1 Giugno 2010

Europa - In Italia la violenza è doppia

Talvolta si riesce ancora a percepire la distanza che ci distacca da una gestione europea dello Stato. In materia di diritti civili l’Italia è uno dei fanalini di coda dell’Unione, impegnata com’è negli scandali dei sederini rosa e degli appartamenti romani di ex ministri nuclearisti. Questa volta il campanello è stato suonato da una sentenza del Tribunale di Torino, grazie all’intervento in materia di risarcimento danni di uno studio ben informato in materia, Ambrosio e Commodo di Torino (1*). Nella lunga lista di interventi e pubblicazioni riscontrabili sul loro sito, risalta l’impegno profuso sul problema dei risarcimenti, visti da diversi punti di vista e in molti settori della società.

La sentenza in oggetto (2*), alla quale l’Unità ha dedicato un articolo (3*), riguarda la mancata applicazione di una direttiva europea che obbliga gli stati membri a creare dei meccanismi di protezione sociale in materia di violenza intenzionale, ad esempio una stupro. Il caso al quale si riferisce la sentenza è quello di una ragazza che aveva subito un violenza sessuale da parte di due ragazzi, i quali, condannati, sono però risultati nullatenenti e quindi non in grado di risarcire la vittima. In questo caso, secondo la direttiva europea, il sistema leglislativo italiano dovrebbe prevedere un risarcimento da parte dello Stato. Però fino ad oggi l’Italia ha ignorato la chiarezza della direttiva, adducendo varie motivazioni e anzi creando una limitata “lista di reati” (che non comprendevano lo stupro) per i quali intervenire. Una “doppia violenza” per la vittima, che oltre a subire quella diretta dei suoi aguzzini, resta poi incastrata nella burocrazia che distingue tr a chi ha subito una violenza mafiosa (coperta dal diritto attuale) o uno stupro, non presente nella lista. Invece questa sentenza ha finalmente riassestato la giustizia, assegnato alla vittima un risarcimento di 90mila euro che dovranno essere necessariamente versati dal Governo italiano.
Si crea adesso un precedente che dovrebbe suggerire di predisporre una norma di legge e costituire un fondo economico per le numerose richieste che saranno avanzate da parte di molte altre vittime. Infatti, al momento, per poter usufruire dei vantaggi dettati dalla direttiva occorre citare in causa il Governo per ogni singolo caso, avvalendosi della giurisprudenza creata da questa sentenza, con la conseguenza d’aumentare l’intasamento dei tribunali di mezza Italia.
Sono però aperte le ipotesi su cosa realmente accadrà: qualsiasi scommettitore londinese darebbe dieci a uno la soluzione “ignorare la legge pagando molto di più però tra cinque anni”, vincente sul “pochi, maledetti, subito di uno stato civile”, che sarebbe una soluzione più auspicabile. Tanto, le spese aggiuntive le pagheremo sempre noi, cittadini-Pantalone. E’ il sistema in uso da parte di moltissimi comuni italiani per il caso dell’Iva sulla bolletta dell’acqua. E’ il carpe diem al quale lo Stato ci ha ormai abituato da tempo, come la norma sulla “tortura” che manca nel nostro ordinamento e per la quale la UE attende pazientemente un intervento risolutore.

1* http://www.ambrosioecommodo.it/cv.asp?id=9
2* http://www.ambrosioecommodo.it/articoli_materie.asp?arg=71
3* http://www.unita.it/news/italia/99195/donna_vittima_di_violenza_lo_stato_la_risarciragrave_con_90_mila_euro

(Stefano De Pietro)

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2 Luglio 2009

Diritti - Non li reclama più nessuno?


“A dire il vero, li avevo ereditati... Vede, non ero ancora nata che i grandi d’Europa già ne discutevano, i diritti li ho ricevuti fatti e impacchettati, come la collana di perle della nonna, e forse li davo per scontati.”
“Cara signorina, scusi se la interrompo, doveva stare più attenta. La distrazione, sulle cose serie, proprio non la concepisco. Posso capire perdere un ombrello, un cappellino...Ma i diritti! Vabbè, lasciamo stare... Continuiamo la lista?”
“D’accordo. Ma mi tolga una curiosità: sono l’unica che s’è accorta di averli persi?"
“Credo di no, signorina, ma ultimamente i diritti non li reclama più nessuno.”

9)Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo (1948): art. 6. Ogni individuo ha diritto, in ogni luogo, al riconoscimento della sua personalità giuridica.
10) art. 13. Ogni individuo ha diritto di lasciare qualsiasi paese, incluso il proprio, e di ritornare nel proprio paese.

11) art. 23. Ogni persona ha diritto al lavoro, alla libera scelta dell’impiego, a giuste e soddisfacenti condizioni di lavoro ed alla protezione contro la disoccupazione. 12) art. 24. 1. Ogni fanciullo, senza discriminazione di razza, colore, sesso, religione, origine nazionale o sociale, condizione economica o nascita, ha diritto a quelle misure protettive che richiede il suo stato minorile, da parte della famiglia, della società e dello stato. 2. Ogni fanciullo deve essere registrato subito dopo la nascita e ad avere un nome. 3. Ogni fanciullo ha diritto ad acquisire una cittadinanza. Dichiarazione e convenzione sull’esercizio dei diritti dei minori art. 8. Gli stati parte si impegnano a rispettare il diritto del fanciullo di conservare la propria identità, nazionalità, nome e relazioni familiari, quali riconosciuti per legge, senza interferenze illegali 13) Dichiarazione e convenzione sull’eliminazione di ogni forma di discriminazione razziale (1963). Art.2.2. Nessuno stato deve incoraggiare, raccomandare o sostenere, attraverso misure di pubblica sicurezza o in altro modo, la discriminazione fondata sulla razza, il colore o l’origine etnica praticata dai gruppi, dalle istituzioni e dagli individui.
14) art. 9. Ogni propaganda e organizzazione fondate sull’idea della superiorità di una razza o di un gruppo di persone dello stesso colore o origine etnica, che agisce in vista di giustificare o di incoraggiare una qualsiasi forma di discriminazione razziale, saranno severamente punite o condannate
15) Convenzione sull’eliminazione di ogni forma di discriminazione razziale (1965). Art. 2.e) Ogni parte si impegna a favorire, all’occorrenza, le organizzazioni e i movimenti integrazionisti multirazziali e altri mezzi propri per eliminare le barriere fra le razze, e a scoraggiare ciò che tende a rinforzare la divisione razziale.
....
(Le convenzioni citate - qui e in OLI 231- sono state formulate tra il 1948 ed il 1984 dagli organismi internazionali che operano nell’ambito dei diritti umani e si ispirano a principi universali. L’Italia le ha ratificate ed adottate, dovrebbe quindi essere impegnata al rispetto di esse.
La “lista dei diritti smarriti” è incompleta e si propone di essere un strumento, per chi vorrà aggiornarla e magari, un giorno, andarli a reclamare. (I testi delle leggi sono stati tratti da Defilippi C. Bosi D. 2001, Codice dei diritti umani, Ed. Giuridiche Simone).
(Eleana Marullo)

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29 Aprile 2009

Terremoto - Chi salverà i ragazzi dal cinismo dei grandi?

Scorrendo gli elenchi degli scomparsi all'Aquila e le loro date di nascita, leggi che molti sono ventenni, studenti. La loro Casa è la metafora d'Italia, che coccola i suoi cuccioli, piccoli o adulti, con cellulari, pizzerie a gogò, lavanderie, bar e un' accoglienza fatta di muri di sabbia, quando non sono affitti da 200 o 300 euro per letto mensili. Vengono da tutto il Sud per Economia, Medicina o Ingegneria, una “eccellenza”, con genitori che fanno la spola con olio e formaggi per far dimenticare la pasta incollata della mensa universitaria. Ma non riescono a proteggerli da amministrazioni avare che delle opere pubbliche apprezzano solo visibilità “politica”.

Siamo sempre a spronare i giovani a non impigrirsi, ad andare a studiare qualche paese più in là, ma non consideriamo la disattenzione permanente con cui vengono ospitati; trattati a volte con fastidio perché rumorosi, fanno confusione, occupano spazio. Li si dovrebbe guardare come un investimento, il flusso d'intelligenza che un giorno si trasformerà in una grande forza. Invece da una società che pensa che ormai solo al presente, li ignora o sottovaluta. Sono 27 mila gli studenti all'Aquila su 72 mila abitanti. Una grande industria, quasi considerata sotto traccia: non è una Fiat, eppure è una ricchezza per una città povera d'imprese, dove tanti sono emigrati.
In quell'elenco avrebbe potuto esserci Alessandro R. di anni 24, genovese, laureatosi a Natale in Scienze Infermieristiche, un modo più elegante per essere un po' più di un infermiere, un operatore sanitario, una delle poche speranze che ancora ci sono a Genova per lavorare. Aveva fretta di concludere Alessandro, non è un figlio di papà, è il figlio piccolo, suo fratello già lavora, la mamma è casalinga, il padre impiegato in pensione. Non voleva continuare a stare sulle croste e sapeva che nella sanità si cercava personale: lui è un tipo paziente, ha sempre fatto volontariato nell'assistenza. Le suore che gestiscono il tirocinio per l'Università qui a Genova però, pare facciano un sacco di storie, lungaggini, non hanno fretta come lui che fra esami complicati come a medicina, pratica e portare pizze, non ha tempo da perdere. Cosi Specialistica all'Aquila, camera a Coppito, sotto con gli esami e laurea non a primavera, ma con tre mesi di anticipo, dopo il tirocinio nell'o spedale che è crollato.
Una grande festa poco tempo fa e gli amici stranitio adesso a farsi incontro, ad abbracciarlo di sfuggita appena lo vedono, a chiedergli “Ma era proprio lì che abitavi, dove c'è stato il terremoto?”. E lui, un po' infastidito, inquieto a domandarsi perchè, laurearsi tanto di corsa, cos' era questa frenesia che gli aveva preso. Chissà: forse era stato un angelo custode a pungolarlo, non mamma o papà o i pochi soldi in tasca o l'ansia d'essere indipendente. Ecco perché Alessandro non è nell'elenco: sta già lavorando in ospedale con i bambini, per garantire la pensione a quelli che non hanno vigilato né su di lui né sui tanti che hanno lasciato i sogni sotto le macerie.
(Bianca Vergati)

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4 Febbraio 2009

Magistratura democratica - Dibattito pubblico

Cosa succederebbe se:
- il pubblico ministero, e cioè l’ufficio cui competono le indagini e l’esercizio dell’azione penale, si trasformasse nell’“avvocato della polizia”, che può intervenire solo su sollecitazione di questa?
- il perseguire i reati e qualunque reato da chiunque commesso, non fosse più un dovere, ma venisse rimesso ad una scelta politica?
Succederebbe che l’assetto costituzionale del paese ne risulterebbe compromesso, perché di fatto verrebbe meno il principio della tripartizione dei poteri, l’uguaglianza davanti alla legge dei cittadini diventerebbe una formula vuota, sarebbe compromessa la tutela dei loro diritti e degli interessi diffusi, di cui è intessuta la vita i tutti noi.
Non si tratta di temi che riguardano solo gli “addetti ai lavori”.
Magistratura Democratica ha scelto di parlarne in un dibattito pubblico il prossimo lunedì 9 febbraio ore 15.30 a Palazzo Tursi (Salone di Rappresentanza).
I temi:
- obbligatorietà dell’azione penale
- direzione delle indagini
- indipendenza del Pubblico Ministero
Interverranno:
Carlo Brusco (consigliere Corte cassazione), Vito Monetti (sostituto PG della Corte di cassazione), Valeria Fazio (procuratore capo della Repubblica di Casale Monferrato), Andrea Beconi (procuratore aggiunto della Repubblica di Torino), avv. Stefano Salvi (presidente Consiglio Ordine degli avvocati di Genova), avv. Corrado Pagano (presidente Camera Penale ligure).

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21 Gennaio 2009

"Semplificazioni" - Il ricordo del G8 di Genova è ancora vivo

Con il decreto legge 22 dicembre 2008, n. 200 viene abrogata la legge “Sul miglioramento delle condizioni dei maestri elementari”. Non è un altro atto iniquo del governo Berlusconi. La legge è la n. 3250 del 9 luglio 1876, non ha più alcuna efficacia, come non ne dovrebbero avere le altre 29 mila leggi del periodo 1861-1947 abrogate dal dl Calderoli recante “misure urgenti in materia di semplificazione normativa”. Stratificatesi per decenni secondo disegni mutevoli, se non capricciosi, hanno contribuito non poco alla ben nota indecifrabilità della legislazione vigente.
Sembrerebbe una buona notizia, e perciò forse è passata nel silenzio quasi generale, se non fosse che nel mucchio da abrogare ci sono norme di ben altra consistenza e attualità. Abrogando il decreto legislativo luogotenenziale 14 settembre 1944 n. 288 - osserva il Corriere della Sera del 13 gennaio - Calderoli ha semplificato troppo.

Salvo modifiche entro il 20 febbraio nella conversione di questo decreto legge – prosegue il Corriere – “ciascun cittadino — quello che subisca un fermo per motivi infondati, quello che allo stadio si ritrovi vittima di azioni immotivate delle forze dell'ordine, quello che in piazza veda equivocato il proprio ruolo nel parapiglia di una manifestazione politica, quello che in udienza abbia un acceso confronto con un giudice prepotente — si ritrova più indifeso rispetto a potenziali soprusi di Stato. Nel codice penale, infatti, alcuni articoli puniscono la resistenza o minaccia a pubblico ufficiale (fino a 5 anni); la violenza o minaccia ad un Corpo politico, amministrativo o giudiziario (fino a 7 anni); l'oltraggio a pubblico ufficiale (fino a 2 anni), a un Corpo politico, amministrativo o giudiziario (fino a 3 anni), a un magistrato in udienza (fino a 4 anni). Però, grazie all'articolo 4 del decreto legislativo luogotenenziale n. 288 del 14 settembre 1944, i cittad ini sono esenti da sanzioni «quando il pubblico ufficiale o incaricato di pubblico servizio o pubblico impiegato» abbia causato la reazione dei cittadini «eccedendo con atti arbitrari i limiti delle sue attribuzioni».
Una questione di tale rilevanza ha fatto insorgere le Camere penali italiane (CPI) che denunciano “l’inaccettabile abbassamento del livello di civiltà del sistema penale e, più in generale, dell'ordinamento giuridico italiano che discenderebbe [dalla sua] abrogazione”, perché si tratta “di una norma che riveste una evidente funzione sociale: l'irrilevanza penale della reazione del cittadino agli arbitri della pubblica autorità concorre a limitare gli eccessi dei singoli pubblici ufficiali indirizzando verso canoni di civiltà ed urbanità i rapporti fra la pubblica amministrazione e la collettività” e, in tale prospettiva, l’abrogazione del dl luogotenenziale, proseguono le CPI, “rappresenta un grave e pericoloso affievolimento delle garanzie della libertà individuali e si traduce in un arretramento del livello di civiltà dell’ordinamento giuridico, intollerabile in un Paese che, come il nostro, si fonda sui principi dello Stato di diritto”.
Un paese che non vuole dimenticare il G8 del 2001 a Genova.
(Oscar Itzcovich)

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Comunicato stampa della Associazione per Cornigliano

Oggi, 19 gennaio 2009, la Corte di Appello del Tribunale di Genova, presieduta dal dott. Odero, ha emesso la sentenza di secondo grado nei confronti di Emilio Riva e dei figli Claudio e Fabio Arturo per inquinamento ambientale.
Il processo di primo grado, iniziato nel 2004, si era concluso nell’ottobre 2006 con la condanna dei suddetti imputati a 1 anno e quattro mesi.
Con la sentenza di oggi, in merito all’inquinamento causato dall’altoforno che era oggetto del nostro intervento, i giudici della Corte d’Appello hanno ritenuto, a causa di un vizio di procedura (ossia di un semplice cavillo legale), di “trasmettere gli atti al Procuratore della Repubblica di Genova”: di ripartire quindi daccapo con un altro procedimento penale, che tuttavia, come si sa, incontrerà la prescrizione ad inizio 2010.

Che dire di tutto questo? La prima reazione spontanea è la constatazione che noi dell’Associazione Per Cornigliano, per difendere il diritto alla salute dei cittadini in quegli anni bui di feroce inquinamento, ci siamo rivolti alla Magistratura perché la politica da decenni si mostrava impotente e non assolveva al proprio ruolo di tutela della cittadinanza.
Confidavamo di essere tutelati dalla Magistratura, che oggi, dopo sei anni di processo e fatiche immani da parte di noi cittadini nel porci contro un colosso quale il Gruppo Riva, decide di trasmettere nuovamente gli atti al Procuratore…
Resta tuttavia l’orgoglio dell’azione “titanica” che abbiamo portato avanti, grazie al valido aiuto dei nostri Avvocati, Stefano Savi e Roberto Damonte, che ringraziamo per la professionalità e la dedizione dimostrate in una causa dal forte significato morale.
Siamo anche soddisfatti dei nostri successi: l’essere stati riconosciuti come parte civile e come Associazione che tutela gli interessi degli abitanti; il fatto che, comunque, Emilio Riva e figli sono stati condannati in primo grado; il fatto che non sono stati assolti in secondo grado, ma dichiarati oggetto di ulteriori indagini.
L’attività della nostra Associazione prosegue come sempre: continueremo a sopperire alla noncuranza con cui da sempre vengono trattati i cittadini di Cornigliano, tutelandoli con ogni mezzo avremo a disposizione, sia di carattere civile, penale, politico o “mediatico”.
(Il Presidente Cristina Pozzi)

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17 Dicembre 2008

Salerno-Catanzaro - Manovre per una riforma senza giustizia

19 ottobre 2007. “Why not”, l’indagine del pm di Catanzaro Luigi De Magistris a carico di politici calabresi, funzionari regionali, imprenditori e di un generale delle Guardia di Finanza per associazione a delinquere, corruzione, truffa e finanziamento illecito ai partiti viene avocata dalla Procura generale perché il pm “non potrebbe essere più imparziale nei riguardi del ministro della Giustizia Clemente Mastella”. Infatti, il ministro, coinvolto nell’inchiesta, ha appena chiesto il trasferimento del magistrato.

Il 22 luglio De Magistris è trasferito a Napoli come giudice per “incompatibilità ambientale e funzionale” (il Sole 24Ore). Il 2 dicembre la procura di Catanzaro è circondata da cento carabinieri e una ventina di poliziotti, tutti arrivati da Salerno, guidati da ben sette magistrati della procura di Salerno che - su denuncia di De Magistris – indagava sulla procura di Catanzaro per la “presunta strategia delegittimatoria ideata ed att uata in danno del pubblico ministero De Magistris […] per bloccare la sua azione inquirente”. Immediata la reazione della procura generale di Catanzaro che avvia una contro indagine sulla procura di Salerno per abuso d'ufficio e interruzione di pubblico ufficio. “Abbiamo reagito a un atto, proveniente dalla Procura di Salerno, finalizzato alla destabilizzazione e all'eversione dell'istituzione dello Stato", dichiara il procuratore generale di Catanzaro. Cortocircuito istituzionale che costringe l’Anm a intervenire il 10 dicembre con un comunicato dove si parla di “una situazione di eccezionale gravità, che non ha precedenti nella storia giudiziaria del paese”, si riconosce “il fatto che per troppi anni si è accettato che alcuni uffici giudiziari fossero gestiti da persone inadeguate, che non hanno esercitato i propri compiti con trasparenza ed impegno responsabile e a volte sono apparse legate a poteri locali”. Un’amara autocritica che indica lo stato in cui versa la magistratura dopo anni di continui attacchi. Giuseppe D’Avanzo su Repubblica 5 dicembre scrive che questo è un momento in cui “la magistratura, come ordine (potere) dello Stato, autonomo e indipendente da qualsiasi altro potere, raggiunge il punto più basso del suo prestigio istituzionale”.
Cosa bisogna attendersi? Il peggio, ha scritto Vittorio Grevi sul Corriere della Sera del 11 dicembre. La incredibile vicenda Salerno-Catanzaro è già stata assunta strumentalmente per al rilancio di proposte di riforma che nulla hanno a che fare con i problemi reali della giustizia. “La verità è che [le riforme costituzionali proposte] attengono essenzialmente all’ordinamento istituzionale della magistratura come «potere», e quindi soprattutto ai delicati rapporti tra giustizia e politica; ma, proprio perciò, non produrrebbero alcuna diretta incidenza sul concreto svolgimento dell’attività processuale".
(Oscar Itzcovich)

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26 Novembre 2008

G8 - Dopo le sentenze cosa si deve fare

La prima cosa da fare, ha scritto su Repubblica (18 novembre ’08) Valerio Onida ex presidente della Corte costituzionale, è riflettere. Rabbia e delusione hanno valide ragioni ma chi si propone di trarne elementi per una battaglia politica dovrebbe prendere atto di alcuni fatti che ad oggi le sentenze sia di Bolzaneto sia della Diaz hanno affermato.
Scrive Onida: “Sono stati accertati dai giudici numerosi fatti non isolati di uso arbitrario della violenza fisica e morale da parte di esponenti delle forze dell’ordine nei confronti di persone inermi o poste in stato di arresto.” Si tratta di reato gravissimo di cui è prevista la punizione sia dalla Costituzione Italiana sia dalla convenzione europea dei diritti attuativa della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo e su cui è competente la Corte dei diritti umani di Strasburgo.

La Diaz non è stata una rissa da bar, al contrario: “i fatti accertati coinvolgono e gravemente le istituzioni”. Quando rappresentanti delle forze dell’ordine infieriscono su persone inermi e le accusano ingiustamente di fatti di cui le sanno innocenti; quando altri rappresentanti di queste forze hanno consentito alla violenza, hanno umiliato e insultato persone arrestate, in definitiva quando lo Stato fa un uso illegittimo e quindi privato della forza, conclude Onida, il diritto di cui lo stato è espressione diventa arbitrio e il principio di legalità è compromesso.
Come, dopo la Diaz e Bolzaneto, si restaura il principio di legalità? Ad esempio interrogandosi su chi forma e come viene formato il personale di polizia, con quali direttive, codici di condotta, controlli, in definitiva sulla “cultura” dei corpi di polizia.
E il proscioglimento degli alti gradi della polizia? Se ai giudici si chiede di accertare scrupolosamente fatti e responsabilità individuali, ai vertici degli apparati di sicurezza -risponde Onida è giusto chiedere di “dare conto di macchie di questa portata…”.
Onida conclude che i cittadini italiani avrebbero oggi il diritto di attendersi da un governo democratico oltre che le scuse doverose dopo quanto è stato accertato, l’adozione delle misure necessarie – a cominciare da una legge che preveda e punisca il delitto di tortura e a seguire una riconsiderazione della formazione e del controllo del personale preposto – per impedire il ripetersi delle deviazioni accertate.
Le riflessioni dell’ex presidente della Corte Costituzionale sono quelle di chi preferisce vedere il bicchiere mezzo pieno? A suo favore c’è sicuramente un fatto che non è sfuggito ai politici, sia quelli che si sono dichiarati scandalizzati sia quelli che hanno subito fatto barricate di fronte alla possibilità di una riconsiderazione “politica” (ad esempio nel senso proposto da Onida) della vicenda.
Il fatto è che la stampa quotidiana che conta – Repubblica ma anche Corriere e Stampa – pur con apprezzamenti diversi per la sentenza ha colto la questione posta da Onida: anche un numero relativamente modesto di condanne di operatori (di vario grado) delle forze dell’ordine per reati così infamanti è questione che rinvia dalle aule giudiziarie alla politica.
(Manlio Calegari)

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19 Novembre 2008

Bolzaneto - Le regole della democrazia e quelle del rugby

Massimo Calandri, autore di “Bolzaneto. La mattanza della democrazia”(prefazione di G. D’Avanzo, Derive Approdi, Roma 2008, pp. 252, euro 15,00) è nato nel 1963. Da ragazzo sognava di fare il giornalista e ha cominciato a scrivere su Il Lavoro sin dal 1981 quando di anni ne aveva soltanto 18. Nel ’92 è stato assunto da la Repubblica dove, per le pagine genovesi, ha scritto e scrive di cronaca nera e giudiziaria. Un osservatorio privilegiato per una realtà che cambia rapidamente. Non c’è bisogno di scomodare Marx per sapere che la cronaca giudiziaria è la rappresentazione più efficace di una società. Se si cerca di scavare alla ricerca dei suoi riferimenti o dei suoi modelli, Calandri risponde sorridendo che per lui è stato importante il rugby, uno sport che ha praticato a lungo, a proposito del quale scrive su riviste specializzate, e che, nel tempo libero, ancora insegna ai bambini del Cus Genova, il club dove in passato giocava. Il rug by? Ma cosa c’entra con le storie del G8 e di Bolzaneto su cui ha scritto il libro o con la Diaz a cui ha dedicato su Repubblica tante delle sue cronache?
C’entra ma tocca al lettore scoprirlo.

“Bolzaneto” comincia dalla fine, dalla sera del 14 luglio 2008, quando nell’aula bunker viene data lettura della sentenza a proposito dei sequestri e delle torture avvenute nella caserma carcere di Bolzaneto tra venerdì 20 e lunedì 23 luglio 2001. Tre giorni in cui tutto è incerto o quasi: dal numero dei reclusi – più di 250 ma quanti di più? - ai presenti addetti alla loro mortificazione, ai ruoli di costoro: dirigenti, collaboratori, esecutori. Tre giorni che per essere ricostruiti hanno richiesto 7 anni di inchiesta di cui 4 spesi per 200 udienze. Perché un tempo così lungo? Perché quei tre giorni non erano frutto del caso, un “incidente” prodotto e aggravato dai fatti terribili che avevano segnato il G8. Al contrario: quei tre giorni, quando la caserma di Bolzaneto diventa un “non luogo”, un’area “posta fuori dell’ordinamento giuridico, al di fuori delle regole del diritto penale e del diritto carcerario”, erano stati preventivati proprio così; con menzogne e malizie messe in opera molto tempo prima dei fatti.
Calandri le individua una per una, da quelle più esplicite a quelle che paiono frutto di balordaggine ma che con le altre giocano a produrre uno stesso risultato: una zona franca dove mortificare, terrorizzare, torturare. Non conta se poi l’impianto accusatorio costruito contro i detenuti per giustificarne la detenzione crollerà nella maggior parte dei casi; del resto non era quello il suo scopo.
Calandri racconta i sette anni durante i quali, contro l’ostinazione delle parti civili e la pervicacia dei magistrati, si è alzato il muro quasi impenetrabile delle forze di polizia, della penitenziaria, dei carabinieri, gregari e superiori: lo stato o almeno una sua parte.
E il rugby? E’ uno sport duro, anche violento ma dove alla fine vincitori e sconfitti si stringono la mano. E’ il momento della verità, un modo per dichiarare la fedeltà alle regole. Necessario se si vuole continuare a giocare insieme.
Per favore leggetelo e troviamo luoghi dove parlarne.
(Manlio Calegari)

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8 Ottobre 2008

Giustizia - Il Csm indaga su Sansa; l’Anm si difende

Martedì 30 settembre. La sezione ligure dell’Anm (Associazione Nazionale Magistrati) ha convocato un’assemblea aperta per discutere sulla sempre più grave situazione in cui versa la giustizia. Tra gli invitati ad intervenire Claudio Castelli (già al ministero della Giustizia del governo Prodi), Pierfranco Pellizzetti (collaboratore di Micromega e del Secolo XIX), Stefano Savi (presidente dell’Ordine degli avvocati di Genova) e Adriano Sansa (presidente del Tribunale dei minori di Genova e ex sindaco).

L’intervento di Sansa è un duro attacco al governo. Sansa “ha invitato tutti «alla resistenza delle coscienze» contro il «tentativo di assoggettare la legge a un gruppo di potere e a un primo ministro piduista». «Dobbiamo pensare alla ricostruzione in questo Paese …. Siamo sul punto di perdere le caratteristiche fondamentali della Costituzione. Dobbiamo lottare. Il disegno che si sta portando avanti in Italia è, non dico fascista, ma sicuramente illiberale». Quanto al ministro della Giustizia Alfano, Sansa ha detto che «l' unica nota tecnica del ministro riportata dai giornali alla sua nomina è stata: fedelissimo di Berlusconi.. E questo fa, serve il premier e non lo Stato. Questo governo è anche tecnicamente indegno di occuparsi dei problemi della giustizia». (Corriere della Sera, 1° ottobre)
La richiesta dei consiglieri Pdl del Csm di aprire immediatamente un’indagine nei suoi confronti (con intenti chiaramente intimidatorie per tutti i magistrati) e le reazioni furibonde della destra coinvolgono anche Anna Canepa, presidente della sezione ligure dell’Anm (“doveva stopparlo, doveva dissociarsi”). Risposta cauta della Canepa: ”Nella mia veste istituzionale, ho presieduto un’assemblea aperta a chiunque volesse intervenire. Le espressioni degli intervenuti sono di loro esclusiva responsabilità.” (Repubblica, 3 ottobre). Netta, quella di Sansa. “E’ il massimo dell’arroganza e della illiberalità sostenere che la Canepa doveva agire in quel modo sia che fosse o no d’accordo con quanto ho detto io” (Corriere Mercantile, 3 ottobre).
(Oscar Itzcovich)

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14 Maggio 2008

Rassegna cinematografica: I diritti di tutti

Quest’anno non ricorrono soltanto i quarant’anni della rivoluzione studentesca o della primavera di Praga. Sono infatti 60 tondi gli anni di vita della Costituzione della Repubblica italiana. L’1 gennaio 1948 diventava legge quel grande patto laico, tra cattolici, liberali, socialisti, nato dalle ceneri della guerra e garante da allora d’un sufficiente grado di concordia e di benessere.
Pochi mesi dopo, il 10 dicembre, l’Assemblea generale delle Nazioni Unite adottava la Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, prima pietra di quel sistema di leggi internazionali che ha assicurato, almeno ai paesi dell’Occidente, un periodo senza guerre che non ha precedenti nella storia dell’umanità.
L’Associazione Nazionale Magistrati ed il Comitato per lo Stato di diritto dedicano perciò a questi eventi la settima rassegna di film “I diritti di tutti”.

La novità di quest’anno è data dall’abbinamento della rassegna cinematografica con la mostra “Vignette dal mondo per i diritti umani”, messa a disposizione dal Comitato per i Diritti e le Pari Opportunità della Presidenza del Consiglio dei Ministri da metà ottobre a metà novembre. Si tratta dell’esposizione di sessanta vignette dei più celebri autori internazionali (da Altan a Kroll, da Giannelli a Plantu, da Danzinger a Staino) che hanno voluto celebrare la Dichiarazione Universale, raccogliendo un’idea dell’ex segretario generale dell’ONU, Kofi Annan.
Si tratta, per Genova, di un evento prestigioso, un altro tentativo di approfondire fatti anche drammatici e dolorosi, con la levità, però, di mezzi comunicativi che arrivino alla ragione toccando le corde del sentimento e dell’emozione. Teatro della rassegna è il cinema Olimpia, rinnovato e pronto ad ospitare, nella sua storica sede del palazzo della Borsa, appuntamenti importanti per la città. Il giorno fissato per le proiezioni è, come sempre, il giovedì.

15 maggio 2008
, Libertà di manifestazione del pensiero e esigenza di sicurezza, “Hair”
22 maggio 2008, Maternità, tutela della donna e del nascituro, “4 mesi 3 settimane 2 giorni”
29 maggio 2008, Lavoro sicuro per un’esistenza dignitosa, “Paul, Mike e gli altri”
5 giugno 2008, Resistenza, antifascismo, Costituzione, “Il processo di Savona”
16 ottobre 2008, Genocidi, razzismo e tolleranza, “Monsieur Batignole” (*)
13 novembre 2008, Giustizia e pena, “The life of David Gale” (*)
Programma: 20.30 presentazione film, 20.45 inizio proiezione. Segue dibattito (Cinema Olimpia, Palazzo della Nuova Borsa, Via XX Settembre, Genova, tel. 010 - 58 14 15)
L’ingresso è gratuito.

(*) Le proiezioni del 16 ottobre e del 13 novembre avverranno in contemporanea con la mostra “Vignette dal Mondo per i diritti umani”, in programma dal 15 ottobre al 15 novembre 2008 per gentile concessione del Dipartimento per i Diritti e le Pari Opportunità della Presidenza del Consiglio dei Ministri.

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19 Dicembre 2007

Processo G8 - Il buco dei black bloc e altri lati oscuri

La stampa nazionale ha prestato scarsa attenzione alle udienze del processo genovese contro i 25 del G8 2001. Un po' di più al processo della Diaz (ancora in corso): forse perché a rischiare il rinvio a giudizio sono, tra gli altri, l'ex capo della polizia, De Gennaro, l'ex capo della Digos, Mortola e l'ex questore Colucci. Una serie di intercettazioni telefoniche rivelerebbe la complicità tra soggetti indagati, testimoni e confidenti di entrambi al fine di depistare le indagini dei magistrati (Repubblica 25 novembre '07, "G8, De Gennaro verso il rinvio a giudizio"; idem, 26 novembre, "G8, anche Mortola indagato"; idem 27 novembre, "G8 la telefonata di Colucci: Devo fare marcia indietro"; idem 29 novembre, "G8, un piano per le promozioni. Nelle intercettazioni dei funzionari premi per gli imputati: pioggia di telefonate tra indagati e testimoni per concordare le strategie difensive").

Sabato 15 dicembre '07 tutti i quotidiani hanno dedicato spazio alla sentenza emessa il giorno precedente nel processo ai 25. Repubblica: "G8, un secolo di carcere ai no global. Dimezzate le richieste dei pm. Pene severe ai black bloc". E' caduta per molti imputati l'accusa di "devastazione" (419 CP, da 8 a 15 anni). A sorpresa il tribunale ha disposto la trasmissione degli atti ipotizzando il reato di falsa testimonianza per due ufficiali CC e due funzionari PS che guidarono la carica contro il corteo delle tute bianche. Avvocati in parte soddisfatti; riconoscimento indiretto della forza dell'impianto accusatorio.
Nel processo ai 25 è stato il confronto tra accusa e difesa a polarizzare l'attenzione; non poteva essere diversamente. Di fronte a richieste così pesanti non c'era voglia di riflettere. E poi si trattava di un processo e non di una discussione tra storici.
Ma il momento della riflessione dovrà arrivare prima o poi e quando succederà sarà difficile ignorare i materiali e le affermazioni fatte dall'accusa.
A fronte di una massa di oltre 700 persone componenti del "blocco nero", i magistrati sono riusciti ad individuare solo 25 persone - circa il 3% ! - di cui una buona metà sarebbe accusata di avere fiancheggiato il blocco suddetto. Un numero esiguo a fronte della documentazione offerta dagli stessi magistrati che mostra attività criminose - il disselciamento di una piazza, la confezione di bottiglie molotov ecc - messe in pratica da molte decine di persone durante periodi di calma e comunque lontano dalle fasi topiche dello scontro. Ancora più imbarazzante se si osserva la quantità di immagini che fanno pensare a una contiguità (informatori? infiltrati?) tra forze dell'ordine e blocco nero. Al processo l'accusa ha riconosciuto che le indagini, già "difficili", sono divenute "difficilissime per il coinvolgimento delle forze dell'ordine". Si sa, ad esempio, che, nella raccolta della documentazione videofotografica, la magistratura si è potuta avvalere in misura molto modest a di quella prodotta per loro finalità dalle forze dell'ordine.
Tolleranze sospette, contiguità mai spiegate, violenze ingiustificate compongono un quadro inquietante che i processi Diaz e Bolzaneto confermano. Se non ora, quando la Commissione parlamentare d'inchiesta?
(Manlio Calegari)

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28 Novembre 2007

Oltre il G8 - Rischio di ritorno al codice Rocco

Teatro della Gioventù, Sala Barabino, "Genova G8, democrazia alla prova", sabato 24 novembre 2007. Organizza l'incontro il "Comitato Verità e Giustizia per Genova". Il giornalista di Diario Mario Portanova intervista in pubblico Livio Pepino, magistrato presso la Corte di Cassazione, membro del Consiglio superiore della magistratura e direttore della rivista Questione giustizia. A Pepino si deve la prima e più significativa riflessione sui fatti del G8 - "Genova e il G8: i fatti, le istituzioni, la giustizia" - pubblicato da Questione giustizia sin dal 2001.

La piazza, quella del corteo di due settimane prima è lontana e il momento adatto alla riflessione. Ma pochi l'hanno colta: i presenti non sono più di una ventina. La giornata è fredda, è un sabato e i quotidiani locali non hanno fatto grancassa. Forse non è un caso se nessun politico di rilievo è presente in sala. Forse è per la loro assenza che le pagine locali dei quotidiani di domenica hanno ignorato l'avvenimento. Solo Repubblica-Il Lavoro ha dedicato una ventina di righe peraltro sotto un titolo di fantasia "Vigilare sul caso G8".

Peccato perché Pepino, pur non entrando nel merito delle vicende processuali, non si è sottratto al "dovere civico" di riflettervi su "almeno in termini generali, astratti". Ricercare esclusivamente la verità giudiziaria, ha osservato Pepino, può forse servire all'accertamento delle responsabilità individuali ma solleva lo stato dall'indagare sui propri apparati e riflettere sulla costituzionalità delle proprie norme.
Il modo con cui una società punisce i reati riflette la sua gerarchia di valori. Il sistema processuale e penale italiano è strutturato secondo una gerarchia di valori in contrasto con la Costituzione. Permane infatti la gerarchia sancita in età fascista dal codice Rocco (salvo pochi aggiustamenti in relazione soprattutto alla tossicodipendenza e all'immigrazione). Una gerarchia che, grazie al vuoto lasciato dalla politica, non a caso riemerge nei momenti di acuta tensione sociale.
Nella storia repubblicana il reato di devastazione e saccheggio è stato contestato raramente, sempre in presenza di danni ingenti e di problemi di ordine pubblico. Si tratta d'un reato che, così come è tuttora definito dal codice penale, prevede pene molto severe (da 8 a 15 anni) e non ha un sistema di ragionevole bilanciamento tra aggravanti e attenuanti.
L'applicazione di questa figura di reato, ha osservato Pepino, non riguarda solo i fatti avvenuti a Genova durante il G8. C'è il concreto rischio di una sua applicazione generalizzata. Che sempre di più i conflitti sociali tendano a configurarsi come problemi di ordine pubblico. La conclusione sarebbe una deriva sempre più forte verso la costruzione di un sistema processuale e penale incentrato sulla figura del nemico.
Argomenti pesanti caduti in una sala semivuota.
(Oscar Itzcovich)

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21 Novembre 2007

Informazione - Il corteo è pacifico quindi inesistente

Volete un esempio di come si può manipolare un evento fino a cancellarne (o quasi) il significato? Prendete il corteo sul G8 di sabato 17 novembre scorso a Genova. Il corteo arriva dopo una settimana di timori di polemiche durissime. La destra ne ha chiesto la cancellazione. Una campagna giornalistica e televisiva martellante, specie a livello locale, ha di fatto suggerito l'abbandono della città da parte dei cittadini e la chiusura dei negozi. La tensione creata è tale da indurre gli organizzatori a temere un flop e a sottostimare le richieste di convogli a Trenitalia. Che ne approfitterà mettendoci del suo (cosa facilissima visto la normale condizione dei suoi treni) per sabotare l'iniziativa.

Sabato la manifestazione è un successo: 50 mila persone in un corteo denso di politica, "reduce" ma anche giovane, capace di contenere al proprio interno conflitti non da poco (striscione e scritte sulla "polizia assassina").
Domenica 18 novembre la notizia dei quotidiani è "corteo pacifico". Si tira un respiro di sollievo: "è andata bene perché non è successo niente". E siccome non è successo niente la manifestazione non è esistita o quasi. Le sue ragioni, i suoi slogan, la forza e il coraggio che hanno fatto sfilare a Genova migliaia di persone in gran parte giovani, in un corteo durato 6 ore, che poi se ne sono ripartiti "zitti e buoni", sono ridotte per lo più a colore. Sia pure con qualche raro omaggio alla piazza.
Poche le eccezioni. Tra queste l'editoriale - "questa volta bravi tutti ma è bocciata la politica" - del Secolo XIX che peraltro aveva dedicato durante la settimana molte colonne al tam tam antimanifestazione. "La maggioranza non sta rispettando uno degli impegni presi nel programma di governo: la Commissione d'inchiesta sui fatti del G8 magari non servirà a niente, proprio come ritiene Ottone (Repubblica, 17 novembre), ma era un impegno preciso e gli impegni si rispettano. Quanto all'opposizione basta aver seguito 5 minuti della trasmissione che La Sette ha dedicato all'evento per farsene una idea: tra l'ex radicale Taradash che si arrampicava sugli specchi e la portavoce Gardini che al solito pensava soprattutto a magnificare il suo datore di lavoro veniva solo da pensare come nella patria di Machiavelli la politica abbia potuto cadere così in basso".
(Manlio Calegari)

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G8 - A chi fa male la verità

I 50 mila in corteo del 17 novembre sono serviti prima di tutto a riaffermare di fronte a tutta l'Italia che la questione del G8 2001 non è roba che si potrà confinare nella cronaca cittadina.
In causa c'è la verità su quello che avvenne a Genova tra il 19 e il 22 luglio 2001: la verità storica di cui la verità giudiziaria è solo un aspetto sia pure significativo. In causa c'è anche il buon senso. Il buon senso è quello che aveva spinto a leggere quei fatti non solo come manifestazione di una repressione cieca e bestiale ma come un progetto provocatorio finalizzato a qualcosa che forse non si era realizzato. Da allora, dall'estate 2001, la ricerca della verità è rimasta nelle mani di pochi giornalisti, dei magistrati, di alcune associazioni (ad esempio "verità e giustizia"), di gruppi di legali e di alcuni singoli non disposti a lasciarsi massacrare in nome della democrazia. Assenti di riguardo il parlamento e i partiti.

Oggi, alla fine del 2007, sta avviandosi a conclusione il primo dei tre "grandi processi" relativi ai fatti: quello contro i 25 imputati di devastazione e per cui sono stati chiesti 225 anni di galera. Gli altri due sono quello contro le "forze dell'ordine" responsabili della "mattanza" della Diaz e delle oscenità alla caserma di Bolzaneto.
L'accusa di devastazione e la conseguente pesantezza delle richieste ha fatto scandalo. La fama dei PM, noti per essere magistrati integri e "democratici", non ha reso le critiche più leggere, anzi. Neppure è servita la minuziosità dell'inchiesta, e la massa delle prove - quasi ridondante - a rendere convincente un'indagine portata a termine malgrado gli "ostacoli frapposti dal coinvolgimento di appartenenti alle forze dell'ordine".
Siamo consapevoli, hanno dichiarato i PM nella loro arringa, che il procedimento per i fatti di devastazione e saccheggio è il primo processo che giunge a sentenza, e "auspichiamo che anche gli altri a breve possano arrivare almeno alla verità giudiziaria; verità giudiziaria che sicuramente non soddisferà le troppe aspettative di Verità, maiuscola, verità che forse avrebbe dovuto venire da chi ha avuto la responsabilità di quei giorni, in primo luogo l'autorità di governo, ma anche da parte dei responsabili del movimento, o meglio dai responsabili nel movimento, di quelle frange più violente ed ambigue presenti in quei giorni a Genova." (PM Canepa, udienza 2 ottobre 2007)
Nobile auspicio; da dove allora lo scandalo che ha accolto le richieste dei PM? Forse proprio dal buon senso. Che si chiede se sia opportuno aver sbriciolato l'attività istruttoria della procura in diversi spezzoni isolati. Se sia ragionevole processare 25 persone riconoscendo essere gli stessi solo una frazione infinitesima di quanti negli stessi giorni operarono in modo analogo. Se sia possibile farlo senza un'indagine sulle forze preposte al controllo (mancato) e alla repressione (mancata) degli stessi, e sulle collusioni (documentate) tra devastatori e forze dell'ordine. Il buon senso vorrebbe che si chiarisse preliminarmente quale è stato il grado di collaborazione tra magistrati e forze dell'ordine, quali le domande dei primi e le risposte inevase dei secondi. Il buon senso non disconosce l'importanza della verità giudiziaria, ritiene giusto che si processi chi ha messo a fuoco e apprezza il magistrato che sa distinguere tra azioni volutamente devastatorie e quelle di contrasto o frutto del clima dello scontro. Il buon senso considera i devastatori dei provocatori e quando ci riesce o li riconosce li espelle dai suoi cortei. Ma si chiede se sia solo per caso che a 6 anni dai fatti il primo atto di giustizia sia quello di processare 25 vandali (presunti).
(Manlio Calegari)

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Intervista - Genova G8: democrazia alla prova

Il comitato "Verità e Giustizia per Genova" organizza un incontro pubblico sul tema "Genova G8: democrazia alla prova".
Il giornalista di Diario Mario Portanova intervista Livio Pepino, magistrato di Cassazione, membro del Consiglio superiore della magistratura (Csm), il sabato 24 novembre alle ore 16.30 presso il Teatro della Gioventù, Sala Barabino (via Macaggi 92A rosso, Genova)

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Caso Henriquet - Dalla procura di Genova alla finanziaria 2008

Nel settembre del 2005, nel corso di un controllo nella sede dell'Associazione Gigi Ghirotti, i carabinieri del Nas trovarono, in alcuni armadietti custoditi, una certa quantità di farmaci oppiacei che erano stati restituiti all'Associazione dai parenti dei malati terminali deceduti. I carabinieri denunciarono il fondatore dell'Associazione professor Franco Henriquet per detenzione illecita di medicinali a base di stupefacenti. Con questa accusa, nel maggio del 2007, il PM Francesco Pinto, chiese il suo rinvio a giudizio. Il 13 novembre, Adriana Petri, giudice dell'udienza preliminare (Gup), ha deciso di non doversi procedere "perché il fatto non sussiste". La sentenza del Gup è stata ricevuta con gran sollievo da tutti, nessuno escluso.

Sorprendentemente, a rappresentare l'accusa è stato il capo dell'Ufficio Francesco Lalla che, essendo contrario al rinvio a giudizio di Henriquet, aveva deciso di sostituire in udienza Pinto, titolare dell'inchiesta. Nessuno può dire se la decisione del Gup sia stata o meno influenzata dalla sostituzione di persona. Certo è invece che il Procuratore Lalla ha rubato la scena a tutti.
Sul Secolo XIX del 17 novembre, in un articolo dal titolo "Lalla, applausi bipartisan. Una scelta di buon senso" si legge: "La mossa a sorpresa del procuratore capo di Genova, Francesco Lalla, sul caso Henriquet, ha incontrato il favore di migliaia di cittadini". Sul sito web del Secolo XIX si sono riversati, insieme a nuovi e toccanti attestati di sostegno e di stima per Franco Henriquet, da decenni impegnato, in condizioni difficilissime, nel diminuire la sofferenza dei malati terminali di cancro, moltissimi messaggi di apprezzamento per Lalla, un magistrato "a cui tocca riscattare la propria categoria" e di disapprovazione per Pinto, accusato di arroganza e protagonismo. Nessun messaggio per dire che la denuncia di Pinto e dei carabinieri del Nas era una dovuta contestazione tecnica e non una criminalizzazione, come invece ha osservato Marco Preve su Repubblica del 16 settembre.
A corollario della tormentata vicenda, e dopo anni di richieste e di battaglie che hanno visto impegnato in prima fila anche il prof. Henriquet, è da notare che nella finanziaria 2008 approvata in questi giorni dal Senato, è stata inserita una norma per cui i farmaci, anche quelli contenenti sostanze stupefacenti o psicotrope non più necessari al paziente (deceduto o che ha abbandonato la terapia), potranno essere utilizzati da chi ne ha bisogno anche nell'ambito di una "organizzazione non lucrativa avente finalità di assistenza sanitaria". Come è appunto la Gigi Ghirotti.
(Oscar Itzcovich)

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24 Ottobre 2007

Giustizia - Il silenzio di Prodi l'ira di Mastella

La vecchia arma dell'avocazione, sempre incombente fin dai tempi dei vecchi scandali di regime (petroli e via dicendo), dunque esiste ancora, come ha ricordato il pg di Catanzaro a chi ha memoria corta dei fasti giudiziari. Il pm De Magistris, "colpevole" di avere rivolto le sue indagini sul guardasigilli Mastella e sullo stesso premier Prodi, si è visto togliere di mano dal superiore gerarchico il pesante fascicolo, destinato probabilmente a cure più riguardose. Al centro dell'inchiesta ci sono le solite intercettazioni telefoniche, quindi le tracce dei rapporti poco chiari mantenuti da affaristi ex dc con potenti di turno per lucrare sui fondi dell'Ue all'agricoltura del Sud, una truffa di dimensioni gigantesche.

Il caso, detto non tanto per inciso, rischia di fare cadere il governo e rimettere in sella il personaggio che più di ogni altro ha fatto strame della giustizia; quindi è spiegabile, almeno in parte, tutta l'attenzione riservata dai mezzi d'informazione ai suoi effetti più ancora che ai fatti posti all'origine. Sapremo un giorno (almeno si spera) se e quanto sia fondato il "fumus" accusatorio (sufficiente per la dovuta iscrizione nel registro degli indagati) a carico dei due uomini di governo. Nel frattempo è difficile non notare le diverse linee di comportamento degli interessati. Il premier, piaccia o no, si è astenuto dall'esternare la rituale "sorpresa e indignazione", preferendo dimostrare col silenzio la tanto reiterata, a parole, "fiducia nella magistratura". Una volta tanto, insomma, un leader italiano si è comportato con la dignità che ci fa invidiare i politici dei paesi di più salda tradizione democratica.
Diverso lo stile mastelliano: si va dalla richiesta di trasferimento d'urgenza del magistrato scomodo (tesi respinta dal Csm), alle reazioni rabbiose in terra americana, dove ha preso a male parole alcuni incauti contestatori d'oltreoceano, fino al colpo di teatro finale: appreso che le indagini riguardano anche lui, dopo aver ripetuto di essere una persona onesta, ha dichiarato improvvisamente che "non c'è più la maggioranza" (quasi la capacità di insabbiamento fosse prova di tenuta del governo), aggiungendo la minaccia che "ormai è meglio andare a votare". Parole che suonano come musica a chi vuol tornare alla guida del Paese per chiudere i conti con i non allineati, cominciando dai giudici.
(Camillo Arcuri)

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Giudici - Perché intitolare una piazza a Borrè

Il 27 ottobre 2007 il Comune di La Spezia intitolerà a Giuseppe "Pino" Borrè la piazza del Tribunale. Nell'occasione, alle 15, verrà tenuto presso la Sala Dante un seminario di studio, cui parteciperanno il Sindaco Massimo Federici, il Prof. Avv. Guido Alpa, il Prof Avv. Carlo Federico Grosso, l'On. Elena Paciotti e il dott. Livio Pepino, componente del CSM. Docente per molti anni presso l'Università di Pisa, Giuseppe Borré, aderì a Magistratura democratica, fin dai primi passi del gruppo nel 1964. Di MD Borré fu componente del Comitato esecutivo dal 1975 al 1978 e presidente dal 1978 al 1986. Collaboratore di "Qualegiustizia" per tutto il periodo di pubblicazione (1970-1979), fu direttore di "Questione Giustizia" dalla fondazione (1982) sino alla sua morte (agosto 1997). Dell'amico "Pino" Borrè, Carlo Brusco, giudice della Corte di Cassazione, ha mandato un ricordo che, pubblicato integralmente sul nostro sito (cliccare qui), compare qui in versione succinta.

Ho conosciuto Pino Borrè appena entrato in magistratura, nel 1967. Lavorava nella stessa città, Genova, dove ho svolto i primi decenni della mia attività giurisdizionale. Non abbiamo mai lavorato nel medesimo ufficio ma il rispetto e la stima da cui era circondato lo rendeva un punto di riferimento per tutti (anche per gli avvocati e per il personale amministrativo).
Dipendeva questa stima dalla sua elevatissima preparazione ? Non credo fosse solo questo. Esistono magistrati forse altrettanto preparati che non sono circondati da questo rispetto. Credo invece che varie fossero le sue caratteristiche che ne facevano un magistrato esemplare ma anomalo.
Pur essendo da sempre impegnato nella vita associativa e di corrente (e in numerose altre iniziative culturali e, in alcuni periodi, nell'insegnamento universitario) Pino ha sempre continuato a pensare che il suo impegno principale dovesse essere dedicato all'attività di magistrato e nell'attività giurisdizionale ha sempre profuso il suo profondo ingegno e le sue migliori capacità. Non credo sia un caso che a Genova in quel periodo siano confluiti in magistratura democratica (allora numericamente irrilevante, oggi corrente di maggioranza nel distretto) anche numerosi colleghi di sentimenti democratici ma tutto sommato politicamente lontani dalla sinistra; Pino rappresentava un modello di magistrato per tutti. Ricordo la stima profonda che nutriva per lui un presidente del Tribunale che aveva idee esattamente opposte alle sue.
Un'altra delle caratteristiche di Pino era quella del rispetto per tutti e per tutte le idee, anche quelle più lontane dal suo modo di pensare.
E la sua pacatezza nell'argomentare (che gli ho sempre invidiato) metteva sistematicamente a disagio gli interlocutori che la pensavano diversamente ma che erano costretti ad apprezzare sempre la modestia e l'umiltà di chi sa di non possedere verità assolute.
Un uomo e un giudice perfetto ? Certamente no. Come tutti coloro che agiscono anche lui ha commesso i suoi errori. Ricordo che abbiamo parlato più volte del voto al CSM con cui venne scelto il dirigente dell'ufficio istruzione di Palermo e Pino non ha mai escluso di aver potuto commettere un errore votando per il candidato contrapposto a Falcone. Insomma era pronto anche a mettere in discussione le sue scelte.
Adesso smetto perché sono certo che Pino, se fosse vivo, sarebbe molto seccato di questo quadro così luminoso della sua persona. D'altra parte se non fosse stato così al di fuori del comune non lo ricorderemmo con tanto affetto e commozione.
(Carlo Brusco)

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10 Ottobre 2007

Giustizia / 1 - Mettete il morso a quei magistrati

Come il famoso cane di Pavlov, il potere risponde agli stimoli con comportamenti sempre uguali, ripetitivi, immutabili. Non manca mai di lanciarsi sugli investigatori che indagano troppo, che non guardano in faccia a nessuno, insomma che vogliono applicare la legge. Salvo poi sostenere che non è il palazzo, ma la critica e la satira ad alimentare l'antipolitica. Ultime le reazioni del guardasigilli Mastella e il coro ululante della destra (ma anche troppi silenzi del centrosinistra), alle parole dei magistrati Forleo e De Magistris, "colpevoli" di aver detto a Santoro in tv di sentirsi isolati e di subire intimidazioni non esterne, insomma dalla gerarchia. Tutto perché anche loro hanno avuto l'ardire, o la sconsideratezza, di toccare qualche "santuario".

E' un copione logoro. Forse non tutti ricordano che va in scena ormai da più di un trentennio. Nei primi anni '70 scoppiò tra Genova e Roma lo scandalo dei petroli, coi partiti (dell'allora maggioranza di centro) che ricevevano percentuali sulla base dei prezzi dei carburanti, per cui più aumentava la benzina più mettevano in tasca. Contro i tre "pretori d'assalto" Almerighi, Brusco e Sansa che avevano osato rompere il giochino ci fu tempesta: minacce di "avocazione" e d'altro tipo, servizi segreti scatenati contro e un solo politico schierato dalla loro parte: Pertini, a quel tempo presidente della Camera. Poi naturalmente tutto finì come doveva, con la prescrizione. Il bis dieci anni dopo quando tra Genova e Savona scoppia il caso Teardo, il presidente della Regione, piduista, che col suo clan imponeva taglie su affari e imprese. Al momento degli arresti per quel racket di tipo mafioso, arriva Intini a portare la solidarietà del Psi ai "prigionieri politici". Segue l'an nuncio di Craxi: "Con gli inquirenti poi faremo i conti". Parola mantenuta perché il pool investigativo venne letteralmente disperso.
Non fu solo una rappresaglia; fu un modo spiccio per impedire che emergesse fin d'allora Tangentopoli: c'erano già agli atti gli stessi nomi e legami, ma l'inchiesta fu dissolta. Temporaneamente, dal momento che il costume corruttivo era così diffuso, incontenibile che una decina d'anni dopo, primi '90, implose a Milano con Mani pulite, la rivincita della legalità imposta da Borrelli, Colombo, Davigo, Di Pietro. Ora ci risiamo con l'invio degli ispettori, le minacce di trasferimento, le inchieste disciplinari. Imputati De Magistris e Forleo scolpatevi: avete osato indagare inquilini del palazzo? E' curioso anche se antipatico notare, come fa Travaglio, che i consigli del vecchio Gelli siano ancora ascoltati ai piani alti: lui raccomandava sempre di mettere morso e briglia ai magistrati. Il resto vien da sé.
(Camillo Arcuri)

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Giustizia / 2 - Toghe rotte e pur bisogna andar

"Toghe rotte. La giustizia raccontata da chi la fa" (a cura di Bruno Tinti, ed. Chiaralettere, 2007, euro 12,00) farà discutere. Una testimonianza dei mali che affliggono la giustizia, una denuncia fatta da magistrati che operano quotidianamente nei tribunali e nelle procure. Il curatore, procuratore aggiunto presso la Procura di Torino, parla di una politica e di un Parlamento "bipartisan", che negli anni trascorsi (diventati ormai decade) si sono adoperati con successo perché la giustizia italiana non funzioni.

La prima parte, "La giustizia quotidiana", è dedicata a una serie di storie esemplari viste dal di dentro: sfila un esercito di giudici, cancellieri, poliziotti, ufficiali giudiziari e avvocati che hanno a che fare con denunce, querele, rapporti, rinvii a giudizio, citazioni, decreti e archiviazioni che generano carte "per dibattimenti finti, sentenze finte, lavoro finto". La giustizia è "un'azienda in cui entrano camion carichi di carta ed escono camion carichi di carta" (p. 13).
Nella seconda parte, "Che cosa c'è che non va", nel breve capitolo "Corso accelerato di diritto e procedura penale", si smonta il diabolico meccanismo che fa (non) funzionare l'amministrazione della giustizia. E' una carrellata sulla pena, le indagini della Procura, i gradi di giudizio (Tribunale, Appello e Cassazione) a cui bisogna aggiungere l'udienza preliminare. Alla fine di un lungo lavoro nel quale viene esaminata documentazione che si accresce continuamente si arriva a un processo che si concluderà, con ogni probabilità, con la prescrizione: un traguardo facilmente raggiungibile per chi, inciampato nelle maglie della giustizia, dispone dei mezzi per permetterselo. Con un processo che dura un minimo di dieci anni il 95 percento dei processi per reati di si concluderà con la prescrizione. Si tratta di fatti di grande impatto sociale: infortunistica, ambiente, corruzione, reati economici anche a danno dello Stato (p. 114). Sono trenta pagine che dovrebbero essere lett e tutte, scritte - come dice Marco Travaglio nell'introduzione - "per i cittadini che vogliono capirci qualcosa". Una lettura che serve a comprendere che non può esserci una vera riforma della giustizia senza prima ricostruire il meccanismo che dovrebbe assicurarne il suo funzionamento.
Nell'ultimo capitolo, "Il capitolo più difficile", Bruno Tinti dice che non gli piacciono i "partiti" e le "correnti" in cui è divisa la Magistratura. E' una giustizia schiacciata dalla politica, ma anche una "giustizia che si schiaccia da sola". Secondo Tinti, tutti gli organismi elettivi, Consigli Giudiziari, CSM, ANM, avrebbero finito per perdere gran parte dei loro presupposti (assicurare l'indipendenza e l'autonomia della Magistratura) e si sarebbero trasformati in organismi utili solo alla autoriproduzione corporativa.
Nello Rossi, segretario di ANM, intervistato da Il Sole-24 Ore (7 ottobre 2007) a proposito del caso Mastella-De Magistris e più in generale sul caso Calabria, sembra rispondere a Bruno Tinti: "Purtroppo, usciamo da un periodo buio di forti pressioni sui processi e sull'ordinamento giudiziario. Questo ha favorito una sorta di union sacrée dei magistrati per la difesa di valori elementari, come la sopravvivenza di una giurisdizione indipendente, ma ha indebolito la capacità di guardare al nostro interno con il necessario spirito critico".
(Oscar Itzcovich)

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20 Giugno 2007

G8 - L'inchiesta parlamentare. Se non ora, quando?

La testimonianza del vicequestore Michelangelo Fournier davanti al Tribunale di Genova sull'irruzione ("una macelleria") delle forze dell'ordine alla Diaz ha richiamato l'attenzione di una stampa nazionale solitamente distratta. La testimonianza contrasta con le troppe bugie, reticenze e "non ricordo" da parte di alti funzionari di polizia che hanno finora costellato il processo. Ha contribuito a ristabilire la verità giudiziaria e, se il processo non cadrà in prescrizione, potrà servire a punire i responsabili, a risarcire le vittime.

Ma non basterà a rendere reversibile il profondo processo di alterazione delle forze di polizia da molto tempo in atto. Il G8 di Genova è passato, ma i suoi effetti continuano a dispiegarsi nel tempo. Fournier nel 2001 era vicequestore e vicequestore è rimasto. Nel 2001, a caldo, in procura aveva sostanzialmente confermato la versione dei 93 arrestati alla Diaz e già allora definito l'irruzione della polizia come "macelleria messicana" (vedi provvedimento di archiviazione del Gip, 12 maggio 2003). Oggi, afferma Fournier "quasi tutti gli imputati sono stati promossi? Io no, per me non è successo" (Repubblica, 14 giugno). E' una radiografia di un processo anche più ampio che sta trasformando le istituzioni (inquisiti che siedono in Parlamento, rimossi dalle loro funzioni che vanno alla Corte dei Conti o al Consiglio di Stato…). Sembra perfino normale. Ma è una metastasi.
Le dichiarazioni di Fournier, per niente nuove, hanno scatenato una tempesta politica. Sono numerose le richieste di istituire una commissione parlamentare di inchiesta che dovrebbe dare una risposta politica ai fatti del 2001. Vaste programme. Secondo l'ex-sindaco Pericu, "il parlamento è sordo" (Repubblica, 15 giugno). Ma in gioco è la credibilità, a dire il vero già abbastanza compromessa, delle istituzioni, del governo e del programma dell'Unione. Nel capitolo "Una strategia per la sicurezza", il programma dell'Unione recitava di volersi distinguere da una politica del centrodestra che contrastava con il rispetto della legalità: "basti pensare ai fatti di Genova", "l'utilizzo delle forze di polizia per operazioni repressive del tutto ingiustificate". Per questi fatti, "per i quali ancora oggi non sono state chiarite le responsabilità politica e istituzionale (al di là degli aspetti giudiziari)…l'Unione propone, per la prossima legislatura, l'istituzione di una commissione parlamentare d'inchiesta". Ecco, è arrivato il momento di crearla. Se non ora, quando?
(Oscar Itzcovich)

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21 Marzo 2007

Questione giustizia - Perché se ne vanno Colombo e Turone

È, per la giustizia, la fine di una stagione. Il fatto, da tempo sotto gli occhi dei critici più attenti, è, ora, svelato da una immagine nitida e univoca: mentre Corrado Carnevale viene reintegrato nella Suprema Corte, lasciano la magistratura Giuliano Turone e Gherardo Colombo. [...]

Nella storia del nostro Paese si sono contrapposti, come noto, due modi di intendere la giurisdizione. L'approccio tradizionale è stato quello di una magistratura attenta soprattutto alle logiche e agli equilibri di potere, estranea ai valori costituzionali di uguaglianza ed emancipazione, ancorata a una "scelta di campo" in favore dello status quo, garante del più cieco formalismo interpretativo: un approccio mirabilmente descritto da Italo Calvino con la descrizione di giudici "appartenenti alla razza delle persone ammodo, una razza che sa fare le leggi e applicarle e farle rispettare nella misura che gli fa comodo". A questo modello si è contrapposta una concezione della magistratura soggetta "soltanto alla legge" e dunque - per usare le parole di Giuseppe Borrè - "disobbediente a ciò che legge non è, a cominciare dal pasoliniano "palazzo" e dai potentati economici", tesa alla attuazione della Costituzione (e, in particolare, dell'articolo 3), gelosa custode dei diritt i dei cittadini e, per garantirli in modo adeguato, della propria autonomia e indipendenza. Nell'ultimo decennio del secolo scorso è parsa prevalere la seconda opzione. Oggi molti sono i segnali di inversione di tendenza e i diversi destini da un lato di Carnevale e, dall'altro, di Colombo e Turone (interpreti, pur con gli inevitabili schematismi dei simboli) sembrano dimostrarlo. Né tali opposti destini sono casuali.
Carnevale viene reintegrato non per necessità, ma per scelta (della maggioranza parlamentare della scorsa legislatura, che ha confezionato per lui l'ennesima legge ad personam, e, poi, della giustizia amministrativa e della maggioranza del Consiglio superiore, che di quella legge hanno dato una interpretazione assai discutibile) e Turone e Colombo non lasciano la magistratura per raggiunti limiti di età ma, nella pienezza della loro vita professionale, per continuare altrove, in modo ritenuto più utile, il loro impegno in favore della legalità.
Tutto ciò - inutile nasconderlo o tacerlo - è la spia di una crisi ampia e profonda: della giurisdizione, efficiente e talvolta feroce nelle direttissime e nei processi per i reati di strada e ridotta all'impotenza nei confronti delle bancarotte, delle corruzioni, delle concussioni, della intera criminalità dei potenti; dell'immagine della giustizia, vista dai più, dopo anni di polemiche strumentali e mirate, come "campo di battaglia" di interessi contrapposti anziché come luogo di tutela dei diritti in base a regole prestabilite; dei giudici, che sempre più si percepiscono come funzionari preposti a una funzione burocratica e a un servizio inevitabilmente inefficiente e cercano conseguentemente rifugio in un controproducente isolamento corporativo.
Tutto ciò non è accaduto per caso. Ma, se è finita una stagione, non sono venute meno una prospettiva e una consapevolezza. La stagione alta della giurisdizione degli ultimi decenni - in qualche modo rappresentata da Tangentopoli e dal sogno dell'uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge (che ne ha costituito il nucleo forte) - non è nata per caso. Ad essa ha concorso in maniera decisiva l'incrinarsi della omogeneità di molta parte della magistratura con il sistema politico corrotto, quella omogeneità di cui è stata per lustri simbolo la Procura della Repubblica di Roma. È storia nota; ma quel che spesso viene dimenticato o taciuto è che quella omogeneità si è incrinata gradualmente e non per caso. La rottura è avvenuta a seguito di un conflitto duro tra chi ha (quantomeno) burocraticamente accettato lo status quo e chi ha tenuto aperta la prospettiva della indipendenza reale della giurisdizione e della eguaglianza dei cittadini di fronte alla legge. È questa la vic enda storica che sta dietro alla crescita del controllo di legalità da parte della magistratura. [...] Se è finita una stagione, non deve tramontare la prospettiva che l'ha guidata.
(Dall'editoriale del n. 1/2007 di "Questione giustizia", bimestrale di Magistratura democratica)

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28 Dicembre 2006

Welby/1 - Un giudice-dimezzato non può decidere

Prigioniero del suo corpo, tenuto in vita da un ventilatore polmonare, Piergiorgio Welby chiedeva che venisse interrotta la respirazione automatica, dopo una sedazione che gli evitasse un'ultima, atroce sofferenza: quella di morire soffocato. In un mondo civile, in cui le scoperte tecnologiche fossero accompagnate dal maturare della coscienza sociale, una simile domanda sarebbe stata rivolta da Welby a chi lo aveva in cura. Nel nostro mondo è stato costretto a rivolgerla al giudice. Il medico e la struttura che lo tenevano in vita ritenevano, infatti, che sì, si poteva sedarlo e poi "staccare la spina", ma una volta che, sedato, non fosse più stato in grado di decidere consapevolmente, quella spina era loro dovere riattaccarla.

Il Tribunale di Roma il 15 dicembre ha risposto a Welby, riconoscendo il suo diritto a decidere se accettava o meno la cura (nel suo caso rappresentata esclusivamente dalla respirazione automatica). Nel provvedimento si ricorda che l'art. 32 della Costituzione dice che siamo padroni del nostro corpo, con il solo limite rappresentato dal bene altrui. Questo dice la Costituzione e lo dice anche il codice di deontologia medica, che "prescrive al medico di desistere dalla terapia quando il paziente consapevolmente la rifiuti".
Pur con questa premessa, il Tribunale non ha accolto la richiesta di Welby. Ha infatti ritenuto che il diritto del malato (questo particolare diritto, fatto valere da Welby) richiama concetti "che sono indeterminati e appartengono a un campo non ancora regolato dal diritto e non suscettibile di essere riempito dall'intervento del giudice", in quanto entrano in gioco interpretazioni soggettive dei fatti e delle situazioni e le concezioni "etiche, religiose e professionali del medico".
La decisione del Tribunale è stata impugnata il 19 dicembre dalla Procura. Il PM condivide l'affermazione del diritto di Welby (e di ogni persona) di decidere in ordine alla terapia. Ma afferma anche che, una volta riconosciuto, tale diritto può e deve ottenere la tutela dal giudice, senza che occorra un intervento legislativo. Ancora il PM sottolinea che tocca alla giurisprudenza l'applicazione concreta del diritto, "soprattutto con riguardo alla protezione di beni soggetti a cambiamenti dipendenti da fattori esterni" per la capacità della giurisprudenza di adattare al caso concreto i principi costituzionali.
Il Tribunale di Roma non dovrà decidere sul reclamo della Procura: il 20 dicembre un medico si è assunto la responsabilità di rendere concreto il diritto di Welby ad una morte dignitosa, consapevolmente accettata.
La battaglia civile di Welby, svolta davvero fino all'estremo, ci lascia anche questa eredità importante, quella di richiamare i giudici ad essere "il luogo istituzionale dove le nuove domande di diritti trovano immediate risposte sulla base dei principi già esistenti nel sistema giuridico" (Stefano Rodotà, Repubblica, 18 dicembre).
Un compito che deriva dal dettato Costituzionale. Ma che è difficilmente conciliabile con la figura di giudice-funzionario delineata dalla riforma Castelli, riforma che è già in buona parte entrata in vigore, nonostante il mutamento della maggioranza di governo.
(Anna Ivaldi, magistrato)

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13 Dicembre 2006

Caso Sme - Come uccidere le sentenze

Su Repubblica del 9 dicembre Franco Cordero spiega come è stato relativamente facile cancellare un processo durato undici anni. Condannati due volte per corruzione, gli imputati contestano ancora una volta la competenza del tribunale di Milano: la Cassazione accoglie la loro richiesta.

La motivazione dei giudici della Cassazione è semplice e al tempo stesso paradossale: malgrado la corruzione sia stata abbondantemente provata dai soldi circolati tra gli imputati mediante bonifici bancari, le accuse di Stefania Ariosto che ha affermato di aver visto due passaggi diretti di danaro, diventano l'asse portante del processo. L'Ariosto li ha visti a Roma e di conseguenza Roma diventa, sede competente (ma il processo rimbalza a Perugia, perché il processo coinvolge un giudice romano). Insomma questo passaggio diretto di denaro, anche se rafforza ancora la tesi dell'accusa, fa sì che il processo debba ricominciare da capo. Dopo undici anni! Ma, tra cinque mesi, per prescrizione, inevitabilmente e definitivamente il processo finirà.
Tutti si ricorderanno delle cosiddette "sentenze suicide": le motivazioni con cui è emessa una sentenza di condanna sono compilate in modo così evidentemente illogico da assicurare che il verdetto sia respinto dalla Corte di Cassazione. E' la giustizia che burla la giustizia.
Sulle "sentenze suicide" si sono fatti studi e tesi di laurea. Il titolo di una di queste tesi di laurea era "La sentenza suicida come soluzione ribaltante il processo non gradito a certe corporazioni di giudici togati". Con il tempo, la casistica che riguarda i giri di valzer imprevedibili che possono uccidere le sentenze è aumentata esponenzialmente. La sentenza della Cassazione sul caso Sme è, in ordine di tempo, l'ultimo contributo a questa casistica
Da anni, la magistratura conduce una battaglia contro la controriforma dell'ordine giudiziario voluta dal centrodestra: la separazione delle carriere di giudice e PM, lo svuotamento dei poteri del Csm, la gerarchizzazione degli uffici, la progressione di carriera dei magistrati attraverso una pletora di concorsi, le modifiche al sistema disciplinare. Una battaglia, come tante volte ci è stato spiegato, a difesa, non dei privilegi dei magistrati, ma a tutela del diritto di tutti. Gli effetti della riforma Castelli sono stati sospesi solo in parte dall'attuale governo. La battaglia quindi, speriamo, continua. Ma, a quando una battaglia per un processo penale dove le questioni procedurali (a cui, anche se pretestuose, fa ricorso chi se lo può permettere) vengano risolte all'inizio e una volte per tutte?
Per ora, buona notte giustizia.
(Oscar Itzcovich)

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11 Ottobre 2006

Petrolio e politica - Il padre dimenticato di tutti gli scandali

Petrolio e politica: il padre di tutti gli scandali (Editori Riuniti, euro 18,00) è la storia dimenticata della "crisi energetica" del 1973. Quell'inverno l'Italia è al freddo e al gelo e va in bicicletta. "Gli ospedali, le scuole, gli uffici pubblici e privati, le abitazioni di mezza Italia sono privi di riscaldamento. Un inverno durissimo. Dopo la guerra del Kippur i paesi arabi produttori di petrolio… avevano decretato l'embargo. I petrolieri fanno sapere che i loro depositi sono quasi vuoti". In realtà, erano pieni. Si trattava di un imbroglio architettato dai petrolieri in collusione con una parte della classe politica di allora per aumentare artificiosamente il prezzo dei derivati. Ovviamente, a danno di tutti gli italiani.

A più di trent'anni di distanza, Mario Almerighi, ricostruisce il primo grande scandalo della storia repubblicana., ma il libro ha un preciso e inquietante sapore di attualità. Le prime indagini svolte da Almerighi con Carlo Brusco e Adriano Sansa, allora tutti pretori a Genova (i "pretori d'assalto"!), le perquisizioni degli uffici della Garrone Spa e dell'abitazione privata del proprietario, Riccardo Garrone, rivelarono una gigantesca rete di corruzione in cui rimase impigliato anche il Parlamento italiano. I petrolieri scrivevano le leggi che li favorivano e le compravano con una parte degli enormi vantaggi in questo modo introitati.
Tutto questo era emerso solo dagli "atti urgenti" perché, per competenza, la questione doveva essere trasmessa alla procura di Roma, ma siccome nella rete erano anche coinvolti ministri del governo, gli atti dovevano essere prima vagliati dalla Commissioni inquirente per i procedimenti di accusa nei confronto dei ministri della Camera.
Dopo più di quattro anni (1979), la Commissione inquirente delibera a maggioranza (quella dei partiti della coalizione governativa coinvolti, Dc, Psi, Psdi) e con motivazioni a dir poco speciose di "non doversi a procedere". Archiviata la posizione dei ministri e negata la richiesta di procedere nei confronti dei parlamentari, il processo approda al famoso porto delle nebbie, all'ufficio istruzione di Gallucci che, dopo altri quattro anni, assolve gli imputati "perché il fatto non sussiste" (1982).
La vicenda non produsse risultati apprezzabili sul piano penale, ma "quel processo ebbe una grande incidenza nella magistratura sul piano culturale. …si diffuse nella magistratura una sempre più grande presa di coscienza del valore dell'indipendenza, del dovere di accertare le illegalità anche laddove ciò non era gradito al potere politico".
Si passò dai "pretori d'assalto" (un'espressione dispregiativa coniata da Montanelli per indicare magistrati "in preda a smanie di protagonismo derivanti dal desiderio di superare frustrazioni personali") ai PM d'assalto, a Mani pulite. Avversati dal potere politico a cui risultava insopportabile una Costituzione che sancisce che i giudici sono soggetti solo alla legge, si provò prima a modificare la Costituzione per poi passare alle modifiche o alla formulazione di nuove leggi. Dall'abrogazione dei reati di falso in bilancio e di illecito finanziamento ai partiti alla riforma dell'ordinamento giudiziario con il ritorno alla strutturazione gerarchica dell'ufficio della Procura. Attualmente, in Parlamento, sull'intera questione, si cerca ancora a qualsiasi costo un accordo con l'opposizione.
(Oscar Itzcovich)

Posted by Admin at 09:22

17 Maggio 2006

Stampa e Giustizia - In silenzio il dibattito sull’informazione

Sempre difficile e in questi giorni in piena evidenza l’argomento discusso nella Tavola rotonda “Il processo a otto colonne”, tenuta il 10 maggio con interventi di magistrati, avvocati e giornalisti: il rapporto tra informazione e giustizia, tra cronisti e magistrati.

Un cittadino può essere soggetto a un processo penale che ha regole descritte minuziosamente dal codice di procedura. Lo stesso cittadino – per gli stessi fatti – è anche solitamente sottoposto a un altro processo: quello mediatico che invece regole non ha. In questo tipo di processo, condotto prevalentemente dalla stampa e dalla TV, vince chi ha più mezzi e chi è più scorretto. E’ un processo senza luogo e senza tempo. Ne deriva una falsa rappresentazione della giustizia afferma Anna Canepa (presidente della Giunta regionale ligure di ANM).
La rappresentazione è sempre più falsa anche perché i proprietari dei media non investono più nella formazione dei giornalisti. Il giornalista (anche di grandi testate) non ha nozione delle norme processuali. Gli avvenimenti di cronaca giudiziaria legati alla vicenda calcistica del Genoa, culminati con una sfilata di 10.000 persone con messaggi intimidatori per magistrati e giornalisti, sono una riprova. I giornalisti non sempre informano delle sentenze, quasi mai leggono le motivazioni. Dal resto, c’è un’obiettiva difficoltà a seguire le udienze, anche quelle più significative (il G8, ma anche il processo che vede imputati il colonnello Michele Riccio e alcuni dei suoi collaboratori per il modo con cui hanno gestito pentiti e partite di droga sequestrata) perché i media che operano su Genova hanno, quando va bene, una sola persona per seguire tutte le vicende giudiziarie, ricorda Marcello Zinola (segretario dell’Associazione ligure dei giornalisti).
Il giornale non ha un fondamento etico, ma commerciale. E’ un prodotto. Aumentano i giornalisti free lance e si assottiglia il nucleo di redattori. Impossibile seguire i processi per la lunghezza dei tempi, rincalza Attilio Lugli (presidente dell’Ordine ligure dei giornalisti).
La notizia di persone indagate pubblicata sui giornali sbilancia le parti. Non è giusto che una persona venga accusata pubblicamente prima che si possa difendere ricorda Corrado Pagano (presidente della Camera penale ligure).
Nel corso della tavola rotonda si è osservato che ad aggravare il rapporto tra informazione e giustizia, c’è anche la riforma dell’Ordine giudiziario imposta dal governo Berlusconi. Se la si lascerà entrare in vigore (i tempi ormai stringono), si sposterà la fonte delle notizie: il procuratore capo diventerà anche il titolare dell’ufficio stampa del palazzo. Una nuova fonte: “ufficiale” ma anche aggiuntiva, perché, verosimilmente, ci sarà sempre qualcuno, tra procuratore capo, magistrati, polizie, avvocati e giornalisti, che continuerà ad alimentare e, se del caso, a strumentalizzare, il mercato sottobanco delle notizie. Altro che considerazione del delicato equilibrio tra diritto di cronaca e riservatezza!
Curiosamente, della tavola rotonda su “Informazione e giustizia” non si è data informazione. Salvo il Corriere mercantile, le pagine locali dei giornali non l’hanno nemmeno pubblicizzata. Quindi, quasi un incontro per addetti ai lavori. Non un’iniziativa pubblica.
(Oscar Itzcovich)

Posted by Admin at 19:15

Processo G8 - La doppia veste della poliziotta

Udienze 3 e 4 maggio. Nella mattina di mercoledì la prima a deporre è una dirigente del Comune di Genova. Si è occupata di mettere a disposizione locali e beni per il Genoa Social Forum, all’interno dell’edificio scolastico Diaz, attrezzando di strutture informatiche anche altre postazioni utilizzate dal Genoa Social Forum.

E proprio di queste strutture, in modo particolare dei computer, ricorda lo stato in cui le ha recuperate il giorno successivo al blitz della polizia nella scuola: molte mancavano, altre erano state distrutte con violenza. Le testimonianze successive sono quelle di alcuni infermieri e di un medico di guardia, tutti in servizio la notte del 21 luglio 2001 e giunti a prestare la loro opera nella scuola. Al loro arrivo la polizia era già intervenuta e molte delle persone che stavano nella scuola recavano ferite, traumi e fratture.
Udienze 10 e 11 maggio. Uno degli interventi più rilevanti di queste due giornate è sicuramente quello di Riccardo Chartroux, giornalista di RAI 3. Gli viene mostrato un video – andato in onda sul Tg3 – dove si vedono corridoi lungo i quali sono seduti a terra molti ragazzi, e, benché egli non abbia assistito personalmente ad episodi di costrizione, è chiaro – come sottolinea lui stesso – che è proprio la costrizione l’unica spiegazione al fatto che fossero tutti lì seduti e non avessero già abbandonato la scuola, cosa di cui sembrava invece avessero una gran voglia! A rendere ancora più palese il reale stato delle cose è la richiesta di una ragazza al giornalista di non andare via, così nessuno le avrebbe fatto del male. Successivamente un poliziotto, rivolto a lui e all’addetto alle riprese, gli intima di allontanarsi perché c’era un’operazione in corso e quando Chartroux chiede ad un poliziotto di parlare con un responsabile, questo gli risponde che non sa chi fo sse il responsabile, nonostante ci fossero presenti diversi dirigenti.
Nel corso della mattinata colpisce un aspetto descritto da un altro testimone, un operatore del Tg3. Infatti egli riconosce tra gli agenti di polizia presenti nella scuola la stessa donna che, il giorno prima, aveva visto nel corteo dei pacifisti, ma questa volta sotto le vesti di una manifestante.
(Alessandra Massa)

Posted by Admin at 19:07

4 Maggio 2006

Sulla Costituzione, film e dibattiti

Giunge alla quinta edizione la rassegna cinematografica promossa dall’Associazione Nazionale Magistrati e dal Comitato per lo Stato di diritto dedicata alla Costituzione, alla tutela dei diritti, alla giustizia. Quest’anno- scrivono - c’è un motivo in più per parlare della Costituzione della nostra Repubblica: siamo prossimi al referendum che stabilirà se essa dovrà cambiare definitivamente volto.

I film e le date previste sono “The corporation” di J. Abbott e M. Achbar (4 maggio); “Il cacciatore di teste” di C. Costa-Gavras (11 maggio ); “Quando sei nato non puoi più nasconderti” di M. T. Giordana (18 maggio); “All invisible children” di M. Charef, E. Kusturica, S. Lee, K. Lund, J. Scott, R. Scott, S. Veneruso, J. Woo (25 maggio); “Il sole sorge ancora” di A. Vergano (1 giugno ); “Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto” di E. Petri (8 giugno). Il programma prevede una breve presentazione del film e un dibattito. Tutto al cinema Corallo di Carignano (Via Innocenzo IV, 13 r), ore 20.30, ingresso libero.
Le quattro edizioni precedenti hanno dimostrato ai promotori la possibilità concreta di stabilire con i cittadini un dialogo proficuo sui numerosi e gravi problemi della giustizia in Italia. La risposta è sempre stata positiva: grande partecipazione e consensi. Questo ciclo di film si chiuderà – scrivono ancora gli organizzatori - quando mancheranno pochissime settimane al referendum. Senza quorum e senza liste di partito, il voto di ciascun cittadino avrà davvero il peso di una singola scelta da protagonista sul futuro del nostro Paese e sull’eredità lasciataci dai nostri padri costituenti.

Posted by OLI at 09:46

29 Marzo 2006

Processo Diaz - Computer distrutti con mira precisa

Mercoledì 15 marzo. Continuano le testimonianze delle persone che la sera del 21 luglio 2001 si trovavano all’interno dell’edificio scolastico Diaz. Siamo alla trentatreesima udienza e i racconti dei testi, per l’ennesima volta, danno conto delle violenze sulle persone dopo l’irruzione della polizia all’interno dell’edificio scolastico.

Ma questa volta oggetto delle testimonianze sono anche i danneggiamenti subiti dai computer dopo il blitz delle forze dell’ordine. In questi computer, che si trovavano nella stanza dei legali presenti in quei giorni per offrire il loro supporto, erano state raccolte le denunce delle offese subite dai manifestanti da parte delle forze dell'ordine durante le manifestazioni. Alcuni computer, non tutti, sono stati presi a manganellate, rotti, smontati e uno di essi privato dell’hard disk. Superfluo e scontato il fine di tale mossa.

Mercoledì 22 Marzo. “E’ il mio video, lo riconosco!”. Con queste parole M.V., giornalista di Indymedia, lascia l’aula a bocca aperta. Aveva appena finito di raccontare al p.m. le scene da lui riprese durante le manifestazioni e durante l’irruzione della polizia nella scuola, con relativa rimozione della videocassetta 8 mm dalla sua Canon. Il video riproduce quanto era stato appena raccontato, in particolar modo la scena da lui ripresa che inquadra un agente che butta a terra una ragazza e comincia ad adoperare violentemente il manganello sul corpo accovacciato. A nulla sono servite le opposizioni immediatamente sollevate dai difensori, respinte, e le domande volte a pregiudicare la genuinità del teste e del video. La sorpresa ha impedito i tentativi di bloccare una prova tanto schiacciante per la posizione degli accusati.
La mattina successiva si presentava davanti alla Corte L.G. collaboratrice del G.S.F. in qualità di interprete. Ha passato parte delle giornate delle manifestazioni nella stanza adibita ai legali appartenenti all’Associazione Giuristi Democratici che offrivano il loro supporto a chi ne avesse avuto bisogno, ad esempio, raccogliendo le denunce soprusi o violenze. In quella stanza è entrata la polizia e, come viene mostrato alla teste, un video (ripresa RAI) evidenzia i segni dei danneggiamenti avvenuti dopo il blitz: i computer sono rotti, smontati, privati dell’hard disk, ma, “inspiegabilmente”, solo quelli contenenti il lavoro degli avvocati, mentre risultano intatti gli altri computer, collegati a routers gestiti da tecnici che garantivano ai mediattivisti, ai giornalisti e alle radio presso il Mediacenter il collegamento via internet. Questi, come già era risultato da precedenti testimonianze, furono solo spenti, isolando completamente chi vi lavorava. Prossima udienz a il 5 Aprile.
(Elisabetta Massaro)

Posted by OLI at 15:33 | Comments (0)

22 Febbraio 2006

Memoria G8 - Quel parere tecnico dell’esperto di Ufo

"Chi non vuole ricordare il passato è condannato a riviverlo." E allora bando alla pigrizia e sforziamoci di ricordare, anche se fa male o dà fastidio.
Continua al processo la descrizione degli avvenimenti in piazza Alimonda di venerdì 20 luglio 2001.

Quando l'estintore lanciato da un manifestante ricade sulla gomma di scorta, la pistola è già impugnata con la mano destra. In una fotografia, ovviamente successiva, si vede distintamente che la mano sinistra arma il carrello, e Carlo non è neppure comparso nella visuale dello sparatore. Alcune testimonianze confermano che un occupante della jeep urlava "bastardi comunisti, vi ammazzo tutti". Carlo ha quasi certamente sentito le grida e ha visto l'estintore rotolare per terra. Si china e la sua posizione indica con chiarezza che mentre lo raccoglie guarda davanti a sé verso l'alto, verso chi accompagna le minacce con una pistola puntata. Parte un primo sparo, poi un altro, due secondi dopo. Sono entrambi colpi ad altezza d'uomo, a meno di un metro e mezzo da terra.
Uno dei consulenti del pubblico ministero è stato incaricato perché si dice sia esperto di immagini. Risulta infatti che abbia pubblicato studi sulla Sacra sindone, l'arca di Noè e gli Ufo. La consuetudine con immagini a dimensione ultraterrena deve avergli provocato qualche problema con le immagini terra terra che doveva esaminare nel caso di piazza Alimonda. E infatti è saltato fuori un calcinaccio che devia un proiettile sparato per aria. Sarebbe bastato ingrandire il filmato più noto e osservare la posizione dell'arma mentre spara. Ma sarebbe stato troppo semplice. Meglio lavorare di fantasia e fornire la più incredibile delle versioni. Che però è stata accreditata dai magistrati.
Scrive infatti il PM nella richiesta di archiviazione: "Si prospettano tre possibilità: 1) Placanica ha sparato i due colpi il più in alto possibile…; 2) Placanica ha sparato i due colpi senza mirare specificamente a qualcosa o qualcuno… e i colpi sono partiti con una traiettoria verso l'alto; 3) Placanica ha sparato il primo colpo mirando a colpire Giuliani. Le risultanze degli accertamenti effettuati ci portano con certezza ad escludere la terza ipotesi". Cioè quella vera! Il sottolineato non appare una manifestazione di attenzione alle immagini e di equilibrio espositivo. Il GIP confermerà e, ad abundantiam, aggiungerà alla legittima difesa anche l'uso legittimo delle armi.
Sarebbe stato sufficiente guardare con un po' di attenzione le immagini, per accertare il colpo diretto, come ha sostenuto in aula chi ha eseguito l'autopsia, e anche mirato, nella zona chiara dell'orbita lasciata scoperta dal passamontagna.
(http://www.piazzacarlogiuliani.org/pillolarossa).
(7 - continua)
(Giuliano Giuliani)

Posted by OLI at 11:16 | Comments (0)

15 Febbraio 2006

Vergogne - Il giorno del ricordo secondo la destra

In un silenzio stampa quasi totale è iniziato l'8 febbraio a La Spezia il processo contro quattro SS accusati di essere i responsabili della strage di Marzabotto, una delle stragi nazifasciste più efferate, in cui furono uccisi più di ottocento civili tra il 29 settembre e il 12 ottobre 1944. Con imputati ormai ultra ottantenni (in contumacia) è evidente che l'azione penale è di fatto diretta non a fare giustizia, ma a restituire almeno la verità, a ricordare.

Il processo è stato reso possibile dal ritrovamento nel 1994 di fascicoli di documenti nell'''armadio della vergogna".
La storia di questo scandalo è diventata nota grazie a un giornalista dell'Espresso, Franco Giustolisi (L'armadio della vergogna, Nutrimenti, 2004). A guerra finita cominciarono ad arrivare a Roma, nella sede della Procura generale militare i fascicoli degli omicidi commessi dalle SS e dalle milizie fasciste. Non in azioni di guerra e nemmeno "rappresaglie". Nei fascicoli erano descritti omicidi e massacri commessi a danno di popolazioni civili. Riguardavano 15.000 vittime; insieme ai loro nomi, c'erano quelli degli assassini e le località dove erano stati commessi i crimini. I 695 fascicoli furono confinati in un armadio. Aveva le ante chiuse a chiave, rivolte verso il muro e così rimase, ben protetto e inaccessibile, per cinquanta anni, fino al 1994.
Ci vollero ancora quasi 10 anni perché, nel 2003, fosse nominata una "Commissione parlamentare di inchiesta sulle cause dell'occultamento di fascicoli relativi a crimini nazifascisti". Doveva indagare sulle anomale archiviazioni "provvisorie" e sull'occultamento dei fascicoli. La relazione finale della commissione è stata messa in questi giorni ai voti e approvata a maggioranza (15 contro 11).
La relazione, scritta e mille volte rimaneggiata da Enzo Raisi (AN), è un totale insulto alla verità; è inaccettabile per le omissioni che contiene, ha detto Carlo Carli, capogruppo Ds in Commissione e autore di una relazione di minoranza (l'Unità, 8 febbraio 2006). Il documento Raisi esclude che ci sia stata una regia sotterranea e precostituita nel nascondere, per anni e anni, i fascicoli delle stragi nell'armadio della vergogna. Fu semplice negligenza. Nessuna responsabilità, nessun insabbiamento.
E' questo il contributo della maggioranza di governo al 10 febbraio, al "giorno del ricordo"? Un giorno dedicato al ricordo delle vittime italiane delle foibe e dell'esodo forzato dall'Istria e dalla Dalmazia. "L'Italia non può e non vuole dimenticare" ha detto Ciampi ai familiari delle vittime (Reppublica, 10 febbraio). Giusto.
Qualcuno però è stato dimenticato. Nell'armadio della vergogna, tra i criminali di guerra richiesti nel dopoguerra dalla Jugoslavia, giacevano "negligentemente dimenticati" alcuni criminali di guerra accusati di reati gravissimi dagli Stati che il fascismo aveva invaso e occupato sino all'8 settembre 1943. Erano alcuni tra i maggiori responsabili dell'odio seminato dall'occupazione fascista nei Balcani: il capo di stato maggiore Mario Roatta (celebre per la formula "non dente per dente ma testa per dente"), il governatore della Dalmazia Giuseppe Bastianini, il generale Alessandro Pizio Biroli, comandante della IX armata di stanza in Albania, governatore del Montenegro, il generale Mario Robotti, comandante dell'XI armata dislocata in Slovenia ("Qui ne ammazziamo troppo pochi"). Nessun processo a loro carico è mai stato celebrato in Italia.
(Oscar Itzcovich)

Posted by OLI at 18:18 | Comments (0)

Memoria G8 - Se le foto smentiscono le parole del giudice

"Chi non vuole ricordare il passato è condannato a riviverlo". E allora bando alla pigrizia e sforziamoci di ricordare, anche se fa male o dà fastidio.
Prosegue al processo la descrizione degli avvenimenti in piazza Alimonda di venerdì 20 luglio 2001.

All'inseguimento del reparto in fuga e delle due camionette ci sono una cinquantina di manifestanti, arrabbiati per l'attacco subito dal corteo anche sul fianco. E' interessante notare che dai responsabili dell'ordine pubblico il loro numero è stato sempre esagerato, fino al parossismo. C'è chi si è fermato a tre- quattrocento, chi è arrivato a parlare di quattro-cinquemila. Cinquemila persone avrebbero gremito l'intera piazza, e non è proprio così. Perché l'esagerazione? Ovvio, in una logica di ordine pubblico trasformato in scontro militare l'esagerazione delle forze del nemico giustifica anche le manovre insensate e la fuga.
In realtà il numero dei Cc (un centinaio) è nettamente superiore a quello dei manifestanti, tant'è che l'ufficiale più alto in grado, sulle strisce pedonali che delimitano il tratto di via Caffa verso Tommaseo, richiama il contingente con ampi gesti, ma senza successo. Occorre precisare che i manifestanti che giungono relativamente vicini alla camionetta (relativamente significa mai più vicini di tre metri, tenendo sempre presenti gli effetti di schiacciamento dei teleobiettivi) non sono più di una quindicina, e comprendono anche qualche fotografo (a conferma di questo e di altri particolari si possono osservare alcune fotografie presenti sul sito http://www.piazzacarlogiuliani.org/pillolarossa).
In una fotografia, una delle tante scattate da un cittadino che abita in via Caffa e consegnate, come è giusto, alla procura, si vedono le due camionette: una appoggiata al cassonetto, l'altra che ne ostacola la manovra. Nella stessa fotografia che dimostra, se pure ce ne fosse bisogno, come le camionette non siano affatto circondate, si può notare anche Carlo, distante una quindicina di metri e a mani nude. Un filmato mostra la seconda camionetta che si allontana e un manifestante che raccoglie un estintore da terra e lo lancia verso la jeep. L'estintore picchia sul bordo superiore del lunotto, ricade sulla gomma di scorta e rotola per terra. Nella ordinanza di archiviazione il GIP scrive: "un estintore che, proiettato verso il vetro posteriore ormai rotto del defender, colpisce il piede destro di Placanica che chiaramente sporge oltre il limite della ruota di scorta nel tentativo di impedirne l'entrata nella camionetta, quello stesso estintore che alcuni secondi dopo Ca rlo Giuliani raccoglierà da terra alzandolo sopra la testa per scagliarlo nuovamente all'interno della camionetta, come qualche altro, se non addirittura lui stesso, aveva poco prima tentato di fare." Il sottolineato non appare una manifestazione di attenzione alle immagini e di equilibrio espositivo.
(6-Continua)
(Giuliano Giuliani)

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1 Febbraio 2006

Giustizia/1 - Pericu e Grillo bipartisan

Giornali e TV di ogni tendenza una volta tanto in sintonia: all’inaugurazione dell’anno giudiziario a Genova (ma anche in tutta Italia) aula semideserta; negli scranni poche toghe rosse, nere e avvocati. Nessun magistrato tra il pubblico, ridotto alla presenza delle solite autorità, alcuni rappresentanti delle istituzioni e di qualche partito. Pochi avvocati.

Secondo il senatore Massimo Brutti (DS), cinque anni di riforme hanno avuto il singolare pregio di mettere tutti d’accordo contro il governo. Pubblici ministeri, magistrati, avvocati, civilisti e penalisti. Perfino Aurelio Di Rella, presidente dell’Ordine degli Avvocati, non risparmia critiche al ministro della giustizia (“Un ottimo ingegnere”). La riforma dell’ordinamento giudiziario, le modifiche del codice e della procedura penale, le leggi ad personam, la ex Cirielli, la legge Pecorella sull’inappellabilità, rimandata alla Camera da Ciampi per incostituzionalità, ma che la maggioranza del Parlamento insisterà ad approvare comunque, la sproporzionata dilatazione della legittima difesa. Un elenco interminabile di guasti provocati nel settore della giustizia che hanno già scavato in profondità e che non potranno essere facilmente spazzati via. “Non chiedetemi dove andremo a finire perché già ci siamo”, così, citando Ennio Flaiano, chiude la sua relazione il procuratore generale di Bologna.
A Genova invece, tra alcuni esponenti politici e istituzionali della maggioranza e dell’opposizione, si registra invece una singolare convergenza. Mentre il senatore Luigi Grillo (FI) dichiara che “non si può criticare l’annuncio di una riforma che non c’è ancora come quella dell’inappellabilità o criticare aspramente una legge che è entrata in vigore da pochi mesi, la cosiddetta ex-Cirielli”, Pericu, constata che “le innovazioni legislative recenti sono molto discusse e contrastate” e afferma che “occorre un tempo lungo, di regola qualche anno, prima che il nuovo ordinamento si assesti” (Corriere Mercantile, 29 gennaio). Come a dire, queste leggi ci sono e ce le dobbiamo tenere.
Secondo lo stesso quotidiano (24 dicembre 2005), in caso di vittoria del centro sinistra il sindaco di Genova potrebbe essere chiamato a far parte del governo Prodi.
(Oscar Itzcovich)

Posted by OLI at 12:23 | Comments (0)

Giustizia/2 - In nome della legge non del sentimento

Nell’articolo “Incompatibilità ambientale difendere l’ambiente” (OLI n. 86) si parla del PM di La Spezia Attinà. Questo magistrato aveva disposto dei sequestri nel corso di indagini per reati ambientali. Il Tribunale della Spezia aveva revocato quei sequestri e Attinà aveva iscritto nel registro degli indagati uno dei giudici di quel tribunale, quello che aveva redatto la motivazione. In seguito a questo, il Consiglio Superiore della Magistratura ha deliberato il trasferimento d’ufficio dl PM Attinà per ”incompatibilità ambientale”.

Nell’articolo si prende posizione a favore del PM Attinà e si fa riferimento a una petizione a difesa del dottor Attinà che ha raccolto oltre 2.100 adesioni. E’ un bene che l’opinione pubblica sia informata delle decisioni giudiziarie e che ne discuta. Tuttavia credo che quell’articolo si presti ad alcune considerazioni.
L’indipendenza della magistratura è una garanzia dei diritti di tutti. Oggi questo principio costituzionale è messo in serio pericolo, come anche su OLI è stato ripetutamente segnalato.
Un esempio per tutti, la riforma dell’ordinamento giudiziario imposta dall’attuale maggioranza di governo.
Non si sono prodotti guasti solo sul piano legislativo. Ci sono stati anche pesanti interventi del ministro Castelli sul merito delle decisioni giudiziarie. Ricordo il caso della scarcerazione di due nomadi arrestate perché sospettate di aver tentato il sequestro di un neonato. E ancora una decisione del giudice Clementina Forleo che respingeva una richiesta del PM di misura cautelare per imputati accusati di terrorismo (imputati che poi vennero assolti). In questi casi si fece riferimento al sentire popolare, che sarebbe stato offeso da quelle decisioni. Del resto, il ministro (e la parte politica cui appartiene) in più occasioni ha indicato il “comune sentire della gente” come canone interpretativo per il magistrato. Concetto abnorme, pericoloso, che si traduce anch’esso in una minaccia all’indipendenza del giudice, minaccia forse più sottile, ma pericolosa: quale suggestione può derivare al magistrato nel momento della decisione dal “comune sentire” (magari manifestato in petizioni popolari)? Proprio ispirandosi alle reazioni popolari alle condanne di chi troppo precipitosamente aveva freddato il ladro che minacciava i suoi beni, il parlamento ha ora approvato una legge che modifica la norma che regola la legittima difesa, di fatto incentivando il ricorso all’uso delle armi.
Certo, non assimilo i 2.100 firmatari della petizione a quelli che reclamano punizioni esemplari. Voglio soltanto segnalare il pericolo insito nel valutare (come si fa nell’articolo) una vicenda giudiziaria, distinguendo tra “buoni” e “cattivi” sulla base della tipologia del reato perseguito e delle reazioni popolari.
(Anna Ivaldi, magistrato)

Accetto volentieri le cortesi osservazioni del magistrato Ivaldi. Osservo solo che le 2.100 firme raccolte contro il trasferimento di Attinà sono l'espressione di una protesta - forse ingenua perché ignora che i trasferimenti dei magistrati hanno spesso motivazioni plausibili - di cittadini che non vogliono vivere con l'amianto sotto casa col rischio di crepare di cancro. A me i 2.100 firmatari sembrano "buoni" perché stanno dalla parte giusta, della difesa dell'ambiente, della salute, del rispetto del buon senso. Le loro firme esprimono una opinione e un desiderio di partecipazione. Non riesco a considerarle un tentativo di indebita pressione come sarebbe se fossero ministri o rappresentanti delle istituzioni.
(m.c.)

Posted by OLI at 12:20 | Comments (0)

1 Dicembre 2005

Lettere - Da un magistrato militante al ministro-ingegnere

Il ministro Castelli blocca la rogatoria richiesta dal PM Armando Spataro per interrogare negli Usa i 22 agenti della Cia accusati del rapimento a Milano di un imam perché Spataro sarebbe "un magistrato militante" (22 novembre).

Signor Ministro, lo confesso, ho militato. Ma non sono pentito, anzi; ero a Piazza San Giovanni contro la Cirami, ai Forum sociali europei di Firenze e di Parigi, alle manifestazioni per la pace e al Circo massimo con la CGIL per difendere l'art. 18. Ho persino votato alle primarie dell'Unione. E qualche volta, si immagini, mi sono trovato addirittura in compagnia di Spataro.

Signor Ministro, lo ammetto, continuo a militare. Proprio stamattina ho firmato in Cassazione la richiesta di referendum che vuole impedire la promulgazione della riforma in-costituzionale che a Lei, signor Ministro, sta tanto a cuore. E devo confessarLe che l'ho fatto con piacere e che lo rifarei mille volte.
Signor Ministro, La rassicuro, militerò ancora, anche se Lei ha detto che ciascuno è libero di fare ciò che vuole ma poi deve accettarne le conseguenze. Quali conseguenze? Controllerà anche le mie requisitorie? Auguri e buon divertimento!
Militerò per quelle colleghe e quei colleghi - specie i più giovani - che Lei vuole intimidire con la Sua riforma dell'ordinamento giudiziario, per i tanti magistrati che Lei ha inteso controllare con ispezioni strumentali e per chi è stato offeso con manifestazioni (si ricorda quella di Verona contro il Procuratore Papalia?) a dir poco sconcertanti. Lo farò per difendere la Costituzione e l'autogoverno e non avrò ripensamenti, posso assicurarglielo.
Egregio Ingegnere, sono passati più di quattro anni dalla Sua nomina, ma Lei continua a non distinguere un provvedimento emesso da un Ufficio giudiziario della Repubblica dalle opinioni personali, del tutto legittime e su ben diversi argomenti, di un collega. A questo punto non so cosa consigliarLe.
Però esamini pure le carte, Signor Ministro, le legga. Spesso sono noiose ma qualcosa forse si può imparare.
Saluti, e buona lettura.
(Ignazio Patrone, segretario generale di Magistratura democratica)

Posted by OLI at 08:52 | Comments (0)

3 Novembre 2005

Violenze del G8 - Perché i maxiprocessi sono ormai impossibili

Dopo quattro anni, tre "maxiprocessi". Quello ai presunti Blackbloc: ventisei imputati di devastazione e saccheggio. Le udienze vanno avanti da più di un anno, ma siamo ancora nella fase dell'istruttoria dibattimentale. Ancora decine di testimoni da ascoltare. Quello della Diaz: rinviati a giudizio ventinove tra funzionari e agenti accusati di falso, calunnia e concorso in lesioni gravi per l'irruzione nella scuola. Il dibattimento è iniziato a luglio. Infine, quello di Bolzaneto: quarantacinque imputati tra poliziotti, carabinieri, polizia penitenziaria e medici; rinviati a giudizio per abusi e violenze inflitti ai manifestanti detenuti nella caserma. Appena iniziato e subito rinviato al 3 novembre. (Marco Preve, la Repubblica-Il Lavoro, 14 ottobre).

Centinaia di avvocati della difesa e delle parti civili e centinaia di testimoni. Anni di indagini da parte della Procura, udienze preliminari, dibattimenti, decine di avvocati eccellenti pronti a difendere gli imputati dal processo dilatandone ulteriormente i tempi. Il tutto nella difficoltà di reperire spazi adeguati dove celebrarli anche se da lungo previsti e di concordare con le parti complessi calendari per le udienze. Sempre nel rispetto dell'immutabilità dell'organo giudicante, perché si sa, se un giudice si ammala o cambia ufficio, si deve ricostituire il collegio oppure, se si è già cominciato, si deve ripartire da capo. In breve, processi che non arriveranno mai alla fine.
Un senso di sconfitta e di amara impotenza si diffonde. La sezione ligure dell'Associazione Nazionale Magistrati, che da tempo denuncia la situazione, ribadisce che essa è diventata insostenibile e chiede un "immediato intervento anche degli Enti locali" (comunicato del 27 ottobre). Il PM Mario Morisani, alla prima udienza per le violenze a Bolzaneto lancia un appello che chiarisce la dimensione del problema: "abbiamo bisogno di una sentenza che dica se queste cose sono accadute o meno e pazienza se poi - nei gradi successivi - interverrà la famigerata prescrizione. Lo vuole non il nostro piccolo mondo, ma quello che sta fuori: la società nazionale ed internazionale. Perché a Genova sono in gioco i principi fondamentali della società civile" (Massimo Calandri, Repubblica 13 ottobre).
Sono sorti dei contrasti. Ad articoli polemici da parte della stampa locale, che si limitavano a segnalare l'assurda e purtroppo prevedibile situazione, sono seguite precisazioni e rettifiche da parte di magistrati che si sono sentiti chiamati in causa. Ma non pare sia emerso il nocciolo della questione. La condizione necessaria per celebrare "maxiprocessi" che abbiano la possibilità di concludersi entro tempi ragionevoli sta non solo nel lavoro dei magistrati, ma anche nella volontà politica di chi deve assicurare i mezzi necessari per il loro regolare svolgimento. La stagione dei famosi maxiprocessi di Palermo, con oltre 1.400 imputati, iniziata nel 1986 si concluse con le condanne in cassazione nel 1992. Sei anni. Ma allora c'era almeno, oltre ai magistrati, una parte dello Stato che si impegnava per arrivare al verdetto definitivo. Oggi, è evidente, non esiste nulla di simile. Il ministro Castelli, rispetto alla lentezza del processo per le violenze alla caserma di Bolzaneto, durante una visita al Salone Nautico, serafico dichiara: "Non capisco perché i giudici parlino di 250 sedute, di 250 giorni lavorativi. Non vedo perché si debba fare tutto in tre anni, anziché in uno. Non riesco a comprendere perché non basti". Questo ministro, che pure è ministro della Giustizia, non comprende. Al vertice dello Stato. E in buona compagnia.
(Oscar Itzcovich)

Posted by Admin at 08:47 | Comments (0)

8 Settembre 2005

Informazione/2. Lavoro e Repubblica divisi sul calcio

Sulle vicende calcistiche di questa estate le pagine nazionali di la Repubblica hanno ospitato interventi di grande chiarezza: L’Italia che pretende la serie A garantita, Ivo Diamanti, 31 luglio; Sentenza pesante colpa di Preziosi, Maurizio Crosetti, 9 agosto e Addio Gaucci, Preziosi & C, gli avventurieri del pallone, 11 agosto; L’Italia nel pallone, Michele Serra, 10 agosto e Calcio, uno sport finito nel pallone, Edmondo Berselli, 19 agosto.

Non altrettanto si può dire della sua edizione ligure, il Lavoro, e della sua voce più autorevole, il direttore Franco Manzitti.
Scontata la critica della cosiddetta giustizia sportiva e della relativa sentenza di retrocessione del Genoa in serie C, che è apparsa abnorme a tutti, sorprende la virulenza dei suoi attacchi alla magistratura.
Il 17 agosto, in Quei giudici tra diritto e rovesci, Manzitti scrive che “è’ stato un giudice genovese a dare inizio al calvario del Genoa...e due mesi dopo è un altro magistrato di questa città a tenere nelle proprie mani il destino della società rossoblù condannata alla serie C”. Sarebbero i giudici, e per di più di Genova, non Preziosi, non l’imbroglio, l’origine e anche la soluzione dei guai!
Il 20 agosto, dopo l’ordinanza del giudice Alvaro Vigotti, sfavorevole per il Genoa, Manzitti osserva che “se il giudice avesse accettato il ricorso dei legali del Genoa si sarebbe aperta finalmente la grande questione del governo della giustizia del calcio in Italia...Purtroppo Vigotti non ha offerto questa possibilità....”. Quindi, secondo Manzitti, la magistratura dovrebbe amministrare la giustizia, non secondo diritto, ma secondo opportunità. Magari (ma solo in caso di sentenze favorevoli) continuando a svolgere quel ruolo di supplenza che la colpevole disinvoltura di questo governo di fatto sollecita.
Il 23 agosto, Manzitti, in un fondo di titolo eloquente, Se i giudici sono liberi, torna personalmente su Vigotti, non sulla motivazione della sua ordinanza:


Le voci e i rumori che hanno circondato la decisione di Vigotti sono state insistenti ed anche pesanti, quasi che quel giudice, che prolungava i tempi del deposito della fatale ordinanza, avesse dovuto subire qualcosa di esterno...
Nessun dubbio sull’autonomia di Vigotti, un giudice monocratico che avrà pur costruito la sua decisione guardando le carte, le leggi, le clausole, ma guardandosi anche intorno, consultandosi, confrontandosi, non solo con il codice e le sentenze....

Un linguaggio nemmeno tanto obliquo che - nello stesso articolo - contrasta con le blandizie profuse sul presidente del Tribunale che deve intervenire sull’ordinanza Vigotti:

Il collegio chiamato a decidere sul ricorso è quanto meglio può offrire la magistratura genovese...Il presidente Martinelli è certamente uno dei magistrati più preparati e più liberi del nostro Tribunale, con una storia personale di grande autonomia, indipendenza e competenza professionale.

Ma, il 28 agosto, dopo la sentenza sfavorevole del Tribunale, scrive:

C’era un sottile filo di speranza. Si è spezzato ieri mattina... Bisogna inghiottire questo ultimo boccone amaro e guardare a quel palazzo di Giustizia dove è maturato il destino rossoblù con molti interrogativi sulla lingua, ma oramai inutili.

Un giornale che si è sempre distinto per la sua costanza nel difendere l’autonomia della magistratura e l’indipendenza della giurisdizione dai continui e devastanti attacchi dell’attuale maggioranza, da quando si è aperto il caso Genoa, sembra di aver abdicato a questo ruolo in un misto di confusione tra fatti, responsabilità e ruoli davvero sorprendente.
(Oscar Itzcovich)

Posted by Admin at 08:55 | Comments (0)

10 Febbraio 2005

Giustizia. Record di lentezza e di litigiosità

Nella discussione attualmente in corso alla Commissione Giustizia del Senato sulla legge di riforma dell’ordinamento giudiziario rinviata da Ciampi perché giudicata almeno quattro volte incostituzionale, non è in discussione – come è ampiamente noto - l’efficienza del sistema giudiziario.

Anzi, quella riforma non farà che aggravarne ulteriormente i problemi di funzionamento. L’ennesima conferma emerge chiaramente da un articolo di Daniela Marchesi pubblicato il 28 gennaio 2005 sul sito di LAVOCE (www.lavoce.info) che, partendo da un indagine del Consiglio d’Europa, analizza l’offerta di giustizia in Europa e in Italia.
L’articolo evidenzia che la spesa pubblica per la giustizia in Italia non è affatto bassa, si colloca in una posizione mediana sia in termini di spese per abitante che di numero di magistrati per abitante.
Perché, a fronte di questo impegno di risorse, il sistema giudiziario italiano risulta tanto più congestionato e lento di quello degli altri paesi? L’articolo segnala che la produttività dei giudici è più bassa di quella potenziale in conseguenza delle dimensioni troppo ridotte dei tribunali. “Le dimensioni piccole dei tribunali italiani risultano confermate anche dal confronto internazionale: vi operano – in media – 6 magistrati contro, ad esempio, i 19 della Germania, i 14 della Svezia e, addirittura, i 65 dell’Olanda. La riforma che ha introdotto il giudice unico di primo grado ha determinato – attraverso la fusione di preture e tribunali – un aumento della scala media degli uffici giudiziari ma non tale da essere risolutiva: gli uffici sottodimensionati erano prima della riforma, nel 1996, circa l’88%, ora sono il 72% del totale. Comunque una percentuale altissima.” “L’eccessivo numero di sedi – prosegue l’articolo – trova conferma anche dal confronto internazionale: in Italia gli abitanti serviti da una corte di prima istanza sono mediamente 55.000, la metà che in Francia, in Germania e nel Regno Unito”.
Tuttavia le disfunzioni legate alle piccole dimensioni degli uffici giudiziari che ostacolano la specializzazione nell’attività dei giudici, seppur rilevanti, non sono, però, sufficienti a spiegare il dissesto della giustizia. ”Le cause della lentezza della giustizia civile italiana non sono infatti da ricercarsi nell’inadeguatezza dell’offerta, quanto piuttosto nella complicazione del processo e negli incentivi che la normativa produce su litiganti e avvocati ad abusare del ricorso al giudice e delle garanzie interne al processo, con il risultato di amplificare patologicamente la domanda di giustizia e di allungare a dismisura i processi. Non a caso nel confronto internazionale risultiamo campioni di litigiosità con un volume di domanda di giustizia pari al doppio, o poco meno, di quello della Germania, della Francia, dell’Austria, dell’Olanda e della Danimarca”. Gran parte di queste considerazioni possono in Italia essere riferite anche alla giustizia penale.
Il centrodestra, come ha annunciato, si appresta ora, con correzioni formali, solo cosmetiche, a svuotare di ogni significato i rilievi di incostituzionalità fatti da Ciampi perché la posta in gioco non è l’aumento dell’efficienza del sistema giudiziario, ma qualcosa di molto più importante: un magistrato meno indipendente e un cittadino meno libero.
(Oscar Itzcovich)

Posted by OLI2 at 13:00 | Comments (0)

Costituzione. Giudici a rischio di autocensura

“La propaganda è stata la chiave del fascismo, la matrice della vergogna… Dobbiamo stare attenti perché noi stessi siamo vittime della propaganda. Anche in giro c’è un po’ di timidezza, qualcuno abbassa la voce…”. Adriano Sansa racconta come la paura stia calando su alcuni giudici che, prima di emettere sentenza valutano se vi siano gli estremi di una “interpretazione creativa”.

La sala del Maggior Consiglio sabato 5 febbraio alle 9.30 è già piena. La Costituzione e Oscar Luigi Scalfaro nella città del G8 sono popolari oltre le aspettative. Forse è la sete di giustizia. Con lui, Raimondo Ricci, Sandra Bonsanti, Adriano Sansa, Alessandro Repetto, per spiegare che la nostra è “una costituzione moderna, non vecchia, che in molti ci invidiano”; il vero problema è un altro, “non è mai stata applicata fino in fondo!”; per dire che la Lega farà l’impossibile affinché questa riforma si faccia, per preparare i presenti a sostenere con quanto fiato hanno in gola il comitato del NO in caso di referendum.
Un presidente della Repubblica che non è più garante di alcunché, un primo ministro che concentra il potere di scioglimento delle Camere, i parlamentari privati del loro ruolo di rappresentanti della nazione, la devolution che distruggerà l’unità nazionale dividendo i cittadini in privilegiati e non, a seconda delle regioni di provenienza, sono alcune delle mostruosità contro le quali bisogna battersi. “Non possiamo da soli” spiega Sandra Bonsanti, “Scalfaro ci sostiene”, e con lui la storia, le ragioni, le scelte, la carne delle persone che negli anni della guerra decisero da che parte stare, le fughe all’estero, il ricordo di un regime dove in nome dell’ordine si sopprimeva la libertà, si negava insieme al diritto di voto, l’esistenza dei sindacati e dei partiti e ancora il terribile inverno del ‘44 e gli scioperi. “Nel dicembre del 1947 abbiamo dato il voto finale. Un anno e mezzo per scrivere una carta costituzionale e c’era ancora lo Statuto Albertino, in cui la monarchia donava i diritti al popolo italiano…”; e ancora: “L’assemblea costituente ha detto risorge la persona umana, avevo 27 anni quando ne ho fatto parte…Oggi si parla di guerra preventiva anziché parlare di aggressione intollerabile!”.
In sala prima del dibattito Don Gallo e Don Balletto.
In rappresentanza del Sindaco Giuseppe Pericu, Luca Borzani.
Claudio Burlando assente. Peccato per due buone ragioni:
Ragione pratica: essere presenti in questa occasione poteva essere fonte di prestigio in campagna elettorale.
Ragione politica: essendo in “fase di ascolto”, questa era un’occasione da non perdere.
(Giulia Parodi)

Posted by OLI2 at 12:50 | Comments (0)

20 Gennaio 2005

Anno giudiziario. Il black-out del TG3 sul caso Sansa

Ancora una volta l'inaugurazione dell’anno giudiziario non è stata soltanto un rito. Dappertutto. Anche a Genova, dove il Procuratore generale della Corte di Appello ha esordito ricordando che per fortuna in Ciampi abbiamo un vero custode della Costituzione. La sua relazione dopo aver elencato, com’è, questo sì, abituale, i principali problemi del distretto, ha messo in rilievo il problema del Tribunale dei minori dove manca il presidente ormai da quattordici mesi, dato che la nomina di Adriano Sansa viene bloccata dall’ostruzionismo del ministro Castelli.

Si tratta di un nodo che ha occupato non poco la seduta pubblica, ma il TG3 Liguria non ha riferito una sola parola, come non ha neppure citato la presenza del vicepresidente del CSM, Virgilio Rognoni, forse perché è stato fin troppo chiaro sull’argomento: abbiamo approvato da tempo la sua candidatura (di Adriano Sansa), ma ancora non c’è il concerto del ministro Castelli. Anche Anna Canepa (presidente della giunta Ligure dell’ANM) e Waldemaro Flick (presidente del Comitato per lo Stato di Diritto) hanno sottolineato le gravi conseguenze del protrarsi di questa situazione in un tribunale che ha giurisdizione su tutta la Liguria e che deve operare in stretto e costante rapporto con i servizi sociali.
A Genova, come segnala anche la relazione del Procuratore Generale, aumenta la criminalità minorile, ci sono maggiori rischi per la regolarità delle adozioni che sono diventati ancora più impellenti dopo la tragedia asiatica e il Tribunale dei minorenni di Genova è permanentemente in notevole difficoltà. Ci si chiede, se non esistono meccanismi che impediscano al governo di fare gli affari propri e al ministro di prendere le proprie personali vendette.
L’istituto del concerto è semplice. Se, per caso il ministro, esprimesse un parere negativo in ordine alla proposta di Sansa per la nomina a presidente del Tribunale per i minori di Genova, il CSM, potrebbe – se lo ritiene – procedere comunque alla nomina. Pare paradossale che si possa bloccare una nomina protraendo pretestuosamente e indefinitamente l’espressione di un parere. “Se il ministro Castelli non darà il suo concerto, si aprirà un conflitto istituzionale. Il Csm farà ricorso alla Corte Costituzionale”, ha dichiarato il vicepresidente del CSM. Per la Tv (di Stato o di casa Berlusconi) il caso comunque non esiste.
(Oscar Itzcovich)

Posted by OLI2 at 22:39 | Comments (0)

17 Dicembre 2004

Parola di ministro. La Polizia sa la verità sulla Diaz (ma tace)

Il giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Genova ha disposto il rinvio a giudizio di 28 funzionari e agenti di polizia per i “fatti” della scuola Diaz. Non si tratta di conclusione inaspettata, almeno per coloro che hanno avuto modo di seguire con un po’ di attenzione cosa era successo.

Succintamente:
a) Il rinvio a giudizio non è per il vero e proprio “pestaggio” ma, salvo pochi casi, esclusivamente per imputazioni relative a fatti successivi, in pratica la falsificazione delle prove, la calunnia, cioè l’attribuzione ai “pestati” di reati non commessi. Il che significa che i funzionari di polizia non si sarebbero limitati a commettere reati in quella calda notte, ma avrebbero continuato anche in seguito, addirittura con comportamenti di maggiori gravità.
b) Oltre alla eventuale presenza di ordini superiori, sono rimasti pressoché sconosciuti gli autori materiali del “pestaggio”. Il che significa che nessuno tra i poliziotti che vi ha partecipato, tutti perfettamente identificati, ha parlato, ha ammesso di avere fatto qualche cosa, ha testimoniato sul comportamento dei colleghi, su cosa il collega avesse fatto.
Ora il caso vuole che tutti costoro, in quanto pubblici ufficiali, hanno il preciso dovere, la cui omissione è sanzionata penalmente, di comunicare ogni notizia di reato, di cui siano venuti a conoscenza.
Può essere che la correità impedisca la sanzione penale di tale obbligo, ma allora ciò vuol dire, sul piano logico, che tutti, coloro che si sono trovati all’interno della Diaz in quella brutta notte, nessuno escluso, ha partecipato a commettere dei reati.
Non è quindi solo un problema di “omertà”, ma qualche cosa di più grave.
c) Tutti i funzionari indagati per così gravi reati (calunnia, falso, ecc.), secondo quanto riportato dai giornali, avrebbero fatto carriera, acquisendo posizioni di maggiore responsabilità. Non diciamo che sono stati premiati, ma quantomeno si è fatto finta di nulla.
d) La notizia forse più grave però è data dalle dichiarazione del ministro Pisanu, enfatizzata dai telegiornali della giornata, ma rimasta priva di qualsiasi successivo commento: “la polizia è serena... la polizia sa cosa è successo”.
Come possa essere tranquillo, sereno un corpo di “tutori dell’ordine” e soprattutto il suo responsabile (il ministro degli Interni) che sa che non uno, due, ma molte decine di suoi membri, in posizioni di responsabilità, hanno commesso (o comunque sono accusati di aver commesso), nell’esercizio delle loro funzioni gravissimi reati, hanno perseverato (o comunque sono accusati di aver perseverato) per molto tempo ancora, accusando ingiustamente degli innocenti, è assolutamente incomprensibile.
Come possa essere sereno il ministro (o il corpo di polizia) sapendo di aver mantenuto in posizioni di responsabilità tali soggetti che – se le accuse fossero confermate – avrebbero dimostrato una rilevante propensione a delinquere, ancora esercitabile in tali funzioni, è ancora più incomprensibile.
In pari misura è incomprensibile la frase “la polizia sa cosa è successo”. Se sa, perché non parla, come è suo preciso dovere, perché non mette a disposizione della Magistratura quanto sa, perché non impone a tutti i suoi membri di dire tutto, ma proprio tutto?
Che senso ha questo oscuro messaggio? E non tranquillizzano nemmeno quegli esponenti della opposizione che invitano ad avere fiducia nella polizia.
Quale polizia? Quella che, in sintonia con il suo capo o su suggerimento del suo capo, è serena e... coperta?
(Vincenzo Paolillo, avvocato)

Posted by OLI2 at 23:38 | Comments (0)

1 Dicembre 2004

L’assemblea AMN. Quanti politici assenti al funerale della Giustizia

Per andare all’assemblea aperta indetta dall’A.M.N. il 24 novembre, in occasione dello sciopero della magistratura, mi sono vestito di scuro come si conviene per un funerale che conta. I discorsi non sono di circostanza ma chiari, sentiti e partecipati dal pubblico presente.

Gli esterni hanno accolto l’invito e sono venuti numerosi. L’aula non contiene tutti. Numerose sono le telecamere ma pochi i rappresentanti politici. I relatori, magistrati ed avvocati, sollecitano “una risposta corale”, “l’urgenza della memoria”, “in un clima di complessiva e trasversale sottovalutazione delle implicazioni di questa riforma” che, come sostiene un avvocato, dissociandosi dalla posizione delle Camere Penali, è “un attacco alla Costituzione ed ai suoi articoli”.
Queste frasi inducono a riflettere. Non solo i fondamenti del sistema giudiziario sono messi in discussione ma la Costituzione stessa. Il frutto della sintesi di diverse volontà politiche, temprate dalla sofferenza della dittatura, che avevano individuato un sistema condiviso di valori civili e modellato poi su questo sistema le istituzioni viene cambiata a colpi di maggioranza. Mentre le conclamate riforme poggiano tutte su inqualificabili e contingenti interessi di parte. Perché tanta generale e percepibile indifferenza? Perché pochi sono i politici presenti oggi a questa assemblea aperta? E’ solo la volontà di pochi, al potere, che impone al paese questa riforma?
Le risposte non sembrano incoraggianti. Al 44 per cento circa di coloro che si identificano in questa maggioranza dobbiamo sommare silenzi ed errori dell’attuale opposizione. L’assenza di un progetto forte ed alcune recenti scelte infelici inducono al pessimismo. Basta citare l’arruolamento sotto l’Ulivo, forse per un pugno di voti, di sicuri paladini del nuovo modo di far politica e di concepire la giustizia: Cirino Pomicino – Titti Parenti – Giusi La Ganga ecc. Ma spaventa ancor più la voglia di dialogo con questa maggioranza sulla riforma in questione, inopinatamente esplicitata dai meno avveduti leaders dell’Ulivo ma latente in molti dei così detti riformisti, insofferenti ad ogni controllo degli organismi istituzionali preposti.
L’auspicio è che le frasi che hanno riscaldato l’assemblea arrivino alle segreterie dei partiti e trovino politici ricettivi, capaci di trasformarle in progetti politici e linee di azione. Oggi è in discussione il futuro democratico ed il sistema di valori civili del paese, non gli interessi corporativi dei magistrati, come proclama la maggioranza e forse anche alcuni altri che militano nel centro sinistra.
(Vittorio Flick)

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Testimonianza. Vi racconto "Punto e a capo" una trappola da evitare

Dal presidente dell’AMN, Edmondo Bruti Liberati, riceviamo:
Ho letto i numerosi interventi riguardo la trasmissione "Punto e a capo" di giovedì sera 25 novembre; ringrazio per le manifestazioni di solidarietà e anche per le critiche di chi riteneva che a tale tipo di trasmissioni non si dovesse andare.

Alcune osservazioni.
L'incidenza della informazione TV sul pubblico è rilevantissima, ma il livello di pluralismo è noto. Comunicare in TV è difficile perché i tempi ristrettissimi (in Tv si misurano in secondi e non in minuti) rendono difficili esposizioni un minimo articolate. Non è impossibile e ne ho avuto la esperienza personale in alcune dichiarazioni rese nelle rubriche di Enzo Biagi, che , come ricordate duravano in tutto pochi minuti. Ma lì aiutava lo stile secco e razionalizzante (e la correttezza professionale) di Biagi.
Nelle trasmissioni dibattito la pressione verso la spettacolarizzazione, la accentuazione dei toni e la rissa è di per sé molto forte. Noi magistrati abbiamo l'esigenza di sottrarci alla demagogia ed al messaggio semplificato, abbiamo il dovere, per coerenza con la funzione che svolgiamo (anche quando interveniamo nel dibattito pubblico, quali cittadini) di rifuggire dalla spettacolarizzazione e dalla rissa. Tutto ciò è difficile anche nelle trasmissioni di approfondimento gestite da conduttori professionalmente seri e, se non assolutamente imparziali ( cosa ben difficile), almeno attenti al rispetto di un livello ragionevole di pluralismo della informazione fornita agli spettatori.
Gli inviti che ho avuto a partecipare a queste trasmissioni negli ultimi tre anni sono stati molto rari (alla faccia del pluralismo). Vi sono condizioni nelle quali si può prevedere ex ante che non vi saranno le condizioni per una presenza dignitosa di un magistrato e nel corso degli anni (da ultimo quale presidente dell'Anm e anche prima) in questo caso ho declinato l' invito. Posso assicurarvi che un rifiuto, soprattutto se si tratta di trasmissioni importanti, provoca negli interlocutori una viva sorpresa, perché a quanto pare quasi nessuno sa resistere a queste sirene.
Una decina di giorni addietro, in un momento cardine della trattazione parlamentare dell'ordinamento giudiziario, ho declinato un invito a "Porta a Porta" perché le condizioni propostemi erano risibili: mi si chiedeva una dichiarazione preregistrata il mattino che sarebbe stata inserita nel corso della trasmissione serale (in realtà come noto registrata nel tardo pomeriggio), senza alcuna possibilità di replica, mentre il ministro Castelli sarebbe stato in collegamento in trasmissione.
Ho accettato di partecipare a "Punto e a capo" pur sapendo che si trattava di un programma fortemente orientato, perché vi partecipava il ministro Castelli ed il giorno dopo lo sciopero mi sembrava che il presidente dell'Anm non potesse, su una rete pubblica, sfuggire al contraddittorio. La realtà della trasmissione si è rivelata molto peggio di ogni previsione. Chi ha assistito ha visto il clima complessivo e l'atteggiamento tenuto dal conduttore Masotti, ma per chi non ha resistito segnalo gli elementi principali.
Servizi filmati
Un servizio in due palazzi di giustizia che sottolineava lo stato di disorganizzazione, dando la voce ad utenti e avvocati.
Due servizi su errori giudiziari.
Un collegamento esterno con il giornalista Lino Jannuzzi.
Il primo servizio, nonostante fosse tutt'altro che neutro, avrebbe consentito un approfondimento sulle ragioni del disservizio e magari, oltre alle colpe dei magistrati, avrebbe potuto chiamare in causa le responsabilità del ministro, ma il conduttore ha sempre immediatamente deviato su altro. Sondaggi: il dott. Piepoli era presente per riferire di un sondaggio effettuato il giorno prima dello sciopero, che si articolava su sei tabelle. Dopo la presentazione delle prime ed i miei interventi, poiché i risultati non erano abbastanza negativi per la magistratura ed anzi si prestavano a diverse letture, il conduttore ha detto alla regia di non mandare in onda le successive tabelle. Il dott. Piepoli al termine della trasmissione mi ha cortesemente messo a disposizione tutte e sei le tabelle, sulle quali in un altro messaggio ritornerò.
Sul sistema dei concorsi è stato proiettata una tabella (macchinossima ed incomprensibile); il conduttore non ha avvertito che non era redazionale, ma predisposta dal Ministro, il quale peraltro si è scoperto lamentando che una riga era stata tagliata. La mia facile replica sulla macchinosità dei concorsi mi è stata subito interrotta dal conduttore che ha annunciato la immediata pausa pubblicità (e al Dio pubblicità si deve obbedienza assoluta e pronta), ma poi ha dato la parola al giornalista Diaconale ed ha fatto un suo ulteriore commento, passando infine alla pausa pubblicità. Un elemento di colore sono gli applausi. In questo genere di trasmissioni oltre ad esponenti delle diverse posizioni in campo ( peraltro questa volta vi erano diversi avvocati, ma nessun magistrato), che applaudono secondo il loro sentimento, vi sono dei giovani (in termine tecnico i figuranti) retribuiti per "fare atmosfera", rinforzando comunque tutti gli applausi. In questo caso la direzione di studio (tutto questo non si vede da chi assiste a casa) ha platealmente incitato i figuranti ad applaudire il Ministro.
Un parziale mutamento di clima si è avuto nella parte finale gestita dalla seconda conduttrice, Daniela Vergara, che si è comportata in modo corretto; ma ormai i temi principali erano stati affrontati e, non ultimo, come accade nella seconda parte di queste lunghe trasmissioni il pubblico degli ascoltatori si era drasticamente ridotto.
Tutto quanto è avvenuto va molto ad di là di quello che è usuale anche nelle trasmissioni più schierate e francamente devo dire che non potevo immaginare si arrivasse a tanto. Con l'esperienza del dopo avrei respinto l'invito, ma per le ragioni che ho esposto, ex ante dovevo accettare. In coso di trasmissione non potevo scendere a rissa, perché un magistrato non lo deve fare e comunque non ne sono capace; ne mi è sembrato di poter abbandonare la trasmissione, per il rispetto istituzionale che si deve al Ministro della Giustizia, chiunque sia il titolare pro tempore.
Una piccola soddisfazione è stata l’acrimonia e il disappunto che il Ministro ha mostrato verso il successo del nostro sciopero. E' una conferma che questo sciopero era necessario ed utile e d'altronde è per questa percezione che i colleghi hanno aderito in massa.
(Edmondo Bruti Liberati)

Posted by OLI2 at 17:24 | Comments (0)

22 Novembre 2004

Drammatico appello. Una riforma per piegare i magistrati alla politica

Sull’incombente riforma dell’ordinamento giudiziario, i magistrati italiani hanno inviato la seguente lettera aperta al Ministro della Giustizia e al Vicepresidente del Consiglio Superiore della Magistratura.
Siamo magistrati della Repubblica Italiana.
Siamo impegnati ogni giorno in condizioni difficili nel compito di applicare la legge, dirimere le controversie tra i cittadini, accertare la responsabilità delle persone accusate di delitti. Decidiamo della libertà delle persone, dei loro beni, della tutela dei diritti.

Siamo consapevoli del fatto che spesso le decisioni arrivano troppo tardi e non sempre i bisogni e le aspettative di giustizia sono soddisfatte.
Da anni chiediamo, tramite la nostra associazione, al Governo e al Ministro, a cui compete l’organizzazione del servizio, di fornire i mezzi e le strutture necessarie a rendere il servizio adeguato alle esigenze dei cittadini e agli standard degli altri paesi dell’Unione Europea.
Da anni, allo stesso scopo, chiediamo anche interventi di riforma sulle procedure e sui codici. E più volte abbiamo offerto contributi di proposta elaborati sulla base della nostra esperienza professionale. Inoltre, da tempo abbiamo proposto una riforma del sistema dei controlli che assicuri una migliore professionalità di tutti i magistrati.
Le nostre richieste sono sempre rimaste inascoltate. Anzi gli stanziamenti per la giustizia si riducono ogni anno e nemmeno consentono di affrontare le spese minime necessarie per il funzionamento degli uffici. Le riforme legislative approvate negli ultimi tempi, con interventi di settore e privi di una visione organica, hanno confuso il quadro legislativo, appesantito le procedure, rendendo ancora più lunga e tormentata la durata dei processi.
In questa situazione il Parlamento si appresta ad approvare una riforma dell’ordinamento giudiziario, che riscrive le regole di organizzazione della magistratura.
Secondo noi questa riforma è sbagliata e inutile e, per molti aspetti, incostituzionale.
Con questa riforma i magistrati dovranno dedicare buona parte del loro tempo a studiare per preparare i numerosi concorsi che dovrebbero scandire la loro carriera, sottraendo tempo ed energie all’attività di indagine e alla preparazione delle cause.
Inoltre i magistrati saranno meno liberi, in quanto la loro carriera non dipenderà più dall’organo di autogoverno previsto dalla Costituzione, il Consiglio Superiore della Magistratura, ma, in molti aspetti, dal Ministro e dai vertici della gerarchia interna.
La separazione di fatto delle carriere dei giudici e dei pubblici ministeri e la attribuzione di amplissimi poteri di indirizzo e di controllo ai vertici degli uffici di Procura portano alla creazione di un corpo separato e rigidamente gerarchizzato e rappresentano un rischio serio per le garanzie dei cittadini e per l’eguaglianza di tutti i cittadini: questa riforma contrasta con la Costituzione che impone l’unità della magistratura e porrà le premesse per la collocazione del pubblico ministero nell’orbita del potere politico.
Con questa riforma i cittadini non avranno una giustizia più celere e più efficiente.
Ma solo magistrati meno liberi e indipendenti.
Per questo chiediamo di non approvare questa riforma.
E chiediamo che ognuno, nell’ambito dei propri compiti istituzionali, si impegni per realizzare le riforme utili alla giustizia.

Posted by OLI2 at 01:49 | Comments (0)

Mercoledì ore 10.30. Assemblea aperta a Palazzo di Giustizia

Mercoledì 24 novembre, alle ore 10.30, presso l’aula Corte d’Assise, 5° piano del Palazzo di Giustizia di Genova, si terrà un’assemblea pubblica dell’Associazione Nazionale Magistrati nel corso della quale interverranno, tra gli altri, i magistrati Francesco Meloni (già Procuratore della Repubblica), Andrea Beconi e Adriano Sansa, gli avvocati Giuseppe M. Giacobini e Waldemaro Flick, il professor Renato Balduzzi dell’Università di Genova.

Posted by OLI2 at 01:47 | Comments (0)

17 Novembre 2004

Giustizia/1. Alla gogna i giudici di Berlusconi e di Cogne

Le cose non sono assolutamente casuali, né tantomeno slegate tra loro. Da una parte procede a tappe forzate in Parlamento il cammino della riforma della magistratura, un orrore giuridico da tutti gli studiosi del diritto rifiutato, tanto che l’ANM ha rivolto un estremo appello ai presidenti di Camera e Senato per impedire il peggio. Contemporaneamente proseguono le campagne di delegittimazione e insulti nei confronti del magistrati, ad opera di esponenti delle istituzioni.

Le aggressioni si susseguono a ritmo incalzante. In questi ultimi giorni un pubblico ministero di Milano, Ilda Boccassini, è stato accusato di golpismo ed accanimento giudiziario solo per avere nella funzione di pubblica accusa presentato le sue motivate richieste al giudice nel processo Sme a carico di Silvio Berlusconi.
A distanza di ore, nella trasmissione televisiva del servizio pubblico "Porta a Porta" sul caso Cogne è stato consentito di accusare, senza replica, i magistrati che hanno condotto le indagini di coprire i veri responsabili dell'omicidio.
In Calabria una indagine giudiziaria ha fatto emergere un quadro di delegittimazione orchestrata ai danni di magistrati impegnati nei confronti della criminalità organizzata.
I magistrati di sorveglianza di Roma sono stati oggetto di aggressione solo per aver applicato dei benefici previsti dall'ordinamento penitenziario e dalle leggi collegate.
L'ANM esprime stima e solidarietà a questi colleghi e ricorda che un corretto sistema istituzionale non può tollerare l'offesa e la delegittimazione della funzione giurisdizionale.

Posted by OLI2 at 21:46 | Comments (0)

Giustizia/2. La marcia dei processi per le violenze del G8

Proviamo a fare il punto ad oggi dei processi per i fatti del G8 (quello su Piazza Alimonda non è mai stato fatto, perché archiviato). A tre anni di distanza arriva una prima condanna per l’episodio di violenza di via Barabino. Accade il 21 luglio 2001, intorno alle 15.30: Marco Mattana allora minorenne viene preso a calci e manganellate da alcuni agenti della Polizia di Stato. I poliziotti scrivono nei verbali di arresto di aver reagito all’aggressione di un gruppo di manifestanti, in seguito prosciolti, perché arrestati “illegittimamente”. Il gup Maria Letizia Califano ha condannato l’ispettore De Rosa Giuseppe, che aveva chiesto il rito abbreviato, a un anno e otto mesi con uno sconto di un terzo della pena, per aver colpito al volto con manganello Marco Mattana.

Non luogo procedere per il dirigente della Digos Spartaco Mortola (che rimane imputato nel procedimento per i fatti della Diaz), mentre gli altri otto agenti tra cui il vice questore Alessandro Perugini, sono stati rinviati a giudizio, per lesioni aggravate, falso ideologico, calunnia; prima udienza il 9 febbraio 2005.
Per quanto riguarda i fatti di piazza dei giorni 20 e 21 luglio 2001, processo in corso dal marzo 2004 contro 25 manifestanti accusati di devastazione e saccheggio. Il reato – art. 419 c.p. – prevede una pena dagli 8 ai 15 anni. La Procura ha svolto indagini sui manifestanti. La difesa voleva ricostruire la complessità dei fatti di quei giorni, inserendoli nel contesto in cui accaddero, compresa la gestione dell’ordine pubblico. Un DVD di tre ore è stato presentato dall’istruttore della Polizia Municipale Corda, sezione di Polizia Giudiziaria, incaricato dalla procura di ricostruire e situare cronologicamente i fatti di devastazione e saccheggio commessi in Genova nei giorni 20 e 21 del luglio 2001.
Irruzione alle scuole Diaz e Pascoli la notte del 21 luglio: le 93 persone presenti all’interno della Diaz al momento della perquisizione vengono arrestate con le accuse di resistenza e aggressione e in seguito viene disposta l’archiviazione del procedimento a loro carico “per non aver commesso il fatto”. Furono distrutti i computer del media center e dei legali, fu sottratto materiale senza alcun mandato. Ventotto dei poliziotti che parteciparono al blitz sono accusati di falso ideologico, calunnia, lesioni, violenza privata, abuso d’ufficio e perquisizione arbitraria. Udienze preliminari in corso dal 26 giugno: il gip Daniela Faraggi dovrà decidere se rinviarli a giudizio, come richiesto dai pm Zucca e Cardona Albini, la cui linea è stata quella di indagare solo poliziotti fisicamente presenti alla Diaz quella notte e tra loro i più alti in grado, i firmatari dei verbali.
L’inchiesta sui pestaggi e le torture alla caserma di Bolzaneto si è conclusa con la richiesta di rinvio a giudizio per 47 persone (12 carabinieri, 14 agenti di polizia, 16 guardie penitenziarie, 5 tra medici e infermieri). Udienza preliminare fissata il 27 gennaio prossimo.

Posted by OLI2 at 21:43 | Comments (0)

5 Novembre 2004

Sansa 1. Un simbolo utile ma a tempo limitato

Proposto dal Consiglio Superiore della Magistratura come presidente del Tribunale dei minori di Genova il magistrato Adriano Sansa si è visto bloccare la nomina dal ministro Castelli. Perché, ha detto il ministro, Sansa, al di fuori delle sue specifiche funzioni, avrebbe rivolto critiche al governo in carica. Quando la posizione del ministro è diventata pubblica quello di Sansa è diventato un caso cittadino e non solo.

Ne hanno riferito i quotidiani e molti sono gli attestati di solidarietà che ha ricevuto anche da fuori Genova. Nomi di personaggi di spicco si sono affiancati a quelli della gente comune. Non è un caso: il magistrato Sansa ha intrecciato profondamente la sua storia con quella di Genova e dell'Italia e questa è stata sicuramente una buona occasione per ricordarsene. Tra i primi a perseguire reati di inquinamento ambientale, Sansa, con altri colleghi, divenne popolare in Italia nel 1973 in relazione allo "scandalo dei petroli".
C'era stata la crisi del Canale di Suez e le compagnie petrolifere volevano rifarsi delle perdite subite. Chiedevano soldi allo stato - esercitavano la loro pressione facendo mancare il petrolio nelle città A- sotto forma di contributi, defiscalizzazione e simili. Il governo di centro sinistra di allora accettò le richieste ma chiese in cambio che i partiti di governo fossero messi a libro paga: una cifra proporzionale al numero dei parlamentari di ognuno (democristiani, socialisti, socialdemocratici, repubblicani ecc.). Scoppiò lo scandalo ma le inchieste vennero insabbiate. Sansa e i suoi colleghi furono sottoposti a procedimenti disciplinari da dove uscirono assolti e con onore sia pure dopo anni.
Fu in seguito a quei fatti che Sansa finì per incarnare nell'opinione pubblica democratica della città, l'impegno civile, la lealtà, il rigore. E quando nel 1993 i partiti franarono sotto lo scandalo di Tangentopoli apparve naturale che fosse proprio Sansa il candidato di un raggruppamento di centro sinistra, magistrato prestato alla politica, rappresentante di una Italia che voleva girare pagina. Grazie a Sansa Genova fu una delle poche città dove in quegli anni il patrimonio morale, politico ed elettorale della sinistra e dei democratici non venne disperso ma al contrario si consolidò. La politica scopriva la "società civile" e l'amministrazione Sansa, contribuì a ridimensionare il meccanismo che aveva gradualmente portato all'insensibilità dei partiti, alla loro morale separata.
La città accolse il suo esperimento come l'inizio di una nuova stagione politica. Quando il ricordo dello scandalo e il vento della rivolta morale gradualmente cedettero, Sansa, nel 1997, fu liquidato. Gli fecero capire - non glielo dissero chiaramente - che il suo compito era finito e che la palla doveva tornare ai partiti che intendevano così rientrare in possesso dei posti che procacciavano voti, ruoli istituzionali, funzioni intermediarie tra economia e politica e spesso anche prebende. Sansa e la sua giunta erano serviti per passare il guado ma potevano diventare un precedente pericoloso: l'esempio di una politica non completamente asservita ai partiti. Furono affondati, anche con un po' di maldicenza come si fa in questi casi quando ti vuoi liberare di un concorrente.
(Manlio Calegari)

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20 Settembre 2004

Riforma con destrezza

Destrezza. Si chiama così. E bisogna riconoscerla al governo mentre sta proseguendo il cammino che toglierà indipendenza alla magistratura e dignità ai cittadini nel silenzio pressoché generale. Conflitto di interessi, discesa in politica per fini privati, sistemazione disinvolta di pendenze penali: ed ora l’incremento del potere dell’esecutivo per due vie, da un lato la riforma costituzionale che lo amplia riducendo il ruolo del Parlamento e del Capo dello Stato, dall’altro l’indebolimento dei giudici e del controllo di legalità. Si parla della riforma cosiddetta federalista e costituzionale, si tace sull’ordinamento giudiziario, senza avvertire il nesso strettissimo, senza rammentare che le leggi costituzionali almeno sono soggette al doppio passaggio. Silente ormai da tempo l’opposizione, che probabilmente non ha patteggiato- come pure si sente sussurrare- in materia, ma certo spende più energie, in questi giorni, sul tema dell’elezione di mister ulivo- bello guaglione.

La destrezza della destra, se così si può dire, non sta soltanto nella tenacia del disegno, nell’arte di approfittare degli eventi internazionali tragici, nelle volute sceneggiate, gaffes e bandane che distolgono il pubblico; e neppure solo nell’abuso della posizione dominante nell’informazione, che serve appunto per sua natura a ingannare i cittadini deformando i fatti e le loro proporzioni.

Quello che ha indebolito fino quasi all’impotenza i difensori della democrazia è stato il taglio ‘tecnico’ delle riforme di ordinamento giudiziario, condotto per tasselli, come spiegano bene gli interventi sul nostro giornale informatico. Corte di Cassazione come vertice burocratico e parallelo al CSM, anziché giurisprudenziale, Scuola della magistratura e concorsi progressivamente infiltrati dal ministro e tramite della normalizzazione dei giudici e del controllo delle loro carriere. Cose che, prese ciascuna per sé, non lasciano vedere l’effetto complessivo. Argomenti sui quali è arduo farsi capire dalle piazze, e infiammarle. Temi complessi. Avete provato a parlarne in pubblico, o su giornali popolari? Scatta la chiusura, magari cortese, di chi non se ne intende e stenta a seguire. Comprensibilmente. Con l’aiuto, va però aggiunto, delle colpe della magistratura in tema di selezione negativa degli indegni, per fare un esempio.

Che fare? Saltare a piè pari i singoli punti e richiamare l’effetto globale, nella speranza di essere creduti quando si dice che il marchingegno, in buona parte previsto da Licio Gelli, toglie libertà ai cittadini mentre colpisce i giudici? O variare il timbro a seconda dell’ambiente e dell’uditorio? Il fatto è che manca il tempo. La sintesi e la divulgazione delle ragioni per opporsi dovrebbe esser fatta appunto dall’opposizione politica, alla quale, più che alla magistratura- altrimenti obbligata a fare politica!- tocca di spiegare al paese e prendere le decisioni conseguenti. Ma non accade come dovrebbe. E questo è davvero, nuovamente, anche questione morale della giustizia.

Così, o pressappoco così, stando le cose, mentre i soli ostacoli per il governo paiono essere i rilievi dell’Udc, poiché i giudici sono (quasi) tutti in grado di afferrare l’abile disegno tecnico del berlusconismo, resta da proporre ai giudici, sulla soglia della sciagurata e dispotica riforma, di resistervi con la più coraggiosa e ferma denuncia della democrazia che declina. Così forte e determinata da comprendere una lunga astensione dall’attività come mai avvenuta in passato. E da obbligare non solo i cittadini a tendere l’orecchio, e il capo dello Stato a percepire e manifestare almeno l’allarme. Ma l’opposizione a fare con decenza il suo mestiere. Magari aiutata da una ripresa di quei movimenti che ha volentieri smorzato ma forse non spento.

Si sta consumando un dramma. Dobbiamo almeno consentire al paese di assistere alla sua rappresentazione.
Adriano Sansa (magistrato)

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Espropriato il Csm: giudici piu’ ossequienti

Le parti del progetto concernenti il CSM sono sicuramente quelle che maggiormente evidenziano come per l’attuale Governo la Magistratura non sia un potere dello Stato indipendente ed autonomo che necessiti soprattutto di urgenti riforme per dare efficienza e tempestività ai suoi atti, ma un nemico da delegittimare con ogni mezzo e da abbattere, cominciando proprio dall’organismo che per Costituzione deve assicurarle quell’indipendenza ed autonomia, il Consiglio superiore della magistratura. Come nemica è la magistratura, così, per la destra, nemica è la Costituzione repubblicana, democratica ed antifascista del 1948 che quindi si cerca in tanti modi di smantellare o per lo meno di erodere profondamente, riportando il sistema istituzionale ed i rapporti tra i poteri ad un modello pre-repubblicano di organizzazione monistica dello Stato, incentrata sul potere esecutivo.

Non è inutile ricordare che la Magistratura italiana fino al 1958, anno in cui fu istituito il primo CSM in attuazione dei nuovi principi costituzionali, era stata sempre governata dall’Alta magistratura (Cassazione) in piena sinergia e consonanza (culturale e ideologica) con il Ministro di grazia e giustizia (esecutivo) cui dipendevano, ad onta della formale indipendenza assicurata dalla Costituzione, l’accesso, la carriera, le promozioni ed i trasferimenti, le nomine e la disciplina di ogni magistrato.

Nel disegno costituzionale e nella sua concreta attuazione realizzatasi nell’ultimo mezzo secolo, viceversa, pressoché ogni aspetto della vita professionale del magistrato è stato affidato ad un nuovo organismo, eletto per due terzi dei suoi componenti dai magistrati e per un terzo dal Parlamento, che ne assicura il governo autonomo rispetto al tradizionale inserimento nel continuum istituzionale rappresentato dal circuito Governo/ministro/vertici degli uffici giudiziari. Ebbene, rispetto a tale modello il sistema di autogoverno che esce dal progetto governativo attualmente in discussione, nonostante i tentativi di ammorbidimento rispetto alle prime più truculente proposte, consegna al paese un organo fortemente indebolito e mortificato nelle sue più significative competenze, secondo una logica complessiva tesa a rendere ogni magistrato più solo e senza punti di riferimento e tutela collettivi, trasformando l’organo di autogoverno in un Consiglio depotenziato che di superiore mantiene ancora ben poco.

Si sottraggono al Consiglio, secondo le linee portanti del progetto, alcune delle principali competenze assegnate espressamente dalla Costituzione in materia di assegnazioni, trasferimenti e promozioni dei magistrati. L’organizzazione degli uffici giudiziari viene pressoché interamente affidata ai Consigli giudiziari (organi in gran parte elettivi presenti in ogni regione) che vengono però radicalmente trasformati rispetto all’attuale assetto, con l’immissione di componenti laici elettivi in numero maggiore rispetto ai componenti togati, con una scelta del tutto irrazionale ed eccentrica rispetto alle tradizionali proposte dell’associazione nazionale magistrati e delle forze politiche più responsabili e rispetto al modello costituzionale del CSM (dove la prevalenza della componente togata assicura indipendenza ed autonomia all’ordine giudiziario ma non implica affatto separatezza rispetto alla società civile e politica del paese).

La direzione effettiva e finale degli uffici giudiziari viene sottratta agli attuali dirigenti-magistrati per essere attribuita a dirigenti amministrativi, e dunque all’esecutivo: si prevede per esempio che in caso di conflitto la soluzione spetti al Ministro. La formazione professionale dei magistrati, presupposto essenziale di un esercizio indipendente e corretto della funzione, oggi interamente curata dal CSM, viene affidata ad una costituenda apposita Scuola esterna, al cui consiglio direttivo partecipa direttamente anche il Ministro, assumendo così attribuzioni totalmente estranee a quello che per la Costituzione rimane il suo limitatissimo ruolo di mero erogatore dei servizi e risorse e di titolare dell’azione disciplinare nei confronti dei magistrati.

Il potere di trasferire d’ufficio i magistrati da un luogo ad un altro per cosiddetta incompatibilità ambientale (allorché cioè per le ragioni più disparate, anche del tutto oggettive ed incolpevoli, un magistrato non può più svolgere con prestigio e credibilità le sue funzioni in un certo ufficio), che risulta attualmente lo strumento più incisivo di governo del personale in mano al CSM (si pensi, tanto per capire, al recente e dirompente trasferimento adottato nei confronti del Procuratore capo di Napoli Cordova ), viene letteralmente soppresso e sostituito con misure cautelari non meglio precisate affidate in ogni caso al ministro, che dilata in tal modo a dismisura la sua competenza in aree in cui non necessariamente i comportamenti dei magistrati o le situazioni in cui si possano venire trovare, presentino rilevanza disciplinare. Last but not least le valutazioni professionali nel corso della carriera e le nomine agli uffici direttivi e semidirettivi, che costituiscono oggi gli atti più rilevanti nell’ordinaria amministrazione consiliare, vengono interamente affidate a nuove strutture di valutazione separate (commissioni di concorso con la presenza preponderante di magistrati di cassazione), con l’effetto principale di espropriare il CSM di una fondamentale attribuzione assegnatagli dalla Costituzione.

Mortificazione e ridimensionamento drastico del ruolo sono così gli obiettivi di fondo del progetto per quello che concerne il Consiglio, cui si contrappone un rafforzamento netto del ruolo e del peso istituzionale del Ministro della giustizia, totalmente al di fuori dell’orizzonte angusto ritagliatogli dai costituenti nell’art. 110 (“spettano al Ministro della giustizia l’organizzazione e il funzionamento dei servizi relativi alla giustizia”) e 107 Cost. (“il Ministro della giustizia ha facoltà di promuovere l’azione disciplinare”), che non consentono certamente una dilatazione del potere disciplinare come quella prevista dal progetto né le molteplici interferenze previste in materia di formazione e valutazioni professionali, carriera e nomine, direzione degli uffici giudiziari (che per le Procure significa esercizio dell’azione penale e quindi persecuzione, più o meno prioritaria e più o meno attenta e tempestiva di certi reati anziché di altri…..).

Lo squilibrio che così si determina nel delicato equilibrio tra i poteri che il modello costituzionale incentrato sul CSM aveva inteso realizzare, appare in tutta la sua forza e drammaticità: il baricentro del governo dei magistrati si sposta da un Consiglio più debole e ridimensionato in tutti i sensi (non si dimentichi la controriforma già varata nel 2002 che ha ridotto incredibilmente il numero dei componenti elettivi da 30 a 24 per rendere l’organo, a detta dei “riformatori” più efficiente), a favore del ministro. La pseudo riforma dell’ordinamento giudiziario disvela qui la sua vera natura di vero e proprio regolamento di conti tra poteri, mai come in questa fase storica attraversati da forti tensioni e conflitti, e di strumento per ridisegnarne i rapporti di forza, consegnando al paese una magistratura meno indipendente, più ossequiosa al potere, più omogenea culturalmente e ideologicamente. Per ottenere questo risultato la strada è obbligata: aggredire con forza la scelta dei costituenti di rendere autonomo il governo della magistratura dalla politica, nel quadro di un ordinamento fondato sul pluralismo e policentrismo istituzionale; scelta da tempo in aperta rotta di collisione con l’idea, oggi sempre più montante, della necessaria supremazia della garanzia politica su quella giuridica (il principio di legalità cui ogni soggetto ed ogni potere dovrebbe essere subordinato) e della responsabilità degli eletti solo davanti agli elettori, pendant della pretesa, questa sì tutta giacobina di immunità della politica da ogni altro controllo a cominciare da quello giudiziario.

Questo l’obiettivo evidente: minore autonomia e maggiore subalternità. Ma con quali vantaggi per i magistrati? I premi e le prebende arriveranno, come sempre è stato in passato quando si barattava un poco di indipendenza con laute mance corporative e la fedeltà al potere garantiva l’irresponsabilità verso i cittadini.

Un’avvisaglia di questo percorso? La norma approvata all’ultimo minuto alla Camera il 30 giugno scorso sulla preferenza accordata ai magistrati ministeriali (cioé quelli chiamati con scelta assolutamente discrezionale del ministro a dirigere i gangli vitali del ministero ed a svolgere compiti di collaborazione diretta al Ministro) per le nomine al momento del loro rientro nei ranghi, alle funzioni di legittimità ed agli incarichi direttivi e semidirettivi. Norma che introduce, appunto, oltre ad una ulteriore ferita alle competenze del Consiglio, una di quelle mance tipiche della peggior tradizione ai propri clientes collaborazionisti , che suona come un vergognoso ed incostituzionale privilegio che con ogni probabilità scomparirà dal testo finale, se si arriverà ad una approvazione finale del mostro in gestazione. Ma norma che ha un significato ben preciso di segnale a tutta la magistratura: che ad essere meno politicizzati, meno autonomi, meno attaccati ai sindacalisti estremisti dell’ANM, ecc. ecc. ci si guadagnerà tutti, cominciando da quei fortunati che oggi occupano posizioni di fedeltà al ministero.
Claudio Viazzi (magistrato)

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La Cassazione strumento per svuotare l’autogoverno

Un giudizio sulle norme del disegno di legge delega sulla riforma dell'ordinamento giudiziario che si riferiscono alla Corte di cassazione non può prescindere dall'esame degli obiettivi che la proposta si prefigge di raggiungere. In sintesi si può affermare che lo scopo principale, non dichiarato, delle radicali modifiche proposte è quello di disegnare un assetto dell'ordine giudiziario completamente diverso da quello attuale che, pur con tutti i difetti innegabili che lo caratterizzano (in particolare la lentezza dei processi, destinata ad accentuarsi ancor più se la riforma andrà in porto), è idoneo in astratto (e spesso lo è stato in concreto) a garantire principi fondamentali: la tutela dei diritti delle persone, l'inesistenza di aree di impunità e il controllo di legalità.

Naturalmente si tratta di principi di cui i governanti (non solo quelli dell'attuale maggioranza) tendono, se non ad eliminare, ad attenuare quando ostacolano le loro finalità politiche. La tutela dei diritti è veramente tale solo se efficace anche nei confronti di chi detiene il potere; quanto alle aree di impunità e al controllo di legalità si può facilmente intuire quanto possa essere estesa l'area di coloro che rivendicano le prime e tentano di rendere inefficaci i sistemi di controllo.

Come attenuare i rischi (per il potere costituito) che derivano da questo assetto ? La proposta di riforma adotta il sistema più sofisticato per raggiungere questo fine (non potendo introdurre espliciti sistemi di condizionamento delle decisioni giudiziarie): trasforma l'esercizio della giurisdizione da potere diffuso a potere gerarchicizzato (controllare i vertici è meno complesso che controllare tutto il sistema) ed estende i poteri del governo limitando quelli di autogoverno. Di ciò è evidente segnale il sistema che mira a ridisegnare le sfere di decisione all'interno delle procure, il maggior peso che ha il ministro nel nuovo sistema dei concorsi, il progressivo trasferimento di funzioni (per es. in materia di formazione dei magistrati) dal CSM al ministro o ad organi maggiormente condizionabili.

Di questo disegno complessivo la riforma delle norme che riguardano la cassazione è parte fondamentale anche se non la principale.

In un'organizzazione verticistica è necessario che venga privilegiato l'ufficio che si trova a svolgere le funzioni di ultima istanza nel processo; la Corte di cassazione diviene quindi, in contrasto con la Costituzione (art. 107 c. 3°: "i magistrati si distinguono fra loro soltanto per diversità di funzioni") anche un vertice non più soltanto processuale ma che interviene in momenti importanti della "carriera" dei magistrati. Così ridisegnato l'assetto occorre naturalmente garantire un sistema di selezione per accedere alle funzioni di legittimità idoneo a garantire una certa "omogeneità" con il potere e questo fine viene garantito, nel progetto, con un sistema di concorsi del tutto inidoneo a selezionare i più idonei alle funzioni di legittimità.

Una volta divenuta più omogenea la Corte di cassazione diviene protagonista di quel processo di depotenziamento delle funzioni dal CSM in tema di formazione (tra l'altro uno dei pochi settori dell'organizzazione giudiziaria che ha funzionato egregiamente) con l'istituzione della Scuola superiore della magistratura la cui presidenza viene attribuita al primo presidente della Corte di cassazione (o ad un magistrato da lui delegato) e a cui vengono attribuiti non solo compiti di formazione ma anche funzioni inerenti la valutazione professionale dei magistrati espressamente attribuite al CSM dalla Costituzione.

Ma i magistrati della cassazione sono anche protagonisti della gestione del complesso sistema di progressione in carriera perché sono chiamati a far parte delle commissioni di esame previste per le selezioni che avverranno sostanzialmente al di fuori delle competenze del CSM con altra violazione della norma costituzionale (art. 105) che affida a tale organo le promozioni dei magistrati. I magistrati della Cassazione trarranno benefici di carriera dal loro coinvolgimento nell'operazione di sottrarre competenze all'organo di autogoverno della magistratura perché importanti posti direttivi potranno essere coperti solo da coloro che abbiano svolto, per un certo periodo di tempo, le funzioni di legittimità.

In conclusione: il sistema delineato non prevede alcuna norma che garantisca un più elevato livello professionale dei magistrati della Corte di cassazione; rischia di instaurare un sistema di cooptazione diretto a privilegiare la scelta dei magistrati più omogenei al sistema di potere; li coinvolge in attività improprie dirette a sminuire le competenze del CSM; li premia con una corsia preferenziale per ottenere posti ambìti.

Nulla in questo progetto mira invece ad eliminare l'assurdo sistema di un organo giurisdizionale di vertice che invece di occuparsi delle questioni di principio di maggior rilievo (come avviene in tutti i paesi del mondo) è sommerso da decine di migliaia di cause bagatellari (due esempi in materia penale: i ricorsi contro le sentenze di patteggiamento e quelli contro le sentenze del giudice di pace).
Carlo Brusco (magistrato)

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Una scuola per selezionare, non per formare i magistrati

Il progetto di riforma dell’ordinamento giudiziario istituisce la Scuola superiore della magistratura. L’ente dovrebbe avere come finalità: a) l’organizzazione del tirocinio degli uditori giudiziari; b) l’organizzazione dei corsi di aggiornamento professionale e di formazione dei magistrati.

Partiamo dal primo. Il disegno di legge prevede che il tirocinio sia articolato in due sessioni, una di sei mesi presso la Scuola, e una di diciotto presso gli uffici giudiziari. Tenendo conto dei giudizi espressi sull’uditore, la Scuola formula una valutazione di idoneità all’assunzione delle funzioni giudiziarie. Su questa base il CSM delibera formalmente in via finale. Se la deliberazione è negativa, l’uditore può essere ammesso ad un ulteriore periodo di tirocinio. Segue una nuova valutazione della Scuola ed un’altra deliberazione del CSM. Se anche questa è negativa, cessa il rapporto d’impiego.

In sostanza, dopo il concorso vinto, gli uditori si sottopongono ad una nuova prova: un’incerta valutazione della loro “idoneità” all’esercizio delle funzioni giudiziarie. Il nuovo sistema va contro l’art. 106 Cost., in base al quale “le nomine dei magistrati hanno luogo per concorso”. Nel quadro della disposizione costituzionale non è possibile infatti dare così tanto rilievo ad una valutazione di tipo “attitudinale”, intrinsecamente non anonima. Altra questione. Il CSM decide sul definitivo ingresso in servizio sulla base del giudizio della Scuola. Quanto conta questa valutazione? Non sarà vincolante probabilmente, ma di certo è obbligatoria. Ebbene ciò contrasta con la competenza esclusiva del CSM, in base all’art. 105 Cost., su ogni momento del reclutamento e della carriera dei magistrati. Non vi sono dubbi infatti che nel progetto la Scuola non sia intesa come una struttura ausiliaria del CSM. E’ un ente autonomo diretto da un comitato di sette membri, di cui solo due sono nominati dal Consiglio.

Consideriamo infine le funzioni di aggiornamento professionale dei magistrati. Su questo la realtà non è il quadro desolante presentato all’opinione pubblica. Al contrario: l’idea della formazione permanente dei magistrati è stata da tempo fatta propria dal CSM, con un’offerta didattica di alto livello, con la promozione delle iniziative culturali provenienti dalla base, con la ricerca di forme di collaborazione col mondo accademico e forense. E in realtà l’aspettativa di una Scuola della magistratura è nata proprio da queste esperienze, dall’aspirazione a dare riconoscimento ad un tessuto di iniziative e di professionalità ormai consolidate all’interno del Consiglio.

Il disegno di legge va nella direzione opposta, decide di ignorare l’impegno profuso dal CSM, e istituisce un ente da questo svincolato. E non basta ancora, giacché la Scuola è pensata sul fondamento d’una deliberata confusione tra funzioni formative e funzioni selettive. L’abbiamo appena vista con la nuova configurazione del reclutamento. Ma essa è riprodotta e accentuata quando il disegno di legge ridisegna le modalità di carriera dei magistrati. Per richiamare solo un punto: i magistrati che aspirano alle funzioni semidirettive o direttive, oltre ad aver superato un concorso per titoli, devono anche aver frequentato un corso di formazione presso la Scuola con giudizio favorevole.
Realino Marra (docente Università di Genova)

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Far prima i giudici e poi diventare PM

Dopo tanti annunci e notizie anche contraddittorie, il disegno di legge delega approvato alla Camera e trasmesso al Senato per la definitiva approvazione prevista per l’autunno, realizza una vera e propria separazione delle carriere tra Giudici e Pubblici Ministeri.

I magistrati in servizio potranno infatti, entro un brevissimo termine, chiedere di passare a funzioni diverse rispetto a quelle che stanno esercitando e se vi saranno posti e verranno ritenuti idonei potranno farlo; dopodiché nessun altro passaggio dall’una all’altra funzione sarà consentita.

Nei concorsi per l’ingresso in magistratura i candidati dovranno a loro volta effettuare una scelta vincolante con una unica possibilità di modifica, alquanto limitata, dopo un triennio.

La riforma verrebbe ad incidere pesantemente sul nostro sistema costituzionale e non risolve minimamente i problemi della giustizia, ma anzi li aggrava.

Si dice: il PM é troppo legato al Giudice che difficilmente si discosta dalle sue valutazioni.

E’ come dire che non si può avere fiducia nell’appello visto che é affidato ad altri Giudici.

In realtà il PM é colui che ha il potere di promuovere l’azione penale, deve cercare e valutare le prove a carico ma anche quelle a discarico e se le prove che acquisisce non sono sufficienti, ha il dovere di non procedere.

Nella sua attività utilizza la polizia giudiziaria, ha mezzi e strumenti che nessun cittadino può avere.

In conseguenza tanto più resta all’interno dell’ordinamento, tanto più potrà mantenere un certo grado di obbiettività, di indipendenza, essere permeato da quello che viene chiamato senso della giurisdizione.

Invece un PM sganciato, dotato come é di ampi poteri e di enormi mezzi, sempre più parte e sempre meno obbiettivo, legato a filo doppio alla polizia e magari al potere politico, é difficilmente contrastabile dal cittadino e soprattutto dai poveracci e quindi enormemente più pericoloso.

In realtà la via maestra per risolvere il problema che viene prospettato sarebbe semmai l’opposta, quella di accrescere appunto il senso della giurisdizione, magari stabilendo che si può diventare PM solo dopo aver svolto le funzioni di Giudice per un certo periodo.
Vincenzo Paolillo (avvocato)

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Un codice disciplinare per indurre al conformismo

Da anni la magistratura associata chiede una riforma della disciplina degli illeciti disciplinari che la riguarda. Ad oggi l’Ordinamento giudiziario degli anni Quaranta prevede ancora che il magistrato possa essere sanzionato quando “manchi ai suoi doveri” o “tenga in ufficio o fuori una condotta tale, che lo renda immeritevole della fiducia e della considerazione di cui deve godere” oppure quando tenga un comportamento che “comprometta il prestigio dell’ordine giudiziario”. E’ evidente che si tratta di regole generalissime, che possono essere applicate pro o contro un magistrato a seconda dell’opinione che un Ministro o un Procuratore generale di Cassazione (sono loro che esercitano l’azione disciplinare) abbiano di quei concetti.

Diversamente che in tutti gli altri settori lavorativi, mancano insomma norme più specifiche, che dicano in quali comportamenti concreti queste situazioni si verifichino: quando cioè un giudice possa o meno essere perseguito. La riforma dell’Ordinamento giudiziario, voluta dal Ministro Castelli, va in questa direzione. Tutto bene allora? Magari. Purtroppo alla scelta accorta dello strumento non corrisponde un risultato adeguato.

Sia chiaro: di fronte a quanto la riforma combina per altri aspetti dell’ordinamento giudiziario (dal sistema di progressione in carriera alla scuola di formazione; dai meccanismi di accesso a quelli di selezione dei dirigenti) ci sarebbe quasi da “abbozzare”.

Ma nascondere i problemi non si può. Il fatto è che quello disciplinare è uno degli snodi cruciali nelle regole la vita di un lavoratore. Se poi di mestiere questo lavoratore fa il magistrato, chiamato ad applicare ed interpretare le leggi (magari in modo scomodo per il potente di turno), basta un niente per intimidirlo, per suggerirgli che, con una scelta più conveniente, meno coraggiosa, non correrà il rischio di vedersi sottoposto ad un procedimento disciplinare, con la carriera bloccata. Già, perché cominciamo col dire che il brillante meccanismo pensato consente di tenere il magistrato sette anni (sì, proprio sette) in attesa d’una decisione, magari per un illecito banale, ma tuttavia sospeso nella progressione in servizio, se non, addirittura, “temporaneamente” trasferito altrove, con tanti saluti ai processi che stava seguendo.

Il testo in corso di approvazione prevede poi una serie sterminata d’illeciti, dai più dettagliati ad altri invece generalissimi e generici: come “l’adozione di provvedimenti abnormi”; o come il “comportamento tale da compromettere l’indipendenza, la terzietà e l’imparzialità del magistrato, anche sotto il profilo dell’apparenza”, formula che si presta evidentemente ad applicazioni svariate e fantasiose. E che dire del divieto di “partecipazione a partiti” o di “coinvolgimento nell’attività di centri politici o affaristici”? Che significa partecipare, senza essere “iscritto” o “aderente”? Che cos’è un “centro politico”? Quando vi si è coinvolti?

Il magistrato appare sempre più, in questa riforma, come un cittadino limitato. Certo, ha fama di essere un lavativo impunito. Ma – statistiche alla mano – le sanzioni disciplinari inflitte dal CSM ai magistrati raggiungono mediamente percentuali assai superiori di quelle che usualmente colpiscono gli altri funzionari. E’ un fatto da valutare. Sempre ammesso che la punizione d’un pubblico funzionario possa essere salutata dalla società come un successo.
Marcello Basilico (magistrato)

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Dall’eccesso dei concorsi altro freno ai processi

Rassegno, qui di seguito, alcune brevi riflessioni sollecitate dalla lettura del complicato sistema dei concorsi interni – con distinzione tra funzioni giudicanti e funzioni requirenti – che il disegno di legge per la riforma dell’ordinamento giudiziario ha previsto quale strumento di accelerazione per il passaggio del magistrato all’esercizio delle funzioni di secondo grado e di legittimità.

Le perplessità nei confronti di un tale sistema nascono dalla considerazione che non solo esso non si giustifica con l’esigenza di un servizio efficiente ma che, se introdotto inciderà, limitandole con conseguenti questioni di costituzionalità, sulle prerogative e competenze attribuite dalla Carta Costituzionale al Consiglio Superiore della Magistratura.

Al riguardo va rilevato che, anche per la funzione giurisdizionale (all’interno della quale i magistrati si distinguono solo per funzioni), la professionalità richiesta per l’esercizio di essa si consolida e si affina attraverso la permanenza, per significativi periodi di tempo, nel ruolo al quale ciascun magistrato è assegnato.

L’abbreviazione in tali periodi di tempo con l’opportunità offerta di accelerazione di carriera attraverso il superamento di concorsi (in taluni casi per titoli ed esami ed in altri per soli titoli) sembra, in concreto, tenere in considerazione piuttosto l’interesse individuale dei singoli che non quello più generale della collettività.

E’ stato autorevolmente sostenuto dalla Sezione della Corte di Cassazione all’Associazione Nazionale Magistrati che una continua competizione concorsuale e carrieristica, quale è prefigurata dal disegno di legge, sottrarrebbe l’impegno dei magistrati al loro lavoro giudiziario.

Che il delicato, difficile, complesso ed impegnativo assolvimento delle funzioni giurisdizionali richieda capacità, professionalità e dedizione adeguate ad esso è fuori discussione così come è fuori discussione che tali qualità debbano permanere durante l’intera vita lavorativa del Magistrato.

Da ciò consegue l’esigenza – questa sì di interesse generale – che siano previsti e che siano concretamente attuati strumenti e procedure che, nel più assoluto rispetto dell’autonomia e dell’indipendenza di chi, sottoposto soltanto alla legge, esercita funzioni giurisdizionali, assicurino i più efficaci controlli della sua professionalità, incentrati anche sulle modalità di svolgimento della sua attività ma non sul merito delle decisioni adottate per le quali operano i rimedi processuali.

Tutto ciò non ha nulla a che vedere con il sistema dei concorsi qui considerato o con lo sconcertante (per non dire altro) principio per cui per essere ammessi a sostenere le prove orali del concorso per l’accesso in Magistratura “il candidato debba essere positivamente valutato nei test psico-attitudinali all’esercizio della professione di Magistrato anche in relazione alle specifiche funzioni indicate nella domanda di ammissione”.
(Camillo Paroletti, avvocato)

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14 Luglio 2004

Giustizia. Una riforma contro i cittadini

L’8 luglio, tra le 11 e le 12, in tutta Italia i magistrati hanno sospeso l’attività giudiziaria. E’ stata una decisione della Associazione Nazionale Magistrati per protestare contro la controriforma dell’ordinamento giudiziario e per riunire i magistrati in assemblee preparatorie della settimana che, tra il 20 e il 26 settembre, sarà dedicata alla giustizia e che culminerà con due giorni di sciopero.

A Genova, presenti il Presidente della Corte di Appello, il Procuratore generale, il Presidente del Tribunale e il Procuratore della Repubblica, un’affollata assemblea ha deciso di promuovere manifestazioni e incontri con la cittadinanza volti a spiegare il perché della forte opposizione a una legge il cui testo è stato sottratto al dibattito parlamentare con un voto di fiducia.
L’obbiettivo è chiaro: uscire dall’oggettivo isolamento in cui la questione si dibatte. La maggioranza non ci sente e l’opposizione non è stata ancora in grado di sensibilizzare adeguatamente l’opinione pubblica circa una riforma che è sì contro la magistratura, ma che è soprattutto contro i diritti di tutti. Un compito arduo, che da tempo è stato assunto direttamente dai magistrati (ancora una volta loro malgrado in un ruolo di supplenza della politica). Si tratta di spiegare al cittadino che molti aspetti della controriforma Castelli implicano inevitabilmente una minor tutela dei suoi diritti: la separazione delle carriere di giudice e PM, lo svuotamento dei poteri del CSM, la accentuata gerarchizzazione degli uffici, la progressione di carriera dei magistrati attraverso una pletora di concorsi, le modifiche al sistema disciplinare, anche in relazione all’attività interpretativa del giudice.
La nostra newsletter aderisce alle iniziative della ANM e ha deciso di preparare per l’autunno un numero speciale interamente dedicato ai problemi della giustizia.
(Oscar Itzcovich)

Posted by Eleana at 13:26 | Comments (0)

25 Maggio 2004

Ritorno al passato. Alcune cose da sapere sullo sciopero dei magistrati

I magistrati non amano scioperare, ma il 25 maggio sciopereranno. Contro il progetto di legge sull’ordinamento giudiziario, approvato dal Senato e ora in discussione alla Commissione Giustizia della Camera, era stato già indetto uno sciopero, poi sospeso per la disponibilità al dialogo dichiarata dal presidente della Commissione e dal relatore della legge.

Ma il promesso confronto era una finta ed è finito prima di cominciare: la maggioranza si è accordata su un testo per molti versi peggiore del precedente e ha impresso un’accelerazione improvvisa ai lavori parlamentari per arrivare al più presto all’approvazione.
Di che si tratta? Tre i punti fondamentali: la possibilità che diventi perseguibile sul piano disciplinare l’attività interpretativa, essenza stessa della funzione del giudice; l’introduzione di concorsi di cui verrà disseminata la carriera del magistrato (e che sostituiranno ogni effettiva valutazione del suo lavoro); l’instaurazione di un rigido ordinamento gerarchico. Così, i magistrati non saranno più soggetti solo alla legge, ma ai “superiori” (la parola non c’è, ma c’è la cosa), alle Commissioni esaminatrici e a chi controllerà le commissioni, ossia a un gruppetto di magistrati opportunamente selezionato e controllato con lo stesso sistema. Il Procuratore della Repubblica e la Cassazione avranno un enorme potere sui colleghi. La Cassazione con la presenza massiccia dei suoi membri nelle Commissioni di esame e nella Scuola di Magistratura tornerà ad essere giudice dei giudici e non, come dovrebbe, giudice delle sentenze. Il Procuratore della Repubblica tornerà ad essere il signore dell’azione penale, cancellando diritti e poteri dei sostituti procuratori, mentre la reintroduzione del potere di avocazione del Procuratore generale consentirà di sottrarre agli stessi Procuratori della Repubblica (se mai ce ne fosse qualcuno non disposto a collaborare) i processi politicamente pericolosi.
E’ inutile aggiungere che il Consiglio Superiore della Magistratura perderà molte delle sue competenze in materia di formazione (ci penserà la Scuola della Magistratura controllata dalla Cassazione), di organizzazione degli uffici (passano ai Consigli Giudiziari, dove i magistrati eletti diventano minoranza), di promozioni (in mano di fatto alle Commissioni di esame). L’ordine giudiziario sarà frantumato in una serie di caste separate, prive tra loro di comunicazione: non solo magistrati giudicanti e requirenti, ma anche magistrati di primo grado, di secondo grado, di legittimità, con funzioni direttive, senza funzioni direttive…
L’efficienza non c’entra né con i concorsi, né con la gerarchia. Quanto ai concorsi, si prevede che impegneranno ogni anno, come candidati o come esaminatori, 1.000-1.500 magistrati. Chi farà il loro lavoro? Quanto alla gerarchia, è evidente che si vuole tornare agli anni 50, prima delle leggi che hanno attuato la Costituzione: si vuole tornare alla magistratura compiacente, alla magistratura che insabbia, alla magistratura che fa volare solo i soliti stracci.
(c.c.)


Posted by Eleana at 14:32

Silenzio-stampa. I ragazzi dalla parte della costituzione

Valeva la pena di mescolarsi con gli studenti delle scuole elementari, medie e superiori vincitori alla premiazione del concorso organizzato dall’Associazione Nazionale Magistrati (Giunta Ligure), dal Comitato per lo Stato di Diritto, per la Costituzione e dal Centro di Iniziativa Democratica insieme con la Provincia di Genova. Giovedì 13, alla Sala Quadrivium, l’atmosfera era di festa, cosa non tanto ovvia se aggiungiamo che il tema intorno al quale si è sviluppato il concorso era la Costituzione, da tempo esposta ad attacchi e a tentativi di riscriverne i principi fondamentali con una prepotente maggioranza parlamentare.

I ragazzi (dalle elementari alle superiori) hanno saputo dimostrare comprensione e attenzione per quei principi fondamentali. Ciascuna classe poteva scegliere liberamente l’argomento e la forma con cui trattarlo, guidata dagli insegnanti. Sono così emersi, tra l’altro, i temi dell’uguaglianza, del diritto al lavoro, della libertà di religione, dell’indipendenza della magistratura.
La partecipazione è stata numerosa ed entusiasta. L’iniziativa, originalmente limitata all’ambito locale, veicolata inconsapevolmente da Internet, ha rapidamente travalicato la Liguria raccogliendo adesioni dalla Puglia, dalla Campania e dalla Sicilia. Numerosi e originali sono stati i contributi su ogni tipo di supporto: carta, cartoni, CD multimediali. E ogni forma: scritti, disegni, immagini, parole, musiche. Fino ad arrivare, per i bambini, a una specie di gioco dell’oca su CD: per raggiungere la casella di arrivo, occorre rispondere a semplici ed efficaci domande sul significato dei principi costituzionali.
Le tre classi vincitrici (una per ciascun ordine) verranno ricevute al Quirinale e a Castel Porziano. In sala erano presenti il Procuratore generale e il Presidente della Corte d’appello di Genova. I premi sono stati consegnati da Edoardo Sanguineti, presidente della Giuria, che ha osservato che l’esame degli elaborati dei ragazzi era stato per lui fonte di conforto e di speranza, di cui oggi abbiamo particolarmente bisogno.
Stupisce che la stampa cittadina abbia pressoché ignorato un’iniziativa come questa, non trovando tra le minuzie che compaiono sui quotidiani locali lo spazio per qualche riga di informazione su un lavoro che ha coinvolto tanti studenti e i loro insegnanti e il cui scopo era (anche) quello di rompere l’isolamento in cui si trova chi oggi ha il compito di formare i ragazzi, operando nelle ristrettezze e nelle difficoltà imposte dalla riforma Moratti.
(Oscar Itzcovich)

Posted by Eleana at 14:29