prova".
Il giornalista di Diario Mario Portanova intervista Livio Pepino, magistrato di Cassazione, membro del Consiglio superiore della magistratura (Csm), il sabato 24 novembre alle ore 16.30 presso il Teatro della Gioventù, Sala Barabino (via Macaggi 92A rosso, Genova)

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Tolleranza zero - Con Rambo ritornano le pene corporali

Il merito, mai abbastanza riconosciuto, va alla diretta se qualche frammento di realtà scomoda riesce a filtrare attraverso le maglie di opportunismi e servilismi mediatici, per arrivare fino agli occhi dell'opinione pubblica. Pensiamo alle riprese di cameramen e fotoreporter durante il G8, sequenze di volti tumefatti e teste sanguinanti riproposte da Santoro nell'ultima puntata di "Anno zero", ma consideriamo anche le cariche con insistenti manganellature negli stadi calcistici: esplosioni di violenza istituzionale a dir poco sconcertanti.

Nessuno evidentemente può avanzare assurde ipotesi giustificatorie del teppismo, sia di strada sia di curva; ma per quanto si tratti di fenomeni gravi, preoccupanti, non è pensabile affrontarli con metodi diversi dalla legalità. Sui fatti rivoltanti accaduti nel 2001 a Genova, nella scuola Diaz e nella caserma-prigione di Bolzaneto, sono per lo meno in corso processi (finiranno naturalmente con la prescrizione, come si addice agli imputati che hanno santi in paradiso), mentre per quanto riguarda le furibonde bastonature inflitte a tifoserie, sia pure scalmanate, aggressive, fuori di testa, nulla è stato obiettato, quasi si trattasse di una prassi ormai tollerata. (Che siano tornate le pene corporali e di fatto sia stato abrogato il principio giuridico per cui quando un cittadino finisce nelle mani della polizia, lo Stato si fa automaticamente carico della sua incolumità?)
Non occorre essere "esperti" di ordine pubblico, come certi ex brigadieri neofascisti ascoltati in tv quali consulenti di Fini, per sapere che non si disperde con le belle parole una massa di facinorosi armati di spranghe. Ben altro però è vedere un nugolo di uomini in divisa accanirsi con manganelli e calci su un giovane ormai steso a terra, quindi inoffensivo, inerme. Sono anche scene come queste, diffuse dai media nel mondo civile, che procurano discredito al nostro Paese. Dopo i pestaggi dei supporter britannici in trasferta all'Olimpico per la partita Roma-Manchester, ci fu un incidente diplomatico con Londra. I comportamenti allarmanti degli addetti alla sicurezza pubblica dilagano e non solo in Italia: a pochi giorni dal tifoso laziale ucciso ad Arezzo da un agente della Stradale, abbiamo visto ammazzare in diretta con le pistole elettriche, dalle guardie dell'aeroporto di Vancouver, un passeggero polacco "colpevole" solo di non parlare l'inglese.
Tacere, far finta di niente, non copre le brutalità presenti anche in casa nostra; anzi può suonare di incoraggiamento per chi si ispira a modelli da Rambo selvaggio. La tolleranza zero, ricorrente nei titoli, va applicata contro la violenza da qualsiasi parte si manifesti. E' solo retorica invocare il ritorno a una legalità diffusa, a un clima di civiltà, in cui -come ha detto in tv il papà di Carlo Giuliani- chi rappresenta la legge sappia per primo difendere l'onorabilità della propria divisa?
(Camillo Arcuri)

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14 Novembre 2007

Migranti - Le stragi alle porte di fortezza Europa

Le notizie di sbarchi clandestini di migranti sulle coste italiane sono diventate routine. Alcune tragedie, alcuni arrivi numericamente cospicui riescono ad occupare le pagine dei giornali e a richiamare l'attenzione su quello che è in realtà uno stillicidio di morti che continua da un ventennio. L'ultimo episodio è il naufragio di due imbarcazioni (una sulle coste della Calabria, l'altra in Sicilia) che tra il 27 ed il 28 ottobre ha causato 27 vittime ed un numero indefinito di dispersi.

In uno dei due casi, sulla spiaggia di Roccella Ionica sono naufragate 120 persone, tutti ragazzi palestinesi, provenienti da Haifa o Ramallah: una generazione in fuga dai territori occupati, che ha pagato l'equivalente di 1300 euro per imbarcare dall'Egitto all'Italia su un rottame fatiscente. Tra questi Abdel, 14 anni compiuti durante la traversata, che, intervistato(Corriere della Sera, 29 ottobre, "Sono fuggito dalla Palestina In mare ho compiuto 14 anni"), ha raccontato la sua storia : partenza dalla Palestina, arrivo al centro di raccolta, 9 giorni di navigazione alla volta dell'Italia conclusa col naufragio.

Un'analisi di Repubblica ("Meno sbarchi ma vittime in aumento", 29 ottobre 2007) prende spunto dall'evento per chiarire le cifre del traffico di vite umane: nel 2007 diminuiscono gli arrivi (14.968 contro i 16.093 del 2006), ma aumentano numericamente gli sbarchi. Questo, in ottemperanza alle leggi dell'economia, per cui i passeggeri vengono caricati su piccole barche, gommoni, carcasse "a perdere" senza conducente, per minimizzare i rischi dell'impresa. Il biglietto di 3 persone in genere ammortizza il costo del mezzo, che può essere abbandonato ai flutti o alle secche senza causare perdite economiche ai trafficanti: quindi l'uso di numerose, piccole imbarcazioni in condizioni pessime e senza conducente sarebbe la causa dell'aumento dei naufragi e delle vittime (solo quest'anno, 500 davanti alle coste siciliane).

Fortress Europe,letteralmente "fortezza europa" (http://fortresseurope.blogspot.com) è una rassegna stampa che dal 1988 ad oggi tiene il conto delle vittime della frontiera europea, e racconta, con dati e statistiche, la cronologia e i modi dell'ecatombe che si perpetua giornalmente alle frontiere: le cifre spalancano uno scenario inimmaginabile. 11.167 persone sono morte, dal 1988 ad oggi, durante il tentativo di raggiungere l'Europa, 3.912 i dispersi. In particolare, nel Mar Mediterraneo e nell'Oceano Atlantico verso le Canarie sono annegate 7.588 persone. Quasi la metà delle salme non sono mai state recuperate. Nel Canale di Sicilia tra la Libia, l'Egitto, la Tunisia, Malta e l'Italia le vittime sono 2.481, tra cui 1.522 dispersi. Altre 64 persone sono morte navigando dall'Algeria verso la Sardegna. Morire di frontiera nel 2007, alle porte dell'Europa, non è né western né fantascienza.
(Eleana Marullo)

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Espulsioni - A dispetto degli ariani siamo in Europa

Non è una vocazione, ma spesso una necessità professionale per chi fa il giornalista quella di incalzare, anziché compiacere l'intervistato, insomma fare il rompiscatole per poter cavare qualche straccetto di verità dal buco del dico e non dico. L'ultimo esempio è venuto da "la 7", Gad Lerner alle prese con Franco Frattini, vicecommissario europeo, disposto a parlar di tutto meno che rispondere alla domanda centrale: l'UE consente o no le espulsioni di massa dei romeni che sono invocate a gran voce dall'Italia reazionaria capeggiata da Bossi-Fini-Cavaliere?

Quando già il conduttore malcelava il suo bollore interno dietro la doverosa maschera di cortesia del padrone di casa, l'ospite in collegamento, a sua volta innervosito perché messo alle corde, alla fine ha ceduto, ammettendo il vero: l'Europa le vieta, le espulsioni di massa non sono ammissibili nel sistema democratico attuale (altri sono i provvedimenti mirati, motivati). E come mai il vicecommissario, dall'alto della sua carica, non richiamò tale principio subito, zittendo i suoi scalmanati amici di partito? Sempre più in imbarazzo, Fratini si è difeso attaccando: "Che ci posso fare io -ha detto in sostanza- se i media titolano solo sulle espulsioni e ignorano del tutto i programmi UE per l'integrazione?"

Reticenze a parte (efficace sarebbe suonata una tempestiva precisazione del vicecommissario sui contenuti della normativa europea, quando la xenofobia montava), la sua replica ha toccato certamente un tasto stonato: non diversamente si può definire il contributo dell'informazione stampata ed elettronica all'assordante concerto razzista levatosi dopo l'orrendo omicidio di Tor di Quinto a Roma. Giornali e telegiornali hanno soffiato non poco sul fuoco della giusta indignazione, preferendo rimestare nelle viscere invece di sollecitare la ragione. Col risultato di colpevolizzare un'intera popolazione, una razza "inferiore", come insegnavano ai tempi degli ariani…

La miglior risposta a certe scellerate teorie riemerse dalle fognature della storia, viene da una ragazzina cui dobbiamo essere grati per lucidità e umanità: suo padre, romeno, osò rifiutarsi di lavorare in nero e fu massacrato da un impresario nostro connazionale. La figlia allora sedicenne -nella lettera che riportiamo- assicura di non pensare assolutamente che tutti gli italiani ammazzano e bruciano i romeni. Una lezione salutare.
(Camillo Arcuri)

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La violenza non ha nazionalità

(Metro, 8 novembre 2007)
Vorrei chiedere scusa agli italiani, visto che sono romena, per il male che abbiamo fatto. Vi chiederete il perché del plurale. Perché ormai è opinione diffusa che essere romeno voglia dire essere assassino o ladro. È proprio questo il mio disappunto e vi spiego perché: sono una ragazza di 25 anni e avevo solo 17 anni quando mio padre fu ucciso barbaramente da un vostro connazionale, il suo datore di lavoro, a cui aveva chiesto la regolarizzazione.


Mio padre si chiamava Ion Cazacu e il suo assassino, che lo bruciò vivo, Cosimo Iannace.
Venne condannato in primo e secondo grado a 30 anni di carcere. Poi la Cassazione annullò tutto e alla fine l'assassino di mio padre è stato condannato a 16 anni. Vivo da ormai sei anni in Italia e nonostante la mia tragica esperienza penso che siate delle persone meravigliose e sono convinta del fatto che quando si parla di cronaca nera bisogna fare la differenza tra l'identità di un assassino e l'identità di un intero popolo.
La violenza non ha confini e non ha nazionalità come non hanno nazionalità le vittime della violenza. Allora non sarebbe forse più opportuno concentrarsi sul modo in cui si debbano punire tali atti di criminalità, nel tentativo di farli diminuire piuttosto che addossare le colpe a un intero popolo? Non ci si deve difendere dal mondo intero, ci si deve difendere dai criminali e se nel mondo ci sono criminali non vuol dire che sia un mondo di soli criminali.
(Florina Cazacu)

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7 Novembre 2007

Rom - Sindaci-sceriffo e responsabilità

Lunedì 5 novembre un'ascoltatrice di "Prima Pagina" (la trasmissione di rassegna stampa e dialogo con gli ascoltatori di Radio3) ha telefonato domandando: "Ma chi era preposto al controllo della irregolarità degli insediamenti rumeni a Tor di Quinto, dove è stato finora? Perché si lascia che si costituiscano i ghetti? Se non si pone, politicamente, un argine si creano le condizioni di una conflittualità che prima o poi esploderà e andrà fuori controllo".

Michele Concina, conduttore della trasmissione per la settimana, fa proprie le domande dell'ascoltatrice, ma ricorda anche che Cofferati è stato messo in croce appunto per aver smantellato analoghe situazioni di degrado nella sua città. L'argine politico che ha cercato di porre, aggiunge il giornalista, gli costerà di certo la mancata rielezione a sindaco, se pure riuscirà ad arrivare a fine mandato.
Alcuni organi di stampa - nella nostra città Il Secolo XIX - seguono la strada della drammatizzazione continua e dell'enfasi emotiva del problema sicurezza e criminalità, ma se questa scelta è pericolosa per la sua valenza culturale, non si possono ignorare i dati del Ministero dell'Interno sobriamente riportati dal Sole 24 Ore di lunedì 5 novembre: tra il 2005 e il 2006 si è registrato un aumento del 7,5 % dei delitti denunciati, in particolare furti e scippi (+ 24 %), e furti nelle abitazioni (+ 17 %), con Genova al primo posto per reati di strada (1.200 borseggi o scippi ogni 100.000 abitanti). Maurizio Fiasco, il ricercatore e sociologo intervistato dal Sole 24 Ore, individua, come cause possibili, l'indulto e la "pressione della popolazione nomade o espulsa dai paesi d'origine. Un fenomeno che va a impattare soprattutto sulle grandi città, spesso impegnate in un processo di transizione disordinata".
Il problema quindi esiste e va affrontato, ma l'affannosa sequenza temporale di questi giorni (l'assassinio di Giovanna Reggiani, seguito dalla precipitosa trasformazione del disegno di legge sulla sicurezza in decreto immediatamente operativo e dalla demolizione delle baracche del campo rom abusivo di Tor di Quinto) ha di fatto lanciato ai cittadini il gravissimo messaggio che la responsabilità individuale della specifica persona di nome Nicolae Romolus Mailat va in realtà intesa come una responsabilità collettiva di tutta la comunità a cui questa persona apparteneva.
(Paola Pierantoni)

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31 Ottobre 2007

Stragi silenziose/1 - Se una catastrofe non è abbastanza interessante

La notte del 25 dicembre 1996, Ampalagan Ganeshu e suo fratello Arulalagan, due ragazzi dello Srilanka in fuga dalla guerra civile, morirono nel più grave disastro marittimo nella storia del Mediterraneo dalla fine della guerra mondiale. In 283 sparirono nel mare del Canale di Sicilia, a bordo della nave Friendship, speronata dalla Yohan, a sua volta carico di merce umana. Soltanto cinque anni dopo, nel 2001, su indicazione di un pescatore, un robot subacqueo catturò le immagini di quello che era rimasto un naufragio fantasma, descritto dai superstiti ma mai provato. Abiti, rottami, resti umani denunciarono che invece era accaduto sul serio, 283 persone erano sparite nel mare per 5 anni senza che nessuna autorità intervenisse, per accertare quello che era accaduto e recuperare i corpi.

Solo a distanza di 11 anni, a febbraio, il governo ha stanziato i fondi necessari per questo ultimo atto di pietà. Ma il tempo, banalmente, scorre, e mentre i quotidiani si accatastano uno sull'altro (4013 quotidiani in undici anni, quanti truculenti omicidi, quanti gossip, quante dichiarazioni autorevoli), “ultimo sfregio, il mare ha cancellato tutto”. Così titola il Venerdì di Repubblica (19 Ottobre 2007), unica voce a raccontare quello che resta di un dramma mai abbastanza interessante per esistere, per le autorità, per i media, per l'opinione pubblica.
www.uonna.it/yiohan-naufragio-dei-media.htm
www.tanadezulueta.it/html
(Eleana Marullo)

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24 Ottobre 2007

Miopi rinvii - Una moschea per pregare lontano dalla monnezza

"Siamo stati sfrattati dall'unico luogo della provincia di Genova dove potevamo praticare la nostra religione, svolgere attività sociali, culturali, educative. Una moschea (centro culturale islamico) è un fatto di civiltà… La libertà religiosa è un diritto costituzionale". Così diceva un volantino del lontano 1999, firmato Centro Islamico culturale di Genova.
La fotografia (cliccare qui), presa nel Giugno 2005, ritrae la vita ordinaria di uno dei centri di preghiera islamici (quello di vico dei Fregoso, accanto ai mezzi dell'Amiu), sorti informalmente qua e là nella città dopo la cancellazione della moschea di via Bologna.

Dal 1999 ad oggi assistiamo in merito ad una sequenza di impegni disattesi, rinvii, rimpalli di responsabilità che stanno facendo vivere a migliaia di islamici genovesi una frustrazione molto pesante: la negazione di fatto della dignità del loro credo religioso e della loro cultura, l'esperienza vissuta del dovere praticare i propri riti in condizioni avvilenti.
Dire, come ha detto la sindaco Marta Vincenzi, che la moschea si farà, "che non vi è alcun pregiudizio da parte nostra", ma che non crede "che si tratti di una priorità per il 2009" (Il Secolo XIX del 27 settembre 2007) è una sottovalutazione di questa vicenda.
Sarebbe finalmente di sfidare l'impopolarità di cui parlava Bruno Gabrielli (Repubblica del 30 settembre 2007) non solo per affermare valori che sono propri della democrazia, ma anche per non mettere in difficoltà chi, tra i cittadini di cultura islamica, si impegna da anni per diffondere nella propria comunità la ricerca del dialogo e della convivenza armoniosa con la città ospitante.
(Paola Pierantoni)

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22 Novembre 2006

Diversità/1 - Spaventosa e violenta la Genova di Ndiawar

Il primo effetto della manifestazione organizzata dalla comunità senegalese, che sabato 11 novembre ha attraversato le vie del centro, è che il lunedì successivo via Prè era blindata da posti di blocco e intersecata da pattuglioni. Chiusi nelle loro case i migranti della zona - convinti che quello non fosse giorno per circolare sia pure nel proprio quartiere e con i documenti in regola.

Ricacciati in casa, dopo aver conquistato, per un attimo, la scena pubblica. "L'opinione pubblica" cittadina (Secolo XIX e Repubblica di domenica 12 novembre) che si era appena accorta della manifestazione di sabato, non ha dato conto degli effetti del lunedì. Un quartiere assediato dalla polizia, se popolato di senegalesi, non fa notizia.
La manifestazione di sabato 11, era stata indetta dalla comunità senegalese per solidarietà e chiedere la liberazione di Ndiawar, un giovane senegalese. Le testimonianze raccolte nel quartiere dicono che Ndiawar è stato vittima di una provocazione che si è trasformata in aggressione di fronte al suo rifiuto di consegnare il suo cellulare. Ndiawar è al momento ricoverato all'ospedale (10 giorni di referto), in attesa di finire in carcere. In un volantino che hanno distribuito durante la manifestazione i senegalesi hanno denunciato la sistematicità di episodi dello stesso tenore. "A qualunque ora del giorno e della notte - recita il volantino - i poliziotti entrano in casa, bussano, se non apri sfondano la porta. Per prima cosa chiedono i documenti e perquisiscono la casa senza nessun mandato. Prendono la merce da vendere senza scrivere il verbale, o si prendono orologi e cellulari con il pretesto che non hai lo scontrino. Loro, quando cercano, guardano in tutta la casa, camminano sui vestiti, aprono cassetti e valigie, e se li trovano prendono anche i nostri soldi. Se resisti ti picchiano. Se ti fermano in strada e ti portano in questura, non ti restituiscono mai il cellulare. A volte, anche se hai i documenti, ti caricano in macchina per farti paura, e ti fanno scegliere se andare con loro o lasciargli la tua roba. Se ti dicono che sei uno spacciatore e non ti trovano droga addosso, te la mettono loro in tasca…"
Affermazioni quelle del volantino che alludono senza mezzi termini a pratiche inquietanti e forse all'esistenza di un racket. D'accordo che i senegalesi non fanno (quasi) notizia ma qui ci sono parole che la meriterebbero. O no?
Jeff Quil

Posted by Admin at 09:55

Diversità/2 - I muscoli dei rambo e la dignità ferita

L'altra sera era a cena da me un nostro giovane amico di nazionalità marocchina. Festeggiavamo il suo nuovo lavoro, come operaio in un'azienda metalmeccanica. Alle spalle di questo ragazzo, in Italia da quindici anni, due diplomi di qualificazione professionale e un periodo di apprendistato di quattro anni felicemente concluso in un'altra azienda. Insomma, un giovane operaio genovese che si alza tutte le mattine alle 5.30 per trovarsi alle 7.30 sul luogo di lavoro non vicino alla sua abitazione.

I racconti che ci fa della sua nuova fabbrica rivelano una etica del lavoro di sapore antico: la felicità di averci trovato operai esperti, competenti, da cui sente di poter imparare. La sottolineatura della differenza con la azienda di prima dove si svolgeva un lavoro complessivamente meno qualificato e in cui l'organizzazione aziendale lasciava parecchio a desiderare. L'apprezzamento per la severità con cui vengono fatte osservare le norme di sicurezza. Brindiamo.
Il felice racconto viene però interrotto dalla narrazione di un episodio che felice non è. Una di queste mattine sull'autobus che lo porta al lavoro salgono alcuni agenti della Finanza. Controlli. Si dirigono da lui e lo fanno scendere. Gli chiedono i documenti e lui dà loro la patente di guida. Incominciano a mettergli le mani addosso, per frugargli nelle tasche. Lui reagisce con calma, ma con decisione: le mani nelle mie tasche ce le metto solo io, ve le svuoto, mi metto anche nudo, ma voi le mani in tasca non me le mettete. Un agente lo prende dal dietro dei pantaloni e lo solleva di peso da terra. Lui protesta ancora per questo modo di fare immotivato e privo di rispetto. Gli agenti fanno i loro controlli sul suo nome. Ovviamente non risulta nulla e finalmente lo lasciano andare. Di fronte al dolce che conclude la cena di festeggiamento il nostro amico ci dice della vergogna e della rabbia che ha provato: quelle persone sull'autobus da cui è stato fatto scendere avran no pensato che era un delinquente. E se c'era qualcuno della sua nuova fabbrica? E poi, perché?
Paola Pierantoni

Posted by Admin at 09:53

Infamie - Da Esma a Guantanamo via Abu Ghraib

"Prima uccideremo tutti i sovversivi, poi uccideremo i loro collaboratori, dopo i loro simpatizzanti, successivamente quelli che resteranno indifferenti e alla fine i timidi." (Generale Ibérico Saint Jean, governatore della provincia di Buenos Aires, 1977).

Trentamila i desaparecidos in Argentina durante la dittatura militare nel 1976-1983. A questi si devono aggiungere quindicimila fucilati per le strade. E ancora novemila prigionieri politici e oltre un milione di esiliati .

Il massacro avveniva nei Centros clandestinos de detención. Uno dei più attivi, l'Esma (Escuela de Mecánica de la Armada) ha inghiottito almeno cinquemila persone. Decine di donne incinte vi sono state tenute in vita solo fino al parto per poi, di notte, drogate, essere buttate vive da un aereo sul Río de la Plata, intanto che i loro i bambini, trattati come bottino di guerra, venivano consegnati a sconosciuti (in genere membri delle forze armate). Una storia che ha richiesto anni, prima di emergere, e altri ancora per essere conosciuta nei suoi orribili particolari. Nel 2004 l'Esma, liberato da ogni servitù militare, è stato dichiarato "Spazio per la memoria e per la promozione e difesa dei diritti umani"
Il progetto, presentato in questi giorni ("Cómo será la Esma", Victoria Ginzberg, Pagina 12, quotidiano di Buenos Aires, 12 novembre 2006), prevede di preservare la struttura dell'Esma e documentare, locale per locale, l'impiego criminale a cui era destinato (interrogatori, torture, detenzione, eliminazione ecc). Insieme: una mostra permanente sull'attività repressiva dello Stato argentino nel secolo XX, una mappa dei centri clandestini esistenti nel paese e uno spazio audiovisivo destinato a raccogliere, con le storie delle vittime, le testimonianze dei sopravissuti. Infine uno spazio sarà destinato alle organizzazioni per i diritti umani che continueranno a raccogliere le denuncie dei sopravvissuti. Qui un centro informatico permetterà di accedere liberamente ai documenti sui Centros clandestinos de detención, alla repressione messa in opera dalla dittatura, alle storie individuali delle vittime.
Alla redazione del progetto finale hanno contribuito, grazie a riunioni pubblicamente convocate, rappresentanti delle organizzazioni per i diritti umani insieme a semplici cittadini. Scopo principale: il recupero della memoria al di là del piano rituale o commemorativo, l'affermazione dell'inviolabilità della persona e della indivisibilità dello stato di diritto.
Un modo anche per affermare che altri centros de detención, come Guantanamo e Abu Ghraib, non possono essere considerati semplici incidenti di percorso.
Oscar Itzcovich

Posted by Admin at 09:46

11 Ottobre 2006

Addio Maria - I motivi del disonore secondo Lukashenko

E' un vero peccato che, tra i tanti colleghi che si sono occupati della vicenda di Maria, da punti di vista anche diversi, apparentemente quasi nessuno abbia avuto tempo o modo di consultare l'intervento intitolato "Difesa dei diritti dei bambini e della gioventù" del presidente bielorusso Grigorevich Lukashenko davanti al Parlamento il 17 novembre 2004. Il documento - poco meno di quattro pagine, in traduzione ufficiale, che si trovano sul sito di www.cittadinidelmondo.info - sarebbe stato molto utile per capire cosa stava succedendo e - temo - anche cosa succederà.

E' necessaria una sintetica premessa, malgrado le molte cose dette e scritte sull'argomento. L'ospitalità temporanea delle famiglie italiane nei confronti dei bambini bielorussi è stata offerta per limitare le conseguenze della nube radioattiva di Chernobyl, ma negli anni, si è estesa anche ad altri bambini, generalmente poveri, senza f amiglia o figli di genitori, per varie ragioni, privati della patria potestà (4.200 nel solo 2003 secondo Lukashenko): sono gli ospiti dei cosidetti "Internat" dei quali "solo il 20%" (ancora Lukashenko), uscendo, "si adattano alla vita da adulto in maniera normale".
A fronte di questo problema si è sviluppato in Italia un movimento imponente di cui i "media" hanno poco parlato. 50-60mila famiglie, forse centinaia di migliaia di persone coinvolte, 30mila bambini accolti ogni anno, centinaia di piccole associazioni di volontari. Inevitabile che si instaurassero rapporti affettivi e anche richieste di adozione.
Di fronte al Parlamento del suo Paese, il 17 novembre 2004 Lukashenko ha detto basta! Riassumo per sommi capi, ma il testo integrale dell'intervento è su internet:

Noi abbiamo finito, una volta per tutte, con il risanamento dei nostri bambini all'estero senza alcun controllo.
Spediamo migliaia di bambini all'estero? Questo è un disonore per lo Stato. E di questa infamia dobbiamo sbarazzarci una volta per sempre.
Già da noi esiste il problema del consumismo. E questi bambini tornano da quei posti consumisti al quadrato. Di tale educazione non abbiamo bisogno!
Dobbiamo risanare i bambini dentro il Paese. Solo in casi estremi dobbiamo inviarli fuori dalla Repubblica.
Se ci vogliono dare una mano, che ci trasferiscano i mezzi e controllino qui come noi li utilizzeremo.
Non ci servono stracci, roba, fette biscottate etc. Di questa paccottiglia ci basta la nostra. A noi servono apparecchi medici moderni.
Io controllerò come verranno eseguite le mie disposizioni.
La Bielorussia è uno stato sovrano; e, in un certo senso, può fare ciò che vuole. Ma nell'intervento non c'è una parola per la situazione pregressa: non un apprezzamento per l'aiuto dato generosamente per tanti anni, né un accenno ai sentimenti dei bambini e dei loro ospitanti.

Qualche associazione ha accolto la richiesta di portare in Bielorussia gli aiuti: sono partiti idraulici, carpentieri, muratori con attrezzi e materiali per lavorare, durante le vacanze, negli Internat, ma è dura.
Leggere il sito www.volontariperlosviluppo.it
(Gianni Migliorino)

Posted by Admin at 09:26

Abiure - I "sans papiers" di Francia e la preistoria a venire

I telespettatori della ripresa politica in Francia sono stati gli involontari testimoni di una sequenza altamente istruttiva. Insinuatasi in una questura della periferia parigina, la telecamera di un telegiornale ha sorpreso una famiglia di emigranti congolesi, i genitori e due figli adolescenti candidati alla regolarizzazione, mentre rispondevano a domande del tipo: "che lingua parlate in casa?, che fumetti leggete?, che trasmissioni guardate alla televisione?" poste da pubblici ufficiali. Il tutto, si badi, sotto gli occhi o quasi di Arno Klarsfeld, il supervisore appositamente nominato dal ministro degli interni Nicolas Sarkozy.

Per la cronaca, il padre del sopracitato Arno, Serge Klarsfeld, è il presidente dell'"Associazione francese dei figli degli ebrei deportati", mentre sua madre Beate è nota per aver schiaffeggiato pubblicamente il cancelliere tedesco Adenauer per il suo passato ben poco limpido. Quanto ad Arno, dopo aver brillato in età giovanile come avvocato di parte civile al processo contro l'aguzzino nazista Klaus Barbie, sembra oggi interpretare in modo alquanto singolare tale prestigiosa eredità.
Nel seguito del reportage, lo spettatore apprendeva che l'ignara famiglia africana doveva dimostrare il proprio sradicamento dal paese e dalla cultura d'origine come prova dell'attaccamento alla repubblica e ai valori del paese d'adozione. Per questo gli "inquisiti" rispondevano invariabilmente che loro parlano solo francese, guardano solo la televisione tricolore e il Congo ormai non saprebbero nemmeno più indicarlo sul mappamondo...
L'esigenza di tali assurde abiure dipende dal teorema diffuso secondo cui una delle cause dei comportamenti devianti nei paesi d'emigrazione, sarebbe la sopravvivenza di costumi ancestrali incompatibili con l'Occidente libero ed emancipato. Si pensi all'annoso problema del foulard islamico nelle scuole transalpine... Ma le difficoltà d'integrazione sono davvero un effetto della persistenza di un retaggio culturale arcaico, o non piuttosto la conseguenza dell'impatto con l'arcaismo latente nel moderno?
A questo proposito, la memoria va irresistibilmente ad un'altra, simmetrica sequenza di un documentario diffuso tempo fa su ARTE, il canale culturale franco-tedesco. Nella Polonia surreale del dopo-Jaruzelsky, in un'officina di "condizionamento" (riverniciatura e cambiamento di targa) di auto rubate, uno dei "carrozzieri", richiamato all'ordine, chiedeva comprensione. "Dovete capirci", spiegava pacatamente con involontaria ironia, "da noi il capitalismo è solo all'inizio". Ancorché lapidaria, l'"analisi" aveva il merito di ricordare che la preistoria incombente sull'Europa dei Lumi, è la conseguenza non tanto dei flussi migratori, quanto della politica predatoria di chi preconizza la fine del "welfare", nonché controlli più severi alle frontiere e nelle "banlieues" ribelli. Certo, i charter che, in Francia, provvedono con ritmo incalzante al rimpatrio degli emigranti non possono essere assimilati ai vagoni delle orrende deportazioni che ebbero luogo proprio nel cuore dell 'Occidente. Confessiamo nondimeno un certo disagio nell'apprendere che Arno Klarsfeld legittima, con la sua mediatizzata presenza, la circolare che ha recentemente permesso, in Francia, di respingere 23.076 domande di regolarizzazione sulle 30.000 regolarmente presentate dai "sans papiers".
Le questure, quanto a loro, fanno sapere che molti fra i regolarizzandi avrebbero rivelato lacune più che sospette sugli ultimi sviluppi della "Star Academy". Il titolo del gettonatissimo reality show locale suona alquanto "british", ma - si fa notare - le aspiranti star, tutte coi documenti in regola, si esprimono in perfetto francese. Sono comunque in corso gli accertamenti di routine
(Achab)

Posted by Admin at 09:20

13 Settembre 2006

Intercettazioni - Il fango del "giornale" sulla famiglia Giuliani

Il bel mondo politico-culturale, di destra e di sinistra, quello che si è indignato per le intercettazioni telefoniche di parlamentari, banchieri, affaristi ed ex reali, riportate dai giornali, e che tanto ha protestato da fare adottare d'urgenza misure legislative contro gli abusi di "certa" informazione, non ha detto una sola parola per l'ignobile speculazione consumata dal Giornale di Berlusconi contro la famiglia Giuliani.

Il 20 luglio, nella generale distrazione estiva, il quotidiano non dimentica il quinto anniversario della tragica morte di Carlo, e lo fa pubblicando il testo di una telefonata registrata tra i genitori del ragazzo, un anno prima del G8. In quella conversazione, al pari di tanti altri padri e madri, Haidi e Giuliano Giuliani si confidano le loro ansie per quel figlio inquieto che forse si fa qualche spinello e si mette anche nei guai difendendo un extracomunitario trattato duramente dai carabinieri, ragion per cui si busca una d enuncia.
E' soprattutto il padre a mostrarsi esasperato per il comportamento di Carlo, tanto da dire che teme il peggio, mentre la madre, al solito, cerca di mediare, invitando alla pazienza, alla comprensione, ad aver fiducia. Perché mai questo tipo di confidenze familiari, molto intime, vengano registrate dalla Guardia di finanza, evidentemente su autorizzazione della Procura, non è ben chiaro; ma pare che all'origine ci sia un controverso episodio avvenuto qualche tempo prima nei vicoli, quando Carlo viene momentaneamente fermato col sospetto di essere in cerca di fumo (addirittura lui pensa a una rapina e invoca la polizia). Subito rilasciato, le indagini vanno discretamente avanti, ma nulla risulta a suo carico.
Ecco però che i verbali di quelle telefonate tra i suoi genitori riemergono nel quinto anniversario della morte del ragazzo, senza motivo giudiziario o giornalistico di sorta, solo per schizzare fango sulla sua memoria. Per la serie, senza pietà e senza vergogna. Gli unici a protestare per l'indegna operazione sono il Manifesto e Liberazione che ottengono una sanzione dal Garante della privacy; il resto è silenzio; nessuno si è accorto di nulla. Alla domanda se intende reagire, Haidi Giuliani dice di no che ormai è abituata agli sciacalli. Soltanto in un caso ha deciso che era troppo e ha querelato il Giornale di Belpietro-Berlusconi: "Ha pubblicato una lettera dove si leggeva che i monti non sorridono ma i morti sì, per dire che la morte di mio figlio mi avrebbe fruttato una ricchezza… Li ho querelati e li voglio vedere condannati."
(Camillo Arcuri)

Posted by Admin at 14:25

31 Maggio 2006

Voci di dentro/1 - Marassi simbolo dell'ingiustizia

C'è un mondo che ignoriamo, ma che è la sintesi dell' ingiustizia del mondo. Il carcere di Marassi ben rappresenta il sistema penitenziario, tranne per una particolarità: contiene molti più stranieri delle altre carceri. Attualmente sono oltre il 55% del totale, e il trend è in continua ascesa. Ne parliamo con Enzo Paradiso, criminologo, cominciando dalla questione attuale di una possibile amnistia.

Il suo parere è favorevole: l'amnistia va concessa perché le carceri scoppiano. A Marassi i detenuti sono circa 800, il doppio di quanti dovrebbe e potrebbe contenerne. L'obiezione è ovvia: è giusto premiare persone condannate per aver commesso dei reati? Rimetterli in libertà non in base a una motivazione collegata alle finalità dell'istituzione carceraria (protezione della società da individui pericolosi, rieducazione degli stessi), bensì per ragioni puramente organizzative ed economiche?
L'interlocutore condivide l'obiezione, ma rilancia. L'amnistia, in effetti, non andrebbe neppure data per rimediare all'affollamento delle carceri, ma per attenuare una grande ingiustizia: l'esistenza stessa del carcere. A voler essere giusti, il carcere andrebbe abolito. Con due sole eccezioni: per la criminalità organizzata, e per chi volontariamente ha ucciso. L'assassino ha infranto il più grande tabù, così facendo è diventato una persona particolare, pericolosa. La sua rieducazione è possibile, ma finché non è compiuta deve essere isolato dalla società.
Tutti gli altri vanno assistiti e curati. Il carcere, come luogo di detenzione per qualunque reato penale, va abolito, come sono stati aboliti i manicomi.
A Marassi ci sono solo reietti, stranieri clandestini, persone abbandonate, tossicodipendenti o con problemi psichiatrici. Chiunque abbia una famiglia, dei conoscenti, una possibilità di lavoro, insomma una posizione anche minima nella società, non resta in carcere, usufruisce di pene alternative.
Quasi tutti i detenuti sono condannati (o in attesa di giudizio) per piccolo spaccio. O reati connessi. Per tutti costoro, il carcere non è né un deterrente a reiterare il reato, né un luogo di rieducazione e reinserimento nella società. Per lo più si tratta di persone sole, che quando escono dal carcere per termine della pena, con le loro poche cose nel sacchetto nero dell'immondizia, non hanno neppure i soldi per comprarsi il biglietto dell'autobus. Moltissimi sono ammalati, di patologie anche gravi, come AIDS, epatiti ecc.
L'argomento è molto vasto, val la pena di continuare a parlarne. Concludiamo questa prima parte con le parole di Enzo Paradiso pubblicate su "Area di servizio" (Rivista trimestrale a cura della Cooperativa Sociale "Il Biscione", p. 1): "Per chi è costretto a viverci, per chi ci lavora e per chi presta opera di volontariato è molto evidente che la realtà penitenziaria, vista dal di dentro, è un mondo a sé. Il pianeta carcere racchiude, concentra ed esaspera le aree problematiche e le contraddizioni più vistose della società: l'immigrazione, la tossicodipendenza, la salute, la povertà, la sofferenza mentale".
(A cura di Pino Cosentino)

Posted by Admin at 10:08

Voci di dentro/2 - Otto o dieci in una cella per quattro detenuti

A Marassi le celle, di circa 16 mq., ospitano 8 persone in letti a castello. Talvolta viene aggiunto un terzo piano, e ciò provoca degli incidenti anche gravi. Qualche mese fa un detenuto è morto cadendo dal terzo ripiano del letto. Le celle erano previste per 4 persone. Restano chiuse, i detenuti - salvo le due ore d'aria - non possono uscire dalla loro cella, se non per recarsi alle attività prestabilite.

Come passano il tempo i detenuti? In cella c'è la tv, si gioca a carte, si ascolta musica in auricolare, soprattutto si fa da mangiare, con fornelletti tipo-camping a gas. Riescono anche a cuocere pizze e torte, allestendo dei fornetti con carta stagnola, pentole e coperte. La polizia penitenziaria permette ai detenuti, quando arrivano, di scegliersi la cella. Perciò le celle sono per lo più etnicamente omogenee. In quelle miste si trovano i più sfortunati. La vita può essere molto difficile, oppure in qualche caso anche abbastanza piacevole, secondo la compagnia. Ma di solito l'atmosfera è satura di tensione e di violenza.
Circa 120 detenuti vanno a scuola (scuola media, grafica e odontotecnica: 50-60 sono "lavoranti", ossia eseguono piccoli lavori: scopino (pulisce gli spazi comuni, come corridoi ecc.), portapacchi (consegna di ciò che mandano i parenti), portaviveri (il cd. sopravvitto: una ditta ha vinto una gara e fornisce, a pagamento, generi alimentari, sigarette, articoli di profumeria e simili).
I detenuti, inoltre, possono usufruire di diversi colloqui: con i famigliari (una volta alla settimana), con medici, psicologi, educatori ministeriali, ministri di culto ecc.

Posted by Admin at 10:02

17 Maggio 2006

Processo G8 - La doppia veste della poliziotta

Udienze 3 e 4 maggio. Nella mattina di mercoledì la prima a deporre è una dirigente del Comune di Genova. Si è occupata di mettere a disposizione locali e beni per il Genoa Social Forum, all’interno dell’edificio scolastico Diaz, attrezzando di strutture informatiche anche altre postazioni utilizzate dal Genoa Social Forum.

E proprio di queste strutture, in modo particolare dei computer, ricorda lo stato in cui le ha recuperate il giorno successivo al blitz della polizia nella scuola: molte mancavano, altre erano state distrutte con violenza. Le testimonianze successive sono quelle di alcuni infermieri e di un medico di guardia, tutti in servizio la notte del 21 luglio 2001 e giunti a prestare la loro opera nella scuola. Al loro arrivo la polizia era già intervenuta e molte delle persone che stavano nella scuola recavano ferite, traumi e fratture.
Udienze 10 e 11 maggio. Uno degli interventi più rilevanti di queste due giornate è sicuramente quello di Riccardo Chartroux, giornalista di RAI 3. Gli viene mostrato un video – andato in onda sul Tg3 – dove si vedono corridoi lungo i quali sono seduti a terra molti ragazzi, e, benché egli non abbia assistito personalmente ad episodi di costrizione, è chiaro – come sottolinea lui stesso – che è proprio la costrizione l’unica spiegazione al fatto che fossero tutti lì seduti e non avessero già abbandonato la scuola, cosa di cui sembrava invece avessero una gran voglia! A rendere ancora più palese il reale stato delle cose è la richiesta di una ragazza al giornalista di non andare via, così nessuno le avrebbe fatto del male. Successivamente un poliziotto, rivolto a lui e all’addetto alle riprese, gli intima di allontanarsi perché c’era un’operazione in corso e quando Chartroux chiede ad un poliziotto di parlare con un responsabile, questo gli risponde che non sa chi fo sse il responsabile, nonostante ci fossero presenti diversi dirigenti.
Nel corso della mattinata colpisce un aspetto descritto da un altro testimone, un operatore del Tg3. Infatti egli riconosce tra gli agenti di polizia presenti nella scuola la stessa donna che, il giorno prima, aveva visto nel corteo dei pacifisti, ma questa volta sotto le vesti di una manifestante.
(Alessandra Massa)

Posted by Admin at 19:07

4 Maggio 2006

Scoperte - Medici senza frontiere all’opera in Italia

Vicino alla giostra, fra cavallucci, carrozze e il battello per Camogli e San Fruttuoso, i turisti del conclamato “ultimo weekend” di primavera si sono scontrati con la riproduzione di un campo profughi voluta da Medici senza frontiere (www.msf.it).

La “mostra” (ma si può definire tale?) ha lo scopo di sensibilizzare i nostri animi assopiti, di farci comprendere come vivono (spesso una lunga vita: ci sono campi in cui si staziona a lungo) 33 milioni di essere umani, dislocati in Europa, Asia, Africa, America meridionale.
Gli oggetti che si trovano dentro e fuori le tende provengono da quei campi e ci ricordano come la guerra sia anche un momento di “creatività”, di dimostrazione della voglia di vita e normalità: giochi costruiti con latte, fili metallici, pezzi di infradito (un defender); e poi strumenti musicali e sandali realizzati con i pneumatici dei camion.
La giovane ragazza bionda che ci accompagna spiega con dovizia di particolari qual è la mission di MSF e come si muova una volta costruito un campo (ossia: sistemate le tende, stabiliti i luoghi deputati alla salute, all’acqua, al cibo ed ai bisogni fisiologici…). Sovraffollamento, assenza di privacy, in molti casi difficoltà per le donne a spostarsi sole all’interno del campo, sono alcuni dei problemi che il personale deve risolvere cercando un punto di contatto fra la cultura e la sopravvivenza della popolazione; poi ci sono malnutrizione e malattie (malaria, colera, HIV) e l’inevitabile battaglia per l’accesso ai farmaci che MSF sta combattendo contro le multinazionali (guarire non è un diritto per tutti).
Certo la presenza di MSF nelle zone di conflitto non meraviglia. Ma in Italia? Un piccolo opuscolo, con foto e testimonianze, racconta la vita degli immigrati che lavorano come stagionali nel sud Italia, spostandosi a seconda del raccolto, dalla Campania alla Calabria, dalla Puglia alla Sicilia (il rapporto completo sulla condizione dei lavoratori stagionali è stato pubblicato nel maggio del 2005 dalla casa editrice Sinnos, con il titolo: “I frutti dell’ipocrisia, storie di chi l’agricoltura la fa. Di nascosto”).
Persone che vivono spesso in alloggi di fortuna e che, malgrado la giovane età, presentano un quadro clinico reso preoccupante proprio dalle condizioni di lavoro. Molti provengono da zone di conflitto: a loro dovrebbe essere concesso lo “status” di rifugiato che, secondo il diritto internazionale, prevede una serie di garanzie (dal diritto alle cure, a un tetto, fino all’impossibilità dell’espulsione)….ma siamo in Italia e la patente di “rifugiato” diventa una chimera.
(Tania del Sordo)

Posted by OLI at 09:51

Diritti umani - Mentre l’UE bacchetta il ministero promuove

Il Comitato per la prevenzione della tortura e delle pene o trattamenti inumani o degradanti del Consiglio d’Europa ha pubblicato il 27 aprile un rapporto sullo stato delle carceri e dei centri di permanenza temporanea (Cpt) dopo la visita effettuate in Italia nel 2004 (www.cpt.coe.int/en/states/ita.htm).

I compiti del Comitato, sebbene necessariamente limitati dalla diplomazia, hanno dato considerevoli risultati. Nonostante il linguaggio edulcorato, i rilievi mossi all’Italia sono pesanti: carceri sovraffollate, assistenza sanitaria scadente, personale insufficiente. Una questione particolarmente esaminata è stata quella dei maltrattamenti. La commissione di Strasburgo ha ritenuto necessario raccomandare “che sia ricordato a tutti i membri delle forze dell’ordine che ogni forma di maltrattamento (compresi gli insulti) di persone detenute è inaccettabile, che tutte le informazioni relative ad eventuali maltrattamenti saranno oggetto di un’inchiesta e che gli autori dei maltrattamenti saranno severamente puniti”.
La commissione ha voluto sottolineare che segue con estrema attenzione i processi sugli eventi del 2001 a Napoli (17 marzo) e a Genova (20-22 luglio), che richiede di essere regolarmente informata dell’evoluzione delle inchieste giudiziarie e disciplinari in corso relative alle accuse di maltrattamenti formulate contro le forze dell’ordine in quelle occasioni e che desidera continuare a ricevere delle “informazioni dettagliate sulle misure adottate per evitare il ripetersi di episodi simili nel futuro (per esempio, a livello della gestione delle operazioni di mantenimento dell’ordine, della formazione del personale e dei sistemi di controllo e di ispezione)”.
Le risposte delle autorità italiane sono state burocratiche e elusive. Per esempio: nessuna misura disciplinare finora è stata applicata alle forze dell’ordine per “evitare ogni interferenza con un’azione penale dell’autorità giudiziaria che è ancora in corso”. Così, spiegano, dispone l’articolo 11 del DPR n. 737/1981, ma omettono di dire che molti funzionari incriminati sono stati intanto promossi.
La diffusione sulla stampa nazionale del Rapporto per la prevenzione della tortura è stata scarsa. In ambito locale solo un articolo del Corriere Mercantile (Il Consiglio d’Europa: “Mai più come al G8”), un trafiletto del Secolo XIX (G8, Strasburgo ammonisce l’Italia) e un pezzo surreale del Giornale (L’Europa zittisce i no global: “Nessuna tortura al G8”).

Ecco un argomento che sarà indubbiamente al centro del ciclo di incontri sull'informazione e i media che l'Università promuove in collaborazione con il Centro per l'Educazione ai Diritti Umani (CEDU), con il patrocinio dell’Associazione ligure dei giornalisti e l’intervento di professori di Genova e di Urbino, giornalisti, personalità del mondo culturale, esponenti di organizzazioni non governative come Amnesty International, Peace Reporter, Reporter senza frontiere, ecc.
Gli incontri - che si terranno tutti i venerdì, dal 5 maggio al 9 giugno 2006 - sono aperti al pubblico (www.unige.it/eventi/docs/media_diritti.pdf). Ottima iniziativa, arrivata al secondo anno, anche con la partecipazione di studenti che sono incoraggiati a frequentare perché la loro presenza dà diritto a crediti formativi utili per il loro curriculum.
(Oscar Itzcovich)

Posted by OLI at 09:48

27 Aprile 2006

Memoria G8 - “Mister X” in aula al processo Diaz

6 aprile 2006: è chiamato a testimoniare un giornalista tedesco accreditato regolarmente al vertice G8 per fare il suo servizio. Anche lui, come molti altri la sera del 21 luglio alla Diaz, ha subito violenze dalla polizia, e nelle sue parole si ritrovano ancora una volta le scene e i luoghi della scuola-dormitorio che quella notte si sono riempiti di vittime e del loro sangue.

La sua testimonianza ha un’importanza particolare: infatti già nel 2003 aveva riconosciuto tra gli aggressori nella scuola l’allora capo della Polizia di Roma, Luigi Fazio, e infatti l’avvocato Perugini, che sino ad oggi in aula si era visto ben poche volte, è finalmente presente. A rendere l’atmosfera un po’ diversa dal solito è la presenza, accanto al difensore, di uno strano personaggio: non è un avvocato, non è un consulente tecnico autorizzato, e quando il giudice invita l’avv. Perugini a dare le generalità della persona che gli siede accanto, questi preferisce, dopo aver in un primo momento tentato di sottrarsi alla risposta, accompagnare fuori dall’aula il misterioso accompagnatore senza svelarne l’identità.
12 aprile 2006. Stavolta a rendere le loro testimonianze in aula sono cinque collaboratori di Radio GAP. Univoche le loro dichiarazioni: tutti ricordano l’irruzione improvvisa nella scuola da parte della polizia e la successiva comparsa di due poliziotti nell’aula da dove stavano trasmettendo in diretta quanto stava accadendo, fino a quando uno dei due agenti di polizia non ha spento il mixer interrompendo bruscamente una trasmissione che forse si era fatta un po’ troppo compromettente. In effetti le testimonianze che si succedono nell’aula del Tribunale sollevano più di un dubbio sulla legittimità delle azioni della polizia: un testimone racconta che alla richiesta di produrre un mandato, un poliziotto avrebbe risposto che in quel caso non ce n’era bisogno (!). Altri descrivono per l’ennesima volta la disarmante situazione del post-blitz nella stanza dei legali: un programmatore informatico, dice che i computer degli avvocati erano rotti e avevano subito danneggiamenti che li rendevano inutilizzabili, mentre un altro testimone ha visto un poliziotto con in mano un pezzo di hardware. Inoltre dalla stanza degli avvocati erano anche spariti i fogli su cui erano segnati i nomi delle persone di cui non si avevano più notizie, forse perché arrestate durante le manifestazioni.
(Elisabetta Massaro)

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Immigranti - Contribuenti sì, cittadini no

La sindrome dell’arto fantasma è la dolorosa percezione di un arto amputato come se fosse ancora presente. Leggendo Metropoli, il supplemento di Repubblica che si occupa di Italia multietnica, si ha la sensazione che la società, attraverso il suo aspetto di espressione legislativa ed amministrativa, soffra al contrario di “sindrome dell’arto aggiunto”, che quindi possieda oggi un’articolazione in più, giunta coi movimenti migratori degli ultimi decenni, e non la senta nè la riconosca come propria. Ma vediamo i sintomi di questo insolito disturbo.

Solo ai lettori di Metropoli è stato possibile conoscere, in anteprima su qualunque exit pool, un ammanco nelle urne delle ultime elezioni (Metropoli n. XIII, domenica 9 aprile): 90.000 voti degli immigrati che scelsero di votare alle primarie del centrosinistra. Considerato che il voto era possibile solo ai residenti in Italia da almeno tre anni, iscritti in un’apposita lista, e che il valore dell’operazione era virtuale, il numero è cospicuo e paragonabile ai quattro milioni di italiani che votarono alle stesse elezioni. La Costituzione sancisce per tutti i cittadini il diritto ad essere rappresentati. E le regole italiane per la cittadinanza, leggiamo, producono effetti surreali: il principio dello jus sanguinis fa si che i figli di immigrati nati in Italia non siano italiani, che i figli di immigrati acquisiscano automaticamente la cittadinanza solo se minorenni al momento in cui il genitore diventa cittadino italiano. Così esistono “stranieri” nati in Italia, che parlano italiano e pagano le tasse, ma non possono votare, in contrasto con qualsiasi principio di rappresentatività.
Altro sintomo (Metropoli n. XIV, 23 aprile). Al principio del 2006 Berlusconi fece recapitare nelle case di tutti nati del 2005 (italiani e no) una lettera che invitava a ritirare la cifra di 1.000 euro, il cosiddetto “bonus bebè” . L’assegno era riservato ai cittadini italiani e comunitari. Ma la lettera non riportava i requisiti richiesti, così i molti “extracomunitari non aventi diritto” che hanno ritirato il bonus, ignari del citato principio dello jus sanguinis, ora sono stati denunciati e rischiano conseguenze gravissime come la revoca della carta e del permesso di soggiorno.
Ennesimo, triste, sintomo (Metropoli n. XIV). Il naufragio avvenuto la notte di Natale 1996 tra la Sicilia e Malta, in cui persero la vita trecento persone provenienti da India, Sri Lanka e Pakistan, e internazionalmente noto come Malta boat tragedy come simbolo delle tragedie dell’emigrazione, è stato ignorato dall’allora governo Prodi. Quando nel 2001 il relitto fu individuato nei pressi di Porto Palo, un appello firmato da 4 premi Nobel ne chiese il recupero al governo, presieduto da Berlusconi, ma anche allora la richiesta fu del tutto ignorata.
Tre notizie accomunate da esclusione, trascuratezza, noncuranza: la “sindrome dell’arto aggiunto” non permette di riconoscere né di gestire il proprio futuro.
(Eleana Marullo)

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29 Marzo 2006

Processo Diaz - Computer distrutti con mira precisa

Mercoledì 15 marzo. Continuano le testimonianze delle persone che la sera del 21 luglio 2001 si trovavano all’interno dell’edificio scolastico Diaz. Siamo alla trentatreesima udienza e i racconti dei testi, per l’ennesima volta, danno conto delle violenze sulle persone dopo l’irruzione della polizia all’interno dell’edificio scolastico.

Ma questa volta oggetto delle testimonianze sono anche i danneggiamenti subiti dai computer dopo il blitz delle forze dell’ordine. In questi computer, che si trovavano nella stanza dei legali presenti in quei giorni per offrire il loro supporto, erano state raccolte le denunce delle offese subite dai manifestanti da parte delle forze dell'ordine durante le manifestazioni. Alcuni computer, non tutti, sono stati presi a manganellate, rotti, smontati e uno di essi privato dell’hard disk. Superfluo e scontato il fine di tale mossa.

Mercoledì 22 Marzo. “E’ il mio video, lo riconosco!”. Con queste parole M.V., giornalista di Indymedia, lascia l’aula a bocca aperta. Aveva appena finito di raccontare al p.m. le scene da lui riprese durante le manifestazioni e durante l’irruzione della polizia nella scuola, con relativa rimozione della videocassetta 8 mm dalla sua Canon. Il video riproduce quanto era stato appena raccontato, in particolar modo la scena da lui ripresa che inquadra un agente che butta a terra una ragazza e comincia ad adoperare violentemente il manganello sul corpo accovacciato. A nulla sono servite le opposizioni immediatamente sollevate dai difensori, respinte, e le domande volte a pregiudicare la genuinità del teste e del video. La sorpresa ha impedito i tentativi di bloccare una prova tanto schiacciante per la posizione degli accusati.
La mattina successiva si presentava davanti alla Corte L.G. collaboratrice del G.S.F. in qualità di interprete. Ha passato parte delle giornate delle manifestazioni nella stanza adibita ai legali appartenenti all’Associazione Giuristi Democratici che offrivano il loro supporto a chi ne avesse avuto bisogno, ad esempio, raccogliendo le denunce soprusi o violenze. In quella stanza è entrata la polizia e, come viene mostrato alla teste, un video (ripresa RAI) evidenzia i segni dei danneggiamenti avvenuti dopo il blitz: i computer sono rotti, smontati, privati dell’hard disk, ma, “inspiegabilmente”, solo quelli contenenti il lavoro degli avvocati, mentre risultano intatti gli altri computer, collegati a routers gestiti da tecnici che garantivano ai mediattivisti, ai giornalisti e alle radio presso il Mediacenter il collegamento via internet. Questi, come già era risultato da precedenti testimonianze, furono solo spenti, isolando completamente chi vi lavorava. Prossima udienz a il 5 Aprile.
(Elisabetta Massaro)

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15 Marzo 2006

Memoria G8 - Zona "bonificata" intorno al corpo senza vita

"Chi non vuole ricordare il passato è condannato a riviverlo." E allora bando alla pigrizia e sforziamoci di ricordare, anche se fa male o dà fastidio.
Ecco un altro "momento" dei fatti di piazza Alimonda, che è stato ignorato al processo del G8. Dopo essere stato colpito, Carlo rotola verso la ruota posteriore sinistra della jeep, che prima di allontanarsi passa due volte sopra il suo corpo. Adesso, i carabinieri e i poliziotti assiepati nel tratto di via Caffa verso piazza Tommaseo accorrono.

Ci sono molti fotografi e qualche manifestante che cerca di soccorrere Carlo. Le forze dell'ordine ritengono di dover lanciare qualche lacrimogeno nel punto in cui Carlo è disteso, un carabiniere lo prende a calci. Non basta, perché una serie di fotografie agli atti dimostra senza possibilità di equivoco un fatto ben più terribile.
La zona è "bonificata", il corpo di Carlo è circondato da un robusto cordone, e una fotografia evidenzia che vicino alla sua testa c'è soltanto un accendino uscito da una tasca dei suoi calzoni, mentre alla distanza di un metro e mezzo c'è una pietra. In una fotografia successiva, vicino al corpo c'è un cc che tocca il corpo (e non potrebbe assolutamente perché è compito dei sanitari o della polizia scientifica). Accanto alla testa di Carlo c'è anche la stessa pietra, con uno degli spigoli aguzzi intriso di sangue. Sulla fronte di Carlo sarà evidente una ferita stellare con lacerazione ossea, rilevata dall'autopsia ma non spiegata. Indossa ancora il passamontagna, che non reca in corrispondenza della ferita nessun segno di abrasione. Quando poco dopo arriva sul posto la telecamera di Canale 5, il vice questore Adriano Lauro si esibisce in una nota performance cinematografica, inseguendo con altri un innocente manifestante e accusandolo di aver ucciso Carlo con una pietra: "Tu l'hai ucciso, bastardo, col tuo sasso l'hai ucciso", ripeterà più volte per lo scoop di Toni Capuozzo. Il tutto è documentato in un DVD che abbiamo realizzato con la collaborazione dell'ARCI e che può essere richiesto vie e-mail al Comitato (piazzacarlogiuliani@tiscali.it)
(Giuliano Giuliani)

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8 Marzo 2006

Memoria G8 - La storia del sasso e delle pallottole dum dum

"Chi non vuole ricordare il passato è condannato a riviverlo." E allora bando alla pigrizia e sforziamoci di ricordare, anche se fa male o dà fastidio.
Prosegue la descrizione degli avvenimenti in piazza Alimonda di venerdì 20 luglio 2001. Nel resoconto precedente abbiamo ricordato l'interessante testimonianza di Raffone al processo contro venticinque manifestanti. Interessante perché contraddittoria su punti significativi.

Sarebbe stata sicuramente interessante anche quella di Mario Placanica, chiamato a testimoniare per l'accusa nello stesso processo, ma si è avvalso della facoltà di non rispondere. Va ricordato che il suo ingresso in un aula di tribunale è avvenuto pochi giorni dopo la sua estromissione dall'arma dei carabinieri, motivata dai comandi a causa di un equilibrio psichico ritenuto non idoneo. Anche il 20 luglio 2001 Placanica si trovava in una condizione precaria, e fu fatto salire sulla jeep perché "cotto, e incapace persino di scartare i lacrimogeni" (sono dichiarazioni rese in tribunale dall'allora capitano Claudio Cappello, comandante della compagnia). Gli lasciarono tuttavia una Beretta calibro 9, situata oltretutto, sempre che non ci siano scambi di persona, in una fondina a coscia, quindi fuori ordinanza.
Peccato davvero che non abbia voluto testimoniare. Uno dei punti oscuri della vicenda è rappresentato dal tipo di proiettile usato. Un calibro 9 parabellum, proiettile di ordinanza, è incompatibile con il foro di entrata e ancor più con il foro di uscita nella testa di Carlo. E' questa la ragione per la quale i consulenti del PM hanno ipotizzato la storia del calcinaccio che devia il proiettile sparato verso l'alto, per giustificare la scamiciatura del proiettile prima dell'impatto e le sue conseguenze. Altrimenti si sarebbe potuto trattare soltanto di un proiettile speciale o dumdumizzato, cioè con la punta della camicia incisa a croce per favorire un impatto ancor più micidiale, secondo una pratica invalsa nei corpi militari.
Ma l'uso di un proiettile speciale non si concilia con l'immagine di un carabiniere ausiliario con soli sei mesi di servizio alle spalle. Questo legittimo dubbio andava evitato forse per non confondere la pubblica opinione. Di qui l'inverosimile versione degli spari in aria e della deviazione da parte di un calcinaccio recepita, e questo è davvero triste, dai magistrati inquirenti. La verità è che entrambi i colpi sono sparati parallelamente al suolo, da un'altezza di circa un metro e cinquanta centimetri. Carlo era alto uno e sessantacinque. Quando appoggia il piede sinistro è lievemente piegato sulla gamba. Il punto più chiaro del bersaglio è rappresentato dall'orbita sinistra, ed è lì che arriva il colpo diretto e mirato, sparato ad altezza d'uomo, orizzontalmente. (http://www.piazzacarlogiuliani.org/pillolarossa).
(9 - continua)
(Giuliano Giuliani)

Posted by OLI at 10:06 | Comments (0)

15 Febbraio 2006

Memoria G8 - Se le foto smentiscono le parole del giudice

"Chi non vuole ricordare il passato è condannato a riviverlo". E allora bando alla pigrizia e sforziamoci di ricordare, anche se fa male o dà fastidio.
Prosegue al processo la descrizione degli avvenimenti in piazza Alimonda di venerdì 20 luglio 2001.

All'inseguimento del reparto in fuga e delle due camionette ci sono una cinquantina di manifestanti, arrabbiati per l'attacco subito dal corteo anche sul fianco. E' interessante notare che dai responsabili dell'ordine pubblico il loro numero è stato sempre esagerato, fino al parossismo. C'è chi si è fermato a tre- quattrocento, chi è arrivato a parlare di quattro-cinquemila. Cinquemila persone avrebbero gremito l'intera piazza, e non è proprio così. Perché l'esagerazione? Ovvio, in una logica di ordine pubblico trasformato in scontro militare l'esagerazione delle forze del nemico giustifica anche le manovre insensate e la fuga.
In realtà il numero dei Cc (un centinaio) è nettamente superiore a quello dei manifestanti, tant'è che l'ufficiale più alto in grado, sulle strisce pedonali che delimitano il tratto di via Caffa verso Tommaseo, richiama il contingente con ampi gesti, ma senza successo. Occorre precisare che i manifestanti che giungono relativamente vicini alla camionetta (relativamente significa mai più vicini di tre metri, tenendo sempre presenti gli effetti di schiacciamento dei teleobiettivi) non sono più di una quindicina, e comprendono anche qualche fotografo (a conferma di questo e di altri particolari si possono osservare alcune fotografie presenti sul sito http://www.piazzacarlogiuliani.org/pillolarossa).
In una fotografia, una delle tante scattate da un cittadino che abita in via Caffa e consegnate, come è giusto, alla procura, si vedono le due camionette: una appoggiata al cassonetto, l'altra che ne ostacola la manovra. Nella stessa fotografia che dimostra, se pure ce ne fosse bisogno, come le camionette non siano affatto circondate, si può notare anche Carlo, distante una quindicina di metri e a mani nude. Un filmato mostra la seconda camionetta che si allontana e un manifestante che raccoglie un estintore da terra e lo lancia verso la jeep. L'estintore picchia sul bordo superiore del lunotto, ricade sulla gomma di scorta e rotola per terra. Nella ordinanza di archiviazione il GIP scrive: "un estintore che, proiettato verso il vetro posteriore ormai rotto del defender, colpisce il piede destro di Placanica che chiaramente sporge oltre il limite della ruota di scorta nel tentativo di impedirne l'entrata nella camionetta, quello stesso estintore che alcuni secondi dopo Ca rlo Giuliani raccoglierà da terra alzandolo sopra la testa per scagliarlo nuovamente all'interno della camionetta, come qualche altro, se non addirittura lui stesso, aveva poco prima tentato di fare." Il sottolineato non appare una manifestazione di attenzione alle immagini e di equilibrio espositivo.
(6-Continua)
(Giuliano Giuliani)

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18 Gennaio 2006

Memoria G8 - Ma quanta tolleranza verso i black bloc

"Chi non vuole ricordare il passato è condannato a riviverlo." E allora bando alla pigrizia e -al di là dei silenzi dell'informazione deputata- sforziamoci di ricordare, anche se fa male o dà fastidio.

Una delle piazze tematiche della manifestazione contro il G8 è in Paolo da Novi, organizzata dai COBAS. La mattina del 20 luglio, dopo le 10, gli organizzatori sono ancora poco numerosi, in compenso arrivano un gruppo di malintenzionati che si dedicano a disselciare, scardinare segnaletica stradale, armarsi dei ferri delle aiole. I COBAS sono impotenti, ma ancora di più scelgono di esserlo interi reparti di polizia e carabinieri, disposti intorno alla piazza, che assistono indifferenti e a intervenire non ci pensano neanche. Persino più grave l'episodio di Marassi: una ventina di ragazzotti "spaventano" a tal punto una settantina di CC da farli allontanare in tutta fretta a bordo di sei blindati. Ne va di mezzo la targa del carcere, poi dal portone escono quattro o cinque guardie penitenziarie e i ragazzotti si dileguano. Forse le guardie non erano al corrente delle decisioni prese in alto loco. Invece in piazza Manin, dopo le 15 (in corso Gastaldi e in via Tolemaide sono già iniziate le cariche durissime contro il corteo dei disobbedienti proveniente dal Carlini, e quindi in un punto nel quale era ancora autorizzato dalla questura), i poliziotti, sinceratisi che la decina di terribili bb se ne siano andati, non trovano di meglio da fare che bastonare inoffensivi lillipuziani con le mani verniciate di bianco e rompere qualche testa alle donne di Marea.
A parziale completamento del clima posso aggiungere ciò che mi hanno raccontato. Un ragazzo in maglietta nera sul motorino a un posto di blocco si sente chiedere: "Sei dei nostri?". A un'infermiera del San Martino un CC ordina di smistare in altro reparto un contuso in abbigliamento equivoco dicendole: "Questo è dei nostri". Un ragazzo che cerca di fermare due energumeni intenti a bruciare una Cinquecento (sicuramente non un simbolo di potere) viene duramente picchiato. Insomma, infiltrazioni per conoscere o per organizzare e dirigere? Indifferenza per non esacerbare gli animi o per precostituire alibi?
(3 - continua)
(Giuliano Giuliani)

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1 Dicembre 2005

Informazione - Le armi al fosforo vietate in TV

Vengono addosso i corpi dell'assedio americano a Falluja del novembre 2004. Con loro i dettagli di una storia che la televisione italiana non vuole raccontare. E' grazie ad un'inchiesta di Diario uscita in giugno, di cui in pochi si erano accorti, che quelle immagini sono consegnate a una memoria collettiva ormai assuefatta ad una sfilata della morte sempre più sofisticata. Pois bianchi su sfondo rosso: è il tessuto intatto del vestito di una donna il cui volto si è ritirato, contorto, rinchiuso in sé. Siamo alle famigerate armi al fosforo, quelle che agiscono sulle molecole contenenti acqua, lasciando intatto il resto.

Al teatrino di San Benedetto, giovedì 24 novembre, la proiezione del video su Falluja (disponibile su http://www.rainews24.rai.it/ran24/inchiesta/body.asp) scatena riflessioni che conducono solo ad un sentimento di impotenza e frustrazione. Vittorio Agnoletto, la sezione genovese del World Tribunal on Iraq, Alessandro Dal Lago e Alessandra Fava mostrano la desolante visione di una sala deserta del parlamento Europeo, quando queste immagini vennero proiettate.
Don Andrea Gallo si chiede quanta distanza ci sia tra terrorismo islamico e terrorismo americano, riflettendo piuttosto sulle affinità. E pretende un impegno preciso al centro sinistra ad un ritiro immediato dell'Italia dall'Iraq. "Bisogna parlar chiaro!" altrimenti la sua risposta sarà il bianco della scheda. Don Andrea parte dalle torri per arrivare al recente incontro tra il nuovo ambasciatore U.S.A. presso la santa sede e il papa durante il quale Ratzinger non ha nemmeno menzionato il problema Iraq.
Intenzioni di voto, manifestazioni, iniziative mutano a seconda di chi prende la parola durante il dibattito per incagliarsi comunque con una politica di opposizione capace di produrre in questi anni "cinque posizioni diverse" sul conflitto iracheno.
Arnaldo Cestaro, anziano pestato alla Diaz, resta seduto tra gli organizzatori. In silenzio. Per tutto il tempo. E' la sua testimonianza.
(Giulia Parodi)

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3 Novembre 2005

Genova nel mondo - Contro gli uomini-lupo, marketing spirituale

E di poche settimane fa la notizia che la Giunta regionale ha aperto in nazioni lontane - a cominciare dagli USA - varie "case della Liguria". Serviranno si è detto a "vendere" all'estero il "prodotto Liguria". Non a vendere ma ad aiutare - il che non nuoce all'immagine della nostra regione - appartiene invece l'iniziativa, promossa da don Piero Tubino, anima storica della Caritas diocesana (a cui recentemente -19 ottobre '05- Repubblica ha dedicato una nota).

Nella prima settimana d'ottobre don Tubino, a dieci anni dalla fine della guerra e dalla firma degli accordi di pace di Dayton, ha guidato in Bosnia una piccola comitiva di genovesi: due operatori Caritas (una, che oltre a tedesco e inglese, conosceva un po' di croato), due sacerdoti e un "volontario", da Sarajevo a Novi Travnik e a Rostovo. Dal 2003 i fondi a favore della Bosnia raccolti durante la guerra vengono impiegati - secondo il suggerimento dell'allora direttore Caritas di Sarajevo, don Stipo Knezevic - in un progetto di "ricostruzione dell'economia familiare attraverso la fornitura di greggi di pecore". Principali beneficiari dell' iniziativa sono cattolici - in Bosnia una minoranza - che negli anni della guerra hanno subito gravi perdite. All'invito di Tubino a diversi sacerdoti genovesi di accompagnarlo nel viaggio ("perché vedano"), ha risposto solo don Filippo Monteverde, parroco della chiesa delle Grazie a Sampierdarena. Degli altri interpellati, alcuni hanno d ichiarato la loro indisponibilità per il peso degli impegni parrocchiali; alcuni non hanno risposto.
I trasferimenti da un posto all'altro sono pesanti; le strade, per lo più secondarie, sterrate, tortuose: per fare cinquanta chilometri ci vuole anche un'ora e mezza. A bordo si medita, si legge, si prega e ci si prepara agli incontri. Si mangia al sacco con i viveri portati da Genova nelle piccole borse frigo. Don Piero chiede a tutti di non dimenticare i luoghi delle nostre soste ma di tenerli nella memoria: un impegno a tornare. Prima tappa a Mostar - la città del ponte ricostruito. Inaugurato a maggio del 2004 il ponte voleva lanciare un messaggio di speranza, di convivenza possibile tra minoranza cattolica e musulmani. Chi ci vive dice che il ponte divide esattamente in due la città e che le distanze invece di accorciarsi si stanno cristallizzando, musulmani nella parte ovest, cattolici nella parte opposta, la zona industriale, appena più ricca e urbanisticamente più vicina al nostro gusto occidentale.
Poi a Novi Travnik, una cittadina a 150 km da Sarajevo, nata per ospitare gli operai di una fabbrica di ferro che ai tempi di Tito dava occupazione a centinaia di persone oggi nullafacenti. Spiega don Stipo che disoccupazione e droga sono i problemi principali della città e di tutta la Bosnia. A cena si discute del progetto, dei risultati: cerchiamo conferme. Domandiamo di poter incontrare le famiglie. Con un certo disagio osserviamo le donne che ci hanno preparato la cena starsene in silenzio in una stanza vicina pronte a servirci alla fine di ogni portata: "hanno già cenato - ci viene detto - (ma quando? siamo lì da almeno due ore…) e comunque si usa così quando ci sono ospiti".
Il mattino dopo a Rostovo, un paese sulle montagne, a 1.200 metri, dove vive don Branko, responsabile della piccola comunità di cattolici (40 famiglie contro le 400 che ci vivevano prima della guerra), che si occupa di acquistare le greggi e di verificare che entro 5 anni le famiglie restituiscano lo stesso numero di capi di bestiame ad altre famiglie che ne facciano richiesta. Una forma di microcredito agricolo che si concretizza sotto i nostri occhi. Visitiamo due famiglie e veniamo accolti come se ci conoscessero da sempre. Ci raccontano di orsi e lupi che si mangiano le pecore e di musulmani che invadono i loro pascoli. Contrasti - dicono - che fanno parte del quotidiano e che negli anni della guerra sono stati l'occasione di scatenamento della rabbia contro i propri vicini di casa.
Hanno ricevuto le pecore tre anni fa e hanno già restituito gli agnelli ad un'altra famiglia. Beviamo caffè turco, birra e anche un goccio di rakjia. Le persone sembrano vivere dignitosamente ma la divisione geografica tra famiglie cattoliche e musulmane è marcata; la convivenza pacifica lontana. Un centinaio di bambini della comunità islamica frequenta la scuola musulmana regolarmente, mentre i bambini cattolici sono solo quattro (di cui due disabili): per loro non c'è scuola. I musulmani possono permettersi di pagare un pastore per le loro greggi e dispongono di un mezzo per il lavoro nei campi; non così i cattolici. Ma non impedisce a don Branko di chiederci di aiutare, con i denari della Caritas, una famiglia di musulmani che lo scorso inverno ha subito la perdita di molte pecore. "Era quello che speravamo", ha detto Tubino a don Branko.
A Sarajevo il Parlamento incendiato, la Biblioteca nazionale distrutta, la lapide a ricordo della strage del mercato scorrono sul vetro dell'auto come immagini di un film di Kusturica. A Spalato Arriviamo che è buio. Nove ore di traghetto e siamo ad Ancona, l'altro mondo.
(Emanuela Spada)

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13 Aprile 2005

Diritti umani. Casi di censura e di autocensura

Esiste una relazione tra i "diritti umani" e la censura (e l'autocensura) nell'informazione (carta stampata e TV)? Sì che esiste; anzi ne esistono diverse. Ad esempio che i diritti umani possono essere difesi e rivendicati solo se c'è una informazione libera; e che lo stesso diritto all'informazione rientra tra i diritti umani al pari del respirare, nutrirsi o esprimere liberamente un voto. Per approfondire il tema a Genova è iniziato presso la Facoltà di lettere un corso interfacoltà dal titolo "Media e diritti umani: lettura critica dell'informazione".

Dopo l'inaugurazione (4 marzo '05) quella di venerdì primo aprile ’05 è stato il primo dei sette incontri previsti. Molto attesi gli studenti - ai quali è stato assicurato in cambio della loro presenza un "credito" utile per la loro carriera universitaria - e i giornalisti, il gruppo professionale più esposto sul terreno della libertà di stampa. Attese frustrate perché tra la sessantina di presenti nell'Aula magna della Facoltà di lettere, gli studenti erano circa una dozzina. E di giornalisti - a parte i 3 o 4 coinvolti direttamente nell'organizzazione del corso - neppure l'ombra. Il resto del pubblico era composto da cittadini "sensibili" al tema e attirati dal profilo dei giornalisti, Arcuri e Travaglio, che con Rosanna Bianco, docente di Diritto delle comunicazioni hanno raccontato esperienze personali di censura.
Storie drammatiche sia che toccassero gli anni dello stragismo, ne ha testimoniato Arcuri, sia quando, è il caso di Travaglio, documentano in modo inoppugnabile i 15 anni di silenzio durante i quali l'informazione televisiva ha sistematicamente ignorato (come continua ad ignorare) le vicende giudiziarie del primo ministro, dei suoi più fedeli collaboratori, e dei loro rapporti con le organizzazioni criminali. Rosanna Bianco ha aggiunto che forse non è casuale se da quasi una cinquantina d'anni la ricerca sul tema della "censura" langue. Alla fine una studentessa ha chiesto ai relatori: se a voi e quelli come voi, che siete così bravi, le cose sono andate e vanno così male, come possiamo pensare noi ragazzi di cambiare qualcosa? La risposta, inevitabile, è stata: lottare è un modo di vivere e poi non bisogna perdere la speranza. Peccato che non fosse presente a risponderle un solo giornalista di quelli che la sera di lunedì 21 marzo avevano convocato nel salone della Provincia i candidati alla presidenza della Regione per saper come intendevano difendere dal graduale smantellamento - effetto Gasparri - la sede regionale Rai Liguria e la libertà di stampa ecc. Chissà perché non erano lì al corso a raccontare la loro esperienza della censura televisiva. Un caso di autocensura?
(Manlio Calegari)

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18 Marzo 2005

Disinformazione. Come la guerra ci sta cambiando

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Nel pieno delle polemiche e dell'orrore, della rabbia e dell'incertezza successive all'azione che ha portato alla liberazione di Giuliana Sgrena e alla morte di Nicola Calipari, si è tenuta la sessione genovese del World Tribunal on Iraq: “Guerra e disinformazione di massa”.

Il WTI è un'iniziativa internazionale, voluta dai movimenti mondiali contro la guerra (Giacarta, maggio 2003) e dalla Fondazione Russell (giugno 2003), che ha lo scopo di portare alla luce le violazioni delle legislazioni internazionali e dei diritti umani, le premesse teoriche e politiche dell'occupazione e della guerra, la manipolazione dell'opinione pubblica attraverso l'uso dei media.
Corredata da un corposo opuscolo autoprodotto, sulla guerra e sull'informazione fuori dai canali “istituzionali”, la sessione genovese ha messo in evidenza alcuni aspetti particolarmente interessanti.
Negazione dell'altro. La popolazione civile è – di fatto – la grande assente dall'informazione di guerra. Paola Gasparoli di “Un ponte per Baghdad” ha denunciato l'omertà dei media sui crimini commessi a Falluja, dove sicuramente sono stati usati i gas tossici e le cluster bomb, i “liberatori” hanno passato a tappeto ogni abitazione, e dove, ancora oggi, non si può entrare liberamente perché le ruspe raccolgono terra e calcinacci da trasferire altrove. Marinella Correggia, dell'Associazione Italia-Iraq, ha parlato di violazione delle convenzioni di Ginevra che difficilmente raggiungono l'opinione pubblica, ma anche d'un atteggiamento “colonizzatore” che nega all'altro qualunque aspetto “civile” (ricorda, per esempio, che spesso sono presentati come “autisti” di reporters occidentali traduttori o ex giornalisti, il cui ruolo è determinante, come ha sottolineato Barbara Schiavulli).
Decalogo della retorica di guerra. L'annullamento dell'altro, il suo essere “senza volto”, passa attraverso un uso distorto del linguaggio che Anne Morelli, docente all'università di Bruxelles, ha illustrato attraverso esempi tratti da manifesti e prime pagine di giornali e riviste recenti e passate: la guerra, dunque, viene presentata come “necessaria” per la democrazia, conseguenza diretta dell'atteggiamento “violento” del nemico; quindi, si celano le reali motivazioni economiche, politiche, geografiche della guerra attraverso la scelta d'una “causa nobile”, si attribuisce un carattere “sacro” all'attacco, si demonizza il nemico, che “usa armi illecite”, si isolano gli oppositori, bollati come traditori.
Guerra permanente: media embedded. L'Impero americano ha stillato nelle coscienze, a partire dall'11 settembre 2001, un clima di perenne pericolo. Se in Europa esistono ancora spazi e modi per recuperare informazioni ed analisi che escono dal coro (internet, in questo senso, è senza dubbio il media più “libero”), come ha ricordato il professor Alessandro Dal Lago - anche se si tratta di spazi di nicchia, rispetto al debordare del “pensiero unico” che inficia stampa e TV - la situazione americana si presenta ancor più complessa. Nancy Bailey, del Comitato “Cittadini americani contro la guerra”, ha presentato ad un folto ed attento uditorio, la specificità sconfortante dell'informazione in America: nelle Contee, per esempio, è possibile trovare solo i quotidiani locali, non quelli più importanti; se volete avere un quadro più ampio d'un evento, non potete “fermarvi in edicola”, dovete cercare una libreria ben fornita o una biblioteca pubblica (questo spiega, in parte, la spaccatura del paese alle ultime elezioni). Il diritto all'informazione, per i cittadini americani, non è garantito nemmeno dalle televisioni: da Fox TV alla CNN, secondo la Bailey, vige, sulla guerra, solo la versione filogovernativa.
Codice di guerra: negazione dei diritti. La condizione di guerra permanente a cui ci stiamo abituando, porta con sé una serie di conseguenze anche per la vita d'ognuno di noi. La negazione dei diritti civili (a livello nazionale ed internazionale), la limitazione degli spazi di libertà, è l'ultimo dato emerso. Non si tratta “solo” dell'implicita accettazione delle torture di Abu Ghraib o di Guantanamo (e Gilberto Pagani, avvocato che si occupa dei fatti di Genova, ha ricordato che recentemente anche in Inghilterra è stato scoperto un luogo di detenzione “senza regole” come Guantanamo), ma dell'uso “civile” dei militari, della trasformazione progressiva delle regole della convivenza civile (una nuova e più potente forma di maccartismo che in Italia sta passando anche attraverso la volontà di riforma del Codice militare).
Si può fare qualcosa? La richiesta d'una azione di contrasto è venuta proprio dalla Bailey: “Non abbassate la guardia, la democrazia italiana non è fragile come quella americana, non fatevi portar via degli spazi di libertà e di diritto” .
Alla sua richiesta, un giorno prima, sembrava aver risposto Dal Lago, proponendo la moltiplicazione di “lampi” contro la globalizzazione.
(info: http://www.tribunaleitalianoiraq.org).
(Tania del Sordo)

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9 Marzo 2005

Terre des hommes. La guerra preventiva anche contro le ONG

Promosso dal Centro per l'Educazione ai Diritti Umani, il 4 marzo a via Balbi 2 (Facoltà di Lettere e Filosofia), è iniziato il corso interfacoltà "Media e diritti umani: lettura critica dell'informazione".
Introdotto da Marcello Zinola, segretario dell'associazione ligure dei giornalisti, tra gli altri relatori, era presente Raffaele K. Salinari, presidente federazione internazionale Terre des Hommes, che ci ha inviato il seguente contributo:

Lo scenario internazionale apertosi dopo l’11 settembre restringe oggettivamente gli spazi di manovra per le Ong che intendono ancora praticare con coerenza le regole dell’aiuto umanitario indipendente. I perché si situano a diversi livelli, tutti intrecciati e tutti riconducibili al minimo comune denominatore di una “guerra tra civiltà” che sembra essere oggi lo scenario più probabile tra quelli che i poteri forti realmente operanti coltivano e promuovono.

L’aiuto umanitario è, per sua intima natura, indipendente e legato alle regole del diritto internazionale che, dalla convenzione di Ginevra in avanti, ne hanno sino ad ora dettato le condizioni. Non discriminazione, immediatezza, indipendenza da ogni logica politico-militare, piena agibilità in ogni occasione, sono tra le caratteristiche salienti di quello che, almeno sino alla guerra del Kossovo, si intendeva per aiuto umanitario. Ora è proprio questo quadro di coerenze giuridiche internazionali che viene ad essere stravolto dalla “guerra umanitaria” in Kossovo in poi, sino ad arrivare ad una totale anomia con la guerra in Afganistan ed ancor più con l’invasione dell’Iraq.
Non è quindi tanto e solo la commistione tra umanitario e militare, gia ampiamente sufficiente a snaturare in profondità l’essenza dell’aiuto umanitario indipendente, che corrode e svilisce il senso profondo di queste pratiche quanto, e forse ancor più per la sua “tenuta” futura, l’azzeramento di quelle regole internazionali che ne facevano uno strumento chiaro e non partigiano, testimonianza di una universalità che la pratica corrente della “guerra permanente totale” contro il terrorismo vuole negare alla radice. In realtà quindi il cancro che corrode l’aiuto umanitario oggi è lo stesso che attacca le fondamenta dell’Onu e del Diritto internazionale, al di fuori del quale non c’è vita autonoma per l’aiuto umanitario indipendente e quindi per le stesse Ong che lo praticano.
E’ chiaro a questo punto che la posta in gioco tra le due fazioni che oggi si contendono il dominio del mondo, con mezzi speculari ma identiche finalità egemoniche, è proprio la democrazia insita nelle regole condivise, la terzietà di coloro i quali lottano affinché i Diritti umani rappresentano la cornice politica all’interno della quale inscrivere il futuro dell’umanità. Per questo oggi, battersi per un mondo di pace è l’impegno primo per difendere un’idea di aiuto umanitario non solo efficace, e realmente indipendente, ma altresì democratico.
(Raffaele K. Salinari )

Posted by OLI2 at 22:56 | Comments (0)

Cronaca e rispetto della dignità personali

Il Codice deontologico dei giornalisti stabilisce che, salva l'essenzialità dell'informazione e rilevanti motivi di interesse pubblico, il giornalista
a) non fornisce notizie o pubblica fotografie di soggetti coinvolti in fatti di cronaca lesive della dignità della persona;

b) non riprende né produce immagini e foto di persone in stato di detenzione senza il consenso dell'interessato;
c) non può presentare le persone con ferri o manette ai polsi, salvo che ciò sia necessario per segnalare abusi.

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Qualcosa deve essere sfuggito al Secolo XIX del 2 marzo nel dare la notizia dell’arresto di una giovane straniera accusata di una serie di furti di bancali in legno dall’Ikea di Campi per accendere dei falò sul marciapiede e riscaldarsi. Nome e cognome, età e nazionalità della giovane insieme alla vistosa foto che riproduciamo. Dettagli del tutto inessenziali alla notizia.
(Oscar Itzcovich)

Nota: abbiamo debitamente schermato i volti dei protagonisti, per renderli irriconoscibili, così come legge e senso civile richiedono.

Posted by OLI2 at 22:40 | Comments (0)

17 Dicembre 2004

Parola di ministro. La Polizia sa la verità sulla Diaz (ma tace)

Il giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Genova ha disposto il rinvio a giudizio di 28 funzionari e agenti di polizia per i “fatti” della scuola Diaz. Non si tratta di conclusione inaspettata, almeno per coloro che hanno avuto modo di seguire con un po’ di attenzione cosa era successo.

Succintamente:
a) Il rinvio a giudizio non è per il vero e proprio “pestaggio” ma, salvo pochi casi, esclusivamente per imputazioni relative a fatti successivi, in pratica la falsificazione delle prove, la calunnia, cioè l’attribuzione ai “pestati” di reati non commessi. Il che significa che i funzionari di polizia non si sarebbero limitati a commettere reati in quella calda notte, ma avrebbero continuato anche in seguito, addirittura con comportamenti di maggiori gravità.
b) Oltre alla eventuale presenza di ordini superiori, sono rimasti pressoché sconosciuti gli autori materiali del “pestaggio”. Il che significa che nessuno tra i poliziotti che vi ha partecipato, tutti perfettamente identificati, ha parlato, ha ammesso di avere fatto qualche cosa, ha testimoniato sul comportamento dei colleghi, su cosa il collega avesse fatto.
Ora il caso vuole che tutti costoro, in quanto pubblici ufficiali, hanno il preciso dovere, la cui omissione è sanzionata penalmente, di comunicare ogni notizia di reato, di cui siano venuti a conoscenza.
Può essere che la correità impedisca la sanzione penale di tale obbligo, ma allora ciò vuol dire, sul piano logico, che tutti, coloro che si sono trovati all’interno della Diaz in quella brutta notte, nessuno escluso, ha partecipato a commettere dei reati.
Non è quindi solo un problema di “omertà”, ma qualche cosa di più grave.
c) Tutti i funzionari indagati per così gravi reati (calunnia, falso, ecc.), secondo quanto riportato dai giornali, avrebbero fatto carriera, acquisendo posizioni di maggiore responsabilità. Non diciamo che sono stati premiati, ma quantomeno si è fatto finta di nulla.
d) La notizia forse più grave però è data dalle dichiarazione del ministro Pisanu, enfatizzata dai telegiornali della giornata, ma rimasta priva di qualsiasi successivo commento: “la polizia è serena... la polizia sa cosa è successo”.
Come possa essere tranquillo, sereno un corpo di “tutori dell’ordine” e soprattutto il suo responsabile (il ministro degli Interni) che sa che non uno, due, ma molte decine di suoi membri, in posizioni di responsabilità, hanno commesso (o comunque sono accusati di aver commesso), nell’esercizio delle loro funzioni gravissimi reati, hanno perseverato (o comunque sono accusati di aver perseverato) per molto tempo ancora, accusando ingiustamente degli innocenti, è assolutamente incomprensibile.
Come possa essere sereno il ministro (o il corpo di polizia) sapendo di aver mantenuto in posizioni di responsabilità tali soggetti che – se le accuse fossero confermate – avrebbero dimostrato una rilevante propensione a delinquere, ancora esercitabile in tali funzioni, è ancora più incomprensibile.
In pari misura è incomprensibile la frase “la polizia sa cosa è successo”. Se sa, perché non parla, come è suo preciso dovere, perché non mette a disposizione della Magistratura quanto sa, perché non impone a tutti i suoi membri di dire tutto, ma proprio tutto?
Che senso ha questo oscuro messaggio? E non tranquillizzano nemmeno quegli esponenti della opposizione che invitano ad avere fiducia nella polizia.
Quale polizia? Quella che, in sintonia con il suo capo o su suggerimento del suo capo, è serena e... coperta?
(Vincenzo Paolillo, avvocato)

Posted by OLI2 at 23:38 | Comments (0)

Rischi culturali. I Borghezio liguri su Sicilia e poesia

Vorrei sottolineare due perle passate via in fretta, per non dire volutamente taciute. Una riguarda l'umanista che presiede il Consiglio Regionale, leghista puro e duro. La Regione Liguria ha promosso con la collaborazione di quella siciliana una piccola mostra sulla devozione in Liguria a Santa Rosalia, con lo scopo evidente di sottolineare lo storico rapporto tra Genova e Palermo.

Il Nostro, intervistato sull'iniziativa, prendendo spunto dalla progettata moschea di Cornigliano, si è lasciato andare a una invettiva stile molto Borghezio (si scrive così?) sui saraceni in Sicilia, che hanno depredato l'isola e che molto opportunamente i siciliani hanno cacciato via.
Bene. Si è persa una bella occasione per ricordargli che invece la Sicilia deve molto agli arabi, a cominciare dalla rete di cisterne e canali da loro progettata e realizzata per irrigare i terreni della Conca d'Oro, fino ad allora un deserto, piantarvi agrumi e gli ulivi "saraceni", per dirla con Quasimodo, che ci sono ancora adesso. E Monreale non è un miracolo architettonico di sintesi tra cultura araba, normanna e siciliana?
E che dire ancora di quanto della cultura araba, tramite la Sicilia, è passato nella storia europea, dai numeri, alla filosofia, alla scienza, alla lingua, e altro ancora. Se mai i francesi, e dopo di loro gli spagnoli, hanno saccheggiato le risorse della Sicilia, tant'è che loro sì che sono stati cacciati via. Meglio per certi leghisti non avventurarsi sul terreno per loro minato della cultura, specie se più che le biblioteche si sono frequentate le doppiette.
L'altra perla è uscita di bocca al ministro Gasparri a proposito della nomina di Mario Luzi a senatore a vita. Meglio, molto meglio, - ha dichiarato l'alto ministro -Mike Bongiorno! Ma è possibile?
(Giovanni Meriana, già assessore alla cultura del comune di Genova)

Posted by OLI2 at 23:34 | Comments (0)

25 Maggio 2004

Rigoberta Menchù al Modena. La piccola donna maya che ha sconfitto la guerra

Il Teatro Modena è gremito, alcuni abiti coloratissimi, su volti che tradiscono l’origine, ci ricordano all’ingresso che non di uno spettacolo si tratta, ma d’un colloquio a più voci e che tutti siamo lì per vederla, per ascoltare questa piccola donna così importante per il suo paese, per noi.

Accompagnata da Gianni Minà, da tempo impegnato a diffondere una conoscenza dell’America latina (su questo argomento dirige anche la rivista Latinoamerica) priva dei tratti folklorici e attenta alle responsabilità d’un Occidente che, come ricorda il giornalista, continua a ritenersi di fatto portatore dell’unico e solo “modus vivendi”, la tragica storia di Rigoberta e del suo popolo si è dipanata nei giorni degli orrori scoperti in Iraq (ma che dire di Guantanamo, delle mille prigioni, di cui solo i resoconti di Amnesty ci danno notizia?).
E dalle labbra della Signora, ferita negli affetti, costretta a scappare dal proprio paese, viene una straordinaria lezione di civiltà, d’orgoglio, di senso della giustizia: non si possono, non si devono dimenticare i genocidi, le torture; ma da sole, le scuse dei responsabili non bastano. Ci vuole una presa di posizione più radicale, come quella di definire, per legge, i desaparecidos “assenti per deportazione forzata”: per Rigoberta, un piccolo segno necessario per far progredire una civiltà, un atto indispensabile per andare avanti, accettando (e superando) il tempo bloccato della tortura, dell’assassinio di Stato.
Ultimo del ‘900, il genocidio del popolo guatemalteco è l’unico per il quale è stata riconosciuta ufficialmente una responsabilità diretta degli Stati Uniti. Oggi, nelle fosse comuni, ognuno cerca le tracce d’un parente. Si scava, scoprendo anche altri orrori (qualcuno era ancora vivo, è stato sepolto vivo, ha lottato per sopravvivere).
Gli orrori raccontati da chi c’era, da chi ha visto un fratello ancora adolescente torturato e poi bruciato vivo insieme ad altri di fronte ad una popolazione inerme, danno ancor più valore al coraggio di questa donna maya che è riuscita a trasformare una debolezza in una forza, a lottare con le armi della scrittura e della semplicità del “fare”, del fare per il bene comune. Grazie alla sua voce, alla storia raccontata nel libro Mi chiamo Rigoberta Menchù, il mondo ha aperto gli occhi sul Guatemala, gli aguzzini si sono sentiti osservati e con questa lente d’ingrandimento puntata contro non è stato più possibile per loro continuare il massacro.
Ma da Rigoberta Menchù, premio Nobel per la pace, ambasciatrice dell’ONU arrivano anche altre lezioni: la memoria della civiltà Maya, i suoi riti, l’unione strettissima fra terra ed uomo (ricorda, per esempio, che nei luoghi delle morti non crescono alberi, i fiumi hanno deviato il loro corso). Questo indissolubile legame, allora, ci rende figli d’una Natura che contiene in sé le radici dell’equilibrio, dell’armonia, un’armonia fatta della compresenza degli opposti. Letto da questo angolo visuale, l’uomo cessa d’essere l’unico motore del Mondo, ed il rispetto per la Terra diventa elemento imprescindibile anche del rispetto nei confronti dell’altro.
Rigoberta ci chiede di non abbassare lo sguardo, d’essere vigili, di pretendere l’esercizio della giustizia, di agire, concretamente, perché sta qui il segreto della gioia: allora, qualche miracolo accade. Oggi, la piccola signora sorridente lavora nell’edificio che un tempo ospitava il Ministero della Difesa. Da quella postazione, si preoccupa della costruzione di strade e scuole: un gran bel contrappasso.
(Tania del Sordo)

Posted by Eleana at 14:08

10 Maggio 2004

Irak e dintorni. Il falso problema dell'antiamericanismo

Il direttore dell’”Europeo” Daniele Protti, che ha condotto “Prima pagina” tra il 25 aprile e il 1 maggio, si è mostrato contrariato perché a Milano qualcuno ha dato fuoco alla bandiera americana: così i pacifisti rischiano di essere scambiati per amici dei terroristi - ha detto.

Preoccupazione sincera, e perciò rispettabile. A patto di chiarire una cosa: che riguarda una discutibilissima ragione di opportunità. Quello dell’antiamericanismo è un falso problema, su cui vengono sparse – al solito – tonnellate di stupidaggini. Ad esempio: come fate a parlare degli Stati Uniti in termini così negativi, proprio oggi che si celebra il 25 aprile, cioè la Liberazione che fu ottenuta grazie al merito di americani e inglesi, alleati dei partigiani? Gli asini che ripetono questo ragionamento dimenticano una piccola cosa: che sono passati quasi sessant’anni e il contesto è cambiato.
La storia – ha detto uno storico saggio – è la scienza del contesto: in contesti diversi lo stesso fatto può assumere significati diversi, lo stesso soggetto può esercitare ruoli opposti. La natura di uno stato, o di un’istituzione, può anche mantenersi o apparire inalterata, coerente col suo passato, ma è il contesto che modifica la sua funzione. Lo è stato per la Chiesa, che nel Seicento bruciava le streghe e i liberi pensatori, nell’Ottocento precedeva e accompagnava i colonialisti alla conquista dell’Africa e oggi fa argine alle derive etnocentriche e razziste, sempre in nome dell’idea di “persona” (basta sapere cosa si intende per “persona”). Perché non lo può essere per gli Stati Uniti?
Se fossi stato un partigiano, avrei considerato gli americani come miei alleati e persino come miei amici: mi davano una mano a liberarmi dalla dittatura fascista. Se fossi stato un vietnamita, li avrei considerati tra i peggiori criminali della storia. Se fossi un irakeno (sunnita, sciita, laico, miscredente o altro) li vedrei sicuramente come nemici: come gentaglia arrogante superattrezzata e supernutrita che occupa il mio territorio in nome di ragioni bugiarde e di motivi inconfessabili. Ricordiamoci di questo quando verrà Bush in Italia nell’anniversario dello sbarco di Anzio. E gridiamogli il nostro go home, malgrado Anzio, senza bisogno di rinnegare il nostro grazie di ieri.
(Antonio Gibelli)

Posted by Eleana at 15:43