15 Giugno 2010

Immigrazione - I clandestini messicani e la natura

Dalle indagini Demos (Repubblica del 14 giugno) si scopre che ora in Italia l'immigrato fa meno paura: soltanto il 37% degli italiani che ha problemi di lavoro, guarda con diffidenza l'immigrato e pensa che “quello” gli stia rubando il posto. L'Italia è un paese sempre più multietnico, come rileva Istat, con una crescita pari al 7% di stranieri nel 2009 rispetto all'anno precedente. In più l'emigrazione sembrerebbe non conoscere crisi, in Italia come nel mondo. Secondo le tabelle del rapporto della Word Bank Migration and Development, gli emigrati nel mondo, contro ogni previsione e nell'anno della crisi, hanno spedito nei paesi di origine 338 miliardi di dollari. (Il Sole 24 ore del 10 giugno).

Pur avendo il ciclo negativo del mondo industrializzato causato un rallentamento di nuovi arrivi, non ha scoraggiato quelli già in loco, certi di trovare una situazione migliore comunque rispetto al loro paese e che li convince a resistere per un futuro migliore per i figli. Inoltre la più decisiva spiegazione attiene al tipo di mansioni che generalmente svolge l'immigrato: terziario, operaio, edile, agricolo o servizi alla persona, che risentono poco di fluttuazioni negative del mercato. Una situazione che li rende indispensabili e che per paradosso viene vista da molti disoccupati “locali” come una rendita di posizione.
Vedi gli operai stranieri nel ricco nordest italiano, pure in crisi.
Tutto il mondo è paese però. L'Arizona che si lamentava dei clandestini messicani, deve adesso fare i conti con la lattuga.
La durissima legge contro gli immigrati irregolari, varata il 23 aprile dal governatore repubblicano signora Jan Brewer, rischia infatti di trasformarsi in un micidiale boomerang per la più fiorente e ricca produzione agricola dello stato. In queste terre si coltiva, impacchetta e commercializza, in tandem con la California, il 95% di tutta la lattuga americana. Un primato mondiale di 50mila tonnellate, secondo solo a quello della Cina, che per le tasche dei farmer dell'Arizona vale 1 miliardo di dollari l'anno con manodopera poco costosa e assolutamente insostituibile, i braceros messicani senza documenti.
Un vero e proprio esercito, stimato dal Department of Labour in 2,5 milioni, fatto di pendolari che attraversano ogni giorno il confine in mezz'ora di bus. Ma, soprattutto, da uno sterminato stuolo di stagionali che da ottobre a marzo, i mesi d'oro della prelibatissima lattuga iceberg, vivono a Yuma e dintorni accampati nelle roulotte appositamente predisposte dai proprietari agricoli. Molti dei quali hanno cominciato la scorsa settimana a protestare contro il provvedimento a loro parere rischioso. Un malcontento raccolto dalla potentissima Western Growers Association, il sindacato del 90% dei produttori agricoli di California e Arizona, secondo cui la messa in fuga della manodopera illegale rischia di mettere in pericolo gran parte della produzione.
Il lavoro straniero illegale dà una risposta, distorta ma reale, a una domanda del mercato. Settori come l'agricoltura, l'edilizia e, soprattutto, i servizi hanno necessità di personale introvabile sul territorio e che le politiche d'immigrazione anziché agevolare fanno di tutto per ostacolare. In quel caso l'immigrazione clandestina non solo consente enormi guadagni agli imprenditori ma offre ciò che non offre quella legale. Una forma di risposta deviata e alterata just in time alle necessità dell'economia. Che se ne infischia dei rifugiati, dei diritti di quella merce umana, e pronta a non volere la manodopera immigrata quando non serve più: Rosarno, Italia, insegna. Pronta a protestare quando gliela si sottrae.
(Bianca Vergati)

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9 Giugno 2010

Società - Razzismo insinuante

Il nuovo razzismo, quello più pericoloso, non dichiara apertamente la propria natura. Non dice di essere contro i migranti, i neri, i rom, i musulmani, gli ebrei in quanto tali. Hitler ed il regime dell’apartheid in Sud Africa, grazie a dio, sono stati sconfitti. Il nuovo razzismo ha imparato a nascondersi, preferisce esordire con la frase “non sono razzista, ma …”, dopo di che possono seguire una marea di parole di ogni brutalità. Non sono razzista “ma i migranti rubano il lavoro, sono ladri, vendono droga, stuprano le donne” … ecc. In certi casi le frasi con il “ma” fanno anche morire dal ridere (per non piangere) come quella raccolta da un giornalista de l’Unità nei primi anni novanta: “Io non sono razzista, sono loro che sono arabi”.

Alcuni razzisti dopo aver articolato e dettagliato cose evidentemente false contro “gli altri” si permettono di spingersi a dire: “Se questo è razzismo allora sono razzista”. Per certe figure (ministri, preti, ecc.), non completamente stupide, la regola è nascondere totalmente il proprio razzismo. Ma anche loro alle volte scivolano e dicono cose che fanno ridere.
Don Valentino Porcile, parroco di una delle chiese di Cornigliano, ha scritto una lettera per allontanare i Rom dalla propria parrocchia. Dice al Secolo XIX del 3 giugno che non c’entra il razzismo contro i Rom: “ Qui la razza non c’entra nulla, è in ballo solo la sicurezza e la tranquillità di persone deboli e anziane … Tempo fa, quando il pericolo e le intimidazioni furono portati da un gruppo di sudamericani, non esitai a prendere una posizione simile nei loro confronti”.
Tempo fa, inoltre, don Valentino Porcile era sempre in testa alle manifestazioni contro la moschea a Cornigliano, non certo perché è contro il diritto di culto dei musulmani, assolutamente no, ma per questioni di traffico, parcheggi e cose del genere.
Mi chiedo cosa direbbe Gesù ad un parroco che allontana i deboli dalla propria parrocchia. I musulmani credono che Gesù non sia morto, ma sia vivo in cielo e per la maggior parte di loro un giorno ritornerà e tornerà sulla terra per guidare la vittoria finale del bene contro il male. Visto che il suo ritorno non sembra imminente, non c’è nessun altro, a parte Don Gallo, sulla terra di Genova che possa spiegargli che per un sacerdote la “mia gente” sono tutti?
(Saleh Zaghloul)

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Immigrazione - Quando ad essere incostituzionale è una legge del centro – sinistra

La Corte Costituzionale con sentenza n. 187/2010 del 26 maggio, ha dichiarato l'illegittimità' costituzionale dell'art. 80, comma 19, L. 388/2000, nella parte in cui richiede il possesso della Carta di soggiorno ai fini della concessione agli stranieri regolarmente soggiornanti nel territorio dello Stato dell'assegno mensile di invalidità.

Per ottenere la Carta di soggiorno la legge sull’immigrazione richiede il possesso di un reddito minimo ed il soggiorno in Italia da almeno 5 anni. Di recente, la Corte Costituzionale aveva dichiarato illegittimo ed illogico che si richiedesse indirettamente la disponibilità di un reddito per l'erogazione di misure mirate a supplire all'incapacità della persona di produrre reddito. Rimaneva, però, il requisito di soggiorno quinquennale.
Ora la Corte dichiara illegittimo (in materia di assistenza destinata a garantire il sostentamento minimo della persona), qualsiasi discrimine tra cittadini e stranieri regolarmente soggiornanti fondato su requisiti diversi dalle condizioni soggettive. Ciò contrasta con il principio sancito dall'art. 14 della Convenzione europea dei diritti dell'uomo, per come esso e' interpretato dalla Corte di Strasburgo.
La sentenza dà quindi un colpo definitivo ad una norma (art. 80, comma 19, L 388/2000) che usava la Carta di soggiorno (introdotta per semplificare la vita burocratica di chi soggiorna in Italia da più di 5 anni), per escludere molti cittadini immigrati dal diritto alle misure di assistenza sociale.
Tale norma è stata introdotta, appunto, nella legge finanziaria del 2000. Allora non governavano Bossi e Fini ma un governo di centro sinistra (Ulivo, PDCI, UDEUR, Indipendenti): presidente del consiglio Giuliano Amato, ministro della solidarietà sociale Livia Turco, ministro della Economia e delle Finanze Ottaviano del Turco. Questo spiega il grande ritardo della politica sull’immigrazione e la grande fatica che incontra l’integrazione nel nostro paese.
(Saleh Zaghloul)

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1 Giugno 2010

Sport - Vince il calcio sentimentale

In tempi di migrazione consistente e di fronte ad un paese di fatto già multietnico il calcio italiano è in ritardo così come la politica e l’informazione: il commissario tecnico della nazionale italiana di calcio ha solennemente dichiarato qualche mese fa: "È bellissimo lo spirito di questi giocatori con il doppio passaporto che avvertono questo richiamo verso la maglia azzurra, ma non vogliamo fare una Nazionale con tantissimi elementi con queste caratteristiche". E recentemente parlando dell’Inter, Lippi ha detto che è una “grandissima squadra, ma non è italiana”.

Malgrado la chiusura e il “nazionalismo” del calcio italiano e di chi lo governa, malgrado un ambiente ostile e qualche volta corrotto (vedi calciopoli), l’Inter non ha rinunciato al suo carattere multietnico: giocatori italiani e di tante altre nazionalità (argentina, brasiliana, romena, serba, olandese, colombiana, ecc.), africani, zingari e musulmani (prima di Muntari c’è stato l’algerino Madjer (*) il “Tacco di Allah”). Squadra vincente e piena di “stranieri”, squadra lombarda e “padana”, esempio della forza vincente dell’integrazione e della convivenza multietnica è una presenza che, in modo naturale ma molto efficace, rende felici gli antirazzisti e disturba, sconcerta e da fastidio a nazionalisti, xenofobi e razzisti.
Non occorreva la vittoria in Champions, la tripletta o i cinque scudetti vinti di fila per capire la grandezza dell’Inter. Da piccoli ci insegnavano che nello sport, come nella vita, è importante la partecipazione e non la vittoria sempre ed a qualunque costo. Rispetto alle altre squadre c’è qualcosa di diverso nell’Inter, un qualcosa che rende più umano un calcio degenerato: qualcosa di sentimentale, di gentile, di rispettoso, di generoso e di sportivo ed è rappresentato da Massimo Moratti. Una figura unica nel calcio italiano, c’era soltanto un altro che gli assomigliava: Paolo Mantovani il presidente della Sampdoria che ha vinto lo scudetto.

* Nella stagione 1988/89, l'acquisto di Rabah Madjer, è ufficiale, con tanto di presentazione alla stampa e foto ricordo. Ma dalle visite mediche emerge un infortunio grave che fa saltare l'ingaggio.
(Saleh Zaghloul)

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26 Maggio 2010

Migranti - Famiglie in movimento

“Non si può più parlare di famiglia. Si deve parlare di famiglie, al plurale, perché c’è ormai una pluralità di famiglie: eterosessuali, omosessuali, di fatto, oppure fondate sul matrimonio. Il legislatore però fatica a prenderne atto”. Queste parole di Giovanna Savorani, presidente dei Corsi di laurea in Servizio sociale presso la Facoltà di Giurisprudenza, introducono la presentazione del libro “Famiglie in movimento” (*). Ad ascoltare un’aula piena di ragazze – tra loro anche qualche ragazzo – che studiano per diventare assistenti sociali. Una professione, dice la docente, che deve proporsi azioni “leggere, complesse, preventive, riparative”.

L’iniziativa della presentazione di questo libro agli studenti nasce da una collaborazione tra il Centro Studi Medì – Migrazioni nel Mediterraneo (www.csmedi.it) e la Facoltà di Giurisprudenza.
Oggetto della ricerca, basata su 300 interviste a donne migranti in Liguria e curata da Maurizio Ambrosini e Emanuela Abbatecola, sono le “molte” famiglie migranti, che contraddicono il formato unico che alcuni vorrebbero proporre come modello di una inesistente normalità. Emerge la figura delle madri “transnazionali”: il 53 % ha tutti i figli in patria, il 7 % ne ha un pò qui e un po’ in patria, il 40 % è riuscita a ricongiungerli. Ma anche in questo caso, quello apparentemente più favorevole che noi vediamo come una storia “a lieto fine”, la realtà è variegata e complessa, e Ambrosini avverte: “Si tratta sempre di un nuovo, difficile inizio che va progettato, seguito, curato, e che può avere esiti imprevisti e lontani dalle aspettative”.
Anche quando il ricongiungimento va in porto tra le mani non c’è più quello che si aveva quando si è partiti. Per arrivarci - se ci si arriva, e se lo si desidera davvero - sono necessari in media non meno di sei, sette anni, di cui almeno due per conquistare il permesso di soggiorno. A proposito: solo il 15 % delle intervistate è potuto entrare in Italia con un regolare titolo di soggiorno, e tanto valga per tutti quelli che continuano a distinguere tra “regolari buoni” e “clandestini cattivi”.
Nell’aula attenta le ricercatrici (oltre ai due coordinatori già citati: Deborah Erminio, Francesca Lagomarsino, Maria Grazia Mei) propongono dati e frasi raccolti nel corso della ricerca che offre una visione complessa e per nulla scontata di questa realtà sociale. L’80 % delle donne intervistate sono venute in Italia da sole e sono loro, quando decidono di farlo, ad attivare i ricongiungimenti col coniuge e con i figli. Questo aprire la strada della emigrazione appartiene soprattutto alle donne sudamericane e dell’Est Europa. Mi chiedo quanto questo protagonismo nella immigrazione sia conseguenza, e quanto incida, sui cambiamenti della condizione culturale e sociale delle donne. I dati della ricerca offrono molti spunti per riflettervi. Nel corso della emigrazione il 31 % dei legami familiari si spezza definitivamente, ma queste rotture, prevalentemente, non derivano dal fatto che l’emigrazione è un processo destabilizzante: “In realtà sembra soprattutto vero l’inverso, l’e migrazione rappresenta un’opportunità socialmente legittimata per porre fine ad un’unione matrimoniale che non funziona più. Su 93 donne separate / divorziate 86 erano emigrate da sole … solo 6 sono venute al seguito dei coniugi”.
Ma oltre al coniuge ci sono i figli, e qui si arriva al nodo: “Le madri sono schiacciate da processi di colpevolizzazione e di auto – colpevolizzazione” perché non vi è nessun riconoscimento sociale del fatto che riescano ad inviare ai figli rimasti in patria mediamente 300 euro al mese, un terzo dello stipendio, “Le madri non vengono considerate procacciatrici di risorse materiali. A loro si chiede la cura e l’affetto”. Quindi un padre che emigra continua ad essere un buon padre, mentre una madre che emigra è “una madre che abbandona”. In realtà i figli non sono abbandonati, ma curati da una rete familiare costituita soprattutto da donne (nonne, zie).
Rapporti tenuti vivi da rimesse economiche, regali, telefonate, e rientri in patria in media ogni due anni, aprono riflessioni sul potere o non potere essere madri quando non si può essere fisicamente presenti, e sui nuovi ruoli nella famiglia allargata che in assenza della madre si prende cura dei suoi figli: “Si può essere buone madri anche a distanza. La richiesta di una presenza fisica deriva da una concezione paternalistica”. Ma quello che domina è ancora la censura sociale, e le madri stesse hanno di sé una “immagine filtrata dallo sguardo degli altri”. Emergono strazianti rivelazioni delle rotture che si sono compiute: i figli che non ti chiamano più mamma, che non riconoscono più la tua immagine nella fotografia che hai mandato, le conversazioni telefoniche sempre eguali, tu stessa che incontrando all’aereoporto la figlia improvvisamente cresciuta ti accorgi che ti è estranea, che non provi per lei la prescritta emozione di amore: “la separazione è come quando si incrina un vetro, anche se è apparentemente intatto ha una frattura che non si sana”.
Una donna però rompe l’inconfessabile tabù della “madre che abbandona” e dice “ … Io non avevo nessuna intenzione di ricongiungermi …”. E’ una sola voce esplicita dietro cui probabilmente vi è una realtà più diffusa, che viene percepita dalla rete familiare che osserva le assenze sempre più prolungate, i ritorni differiti “Forse aveva proprio voglia di partire … “.
A conclusione dell’incontro Ambrosini si guarda intorno nell’aula universitaria affrescata, e osserva: “Siamo circondati da simbologie legate alla famiglia. Possiamo quindi capire l’influenza di ciò sulla nostra cultura, e la fatica che implica la de-costruzione di questo modello. E’ importante ragionare sulle rappresentazioni. La ricerca ci aiuta a leggere più lucidamente al realtà”. Che bella lezione!

(*) “Famiglie in movimento – Separazioni, legami, rinnovamenti nelle famiglie migranti” a cura di Maurizio Ambrosini e Emanuela Abbatecola. Ed. Il Melangolo. – La ricerca è stata finanziata dall’Assessorato alle Politiche Sociali della Regione Liguria.
(Paola Pierantoni)

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12 Maggio 2010

Città - Guardandosi intorno

"Può capitare, andando a zonzo, di inerpicarsi per le vie del Castello, sostare con lo sguardo sulle icone, in cui frammenti di vetri colorati brillano come diamanti incastonati dalla devozione popolare, di indugiare su atri di palazzi ora decadenti, ma che ancora portano eco dei fasti passati, nelle eleganti volte a crociera sostenute da severe colonne di gusto classico.
Può capitare di ritrovarsi per caso davanti alla pulsantiera di un citofono, di un edificio distinto, nel groviglio di vicoli del centro storico, nel cuore pulsante della città multietnica, negli strettissimi pressi di scuole che hanno scoperto e valorizzato la ricchezza della diversità culturale.

Allora, improvvisa come un lampo, vi coglierà un'agnizione: si, quello che leggete è proprio quello che c'è scritto. Nessun abbaglio. Nessun inganno. Ed incomincerete a farvi domande: ma chi ha trasmesso i nomi alla tipografia? E chi li ha incisi, non si è fatto domande? E chi ci abita, è d'accordo sul nome affibbiatogli? E del Comune di Genova, istituzione che conferisce quel tono ufficiale ed “istituzionale” alla pulsantiera, qualche riga sotto, nessuno ha mai avuto un sussulto, una perplessità, la percezione di qualcosa che stride?
(Eleana Marullo)

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5 Maggio 2010

Società - Dal primo marzo al primo maggio

“Giù al porto”, in mezzo alla gente di tutte le nazionalità, dov’altro potevamo trovare lo stand del Movimento genovese che ha organizzato a Genova la manifestazione dello scorso primo marzo, lo sciopero degli stranieri, di questi tempi un successo da far impallidire molti partiti e sindacati, diecimila persone che con determinazione, ordine ed allegria hanno sfilato dalla Commenda fino a Piazza Matteotti, con concerto finale. Senza che volasse una parola in più di quelle della solidarietà e della richiesta dei propri diritti di cittadini del mondo.

Al presidio del primo maggio in Piazza Raibetta, in fondo a via San Lorenzo, si è voluta ricordare la natura del Movimento, che insiste molto sui diritti dei nuovi cittadini nel mondo del lavoro: il collegamento con la data della festa dei lavoratori è immediato. Un volantino spiega nei dettagli i sei punti fondamentali, individuati con un coordinamento nazionale insieme a gruppi di molte altre città. Sei punti che sono di una ovvietà disarmante, per chi credeva di vivere in un paese veramente civile e dotato di una costituzione che, sulla carta, è una delle più solide. Invece, leggendo:
1. Nazionalità italiana a chi nasce in Italia, anche da coppie straniere. Nel caso che i genitori perdessero la possibilità di restare in Italia, i bambini che crescono come italiani sarebbero costretti a rientrare in un paese che non conoscono, parlare una lingua ostile, frequentare culture e scuole differenti. La nazionalità del bambino consentirebbe invece di creare un nucleo familiare stabile, garantendo a tutti una vita serena.
2. Studiare un permesso di soggiorno che consenta a chi resta disoccupato di avere il tempo di trovare un altro lavoro duraturo: oggi i sei mesi concessi producono solo clandestini o finta occupazione per chi ha la possibilità di farlo.
3. Revisione integrale della normativa Bossi-Fini e del Pacchetto sicurezza, entrambe ledono la dignità umana e contribuiscono a formare clandestini, che poi sono colpiti per lo status sociale come delinquenti da rinchiudere nei CIE, vere e proprie strutture lager al di fuori della normativa carceraria. Basti sapere che mentre nelle carceri qualsiasi parlamentare ha accesso per verifica, nei CIE questa possibilità è negata.
4. Guerra al lavoro nero, inserendo chi denuncia il datore di lavoro tra le categorie protette dall’art. 18 della legge 40 (quello che prevede l’emissione di un permesso di soggiorno temporaneo alla prostituta che denuncia il protettore).
5. Regolamentare la stampa in modo che sia vietato usare termini razzisti nei giornali.
6. Consentire il voto amministrativo agli stranieri che lavorano regolarmente in Italia.
Si attendono adesso le prossime attività del Comitato, che intende produrre iniziative lungo la strada che porterà alla prossima manifestazione del 1 marzo 2011.
Nel frattempo, l’accoglienza della Nave dei diritti prevista per sabato 26 giugno (*), proveniente da Barcellona. A bordo moltissimi italiani che vivendo in Spagna hanno modo di vedere l’Italia da un punto di vista internazionale, senza i filtri della stampa locale.
* www.losbarco.org
(Stefano De Pietro)

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Società - L'antirazzismo genovese e la sua storia

Due mesi fa Genova ha visto, dopo molto tempo, una grande manifestazione per i diritti degli immigrati, organizzata dal Comitato 1 marzo. Dopo la manifestazione – come spiega Stefano De Pietro nel suo articolo Dal primo marzo al primo maggio - il comitato, in collegamento con altre città, ha proseguito la sua attività, ha definito obiettivi, progetta nuove iniziative.

Osservando il nascere di questa nuova storia è interessante ricordare proprio l’esperienza genovese, dal 1993 al 2001, del Coordinamento delle Associazioni degli Immigrati della Liguria e del Forum Antirazzista di Genova. Il movimento genovese nacque come reazione all’esplodere di un razzismo violento nella nostra città, in particolare nel centro storico, nel luglio del 1993, con le prime ronde razziste armate di bastoni e spranghe a caccia del diverso. Associazioni laiche e religiose, sindacati e singoli immigrati ed italiani iniziarono un lavoro quotidiano, faticoso e soprattutto unitario ottenendo ottimi risultati. La città riuscì a superare la conflittualità nel centro storico ed a ribaltare la situazione diventando, dal 1997 al 2004, una delle città italiane più accoglienti, dove gli immigrati vivevano meglio e la convivenza tra immigrati e genovesi era la più positiva. A Genova si susseguirono iniziative: una grande manifestazione antirazzista con diecimila partecipanti (1995), il corso per mediatori culturali, il primo mercatino multietnico perfettamente in regola per tasse e permessi, il protocollo d’intesa per la scuola, la prima graduatoria per le case popolari che includeva gli immigrati, il primo protocollo di intesa tra questura ed associazioni per l’espletamento delle pratiche di soggiorno, una continua interazione e contrattazione con gli enti locali e con la Regione … Genova è stata inoltre la prima città a modificare il proprio statuto comunale per dare il diritto di voto amministrativo agli immigrati residenti (2004).
Quel lavoro ha avuto successo perché era unitario e rispettoso di tutti i soggetti che volevano dare un contributo, perché era un lavoro fatto per la città, per il paese, dove prevaleva l’interesse generale su quello particolare e perché era un lavoro fatto “con” e non “per” gli immigrati. I singoli cittadini immigrati, erano continuamente coinvolti ed ascoltati, le loro opinioni erano rispettate e prese in considerazione. Le assemblee serali del Forum Antirazzista con gli immigrati che riempivano sempre il Teatrino di San Siro erano frequenti in città. I cittadini immigrati erano protagonisti principali del gruppo di coordinamento delle attività del Forum.
Quando, nel 2001, finisce l’esperienza del Forum Antirazzista non finiscono, in breve tempo, i suoi effetti. La storia recente dell’antirazzismo genovese aiuta a spiegare il successo del primo marzo e può dare forza alla nascita di un nuovo movimento.
(Saleh Zaghloul)

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19 Aprile 2010

Migranti - Ambulanti e vigili: dettagli di un safari

La notizia è comparsa sui giornali dell’11 aprile (Corriere Mercantile, La Repubblica ed. Genova; Il Giornale Ed. Genova): un blitz di alcuni agenti in borghese contro una anziana venditrice abusiva orientale seduta con i suoi cartoni di braccialetti e occhiali in Via Ponte Reale. Secondo alcuni passanti gli agenti sono in borghese, non identificabili, il loro modo di rapportarsi alla ambulante è aggressivo. La loro protesta e richiesta di spiegazioni resta senza risposta, da qui la decisione di telefonare al 112, per far intervenire una pattuglia di Carabinieri. Alla fine tutti, cittadini ed agenti, vengono identificati, e si accerta che “l’operazione” era condotta dalla Polizia Municipale. L’ambulante scappa, pende sui cittadini che si sono intromessi una accusa di favoreggiamento. L’assessore Scidone dichiara di aver dato mandato all’Avvocatura del Comune di valutare l’ipotesi di un danno alla immagine per il corpo della Polizia Municipale, difende l’operato degli agenti di cui è certo che non possano aver agito con violenza o animati da sentimenti razzisti, e aggiunge che “non si può interrompere il lavoro della Polizia Municipale con motivazioni pretestuose, mettendo tra l’altro in pericolo l’incolumità dei passanti, perché sappiamo che quando gli abusivi fiutano il pericolo scappano travolgendo tutto e tutti”. Solidarietà agli agenti anche da parte delle associazioni di categoria degli ambulanti regolari: Anva Confesercenti e Fiva-Ascom, che affermano che l’abusivismo va debellato, e sottolineano che dietro agli ambulanti irregolari stanno organizzazioni illegali che li sfruttano.

Quello che manca in queste cronache, per altro puntuali, sono alcuni “dettagli” che leggo in una mail del gruppo Vivoilcentrostoricovivo, scritta da Cesare Gobbo che, con altre persone, è stato protagonista dell’episodio. Dietro sua autorizzazione, riporto: “Tre persone non identificabili aggredivano una ambulante probabilmente cinese, strattonandola e strappandole di mano un paio di cartoni contenenti occhiali da sole e braccialetti di stoffa … ad una nostra richiesta di identificarsi ci veniva risposto: ‘chi cazzo siete voi … fatevi i cazzi vostri … siamo della Guardia di Finanza’”.
Beh, questa narrazione contiene “dettagli” essenziali a interpretare l’episodio. Il punto non è la legittimità di una azione di controllo, ed eventualmente di repressione, di un comportamento illecito, ma la gratuita mancanza di rispetto con cui questa azione di controllo viene eseguita. Perché una anziana signora cinese sottoposta a un controllo deve essere “strattonata”? Perché a dei passanti che chiedono chiarimenti non si può rispondere in termini anche asciutti, ma corretti? Dove sta questo ricorso al turpiloquio e alla menzogna? Perché nascondersi dietro la Guardia di Finanza?
La mail prosegue osservando: “Non reputando tali metodi ascrivibili a forze dell’ordine abbiamo chiamato il 112”. I metodi, denunciati dal Sig. Gobbo, possono essere considerati indipendenti dalla nazionalità e dalla condizione sociale della signora cinese? Non credo proprio. Ma allora questo si chiama razzismo. La mancanza di rispetto verso i cittadini interventisti viene di conseguenza.
Sullo sfondo la drammatica, quotidiana farsa da guardie e ladri tra venditori ambulanti e forze dell’ordine: le contrattazioni coi turisti improvvisamente si increspano come per una raffica di vento, i lenzuoli vengono annodati, i venditori si disperdono, poi passato il controllo, la superficie del lago si ricompone. Un lago fatto di ostacoli alla regolarizzazione degli immigrati, e di leggi draconiane applicate con discrezionalità. Lo Stato di diritto è lontanissimo.
(Paola Pierantoni)

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14 Aprile 2010

Migranti - Morire per un tesserino scaduto

Il presidente della più grande potenza mondiale Barak Obama ha dedicato la grande parte dei suoi sforzi durante il primo anno della sua amministrazione alla riforma sanitaria. La sua preoccupazione era garantire il diritto alla cura ed alla salute anche alla parte più povera dei cittadini americani. Gli Stati Uniti, per quanto riguarda il diritto alla salute, diventano più europei, più italiani. Eppure sembra che la causa della morte di Rachel, una bimba di 13 mesi, avvenuta il mese scorso a Cernusco sul Naviglio (Milano) sia proprio la scadenza della carta sanitaria del padre nigeriano e le cure rifiutate alla piccola. Una grande tragedia ed una grande sconfitta di ogni cittadino e di ogni responsabile nel campo della burocrazia sanitaria.

La nostra costituzione e le nostri leggi, persino la legge Bossi – Fini, non lasciano alcuna persona, compresi i migranti, senza il diritto alla cura ed alla salute. Come è potuta accadere una simile tragedia? La scadenza di una tessera sanitaria di un cittadino italiano non significa la scadenza dell’iscrizione al Sistema Sanitario Nazionale o la perdita del suo diritto alla cura ed alla salute. Lo stesso discorso vale per il cittadino migrante regolare. La Procura di Milano ha aperto un’inchiesta con l’accusa di omicidio colposo contro ignoti, ma in generale sono convinto che un’applicazione più corretta della legge, in particolare del Testo Unico sull’immigrazione, ci aiuterà ad evitare simili tragedie.
Le norme del D.L. 286/98 (Testo Unico sull’immigrazione) dispongono che gli immigrati regolari “Hanno parità di trattamento e piena uguaglianza di diritti e doveri rispetto ai cittadini italiani per quanto attiene all'obbligo contributivo, all'assistenza erogata in Italia dal Servizio sanitario nazionale e alla sua validità temporale” . Il Regolamento d’attuazione del testo Unico dispone chiaramente che “L'iscrizione non decade nella fase di rinnovo del permesso di soggiorno.”
L'iscrizione cessa soltanto quando la questura comunica alle U.S.L. il mancato rinnovo, revoca o annullamento del permesso di soggiorno, “salvo che l'interessato esibisca la documentazione comprovante la pendenza del ricorso contro i suddetti provvedimenti.”
Occorre dunque una circolare del ministero della Salute a tutti gli assessori regionali alla sanità ed a tutte le ASL (che si comportano in maniera disomogenea a livello nazionale e persino a livello regionale) per una corretta applicazione delle leggi dello stato: la durata dell’iscrizione al S.S.N. degli immigrati regolari deve essere parificata a quella dei cittadini italiani, alla scadenza del permesso di soggiorno non deve corrispondere automaticamente la scadenza dell’iscrizione sanitaria, non ci deve più essere una data di scadenza sul tesserino sanitario dei cittadini migranti salvo nei casi e con le stesse validità temporali previsti per i cittadini italiani (http://www.olinews.it/mt/archives/2009/06/migranti_baster.html).
(Saleh Zaghloul)

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24 Marzo 2010

Elezioni - L'astensionismo visto dai migranti

L'astensionismo è una questione che interessa in modo particolare i cittadini immigrati che non avendo il diritto al voto sono costretti ad astenersi. L’80% degli immigrati genovesi sono residenti in città da oltre 10 anni ed hanno imparato col tempo l’importanza della partecipazione alla vita pubblica cittadina, regionale e nazionale. Il diritto al voto per loro è prioritario, indispensabile strumento d’integrazione e di democrazia. Il forte desiderio di partecipare alle scelte di governo della propria città, della propria Regione e del loro nuovo paese (Italia) fa trovare loro molto strano che il 20-25% dei cittadini italiani si astenga dal voto.

I commenti prevalenti dei “vecchi” immigrati sull’astensionismo sono più o meno questi: “Uno dei maggiori difetti degli esseri umani è che non sanno valorizzare ciò che hanno e che solo non avendolo o perdendolo si rendono conto di quanto fosse importante”. “Il voto è una grande conquista delle lotte per la liberazione e per la democrazia. Non è un caso che le donne l’abbiano ottenuto molto tempo dopo gli uomini e che molti popoli siano ancora in lotta per avere libere e vere elezioni”.
C’è chi si astiene perché è deluso, chi per protesta e chi crede, così facendo, di togliersi ogni responsabilità dell’uso che si sarebbe fatto del proprio voto. In verità egli compie comunque una precisa scelta politica, quella di fare scegliere agli altri, favorendo la scelta della maggioranza dei partecipanti al voto. Egli, passivamente, ma, praticamente, “vota” per il vincitore. Altro che togliersi ogni responsabilità. Altro che protesta.
In realtà ci vuole un voto più responsabile, più informato, più coerente. Le legge elettorale per le regionali, diversamente da quella per le politiche, è molto più democratica e rispettosa del voto dei cittadini: ci permette di scegliere le persone ai quali dare il nostro voto.
Non votiamo razzisti, antisemiti, guerrafondai, secessionisti, non votiamo chi attacca la costituzione, la libertà di informazione ed il diritto di culto delle minoranze religiose.
Non votiamo i responsabili del declino politico, culturale e morale del nostro paese. Votiamo per le persone che difendono la pace, la democrazia, l’uguaglianza, la legalità, la laicità, il rispetto delle regole. Votiamo chi lavora per i diritti universali al lavoro dignitoso, sicuro e regolare, allo studio ed alla salute. Votiamo le persone che lavorano per la convivenza pacifica, l’interculturalità ed il rispetto delle diversità.
(Saleh Zaghloul)

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17 Marzo 2010

Razzismo - La differenza tra noi e loro

Prima pagina, 15 marzo. La persona che telefona è sincera, disarmante. Commenta l’atto di violenza avvenuto a Roma, il gruppo di una quindicina di ragazzi che ha sfasciato un call center bengalese, ferito quattro persone, urlato frasi razziste, senza dimenticare, alla fine, di rubare alcune centinaia di euro. Mentre l’ascoltatore parla prendo appunti, ne vale la pena. Dice testualmente: “Certo è un atto di violenza, ma bisogna vedere le motivazioni …”

Il giornalista della settimana, Daniele Protti dell’Europeo, lo interrompe “Se lei può dirci le motivazioni ci regala una informazione …”. L’ascoltatore prosegue “Viene chiamato razzismo, ma quei quindici ragazzi non è che fossero tutti matti. Ai nostri ragazzi per un lavoro ora offrono 500 euro, perché a un extracomunitario possono bastare, ma non può succedere a un nostro ragazzo che vuole farsi una famiglia, avere una casa dove abitare, comprare i giornali. Loro vivono sotto i portici, a loro possono bastare”. La voce è quella di una persona anziana, pacata, ragionevole, preoccupata per il disagio sociale dei “nostri ragazzi”. Razzismo che diventa senso comune, paesaggio quotidiano, vicino di casa che ci accompagna sempre più dappresso, giorno dopo giorno.
Il giornalista stigmatizza le affermazioni dell’ascoltatore. Obietta che la violenza non è una risposta sociale accettabile. Dice “Lei sta facendo un discorso pericoloso, e cioè che siccome c’è la crisi è comprensibile sprangare i neri”. Ma non coglie il punto, che è quello di attribuire agli “extracomunitari” uno status sub umano. Questo è il passaggio mentale che tutto giustifica: i “nostri ragazzi”, vogliono una famiglia, hanno bisogno di una casa, leggono perfino il giornale. A quegli altri basta un po’ di cibo per non crepare di fame, sotto i portici o sotto i ponti, come bestie.
(Paola Pierantoni)

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10 Marzo 2010

Migranti - Interazioni

Interazione è parola densa. E' parola giusta. Rappresenta soggetti che interagiscono, soggetti che stanno sullo stesso piano o almeno che aspirano allo stesso piano. Che si pongono sullo stesso piano di uguaglianza fondativa, che abitano lo stesso spazio–mondo e si muovono nel comune spazio-tempo, pur a partire da luoghi distanti e da collocazioni nei fili della storia, differenti per spessore, colore, nodi, tragitti.

E' parola diversa da integrazione che disegna sempre un dislivello fra chi integra e chi è integrato e da tolleranza che comunque mette chi tollera al riparo di un sistema di valori, di diritti e di doveri, di sistemi normativi e regolatori per definizione giusti e per presunzione intangibili.
Certo il buon senso e il linguaggio comune ci dicono che è meglio integrare che disgregare e che tollerare è esercizio e presupposto di buona disposizione verso l’altro diverso e che quando si sente ripetere, ormai troppo spesso, tolleranza zero si percepisce che l’intolleranza è a mille. Integrazione e tolleranza sono il male minore o il minimo livello del bene, una soglia instabile pronta a regredire e a precipitare verso l’umiliazione e la violenza che colpisce i deboli, i bisognosi, i richiedenti, gli affamati, gli emigranti. Ma allo stesso tempo degrada chi li esercita non perché ha “la forza della ragione, ma perché ha la ragione della forza”. O la forza e basta.
Il primo marzo, in cui possiamo sentire echeggiare il primo maggio, se abbiamo orecchie libere dal rumore che coarta la nostra vita, è stato un momento forte di interazione fra le comunità dei migranti e i cittadini italiani sensibili alla universalità dei diritti e alla pienezza della democrazia.
E’ stata giornata di incontri e di relazioni sociali, di condivisione e di sostegno reciproco; di aperture e di negoziazione a partire dall’affermazione del diritto allo sciopero, che anche solo sul piano simbolico da’ visibilità e concretezza al valore e all’insostituibilità del lavoro dei migranti. Senza di noi - ormai non potete essere quel che siete diventati, dovete rispettare tutti i nostri diritti, l’interezza delle nostre persone, non solo le nostre braccia.
E possiamo camminare insieme e sorriderci serenamente, senza il ghigno dell’arroganza.
Il cammino era cominciato con le rivolte di Rosarno e di Milano, in cui soggettività mutilate, umiliate e offese avevano rialzato la testa, si erano ritrovate per far sentire la forza delle loro ragioni.

Appendice I. (Interazioni)
Un giovane filosofo, brillante e sensibile, torna sul treno nel suo Sud. Lo scompartimento è pieno. Ha voglia di riposare e magari di riflettere in solitudine. Fra i presenti un quarantenne di grigio vestito e di parola stentorea. Una figura a metà fra un degradato furbetto del quartierino non più ricco e un aspirante portaborse in cerca di collocazione. Un fastidioso megafono che snocciola con noncuranza verso le altrui orecchie tutti i mali causati dall’invasione degli stranieri nella nostra amata e divorata Italia. E pretende risposte dagli altri passeggeri, scruta gli occhi, cerca consenso. Il nostro filosofo cerca come può di difendersi. Pensa al suo amico Abdo, rom macedone con cucina. Niente menù, si prepara quel che detta la fantasia, si mangia insieme, prezzo modico e fisso.
Ma l’assedio è inevitabile; la domanda arriva; “e lei cosa ne pensa?”.
“Io no parlare bene italiano” rispondi con i toni giusti. Gelo, megafono strozzato. Silenzio.

Appendice II (Interazioni)
Alle 23 e 50 del 4 marzo ricevo questo messaggio da un amico fraterno:
“Una fredda notte a Isola del Cantone, il giorno dopo la Befana, a un gruppo di ragazzi marocchini di Trento, mai visti, senza benzina e senza soldi, diedi venti euro. Stasera al casello di Isola mi aspettava una busta portata dal postino con dentro venti euro e un biglietto con scritto “grazie e buona fortuna”. Mi sento come se avessi vinto al Totocalcio o come se mi fossi fatto un bel cannone”. Il mio amico lavora nelle Autostrade ed è un grande contadino.
(Angelo Guarnieri)

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3 Marzo 2010

Primo marzo - A Genova il paese che cresce

Un fiume di gente. Alle sei di sera non era immaginabile. Alla Commenda sembrava ci fossero i soliti. Quei genovesi testardi che alle manifestazioni di piazza “in difesa di” testimoniano la loro esistenza politica, immigrati e genovesi stranieri insieme. E poi bambini, palloncini gialli ad incorniciare gli interventi al microfono prima di partire in manifestazione. Poi il corteo, avanzando verso il centro, si è riempito e le persone si sono aggiunte una dopo l’altra unendosi ai soliti. Quelle persone parlavano tutte la stessa lingua (galleria di immagini).

Il fiume, dietro ad uno striscione, non si poteva quantificare, ma il corpo percepiva fisicamente di farne parte. E se l’Italia che vogliamo è multietnica, ed è terra di diritti, lunedì 1 marzo a Genova quell’Italia è scesa nelle strade e si è presa le sue ore di libertà. Libertà di pensiero, di espressione, di incontro, di politica. Le ore di quella manifestazione sono le ore d’aria che chi era in quel corteo ha concesso a se stesso per testimoniare l’esistenza di un’Italia migliore, profondamente diversa da quella che ci viene propinata tutti i giorni. E’ il paese che cresce, nonostante tutto, esattamente come è cresciuto quel corteo. Bellissimo vederlo nascere e sapere quanta energia lo sostiene.
(Giovanna Profumo)

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16 Febbraio 2010

Globalizzazione - Laboratori sociali e isole multietniche

Dopo l'omicidio di un ragazzo egiziano e i disordini che ne sono seguiti ora a Milano si invocano i rastrellamenti, si fanno fiaccolate del Pdl: tutti cittadini, come dice il candidato della Lega a governatore in Piemonte, che chiedono tutela per i propri diritti. Ma chi governa quel territorio da quindici anni? Ora si scopre che ci sono quartieri-ghetto, scuole a “maggioranza” straniera, lavori rubati agli italiani: luoghi comuni e mezze verità che la crisi economica ha portato allo scoperto in Italia come in tutta Europa.

Così in Francia si preparano “zone speciali” per gli stranieri illegali, dopo uno sbarco di curdi in Corsica: la zona coprirà il perimetro dove verranno trovati i clandestini; non espulsioni ma “partenze umanitarie” verso un paese di origine sicuro, ammesso che ne esista uno, con un'iniziale protezione sul posto. Intanto è al via l'esperimento in Olanda dove ai nuovi arrivati si chiede d'imparare la lingua e di vedere un film… con un bacio omosessuale. E' l'Europa delle isole etniche, dove a Bruxelles un pugno di tifosi è andato a festeggiare la vittoria in un quartiere ad etnia turca, scontrandosi con coetanei al grido di jallah, avanti. La Svezia che ha accolto il 76% di profughi iracheni ora vorrebbe reindirizzarne almeno 10 mila verso altri Paesi Ue, mentre la Germania che ufficialmente non espelle, pratica estradizioni in larga scala, anche per piccoli reati. Questa è l'Unione Europea che fatica a trovare una legislazione comune sull'accoglienza, pare un arlecchino il panorama di provvedimenti e il prezzo più alto lo pagano le città, laboratori sociali dove si sperimenta l'integrazione, in attesa di un'Unione che non c'è. La vera notizia è che l'immigrazione è in calo per via della recessione.
L'unica isola multietnica apparentemente felice la trovi oggi alle olimpiadi di Vancouver. Lì, la più bella gioventù del mondo si misura senza distinzione di razza: ragazzi che hanno sacrificato tempo e forze per poter partecipare al grande circo bianco. Non solo campioni e sponsor, ma giovani anche di piccole nazioni che coronano un sogno. Poche sgarberie, qualche frecciatina, ma poi conta solamente quel manto bianco, neve o ghiaccio perfidi. L'unica differenza è che i big sono arrivati prima e in business class, ma i più in classe turistica la sera stessa. A questi apparteneva Nodar, il ventunenne georgiano slittinista di terza fascia, che ha trovato la morte dietro una curva della pista più veloce del mondo: infranti un sogno e una vita per un record. Ora dicono che per i migliori la velocità non è un problema, per gli altri invece è un pericolo la curva ribattezzata “50-50” perché già ai campionati del mondo metà dei concorrenti era volata. Ma alle olimpiadi s'iscrivono tanti, anche solo per poter dire io c'ero, come il giovane kazaco che non avrebbe mai gareggiato per il suo paese se non fosse caduto il muro o l'etiope che ha schettinato come poteva, esercitandosi nel suo paese in guerra e con la pista da ghiaccio che non c'è.
(b.v.)

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Migranti - Via Padova arriva da lontano

Via Padova a Milano del 2010 mi ricorda il centro storico di Genova del luglio 1993. Quei problemi Genova li ha superati aprendo ai migranti, ai loro diritti ed alla loro integrazione. Le giunte Sansa e Pericu operarono con intelligenza e determinazione fortemente sostenuti dall’allora arcivescovo di Genova Tettamanzi, dal sindacato confederale e dalle associazioni laiche e religiose. Sulle politiche abitative, ad esempio, il Comune di Genova ha dato il diritto all’iscrizione nelle graduatorie agli immigrati regolari molto prima della legge nazionale. Sul diritto al voto amministrativo la delibera del consiglio comunale di Genova è stata cancellata dal governo nazionale. I migranti si sentivano riconosciuti e rispettati, Genova iniziava ad essere anche la loro città. Milano è stata governata da un sindaco leghista Formentini, dal 1993 al 1997, da un sindaco di Forza Italia Albertini, fino al 2006, da un sindaco di Forza Italia, Letizia Moratti, fino ad oggi. La Regione Lombardia, dal 1995 ad oggi, è governata da Formigoni, Forza Italia. Dal 1993, il paese è stato governato per circa il 70% del tempo da Forza Italia, Alleanza Nazionale e Lega.

Le leggi nazionali che hanno governato l’immigrazione in Italia dal 1995 ad oggi, a partire dal decreto Dini, sono leggi basate sulla repressione e sulle espulsioni, non sull’integrazione. La Lega Nord, allora considerata una “costola della sinistra”, fece fare al centro sinistra una radicale svolta a “destra” sulle politiche migratorie in cambio dell’uscita dal primo governo Berlusconi e del sostegno al governo Dini. Il decreto Dini reiterato più volte senza essere convertito in legge, venne incluso quasi interamente nella legge Turco – Napolitano del 1998. Nel 2002 la legge Bossi-Fini ha peggiorato la Turco – Napolitano pur mantenendone la parte maggiore. E come se non bastasse nel 2009 arriva ancora il decreto sicurezza.
Ha dunque tutte le ragioni il segretario del Partito democratico, Pierluigi Bersani a dire che: “Fa impressione sentire le alte grida della destra e della Lega. Governano loro il Paese, la Regione, la città. Si facciano carico del fatto che è fallita una politica di integrazione e di sicurezza e non scarichino le responsabilità. Coltivare questi problemi per fare consenso e non risolverli mai non è più accettabile”. Ma per risolvere seriamente i problemi del governo dell’immigrazione occorre una svolta sulle politiche migratorie del partito democratico e del centro sinistra pari e contraria a quella del decreto Dini (della legge Turco – Napolitano) verso l’integrazione, l’uguaglianza ed i diritti di cittadinanza.
(s.z.)

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10 Febbraio 2010

Migranti - La legge era buona: cancelliamola


Erano importanti le misure contenute nell’art. 48 del disegno di legge recante "Disposizioni per l'adempimento di obblighi derivanti dall'appartenenza dell'Italia alle Comunità europee - Legge comunitaria 2009", in discussione la settimana scorsa in Aula al Senato (OLI 247).
Garantivano retribuzioni e contributi previdenziali anche ai lavoratori immigrati privi di permesso di soggiorno assunti irregolarmente ed il diritto del sindacato a difenderli, prevedevano il rilascio di permesso di soggiorno temporaneo per ricerca lavoro per i lavoratori irregolari che denunciano lo sfruttamento lavorativo o le condizioni di illegalità del loro rapporto di lavoro e soprattutto prevedevano la non applicazione delle sanzioni a carico di quei datori di lavoro che scegliessero di autodenunciarsi e fossero disposti a regolarizzare la posizione dei lavoratori impiegati clandestinamente.

Queste disposizioni erano necessarie per l'attuazione della Direttiva 2009/52/CE, relativa a sanzioni e provvedimenti nei confronti di chi impieghi alle proprie dipendenze cittadini stranieri in condizioni di soggiorno illegale. Approvandole il Senato della Repubblica avrebbe completato il lavoro del Parlamento europeo sancendo che il lavoro nero e lo sfruttamento dei lavoratori migranti irregolari si combatte attraverso la lotta alla clandestinità, prevedendo meccanismi permanenti di regolarizzazione.
Ma dato che erano disposizioni davvero importanti di cui il paese ha urgente bisogno, come dimostrano i fatti di Rosarno, la maggioranza, al Senato, ha deciso di stralciare l'art. 48 dal disegno di legge con la motivazione ufficiale che il Governo sta elaborando un provvedimento articolato in materia. Molto probabilmente il governo continua a credere nella logica sbagliata e fallimentare della legge Bossi-Fini secondo la quale l’immigrazione clandestina si combatte attraverso la lotta ai lavoratori migranti irregolari costretti a lavorare in nero imprigionandoli nei Cie (Centri di identificazione ed espulsione), espellendoli e prevedendo per loro il reato di clandestinità. Mai sperato così tanto di sbagliare giudizio.
(Saleh Zaghloul)

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3 Febbraio 2010

Immigrazione - Questa non è una sanatoria

Che l'argomento clandestini non fosse chiuso, era scontato. Troppi interessi in gioco, troppo impatto sociale, troppo peso elettorale.
“Per noi non esiste la parola sanatoria”, tuonava Maroni, a maggio 2009, gonfiando i muscoli e rassicurando l'elettorato impaurito dal bombardamento mediatico. Invece nell'estate è arrivata la “sanatoria badanti”, che seppure non abbia riscosso il successo sperato e sia ancora impantanata nelle tortuosità burocratiche in molte città, ha fatto emergere dalla clandestinità tante persone, uomini e donne, tra cui - presumibilmente - anche qualche badante.

Sembrava che tutto si fosse, nuovamente, fermato, a causa di più rilevanti impegni all'agenda del governo, quando Rosarno ha dato un colpo di accelerazione. Il timore di disordini sociali più gravi di quelli avvenuti in Calabria ha portato in Senato un pacchetto di misure per l'emersione dall'irregolarità e dal lavoro nero. Un primo provvedimento prevede che gli irregolari ottengano un permesso di soggiorno provvisorio in cambio della denuncia della propria condizione di clandestinità: il permesso provvisorio è necessario a trovare un'occupazione, se alla scadenza di esso l'irregolare non ha trovato un lavoro si procede all'espulsione. Il secondo provvedimento stabilisce una sanatoria per i datori di lavoro che intendono autodenunciarsi, qualora siano disposti a regolarizzare i lavoratori ed a pagare i contributi arretrati (Corriere della Sera, 28 gennaio).
Il pacchetto fa parte della cosiddetta Legge comunitaria 2009, che recepisce recenti direttive europee, passerà alla Camera prima di diventare operativa, e, a quanto affermato dai mezzi di informazione, mette d'accordo maggioranza e opposizione.
Il fatto è veramente bizzarro, dal momento che l'approvazione della legge svuoterebbe di significato il famoso “pacchetto sicurezza” di Maroni, che tanto ha fatto discutere per l'introduzione del reato di clandestinità e per le violazioni delle direttive comunitarie. I provvedimenti in discussione ricordano molto da vicino la sanatoria “ad personam” effettuata nel 2007 in Francia da Sarkozy (http://www.stranieriinitalia.it/attualita-francia_in_arrivo_la_sanatoria_per_gli_irregolari_811.html ), tranne che per un aspetto. In quel caso, si ebbe il coraggio di chiamarla per quello che era: una sanatoria, appunto. Per ora il termine ed il concetto di regolarizzazione non compaiono né sui mezzi di informazione né dalle parole dei politici, forse sarebbe disdicevole in tempo di elezioni. Come diceva Magritte, Ceci n’est pas une pomme.
(Eleana Marullo)

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20 Gennaio 2010

Migranti - Sant'Egidio e il sogno dei black italians

Claudio, che è un ricercatore all’università e maestro volontario di italiano agli immigrati, tiene a braccetto Saliou: un metro e novanta di muratore senegalese con una coccina terribile. Insieme se la ridono mentre la band intona una vecchia canzone di Toto Cotugno; «lasciatemi cantare, con la chitarra in mano», cantano a squarciagola e sul finale, alzano ancora la voce: «io sono un italiano, un italiano nero».
Domenica. Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato. Chissà dove sono andati a ripescarla questa ricorrenza, quelli della Comunità di Sant’Egidio: era il 1914 e un papa genovese, Benedetto XV, alla vigilia della Grande guerra proclamò una giornata in cui riflettere sul dramma dei rifugiati.

Allora i migranti si chiamavano Natalina ed Amedeo e si imbarcavano da Genova verso altri continenti. Oggi sono Bilal e Carmen: raccolgono le nostre arance e accompagnano a fare la spesa i nostri nonni, cioè i fratelli di Natalino ed Amedeo. Le immagini di Rosarno hanno colpito tutti, non c’è dubbio. Ma forse quello che desta più preoccupazione è il pensiero dell’alternativa: se non Rosarno, che cosa? «Vivere insieme – mi spiega con calma Claudio dopo aver smesso di cantare – non è una cosa che si può improvvisare, ma è un arte che richiede pazienza, studio, immaginazione».
Ecco il perché di questa festa: “Impariamo a vivere insieme”, l’hanno chiamata. E c’erano veramente tutti, a Palazzo Ducale, nel “salotto buono” della città, sotto lo sguardo compiaciuto del padrone di casa, il “doge” Luca Borzani: nigeriani e somali, albanesi e romeni, ecuadoriani, filippini, bengalesi, rom. E poi, ovviamente gli italiani: tanti giovani, ma anche anziani e bambini. Hanno fatto festa, ballato, hanno ascoltato le testimonianze di molti di loro e le parole piene di sapienza di don Marino Poggi. La sindaco è intervenuta – qualcuno dice di averla vista ballare – e ha detto qualcosa di piccolo, ma importante: «non mi rivolgo a voi come a stranieri, ma come a genovesi».
Eccolo, il centro della questione: l’alternativa a Rosarno è l’integrazione vera, è il sogno di eurafricano di Senghor, è la prospettiva che un giorno si potrà dire italo-africano con la stessa naturalezza con cui si dice afro-americano. Per dirla con Claudio e Saliou: un italiano nero.
È un sogno, certamente. Ma è anche una proposta di legge da anni in parlamento con la speranza che venga finalmente approvata: una riforma che permetta ai figli di immigrati nati in Italia di ottenere la cittadinanza per evitare il paradosso di ragazzi che si sentono italiani, ma che non lo sono.
Nella confusione della festa, il giornalista della Rai cerca i somali per intervistarli. Qualcuno si guarda attorno: «saranno andati a lavorare». L’unico che sorride è Claudio, che è il loro maestro e li conosce bene. Quando arrivano, un paio hanno il muso lungo. «È che ha perso il Genoa – li sfotte Claudio – sono passati al bar a vedere la partita».
Condividere le gioie e i dolori. Anche questa è cittadinanza.
(Sergio Casali)

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3 Dicembre 2009

Migranti - Mimetismo e ghetti culturali

Capita di chiedere ad un genovese "ma come fai a dire che gli immigrati sono tutti delinquenti quando Mohammed è uno dei tuoi migliori amici?", e di sentirsi rispondere: "Mohammad è bravo, ed è diverso dagli altri immigrati".
Specularmente, chi arriva intuisce subito che per farsi accettare dagli italiani deve lanciare il messaggio di essere "diverso" dagli altri migranti, e che occorre pagare il prezzo di dissociarsi dalla propria cultura e religione d'origine. E' esperienza comune, che nasce dalle chiacchiere e dai rapporti quotidiani, ma in una ricerca di qualche anno fa si ritrovano, nero su bianco, le stesse cose. Nel gennaio 2001 nel corso della iniziativa "Schegge di Nord Africa" la Cgil presentò tredici interviste a donne nord africane: al centro c'era il loro rapporto con la città e i suoi abitanti. Bene, in dodici su tredici si trovano fasi come:

... Non ho amici marocchini, a parte questa ragazza, perché hanno una mentalità diversa
Io vado più d'accordo con amici italiani che stranieri
Amicizia la faccio molto più volentieri con le persone di cultura italiana
Ho più rapporti di amicizia con italiani che con connazionali
Mio nipote parla bene italiano, ha molti amici italiani, esce sempre con loro
La maggior parte dei miei amici sono italiani...

Al grande investimento da parte dei migranti nel rapporto con gli italiani corrisponde la grande fatica della società italiana ad accettare ogni tipo di pluralismo. Sentirsi escluso e rifiutato è forse il male peggiore che può subire un essere umano, un male che colpisce l'equilibrio psicologico delle persone e ti porta a gridare a gran voce: "Non sono come gli altri, sono come te, accettami, anche io non li sopporto".
Non accettare la diversità degli altri ostacola il mescolarsi delle persone e premia invece l’inutile e dannosa assimilazione e il "mimetismo": si aprono le porte (dei mezzi di informazione, della politica, ecc.) a coloro che parlano male della propria religione, della propria cultura e degli altri migranti, e chi non intende rinunciare alla propria diversità viene sempre più spinto a vivere chiuso nella propria comunità nazionale o religiosa. Occorre intervenire in tempo affinché la nostra società non sia sempre più suddivisa in molteplici ghetti materiali e culturali ed affinché non perdesse la grande ricchezza delle diversità.
(Saleh Zaghloul)

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28 Ottobre 2009

Migranti - Quando il governo ci ripensa

Il decreto sicurezza entrato in vigore ad agosto, prevede per i migranti l’obbligo di esibizione del permesso di soggiorno per gli atti di stato civile, ma la circolare del Ministero dell’interno n. 19 del 07 agosto 2009 chiarisce che “Per lo svolgimento delle attività riguardanti le dichiarazioni di nascita e di riconoscimento di filiazione (registro di nascita - dello stato civile) non devono essere esibiti documenti inerenti al soggiorno trattandosi di dichiarazioni rese, anche a tutela del minore, nell'interesse pubblico della certezza delle situazioni di fatto”.

C’è stato quindi un ripensamento da parte del governo. Il decreto sicurezza del resto è stato approvato con il voto di fiducia, altrimenti non sarebbe passato: sui provvedimenti riguardanti l’immigrazione infatti ci sono contraddizioni all’interno della stessa maggioranza governativa. Vedi, ad esempio, le posizioni del presidente della Camera (diritto di voto amministrativo e cittadinanza per i figli degli immigrati nati in Italia) ed il duro attacco che lo stesso ha subito da un’altra parte della maggioranza. Inoltre, durante l’iter parlamentare del decreto sicurezza il governo è stato battuto più volte prima del ricorso al voto di fiducia, e durante il voto di fiducia il governo ha dovuto accogliere numerosi ordini del giorno presentati da parlamentari della stessa maggioranza che modificavano i contenuti del decreto. Uno di questi ordini del giorno riguardava proprio le dichiarazioni di nascita e di riconoscimento dei figli, e chiedeva la loro esclusione dall’esibizione dei documenti di soggiorno.
Il rapporto quotidiano con le persone mi fa avanzare una ipotesi: su immigrazione e razzismo i cittadini italiani sono più avanti dei politici, la maggior parte è favorevole alla presenza, al lavoro, ai diritti degli immigrati. Il rilievo crescente che hanno le posizioni xenofobe della Lega derivano dal ruolo determinante che questa forza politica ha per la tenuta della maggioranza governativa, ma questa fase politica anomala prima o poi passerà e il peso delle forze xenofobe tornerà nei limiti delle vere dimensioni di un consenso popolare comunque minoritario. Troppo ottimista?
(Saleh Zaghloul)

Posted by Admin at 00:49 | Comments (0)

16 Luglio 2009

Migranti - La badante a perdere

"Sono giเ grave peggio di cosi non si può finire ho perso quasi sensibilita delle dita , non come pensi tu io dito li muovo stringo in pugno ma pugno si stringe rittardo e punta delle dita sempre addormenta, e mi fa male polso. ma tu non lo sai tutta la storia io ieri avevo detto che mi famale tanto e che io vorrei andare al pronto ma questa qui me lo fatto la scenna che io decisa di lasciare perdere e aspetare ancora un pò".

Katiuska ่ una ragazza che ha accettato di lavorare "seppelllita", come si dice nell'ambiente, ossia due mesi chiusa in casa da sola con un vecchietto di novant'anni, senza mai uscire se non per portare la spazzatura per 5 minuti al giorno. Ha scelto di fare anche i sabati e le domeniche per recuperare l'ingente somma di denaro necessaria per mettere a punto il ricongiungimento familiare del figlio.

Con un vicino di casa che controlla che non arrivino "visite maschili", assolutamente vietate, le sono concesse poche ore al giorno di visita di donne, possibilmente colleghe in modo da garantire il ricambio della badante per i mesi a venire. Qualche impegno inderogabile pesa sul suo portafoglio per pagare una sostituta. Solo che lei la pagano 1,78 euro all'ora mentre lei a sua volta per le poche ore che sta fuori deve pagare a 7/8 euro all'ora alla sostituta. Quindi ogni ora libera le costa 4 ore di lavoro. Il giorno del suo compleanno decide di uscire 4 ore, valgono come 16.
A complicare tutto, da qualche giorno spunta un problema di salute, una vecchia emiparesi latente al braccio sinistro che ricomincia a manifestarsi con perdita di sensibilitเ all'avambraccio e a due dita in conseguenza di una operazione chirurgica. E' una situazione complessa, la "datrice di lavoro" si comporta con assoluta indifferenza al problema della ragazza, preoccupandosi solo che la badante naturale in ferie, quella che Katiuska sta sostituendo con i due mesi di seppellimento, non dเ segni di vita. Unica sua preoccupazione ่ trovare un'altro robot di carne per assistere il padre, ridotto in condizioni mentali terminali tali da confondere la poltrona con il gabinetto (e problemi conseguenti per la badante). D'altra parte Katiuska, essendo assunta in nero, teme che andando al pronto soccorso, la donna possa operare delle ritorsioni per aver abbandonato prima il lavoro. E di accompagnarla in un ospedale o chiamare almeno un medico, come dovrebbe fare una persona civile, n on se ne parla proprio.
Per ora Katiuska ่ autosufficiente. Se vuole esce, prende un taxi, va in un ospedale. Non rischia nulla, ha il permesso di soggiorno, amici che la possono assistere se dovesse essere ricoverata. Ma cosa accadrebbe se peggiorasse improvvisamente?
(Stefano De Pietro)

Posted by Eleana at 11:05 | Comments (0)

8 Luglio 2009

Migranti - 1998, quando c'era la speranza

Autunno 1998. Al centro Civico di Cornigliano per tre settimane la mostra “Numeri Arabi” fece da cornice a rappresentazioni teatrali, musica, dibattiti: uno di questi aveva per titolo “Tra paura e normalità”.
Scorrendone la trascrizione conservata nell’Archivio del Forum Antirazzista di Genova, si incontrano gli argomenti di adesso, solo che allora c’erano lavori in corso diretti verso la speranza.
Le paure “degli” immigrati erano tante e drammatiche già allora, e l’elenco che ne fu fatto resta una buona descrizione della condizione immigrata in tutti i tempi, ma si poteva anche dire: “Dal 1990 ad oggi si sono moltiplicate anche le situazioni normali per un numero crescente di immigrati…”.
C’era un confronto aperto e costante tra la rete delle associazioni e la amministrazione comunale. C’era ancora la speranza di far cogliere alla politica, alla sinistra, l’immensa scommessa politica che Genova poteva giocarsi sulla immigrazione.


Si sottolineava l’intreccio strettissimo “tra immigrazione e politica culturale, assetto urbanistico, politica della casa, politiche del lavoro, politiche sociali e socio-sanitarie” e si chiedeva agli assessori della giunta Pericu presenti al dibattito “una unificazione di tutti gli ambiti di competenza e la attribuzione di una precisa e forte responsabilità sull’insieme di queste questioni ad un assessore con pienezza di mandato, e con una adeguata struttura di supporto”.
La delega alla immigrazione doveva essere “politica”: questo era il terreno aperto dalla precedente giunta Sansa. Già si faceva strada la delusione (“Questa amministrazione comunale è latitante. Pare che adesso mettano il problema della immigrazione nel calderone dei servizi sociali… siamo andati indietro rispetto alla amministrazione precedente”), ma non era tramontata la speranza che Genova sapesse coniugare “la politica sulla immigrazione col ruolo e le opportunità di Genova nell’ambito delle politiche comunitarie e internazionali”, che sapesse mettere insieme “la costruzione di un più alto livello di convivenza con la costruzione di opportunità per il suo futuro”. Ma questa strada non è stata percorsa.
Il terreno di consenso o indifferenza che ha permesso il decreto sicurezza è stato preparato anche dagli innumerevoli atti mancati della sinistra. Qui a Genova, ed altrove.
(Paola Pierantoni)

Posted by Eleana at 13:54 | Comments (0)

Informazione - L'apertura di un nuovo sguardo

“MediAttori” è un progetto finanziato dal Ministero del Lavoro che si concluderà il 31 maggio 2010. Capofila l’associazione COSPE (www.cospe.org), scopo quello di stendere una mappa dei cittadini immigrati di prima e seconda generazione che operano nel settore della comunicazione, di creare tra loro una rete, di favorirne la collaborazione con i mezzi di informazione a larga diffusione (a partire da Internazionale), e di valorizzarne le competenze giornalistiche per “accreditarli come portatori di nuove prospettive sull’Italia Multiculturale”.
I territori coinvolti dal progetto del COSPE sono Emilia-Romagna, Friuli Venezia Giulia, Lazio, Liguria, Piemonte, Puglia, Toscana.

Gli altri partners sono: Di mondi; Etnoblog (www.etnoblog.org) ; G2 – Seconde Generazioni (www.secondegerazioni.it); Piemondo; Osservatorio Sud (www.osservatoriosud.org); Provincia di Bari; Comuni di Firenze e Torino; Internazionale (www.internazionale.it) Il 26 giugno a Genova si è svolto uno degli incontri, ed OLI è stata invitata a partecipare.
Le persone che hanno partecipato erano cittadini immigrati, o italiani di origine straniera, che avevano all’attivo esperienze – alcune professionali, altre più artigianali – nel campo della informazione. Tra di loro vi era chi aveva uno specifico interesse a vedersi formalmente riconosciuta la qualifica professionale e ad accedere all’Ordine dei Giornalisti.
Per altri lo scopo era quello di creare o consolidare per le loro comunità spazi di espressione su carta stampata, o su internet, o tramite trasmissioni radiofoniche.
La speranza generata dall’incontro è che possa favorire l’apertura di un nuovo sguardo su di noi, sulla nostra città.
Lo sguardo utile per capire cosa stiamo facendo, in che direzione stiamo andando, passa attraverso gli occhi di quelli che finora sono stati solo oggetto della informazione.
Nel corso dell’incontro si è fatto riferimento a due ricerche di Andrea Macciò nel territorio ligure: la loro lettura permette di decodificare i messaggi veicolati dai media e di capire come viene prodotto l’aumento della paura pubblica: uso di generalizzazioni improprie; schiacciamento della rappresentazione dei migranti sulla cronaca nera e giudiziaria; l’idea della massa “indifferenziata” degli “stranieri” composta da immigrati, rifugiati e richiedenti asilo, figli d’immigrati, giovani nati in Italia; invisibilità delle istanze sociali, personali, culturali delle “seconde generazioni” a cui viene data parola solo in qualità di vittime di particolari tipi di reato o come componenti delle cosiddette “bande”; la tendenza a far parlare attori “istituzionali” che riduce la possibilità che giovani figli/e di persone immigrate abbiano voce in capitolo. Ecco i titoli e i link delle ricerche:
“La rappresentazione dei migranti e della società multiculturale nei media genovesi”, 2008 (www.mmc2000.net/docs/57Rapporto_Circolo_studio_rappresentazione_migranti_media_genovesi) monitoraggio svolto dal 21 al 30 gennaio 2008 delle sezioni locali di cinque quotidiani (Il Secolo XIX ed. Genova e Levante, Il Corriere Mercantile ed. Genova e Levante, La Repubblica ed. Genova, City, Metro, Leggo, i telegiornali regionali di Primocanale, Telegenova, Raitre; il giornale radio delle 19 di Radio Babboleo. “L’immagine delle seconde generazioni nei media genovesi, 2009” http://www.mmc2000.net/docs/67Iimmagine_delle_seconde_generazioni_nei_media_genovesi monitoraggio svolto dal 20 al 29 Ottobre 2009, sulle stesse testate (esclusi i quotidiani gratuiti).
(Paola Pierantoni)

Posted by Eleana at 13:49 | Comments (0)

Badanti - La carità pelosa della regolarizzazione

Cos’è questa divisione dei migranti in una parte femminile innocente ed una parte maschile pericolosa? Da una parte le badanti da regolarizzare e dall’altra i temibili operai edili, metalmeccanici, agricoli ecc. da escludere.
Quale logica c’è dietro a questa divisione degli esclusi che pare condivisa dalla parte consistente della politica e dell’informazione?

C’è il vecchio/nuovo maschilismo secondo il quale alla inferiorità delle donne corrispondono meno opportunità ma anche minore responsabilità penale.
Le stesse donne immigrate sono divise tra badanti e altre lavoratrici che non saranno regolarizzate: nostalgia di un passato dove “andare a servizio” era l’unico lavoro che potevano sperare le ragazze del popolo. Cos’è poi questo silenzio del mondo delle imprese? E’ mai possibile che le vecchiette italiane abbiano la voce più alta di quella di Confindustria?
La regolarizzazione deve riguardare tutte le persone che lavorano e tutti i settori lavorativi.
Intervenire oggi contro la logica della carità pelosa per le “badanti” immigrate è molto più efficace che in occasione dell’8 marzo: democratici e laici sono invitati a prendere posizione.
(Saleh Zaghloul)

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2 Luglio 2009

Diritti - Non li reclama più nessuno?


“A dire il vero, li avevo ereditati... Vede, non ero ancora nata che i grandi d’Europa già ne discutevano, i diritti li ho ricevuti fatti e impacchettati, come la collana di perle della nonna, e forse li davo per scontati.”
“Cara signorina, scusi se la interrompo, doveva stare più attenta. La distrazione, sulle cose serie, proprio non la concepisco. Posso capire perdere un ombrello, un cappellino...Ma i diritti! Vabbè, lasciamo stare... Continuiamo la lista?”
“D’accordo. Ma mi tolga una curiosità: sono l’unica che s’è accorta di averli persi?"
“Credo di no, signorina, ma ultimamente i diritti non li reclama più nessuno.”

9)Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo (1948): art. 6. Ogni individuo ha diritto, in ogni luogo, al riconoscimento della sua personalità giuridica.
10) art. 13. Ogni individuo ha diritto di lasciare qualsiasi paese, incluso il proprio, e di ritornare nel proprio paese.

11) art. 23. Ogni persona ha diritto al lavoro, alla libera scelta dell’impiego, a giuste e soddisfacenti condizioni di lavoro ed alla protezione contro la disoccupazione. 12) art. 24. 1. Ogni fanciullo, senza discriminazione di razza, colore, sesso, religione, origine nazionale o sociale, condizione economica o nascita, ha diritto a quelle misure protettive che richiede il suo stato minorile, da parte della famiglia, della società e dello stato. 2. Ogni fanciullo deve essere registrato subito dopo la nascita e ad avere un nome. 3. Ogni fanciullo ha diritto ad acquisire una cittadinanza. Dichiarazione e convenzione sull’esercizio dei diritti dei minori art. 8. Gli stati parte si impegnano a rispettare il diritto del fanciullo di conservare la propria identità, nazionalità, nome e relazioni familiari, quali riconosciuti per legge, senza interferenze illegali 13) Dichiarazione e convenzione sull’eliminazione di ogni forma di discriminazione razziale (1963). Art.2.2. Nessuno stato deve incoraggiare, raccomandare o sostenere, attraverso misure di pubblica sicurezza o in altro modo, la discriminazione fondata sulla razza, il colore o l’origine etnica praticata dai gruppi, dalle istituzioni e dagli individui.
14) art. 9. Ogni propaganda e organizzazione fondate sull’idea della superiorità di una razza o di un gruppo di persone dello stesso colore o origine etnica, che agisce in vista di giustificare o di incoraggiare una qualsiasi forma di discriminazione razziale, saranno severamente punite o condannate
15) Convenzione sull’eliminazione di ogni forma di discriminazione razziale (1965). Art. 2.e) Ogni parte si impegna a favorire, all’occorrenza, le organizzazioni e i movimenti integrazionisti multirazziali e altri mezzi propri per eliminare le barriere fra le razze, e a scoraggiare ciò che tende a rinforzare la divisione razziale.
....
(Le convenzioni citate - qui e in OLI 231- sono state formulate tra il 1948 ed il 1984 dagli organismi internazionali che operano nell’ambito dei diritti umani e si ispirano a principi universali. L’Italia le ha ratificate ed adottate, dovrebbe quindi essere impegnata al rispetto di esse.
La “lista dei diritti smarriti” è incompleta e si propone di essere un strumento, per chi vorrà aggiornarla e magari, un giorno, andarli a reclamare. (I testi delle leggi sono stati tratti da Defilippi C. Bosi D. 2001, Codice dei diritti umani, Ed. Giuridiche Simone).
(Eleana Marullo)

Posted by Eleana at 01:30 | Comments (0)

Diritti - Quelli dei migranti e quelli delle donne

Il 3 giugno, il presidente della Camera Gianfranco Fini ha detto alla Comunità di Sant’Egidio, sua ospite a Montecitorio che “I figli degli immigrati nati in Italia che frequentano le scuole è giusto che abbiano la cittadinanza”.
Secondo “Generazione 2”, associazione dei figli degli immigrati nati in Italia, la cittadinanza è il problema prioritario.
Quando questi ragazzi scoprono che non avere la cittadinanza li priva di una serie di diritti e servizi riservati ai cittadini italiani, si sentono fortemente discriminati e ne sono profondamente colpiti.

Occorre modificare la legge sancendo l’automaticità del diritto alla cittadinanza per tutti coloro che nascono in Italia. La legge 91/92 prevede invece che debbano fare una domanda entro un anno dal raggiungimento della maggiore età se hanno vissuto legalmente e senza interruzione di residenza in Italia.
Accade molto spesso che per certi periodi siano stati irreperibili per gli uffici dell’anagrafe e che la domanda non venga presentata entro un anno: diventa così molto difficile ottenere la cittadinanza.
Le rigidissime norme della legge 91/92 sono vecchie e risalgono di fatto alla legge della cittadinanza del 1912. In base a questa legge, ad esempio, fino al 1975, la donna italiana che sposava un cittadino straniero perdeva la cittadinanza italiana, fino a quando la Corte costituzionale con sentenza 87/75 ne ha dichiarato l'illegittimità nella parte in cui prevede la perdita della cittadinanza italiana indipendentemente dalla volontà della donna.
Solo dal 1983 la donna italiana ha potuto trasmettere la cittadinanza italiana ai figli nati dal matrimonio con un cittadino straniero, quando la Corte costituzionale con sentenza 30/87, ha dichiarato costituzionalmente illegittimo l’art.1, par.1, della legge del 1912 che stabiliva la condizione di cittadino solo per i nati da padre italiano. Fino a poco tempo fa erano discriminate le stesse cittadine italiane ed i loro figli, mai come allora fu così evidente l’unicità della lotta per l’emancipazione delle donne italiane e la lotta alla discriminazione razziale.
Occorre superare le culture arcaiche per stare al passo delle nuove società democratiche nelle quali le diversità non devono influire sull’accesso ai diritti.
(Saleh Zaghloul)

Posted by Eleana at 01:21 | Comments (0)

Migranti - Soggiorno e occupazione: un legame da sciogliere

Quando un lavoratore immigrato perde il lavoro e non ne trova un altro entro sei mesi perde il permesso di soggiorno col risultato che l’immigrato resta in Italia da irregolare o da “clandestino” come alcuni usano dire. Questo legame tra contratto di lavoro e permesso di soggiorno è auto lesivo: non danneggia solo gli immigrati, ma gli stessi interessi italiani.
La sospensione del rapporto lavoro/permesso in questa fase di crisi è stata sollecitata sia dai sindacati (in particolare dalla CGIL), sia dalle associazioni dei datori di lavoro interessati a ripartire, finita la crisi, con lavoratori già formati professionalmente e che conoscono la lingua e il sistema italiano.


In alcune città come Verona, Pavia e Treviso, ci sono state delle intese informali con le questure per raddoppiare la durata del permesso di soggiorno del disoccupato da 6 mesi a 12 mesi.
La circolare del Ministero dell’Interno del 06 maggio 2009, stabilisce invece che il permesso di soggiorno per attesa occupazione da rilasciare all’immigrato che perde il lavoro non può essere superiore a sei mesi. Occorre modificare la normativa ed è in contraddizione con la convenzione OIL n. 143/75, ratificata dall’Italia, che dispone (art. 8) che “il lavoratore migrante non potrà essere considerato in posizione illegale o comunque irregolare a seguito della perdita del lavoro, perdita che non deve, di per sé, causare il ritiro del permesso di soggiorno”.
Inoltre il disoccupato italiano usufruisce di ammortizzatori sociali (disoccupazione ordinaria, cassa integrazione guadagni ordinaria e straordinaria, indennità di mobilità) per periodi che vanno da 6 fino a 24, 36 e 48 mesi. Il disoccupato straniero invece ne può usufruire di fatto solo per sei mesi, mentre gli articoli 8 e 9 della Convenzione OIL prevedono che il suo trattamento sia parificato a quello di un italiano.
La Convenzione impegna infatti gli Stati firmatari ad abrogare o modificare qualsiasi disposizione legislativa, disposizione o prassi amministrativa incompatibili con i propri contenuti: occorre quindi che il permesso di soggiorno per attesa occupazione abbia durata pari almeno a quella degli ammortizzatori sociali previsti: ad esempio 24 mesi in caso di cassa integrazione straordinaria per ristrutturazione e riconversione aziendale.
(Saleh Zaghloul)

Posted by Eleana at 01:20 | Comments (0)

24 Giugno 2009

Migranti - Assegno vietato per i troppo poveri


Un cittadino marocchino divenuto invalido in seguito ad un incidente sul lavoro chiede all’INPS l’assegno d’invalidità ai sensi della legge 118/1971, ma la sua domanda viene rifiutata per mancanza della carta di soggiorno. La legge 388/2000, art. 89 infatti dispone che per avere diritto a provvidenze economiche di natura sociale è obbligatorio un permesso di soggiorno di lungo periodo, cioè la carta di soggiorno. Solo che, per ottenere la carta, l’immigrato deve dimostrare di possedere almeno un certo livello di reddito.
Il cittadino marocchino ricorre, e il Tribunale di Genova (ordinanza n. 635/09 del 17.04.2009) gli dà ragione, affermando che è sufficiente il permesso di soggiorno. La decisione del tribunale aveva una solida base: infatti la Corte Costituzionale, con due sentenze (306/2008 e 11/2009), aveva già dichiarato l'incostituzionalità della legge 388/2000, nella parte in cui esclude dal diritto alla indennità di accompagnamento e alla pensione di invalidità i cittadini immigrati soltanto perché non avevano i requisiti di reddito necessari per il rilascio della carta di soggiorno.

Se ci si pensa, in effetti, la cosa è buffa: escludere alcuni invalidi (gli immigrati) da un sostegno al reddito perché sono troppo poveri.
L’Inps comunque non bada alle incongruenze, e nonostante il pronunciamento della Corte Costituzionale non ha ancora diramato una circolare correttiva, per cui gli uffici periferici continuano a chiedere l'esibizione della carta di soggiorno.
La grettezza di queste misure di risparmio (?) risulta ancor più evidente se si tiene presente la situazione che fa da sfondo a questa vicenda:
- nel 2007 i contributi previdenziali versati dai lavoratori immigrati nelle casse dell’INPS ammontavano a 7 miliardi di euro, circa il 4 % del totale.
- Nel 2006 i lavoratori immigrati hanno contribuito al PIL con 122 miliardi di euro pari al 9,2% ed hanno versato circa 7 miliardi euro in tasse ed imposte.
- Il welfare italiano è orientato prevalentemente (circa l’80 % della spesa) verso prestazioni e servizi per anziani, di cui gli immigrati beneficiano in minima parte, dato che, ad oggi, la loro età media in Italia è di 31 anni.
La cosa curiosa è che la norma (incostituzionale) che usa la carta di soggiorno per escludere gli immigrati regolari dalle prestazioni economiche della previdenza sociale è stata introdotta da un governo di centro sinistra.
Fino a quando non ci sarà una sincera convinzione che in democrazia i diritti sono uguali per tutte le diversità, per molti sarà sempre più difficile scegliere per chi votare.
(Saleh Zaghloul)

Posted by Eleana at 19:36 | Comments (0)

16 Giugno 2009

Migranti - Liste di proscrizione: i volenterosi complici degli aguzzini

I fatti risalgono ai primi di febbraio 2009 ma sulla stampa se ne è parlato solo a metà del maggio scorso (su Repubblica vari articoli tra il 20 e il 25 maggio). A Genova una preside che si presenta nelle aule di tre istituti superiori ai quali sovrintende (Einaudi, Casaregis, Galilei) e dice “dite al vostro compagno o alla vostra compagna tale dei tali che se non si presenta coi documenti le mando i carabinieri a casa”. Per maggiore chiarezza, l’elenco dei destinatari interessati al messaggio compare anche sulla lavagna. Pochi giorni dopo, il 16 febbraio, una sessantina (molto meno della metà!) di docenti di quegli istituti sottoscrive una protesta: chiedono spiegazioni dell’inusuale comportamento.

Parte una inchiesta amministrativa dai tempi blandi: perché il tempo, si sa, è la migliore medicina. L’ispettore arriva a maggio quando i fatti ormai sono trapelati e dichiara che sì, forse dei nomi sulla lavagna la preside poteva fare a meno; meglio sareb be stato chiamarli uno per uno… In ogni caso – ha precisato – era fuori discussione la “buona fede”. Proprio la “buona fede” avrebbe suggerito alla preside, di dare ex cathedra una lezione di educazione civica, umanità, dignità e lealtà alle istituzioni che lei stessa rappresenta, scrivendo sulla lavagna i nomi dei cattivi, gli inadempienti. Un semplice promemoria, si è difesa lei; semplicemente una “modalità eccessiva”, hanno osservato colleghi e colleghe cerchiobottiste. Poi, a oltre due mesi dai fatti, la cronaca se ne è impossessata complice le interrogazioni politiche. Così per qualche giorno poi il fatto – così faticosamente emerso (oltre due mesi! Come mai?) – è di nuovo scomparso. Chissà come concluso.
Scuole e ospedali: istituzioni e servizi, luoghi principe con cui una società si presenta ai cittadini, luoghi di affermazione dei diritti fondamentali: la salute, l’istruzione. Luoghi che per definizione hanno il segno dell’universalità, della collaborazione, della pace dove si va per guarire, per imparare, prima di tutto a stare insieme.
Cosa succede? Succede che l’uso martellante, ossessivo, strumentale del tema della sicurezza ha aperto la strada alla legittimazione del razzismo, alla sua legittimazione morale. Quella che permette ai singoli di metterci del proprio: non importa se per imbecillità, tornaconto, viltà o altro del genere. I soldati tedeschi che la mattina del 16 ottobre del 1943 a Roma, deportarono dal ghetto oltre mille ebrei per spedirli alla morte avevano in mano elenchi dattilografati che erano stati compilati, ben prima del loro infame progetto, da solerti impiegati dell’anagrafe romana. Più recentemente il quotidiano tedesco Der Spiegel – ripreso dal Secolo XIX 18 maggio 2009 – con una approfondita inchiesta ha mostrato come lo sterminio di massa degli ebrei è stato reso possibile dalla collaborazione, in Germania e in tutti i paesi alleati o occupati, da centinaia di migliaia di complici. Aguzzini per scelta, per cultura, per imbecillità; non fa differenza.
(Manlio Calegari)

Posted by Eleana at 23:18 | Comments (0)

Migranti - Basterebbe una circolare

Scade il permesso di soggiorno, e contemporaneamente scade anche l’iscrizione del cittadino immigrato al Sistema Sanitario Nazionale.
Una iscrizione temporanea (che dura tre mesi) si può avere portando alla ASL la ricevuta della domanda di rinnovo del permesso di soggiorno, e finalmente, quando arriva il permesso, l’immigrato dovrà tornare ancora una volta alla ASL, per avere una iscrizione ancora una volta pari alla durata del permesso. Ma molto spesso, dati i lunghissimi tempi del rinnovo, una iscrizione temporanea non basta, per cui è necessario tornare alla ASL più volte per rinnovarla. Un andirivieni che ingrossa le code alla ASL, aumenta la mole di lavoro agli sportelli ed irrita gli anziani che devono stare in coda per più tempo, non tutti possono avere la sedia, qualcuno pensa che la colpa è degli immigrati.


Ogni volta poi si perdono soldi, perché bisogna chiedere il permesso non retribuito al datore di lavoro. Non solo, ma quando accade che un membro della famiglia ha bisogno di cure durante una di queste fasi di scadenza, viene meno il diritto alla cura.
Come mai continua ad essere applicata una procedura vecchia, che risale al periodo precedente all’entrata in vigore del Testo Unico (D.L. 286/98)? Le norme attuali infatti prescrivono che gli immigrati regolari “Hanno parità di trattamento e piena uguaglianza di diritti e doveri rispetto ai cittadini italiani per quanto attiene all'obbligo contributivo, all'assistenza erogata in Italia dal Servizio sanitario nazionale e alla sua validità temporale” (art. 34, comma 1). Inoltre, il Regolamento d’attuazione del testo Unico, modificato dal D.P.R. n. 334 del 18 ottobre 2004, dispone chiaramente che “L'iscrizione non decade nella fase di rinnovo del permesso di soggiorno.” (art. 42, comma 4).
E’ evidente, che la durata dell’iscrizione al S.S.N. degli immigrati regolari deve essere a tempo indeterminato come quella del cittadino italiano e non ci deve più essere una data di scadenza sul tesserino sanitario. A Milano qualcuno ha fatto la proposta indecente dei posti riservati ai milanesi nella metro, va a finire che a qualcuno verrà in mente di proporre corsie differenziate agli sportelli delle ASL…
Eppure per evitare una trafila inutile e umiliante ai lavoratori immigrati, un disagio ai loro datori di lavoro, oltre che ai lavoratori e agli altri utenti della ASL, basterebbe una circolare dell’assessorato regionale alla sanità che prescriva l’applicazione della legge. Perché non viene fatta?
(Saleh Zaghloul)

Posted by Eleana at 23:16 | Comments (0)

Migranti - Lascio Genova perchè ho paura

Incontro, nei dintorni del Suq, un immigrato che conosco da tempo. Persona di cultura, nella manciata di anni che vanno dalla metà degli anni ’90 ad oggi ha percorso la strada che porta dalla accettazione, per sopravvivenza, di qualunque lavoro, alla conquista di una professionalità elevata, riconosciuta “anche” qui, e a un lavoro qualificato, a tempo pieno, in un grande ente. Una strada, la sua, costellata da esperienze di valore, che ne hanno fatto un punto di riferimento non solo per la sua comunità. Ora lascerà Genova e se ne andrà in Francia dove lo aspetta un lavoro ancora più qualificato, ma il motivo che lo porta via non è professionale: “In Francia – dice - ci sono problemi e durezze, ma c’è anche un quadro chiaro di diritti che vengono garantiti. Qui no. Qui ormai ho paura”.

Accanto a lui un bambino in carrozzella e la moglie, che annuisce.
Il tarlo che lo porta ad abbandonare Genova e l’Italia non è solo il senso di insicurezza, ma il deserto da cui si sente circondato. Dice: “la situazione è terribile, sembra che sia tutto cancellato, che non ci siano mai state alle nostre spalle le lotte che abbiamo fatto”.
Il presente nella sua brutalità e miseria cancella esperienze, progetti, pensieri, relazioni, cultura, speranze. Lui se ne andrà fisicamente, altri immigrati che sono stati importanti per la cultura, la politica, la costruzione sociale della nostra città in mutazione, se ne sono andati spiritualmente.
Viviamo un oggi in cui, come diceva una canzone di De Gregori, non è più vero niente. Restano le carte che si stanno accumulando nell’archivio del Forum Antirazzista, ma le ben ordinate carte non bastano al progetto di vite ancora giovani. Così Genova perde per isolamento, nuova emigrazione, depressione gli immigrati che negli ultimi venti anni hanno contribuito a costruirne la storia.
Colpa solo della destra? Mi scorrono davanti le facce degli assessori di parte cattolica che negli anni passati hanno accettato quasi come fosse un martirio quella “delega alla immigrazione” che fu conquistata dal Forum Antirazzista nel 1995, sotto la Giunta Sansa, e le facce di chi si è ben guardato dall’accostarsi allo spinoso problema: mai che ci sia stato un politico di punta di appartenenza PDS / DS, uno dei nomi che contano, che ci abbia speso la faccia, la carriera. Tutti concordi nel confinare nel recinto social-assistenziale, o al più culturale di facciata, quello che era “il” problema politico del millennio avvenire. Tutti a calibrare le parole, tutti spaventati a morte all’idea di perdere voti e consenso, mentre il consenso andava a piene mani a chi esponeva la sua politica brutale, ma chiara.
Una cecità ed una pavidità politica da far battere la testa negli spigoli. Qui, come altrove, si intende.
(Paola Pierantoni)

Posted by Eleana at 23:15 | Comments (0)

Documentari - “Come un uomo sulla terra” anche a Genova

Teatro Eden, Genova Pegli, 15 giugno 2009: le associazioni “Genova con l’Africa” e “Art Afric” hanno organizzato la proiezione di “Come un uomo sulla terra”, documentario di Riccardo Biadene, Andrea Segre e Dagmawi Ymer girato nel 2008, per conservare la memoria del viaggio, che Damawi, e con lui migliaia di profughi etiopi e di altre nazionalità, hanno compiuto attraverso il deserto, prima di arrivare in Italia. Dag, il protagonista e tra gli autori del documentario, studiava giurisprudenza ad Addis Abeba, fino a quando, a causa della repressione e della condizione politica nel suo Paese, ha deciso di espatriare e di cercare rifugio altrove.

Quello che aspetta chi attraversa il deserto tra il Sudan e la Libia, però, è un susseguirsi di violenza e corruzione, ad opera dei trafficanti di uomini e della polizia libica, anni di detenzione nelle carceri, create grazie ai fondi italiani, a Bengazi, Mistarah e Kufrah, soprusi e stupri, deportazioni in carri-container, sempre acquistati con sovvenzioni italiane. I confini tra polizia e trafficanti sono labili, tanto che la polizia rivende i prigionieri, a 30-35 dinari a persona, ai gestori del traffico. “Possibile” si chiede una donna intervistata, “che i giornalisti non abbiano fatto sapere subito cosa stava succedendo?”.
Il ruolo delle organizzazioni internazionali appare ridicolo e giustificatorio, come nel caso dell’agenzia Frontex, un'istituzione dell'Unione europea che coordina il pattugliamento delle frontiere esterne aeree, marittime e terrestri degli Stati UE: nel rapporto finale di una missione nelle carceri libiche, le conclusioni dell’agenzia recitano più o meno testualmente, che “si è potuta constatare la vastità del deserto”.
A commento del film l’avvocato Alessandra Ballerini spiega le novità del ddl sicurezza, e tra il pubblico c’è chi scuote la testa indignato e cita il comma 22. Sono quasi tutti genovesi, teste canute, tutti si conoscono e serpeggia l’impressione che si informi solo chi in realtà sa già, e che ci sia una larga fetta di popolazione che non ne vuole sapere nulla, del tutto refrattaria a qualsiasi notizia. “Mia moglie non è venuta perché è leghista”, si lamenta un signore, “mia figlia è radicale, mio cognato di Forza Nuova, insomma, basta andare a vedere un film e si scatena la lite in famiglia”.
Il progetto di diffusione del documentario tuttavia continua, e la distribuzione spontanea del film è coordinata tramite il blog comeunuomosullaterra.blogspot.com, dove è possibile trovare il calendario delle prossime proiezioni o il contatto per organizzare una presentazione.
(Eleana Marullo)

Posted by Eleana at 23:10 | Comments (0)

2 Giugno 2009

Migranti - L'accesso “ad ostacoli” al pubblico impiego

Intervistata il 28 maggio 2009 da Radio 24Ore, la segretaria della Funzione Pubblica CGIL ha detto che con la decisione di non ammettere i cittadini immigrati al concorso per operatori socio-sanitari, l’ospedale San Martino è recidivo, che sono almeno una decina i ricorsi vinti nella nostra città da cittadini immigrati contro il San Martino, il Galliera e l’ASL3.
Infatti, il primo è stato vinto nel 2001 da un infermiere professionale marocchino con la sentenza, n. 129/2001, del TAR Liguria.

“La norma sulla quale ci basiamo non è arcaica, è del 2001”, ripetono a San Martino, bene, ma allora come spiegano l’ennesimo ricorso vinto sempre nei loro confronti, a giugno del 2008, da un’infermiera dell’Ecuador? La relativa ordinanza, n. 3749/2008, del Tribunale di Genova, si basa anche sulla convenzione OIL n. 143 del 1975, ratificata dall’Italia nel 1981 con legge n. 158/1981.
La convenzione impegna ogni membro a garantire ai lavoratori immigrati pari opportunità e trattamento in materia di occupazione e di professione, di sicurezza sociale, di diritti sindacali e culturali, ed impegna ciascun Stato ad adottare i provvedimenti legislativi e di altra natura necessari per l’applicazione della convenzione. La curiosità è che l’Italia era uno dei soli due paesi europei che allora hanno sottoscritto la convenzione e che l’ha fatto in quanto paese d’emigrazione per tutelare i lavoratori italiani immigrati all’estero. L’ordinanza afferma inoltre che il requisito della cittadinanza, di cui al decreto legislativo 165/2001, deve essere riferito allo svolgimento di determinate attività che comportino l’esercizio di pubblici poteri o di funzioni di interesse nazionale, in caso contrario si verrebbe a determinare un comportamento discriminatorio.
Comunque, sembra che nel settore sanità in Liguria non ci saranno più problemi: il Galliera, dopo un ricorso vinto ha concordato con il sindacato un nuovo regolamento dove non c’è più il requisito della cittadinanza e l’assessore regionale alla sanità Claudio Montaldo, ha chiesto al San Martino di rivedere la propria decisione e di ammettere i cittadini immigrati al concorso.
Non è così nel trasporto dove è invece davvero arcaica la norma sulla quale si basano le aziende di trasporto per rifiutare l’ammissione dei non italiani ai concorsi, si tratta di un Regio decreto del 1931. Non è cosi nemmeno per gli immigrati che si rivolgono ai Centri per l’Impiego gestita dalla Provincia di Genova, per iscrivesi alla lista dell’ex art. 16 per impieghi fino al quarto livello nel pubblico impiego. I centri per l’Impiego sono gestiti dalla Provincia di Genova, la stessa che ha modificato il proprio regolamento e non chiede più il requisito della cittadinanza per chi intende diventare impiegato della Provincia.
Insomma, c’è ancora molto da fare, occorre ogni volta una battaglia giudiziaria. Sarebbe ora che lo stato modifichi la legge altrimenti sarà una sentenza della Corte Costituzionale a fare giustizia.
(Saleh Zaghloul)

Posted by Eleana at 23:04 | Comments (0)

Donne - La tolleranza non basta

Incrocio in Via del Campo una donna completamente velata, libera solo una fessura per gli occhi, le cammina a fianco la figlia, una bambina sui nove anni, anche lei già velata sul capo. Parlano tra loro, la bambina ride. Io so – non posso non saperlo – che quella bambina ha di fronte a sé una montagna. Penso che, se ora ride, dopo le toccherà una lotta senza quartiere combattuta all’incrocio delle contraddizioni. Al confronto, quella che ho avuto di fronte io, italiana del 1946, era una collina col fondo un po’ accidentato.

Penso alle operaie dell’Elsag degli anni ‘70, ai loro racconti di levate alle cinque del mattino per mettere in ordine in casa e preparare il pranzo al marito che lavorava nella stessa fabbrica, e si alzava alle sette: anche loro avevano di fronte una montagna, ma un po’ meno alta di quella della bambina di Via del Campo.
Nella zona tra Prè, Sottoripa, Via del Campo, Fossatello, Maddalena, San Luca, il messaggio dei corpi e dei vestiti espone l’intero ventaglio della condizione femminile: una incredibile condensazione del tempo e dello spazio porta nello stesso chilometro quadrato donne borghesi in giro per compere, donne velate secondo tutte le possibili gradazioni cromatiche e di copertura, trionfanti e irraggiungibili africane, lavoratrici di ogni sorta (colf, funzionarie del comune, commercianti, spazzine, vigili, professioniste con lo studio in centro); prostitute diurne (Maddalena) e notturne (Sottoripa); e – unica presenza “politica” – le studentesse dell’ Humpty Dumpty (http://humptydumptygenova.noblogs.org/category/femminismo).
Apparentemente è come se tanti liquidi di diverso colore e densità percorressero lo stesso spazio sfiorandosi, ma senza mescolarsi tra loro, ognuno libero di fare la sua strada. Sembrerebbe perfino una situazione ideale, vicina alla concezione di “libertà a più vie che lascia aperte tutte le possibilità”, e alla “tolleranza virtuosa che promuove rispetto reciproco”, sostenute da Anna Elisabetta Galeotti nel corso dell’incontro “Il multiculturalismo danneggia le donne?”, che ha concluso al Ducale, lo scorso 19 maggio, il ciclo di incontri filosofici “Che genere di donne?” (http://www.palazzoducale.genova.it/inaviga.asp?pagina=5756).
Ma questa è una visione ingannevole, perché la vita di ogni donna influenza quella di ogni altra, anche se non sembrano toccarsi: la tolleranza, il rispetto della libertà, non bastano, serve la possibilità di un pensiero comune.
La Galeotti nel suo intervento al Ducale ha detto che lei tende a concentrarsi sull’aspetto politico - sociale posto dalla realtà, prescindendo dalle questioni metafisiche poste dal femminismo.
E’ possibile che ora – immerse come siamo in una guerra di identità - non ci sia altro da fare, ma se le donne non riusciranno ad affrontare insieme “le questioni metafisiche” poste dal femminismo, non c’è via di uscita, né per le native, né per le migranti.
(Paola Pierantoni)

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Lettere - Banali semplificazioni e negazione dei diritti

Pubblichiamo il comunicato stampa che padre Alberto Remondini, presidente della Associazione San Marcellino, ha inviato il 20 maggio u.s. ai mezzi di informazione, ripreso – a quanto risulta – solo dal Corriere Mercantile del 21 maggio.
Come era prevedibile il Disegno di Legge sulla Sicurezza, il cosiddetto “pacchetto sicurezza”, è stato approvato anche alla Camera dei Deputati il 13 maggio scorso.

Rinnoviamo la nostra totale disapprovazione non solo delle norme, in particolare gli articoli 42 (iscrizione all’anagrafe subordinata all’accertamento dei comuni dell’esistenza di requisiti igienico-sanitari dell’abitazione, vanificando, tra le varie cose, la possibilità di riconoscere la residenza anagrafica alle persone senza dimora) e 50 (istituzione presso il Ministero dell’interno del registro delle persone senza dimora) che colpiscono duramente la già fragile e pesante condizione in cui versano le persone senza dimora, in esso contenute, ma anche la filosofia con cui questo governo affronta tutte le tematiche legate ai temi del disagio e dell’immigrazione.
Dal provvedimento discutibile della Social Card, al DDL in oggetto, per arrivare ai più recenti respingimenti dei migranti in rotta verso le coste italiane, cogliamo la volontà di negare i diritti ai più deboli e di far leva su tanto banali quanto pericolose semplificazioni dei complessi problemi che la nostra società e tutti i paesi in generale, si trovano a dover affrontare.
La nostra preoccupazione parte dal destino di tante persone in condizione di maggior debolezza per giungere al tipo di cultura che provvedimenti di questo tipo promuovono. Far leva su egoismo e naturale paura della diversità per ottenere consensi con l’utilizzo di una politica populista e demagogica ci sembra quanto di più inadatto per aiutare il paese ad affrontare le difficoltà e la fatica che l’immensa ricchezza dell’accoglienza e dell’apertura agli altri porta con sé.
Pertanto, come soci fondatori della FIO.psd (Federazione Italiana degli Organismi per le persone senza dimora), rinnoviamo la nostra totale adesione al comunicato stampa emesso dalla Federazione in data 14-5-2009 reperibile al link: http://www.fiopsd.org/files/comunicato%20stampa%20pacchetto%20sicurezza.pdf .
(Alberto Remondini)

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27 Maggio 2009

Migranti - Il tempo delle elezioni e quello della realtà

Consenso di massa alle politiche restrittive del governo sulla immigrazione? In realtà Berlusconi, subendo il ricatto della Lega Nord, per far approvare alla Camera il ddl sulla sicurezza ha dovuto porre il voto di fiducia.
Contrari, infatti, sono tutti i partiti dell’opposizione parlamentare (dal PD, all’Italia dei Valori, all’UDC), ed extra parlamentare (da Rifondazione a Sinistra e Libertà, ai Comunisti Italiani). Contrari i cento deputati del PDL che hanno scritto al Presidente del Consiglio chiedendo di non porre il voto di fiducia. Contrari tutti i sindacati malgrado la crisi unitaria che stanno vivendo, contrarie la Chiesa cattolica e quella evangelica e tutto il mondo delle associazioni del volontariato laico e religioso, dall’ARCI, alla Caritas ed alla Comunità di Sant’Egidio.

Contrarie la Presidenza della Repubblica e quella della Camera.
Quanto ai cittadini, quando l’informazione è stata corretta, hanno manifestato chiaramente e fortemente il loro dissenso: abbiamo visto in questi giorni le proteste di medici, insegnanti e presidi delle scuole. Ora si vota, ma per il futuro alcune delle norme saranno attenuate grazie agli ordini del giorno accettati dallo stesso governo ed approvati alla Camera che “stranamente” dicono l’esatto contrario di quello che c’è scritto nella legge; altre saranno cancellate dalla giustizia italiana in quanto incostituzionali; altre ancora dall’Europa. Ma poi, soprattutto, sarà la realtà a vincere, quando i cittadini italiani toccheranno con mano i danni che ricadranno su loro stessi e sui loro parenti ed amici stranieri; quando i datori di lavoro italiani vivranno gli effetti devastanti sulle loro imprese e sui loro dipendenti immigrati.
Allora si potrà sperare che le norme del disegno di legge sulla sicurezza si trasformino in un boomerang, e producano un effetto contrario a quello sperato. Intanto, però, si vota.
(Saleh Zaghloul)

Posted by Eleana at 08:13 | Comments (0)

Migranti - Donne visibili solo se vittime o serve


“Molte di noi, donne migranti, hanno un percorso autonomo di immigrazione, emigriamo per realizzare un progetto professionale, ma qui incontriamo una collocazione lavorativa che è un destino: il lavoro domestico.
La nostra condizione dipende da quella delle donne native: siamo sostitutive di un welfare che non c’è, e abbiamo permesso alle donne native di prendersi uno spazio di liberazione che non si sono conquistate in altro modo, ad esempio ripartendo il carico familiare col maschio.

Il dialogo non è facile: in Italia ci sono esperienze importanti di associazionismo femminile immigrato, favorite dalle donne native, che sono però anche specchio di fragilità e contraddizioni: la generazione delle donne dichiarate femministe oggi ha sessanta anni, le immigrate sono più giovani. Così per noi la condizione per poter prendere in mano il microfono, per parlare, è solo quella di essere “vittime” e fare spettacolo antropologico: le “velate”, le “infibulate”, perché questo aiuta a sottolineare la natura criminale e violenta degli immigrati.
L’altra condizione è essere “serve”. C’è sempre questa specificazione sul lavoro domestico: la sanatoria per le “badanti”, l’eccezione che si può fare per le “badanti”…
Ma se il discorso si sposta sui diritti eguali, l’audio si spenge.
In Italia la situazione è più primitiva che altrove: fino a qualche tempo fa l’Europa ha fatto da argine alle derive più chiaramente razziste. L’Europa ci dava qualche spazio, ma noi non lo abbiamo utilizzato nemmeno quando avevamo un governo di centro sinistra: le direttive europee stabiliscono condizioni “minime”, non vietano agli Stati membri di adottare condizioni più avanzate. Ma noi ci siamo mantenuti sempre al minimo del minimo. E poi c’è sempre, anche nel centro sinistra (ancora oggi nell’articolo di Amato e D’Alema sul Corriere della Sera) questa distinzione ipocrita, per cui si dice: per carità, gli immigrati onesti che vengono per lavorare… porte aperte! Invece i clandestini... Come se nella parola “clandestino” ci fosse un’indole malvagia che la qualifica. Come se fosse davvero possibile entrare in Italia in modo regolare.
Quasi tutti siamo stati clandestini!
Ed ora eccoci al punto che in Europa il governo italiano sta facendo da capofila alle tendenze di chiusura e respingimento.”

Appunti – a cura di Paola Pierantoni- dell’intervento di Mercedes Friar al convegno ARCI sulla politica europea in materia di immigrazione ed asilo (Genova23 maggio). Mercedes Friar, italiana, originaria di Santo Domingo, è stata assessore al Comune di Empoli fino al 2006, parlamentare per R.C. fino all’aprile 2008.
(Paola Pierantoni)

Posted by Eleana at 08:11 | Comments (0)

Immigrazione - Giocare (e perdere) solo in campo avversario

Sabato 23 maggio a Sant’Agostino convegno dell’ARCI sulle politiche europee in materia di immigrazione ed asilo. Tempistica perfetta per un argomento a dir poco di “scottante attualità”, trattato con grande competenza da un nutrito gruppo di relatori (da Italia, Francia, Belgio, Spagna, Marocco, Regno Unito) confluiti grazie alle relazioni dell’ARCI con una serie di associazioni e reti nazionali e transnazionali.
A discuterne a fine giornata dovevano essere Claudio Burlando e i parlamentari europei (uscenti e candidati) appartenenti all’area di sinistra e di centro sinistra.

Invitati tutti gli invitabili: sindacati, associazioni, partiti, organi di informazioni, fino alle singole persone attraverso il passa parola della rete.
Al dunque la platea (circa sessanta persone) era abbastanza giovane: l’impressione è che fosse composta soprattutto dal popolo ARCI.
Quanto agli altri:
Tra i partiti e i parlamentari solo esponenti della sinistra cosiddetta radicale (Rifondazione e Sinistra e Libertà) Tra i sindacati solo la CGIL, e, della CGIL, solo i pochi che di immigrazione si devono occupare per lavoro e funzione. Nessuna traccia dei cosiddetti dirigenti “complessivi”.
Assente la Regione (non si sono visti né Burlando, né l’assessore alla immigrazione Vesco) ed assente qualunque altro amministratore locale.
Assente la Rai, assente la stampa. Si è fatta viva solo qualche televisione privata.
La morale sta nelle parole introduttive di Filippo Miraglia (responsabile immigrazione dell’Arci) “L’identità europea si sta costruendo sulla immigrazione, e sarà sempre più a destra. E’ una identità che non ci piace. Ma mentre abbiamo gli imprenditori politici del razzismo, non abbiamo gli imprenditori politici dell’antirazzismo. Tutta questa partita politico culturale la si sta giocando nel campo dell’avversario. Non c’è più un nostro campo”.
Riportiamo le associazioni e le reti a cui appartenevano le relatrici e i relatori intervenuti al convegno:
- migreurop
http://www.migreurop.org/ ;
- IDD - Réseau Immigration Développement Démocratie
http://www.idd-reseau.org
- CEAR (Comité Español de Axuda ao Refuxiado)
http://www.cear.es/
- ASGI – Associazione Studi Giuridici sulla Immigrazione
(http://www.asgi.it)
- La voix des femmes
http://www.lavoixdesfemmes.org
- Gisti (Groupe d’information e de soutien des immigrés)
http://www.gisti.org/index.php
- FIERI (Forum Internazionale ed europeo di ricerche sulla immigrazione)
http://www.fieri.it/africa_in_movimento.php
- CGIL Nazionale
http://www.cgil.it/tematiche/default.aspx?ARG=IMMIGRAZIONE
(Paola Pierantoni)

Posted by Eleana at 08:07 | Comments (0)

20 Maggio 2009

Migranti - Respingimenti in cinque note

Uno. Molti degli “irregolari” in Italia ci arrivano da perfetti “regolari”, con tanto di visto, solo che alla scadenza non rientrano nei paesi di origine. Aggiungiamo quelli che il permesso di soggiorno lo perdono per via delle condizioni impossibili del rinnovo (se perdi il lavoro perdi il permesso). Quanto a quelli che arrivano senza alcun titolo - né permessi, né visti, la gran parte entra dai confini terrestri: dai paesi dell’Est Europa, ma anche dagli stessi paesi dell’Unione Europea.

Bene: i famosi respingimenti violano il diritto di asilo ma non contrastano tutti questi ingressi irregolari e tutte queste cause di irregolarità che rappresentano il 95% del fenomeno della clandestinità.
Via mare passa solo il 5% degli irregolari, e circa un terzo di loro ha il diritto all’asilo politico. Nel 2008, circa 13 mila dei 37 mila entrati via mare hanno ottenuto il diritto al permesso di soggiorno per asilo politico.
Due. Il diritto d’asilo è un diritto fondamentale previsto dalla costituzione italiana. La curiosità è che non sono stati i costituenti comunisti ad insistere su questo fondamentale diritto internazionale, ma è stata la parte cattolica e liberale. Basta ricordare che fino al 1989, fino al crollo del muro di Berlino, dell’Unione Sovietica e del socialismo reale, in Italia questo diritto aveva una grande importanza, ricordiamoci dei dissidenti russi e degli altri paesi dell’est.
Tre. A proposito di ricordi, molti in questi giorni hanno ricordato il 1997, e le 95 persone morte quando una motovedetta italiana speronò una nave di migranti. Governava Prodi, e l’allora capo dell’opposizione Berlusconi si fece fotografare in lacrime per le vittime. Oggi il Primo Ministro Berlusconi sostiene che “negli sbarchi vi sono persone reclutate in maniera scientifica dalle organizzazioni criminali”.
Quattro. Reclutati da organizzazioni criminali? Roberto Saviano su Repubblica del 13 maggio descrive un’altra realtà: le rivolte contro la mafia (Castelvolturno, Rosarno), dice, non sono state fatte dagli italiani, ma dagli immigrati africani arrivati coi barconi, che “difendono non solo i loro, ma anche i nostri diritti e pongono una attenzione su quei luoghi e su quei poteri mafiosi che altrimenti non ci sarebbe stata”.
Cinque. Undici del mattino del 12 maggio, presidio sotto la Prefettura di Genova organizzato da CGIL, CISL, UIL, ARCI. Mi trovo a parlare dei respingimenti con altre tre persone. Una dice: “ma come ci siamo ridotti! Fini a destra di Rutelli e Fassino!”, e il giovane del gruppo: “intendevi dire a sinistra di Rutelli e Fassino…”, il terzo ride: “lapsus!”.
(Saleh Zaghloul)

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13 Maggio 2009

Migranti - Quattro motivi – più uno - per non brindare

Quattro motivi per cui i respingimenti dei barconi di migranti non sono da considerarsi un traguardo ma una mera violazione dei diritti dell'uomo.
Primo. Il respingimento di massa viola l'articolo 10 della Costituzione italiana, che recita ”Lo straniero, al quale sia impedito nel suo paese l'effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana, ha diritto d'asilo nel territorio della Repubblica secondo le condizioni stabilite dalla legge”.

iportare in Libia i barconi senza verificare la provenienza e l'identità dei migranti significa condannare a morte persone in fuga da paesi in guerra o vittime di violenza per razza, religione, genere e orientamento sessuale. Secondo. Il respingimento di massa viola la Convenzione di Ginevra e Convenzione Europea per i diritti dell’Uomo. Viola il diritto di qualsiasi essere umano ad ottenere asilo politico.
Terzo. La possibilità di riportare i barconi in Libia non è frutto di benevolenza da parte di Gheddafi, né di particolare avvedutezza diplomatica del governo. E' stata pagata con cinque miliardi di euro, in vent'anni, sub vocem di risarcimento per l'occupazione coloniale, con un finanziamento ai sistemi radar libici, con l'ingresso di Gheddafi in Unicredit ed in Eni.
Quarto. In Libia non vengono rispettati i diritti umani. Stermini e deportazioni, schiavitù, tutto è documentato in rapporti internazionali, l'ultimo quello di Fortress Europe.
I militari che hanno eseguito l'ordine del Ministero hanno commentato "E’ l’ordine più infame che abbia mai eseguito. Non racconterò ai miei figli quello che ho fatto”. Questo potrebbe essere il quinto motivo per smettere di brindare al successo dell'operazione.
(Eleana Marullo)

Posted by Eleana at 21:12 | Comments (0)

Migranti - I cioccolatini di Prima Pagina

“La vita è come una scatola di cioccolatini. Non sai mai quello che ti capita!”. Così, nel film Forrest Gump, dice la madre al figlio, regalandogli la dose minima di saggezza alla quale ricorrere in caso di avversità.
Come una scatola di cioccolatini è Prima Pagina, trasmissione di Radio Rai Tre che, dalle 7.15 alle 8.40 del mattino, commenta articoli di quotidiani, accogliendo le telefonate di ascoltatori da tutta Italia. Giornalisti di destra, sinistra e centro si passano il testimone di settimana in settimana con un canovaccio inquietante e rassicurante al tempo stesso. Dopo di loro le persone chiamano, espongono la visione delle notizie, interpretandole e mettendoci del proprio.

La scorsa settimana a leggere le notizie Gian Antonio Stella. Quello della casta, delle inchieste scomode. Mito del giornalismo italiano. Partigiano dell’informazione nelle aspettative di chi sa che l’Italia è al settantunesimo posto per libertà dei giornalisti di fare il loro lavoro (www.unimondo.org). Ma mattina dopo mattina, Stella si attarda troppo sul divorzio di Berlusconi e Veronica e la trasmissione prende una china strana. Ed anche la storia dei clandestini intercettati via mare e riaccompagnati in Libia perde, durante la lettura degli articoli, quel non so che di disumano che anche la mente più assopita può scorgere. L’ingiustizia diventa tollerabile ed in un paese così stretto e lungo, con così tanti problemi, certo, viene spiegato, non si possono accogliere tutti. Nel fondo del caffè mattutino finiscono anni di tolleranza, articoli di diritti umani e storia del Novecento. Seguono le telefonate di ascoltatori che, con rinnovato coraggio – impensabile in anni passat i – espongono una visione fascista della vita, per la quale se il mondo è diviso in due parti, di quella peggiore loro non se ne devono far carico. Stupisce la presa di posizione della Chiesa così indignata oggi. La stessa Chiesa che più di un anno fa contribuiva ad affossare il governo Prodi considerandolo come causa prima di una nazione diventata “il paese dei coriandoli”. Comunque per quei clandestini, viene detto, in Libia esistono luoghi adatti a valutare la loro posizione ed un’eventuale richiesta d’asilo. Che l’ascoltatore sia in macchina o stia vestendosi questa notizia consente di acquietare anche la coscienza più sinistra.
Tuttavia un ultimo cioccolatino rimane dentro la scatola.
A scartarlo Alessandra Ballerini, avvocato genovese, che spiega a Gian Antonio Stella quanto la Libia sia esclusa da un percorso sui diritti umani riconoscibile a livello internazionale. Dicendo che la maggioranza delle donne prima di raggiungere quei barconi sono state violentate durante il viaggio. E di luoghi destinati ad accogliere e valutare casi e richieste di asilo in Libia non se ne conosce traccia, a meno che non li abbiamo costruiti durante la notte.
(Giovanna Profumo)

Posted by Eleana at 21:10 | Comments (0)

Migranti - Gli analgesici della politica

Maroni in questi giorni è riuscito a dire che nessuno più di lui e del governo ha a cuore la difesa delle vite umane: infatti la gente è stata presa a bordo, non li hanno lasciati annegare. La parte di elettori di destra che vuole sentirsi cattolica avrà preso le sue parole come se fossero vere, sollevata alla prospettiva di poter continuare a considerarsi “buona”. Severa, sì. Ma buona. Rispettosa della vita, prima di tutto: embrioni, Eluana e clandestini.

Sull’altra sponda ci sono le parole chiare di Franceschini, ma c’è anche Fassino che propone “di aprire uffici in Libia e negli altri Paesi in cui lo si ritenga utile, a cui si possa rivolgere chiunque voglia chiedere asilo… Le commissioni ministeriali che devono valuta­re la concessione si recheranno periodicamente sul posto per decidere chi ha diritto e chi no …”.
Fassino parla come se tutto questo fosse vero, o almeno a portata di mano, e fa balenare a chi ascolta una visione nord europea di uffici efficienti, di impiegati cortesi e competenti, di gente in attesa che sfoglia riviste. La parte di elettori di centro sinistra che sogna (anche lei) di poter essere “buona” e insieme “ragionevole”, “di sinistra” ma anche “realista”, di poter tenere sempre insieme la botte piena e la moglie ubriaca può essergli grata, e abbandonarsi a questa “vision” con senso di sollievo.
Analgesici politici per chi non regge la realtà e le sue contraddizioni insanabili. Roba da banco che si può ottenere senza ricetta, anche se causa assuefazione.
(Paola Pierantoni)

Posted by Eleana at 21:09 | Comments (0)

6 Maggio 2009

Comitati - La democrazia occidentale farà a meno di Idriss

Sabato 25 aprile è festa, il posteggio è gratuito e Idriss chissà dov’è. Verso di lui, da qualche giorno, serpeggiano voci sgradevoli. Ad esempio che lui abbia fatto al suo paese studi da avvocato e da questi tragga quel non so che grazie al quale, durante le nostre riunioni, risulti l’elemento più valido. C’è chi addirittura sostiene che sia un avvocato che, arrivato in Italia, si sia impiegato da posteggiatore per studiare meglio le nostre leggi, laurearsi e poi…

“Studia le nostre leggi in attesa di mettercelo in quel posto” ha detto l’ex edicolante. Ho fatto notare che da noi aveva poco da imparare visto che neppure sapevamo a chi chiedere di mettere a segno l’orologio. Ma, all’improvviso, l’insofferenza nei suoi confronti è palese. Lui se n’è accorto e tiene un profilo basso: “Io so il mio lavoro e basta”, dice laconico e fa segno al baracchino che gli serve per emettere la ricevuta del park.
Da dove le recente impopolarità di Idriss? Tutti si sono accorti – alcuni sgradevolmente - che il ruolo di presidente coordinatore che all’inizio gli era stato conferito in un empito di (ironica?) multiculturalità non potrebbe essere esercitato da altri meglio che da lui. Prima di tutto perché lui alle cose ci pensa, poi perché si informa su come funzionano da noi (compreso il punto di vista tecnico: funzioni amministrative, regolamenti ecc.). Quando qualcuno parla Idriss sta a sentire e non fa come la maggior parte di noi che vogliamo subito dire la nostra e quella del prossimo non ci interessa. Infine perché dirige (“coordina”) le nostre piccole riunioni con garbo, riducendo al minimo i suoi interventi che fa quasi sempre sotto forma di domanda mentre di continuo tiene un occhio sul park.
Si capisce che il suo modo è frutto di abitudini familiari, carattere, cultura. Mi piacerebbe sapere di lui; di quando e come ha deciso di arrivare qui, come se l’è sfangata, come è finito alla Genova Parcheggi. Più di tutto mi piacerebbe sapere cosa pensa di noi. Una volta ha detto che a casa ha molti fratelli e sorelle: chissà cosa gli dice di noi e della nostra città quando gli telefona; che parole usa e se gli ha detto dell’orologio. Magari non gli dice niente e per quelli neppure esistiamo.
Finché pensavamo di essere il centro del mondo potevamo anche fregarcene ma ora che abbiamo capito che gli Idriss arriveranno a migliaia possiamo continuare a ignorare i loro paesi, le loro leggi, la loro infanzia, la loro scuola…?
Otto ore al giorno, tutti i giorni per 900-1000 euro al mese. “E’ poco ma riesco a vivere. Sto meglio di altri come me”, ha detto. Vorrei chiedergli dove abita, dove dorme, cosa fa la sera. Ma non oso: lui è gentile ma anche riservato. Sorride: ha capito che in piazza Marsala la breve stagione del dialogo è finita. La democrazia occidentale almeno per ora farà a meno di lui.
(Manlio Calegari)

Posted by Eleana at 13:09 | Comments (0)

Etichetta - Io, tu, lei, noi, voi, loro

Trascuriamo i negozi e i locali trendy dove il tu viene elargito d’obbligo a chiunque ne varchi la soglia, ma in luoghi più tradizionali quasi fatalmente il gentile impiegato allo sportello o il cortese commerciante dietro l banco, pur mantenendo magari la stessa disponibilità e cortesia, passano subitaneamente dal “lei” al “tu” quando il cliente che si trovano davanti è un immigrato.

La cosa, più volte sollevata in conversazioni varie, riceve sempre la stessa risposta: è il modo più facile e naturale per comunicare, infatti sono gli stessi immigrati, per primi, ad usare il tu. La spiegazione si presenta logica e credibile, ma non supera la prova dell’ascensore. Nel palazzo dove abito la metà almeno dei numerosi inquilini è straniera. Molti appartamenti sono in affitto, ed il turn over è abbastanza elevato, quindi in sei anni mi è capitato di raccogliere un campione abbastanza ricco di interazioni in ascensore, la cui sintesi è che quando ci si rivolge al compagno/a di viaggio chiedendo “Lei a che piano va?” la risposta, nella maggioranza dei casi è: “Io al settimo, e lei?”. Certamente, capita anche l’immigrato arrivato da poco, che articola in italiano poche parole essenziali, e che non usa né il “lei”, né altro. Ma alla maggioranza che al “lei” risponde col “lei”, e che quindi distingue benissimo le due forme, nelle proprie interazioni quotidiane tocca subire un incalcolabile numero di volte la svalutazione implicita nell’uso differenziale del pronome colloquiale. Per capire come non si tratti di un fatto marginale o neutro basterebbe osservare il lampeggiare dello sguardo di qualche giovane immigrato o immigrata di seconda generazione, quando ha la pazienza di raccontarti qualcuno degli episodi che ha diligentemente e indelebilmente annotato.
(Paola Pierantoni)

Posted by Eleana at 13:02 | Comments (0)

29 Aprile 2009

Sicurezza - Il Pd tra Minniti e Touadi

16 aprile 2009, Salone di rappresentanza di Palazzo Tursi, dibattito organizzato dal PD genovese: “La sicurezza è tutela dei diritti di tutti”.
Primo relatore, il ministro-ombra (Interno) del PD, Minniti, rivendica la sicurezza come monopolio dello Stato e afferma che la via maestra per garantirla passa attraverso l'aumento dei fondi alle forze di polizia, che ha sofferto tagli pesantissimi dal governo. Le norme del ddl 733 non hanno sortito l'effetto di porre freno alla violenza- afferma il politico-così come la soluzione di portare l'esercito nelle città. “Combattere i clandestini”, tra i propositi elencati da Minniti, “distinguere chi delinque e chi no, la badante dallo stupratore”.

Grande rilievo dato anche a soluzioni urbanistiche: tra gli strumenti per garantire più sicurezza nelle strade, quindi, mezzi alla polizia, maggiore illuminazione delle piazze, più attenzione all'urbanistica, in modo da creare un territorio vissuto.
All'esposizione di Minniti seguono una serie di interventi della società civile, operatori del sociale, italiani e stranieri ( a riprova che la presenza straniera non si riduce alla dicotomia badante/stupratore). Rappresentanti di associazioni come CGIL, CISL, Comunità islamica Genova, ARCI, Ordine dei medici, Genova, Comunità S.Egidio, FIOPSD (Federazione Italiana degli Organismi per le Persone Senza Dimora ), SILP (Sindacato Italiano Lavoratori Polizia), Centro Studi Medì, Coord. Donne Latino Americane.
Tutti i prendono spunto dalle parole di Minniti, polemizzando, in alcuni casi, cambiando totalemente il fuoco. C'è chi ricorda, insieme alle vittime del terremoto, anche le migliaia di morti che giacciono in fondo al Mediterraneo e chiede, genericamente, al PD “Potevate abrogare la Bossi-Fini quando eravate al governo. Come mai non lo avete fatto?”, chi interviene sul linguaggio e sull'uso del termine “clandestini”, chi ricorda i diritti elusi, come l'iscrizione all'anagrafe dei figli dei clandestini,. Viene trattato il tema della sicurezza sul lavoro, sempre meno protetta dalla legge a causa delle nuove norme sugli appalti che negano la responsabilità dell'azienda appaltatrice.
Chi opera nel sociale è concorde nell'affermare che i clandestini non sono criminali e non vanno combattuti, che conducono una vita terribile dalla quale sono impossibilitati ad uscire, e che il mancato rispetto di diritti quali la libertà di culto e la possibilità di sviluppare un'identità multipla creerà seconde generazioni arrabbiate. Unanime la richiesta, da parte della società civile, di una risposta diversa alla questione sicurezza, ossia sul terreno relazionale, con un grosso investimento nel sociale.
A chiudere il dibattito, riunendo le istanze della politica e quelle della società, l'intervento di Jean L. Touadi, deputato del PD attualmente alla Commissione Giustizia.
“Si tratta di riempire la parola sicurezza di nuovi contenuti”, esordisce, per affermare, da una parte, l'importanza della legalità come fondamento della convivenza, dall'altro l'inviolabilità dei diritti umani, che sono connaturati all'uomo e non “gentile concessione”. Touadi elenca, richiamando il Manifesto di Saragozza, le condizioni da creare per garantire la sicurezza: decoro urbano, ma anche capacità di mediazione sociale, educazione alla legalità, cultura. “La società rifiuta pervicacemente di riconoscere il mutamento”, afferma Touadì, ma le paure non vanno stigmatizzate, bensì ad esse di devono dare risposte razionali.
I cittadini sono in attesa.
(Eleana Marullo)

Posted by Eleana at 13:05 | Comments (0)

8 Aprile 2009

Migranti - Il sottosuolo brulica tra inutili stupori

Cos’hanno in comune un quartiere residenziale, un tombino ed una botola? Non l’appartenenza al tessuto urbano, neppure la condivisione dello stesso marciapiede. Qualcosa di rilevante a livello simbolico: possono corrispondere alla definizione di “casa”.
La cronaca recente. Più delle colonne sui giornali rimane il ricordo delle fotografie: una botola aperta da cui si intravedono letti a castello e giochi di bambini, un tombino dall’aspetto pesante sollevato a mostrare un paio di sacchi a pelo.
Questi i fatti. A Milano un magazzino sotterraneo, senza finestre e raggiungibile soltanto attraverso una botola, ospitava 28 cinesi, clandestini e regolari, con bambini a seguito, in stanze ricavate da tavole di compensato (Repubblica 25 marzo 2009)

A Roma, tombini, usati come ripostigli per i propri oggetti, se non come dormitori, da ragazzini afgani, di 15-16 anni che riparavano in stazione, in transito in Italia per un viaggio costato diecimila euro. Disputa sofista sorta intorno al caso: ma i ragazzini ci dormivano o no, nei tombini? Alcuni giornali titolano “Tombini bufala” (http://www.ilgiornale.it/), come se dormire su una panchina alla stazione e avere come unico punto di riferimento un tombino per un ragazzino di quindici anni fosse un’idea più digeribile, meno perturbante per la coscienza che pensarlo accovacciato sottoterra.
Il clamore suscitato dalle notizie (che si è spento rapidamente) suonava più o meno uniformemente scandalizzato. “Grave ed impressionante”, il commento del sindaco Alemanno alla questione dei minori afgani.
Ci si domanda quale indignazione sia plausibile, nel constatare le conseguenze di certe scelte normative. I due casi balzati alla cronaca sono punti su una retta che definisce una direzione, e se si vuole procedere all’indietro, cercando in pagine dell’informazione che non siano quelle di cronaca, si deve tornare alle norme del ddl Maroni, ad esempio, a quella che introduce la confisca degli immobili a chi affitta casa ad irregolari ed alle altre norme contro i clandestini contenute nel pacchetto sicurezza. Se si appoggia una biglia su un piano inclinato, rotolerà, fedele alle leggi della fisica, e sarebbe ridicolo stupirsene. Se si impedisce ad una fetta di popolazione l’accesso ad un bene primario come la casa sul suolo italiano, sarà inevitabile la discesa nel sottosuolo, alla ricerca di soluzioni che appaiono estreme solo a chi vive ignorando la portata delle scelte politiche e normative compiute ultimamente nella gestione dell’immigrazione: non sono necessarie qualit à immaginifiche da veggente per riuscire a figurarsi le conseguenze.
Michele Serra su Repubblica (25 marzo) riconosce l’Hotel Botola dei cinesi non come fatto di cronaca ma come traccia di “un’umanità progettuale… che scava febbrile e inarrestabile”, e rende ad esso il merito di aver allargato l’inquadratura al suolo - e sottosuolo.
(Eleana Marullo)

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Sicurezza - Togliere dalla vista per togliere dal pensiero

Giovedì 2 aprile nella sala di rappresentanza di Tursi il dibattito “Quale sicurezza” organizzato dalla Associazione “L’Europa che vogliamo” passa al setaccio il “pacchetto sicurezza” approvato al Senato di fronte ad un pubblico abbastanza numeroso e molto attento.
Waldemaro Flick traccia un quadro storico e comparativo dei fenomeni migratori in Italia e altrove, definisce “inadeguate, incivili, non costituzionali” le misure di un decreto che considera la clandestinità una aggravante nei reati. Avverte che la gravità delle ronde verrà fuori al primo grave incidente. Ricorda soprattutto che quando un governo mette in atto politiche “di barriera”, che impediscono la “circolarità del fenomeno migratorio”, allora cresce l’illegalità.
Il magistrato Pinto dice che c’è da preoccuparsi, e seriamente, perché le forze di governo non considerano la Costituzione come una linea guida per la attività legislativa, ma un “cavillo”, un impaccio di cui liberarsi. Ed ecco che in Italia “siamo di fronte ad una legislazione per spot, che soddisfi delle esigenze immediate, senza prendersi carico della complessità e dell’aspetto costituzionale”.

Pinto si sofferma su una norma di facile presa sulla opinione pubblica: quella che introduce la custodia cautelare obbligatoria in caso di violenza sessuale. Oggi questa obbligatorietà è prevista solo per i reati di mafia, per salvaguardare il giudice dai condizionamenti che si possono esercitare su di lui. Altrimenti è il giudice che deve bilanciare, nel caso concreto, i due principi della tutela del cittadino e della libertà dell’individuo. Il decreto del governo ora spezza questo equilibrio e introduce una pericolosa forzatura.
“Uno dei maggiori attentati alla sicurezza – aggiunge il magistrato – è l’attuale disciplina sulla immigrazione”. Elenca le assurdità punitive già in atto (impossibilità di entrare regolarmente in Italia per cercare lavoro, perdita del soggiorno dopo pochi mesi di disoccupazione e nuova conseguente clandestinità), e quelle che si stanno preparando: divieto di iscrizione alla anagrafe dei figli di irregolari, per non parlare della denuncia dei medici. “Tutto sta determinando un cambio della nostra Costituzione materiale rispetto alla Costituzione scritta, basata su principi di rispetto della persona e dei diritti fondamentali”.
I nostri governanti, conclude, invece di fare la guerra alla povertà stanno facendo la guerra ai poveri.
Tra le voci del pubblico quella di Padre Remondini di S. Marcellino. Ricorda che la legislazione sulla sicurezza di cui si è discusso colpisce anche i senza dimora. Li si vuole schedare, sapere chi sono, ma è una catalogazione puramente intimidatoria: questo sapere non serve a niente. Nessuno vuole usarlo per costruire una politica, una rete di sostegno. Si vuole solo cacciarli dai “salotti buoni” della città. Poi, dice, ci si mettono anche alcuni sindaci, e cita il caso di una ordinanza comunale (non ricordo di quale città) che prescrive come le panchine debbano avere un bracciolo nel mezzo, per impedire di sdraiarcisi e di dormirci.
Dice ancora: “Si vogliono togliere dalla vista le persone che stanno male, ma questo vuole dire toglierle dal pensiero”. Invece è importante che i genovesi vedano i circa 2000 di loro che vivono per le strade.
Passando da Piazza Caricamento in questi giorni osservo che le (poche) panchine sono sparite.
(Paola Pierantoni)

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25 Marzo 2009

Moschea, un gruppo di fedeli si interroga

Vogliamo per un momento ragionare insieme e valutare le premesse e le conseguenze dei nostri atteggiamenti? Proviamo a metterci nei panni degli altri. Quanta pazienza avremmo noi se ci impedissero di avere una chiesa o, parliamo in termini non confessionali – un luogo pubblico in cui essere noi stessi ed esprimere la nostra più intima realtà? Saremmo capaci di renderci disponibili al cambiamento quando un nostro progetto, che aveva - da un punto di vista urbanistico - la possibilità concreta di essere approvato, fosse rinviato sine die, quando ci venisse proposta prima una zona, poi un’altra, con continui rinvii, offrendoci la chiara sensazione di essere giudicati tutti delinquenti in ragione della nostra identità?

E’ una concezione simile a quella di Hitler che additava come nemici dell’uomo gli ebrei, tutti, in ragione della loro “razza”. Capita anche a noi, del resto, di esser considerati mafiosi solo perché italiani.
In quasi tutti i paesi musulmani ci sono chiese, istituti e, spesso, prestigiose scuole gestite da cristiani. Vogliamo allinearci a quei pochi paesi più retrivi? Talvolta gli islamici hanno garantito la convivenza tra cristiani al punto che, paradossalmente, le chiavi della Basilica del Santo Sepolcro a Gerusalemme sono affidate, da secoli, ad una famiglia musulmana, perché i cristiani litigano tra di loro, come abbiamo visto recentemente alla televisione.
Nei periodi in cui c’è stata una grande capacità di convivenza ci sono state grandi conquiste culturali nel campo della matematica, filosofia, astronomia, nella conoscenza della cultura greca, ecc. La Spagna dell’inizio del secondo millennio, la Sicilia di Federico II, l’India del Nord nel periodo precedente la colonizzazione britannica ne sono un esempio ed ancora oggi risplendono le architetture moresche, le decorazioni a finissimi disegni, i giardini e le fontane. Sono proprio queste le zone che i turisti frequentano. Per non parlare, poi, di quanto gli Stati Uniti siano cresciuti in ragione proprio delle diversità degli immigrati, tra cui, inizialmente malvisti, gli italiani.
Nel Medioevo la Repubblica di Genova si preoccupava di offrire agli schiavi musulmani i necessari luoghi di culto e permetteva che avessero il tempo di recarvisi a pregare. La nostra Costituzione agli art. 8 e 19 riconosce la libertà di culto. Vogliamo tornare ad una “civiltà” pre-medievale, anzi pre-cristiana? Se gli scopi dei frequentatori della futura moschea fossero altri e cioè contrari alla legge, spetta alla autorità dello Stato controllare, prevenire o reprimere. Si dice che la moschea costituirebbe un pericolo perché favorirebbe i “collegamenti” fra gli immigrati allo scopo di commettere reati, ma non è più pericoloso che tali eventuali collegamenti avvengano in zone meno controllabili? Non dimentichiamo che gli immigrati abitano molto vicini tra loro, quasi in ghetti: è molto facile trovare il modo di accordarsi per delinquere, senza bisogno di ricorrere alla moschea. Non dimentichiamo invece che i responsabili delle comunità islamiche di Genova hanno promesso per tutti libero accesso alla moschea e hanno previsto che i discorsi di commento siano pronunciati in italiano: non la preghiera coranica in senso stretto che deve esser recitata in arabo, anche da chi non lo capisce (così come avveniva per i cattolici prima del Concilio, quando le preghiere liturgiche erano in latino).
Per contestare la moschea si utilizzano ragionamenti apparentemente logici, ma legati più che altro alla paura alimentata ad arte da una propaganda che fa leva sull’istinto: ben noto sistema che in tutte le epoche ha portato a nascondere i problemi veramente urgenti dei vari governi, caricando sugli “altri”, sui “diversi” di turno le difficoltà politiche e/o economiche. Tuttavia c’è un fatto ancora più grave: la contestazione mira anche ad offendere, non ragiona neanche più: prova ne sia che vengono esibiti salami e maiali con l’evidente intento di umiliare chi, per ragioni religiose, si astiene dal mangiare carne suina.
Per concludere: la situazione ci fa paura, ma per una ragione opposta: abbiamo paura del crescere di questa tensione razzista e del rischio che questo comporta, come ben ricorda un noto proverbio: chi semina vento raccoglie tempesta. Gli islamici sono ormai numerosi tra noi: non è più lungimirante chi cerca di offrire amicizia piuttosto di chi vuole lo scontro?
(Virgilio Canepa, a nome di un gruppo di fedeli di Religioni diverse impegnati nel dialogo interreligioso, aderenti alla "Conferenza Mondiale delle Religioni per la Pace - W.C.R.P.")

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11 Marzo 2009

Migranti - Liguria ultima per “integrazione”

E’ ufficiale: nessuno in Italia accoglie a braccia aperte la massa di migranti che riempiono sempre più i nostri cantieri e le nostre case: nel migliore dei casi sono sopportati come un male necessario. Sono questi i sentimenti del nostro paese su cui ha scavato il sesto rapporto del Cnel (Consiglio nazionale dell’economia e del lavoro www.cnel.it) che misura l’indice di integrazione degli immigrati in Italia. Stabilito che gli immigrati sono in generale poco graditi - si legge nel rapporto – quali sono le regioni e le province italiane che hanno verso di loro un atteggiamento costruttivo? Che ne facilitano l’integrazione con misure diverse (assistenza sanitaria, politiche abitative, scolastiche e simili)?

La risposta è che “La Liguria è la regione del Nord in cui per gli immigrati è più difficile integrarsi” (Repubblica 21 febbraio 2009). E la causa non sta nella scarsa “attrattività” della nostra regione o l’insoddisfazione (dei migranti) per l’inserimento occupazionale – che c’è ma non è questo che fa la differenza. E’ invece dovuta al fatto che l’inserimento sociale in Liguria – rispetto alle altre regioni - risulta a livelli minimi a cominciare dalla abitazione dove risultano gli affitti più cari e le discriminazioni più pesanti. Poi c’è la dispersione scolastica, il basso numero di naturalizzati, il basso numero di ricongiungimenti familiari. Nella classifica per province l’ultima è La Spezia, penultima Genova e, poco più sopra Savona e Imperia.
Questo dicono i numeri: la regione del centro sinistra, con tre province su quattro di centro sinistra, con le ben note tradizioni antifasciste e resistenziali, con sindacati prestigiosi e densi di orgoglio operaista, è agli ultimi posti in Italia – dove nessuna regione brilla particolarmente in materia – per l’accoglienza degli stranieri.
La notizia pubblicata con un titolo a piena pagina non è stata giudicata, nei giorni successivi, degna di alcun commento da parte dei protagonisti dell’economia e della politica locale. Come se il rapporto del Cnel parlasse d’altro.
(Manlio Calegari)

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4 Marzo 2009

Sicurezza - Ronde domestiche per le donne?

Si definisce come femminicidio “ogni pratica sociale violenta fisicamente o psicologicamente, che attenta all’integrità, allo sviluppo psicofisico, alla salute, alla libertà o alla vita delle donne, col fine di annientarne l’identità attraverso l’assoggettamento fisico o psicologico, fino alla sottomissione o alla morte della vittima nei casi peggiori”

La Casa delle donne ha pubblicato a novembre 2008 un documento dal titolo eloquente: “La mattanza. Femminicidio: ricerca sulla stampa italiana nell’anno 2007” (*). Sono stati esaminati tutti i 126 casi di omicidio di donne, dagli undici anni in su, compiuti per motivi misogini o sessisti dal gennaio 2007 al gennaio 2008.

Si definisce come femminicidio “ogni pratica sociale violenta fisicamente o psicologicamente, che attenta all’integrità, allo sviluppo psicofisico, alla salute, alla libertà o alla vita delle donne, col fine di annientarne l’identità attraverso l’assoggettamento fisico o psicologico, fino alla sottomissione o alla morte della vittima nei casi peggiori”
La Casa delle donne ha pubblicato a novembre 2008 un documento dal titolo eloquente: “La mattanza. Femminicidio: ricerca sulla stampa italiana nell’anno 2007” (*). Sono stati esaminati tutti i 126 casi di omicidio di donne, dagli undici anni in su, compiuti per motivi misogini o sessisti dal gennaio 2007 al gennaio 2008.
Ecco cosa ne emerge: nel 75% dei casi l’assassino è un familiare della vittima, nel 12% un conoscente, soltanto nell’11% uno sconosciuto. Nel 44% dei casi l’assassino è il marito o convivente, nell’8% il figlio. Alta percentuale, 14,2%, di omicidi commessi da ex (mariti, fidanzati conviventi), dato che collima con le percentuali sui moventi: 16,6% per separazione, 8% per gelosia, 3,2% per rifiuto di una relazione o di un rapporto sessuale, mentre generiche conflittualità sono al 24%.
Le prime nazionalità delle donne uccise, 72% italiane, 10, 3% romene, 1,6% peruviane; a la nazionalità degli assassini, 70% italiani, 5,5% romeni, 1,6% peruviani, 13% sconosciuto. Ennesimo dato interessante, al confronto con il 2006, è quasi raddoppiato il numero delle vittime tra i 46 ed i 75 anni.
Alla luce di questi numeri, dove sarebbe il caso di mettere le famigerate ronde? Per strada a pattugliare i clandestini? Al fianco di ogni bella donna? Oppure nel tepore accogliente del focolare domestico?
(Eleana Marullo)

Posted by Admin at 15:55 | Comments (0)

Infortuni - Se i rumeni diventano una notizia di nicchia

È un fatto: se si scorre la stampa locale di questi ultimi mesi la parola romeno o rumeno ricorre molte volte nei titoli e nei testi degli articoli, associata a: razzismo, stupri, mendicanti, baraccopoli, criminali, clonazione di bancomat, xenofobia… con la debita eccezione di “elezioni europee” (i rumeni infatti potranno votare come noi: sono europei).
Ma per sentire parlare di rumeni, lavoro e infortuni bisogna andarsi a leggere "Metropoli" del 7 dicembre 2008, il supplemento domenicale di Repubblica dedicato alla immigrazione. Una notizia di nicchia, evidentemente, affidata ad un foglio che è difficile vedere esposto nelle edicole.

L’articolo di Metropoli citava il rapporto pubblicato sulla rivista Dati Inail dell’ottobre 2008 (www.inail.it sezione statistiche): una analisi, ignorata dal resto della stampa, dei dati - ancora provvisori – relativi all’andamento 2006 / 2007 degli infortuni per italiani e stranieri. Nel sottotitolo della pubblicazione Inail si poteva leggere in bella evidenza: “Rumeni, primi per residenti, occupati e infortunati”.
Così, a quanto pare, i rumeni lavorano, e tendenzialmente in regola: sono 600.000 – dice l’Inail – quelli che risultano assicurati, e quindi versanti contributi e tasse. Ma insieme ad albanesi e marocchini sono anche quelli che si fanno più male sul lavoro: 41 infortuni mortali nel 2007 per i rumeni, 23 per i marocchini, 18 per gli albanesi.
Secondo i dati dell’Inail infatti dal 2006 al 2007 gli infortuni, inclusi i mortali, complessivamente diminuiscono, ma poi bisogna distinguere. Prendiamo i mortali, quelli meno facili o impossibili da negare o nascondere: diminuiscono per gli italiani (da 1174 a 996: -15,1%), aumentano per gli stranieri (da 167 a 174: +4,2%), che nel 2007 totalizzano il 14,9 % degli infortuni mortali.
Delle nazionalità più esposte abbiamo già detto: istruttivo riflettere che, al giro, le nazionalità marocchina prima, e poi albanese, e a seguire rumena sono state anche quelle più “criminalizzate” in Italia.
I sindacalisti intervistati da "Metropoli" (Walter Schiavoni segretario generale Fillea - Cgil e Bentivogli, segretario nazionale Fim - Cisl) indicano le ovvie cause della differenza: gli immigrati sono più esposti, hanno meno forza contrattuale, sono più ricattabili, c’è un problema di comunicazione, di lingua, di competenze, di orari di lavoro che superano “la decenza”.
Il rapporto dell’Inail offre anche altri dati, quelli della normalità e della integrazione: “il 9% dei rumeni che vivono in Italia possiede una casa, il 90% ha un reddito mensile di 1030 euro… il 78% è diplomato o laureato”, e cita due iniziative, la campagna “Romania, piacere di conoscerti” promossa dal governo di Bucarest e dalla ambasciata di Romania in Italia, e il dossier di Caritas Migrantes, che “intendono raccontare i molti aspetti positivi, spesso sconosciuti, del popolo rumeno”.
Sconosciuti per forza. Non vi pare?
(Paola Pierantoni)

Posted by Admin at 15:49 | Comments (0)

25 Febbraio 2009

Immigrazione/1 - Metropoli spiega il ddl sicurezza

Metropoli (15 febbraio 2009) informa, punto per punto, sui provvedimenti del ddl sicurezza approvati in Senato. Il più eclatante, rimbalzato su tutti i giornali, la possibilità per il personale medico di segnalare alla polizia gli irregolari che si fanno curare. Gli altri: una tassa di 200 euro sulla cittadinanza, una tassa da 80 a 200 euro sul rilascio e rinnovo del permesso di soggiorno, il reato di ingresso e soggiorno illegale, che tanto aveva fatto discutere duranti i primi mesi di discussione del ddl, cittadinanza per matrimonio dopo 2 anni, e non più sei mesi, obbligo di denuncia degli irregolari per i money transfer, impossibilità di sposarsi se privi di permesso di soggiorno, iscrizione all'all'anagrafe solo dopo la verifica delle condizioni dell'alloggio, permesso di soggiorno a punti.

Tra le norme bocciate, la possibilità di revocare il permesso di soggiorno anche se si commette un reato per quanto riguarda i diritti d'autore, carta di soggiorno per i familiari che soggiornano in Italia da almeno 5 anni e trattenimento nei CIE (Centri di identificazione ed espulsione) fino a 18 mesi (norma uscita dalla porta e rientrata dalla finestra: nel dl “antistupri:”- Repubblica, 20 febbraio 2009 - un articolo porta da 2 a 6 mesi il tempo massimo di trattenimento dei centri).
Metropoli non riporta commenti né prese di posizione, a riguardo, la nuda informazione redatta in modo comprensibile anche per chi non ha una perfetta padronanza dell'italiano.
A far contrasto con la mera elencazione di leggi, la lettera di Ala C., moldava, 32 anni, badante clandestina che non vede i suoi figli da 4 anni e che da anni tenta di regolarizzarsi col decreto flussi, senza riuscire “Sono in Italia da 4 anni come clandestina, non riesco ad avere il permesso di soggiorno e vivo sempre con l'ansia di ottenerlo...Perchè non posso avere il permesso di soggiorno anch'io, che sono qui in Italia e faccio un lavoro onesto e pulito e non così facile? Che colpa ne ho io? Che colpa ne hanno i miei figli?”.
(Eleana Marullo)

Posted by Admin at 16:47 | Comments (0)

Immigrazione/2 - Uso politico della statistica

Nell’articolo “Il crimine cresce ma soltanto tra gli irregolari” (Repubblica, 12 febbraio) Paolo Arvati invoca “un approccio rigoroso a statistiche particolarmente insidiose come quelle giudiziarie”, e indica nella ricerca di Marzio Barbagli (“Immigrazione e sicurezza in Italia”, Il Mulino) un utile strumento.
Barbagli parte dal cambiamento occorso in molti paesi europei a metà degli anni ’70: fino ad allora il tasso di criminalità degli immigrati era risultato inferiore a quello delle popolazioni autoctone, ma dopo la crisi petrolifera del 1973 le politiche migratorie europee diventano più restrittive, la pressione migratoria aumenta e per la prima volta cresce la quota dei reati commessi da stranieri.

Cause possibili: l’aumento della immigrazione irregolare; una offerta di lavoro immigrato che supera la domanda; una maggiore difficoltà a trovare e conservare un lavoro soddisfacente; il peggioramento delle prospettive delle seconde generazioni.
In Italia tutto inizia dopo: nel 1992 la percentuale di immigrati sulla popolazione è ancora poco più dell’1%, salirà al 6% nel 2006. Nello stesso periodo cresce anche la percentuale degli stranieri sul totale dei denunciati per diversi reati: omicidio dal 6 al 24%; furto dal 25 al 49%; rapina dal 14 al 32%; violenza sessuale dal 20 al 38%; traffico di stupefacenti dal 14 al 29 % … Sono gli irregolari a delinquere in misura maggiore: si va dal 65% al 92% del totale, a seconda della tipologia del reato.
La politica strattona questi dati per piegarli ai suoi scopi. Enfatizzati dalla destra per cercare consenso e per distrarre l’opinione pubblica da altri e molesti pensieri, minimizzati o negati dalla opposizione. Salvo poi incorrere in improvvisi sussulti (definiti da Barbagli “ondate di panico morale”) come quello seguito all’omicidio di Tor Vergata, che porta Veltroni ad affermare: “prima del 2007 (anno dell’ingresso della Romania nell’U.E.) Roma era la città più sicura del mondo, ora invece… Gli arrestati per il 75 % sono romeni che hanno rapinato, violentato, ucciso”, e Prodi a varare in fretta e furia un improvvisato decreto legge sulla sicurezza. Pensare, rileva Barbagli, che nel 2007 non c’erano state discontinuità nell’andamento del tasso di criminalità dei rumeni: il salto, semmai, c’era stato nel 2002, in concomitanza con l’abolizione dell’obbligo del visto di ingresso dalla Romania.
Servirebbero coraggio ed onestà. Per non alterare i dati sui crimini, e per vedere la realtà per intero. Incluso il fatto che l’incremento della immigrazione irregolare è favorito “dal vastissimo settore informale della economia e dalla scarsa efficienza dei controlli pubblici” e dalla mancanza di “una politica che stabilisca quote realistiche di ingressi annuali di immigrati”. Oppure che, per un immigrato, la probabilità di essere vittima di un reato (furto, omicidio, violenza) è più alta da tre a cinque volte rispetto a un italiano. E magari che in Svezia, grazie ad una politica di integrazione che include l’insegnamento a scuola della lingua madre, le violazioni della legge diminuiscono tra gli immigrati di seconda generazione.
(Paola Pierantoni)

Posted by Admin at 16:44 | Comments (0)

18 Febbraio 2009

Immigrazione - Scivolare all’indietro su un piano inclinato

Il riordino dei documenti del Forum Antirazzista ha fatto emergere in questi giorni una lettera del 13 gennaio 1997 che dà la misura di quanto sia ripido il piano inclinato lungo il quale stiamo scivolando.
Si tratta di una comunicazione che le quattordici associazioni del “Forum Antirazzista di Genova” e l’Associazione “Ambulatorio internazionale di Città Aperta” avevano inviato all’allora assessore regionale alla sanità Franco Bertolani e al presidente della “Conferenza dei sindaci” della USL3 Sergio Rossetti, in merito alla assistenza sanitaria agli immigrati, regolari e non.
All’epoca le norme in materia erano molto sommarie, e prendevano in considerazione l’immigrato solo in quanto “lavoratore”. Inoltre era ancora grande la diffidenza degli stranieri che si avvicinavano con difficoltà al nostro sistema, alle sue regole, alla sua burocrazia.

Per rispondere alla domanda di salute degli immigrati irregolari nel 1994 era nata a Genova l’Associazione Ambulatorio Internazionale di Città Aperta”, tuttora operante in Vico del Duca. Vi aderivano più di cento medici, ma le persone che lo frequentavano non erano solo immigrati senza il soggiorno: moltissimi erano perfettamente in regola, ma preferivano quella sede per le modalità di relazione che sapeva offrire.
Quel che le associazioni chiedevano alla Regione era di rendere il servizio pubblico altrettanto accessibile sia a chi il permesso di soggiorno lo aveva, sia a chi non lo aveva, quindi: interventi sugli aspetti formali e burocratici, ma anche formazione degli operatori, informazione per gli immigrati, inserimento di mediatori culturali nelle strutture sanitarie.
Ovviamente quel che avveniva a Genova avveniva anche in molte altre città e regioni italiane, e questa attenzione sociale fece sì che negli anni ’90, a fronte della vaghezza della legislazione nazionale, si sviluppasse in materia una legislazione regionale: il Veneto con la Legge regionale 9/90 fu la prima a prevedere una assistenza sanitaria anche a chi era presente irregolarmente, ma diverse altre seguirono.
E’ questo movimento, questa diffusa attenzione al problema, che ha portato nel 1998 alla svolta della legge Turco – Napolitano che nell’articolo 35 stabilisce:

“Ai cittadini stranieri presenti sul territorio nazionale, non in regola con le norme relative all'ingresso ed al soggiorno, sono assicurate, nei presidi pubblici ed accreditati, le cure ambulatoriali ed ospedaliere urgenti o comunque essenziali, ancorché continuative, per malattia ed infortunio e sono estesi i programmi di medicina preventiva a salvaguardia della salute individuale e collettiva.”
specificando:
“L'accesso alle strutture sanitarie da parte dello straniero non in regola con le norme sul soggiorno non può comportare alcun tipo di segnalazione all'autorità, salvo i casi in cui sia obbligatorio il referto, a parità di condizioni con il cittadino italiano".
(Paola Pierantoni)

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4 Febbraio 2009

Immigranti: appello contro la schedatura sanitaria

Medici Senza Frontiere (MSF), Associazione Studi Giuridici sull'Immigrazione (ASGI), Società Italiana di Medicina delle Migrazioni (SIMM) e Osservatorio Italiano sulla Salute Globale (OISG) lanciano un appello per chiedere ai Senatori di respingere l'emendamento che elimina il principio di non segnalazione alle autorità per gli immigrati irregolari che si rivolgono a una struttura sanitaria.
L'attuale Testo Unico sull'Immigrazione (Decreto Legislativo 286 del 1998) prevede che «l'accesso alle strutture sanitarie da parte dello straniero non in regola con le norme sul soggiorno non può comportare alcun tipo di segnalazione all'autorità, salvo i casi in cui sia obbligatorio il referto, a parità di condizioni con il cittadino italiano».
Il rischio di essere segnalato creerebbe nell'immigrato privo di permesso di soggiorno e bisognoso di cure mediche una reazione di paura e diffidenza, in grado di ostacolarne l'accesso alle strutture sanitarie. Ciò potrebbe creare condizioni di salute particolarmente gravi per gli stranieri - con aumenti dei costi legati alla necessità di interventi più complessi e prolungati - e ripercussioni sulla salute collettiva - con il rischio di diffusione di eventuali focolai di malattie trasmissibili.
La cancellazione del principio di non segnalazione vanificherebbe inoltre un'impostazione che nei 13 anni di applicazione (il principio è presente nell'ordinamento italiano già dal 1995) ha prodotto importanti successi nella tutela sanitaria degli stranieri: riduzione dei tassi di Aids, stabilizzazione di quelli relativi alla Tubercolosi, riduzione degli esiti sfavorevoli negli indicatori materno-infantili (basso peso alla nascita, mortalità perinatale e neonatale.).
MSF, SIMM, ASGI e OISG invitano la società civile a sottoscrivere l'appello ai Senatori, che ha già raccolto 660 adesioni. MSF, SIMM, ASGI e OISG collegandosi al sito http://www.divietodisegnalazione.medicisenzafrontiere.it/appello.asp

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24 Dicembre 2008

Italia-Libia - Meno clandestini e più petrolio

Ecco una favola di Natale. Poniamo caso che siate i signorotti di un castello con un enorme problema: attraverso il ponte levatoio di un castello vicino, si riversano a chiedere asilo nella vostra magione orde di disperati, in fuga da massacri e povertà. Il padrone del castello vicino è un truce tiranno, che effettua scorribande nei Paesi vicini per estorcere denaro, che attua soprusi documentati, torture, che si è sbarazzato di migliaia di persone lasciandole a morire nel deserto. Insomma, un delinquente, un poco di buono. Voi, che fate?
Se la risposta è “Ignoro totalmente la massa di disperati che vagano nel mio palazzo, facendo conto che non ci siano, e copro di regali e denaro il poco di buono purché si liberi dei disperati prima che arrivino da me”, allora avete l'acume politico necessario per leggere gli ultimi accadimenti di politica estera (ed interna) italiana.

Pare ormai saldo il sodalizio Italia-Libia, che ultimamente si è arricchito di nuove tappe. Ai principi di questa estate risaliva infatti la conferma che l'Italia avrebbe finanziato sofisticati sistemi radar e satellitari per bloccare le frontiere libiche a sud (confermando un'alleanza posta già dal precedente governo); pochi mesi dopo, ad agosto, il premier italiano firmava a Bengasi un patto di «amicizia, partenariato e cooperazione» che prevede il risarcimento di 5 miliardi di euro alla Libia, spalmati su vent'anni, accompagnati dalle scuse per le offese portate durante il periodo coloniale. In cambio ci sarebbero l'attuazione del pattugliamento congiunto sulle coste libiche ed una maggiore penetrazione delle imprese italiane nello sfruttamento del petrolio e del gas libico. La faccenda viene riassunta, dal premier italiano, in questa formula “Meno clandestini e più petrolio” (Corriere della Sera, 30 agosto 2008). Ma i doni per la Libia non finiscono qui. Ad ottobre Gheddafi diviene il secondo azionista di Unicredit, al 4,3%, mentre all'inizio di dicembre acquista a prezzi stracciati le azioni di Eni, e le fonti ufficiali della Farnesina fanno sapere che si tratta di una condizione dell'accordo di Bengasi (http://diarioelettorale.ilcannocchiale.it/?TAG=gheddafi).
In sintesi, Gheddafi si rivela un uomo chiave per il governo italiano, sia per gestire uno scottante problema di politica interna, l'immigrazione, che come alleato economico dall'ampia disponibilità di capitale.
D'altro canto però l’assenza di tutela dei diritti umani fondamentali fa si che la Libia sia classificata come “paese non libero”, secondo i criteri usati in Libertà nel mondo 2008 (il Rapporto annuale di Freedom House sulla situazione dei diritti politici e delle libertà civili paese per paese, www.freedomhouse.org).
Ma un vicino di castello di tal fatta a tutelare la sicurezza dei vostri confini, non vi sembra un tantino inopportuno?
(Eleana Marullo)

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10 Dicembre 2008

Immigrati/1 - Dove è finita la “questione della sicurezza”?

E’ finita là dove era cominciata: la televisione non ne parla, i proclami dei sindaci sceriffo hanno perso la prima pagina dei giornali e, dopo la rumenta, l’esercito sembra si occupi di mafia. E’ finita o quasi il giorno che non serviva più per fare cassa: le elezioni erano vinte; era venuto il momento di passare all’azione. E dell’azione, le leggi – complice una maggioranza bulgara – è meglio parlare poco, cucinarle con discrezione e servirle a tavola senza troppo frastuono. Come sta succedendo per il disegno di legge 733 in discussione al Senato con cui il governo Berlusconi intende regolare la politica italiana sull’immigrazione dei prossimi anni.

Politica ma non solo perché le nuove norme e coloro che saranno chiamati a farsene carico disegnano una cultura, un modo di fare e di pensare che toccherà tribunali, scuole, ospedali, uffici pubblici, servizi, in breve tutta la nostra vita di ogni giorno. Si capisce che questa cosa non è detta chiarament e in testa alla legge ma chi si prenda la briga di leggerne il testo, scoprirà facilmente come, da un articolo dopo l’altro – a volte con parole blande e con ragionamenti che hanno l’apparenza dell’ovvio – esca delineato un sistema abietto e pericoloso. Abbietto perché con il pretesto di frenare l’irregolarità, passa invece una sola logica: “rendere difficile la vita agli immigrati, Europei e non Europei, regolari e irregolari e in qualche caso anche agli italiani”. Lo scrive M. Livi Bacci su Repubblica del 12 novembre scorso ((“La vita agra degli immigrati”)) in un articolo dove puntualmente sono richiamati gli aspetti più osceni, forcaioli e punitivi della 733 su alcuni dei quali incombe il dubbio di incostituzionalità (la creazione di “ronde di cittadini… per cooperare nell’attività di presidio del territorio”, la creazione presso il ministero dell’interno di un registro dei senza fissa dimora italiani e stranieri, la subordinazione dell’iscrizione anagrafica (di italiani e stranieri!) alla verifica dell’idoneità sanitaria dell’abitazione, il divieto di matrimonio per gli irregolari (così solo i padroni di schiavi nelle piantagioni), la preclusione (al regolare) della carta di “lungo soggiornante” se non ha superato un esame di italiano… E così via in un crescendo di violenza e di irrisione che culmina nell’imposizione di una tassa di 200 euro “per il rilascio o il rinnovo del permesso di soggiorno” finalizzata “a responsabilizzare gli stranieri richiedenti, a finanziare l'azione di contrasto alla clandestinità e a promuovere lo sviluppo economico nei Paesi di provenienza dell'immigrazione”.
Il disegno di legge 733 in discussione non solo è abbietto ma anche pericoloso. Nella sua ferma intenzione di rendere difficile la vita degli immigrati, scegliendo di farne - nella migliore delle ipotesi - dei cittadini a metà, nel sottomettere la loro vita alla più pervasiva discrezionalità e al ricatto, crea le condizioni per la nascita di conflitti gravissimi. Sindaci e amministratori locali fino a pochi mesi fa così sensibili ai problemi della sicurezza torneranno in prima linea? E da che parte?
(Manlio Calegari)

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Immigrati/2 - La burocrazia e la vita

La signora con cui parlo lavora in una azienda navalmeccanica, assunta a tempo pieno e indeterminato, ma nonostante la solidità della sua condizione lavorativa combatte anche lei con la straziante burocrazia dei permessi di soggiorno. Il suo scadeva a marzo 2008, e ad otto mesi di distanza non le hanno ancora dato il nuovo documento. Nel frattempo ha avuto un bambino, ma non può richiederne l’inserimento sul permesso in via di rinnovo. Dovrà invece attendere che il permesso le arrivi, incompleto, e riportarlo poi in Questura per una successiva modifica. Si possono immaginare i tempi. Nel frattempo impossibile andare a trovare la nonna in Marocco: la signora è anziana, vedova, non poter vedere il nipotino lontano è un tormento.

E’ incredibile la quantità di vessazioni e sofferenze quotidiane imposte agli immigrati per inerzia o calcolo attraverso la banale arma della inefficienza e della burocrazia. A questo stillicidio la donna con cui parlo oppone la resistenza tenace della combattente già sperimentata sul campo delle difficoltà. In Marocco un diploma di segretaria commerciale e due anni di giurisprudenza, poi un lavoro in una azienda francese che viene perduto per il fallimento della ditta. Per sfuggire ad una prospettiva di disoccupazione a 29 anni parte da sola per la Spagna, dove resta solo otto mesi: il solo lavoro disponibile è quello di assistenza, in nero, con pochissimi soldi. Un tentativo in Francia, a Nizza, non è migliore: 400 euro al mese per un lavoro di assistenza a tempo pieno. Poi una amica le suggerisce di raggiungerla a Genova. I primi due anni, storia comune, li trascorre senza permesso di soggiorno, poi afferra l’occasione di una sanatoria. Nel periodo più “buio”, quello p assato da irregolare, lavora ad ore, in nero, nelle case. Poi col permesso arriva il lavoro in qualche ristorante, o in cooperative di pulizia. La prima volta che si è trovata una scopa in mano, mi dice, le è venuto male. La sua qualifica, le sue aspettative, erano altre. Ma poi, no, ha cambiato atteggiamento. Quello che importava era lavorare, essere autonoma, mandare soldi a casa. Solo non sopporta il lavoro di assistenza nel cerchio chiuso di una casa privata: il lavoro per lei deve essere comunicazione col mondo.
Ora questo lavoro va bene, ma il posto all’asilo comunale non c’è, quello privato costa caro, come fare? A tratti arriva lo scoraggiamento, e la tentazione, contro cui combatte, di rinunciare al lavoro per badare al bambino, fidando sul lavoro del marito.
Qui a Genova sta bene, dice che assomiglia alla sua città, Casablanca. Non tornerà in Marocco. Osserva che qui c’è più libertà e rispetto per le donne. Gli amici che lei e suo marito, anche lui cittadino marocchino, hanno qui a Genova sono soprattutto italiani. Osserva anche: noi non abbiamo bisogno di badanti, intorno ci sono sempre tante persone. Anche troppe! Semmai il problema, in Marocco, è riuscire a stare un po’ soli.
(Paola Pierantoni)

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3 Dicembre 2008

Nascondo il viso per difendere mio padre

Sono nata in Eritrea da una famiglia benestante. Maggiore di sei figli, a 18 anni sono dovuta partire per il centro di addestramento di Sawa, obbligata al servizio militare, come tutti i giovani del mio paese. Pensavo sarebbe durato un anno, ma dopo cinque ero ancora lì, senza vedere la mia famiglia e assistendo a molte ingiustizie, soprattutto verso le donne come me. La mia opposizione ai maltrattamenti è stata punita più volte, quindi alla prima occasione favorevole sono scappata e sono arrivata a Khartum, in Sudan.
Lì ho cercato una lontana parente, in Italia da tanti anni, che purtroppo non ha potuto aiutarmi ad entrare regolarmente in Italia. Allora mi sono decisa ad attraversare il deserto del Sahara per cercare di arrivare in Libia.
Al momento della partenza non pensavo che sarei stata testimone e protagonista di episodi drammatici.

Invece partiamo in 80, e dopo un viaggio estenuante solo settanta di noi riescono ad arrivare in Libia. Gli altri, ragazzi e ragazze, restano sepolti sotto la sabbia del Sahara.
In Libia è dura, i profughi come noi non sono bene accolti.
Chiedo aiuto a parenti ed amici in giro per il mondo, e riesco a mettere insieme i 1500 dollari che servono per la seconda parte della fuga, quella attraverso il Mediterraneo.
Presi gli accordi con i trafficanti e pagato il prezzo per il trasporto, ho aspettato dieci giorni nascosta vicino ad una spiaggia che venisse il mio turno di imbarcarmi, destinazione Italia.
La traversata via mare dura più del previsto e sacrifica altre vittime. In alto mare abbiamo chiesto aiuto lanciando un SOS, una imbarcazione italiana finalmente ci raggiunge.
A Lampedusa siamo stati accolti nel campo profughi, molti sono finiti in ospedale per le pessime condizioni di salute.
La vita nel campo profughi era infernale, ma l’aver visto morire i miei compagni di viaggio nel deserto e in mare mi ha dato il coraggio di farcela.
Finito il processo di riconoscimento ed identificazione ho avuto il permesso di soggiorno per un anno per motivi umanitari, ero quindi in grado di viaggiare e di spostarmi per il paese.
Non conosco nessuno, e decido di andare verso il nord, dove vive la mia parente; lì trovo lavoro come badante. Questo mi permette di aiutare economicamente la mia famiglia, rimasta in Eritrea.
Mi ritengo fortunata perché sono viva e posso contribuire alla sopravvivenza della mia famiglia ma purtroppo i problemi non sono finiti: mio padre viene arrestato perché avevo disertato il servizio militare scappando. L’unica via d’uscita per restituire a mio padre la libertà è il pagamento di 50mila Nakfa, una vergognosa ritorsione alla quale sono sottoposte numerose famiglie di profughi eritrei.
Questo è il motivo per cui, una volta scesi dalle barche scassate che ci portano a Lampedusa, nascondiamo i nostri volti. Non è per vergogna, né per colpa. Tentiamo solo di non compromettere la sicurezza dei nostri famigliari fornendo prove tangibili della nostra fuga.
(lettera firmata)

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26 Novembre 2008

Immigrazione - Il florido mercato della disuguaglianza

Nel 2006 lo stipendio medio denunciato all’Inps di una persona immigrata, uomo o donna che sia, è stato di 11055 euro (921 euro al mese senza tredicesima), quello di una persona italiana di 17594 euro.
Quello di un uomo immigrato di 13280 euro, quello di una donna immigrata di 8006.
La regione che registra i redditi più alti degli immigrati è il Friuli Venezia Giulia (12865 euro l’anno), quella che registra i redditi più bassi è la Campania con 7379.
La Liguria, con uno stipendio medio annuo degli immigrati di 9696 euro, ha dietro di sé solo Sardegna, Lazio, Sicilia, Calabria, Puglia, Molise.
La nazionalità che registra il livello più alto è il Senegal con 14337 euro (ma lo stipendio medio di una donna del Senegal è di 7889 euro), e quella col livello più basso è l’Ucraina con 6699 euro (5974 per le donne)
Questi dati Inps, riportati in un articolo/inchiesta su Metropoli di domenica 23 novembre, disegnano la mappa delle disuguaglianze su cui si regge una parte crescente della nostra economia.

Le disuguaglianze separano tra loro italiani e immigrati, immigrato da immigrato a seconda dei territori e delle stesse nazionalità, e le donne immigrate sia dalle donne italiane (che comunque guadagnano meno degli uomini italiani), sia dagli uomini immigrati.
I minori redditi segnalati dall’Inps hanno in sé molte cause: i settori di impiego, le qualifiche attribuite in ciascun settore, e le ore di lavoro effettivamente messe in regola. Infatti la gran parte degli immigrati è denunciata per 20 ore di lavoro settimanali, esattamente il minimo richiesto dalla legge per una assunzione in regola, a sua volta indispensabile per ottenere il permesso di soggiorno.
Quindi (è cosa nota ma vale la pena tenerla sempre ben presente) gli immigrati in Italia lavorano, quando va bene e cioè sono in regola col soggiorno ed hanno una posizione aperta presso l’Inps, senza riconoscimento di qualifica nei settori meno remunerativi e più pericolosi, e con sostanziale rinuncia ad una protezione previdenziale per la loro vecchiaia: badare alla sicurezza immediata per proteggersi da rischi, malattie e infortuni, o futura per sopravvivere quando il lavoro non ci sarà più, è un lusso fuori portata.
Il mercato della disuguaglianza percorre ogni fibra del nostro paese e si regge su responsabilità istituzionali, politiche, imprenditoriali, individuali. Ho recentemente assistito ad una telefonata tra una operatrice sociale ed una signora potenziale datrice di lavoro di una colf, che giudicava assolutamente eccessiva una paga sui 1100 euro mensili (6 euro orari) per un lavoro di assistenza a tempo pieno.
La questione di come debba cambiare la nostra economia e il nostro stato sociale per rinunciare allo strepitoso volano (o ancora di salvezza, a seconda delle fasi economiche) della disuguaglianza dovrebbe essere una grande priorità della politica.
(Paola Pierantoni)

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19 Novembre 2008

Immigranti: diventare regolari al tempo della destra

Grazie per le notizie che riguardano a noi immigrati.
Dire che la regolarizzazione divente cultura è una parola carina e grande, ma con la destra nel governo non per essere pessimista ma sarà difficile, un governo che ogni giorno non fa altro che applicare delle legge discriminante in confronto di chi non appartiene all'Unione Europea.
Come dire che aumentarà il costo del servizio del Permesso di soggiorno quando il ministerio dell'Interno e le questure danno un servizio che non soddisfa a noi immigrati, un servizio che per riavvere il permesso de soggiorno bisogna aspettare un anno: E’ nel momento che se deve retirare è scaduto, per cui diversi cittadini devono girare con un documento scaduto, rimettono la pratica tramite posta per il rinnovo e devono continuare a girare con questo documento scaduto, sembra che ci prendano gioco di noi, e così bloccano a questo cittadino come a viaggiare, estudiare, lavorare, etc perchè la ricevuta che da la posta non è del tutto valida secondo la legge.
Mi auguro che il Signore Presidente Fini logre convincere a la sua magioranza per la regolarizzazione/cultura di chi lavora già in Italia in nero, così di questa forma abbiano il diritto a una asistenza sanitaria e tante altre cose…
(Magdalena Burgos)

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12 Novembre 2008

Immigrati - I due Mohamed

“Louma aneia tikaffi meia”, Mohamed divide il pane in tanti pezzi, che usa poi per raccogliere la crema di fave e salsa tahina nel suo piatto, “un boccone buono basta per cento”, traduce, sorridendo. La tavola, nella cucina un po' buia ma accogliente, è imbandita per una cena di benvenuto: limoni in salamoia, una grossa ciotola in terracotta piena di riso, una montagnola di falafel appena fritti, fumanti, melanzane in salsa. Su tutto svetta una bottiglia di Coca Cola.

Mohamed riempie i bicchieri e, da buon padrone di casa, elargisce consigli sulla vera ricetta dei falafel, in un ottimo italiano “Per farli buoni come in Egitto, il segreto è usare tanto prezzemolo fresco, aglio tritato, un po' di peperoncino, se non da fastidio. Faccio anche la variante genovese, con una punta di pesto, ma non ditelo in giro, passerei per matto”. Davanti a lui siede Mohamed, stesso nome, grandi occhi neri da cui trapela l'imbarazzo che si prova quando si è in una situazione sconosciuta: a lui è destinata la festa di benvenuto. Il Secondo Mohamed non capisce ancora una parola di italiano. È arrivato oggi dal Cairo, dove lavorava in un'azienda che allevava polli. Una brutta malattia, le bestie sono morte ed è rimasto senza lavoro. Ora, a venticinque anni, ha tutta una vita da inventare, in Italia. Anche Mohamed, il Primo, ha venticinque anni. E' in Italia da sei, ha tanti amici italiani, lavora, quando riesce, come muratore. Vive in una camera, nel centro storico, la cucina è proprio sotto il livello della strada e dalle grate si vedono le scarpe della gente che passa, ma poco importa, ci sta bene.
I due Mohamed si assomigliano, grandi occhi scuri e sorriso aperto, ma per un paradosso del destino la distanza tra loro è enorme, tanto più grande della tavola imbandita alla quale sono seduti, uno di fronte all'altro: il Primo Mohamed è senza permesso, mentre il Secondo Mohamed oggi è entrato regolarmente in Italia, grazie al Decreto Flussi. Il Primo Mohamed non è stato fortunato, quella frazione di secondo in più nel grande sorteggio del Click Day e la sua domanda è rimasta, per l'ennesima volta, tagliata fuori, annientando la speranza di regolarizzarsi.
Domani probabilmente le loro strade si separeranno: il Secondo lavorerà,cercherà una casa e imparerà poco a poco la lingua, si sistemerà in qualche modo, magari tornerà con la sua famiglia quando lo riterrà opportuno. Il Primo invece resterà lì, inchiodato al suo destino come una farfalla in una teca, chissà per quanto tempo.“Sono sei anni che non vedo i miei, e ogni giorno quando incrocio un poliziotto ho paura, perchè so che potrebbe schiacciarmi come un insetto, se solo mi chiedesse i documenti”. Presto i due Mohamed usciranno dalla stanzetta sotto strada ed ognuno incarnerà il suo ruolo. Il Clandestino e il Regolare. Il Secondo Mohamed ci guarda e non capisce, avrà tempo: ora c'è una cena da consumare.“In quanti vogliono il caffè?”.
(Eleana Marullo)

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Immigrazione - Fini contro la Bossi-Fini?

Secondo il dossier statistico della Caritas presentato a Roma il 29 ottobre 2008: “Almeno mezzo milione di stranieri sono già insediati in Italia ed inseriti nel mercato del lavoro nero seppure sprovviste di permesso di soggiorno”. Il lavoro nero fra gli immigrati - osserva il dossier - è enormemente diffuso “con un'ampiezza sconosciuta negli altri paesi industrializzati”.
Del lavoro nero degli immigrati, ha parlato il presidente della Camera Gianfranco Fini, intervenendo ad un convegno della fondazione "Fare futuro" del 13 ottobre scorso. "C'è stata – ha detto Fini - un po' di accondiscendenza nei confronti di datori di lavoro che, lo dico in modo papale papale, a volte sono degli autentici sfruttatori degli immigrati". "Il problema – ha aggiunto Fini - non sono quelli che lavorano in nero, ma coloro che impiegano in condizioni di sfruttamento, coloro che arrivano in Italia spinti dal bisogno".

Sempre sul lavoro nero, sono molto interessanti le riflessioni dello stesso Fini, raccolte da Bruno Vespa nel suo nuovo libro anticipate alla stampa il 29 settembre 2008. Secondo il presidente della Camera, “tutti sanno che in Italia lavorano centinaia di migliaia di persone sprovviste di permesso di soggiorno e, il più delle volte, i decreti flussi ammettono un numero di lavoratori inferiore a quello che serve. Bisogna essere più elastici e distinguere chi lavora da chi non lavora. Anziché indicare ogni anno un numero, si faccia un censimento rigoroso richiamando seriamente alle proprie responsabilità il datore di lavoro”.
Fini non considera questa proposta una sanatoria: “Sanare – sottolinea Fini – significa concedere un permesso di soggiorno al clandestino in attesa che si sistemi. Io dico un’altra cosa: quanti sono quelli che lavorano effettivamente in Italia? Bene, evitiamo che per mettersi a posto debbano fare peripezie inutili. Insieme con i datori di lavoro facciamo un censimento rigoroso e mettiamoli a posto. Non è una sanatoria, è emersione di un lavoro nero che già esiste”.
Le stesse cose che Fini dice oggi hanno incontrato negli anni recenti l’ostilità del partito dello stesso Fini, delle destre in generale, e la totale sordità da parte dei DS, timorosi di non reggere il confronto con le posizioni delle destre. Ciò che importa ora è che la regolarizzazione diventi cultura per il governo dell’immigrazione. Riuscirà, dunque, Fini a tradurre in fatti di governo le sue parole?
(Saleh Zaghloul)

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5 Novembre 2008

Immigrati - La Questura ama i bambini

La Questura di Genova ama tanto i bambini (immigrati) che li vuole conoscere, di persona, uno per uno, anche se, magari, questa conoscenza comporta qualche disagio (per il bambino). Ma cosa non si farebbe per un caldo contatto umano…
Dunque questa è la storia di Hassna, cittadina marocchina regolarmente residente a Genova da più di cinque anni e quindi in condizione di poter richiedere la “carta di soggiorno” permanente.

Ma c’è un figlio, un bambino di quattro anni che ora vive in Marocco da una zia: la mamma molto presto ha divorziato dal marito, deve lavorare per vivere, e qui ha solo una sorella anche lei divorziata, anche lei costretta ad accettare la lontananza dai figli per poter lavorare.
Così, quando Hassna va in Questura per le pratiche della carta di soggiorno si sente dire che, per ottenerla, è indispensabile che lei porti, fisicamente, il figlio, perché loro lo possano “vedere”.
Ma, tenta di replicare, mio figlio è nato a Genova, all’Ospedale Villa Scassi, ha il suo bel certificato di nascita, è regolarmente iscritto sul mio permesso di soggiorno, io ne ho ottenuto l’affido da parte del Tribunale dei Minori… che senso ha che lo vogliate “vedere”? Per me è un problema tremendo: devo andare e venire dal Marocco due volte, per andarlo a prendere e per riportarlo, ho perso il lavoro il mese scorso e non ho i soldi per questi viaggi, il bambino lì è già inserito a scuola…
Niente da fare. Irremovibili. Così Hassna raccoglie, con prestiti da amici, i soldi per il primo dei due viaggi, e ora il bambino è qui, in attesa di poter tornare in Marocco.
Mentre mi racconta la vicenda col suo ottimo italiano Hassna mi guarda, interrogativa, come a chiedermi come sia possibile che qui le cose funzionino così. Sottolinea che in altri Paesi europei suo figlio avrebbe acquisito la nazionalità del luogo di nascita, e fa i conti di quanto le sta costando tutto ciò in un momento in cui si trova disoccupata: 200 euro per la carta di soggiorno, 600 euro di debiti per il viaggio...
Nel frattempo mi racconta anche di sé: trenta anni, diplomata, il progetto di entrare nelle forze dell’ordine in Marocco reso impossibile da un infortunio.
Poi, nel 2000, una visita alla sorella in procinto di partorire che, insensibilmente, si trasforma in un cambiamento di progetto di vita, da giocarsi qui. Un matrimonio sbagliato le regala un bambino che crescerà lontano, mentre la possibilità di ritornare in Marocco impallidisce. Hassna, tre lingue perfette (arabo, francese e italiano), è a metà tra due mondi: lì il passato e la nostalgia, qui le amicizie, le relazioni, le esperienze di lavoro. La lontananza dal figlio è un dolore immenso, ma averlo qui, da sola, è proprio impossibile.
E poi, aggiunge, lì a scuola può avere una preparazione migliore: in Marocco si imparano contemporaneamente due lingue, perché studiamo da subito su testi in arabo e francese. E dai primissimi anni si aggiunge la terza: inglese o spagnolo.
(Paola Pierantoni)

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29 Ottobre 2008

Moschea - La Costituzione va rispettata

Bene ha fatto il Sindaco di Genova ad assicurare alla Comunità musulmana la destinazione di un luogo dove costruire la moschea, visto il flop di quella che si doveva erigere a Cornigliano su un edificio comprato dalla comunità islamica e una volta accertata la trasparenza dei mezzi per innalzarla. Garantito infine che la sua costruzione non gravi sulle tasche dei genovesi, sensibili a questi eventi. Ma troppi “se” e troppi “ma” si sono sentiti di fronte a un diritto su cui non si dovrebbe neanche discutere.

Perché, ad esempio, una moschea senza minareto? Come costruire una chiesa cattolica senza il campanile. Al diritto di culto non può associarsi anche quello ai propri simboli? Se si teme che il muezzin dall’alto del minareto possa turbare i sonni dei genovesi, basterà chiedergli di mettere il silenziatore alle sue grida, come si è fatto ripetutamente nei confronti delle campane, quando davano fastidio nottetempo a qualcuno un po’ debole di nervi. S ull’ipotesi dell’uso provvisorio della Commenda per la preghiera del venerdì, un’altra catena di riserve e di proposte per lo meno strane. Concessa non ai seguaci di Maometto, ma alle tre fedi monoteistiche perché possano confrontarsi, fraternizzare e pregare. Sarà vero che preghiamo tutti lo stesso Dio, ma lo facciamo in modi così diversi che mi sembra utopia riuscire a far convivere culture tanto specifiche nel momento della preghiera. I cattolici di chiese ne hanno fin che ne vogliono; devono solo tornare a riempirle. Gli ebrei non si radunano per i riti del Sabato nella storica Sinagoga di via Assarotti? I confronti ecumenici, poi, nascono solo se qualcuno li promuove e li costruisce con pazienza e intelligenza, come fa la Sant’Egidio, non come i funghi, tanto per dribblare i distinguo e i divieti incrociati. Se il Sindaco e il Consiglio Comunale ritengono che, in attesa della moschea, i seguaci di Maometto possano trovarsi a pregare il venerdì negli spazi della Commenda fino ra non utilizzati, non in quelli della restaurata antica chiesa di San Giovanni, non vedo quali ostacoli possano esserci. Non si sono radunati per la fine del Ramadan nella Loggia di Banchi, senza nessun problema per la città?
Sui tre moscardini in cerca di consenso elettorale che hanno lanciato la proposta referendaria, come se ciò che sancisce la Costituzione fosse materia opinabile, meglio tacer che dire. Francamente se fossi il Sindaco di Genova risponderei così: “Bene, una parte di Genovesi vi ringrazierà per aver sollevato il problema e vi premierà alle elezioni, se è questo che cercate, ma io vado diritto per la strada che ritengo giusta, col solo conforto del Consiglio e dei nostri elettori genovesi. So infatti che se aspetto ancora, il governo Berlusconi metterà di mezzo altri paletti, perché so dove l’odio e la paura del diverso, così ben coltivati dai leghisti e da quelli come loro, possono portare, ma la Costituzione va rispettata e tanto basta. Del resto pro-moschea si è persino espresso un berlusconiano doc come Gagliardi, che è tutto dire.
(Giovanni Meriana)

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Informazione - L’immigrazione e “la Repubblica”

L’assemblea sull’immigrazione organizzata giovedì scorso, presso l'aula magna del Polo Didattico dell'Università di Genova, era presieduta dal giornalista di Repubblica Massimo Calandri. Un intervento ha voluto ricordare il ruolo negativo dei giornali, oltre che della politica, negli ultimi gravi sviluppi a livello sociale (aumento degli episodi di aggressione contro immigrati ed italiani neri) e legislativo (decreto sicurezza).
Calandri ha risposto alle critiche dicendo è sbagliato generalizzare, non tutti i giornali criminalizzano gli immigrati, ci sono giornali che non lo fanno, ad esempio, Repubblica. La generalizzazione è certamente una componente fondamentale del razzismo. Quando un rom compie uno stupro non si può generalizzare dicendo che tutti i rom sono stupratori e allo stesso modo quando un vigile picchia un giovane immigrato a Parma non si può dire che tutti i vigili di Parma sono razzisti. Ha ragione, dunque, Calandri quando dice che non si può generalizzare e dire che tutti i giornali criminalizzano gli immigrati. Ma la Repubblica è uno di questi?

Sicuramente c’è una certa schizofrenia, da una parte la Repubblica fa uscire un inserto settimanale, Metropoli, che tratta la questione immigrazione in maniera molto positiva, dall’altra il giornale quotidianamente ha una linea completamente diversa, almeno dal 7 maggio 2007, quando ha pubblicato la famosa lettera: “Aiuto. Sono di sinistra ma sto diventando razzista” che aveva suscitato la condanna di moltissimi esponenti dell’antirazzismo del nostro paese, tra i quali Asgi ed Arci, che in un manifesto – appello, del 16 maggio 2007, l’hanno così descritta: “E' un'operazione politica e culturale che conosciamo bene. Da tempo le destre, per calcolo o vocazione, cavalcano in modo demagogico il tema della sicurezza sovrapponendolo a quello delle politiche migratorie. (..) Si tratta, in realtà, dell'avvio di una campagna (..) il cui fine sembra essere il sostegno alla cultura sicuritaria.”
La lettera, infatti, era un concentrato di accuse contro nomadi ed immigrati e di paura dello straniero. Parlava di “stupri che avvengono, troppo frequentemente, in varie città italiane”. “Non voglio lasciare più il monopolio della legalità alla destra e quindi non capisco, perché dare il voto locale agli immigrati, dopo 5 anni di permanenza nel nostro Paese”, aggiungeva ancora il suo autore-lettore, che concludeva “sto diventando un grandissimo razzista... centinaia di persone come me... sono stremate e ridotte, ormai, alla schizofrenia”.
Repubblica pubblicava la lettera in prima pagina con un commento di Corrado Augias che rassicurava il suo autore: “Non è di destra sostenere che l'immigrazione deve essere controllata", aggiungendo che non era possibile lasciare alla destra questi argomenti e ricordando come Sarkozy aveva conquistato l'Eliseo per aver “affrontato prima da ministro dell'Interno, poi durante la campagna elettorale il tema dell'immigrazione (..) con durezza ...”.
Vista la sconfitta elettorale del centro sinistra nelle elezioni politiche e nella capitale si dovrebbe concludere che l’iniziativa di Repubblica abbia ottenuto risultati opposti da quelli auspicati dalla sua redazione pubblicando la lettera.
(Saleh Zaghloul)

Posted by Admin at 17:18 | Comments (0)

15 Ottobre 2008

Emergenze - Emergenza razzismo o emergenza violenza?

Numerosi giornali, trasmissioni televisive e radiofoniche, siti web hanno negli ultimi giorni dedicato spazi importanti per chiedersi se esiste l’emergenza razzismo in Italia. Repubblica ha lanciato un sondaggio molto sentito sull’argomento. Cosa è successo, cosa sta succedendo nel nostro bel paese? Nelle ultime tre settimane si sono verificati almeno tre gravi episodi di violenza contro cittadini stranieri o contro cittadini italiani neri. Porsi domande sul razzismo è dunque spontaneo. Ma se vediamo questi tre episodi insieme ad altri simili, per la forte violenza, verificati in varie parti del nostro paese potremmo fare altre domande:

Milano, 14 settembre 2008, Repubblica: “Milano, giovane di colore ucciso a sprangate” per aver rubato dei biscotti, dal bar degli aggressori. Torino, 18 settembre, la Stampa: “Tragedia familiare a Luserna San Giovanni - Uccide la figlia, ferisce la moglie e tenta di suicidarsi in un bosco". Montebello Jonico, 19 settembre, Repubblica: “Uccide la moglie davanti alla figlia, 53enne ricercato nel Reggino”. Pisa, 27 settembre, Repubblica: “Padre uccide i figli a martellate poi si dà fuoco e muore con loro”. Parma, 30 settembre, Repubblica: “Uno studente ghanese, picchiato dai vigili: ‘Sei negro’”. Roma, 2 ottobre, il Messaggero: “Cinese picchiato da Baby gang ..”. Tortona-Voghera, 7 ottobre, il Secolo XIX: “Ucciso perché faceva pipì vicino a un bar”.
Nel primo e nell’ultimo episodio si è trattato di due persone italiane: nera la prima, bianca la seconda che sono state violentemente uccise per futili motivi. Non è forse più forte l’emergenza violenza rispetto a quella del razzismo? E’ chiaro che le prime vittime della violenza sono i soggetti più deboli: donne, bambini ed immigrati.
La domanda si pone con più forza quando pensiamo alle violenze continue nel tempo legate alla criminalità organizzata ed agli stadi e, soprattutto, quando ricordiamo i dati Istat e del Viminale del 2007, secondo le quali “la violenza in Italia è la prima causa di morte o invalidità permanente delle donne tra i 14 e i 50 anni. Più del cancro. Più degli incidenti stradali”, che “il 62 per cento delle donne è maltrattata dal partner o da persona conosciuta” (Repubblica, 21 novembre 2007) e che “Il 69% degli stupri nel nostro paese sono opera di partner, mariti o fidanzati; solo il 6% da estranei” (Corriere della Sera, 10 dicembre 2007).
(Saleh Zaghlou)

Posted by Admin at 18:46 | Comments (0)

Integrazione - Faccetta nera alla fermata d’autobus

Una di queste sere, davanti alla Commenda, un gruppo di cittadini eritrei aspetta l’autobus. Dopo un po’ passa di lì un altro gruppo: giovani italiani che provocano e attaccano a cantare “faccetta nera”. Uno degli eritrei reagisce verbalmente: “è meglio che andiate a leggervi qualche libro, così forse incominciate a capire qualcosa”. Un altro accenna una reazione più fisica. Uno del gruppo degli italiani tira via gli altri: è meglio lasciar perdere. L’autobus arriva, l’episodio apparentemente si scioglie senza conseguenze, ma le parole di chi me lo racconta dicono chiaro che la ferita è aperta.
(Paola Pierantoni)

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Sorpresa

I fatti di cronaca di questi giorni non devono spaventarci ma farci riflettere su come stia cambiando la società italiana. Mi chiedo quale sia il futuro della seconda e terza generazione, ovvero dei figli di immigrati che si sentono a tutti gli effetti cittadini italiani e sono orgogliosi di sentirsi tali.
Ma gli episodi di Milano, Roma, Caserta e Novara portano alla luce una tensione ormai giunta al limite. Sono mesi, se non anni, che sento parlare di integrazione degli “immigrati onesti” e dell’unanime condanna dei crimini che hanno come protagonisti cittadini stranieri. Tante parole al vento ma nessun piano concreto.

La risoluzione del fenomeno dell’immigrazione clandestina e della criminalità straniera è, infatti, nell’interesse prima di tutto delle famiglie che hanno deciso di stabilirsi nel lungo periodo in Italia e hanno investito tutte le loro risorse nel crescere dei figli che, purtroppo, continuano a doversi sentire diversi in casa loro.
Le leggi approvate e parzialmente applicate fino ad ora si sono rivelate inefficaci: il numero dei clandestini continua ad aumentare, il numero dei finti “regolari” pure, per non parlare del lavoro nero che vede impiegate infinite risorse umane ma clandestine, con un evidente beneficio economico che ricade totalmente nelle tasche dei datori di lavoro italiani.
Le tristi vicende di questi ultimi giorni non mi sorprendono. Sono il frutto di una profonda ignoranza, di un ottuso e antistorico rifiuto dell’immigrato (accettato solo per pulire, badare agli anziani e svolgere mansioni umili purché faccia tutto questo in silenzio e, possibilmente, senza farsi notare) e della situazione socio-economica di questo paese che inizia a sentire traballare le fragili basi che l’hanno accostato agli altri paesi dell’Unione Europea.
Mi auguro che gli autori dei reati (perché di questo si tratta, smettiamola di chiamarli “sfoghi” o “incidenti dovuti alla tensione sociale in aree depresse del paese”) vengano puniti, così come spero accada per tutti i criminali italiani e non. Mi piacerebbe sapere perché gli italiani, che sanno di vivere in un paese con scarsissima educazione civica e povera conoscenza delle proprie istituzioni e del loro funzionamento, richiedano un comportamento opposto solo agli immigrati.
Forse, allora, quando si parla di integrazione avrebbe senso consegnare agli stranieri un vademecum con le istruzioni per il rispetto delle regole che vigono negli altri paesi europei: sarebbe interessante rendere “svedesi” o “svizzeri” gli immigrati appena poggiano piede sul suolo italiano, ed assistere poi al confronto con quelli che si proclamano “puri” ed “italiani” al 100%. Forse, in quel momento, smetteremo di nasconderci dietro un dito ed inizieremo a rispettarci a vicenda.
(Elsa Welde Ghiorgis Haile)

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16 Luglio 2008

Fermata d’autobus/1 - “Nessuno vi ruba il lavoro”

Una sera di questi esco dal lavoro vado alla fermata di autobus. E mi capitato di esistere in un piccolo discussione su di noi stranieri. Erano in due e parlavano tra se. Magari mi diresti che non si po' ascoltare discorsi di altri persone, ma questo caso molto diverso. Questi persone (A e B) parlavano alla voce alta. Adesso Vi racconto quel discorso .
A - questi stranieri vengono qui e vivono come se forse casa loro. E noi Italiani abbiamo il sangue Italiano la carta d’identità, noi ci sentiamo molto male e vero che se non forse loro noi ci stavamo qui molto meglio.
B - missa che anche questa ragazza straniera.
A - ma si vede che straniera da lontano.

Puoi ci interrotto
Io - scusati ma parlate con me per caso.
A - ma si parliamo con te sono colpa vostra che noi non abbiamo lavoro, voi venite qui e noi Italiani di colpa vostra non abbiamo lavoro, andatevene a casa sua.
Io- allora vi posso rispondere alle vostri domande. “si sono straniera e vivo qui e mi piace stare in Italia voi ditte che avete la carta d’ identità, e sangue avete Italiano. Ma io vorrei dire che se io non ho sangue Italiano, però ho lo stessa carta d’identità, sono molto fiera di me stessa che sono straniera. E se tu dici che noi stiamo rubando il vostro lavoro, comunque non è vero, allora trovi una persona anziana e stai chiusa in casa 24 su 24 puoi lo dirai se noi stiamo rubando il vostro lavoro.
A - allungato le mani per darmi un schiaffo.
B - Ma vacci tu a stare con anziana. Lì il tuo posto.
A - Ma chi ti caga , non ti caga nessuno.
Io- allora io sto già facendo. Io sto già lavorando con anziani. Anzi io lavorato sempre con anziani. E amici ne ho tanti, non mi devono cagare ancora in tanti, quello che me lo voluto mi già lo cagata e io sono molto contenta. Comunque sono colpa vostra che voi Italiani non fate lavoro sporco perché non volete sporcare le mani con lavoro che stiamo facendo noi stranieri, dovete ringraziare proprio noi che siamo qui e badiamo le vostri anziani. E grazie di noi che il vostro governo guadagna con il nostri soldi intendo contributo.

Purtroppo il nostro discorso interrotto il autobus e purtroppo loro non ci riusciti a finire il suo discorso contro di noi stranieri. Magari Vi ho annoiato con il mio discorso ma vorrei dire che sono contenta di essere straniera. Vorrei vivere qui e lavorare qui; mi piace la Italia; desidero anche portare qui mio bambino. Anch’io insegno a lui di non vergognarsi che lui proviene da altro paese. Sono contenta di avere tanti amici Italiani sono sicura che loro non si vergognano di me. Loro sono la mia famiglia. Amici miei voglio che voi sappiate che vi voglio molto bene.
(Ivanka Rudyak)

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Fermata d’autobus/2 - Razzismo doc in edicola

Lunedì, giornata di sciopero nazionale (anzi, Sciopero Nazionale con le dovute riverenze). Un solo autobus che circola da Nervi al centro di Genova. Aspetto da parecchio, sotto il sole che la cabina AMT non riesce a schermare con il suo maledetto tetto di vetro, anche se la situazione termica non si discosta molto dallo stare dentro un mezzo senza aria condizionata e senza finestrini apribili. Mi riparo allora sotto le tende della vicina edicola e naturalmente come mia abitudine attacco discorso con la edicolante, una signora sulla sessantina, marchio di fabbrica ligure stampato in viso. Sciopero qui governo là, si cade sulla questione stranieri e scopro a due passi da casa mia una vera razzista. Era un po’ che non avevo a che fare con qualcuno che si dichiarasse “francamente razzista”. “Tutta questa gente io la vedo qui davanti, sono maleducati, vogliono dei diritti. Tu li assumi per 5 ore e quelli ti fanno la causa sindacale...”. “Lei assume per 5 o re? Davvero? No sa, perché avrei alcune amiche da segnalarle, che cercano per non perdere il permesso di soggiorno ...”. “Io?”, mi risponde, “in casa mia quella gente lì non entrerà mai. Si d’accordo, in mezzo al mucchio qualcuno bravo c’è sempre”, lo dice per appesantire la dose subito dopo, “ma il novanta per cento sono tutti o delinquenti o furbastri, li vedo io qui davanti”.

Resto senza parole, non è facile lasciarmi senza parole, chi mi conosce lo sa. La lascio finire di sfogarsi, poi la invito a pensare che forse non è proprio come pensa, che alla rovescia la maggior parte delle persone lavorano, anzi in condizioni spesso di sfruttamento e fanno i lavori che tanti, non dico tutti, gli italiani non vogliono più accettare.
Qualche tempo fa un’amica colombiana che ha preso con l’intera famiglia un’edicola in centro, mi ha confermato che i “latinos” in questo settore stanno sostituendo gli italiani che non hanno più voglia di faticare così tanto per i pochi soldi che una edicola riesce a portare a casa a fine mese. A riprova, da me nella genovesissima Sturla, alcune edicole gestiste da italiani sono in vendita da tempo, ma nessuno le rileva.
La cosa non sembra toccarla, è “francamente razzista” e non potrò più farci nulla. L’autobus non arriva, sarà una giornata a piedi ottima contro il mio diabete incipiente.
(Stefano De Pietro)

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9 Luglio 2008

Moschee - Il miracolo del buon senso

Sulla prima pagina di Repubblica del 7 luglio l’articolo “Multe agli islamici che pregano per strada” racconta che il centro culturale islamico di viale Jenner a Milano è ormai troppo piccolo per ospitare i fedeli per la preghiera del venerdì. Le persone quindi stendono i tappeti anche sui marciapiedi per strada creando – dice l’articolo - problemi alla viabilità pedonale. La lega vuole tout court chiudere il centro islamico, il comune propone di andare a pregare allo stadio Vigorelli, gli abitanti della zona dello stadio Vigorelli protestano, la provincia propone di multare le persone in preghiera sul tappeto in base all'articolo 190 comma 4 del Codice della strada, il presidente del centro islamico accetterebbe un temporaneo spostamento del luogo di preghiera purché facilmente raggiungibile, il vicesindaco di Milano De Corato (AN) risponde, conciliante, che “Va bene la costruzione di una moschea, ma a patto che non venga realizzata né dentro i confini del Comune né nell'hinterland".

Anche qui a Genova la questione della moschea è appesa in aria: a fine settembre 2007 il progetto di costruirla nell’area di Cornigliano viene “congelato” da Marta Vincenzi che chiede al Ministero dell’interno di fornire informazioni sulla natura della società che ha acquisito la proprietà dell’area: non si tratta di una questione meramente urbanistica, dice, ma politica, quindi di moschea non si discute finché non arriveranno “indicazioni dal dibattito nazionale ed europeo in corso”.
Qualche mese dopo, a gennaio 2008, il Secolo XIX pubblica la notizia che il luogo di culto potrebbe essere collocato al posto dell’attuale dogana, una buona idea che garantirebbe una collocazione centrale ma senza potenziali conflitti con abitanti e quartieri. Ma il piano doveva rimanere segreto, Marta Vincenzi si irrita con i giornalisti, che a loro volta replicano che “continueranno a pubblicare tutte le notizie verificate anche se nessuno le ha preventivamente autorizzate”. Dopo più nulla. Ci saranno state le informazioni del Ministero dell’interno? Il “piano segreto” sta andando avanti?
Nel frattempo capita anche che la gente riesca ad usare il buon senso: nella zona di via del Campo dopo aver pregato per anni stendendo i loro tappeti all’aperto i musulmani hanno acquistato i fondi di un palazzo. Diffidenze iniziali, qualche opposizione, timori di una “svalutazione” dell’immobile. Poi una riunione di condominio a cui partecipano i rappresentanti della associazione islamica che gestisce il centro di preghiera permette di stabilire un contatto, vengono date rassicurazioni, presi impegni. C’è chi ammette apertamente di essere passato dalla diffidenza ed ostilità all’apprezzamento. Soprattutto, giorno dopo giorno, vale la constatazione che i problemi della zona non vengono certo dalla moschea.
(Paola Pierantoni)

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Genova - La città più sicura e più vivibile

Quando su OLI (n.189) ho scritto, a proposito di sicurezza e dell’esperienza positiva del Forum Antirazzista di Genova dal 1995 al 2002, che “continuiamo a viverne la rendita in una delle città più sicure e vivibili d’Italia” non erano ancora pubblicate due ricerche che confermavano più di quanto pensassi la mia percezione. La prima è del Sole 24 Ore, che in base ai dati del ministero dell’Interno, ha detto che la nostra città è quella più sicura in Italia, dove il trend criminale è in netta flessione.

La seconda è del mensile britannico Monocle: Genova risulta la città italiana in cui si vive meglio; è la 26° tra tutte le metropoli del mondo. Al primo posto c’è Tokyo, al secondo Zurigo, al 24° Lisbona e al 25° Portland (USA).
Qualche genovese certamente penserà che se Genova è la città più vivibile in Italia allora chi sa come vivono male gli abitanti delle altre città. In realtà le due ricerche non dicono che Genova è il paradiso terrestre, che non ci sono problemi. Purtroppo vivibilità e sicurezza non vanno d’accordo con i modelli di sviluppo e di cultura dominanti in Italia e nel mondo. Ma Genova dimostra che si può lavorare per rendere le città più vivibili e più sicure, certamente con metodi diversi da quelli dominanti, con metodi nuovi: cooperazione tra istituzioni, associazioni, regolarizzazione, prevenzione, integrazione, lotta alla povertà, recupero edilizio, qualificazione urbana, cultura, scuola, dialogo con gli immigrati (fondamentale) e sicurezza anche per loro. Metodi che forse richiedono più energie e più fatica ma sono certamente più efficaci.
Vi ricordate dell’immagine di Genova nei media italiani e stranieri nel luglio del 1993? Sembrava di essere nel Bronx. La cosa strana è che a darne allora questa falsa immagine non erano soltanto i soliti politici imprenditori del razzismo (oggi scatenati più che mai, ma per fortuna non a Genova) ma anche alcuni rappresentanti dei commercianti che accecati dal razzismo si mettevano contro i propri interessi.
Noi genovesi, ma credo non solo noi, non ci rendiamo conto della fortuna che abbiamo e finché non la perdiamo non siamo capaci di valorizzare le risorse della città dove viviamo.
(Saleh Zaghloul)

Posted by Admin at 09:19 | Comments (0)

2 Luglio 2008

Discriminazioni - Il bello della diretta

Eccoci ancora al volantino con cui la Lega Nord promuove la raccolta di firme per abrogare la Legge regionale sulla immigrazione. Nessun eco, almeno recente, sulla stampa, molto scarne anche le tracce sulla rete. E’ quindi possibile che la cosa muoia lì. Ma il punto è che questi volantini hanno girato, hanno avuto un loro percorso popolare, hanno fatto “opinione”. Normale dialettica democratica. Ma dove e come si fa contro – opinione allo stesso livello popolare? Chi va a raggiungere le stesse persone per suggerire un pensiero più complesso, più articolato, più responsabile? Con quali mezzi?

Qui non stiamo parlando di reti televisive, ma del più scontato e datato tra i mezzi di comunicazione politica, che la Lega Nord non disdegna affatto suggerendo ai passanti: noi siamo qui, in mezzo a voi, siamo persone popolari, semplici, alla vostra portata. Vi interpretiamo, vi rappresentiamo. Siamo la vostra anima.
Cosa contrapponiamo ai volantini della Lega? Mi vengono in mente volantinaggi e assemblee nei luoghi di lavoro, feroci e feconde discussioni ai cancelli, seminari di formazione e discussione stile “150 ore” sulle diversità, sulla identità, sulla disuguaglianza, sulla discriminazione, sulla paura… ma mi sento subito come il vecchio della canzone di Guccini.
Il volantino elenca inammissibili privilegi:
Servizi sociali: libero accesso ai servizi sociali”. Leggi: è uno scandalo che un immigrato – non importa se bambino, anziano, donna incinta, con regolare lavoro e permesso, invalido, abusato, sfruttato… - possa avere accesso ai servizi sociali.
“Sanità: l’assistenza sanitaria e specialistica e non solo di pronto soccorso”. Come dire: ad essere generosi agli immigrati può essere concesso di non crepare per strada, ma l’assistenza sanitaria con tutti i punti e le virgole va riservata alla categoria superiore dei “non” immigrati.
“Istruzione: formazione del personale docente per l’educazione interculturale”. Le scuole della Liguria sono prese d’assalto da ragazzine e ragazzini di almeno un centinaio di nazionalità diverse? E’ già tanto che gli diamo un banco, figuriamoci se dobbiamo buttar via soldi per tener conto della loro cultura.
Tutto intorno a noi si stanno costruendo le condizioni culturali ed emotive della “accettazione”, quella che farà apparire almeno giustificabile l’assalto al campo Rom; considerare come nulla di grave – in fin dei conti quasi un gioco – la presa delle impronte dei bambini; ritenere in certi casi ammissibile la discriminazione (vedi il recente pronunciamento della Corte di Cassazione che ha giudicato ammissibile la campagna del sindaco di Verona per cacciare gli zingari “perché dove arrivano ci sono furti” ).
Non intendo parlare di stelle gialle sugli abiti e di campi di sterminio, ma penso a più domestiche vicende italiane: l’esclusione degli ebrei dalle scuole, dal lavoro, dai luoghi pubblici, le loro improvvise scomparse dai banchi di scuola, dalle università. La domanda su come sia stata possibile a suo tempo l’accettazione passiva di tutto questo tormenta molti di noi nati dopo la fine della guerra. Non vorrei che ora ci venisse data l’opportunità di osservare il fenomeno in diretta.

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18 Giugno 2008

Immigrazione/1 - I nuovi provvedimenti governativi

In base alla normativa oggi in vigore i ricongiungimenti familiari, sono possibili, con estrema difficoltà (vedi la storia di Irina, OLI 129 e 189), solo con i figli minori e coniuge. Sono, inoltre, previsti con i genitori, ma le condizioni posti dalla normativa rendono il ricongiungimento con i genitori quasi impossibile: devono essere a carico del figlio residente in Italia e non devono disporre di un adeguato sostegno familiare nel Paese di origine o di provenienza.
Il decreto legislativo trasmesso il 27 maggio 2008 dal nuovo governo alla presidenza della Camera per acquisire il parere del parlamento rende tali ricongiungimenti ancora più impossibili: i genitori non devono avere altri figli nel paese d’origine oppure devono essere ultra sessantacinquenni e gli altri figli impossibilitati al loro sostentamento per documentati gravi motivi di salute. Ciò significa che potrà ricongiungersi con i genitori sempre con difficoltà soltanto chi è figlio unico.

Nel disegno di legge sulla sicurezza, oltre al reato d’ingresso illegale (pena di reclusione da sei mesi a quattro anni), sono previste tra l’altro le seguenti modifiche: innalzamento da sei mesi a due anni il periodo post matrimoniale dopo il quale il coniuge straniero di un cittadino italiano può chiedere la cittadinanza italiana; l'obbligo, per chi gestisce servizi di trasferimento di denaro, di richiedere allo straniero l'esibizione del permesso di soggiorno e di conservarne copia; il condizionamento dell’iscrizione anagrafica alla verifica delle condizioni igienico - sanitarie dell'immobile dove si intende stabilire il domicilio; la detenzione nei centri per gli espellendi può durare fino a 18 mesi. Sergio Briguglio, gestore dell’archivio immigrazione ed asilo su www.stranieriinitalia.it, così commenta alcune di queste misure: “Sull'ingresso clandestino: la Convenzione di Ginevra impone di non penalizzare il rifugiato che faccia ingresso clandestinamente. Ogni potenziale destinatario di una condanna per ingresso clandestino potrà agevolmente bloccare il procedimento penale richiedendo asilo. Su matrimonio e cittadinanza: non capisco in che modo il ritardare l'acquisto della cittadinanza per matrimonio accresca la sicurezza dei cittadini italiani. L'irregolare che voglia trasferire denaro dovrà semplicemente chiedere ad un amico italiano o regolare di accompagnarlo alla Western Union”. Aggiungerei che chi non ha amici disponibili sarà costretto a pagare tale servizio. Inoltre, quello sull’iscrizione anagrafica è il tipico provvedimento che avrà conseguenze contrarie a quelle sperate: avremo persone presenti nel nostro paese ma le forze dell’ordine non hanno una loro resid enza o indirizzo.
(Saleh Zaghloul)

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Immigrazione/2 - A settanta anni dalle leggi razziali

Venerdì scorso all’Università di Genova si è svolta una conferenza sulle nuove leggi del governo Berlusconi IV su immigrazione e sicurezza pubblica organizzata dal Centro delle Culture di Genova. Presenti nell’aula M, affrescata in modo libero e gradevole, circa sessanta persone di ogni etnia. Dopo una brevissima introduzione della coordinatrice Patrizia Sassarelli, l’avvocato Alessandra Ballerini ha illustrato la “Bossi-Fini” e il Decreto Legge n.92/2008 pubblicato in Gazzetta Ufficiale a tempi di record il 26 maggio 2008, appena due giorni dopo l’approvazione, avvallato anche dal Presidente Napolitano. Ha letto inoltre alcune parti del Manifesto della Razza del 1938 per introdurre il nuovo decreto 92, che si rischia di veder rapidamente convertito in legge.

Il decreto contiene discriminazioni basate sulla condizione della persona e non sul reato commesso, essendo previsto per i clandestini un inasprimento della pena di un terzo rispetto ad un cittadino comunitario o regolare. Decade quindi il Diritto di fronte al colore della pelle: speriamo di non dover cambiare le targhe nei tribunali: “La legge è uguale per tutti gli italiani”. Aggiunto anche il “reato di immigrazione clandestina”, anche se come già è stato dimostrato non sarà di fatto perseguibile in quanto basterà dichiarare di essere in Italia da prima del maggio 2008 ma con il rischio di non poterlo dimostrare.
Il tutto condito con processi per direttissima che ingolferanno la già ingente mole di lavoro dei tribunali, tenuto conto che poi il periodo di detenzione nei CPT (oggi CIE - Centri di Identificazione ed Espulsione) è stato aumentato da tre mesi ad un anno, che al costo di 75 euro a persona per giorno dà una idea di quello che ci si aspetta di dover sostenere con le nostre tasse.
Insomma è una mera ricerca di capri espiatori dei malumori della nostra economia, ma soprattutto di braccia a basso costo da usare quando servono, relegandole poi a fine impiego nei nuovi CIE. Ci sarà tanto lavoro da fare in ambito di assistenza legale ai lavoratori stranieri in Italia.
Sono previste anche pene molto pesanti, che vanno dall’arresto alla confisca dell’appartamento, per chi concede una locazione a persone senza permesso, causando il problema che con permessi della durata di un solo anno e invece contratti di affitto della durata di 3 o 5 anni di fatto si bloccherà il mercato immobiliare in questo settore, dove già è difficile trovare casa da semplici stranieri, anche comunitari.
Un altro decreto del Presidente del Consiglio istituisce per alcune regioni la figura del “commissario anti nomadi” e dà carta bianca a Sindaci e Prefetti per la gestione del problema migranti. Nella ricerca su Internet dei riferimenti citati, mi sono imbattuto in altre leggi e circolari, sentenze del Consiglio di Stato che smentiscono i TAR ed una serie di precisazioni che fanno capire che sì, forse è di nuovo “tempo che gli Italiani si proclamino francamente razzisti” (art. 7 del Manifesto della Razza, 1938).
(Stefano De Pietro)

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11 Giugno 2008

Immigrazione - Dissezione di un volantino tra diritti e privilegi

Il volantino della Lega Nord che promuove la raccolta di firme contro la legge regionale sulla immigrazione merita una dissezione.
Partiamo dal titolo: “Firma il referendum contro la legge regionale che concede agli stranieri tutti i privilegi a danno dei nostri cittadini”.
Dunque, qualunque prestazione è qualificabile come “diritto” se ci si riferisce agli italiani, e come “privilegio” se si tratta di immigrati. Di più: un privilegio che comporta, specularmene, un “danno” ai “nostri” cittadini.

Chi sono i cittadini di questa città? Sarebbe interessante definirli. Gli stessi estensori del volantino qualche problema in proposito devono averlo avuto, se hanno sentito la necessità di inserire quel “nostri”. Ma siamo sicuri che il perimetro sia stato ben tracciato? Ad esempio “A” che di italiano ha solo una zia, per di più di origine marocchina, temo che resti fuori da cerchio. Non credo che basti, una zia.
Ma la cosa più bella è che legge della Regione Liguria si limita, nella sostanza, a confermare quel che già prevede la legislazione nazionale: abrogare la legge regionale non servirebbe quindi a nulla.
Prendiamo la prima voce del volantino: “Pensioni: danno agli extracomunitari 381 euro”: si tratta della pensione sociale. Ma cosa c’entra la legge regionale? E’ il Testo Unico sulla immigrazione, art. 41, che garantisce tale diritto agli immigrati residenti che hanno compiuto i 65 anni d’età, che non hanno altre fonti di reddito e che siano in possesso di regolare permesso di soggiorno, equiparandoli così ai cittadini italiani. Anzi, dal 2000, per effetto di un intervento in sede di Legge Finanziaria, questo diritto (pardon, privilegio) è stato limitato a chi possiede la “carta” di soggiorno, cioè a chi è regolarmente soggiornante da almeno cinque anni, e che, in aggiunta, ha un reddito sufficiente e un alloggio adeguato per se e per i familiari. In pratica quindi ben pochi immigrati possono avervi accesso.
Il volantino prosegue: “Casa: l’accesso agli alloggi di edilizia pubblica residenziale”. Il dissenso qui deve essere talmente forte e scontato che gli estensori non lo esplicitano nemmeno. Ma, anche qui, cosa c’entra la legge regionale? A Genova l’accesso degli immigrati regolarmente soggiornanti alle graduatorie della edilizia popolare fu deciso dal Comune di Genova nell’ormai lontano 1996, in anticipo sulla legge nazionale: fu uno dei frutti della interazione tra Forum Antirazzista ed amministrazione comunale. Ma ora questo diritto è sancito per tutta Italia dal Testo Unico sulla Immigrazione, art. 40, c. 6: “… Gli stranieri titolari di carta di soggiorno e gli stranieri regolarmente soggiornanti in possesso di permesso di soggiorno almeno biennale … hanno diritto di accedere, in condizioni di parità con i cittadini italiani, agli alloggi di edilizia residenziale pubblica …”
Tra i documenti - in corso di riordino - del Forum Antirazzista spunta la pagina di un giornale del 1996 con annunci immobiliari: “Centrantico … libero alloggio di 45 mq, completamente distrutto, affittabile ad extracomunitari. Ottimo investimento”. Ecco, finalmente, una buona idea!
(Saleh Zaghloul e Paola Pierantoni)

Posted by Admin at 10:38 | Comments (0)

4 Giugno 2008

Immigrati - Caccia al clandestino sull'asino dei poveri

Il 90, noi egiziani, lo chiamiamo Houmar Milano, l'asino di Milano, perchè gira sempre senza dire niente, da una parte all'altra della città. Il suo carico è povero, tutto di stranieri che vanno a lavorare, stanchi, gli occhi pieni di sonno, o che tornano dopo la fatica. Sono nati tanti amori su quell'autobus, gli sguardi di uomini e donne di lingue e pelle diverse si incrociano, e sanno di essere tutti seduti sul gradino più scomodo della città, di conoscere gli stessi problemi.
Anche ubriachi, ladri, i poveri e i mendicanti, i barboni, italiani e no, tutti li raccoglie l'asino di Milano, e va, giorno e notte, senza fermarsi.

Io sono egiziano, ho 28 anni, sono in Italia da sei e sono finito fuori dall'ultima sanatoria, per questo sono clandestino. Faccio il muratore, in nero, e da quando sono qui non sono mai stato un giorno senza lavoro. Ho provato a regolarizzarmi con i Flussi, ma non sono mai entrato nella graduatoria.
Vivo a Milano da tanto, penso che se vedessi una strada di questa città in televisione la riconoscerei, anche senza conoscerla, da come conosco il suo carattere e l'aria che si respira, ma la scena dell'altro giorno non l'avevo mai vista.
Il 90, l'asino, per la prima volta, si è fermato. Dentro la sua pancia sono saliti i vigili, hanno chiuso le porte e “Documenti”, a tutti, hanno detto. Se qualcuno tirava fuori la carta d'identità o il permesso, non lo guardavano nemmeno. Ma se usciva qualche foglietto spiegazzato, qualche miserabile pezzetto di carta, qualche scusa, allora “Tu scendi”, “Tu scendi”, “Tu scendi”. Fuori aspettava un minibus, piccolo, li hanno presi tutti e sono spariti, in questura.
Diciassette della mia zona, tutti egiziani, li hanno mandati via. Io ero appena sceso, ho avuto fortuna.
Metrò, linea rossa, la scena è uguale: la polizia ferma due davanti a me, anche loro coi pezzettini di carta che non ti salvano, spariscono tutti insieme “Andiamo in Questura”.
Stazione Centrale, la storia si ripete, fermano tutti, e portano via.
Adesso nessuno esce più per la strada, hanno paura, non si va a lavorare, c'è qualcuno che tenta la fortuna e va a far la spesa, qualcun altro chiama gli amici in regola “Se mi portano via, raccogli la mia roba e tienila da parte, me la farò portare”. Un mio amico italiano mi ha chiamato e mi ha detto “Sta a casa, non uscire”, ma adesso sembra che vengano pure a suonare a tutte le porte. Ho letto i titoli sui giornali “Caccia al clandestino”, ogni istante che passa mi sento di più un topo, ma non posso fare altro; aspetto il mio turno, senza dire niente, perchè i topi, e gli asini, non hanno voce per farsi ascoltare.
(a cura di Eleana Marullo)

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Cronaca - Non sono razzista ma…

"Hai capito? Nazista a me? Io sono nato il primo maggio.” Così l’autore del raid razzista contro il negozio di immigrati nel quartiere Pigneto di Roma, al giornalista di Repubblica, mostrando l'avambraccio con un tatuaggio di Che Guevara.
Ma il razzismo non è di destra ne di sinistra. Le vittime del razzismo non trovano differenza tra l’aggressione che subiscono da un fascista o da un comunista. La violenza razzista fisica o verbale di un post fascista o di un post comunista per loro è uguale. Forse la sinistra è più attrezzata, sicuramente il vecchio PCI delle lotte partigiane, a proteggersi da un solo certo tipo di razzismo quello dei nazifascisti contro gli ebrei e quello vecchio tradizionale che discrimina le persone per il colore nero della loro pelle. Ma nessuno è immune dal razzismo, non c’è un vaccino, credo ci voglia molta attenzione e quotidiana lotta interiore contro la parte negativa di noi stessi.

II razzismo oggi è diverso, o almeno non è soltanto quello di ieri. Luigi Manconi, nel libro “I razzismi possibili”, edito da Feltrinelli e scritto a due mani con Laura Balbo, parla delle varie facce del razzismo contemporaneo: razzismo addizionale o da allarme, razzismo concorrenziale, razzismo culturale o intolleranza etnocentrica, razzismo istituzionale, ecc. Il libro è del 1990, ma è attualissimo, i razzismi possibili hanno iniziato purtroppo a manifestati con una certa frequenza. Qualche cosa ci sta succedendo visto che soltanto in questo mese il nostro paese è stato descritto razzista o a pericolo razzista da autorevoli istituzioni e persone come il Parlamento Europeo, il Times, il commissario Ue Vladimir Spidla, i ministri spagnoli, il governo rumeno, il rabbino capo Segni, Amnesty International, l’ONU, il Vaticano ed i numerosi storici, giuristi, antropologi, sociologi, e filosofi italiani e stranieri firmatari dell’appello “la deriva del razzismo” pubblicato su il manifesto del 29 maggio.
Soprattutto i razzismi di oggi non sono dichiarati come quello dei bianchi contro i neri (ad esempio, USA durante lo schiavismo), quello dei nazisti e fascisti contro ebrei e zingari o quello di Almirante dal quale il presidente della Camera ha dovuto prendere nuovamente le distanze. Oggi, la prima cosa che fanno i razzisti é quella di negare di essere razzisti.
Gli autori di violenze e manifestazioni contro i diversi (immigrati, rom, ebrei) non confessano il loro razzismo, anzi iniziano sempre i loro discorsi con la tipica frase: “Non sono razzista ma ….”
(Saleh Zaghloul)

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Immigrazione - Parole, parole, parole

Nelle dichiarazioni ufficiali le parole ora compaiono educatamente abbigliate. Dicono: “Il governo ripetutamente ha già condannato in modo esplicito ogni forma di violenza” (Roberto Maroni), oppure: “Verona non fa politiche discriminatorie” (Flavio Tosi); o ancora: "L'Italia si allineerà alle norme europee, ciò che significa rigore verso l'illegalità, e integrazione e umanità per gli immigrati che rispettano la legge" (Franco Frattini).
Nella propaganda le parole cambiano abito, come nel volantino della Lega Nord per la raccolta di firme “contro la legge regionale che concede agli stranieri tutti i privilegi, a danno dei nostri cittadini”

Prendiamole queste parole, quelle nel salotto, e quelle di piazza: “extracomunitario”; “straniero”; “violenza”; “integrazione”; “discriminazione”; “umanità”; “diritti”; “privilegi”; “danno”; “cittadino”; “nostro”… Di che si sta parlando? Quanti diversi significati assumono questi sostantivi e questi aggettivi a seconda di chi li pronuncia e di chi li ascolta?
Sarebbe importante ricominciare ad intendersi sul significato delle parole, come base minimale per sperare di condividere con i nostri co-specifici almeno qualche aspetto della realtà.
Le parole, invece, sembrano essere sempre più oggetti indipendenti, il loro legame con ciò che starebbero ad indicare è diventato incerto, variabile, senza fondamento condiviso. Si sta squagliando, sotto i nostri piedi, la base culturale comune che permette di nominare una cosa o un concetto con la tranquillità che l’altro capisca di che stiamo parlando. Poi potremo litigare o abbracciarci, ma sapendo almeno a proposito di che lo facciamo.
Può darsi che a volte si tratti di timidezza, o di quieto vivere, ma il ritegno che provo ad interloquire con qualche passeggero di autobus che ad alta voce dice cose come “agli immigrati danno la casa gratis” il più delle volte mi deriva da un fondo di disperazione: non spero, in nessun modo, di poter comunicare. Sento che già a partire dalla parola “immigrati” siamo su due continenti alla deriva, separati da una faglia che si allarga sempre di più.
Alla apertura di questa faglia, al suo progressivo allargamento, stanno lavorando in molti, da molti anni. Alcuni in modo attivo, intenzionale, diretto, attraverso la televisione, la propaganda strumentale via etere e via carta. Altri in modo indiretto con la passività, la distrazione, la sottovalutazione, la banalità e l’opportunismo dei loro atti e del loro stesso linguaggio.
Come fare? Non esistono più i luoghi di formazione che hanno traghettato alla età adulta la generazione del dopoguerra. Penso, è ovvio, alle grandi fabbriche animate da una vita sindacale e politica che interagiva con la scuola, la cultura, con tutti gli aspetti della vita sociale. Un giovane amico marocchino lavora in una media azienda metalmeccanica. Lì tra italiani, cinesi, eritrei, rumeni non ci sono a volte nemmeno le parole comuni per poter lavorare insieme. Nella confusione delle lingue, tuttavia, da un gruppo di operai dell’Ansaldo in pensione che lavorano lì a contratto, sta ricevendo qualcuna delle vecchie parole. Ma con chi condividerla oggi?
(Paola Pierantoni)

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28 Maggio 2008

Immigrazione - PD tra inseguimenti ed assenze

Immigrati e stranieri in primo piano. Il governo ne fa il centro di una ricerca di consenso che, a quanto pare, viene generosamente accordato dalla opinione pubblica. Oggi Guido Bolaffi, a “Prima Pagina”, parla di una fase in cui finalmente emerge la realtà. Quella che sta emergendo, credo, è soprattutto la realtà culturale profonda del paese, che ora si sente legittimata ad esprimersi senza remore. Corrado Augias (Repubblica del 15 maggio) - rispondendo ad una lettrice incredula di fronte al suo vecchio zio socialista che confessa di aver votato Lega - cita Bauman: nei momenti in cui le prospettive si fanno incerte, i timori per il futuro si trasformano, al di là della realtà concreta, in timori per la propria immediata incolumità, “per la propria casa violata, per i bambini rapiti dagli zingari come in una antica fiaba terr ificante”. Quando le cose stanno così, aggiunge Augias, è inutile parlare di risanamento del debito pubblico: “Se non si capisce questo perfino il vecchio fabbro romagnolo che sembra uscito da un edificante racconto di fine ottocento va a votare per la Lega”.

Purtroppo pare proprio che sia il precedente governo, sia l’attuale opposizione, questa cosa non l’abbiano affatto capita, e qui siamo. Augias dice che nella perenne ricerca del “giusto mezzo” la sinistra è finita per cadere per terra. Ed ancora oggi il PD si limita ad inseguire (a distanza) le posizioni del governo, insegue le briciole di consenso che cadono per terra, sottolinea le similarità, circoscrive il dissenso. Di fatto non si riesce a capire quale sia e dove si formi la sua cultura di fondo. La presentazione del libro “Il caso zingari” di Marco Impagliazzo (22 maggio, Teatro della Gioventù) offre una occasione di riflessione. L’iniziativa è della Comunità di S. Egidio e del Centro Primo Levi, intervengono Borzani, Petruzzelli, Mons Marchetto, Ariel Dello Strologo. Fatti storici, informazioni, storie di vita, analisi della attualità su cui vengono pronunciate parole di allarme: si sta tornando alle generalizzazioni, alle colpevolizzazioni di massa, questo fu il terreno della Shoah, ci sono persone che hanno di nuovo impugnato i bastoni, per contrastare tutto ciò non basta che la cultura lo racconti a se stessa, serve una responsabilità della politica, una compattezza sociale, sentirsi di nuovo portatori dei valori profondi che la nostra civiltà ha elaborato in centinaia di anni, e che ora stiamo dimenticando…
Il teatro è strapieno, gente in piedi, molti giovani. Ma la platea rappresenta in modo evidente la separazione con la parte politica che dovrebbe rappresentarla, e che non c’è: assenti politici, rappresentanti delle istituzioni, sindacalisti, tranne una solitaria eccezione. Quanto ai “media”, solo un articolo sul Corriere Mercantile ed un servizio del TGR nella solita versione “melassa” confezionata appositamente per non lasciare traccia.
Nessuno a raccogliere e trasmettere le storie che sono state raccontate, le parole che sono state dette. Impossibile, in queste condizioni, che arrivi alle persone una parola pubblica che le aiuti a capire il mondo che le circonda e, soprattutto, se stesse.
(Paola Pierantoni)

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Sicurezza per tutti - Studiare l’esperienza genovese

Nella esagerata e demagogica campagna politico mediatica sulla sicurezza, contraddetta dalle molte analisi che indicano l’Italia come il paese più sicuro in Europa e nel mondo, gli immigrati ed i Rom appaiano tutti e sempre colpevoli e mai vittime a cui pure occorrerebbe garantire tutela. Che la studentessa stuprata a Roma, alla vigilia delle elezioni, fosse africana e che sempre a Roma, sia stata stuprata una donna rumena, sono notizie che non hanno la stessa evidenza delle altre.

Genova è stata la prima città italiana ad essere investita dal problema sicurezza, le prime ronde in Italia sono nate proprio nel nostro centro storico nel luglio 1993, erano ronde armate di catene e bastoni. La nostra città ha saputo affrontare il problema ed uscirne bene, prima di Milano, Roma, Napoli ecc. Il modello genovese si basava sulla cooperazione tra istituzioni, associazioni ed abitanti, puntava su meno espulsione, repressione, rimpatrio assistito e più su regolarizzazione, prevenzione, integrazione, lotta alla povertà, recupero edilizio, qualificazione urbana, cultura, scuola. Dialogo con tutti e sicurezza per tutti compresi i cittadini immigrati. E’ stato un lavoro faticoso. Gli attori principali sono stati le associazioni laiche e religiose del Forum Antirazzista di Genova e le due amministrazioni comunali Sansa e Pericu, dal 1995 al 2001. Un lavoro che ha richiesto molta pazienza ed energie, ma che ha dato ottimi risultati visto che malgrado non vada più av anti dal 2001, continuiamo a viverne la rendita in una delle città più sicure e vivibili d’Italia. Fino a quando però si può vivere di rendita?
Potrebbe Marta Vincenzi, “studiare” l’esperienza genovese, per riproporla, aggiornandola, nella stessa città in cui era nata? Aiuterebbe così il centro sinistra e tutto il paese a trovare finalmente una sua politica sulla sicurezza, alternativa a quella della destra, capace di dare risposta anche a situazioni come quelle che si sono verificate a Borgoratti, dove bambini stranieri sono stati minacciati, come ha riportato Roberto Scarcella nei suoi articoli “Baby-nazisti terrorizzano il quartiere” e “Basta a bulli e svastiche” pubblicati sul Secolo XIX del 9 maggio.
(Saleh Zaghloul)

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Buroidiozie - Prosegue il calvario dei sans papier

Prosegue la storia di Irina (vedi OLI 129) che è tornata in Ucraina e poi rientrata in Italia col visto per la famosa farsa dell’assunzione all’estero. Dopo 10 mesi siamo alla fase “faccio venire qui mio figlio”.
La normativa in vigore parla chiaramente di avere “la disponibilità di un reddito minimo annuo derivante da fonti lecite non inferiore all'importo annuo dell'assegno sociale (5.061,60 euro) se si chiede il ricongiungimento di un solo familiare”. Mi lascia un pò perplesso il “lecite” messo vicino a “fonti”, mi piacerebbe conoscere quali sono le fonti illecite ai fini del reddito.
Su http://www.aduc.it/dyn/immigrazione/noti.php?id=202883 si scopre che per il Senato della Repubblica quelle illecite sono “traffico di stupefacenti e prostituzione, o altro”! Meno male, Irina non fuma nemmeno... Anzi gioca al gratta e vinci contribuendo al Pil e vince! Rientrerà nel reddito lecito? Comunque non mi risulta che la prostituzione sia illecita in Italia, semmai lo è lo sfruttamento.

E’ arrivata in Italia il 21 luglio 2007, ha trascorso il mese di agosto a casa mia per ferie (ma non le sue, quelle dei vari uffici e del datore di lavoro...) e ha iniziato a lavorare a settembre. Quindi il suo reddito lecito è stato accumulato in 4 mesi facendo diversi lavori, in tutto 3.500 euro circa più il “nero” di chi non ha voluto assumerla. Rapportato ad un anno, sarebbero più dei 5.000 richiesti per portare qui suo figlio. Sembrerebbe logico, no? 3.500/4x12=10.500, il doppio. Quindi quando ha chiesto il ricongiungimento, è rimasta stupita che le abbiano detto che non raggiunge il reddito minimo, nonostante un buon stipendio e l’assunzione a tempo indeterminato.
La procedura non tiene conto del periodo di accumulo del reddito, solo della cifra. Così chi avesse potuto lavorare da Gennaio per arrivare a Dicembre con, che so, 5.062 euro di reddito, potrebbe portare qui suo figlio con meno di 500 euro al mese di stipendio, ma lei che ne guadagna di più, no. E’ evidente il fatto che nella redazione della norma non è stato tenuto conto che mentre un italiano ai fini fiscali esiste da gennaio a dicembre, un immigrato potrebbe, come Irina, iniziare i suoi conteggi a metà anno.
Tra l’altro l’anno di reddito non viene nemmeno conteggiato rispetto all’inizio della sua attività in Italia, ma sull’anno fiscale, quindi in pratica le rubiamo d’ufficio 5 mesi di lavoro in più ai fini del ricongiungimento. In più, un arrivo ad inizio 2009 comporterà per suo figlio un cambio di lingua e di abitudini proprio in mezzo all’anno scolastico, senza nemmeno uno o due mesi di tempo per annusare la nuova aria.
E’ una persona mite, mi ha detto: “bisogna avere pazienza”. Mi sono scusato con lei per come la stanno trattando le nostre istituzioni. Spera adesso di non avere altre sorprese per le ferie in Ucraina, tra visti, permessi in rinnovo e amenità burocratiche varie.
(Stefano De Pietro)

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14 Maggio 2008

Nuovo governo - Se le carceri scoppiano riapriamo i Cpt

Il Ministero dell'Interno lavora alacremente al ddl sull'immigrazione. Stabilisce tempi e modi, chiarendo subito che si tratta, prima di tutto, di “un messaggio che va dato” (parole di Ghedini, consigliere del premier in materia giuridica - Repubblica, 12 Maggio 2008).
Tra le innovazioni, la trasformazione dell'immigrazione clandestina in reato punibile da 6 mesi a quattro anni e la chiusura delle frontiere verso rom e romeni.
Il disegno di legge definisce la strategia ed il nemico, il lavoro di questi ultimi mesi di campagna elettorale è riuscito alla perfezione, ora l'equazione tra clandestino e criminale viene coronata da una proposta che prospetta di aprire la stagione di caccia.
La selvaggina non manca, come emerge dalle domande pervenute al Ministero Interni in occasione dell'ultimo decreto flussi, i clandestini in Italia sono almeno 700 mila, ce ne sarà per colmare qualsiasi crasso appetito di “tolleranza zero”.

Il dibattito su immigrazione e sicurezza si risolve in un atto dimostrativo, che dovrà in qualche modo stare insieme al recente allarme lanciato dall'Osaap (sindacato di polizia penitenziaria) sul sovraffollamento delle carceri in tutta la penisola. Inascoltata la richiesta di misure che alleviassero la condizione di chi è detenuto e di chi vi lavora (http://www.repubblica.it/news/ired/ultimora/cronaca/rep_cronaca_n_3087717.html), se non per la prospettiva di riaprire i Centri di Permanenza Temporanea (Cpt) chiusi dal governo precedente, col fine di adibirli a carceri.
L'altro pilastro del ddl, la chiusura delle frontiere per i cittadini comunitari romeni, ha suscitato la protesta degli imprenditori italiani: in Romania sono presenti 20 mila aziende italiane, lo scambio economico ammonta a circa 12 miliardi e la revoca del trattato di Schengen avrebbe esiti disastrosi. Ma il ministro, se parla di Romania, si rifà ad altri modelli: il riferimento al tentato rapimento di un bambino ad opera di una rom sostituisce, in sincrono nell'immaginario collettivo e nell'ufficialità delle dichiarazioni, qualsiasi possibile contradditorio (http://www.borsaitaliana.reuters.it/news/newsArticle.aspx?type=topNews&storyID=2008-05-12T150906Z_01_CON242898_RTRIDST_0_OITTP-SICUREZZA-MARONI-PRONTO-PUNTO.XML). La settimana prossima il ddl sarà discusso alle camere.
(Eleana Marullo)

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23 Aprile 2008

Immigrazione/1 - Sicurezza tra sanatorie e regolarizzazioni

Interrogato dal Corriere della Sera (21 aprile 2008) se esistesse un'emergenza criminalità l’esponente della lega Roberto Maroni (probabile futuro ministro dell’interno) risponde così: “Sì. Collegata all'immigrazione, spesso clandestina. Prodi ha perso le elezioni su questo e sulle tasse. Noi le abbiamo vinte sulla sicurezza e sul federalismo fiscale”.
La violenza sulla studentessa africana a Roma diventa tema centrale della campagna elettorale nella capitale. Alemanno dice che è tutta colpa del governo Prodi e della precedente giunta Veltroni. Rutelli risponde «Il governo Berlusconi del quale Alemanno era membro ha approvato una sanatoria per l'ingresso di 141.620 romeni”.

Il riferimento è alla regolarizzazione di circa 700 mila lavoratori immigrati (tra i quali i romeni di cui parla Rutelli) fatta nel 2002 dal governo Berlusconi. Le regolarizzazioni fatte dai vari governi italiani (compresi quelli di Prodi e Berlusconi) dal 1986 al 2002 sono state cinque. Il governo che le vara (qualunque esso sia) le chiama regolarizzazioni e l’opposizione del momento le chiama sanatorie. Si tratta di rilasciare un permesso di soggiorno alle persone che sono già in Italia e che hanno un lavoro; un lavoro inevitabilmente in nero visto che non è possibile assumere regolarmente un lavoratore immigrato senza permesso di soggiorno.
Le sanatorie o le regolarizzazioni hanno fatto emergere il lavoro nero, aumentando le entrate di contributi previdenziali all’Inps e di tasse e imposte (di centinaia di migliaia di immigrati regolarizzati) nelle casse dello stato. I lavoratori senza permesso di soggiorno “clandestini”, sono persone che vivono nel terrore di essere espulsi, non possono aver alcun rapporto positivo con le istituzioni, non hanno la possibilità di cercare un lavoro regolare o un regolare contratto di casa, sono persone deboli e più esposte al ricatto della criminalità. Le regolarizzazioni sono state, dunque, momenti fondamentali per la sicurezza e la legalità nel nostro paese, e hanno permesso a centinaia di migliaia di persone di liberarsi dai ricatti e dallo sfruttamento della clandestinità e di avviarsi all’integrazione.
A che dunque la demonizzazione delle regolarizzazione? A che la citazione della regolarizzazione dei romeni che nella capitale votano in quanto cittadini dell’Unione Europea? A che questo autolesionismo? Inseguendo le politiche della destra si finisce per farne una brutta copia e per arrivare sempre in ritardo. Infatti, i sindaci leghisti invitano a non confondere, dicono che il problema, per la sicurezza, non sono i romeni ma i Rom. Moni Ovadia, nel suo intervento, due mesi fa, in occasione del conferimento della laurea honoris causa a Pavia ha detto che “Un tempo l’ebreo era come lo zingaro, oggi lo zingaro è l’ebreo”.
(Saleh Zaghloul)

Posted by Admin at 22:32 | Comments (0)

Immigrazione/2 - I difficili confini della legalità

M. è una giovane straniera extracomunitaria che vive a Genova con la sua famiglia, con regolare permesso di soggiorno. Per sbarcare il lunario fa le pulizie ad ore la mattina presso varie famiglie genovesi e la babysitter per altre famiglie il pomeriggio: naturalmente in nero. Un pomeriggio M. viene investita sulle strisce, assieme al bambino che accudiva. La sua prontezza le permette di spingere a lato il ragazzino e solo lei viene centrata dall'auto. Si riprendono velocemente: arriva la polizia, arriva l'ambulanza. M., consapevole della sua situazione spiega che il giovanotto è figlio di un'amica cui ogni tanto fa un favore. Ha qualche costola spezzata, una spalla lussata e varie escoriazioni, ma il bambino ha la precedenza, quindi dovrà andare con lui al Gaslini, attendere i genitori per poi venire anche lei ricoverata. La famiglia del bambino consapevole della sua situazione la assiste al meglio: le paga un avvocato, continua a retribuirla come in precedenza nonostante sia prima in ospedale e poi a casa a letto per qualche mese. Naturalmente M. però perde gli introiti dei lavori mattutini che non può più fare, e sarà difficile dopo ricominciare. M. nonostante tutto difende le famiglie per cui lavora: non è stata colpa loro, è lei che non può più lavorare. Se le si parla di contratto, malattia e contributi continua a difendere i suoi datori di lavoro, è un lavoro casalingo, non è mica in una fabbrica, restare in nero conviene economicamente sia a lei che alle famiglie. E poi lei se la sa cavare. In pratica c'è una sostanziale alleanza della lavoratrice e del datore di lavoro all'insegna dell'illegalità, e questa giovane straniera che viene in Italia con una sincera voglia di lavorare, fa presto a capire che, se te la sai cavare e sei disponibile un posto lo trovi, ma in barba alle leggi.
(Maria Cecilia Averame)

Posted by Admin at 22:31 | Comments (0)

Immigrazione/3 - Settecentomila click per tornare a galla

Se si volesse immaginare un accompagnamento sonoro per l'onda delle centinaia di migliaia di persone che vivono senza permesso nel nostro paese, mentre si infrange contro le muraglie della burocrazia, basterebbe cliccare sul mouse che sicuramente avete sotto mano mentre leggete e moltiplicare quel click per 700 mila.
L'ultimo decreto flussi (dicembre 2007), ha preso il via a dicembre con le tre date del click day: tutti pronti, alle 8 di mattina, a schiacciare il pulsante ed inviare la domanda, sperando che la connessione del pc fosse abbastanza rapida, che non ci fossero black out, con la vita letteralmente appesa ad un filo, o meglio, ad un cavo di rete.

Il Decreto Flussi sarebbe, in teoria, il meccanismo che permette la programmazione gli ingressi di stranieri extracomunitari in Italia per motivi di lavoro. In realtà, dal momento che l'ultima regolarizzazione di stranieri presenti irregolarmente in Italia risale al 2002, esso diviene l'unico modo possibile per consentire di regolarizzare la propria posizione.
L'ultimo Decreto Flussi è ancora aperto (chiuderà ufficialmente il 31 maggio); prevedeva di autorizzare l'ingresso di 170 mila immigrati mentre ad oggi, le richieste inoltrate al Ministero dell'Interno sono state circa 700 mila. In data 7 aprile, però, le domande respinte, tra quelle entrate nella quota, erano più di quelle accolte, con un rapporto di 6 a 10 (http://www.meltingpot.org/articolo12481.html).
I motivi del diniego, della Direzione Provinciale del Lavoro o della Questura, l'insufficienza del reddito dichiarato dal datore di lavoro (la maggior parte dei casi) oppure il fatto che il lavoratore fosse stato colpito da espulsione per motivi amministrativi.
Questo caso è particolarmente frustrante: un immigrato che si trovi nella condizione di clandestino può ricevere in qualsiasi momento un foglio di via; il provvedimento prevede che la persona esca entro pochi giorni dall'Italia, senza potervi ritornare (né uscire dal proprio paese di provenienza) per 10 anni. Ma se rimane in Italia (e quasi tutti rimangono), perde qualsiasi possibilità di regolarizzare la propria posizione, perchè la presenza del foglio di via entra a far parte di un database (SIS) che automaticamente rigetta qualsiasi richiesta di nulla osta (decreto flussi, ricongiungimenti).
E insieme alla possibilità di un permesso sfuma la possibilità di una vita normale, di un lavoro regolare nel rispetto delle norme di sicurezza, di non essere sfruttati con salari da fame, di avere un affitto che non sia uno strozzinaggio, di tornare nel proprio paese a trovare genitori o figli che non si vedono da anni.
Nonostante tutto, il 76% dei clandestini ha un posto fisso e lavora (Metropoli, n. 10, anno III), quindi vive, paga l'affitto, costruisce case, accudisce anziani, rimanendo in una condizione sospesa priva di diritti e di possibilità di emersione.
Se ne parlerà il Primo Maggio, a Reggio Emilia, durante il corteo “Lavoro nero, precarietà estrema, morti sul lavoro: Basta!” (http://www.meltingpot.org/articolo12343.html), incentrato sui temi della clandestinità e del lavoro.
(Eleana Marullo)

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9 Aprile 2008

Giovani immigrati - Una bella notizia attesa 10 anni

Fino al 28 marzo scorso, quando i giovani immigrati compivano 18 anni e diventavano maggiorenni erano costretti a scegliere tra permesso di soggiorno per motivi di studio e permesso di soggiorno per motivi di lavoro. Nel primo caso, una volta completati gli studi, non potevano più richiedere un permesso di soggiorno per lavoro, e impiegare così in Italia la professionalità appena conseguita, ma dovevano lasciare il Paese, e quando gli studi andavano male e non venivano raggiunti i requisiti previsti, le questure rifiutavano il rinnovo del documento, decretando la clandestinità di fatto dei giovani. Se invece avessero lasciato gli studi e avessero scelto il permesso per "motivi di lavoro" i giovani immigrati rischiavano la clandestinità quando perdevano il loro lavoro e non ne trovavano un altro entro sei mesi.

Ora la circolare del ministro dell'Interno del 28 marzo 2008 ammette finalmente la possibilità di rinnovare i permessi di soggiorno anche per motivi familiari al compimento del diciottesimo anno di età. Il rinnovo avrà la stessa durata di quello del genitore, purché quest'ultimo soddisfi le condizioni di reddito e di alloggio richieste per il ricongiungimento familiare.
E' una bella notizia per i giovani immigrati che vivevano in una situazione di grande incertezza, tale da impedire loro di pensare ad un progetto credibile per il futuro, ciò che moltiplicava i possibili percorsi di emarginazione.
Il Forum Antirazzista di Genova che tra il 1995 ed il 2001 costituiva il centro della attività politica e sociale sulla immigrazione nella nostra città, dedicava all'integrazione dei minori e dei giovani immigrati una parte importante della propria iniziativa ed aveva chiesto più volte alle istituzioni l'emanazione di tale circolare. Il ministro oggi usa le stesse argomentazioni che venivano allora esposte dal Forum Antirazzista. La normativa che disciplina il rinnovo dei permessi di soggiorno non è cambiata, è sempre la stessa del 1998, e la circolare, con l'interpretazione corretta, arriva con un ritardo di 10 anni. Meglio tardi che mai.
(Saleh Zaghloul)

Posted by Admin at 09:53 | Comments (0)

16 Gennaio 2008

Burocrazia - Timbro per la vita o per la morte

"Questo ufficio si sta riempiendo di fantasmi e se non trovo il coraggio di rendere testimonianza alla loro vita ed alla loro morte, soffoco io e saranno dimenticati loro". Questo è l'incipit di una mail che circola dai primi di dicembre negli ambienti che si occupano di immigrazione e che è stata pubblicata sul sito http://www.peacelink.it/editoriale/i/2663.html.
L'ha scritta una funzionaria della Prefettura di Firenze, Daniela Pierini, che ha deciso di rendere pubbliche alcune storie (mortali) di "ordinaria burocrazia".

Una è quella di un cittadino somalo che vive a Firenze con un permesso di soggiorno per motivi umanitari. Il ricongiungimento familiare con i quattro figli rimasti in Somalia è reso impossibile dal disastroso intreccio tra le nuove norme che recepiscono una direttiva europea sui ricongiungimenti familiari, e dal mancato varo, invece, di quelle relative alla "protezione sussidiaria" che dovrebbero stabilire i diritti delle persone con permesso di soggiorno per motivi umanitari.
Un giorno il cittadino somalo torna all'ufficio della Prefettura per vedere se si è sbloccato qualcosa, e scoppia a piangere: nel corso della attesa due dei suoi quattro figli sono morti.
Resta da pensare a quelli ancora vivi. Ma, aggiunge la funzionaria della Prefettura, se pure il problema legislativo troverà prima o poi una soluzione e se mai giungerà il nulla osta per il ricongiungimento familiari, lei - nelle sue vesti di pubblico ufficiale - sarà costretta a indicare a questi giovani una strada illegale e pericolosa: e cioè scappare clandestinamente in Kenya, attraversando un confine chiuso, con il rischio di farsi sparare addosso, per poter andare a ritirare il permesso alla nostra Ambasciata a Nairobi. La strada ordinariamente percorsa, quella attraverso l'Etiopia, infatti è ormai interdetta: il Ministero dell'Interno ha precisato con una sua circolare che l'unica rappresentanza accreditata a rilasciare il visto è quella in Kenya. L'origine di questo assurdo sta nella decisione di accogliere la richiesta dell'ambasciatore italiano ad Addis Abeba che lamentava l'aumento del numero delle richieste dei visti di ingresso nella propria Ambasciata.
L'episodio del cittadino somalo è solo uno di quelli rievocati da Daniela Pierini che conclude:
"In tutti questi anni di lavoro (ormai sono quindici) con richiedenti asilo, rifugiati e rom non so più quante volte mi sono trovata a confrontarmi con la morte. Lo so che tutti hanno le loro ragioni e spiegazioni per tutto questo, quello che nessuno sembra avere sono le responsabilità".
(Paola Pierantoni)

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19 Dicembre 2007

Migranti - La pantomima bipartisan delle leggi sui flussi

La distanza tra il numero 350.000 e il numero 47.000 fornisce una misura della separazione tra politica e realtà, un metro su cui misurare il livello della ipocrisia nazionale. Quarantasettemila sono i posti disponibili per fare "entrare" in Italia lavoratori provenienti da Stati con i quali il Governo italiano ha stipulato accordi di cooperazione (Albania, Algeria, Bangladesh, Egitto, Filippine, Ghana, Marocco, Moldavia, Nigeria, Pakistan, Senegal, Somalia, Sri Lanka, Tunisia). Trecentocinquantamila è il numero delle domande che sono arrivate, tutte, certamente, riguardanti stranieri che sono già qui, in Italia.

Le politiche (?) per l'immigrazione mettono in scena in questi giorni lo spettacolo del loro ennesimo e tragico fallimento. Facciamo un po' di storia. I "flussi", cioè la possibilità di una modalità costante e regolata di ingresso in Italia per cercare di evitare l'alternanza tra accumulo di ingressi clandestini e successivi provvedimenti di sanatoria, furono introdotti dalla Legge Martelli del 1990, ma i decreti applicativi indispensabili a renderli operativi non furono mai varati. Si dovette attendere la legge "Turco/Napolitano" del 1998 perché i flussi entrassero in funzione, ma la sanatoria che li avrebbe dovuti precedere per consentire una partenza "pulita", azzerando la preesistente presenza irregolare, fu attuata con modalità e tempi talmente tardivi e disastrosi che i flussi di ingresso assunsero dal primo inizio, di fatto, la funzione di regolarizzare una parte dei clandestini già presenti, e non di avviare un ingresso regolamentato di persone dall'estero. Vizio di origine del provvedimento comunque era il presupposto che datori di lavoro italiani potessero desiderare di assumere persone mai viste né conosciute provenienti dai quattro angoli del mondo. L'unico spiraglio, che la legge Bossi/Fini si è poi incaricata di chiudere, era l'ingresso tramite sponsor. La modifica della Bossi/Fini giace in Parlamento dove attende che qualcuno se ne occupi.
Di fatto quindi la panacea universale resta la "sanatoria", dichiarata esplicitamente (ce ne sono state sei, per un totale di 1.500.000 regolarizzati, firmate da tutti i colori politici: Martelli, Dini, Turco, Napolitano, Bossi, Fini) o travestita sotto il termine di flusso di ingresso. Una lotteria che le persone si devono ogni volta giocare senza avere diritto alla dignità: le code all'addiaccio sostituite dalla corsa telematica, in ogni caso ciascuno rinchiuso in una disperata lotta individuale giocata con spallate, astuzie e resistenza fisica all'attesa contro il vicino di coda, o al decimo di secondo contro ignoti avversari al terminale.
Nel frattempo il tema si allontana sempre di più dall'agenda politica dei partiti e del sindacato, questione da lasciare ad uffici di servizio e patronati che combattono in trincea, ma non priorità su cui spendersi.
L'abbiamo visto alla manifestazione degli immigrati di due settimane fa, ridotta ad un fatto marginale, dove la verità sui clandestini è stata detta solo da immigrati che si passavano un megafono, e in fretta, perché alle 15.30 bisognava fare spazio al cardinale.
(Paola Pierantoni)

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5 Dicembre 2007

Insicurezze - Controllo del territorio meglio se invisibile

Genova al primo posto nella graduatoria degli scippi e dei borseggi, insicurezza percepita e dati "oggettivi", le notizie che oscillano, contraddittorie, tra rassicurazioni ed allarme. Il delitto più grave, l'omicidio - qui i dati sono tutti concordi - è in regresso, ma quello che conta, pare, è la crescita dei reati più prossimi alla quotidianità di ciascuno, di cui non si ha solo notizia attraverso i giornali, ma dagli episodi accaduti nel cerchio delle proprie conoscenze.

Un "addetto ai lavori" ricorda, parla per esperienza diretta, che quotidianamente ogni questura invia al Ministero e all'Istat un "mattinale" con i reati denunciati: informazioni abbastanza affidabili e, comunque confrontabili nel tempo. Se prendiamo il numero di borseggi ogni 100.000 abitanti denunciati all'amministrazione giudiziaria dalle forze di polizia, vediamo che il loro numero in Liguria passa dai 392 del 1995, ai 727 del 2006, (fonte: Rapporto sulla criminalità in Italia - 2007), a cui va aggiunto un buon 20% di episodi non denunciati. Certamente in Liguria i borseggi vengono denunciati più che in Campania, dove si registra nel 2006 il poco credibile numero di 153 furti con destrezza; mentre in Toscana, per fare un raffronto più omogeneo, si passa nello stesso periodo da 287 a 317.
Parliamo delle cause. Entra tra l'altro nel discorso la questione del controllo del territorio. Salta così fuori che fino a metà anni '90 operava una "squadretta" che aveva il compito di prevenire i borseggi. Pare avessero acquisito una professionalità super. Non gliene scappava uno. Conoscevano i borseggiatori più o meno professionali, osservavano le vittime predestinate. Giravano sugli autobus e per le strade. Andato in pensione il "caposquadra", il nucleo è stato sciolto.
Più recentemente (estate 2006) sono state azzerate due squadre (una quindicina di agenti) che da qualche anno avevano il compito di presidiare, in borghese, il territorio del centro storico.
La sintesi dell'interlocutore è che - fatte salve tutte le cause sociali - vi è un rapporto diretto tra aumento delle aggressioni per strada e mancanza del controllo sul territorio. Le pattuglie, che siano posteggiate in macchina, o che girino in gruppo, aggiunge, sono solo una psico-rassicurazione ad uso e consumo, soprattutto, dei commercianti.
Di certo il termine "insicurezza" è relativo: sabato scorso erano gli immigrati a dire di essere in un perenne stato di insicurezza proprio a causa delle nostre norme di legge, e il sabato precedente - prove alla mano - sono state le donne a indicare nel rifugio domestico il luogo di maggior rischio per la loro incolumità.
(Paola Pierantoni)

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Migranti - "Parlate di sicurezza ma non per noi"

Sabato 1° dicembre, per non interferire con le cerimonie di saluto al neo-cardinale nella "superblindata" piazza S. Lorenzo, la manifestazione dei migranti ha dovuto ritagliarsi il suo spazio tra le 13.30 e le 15.30, impresa quasi impossibile: avete mai visto una manifestazione in un orario del genere? Ma svolgerla in potenziale "concorrenza" con quella cardinalizia avrebbe potuto compromettere, pare, addirittura l'unità sindacale.

Alla fine i partecipanti al corteo sono alcune centinaia. Un successo, date le condizioni sfavorevoli. Gli immigrati (più di 500) che lavorano ai Cantieri di Sestri Ponente l'avevano detto all'ultima riunione: ci stiamo organizzando, stiamo già preparando i cartelli e gli striscioni, ma noi smontiamo dal lavoro alle 13 / 13.30, come possiamo farcela?
Pochi e artigianali gli striscioni: "insieme per una nuova cittadinanza", "siamo tutti cittadini, no allo sfruttamento", "unione immigrati senegalesi", "per una città libera, aperta, solidale", "avviamo salvato allitalia". Moltissime le bandiere: l'Arci, la Cisl, e la Cgil con le sue categorie: commercio, edili, metalmeccanici, i settori dove si concentra l'occupazione immigrata. Ma le mani di sindacalisti italiani a reggerle non arrivano alla decina. Degli amministratori pubblici è presente Vesco, assessore regionale al lavoro.
In piazza De Ferrari nessun palco, solo un megafono che passa di mano in mano, da un immigrato all'altro. Dicono: "carabinieri, polizia guardateci, siamo irregolari, non abbiamo il soggiorno, ma non siamo delinquenti, vogliamo lavorare, guadagnarci il pane", intonano "soggiorni in Italia…" sulle note dell'inno nazionale italiano. Dicono: "ci state sfruttando, qui stiamo lasciando i nostri polmoni", "parlate di sicurezza, ma dove è la nostra sicurezza?" Un senegalese scandisce: "Ci sono in Italia 500.000 irregolari, sono già qui, sono in Italia, e ora è uscito il decreto flussi che ne vuole fare entrare da fuori 170.000: vi sembra normale?", ripete più volte "vi sembra normale?".
Tutti quelli che sono lì, sanno bene che normale non è, che è l'ennesima ripetizione di una prassi surreale: un decreto che stabilisce quanti stranieri potranno "entrare" in Italia nell'anno 2007, pubblicato nell'ultimo mese dell'anno in questione, tanto tutti sanno che le persone non "entreranno" affatto, dovranno solo fare finta, perché sono già qui da clandestine. Nel frattempo anche chi era in regola, aspettando rinnovi che non arrivano, rischia di precipitare nuovamente nella clandestinità: tenterà di "entrare" al prossimo giro.
Al megafono alla fine arriva una richiesta che non compare nel volantino che ha indetto la manifestazione: la "sanatoria", soluzione di sempre per sanare, appunto, almeno temporaneamente, una normalità malata.
(Paola Pierantoni)

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28 Novembre 2007

Edili clandestini/1 - Manovali in cantiere e anche nella mala?

Su "Alias" (supplemento settimanale del Il manifesto) del 10 novembre un articolo di Emilio Quadrelli intitolato "Allarme sicurezza" riporta una lunga intervista ad un cittadino ecuadoriano che vive, da clandestino, a Genova. Lo scopo è raccogliere, dall'interno, un punto di vista sulla eventuale prossimità degli immigrati clandestini ad attività illegali. Il quadro che ne esce è che la grandissima maggioranza, anche degli irregolari, lavora. Ma a volte è proprio la condizione lavorativa degli immigrati clandestini a spingerli verso azioni illegali: lavori saltuari svolti in condizioni "che un altro difficilmente accetterebbe", sempre sottopagati, e frequentemente non pagati affatto, mettono a volte gli immigrati in situazioni economicamente insostenibili, ed allora si finisce a fare "cose non troppo grosse ma che consentono di tirare avanti", o a farsi dare il dovuto andando per le spicce.

Segue, a spiegazione, il dettagliato (ed auto-compiaciuto) racconto di uno di questi episodi di "recupero crediti" con tanto di irruzione notturna nella abitazione del datore di lavoro, condotta con una professionalità criminale di non poco momento.
L'articolo su Alias apre una finestra su alcuni aspetti della nostra realtà cittadina, ed offre spunti di riflessione, ma prevale in me un senso di disagio. Mi pare infatti che il quadro formato da questa testimonianza e dalle osservazioni che la accompagnano (Quadrelli, uno studioso noto per questo genere di inchieste, si riferisce agli episodi narrati come a "piccoli ed abituali paragrafi del romanzo di formazione degli abitanti della Strada") finisca - rischiosamente - per attribuire ad una singola vicenda molto particolare un improprio valore paradigmatico.
(Paola Pierantoni)

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Edili clandestini/2 - Ci sono più imprese che dipendenti

Parlo con Venanzio Maurici, segretario della Fillea (il sindacato degli edili della Cgil) della zona d'ombra che circonda alcuni settori del nostro mercato del lavoro genovese. In questo caso, quello edile.
L'immagine è allarmante: ormai, dice il sindacalista, nella edilizia a Genova il lavoro irregolare ha superato quello regolare, che comunque presenta una incredibile anomalia: il numero delle imprese (circa 9600 aziende individuali, e 2200 più strutturate) supera il numero dei lavoratori dipendenti in regola. I datori di lavoro inducono i dipendenti a costituirsi in impresa autonoma per evadere gli obblighi contributivi, e i lavoratori, soprattutto gli immigrati, ci stanno perché ricattati, o illusi di spuntare un guadagno maggiore, o di ottenere più facilmente il permesso di soggiorno. Il prezzo è alto: una estrema frammentazione del lavoro, l'azzeramento delle condizioni di sicurezza, le amare sorprese quando arrivano le scadenze fiscali.

Gli immigrati sono il 40% dei 9400 lavoratori regolarmente iscritti alla cassa edile, e quasi la totalità degli almeno altrettanti irregolari, costantemente depredati dei diritti e della dignità. Pagati cifre irrisorie, o non pagati affatto, quando vanno all'ospedale per qualche infortunio denunciano incidenti di qualsiasi tipo, ma mai e poi mai di essersi fatti male sul lavoro. Molti all'ospedale nemmeno ci vanno, si curano alla meglio a casa loro. Viene fuori l'episodio di un lavoratore cingalese che non sapeva una parola d'italiano, del tutto ignaro delle misure di sicurezza, caduto da sei metri di altezza, gamba rotta, preso dal datore di lavoro e lasciato per strada ben lontano dal cantiere, finalmente soccorso da un connazionale, portato a casa e lì "curato" alla meglio. Ma per un caso che viene alla luce un numero indefinito resta all'ombra della paura e della omertà.
Tra i clandestini solo qualche lavoratore particolarmente informato ed audace trova la strada del sindacato. La grandissima maggioranza nulla ne sa o ha paura. Chi ci arriva a volte riesce a recuperare qualcosa con una mediazione informale.
In qualche caso si riesce perfino a ristabilire pienamente una condizione di diritto, come alla Gialex azienda (ora fallita) in subappalto da Società Autostrade dove circa 50 immigrati non solo lavoravano in condizioni terribili ma erano stati ingannati dal datore di lavoro che aveva "fatto finta" di regolarizzarli, falsificando la ricevuta delle poste. O come in un cantiere edile di Cogoleto dove sei rumeni, alloggiati in una casa diroccata, venivano pagati 50, 100 euro al mese (al mese!), ricevendo per nutrirsi delle scatolette di tonno e fagioli.
A contrastare questa spirale di illegalità generatrice di illegalità c'è però un esercito troppo debole: il numero di ispettori del lavoro è talmente esiguo, dice Maurici, che ogni impresa può ragionevolmente contare di non essere sottoposta a controlli più frequentemente di una volta ogni otto anni.
(Paola Pierantoni)

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Cortei - Se i tamburi risuonano insieme alle campane

Il primo dicembre i migranti scenderanno nelle piazze di diverse città italiane per manifestare in difesa dei propri diritti. A Padova, Cgil, Cisl e Uil insieme alle associazioni degli immigrati saranno in corteo per una rapida approvazione della legge Amato-Ferrero e per il superamento della convenzione con le Poste per il rilascio dei permessi. Con gli stessi obiettivi nel capoluogo lombardo, la Rete Migrante Milano promuoverà la Giornata di mobilitazione nazionale (Metropoli, 25 Novembre, "In piazza per i diritti dei migranti").

Anche a Genova i sindacati e le associazioni di immigrati scenderanno in piazza, come pianificato da tempo (vedi OLI 164). Ma un incidente diplomatico ha rischiato di sgretolare la compattezza del coordinamento tra le associazioni aderenti, che proprio con l'organizzazione dell'evento sta muovendo i primi passi.
La data del primo dicembre si accavalla infatti con il saluto ufficiale del cardinale Bagnasco alla città, gli orari delle manifestazioni sono all'incirca gli stessi, ed il corteo degli immigranti non è rinviabile, perché già rimandato più volte e perché dai primi di dicembre in poi le associazioni saranno impegnate nello smaltimento delle pratiche per il decreto flussi 2007.
Nella riunione per decidere il da farsi, serpeggiano stati d'animo differenti: veti granitici che puntano sull'inopportunità politica di uno "sgarbo" al neocardinale e sulla probabile invisibilità al cospetto di un evento istituzionale di tale portata, fiduciose proposte di far convergere corteo e processione, suggerimenti di un rinvio per non costringere associazioni e privati a fare una scelta per un le campane di San Lorenzo o per la multietnica Banda di Piazza Caricamento, richieste di tener ferma la data per non far passare sempre in secondo piano le esigenze ed i problemi dei cittadini immigrati, specie in un periodo che ha visto un accostamento costante e a volte strumentalizzato tra sicurezza e immigrazione.
Dopo un faticoso lavoro di mediazione tra le parti, la soluzione arriva, salomonica: la manifestazione si tiene il 1° Dicembre, alle 13.30, in Piazza Acquaverde (Stazione Principe). Difficile l'esordio per il coordinamento genovese, che, appena partito, incappa suo malgrado nel rosso porpora cardinalizio.
(Eleana Marullo)

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21 Novembre 2007

Migranti - Ritardi record per i soggiorni

Gli antichi luoghi di riunione di chi si occupava di immigrazione a Genova (il teatrino di San Siro, la sede dell'Arci in via San Luca) in queste settimane sono tornate a popolarsi. Si sta preparando una manifestazione di tutta la città, la prima con questo taglio da quando le divisioni che accompagnarono la manifestazione dei migranti durante il G8 (le organizzazioni sindacali rifiutarono di aderire) posero fine all'esperienza del Forum Antirazzista.

Il problema più grande, quello che ha dato il via alla mobilitazione, è quello dei ritardi delle pratiche per il permesso di soggiorno. Viene descritta l'incredibile trafila: a Genova si è passati da una attesa media di tre mesi per un primo appuntamento, a tempi che vanno dai dieci mesi a più di un anno. Successivamente ulteriori convocazioni per "perfezionare" la pratica, ma senza che le persone siano informate di quel che ancora manca. Quindi giornate di lavoro perse solo per sentirsi dire cosa è che serve, e nuovi appuntamenti a mesi di distanza. Nel frattempo si tira avanti con le "ricevute" della avvenuta domanda di rinnovo.

Le disposizioni emesse dal Governo sembrerebbero risolvere ogni problema: anche con la sola ricevuta l'immigrato può essere assunto, prendere la patente, fare una vita "normale". La realtà però sta da un'altra parte: la grandissima maggioranza dei datori di lavoro non ci pensa nemmeno ad assumere un immigrato con in mano solo un pezzetto di carta su cui è scritto che ha avanzato domanda per il rinnovo. Quindi le persone o non lavorano affatto o lavorano in nero.

Molte volte quando il permesso di soggiorno finalmente arriva, i suoi termini sono già scaduti, e si parte per un nuovo rinnovo, per il quale però è essenziale dimostrare di avere quel lavoro in regola che non si è ottenuto perché si aveva in mano solo un pezzetto di carta. Un circolo vizioso che nega alle persone la dovuta dignità e che compromette le loro possibilità di lavoro e di vita. In molti osservano che questa "inefficienza" alimenta un sottobosco di personaggi che si offrono - a pagamento - come intermediari, promettendo scorciatoie per accelerare le pratiche.
Non è così dappertutto, vi sono questure dove tutto si svolge con tempi più accettabili, Genova, per motivi che non si riescono ben a inquadrare, sta conquistando il record dei ritardi.

La platea che discute e che decide è profondamente mutata dai tempi del Forum Antirazzista e pare segnare un passaggio di fase: ci sono sempre alcune delle presenze "storiche" (Cgil, Cisl, Auxilium Caritas, ArciI, Città Aperta …), ma oggi la maggioranza appartiene alle associazioni degli immigrati che propongono di creare nuovamente un coordinamento stabile. Quando si arriva a decidere le parole "forti" su cui convocare la manifestazione si verifica una rapida convergenza: "Basta con il lavoro nero e le morti sul lavoro - basta con il razzismo - basta con l'uso politico degli immigrati". Per tutti appuntamento sabato 1° dicembre alle ore 15 a Piazza Acquaverde (Stazione Principe)
(Paola Pierantoni)

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14 Novembre 2007

Migranti - Le stragi alle porte di fortezza Europa

Le notizie di sbarchi clandestini di migranti sulle coste italiane sono diventate routine. Alcune tragedie, alcuni arrivi numericamente cospicui riescono ad occupare le pagine dei giornali e a richiamare l'attenzione su quello che è in realtà uno stillicidio di morti che continua da un ventennio. L'ultimo episodio è il naufragio di due imbarcazioni (una sulle coste della Calabria, l'altra in Sicilia) che tra il 27 ed il 28 ottobre ha causato 27 vittime ed un numero indefinito di dispersi.

In uno dei due casi, sulla spiaggia di Roccella Ionica sono naufragate 120 persone, tutti ragazzi palestinesi, provenienti da Haifa o Ramallah: una generazione in fuga dai territori occupati, che ha pagato l'equivalente di 1300 euro per imbarcare dall'Egitto all'Italia su un rottame fatiscente. Tra questi Abdel, 14 anni compiuti durante la traversata, che, intervistato(Corriere della Sera, 29 ottobre, "Sono fuggito dalla Palestina In mare ho compiuto 14 anni"), ha raccontato la sua storia : partenza dalla Palestina, arrivo al centro di raccolta, 9 giorni di navigazione alla volta dell'Italia conclusa col naufragio.

Un'analisi di Repubblica ("Meno sbarchi ma vittime in aumento", 29 ottobre 2007) prende spunto dall'evento per chiarire le cifre del traffico di vite umane: nel 2007 diminuiscono gli arrivi (14.968 contro i 16.093 del 2006), ma aumentano numericamente gli sbarchi. Questo, in ottemperanza alle leggi dell'economia, per cui i passeggeri vengono caricati su piccole barche, gommoni, carcasse "a perdere" senza conducente, per minimizzare i rischi dell'impresa. Il biglietto di 3 persone in genere ammortizza il costo del mezzo, che può essere abbandonato ai flutti o alle secche senza causare perdite economiche ai trafficanti: quindi l'uso di numerose, piccole imbarcazioni in condizioni pessime e senza conducente sarebbe la causa dell'aumento dei naufragi e delle vittime (solo quest'anno, 500 davanti alle coste siciliane).

Fortress Europe,letteralmente "fortezza europa" (http://fortresseurope.blogspot.com) è una rassegna stampa che dal 1988 ad oggi tiene il conto delle vittime della frontiera europea, e racconta, con dati e statistiche, la cronologia e i modi dell'ecatombe che si perpetua giornalmente alle frontiere: le cifre spalancano uno scenario inimmaginabile. 11.167 persone sono morte, dal 1988 ad oggi, durante il tentativo di raggiungere l'Europa, 3.912 i dispersi. In particolare, nel Mar Mediterraneo e nell'Oceano Atlantico verso le Canarie sono annegate 7.588 persone. Quasi la metà delle salme non sono mai state recuperate. Nel Canale di Sicilia tra la Libia, l'Egitto, la Tunisia, Malta e l'Italia le vittime sono 2.481, tra cui 1.522 dispersi. Altre 64 persone sono morte navigando dall'Algeria verso la Sardegna. Morire di frontiera nel 2007, alle porte dell'Europa, non è né western né fantascienza.
(Eleana Marullo)

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Espulsioni - A dispetto degli ariani siamo in Europa

Non è una vocazione, ma spesso una necessità professionale per chi fa il giornalista quella di incalzare, anziché compiacere l'intervistato, insomma fare il rompiscatole per poter cavare qualche straccetto di verità dal buco del dico e non dico. L'ultimo esempio è venuto da "la 7", Gad Lerner alle prese con Franco Frattini, vicecommissario europeo, disposto a parlar di tutto meno che rispondere alla domanda centrale: l'UE consente o no le espulsioni di massa dei romeni che sono invocate a gran voce dall'Italia reazionaria capeggiata da Bossi-Fini-Cavaliere?

Quando già il conduttore malcelava il suo bollore interno dietro la doverosa maschera di cortesia del padrone di casa, l'ospite in collegamento, a sua volta innervosito perché messo alle corde, alla fine ha ceduto, ammettendo il vero: l'Europa le vieta, le espulsioni di massa non sono ammissibili nel sistema democratico attuale (altri sono i provvedimenti mirati, motivati). E come mai il vicecommissario, dall'alto della sua carica, non richiamò tale principio subito, zittendo i suoi scalmanati amici di partito? Sempre più in imbarazzo, Fratini si è difeso attaccando: "Che ci posso fare io -ha detto in sostanza- se i media titolano solo sulle espulsioni e ignorano del tutto i programmi UE per l'integrazione?"

Reticenze a parte (efficace sarebbe suonata una tempestiva precisazione del vicecommissario sui contenuti della normativa europea, quando la xenofobia montava), la sua replica ha toccato certamente un tasto stonato: non diversamente si può definire il contributo dell'informazione stampata ed elettronica all'assordante concerto razzista levatosi dopo l'orrendo omicidio di Tor di Quinto a Roma. Giornali e telegiornali hanno soffiato non poco sul fuoco della giusta indignazione, preferendo rimestare nelle viscere invece di sollecitare la ragione. Col risultato di colpevolizzare un'intera popolazione, una razza "inferiore", come insegnavano ai tempi degli ariani…

La miglior risposta a certe scellerate teorie riemerse dalle fognature della storia, viene da una ragazzina cui dobbiamo essere grati per lucidità e umanità: suo padre, romeno, osò rifiutarsi di lavorare in nero e fu massacrato da un impresario nostro connazionale. La figlia allora sedicenne -nella lettera che riportiamo- assicura di non pensare assolutamente che tutti gli italiani ammazzano e bruciano i romeni. Una lezione salutare.
(Camillo Arcuri)

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La violenza non ha nazionalità

(Metro, 8 novembre 2007)
Vorrei chiedere scusa agli italiani, visto che sono romena, per il male che abbiamo fatto. Vi chiederete il perché del plurale. Perché ormai è opinione diffusa che essere romeno voglia dire essere assassino o ladro. È proprio questo il mio disappunto e vi spiego perché: sono una ragazza di 25 anni e avevo solo 17 anni quando mio padre fu ucciso barbaramente da un vostro connazionale, il suo datore di lavoro, a cui aveva chiesto la regolarizzazione.


Mio padre si chiamava Ion Cazacu e il suo assassino, che lo bruciò vivo, Cosimo Iannace.
Venne condannato in primo e secondo grado a 30 anni di carcere. Poi la Cassazione annullò tutto e alla fine l'assassino di mio padre è stato condannato a 16 anni. Vivo da ormai sei anni in Italia e nonostante la mia tragica esperienza penso che siate delle persone meravigliose e sono convinta del fatto che quando si parla di cronaca nera bisogna fare la differenza tra l'identità di un assassino e l'identità di un intero popolo.
La violenza non ha confini e non ha nazionalità come non hanno nazionalità le vittime della violenza. Allora non sarebbe forse più opportuno concentrarsi sul modo in cui si debbano punire tali atti di criminalità, nel tentativo di farli diminuire piuttosto che addossare le colpe a un intero popolo? Non ci si deve difendere dal mondo intero, ci si deve difendere dai criminali e se nel mondo ci sono criminali non vuol dire che sia un mondo di soli criminali.
(Florina Cazacu)

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7 Novembre 2007

Rom - Sindaci-sceriffo e responsabilità

Lunedì 5 novembre un'ascoltatrice di "Prima Pagina" (la trasmissione di rassegna stampa e dialogo con gli ascoltatori di Radio3) ha telefonato domandando: "Ma chi era preposto al controllo della irregolarità degli insediamenti rumeni a Tor di Quinto, dove è stato finora? Perché si lascia che si costituiscano i ghetti? Se non si pone, politicamente, un argine si creano le condizioni di una conflittualità che prima o poi esploderà e andrà fuori controllo".

Michele Concina, conduttore della trasmissione per la settimana, fa proprie le domande dell'ascoltatrice, ma ricorda anche che Cofferati è stato messo in croce appunto per aver smantellato analoghe situazioni di degrado nella sua città. L'argine politico che ha cercato di porre, aggiunge il giornalista, gli costerà di certo la mancata rielezione a sindaco, se pure riuscirà ad arrivare a fine mandato.
Alcuni organi di stampa - nella nostra città Il Secolo XIX - seguono la strada della drammatizzazione continua e dell'enfasi emotiva del problema sicurezza e criminalità, ma se questa scelta è pericolosa per la sua valenza culturale, non si possono ignorare i dati del Ministero dell'Interno sobriamente riportati dal Sole 24 Ore di lunedì 5 novembre: tra il 2005 e il 2006 si è registrato un aumento del 7,5 % dei delitti denunciati, in particolare furti e scippi (+ 24 %), e furti nelle abitazioni (+ 17 %), con Genova al primo posto per reati di strada (1.200 borseggi o scippi ogni 100.000 abitanti). Maurizio Fiasco, il ricercatore e sociologo intervistato dal Sole 24 Ore, individua, come cause possibili, l'indulto e la "pressione della popolazione nomade o espulsa dai paesi d'origine. Un fenomeno che va a impattare soprattutto sulle grandi città, spesso impegnate in un processo di transizione disordinata".
Il problema quindi esiste e va affrontato, ma l'affannosa sequenza temporale di questi giorni (l'assassinio di Giovanna Reggiani, seguito dalla precipitosa trasformazione del disegno di legge sulla sicurezza in decreto immediatamente operativo e dalla demolizione delle baracche del campo rom abusivo di Tor di Quinto) ha di fatto lanciato ai cittadini il gravissimo messaggio che la responsabilità individuale della specifica persona di nome Nicolae Romolus Mailat va in realtà intesa come una responsabilità collettiva di tutta la comunità a cui questa persona apparteneva.
(Paola Pierantoni)

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Minori marocchini/1 - Come mandare a scuola i venditori di fiori

Il convegno "Un futuro shakerato - studenti stranieri nelle scuole italiane" organizzato per il 30 e 31 ottobre dall'Ufficio scolastico regionale della Liguria, ha presentato, nella sua seconda giornata, il libro "Un futuro credibile" redatto a cura di Claudia Nosenghi e Danila Berretti e pubblicato dal Ministero della Pubblica Istruzione: un'esperienza di contrasto al lavoro minorile che ebbe luogo a Genova tra il 2002 e il 2005 raccontata attraverso una serie di testimonianze e riflessioni ed accompagnata da una indagine che ne riporta con accuratezza i passaggi e gli esiti, pur con alcune omissioni.

Si trattò di una sperimentazione complessa gestita dal Centro risorse alunni stranieri (creato dallo stesso ufficio scolastico) in collaborazione con l'associazionismo (Forum antirazzista di Genova, Circolo Olympic Maghreb della Uisp, Associazione dei mediatori culturali) e con i soggetti che ne garantirono il finanziamento (Fondazione Spinola, con un contributo iniziale della Cgil).
L'obiettivo era quello di favorire la frequenza scolastica dei minori nordafricani che tra la fine degli anni '90 e i primi del 2000 a scuola non ci andavano per vendere fiori nelle strade. Lo strumento usato fu quello di borse di studio concesse alle famiglie, a condizione che i ragazzi frequentassero la scuola.
Le contraddizioni, i punti di successo e i limiti di questa esperienza, le condizioni che la resero possibile, e quelle che ne stabilirono il termine, delineano uno spaccato della vita della nostra città e delle sue trasformazioni: il passaggio di generazioni nella immigrazione nordafricana, i conflitti e i cambiamenti individuali e collettivi che ne sono seguiti; lo sgomento di scuole come la Baliano di vico Vegetti investite dall'aumento repentino di ragazzi stranieri che non dicevano una parola d'italiano e la conseguente fuga degli italiani; la rete di relazioni tra soggetti istituzionali e sociali capace di mettere in moto molte energie e il suo successivo indebolimento.
Nel libro si legge che il punto più innovativo fu l'avere discusso su cosa volesse dire veramente diritto allo studio e intercultura, al di fuori delle astrazioni teoriche, l'avere messo a diretto contatto gli insegnanti, gli educatori, i politici, con i pastori e i contadini del Marocco, padri e zii dei ragazzi, per trovare dei punti di mediazione tra aspettative apparentemente inconciliabili.
Purtroppo alla platea di ragazzi e insegnanti raccolta nell'aula magna del Cassini è stata offerta di questa esperienza una presentazione molto anodina, incapace di sollecitare interrogativi, e di rendere chi ascoltava partecipe delle rivelazioni, dei pensieri e delle inquietudini che l'hanno accompagnata.
Meglio leggere il libro, disponibile presso il C.R.A.S. Salita della fava Greca, 8 - Genova e tra breve scaricabile dal sito http://www.scuolenuoveculture.org/.
(Paola Pierantoni)

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Minori marocchini/2 - Con sforzo ma superata la paura delle famiglie

La parte di storia non detta nel libro "Un futuro credibile" può essere ricostruita attraverso le carte dell'archivio del Forum Antirazzista, in fase di sistemazione presso il Centro Ligure di Storia Sociale. Il punto di partenza è il 1999 quando l'Ufficio immigrati della Cgil iniziò ad affrontare il problema della regolarizzazione di un certo numero di minori, circa 100, prevalentemente marocchini, entrati clandestinamente e che i familiari (padri o zii) regolarmente soggiornanti volevano regolarizzare.

La legge prevedeva la concessione di un permesso di soggiorno "per minore età", a meno che i minori non risultassero in stato di abbandono. Si innescò una situazione di stallo: la Questura né concedeva i permessi, né emetteva rifiuti formali, e rinviava ogni caso senza eccezione al Tribunale dei minori per l'accertamento dell'eventuale stato di abbandono. I padri o gli zii convocati, regolarmente, non si presentavano agli appuntamenti. Questa assenza veniva interpretata come segno di uno stato di abbandono del minore, il Tribunale trasmetteva una relazione in proposito alla Questura, e a questo punto tutto si fermava, con la sola conseguenza oggettiva che i ragazzi continuavano a vivere in una situazione di invisibilità e di assenza di diritti.
La prima azione che innescò l'uscita dallo stallo fu la decisone dell'Ufficio immigrati della Cgil di concedere la propria assistenza ai padri dei ragazzi solo a condizione che i minori fossero iscritti a scuola. Ciò determinò un'impennata delle iscrizioni scolastiche di minori marocchini, particolarmente alla Scuola Baliano. Successivamente il Forum Antirazzista interpellò tutti i soggetti istituzionali interessati (Questura, Tribunale dei minori, Comune di Genova, Provveditorato agli studi) col duplice obiettivo di ottenere per i ragazzi la concessione del permesso di soggiorno per minore età, e di favorirne l'inserimento scolastico.
L'obiettivo fu raggiunto nel marzo del 2000, quando il Forum ottenne un incontro interistituzionale che stabilì l'obbligo, per la Questura, di rilasciare i permessi di soggiorno. Contemporaneamente partì una collaborazione tra il Tribunale dei minori e il Forum antirazzista che si impegnò in un'azione di mediazione che inducesse i padri a presentarsi agli incontri, assistendoli durante il colloquio. Si ottenne infine la creazione di un tavolo tecnico con la Direzione scolastica regionale, il Comune, e la Provincia per sostenere la frequenza scolastica dei ragazzi, la loro formazione, la possibilità di trovare lavoro.
Le discussioni che intercorsero allora tra i rappresentanti del Forum e i rappresentanti istituzionali su come ci si dovesse rapportare al fenomeno del lavoro minorile, su come andasse interpretato ed affrontato il sistematico rifiuto degli adulti a presentarsi alle convocazioni del tribunale, sul fatto che quei ragazzi si trovassero o meno in stato di abbandono, furono a volte molto dure, ma utili.
(Paola Pierantoni)

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24 Ottobre 2007

Miopi rinvii - Una moschea per pregare lontano dalla monnezza

"Siamo stati sfrattati dall'unico luogo della provincia di Genova dove potevamo praticare la nostra religione, svolgere attività sociali, culturali, educative. Una moschea (centro culturale islamico) è un fatto di civiltà… La libertà religiosa è un diritto costituzionale". Così diceva un volantino del lontano 1999, firmato Centro Islamico culturale di Genova.
La fotografia (cliccare qui), presa nel Giugno 2005, ritrae la vita ordinaria di uno dei centri di preghiera islamici (quello di vico dei Fregoso, accanto ai mezzi dell'Amiu), sorti informalmente qua e là nella città dopo la cancellazione della moschea di via Bologna.

Dal 1999 ad oggi assistiamo in merito ad una sequenza di impegni disattesi, rinvii, rimpalli di responsabilità che stanno facendo vivere a migliaia di islamici genovesi una frustrazione molto pesante: la negazione di fatto della dignità del loro credo religioso e della loro cultura, l'esperienza vissuta del dovere praticare i propri riti in condizioni avvilenti.
Dire, come ha detto la sindaco Marta Vincenzi, che la moschea si farà, "che non vi è alcun pregiudizio da parte nostra", ma che non crede "che si tratti di una priorità per il 2009" (Il Secolo XIX del 27 settembre 2007) è una sottovalutazione di questa vicenda.
Sarebbe finalmente di sfidare l'impopolarità di cui parlava Bruno Gabrielli (Repubblica del 30 settembre 2007) non solo per affermare valori che sono propri della democrazia, ma anche per non mettere in difficoltà chi, tra i cittadini di cultura islamica, si impegna da anni per diffondere nella propria comunità la ricerca del dialogo e della convivenza armoniosa con la città ospitante.
(Paola Pierantoni)

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17 Ottobre 2007

Sicurezza - Un'informazione da far paura

"Sebbene per il momento in città io non veda emergenze vere sulle problematiche legate agli extracomunitari perché siamo sul fisiologico, sento una percezione di insicurezza che non va trascurata" (questore Salvatore Presenti, Repubblica-Lavoro, 27 luglio). Passata l'estate, dopo una riunione del "Comitato Provinciale per l'ordine e la sicurezza", Marco Preve registra le dichiarazioni del prefetto Giuseppe Romano ("L'andamento della criminalità a Genova è in decisa flessione. E questo vale per tutti reati tranne uno: i furti"). Preve osserva che "nonostante nella graduatoria dei reati sia in posizione medio basse, Genova vive periodicamente delle emergenze, più sociali che criminali" e si chiede il perché della continua mobilitazione e di "tavoli" e "patti" per la sicurezza. Perché, dice Marta Vincenzi, "in alcuni quartieri la vivibilità è drasticamente peggiorata e crescono il disagio e il senso di insicurezza dei cittadini" (Repubblica, 11 ottobre).

Domanda: se la presenza di lavavetri, graffitari, venditori abusivi, mendicanti, vagabondi, prostitute, immigranti contribuisce al "senso di insicurezza" dei cittadini, per quanto vi concorrono i media, i giornali? Per restare in ambito cittadino, quanto hanno contribuito al "senso di insicurezza" i giornali che in questi ultimi mesi si sono contraddistinti nel riversare, quasi senza soluzione di continuità, titoli cubitali ("Notte di paura", "E' emergenza", "Allarme sicurezza", per citarne solo alcuni) e notizie sempre più allarmanti? Ma forse i media non fanno che amplificare quello che avviene in modo bipartisan nell'ambito della politica dove la sicurezza viene sempre più intesa solo come problema di ordine pubblico.
E' significativo a questo proposito il disegno di legge predisposto dal ministro Amato e voluto dal sindaco di Bologna Sergio Cofferati e dal sindaco di Firenze Leonardo Domenici che sarà portato alla discussione del Consiglio dei Ministri il prossimo 23 ottobre. Il "pacchetto sicurezza" (così si chiama) prevede tra le altre cose, l'ampliamento dei poteri ai sindaci, che diventavano di fatto anche "ufficiali del governo", la tolleranza zero contro degrado e manifestazioni, il rafforzamento della custodia cautelare per tutti i reati di cosiddetto "allarme sociale" (furto, scippo, rapina), di fatto equiparati ai reati di mafia o di terrorismo e l'allargamento ai prefetti del potere di espulsione dei cittadini comunitari per motivi di "ordine pubblico".
Il "pacchetto sicurezza" è fortemente contrastato da sinistra, che ha avanzato dubbi di costituzionalità (Liberazione, 14 ottobre), e da gran parte delle associazioni di volontariato impegnate nel sostegno delle persone in difficoltà, in parte anche italiani. E' passata quasi in silenzio l'iniziativa di una decina di queste (tra le quali, Arci, Cantieri Sociali, Gruppo Abele) che hanno chiesto un incontro urgente con il governo perché temono che il pacchetto "non solo non risolva ma, nei fatti, alimenti i fenomeni e gli spazi di illegalità". Più che a politiche di repressione e di "allontanamento degli indesiderati", chiedono le organizzazioni, il governo deve lavorare per "la realizzazione di azioni positive a tutela delle fasce marginali" (L'Unità, 12 ottobre). Chiedono, infine, "che nei territori vengano attivati tavoli di concertazione per la costruzione della sicurezza sociale in forma partecipata e concordata (testo integrale della lettera: http://www.fiopsd.org/?q=node/106). Finora non sembra abbiano avuto risposta.
(Oscar Itzcovich)

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Ramadam - Festa italo-islamica con qualche vuoto

Sabato 13 ottobre per la festa di fine Ramadam organizzata dalla Associazione "La Palma" tutti i posti a sedere dell'auditorium di Palazzo Rosso sono occupati, molte le persone in piedi. A sinistra le donne, prevalentemente col velo, a destra gli uomini, molti tra loro vestiti con giacca e cravatta, nessuno con la jallaba. Tantissimi i bambini. In aggiunta un certo numero di italiani che hanno raccolto l'invito alla cittadinanza e alle autorità affisso alla porta del centro di preghiera di via del Campo per questa festa.

Il 25 Settembre Il Secolo XIX aveva dedicato a questa moschea "informale" tutta la prima pagina della sua sezione locale: il luogo della preghiera si era infatti trasferito da un piccolo spiazzo all'aperto tra vico della Croce Bianca e vico dei Fregoso, ciclicamente ricoperto dai tappeti per la preghiera del venerdì, ai fondi dello stabile n. 13 di via del Campo, acquistati coi soldi raccolti da una sottoscrizione lanciata dal Centro culturale "Khalid Ibn Al Walid". L'articolo evidenziava i problemi che si delineavano all'orizzonte: i fondi in questione infatti non hanno attualmente l'agibilità per essere usati come luogo di culto o di riunione. Ma dalle testimonianze raccolte era anche chiaro che non esistevano particolari tensioni nel quartiere, da anni abituato ad assistere al rito settimanale del venerdì o a quello quotidiano del periodo del Ramadam, .
La festa di sabato è stata evidentemente pensata dai cittadini islamici per compiere un gesto di avvicinamento e di relazione. Tutto è stato organizzato con grande attenzione: l'accoglienza e l'accompagnamento degli ospiti, l'esibizione di un complesso vocale di buon livello, un piccolo gioco con i bambini, i pasticcini offerti in vassoi confezionati con cura e, soprattutto, i discorsi tenuti in lingua italiana. Ospite di rilievo Hamza Piccardo, presidente dell'UCOII e direttore del sito islamonline.it, che rivolge al pubblico una predica religiosa.
Ma le parole più interessanti vengono dal presidente della Associazione "La Palma", collegata al centro di preghiera di via del Campo. L'oratore viene presentato con molto onore, sul tavolo da cui parla ci sono mazzi di rose. Chi abita in zona lo conosce, gestisce un esercizio commerciale nel centro storico. Dice dei sei anni di esperienza della sua associazione che vuole promuovere il dialogo interculturale, favorire l'integrazione degli islamici nel tessuto culturale e sociale genovese. Parla del valore della convivenza e della tolleranza, ma ripete più volte che questo non basta: quello che serve è la partecipazione alla vita cittadina, per combattere l'ignoranza e la violenza, per contribuire a costruire un Islam europeo.
Siri, presidente di centrodestra della Circoscrizione, è presente e rivolge ai presenti un garbato saluto. Assente invece la giunta comunale. Peccato. E' dal tempo (fine anni '90) dello sfratto della moschea dalla vecchia sede di via Bologna che Genova gira intorno, senza risolverla, alla questione dei luoghi di culto islamici. Una presa di contatto diretta col fatto che la realtà è indifferente ai continui rinvii istituzionali e procede per la sua strada sarebbe più che utile.
(Paola Pierantoni)

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4 Luglio 2007

Clandestini - La prosa bastarda dei sans papier

"In pasticerie di Lepanto sono uova di pasqua grandi con tule rosa, azuro, tuti colori, in bar, alimentari e fermata metro e poi uova picole di ciocolata quale costa come una giornata a fare pulizie, baby sitter o in cucina Lo Spiedo come mia cugina Dorina picolina quale pulisce verdure e pela patate poi mete divisa rosa con fioco dietro e serve a tavola seria e non parla, senza prattica, senza permeso, a paura, è clandestina, vuole fare atrice".

"Senza Permesso. Avventure di una badante rumena" è la cronistoria della vita di una "clandestina" che ha la sventura di rimanere senza passaporto, alle soglie dell'ingresso della Romania in Europa. A scriverlo è un italiana, Cetta Petrollo (che dirige la Biblioteca Alessandrina dell'Università La Sapienza di Roma ed è poetessa e autrice), non potrebbe essere diversamente. Solo raccontando vicende di cui si è testimoni e non doloranti protagonisti, è possibile quel distacco che rende questa storia tenera e ironica, a volte lunare e paradossale. E solo un italiana con l'amore per la poesia sarebbe stata in grado prendere la propria lingua e stravolgerla per disegnare senza pudore né riverenza il vero protagonista della storia: un italiano bastardo, meticcio e transitorio, che cambia e si fa più fluido col trascorrere dei mesi, che calca forme dialettali e modalità espressive di chi parla. Una delle infinite lingue possibili dalla commistione delle lingue d'origine, tenendo conto del livello d'integrazione, con le interferenze dialettali, con la necessità di esprimersi in un determinato campo piuttosto che un altro, con l'apporto individuale

L'italiano bastardo che disegna le vicende di Silvia, la badante rumena, non ha chiaroscuri, perché, non potendoli esprimere, non esistono, non conosce il lessico astratto se non in rumeno, ma riesce a toccare temi come la condizione della donna, il precariato, il contrasto tra la tradizione e la modernità, con il taglio vivo di parole concrete espresse da uno sguardo spaesato e spaesante.

"Quela volta per andare a scuola quando Alfonsina è giovane tu porti la legna alla maestra e se non hai legna niente scuola e cossì molti baieti non vanno a scuola ma molte maestre vanno per paesi a prendere bambini e danno qualc'osa per legna. Perch'è? Perch'è come comunism rumeno dice Ettore sciendendo di scala, hanno illusione, quale anche addeso alcuni ma sempre meno,perchè illusione è di giovani e qui sono tutti vechi tranne rumeni, ucraini, bulgari, filippini, tunisini polacchi e anche quelli di srilanka quali siete giovani ma non avete illusioni. Opure qualche giovane c'è ma fa centralinista, cocco, guida turistica e non ha illusione" (Cetta Petrollo, "Senza Permesso. Avventure di una badante rumena", Stampa Alternativa, 2007, 116 pagine, euro 10).
(Eleana Marullo)

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27 Giugno 2007

Documentario - Latinoamericani a Genova

Il video "Dibujando un cambiamento" è una riflessione sui problemi che affronta la crescente immigrazione latinoamericana a Genova. Gli immigranti, quelli con regolare permesso di soggiorno, sono circa 34.000 (5% della popolazione genovese!). Negli ultimi 10 anni i latinoamericani si sono quintuplicati e oggi ne rappresentano la metà. Di questi, 12.000 sono ecuadoriani e 2.000 peruviani. Gli irregolari, i clandestini, sono invece un numero indefinito. Il video, presentato al concorso "Sguardi latinoamericani in Liguria" recentemente indetto dalla fondazione Casa America, ha ottenuto il primo premio della categoria.

Nel video compaiono volti e voci che raccontano storie di giovani cresciuti e educati in Italia oppure da poco arrivati. Sono storie di speranza, disincanto e sofferenza che parlano di lavoro, famiglia, integrazione.
"Il permesso di soggiorno dipende dal lavoro, se non hai lavoro sei automaticamente clandestino… La legge attuale lega strettamente la presenza di stranieri al lavoro, considerandoli non come una risorsa ma come manodopera a basso costo… Mi dicevano, quando finisce la scuola che ti piacerebbe fare? "A me piacerebbe fare l'architetto". Tu no devi fare quello. Quando finisci le medie, io ti consiglio di fare l'idraulico, il muratore. Così i tuoi genitori, faticano di meno…". E sul lavoro, c'è anche la voce del giovane clandestino: "All'inizio fu molto difficile per me perché lavorai durante sei mesi per un signore italiano che m'ingannò e non mi pagò. Disse che uno come me, senza documenti, non ha nessun diritto".
L'altro problema è quello delle lunghe separazioni famigliari e della necessità di trovare le forze per andare avanti malgrado l'enorme difficoltà, con il rischio di perdere la famiglia, che essa si disgreghi: "Man mano che passa il tempo uno si chiede perché non fermarmi qui se vedo che nel mio paese le cose non migliorano".
Infine, il tema dell'integrazione, della necessità di modificare le proprie griglie mentali: "Le cifre dell'immigrazione da sole dicono poco dell'impatto provocato delle culture che entrano in contatto generando idee, ma anche pregiudizi. L'integrazione, che cos'è? E' solo questione di tempo? Il frutto di un confronto? Riguarda soltanto chi arriva?....
Genova è ormai un melting point culturale, una città in evoluzione. C'è già una società nuova e non sono solo gli immigranti che si devono integrare. Dovrebbe esserci un'integrazione che non può essere semplice accoglienza, ma integrazione reciproca".
I giovani registi, Marco Pellerano Montebelli (italiano adottato, nato a Lima) e Alan Rodríguez Alvarez (peruviano) con la collaborazione di Eleana Marullo (italiana), con tratti leggeri e sapienti e immagini calzanti, attraverso volti e voci che raccontano queste e altre storie, esplorano i principali luoghi del centro storico di Genova con lo sfondo di una bella colonna sonora in cui canzoni e ritmi latinoamericani si mescolano emblematicamente con "La città vecchia" (Nei quartieri dove il sole del buon Dio non dà i suoi raggi / ha già troppi impegni per scaldar la gente d'altri paraggi), l'indimenticabile poesia di De Andrè. Il video (durata 13' 40") verrà proiettato al Genova Film Festival il 5 luglio alle ore 16 (Sala Sivori).
(Oscar Itzcovich)

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9 Maggio 2007

Immigrati - Un progetto contro il marciapiede

A Genova dal 2000 opera il progetto "Sunrise" il cui scopo è quello di "aiutare le persone vittime del traffico a scopo di sfruttamento sessuale". Il progetto è finanziato dal ministero delle Pari Opportunità e dalla Regione, e attuato dal Comune di Genova attraverso una rete di soggetti: case di accoglienza, cooperative sociali, mediatori culturali, servizi pubblici per la tutela della salute e per l'inserimento lavorativo, sportelli per gli immigrati, centri di formazione professionale, centri scolastici territoriali. L'obiettivo è quello di fornire alle ragazze e alle donne coinvolte nel racket della prostituzione, ascolto, alloggio, sostegno psicologico, e opportunità di formazione e di inserimento lavorativo. Per le straniere aderire a questo percorso vuol dire anche riuscire a ottenere il permesso di soggiorno.

Nel 2006 le donne inserite in questo intervento di protezione sociale sono state 183. Di queste, sessanta (il 32,7%) erano di nazionalità rumena. Inoltre: erano rumene tutte le quarantatre minorenni, tranne una.
Le donne rumene a Genova sono comparse sulla scena della prostituzione nel 2003. Le violenze a cui sono sottoposte dagli sfruttatori sono particolarmente brutali. I clienti italiani, da parte loro, "non si pongono il problema", e sono pronti ad utilizzare il frutto di questo processo di riduzione in schiavitù senza farsi domande, senza assumersi responsabilità, ed aggravando spesso la situazione con la richiesta di rapporti sessuali non protetti.
Nella maggioranza dei casi (il 56% nel 2006) le donne vengono in contatto con gli operatori sociali sulla base di segnalazioni delle forze dell'ordine; per il resto ci arrivano per iniziativa autonoma o a seguito di un precedente contatto con il "numero verde nazionale", soprattutto dopo aver subito qualche fatto particolarmente "pesante". Clienti, amici, colleghe non hanno nessun ruolo nel favorire questi percorsi di uscita.
Risultati raggiunti: 73 persone hanno oggi una loro casa e altrettante seguono corsi di formazione scolastica o professionale, 121 hanno conquistato il permesso di soggiorno, dodici hanno usufruito di borse-lavoro. Ma l'operatrice elenca anche le molte cose che sarebbero necessarie e che mancano. Innanzitutto, un orizzonte di stabilità: ogni anno i soldi per tirare avanti devono essere trovati nelle pieghe di fondi nazionali in perenne restringimento. Poi ci vorrebbero strutture di accoglienza diverse, adeguate a questo tipo di utenza: non solo luoghi di prima accoglienza, ma strutture con operatori capaci di stabilire una relazione e in possesso di professionalità specifiche, luoghi in cui poter incontrare donne che stanno seguendo lo stesso percorso con cui riconoscersi e dove dovrebbe essere obbligatoria la figura dello psicologo: attualmente invece per tutte le 160 donne seguite e per i loro 26 figli è possibile disporne solo per 18 ore settimanali complessive. Inoltr e servirebbero regole ben precise: ad esempio l'immediato sequestro dei telefonini che sono la prima arma utilizzata dagli sfruttatori per tenere sotto controllo le loro vittime.
Infine, dice l'operatrice, sarebbero necessarie iniziative di provocazione culturale. A volte le è capitato di incrociare i clienti: cercano la schiava, la donna di altri tempi. Il nodo è sempre lì, e non riguarda solo gli immigrati.
(Paola Pierantoni)

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18 Aprile 2007

Minori stranieri - Progetto condiviso, ma dalla banda

Parlando con gli operatori che si occupando dei "minori immigrati non accompagnati" si incontra subito il grande problema della sparizione dei ragazzi. Quando un minore viene segnalato - magari ha commesso un piccolo reato, magari era palesemente in un giro di sfruttamento - dopo l'identificazione della polizia viene affidato al Servizio Sociale del Comune che, come primo intervento, lo conduce in una "comunità di accoglienza residenziale" dove dovrebbe attendere l'incontro con gli operatori sociali che dovranno definire per lui un "progetto educativo".

Succede però è che la gran parte di questi ragazzi e di queste ragazze scompaiano immediatamente. Per quelli che sono in un giro di sfruttamento (accattonaggio, prostituzione, spaccio) arrivano prontamente richiami all'ordine sui loro cellulari. Oppure l'imperativo di andarsene il prima possibile è già dentro di loro, consolidato dalla paura, dall'assuefazione, dall'estrema difficoltà a figurarsi un'alternativa credibile e migliore, dalla diffidenza per tutto ciò che ha un aspetto istituzionale.
A volte vengono a prelevarli degli adulti che si qualificano come parenti: padri, zii. I ragazzi confermano. Ma nessuno della struttura di accoglienza è titolato a fare verifiche e, soprattutto, nessuno è titolato ad impedire che il minore se ne vada, da solo o con altri. Qui veniamo al punto spinoso.
A Firenze e Torino ci sono strutture chiuse, con i vigili alla porta, dove vengono inviati i ragazzi che - si valuta - hanno bisogno di un una barriera tra loro e il giro che li sfrutta, di un contenimento che imponga loro uno stacco rispetto alla vita che conducono, di un'autorità diversa da quella che altri stanno comunque esercitando su di loro.
Ma, dicono gli operatori, questa, qui a Genova, "è una soluzione improponibile". Pare vi sia stato in proposito un acceso dibattito che si è concluso con il "rifiuto assoluto" della comunità coercitiva. Qui la strategia delle cooperative sociali che gestiscono le strutture - peraltro condivisa dall'Amministrazione comunale - è che debba esserci comunque la "condivisione del progetto educativo". Cosa molto bella, molto politicamente corretta, ma anche soluzione comoda che trascura il fatto che il progetto educativo condiviso finisce per essere in molti casi quello degli spacciatori e delle bande criminali.
I dati dell'ANCI ci dicono che a Genova chi si trattiene nelle strutture per almeno un mese è meno del 30% di chi ci viene inviato. Alcuni di questi ragazzi effettivamente riescono a tornare in famiglia, ma la gran parte rientra immediatamente nei binari della marginalità, dello sfruttamento, della criminalità.
(Paola Pierantoni)

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Concorsi - Sguardo senza voci a Casa America

Il 3 aprile scorso si è svolta la premiazione del concorso "Sguardi Latinoamericani a Genova", indetto dalla fondazione Casa America presieduta da Roberto Speciale. I nomi e le opere dei vincitori sono stati riportati dalla cronaca locale (Secolo XIX, 4 aprile): 10 vincitori, 10 nazionalità coinvolte tra i 56 partecipanti, sguardi che si sono espressi nella cronaca giornalistica, nella fotografia e nel video. La premiazione però, sui giornali non è raccontata. A

l banco dei relatori, Speciale insieme ad altri organizzatori del concorso, e la giuria, composta da giornalisti, videomaker, docenti di lingua e letteratura spagnola, di sociologia, di storia dell'arte e storia dell'America Latina. Tutti, rigorosamente, italiani. Sono state illustrati l'organizzazione del concorso, le tappe per la pubblicizzazione di esso nella comunità latinoamericana, successivamente i criteri adottati nella scelta dei vincitori: doti tecniche, stile, contenuti , talenti. E' seguito il momento, emozionante, della consegna dei premi, in cui alla retorica si sono sostituiti i ringraziamenti impacciati e sinceri di chi si trovava magari per la prima volta sotto i riflettori: la fidanzata, gli amici, Casa America. Dopodiché il pubblico si è dissolto nei rivoli del buffet e, per chi fosse stato interessato a conoscere una buona volta gli sguardi latinoamericani, dopo aver sentito parlare italiano dalle cattedre, a disposizione solo una sala gremita e rumorosa, un piccolo schermo per i video ed una esposizione di foto e testi non troppo valorizzante. Storie, volti e immagini che parlano di speranze e disincanti, o solo, appunto, di sguardi, e ridisegnano soprattutto una città in evoluzione. L'imbarazzante assenza di latinoamericani in giuria o tra i relatori non poteva certo passare inosservata al sociologo Queirolo Palmas, che la commenta come una pecca dovuta alle lacune dell'esordio del concorso. Risulta però altrettanto imbarazzante lo spazio risicato dedicato alla fruizione di queste opere. Un evento autocelebrativo, in cui gli italiani parlano di quello che hanno fatto, come e perché lo hanno fatto, e i latinoamericani, oggetto socio-antropologico del discorso, ringraziano? Il dubbio, certo, è legittimo.
Un altro interrogativo, ancora più oscuro seppure fuori contesto: gli sguardi "non latinoamericani", quelli di comunità non altrettanto numerose ma comunque cospicue, come quella nordafricana o albanese, che galleggiano in silenzio nella quasi totale assenza di istituzioni o associazioni, le vedremo mai, seppure nei ringraziamenti dei titoli di coda?
(Eleana Marullo)

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4 Aprile 2007

Storie - Quando l'emigrazione diventa virtuale

La notizia compare in modo sommesso alla p. 13 del Secolo XIX del 31 marzo. "Genova, rimpatriati i 'croceristi' che la Spagna non aveva voluto: erano clandestini boliviani". La faccenda è come segue: 82 boliviani, imbarcati in Brasile per una crociera sulla Msc Sinfonia, sono stati sottoposti a vari controlli da parte della polizia spagnola che ha negato loro lo sbarco, e tutti, tranne tre, sono stati poi rimpatriati da Genova, ultimo scalo del viaggio, in base ad accurati controlli sui documenti; resta oscuro se siano state riscontrate irregolarità oppure se il rimpatrio sia da collegare a possibili legami con la famiglia dei cocaleros.

L'articolo però verte principalmente sulle modalità del rimpatrio: "E' stata un'operazione di polizia eseguita in maniera impeccabile"; "i voli e i trasferimenti sono stati organizzati dalla stessa Msc, che ha collaborato con i Ministeri dell'Interno e degli Esteri, offrendo la sua disponibilità, "anche economica e logistica, per risolvere in fretta quello che poteva diventare un pericoloso caso diplomatico": polizia e soprattutto Msc sono le eroine di questa vicenda a lieto fine. Gli altri viaggiatori non si sono accorti di nulla e, sicuramente, pure i boliviani rimpatriati potrebbero, se richiesti, compilare un entusiasta questionario di total customer satisfaction nei confronti della Msc.
Peccato si sia persa l'occasione, anche in questo caso, di parlare d'immigrazione in modo realistico; eppure di spunti, ce ne sarebbero stati parecchi. La Bolivia è l'unico paese andino nel quale non è necessaria la Visa per espatriare e ciò causa un flusso da altri paesi dell'America Latina per avere la possibilità di emigrare. Inoltre in Italia esiste una fortissima comunità boliviana a Bergamo, tanto da spingere all'apertura di un ufficio consolare nella città, e Genova è spesso tappa intermedia del viaggio. Ma dinamiche, processi, approfondimenti sono meno appetibili di uno spot per la Msc.
Paradossi dell'informazione: poche pagine più avanti, nello stesso quotidiano "Navigare al Museo": la presentazione di un piroscafo virtuale, prima sala del Museo dell'Emigrazione prossimo venturo, che, al Galata, permette di godersi i brividi di un viaggio oceanico per approdare ad Ellis Island. Spettacolare diorama, simulazioni di scogli ed iceberg, e la rievocazione delle rotte dell'emigrazione, quelle che da Genova partivano dirette alle Americhe. Tutti in fila, turisti e genovesi, per godersi "un'avventura diversa, sull'onda di tanti piccoli e grandi colpi di fortuna, che si ammanta di seduzioni retrò".
(Elena Marullo)

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Minori stranieri - La trappola burocratica della maggiore età

A commento di uno dei pezzi usciti su OLI a proposito di minori immigrati un lettore (operatore pubblico di un ente locale) segnalava che i minori immigrati non accompagnati, anche quelli che hanno avuto la possibilità di essere seguiti, inseriti in una struttura, e in un programma di reintegrazione, incontrano un nuovo ostacolo, a volte insormontabile, quando raggiungono i 18 anni, soglia che a certe condizioni può essere prolungata fino ai 21 anni. In quel momento infatti il loro permesso di soggiorno "per minore età" viene a scadere, e la possibilità di ottenerne uno per studio o per lavoro, grazie ad una interpretazione restrittiva della legge 189/2002 sulla immigrazione che continua ad essere applicata dalle questure, è aperta solo a chi è entrato in Italia prima del compimento del 15° anno ed ha seguito per almeno 2 anni un progetto di "integrazione sociale e civile" gestito da un ente pubblico (o privato purché iscritto in uno specifico registro previsto dalle legge).

Comunque a condizione che abbia un alloggio, un contratto di lavoro o qualcuno che lo mantenga agli studi. Condizioni ardue, specie se devono essere create con l'assillo di scadenze burocratiche del tutto indifferenti ai tempi e alle storie delle persone. A questo proposito il nostro lettore riporta il caso di un ragazzo straniero, disabile (non vedente), attualmente affidato ai servizi sociali, che al compimento del 21° anno di età (ad agosto) sarà 'dismesso' dal Comune, quindi non potrà più vivere nella comunità dove risiede adesso, e l'unica possibilità di rinnovo del permesso di soggiorno sarà appunto quella del lavoro, rispetto al quale (data la minorazione) le possibilità e i tempi di inserimento potrebbero essere più lunghi di quelli previsti per il rinnovo del permesso di soggiorno.
Ad ogni modo, per chi non rientri nelle maglie strettissime viste prima, la possibilità di restare è zero. Il progetto di ricostruzione della esistenza verrà interrotto e il ragazzo verrà espulso, verso il nulla. Anche se ancora sta andando a scuola. Anche se ha trovato un regolare lavoro. Anche se al suo paese non ha più alcun punto di riferimento. Il sito di "Save the children" denuncia le gravissime conseguenze di questa norma non solo per le vite individuali che vengono colpite, ma anche per le traiettorie che precostituiscono: i ragazzi che sanno di appartenere alla fascia che non avrà in nessun caso diritto ad un permesso di soggiorno non hanno nessuna spinta, nessun incentivo ad intraprendere un percorso di "integrazione sociale e civile", già complicato da far accettare in ogni caso. Contemporaneamente, per assurdo, la semplice denominazione del progetto di integrazione ha creato un incentivo per far giungere in Italia ragazzi al di sotto dei 15 anni, tanto più esposti ai rischi in quanto più giovani e fragili.
(Paola Pierantoni)

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14 Marzo 2007

Minori - Tra ostruzionismo e vuoto la Regione latita

Continuando la nostra peregrinazione nel mondo dei minori immigrati vi proponiamo un'altra immagine che potrebbe farle da sfondo: quella del Consiglio Regionale il giorno di avvio della discussione della legge sulle Norme per l'accoglienza e l'integrazione sociale delle cittadine e cittadini stranieri immigrati (1° febbraio 2007).

Da un lato l'ostruzionismo di Plinio con una raffica di ordini del giorno strumentali e privi di relazione col contesto, dall'altra interventi in difensiva (… per l'assistenza sanitaria non prevediamo nulla che già non sia nella Bossi-Fini … per i clandestini non facciamo altro che quello che prevede la Bossi - Fini … anche per la casa non si va oltre la Bossi Fini…), o di pura petizione di principio (è una legge che garantisce eguaglianza di diritti…). In mezzo un provvedimento legislativo pieno di "buone intenzioni" la cui traduzione in pratica sarà faccenda ardua e difficilmente verificabile, e di inutili riproposizioni di quanto già stabilito dalle norme vigenti.
In tutto il corso della discussione non si è avuto il bene di sentire una analisi di merito su quali siano i problemi prioritari qui, oggi, in Liguria.
Eppure, anche restando al solo punto dei minori, alcune questioni di specifica competenza regionale ci sarebbero, eccome.
Una di queste è la grande disomogeneità che esiste sul territorio ligure nel modo con cui i comuni gestiscono il rapporto con le comunità educative in cui vengono inseriti i minori presi in carico.
A Genova dal 2006 (finalmente) tutte le strutture devono essere accreditate sulla base della loro rispondenza ad un sistema di criteri di qualità stabilito dal Comune, le rette sono state ridefinite in base alle caratteristiche e alla qualità del servizio, ed è stato avviato un sistema di verifiche che devono essere effettuate fisicamente ogni anno nelle strutture.
Ma questo non si verifica altrove. Il regolamento regionale che disciplina la materia è recente (2 dicembre 2005) ma insufficiente, e nei colloqui che abbiamo avuto in questi mesi con funzionari pubblici, operatori sociali e ricercatori lo abbiamo sentito definire via via "poco approfondito", "molto debole", "centrato più sugli aspetti strutturali che su quelli della qualità del progetto educativo e delle competenze degli operatori"
Un provvedimento, ci dicono, che "lascia molto spazio ai comuni", cioè, aggiungiamo, che non svolge quel ruolo di omogeneizzazione e regolazione che sarebbe proprio della Regione. Dove esistono ancora situazioni "arcaiche", centri che ospitano sia adulti che minori accomunati dalle stesse patologie esistenziali (handicap fisici e psichici), e casi in cui la norma che stabilisce il numero massimo di otto minori nella stessa struttura viene violata accostando più comunità nello stesso edificio.
La regione inoltre non fa da tramite per uno scambio di "buone pratiche" tra i diversi territori, con la conseguenza che alcuni progetti innovativi realizzati a Genova sono restati casi isolati, non fanno da volano ad altre iniziative, e rischiano loro stessi di esaurirsi.
(Paola Pierantoni)

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7 Marzo 2007

Minori - I soldi senza pensiero servono a poco

Se dovessimo sintetizzare in poche righe il frutto degli incontri che abbiamo avuto in questi mesi con funzionari ed operatori pubblici, ricercatori ed educatori a proposito di "minori stranieri non accompagnati" utilizzeremmo le parole di uno dei nostri interlocutori: "nei nostri enti pubblici non è mai stata fatta una grande elaborazione di pensiero, tutto è delegato agli operatori. I soldi sono pochi. Altre regioni fanno di più, anche in termini economici. Ma i soldi senza pensiero servono a poco".

A metterci sulla strada di questa piccola ricerca erano state le "dodici storie contro la distrazione" raccontate dalla Presidente del Tribunale di Giustizia di Milano Livia Pomodoro nel suo libro "A quattordici anno smetto". Ora di questo pezzo della nostra città qualcosa in più sappiamo attraverso le informazioni, i dati, le valutazioni raccolte. Cercheremo di trasferirle almeno in parte, collocandole sullo sfondo di alcune immagini che abbiamo colto nei nostri giri.
Le quattro scrivanie pressate nei pochi metri quadrati di una stanzetta dell'Uocst del Comune, via Ilva 5, con la gente che preme da fuori già alle otto del mattino, ciascuna col carico di problemi che può portare un "Cittadino Senza Territorio". Il presidente del nostro Tribunale dei Minori che è costretto a rifiutare una proposta di abbonamento a una importante rivista giuridica perché "non ci sono i soldi". Che mancano anche per la cancelleria, per la benzina, per il personale. La stampante dell'ufficio comunale di via Ilva inutilizzabile per la mancanza di toner e l'operatore/operatrice che si scusa di questo e dei dati arretrati, fermi al 2004, che avrebbe voluto stamparci: sul computer di ufficio non è installata la suite di Office, i files sono disponibili in sola lettura. Per lavorarci c'è il computer di casa, nel tempo libero, se uno vuole o può, altrimenti, pazienza.
I ragazzi marocchini che alle quattro del pomeriggio in via del Prione si affrettano verso la sede del Centro Olympic Maghreb. Quaranta ragazzi che tutti i giorni vanno lì a studiare, a far vedere le pagelle, a parlare, a lavarsi i vestiti, a giocare, a trovare confini per le loro complicate adolescenze prive di madri, e qui, quando va bene, il padre, o uno zio. Ad accoglierli in una sede che in dieci anni è stata cambiata tre volte e che oggi consiste in una serie di stanze dal soffitto bassissimo, senza finestre, sorta di catacombe, tre operatori del privato sociale che dal 1993 sono la trama che i ragazzi utilizzano per tessere i loro rapporti con la scuola, con gli adulti, con i coetanei, con le famiglie in Marocco. Il progetto è finanziato dal Comune di Genova, ma le risorse sono diminuite negli anni. Ora bisogna cavarsela con 72.000 euro, ed ogni anno a chiedersi se i soldi ci saranno ancora.
(Paola Pierantoni)

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21 Febbraio 2007

Incontri - Cultura, non consumo, per i giovani latinos

Alla biblioteca Berio si ha l'impressione che, per un collasso della materia, i confini mondiali si siano ristretti. L'occasione è la conferenza (10 Febbraio 2007) che ha accompagnato la donazione di quasi duecento libri in lingua spagnola da parte del consolato ecuadoriano, ed in particolare dell'Universidad Técnica di Loja. Tanti italiani, tra cui molti frequentatori sabatali della biblioteca, altrettanti latinoamericani.

L'occasione è singolare, per una volta non si tratta di emergenze legate alla sicurezza e all'ordine pubblico, eppure le gangs sono nominate da quasi tutti i relatori, per cominciare da un insolito Borzani, che abbandonati i toni retorici, si ferma fino alla fine dell'evento e risponde puntualmente a tutte le domande sollevate dal pubblico. In apertura evidenzia subito il nesso tra la donazione dei libri ed i problemi che la seconda generazione si trova ad affrontare, problemi trascurati o sottovalutati per troppo tempo in virtù di un'apparente vicinanza linguistica e culturale tra l'Italia e l'Ecuador in particolare, l'America latina in generale.
I ragazzi soffrono, argomenta Borzani, anche perché sono giunti in Italia ad un'età superiore rispetto a quella dei minori africani, che hanno trovato nella scuola elementare un supporto di mediazione culturale. La scuola media e quella superiore al contrario non hanno saputo creare gli strumenti per sopperire al disagio dell'emigrazione. La G2, seconda generazione, soffre per la mancanza di modelli culturali, ai quali sopperisce con l'accesso ai consumi. Non ultimo, elemento critico l'accanimento mediatico contro i giovani latini, identificati automaticamente con lo stereotipo delle gangs.
Vari interventi dal pubblico parlano di una realtà di artisti, musicisti, uomini di cultura provenienti dall'America Latina che oggi non trovano i canali per venire allo scoperto e non possono quindi impedire la desertificazione di modelli appartenenti alla cultura d'origine per i giovani latinoamericani. Si respira nelle parole dei presenti una sorta di risveglio consapevole: non è stato possibile pensare alla cultura finché l'unico obiettivo era provvedere ai bisogni materiali; la seconda generazione ha messo tutti, italiani e no, di fronte all'evidenza che il bisogno culturale è altrettanto indispensabile.
(Eleana Marullo)

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7 Febbraio 2007

Liguria - Devianza minorile, è qui il primato

Lo scorso 29 gennaio Adriano Sansa, presidente del tribunale dei minori, in una intervista alla Gazzetta del Lunedì ha reso pubblico un suo motivo di allarme: a Genova sta aumentando il numero di ragazzi "in pericolo", minori stranieri non accompagnati, oppure che fanno parte di nuclei familiari disgregati o che non possono garantire un sostegno educativo sufficiente, ragazzi vittime attuali o potenziali dello sfruttamento, ed esposti a cadere a loro volta nel circuito della devianza, che infatti cresce; pare che la Liguria abbia il più alto tasso di delinquenza giovanile in rapporto alla popolazione minorile (rilevazioni del Dipartimento di Scienze dei processi conoscitivi).

Nel contempo il tribunale dei minori è sotto organico del 35%, e si trova privo delle condizioni minime per fare fronte ad un fenomeno che viene esaltato dagli squilibri esistenziali che ogni processo di migrazione porta con sé: un processo analogo si verificò negli anni '60 a seguito della forte immigrazione dal Sud. Nella sua intervista Sansa ad un certo punto dice che "I politici devono capire che la delinquenza minorile è un'emergenza sociale che può incidere sulla società del futuro e non solo sull'oggi"; e poco più oltre aggiunge: "Anche la Regione latita su questo problema. Io vorrei accrescere al massimo tutta la parte che riguarda i servizi sociali: lavorando insieme si può fare qualcosa di buono".
Difficile dare torto al giudice Sansa quando si prenda in mano la legge "Norme per l'accoglienza e l'integrazione sociale delle cittadine e dei cittadini stranieri immigrati", che la Regione Liguria sta per varare: poteva essere un'ottima occasione per affrontare il problema, ma, nel testo che viene distribuito il giorno della discussione in Consiglio regionale, tutto quel che si può trovare in merito sono queste poche parole: [Inserire: h) garantire la tutela dei minori stranieri, con particolare attenzione per quelli non accompagnati] che appaiono come un'aggiunta dell'ultimo minuto, che galleggia priva di ancoraggi in un testo legislativo in cui petizioni di principio e obiettivi si affollano senza che vengano indicate le priorità di intervento e di spesa.
Viene in mente la stanzetta in cui gli operatori del Comune che devono provvedere al "collocamento urgente" dei ragazzi segnalati, combattono la loro battaglia perennemente frustrata tra incongruenze legislative, penuria dei fondi ed insufficienza dell'organico.
(Paola Pierantoni)

Posted by Admin at 09:30

24 Gennaio 2007

Minori stranieri - Ma la polizia non vede le ragazzine-schiave?

Domenica 21 gennaio Il Secolo XIX riporta la notizia di una azione di polizia contro "la gang delle schiave romene", una banda che importava ragazze minorenni dalla Romania e le faceva prostituire a Sampierdarena, tra Viale Canepa e Via Sampierdarena. L'articolista dice che l'indagine è partita dalle rivelazioni di una delle ragazze, che si era confidata con una prostituta italiana, e si era poi rivolta alla polizia. L'articolista sottolinea che "senza la collaborazione della ragazza non si sarebbe approdati a nulla".

Ma perché, per incastrare la banda degli sfruttatori, deve essere necessario il disperato eroismo di una minorenne? L'esistenza di prostitute giovanissime in quella zona è evidente da moltissimo tempo: possibile che non si possano individuare gli sfruttatori, intercettarli, svolgere indagini che li inchiodino, senza attendere che l'iniziativa parta da chi è sfruttato, violentato, minacciato, ricattato, e si trova qui senza risorse di nessun tipo: minorenne, solo, straniero? E' davvero questione di impossibilità, o piuttosto di volontà insufficiente, di mancanza di intenzione di indirizzare in una certa direzione tempo, risorse, intelligenze? In quella stessa direzione, tra l'altro, oltre agli sfruttatori romeni, si potrebbero incontrare, e sarebbe un atto di giustizia individuarli, anche i clienti italiani.
Alcuni anni fa Giuliano Amato, allora ministro del Tesoro, aveva detto parole chiare a proposito del caso di una prostituta quindicenne "richiestissima" dai clienti: "Dunque il cliente distingue, e questa è complicità nel reato di schiavitù. Perché questa gente non è in galera? E' intollerabile che resti impunito colui che consente, attraverso la propria complicità, che il delitto si rinnovi ogni giorno". Amato aveva anche aggiunto, era l'aprile del 2000, che serviva un intervento mirato: "Si mirano le operazioni sulla lotta antimafia, su quella anti-corruzione... Perché non si lavora con la stessa intensità in questo campo, come in quello della violenza che le donne subiscono in casa o sul lavoro?".
Appunto.
(Paola Pierantoni)

Posted by Admin at 17:26

Flussi/1 - Il calvario burocratrico dei sans papier

Irina è una ragazza; ucraina e in Italia senza permesso di soggiorno. Sono i cosiddetti "Flussi 2006". Essere un sans papier e cercar di diventare regolari facendo il cross attorno ai paletti della Bossi-Fini: come altre migliaia di immigrati clandestini.

Il dramma quotidiano: non sapere come si scrive in italiano il nome della propria città ucraina, non disporre di mezzi di comunicazione come internet, la linea telefonica del proprio consolato sempre occupata, mettere una kappa nel posto sbagliato rispetto ai modelli del Ministero. Si parte andando a prendere "La Busta". Sveglia alle 2 della notte, coda all'aperto davanti all'ufficio postale della Foce (febbraio 2006, freddino), dove alle 7.30 gli incaricati postali distribuiscono due buste a testa; massimo due. E' solo l'inizio. Qui è andata bene. In altri uffici ci sono stati spintoni. A casa si apre la busta; con centomila attenzioni perché la fascicolazione è pessima e si rischia che stacc andosi un foglio si perda tutto il modulo. Primo problema: fare le fotocopie. Per non rischiare di rovinare i moduli e fare le prove in brutta copia. Già successo: moduli conquistati col sangue rovinati da una cancellatura che ne ha decretato l'invalidazione. Come leggerà un computer lo stampatello scritto da chi normalmente usa il cirillico, oppure il cinese, o l'arabo?
Per fortuna Irina (27 anni) scrive bene in stampatello: la necessità aguzza l'ingegno (la selezione naturale). Sono stati compilati in tutto circa 5 moduli-fotocopia. Tanti si sono rivolti ai patronati e ai sindacati, che hanno fatto un lavoro notevole. Difficoltà serie quelle dei latino americani: hanno un sacco di cognomi e vanno riportati integralmente come scritti sul passaporto, ma a volte le caselle non bastano. Forse, alla fine, una soluzione, magari postuma alla consegna, si troverà: siamo in Italia. Alla data della consegna, meglio al giorno prima, si arriva sempre. Nel frattempo è passato più di un mese, quattro visite alla Cisl, infinite ore su internet su www.meltingpot.org, sui siti in giro per il mondo per scoprire come si scrive Kamienek Podyinsky, con la Y, senza la I, ma da un'altra parte ancora diverso, ecc. Ore 16, all'ufficio postale c'è già una bella coda. Irina si aggiunge, avendo già preso accordi per farsi tenere il posto in coda per un'oretta: l'a ccordo col datore di lavoro è che almeno i pranzi alla nonnetta deve prepararli. La notte la passa nel sacco a pelo seduta su un gradino, mantenendo la posizione - se la saranno guadagnata la lettera di assunzione queste persone? Da registrare indiscutibili esempi di civiltà, si tratti degli immigrati (ma loro non avrebbero dovuto essere nel loro paese di origine?), degli italiani presenti con la fidanzata straniera, e anche delle forze di polizia che hanno chiuso entrambi gli occhi: da codice, avrebbero dovuto arrestarli tutti, italiani compresi.
Dopo una notte all'addiaccio si arriva finalmente alla consegna: i soldi rigorosamente contati per evitare che il calcolo del resto possa ritardare chi sta dopo in coda. Data stampata al millesimo (millesimo) di secondo sulla ricevuta. La busta è una assicurata, per garantirne la tracciabilità. La maggior parte delle buste però non viene "meccanizzata"; inoltrate a Roma senza alcuna tracciatura. "Inoltro manuale" c'era scritto sul sito delle poste. E l'assicurata a che serviva? Solo con la pubblicazione delle graduatorie Irina ha avuto la certezza che la sua busta era arrivata a destinazione e non smarrita in qualche angolo dei magazzini postali.
(Mirko Paolini)

Posted by Admin at 17:25

Flussi/2 - L'incredibile farsa cronometrica

Passa il tempo, mesi, e le Procure cominciano a pubblicare i risultati. In Liguria - 200 posti - Irina è "fuori flussi". Eppure ha consegnato dopo appena 14 minuti. Strano. Il sistema postale appone un'ora precisa al millesimo di secondo e identica (sincronizzata) in ogni macchina obliteratrice di tutti gli uffici postali in tutta Italia. Una notizia da telegiornale; un'immagine di grande efficienza delle poste.

Ma ecco il caso: nell'ufficio postale di Santo Stefano d'Aveto dove un'altra amica si era recata per consegnare la seconda copia della domanda, era il numero 32. Sembra incredibile: anche Irina a Genova era il numero 32! Entrambi gli uffici postali avevano due sportelli, ma la similitudine finisce qui. Quanti metri a piedi ha dovuto fare Irina e quanti la nostra amica per arrivare allo sportello? Quanto era veloce o lento l'incaricato allo sportello? Quanti avevano i soldi contati per evitare il resto? Le obliteratrici erano tutte egualmente t arate per iniziare alle 14:30,000?
Risultato: quando Irina ha consegnato la nostra amica era a metà della coda. Non uno o due posti; a metà. Allora ho cominciato a pensare. Tra questo tentativo di attribuire un "ordine sequenziale democratico" alle domande e la "scelta a caso tra tutte quelle presentate", con comodo, nell'arco di un mese ed evitando le code, dal punto di vista pratico non cambia nulla. Certo: l'effetto psicologico del "pronti ai posti via!" creato dalle poste è decisamente più convincente per l'opinione pubblica (di nuovo la selezione!). Qualcuno dirà che la scelta fatta, pur non risultando democratica nella sostanza, è però basata sul caso, determinato da fattori tecnici e non influenzato da fattori umani che, come talvolta con gli scandali del lotto, aprono ai favoritismi personali.
Una stranezza però resta, abbagliante come il sole: le prime 5.000 domande a livello nazionale, pubblicate dal sito della Prefettura di Savona, risultano tutte consegnate alle 14:30,000: ovvero precise al millesimo di secondo. Guardare per credere. Magari l'ora delle domande non è stata letta dalla macchina, o queste domande non sono state proprio fatte passare sotto il lettore e la sbadataggine di qualcuno le ha inserite in testa alla graduatoria. Qualsiasi sia il motivo, il risultato è aver preso in giro 500.000 persone che hanno perso tempo e soldi. Democrazia? Efficienza? Adesso alle poste fanno anche rinnovare i permessi. E il costo della assicurata è salito a 30,00 euro. Arrivederci ai prossimi "flussi".
(Mirko Paolini)

Posted by Admin at 17:23

18 Gennaio 2007

Minori/1 - Genova spende di più ma i ragazzi fuggono

Lo scorso 27 novembre 2006 l'Anci (Associazione nazionale comuni italiani) ha presentato a Firenze il primo rapporto nazionale sui minori stranieri non accompagnati. Per l'ordinamento italiano si tratta di minori completamente soli, o che vivono con adulti a cui non siano stati affidati con un provvedimento formale. Si tratta di giovani o adolescenti, prevalentemente di sesso maschile, che arrivano clandestinamente in Italia utilizzando diversi canali per eludere i controlli. E' un fenomeno sotterraneo, continuamente mutevole e in crescita: 6.455 i minori censiti nel 2003, di cui 168 in Liguria, e oggi siamo sui 7.000 nuovi arrivi all'anno.

Un fenomeno difficile anche solo da conoscere nella sua reale entità e ancor più difficile da affrontare, anche a causa del "guazzabuglio normativo" con cui è stato (tardivamente) affrontato in Italia. Infatti questi ragazzi sono stati oggetto di "una pletora di interventi normativi e amministrativi in quanto minori, in quanto soli, in quanto stranieri", cosicché nel nostro ordinamento giuridico si trovano a coesistere "molteplici disposizioni disorganiche e in parte contrastanti tra loro che danno luogo a enormi difficoltà di orientamento e, conseguentemente, a prassi giudiziarie le più disparate".
Rispetto ai minori stranieri regolarmente soggiornanti (485.000 in Italia, 14.000 in Liguria secondo il rapporto Caritas 2006) questa realtà potrebbe sembrare marginale, ma i numeri che la descrivono sono certamente sottostimati, e, soprattutto, l'immensa sofferenza di questi percorsi solitari non si misura in base ai numeri e alle statistiche. Proprio perché l'informazione è carente in materia, OLI cercherà di capire quanto sia elevato il livello di attenzione sul problema a Genova, città che si trova all'undicesimo posto tra i 27 comuni italiani superiori ai 15.000 abitanti in cui il fenomeno è più rilevante.
Se cominciamo dai parametri scelti dall'Anci per valutare l'entità del fenomeno e l'efficacia degli interventi, ci troviamo subito di fronte a degli interrogativi: infatti Genova si trova al primo posto come spesa per ciascun minore preso in carico (13.017 euro), ma solo all'ottavo in quanto a percentuale di ragazzi che sono rimasti nelle strutture di accoglienza per almeno un mese (26,8%). Le differenze con altre città sono rilevanti: ad esempio Firenze, Roma, Torino, Milano registrano spese pro capite annuale che variano dai 6.122 ai 9.528 euro, e percentuali di permanenza nelle strutture che variano dal 35% al 48%.
A Genova circa l'80% dei ragazzi si rende irreperibile, la stessa percentuale di Roma, dove però la spesa pro-capite annuale è circa un quarto di quella genovese. A Firenze la percentuale di irreperibilità è del 60%, a Milano del 45%, a Udine del 30%, a Torino quasi zero.
Le ragioni di queste differenze possono essere molte, e possono riguardare sia le specifiche caratteristiche con cui il fenomeno si manifesta nelle diverse realtà, sia il metodo di raccolta dei dati. Cercheremo di capirlo.
(Paola Pierantoni)

Posted by Admin at 13:28

Minori/2 - Tempi burocratici per le emergenze

E' l'Uocst (Unità operativa cittadini senza territorio) situato in via Ilva che si occupa della "presa in carico" dei minori stranieri non accompagnati. Alle otto del mattino c'è già un fila di persone che aspetta fuori dalla porta: questi locali infatti ospitano anche gli uffici per le persone senza fissa dimora, per l'assegnazione alloggi, per gli adulti stranieri, i nomadi e per l'emigrazione di ritorno. Gli operatori destinati ai minori stranieri sono quattro: uno a tempo pieno, uno part time e due a contratto temporaneo. Un organico risicato che deve garantire tra le 8 e le 18 la soluzione delle "emergenze diurne" e la reperibilità telefonica per la notte.
Gli operatori spiegano che in media l'ufficio riceve una segnalazione al giorno, in genere, ma non sempre, da parte delle forze dell'ordine, a volte per piccoli reati, a volte per qualsiasi altra ragione che renda evidente la condizione irregolare del ragazzo/a. Se il minore non ha il passaporto, le forze dell'ordine, oltre ad identificarlo e a segnalarlo al Tribunale dei minori, prendono contatto con l'Uocst perché provveda ad un suo "collocamento urgente", il che vuol dire che nell'immediato, se si trova un posto disponibile, viene collocato in una struttura di accoglienza oppure, se non si trova altro posto, in un albergo.

Il minore dovrebbe attendere - in questa sistemazione temporanea - il colloquio con il servizio sociale che definirà le tappe successive del suo percorso, ma prima che questo primo incontro possa svolgersi di tempo ne passa (relativamente) parecchio. Nelle buone intenzioni, mi dicono, il contatto col minore dovrebbe avvenire entro dieci giorni, ma spesso ne passano di più. "I ragazzi tendono ad andarsene. I giovani marocchini si fermano almeno per farsi una doccia, i giovani rumeni nemmeno per quello". E svaniscono nel nulla. L'ideale sarebbe agganciarli subito, metterli immediatamente a contatto con un operatore sociale, valersi da subito di un mediatore culturale esperto, ma i soldi per fare tutto questo non ci sono.
E allora perchè (come risulta dalla ricerca dell'Anci) la spesa annuale per ogni minore assistito a Genova è tanto più elevata di quella registrata in altre città? Ipotizzano che vi sia una sottostima dei casi realmente seguiti dovuta al bassissimo livello di informatizzazione e alla mancanza del tempo necessario per tenere un'accurata registrazione dei casi, ma questi aspetti non sono di loro competenza e così non può ricevere risposta nemmeno la domanda sulla entità delle rette che vengono pagate alle strutture di accoglienza. Sanno solo che possono oscillare dai 50 ai 120 euro al giorno, ma non quali ne siano i criteri. Si sa soltanto che a settembre il Comune ha varato una delibera sui criteri di accreditamento, che qualcosa in merito dovrebbe spiegare. E forse migliorare.
(Paola Pierantoni)

Posted by Admin at 13:20

Immigrazione - Complimenti all'Amt così forte coi deboli

Una giovane madre di tre figli in età scolare, immigrata dall'Ecuador e munita di regolare permesso di soggiorno, è in attesa del suo rinnovo, per lei e per i figli. Lavora sodo come donna delle pulizie in varie famiglie della borghesia genovese, ne trae simpatia, rispetto ed un buon trattamento economico che col tempo le permette di comprare casa e mandare a scuola i figli. Una storia, ancora in fieri, di immigrazione di successo. Il permesso di soggiorno suo e dei figli scade e va rinnovato. Visti i tempi della burocrazia italiana e data la sua situazione di lavoro stabile il rinnovo viene loro concesso, ma il permesso vero e proprio arriverà tra qualche mese, nel frattempo vale una ricevuta dell'avvenuto rinnovo quale documento legale.

Come detto i figli sono studenti e, come molti loro coetanei, vanno a scuola con i mezzi pubblici. Al momento di acquistare l'abbonamento per i figli, la giovane madre chiede, come d'abitudine, lo sconto studenti, ma -questo è il fatto- l'Amt rifiuta di concederlo poiché manca il permesso di soggiorno, quello originale e definitivo si intende! In altre parole, la ricevuta dell'avvenuto rinnovo del permesso di soggiorno non è sufficiente per ottenere uno sconto studenti sull'abbonamento per l'autobus.
Ora, viene da chiedersi a cosa mai si debba tanta prudenza per una questione così "piccola" se non a imporre più o meno garbatamente un odioso balzello su chi, debole per definizione, con ogni probabilità rinuncerà ad ogni autodifesa. Senza contare la tristezza intrinseca di un trucchetto del genere, dispiace vedere come un'azienda che dovrebbe lavorare per il cittadino abbia perso - se mai l'ha avuto - quel minimo di spirito di servizio necessario ad una gestione ordinata e funzionale di un servizio pubblico di tale importanza. Infatti, come pretendere cooperazione (pagamento del biglietto, rispetto di mezzi e strutture, etc.) se non si comincia dall'osservare elementari forme di rispetto e civica convivenza?
(Giovanni Ursino)

Posted by Admin at 13:18

20 Dicembre 2006

Mercato - La caccia ai clandestini non si addice alle Coop

X è nato in Marocco, ha studiato in Francia, ha vissuto qualche anno in Svizzera, è laureato in ingegneria. Oggi ha 31 anni ed è uno dei "clandestini"che all'alba lavorano al mercato di frutta e verdura di corso Sardegna.
Leggo con lui la notizia riportata sul Corriere Mercantile del 22 novembre: "Blitz contro i nuovi schiavi al mercato di frutta e verdura". "Non lo sapevo, quel giorno non c'ero", commenta, "ma non è la prima volta. Ogni tanto lo fanno, poi non cambia nulla, resta tutto come prima". E' la prassi, sembra. Ma quali sono le cause di questi controlli, quale l'impatto sulle persone che vengono fermate? "E' molto semplice: il lavoro di carico e scarico al mercato è gestito da cooperative. Ma, io, commerciante, chi scelgo? Le cooperative, che hanno un certo costo e certi diritti, oppure i "clandestini", che posso pagare qualche euro, totalmente privi di potere contrattuale in quanto per la legge neanche dovrebbero esistere? La risposta è scontata. Il problema, a questo punto, è che giustamente le cooperative non gradiscono e denunciano il fatto ai vigili o alle autorità".

E da qui il foglio di via? E il ritorno in patria?. "No, non è così" continua tranquillo X. "Dopo il foglio di via hai 5 giorni per uscire. E non esci, naturalmente. Se ti trovano la seconda volta senza documenti c'è un anno di carcere, con la Bossi Fini. Ma i giudici generalmente non mettono in carcere i clandestini, non hanno commesso reati. A questo punto però sei costretto ad uscire, quindi bisogna fare attenzione. Ma lo scopo è raggiunto, la rivendicazione delle cooperative è stata ascoltata, tutti hanno dimostrato di fare efficacemente il loro lavoro. E ricomincia un altro giro". Nel siparietto la merce più ricercata e il capro espiatorio coincidono, si legge nel sorriso tranquillo di X: il lavoro clandestino a prezzi stracciati, un boccone goloso tra ipocrite criminalizzazioni, sfruttamento e azzeramento dei diritti di chi lavora.
Eleana Marullo)

Posted by Admin at 10:25

13 Dicembre 2006

Cronaca - Tanto futuribile e poco presente

La politica, i politici sono piuttosto impegnati a prospettare il futuro. Il che mette la stampa quotidiana in una condizione schizofrenica. Perché da una parte accetta il ruolo di stampella della politica: festosa alle inaugurazioni quotidiane, fa da cassa di risonanza alle sue parole; disposta a scambiare le promesse per realtà. Ma dall'altra, la stampa deve anche fare (almeno un poco) i conti con la cronaca, con i fatti che smentiscono le dichiarazioni ottimistiche, offrono della realtà aspetti inquietanti, rivelano complessità che la politica o ignora o - peggio - finge di ignorare. Uno scarto che spinge il lettore dei quotidiani a dire: cari signori che fate i giornali, metteteci una pezza. O abolite i fatti - e già siete molto avanti su questa strada - o provate a incalzare di più la politica; trattatela come un normale fatto di c ronaca, analizzatela, interrogatela e non state lì a prendere per oro colato le cose che vi vengono dette.

Volete qualche esempio? Roba presa al volo (da Repubblica Lavoro) in quest'ultima settimana? Ecco fatto: "Il piano regolatore sociale decolla... l'ultimo sprint della città solidale". Parlano l'assessore alla città solidale e il superconsulente (?) alla stesura e all'attuazione del piano. E' una intervista? Una conferenza stampa? Un convegno? C'è un contraddittorio? Non si sa. Vengono snocciolate cifre di assistiti, posti mensa, residenze protette, badanti per chi soffre, assistenza a sfrattati e altra "gente con difficoltà serie". E si dice del Comune che è diventato il riferimento degli immigrati in attesa del permesso di soggiorno, per gli ex carcerati liberati dall'indulto e altri "soggetti deboli". Un impegno notevole, una cosa importante, ma resta un dubbio: qui il fatto sono le parole dell'assessore e del superconsulente. Importanti ma - ammettiamolo - solo uno degli aspetti del problema.
Basti pensare alla notte di fuoco di via Pre, alla manifestazione dei senegalesi dell'11 novembre scorso, le denunce durissime contenute nel loro volantino, il nome dell'ispettore di polizia accusato a gran voce dai manifestanti...
E il "decreto flussi" del febbraio 2006? A che punto sono le pratiche nella provincia di Genova? Metropoli (17 settembre 2006) ha scritto che a Genova le domande ricevute sono state quasi 5.000 per poco più di 1.000 nulla-osta da rilasciare. Ad oggi i nulla-osta rilasciati sono stati 70 (settanta!). La prefettura di Genova è l'unica delle 9 regioni italiane considerate dall'inchiesta di Metropoli che non ha dato informazioni sul personale addetto al lavoro sui flussi. Nessun quotidiano locale e nessuna organizzazione culturale o politica ha in questi mesi fornito la minima informazione in materia. D'accordo per l'importanza del futuro, ma anche il presente vuole la sua parte: no?
(Manlio Calegari)

Posted by Admin at 16:30

6 Dicembre 2006

Migranti/1 - Gli schiavi al mercato di corso Sardegna

Un'incursione rapida sulla stampa locale delle ultime settimane. Obiettivo: l'immigrazione, quali sono gli argomenti proposti dai media e come vengono restituiti, per tastare il polso alla situazione attuale, che, in base ai fatti recenti, pare particolarmente conflittuale. Ecco i risultati: 22 novembre, Corriere Mercantile: "Blitz contro i nuovi schiavi al mercato di frutta e verdura". L'articolo fa riferimento ad un'operazione compiuta dai vigili urbani al mercato di Corso Sardegna, il cui risultato è stato l'arresto di 15 marocchini. Cinque di essi, clandestini secondo la legge Bossi-Fini, avrebbero poi ricevuto, continua l'articolo, il decreto di espulsione, mentre sei fruttivendoli sarebbero stati colpiti dall'accusa di favoreggiamento dell'immigrazione clandestina. In coda viene accennato a come questa non sia la prima operazione del genere, ma sia stata anticipata da altre, di dimensioni più imponenti, ad opera delle forze congiunte di polizia e vigili. Il titolo "Contro i nuovi schiavi", indica l'oggetto dei blitz: sottopagati (5 o 10 euro a carico) e privi di uno statuto giuridico, criminalizzati dalla Bossi-Fini, i "clandestini" sono un ottimo bersaglio più che vittime di soprusi bisognose di tutela. Non si trova traccia di questa notizia nel resto della cronaca locale.

Torna il Corriere Mercantile, 30 novembre, ad occuparsi dell'immigrazione, questa volta in relazione alla pubblica sicurezza: "Caricamento, notte di paura maxi rissa tra bande straniere": la cronaca di una rissa tra "sei albanesi" e altri, "presumibilmente sudamericani". Si ipotizza poi uno spostamento dello "scontro etnico" dalla Commenda a Caricamento. La notizia non compare altrove.
In conclusione, Secolo XIX e Repubblica-Lavoro tacciono sull'argomento in queste ultime settimane. Le tematiche trattate, nei pochi casi presenti, si limitano alla mera cronaca o alla pubblica sicurezza. Uno spunto interessante, a scala nazionale, si legge invece su Metropoli, supplemento domenicale di Repubblica (Anno 1 Numero 37) "I diritti ridotti degli studenti come Nizar": nella storia di un 22enne marocchino, si riflette la situazione di chi a 18 anni, al compimento dell'iter di scolastico in Italia, decide di frequentare l'università e si trova ad essere "studente straniero", senza la possibilità di avere la carta di soggiorno in quanto non produttore di reddito.
La stampa locale per ora tace sui nodi più complessi, come la tutela della fasce più deboli e discriminate ("clandestini") dal mercato della schiavitù, o la cosiddetta G2, seconda generazione cioè i figli degli immigrati, gli italiani di domani.
(Eleana Marullo)

Posted by Admin at 11:13

Migranti/2 - Un nome simbolo di repressione

Sabato 11 novembre, dalla manifestazione dei senegalesi, quando già era giunta nei pressi di piazza De Ferrari dove si sarebbe conclusa, s'è levato a lungo il grido d'un nome. Quello di un ispettore delle forze di polizia dai senegalesi giudicato un persecutore, nonché responsabile diretto dei gravi comportamenti denunciati nel loro volantino.

C'era anche dell'altro nella manifestazione: la questione dei permessi di soggiorno e della legge che disciplina i fenomeni migratori, i Cpt, il carcere, e la criminalizzazione cui è continuamente esposta la vita degli immigrati. È evidentemente questo quadro più ampio ad essere messo in discussione. I dispositivi normativi e sociali che informano la vita dei migranti li costringono a gravitare ai margini del diritto, ai bordi della cittadinanza, in quella zona grigia dove il potere è già un ricatto con la sua presenza.
Ma la manifestazione chiedeva specialmente la libertà per il compagno provocato, aggredito e arrestato, gesti nel caso specifico ricondotti all'operato dell'ispettore di cui veniva urlato il nome. Non deve essere stato facile arrivare a tanto e proprio questo dovrebbe segnalare la situazione esasperata in cui si trovano a vivere gli immigrati a Genova.
La manifestazione che ha preso le mosse dai fatti di via Pré sembra contenere in se due messaggi, di segno diverso. Da una parte il fatto che spesso le mobilitazioni sono legate ad emergenze contingenti, ad episodi che sembrano colmare la misura. Dall'altra la necessità, per chi si occupa dei fenomeni migratori, specie se in una prospettiva politica, di conoscere la realtà delle forme di repressione e il suo impatto sui modi di vita plurali e molteplici, anche all'interno delle stesse comunità di immigrati. Al momento la repressione non sembra ancora essersi tradotta in un fattore unificante del mondo dei migranti. Alla manifestazione infatti, nonostante i richiami ad una solidarietà più vasta, partecipavano soprattutto senegalesi
(Jeff Quil)

Posted by Admin at 11:10

29 Novembre 2006

Albero e foresta - Immuni dal razzismo finché sono bambini

immIl dibattito che si è svolto venerdì 24 novembre su "Genova: immigrazione e convivenza, diritti e doveri" è stato l'iniziativa di esordio di una associazione neonata: "L'albero e la foresta" che si propone "di superare insieme ai cittadini la contrapposizione ideale e pratica tra chi guarda all'albero, o addirittura alla foglia del proprio interesse particolare e chi si sforza di guardare alla foresta degli interessi generali", con lo scopo "di sollecitare le amministrazioni locali a migliorare la qualità della vita a Genova dialogando costantemente con i cittadini".

Le sedie previste (realisticamente poche) sono state tutte occupate dai circa cinquanta convenuti; tra loro qualche immigrato. Le persone chiamate a parlare (gli amministratori Luca Borzani, Milò Bertolotto, Giuliano Bellezza, Pasquale Ottonello, la mediatrice culturale Graciela del Pino, e Andrea Chiappori della Comunità di S. Egidio) hanno fatto interventi brevi, diretti, proponendo complessivamente argomenti seri e non banali, e il pubblico si è sentito sollecitato ad intervenire.
Marco Mezzani, presidente della associazione, introduce dicendo che occuparsi di integrazione e convivenza non è una questione di solidarietà e di cuore, ma di cervello, e cita ad esempio il fatto che uno dei fattori di successo della Spagna di questi anni è stato l'alto tasso di immigrazione accompagnato da una politica nazionale e locale che, a differenza di quanto avviene in Italia, ne ha capito per tempo il potenziale. A seguire, le due ore dell'incontro propongono diversi aspetti della nostra realtà cittadina: l'integrazione operata dalla scuola che sembra procedere in maniera liscia e felice fino alle elementari, ma si blocca già negli ultimi anni delle medie, e poi in misura sempre maggiore nelle superiori. Il deserto che aspetta i ragazzi appena messo il piede fuori dalle aule scolastiche. Il paradosso di continuare ad essere una famiglia "extracomunitaria" con un figlio italiano ed uno ecuadoriano, anche dopo aver ottenuto la nazionalità italiana. I rischi e i limiti che derivano dalla perdita di valore della politica e dall'intreccio sempre più forte tra fede e politica. I miracoli di supplenza richiesti all'associazionismo, e la deresponsabilizzazione delle istituzioni. Il successo del protocollo tra Comune ed Istituti scolastici nel riequilibrare il numero degli iscritti italiani e stranieri nelle scuole, ma anche lo scacco di non essere riusciti ad ottenere l'allontanamento dello spacciatore di stanza davanti ad un istituto scolastico, e che quindi ha potuto continuare indisturbato la sua azione di polo di attrazione. Il rischio di una pluralità di monoculture che conducono esistenze parallele. La miopia di una sinistra naif che non si accorge che l'immigrazione produce disagio e sentimenti razzisti soprattutto tra le fasce popolari della popolazione, e lascia che la concentrazione di immigrati nei quartieri avvenga senza una corrispondente creazione di servizi.
(Paola Pierantoni)

Posted by Admin at 09:45

22 Novembre 2006

Diversità/1 - Spaventosa e violenta la Genova di Ndiawar

Il primo effetto della manifestazione organizzata dalla comunità senegalese, che sabato 11 novembre ha attraversato le vie del centro, è che il lunedì successivo via Prè era blindata da posti di blocco e intersecata da pattuglioni. Chiusi nelle loro case i migranti della zona - convinti che quello non fosse giorno per circolare sia pure nel proprio quartiere e con i documenti in regola.

Ricacciati in casa, dopo aver conquistato, per un attimo, la scena pubblica. "L'opinione pubblica" cittadina (Secolo XIX e Repubblica di domenica 12 novembre) che si era appena accorta della manifestazione di sabato, non ha dato conto degli effetti del lunedì. Un quartiere assediato dalla polizia, se popolato di senegalesi, non fa notizia.
La manifestazione di sabato 11, era stata indetta dalla comunità senegalese per solidarietà e chiedere la liberazione di Ndiawar, un giovane senegalese. Le testimonianze raccolte nel quartiere dicono che Ndiawar è stato vittima di una provocazione che si è trasformata in aggressione di fronte al suo rifiuto di consegnare il suo cellulare. Ndiawar è al momento ricoverato all'ospedale (10 giorni di referto), in attesa di finire in carcere. In un volantino che hanno distribuito durante la manifestazione i senegalesi hanno denunciato la sistematicità di episodi dello stesso tenore. "A qualunque ora del giorno e della notte - recita il volantino - i poliziotti entrano in casa, bussano, se non apri sfondano la porta. Per prima cosa chiedono i documenti e perquisiscono la casa senza nessun mandato. Prendono la merce da vendere senza scrivere il verbale, o si prendono orologi e cellulari con il pretesto che non hai lo scontrino. Loro, quando cercano, guardano in tutta la casa, camminano sui vestiti, aprono cassetti e valigie, e se li trovano prendono anche i nostri soldi. Se resisti ti picchiano. Se ti fermano in strada e ti portano in questura, non ti restituiscono mai il cellulare. A volte, anche se hai i documenti, ti caricano in macchina per farti paura, e ti fanno scegliere se andare con loro o lasciargli la tua roba. Se ti dicono che sei uno spacciatore e non ti trovano droga addosso, te la mettono loro in tasca…"
Affermazioni quelle del volantino che alludono senza mezzi termini a pratiche inquietanti e forse all'esistenza di un racket. D'accordo che i senegalesi non fanno (quasi) notizia ma qui ci sono parole che la meriterebbero. O no?
Jeff Quil

Posted by Admin at 09:55

Diversità/2 - I muscoli dei rambo e la dignità ferita

L'altra sera era a cena da me un nostro giovane amico di nazionalità marocchina. Festeggiavamo il suo nuovo lavoro, come operaio in un'azienda metalmeccanica. Alle spalle di questo ragazzo, in Italia da quindici anni, due diplomi di qualificazione professionale e un periodo di apprendistato di quattro anni felicemente concluso in un'altra azienda. Insomma, un giovane operaio genovese che si alza tutte le mattine alle 5.30 per trovarsi alle 7.30 sul luogo di lavoro non vicino alla sua abitazione.

I racconti che ci fa della sua nuova fabbrica rivelano una etica del lavoro di sapore antico: la felicità di averci trovato operai esperti, competenti, da cui sente di poter imparare. La sottolineatura della differenza con la azienda di prima dove si svolgeva un lavoro complessivamente meno qualificato e in cui l'organizzazione aziendale lasciava parecchio a desiderare. L'apprezzamento per la severità con cui vengono fatte osservare le norme di sicurezza. Brindiamo.
Il felice racconto viene però interrotto dalla narrazione di un episodio che felice non è. Una di queste mattine sull'autobus che lo porta al lavoro salgono alcuni agenti della Finanza. Controlli. Si dirigono da lui e lo fanno scendere. Gli chiedono i documenti e lui dà loro la patente di guida. Incominciano a mettergli le mani addosso, per frugargli nelle tasche. Lui reagisce con calma, ma con decisione: le mani nelle mie tasche ce le metto solo io, ve le svuoto, mi metto anche nudo, ma voi le mani in tasca non me le mettete. Un agente lo prende dal dietro dei pantaloni e lo solleva di peso da terra. Lui protesta ancora per questo modo di fare immotivato e privo di rispetto. Gli agenti fanno i loro controlli sul suo nome. Ovviamente non risulta nulla e finalmente lo lasciano andare. Di fronte al dolce che conclude la cena di festeggiamento il nostro amico ci dice della vergogna e della rabbia che ha provato: quelle persone sull'autobus da cui è stato fatto scendere avran no pensato che era un delinquente. E se c'era qualcuno della sua nuova fabbrica? E poi, perché?
Paola Pierantoni

Posted by Admin at 09:53

16 Novembre 2006

Letterine - Siamo troppo lontani dai marciapiedi?

Per chi sa smanettare, farci arrivare un messaggio che nasconde il mittente, non è difficile. Neppure per noi lo sarebbe cercare di sapere qualcosa di più di "tsunami", autore o più probabilmente autrice del messaggio. Oggi 11 novembre - scrive "tsunami" - c'è stata in città una manifestazione di senegalesi; "una comunità pacifica e forse per questo oggetto di prepotenze da parte di alcuni tutori della legge". Non un corteuccio qualsiasi ma "un evento importante con nobili parole d'ordine - giustizia e libertà - che domani la cronaca probabilmente relegherà in qualche fondo pagina".
Ragion per cui - scrive "tsunami" - se voi ne scriverete facendo riferimento alla stampa non capirete un bel niente di quello che sta succedendo. E guardate che quello dei senegalesi è solo un esempio: sui giornali le cose che contano non ci sono o ci sono in minima parte e spesso col rilievo sbagliato. Ve ne accorgete? E così prosegue: "Mi domando dove appoggiate le vostre chiappe mentre scrivete la vs. NL, in quali studi, uffici, con quali comodità, con quali Pc... I vostri prodotti intellettuali sono interessanti ma troppo lontani dai marciapiedi... ".

Beh, cosa si può rispondere all'anonimo? Che è vero tutto ma - a nostra difesa - va detto che noi non facciamo i giornalisti e che abbiamo assunto come campo l'informazione come quotidianamente viene fornita al pubblico. Per la semplice ragione che siamo (salvo uno di noi) persone che nella vita fanno o hanno fatto altro dal giornalismo. E poi il marciapiede sarà pure importante ma a questa città manca una informazione decente anche e specialmente su quello che succede i piani alti (Carige - e non solo - insegna). E sono i piani alti del palazzo che decidono la vita dei "bassi".
Ma la lettera ci piace lo stesso ed eccone ancora una parte del seguito.
"Non sentite la puzza? ci chiede "tsunami". Male, perché io la sento. Forse perché non faccio shopping e frequento poco, non vado in palestra e neppure in chiesa, non ho la Tv e neppure un cane. Tutte cose di cui non mi vanto ma che forse mi permettono di concentrarmi su quei fatti occasionali che spesso sono il principale segno di una città. Come la manifestazione dei senegalesi. A proposito: qualcuno si ricorda che ce ne fu una analoga due anni fa? [24 agosto 2004, ndr] di nuovo per una ingiustizia subita da uno di loro? E si ricorda che in quella occasione proprio un tal don Balletto disse: diamoci una regolata, rivediamo i nostri comportamenti che sono più da coloni prepotenti che da cittadini appena decenti? Balletto è un altro che sente la puzza. Ogni tanto lo dice. E se gli hanno dato anche un premio vuol dire proprio che la puzza c'è. Coraggio, sturatevi il naso".
(Manlio Calegari)

Posted by Admin at 10:31

Storie - Ma interessa la sorte dei ragazzi immigrati?

Nei giorni scorsi Livia Pomodoro, presidente del Tribunale dei minori di Torino, ha presentato a Genova il suo libro "A quattordici anni smetto", editore Melampo. Dodici storie di minori stranieri che la giudice ha reso sotto forma di brevi racconti: un tentativo di "narrazione civile" per richiamare l'attenzione sulle singole persone, per uscire dalla astrattezza delle leggi e della burocrazia, per sottolineare che la storia non galleggia sull'aria, ma si costruisce attraverso i destini individuali.

Le storie narrate sul libro e i commenti che hanno accompagnato la sua presentazione descrivono un quadro di grande inadeguatezza e spesso anche di profonda indifferenza nel modo in cui legislatori ed istituzioni si pongono di fronte ai destini dei bambini ed adolescenti stranieri in stato di abbandono. Distrazione, impreparazione e prevalenza di stereotipi caratterizzano anche, viene detto, il modo con cui la politica affronta la realtà dei giovani immigrati di seconda generazione. In realtà di queste ragazze e ragazzi non importa granché a nessuno.
Dalle narrazioni e dal dibattito che si è svolto nell'aula di Balbi dove è avvenuta la presentazione del libro, viene messa in discussione anche la coazione di affrontare il problema dei minori in stato di abbandono attraverso la logica della famiglia "ad ogni costo". In realtà i casi di fallimento delle adozioni internazionali sono frequenti e drammatici, e il divario tra le aspettative affettive degli adulti e le possibilità a corrispondervi da parte dei bambini/ragazzi è a volte incolmabile. Sembrerebbero necessarie soluzioni intermedie fondate sulla presa d'atto di questo squilibrio di aspettative e possibilità.
Nel corso del dibattito viene spesso chiamato in causa anche il ruolo dei mezzi di informazione. La campagna di stampa sulle "baby gangs" latino americane viene definita da Livia Pomodoro una "montatura di panna". I media costruiscono il fenomeno, e i politici assumono la rappresentazione dei media come la realtà. Vengono evocati gli errori e gli eccessi della stampa e della televisione nel caso della bambina bielorussa. Viene lamentato soprattutto il fatto che la rappresentazione mediatica della realtà descriva il nostro paese come travolto da un continuo susseguirsi di emergenze, mentre i processi che abbiamo di fronte hanno una storia alle spalle, ed un lungo avvenire davanti, e vanno affrontati con una prospettiva che non sia quella della reazione immediata a ciò che è accaduto stamattina.
Ad ascoltare una trentina di studenti universitari ed un gruppetto di operatori sociali. Io tra loro, penso al lavoro in corso presso il Centro Ligure di Storia Sociale dove stiamo riordinando l'archivio del Forum Antirazzista di Genova. Una delle cartelle che si ingrossano sempre più è quella relativa alle proposte e iniziative del Forum sui minori immigrati. A metà degli anni '90 la avevamo indicata come l'emergenza cardine del prossimo futuro, chiedendo - invano - alle istituzioni di farne una priorità.
(Paola Pierantoni)

Posted by Admin at 10:24

28 Giugno 2006

Immigrazione/1 - Non chiamateci pandillas. Basta etichette!

19 giugno, auditorium di San Salvatore: "Giovani, migranti, latinos. Oltre le bande per un percorso di riconoscimento e non violenza". L'aria che si respira è di celebrazione e rappresentazione: già prima dell'inizio in un turbinio di flash volti ad immortalare le strette di mano e i tatuaggi dei protagonisti della giornata. Si celebra pubblicamente l'emersione dal silenzio e dall'illegalità nella realtà genovese delle cosiddette "bande", e la pace siglata tra due di esse (Latin King e Netas), mentre il fine della rappresentazione è riconoscere l'esistenza di una nuova comunità in città, le organizzazioni giovanili di strada, come amano autodefinirsi in alternativa al termine banda o pandilla.

A parlare sul palco dell'auditorium, i rappresentanti internazionali, da New York a Barcellona, di queste realtà, che nuove non sono se non nella loro uscita dalla condizione di fantasmi sociali. Primo bersaglio è l'informazione, colpevole di aver generato il fe nomeno bande e aver demonizzato la loro funzione: "Se ogni organizzazione di cui alcuni membri commettono saltuariamente degli sbagli si chiamasse "pandilla", tutta la polizia di New York sarebbe una pandilla", afferma sorridendo King Mission, rappresentante dei Latin King di New York. Rifiutano l'etichetta di violenza e dichiarano gli ideali ed il valore delle "organizzazioni giovanili di strada" contro la marginalizzazione e per il riscatto sociale. La celebrazione poi continua e i riflettori passano alle articolazioni locali del fenomeno: sono 30-40 i giovani membri di "bande" che esistono a Genova presenti in sala, giovani, latinoamericani ma anche italiani, alcuni già con figli: parlano della musica rap e reggaeton come unica valvola di sfogo delle tensioni sociali, in assenza della famiglia impegnata altrove per lavoro. Le loro parole non sono sicure e gli sguardi sospettosi, l'arresto di uno dei leader dei Latin King pochi giorni prima dell'evento aleggia nella sala, anche nelle parole della madre, che nega ogni intento violento o illegale nell'operato dei giovani; il divieto di fotografare e riprendere i volti che per la prima volta escono allo scoperto viene più volte infranto, generando tensioni.
La celebrazione è siglata dalla Dichiarazione di Genova, una sorta di manifesto programmatico delle organizzazioni giovanili di strada che rifiuta la violenza ma anche la marginalizzazione. Numerosi gli interventi e le questioni poste dal pubblico: quale sia il progetto sotteso a questo percorso di emersione, quali modelli alternativi alla "banda" si possano offrire ai giovani, se il processo iniziato possa avere come effetto un incoraggiamento all'ingresso in esse, in assenza di alternative (culturali, sociali). Ma alla celebrazione non c'è spazio per la dialettica e le domande cadono nel vuoto spegnendosi tra gli applausi.
(Eleana Marullo)

Posted by Admin at 09:14

Immigrazione/2 - Tolleranza zero

Finito l'aspetto celebrativo, la sala dell' auditorium San Salvatore si svuota dei colori nero e giallo, bianco rosso e blu di Latin King e Netas. Rimangono solo addetti ai lavori, ricercatori e sociologi. Il primo a parlare è Luis Barrio, docente e pastore a New York, che punta il dito sulla sproporzione tra incidenza nella criminalità e risonanza nei media: negli Stati Uniti l'1% di reati è connesso in qualche modo all'operato delle "bande", mentre il 18% è riconducibile alla violenza familiare, eppure l'informazione genera esclusione e demonizzazione riguardo alle prime, disinteressandosi della seconda. Barrio definisce le organizzazioni giovanili di strada una risposta alla società che esclude l'eguaglianza dai propri valori ed un mezzo per assicurare loro autorità, rispetto e potere.

L'evento genovese ricalca un percorso di emersione dal silenzio e dall'illegalità iniziato a novembre a Barcellona. Sono i promotori stessi a spiegare al pubblico genovese la loro esperienza: far fronte ad un'emergenza di microcriminalità, osservare queste realtà sociali, sottrarsi alle distorsioni mediatiche abbandonando la via della repressione. Efficace l'intervento di Lahosa, direttore del Serves de Prevencio di Barcelona: i primi coinvolti nel processo sono stati coloro che sul territorio avevano contatto diretto coi ragazzi, cioè la polizia, che ha seguito attivamente il "coming out" delle organizzazioni, mettendo allo scoperto condizioni e spazi per il dialogo. E' saltato agli occhi il divario con il comportamento delle forze di polizia in Ecuador, descritte, nell'intervento di Cerbino, come ambivalenti, colpevoli di soprusi nei confronti dei giovani ma anche, in molti luoghi, unico segno della presenza dello stato.
La polizia è citata, in un modo o in un altro, in tutte le relazioni: gli operatori di strada sono legati alle organizzazioni giovanili di strada da un legame inevitabile topografico e di ruolo. Logico chiedersi a questo punto quali siano le politiche di sicurezza a Genova e come il processo di emersione sia (o sarà) recepito dalle forze dell'ordine: nessuno di loro era però presente per sciogliere questi dubbi. Qualche giorno fa (25 giugno), si leggeva su Repubblica-Il Lavoro: In carcere uno dei capi delle gang evaso dagli arresti domiciliari. Il giovane è stato arrestato per essere uscito per una passeggiata con la fidanzata in orario proibito ed ora sarà processato per direttissima. A quanto pare, a Genova, il percorso per forze dell'ordine e stampa è ancora da definire.
(Eleana Marullo)

Posted by Admin at 09:12

17 Maggio 2006

Sicurezza - Perché gli immigrati si infortunano di più

“Un minuto per te" è il titolo della campagna di informazione promossa da INAIL e CGIL CISL UIL sulla sicurezza del lavoro per i lavoratori immigrati presentata l'11 maggio in un convegno. L’articolo del Secolo XIX del 12 maggio riporta con diligenza i dati sull’aumento degli infortuni dei lavoratori immigrati, ma omette le osservazioni più importanti espresse nell’incontro.

Ad esempio che siamo stati noi, collettivamente intesi, a fabbricare con le nostre mani il fenomeno su cui ora organizziamo convegni: cioè quello di una (lenta) diminuzione degli infortuni tra gli italiani, e di una contemporanea (forte) crescita degli infortuni tra gli immigrati. Gli interventi indicano i mattoni di questa fabbrica: una legislazione che lega indissolubilmente contratto e permesso di soggiorno, l’assenza di una politica occupazionale sulla immigrazione e il totale affidarsi alla “spontaneità” del mercato, una economia di cui il lavoro nero è parte significativa e integrante. Ci stiamo adagiando, viene detto, su una comoda (per il momento) segregazione occupazionale che confina gli immigrati – quali che siano le loro competenze - nei settori meno protetti e più esposti ai rischi, ma questa separazione sempre più strutturale diventerà, in prospettiva, socialmente destabilizzante.
Politica ed opinione pubblica, viene detto da Giuliano Carlini, continuano a trattare l’immigrazione come un fenomeno transitorio, paiono non accorgersi che si tratta di un fatto definitivo che ci riguarderà per i prossimi 1000 anni e oltre, e continuano a trincerarsi dietro alle difficoltà che nascono dalle differenze di culture, senza rendersi conto che gran parte degli immigrati condivide con noi la cultura delle grandi aree urbane, e che il fenomeno migratorio si svolge all’interno di un processo di modificazione della cultura mondiale in cui siamo tutti immersi.
D’accordo, a un articolo non si può chiedere di diventare gli atti di un convegno, ma di dare conto della complessità di una analisi, questo sì. Altrimenti, tanto vale leggersi la free press.
(Paola Pierantoni)

Posted by Admin at 19:13

27 Aprile 2006

Immigranti - Contribuenti sì, cittadini no

La sindrome dell’arto fantasma è la dolorosa percezione di un arto amputato come se fosse ancora presente. Leggendo Metropoli, il supplemento di Repubblica che si occupa di Italia multietnica, si ha la sensazione che la società, attraverso il suo aspetto di espressione legislativa ed amministrativa, soffra al contrario di “sindrome dell’arto aggiunto”, che quindi possieda oggi un’articolazione in più, giunta coi movimenti migratori degli ultimi decenni, e non la senta nè la riconosca come propria. Ma vediamo i sintomi di questo insolito disturbo.

Solo ai lettori di Metropoli è stato possibile conoscere, in anteprima su qualunque exit pool, un ammanco nelle urne delle ultime elezioni (Metropoli n. XIII, domenica 9 aprile): 90.000 voti degli immigrati che scelsero di votare alle primarie del centrosinistra. Considerato che il voto era possibile solo ai residenti in Italia da almeno tre anni, iscritti in un’apposita lista, e che il valore dell’operazione era virtuale, il numero è cospicuo e paragonabile ai quattro milioni di italiani che votarono alle stesse elezioni. La Costituzione sancisce per tutti i cittadini il diritto ad essere rappresentati. E le regole italiane per la cittadinanza, leggiamo, producono effetti surreali: il principio dello jus sanguinis fa si che i figli di immigrati nati in Italia non siano italiani, che i figli di immigrati acquisiscano automaticamente la cittadinanza solo se minorenni al momento in cui il genitore diventa cittadino italiano. Così esistono “stranieri” nati in Italia, che parlano italiano e pagano le tasse, ma non possono votare, in contrasto con qualsiasi principio di rappresentatività.
Altro sintomo (Metropoli n. XIV, 23 aprile). Al principio del 2006 Berlusconi fece recapitare nelle case di tutti nati del 2005 (italiani e no) una lettera che invitava a ritirare la cifra di 1.000 euro, il cosiddetto “bonus bebè” . L’assegno era riservato ai cittadini italiani e comunitari. Ma la lettera non riportava i requisiti richiesti, così i molti “extracomunitari non aventi diritto” che hanno ritirato il bonus, ignari del citato principio dello jus sanguinis, ora sono stati denunciati e rischiano conseguenze gravissime come la revoca della carta e del permesso di soggiorno.
Ennesimo, triste, sintomo (Metropoli n. XIV). Il naufragio avvenuto la notte di Natale 1996 tra la Sicilia e Malta, in cui persero la vita trecento persone provenienti da India, Sri Lanka e Pakistan, e internazionalmente noto come Malta boat tragedy come simbolo delle tragedie dell’emigrazione, è stato ignorato dall’allora governo Prodi. Quando nel 2001 il relitto fu individuato nei pressi di Porto Palo, un appello firmato da 4 premi Nobel ne chiese il recupero al governo, presieduto da Berlusconi, ma anche allora la richiesta fu del tutto ignorata.
Tre notizie accomunate da esclusione, trascuratezza, noncuranza: la “sindrome dell’arto aggiunto” non permette di riconoscere né di gestire il proprio futuro.
(Eleana Marullo)

Posted by OLI at 11:54 | Comments (0)

16 Novembre 2005

Banlieu/2 - Immigrato di quinta o sesta generazione?

Scusate, ma mi sento un po' coinvolta dagli avvenimenti degli ultimi giorni. Ho letto e sentito le cose più assurde in merito a rivolte di immigrati di "seconda, terza o quarta" generazione.

Ditemi, Rudolph Giuliani è un immigrato italiano negli USA di sesta generazione? O forse Naomi Campbell è una giamaicana immigrata in Inghilterra due generazioni fa? Per caso la mia scrittrice preferita, Zadie Smith, si deve segare il corpo a metà e considerarne una parte (grazie a dio!) inglese pura e l'altra immigrata di prima generazione, direttamente da Kingstone, amici!
Se questo ragionamento fila allora Colin Powell (ex segretario di stato americano), la rigida ConDolcezza Rice e (scusate, ma l'occhio vuole la sua parte...) quel bel fustacchione di Denzel Washington sono ghanesi, congolesi o etiopici, ma di..... fatemi contare..... 14a o 15a generazione. E, sottolineo, frutto di immigrazione involontaria, non spontanea come quella che ha generato la sottoscritta.
Dunque ho almeno questa certezza: i miei figli, se e quando ne avrò, saranno per metà eritrei immigrati di terza generazione, per l'altra metà non posso ancora parlare....
Spero di avervi dato un flash di una realtà che, vi assicuro, non è sempre facile vivere. E considerate che io sono, senza dubbio, una privilegiata.
(Sonia W. Ghebriel)

Posted by Admin at 21:50 | Comments (0)

9 Novembre 2005

Immigrati - La voce di Padre J. contro la moneda

Basta percorrere i pochi metri che da Portoria conducono all’Acquasola, salire la decina di scalini che separano dal sagrato della chiesa di Santa Caterina, dove ogni domenica viene celebrata la funzione in spagnolo, per trovarsi proiettati in una realtà transoceanica. Famiglie, individui vestiti a festa, numerosissimi bambini e adolescenti: per la comunità latinoamericana la messa questa volta ha un valore in più.

Ad officiare padre J., un sacerdote ecuadoriano poco più che trentenne che arriva da un minuscolo paese della sierra, le cui condizioni economiche si aggravano di anno in anno con il complicarsi della crisi economica. Ma se durante l’omelia padre J. si infervora non è per denunciare lo stato di povertà del suo paese. Sarebbe come raccontare a tutto il suo pubblico una storia già nota, un messaggio che arriva quotidianamente, tredici centesimi al minuto, nei phone center diffusi capillarmente nel tessuto urbano della città.
Il motivo costante è il disfacimento dei valori sociali e familiari nella comunità emigrata. “Voi vivete qui, ancora prima di essere lavoratori qui”. Un richiamo all’eccessiva importanza attribuita ai valori materiali, un’esortazione a tenere saldi i legami resi difficili dalla lontananza nel caso di famiglie separate tra i due continenti, oppure dallo stile di vita (i ritmi di lavoro sfiancanti o la mancanza di sostegno sociale per chi arriva ed è totalmente sradicato) per chi vive già in Italia.
Padre J. è uno dei numerosi sacerdoti sudamericani che, tra i primi atti del suo pontificato, papa Benedetto XVI ha invitato in visita nelle città europee. Prima di ripartire padre J. ha chiesto di essere accompagnato per il centro storico. Una lunga passeggiata con la videocamera davanti ai locali di via Gramsci, una zoomata su piazza della Commenda. Al suo ritorno, insieme alle immagini di Madrid, di Colonia, di Città del Vaticano, mostrerà alla sua gente l’altra faccia della moneda, quella che non filtra dalle rubriche sull’emigrazione presenti su ogni giornale ecuadoriano: il percorso tortuoso, i lati oscuri e vulnerabili delle comunità emigrata.
(Eleana Marullo)

Posted by Admin at 15:24 | Comments (0)

3 Novembre 2005

Immigrati - Problema o risorsa a prezzo irrisorio?

Per chi volesse approfondire la realtà multietnica che trasforma quotidianamente il volto di Genova e dei suoi attori sociali, esiste fortunatamente qualche strumento più approfondito rispetto alle analisi sociologiche su latinos e gang, tagliate con l'accetta, del Secolo XIX (20 e 26 Ottobre 2005).

I latinoamericani a Genova è una monografia pubblicata alla fine dello scorso anno a cura di Salvatore Vento (I latinoamericani a Genova, De Ferrari, Genova, 308 pp, 16 €) che, come dichiara l'introduzione di G. Carlini, si qualifica non "come una mappa dei latinoamericani nella nostra città", bensì come "una mappa della nostra città che tenesse conto dei nuovi cittadini in questo caso di origine sudamericana."(ibid. p. 9). Si parte con un'analisi della realtà occupazionale e produttiva genovese (Vento): forse non è realtà nota come a livello europeo l'Italia usufruisca della percentuale più bassa di aiuti pubblici nell'assistenza di anziani a domicilio: r isulta quindi evidente come l'indebolimento del welfare sia connesso alla possibilità di lavoro per le migranti latinoamericane.
E proprio alla figura centrale della donna migrante, presenza preponderante nella realtà genovese, è dedicato il saggio della Esparragoza: ad essa è riconosciuta l'iniziativa della partenza, la costruzione di una rete di accoglienza per i familiari, il collegamento tra la propria comunità e i residenti. L'analisi passa alla situazione economica dei paesi latinoamericani dai quali è partito il flusso migratorio(Taboada); così mentre è opinione comune che la migrazione sia stato l'esito della crisi economica, spesso sfugge come sia proprio il debito estero ad ulcerare una situazione finanziaria e politica precaria e come per porre un limite ad esso spesso si sia ricorso a tagli massicci ai servizi sociali, facendo precipitare la qualità della vita.
Silvia Danovaro si interroga sulle "culture" latinoamericane, molteplici e sfaccettate da fenomeni di contaminazione culturale, ma spesso appiattite in una visione caratterizzante ed autocaratterizzante, strumentalizzata sia dagli autoctoni che dagli immigrati. Nei percorsi di ricerca di un'identità persa nel processo migratorio rientra anche la pratica religiosa (Molle), la quale "permette...di riconoscersi in una "comunità di fede"... rendendo più saldo, o creando ex-novo, un legame sociale con altre persone nella stessa condizione di difficoltà" (ibid. p. 195).
Questi sono solo alcuni dei saggi di un libro che vale la pena leggere, perchè testimone della realtà che tutti condividiamo, ma di cui è difficile intuire forma e direzione, vivendola.
(Eleana Marullo)

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13 Ottobre 2005

Xenofobia. La rabbia della lega sbaglia indirizzo

Dice Donatella Alfonso su Repubblica di Sabato 8 Ottobre che il consigliere comunale DS Rino Lecce, sotto la cui casa l’altro giorno si è radunato un manipolo di leghisti vocianti, ostili alla Moschea di Cornigliano, “ha la voce spezzata dalla amarezza”.

Si può capire e solidarizzare. Lo spettacolo offerto dalla cinquantina di invasati deve essere stato di profonda inciviltà: insulti al sindaco e alla giunta, un blasfemo utilizzo della croce che viene piazzata sul luogo dove dovrà sorgere la moschea, e infine insulti personali a Rino Lecce medesimo.
L’amarezza di Lecce, tra l’altro, se deve aver raggiunto il suo culmine per questo ultimo episodio, non deve essere mancata nemmeno nei giorni scorsi, perché di manifestazioni contro la moschea ultimamente ce ne sono state diverse, tutte, a dire il vero, di poche decine di persone (e questo un po’ di consolazione a Lecce deve averla data), ma che nondimeno possono costituire una insidia per il difficile equilibrio del quartiere. I volantini dei promotori infatti offrono agli scontenti abitanti di Cornigliano un furbesco mix di xenofobia e di storici disagi (acciaierie) che alla lunga potrebbe far presa.
Ma… ferma! Mai farsi condizionare dai pregiudizi (positivi, in questo caso)! I motivi della indignazione del nostro consigliere sono ben altri! La voce di Rino Lecce, ci informa la giornalista, si spezza mentre rievoca: “Pensare che se in maggioranza c’è qualcuno critico sulla localizzazione della Moschea sono io… e se in aula avessimo dovuto votare avrei detto di no … e questi arrivano, gridano e insultano.” Insomma hanno anche sbagliato indirizzo.
Paola Pierantoni

Posted by Admin at 08:53 | Comments (0)

21 Luglio 2005

Tipi da spiaggia. Operatore culturale, altro che vu cumpra

Il copione si ripete ogni estate: da una parte i servizi sul caldo, le code, le mete preferite, dall’altra, la processione dei migranti che, da “sdraio a sdraio”, si muovono con la loro mercanzia sulle spiagge in cerca d’acquirenti.

Ma "il mercato si evolve": nuove etnie, nuove stratificazioni. All’inizio c'erano i maghrebini: vendevano vestiti, piccola biancheria da cucina; a loro, col tempo, si sono aggiunti gli africani: magliette e borse griffate (a volte ordinate da una settimana all’altra, giusto per non contraddire l’ultima pubblicità che ci vuole accompagnati dalla culla alla canizie dalle “marche”). Passano le stagioni e sulla battigia appaiono i primi asiatici: indiani, pakistani con monili in argento e pietre dure. Il loro è un nomadismo stagionale: si fermano in Italia il tempo necessario per vendere quello che hanno portato dal paese d’origine, poi ripartono per tornare qui l’anno dopo. Tutti, indistintamente, lasciano il segno del loro modo d’essere: caparbietà, disperazione, coraggio, dignità.
Mi è capitato, così, di comprare col “pagherò”, senza dover declinare le generalità, senza un numero di conto o il codice fiscale, così, semplicemente: “Ci rivediamo qui, prima o poi”.
C’è stata anche una migrazione tutta interna, come quella raccontata da Giuseppe, studente d’architettura calabrese, che trascorreva l’estate lungo le spiagge da Bergeggi a Varigotti offrendo krapfen, alternandosi, lungo l’orizzonte limitato dei bagnanti abbrustoliti, con l’immancabile, e napoletanissimo, venditore di cocco.
Altri cambiamenti. Sulle spiagge, a fare le ambulanti ora ci sono anche le donne africane. Incedono regali mentre, apparentemente senza sforzo, trasportano la loro merce in una cesta poggiata sulla testa. Mi hanno ricordato una vecchia foto di mia nonna, anche lei fissata da uno scatto con la sua sporta sul capo.
Altri occhi a mandorla ti massaggiano o vendono aquiloni. C’è anche Jacques, imprenditore del nomadismo agostano. Sul suo biglietto da visita, fra i colori della bandiera del Senegal, campeggiano due profili dell’Africa e la sua professione: “operatore culturale”. E' in Italia dal 1999, vive a Bocca di Magra, dove ha un magazzino. Lui le spiagge le batte a tappeto per incontrare persone, per prendere contatti, perché compra e vende opere d’arte della sua terra ed è qui, dice, per aiutare chi è in difficoltà.
Racconta e sorprende Jacques col suo saper legare fatica, amicizie, vita: la sua e la nostra. Con parole dove ogni cosa appare semplice e armonica. Gli ho promesso di ricordarmi di lui. Lo faccio anche da qui, perché Jacques rappresenta la naturale sineddoche della parola “integrazione”: così vicino alla sua terra e al tempo stesso così legato alla nostra e alle sue “regole di mercato”.
Tania Del Sordo

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6 Luglio 2005

Immigrati/1. Una stampa più attenta?

Anni fa avevo provato ad analizzare i titoli degli articoli del Secolo XIX sul tema immigrazione, confrontando il trimestre Gennaio – Marzo del 1993 (anno di grandi tensioni) con lo stesso periodo del 1999, alla ricerca di qualche riflesso della città in mutamento.

Ne avevo tratto invece una immagine desolatamente statica, con un buon 80% dei titoli comunque concentrato su degrado sociale e criminalità. La cosa all’epoca mi aveva molto colpito, perché, per il mio lavoro, ero testimone diretta della importanza crescente degli immigrati nel tessuto economico e sociale cittadino, e dell’universo in crescita delle associazioni che offrivano servizi e reti di relazione senza di cui la città sarebbe stata del tutto disarmata rispetto ad uno dei fenomeni più impetuosi e inattesi che l’avessero mai investita.
Di tutto questo non vedevo quasi traccia negli organi di informazione.
Ora, a distanza di altri sei anni sono ritornata sul punto, servendomi di internet e di una accurata rassegna on line di tutta la stampa locale: periodo esaminato 20 Aprile – 20 Giugno 2005.
Prima verifica, l’utilizzo dei termini: digitando la parola “immigrati” sono saltati fuori 70 articoli, con “extracomunitari” 38, e con “clandestini” 10. In parte si tratta degli stessi articoli, che usano al loro interno termini diversi. Prevale quindi una terminologia corretta, anche se l’antipatica parola extracomunitario, che definisce gli altri solo in rapporto a noi, è ancora largamente presente.
Seconda verifica, i contenuti: nella rassegna da me consultata non sono compresi gli articoli di cronaca “nera” di cui avevo invece tenuto conto nel mio vecchio tentativo, un confronto diretto non è quindi possibile. Tuttavia ho percepito, nel complesso, un mutamento di clima: la prevalenza degli articoli (84%) riguarda infatti analisi demografiche, approfondimenti, aspetti istituzionali, questioni legate alla didattica, eventi culturali o di intrattenimento, iniziative di solidarietà e volontariato.
Terza verifica, i titoli: la parola immigrati (oppure, stranieri, clandestini, extracomunitari …) compare nel titolo solo in 21 dei 70 articoli. Negli altri essa è contenuta nel sottotitolo o nel testo (esempio: Titolo: Supporti per la didattica – Sottotilo: Sesamo, progetto per accogliere ed orientare gli adolescenti immigrati). Questi termini identificatori quindi vengono più usati come elemento di contenuto che come richiamo per catturare l’attenzione dei lettori.
Pochi (5) i titoli che contengono o suggeriscono un esplicito allarme sociale, ma uno tra questi (“Più della metà dei reati commessi da stranieri”) merita attenzione, perché comunica una informazione tanto grave e lapidaria quanto falsa. Luigi Manconi in una sua lettera a Corrado Augias lo rileva, e cita i dati del dispaccio Ansa delle 17.53 del 13 maggio 2005: “Delle persone arrestate e denunciate in Italia che, lo scorso anno, sono state 611.283 (...), gli extracomunitari con permesso di soggiorno sono stati 96”. In lettere: novantasei. Manconi riporta anche “l’altro” dato, vero quanto il primo: nel 2004 i cittadini extracomunitari o di cittadinanza ignota hanno rappresentato il 38.8% delle persone arrestate o denunciate in Italia.
Contraddizione? No, solo complessità non riducibile a slogan agitatori.
Paola Pierantoni

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Immigrati/2. Gli immigrati non mangiano bambini

Sulla Unità del 31 Maggio Luigi Manconi apre una riflessione sugli organi di informazione e sul modo di presentare i fatti partendo da due dati entrambi “veri”. Eccoli:

Sono solo 96 gli immigrati (in regola col soggiorno) arrestati o denunciati nello scorso anno in Italia su un totale di 611.283 (Ansa, 13 Maggio 2005).
Sono ben 237.229 (il 38.81% del totale) i cittadini irregolari, extracomunitari o di nazionalità ignota, arrestati o denunciati nel 2004.
Il primo dato infatti, dice Manconi, “è stato travolto, sopraffatto, annichilito” dal secondo, che ha costituito il titolo dei telegiornali di quel giorno e di molti quotidiani del giorno dopo.
La contraddizione tra le due informazioni è solo apparente: è vero che sono pochissimi, quasi zero, gli immigrati in regola col soggiorno che infrangono le leggi, fenomeno del resto noto e messo in evidenza dalle ricerche condotte in tutti i paesi di immigrazione.
E’ altrettanto vero che circa il 40% degli arresti e delle denunce riguarda immigrati irregolari, ma attenzione! Nella grande maggioranza dei casi il “crimine” commesso riguarda l’infrazione all’art. 14 della Legge Bossi Fini, cioè la mancata ottemperanza dell’abbandono del suolo nazionale a seguito di un provvedimento di espulsione. Inoltre l’essere ormai “fuori dalla legge”, la chiusura di ogni possibile recupero di una condizione di normalità, è un buon incitamento ad intraprendere il percorso che parte dalla marginalità sociale ed arriva alla illegalità fino al crimine.
Manconi quindi conclude osservando che mentre la prima informazione (gli stranieri regolari non delinquono) viene completamente rimossa e tacitata, la seconda (gli stranieri irregolari delinquono assai) viene invece potentemente enfatizzata, fino a manifestarsi “come il solo dato pubblico”, e il tutto offre alla nostra meditazione “un caso esemplare di manipolazione sistemica del sentimento collettivo”
Paola Pierantoni

Posted by OLI1 at 13:16 | Comments (0)

Immigrati/3. Interpretare le statistiche

Nell' ultima azione delle forze dell'ordine genovesi (sembrerebbe più appropriato il termine di retata), su 137 fermati extracomunitari, solo uno è risultato avere pendenze penali.

Il reato? Infrazione all’art. 14 della Bossi- Fini: invitato cioè ad andarsene dall'Italia e da Genova perché clandestino, ha continuato a fare il “massacàn” in nero, per mantenere la famiglia e quei bravi e onesti padroni italiani che gli danno lavoro sottobanco. Magari, si potrà dire, non è stato che un caso fortuito, perché non è forse vero che nella nostra bella provincia ci sono le bande dei latinos e che non passa giorno che qualcuno non sia aggredito da qualche non indigeno? E i cattivissimi albanesi? E lo spaccio? Abbiamo fatto una verifica su quello che avviene da noi, e in effetti le nostre fonti ci hanno detto che agli immigrati sono imputabili circa il 30% dei reati. Non e' poco, dato che tra regolari e irregolari la presenza degli stranieri è circa il 7% della popolazione residente. Ma ecco la sorpresa: i crimini peggiori, compresa la violenza sessuale, vedono protagonisti gli indigeni, gli italianos, mentre quasi l'80% della statistica criminale a carico degli extracomunitari consiste nel “crimine” del mancato allontanamento dal territorio italiano a seguito di espulsione. Come il “massacàn” di prima.
Allo sciato fatto da stampa e TV sui dati dell’allarme all’ingrosso, non fa riscontro altrettanta attenzione ai guasti di una legislazione che ha reso più difficile e precaria la regolarizzazione degli immigrati e alle cause sociali e culturali della devianza, in particolare per i giovani. Ad esempio sarebbe bene riflettere sulle informazioni fornite da un articolo pubblicato da Repubblica dello scorso 12 Giugno (“Allarme, fioccano le bocciature”): il 40% dei ragazzi che si iscrivono agli istituti tecnici e professionali genovesi non arrivano al diploma, percentuale di gran lunga più alta di quella che si registra nei licei. La dispersione è particolarmente alta tra i figli di immigrati (la difficoltà linguistica agisce negativamente su tutte le materie), e tra i ragazzi (italiani e no) che si trovano in situazioni familiari e sociali di disagio e degrado.
Se gli immigrati di prima generazione non delinquono affatto, se le differenze tra i bambini alla materna e alle elementari sembrano solo deliziose variazioni delle meraviglie della bellezza umana, con la fine dell’infanzia la brutale distinzione sociale e di reddito non tarderà a manifestarsi e a rompere l’incanto.
Preoccuparsene però è così faticoso …
Marco Roverano

Posted by OLI1 at 13:12 | Comments (0)

I muri parlano

Lettera aperta affissa e distribuita nel centro storico in occasione del Festival Interetnico organizzato a Giugno nella Loggia dei Banchi dall’Associazione 3 Febbraio. La lettera è stata inviata alle maggiori testate cittadine senza mai essere pubblicata.

TERRORE DELL’ALBA
Se la domenica sera e il lunedì mattina sono i giorni più odiati dai lavoratori italiani, per i senegalesi di Genova da ormai 15 anni, cioè dall’inizio delle loro immigrazioni in Italia, i due giorni più odiati sono il martedì mattina e il venerdì mattina.
Perché è in questi due giorni che “il terrore dell’alba” entra nelle loro case, con un mandato di perquisizione mai mostrato.
Questo terrore dell’alba ha creato una malattia di insicurezza e insonnia nelle teste di tutti i senegalesi che abitano a Genova, soprattutto nel centro storico.
Il “terrore dell’alba” vuole ripulire il centro storico, ma non sa che anche noi senegalesi vogliamo un centro storico materialmente e moralmente “pulito”.
Così lui ha distribuito più di mille fogli di via in quantità anche di cinque o dieci per persona.
Perché anche quelli che hanno ricevuto il foglio di via si ostinano a rimanere nello stesso posto, perché vittime di una sanatoria incomprensibile e inapplicabile, che è la Bossi-Fini, la quale ha indotto ogni tipo di speculazione finanziaria e sociale.
Questo “terrore dell’alba”, magari con un mandato di perquisizione indeterminato del Procuratore non si limita a fare il suo lavoro di sicurezza pubblica ma porta una sorta di repressione nei confronti degli uomini di pelle nera.
Chi lo sa, può darsi che negli altri giorni porti questa faccenda nelle case degli altri immigrati.
Se è così, lui sta portando avanti una politica di destabilizzazione nella sfera dell’immigrazione. Abbiamo constatato che non risparmia nessuno: quelli che hanno il permesso di soggiorno e quelli che non ce l’hanno.
Ci sembra si intenda soltanto fare intimidazione a tutti, negando loro la dignità umana. Dei nostri diritti umani non se ne parla quando lui fa irruzione nelle nostre case.
Se i suoi metodi di lottare contro l’immigrazione sono questi, non è con lui che si concretizza l’inserimento degli immigrati a Genova, che è stata Capitale europea della cultura dove l’intolleranza, sinonimo di ignoranza, non dovrebbe trovare posto.
Perché l’immigrazione come voi sapete ha cambiato forma ma è sempre esistita.
Sicuramente tutti quelli che sono immigrati conoscono le difficoltà che ci sono nel trovare le case. Chi può permettersi di pagare un affitto di 1000 euro o più senza dividerlo con gli altri? E tra noi del Senegal, dove l’accoglienza e l’ospitalità fanno parte della cultura, chi non ospiterebbe un parente o un amico senza casa?
D’altra parte la legge morale o istituzionale può privare un essere umano del diritto di esistere, di aspirare ad una vita migliore?
Può essere che queste persone scappino da un pericolo come una guerra o un’epidemia o un regime autoritario…
Non è il Presidente della Camera che diceva durante una sua visita in Algeria che si fa troppa demagogia sull’immigrazione?
Allora Signor “terrore dell’alba”, devi rivedere i problemi legati all’affitto delle case, così vedrai meno persone raggruppate nella stessa casa; ci vuole anche una regolarizzazione per tutti quelli che sognano di vivere e di essere utili a qualunque società o luogo dove si trovano.
Unione degli Immigrati Senegalesi

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29 Giugno 2005

Immigrati. Quando sei nato, a volte, devi nasconderti

Dentro il film di Marco Tullio Giordana, fra sguardi bambini e visioni da adulti, c’è tutto il mondo che normalmente percepiamo. Il mondo delle immani sciagure, dei delitti efferati, delle difficili convivenze spaziali.

Nel film, tratto dall’omonimo romanzo di Maria Pace Ottieri, l’incolmabile distanza fra noi e “loro” si misura proprio nella volontà di circoscrivere, eludendo il confronto, quell’altro al quale non siamo in grado di dare risposte e del quale temiamo le domande.
Solo i bambini tendono la mano (come già nel film di Salvatores “Io non ho paura”), cercano delle risposte possibili, compiono (ai nostri occhi assuefatti) atti di vero coraggio: guardano, da un altro (partecipe) punto di vista.
Alcune sequenze di quello che a tratti sembra un vero e proprio documentario (uso della camera a mano), senza negarsi il gusto della citazione (musiche e immagini della discesa nel ventre del mondo da “Lezioni di piano” di Jane Champion), sono quanto mai significative.
L’occidente democratico e opulento risolve le tensioni (anche di coscienza) mettendo mano al portafoglio: è questa la strada del padre brianzolo, felice per aver ritrovato il figlio (che credeva morto in mare durante una crociera in barca a vela), ma incapace d’esprimere gratitudine ad un giovane rumeno se non attraverso l’offerta di denaro.
Costretti a nascondersi nei CPT, divisi dai propri familiari, o nei relitti abbandonati d’un passato industriale, non riconducibili a griglie precostituite, gli immigrati ci costringono a ripensare a noi stessi, al nostro passato, ai nostri modelli di sviluppo, alla nostra “crescita”.
A volte, senza nessuna intenzione didattica, ci offrono delle vere lezioni: il musicista Badarà Seck, scoperto da Mauro Pagani, al lavoro con Miriam Makeba e Massimo Ranieri, stimato da registi come Peter Brook e Claude Lelouch, ha abbandonato il confort di un appartamento in Lungotevere Flaminio (offertogli da Ranieri) per tornare a vivere con i fratelli africani nel Residence Roma (“Un ghetto per “senza casa” dove le luci no si accendono mai, l’acqua non scorre se non dai soffitti sfondati … e la polizia entra soltanto quando ci scappa il morto”).
Da lì, aiuta la comunità senegalese, insegna musica ai più promettenti, lavora alla realizzazione del suo primo CD. “Con i miei testi vorrei dire agli africani di imparare dall’Occidente a prendere in mano il proprio destino senza più farsi sfruttare, e agli occidentali di imparare dall’Africa l’importanza dei rapporti umani e della natura. Se non comunichiamo, non ci conosciamo, non c’è futuro”.
“Il destino è potente” dice Badarà.
Non ci sono steccati o medicine demagogiche in grado di fermarlo.
(La storia di Badarà Seck è apparsa su “Il Venerdì” di Repubblica del 03\06\05)
Tania Del Sordo

Posted by OLI1 at 12:43 | Comments (0)

13 Aprile 2005

Migranti/1. La trappola mortale del patto Italia-Libia

Il 26 Settembre del 2004 il Corriere della Sera annunciava con soddisfazione che “L’accordo Italia-Libia contro l’immigrazione clandestina è finalmente pronto a decollare, dopo la decisione dell’Unione Europea di revocare l’embargo al Paese nordafricano” .

Sul sito di “Forza Italia” i termini dell’accordo:
Fornitura dell'Italia alla Libia di mezzi per il controllo delle coste
Addestramento delle forze di polizia libiche
Realizzazione di campi di accoglienza in territorio libico, grazie alla fornitura italiana di unità abitative e strutture logistiche. I centri saranno gestiti autonomamente dalla Libia, nel pieno rispetto della sua sovranità.
Bene. Ma il bellissimo reportage di Fabrizio Gatti sull’Espresso dello scorso 24 Marzo ci parla invece di uno dei tanti orrori del nostro mondo. Infatti, dopo avere incentivato l’immigrazione da Senegal, Camerun, Mali e Nigeria, la Libia ha afferrato al volo l’occasione offerta dall’accordo con l’Italia “contro l’immigrazione clandestina” per sbarazzarsi di un eccesso di manodopera ormai indesiderato. Come? La polizia libica (addestrata dall’Italia?) ha aperto “la caccia al nero”: retate casa per casa e davanti ai luoghi di lavoro. Poi reclusione nel campo di detenzione di Al Gatrun (Pardon, campo di accoglienza, dotato di unità abitative e strutture logistiche fornite dal Governo italiano). Infine un viaggio di dodici giorni attraverso il deserto: bambini, donne, uomini ammassati sui camion, e poi abbandonati alla frontiera dei paesi di origine. Centomila i deportati da Settembre 2004. E si muore: di fame, di sete, sbranati dai cani randagi, schiacciati negli incidenti dei camion stracarichi. Il conto ufficiale, ammesso dalle autorità libiche, parla di 106 morti da Settembre, ma nessuno compila la vera lista di morti e dispersi.
Nel frattempo chi sbarca clandestinamente a Lampedusa viene trattenuto nel “Campo di accoglienza”, dove le “unità abitative e logistiche” progettate per 190 persone ne accolgono quattrocento, seicento, mille.
Chi è dentro non può comunicare con nessuno, non è informato sulla possibilità di avanzare richiesta di asilo, non può consultare un avvocato. Ogni tanto un gruppo di una cinquantina di persone viene prelevato, imbarcato su un aereo e, indipendentemente dalla sua nazionalità, spedito in Libia, dove lo attende la trafila prima descritta. Altri vengono invece inviati al CPT di Crotone dove giungono col corredo di allucinanti “bolle di accompagnamento” (“Vi consegniamo 50 extracomunitari, tutti idonei”). Tra loro c’è chi presenta bruciature, o braccia e gambe spezzate.
Nel campo di Lampedusa è stato negato l’accesso ai rappresentanti dell’Unhcr (Agenzia dell’ONU per i rifugiati), e il 19 Marzo è stato gravemente ostacolato l’accesso ad una delegazione di parlamentari italiane. L’avvocata genovese Alessandra Ballerini che accompagnava la delegazione, ci racconta di persone che stanno male e non ricevono alcuna assistenza sanitaria, di uomini e donne che si disperano quando vengono a sapere che la destinazione è la Libia e che dovranno affrontare il viaggio nel deserto, del via vai, per ore, dei camion della spazzatura mandati a ripulire il campo prima di far entrare le parlamentari.
Forse sarebbe il caso che il Corriere della Sera ritornasse sul tema, e rivedesse il compiaciuto giudizio dato alla fine dello scorso Settembre.
(Paola Pierantoni)

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Migranti/2. Elezioni simboliche ma non tanto

Non si è trattato di una votazione ma di una dimostrazione politica.
I 262 “migranti” che hanno risposto ai richiami degli sms dell’ARCI e della CGIL per celebrare in forma simbolica il rito democratico del voto, hanno voluto denunciare la nostra democrazia difettosa che nega loro questo diritto, frapponendo così un grandissimo ostacolo alla difficile costruzione di una comunità condivisa.

Non ha quindi importanza che abbiano quasi tutti votato per la lista “Uniti per l’Ulivo”.
Ha invece importanza il bruciante rimprovero contenuto nella scrupolosa simulazione degli atti “proibiti”: la consegna delle schede (in facsimile), la cabina elettorale, l’atto del voto, lo scrutinio.
Queste elezioni virtuali hanno trovato un loro spazio sui giornali: articoli precisi e corretti sono comparsi su Repubblica, Secolo XIX e Mercantile.
Ora Devono trovare spazio nella politica.
Il Sindaco di Genova ha aperto un fronte importante sul diritto di voto agli immigrati. Ci si attende adesso che lo faccia anche la nuova amministrazione regionale.
(Paola Pierantoni)

Posted by OLI2 at 00:14 | Comments (0)

Linguaggio. Non chiamarli più extracomunitari

Si chiama ilpassaporto.it, fa parte del gruppo editoriale “L’Espresso” e si autodefinisce “il giornale dell’Italia multietnica”, offrendo approfondimenti e servizi, rassegne legislative, notizie o semplicemente spazi di espressione e dialogo. I forum sembrano l’espressione più viva di un fermento (multi)culturale che si rivela in primo luogo attraverso le parole.

Parole come pietre, scrive Kossi Komla Ebli, che introduce il forum “Imbarazzismi” e il cui primo suggerimento è di decostruire il linguaggio che ha potere “includente o escludente, offensivo o non”.
Oppure “Parole da abolire”, un altro forum che invita ad elencare le parole fastidiose, dannose, da non usare. Leggendo gli interventi (85 dal 24 marzo al 6 Aprile) il termine più bersagliato è “extracomunitario”. “Basta, non ne possiamo più”: italiani ed immigrati concordano nell’affermare il livello di sazietà raggiunto da sovraesposizione al termine. La stessa valutazione emerge unanime per “clandestino”, che nell’espressione della cronaca si è trasformata in una sorta di tara impressa nei cromosomi; in un intervento si legge: "Nicola Calipari è stato ucciso per mano di alcuni extracomunitari, sbarcati clandestinamente in Iraq alcuni mesi prima" - I cittadini degli Stati Uniti sono extracomunitari, l'invasione dell'Iraq fu illegale da ogni punto di vista, eppure questo titolo non è apparso su nessun giornale... Perché?”.
Non solo le offese, ad essere incriminate, nel forum, ma anche tutti gli eufemismi politicamente corretti, come “diversamente abile”, “migrante”, “non vedente” ecc, accompagnati da una acuta critica contro la parola “tolleranza”, un fastidio soffuso per il termine “etnico”.
Lo si recepisce chiaramente, non sono le parole ad essere messe in discussione. I veri bersagli sono, in ordine effetto-causa:
1)la divisione in categorie secondo un parametro “Noi vs Loro”, dando per scontato che il punto di vista del “noi” sia quello giusto
2)l’uso burocratico, pigro e routinario che i media fanno del lessico, imbandendo la cronaca senza approfondire e senza avere come obiettivo l’informazione e senza assumersi la responsabilità della formazione dell’opinione pubblica
3)le scelte politiche che determinano questo indirizzo. Così c’è chi lucidamente commenta “un peso importante sta nella politica che condiziona le parole dei giornalisti, prima della Bossi-Fini la parola clandestino non veniva mai usata, adesso, vuoi per una rilettura acritica di molti organi di informazione, si usa solamente questa”.
Il disagio e la possibilità di arricchimento tra culture orbitano intorno alla parola: punto di partenza, punto d’arrivo, mezzo e percorso.
(Eleana Marullo)

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18 Marzo 2005

Tragico rogo. Imputato in tribunale non solo il Comune

Tra breve, il prossimo 30 Marzo, approderà al Tribunale Civile di Genova un episodio doloroso avvenuto ormai tre anni fa. Si tratta del processo in cui viene richiesto un risarcimento, per comportamento colposo del Comune, per la morte di un ragazzino rumeno di 14 anni nell'incendio della roulotte dove viveva con i genitori, all'interno dell'area “Ex squadra Rialto FS”, di proprietà AMIU.

Per chi non la ricordi la storia è la seguente. Un gruppo di immigrati di origine rumena si era accampato in città a partire dal 1996. Il loro stato, destino, posizione giuridica fu oggetto di un tira e molla durato anni: proteste della popolazione, minacce di espulsione, rifiuto della questura di concedere i permessi di soggiorno, prese di posizione, interventi di solidarietà e tentativi di pressione per risolvere il problema da parte di qualche associazione.
Si arriva in questo modo al 6 Marzo del 2001. Il Comune sequestra l'area “Ex Miralanza” dove alla fine si erano accampati i rumeni, e ne dispone il trasferimento in un'area di proprietà AMIU, situata in Via Campi. Esattamente un anno dopo, il 15 Marzo 2002, la tragedia: Bujor Bruzli, figlio quattordicenne della famiglia Sau, muore bruciato nell'incendio della baracca dove dormiva. Causa presumibile: candele usate per l'illuminazione o stufetta alimentata con GPL.
La famiglia Sau ricorre in giudizio imputando al Comune la responsabilità dell'accaduto per la totale assenza di allacci per l'energia elettrica e per il gas: giocoforza quindi servirsi di sistemi pericolosi per illuminare e riscaldarsi. Mancanza inoltre di qualsiasi presidio antincendio. Nell'Ottobre 2001 il responsabile del Distretto sociale Centro Ovest aveva in effetti segnalato una situazione di “gravissimo rischio”: “manca la corrente elettrica e tutti i nuclei utilizzano candele, che tenendo conto della presenza di bombole e di diverse paratie in legno … potrebbero essere causa di incendio”
Il Comune si difende imputando ai rumeni una negligenza colpevole: hanno ignorato ogni norma di sicurezza e non hanno rispettato le indicazioni dei tecnici comunali e della ASL (non usare bombole pericolose in baracche di legno). Dotare il campo degli allacci alla energia elettrica e al gas, avrebbe del resto comportato una spesa incompatibile con la temporaneità (?) della collocazione dei rumeni nell'area e avrebbe richiesto un tempo a sua volta incompatibile con l'urgenza dell'interevento.
Il tribunale deciderà sugli aspetti civili e penali della vicenda.
Nel frattempo la questura ha negato, in quanto disoccupato, il permesso di soggiorno al padre del ragazzo morto, gravemente malato per le conseguenze di una emorragia cerebrale e per le gravi ustioni riportate tentando di salvare il figlio dall'incendio.
Difficile non provare un sentimento di colpa e di vergogna. Collettivo.
Gli Amministratori saranno infatti chiamati a rispondere, qualunque ne sia l'esito, di fronte ad un tribunale. Ma saranno mai chiamati a rispondere tutti coloro che contribuiscono attivamente a costruire una cultura comune, che rende così impolitico ed elettoralmente pericoloso occuparsi a dovere di nomadi e rumeni?
Preoccuparsi di questo potrebbe essere una buona idea per un programma politico di centro sinistra.
(Paola Pierantoni)

Posted by OLI2 at 07:52 | Comments (0)

Donne che parlano pochi che ascoltano

All'incontro “Donne che parlano” organizzato per l'8 Marzo presso il locale Banano Tsunami dell'Arci, al Porto Antico, le italiane paiono solo gradite ospiti. Chi manifesta il piglio delle organizzatrici sono giovani donne straniere attive, determinate, non più semplici portatrici di testimonianze all'interno di eventi voluti e gestiti dalle “padrone di casa”.

E' la prima volta che mi capita, qui a Genova, e provo nettamente l'emozione di un passaggio di fase. Le non poche denunce degli atteggiamenti più o meno apertamente razzisti o di chiusura incontrati in tanti episodi di vita quotidiana, sono espresse senza aggressività, ma anche senza attenuazioni, e senza accompagnamento di contrappesi positivi. Ed anche questa è la prima volta.
Eugenia Esparragoza, antropologa venezuelana, dice alle circa sessanta donne presenti che la fase della mera sopravvivenza è superata, e che ora è il momento della nascita delle associazioni. Dei progetti. La fase della sopravvivenza, tuttavia, è stata lunga e durissima, per molte è ancora attuale, e viene richiamata in modo asciutto negli interventi: l'abisso che separa una prima esperienza in Italia vissuta da studentessa, da una seconda, vissuta da immigrata; l'umiliazione delle visite domiciliari delle forze dell'ordine che intendono appurare la natura dei rapporti tra marito e moglie, per verificare se il matrimonio è “di amore” o “di convenienza” ; la non dissimulata incredulità che una donna nera incontra quando dice di essere laureata; l'inutilità di una laurea in giornalismo acquisita in Venezuela; gli amichevoli consigli di sorvolare sulle proprie competenze, se si vuole sperare di trovare lavoro; i pregiudizi razzisti “che gente incredibilmente ignorante” instilla nelle teste dei compagni di scuola dei figli.
Un rebus non facile da risolvere per noi italiane viene aperto da una donna col velo, marocchina, che con energia, allegria, e una grande capacità di comunicazione, dice che il lavoro è importante, ma che per lei è almeno altrettanto importante riuscire ad aiutare le altre donne marocchine: “La donna marocchina, non esce a cercare da sé i suoi diritti. Manda avanti l'uomo, ma così lei i suoi diritti non li troverà mai. Invece se la donna trova da sé i suoi diritti, poi non avrà più bisogno dell'uomo”. Viene sommersa dagli applausi. Allora precisa che suo marito la sostiene nel suo progetto. Ma aggiunge “Come potete ben capire per me essere qui da sola, alla sera, con i due bambini affidati a mio marito a casa non è cosa facile” .
La serata procede con le voci delle donne sempre più sopraffatte dalla musica insistente e a volume sempre più alto che proviene dalla vicina pista di pattinaggio dell'Expò, ma non vi sono defezioni. Al termine, il proposito di mantenere una rete. Se ciò avverrà, che rapporto verrà stabilito tra le urgenze delle donne immigrate e le domande delle italiane è questione che rimane sospesa nell'aria.
I giornali, come spesso in questi casi, hanno annunciato l'evento, ma non ne hanno poi reso conto. Ma allora, come fare a sapere cosa si muove in città?
(Paola Pierantoni)

Posted by OLI2 at 07:48 | Comments (0)

9 Marzo 2005

Exodus/1. Fa scandalo rispettare la Corte Costituzionele

Joy N., nigeriana, 25 anni, e Rachid N. marocchino, 19 anni, sono stati assolti a Genova, da due diversi giudici, dall’accusa di non aver rispettato l'ordine di rimpatrio previsto dalle legge Bossi-Fini. Niente di straordinario.

"Si tratta di stabilire – ha spiegato Elena Fiorini, difensore della ragazza nigeriana, parlando a ilPassaporto.it (http://www.ilpassaporto.kataweb.it/index.jsp), fino a che punto l'immigrato, in mancanza di un rimpatrio a spese dello Stato, sia tenuto a obbedire al decreto di espulsione. Lo stato di povertà, l'impossibilità pratica di procurarsi un passaporto in cinque giorni, la presenza di un coniuge in regola e di figli in Italia, sono motivi più che validi per impedire l'allontanamento di queste persone". Non è della sua opinione il Secolo XIX (3 marzo) che pubblica in prima - come una specie di wanted - la foto della sentenza che assolve la ragazza sotto il titolo: "E’ povero, no all’espulsione".
Puntualmente minaccioso - Secolo XIX del 4 marzo - il commento del ministro Castelli, irritato contro i magistrati che "non vogliono applicare la legge". La sentenza, dice, "dimostra l'urgenza di una revisione costituzionale per dare vita a una sezione disciplinare per i magistrati, esterna al Csm". Prevedibile no? Di suo il Secolo XIX ci mette la collocazione: nella pagina intitolata "Allarme terrorismo". Lettura edificante: a Genova il Palazzo di giustizia, starebbe vivendo, diviso tra destra e sinistra, una pericolosa lacerazione, tanto che "da mesi a Genova sul banco degli imputati è finita la stessa legge sull'immigrazione... che sta subendo, in questi ultimi tempi, un attacco senza precedenti proprio nel palazzo dove dovrebbe essere applicata”. Sulla stessa materia, nella parte del coro, anche Libero (4 marzo). Ecco uno scampolo dei suoi titoli: "Sentenze progressiste. .. Dopo il divieto di rimpatriare i gay e i criminali che hanno figli... Ora è vietato espellere anche in clandestini poveri".
In realtà le assoluzioni dall’accusa di non aver rispettato l'ordine di rimpatrio previsto dalla legge Bossi-Fini, sono da tempo frequenti non solo a Genova, ma in tutta Italia. A monte c'è un orientamento della Corte Costituzionale che indica l'assoluta mancanza di mezzi dello straniero tra i motivi che giustificano la non osservanza dell’ordine di espulsione. Al Secolo XIX lo sanno?
(Manlio Calegari)

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Exodus/2. Al convegno RefuGEes mancavano i rifugiati

Martedì 1 Marzo la Biblioteca Berio ha ospitato il convegno “RefuGEes. L’integrazione dei rifugiati a Genova”. L’argomento è di recente attualità per l’Italia, che prima del 1998 era solo paese di transito e tuttora non possiede una normativa specifica in fatto d’asilo.

Parlano autorità dal centrale al locale: l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite (L. Boldrini), la Caritas Italiana (Le Quien Ngo Dinh), l’Ufficio Integra centrale (Marilisa Fantacci), e poi via via il Comune di Genova (Danilo Parodi) e la Fondazione Auxilium (Andrea Rogazione).
Unanime l’impegno profuso da enti e associazioni, unanime la preoccupazione per la legge Bossi-Fini e per il Regolamento di Attuazione che entrerà in vigore dal 21 Aprile. Esso avrà l’effetto immediato di decentrare a sette commissioni il compito di esaminare i casi dei richiedenti asilo, di dimezzare i tempi in cui la pratica dovrà compiersi (da un anno a 6 mesi) e di attuare il “mancato effetto sospensivo in caso di ricorso”. Qualora la domanda abbia esito negativo, il richiedente asilo sarà quindi costretto a ritornare nel paese d’origine, rischiando probabilmente la vita, nell’attesa della sentenza d’appello.
Il pubblico al convegno è vario, il 50% circa sono giovani sotto i 30 anni. Numerosi anche i mediatori culturali, citati più volte dai relatori come nodo cruciale tra il richiedente e la commissione d’esame; l’argomento interessa, è quotidiano ormai. Unica lacuna: mi sarebbe piaciuto ascoltare, insieme all’elenco delle normative e all’iter delle procedure, anche una delle 256 persone che a Genova nel 2004 hanno fatto richiesta per entrare nel sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati. Per ricordare alla gente nella sala che dietro al caso c’è sempre la voce di una persona, dietro alla sigla R.A. (richiedente asilo) ci sono sempre i suoi occhi e la sua storia.
(Eleana Marullo)

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Exodus/3. Migranti dimenticati nella vigilia elettorale

Il consuntivo di un anno d’attività dell’ARCI per gli immigrati è stato riportato da tutti i media cittadini ad eccezione del “Giornale.L’attività svolta e i nuovi progetti si sommano a quelli delle altre associazioni e alle iniziative istituzionali di Provincia e Comune.

La più importante è il “voto” dice Walter Massa, responsabile del settore politiche sociali, “punto di partenza per il riconoscimento politico di un diritto e per l’emersione dalla clandestinità sociale, lavorativa e politica di una società nuova di cui il paese ha bisogno”.
La conferenza stampa dell’ARCI è un’occasione per diverse riflessioni. In Genova questa popolazione si sta attestando, dopo l’emersione delle irregolarità, sui trentasettemila-quarantamila cittadini. Presenta profondi cambiamenti rispetto al recente passato. Da una forte presenza maschile, in transito ed instabile, si è passati ad una presenza radicata, soprattutto femminile e, per lo più, con una forte connotazione sudamericana.
Si ripete il processo che aveva caratterizzato il flusso migratorio degli anni ’50. Dopo un primo precario inserimento nel centro storico dell’immigrato, si assiste al trasferimento con famiglia verso una più adeguata sistemazione nella periferia dove, “in alcune zone (ad esempio Campasso) i migranti stanno raggiungendo, nel numero, il pareggio con i residenti italiani. Per questo l’associazione ha aperto sei strutture decentrate”.
Il fenomeno dell’immigrazione, inizialmente vissuto come problema, successivamente come opportunità da parte dei più attenti osservatori, oggi è comunemente accettato come necessità per ringiovanire una popolazione invecchiata e come forza lavoro in mansioni indispensabili dove la domanda si è drasticamente ridotta a causa della scolarizzazione (assistenza alla persona, attività domestiche, lavoro sui turni, edilizia, manovalanza generica ecc.). Una domanda: Genova poteva fare a meno degli immigrati dal sud negli anni ‘50 e dei nuovi arrivi di quest’ultimo decennio?
Intervistati dall’ARCI sui centri di permanenza temporanei molti immigrati dichiarano di non conoscerli e di ritenerli inutili. Chi li conosce risponde che non rispettano i diritti umani. Prima di aprirne uno a Genova converrebbe vagliare attentamente l’esperienza dei 13 centri già funzionanti.
Scuola e formazione giocano un ruolo importante nell’inserimento degli immigrati. I tagli apportati dalla Moratti non favoriscono il loro accoglimento nella scuola e penalizzano gli allievi inseriti.
La Regione ha un ruolo importante nelle “politiche attive del lavoro”. Stupisce che nella campagna elettorale in corso l’argomento immigrazione rivesta un carattere marginale, affrontato con slogan. Un sospetto: indifferenza perché questi cittadini non votano ancora?
(Vittorio Flick)

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25 Gennaio 2005

Elezioni/4. Un tema assente alla vigilia del grande voto

"L'Europa che ha appena eletto il suo nuovo parlamento rischia di perpetuare una sua malattia endemica: l'impotenza a dare voce a quelle che oggi rappresentano le nuove minoranze nazionali, alle nuove diaspore mondiali dell'immigrazione, coloro che sono ormai cittadini europei ma continuano ad essere visti e considerati come estranei...

Sono solo meno di una decina i candidati di origine extracomunitaria che hanno varcato la soglia del Parlamento Europeo. L'Italia non ha mandato in Europa nessun candidato e la loro quasi assenza nelle liste italiane sottolinea le difficoltà nel risolvere un punto tutt'altro che marginale per i destini d'Europa perché (si tratti del velo, delle scuole "islamiche", della pervasività cinese ecc.) sono queste le presenze che oggi interrogano l'Europa e non il contrario... Come governare il fenomeno, come trovare un linguaggio politico in grado di tradurre e comporre l'eterogeneità delle culture presenti massicciamente nelle nostre città e nei nostri quartieri ma sottorappresentate nei partiti e nelle istituzioni?" (Khaled Fouad Allam, "L'Europa e le minoranze silenziose" su la Repubblica del 28 luglio 2004).
A Genova e in Liguria le parole multietnicità e transculturalità si sentono solo nei convegni. Ma restano parole vuote se non contribuiscono a risolvere il problema della rappresentanza. Molti di coloro che provengono dal mondo degli immigrati stanno facendo l'amara esperienza della solitudine in politica. Il silenzio della politica su di loro si spezza solo quando uno o più immigrati trasgrediscono i codici della "sicurezza". Allora tutti urlano.
Quanti posti a candidati di origine extracomunitaria nelle liste per le prossime regionali?
(Manlio Calegari)

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12 Gennaio 2005

Parlate arabo?. Un ouro e una parola non si nega a nessuno

Molti di noi sono diventati amici del macellaio o del panettiere arabo o, più facilmente, del venditore di kebab perché hanno instaurato un rapporto che va al di là del semplice acquisto. Come avveniva un tempo, col droghiere o il ferramenta oggi scomparsi a causa dei centri commerciali fuori città.

E’ più difficile fare amicizia con un ragazzo che ti vuole vendere rose (tutte le mattine, anzi tutte le volte che gli passi davanti: cioè più volte al giorno). Non parliamo poi dell’anziano che incontri al semaforo. Anche se ha capito che non vuoi lavare i vetri, ti propone i kleenex chiedendo comunque “un ouro per mangiare”. Sono sei anni che ci conosciamo perché abbiamo gli stessi cicli. Stanco di negare l’ouro ho deciso di comprare anch’io qualcosa. Però qualcosa di utile o quanto meno di utilizzabile.
Ho comprato frasi. Le ho comprate nel 1998 a cinquemila lire l’una. Le ho anche usate, ma poi le ho dovute abbandonare. Poi vi spiego perché. Intanto vi regalo le frasi, così qualcuno potrebbe ancora farne uso. Per voi comunque sono gratis. Poiché la mia tastiera ha solo caratteri latini, vi regalo le frasi in forma sonorizzata: leggendo le parole che vedete (meglio se le imparate a memoria) vi farete capire da un maghrebino. Ecco qua:
Gliùm haera héiba (Oggi è una brutta giornata)
Gliùm haera ziina (Oggi è una bella giornata)
Nciau pu gliùm (Ci vediamo oggi)
Nciau pu reddà (Ci vediamo domani)
Monarràsch (Non capisco)
Ma-edik terrìr (Non ho soldi)
Fiìma parketìr (Piove troppo)
Ana gliùm tha bana (Oggi sto male)
Tisbahi ana maer (Buona notte)
Cheéf alak? (Come stai?)
La-ha, schukran (No, grazie)
Le frasi sono state acquistate con l’aiuto di un registratore e la loro trascrizione fonetica può essere personale. Una cosa è sicura: non si tratta dell’arabo ufficiale. E’ un dialetto usato nell’area montuosa da cui proviene la gente che vuole l’ouro. Dicendone una alla persona che vi chiede l’ouro lo fate sentire a casa. Sorride immediatamente. Poi cominciano i problemi, perché lui vuole continuare a parlare...
(Rinaldo Luccardini)

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17 Dicembre 2004

Rischi culturali. I Borghezio liguri su Sicilia e poesia

Vorrei sottolineare due perle passate via in fretta, per non dire volutamente taciute. Una riguarda l'umanista che presiede il Consiglio Regionale, leghista puro e duro. La Regione Liguria ha promosso con la collaborazione di quella siciliana una piccola mostra sulla devozione in Liguria a Santa Rosalia, con lo scopo evidente di sottolineare lo storico rapporto tra Genova e Palermo.

Il Nostro, intervistato sull'iniziativa, prendendo spunto dalla progettata moschea di Cornigliano, si è lasciato andare a una invettiva stile molto Borghezio (si scrive così?) sui saraceni in Sicilia, che hanno depredato l'isola e che molto opportunamente i siciliani hanno cacciato via.
Bene. Si è persa una bella occasione per ricordargli che invece la Sicilia deve molto agli arabi, a cominciare dalla rete di cisterne e canali da loro progettata e realizzata per irrigare i terreni della Conca d'Oro, fino ad allora un deserto, piantarvi agrumi e gli ulivi "saraceni", per dirla con Quasimodo, che ci sono ancora adesso. E Monreale non è un miracolo architettonico di sintesi tra cultura araba, normanna e siciliana?
E che dire ancora di quanto della cultura araba, tramite la Sicilia, è passato nella storia europea, dai numeri, alla filosofia, alla scienza, alla lingua, e altro ancora. Se mai i francesi, e dopo di loro gli spagnoli, hanno saccheggiato le risorse della Sicilia, tant'è che loro sì che sono stati cacciati via. Meglio per certi leghisti non avventurarsi sul terreno per loro minato della cultura, specie se più che le biblioteche si sono frequentate le doppiette.
L'altra perla è uscita di bocca al ministro Gasparri a proposito della nomina di Mario Luzi a senatore a vita. Meglio, molto meglio, - ha dichiarato l'alto ministro -Mike Bongiorno! Ma è possibile?
(Giovanni Meriana, già assessore alla cultura del comune di Genova)

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9 Dicembre 2004

Festa di laurea. Un pover'uomo bianco vittima dei pregiudizi

Alle 6.30 del 13 Novembre, corrente l’anno 2004, è nata A. La madre, E., è una ragazza di ventotto anni, dall’intelligenza curiosa e dalla cultura enciclopedica e raffinata, eburnea ed analitica per il sangue teutonico che per un quarto le scorre nelle vene. Il padre è M., senegalese trentatreenne di Dakar, a Genova da una decina d’anni.

Suo nonno, come spesso racconta, è un eroe nazionale ed è addirittura ritratto in una statua in una piazza della capitale.
Il 14 Febbraio 2004 E. e M. si trovano ad una festa di laurea, alla Commenda di Prè. Gli invitati, una settantina, rappresentano un ampio ventaglio di etnie di provenienza. Coincidenze, poco fortunate: E. dimentica la macchina fotografica in auto ed esce rapidamente per recuperarla, M. nello stesso istante rientra dopo essere uscito per fumare una sigaretta. Per il custode delle sale della Commenda l’associazione è immediata: probabilmente è stato commesso un furto ed il responsabile non può essere che la persona più scura della sala. In uno slancio epico, prende per il collo della camicia M. e decide di sbatterlo fuori, dandogli del ladro. Inevitabile reazione. La rissa viene evitata grazie all’intervento degli invitati che separano i due contendenti. Il peggio sembra scongiurato, ma alle minacce di chiamare la polizia, sventagliate dal custode, M. risponde con grande sicurezza, orgoglio e sangue freddo: “No. La polizia la chiamo io”. Le forze dell’ordine arrivano, ascoltano le testimonianze, comprendono la situazione. L’episodio finisce con un’ammonizione verbale al custode, che, impaurito ed in lacrime, chiederà scusa al “ladro”.
Un fatto privato come questo, mai arrivato alla cronaca, suscita alcune domande. Ad esempio, ci si interroga su quanto peso abbia la formazione dell’opinione pubblica sul rallentamento dell’integrazione, quali siano i canali attraverso i quali viene privilegiata un’equazione straniero=criminale.
Oltre alle domande, un auspicio: che ci siano più reazioni, sane come quella di M., o come quella degli immigrati senegalesi che ad agosto, quest’anno sono scesi in piazza a manifestare al grido di “pace e libertà”. Al fine di preparare ad A., al mondo da poco più di 24 ore, la strada e gli strumenti per l’integrazione.
(Eleana Marullo)

Posted by OLI2 at 09:40 | Comments (1)

1 Dicembre 2004

Violenze. Metamorfosi di una notizia

La violenza bruta ed immotivata contiene das Heimlich, un elemento perturbante, che infastidisce la coscienza, e costringe ad isolarlo come altro da sé, per poter ristabilire un ordine rasserenante. In quest’ottica può essere letta la metamorfosi di una notizia che ha avuto luogo sulle pagine di un giornale locale.

Il fatto di cronaca è il seguente: un gruppo di tre ragazzi infierisce su un capotreno che li aveva costretti a pagare il biglietto e poi si da alla fuga. La ricostruzione della dinamica è affidata ai pendolari testimoni del fatto. Sul Corriere Mercantile (Gazzetta del Lunedì) del 14/11 si legge:
“il capotreno avrebbe sorpreso tre giovani stranieri senza biglietto. Dopo averli invitati a scendere, mentre si apprestava a multarli, il capotreno è stato assalito a calci e pugni… La speranza è che il racconto dei pendolari possa dare un volto ed un nome agli extracomunitari autori del pestaggio”. Si passa con disinvoltura dal condizionale all’attribuzione certa della colpevolezza.
Le indagini smentiscono la ricostruzione, che non trova eco, in questi termini, su nessun altro quotidiano locale. Qualche giorno dopo (20/11), il Corriere Mercantile titola “Botte al capotreno, preso il branco”, e traccia finalmente un ritratto degli autori del pestaggio: “15, 17 e 20 anni, operaio studente e disoccupato”, “incensurati, figli di famiglie oneste e ora sconvolte da quel sussulto di prepotenza e follia”. Come un misirizzi che ha oscillato da una parte si slancia con vigore nella direzione opposta in osservanza alle leggi cinetiche e all’energia potenziale, l’articolo sottolinea con ridondanza lo spirito civico della “viaggiatrice ecuadoriana” testimone del fatto (in poche righe si legge “ha dichiarato la straniera agli agenti”, “dopo l’allarme lanciato dall’ecuadoriana”).
Dall’extracomunitario al branco, la notizia è comunque imbandita, das Heimlich è, ancora una volta, esorcizzato.
(Eleana Marullo)

Posted by OLI2 at 17:32 | Comments (0)

17 Novembre 2004

Toglieteci pure le panchine, lasciateci almeno le ringhiere

venditori.jpg

(foto di F. Fossati)

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23 Ottobre 2004

Immigrati. La richiesta moltiplica l'afflusso di clandestini

I numeri del futuro li ha dati Massimo Livi Bacci su Repubblica del 21 agosto scorso. Cinquant'anni fa, ha scritto, i 25 paesi dell'Unione, allora separati, contavano il doppio della popolazione di USA e Canada messi insieme.

Nel 2000 il vantaggio si era ridotto al 50% e c'è motivo per credere che tra 30 o 40 anni sarà annullato. Il nostro è infatti sempre più un mondo di figli unici e che alza cancelli di fronte agli immigrati. Le politiche migratorie dell'Europa Unita sono affidate ai ministri degli interni e ai capi della polizia e l'opinione pubblica se non è ostile è però avara a concedere diritti e risorse ai nuovi arrivati.
"Stranieri clandestini per legge" li ha definiti Ilvo Diamanti su la Repubblica (13 agosto ’04). La Bossi Fini infatti considera gli immigrati solo in quanto lavoratori, tollerati perché richiesti dal mercato. Così la loro presenza è ridotta ad un problema di sicurezza e di ordine pubblico e nessuno è interessato ad integrare, a spiegare agli stranieri valori e norme della comunità di arrivo... L'Europa Unita è arrivata al punto di negare la libera circolazione ai cittadini dei 10 nuovi paesi che sono entrati di recente a farne parte. I clandestini (se ci saranno) polacchi o sloveni saranno catturati e deportati nei loro paesi di provenienza? Eppure le politiche di contrasto e di contenimento hanno mostrato la corda. Non servono e sempre meno serviranno a riprendere il cammino della crescita, ridare fiato ai sistemi previdenziali, contribuire alla ricerca di un nuovo modo di vivere valido per gli uomini e le donne di tutto il mondo.
L'Italia è il paese europeo con la maggior domanda di immigrazione. La sanatoria del 2002 ha interessato 700 mila irregolari (il 90% delle richieste). Ma la domanda effettiva di immigrati da parte del paese è molto più alta; è per questo che il numero dei clandestini cresce di continuo. Il clandestino, anche quello che arriva da paesi lontanissimi, sa -perché esistono i telefoni, internet e le voci di quelli che fanno da tramite- cose che il cittadino italiano ignora. Che in un punto dell'Italia c'è un’impresa, una agenzia, una famiglia, un mercante di schiavi che aspettano solo che tu arrivi. Il resto sarà affare loro.
Un interrogativo per chiudere: qualcuno pensa che l'accoglienza in Italia di centinaia di migliaia di persone -che hanno le stesse aspirazioni di tutti gli uomini e le donne e i bambini del mondo- sia un problema delegabile solo al ministro della polizia e alle associazioni di volontariato?
(Manlio Calegari)

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15 Ottobre 2004

Numeri. Immigrati la metà dei morti sul lavoro

D'estate la cronaca mostra una certa propensione per i numeri. Forse perché mancano gli spunti in cronaca o forse perché i numeri permettono di guardare il mondo non usando solo il filtro dell'esperienza personale.

I numeri infatti servono a pensare e di numeri sui quotidiani genovesi, durante l’estate appena passata, ne sono comparsi parecchi ad esempio a proposito di immigrati. L'Ufficio statistico del comune di Genova ha informato che a Genova sono quasi il 5% della popolazione e che nelle scuole delle 9 circoscrizioni genovesi, studiano circa 5.600 bambini figli di immigrati, pari a circa il 10% del totale degli allievi; un valore che negli ultimi 4 anni si è triplicato ed è destinato a salire ancora.
A Genova c'è inoltre la percentuale più alta di studenti stranieri negli istituti professionali e in altre scuole superiori: il 6,10%. Nel complesso una realtà nuova, importante. In Liguria, dove i residenti sono circa 1 milione e 600 mila, e dove il tasso di natività è il più basso d'Italia (7,3 nati ogni 1000 abitanti rispetto a una media nazionale di 9,4) il saldo naturale - negativo per 11.400 unità - sarebbe ben più grave se non fosse per la presenza della popolazione immigrata.
A fronte di questi dati sta la miseria della conoscenza che la città ha del mondo immigrato. Disinteressata alle loro lingue, ai loro luoghi di abitazione, ai loro lavori, ai loro divertimenti, alle loro aspirazioni, la città è informata della vita produttiva del 5% dei suoi abitanti (giovani, che fanno figli, che lavorano, il 27% con la licenza media, il 28% con un diploma e l'8% con una laurea), solo attraverso la cronaca dei quotidiani locali. I quali di immigrati scrivono - con rabbia o con pena a seconda dei casi - solo se trasgrediscono o se crepano malamente. Il primo caso è in genere l'occasione di un'ondata xenofoba, il secondo - purtroppo molto più frequente del primo - di pelose commozioni. Eppure, dall'8 novembre 2003, quando la città ha saputo dell'esistenza dell'albanese Albert Kolgjegja solo perché era morto nel crollo del cantiere dove stava lavorando, i morti nei cantieri sono stati una dozzina: la metà immigrati.
(Manlio Calegari)

Posted by Eleana at 14:33 | Comments (0)

16 Settembre 2004

Baby-gang. Qualche risposta in più su come nasce la violenza

Mercoledì 8 Settembre alle 21 un dibattito molto laterale della Festa Unità Nazionale fornisce qualche risposta sul perché della violenza dei "giovani maschi" latinoamericani: titolo "Genova e il Continente desaparecido".

Il quadro che ne esce non è più consolante, ma è certamente più comprensibile, credibile e chiaro di quello tracciato in modo affrettato da Maggiani nel suo articolo.
Fernando Taboada (Uruguay), Maria Eugenia Esparragoza (Venezuela), Graciela Delpino (Ecuador) e Rocio Ruiz (Perù) in sostanza ci dicono che parlare di emigrazione Latino Americana è parlare di donne, di percorsi di emancipazione di donne. Molte di quelle che emigrano sono donne delle città, altre sono contadine che hanno già passato una storia di emigrazione interna dalla campagna alla città. Sono loro che partono in base a una strategia decisa già da tempo dalla famiglia e dal vicinato. Tutta la famiglia investe su questa partenza, si contraggono debiti a volte pagati a tassi usurai. Le donne vanno avanti perché hanno più facilità a trovare un lavoro. I figli e il marito seguono, dopo pochi mesi o dopo molti anni. Ma, quando arrivano, gli uomini, i mariti, faticano a trovare lavoro. Loro che in patria erano il centro, si trovano a dipendere dalle mogli e si consolano di questa umiliazione stando in gruppo, bevendo.
I figli poi, quando la madre emigra, vengono lasciati ai parenti, che a volte non si responsabilizzano come sarebbe necessario. In Ecuador sta aumentando il numero delle ragazze madri, degli aborti, dei suicidi tra i ragazzi. Quando arrivano qui, ormai adolescenti, a volte faticano a riconoscere una madre che intanto fa un lavoro che la occupa un’infinità di ore al giorno, tutti i giorni. Quanto alla scuola, i ragazzi tentano di sfuggire a una scuola che non può venire loro incontro: i genitori latinoaericani sono abituati ad affidare totalmente i ragazzi alla scuola, mentre qui si chiede loro di fornire un sostegno allo studio dei figli che non è nelle loro possibilità e nelle loro abitudini. I ragazzi non trovano risposte alla domanda "chi sono io", e cercano nelle bande la sicurezza che a loro manca, subiscono l'influenza dei media, trovano in luoghi come la "Fiumara" il loro feticcio. In alcuni casi il tutto degenera in comportamenti violenti, ma questa non è una novità degli ultimi due mesi.
Ad ascoltare e a cercare qualche risposta circa 50 persone, sia italiane che latinoamericane, riunite in un angolo dello "Spazio Africa". Uno spazio "Latino America" alla Festa non è stato previsto. Tra i presenti nessun pubblico amministratore e diversi sindacalisti della CGIL. Io, tra loro, penso che le trasformazioni delle donne segnano anche in questo caso un punto di contraddizione che lascia gli uomini disarmati. Penso però anche ai moltissimi latinoamericani che lavorano nei nostri cantieri: dei 3.270 immigrati iscritti alla Cassa Edile Genovese, 1.136 sono infatti ecuadoriani. Rifletto infine che la "Fiumara" l'abbiamo costruita noi.
(Paola Pierantoni)

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26 Luglio 2004

Via Prè/1. Integrazione non fa rima con speculazione

Ora che hanno chiuso le scuole se si passa alla mattina tra le 8 e le 9 in Via Prè la si vede spesso piena di bambini. Crocchi e gruppetti sorvegliati dai genitori, accordi e programmi per la giornata. Maschietti e femminucce dai cinque ai dieci anni. Colori dal chiaro allo scuro.

Inedito clima per una strada nota da sempre per altri tipi di traffici e frequentazioni.
Così penso una volta di più che il futuro di questa strada bellissima dovrebbe essere progettato sulla base di una profonda riflessione politica e sociale su quel che è e che può diventare, nel bene e nel male, la nostra città, mentre questo pezzo di centro storico, come altri, pare incerto sulla direzione da prendere.
Se si sta un attimo lì si vedono uscire i bambini da anditi e scale tremendi, il degrado persiste accanto alle facciate dipinte di parte degli edifici ed al risanamento radicale di altri, peraltro in buona parte ancora disabitati.
Nei 500 metri della via alcuni negozi "storici" convivono con nuovi esercizi gestiti da immigrati: ben 20 "Phone Center" (paiono davvero troppi, ma alla sera sono tutti pieni di gente che telefona) ma anche verdurai, casalinghi, fast food, lavanderie, parrucchieri.
Un mio amico senegalese mi ha parlato di un processo di concentrazione di proprietà immobiliari in poche mani e del conseguente condizionamento sociale e abitativo della strada.
Il nostro centro storico offre una occasione rarissima di creare un vero intreccio tra strati popolari di italiani e di immigrati, ma le cose lasciate al loro corso irriflessivo e naturalmente speculativo porteranno, in un tempo più o meno lungo, ad un bel risanamento urbanistico con parallela sostituzione della popolazione.
Urge una discussione politica.
(Paola Pierantoni)

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Via Prè/2. La vittoria di Pirro degli antirazzisti

Oggi passando da Via Prè mi soffermo davanti ai portoni n. 43, 41 e 39. Le case sono tutte messe a nuovo, dipinte di bei colori, con verdi portoncini lucidi. Guardo in alto e vedo molte finestre chiuse, così chiedo a una signora sudamericana che vende vestiti lì davanti se gli appartamenti sono tutti abitati, e lei mi risponde che no, molti sono vuoti.

Sono case del Comune, mi spiega, per saperne qualcosa bisogna andare al "matitone".
Il fatto è che di queste case qualcosa ne so, e che siano vuote mi pare un amaro ma non imprevedibile epilogo di un episodio di nove anni fa.
Venerdì 24 marzo 1995 l'Ufficio Recupero del Centro Storico e l'Ufficio Stranieri del Comune di Genova comunicano ai sindacati ed alle associazioni che a vario titolo si occupano della immigrazione che il 31 marzo inizieranno le operazioni di sgombero di una serie di edifici di Via Prè che fanno parte del piano di recupero. Ai residenti regolari (cioè proprietari o in affitto) verrà assegnata una casa parcheggio e saranno poi ricollocati nella casa risanata.
Ma, e questo è il motivo della convocazione, in queste case abitano molti immigrati. Per quelli regolari (col soggiorno) il Comune ha previsto il ricovero temporaneo in albergo o in centri di prima accoglienza. Per i clandestini invece il Comune chiede alle associazioni lì riunite di fungere da cuscinetto: cioè di prendere contatto con loro e convincerli a dileguarsi prima delle operazioni di sgombero per evitare segnalazioni alla Questura ed espulsioni.
Le molte e assai variamente orientate associazioni lì presenti trasecolano e rifiutano recisamente di prestarsi alla bisogna, infatti risulta immediatamente lampante a tutti che il Comune non ha nemmeno preso in considerazione l'esistenza di immigrati aventi titolo alla assegnazione di un alloggio sostituivo, né che l'accertamento di questo stato di diritto in questo caso possa essere più difficile e richiedere quindi una attenzione particolare e tempi adeguati. Inoltre in base a una profonda "incomprensione sociale" viene data per scontata la disponibilità degli immigrati ad accettare una sistemazione nei centri di accoglienza, mentre è ovvio per tutti noi che questa soluzione non sarà mai accettata da chi (regolare o irregolare) è comunque stabilizzato in città, lavora, ha una casa per quanto precaria, ha creato un nucleo sociale ed ha sviluppato un forte senso di solidarietà con i compagni (regolari o irregolari) che vivono con lui.
Inizia la lotta: richiesta di sospensione degli sgomberi, picchetti davanti alle case, contatti con gli immigrati per raccogliere elementi di prova della esistenza di rapporti di affitto quasi sempre conclusi a voce e pagati in contanti. Saltano fuori ricevute e testimonianze che provano che gli immigrati pagavano 800.000 al mese per stare dove stavano. Costruiamo una mappa della zona, risaliamo ai proprietari, ci incontriamo più e più volte con uffici operativi, con gli assessori e col Sindaco, nominiamo un nostro legale di fiducia che si incontra con l'Avvocatura del Comune… In questi incontri sentiamo di essere vissuti come una controparte da contrastare, e non come interlocutori informati con cui affrontare un problema complesso.
Epilogo: dopo tre mesi di impegno a tappeto totalizziamo una importante vittoria simbolica, riusciamo infatti a fare assegnare un alloggio sostitutivo ad un cittadino senegalese che abitava, appunto, in Via Prè 43/1.
Ma la vittoria si accompagna ad una grande sconfitta: lì infatti abitavano almeno 50 senegalesi, la maggior parte in regola col soggiorno, che nel corso della trattativa pian piano se ne vanno arrangiandosi da soli. A Giugno lo sgombero degli ultimi residui abitanti viene effettuato. Nessuno accetta la sistemazione temporanea in albergo o in centro di accoglienza.
Il tentativo di ricostruire gli elementi di diritto che potevano dare luogo alla assegnazione dell'alloggio fu condotto esclusivamente dalle associazioni, a fronte di un atteggiamento di riserva e a volte apertamente ostile da parte della Amministrazione. All'epoca in un nostro documento ci chiedemmo: ma il compito di colmare il divario tra diritto formale e diritto sostanziale è un problema solo dell'associazionismo o è un problema di governo di una città caratterizzata da una realtà sociale complessa?
Questo episodio è stato l'atto di nascita del Forum Antirazzista di Genova.
(Paola Pierantoni)

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14 Luglio 2004

TG3 Liguria. Niente scuse

Sabato 10 Luglio, TG3 delle 19.30: la prima notizia è per il funerale di Josè Luis Fernandez, il cittadimo peruviano recentemente morto sul lavoro a Genova. Ad un certo punto la telecamera inquadra la vedova mentre la voce della giornalista dice: "questa donna ha dovuto lottare per poter essere al funerale del marito perché il suo paese non le concedeva il permesso".

Ora questa è proprio una notizia falsa, infatti a frapporre rigidissimi ostacoli alla concessione del visto di ingresso alla vedova del lavoratore peruviano è stata l'Italia. Per tentare di superare il problema, oltre al Consolato peruviano, inizialmente si è si attivato Angelo Sottanis, segretario della FILLEA-CGIL di Genova raccogliendo però il persistente rifiuto del Sig.Valentini, funzionario della Ambasciata Italiana a Lima, il quale dice di aver ricevuto indicazioni per una severa limitazione dei visti. I peruviani muoiono di fame, spiega, e se mettono piede in italia poi non se ne vanno più.
E' occorso un intervento della Segreteria Nazionale della CGIL sul nostro Ministero degli Esteri per sbloccare la situazione e garantire a questa donna l'ingresso in Italia per i funerali del marito.
Nella mattinata di Domenica 11 Luglio avviso della errata notizia Pilar Segovia, operatrice dell'Ufficio Immigrati della CGIL e attivo membro della comunità peruviana, e lei telefona alla redazione del TG3 chiedendo una rettifica.
Il TG3 delle 19.30 ritorna sulla notizia, ripropone le immagini del funerale e il giornalista dice che gli ostacoli all'ingresso della vedova erano stati avanzati dall'Italia. Viene inoltre trasmessa una intervista ad Angelo Sottanis.
In conclusione: il recupero c'è stato, ma senza rettificare in modo esplicito e chiedere scusa per la falsa notizia del giorno prima che aveva addossato una nostra grave colpa alla comunità peruviana, proprio nel momento in cui era stata duramente provata dalla morte per lavoro di un proprio connazionale riuscendo a dare nell'occasione una testimonianza pubblica della propria unità, solidarietà e dignità.
Inoltre viene da chiedersi come o perché ciò sia potuto accadere, visto che i fatti erano noti (l'esistenza della intervista a Sottanis esclude una ignoranza degli eventi)
(Paola Pierantoni)

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9 Luglio 2004

Immigrati. Un caso di ordinaria discriminazione burocratica

X è un ragazzo marocchino, 25 anni, in Italia da quando ne ha 13. Diploma dell'obbligo e titolo di formazione professionale conseguiti a Genova. Poi, per una grave malattia, gli viene riconosciuta una invalidità del 50 % e quattro anni fa viene assunto come invalido da un’azienda genovese.

Nell'autunno 2003 eccoci alla scadenza periodica del permesso di soggiorno: nessun problema sul rinnovo, ma grossissimi problemi rispetto alla continuità dell’assistenza sanitaria. Avviene infatti che al momento di chiedere il nuovo libretto sanitario questo gli viene negato. Deve portare, gli dicono, una dichiarazione del datore di lavoro che attesta che lui davvero lavora lì.
Su cosa è fondata questa richiesta? Sul nulla.
Infatti (L. 189/2002) gli immigrati hanno, come gli italiani, diritto all’assistenza sanitaria sia che lavorino, sia che siano disoccupati. Inoltre (DPR 394/99) gli stranieri, quando occorre, possono fare uso dell’autocertificazione per tutte le fattispecie certificabili da parte di soggetti pubblici o privati italiani.
Il giovane non se la sente di chiedere questa ulteriore attestazione al datore di lavoro (dopo le molte già chieste per il rinnovo del permesso) e resta per tre mesi senza libretto e senza prendere un farmaco anti-epilettico che dovrebbe assumere quotidianamente.
Inizia a sentirsi male e decide di rivolgersi alla CGIL. Segue telefonata alla ASL che insiste (immotivatamente) ad avere almeno l'auto-dichiarazione. Armato della autodichiarazione il ragazzo si ritrova però di fronte una sportellista della ASL che insiste per avere una dichiarazione del datore di lavoro. Questa volta il giovane, più informato sui suoi diritti, fa una’ttiva resistenza. Chiede anche: ma perché mi chiedete questa cosa? Risposta: "perché voi poi non pagate".
Alla fine la sportellista cede e consegna il libretto sanitario al ragazzo che può andare finalmente in farmacia, ed anche a prenotare la TAC di controllo semestrale.
(Paola Pierantoni)

Posted by Eleana at 14:15 | Comments (0)

10 Maggio 2004

Emerge il sommerso. Giochini coi numeri dell'immigrazione

40% di immigrati clandestini in meno? Forse, se calcoliamo che la più imponente sanatoria nella storia dell’immigrazione in Italia ha regolarizzato nel 2003 gli stranieri addetti all’assistenza in ambito familiare: circa 700mila persone. Che, per inciso, coincide con il dato ISTAT di aumento dell’occupazione in Italia nello stesso anno 2003.

Emersione del sommerso, non aumento dell’occupazione. Il ministro dell'Interno Pisanu, con grande enfasi, traccia un bilancio sull'attuazione della legge (COMUNICATO STAMPA DEL 29/01/2004): “L’operazione non ha precedenti in Europa per dimensioni, rapidità e complessità amministrativa”.
Dopo una sanatoria quindi i clandestini diminuiscono. Quelli già presenti nel paese. Per i nuovi arrivi è ovviamente complicato stabilire il numero di chi, per definizione, si nasconde. Nelle gigantografie propagandistiche con il volto del premier che annuncia pomposo gli obiettivi raggiunti dal suo governo compare la scritta: immigrati clandestini –40%. Fatto? No; secondo il ministero dell’Interno sono diminuiti di circa il 40% gli sbarchi di immigrati clandestini (da 23.719 arrivi nel 2002 si è passati a 14.331 nel 2003). Ma meno carrette del mare intercettate non significa meno clandestini arrivati dal mare. Scafisti più prudenti, gommoni più sicuri, partenze con mare max forza quattro. Poche settimane fa ad esempio è stata avvistata un’imbarcazione di clandestini da parte della Guardia di Finanza. L’allarme è scattato quando una donna eritrea ha chiamato la questura raccontando di aver perso il contatto telefonico con una cugina, imbarcata e in viaggio verso l'Italia. Quindi grazie a un SOS lanciato da una donna in pericolo che ha utilizzato un telefono satellitare.
E poi la grande ondata di immigrati in Italia arriva dall’Est, soprattutto dalla Romania, attraverso zone di confine poco controllate o con visti turistici.
Comunque il vero problema è una visione esclusivamente repressiva nei confronti dell’immigrazione che non permette di discutere sul tema fondamentale dei diritti dei migranti. L'apparente chiusura delle frontiere, il dispiegamento di marina e polizia non ferma l'afflusso di stranieri ma, facendo pesare sul migrante il ricatto dell'espulsione, lo rende disponibile a tutto.
(Laura Fazio)

Posted by Eleana at 15:22