15 Giugno 2010
Società - La fotografia in movimento del femminismo islamico
Le donne col velo pongono un interrogativo continuo con la loro appartenenza religiosa permanentemente dichiarata in pubblico. Un’intera condizione culturale, esistenziale e sociale che rimbalza addosso alle “altre”. Così nelle nostre strade, espresso attraverso i vestiti, si svolge tra donne un confronto muto, monco, ambiguo.
Sia quindi benedetta Gabriella Caramore che a “Uomini e profeti” (Radio3, sabato 12 giugno) cita il libro “Femminismo islamico. Corano, diritti e riforme” di Renata Pepicelli (Ed. Carocci – 12,5 €).
Consiglio appassionatamente di leggerlo a chiunque voglia andare oltre la superficie delle differenze visibili, per scoprire quelle invisibili.
Il libro parla delle trasformazioni del movimento femminista di area culturale islamica negli ultimi vent’anni. Infatti mentre fino agli anni ’80 “le battaglie delle donne si iscrivevano nel solco di un deciso e diffuso laicismo e all’interno di un più ampio progetto di realizzazione, nella regione araba, delle ideologie marxiste e socialiste”, successivamente “molte donne passano dalla critica all’Islam a discorsi di genere basati sulla re-interpetazione del messaggio religioso”.
Una delle ragioni di questo cambiamento è il riaffermarsi della religione nella sfera pubblica e privata, e la conseguente “islamizzazione” del discorso politico. Per dare una risposta appropriata a questa trasformazione le donne iniziano a rivendicare il diritto di reinterpetare i testi sacri per decostruire le basi della misoginia nell’islam, si incontrano per studiare le sacre scritture senza l’intermediazione maschile, e generano una significativa produzione esegetica dei testi sacri da una prospettiva femminile. L’obiettivo è rompere col monopolio delle interpretazioni maschili, contestualizzare il Corano rispetto al periodo storico in cui è nato, e stabilire la differenza tra ciò che realmente prescrive l’islam da ciò che è invece frutto della tradizione.
Le donne mettono a fuoco il grande attivismo femminile che caratterizza il primo periodo islamico (‘700), e il netto miglioramento nelle condizioni di vita rispetto all’età preislamica: proibizione di allontanare le donne mestruate dalle loro case, diritto alla eredità sia per le donne che per i bambini, divieto dei matrimoni forzati, condanna dell’infanticidio femminile, imposizione che la dote sia di esclusiva proprietà della donna e non del padre o del fratello, limitazione a quattro del numero delle mogli e introduzione del principio di equità ed eguaglianza nel loro trattamento, in un contesto storico in cui sposare più donne era finalizzato a prendersi cura delle vedove, degli orfani e dei loro beni.
Il movimento delle femministe islamiche non si sostituisce all’attivismo di genere delle donne che agiscono al di fuori dei rifermenti religiosi, ma si affianca a questo contribuendo a diversificare il panorama delle lotte di genere all’interno del mondo islamico. Dice l’autrice: “Se si volesse provare a fare una fotografia del movimento delle femministe verrebbe fuori una immagine mossa, con persone che stanno per entrare nella inquadratura ed altre che stanno per uscirne. Soggetti nitidi, ed altri no; gruppi di persone e individui isolati. Se già un anno dopo si provasse a fare la stessa fotografia, essa risulterebbe diversa”.
Fatima Mernissi (www.mernissi.net) osserva che “l’Occidente non è capace di cogliere la complessità del mondo arabo musulmano che è sì attraversato da ondate di maschilismo, ma anche da importanti trasformazioni che stanno riformulando il rapporto tra i generi”.
Il libro di Renata Pepicelli è prezioso per avvicinarsi a questa complessità.
(Paola Pierantoni)
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Ecuador - Come venire a capo del debito pubblico
Quando un giorno nei libri di storia sarà necessario spiegare cosa sia successo nel XXI secolo riguardo l’economia e la politica, sicuramente l’Ecuador avrà un capitolo a sé, ricco di trovate intelligenti e di grande effetto positivo per i suoi cittadini. Partiamo dalla modifica alla Costituzione per regolarizzare i rifugiati della guerra colombiana, proseguendo per la nazionalizzazione della produzione delle medicine, per finire oggi con la cancellazione di un terzo del debito estero. Almeno, questo è quello che viene dichiarato in questo video pubblicato su Youtube (http://www.youtube.com/watch?v=Z4pk0jq1IMg), dove viene proposta l’udienza parlamentare sul debito, con un commento di Alejandro Olmos Gaona, autore del libro “La deuda odiosa” (il debito odioso). Resta solo da vedere il filmato per cominiciare a capire il sistema del debito pubblico, non solo ecuadoriano, e la soluzione proposta d al governo di quel paese.
(Stefano De Pietro)
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9 Giugno 2010
Politica - Un mondo senza date
Non basta il Comune di Genova che si dimentica l’ora legale negli orologi stradali (v. Oli n. 256), nemmeno la risposta sonnecchiosa e quasi stupita di un autista della corriera per Recco, che con un semplice “si, si, lo so” commenta il grosso orologio di bordo, il quale a fine maggio mostra ancora l’ora solare. Ad avere un pessimo rapporto con l’ora e con le date è adesso anche l’Esercito israeliano. Sulla rete brulicano infatti i commenti relativi alla falsità su molte foto scattate a bordo delle navi assaltate la notte del 31 maggio, pubblicate su Flickr dal Ministero per gli affari esteri israeliano (1*).
Le foto scattate con le fotocamere digitali si portano dietro, intangibili per chi non lo sappia, le informazioni “Exif”, ossia principalmente il tipo di fotocamera e l’ora dello scatto. Queste informazioni restano, e se non cancellate dai file scaricati dalle fotocamere mettono in difficoltà la credibilità in una pubblicazione quando differiscano da quelle dichiarate.
Proprio l’Esercito israeliano ha pubblicato su Flickr le foto dell’assalto alle navi dei pacifisti, a riprova dell’atteggiamento aggressivo di quest’ultimi. Queste immagini però contengono al loro interno una “data Exif” diversa da quella dell’intervento. Non è una sola fotocamera a cadere nell’inghippo, ma ben 4 di esse riportano date diverse che sembrano avere a che fare con la “data di default”, preimpostata di fabbrica. Alcune foto portano nello spazio Exif anche la traccia di un passaggio in Photoshop, un programma usato di solito per la modifica delle immagini, per cui per queste decade la possibilità di essere considerate affidabili anche dal punto di vista del contenuto, oltre che della data.
Questo non prova che le foto siano necessariamente false, anzi un video pubblicato il due giugno su Youtube (2*) sembrerebbe confermarne la veridicità, anche se il filmato sembra una risposta al problema delle date dopo che sito Agoravox (3*) aveva messo alla luce il problema.
Senza entrare nel merito del contenuto delle foto, che ritraggono per la maggior parte normali dotazioni di bordo di una nave come coltelli da cucina o ascie antincendio, che dire però di un esercito che non si cura di produrre una documentazione fotografica con data e ora corrette? E’ vero che i dati provenienti dalla fotocamera non hanno alcun valore legale, così come le date dei file dei computer, però si nota in questa occasione una totale mancanza di precisione e della minima cura dei particolari, di una qualche volontà di predisporre le cose per dimostrare la propria correttezza: insomma, “non gliene frega proprio niente” di apparire corretti. Esattamente come per l’attacco alle navi, come per Gaza, come per i molti casi nel quale questo esercito si è distinto per l’arroganza di agire senza alcuna cura del rispetto del diritto internazionale o della semplice umanità nei confronti dei civili. Chissà che un giorno non si possa avere una data certa nella situazione mediori entale: la data della Pace.
Potremo aspettarcela da Israele, però? Aspettando questa data certa, godiamoci quella incerta delle sue foto (4*).
1* http://www.flickr.com/people/israel-mfa/
2* http://www.youtube.com/watch?v=16sANhzjcC0
3* http://www.agoravox.it/Un-video-confermerebbe-alcune-foto.html
4* http://www.olinews.it/mt/images/Oli264_ISRAELE.pdf
(Stefano De Pietro)
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Repubblica Italiana - Quando l'onore va a chi lo merita
Giacomo Piombo con la sua famiglia il 2 giugno 2010, e con Lucia De Leo al VI° congresso della Cgil Liguria, 1991.
Nel pomeriggio del 2 giugno, a Masone, si è svolta la parte popolare della festa per la Repubblica organizzata dalla Provincia di Genova, bancarelle, bandiere, piccoli spettacoli per bambini, ma soprattutto Giovanna Marini e la Banda della Scuola Popolare di Musica di Testaccio che alla sera infiammano un teatro strapieno col loro splendido repertorio di canti popolari e politici.
Popolare anche l’Inno di Mameli, con tutti in piedi a cantarlo: l’intenzionalità politica è chiara.
Alla mattina in Prefettura si era svolta invece la parte istituzionale della festa, con la consegna di diplomi dell’Ordine al merito della Repubblica, e medaglie d’onore. Per la prima volta una lontana “onorificenza”, quella di Cavaliere della Repubblica, acquista per me la concretezza di una storia e di un volto, quelli di Giacomo Piombo, e questo contatto ravvicinato mi porta a pensare che se per guadagnare questo titolo occorre fare una vita come la sua, allora si tratta di un titolo da scrigno prezioso.
Penso anche che se una Repubblica, attraverso le sue vie, si accorge e premia una storia e una attività come queste, allora è una Repubblica ancora sufficientemente buona, da festeggiare con inni e bandiere, per incoraggiarla, perché resista, perché non perda se stessa.
Ex operaio Italsider, operatore della Cgil, segretario della Consulta Regionale per la tutela dei diritti degli handicappati, è comparso molte volte sui giornali per la sua azione incessante, capillare, intelligente, determinata e complessa, rivolta a tutte le dimensioni del problema: innazitutto a quella culturale, pre condizione senza cui discriminazione, esclusione, vergogna, paura non possono essere superati, e poi l’accesso degli handicappati alla assistenza, al lavoro, alla mobilità, alla casa, alla istruzione, al divertimento, allo sport, alla autonomia economica e di vita, fin dove possibile. Tutti aspetti fondamentali della vita, nessuno rinunciabile.
Tratti della sua biografia sono comparsi sulla stampa o su internet quando Genova gli ha riconosciuto il “Grifo d’oro” il 14 ottobre 2008, e ora in occasione del titolo di Cavaliere.
Ne riportiamo due (1* e 2**), ma altri di sicuro ce ne saranno.
(1*) http://www.spaziliberi.it/?Piombo-un-Grifo-d-Oro-all-amore-e
(2**) http://www.terredimare.it/notiziario_view.php?ID=1895&lang=it
(Paola Pierantoni)
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Politica - Finanziaria: la casa che non c'è
"Sostiene Carlo Sarro, deputato del Pdl, che “bisogna trovare una soluzione agli abusi compiuti per necessità”, ovvero “l'ampliamento di immobili per avere una stanza in più per i figli”. Che poveretti chissà dove dormivano prima. E' una delle tante dichiarazioni dei cosiddetti parlamentari peones, quelli che quatti quatti presentano emendamenti che stravolgono le leggi: succederà anche stavolta per la regolarizzazione edilizia delle famose "case-fantasma", compresa nella finanziaria? Oltre due milioni di immobili censiti da rilevamenti aerei, da cui si vedono tanti bei puntini rossi, che rispetto ai quadratini grigi esistenti sulle visure ufficiali sono assai di più.
C'è chi protesta per condono in agguato, e chi perché non è un vero condono. Il ministro spergiura che si tratta di un semplice aggiornamento catastale, che darà nuove entrate a stato e comuni, nessun perdono a chi ha costruito in zona di vincolo paesaggistico o ambientale: pena la demolizione. Si sottolinea che, al Catasto dei terreni, già risultano gli intestari delle particelle (porzioni di mappe) su cui gravano gli immobili, in seguito alla pubblicazione degli elenchi sulla Gazzetta Ufficiale avvenuta fra il 2006 e il 2009. Con l'obbligo dei possessori di denunciarli al catasto medesimo entro sette mesi, termine che scade il 31 luglio 2010. Che tanto prima o poi verrebbero scovati comunque ...
La manovra non fa che riconfermare quest'obbligo, spostandolo al 31 dicembre con effetti fiscali dal 2009. Si chiede una modesta autodenuncia, una dichiarazione che su quello spazio c'è un edificato: come mai allora non si rendono noti tali edifici? Forse sono fienili, garage, magazzini, tettoie, legnaie. I funzionari del Territorio hanno suonato alla porta di mezzo milione di proprietari di particelle "sospette", ma non sono riusciti ad impedire che l'anno scorso fossero costruite in tutta Italia 29mila nuove abitazioni abusive (stima Cresme).
Ci sarebbero due vantaggi per l'erario statale e per i comuni, l'incasso di sanzioni o di oneri urbanistici, e la "messa a reddito" di un milione e mezzo di unità immobiliari, mentre quasi altrettante particelle pare ospitino fabbricati rurali che non hanno rendite e non pagano imposte. Forse i rustici non vanno più di moda, o sono fabbricati rurali?
La regolarizzazione concede comunque generosi sconti a chi farà emergere il mattone ignoto. Se infatti ad oggi incredibilmente la sanzione catastale per ritardata denuncia è pari a 300 euro per unità e per un anno di ritardo, riducibile a un quarto, nella manovra si parla di sanzione ulteriormente rdotta di un terzo. Quindi cumulando le due disposizioni si arriverebbe a 50, dicasi cinquanta, euro di multa! Sempre che non si tratti di immobili edificati dove il piano regolatore non prevedeva questa possiblità (Il Sole 24 Ore, 26 maggio).
Ecco spiegato il perchè delle omesse denunce e perchè questa regolarizzazione è una bufala: le case fantasma sono spesso abusive e chi mai si autodenuncerà se si è a rischio penale e di demolizione? Anche se ci sono voluti quarant'anni per abbattere l'ecomostro della Palmaria, meglio restare anonimi, a meno di un bel condono: con buona pace dei soliti cittadini che hanno pagato il dovuto e denunciata la finestra da allargare. Mentre da nord a sud si recinta alto per la privacy del costruito dentro. No condono no party.
Ci conforta sapere che Genova risulta penultima, con 4.756 particelle con fabbricati non dichiarati e un 5,4 d'irregolarità ogni mille abitanti, a fronte delle 55.161 di Avellino e 125,5 d'irregolarità. Nonostante un Tar dispettoso.
(Bianca Vergati)
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Società - Igiene mentale post partum
Repubblica 4 giugno. Proposta dei ginecologi: “Trattamento obbligatorio per le neomamme depresse”.
L’idea arriva al Ministro della Salute Fazio da Giorgio Vittori, presidente della Sigo (Società Italiana di Ginecologia e Ostetricia) e da Antonio Picano, presidente dell’associazione Strade onlus.
“Un’equipe specializzata potrebbe occuparsi 24 ore su 24 delle donne con comportamenti potenzialmente omicidi”.
Pare che nel nostro paese ne abbiamo bisogno circa mille pazienti per anno. Della sostanza della proposta si preoccupa Maria Burani Procaccini, già presidente della Commissione Bicamerale Infanzia, che si dichiara “fermamente contraria all’uso del Tso per le mamme depresse, non come linea di principio, ma perché dietro la richiesta di Tso non c’è azione preventiva, non ci sono strutture degne di questo nome che affrontino il problema della depressione femminile”.
Pare che, con una piccola modifica della legge 180, il Tso potrebbe essere effettuato in comunità terapeutiche come dichiara Tonino Cantelmi, presidente dell’Associazione Italiana Psichiatri Cattolici e che esistano “Già test specifici da somministrare alle donne durante la gravidanza, che permettono di individuare quelle a rischio di cadere in depressione dopo il parto” precisa Cantelmi ad Avvenire.
Altre dichiarazioni delineano un’azione morbida con la presenza di “operatori qualificati, anche un infermiere, che resta al fianco della mamma 24 ore su 24 per proteggerla e allo stesso tempo accudire il proprio figlio”. Come un Angelo Custode.
In nessuna delle dichiarazioni viene messa in luce l’atroce solitudine di molte donne per le quali basterebbe un luogo dove confrontarsi, parlare ed essere ascoltate.
Un luogo che non sia il quadrilatero dei giardinetti sotto casa. Dove approdare 24 ore su 24 se ne sentono il bisogno.
Che bella iniezione di vita la presenza di mamme e bambini nei reparti psichiatrici del territorio nazionale, dove atterrerebbero le mamme “certificate depresse” in mancanza di comunità terapeutiche in grado di accoglierle. Un balsamo per pazienti, familiari e personale medico, che tra una seduta, la terapia farmacologica e la TV potrebbero confrontarsi con il cambio dei pannolini, il pianto e le poppate notturne dei neonati.
Come in una favola di Gianni Rodari.
Sì. Tutto sommato l’idea di Vittori e Picano è davvero geniale, una Basaglia rinforzata. C’è da augurarsi che propongano, per il contenimento delle spese e il rinnovamento della sanità, l’unificazione immediata dei reparti di psichiatria e maternità. Uno scoppiettante scenario pieno di follia e vita.
(Giovanna Profumo)
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1 Giugno 2010
Sport - Vince il calcio sentimentale
In tempi di migrazione consistente e di fronte ad un paese di fatto già multietnico il calcio italiano è in ritardo così come la politica e l’informazione: il commissario tecnico della nazionale italiana di calcio ha solennemente dichiarato qualche mese fa: "È bellissimo lo spirito di questi giocatori con il doppio passaporto che avvertono questo richiamo verso la maglia azzurra, ma non vogliamo fare una Nazionale con tantissimi elementi con queste caratteristiche". E recentemente parlando dell’Inter, Lippi ha detto che è una “grandissima squadra, ma non è italiana”.
Malgrado la chiusura e il “nazionalismo” del calcio italiano e di chi lo governa, malgrado un ambiente ostile e qualche volta corrotto (vedi calciopoli), l’Inter non ha rinunciato al suo carattere multietnico: giocatori italiani e di tante altre nazionalità (argentina, brasiliana, romena, serba, olandese, colombiana, ecc.), africani, zingari e musulmani (prima di Muntari c’è stato l’algerino Madjer (*) il “Tacco di Allah”). Squadra vincente e piena di “stranieri”, squadra lombarda e “padana”, esempio della forza vincente dell’integrazione e della convivenza multietnica è una presenza che, in modo naturale ma molto efficace, rende felici gli antirazzisti e disturba, sconcerta e da fastidio a nazionalisti, xenofobi e razzisti.
Non occorreva la vittoria in Champions, la tripletta o i cinque scudetti vinti di fila per capire la grandezza dell’Inter. Da piccoli ci insegnavano che nello sport, come nella vita, è importante la partecipazione e non la vittoria sempre ed a qualunque costo. Rispetto alle altre squadre c’è qualcosa di diverso nell’Inter, un qualcosa che rende più umano un calcio degenerato: qualcosa di sentimentale, di gentile, di rispettoso, di generoso e di sportivo ed è rappresentato da Massimo Moratti. Una figura unica nel calcio italiano, c’era soltanto un altro che gli assomigliava: Paolo Mantovani il presidente della Sampdoria che ha vinto lo scudetto.
* Nella stagione 1988/89, l'acquisto di Rabah Madjer, è ufficiale, con tanto di presentazione alla stampa e foto ricordo. Ma dalle visite mediche emerge un infortunio grave che fa saltare l'ingaggio.
(Saleh Zaghloul)
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28 Aprile 2010
Comunicazione - Pinocchio, il gatto e la volpe

Come sempre il gatto Telecom, la volpe Poste Italiane e il Pinocchio Ministero che crede ancora al Paese dei Balocchi hanno combinato il solito pasticcio. Ringraziamo che il crollo del sito della posta elettronica certificata di Stato sia avvenuto subito prima che milioni di italiani avessero affidato ad esso le loro pratiche amministrative.
Tre didascalie a scelta a commento della immagine:
1. La Posta Elettronica Certificata di Poste, Telecom e Governo? Questo il commento dei tecnici informatici: ahahahhahahahahhaha hhahhahahahahahhahahahahha hahahha hahahhahhahahahhahahahhaha hahhahahahhaha hahhaha hahahahahhahahahhah". Chiaro?
2. Disinformatica di Stato - La Posta Elettronica Certificata si incaglia alla prima ora.
La comunicazione "sicura" tra il Cittadino e al Pubblica Amministrazione. Sicura di fare fiasco, qualcuno ne avrebbe dubitato?
3. Informatica dei bambini - Quando si uniscono Telecom, Poste e Ministeri, il Cittadino si barrichi in casa! Pericolo di frane.
(Stefano De Pietro)
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19 Aprile 2010
Società - Le parole del cardinale
“El xe pezo el tacon del buso” si dice in Veneto, ovvero “è peggio la toppa del buco”, quando un tentativo di aggiustare una falla risulta maldestro e controproducente.
È quanto è accaduto con la dichiarazione di Federico Lombardi, portavoce della Santa Sede, per cercare di riparare l’ennesima voragine apertasi nell’attendibilità della sua istituzione, ora grazie all’improvvida dichiarazione del segretario di Stato Tarcisio Bertone in merito ai legami tra pedofilia, celibato ecclesiastico e omosessualità.
Com’è noto, il potente numero due della gerarchia vaticana, trovandosi in Cile, ha detto con perentoria supponenza: “molti psicologi e psichiatri hanno dimostrato che non c’è relazione tra celibato e pedofilia; però molti altri hanno dimostrato – me lo hanno detto recentemente – che esiste relazione tra omosessualità e pedofilia (…) che leggano i documenti degli psicologi (…) questo è il problema…”.
Tanta cialtroneria ammantata di informata ragionevolezza ha immediatamente suscitato polemiche a non finire. Non solo l’associazionismo gay cileno e del resto del mondo – come prevedibile – e vari esponenti politici di ogni schieramento si sono opposti con risolutezza, ma persino l‘Aippc, Associazione psicologi e psichiatri cattolici, ha preso nettamente le distanze da quanto affermato dal braccio destro del papa. Il governo francese ha espresso una ferma nota di protesta. Il governo italiano s’è ovviamente ben guardato dal fare altrettanto.
La stampa ha dato ampio conto di tutto ciò, tranne Avvenire e Osservatore Romano che hanno glissato e insistono sulla tesi di una campagna mediatica ostile alla Chiesa cattolica.
Il portavoce vaticano Lombardi s’è premurato di precisare che le parole del cardinale riguardavano non la popolazione in generale ma solo i sacerdoti, tra i quali si è riscontrato un “dieci per cento di casi di pedofilia in senso stretto e un 90% di casi da definire piuttosto di efebofilia (cioè nei confronti di adolescenti [che comunque sempre minori sono, ndr]), dei quali circa il 60% riferito a individui dello stesso sesso e il 30% di carattere eterosessuale”.
Del resto, che nell’ambiente religioso la percentuale di persone omosessuali sia alquanto più alta della media è un dato di fatto, checché se ne dica: farsi prete (o suora) è un ottimo alibi per non doversi sposare quando non si è attratti dalle femmine (o dai maschi), mettendo a tacere le malelingue e guadagnando anzi in rispettabilità sociale.
Peccato che nello stesso giorno di questo “chiarimento, non presa di distanza” dall’affermazione di Bertone “che non c’è relazione tra celibato e pedofilia” sia giunta la notizia dell’arresto in provincia di Teramo di un prete d’origine indiana per abusi non su un fanciullo ma su una bambina di 10 anni.
Una malaugurata coincidenza, a ribadire quanto siano grotteschi i tentativi per rimanere a galla di una Chiesa che annaspa tentando di non affogare e gioca con le parole arrampicandosi sugli specchi. Sempre più in crisi di credibilità e di potere materiale non solo per il diffondersi di quel clima di indifferenza e soggettivismo permeati di razionalismo, scientismo, relativismo e materialismo consumista di cui continua a lamentarsi la Cei, ma anche e soprattutto per l’agire dei propri gerarchi.
L’esternazione cilena di Bertone, in spagnolo:
http://www.youtube.com/watch?v=mjSz4_OZg5Y&feature=fvsr
Il servizio del tg3:
http://www.youtube.com/watch?v=60CpX0wPj6E
Riflessione di Francesco Merlo su “La confusione della Chiesa”:
http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2010/04/14/la-confusione-della-chiesa.html
La Cei sul rinnovamento della catechesi nell'attuale clima d'indifferenza e soggettivismo:
http://www.oecumene.radiovaticana.org/it1/Articolo.asp?c=371813
(Ferdinando Bonora)
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Sanità - Aborto in telediagnosi
Mentre l’Italia dei maschi si divide nei consigli regionali come nei bar su aborto farmacologico si e no e come e quando e perché, c’è chi lavora per risolvere il problema di milioni di donne che vivono in paesi dove l’aborto è vietato o inaccessibile.
Un articolo della Stampa (1*) richiama l’attenzione su un sistema rischioso, usato da molte donne dell’Est a base di alcuni farmaci contenenti la prostaglandina, ossia il principio attivo della Ru486.
Una rapida ricerca su internet con questa parola magica fa invece apparire due siti che la sanno lunga sull’argomento. Il primo è svizzero e spiega per filo e per segno tutto quello che occorre sapere sull’aborto farmacologico, mettendo in evidenza anche il confronto con quello chirurgico (2*). Il sito è di una associazione che si è sciolta nel 2003 ma la cui ex presidente continua a mantenere aggiornate le informazioni. Dalla traballante impaginazione si vede che è fatto da un addetto ad “altri” lavori che l’informatica, questo in un certo senso dà un imprimatur di validità dei contenuti. C’è anche una pagina di aggiornamento sugli ospedali italiani (3*) che hanno già praticato l’aborto farmacologico. Segnala anche un’organizzazione olandese (4*) che fa attività di infor mazione e che elenca i siti dove poter comprare la Ru486 “vera”, oltre ad una lunga lista di fakes.
www.womenonweb.org: il pezzo forte però è questo link, uno di quelli che fa tremare le fondamenta di San Pietro: un servizio via Internet per il teleaborto (5*), riservato ai paesi dove l’aborto è vietato. Con una procedura semplice ma efficace, la donna interessata risponde ad un questionario e riceve per posta il farmaco, sotto il controllo a distanza di un medico. Propongono una donazione di 70 Euro, che servirà a coprire le spese per chi non disponesse del denaro per comprare il prodotto. Il dominio è registrato a nome di Women On Web International Foundation, Ontario, Canada.
Un approfondimento è impossibile nello spazio di un articolo Oli, ma alla fine appare lampante l’importanza dell’accesso alla Rete per riuscire a migliorare la vita delle persone, la padronanza del mezzo di ricerca e l’abitudine di esplorare l’informazione. Possibile che La Stampa si sia perso questo sviluppo al di là del riportare la semplice notizia di agenzia?
Fate circolare queste informazioni, chissà che non arrivino nel posto giusto per salvare la vita di una giovane ragazza spaventata. E anche se viviamo in Italia, non abbiamo nulla da invidiare ai “peggiori bar di Caracas” quando parliamo di accesso democratico alla Sanità, chissà che presto Piemonte e Campania non siano inseriti nella lista dei paesi esteri serviti dal sito.
1* http://www.lastampa.it/_web/CMSTP/tmplrubriche/giornalisti/grubrica.asp?ID_blog=124&ID_articolo=903&ID_sezione=&sezione=
2* http://www.svss-uspda.ch/it/mifegyne.htm
3* http://www.svss-uspda.ch/it/ospedali_italia.htm
4* http://www.womenonwaves.org/article-445-es.html?lang=es
5* http://www.womenonweb.org
(Stefano De Pietro)
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Afghanistan - Una tavola per il futuro, in skate a Kabul
"I medici di Emergency sono stati liberati. Potranno ritornare a salvare vite umane e soprattutto bambini, come raccontava la moglie di uno dei volontari, che rileggendo alcuni messaggi del marito alla Tv, ne sottolineava lo sgomento di fronte alla strage dell'infanzia.
Perché si parla di missioni di pace ma giovanissimi afgani fanno migliaia di chilometri sotto gli chassis dei camion pur di fuggire da quell'inferno e si sentono fortunati ad arrivare in Occidente mentre i più piccoli rimangono lì, orfani di casa, affetti, giochi.
Nella Kabul devastata dalla guerra, dove gli adulti tirano avanti in condizioni difficilissime, i giovani, il 68% della popolazione, devono crescere alla svelta senza alcuna educazione e la scuola è per pochi. La felicità negli occhi di un bambino afgano? Tra gli orrori, la povertà, i bombardamenti è magari andare a scuola. Se per un ragazzino europeo è realtà, in Afganistan spesso sembra un sogno impossibile.
Ma Skateistan (http://www.skateistan.org), organizzazione no profit, ha fatto di più: combina lezioni scolastiche con l'insegnamento dello skateboard. L'iniziativa è ad opera di un giovane australiano, Oliver Percovich, a cui giovani volontari americani ed europei, sono venuti a dare una mano. “Lo skateboard è un pretesto – dice – perché attraverso il gioco, l'educazione al rispetto e alla cultura, i ragazzi afgani stanno insieme fra loro e con il resto del mondo”.
Lo scorso ottobre è stato inaugurato lo skate Park coperto, di 1800 mq, costruito su un insediamento concesso dal comitato olimpico afgano grazie alle donazioni. Così si sta concludendo il primo semestre con lezioni di gruppo per 270 giovani afgani, dove si mette al centro l'aspetto ludico, necessario per la crescita, oltre ad impartire lezioni che vanno dall'informatica all'insegnamento dell'inglese. Lo skate non solo come attività socializzante ma propedeutico per vincere la paura di sé e degli altri.
“Per molti ragazzi, spaventati dalla violenza che li circonda, è un percorso importante” afferma ancora il giovane direttore australiano della scuola, convinto di non stare importando la cultura occidentale: sempre più spesso ormai ogni iniziativa umanitaria viene connotata politicamente, come è successo per Emergency.
Ma lo skateman va avanti, anzi la sua prossima sfida è realizzare strutture dedicate alle donne, anche se qualcuno gli sta dando del pazzo come già all'inizio di Skateistan.
(Bianca Vergati)
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Islanda - Ma come stanno gli islandesi?
"Giornali e telegiornali sono pieni di notizie vulcaniche: immagini affascinanti e terribili di fiamme, ghiacci e nuvole, bollettini catastrofici sui blocchi aerei, cronache dettagliate delle vicissitudini dei viaggiatori, allarmi per le merci bloccate e destinate a marcire.
Ma nulla si sa o quasi di come se la passino gli islandesi.
Uno sguardo al NYTimes ci informa che “I venti prevalenti hanno portato la gran parte della polvere all’estero”, cosicché “al di fuori degli allevatori nei dintorni del ghiacciaio Eyjafjallajokull, le cui terre sono state allagate dall’acqua disciolta del ghiacciaio, o ricoperte dalla polvere” finora le conseguenze della eruzione sulla situazione locale sono state minime, tanto che, mentre i voli in Europa sono bloccati, quelli dall’Islanda verso il resto del mondo seguono la normale programmazione. Cosicché – viene detto nell’articolo del NYTimes, dopo un giorno o due l’attenzione degli islandesi è rapidamente tornata a concentrarsi sull’altro argomento centrale: la perdurante ricaduta politica della crisi finanziaria.
Tuttavia i problemi ci sono, e potrebbero improvvisamente drammatizzarsi se i venti cambieranno direzione: gran parte della economia del territorio dove è in atto l’eruzione si fonda sull’allevamento del bestiame, e la minaccia che per il resto dell’Europa riguarda le alte quote, impedendo il traffico aereo, in Islanda riguarda quel che avviene al suolo. La corsa è a proteggere gli animali dall’inalare o mangiare polvere che può causare emorragie interne, e danni a lungo termine alle ossa e ai denti. “Una polvere che copre tutto - pascoli, animali e persone – con uno spesso strato grigio”.
Nel frattempo, dice il NYTimes “Anche se gli islandesi stanno ben attenti a non sembrare soddisfatti di questo ultimo periodo di guai, hanno in realtà accolto l’eruzione del vulcano prevalentemente con un sentimento di sollievo collettivo. Il tracollo finanziario può avere mandato in frantumi la reputazione della Islanda quale paradigma della rettitudine nordica, e avere determinato un profondo esame di coscienza tra i cittadini e nella classe dirigente, ma di questa crisi – sottolineano allegramente – non portano alcuna colpa”.
http://www.nytimes.com/2010/04/19/world/europe/19iceland.html?src=mv
(Paola Pierantoni)
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31 Marzo 2010
Informazione - Falsari e complici
Nei giorni scorsi è venuto alla luce un episodio avvenuto qualche tempo fa. Lo scorso 22 novembre Libero aveva pubblicato, onorandola di un titolo a quattro colonne, una intervista a Philip Roth. Intervista particolarmente spinosa, perché rivelava la profonda delusione del grande scrittore americano per Barack Obama, di cui era stato convinto sostenitore: “Obama? Una grandissima delusione. Sono stato fra i primi a credere in lui, ad appoggiarlo, ma adesso devo confessare che mi è diventato perfino antipatico”.
Pier Luigi Battista coglie il ghiotto boccone, e il giorno dopo, 23 novembre, pubblica a sua volta sul Corriere della Sera un articolo dal titolo “Se Philip Roth diventa un disertore”, esercitandosi in analisi, commenti, valutazioni.
Solo che … l’intervista non era mai avvenuta. Inventata di sana pianta dalla prima parola all’ultima. Se ne accorge per caso Paola Zanuttini intervistando a sua volta, ma questa volta davvero, Philip Roth lo scorso 26 febbraio: “Per caso, è insoddisfatto anche da Barack Obama? Da un’intervista a un quotidiano italiano, Libero, risulta che lo trova persino antipatico, oltre che inconcludente e assopito nei meccanismi del potere”.
“Ma io non ho mai detto una cosa del genere. E’ grottesco. Scandaloso. E’ tutto il contrario di quello che penso. … Sono molto seccato per queste dichiarazioni che mi vengono attribuite: non ho mai parlato con questo Libero. Smentisca tutto. Ora chiamo il mio agente.” Internet da tempo è pieno di riferimenti a questo episodio, che sui giornali ha fatto invece timidamente capolino solo in questi ultimi giorni.
Il primo a parlarne è stato il Fatto Quotidiano del 1 marzo che ricostruisce tutta la storia, incluse le reazioni del responsabile culturale di Libero che “descrive ore complicate, annuncia un articolo a sua firma di spiegazioni esaustive per oggi, nega che il fatto di non incontrare sul sito alcuna traccia del pezzo, (lo hanno recuperato i bloggers, inneggiando al dio-cache di Internet che, com’è noto, nulla cancella) dipenda una scelta precisa, riferisce di telefonate e mail di lettori arrabbiati, emana disagio dietro al tono tranquillo di chi ha forse deciso di liberarsi definitivamente di una zavorra che aumenta di peso con il passare delle ore: “E’ una storia che innegabilmente non mette in una bella luce il giornale”.
Repubblica aspetta il 29 marzo per tornare sull’argomento, informando che “Non solo Philip Roth. Anche John Grisham è finito suo malgrado tra gli intellettuali americani delusi da Barack Obama. Suo malgrado e senza essersi mai dichiarato: anche la sua confessione è stata inventata di sana pianta. E dallo stesso intervistatore fantasma che aveva fabbricato la dichiarazione dell' autore del Lamento di Portnoy”.
Episodi marginali? No, episodi gravissimi. Gravissimo il falso, gravissimo che non ne sia nato uno scandalo e che l’ordine dei giornalisti non abbia costretto la testata ad una smentita. Il divario di discussione che si registra su questo episodio tra la stampa e la rete è clamoroso. Tutti troppo uomini di mondo per sollevare uno scandalo?
(Paola Pierantoni)
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Società - Rivoluzione farmaceutica in Ecuador
Peacereporter (*) e Greenreport (**) hanno pubblicato a febbraio 2010 l’ennesima importante notizia silenziata sulla stampa italiana, che nulla ha a che fare con escort e statuine del Duomo. Il Presidente dell’Ecuador Correa ha dato seguito ad un decreto legge, già approvato a Ottobre 2009, per cui lo stato ecuadoriano ritiene di essere autorizzato a produrre in casa una serie di farmaci necessari per la sopravvivenza dei suoi cittadini. Viene messo in pratica con un colpo di mano da premio Nobel un accordo che le case farmaceutiche avevano firmato ma poi sempre ostacolato, ossia la legalità di produrre i farmaci in modo autonomo, versando solo i diritti al detentore del brevetto, quando la situazione sanitaria sia disperata. E Correa considera tale quella dell’Ecuador.
In pratica, l’Istituto Ecuadoriano della Proprietà Intellettuale (IEPI) sostituirà la casa farmaceutica per fornire la licenza obbligatoria di produzione per più di 2000 farmaci nei laboratori ecuadoriani, stabilendo anche in modo unilaterale la quota spettante al detentore del brevetto internazionale, che non potrà comunque superare il 10% dell’utile della vendita in Ecuador (non del prezzo di vendita). In pratica, alcuni farmaci considerati salvavita e inaccessibili a molti malati in un paese dove la sanità è di fatto privata, subiranno un crollo dei costi anche di 5 volte. Prima di questo decreto, l’Ecuador si vedeva costretto ad acquistare l’85% dei farmaci dall’estero.
Il Brasile accenna ad allinearsi con l’Ecuador, Cuba aveva già in passato stretto una solida alleanza con Correa per la condivisione dei laboratori dei due stati. Si attende adesso la mossa di Chavez, così come della Colombia del dopo Uribe, che proprio in questi tempi sta subendo le conseguenze di una legge che obbliga gli ospedali a verificare lo stato di solvibilità dei malati, lasciando quindi sul classico marciapiede migliaia di persone a reddito zero che non sono in grado di accedere ai servizi sanitari (***), ma al tempo stesso defiscalizza gli utili derivanti dal sistema “corride” e vieta i cortei animalisti di protesta.
Con il commercio globale gestito su Ebay e su altri siti similari sudamericani, anche per noi europei si delinea forse la possibilità di accedere ad alcuni farmaci a costi di libera concorrenza, non dettati dalle necessità di quotazione di borsa. Tenendo conto, comunque, che svuotando a forza il barile del pirata si rischia di restare tutti senza rhum, ovvero senza la ricerca che viene comunque finanziata dal prezzo di alcuni farmaci “da banco”, apparentemente abnorme rispetto al costo industriale.
Tocca adesso alla politica internazionale il duro lavoro di riequilibrare la bilancia, a favore di tutti.
*http://it.peacereporter.net/articolo/20212/Ecuador:+produzione+libera+di+farmaci+brevettati
** http://www.greenreport.it/_new/index.php?page=default&id=%201782
*** http://www.nuovacolombia.net/Joomla/index.php?option=com_content&view=article&id=359:2712-il-governo-colombiano-dichiara-lemergenza-sociale-per-la-crisi-finanziaria-nella-sanita&catid=8:accordo-umanitario
(Stefano De Pietro)
Posted by Admin at 22:49 | Comments (0)
24 Marzo 2010
Costume - La "praivasi" nel mondo reale
L’Italia si fregia di possedere la legislazione sulla tutela delle informazioni riservate più avanzata d’Europa. La legge 675/96 e le relative modifiche intervenute nel 2001 descrivono un esempio di società perfetta, o quasi.
Ben diversa la realtà che ci troviamo di fronte quando si scende poi nel mondo reale di uno stato con due facce, come il dio Giano dal quale sembra Genova prenda il nome.
Siamo in un centro per l’impiego genovese, cartelli che dirigono le persone alla sala di attesa, con un messaggio “in nome della privacy”. Le persone sono chiamate per numero, per evitare di diffondere il nome ad alta voce. Poi si entra nell’Olimpo del sistema, l’ufficio dove sei scrivanie sono disposte in bell’ordine da ufficio ottocentesco, anche se i materiali dei quali sono fatte sono moderni e i monitor sono piatti, di ultima generazione. Ti siedi e comincia l’intervista, dietro siedono altri candidati, in particolare una ragazza sudamericana alla quale un altro funzionario chiede “lei vuole fare la badante?” Ha esperienza con gli anziani? Dove risiede? Il suo numero di cellulare? Ha la patente?”, tutte notizie fornite a voce sommessa ma udibilissima, stante la vicinanza. Alla faccia della privacy, quella vera.
L’impiegato scrolla le spalle, ammette “si, in effetti è una cosa senza senso”.
Allora si evita di memorizzare il numero, così, per senso civico, si sdrammatizza pensando che una volta tutta questa diatriba sulla “praivasi” avrebbe fatto ridere, considerato che poi, alla fine, tutti quei dati finiscono in un cervellone elettronico dove qualsiasi tecnico addetto potrebbe mettere mano. Si costruisce un castello con un portone immenso, ci si dimentica spesso e volentieri di chiudere le mura di cinta e nel castello si entra poi dal retro. Basti pensare a quante volte al giorno viene violata la norma, anche quella del buon senso che sarebbe infinitamente preponderante, quando dai tabacchini il numero di cellulare viene urlato all’esercente per fare la ricarica, o quando nei negozi le “strisciate” matrice delle operazioni con le carte di credito sono lasciate in bella vista attaccate all’apparecchio, con il numero della carta e la nostra firma bene in evidenza.
Comunque, quello che conta, il servizio fornito è ottimo, il personale preparato e gentile, il sistema ben studiato, danno anche una busta di plastica semplice semplice con tutti i documenti al suo interno, senza troppi sprechi di materiali, stampe fronte e retro dove possibile. La praivasi lasciamola a qualche funzionario romano, noi stendiamoci a gustarci questo barlume di primavera senza sole. Da noi è così, grandi slanci per raccogliere una fava.
(Stefano De Pietro)
Posted by Admin at 00:19 | Comments (0)
Società - Stelle di latta
“RingraziandoLa per l’impegno profuso, siamo lieti di invitarLa al rinfresco a lei dedicato. E non dimentichi di portarsi da bere e da mangiare!”. Ecco, più o meno avrà suonato così nella mente dei Vigili del Fuoco la notizia che la medaglia per il lavoro svolto a L’Aquila i nostri eroi se la devono pagare centotrenta euri di tasca propria, da versare ad un’azienda privata invece che allo stato.
Infatti System Data Center S.p.A. è stata incaricata di curare la parte operativa delle benemerenze della Protezione Civile, con tanto di sito web “benemerenze.it”. Un passaggio su whois.net permette di avere qualche informazione in più. Il sito è chiaro, veloce, ha pochi fronzoli, così come rapide sono le operazioni con le quali si continua a vendere lo stato e i suoi servizi ai privati, esattamente come successe anni fa con il caso Argentina di Menem. Appare realizzato con un C.M.S. (un programma per fare siti), in poche ore, perché in fondo la parte marketing è già stata curata dai Ministeri, non occorre un front-end accattivante, non c’è nessuno da convincere per comprare: vuoi la medaglia? Allora paga! Adesso finalmente le onorificenze saranno profuse a piene mani, perché esagerando si fa tanto bene all’Italia, si fa girare denaro, si fa il PIL, a botte di 130 euri, appunto. E’ da circa un anno che il dominio benemerenze.it, quindi i servizi ad esso collegati, è stato registrato attraverso Aruba, uno dei maggiori registrar italiani. La cosa buffa è che l’attenzione su questo sito è evidentemente così bassa che la società proprietaria si è lasciata scadere la registrazione annuale del dominio: registrato il 12 marzo 2009, scaduto il 12 marzo 2010, ossia pochi giorni fa, attualmente (21 marzo) in stato GRACE-PERIOD, tradotto in gergo stradale “svegliatevi che lo perdete!”. Chissà che non ci si trovi presto di fronte ad un nuovo scandalo “liste”, con persone che si rimbalzano le responsabilità e B. che tuona per far cambiare le regole del web a colpi di decreti e proclami su carta pecorina. Un consiglio ai VVF che sia semplice e d’esempio per tutti non si è ancora visto proposto su nessuna testata: stampatevi le medaglie da soli, la commissione interna che deciderà la loro distribuzione sarà certamente più equa e seria di quella attuale. E non ci si lascerà scadere domini inutili.
*www.benemerenze.it (finché funziona...)
(Stefano De Pietro)
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3 Marzo 2010
Cile - Terremoto globale per i migranti di ieri

Cile Ricordi di un negozio del dopoguerra fitto di mensole e scaffali con protezioni perché bottiglie e barattoli non cadessero, tavoli con ripiani di marmo che da orizzontali si ritrovavano improvvisamente verticali. Non si tratta della casa degli spiriti. E' semplice abitudine al singhiozzo della propria terra. Tale e' la consuetudine in Cile, che se anche il rumore della materia ti sveglia nel cuore della notte, il tuo compagno di stanza ti invita a girarti dall'altra parte e a riaddormentarti. No pasa nada.
Sabato 27 febbraio 2010 però non e' stato solo un borbottio, la terra ha tremato per due minuti a quasi 9 gradi della scala Richter. Nessuno ha potuto voltare la testa sul cuscino. Detto con le parole di un amico di Santiago "la natura ha voluto ricordarci che dobbiamo costantemente risollevarci da terra". Mai dar per scontato di essere arrivati. Ogni volta una prova, chiunque sia a dettarla, uomo o natura, da affrontare con pazienza e dignità. Non e' fatalismo, ma realism o.
Per tanti genovesi, residenti per lo più in Val Fontanabuona, questo e' stato un terremoto globale, che ha coinvolto i propri cari, cugini, nipoti e pronipoti. A ricordare che l'immigrazione del secondo dopoguerra c'e' stata per davvero. Facile trovare un Lagomarsino in Cile, quanto un Parra. Allora gringos, adesso chileni. Precursori di una globalizzazione che anche allora andava per mare per giorni e giorni, su imbarcazioni un po' meno carretta e un po' più Titanic della canzone di De Gregori.
La notizia del terremoto e' giunta alla velocità immantinente a cui i media ci hanno abituato. Condivisione immediata, ma senza altrettanta possibilità di comunicazione. Alcuni, memori dei ricordi dei parenti, di primo acchito non hanno dato peso. Il solito temblor, le case in Chile sono costruite con criterio da sempre.
Il succedersi delle notizie ha fatto realizzare la situazione. Tutti al telefono, senza però esito, tra linee sovraccariche ed interrotte. Immagini che si rincorrono sugli schermi senza poterle riempire di significato. Ci ha pensato la rete. Facebook, Twitter e le email hanno popolato di parole quei volti, rassicurato, consolato e allertato.
Ricordato che dalla terra veniamo e sulla terra andiamo.
http://it.wikipedia.org/wiki/Valle_Fontanabuona#Le_migrazioni
http://latercera.com/
http://www.emol.com/
(Maria Alisia Poggio)
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Web - Nuovi problemi, soluzioni antiquate
Non è possibile risolvere oggi i problemi di domani con i metodi di ieri. E invece si! E’ arrivata la sentenza su Google. Nel 2006 alcuni ragazzi italiani pubblicarono un video nel quale malmenavano un giovane coetaneo autistico, classificandolo tra i video divertenti. Mentre i giovani teppistelli hanno già dovuto scontare il contrappasso di dieci mesi di servizio civile con i disabili, la dirigenza di Google Italy viene condannata ad una pena detentiva (con condizionale) per violazione della normativa sulla privacy.
La storia della privacy in Italia è ridicola: abbiamo la presunzione di reato legata al possesso della linea telefonica, quella stessa linea che può essere facilmente intercettata nelle cantine di qualsiasi condominio, pensate che un giudice lo sappia? In un call center per accedere a internet occorre fornire un documento, viene registrato tutto, ma i PC sono sempre pieni di virus e di questo nessuno si occupa, né i gestori né tantomeno i funzionari dello Stato. Ci lamentiamo della pedofilia, però i genitori non capiscono niente di navigazione, di Web 2.0, nessuno si cura di educarli in tal senso: come possono sperare che il controllo dei loro figli arrivi da fuori? Si ricevono giornalmente email circolari con gli indirizzi di tutti i destinatari in chiaro insieme al nostro: chi lo spiega ad un giudice che sono queste le cose da controllare realmente, che causano che l’80% del traffico di rete è dovuto allo spam. Ma sapranno poi cosa significa “spam”?
Forse che i fascicoli lasciati nei corridoi dei tribunali non sono una violazione della privacy diffusa, massiva e incosciente? Siete mai stati in una procura dove si usa un Office portato da casa da un funzionario perché non ci sono i soldi per le licenze originali? O dove si lavora nell'assoluta mancanza di norme di sicurezza, non solo informatiche ma anche antincendio? Cerchiamo di vedere la trave che abbiamo ormai non più solo nell'occhio. La libertà è un bene difficile da gestire già per strada, figuriamoci su una piattaforma dove chiunque può pubblicare filmati personali. Il problema non si risolve certamente punendo con una norma inapplicabile al mondo moderno, pensata per la carta alla quale sono ancora abituati i legislatori.
Pensate un po’ a tutte quelle società di telemarketing che vi telefonano a casa (e sul cellulare!) giorno e notte, mentre per farsi cancellare dalle loro liste si dovrebbe mandare una raccomandata ad ognuno di loro: basterebbero 2 milioni di euro alle poste? Lo sanno questo i giudici? Certo non l'aveva capito il legislatore che ha redatto la legge e nemmeno i parlamentari che l'hanno approvata. Ringraziamo invece Google e Facebook se oggi l'Italia riesce ad avere ancora qualche contatto con l'estero.
Decaduta l’altra accusa, quella di diffamazione, evidentemente la volontà di colpire con una “sentenza esemplare”, così l’ha definita il giudice, poteva ormai appellarsi solo alla Santa Parola: la Privacy. Come accade con un amministratore di condominio che non vuole consegnarmi i documenti della precedente gestione: “eh, ma c’è la Privacy!”.
(Stefano De Pietro)
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24 Febbraio 2010
Security - Viaggio nel colabrodo aereoportuale
Continua la saga degli scandali intorno alla security. A Fiumicino un giornalista ha dimostrato di poter entrare liberamente in molti punti sensibili dell’aeroporto (*) senza trovare alcun controllo ad impedirglielo: sembra che quella fosse la normalità dall’una alle tre, periodo di tempo che trascorre tra i due turni successivi di apertura della struttura. Il tutto si consumava negli stessi spazi che dopo poche ore sarebbero stati oggetto di verifiche accurate, sottoposti alle telecamere di controllo, a perquisizioni “si levi la cinghia, per favore”, body-scanners, raggi X, agenti in borghese, cani antidroga. E code infinite.
Non è la prima volta che succede e non sarà l’ultima. Avete mai provato a imbarcarvi con un cacciavite dimenticato in borsa? Beh, avrete notato che la risposta dei servizi di vigilanza dipende molto dall’aeroporto, in certi si passa, in altri si viene fermati ed invitati a gettare l’oggetto, non ammesso in cabina. E questo nella stessa giornata, quindi in modo indipendente dal livello di allerta in corso. Comunque, nel caso la vigilanza facesse bene il suo mestiere, è sempre possibile dirigersi al duty-free e comperare una bottiglia di grappa in vetro come coltello, uno spremiagrumi a forma di ragno come pugnale, o un po’ di profumo come spray per gli occhi della hostess. Sono cose che lasciano perplessi: mentre in Italia un PC entra tranquillo in cabina, in Gran Bretagna, allo scalo di Stansted, se non lo vedono in funzione non lo accettano: occhio quindi alle batterie scariche!
A rincarare la dose, si aggiunge anche l’ingresso libero nella base Nato di Kleine Brogel: permettere agli attivisti di Bombspotters (Scopritori di bombe) di arrivare a guarnire le testate nucleari con i loro adesivi ha fatto saltare per aria qualsiasi idea di sicurezza anche in settori che credevamo protetti come nei film di James Bond (2*). Invece sono entrati scavalcando la rete di recinzione come per andare a recuperare il pallone finito nel giardino del vicino. Non sarebbero stati nemmeno arrestati se non lo avessero provocato loro stessi restando per un’ora e mezzo a passeggiare tra i missili. Il video è stato pubblicato su Youtube, a dimostrazione della estrema semplicità di ingresso pedonale. E’ stato adesso rimosso, ma resta il servizio della televisione belga (3*).
Anche in America le cose non vanno meglio (4*): il sito Nippolandia riporta la notizia di un uomo morto nella stiva di un carrello, trovato all’aeroporto di Narita in un aereo proveniente da New York. In jeans e maglietta, non poteva certo essere un addetto tecnico. Non può più essere un caso se in due settori così critici si scoprono falle tanto evidenti e con grande frequenza (vedi anche il furto dei piani dell’F35, solo per esemplificare), è evidente che il modo di affrontare la security è sbagliato. Come tutti i sistemi complessi affidati al lavoro dell’uomo, la frequenza attesa di errore è alta, ma la gravità di quanto accaduto supera ogni fantasia.
* http://www.repubblica.it/cronaca/2010/02/05/news/fiumicino_espresso-2192817/
2*http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplrubriche/giornalisti/grubrica.asp?ID_blog=197&ID_articolo=1348&ID_sezione=404&sezione=In%20diretta%20da%20Bruxelles
3* http://www.youtube.com/watch?v=9BpExF3Nt2A
4*http://www.nippolandia.it/post/2606/trovato-un-cadavere-nella-stiva-di-un-volo-new-york-tokyo(Stefano De Pietro)
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16 Febbraio 2010
Eluana Englaro - L’oscenità al potere
“Una parola oscena”: così Mina Welby, al microfono del Tgr Liguria, definisce l’esibito rammarico del Premier (“Non sono riuscito a salvarla”) per la fine della non-vita di Eluana Englaro, a un anno esatto di distanza. Definizione tristemente perfetta: osceno quel rinnovare l’uso strumentale, a fini di bassa politica, di un indicibile dolore personale e familiare, degradando un’occasione di riflessione ad una cinica commemorazione del proprio “amore” politico per la “vita” reso impotente dal partito dell’ “odio” cultore della “morte”.
Osceno quello straparlare in prima persona di un dramma di altri, con la presunzione o – peggio – l’intenzione di far credere di conoscerlo e di poterlo risolvere. Osceno quello svuotare e ribaltare di senso le parole: non solo “amore” e “odio”, “vita” e “morte”, ma anche “lasciare morire di fame e di sete” detto e ridetto all’infinito (esattamente come “non abbiamo messo le mani nelle tasche degli italiani”), laddove ci si riferisce all’interruzione di una nutrizione artificiale che avviene mediante un sondino gastrico introdotto in un corpo inerme, nutrito con sostanze chimiche e non certo da bevande e cibo, come invece quell’espressione sistematicamente ripetuta vuole indurre a pensare. Osceno quell’offendere il linguaggio per insultare la verità, per ridurre l’intelligenza, per azzerare il pensiero e per ricavare da tutto ciò consenso e potere. Mina Welby lo dice perfettamente, con una definizione secca seguita da argomentazioni limpide sull’inalienabile diritto a disporre della propria esistenza, a poterla considerare vivibile o meno. E lo dice con il suo volto, segnato da una vita intensa di amore e sofferenza con una persona malata che, alla fine dei suoi giorni, ha almeno potuto decidere di sé. Un volto bellissimo, scavato e sereno. Che trasmette verità. E anche una piccola, fortissima speranza.
(e.c.)
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10 Febbraio 2010
Informazione - Le dighe crollano in silenzio
“Gilgel Gibe, chi era costui?”. E’ un fiume in Etiopia, le cui acque sono sfruttate per la produzione di elettricità. E’ anche il nome di un progetto internazionale, il Gilgel Gibe II, al quale ha preso parte l’Italia con la realizzazione di un tunnel di 26 km per sfruttare una seconda volta le acque del bacino di scarico della diga e produrre altra energia elettrica più a valle, una buona idea di base dal punto di vista fisico, meno per l’impatto ambientale derivante. E’ anche il nome di una serie di attività oscure, come spesso lo sono quelle che muovono milioni di euro. Ed è ancora il nome di un fiore all’occhiello della cooperazione italiana, con il ministro Fratti
ni a raccogliere standing ovations il giorno dell’inaugurazione (1*), il 13 gennaio 2010.
Infine, è il nome di una mancanza sui giornali, di un articolo mai pubblicato, se non da Peacereporter (2*): il tunnel si è rotto dopo appena 2 settimane dalla sua inaugurazione, un vero record. Ma è un fatto che non deve fare notizia. Il risultato della ricerca in internet espone solo gli scandali, i comunicati stampa, il sito della Cooperazione Italiana dove si leggono i numeri: 220 milioni di euro sui 373 totali del costo, affidati alla società italiana Salini (3*).
Sul sito del costruttore (4*) si trova una spiegazione tecnica che cerca in qualche modo di informare che è stato per colpa di un “fornello”, ovvero una rottura a forma di pozzo inclinato, la causa dell’intasamento del tunnel per 15 km su 26 totali. Il tunnel era in fase di test. In test? Ma non era stato inaugurato?
Non è possibile dare un giudizio di merito sull’evento ma i numerosi scandali intorno a questo progetto (5*) lasciano spazio a spiegazioni politiche che ricadono poi inevitabilmente sulle scelte tecniche e progettuali, oltre che costruttive. Ad esempio, il sito del costruttore parla di una consegna avvenuta con 6 mesi di anticipo, mentre quello della cooperazione riporta che avrebbe dovuto essere operativo già nel 2008
. Di certo in questa faccenda resta solo il fornello della stampa italiana su questo avvenimento.
1* http://www.salini.it/index.php/italian/content/show_news/21
2* http://it.peacereporter.net/articolo/20052/220+milioni+di+euro+in+fumo
3* http://www.itacaddis.org/italy/index.cfm?fuseaction=basic_pages.lang&page_name=70&lang=fr
4* http://www.salini.it/index.php/italian/content/show_news/22
5* http://assets.survival-international.org/documents/76/L_Affare_Gilgel_Gibe_CRBM_It_2.pdf
- http://vids.myspace.com/index.cfm?fuseaction=vids.individual&videoid=102217547
- http://www.ethiopianreview.com/content/12529
Posted by Admin at 11:18 | Comments (0)
Informazione - La strana pratica di edulcorare la realtà
Secolo XIX, 4 febbraio: articolo a firma di Giuliana Manganelli dal titolo “Ellroy e Maggiani cantano 'Volare'”. Grassetto: “Pubblico divertito per l’esibizione che accompagna l’uscita del nuovo libro: 'Il più grande artista di sempre? Il vostro Paganini'”.
La cronaca offre un quadro della serata del 2 febbraio nella quale due romanzieri, entrambi di successo si incontrano e “tocca a Maurizio Maggiani di armarsi di tutto il coraggio del pettirosso per presentare temerariamente l’americano James Ellroy, il più grande scrittore del crimine, detto anche il Cane del Diavolo”.
Nell’articolo viene riportato “l’amore” di Maggiani per l’autore accompagnato da “invidia quasi patologica per la grandezza della Storia che sa raccontare” e un Ellroy che “anche se gongola non lo dà a vedere, per tutta la serata supplica il collega di tagliare il discorso, mima lo sgozzamento, sollecita domande brevi e dirette, come il suo inimitabile stile telegrafico.” Poi l’articolo riporta fedelmente frasi dell’autore americano che ammette di non aver mai letto Maggiani, di non conoscere Dante Alighieri e che per lui “il più grande arista di tutti i tempi è Nicolò Paganini”. Viene descritto un pubblico esaltato quando i due scrittori accennano a Volare. Ed ancora un Ellroy “paterno come un John Wayne”, che mettendosi nei panni dello “strizzacervelli”, ad un Maggiani stremato dice: “fai finta di essere felice, e scrivi di più, starai meglio. Sennò ti restano sempre droga e rock’n’roll”.
Il clima che trasmette il pezzo è ironico e lieve. La serata appare riuscita. Chi era presente è portato a confrontare la situazione ai propri stati d’animo ed ai commenti dei vicini.
Infatti le frasi di Ellroy, riportate fedelmente, vanno contrapposte con l’umore che al Teatro della Gioventù emergeva, soprattutto col mormorio che seguiva le domande di Maggiani. Il pubblico non pareva “divertito”, piuttosto sembrava attonito per quanto stava andando in scena. La prima domanda di Maggiani era una riflessione ridondante sul suo desiderio di fare il “buon presentatore”, sul fatto che in Italia si scrive “romanzo” sulla copertina, ma non capita quasi mai che di romanzo si tratti, sulla sua condivisione dei libri di Ellroy con un amico, per terminare con un confronto tra Ellroy e Dante, scrittore “cacciato, inseguito, bollato, minacciato”. L’autore dopo la prima domanda richiedeva seriamente a Maggiani sintesi, e gongolava forse, nel vedere il presentatore in difficoltà. Più l’ammirazione di Maggiani mista ad inadeguatezza emergeva, più l’autore americano rispondeva cinico. Il culmine è stato raggiunto quando Maggiani ha paragonato Ellroy ad un fratello maggior e, ricordando il Jimmy Hendrix adorato da ragazzo ed ha numerato i libri da lui pubblicati, dieci, confrontandoli con quelli pubblicati da Ellroy, diciassette. Poco dopo Ellroy ha sbottato, esclamando: “Mi sembra di essere il tuo analista!”. Volare, cantata per la seconda volta, appariva la via di fuga per alleggerire la tensione. Tutt’altro che un paterno John Wayne, l’americano sembrava più simile al sadico Antony Perkins del notissimo Psycho. Alcuni hanno definito la serata “inquietante”.
(Giovanna Profumo)
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26 Gennaio 2010
Informazione Una vita in poche frasi
La Repubblica di giovedì 21 gennaio ha riportato la notizia dello studente di 28 anni che si è ucciso nel giorno della sua impossibile laurea. Di esami lui ne aveva dati solo cinque, e per lunghissimi anni non era riuscito, non aveva potuto, non aveva osato dire la verità, e ha lasciato che le menzogne si accumulassero fino a costruire un muro. Al termine l’organizzazione della festa di laurea, gli inviti, il suicidio.
Una storia drammatica, tristissima, che colpisce le emozioni di chi la legge, e che fa chiedere – senza possibilità di risposta - come sia stato possibile cadere in questa angoscia interminabile e senza uscita.
Ma ecco, anche questa volta, l’articolo che “spiega tutto”. Purtroppo succede di frequente: il giornalista scova l’esperto di turno (in questo caso il Dott. Ferrannini, direttore del Dipartimento di Salute Mentale dell'ASL 3 "Genovese"), gli pone quattro domande e riceve in cambio quattro risposte. Magari le riporta correttamente, magari le semplifica. Il risultato in ogni caso è un discorso inutile e arbitrario su una persona e su una situazione familiare che nessuno di quelli che ne parlano ha mai conosciuto.
Il giornalista è spinto dal desiderio di arricchire il suo pezzo, ma cosa spinge un esperto a esprimere valutazioni su una vita sconosciuta?
(Paola Pierantoni)
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3 Dicembre 2009
Informazione - La demografia ingannevole che viaggia sul web
Abbiamo ricevuto da un lettore un filmato che delineava la prossima fine della civiltà europea a causa della bassa natalità degli autoctoni a fronte della superiore natalità degli “islamici”.
Tonalità terroristica, assenza di qualunque consapevolezza storica e falsità belle e buone che qualcuno progetta, mette in confezione regalo, e diffonde con l’aiuto di singoli che in buona fede le adottano e contribuiscono a metterle in circolo.
Le preoccupazioni demografiche sulla "purezza" della razza o della cultura non sono nuove. Il problema è che a prestare attenzione a questa propaganda non sono in pochi, e non sono confinati tra i leghisti xenofobi di verde vestiti. C'è un convergere veramente preoccupante dell'informazione in questa direzione.
A servizio di questa visione astorica che cancella la realtà passata, presente e futura di un continuo mescolarsi di popoli, di una continua creazione di nuove realtà umane ha largo corso, appunto, la falsità di facile presa di un tasso di fertilità “islamico” diabolicamente superiore al “nostro”.
Per un minimo di contro-informazione, tra le molte fonti possibili ci affidiamo alla compassata Enciclopedia Britannica, in un capitolo in cui tratta “Della crescente importanza della natalità degli immigrati in Europa” (http://www.britannica.com/bps/additionalcontent/18/35766046/Overview-Chapter-7-The-rising-importance-of-migrants-for-childbearing-in-Europe) Dunque, lo studio analizza il contributo dei migranti al numero totale delle nascite nell’Europa del nord e del sud, comparando i tassi di natalità tra le donne migranti e le donne native. In estrema sintesi questa ricerca ci dice che si tratta di un fenomeno complesso, differenziato tra i gruppi migratori, differenziato tra paesi europei, e in continua evoluzione. Detto questo, lo studio sottolinea “La evidenza di una progressiva assimilazione tra la fertilità dei migranti e la fertilità locale… Questa indagine rivela che le donne migranti manifestano livelli di fertilità più alti delle popolazioni native, ma questa differenza diminuisce nel tempo e con la durata della loro permanenza nel paese ospitante”… e ancora: “Il Tasso Totale di Fertilità delle donne immigrate oscilla tipicamente tra 2.0 e 2.5 ed è pertanto più alto dello 0.3 / 0.8 di quello delle donne native”.
Il mondo sta cambiando? Sì, sta cambiando, come sempre è stato. E, come sempre, il cambiamento coinvolge tutti, viaggia in tutte le direzioni. La speranza che si tratti di un buon cambiamento riposa nelle persone che sanno vederne la complessità senza averne paura.
(Paola Pierantoni)
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12 Novembre 2009
Informazione - L’invisibilità selettiva delle donne musulmane
Distribuzione de Il Manifesto alla manifestazione per la libertà di stampa, Roma 3 ottobre 2009 Foto Pierantoni
Lo scorso 29 ottobre nei dibattiti organizzati dalla rivista femminista Marea per festeggiare i suoi quindici anni di vita, hanno preso la parola anche donne musulmane, o comunque appartenenti a quell’area culturale: al di là delle cose dette, la cosa interessante è stato questo prendere la parola, studentesse tra studentesse, esperte tra esperte, in confronti che non erano dedicati alla immigrazione o alle donne migranti. Uno scampolo di normalità.
Dell’intervento di una studentessa alla Facoltà di Lingue al dibattito sul documentario “Il corpo delle donne” abbiamo già dato conto in OLI237.
Ma nel corso della stessa mattinata erano intervenute altre due ragazze che, a differenza della prima, portavano il velo. Una aveva espresso il suo sconcerto per quello che era passato sullo schermo, l’altra lamentava la barriera che il velo costituiva nella sua relazione con i coetanei: “Io devo sempre lottare per farmi conoscere per quella che sono. All’inizio ci vedono come se fossimo ‘al di là’ , chiuse di mente, non parlano con noi, ci avvicinano con difficoltà”.
Nel pomeriggio dello stesso giorno un secondo dibattito nel salone di rappresentanza di Tursi: “Dalla velina alle veline: donne nei media tra informazione e invisibilità”, a cui partecipano giornaliste e ricercatrici. Tra loro Marieme Helie Lucas, sociologa algerina, fondatrice nel 1984 della rete di solidarietà internazionale WLUML (Women Living Under Muslim laws) che parla proprio della invisibilità delle donne musulmane. Si tratta, dice, di una “invisibilità selettiva”, perché in realtà la politica e l’informazione parlano delle donne musulmane, ma solo del loro esotismo, non delle loro lotte. Parlano di loro come vittime, velate, picchiate, uccise, ne forniscono una immagine di alterità assoluta, che alimenta il razzismo, che sancisce l’impossibilità di una relazione. Non parlano mai di loro come costruttrici di movimenti. Ad esempio nessuno parla della presenza di donne femministe e laiche in queste popolazioni. Cita un esempio francese: due piccole manifestazioni a difesa del diritto di portare il velo a scuola che hanno avuto visibilità sulla stampa, ed hanno raggiunto anche i mezzi di informazione stranieri, mentre sono state del tutto ignorate grandi manifestazioni di donne contro il velo.
Del mondo musulmano viene data una immagine omogenea che non ne rappresenta la realtà, e questo appiattimento unidimensionale corrisponde perfettamente ai desideri dei fondamentalisti islamici.
Nella sala, a parlare di mezzi di informazione, politica, trasformazioni, identità, democrazia, potere una cinquantina di donne, sedute in cerchio, e quattro uomini.
Regione e Comune presenziano con le rispettive assessore alle Pari Opportunità: trattasi, avranno pensato, di cose di donne, da lasciar navigare alla estrema periferia della politica.
Per saperne di più:
Women Living Under Muslim Laws:
http://www.wluml.org/node/5615
Marea:
http://www.mareaonline.it
Femministe musulmane:
http://invisiblearabs.blogspot.com/2009/10/teologhe-e-femministe-musulmane.html
Le donne e la Bibbia:
http://www.fondazionevalerio.org/cgi-bin/einfo/home.cgi?act=artONE&mode=grp&fam_cod=-1&grp_cod=1120&art_cod=1129
(Paola Pierantoni)
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28 Ottobre 2009
Infortuni - (Dis)informazione alla radio
Domenica 25 ottobre un imprenditore telefona a “Prima Pagina” (rassegna stampa di Radio3): “Sono stanco di tutta questa retorica sugli infortuni sul lavoro. Nella maggioranza dei casi sono infortuni “in itinere”, gente che si fa male andando da casa al lavoro e viceversa. Non sono altro che incidenti stradali. Inoltre c’è una responsabilità dei lavoratori, e poi anche molti datori di lavoro si infortunano”. Il conduttore della settimana, Franco Bechis, vicedirettore di Libero, risponde entusiasta: “La sua analisi è correttissima!”.
E commenta: se uno si fa male per strada che ne può il datore di lavoro? Aggiunge che della retorica sugli infortuni davvero non se ne può più, che è vano spenderci un mondo di parole, tanto i numeri sono sempre gli stessi. Come dire: inutile farla tanto lunga, le cose non sono drammatic he come sembrano, e al dunque non ci si può fare niente. Ma gli infortuni “in itinere” non sono affatto la maggioranza: sono l’11.1 % del totale, 97.201 su 874.000 (dati INAIL 2008). E la loro incidenza si è stabilizzata sul 4,2 ‰ del totale degli occupati. E non è nemmeno vero che i numeri siano sempre gli stessi. Tra il 2001 e il 2008 gli infortuni denunciati diminuiscono in termini assoluti (da 1.023.379 a 874.940), in percentuale sugli occupati ISTAT (dal 47,4 ‰ al 37,4 ‰), e diminuisce anche il numero degli infortuni mortali (da 1.546 a 1.120). Dati Inail. Solo che questi dati non raccontano una storia univoca. Difficile, anzi impossibile, senza altre analisi, capire quanto incida un reale miglioramento della sicurezza, quanto una diminuzione delle denunce legata a paura da precarietà del lavoro, e quanto una diminuzione della occupazione nei settori più a rischio. Può darsi che il giornalista Bechis nulla sappia di infortuni. In questo caso non doveva precipitarsi ad avallare le parole dell’ascoltatore solo perché gli facevano gioco. Se invece sapeva come stanno le cose, ha intenzionalmente operato a disinformare gli ascoltatori. Comunque un episodio di strumentalità e scarsa professionalità giocato su un tema serissimo e drammatico. La redazione di “Prima Pagina” farebbe bene a ristabilire la verità dei fatti. Difficile negare però che, in materia, politica e mezzi di informazione si limitino a ripetere litanie che non aiutano a capire ciò che avviene davvero. Come è difficile negare che alle responsabilità dei datori di lavoro (primarie, indiscutibili) se ne affianchino altre. Episodio: azienda ligure né grande né piccola. Avviene un infortunio abbastanza serio, per cui è d’obbligo una indagine penale che porta ad alzare tutta una serie di coperchi, e dietro a quell’episodio viene alla luce una generale situazione di insicurezza, e una lista di gravi inadempienze. Azienda non sindacalizzata? No, azienda sindacalizzata con tanto di RLS (Rappresentante dei lavoratori per la sicurezza). Che, parrebbe, non aveva mai segnalato questa precaria situazione ad una ASL che, parrebbe, non ha tra le sue possibilità e/o priorità quella di una sorveglianza preventiva sul territorio. A lavorare, in quella azienda come altrove, un mix di lavoratori stabili, precari, italiani, immigrati e un bel gruppo di pensionati al nero. Alla ventura.
Per saperne di più: http://www.inail.it/Portale/appmanager/portale/desktop?_nfpb=true&_pageLabel=PAGE_STATISTICHE&nextPage=Dati_INAIL/index.jsp
http://bancadati.inail.it/prevenzionale/
(Paola Pierantoni)
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Carceri - "Strategia della paura” anche su Repubblica?
"L'indulto nascosto: in arrivo 24 nuovi penitenziari" annuncia il titolo di un articolo pubblicato su La Repubblica il 15 ottobre 2009. Le prime due parole nel titolo appaiono quasi un richiamo alla paura: insomma, con il 'piano carceri' stanno per dare il via ad un nuovo indulto e nemmeno ce lo fanno sapere, addirittura nell'articolo si parla di 21 mila detenuti liberi per le strade delle nostre città.
In realtà il provvedimento prevede (anzi, prevedrebbe, visto che all'annuncio non è seguita alcuna azione) la detenzione domiciliare per i detenuti con una pena residua inferiore ai dodici mesi. Detenzione domiciliare che, oltre a non aver nulla a che fare con la denominazione di 'indulto', è già attualmente prevista, in altri casi, come misura alternativa alla carcerazione, e il cui uso è spesso auspicato non solo per risolvere il costante problema di affollamento, quanto per poter affrontare problemi relativi al reinserimento del reo nella vita sociale.
Parlare di 'indulto nascosto' significa giocare con nuovi timori e vecchie paure, quelle paure di cui non si ha certamente bisogno per affrontare seriamente l' 'emergenza carcere' che, ricordiamo, è l'emergenza quotidiana che si sta vivendo dentro gli istituti penitenziari.
Per saperne di più:
http://www.innocentievasioni.net/index.php?option=com_content&view=article&id=537:un-indulto-mascherato-e-perche-no-ma-ci-vuole-altro&catid=54:editoriale
(Maria Cecilia Averame)
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Cultura - Cronache dal fortino delle biblioteche
La stampa ne ha parlato, il primo a dare la notizia, il 10 ottobre, è stato un quotidiano locale, Il Gazzettino (http://www.ilgazzettino.it/articolo.php?id=76217: il sindaco di Musile di Piave, in provincia di Venezia, è riuscito a far breccia nel fortino delle biblioteche italiane con la decisione di cancellare dalla biblioteca comunale gli abbonamenti ai presunti quotidiani “politicizzati”. Motivazione bipartisan, come vuole il prontuario del buon politico italiano dagli anni novanta ad oggi: no a Il Manifesto, no a La Padania, 1 a 1 palla al centro. Ma poi: no a La Repubblica, sì a il Corriere della Sera: l'imparzialità sembra vacillare.
Nell'elenco dei promossi entrano anche La Gazzetta dello Sport e alcuni quotidiani locali. Se si vuole azzardare un qualche criterio empirico, e non biblioteconomico, nella selezione del sindaco si può sostenere che il quotidiano diretto da De Bortoli ha un'edizione locale, il Corriere del Veneto, che potrebbe farlo annoverare tra le testate locali. Ma La Gazzetta? Forse quello che conta è il gruppo editoriale di provenienza (RCS MediaGroup SpA), lo stesso del Corriere? O ad incoronare La Gazzetta dello Sport sono gli oltre 3.500.000 lettori?
Il problema è altro rispetto alla diatriba delle etichette destra e sinistra sui giornali italiani. Gli stessi bibliotecari italiani, abituati a contestualizzare le particolarità ed armonizzare le differenze dei patrimoni librari e informativi, hanno collocato la discussione su un piano più ampio.
L'IFLA (International Federation of Library Associations and Institutions), nel suo convegno annuale, ospitato quest'anno a Milano, ha individuato insieme all'UNESCO nel Manifesto sulle Biblioteche Pubbliche (http://archive.ifla.org/VII/s8/unesco/ital.htm) il ruolo essenziale della biblioteca per la crescita della democrazia grazie al libero accesso “senza distinzione di età, razza, sesso, religione, nazionalità, lingua o condizione sociale” al sapere e all'informazione, tramite raccolte e servizi che “non devono essere soggetti ad alcun tipo di censura ideologica, politica o religiosa, né a pressioni commerciali”.
La risposta all'iniziativa del sindaco di Musile è arrivata con una lettera del prof. Mauro Guerrini (http://www.aib.it/aib/cen/stampa/c0910a.htm) presidente dell'Associazione Italiana Biblioteche. Le sue parole misurate, puntuali e sobrie, hanno riportato l'attenzione del destinatario proprio ai principi del documento IFLA-UNESCO. Attendiamo risposta.
Si legge ancora sul Manifesto che i governi nazionali e le istituzioni locali dovrebbero incoraggiare e sostenere le biblioteche pubbliche in questa loro missione socio-culturale. Sfortunatamente le biblioteche italiane versano ormai da diversi anni in una situazione critica. Vessati da continue riduzioni di bilancio, carenze di personale aggravate dai lavoratori con contratti a termine non rinnovati nel corso del 2008/2009 e 150oristi sempre più sparuti, i bibliotecari italiani rischiano di fare la fine del panda. Speriamo che questo baluardo di democrazia non sia in via di estinzione. Segnaliamo la pagina web http://www.ifla.org/en/about-faife, relativa al FAIFE gruppo di lavoro IFLA preposto alla difesa e promozione dell'articolo 19 della Dichiarazione dei diritti dell'uomo "Ogni individuo ha diritto alla libertà di opinione e di espressione incluso il diritto di non essere molestato per la propria opinione e quello di cercare, ricevere e diffondere informazioni e idee attraverso ogni mezzo e senza riguardo a frontiere.” (http://www.ohchr.org/EN/UDHR/Pages/Language.aspx?LangID=itn)
(Alisia Poggio)
Posted by Admin at 00:51 | Comments (0)
8 Luglio 2009
Informazione - L'apertura di un nuovo sguardo
“MediAttori” è un progetto finanziato dal Ministero del Lavoro che si concluderà il 31 maggio 2010. Capofila l’associazione COSPE (www.cospe.org), scopo quello di stendere una mappa dei cittadini immigrati di prima e seconda generazione che operano nel settore della comunicazione, di creare tra loro una rete, di favorirne la collaborazione con i mezzi di informazione a larga diffusione (a partire da Internazionale), e di valorizzarne le competenze giornalistiche per “accreditarli come portatori di nuove prospettive sull’Italia Multiculturale”.
I territori coinvolti dal progetto del COSPE sono Emilia-Romagna, Friuli Venezia Giulia, Lazio, Liguria, Piemonte, Puglia, Toscana.
Gli altri partners sono: Di mondi; Etnoblog (www.etnoblog.org) ; G2 – Seconde Generazioni (www.secondegerazioni.it); Piemondo; Osservatorio Sud (www.osservatoriosud.org); Provincia di Bari; Comuni di Firenze e Torino; Internazionale (www.internazionale.it) Il 26 giugno a Genova si è svolto uno degli incontri, ed OLI è stata invitata a partecipare.
Le persone che hanno partecipato erano cittadini immigrati, o italiani di origine straniera, che avevano all’attivo esperienze – alcune professionali, altre più artigianali – nel campo della informazione. Tra di loro vi era chi aveva uno specifico interesse a vedersi formalmente riconosciuta la qualifica professionale e ad accedere all’Ordine dei Giornalisti.
Per altri lo scopo era quello di creare o consolidare per le loro comunità spazi di espressione su carta stampata, o su internet, o tramite trasmissioni radiofoniche.
La speranza generata dall’incontro è che possa favorire l’apertura di un nuovo sguardo su di noi, sulla nostra città.
Lo sguardo utile per capire cosa stiamo facendo, in che direzione stiamo andando, passa attraverso gli occhi di quelli che finora sono stati solo oggetto della informazione.
Nel corso dell’incontro si è fatto riferimento a due ricerche di Andrea Macciò nel territorio ligure: la loro lettura permette di decodificare i messaggi veicolati dai media e di capire come viene prodotto l’aumento della paura pubblica: uso di generalizzazioni improprie; schiacciamento della rappresentazione dei migranti sulla cronaca nera e giudiziaria; l’idea della massa “indifferenziata” degli “stranieri” composta da immigrati, rifugiati e richiedenti asilo, figli d’immigrati, giovani nati in Italia; invisibilità delle istanze sociali, personali, culturali delle “seconde generazioni” a cui viene data parola solo in qualità di vittime di particolari tipi di reato o come componenti delle cosiddette “bande”; la tendenza a far parlare attori “istituzionali” che riduce la possibilità che giovani figli/e di persone immigrate abbiano voce in capitolo. Ecco i titoli e i link delle ricerche:
“La rappresentazione dei migranti e della società multiculturale nei media genovesi”, 2008 (www.mmc2000.net/docs/57Rapporto_Circolo_studio_rappresentazione_migranti_media_genovesi) monitoraggio svolto dal 21 al 30 gennaio 2008 delle sezioni locali di cinque quotidiani (Il Secolo XIX ed. Genova e Levante, Il Corriere Mercantile ed. Genova e Levante, La Repubblica ed. Genova, City, Metro, Leggo, i telegiornali regionali di Primocanale, Telegenova, Raitre; il giornale radio delle 19 di Radio Babboleo. “L’immagine delle seconde generazioni nei media genovesi, 2009” http://www.mmc2000.net/docs/67Iimmagine_delle_seconde_generazioni_nei_media_genovesi monitoraggio svolto dal 20 al 29 Ottobre 2009, sulle stesse testate (esclusi i quotidiani gratuiti).
(Paola Pierantoni)
Posted by Eleana at 13:49 | Comments (0)
Informazione - La regia della paura
Informazione Su Repubblica del 5 luglio Ilvo Diamanti scrive “…oggi il premier si è trasformato nell’Authority della Paura. Che stabilisce quando sia legittimo oppure no: avere Paura. Sentimento incoraggiato quando ne sono bersaglio gli immigrati… ma quando i problemi coinvolgono l’economia e il lavoro, le ragioni dei fatti passano dalla parte del torto” Esercizio: in quali contesti si addensa la parola “paura” sulla stampa cittadina? Da una breve ma sistematica indagine dei giorni appena passati (dal 1 al 6 luglio) ne emergono tre: Primo, gli immigrati. Con una novità: alla paura dell’italiano per il minaccioso migrante, dopo il decreto sicurezza si è aggiunta quella del migrante per il minaccioso italiano. Così ora tutti hanno paura di tutti.
Secondo, i treni. C’è voluta una catastrofe per farla emergere. Che si tratti di disastro ambientale o di incidente sul lavoro, la catastrofe (molti morti in ambiente scenografico) è assolutamente indispensabile: in assenza, nessuno va a fare domande, a guardare binari consumati, norme di sicurezza ignorate. Questa è una paura che alla lunga può recar noie, ma (lo dice l’esperienza) basta aspettare un tempo ragionevole e tutto si quieta. Terzo, le donne. Questo è un classico, un evergreen che non ci viene mai a mancare. Va molto bene se c’è di mezzo uno straniero. Altrimenti è una notizia di sfondo, di semplice routine. Domani chissà, i contesti possono cambiare. Ma si può star certi che non verrà a mancare una attenta regia, che soffierà dove serve, soffocherà dove è necessario, lascerà correre dove è indifferente. Sarebbe bene non distrarsi, perché i registi della paura ci portano dove nemmeno loro sanno: “Per fare efficacemente paura bisogna aver paura, e chi ha paura non ha il pieno controllo della situazione” (Luisa Accati, “Il mostro e la bella” Raffaello Cortina Editore).
(Paola Pierantoni)
Posted by Eleana at 13:43 | Comments (0)
2 Luglio 2009
Internet - Dal 1948 una legge per il web
A volte sembra che chi fa le leggi che regolano internet, usi internet solo per scaricare la posta, o più facilmente paghi qualcuno perché si occupi di questa laboriosa faccenda. Il risultato è che ogni normativa che tenti di regolamentare internet è destinata a non funzionare, a essere disattesa, o semplicemente a essere ritirata. Perché è stata scritta da chi internet non lo conosce e che cerca, ciecamente, di applicare norme e criteri nati altrove e che non funzionano su internet.
L'ultima perla arriva con la famigerata legge sulle intercettazioni, che sarà a breve discussa al Senato. La legge introduce, nell'articolo 15, una norma che estende anche ai “siti informatici” le procedure di rettifica delle informazioni ritenute non veritiere o lesive della reputazione dei soggetti coinvolti.
Cos'è un sito informatico?
Di norma tutto quanto, sulla rete, produca 'contenuti': sia esso un sito professionale o il blog di un ragazzino o una casalinga.
Od OLI.
Cosa è l'obbligo di rettifica?
Poniamo che sul mio blog qualcuno, chiamiamolo Caio, scriva un commento in cui critica pesantemente Tizio. Cosa succede oggi? Nel mondo reale Tizio si collega al mio blog, vede il commento di Caio e risponde per le rime alle critiche che ha ricevuto da Caio, o risponde sul suo blog alle falsità scritte nel mio blog.
E' il bello di internet, le informazioni si muovono continuamente, c'è scambio di opinioni.
Secondo la legge no. Secondo la legge Tizio deve mandare a me, "gestore del sito informatico"s una comunicazione in cui chiede ufficialmente che sia inserita una rettifica in calce al commento scritto da Caio. Io ho 48 ore per inserire la rettifica. Se non lo faccio pago svariate migliaia di euro di multa.
Ci manca solo la richiesta di apporre un timbro con inchiostro sul monitor per autenticare la rettifica.
Il problema è chiaro: la norma applicata all'internet del 2009 è del 1948, appiccicata alla bene e meglio a internet come se internet fosse un quotidiano che esce ogni giorno e ogni giorno muore, come se i blogger (sempre meno) fossero giornalisti pagati da un editore e come se chi viene criticato su internet non avesse gli strumenti per rispondere. Non che non esista il problema della diffamazione su internet, ma la legge è semplicemente inapplicabile e ingiusta. Vi immaginate se domani Berlusconi mandasse una e-mail a Facebook chiedendo che venga apposto a ogni commento, stato, nota, foto, video che lo riguardano una personale rettifica in cui spiega che c'è un complotto nei suoi confronti? Ve lo immaginate? Ecco, anche io.
(Maria Cecilia Averame)
Posted by Eleana at 01:14 | Comments (0)
24 Giugno 2009
Informazione - L'anoressia spiegata ai media
Attraverso la prima pagina dei quotidiani online ci si imbatte ormai con frequenza nell'incubo anoressia gridato dalle braccia troppo esili della Paris Hilton di turno o nel dimagrimento malsano-miracoloso di Lindsay Lohan dovuto al cibo-spazzatura. Non c'è scampo neanche dal sito della propria web mail, prima ancora di raggiungere la casella di posta elettronica si è rassicurati che Katie Holmes, la moglie di Tom Cruise, è dimagrita sì molto, ma a causa dello stress lavorativo.
Gli allarmi lanciati nella rete sono solitamente corredati da nutriti album di fotografie, sulle quali gli occhi anoressico/bulemici indugiano con desiderio ed attenzione.
È importante sensibilizzare attraverso l'esempio, coinvolgendo persone che hanno superato o imparato a convivere con la malattia, ma è essenziale comprendere che le immagini di corpi fragili dalle linee cubiste contribuiscono a sviluppare una mitologia agli occhi del malato.
L'informazione dovrebbe sapere che i disturbi alimentari si accompagnano ad un disturbo di immagine, inteso come falsata percezione di se stessi. Chi è affetto da anoressia o bulimia è incapace di vedersi e realizzare le dimensioni del proprio corpo, al contrario, si sente sempre fuori forma e con una taglia in più. Alla personale inadeguatezza risponde la perfezione delle foto, che siano di una testimonial della campagna contro l'anoressia di 35 kg di peso o di una sana modella con la quarta di reggiseno.
La restrizione assoluta di un anoressico e la fame smisurata seguita dal colpevole rigurgito di un bulimico non sono motivate dalla copertina di Vogue. Le fotografie sono una semplice manifestazione della perfezione a cui una persona sofferente anela.
La maniacale attenzione che l'anoressico rivolge al proprio peso è motivata dalla necessità di una approvazione assoluta, che soddisfi un'incolmabile mancanza di stima in se stessi e nelle proprie capacità. Per assurdo, soffrono spesso di queste patologie quelle persone alle quali non è stato necessario "chiedere mai", perché sempre responsabili e determinate sul lavoro, servizievoli in famiglia, brillanti a scuola.
L'obbiettivo, l'infallibilità dei sentimenti e l'eterna accettazione, viene raggiunto mantenendo il proprio peso sottocontrollo, verificando il menù composto da mele golden e gallette di riso al grammo ed irrorando il tutto di iperattività su tutti i fronti. Quest'ultima si lega spesso nel caso delle donna al ribaltamento del ruolo femminile nella società, non più solo madre e casalinga, ma anche donna d'affari, sportiva e con una vita sociale attiva. L'attenzione esasperata al cibo pone dei limiti insormontabili ad una sana socialità e condivisione della quotidianità con gli altri, il moto perpetuo si dissolve in una serie di compiti da svolgere in modo rigoroso e distante dagli altri. Al danno la beffa, una informazione infarcita di fitness, successi e spadellamenti in cucina.
Probabilmente per sensibilizzare l'opinione pubblica sulla realtà dei disturbi alimentari sembrano sufficienti questi articoli usa e getta. In realtà si rischia di banalizzare la complessità di questi problemi, allontanando i possibili interlocutori.
Non è ingrassando le modelle che si sfonda il muro del corpo dietro il quale gli anoressici/bulemici si sono barricati. L'invisibilità dell'effetto non elimina la causa, solo attraverso la sua comprensione, di cui un'informazione responsabile si dovrebbe far portavoce, si può fare un passo avanti verso la risoluzione di questi disagi.
(M. Alisia Poggio)
Posted by Eleana at 19:38 | Comments (0)
16 Giugno 2009
Informazione - I buoni e i cattivi
Domenica scorsa, sulla spiaggia di Voltri, c’è stata una grande rissa: notizia di richiamo che finisce su tutte le locandine davanti alle edicole. La Gazzetta del Lunedì non rinuncia alla sottolineatura razziale: “Maxi rissa tra immigrati sulla spiaggia”, mentre Repubblica (Maxi rissa tra bagnanti a colpi di ombrellone), e Secolo XIX (Maxi rissa sulla spiaggia) tengono un profilo più neutro. Ma andiamo a vedere gli articoli.
La Gazzetta del Lunedì unifica nella parola “extracomunitari” i protagonisti della rissa, parla degli attimi di “vero terrore” vissuti da “centinaia di bagnanti spaventati da tanta violenza”, ci dice che la spiaggia “a quell’ora era affollatissima” e che “le tante persone presenti sono scappate urlando portandosi via i bambini”, ma non ci informa di che nazionalità era questa gente.
L’articolo del Secolo XIX descrive l’episodio attraverso la testimonianza di Ilaria (italiana), che dice “non avevo mai visto tanta violenza”, di Barbara (italiana) “un numero impressionante di ragazzi ubriachi…” nonché dell’ex direttore artistico (?) – italiano - dello stabilimento balneare Utri Beach “Oggi la spiaggia libera è in preda a bande di extracomunitari. Non è un problema di Voltri, ma della nostra società”.
Repubblica ricostruisce la dinamica dell’episodio: una festa di famiglie ecuadoriane sulla spiaggia, grigliata, mamme, bambini, mariti, nonni, ragazzini. Poi una lite per un posteggio innesca una rissa davvero impressionante che coinvolge una cinquantina di persone, con molto spavento e pericolo dei bagnanti che fuggono in mare o si chiudono in auto. Quella di Voltri, si legge su Repubblica “è una spiaggia con tre bandiere: ci sono tanti ecuadoriani, un numero eguale di albanesi arrivati dai vicoli, e una manciata di genovesi…”.
Ma allora, giocoforza, anche le persone spaventate e in fuga dovevano essere in maggioranza ecuadoriani ed albanesi! Mamme, bambini, nonni ecuadoriani ed albanesi.
Chissà come mai dalla lettura degli articoli del Secolo e della Gazzetta avevamo capito che gli ecuadoriani e gli albanesi (anzi, no: gli extracomunitari) erano solo dalla parte dei “cattivi”.
(Paola Pierantoni)
Posted by Eleana at 23:13 | Comments (0)
13 Maggio 2009
Migranti - I cioccolatini di Prima Pagina
“La vita è come una scatola di cioccolatini. Non sai mai quello che ti capita!”. Così, nel film Forrest Gump, dice la madre al figlio, regalandogli la dose minima di saggezza alla quale ricorrere in caso di avversità.
Come una scatola di cioccolatini è Prima Pagina, trasmissione di Radio Rai Tre che, dalle 7.15 alle 8.40 del mattino, commenta articoli di quotidiani, accogliendo le telefonate di ascoltatori da tutta Italia. Giornalisti di destra, sinistra e centro si passano il testimone di settimana in settimana con un canovaccio inquietante e rassicurante al tempo stesso. Dopo di loro le persone chiamano, espongono la visione delle notizie, interpretandole e mettendoci del proprio.
La scorsa settimana a leggere le notizie Gian Antonio Stella. Quello della casta, delle inchieste scomode. Mito del giornalismo italiano. Partigiano dell’informazione nelle aspettative di chi sa che l’Italia è al settantunesimo posto per libertà dei giornalisti di fare il loro lavoro (www.unimondo.org). Ma mattina dopo mattina, Stella si attarda troppo sul divorzio di Berlusconi e Veronica e la trasmissione prende una china strana. Ed anche la storia dei clandestini intercettati via mare e riaccompagnati in Libia perde, durante la lettura degli articoli, quel non so che di disumano che anche la mente più assopita può scorgere. L’ingiustizia diventa tollerabile ed in un paese così stretto e lungo, con così tanti problemi, certo, viene spiegato, non si possono accogliere tutti. Nel fondo del caffè mattutino finiscono anni di tolleranza, articoli di diritti umani e storia del Novecento. Seguono le telefonate di ascoltatori che, con rinnovato coraggio – impensabile in anni passat i – espongono una visione fascista della vita, per la quale se il mondo è diviso in due parti, di quella peggiore loro non se ne devono far carico. Stupisce la presa di posizione della Chiesa così indignata oggi. La stessa Chiesa che più di un anno fa contribuiva ad affossare il governo Prodi considerandolo come causa prima di una nazione diventata “il paese dei coriandoli”. Comunque per quei clandestini, viene detto, in Libia esistono luoghi adatti a valutare la loro posizione ed un’eventuale richiesta d’asilo. Che l’ascoltatore sia in macchina o stia vestendosi questa notizia consente di acquietare anche la coscienza più sinistra.
Tuttavia un ultimo cioccolatino rimane dentro la scatola.
A scartarlo Alessandra Ballerini, avvocato genovese, che spiega a Gian Antonio Stella quanto la Libia sia esclusa da un percorso sui diritti umani riconoscibile a livello internazionale. Dicendo che la maggioranza delle donne prima di raggiungere quei barconi sono state violentate durante il viaggio. E di luoghi destinati ad accogliere e valutare casi e richieste di asilo in Libia non se ne conosce traccia, a meno che non li abbiamo costruiti durante la notte.
(Giovanna Profumo)
Posted by Eleana at 21:10 | Comments (0)
8 Aprile 2009
Prima pagina - Stampa internazionale
Lunedì mattina un ascoltatore di “Prima Pagina” (quotidiana rassegna stampa e dialogo con gli ascoltatori di Radio3) telefona al conduttore della settimana (Giovanni Maria Vian, direttore dell’Osservatore Romano), e gli chiede: “ma come è che a condurre la nostra amata rassegna stampa questa settimana c’è il direttore del giornale di uno Stato estero? Allo stesso modo dovrebbero ruotare nel ruolo giornalisti del Times, o di Le Monde…”
La risposta del conduttore è imbarazzata, non sa trovare di meglio che dire che il Vaticano è molto più a portata di mano…
Nel caso “Prima Pagina” voglia aprirsi di più al mondo avanziamo il suggerimento di inserire nella rosa dei conduttori qualche redattore di Internazionale.
(Paola Pierantoni)
Posted by Admin at 17:40 | Comments (0)
Corrispondenze in rete: il dibattito primavera prosegue
AIUTO! Sto imparando qualcosa sulle tossicodipendenze e mi rendo conto d’esserne un rappresentante tipico... Non solo per Bacco, tabacco e Venere (nei limiti), ma anche per altre cose.
Mi spiego: uno dei sintomi chiave della dipendenza e' la perseveranza del comportamento, anche se il soggetto sa benissimo che ciò gli farà del male. L'eroinomane continua a farsi anche se sa che gli rovinerà la vita, il tabagista continua a fumare anche se sa che gli causerà delle malattie. Così io so benissimo che se accendo il TG2, poi sarò di cattivo umore per giorni. Eppure, quando la sera i bimbi sono a dormire e la ragazza impara il cinese, spesso non so resistere e dico: "guardiamoci il telegiornale..." (ogni volta spero di rivedere Mario Pastore e il suo segno di forcipe sulla fronte, ma vengo sempre deluso).
Succede raramente ma ultimamente mi è successo due volte. La prima, qualche giorno fa, c'era il presidente del Senato Schifani a El Alamein che ricordava i caduti per "difendere l'onore della patria" (testuale). Io non so dove sia esattamente El Alamein, ma non credo sia in provincia di Frosinone, e non credo proprio che i morti italiani fossero là per "difendere la patria".
La ragazza, alzando gli occhi dalla grammatica mandarina, ha detto che sarebbe come se i tedeschi celebrassero i difensori della patria a Stalingrado (circa 200.000 morti germanici, contro i 12.000 italiani di El Alamein, fonte Wikipedia). Prima gelata lungo la schiena.
Seconda volta, ieri. Parte della legge sulla procreazione assistita è stata dichiarata anticostituzionale dalla Consulta. Fini dice che è giusto, Schifani gli risponde; dall’Afghanistan, dove ha consegnato i "premi El Alamein" ai soldati (ancora! Ho subito pensato ai "premi Stalingrado" per i soldati tedeschi...). Lui dice che siccome la legge e' stata votata e' buona e basta.
Il TG va avanti con la solita girandola dei commenti che durano dai 2 secondi ai 20 secondi ciascuno (a proposito: ne ho contato 20. Ma non avevano detto che con il bipartitismo sta cosa sarebbe finita?). I commenti sono catalogabili così: 1. Commento riportato dal giornalista che dice il nome del commentante; 2. Commento riportato dal giornalista con foto del commentante; 3. Commento riportato dal giornalista con immagini mute del commentante; 4. Commento in presa diretta del commentante, di solito circondato da una selva di microfoni.
Ieri, come spesso (credo) capita, il commento di tipo 4 era per Gasparri, rigorosamente alla fine della girandola. Testuali parole: "La legge e' stata votata dal Parlamento e ha passato un referendum. Quindi e' frutto della VOLONTA' POPOLARE, contro cui NEMMENO LA CORTE COSTITUZIONALE PUO' FARE NULLA".
Una frase del genere, in qualsiasi Paese, varrebbe la galera per sovversione. La Corte Costituzionale e' lì apposta per controllare che le leggi, per quanto popolari e maggioritarie non siano contro la Costituzione. Se la maggioranza votasse una legge a furor di popolo, che dice che tutti quelli che si chiamano Gasparri debbono essere appesi per i coglioni sulle pubbliche piazze, la Consulta bloccherebbe la legge perché è palesemente anticostituzionale (anche se potrebbe incontrare favori) Bon, mi sono svegliato presto stamattina (naturalmente di cattivo umore), e ho pensato di scassarveli anche a voi. Buon fine settimana a tutti.
Gio
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1 Aprile 2009
Annozero - Architetti in libertà
Nell’ultima trasmissione di "Annozero" dedicata alla legge sulla casa, c’è stata la solita fiera delle illusioni con l’on Lupi a fare la parte del leone nella spudorata difesa degli obbrobri futuri della Sardegna e nella difesa della politica per la casa prospettata da Berlusconi (e subito dopo smentita). Una noia da sprofondare o da cambiare subito canale. Ma tant’é… Per contro al giornalista della Stampa Ferruccio Sansa, autore di importanti libri sui padroni del cemento a Milano e in Liguria, il conduttore ha dato e tolto la parola in un ritaglio di minuti, interrompendolo più volte e senza consentirgli di esprimere compiutamente il suo pensiero. Modo singolare di condurre un dibattito televisivo.
Meglio Niki Vendola, che ha svolto il suo pensiero con la lucidità e l’intelligenza che gli sono riconosciute, anche lui, però, interrotto con frequenza da quel Lupi che non si capisce perché i conduttori continuino a invitare ai loro dibattiti, v ista la capacità di guardarglieli con un profluvio inarrestabile di parole, fotocopia di quelle di Berlusconi, già dette e ascoltate cento volte. Ma il clou della serata è stata l’onorevole Santanchè che ha redarguito due giovani di Torino, i quali, in appendice al discorso sulla casa lamentavano come nella loro città un importante istituto bancario stesse progettando la costruzione di un grattacielo nel centro storico, distruggendo una linea di paesaggio urbano consolidato da secoli. La signora ha risposto auspicando che ne venissero altre di costruzioni proiettate verso l’alto, che non guastano così il tessuto urbano della città. E poi quel progetto era di Renzo Piano, genio dell’architettura per definizione, nelle cui mani, via, qualunque progetto edificatorio, non poteva che avere un impatto positivo sull’area urbana della città. I due giovani obiettavano che la struttura urbanistica di Torino, edificata nel Settecento nel mirabile modo universalmente riconosciuto, non avrebbe sopportato un innesto architettonico di quel genere, che già la Mole Antonelliana bastava come logo della città, che un grattacielo in quel tessuto urbano sarebbe stato un’offesa alla vista e al paesaggio storico di Torino. Niente da fare. Argomentazioni a raffica della signora, interruzioni del conduttore, disagio di Marco Travaglio e di Ferruccio Sansa. Avessi potuto interloquire avrei ricordato ai protagonisti della serata che anche un genio dell’architettura come Renzo Piano non può essere lasciato libero dalle amministrazioni di progettare a suo insindacabile giudizio, che ci deve essere un piano urbanistico al quale adeguarsi, che per Torino, come è stato per San Pietroburgo costruita dagli stessi architetti impiegati nella città sabauda, non poteva essere prevedibile lo sviluppo in altezza, in grave contrasto con le linee di sviluppo orizzontali della città. A Genova Renzo Piano, progettista delle Colombiane, ha lasciato opere straordinarie, come la risistemazione del porto A ntico, ma se fossi stato amministratore della città non so se gli avrei consentito di regalare a Genova, col pronto cassa dei Messina, una Bolla (già sgradevole nel nome), la quale collocata accanto all’Acquario sullo sfondo del porto deturpa il logo storico di Genova: la Lanterna. Non era proprio il caso.
(Giovanni Meriana)
Posted by Admin at 17:46 | Comments (0)
25 Marzo 2009
Casagit: l’informazione deve essere completa
Buona norma di chiunque scrive, giornalista o no, sarebbe quella di informarsi a tutto campo e non solo su elementi legati a interventi o analisi parziali o di schieramenti di parte.
Chi legge la nota di “e.m” deduce che la cassa integrativa di assistenza sia un bengodi in cui, nella migliore delle ipotesi, ci sono stati se non furti o ruberie, sciatteria a favore di una categoria (i giornalisti) che ha molti difetti (siamo i primi a dirlo e combatterli quando ci riusciamo), ma non quello di non avere denunciato e affrontato la situazione. Quantomeno la Liguria con il suo sindacato territoriale dei giornalisti (Associazione Ligure dei Giornalisti-Fnsi) e la Consulta Ligure della Casagit con un’altra decina di associazioni del “coordinamento”. Se non si spiegano le cose è troppo semplice, linkando qualche sito o intervento, dare e fare una informazione distorta o quantomeno parziale. Cosa poco nobile per un sito come Oli che ha nelle sue caratteristiche l’essere un Osservatorio, sempre puntuale, soprattutto quando analizza e critica. E quindi documentato.
1- La Casagit è stata una conquista sindacale contrattuale poi resa autonoma nella gestione. Ogni giornalista paga ogni mese una trattenuta. Il principio uniformatore è quello della mutualità. Quindi solidarietà, ovvero ciascuno versa in ragione di quanto guadagna e riceve quasi sempre in ragione delle necessità reali. Non essendo appunto un pozzo di S.Patrizio (ovunque c’è chi prova a marciare sulla solidarietà) è regolamentata con tariffari, rimborsi, convenzioni, assistenze dirette e no.
2- La platea dell’informazione e di chi lavora nel settore è cambiata negli ultimi 15 anni, precariato in testa, molto lavoro autonomo pagato (spesso male). Si è cercato nella diversificazione dei contratti di dare a tutti o quasi la possibilità di iscriversi e di compensare, nel caso non raggiungesse il minimo di versamento contrattuale, con una propria quota il diritto alla assistenza. Ecco perché c’è chi integra la sua quota da sempre e non perché c’è questa oggettiva situazione di difficoltà e di deficit. Pur calando il gettito contrattuale (stipendi più bassi”, prepensionamenti etc)
3- La Casagit non è non benefit gentilmente concesso dagli editori. E ha scontato, come ogni cosa contrattuale, sindacale, professionale (a oggi il contratto dei giornalisti è senza rinnova da 4 anni e più, quindi il gettito dei versamenti non è salito a fronte di una spesa in ascesa) la progressiva e giusta trasformazione della (ex) corporazione dei giornalisti in una categoria. Compresa una certa disattenzione della categoria abituata o a lamentarsi per quanto versa oppure per qualche ritardo o oggi perché c’è una oggettiva situazione di difficoltà. Dovuta a cosa? A nessuna ruberia, ma a degli errori di valutazione e anche a un eccesso (o malinteso quindi sfociando nell’egoismo) senso di solidarismo. Nel senso che su alcune piazze come Roma l’avere contribuito (per esempio) a una struttura di assistenza in forma diretta e propria (poliambulatorio) ha portato a una spesa di difficile gestione e controllo. Accumulando problemi e difficoltà che vanno risolti. Come quelle di un eccesso di convenzioni con rimborsi alti nell’ospedalità privata.
4- La mutualità della Casagit, da sola, spiega e motiva il valore sociale della Cassa stessa. Basta fare un raffronto con le assicurazioni classiche e si trova la risposta a chi dice meglio chiudere e mi faccio l’assicurazione privata. Provare per credere. Chi scrive ha versato, per mia fortuna, per almeno venti anni senza avere bisogno di supporto o integrazione sanitaria di una lira o di un euro Quando ho avuto necessità sono stato assistito o aiutato, come moltissimi altri e continuo a versare la ritenuta salariale (ritenuta: nessuno ci regala nulla) ben contento di avere contribuito e di contribuire ad aiutare altri.
5- La mutualità della Casagit di fronte ai dati di deficit e difficoltà impone una riforma seria nei livelli di assistenza che saranno propri e dovrebbero già esserli, della modificata geografia contrattuale, economica, sociale del giornalismo con contratti da dipendente o no. Da qui la necessità di fare capire a chi ha indubbiamente non dico approfittato, ma ecceduto nell’uso della Casagit, che i tempi sono cambiati, con una razionalizzazione diversa dell’assistenza integrativa che, in quanto tale, non sostituisce il SSN.
6- Sarebbe stata una ricerca (forse non mirata solo su singole componenti o altro di sindacato, casagit e dintorni) più completa, se – per esempio – “e.m.” avesse letto cosa nel 2006 e 2007 la Ligure con altre dieci associazioni di stampa regionali e le loro consulte casagit (sindacato e casagit) avevano proposto ed evidenziato. Quello che con aria un po’ scandalizzata e – scusate – con un po’ di facile travaglismo d’annata (ma Travaglio si documenta allo sfinimento) oggi viene proposto nel servizio di “e. m”. C’erano soluzioni, proposte, allarmi oggi di attualità, non condivisi o sottovalutati non tanto o non solo in sede Casagit, ma sulle piazze più grosse dell’informazione.
La complessità della situazione e di cosa è la Casagit porta via troppo spazio per spiegare cosa nel testo di Oli viene condensato con vari link a una sola voce al cui interno ci sono cose condivisibili ma anche molte e soprattutto cose legate al prossimo rinnovo degli organismi. La Ligure con il cosiddetto “coordinamento delle associazioni” e la sua consulta, analisi e proposte sgradevoli le ha fatte, non da sola. Nel CdA Casagit due componenti hanno detto no alle mani in tasca ai colleghi, sostenendo la riforma e sono due colleghi del coordinamento che, tanto per essere chiari, non è una corrente, ma raccoglie su temi sindacali espressioni culturali, politiche e via dicendo di anima diversa con un concetto comune condiviso: si fa sindacato. Bene o male, ma per i colleghi. Nelle consulte il fiduciario ligure Guido Filippi è stato capofila, convincendo altri della bontà dell’esigenza di una riforma, ma (per ora) siamo stati minoritari. Ci sarà stato chi ha sottovalutato, è stato pigro, ne ha approfittato, è miope e preferirebbe una assicurazione privata e personale. Ma ci sono stati molti che da almeno due anni e mezzo si sono “picchiati” e si picchiano per riformare una struttura che è stata una conquista, ci siamo sempre pagati e pur nelle difficoltà contingenti dell’oggi (150 richieste di esuberi e prepensionamenti, 120 già fatti, cassa integrazione arrivati alla Fnsi in una settimana, altri disastri in arrivo da gestire), deve continuare ad essere una conquista e una “mutualità”.
La crisi c’è, l’editoria è in crisi da molto tempo, ma proprio per questo il principio solidaristico della cassa, con adeguati e intelligenti sacrifici e riforme può e deve continuare a vivere. Nessuno- questo sia chiaro - ha rubato mai nulla. Il soldi, sono finiti in tasca ai colleghi. Si tratta di cambiare passo. Ovvio che chi si troverà a doverlo fare sarà antipatico... e in Liguria, non da oggi, lo siamo. Proprio per questo sarebbe stato meglio e avremmo gradito – al i là della legittima espressione di pensiero e di critica – una documentazione più approfondita e completa sul tema. Magari chi ha scritto è pure uno/a collega e dovrebbe conoscere tutto il sistema, non perché è spesso anche una domanda d’esame professionale, ma perché la cassa è un patrimonio della categoria. Risvegliarsi come Alice nel paese delle meraviglie, scusate, non è un pregio ma una colpa.
La solidarietà è antipatica a molti, oggi più che in altre epoche. E la Casagit anche se un po’ antipatica darà ancora una mano a molti. Riformata e senza demagogia.
(Marcello Zinola, Segretario Associazione Ligure dei Giornalisti-Fnsi)
Posted by Eleana at 00:04 | Comments (0)
18 Marzo 2009
Giornalisti - Un grosso pasticcio per la Cassa di assistenza
Quasi quattro milioni di euro di disavanzo nel 2007. Tredici milioni e mezzo di “buco” pregresso. La Cassa autonoma di assistenza integrativa dei giornalisti (Casagit) si trova, a quanto pare, in un grosso pasticcio. E se non ci saranno forti interventi in proposito entro 3 o 4 anni scomparirà, inghiottita dalla voragine (http://www.infodem.it/fatti.asp?id=2331).
Facciamo un passo indietro e proviamo a capire cosa sta succedendo, da blog e commenti dei giornalisti (la notizia non ha destato l’interesse della stampa). Innanzitutto, per i non addetti, la Casagit, è un’associazione privata, nata nel 1974, per assicurare a soci e familiari un sistema integrativo dell’assistenza dovuta dal servizio sanitario nazionale.
Veniamo ai fatti recenti: dopo quasi dieci anni di continuità al governo della Cassa, Andrea Leone, vicepresidente dal 1998 e presidente dal 2001 fino ad oggi, a fine 2008 dà la notizia di un disavanzo, per l’anno precedente, di 3,9 milioni di euro e della scoperta di un buco nero, quasi 14 milioni di euro. In realtà quei soldi pare che nelle casse non ci siano mai stati: gli enti no-profit sono liberi, per legge, di includere o no, in sede di stesura di bilancio, le spese ed i contributi di cui la cassa ha conoscenza fino alla fine dell’anno. La Casagit finora permetteva di presentare le pratiche di rimborso entro 2 anni.
Un nuovo metodo per redigere il bilancio ha portato a galla la realtà: i forti ritardi nel pagamento dei rimborsi avrebbero fatto sì che quelli che nel corso degli anni erano considerati avanzi di gestione fossero in realtà mancati pagamenti di spese. Per sprofondare nel baratro, poi, si sarebbe aggiunto l’acquisto di obbligazioni Lehman Brothers per 600mila euro, inghiottiti dal crollo dei mercati finanziari, stimolando interrogativi quali: chi decide l’investimento sui mercati mondiali dei fondi della cassa integrativa dei giornalisti? Chi sceglie i titoli?
Il sito della Casagit (http://www.casagit.it) non è prodigo di cifre o informazioni a riguardo, mentre gli articoli a commento della crisi in corso sono al momento indisponibili. Si può trovare in rete (http://www.infodem.it/fatti.asp?id=2331) la risposta del presidente Leone, che ripercorre punto per punto le tappe della catastrofe, e dà alcune risposte. Come mai non avete impostato prima il nuovo sistema contabile? “Abbiamo dovuto aggiornare i sistemi informativi per rendere possibile la raccolta dei dati necessari”. Perchè lo fate ora? “Innanzitutto, pensiamo sia indispensabile per la salute della Casagit, e poi, ci saremo costretti entro il 2010 dalle normative sui fondi sanitari integrativi”. Ecco come si spiega il buco plurimilionario.
Continuando a seguire la linea di difesa dell’attuale amministrazione, (http://it.dir.groups.yahoo.com/group/senzabavaglio/message/4853?l=1), un consigliere giustifica punto per punto le posizioni e le scelte dell’amministrazione, e attacca duramente le abitudini dei soci: Casagit paga un prezzo altissimo – milioni di euro di contributi collettivi – alla “comodità”, alla consuetudine pigra, se non addirittura all’egoismo menefreghistico e al fraintendimento delle finalità dello strumento a disposizione... Casagit non è l’albero della cuccagna, non è un bancomat personalizzato, non è un pozzo di San Patrizio.”
Insomma, la situazione è complicata, ed invelenita dalla prossimità alle elezioni del nuovo cda. Nel frattempo si tampona la situazione con un contributo una tantum per soci e familiari e con un drastico taglio delle convenzioni. Il dibattito ferve e le parole chiave sono “riformare” o “abolire”.
(Eleana Marullo)
Posted by Admin at 11:41 | Comments (0)
18 Febbraio 2009
Informazione - Prendere posizione non è informare
Il Secolo XIX dell’11 febbraio, a proposito della morte di Eluana Englaro, titolava in prima pagina: “Morte ‘anticipata’ si cercano i motivi”. L’autopsia e le perizie, atti dovuti, richiesti e voluti da tutti perché non resti nemmeno un’ombra su questa vicenda terribile, diventano a questo punto la ricerca dei “motivi” di una morte sostanzialmente accreditata come sospetta. Le virgolette cautelative non attenuano infatti il messaggio di fondo, quello che resterà nella mente di chi legge probabilmente anche dopo che ogni accertamento sia giunto alla sua conclusione, e cioè che abbia avuto luogo un intervento attivo per provocare la fine di Eluana.
Fa indubbiamente parte della informazione dare conto di quel che ha seguito e sta seguendo questa morte: accertamenti, verifiche, polemiche, prese di posizione, incluse quelle di comitati etici, associazioni religiose e rappresentanti politici che, come si legge nel testo dell’articolo “… alimentano il sospetto che la morte sia stata anticipata”.
Ma il titolo assegnato all’articolo avvalora, senza nessuna base concreta, la posizione di chi sta sollevando sospetti. Questa non è informazione.
(Paola Pierantoni)
Posted by Admin at 15:00 | Comments (0)
11 Febbraio 2009
Nucleare - Chi ne parla e chi no
Il film neozelandese "The Nuclear Comeback" (53 minuti, 2008) ha vinto il Concorso documentari internazionali dell'undicesima edizione di Cinemambiente (Torino, 16-21 ottobre 2008). Il regista, Justin Pemberton, che ha girato molti paesi per raccogliere documenti e testimonianze, spiega: “Negli ultimi anni mi sono accorto che le società che producono energia, i politici, gli scienziati e gli ambientalisti hanno unito le loro voci per dirci che il mondo deve tornare al nucleare”.
Nel film si succedono luoghi e interviste che illustrano il processo di produzione di energia da nucleare e lo stato attuale del problema. Così sfilano la miniere di uranio Ranger in Australia (la maggiore miniera a cielo aperto del mondo); il reattore in attività di Torness (Scozia); quello in smantellamento di Calder Hall (Sellafield, GB); gli interni di Cernobyl tenuto dai tecnici permanentemente sotto controllo e la vicina città abbandonata di Pripyat (Ucraina) che, prima del disastro contava con quasi 50 mila abitanti; il deposito di scorie a bassa e media attività di radiazione di Forsmark (Svezia) fatto da gallerie costruite a 80 metri sotto il livello del mar Baltico, a circa un chilometro dalla costa; gli attuali scavi per depositare scorie ad alta attività nei dintorni di Uppsala (Svezia).
E mentre le immagini scorrono svelando con rara efficacia lo sconosciuto mondo dell’energia nucleare, si ascoltano descrizioni e opinioni di esperti favorevoli e contrari al nucleare (tra i primi, ci sono anche ambientalisti perché “sarebbe l’unica fonte di energia pulita”).
Le dichiarazioni di un ingegnere nucleare svedese, favorevole al nucleare, ma non incondizionatamente, fanno riflettere: anche gli incidenti più terribili, la stessa guerra, quando accadono, sono nel passato; quelli dell'energia nucleare, no.
Terrorismo, proliferazione nucleare, contaminazione, smaltimento dei rifiuti, sono esaminati dai diversi punti di vista e il film diventa una preziosa fonte di informazione e di documentazione. Il film ha girato poco. Oltre che a Torino, si è visto a Torre Pellice, Collegno, Cremona, Perugia. Non molto per un film importante, che tutti, specialmente nelle scuole e nell’università, dovrebbero vedere. Del possibile ritorno al nucleare oggi si discute molto in molti paesi tranne che in Italia, dove lo si vuole imporre in modo accelerato e prepotente. A favorire questo disegno è la quasi totale mancanza di dibattito. Anche a Genova, che si candida a capitale del nucleare.
(Oscar Itzcovich)
Posted by Admin at 14:24 | Comments (0)
21 Gennaio 2009
Informazione/1 - Futuro di nicchia per la carta stampata
Il 16 gennaio nel Faccia a faccia mattutino di Radio3 il giornalista Paolo Franchi ha intervistato Eugenio Scalfari. Tema: la crisi della carta stampata e le sue sorti future.
Scalfari elenca le cause: una nuova tecnologia si è imposta e le nuove generazioni si sono disamorate della parola scritta sostituendola con la civiltà delle immagini e dei suoni. Ma “mentre la parola scritta può essere riletta, per immagini non si riflette. Non si deposita la comprensione”
D’altro canto la rinascita della parola scritta e parlata attraverso internet ha caratteristiche sue proprie, perché si fonda su un rapporto interattivo.
Tenendo conto di internet i lettori dei giornali in realtà aumentano, ma “la frequentazione dei siti non è propedeutica all’acquisto del giornale in edicola, e il ricavo dei giornali è in netta diminuzione”. Nessuno cerca più “la notizia” sul giornale, e la carta stampata “si sta trasformando in una nicchia dove si esprimono i commenti, la cultura, la riflessione, quello che la tv non capta”.
L’inevitabile processo di trasformazione però è estremamente lento perché “è un percorso di lacrime e sangue: la necessità è di avere giornalisti molto maturi in grado di dare una linea politica e soprattutto culturale che i giovani maneggiano con difficoltà”
Le parole di Scalfari tracciano una prospettiva malinconica: una ristretta e anziana élite di fruitori di carta stampata che si concede il lusso di leggere, rileggere e riflettere sulle opinioni espresse da un selezionato nucleo di giornalisti “maturi”, mentre il resto del mondo divora notizie, immagini e suoni senza molta capacità o speranza di saperci pensare su.
Il pessimismo di Scalfari mi pare tuttavia eccessivo. Si può riflettere, e si può depositare dentro di noi la comprensione, anche attraverso le immagini. Fotografie, cinema, televisione, quel che vediamo coi nostri occhi per strada o su You Tube - sono uno strumento di conoscenza, come la parola, scritta o parlata. Le immagini da sole non bastano? Ma nemmeno la parola scritta basta a farci pensare su di noi e su quel che ci circonda, se nei nostri primi anni non ci hanno dato gli strumenti per farlo.
Scalfari dice anche che i giovani (giornalisti) “maneggiano con difficoltà” il compito complesso di dare ai giornali una linea politica e culturale che ne motivi il senso.
La domanda è: quale è la causa di questa presunta “immaturità” giovanile? Il fattore anagrafico o piuttosto il blocco delle energie creative delle persone giovani di cui l’Italia è diventata specialista in tutti i settori, incluso quello della informazione?
Le nuove tecnologie permettono un turbine di cortocircuiti, passaggi, connessioni, relazioni, intrecci tra parole, suoni, immagini, simulazioni, un mondo in cui le persone giovani si muovono con una naturalezza impossibile ai “maturi”. Max Manfredi, da escluso consapevole, canta “… questa gente con filmini, penne laser, con le cuffie del computer, questa gente sta imparando a compitare nuove lingue sconosciute …”. Per entrare in contatto con loro e convincerli a leggere i giornali non basta chiedere soccorso alla cerchia dei giornalisti “molto maturi” .
(Paola Pierantoni)
Posted by Admin at 19:27 | Comments (0)
Informazione/2 - Segno meno per l’Italia
Che i giornali vivano una situazione difficile, con calo delle vendite e degli introiti, anche pubblicitari, è ormai consapevolezza diffusa. I dati annuali diffusi dalla Fieg nell’agosto 2008 sono: -7,5% Il Giornale; -4,9% la Repubblica; -4,6% Libero; -4,4% Corriere della Sera; -2,9% Il Sole 24 Ore; -2,8% La Gazzetta dello Sport; -1,8% Il Secolo XIX. In lieve crescita solo La Stampa (+0,3); L’Avvenire (+0,5) e Il Messaggero (+1,06).
Ma una visita al sito www.lsdi.it del gruppo Lsdi (Libertà di stampa, diritto all’ informazione) suggerisce considerazioni più articolate e meno categoriche: dipende dalla scelta del punto di osservazione.
In questo caso il panorama è mondiale e i dati sono quelli forniti ai primi di giugno 2008 dalla WAN, World Association of Newspapers (www.wan-press.org) che dal 1986 pubblica annualmente il suo rapporto.
Dunque, a livello mondiale le vendite delle testate sono aumentate del 9,37% negli ultimi cinque anni, e del 2,57 % nel 2007.
Quanto alla pubblicità lo share riservato ai giornali è leggermente calato nel 2007 (27.5% rispetto al 28.7%), ma la stampa rimane il secondo maggiore media dopo la televisione, con ricavi superiori rispetto a radio, cinema, outdoor, e internet.
Se poi ai quotidiani si aggiungono le riviste, lo share è del 40%, contro il 38% della tv, mentre i ricavi crescono del 12,84 % dal 2003 al 2007.
I dati sono da leggere tenendo conto che “74 dei 100 quotidiani a maggior diffusione nel mondo vengono pubblicati in Asia”, e che mentre le vendite crescono in Sud America ed Asia, diminuiscono negli USA, in Europa e in Australia.
In particolare nella Unione Europea dal 2003 la diffusione delle testate a pagamento è diminuita del 5,91 %.
Se si tiene conto però della diffusione dei quotidiani gratuiti si ha una crescita del 9,61%: infatti la stampa gratuita copre il 7% nella diffusione mondiale, l’8% in USA, e ben il 23% in quella europea (25% in Italia), e si espande a gran velocità: +173,2% nel quinquennio.
I giornali però, suggerisce Lsdi “continuano ad allargare la propria penetrazione con un’ampia varietà di pubblicazioni gratuite o di nicchia”, e attraverso il rapido sviluppo delle piattaforme on line che nel mondo, dal 2003, sono aumentate del 50,77%. Non necessariamente con conseguenze catastrofiche sulla lettura delle edizioni stampate e sul rapporto complessivo con l’informazione: viene infatti citato uno studio condotto negli USA secondo cui le persone affiancano in genere la frequentazione dei siti web alla lettura almeno settimanale dei quotidiani, con un aumento dell’audience complessiva dell’8%.
Per l’Italia solo un segno meno (*): di 193,8 copie di quotidiani a pagamento ogni 1000 abitanti adulti (259,2 in USA; 300,2 in Germania; 385,3 in UK); il suo share di pubblicità televisiva del 54% (33,4 in USA; 27 % in UK; 23,9% in Germania), e la sua posizione ancora arretrata (59,7%) nella penetrazione di internet (73,6% in USA; 68,6% in UK; 63,8% in Germania) (**).
(Paola Pierantoni)
(*) dati Fieg
(**) Fonte: http://www.internetworldstats.com/stats14.htm
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14 Gennaio 2009
Web Marketing - Il Secolo XIX chiama, i professori non rispondono
Nel panorama di questa moderna web-informazione sempre più friendly e interattiva, dove al lettore è concesso di partecipare con i propri commenti al dibattito suscitato da questo o quell'articolo, in una spettacolarizzazione "partecipata" della notizia, il Secolo XIX porta a casa un punto che pochi avrebbero osato segnare, quello della sfacciataggine e dell'autoreferenzialità.
Il 9 gennaio nella home page del quotidiano ligure Marco Menduni pubblica l'ennesimo articolo-inchiesta sull'Università di Genova e sulla professionalità dei suoi docenti: “Università: se la rivolta dei professori è tutta qui”. “Tutta qui” nel senso che i professori non si sono ribellati troppo, non hanno difeso strenuamente i loro Istituti, non hanno risposto adeguatamente alle accuse ricevute dal giornale.
Ma dove i professori universitari avrebbero dovuto "ribellarsi" agli articoli dell'inchiesta del Secolo XIX?
E' ovvio: nei commenti del Secolo XIX stesso. Stavolta - è questa la notizia - i professori universitari sono rei di non aver creato traffico sulle pagine del Secolo XIX, di non aver utilizzato banda, di non aver inserito nome e cognome favorendo l'accesso tramite motori di ricerca.
Non via mail all'autore, non attraverso eventuali lettere ai giornali o comunicati stampa ufficiali, ma nei commenti del sito del Secolo stesso.
Nascono alcune domande: perché mai un professore universitario dovrebbe passare la serata a scrivere commenti nelle pagine del Secolo XIX? Per aumentare il traffico delle pagine stesse e incrementare il valore dei banner pubblicitari che infestano le pagine online del giornale? Una sorta di sindrome di Stoccolma versione web?
E ancora: non sanno gli autori del Secolo che nei loro commenti chiunque potrebbe firmarsi con il nome di altre persone o inventarsi una personalità ad hoc, svalutando ulteriormente la scarsa attendibilità del mezzo di comunicazione così tanto bene "partecipato"?
Gestire la propria identità in rete non è facile, come ben sanno i partecipanti di newsgroup, forum o blog, più abili a giocherellare con fake e morpher, e consapevoli di una informazione difficilmente verificabile.
Forse il Secolo XIX corre il rischio di misurare la qualità delle proprie inchieste in base alla quantità dei commenti ricevuti, da lettori o dagli stessi "inquisiti", in un luogo che altro non è che il proprio blog personale...
(Maria Cecilia Averame)
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Genova - Numeri: virtuosi, imbarazzanti, sconosciuti
Perché i ragionamenti che fanno ricorso ai numeri appaiono più convincenti? Perché i numeri hanno bisogno di poco spazio per mostrare la loro natura. E’ vero: spesso si dice troppo poco di chi e come dia i numeri ma bisogna contentarsi. Prendete Repubblica del 9 gennaio scorso “Noi un porto per i grandi eventi”. Genova sarà il porto di “Torino 2011” – che festeggerà i 110 anni dell’Unità d’Italia (cioè un sacco di soldi) - e di “Milano Expo 2015”, altro sacco di soldi. Quanti? Tantissimi. Genova potrà metterci becco a una semplice condizione: che a percorrere in treno la tratta Genova Milano e Genova Torino non si superi l’ora. Torino è tra due anni. Un’ora tra due anni: saranno numeri fantastici?
Altri numeri – percentuali questa volta - su Repubblica dell’8 gennaio scorso. I Genovesi, si legge, sono consumatori virtuosi e il 78% di loro pensa che l’ambiente costituisca una priorità da rispettare. Virtuosi ma anche malfidenti: il 48% è convinto che la raccolta differenziata sia una bufala e che la rumenta finisca tutta assieme a Scarpino. Forse per questa ragione la “differenziata” in Liguria – malgrado il 78% di virtuosi – non raggiunge il 20%. Un neo che non oscura un altro numero virtuoso (Repubblica 6 gennaio): la Liguria ha poche auto! Soltanto – si fa per dire – una macchina ogni due persone. E virtuosa è anche perché solo il 32% (contro la media nazionale del 40%) si abbevera alle reti Mediaset (Repubblica 8 gennaio). Che però ha fatto sapere che non gliene frega niente perché i vecchi comprano meno, cioè non virtuosi ma rimbambiti.
Ancora numeri questa volta per l’economia. Su Repubblica del 21 dicembre: “Genova è più piccola ma la sua economia cresce”; del 6%. tra 2003 e 2005. La sua ricchezza viene per l’84% dal terziario in aumento del 25%. In difficoltà (“meno brillante”) invece il trasporto pubblico e addirittura male la sanità (ve ne eravate accorti?): meno 10% dei posti letto, meno 49% del personale ospedaliero. Intanto siamo arrivati al 2009: chissà cosa sarà successo nei tre anni successivi al 2005. Secondo Repubblica del 18 dicembre tra le cose successe c’era che i Liguri pagano più tasse che nelle altre regioni italiane. La notizia accolta dalla prevedibile ventata di vittimismo si spiega col possedere la Liguria il patrimonio immobiliare forse più importante in Italia. Alla faccia del fatto che la classifica nazionale della qualità della vita l’abbia vista retrocedere dal 56° posto dell’anno scorso al 77° di quest’anno (Repubblica 8 dicembre). E a proposito del patrimonio immobiliare i genovesi guidano la classifica di chi lo sa far rendere: “1600 euro per due stanze: la rivolta dei senegalesi” (Repubblica 22 dicembre scorso).
Alla prossima NL il numero dei contratti a termine in scadenza, degli scippi, della criminalità dei colletti bianchi (un record locale), dei km di strisce gialle che il Comune non ha ancora tracciato dopo essersi impegnato con AMT, delle manutenzioni mancate…
(Manlio Calegari)
Posted by Admin at 09:26 | Comments (0)
Unione europea - Italiani brava gente
Da Repubblica.it del primo gennaio, "Lui non è degno di essere salvato, lasciano morire invalido in agonia". L’articolo racconta una storia di ordinaria follia in una cittadina della profonda campagna inglese, dove traditi da un cellulare due paramedici hanno deciso di comune accordo di non assistere un invalido colpito da un infarto perché a loro avviso non meritava di vivere. In se stessa, la notizia non è che meriti un commento, semmai un po’ di pietà per il povero malcapitato e qualche interrogativo sul problema della scelta dei ruoli lavorativi delle persone nella nostra società, legata a fattori esclusivamente economici, politici o legali e ormai non più etici.
Invece merita la lunga lista di commenti (clicca qui), dei quali pubblico qui uno stralcio dei più significativi.
Le evidenziature sono la mia chiave di lettura.
- “Gli inglesi sono la rovina del mondo, hanno dato manforte al Piemonte per invadere il pacifico Regno delle Due Sicilie, sono peggio dei tedeschi, sono gente da evitare.”
- “Disgustoso! Solo l'ennesimo segnale dell'aberrazione di una società malata e deviata contro la quale sono disposto a combattere, se necessario, con l'uso della forza. Vergogna per tutti!”
- “Fosse successo in Italia i due non sarebbero mai stati nemmeno processati e probabilmente avrebbero continuato a fare il loro lavoro.”
- “Ho fatto il volontario del 118 per alcuni anni. Questa notizia mi ha fatto venire i brividi, e ci rammenta come ancora resista una cultura nazista sommersa.”
- “Per fortuna che gli Inglesi siano universalmente riconosciuti più civili di noi Italiani. Questo è un esempio eclatante. Non ci sono parole per esprimere lo sdegno.”
- “Alla faccia dei paramedici inglesi... ma questi, non solo dovevano fare i becchini, ma sono dei parac.... E la PROCURA DELLA CORONA di Sua Maestà cosa deve decidere a gennaio??? che tipo di corona fare a questo poveretto??? Scusatemi ma questo articolo è una barzelletta di fine anno???. se no per gente del genere ben venga la ghigliottina.”
- “E’ tipico di una società liberale e progressista, ma poco incline alla solidarietà verso i deboli”
- “C'è un imbarbarimento dei sentimenti e della coscienza che sgomenta. Una caduta a picco dei valori del rispetto della vita, della dignità umana, della pietas. In Inghilterra come in tante altre parti del mondo. Almeno noi italiani cerchiamo di invertire la tendenza, cerchiamo di rimanere italiani brava gente. Buon 2009 a tutti.”
- “Ovvero come volevasi dimostrare: l'eugenetica già attiva in Inghilterra da anni ora si pratica anche sui vivi. L'Inghilterra ha vinto l'ultima guerra mondiale sul piano militare, ma sta assorbendo il meglio della cultura del'ex nemico.”
(Stefano De Pietro)
Posted by Admin at 09:16 | Comments (0)
Cambio della guardia al “Lavoro-Repubblica”
Ho casualmente appreso dal Tg regionale Rai di un nuovo cambio della guardia a capo della redazione di Repubblica Genova. Da fedele lettrice di quel quotidiano, vorrei cogliere l'occasione per rimarcare la mia soddisfazione riguardo la linea editoriale adottata dal giornale in quest'ultimo anno (in primis, una netta presa di distanza dalle politiche scajoliane, con conseguente epiteto di “tazebao” riservato dal ministro al Lavoro, il giornale di Pertini, mi piace ricordarlo!) e per auspicare quindi una continuità su questa strada, a mio avviso positiva. In tempi preoccupanti in cui l’informazione funge da voce del Padrone, è importante conservare invece una voce critica.
(Ada Bodrato)
Posted by Admin at 09:12 | Comments (0)
19 Novembre 2008
Bolzaneto - Le regole della democrazia e quelle del rugby
Massimo Calandri, autore di “Bolzaneto. La mattanza della democrazia”(prefazione di G. D’Avanzo, Derive Approdi, Roma 2008, pp. 252, euro 15,00) è nato nel 1963. Da ragazzo sognava di fare il giornalista e ha cominciato a scrivere su Il Lavoro sin dal 1981 quando di anni ne aveva soltanto 18. Nel ’92 è stato assunto da la Repubblica dove, per le pagine genovesi, ha scritto e scrive di cronaca nera e giudiziaria. Un osservatorio privilegiato per una realtà che cambia rapidamente. Non c’è bisogno di scomodare Marx per sapere che la cronaca giudiziaria è la rappresentazione più efficace di una società. Se si cerca di scavare alla ricerca dei suoi riferimenti o dei suoi modelli, Calandri risponde sorridendo che per lui è stato importante il rugby, uno sport che ha praticato a lungo, a proposito del quale scrive su riviste specializzate, e che, nel tempo libero, ancora insegna ai bambini del Cus Genova, il club dove in passato giocava. Il rug by? Ma cosa c’entra con le storie del G8 e di Bolzaneto su cui ha scritto il libro o con la Diaz a cui ha dedicato su Repubblica tante delle sue cronache?
C’entra ma tocca al lettore scoprirlo.
“Bolzaneto” comincia dalla fine, dalla sera del 14 luglio 2008, quando nell’aula bunker viene data lettura della sentenza a proposito dei sequestri e delle torture avvenute nella caserma carcere di Bolzaneto tra venerdì 20 e lunedì 23 luglio 2001. Tre giorni in cui tutto è incerto o quasi: dal numero dei reclusi – più di 250 ma quanti di più? - ai presenti addetti alla loro mortificazione, ai ruoli di costoro: dirigenti, collaboratori, esecutori. Tre giorni che per essere ricostruiti hanno richiesto 7 anni di inchiesta di cui 4 spesi per 200 udienze. Perché un tempo così lungo? Perché quei tre giorni non erano frutto del caso, un “incidente” prodotto e aggravato dai fatti terribili che avevano segnato il G8. Al contrario: quei tre giorni, quando la caserma di Bolzaneto diventa un “non luogo”, un’area “posta fuori dell’ordinamento giuridico, al di fuori delle regole del diritto penale e del diritto carcerario”, erano stati preventivati proprio così; con menzogne e malizie messe in opera molto tempo prima dei fatti.
Calandri le individua una per una, da quelle più esplicite a quelle che paiono frutto di balordaggine ma che con le altre giocano a produrre uno stesso risultato: una zona franca dove mortificare, terrorizzare, torturare. Non conta se poi l’impianto accusatorio costruito contro i detenuti per giustificarne la detenzione crollerà nella maggior parte dei casi; del resto non era quello il suo scopo.
Calandri racconta i sette anni durante i quali, contro l’ostinazione delle parti civili e la pervicacia dei magistrati, si è alzato il muro quasi impenetrabile delle forze di polizia, della penitenziaria, dei carabinieri, gregari e superiori: lo stato o almeno una sua parte.
E il rugby? E’ uno sport duro, anche violento ma dove alla fine vincitori e sconfitti si stringono la mano. E’ il momento della verità, un modo per dichiarare la fedeltà alle regole. Necessario se si vuole continuare a giocare insieme.
Per favore leggetelo e troviamo luoghi dove parlarne.
(Manlio Calegari)
Posted by Admin at 15:37 | Comments (0)
29 Ottobre 2008
Informazione - L’immigrazione e “la Repubblica”
L’assemblea sull’immigrazione organizzata giovedì scorso, presso l'aula magna del Polo Didattico dell'Università di Genova, era presieduta dal giornalista di Repubblica Massimo Calandri. Un intervento ha voluto ricordare il ruolo negativo dei giornali, oltre che della politica, negli ultimi gravi sviluppi a livello sociale (aumento degli episodi di aggressione contro immigrati ed italiani neri) e legislativo (decreto sicurezza).
Calandri ha risposto alle critiche dicendo è sbagliato generalizzare, non tutti i giornali criminalizzano gli immigrati, ci sono giornali che non lo fanno, ad esempio, Repubblica. La generalizzazione è certamente una componente fondamentale del razzismo. Quando un rom compie uno stupro non si può generalizzare dicendo che tutti i rom sono stupratori e allo stesso modo quando un vigile picchia un giovane immigrato a Parma non si può dire che tutti i vigili di Parma sono razzisti. Ha ragione, dunque, Calandri quando dice che non si può generalizzare e dire che tutti i giornali criminalizzano gli immigrati. Ma la Repubblica è uno di questi?
Sicuramente c’è una certa schizofrenia, da una parte la Repubblica fa uscire un inserto settimanale, Metropoli, che tratta la questione immigrazione in maniera molto positiva, dall’altra il giornale quotidianamente ha una linea completamente diversa, almeno dal 7 maggio 2007, quando ha pubblicato la famosa lettera: “Aiuto. Sono di sinistra ma sto diventando razzista” che aveva suscitato la condanna di moltissimi esponenti dell’antirazzismo del nostro paese, tra i quali Asgi ed Arci, che in un manifesto – appello, del 16 maggio 2007, l’hanno così descritta: “E' un'operazione politica e culturale che conosciamo bene. Da tempo le destre, per calcolo o vocazione, cavalcano in modo demagogico il tema della sicurezza sovrapponendolo a quello delle politiche migratorie. (..) Si tratta, in realtà, dell'avvio di una campagna (..) il cui fine sembra essere il sostegno alla cultura sicuritaria.”
La lettera, infatti, era un concentrato di accuse contro nomadi ed immigrati e di paura dello straniero. Parlava di “stupri che avvengono, troppo frequentemente, in varie città italiane”. “Non voglio lasciare più il monopolio della legalità alla destra e quindi non capisco, perché dare il voto locale agli immigrati, dopo 5 anni di permanenza nel nostro Paese”, aggiungeva ancora il suo autore-lettore, che concludeva “sto diventando un grandissimo razzista... centinaia di persone come me... sono stremate e ridotte, ormai, alla schizofrenia”.
Repubblica pubblicava la lettera in prima pagina con un commento di Corrado Augias che rassicurava il suo autore: “Non è di destra sostenere che l'immigrazione deve essere controllata", aggiungendo che non era possibile lasciare alla destra questi argomenti e ricordando come Sarkozy aveva conquistato l'Eliseo per aver “affrontato prima da ministro dell'Interno, poi durante la campagna elettorale il tema dell'immigrazione (..) con durezza ...”.
Vista la sconfitta elettorale del centro sinistra nelle elezioni politiche e nella capitale si dovrebbe concludere che l’iniziativa di Repubblica abbia ottenuto risultati opposti da quelli auspicati dalla sua redazione pubblicando la lettera.
(Saleh Zaghloul)
Posted by Admin at 17:18 | Comments (0)
22 Ottobre 2008
Amianto - Il silenzio del TGR e l’ignoranza del dirigente
Nessun accenno sui TGR del 10 ed 11 ottobre a un episodio drammatico che ha occupato per più giorni e con grande rilievo le pagine di Secolo XIX, Repubblica, Corriere Mercantile e Corriere della Sera: il suicidio di un giovane ingegnere dell’Inail, indagato nell’ambito delle indagini sulle false pensioni dell’amianto.
Il direttore regionale dell’Inail Liguria, intervistato dalla stampa, ha affermato di non essere stato a conoscenza dell’avviso di garanzia ricevuto dal suo funzionario in quanto “da poco alla direzione ligure”. In realtà la delibera di “incarico di funzione dirigenziale di livello generale” del Dr. Emidio Silenzi risale a quasi un anno fa: 20 dicembre 2007; e l’inchiesta sulla concessione dei benefici pensionistici per l’amianto era partita solo due mesi prima della sua nomina, il 17 ottobre 2007.
Viene veramente voglia di non credere né alla disinformazione del dirigente, né alla distrazione del TGR, ed anzi di mettere in relazione tra loro queste singolari mancanze, irrispettose di chi è stato travolto da una vicenda di cui di certo non era il protagonista.
L’inchiesta sulle pensioni facilitate dell’amianto, infatti, sta mettendo in luce un intreccio di interessi. Come sintetizza il Secolo XIX dell’11 ottobre “la crisi della grande industria ha mandato in fumo migliaia di posti di lavoro; politici e sindacati si sono trovati a gestire il disastro e hanno chiuso gli occhi, se non proprio favorito, un utilizzo distorto di un bonus che non era stato ideato come ammortizzatore sociale”.
Ad oggi l’inchiesta ha prodotto: venti avvisi di garanzia, tra cui quello all’ex direttore provinciale dell’Inail Pietro Pastorino; 1000 lettere inviate ad altrettanti lavoratori ormai in pensione con l’avvertimento che, in attesa di accertamenti “… la pensione di cui è titolare è da considerarsi provvisoria”; dieci pensioni già sospese.
Questa inchiesta coinvolge nel profondo la città: ansia anche da parte di chi a contatto con l’amianto c’è stato davvero; colpe distribuite in ambienti imprenditoriali, pubblici, sindacali; ingiustizie: sempre il Secolo XIX ricorda l’esistenza di persone che stanno morendo di mesotelioma pleurico a cui i benefici pensionistici non sono stati riconosciuti.
In questa storia, purtroppo, c’è stata anche una vittima. Allontanarsene, far finta di non sapere nulla significa cancellare la tragedia.
(Paola Pierantoni)
Posted by Admin at 12:45 | Comments (0)
Handicap - Grifi d’oro tra celebrazione ed oblio
A Giacomo Piombo è stato assegnato il Grifo d’Oro “Un riconoscimento che il Comune conferisce alle persone che hanno contribuito a fare grande la nostra città”. I giornali non ne hanno quasi parlato. Tra la folla che aspettava l’evento, davanti a Palazzo Tursi, contentezza, commozione, incredulità: “c’è da non crederci che ci abbiano pensato!”
In realtà a pensarci sono state due associazioni per i diritti dei portatori di handicap, che hanno avanzato la proposta al Comune.
Giacomo Piombo ha un passato da operaio, studi poveri, una grande intelligenza e capacità di innovazione, e una dedizione ai diritti di chi ha un handicap che lo ha portato ad una totale autonomia di pensiero e di azione. Una fama che rasenta il mito tra le persone povere e angosciate dalla contiguità con l’invalidità fisica o mentale, l’invisibilità altrove.
Andandoci a parlare il giorno dopo di una giornata che lo ha reso felice, si ascolta una analisi impietosa dello stato dei servizi sociali della nostra città. “Rivedrei alla base tutta l’impostazione dei distretti sociali. Mancano di formazione. Non si integrano con quelli sanitari. L’unica risposta che sanno dare è: “non abbiamo una lira”. Che non ci siano soldi lo sappiamo, saremmo pazzi a non renderci conto dei problemi economici dei comuni, ma bisognerebbe almeno che i servizi analizzassero a fondo la situazione di chi va da loro, tentassero strade per dare qualche risposta anche parziale attivando quel che esiste sul territorio (associazioni, volontariato, reti). E poi, se non ci sono soldi, gli enti locali prima di imbarcarsi in nuovi investimenti devono pensare ai più deboli, ormai siamo a livelli che la gente non mangia più”.
Nel colloquio viene fuori anche la Regione: nel 2006, sotto la pressione dei sindacati dei pensionati, è stato introdotto il “Fondo per la non autosufficienza” (finanziamento di 43,5 milioni di euro in tre anni) che prevede un assegno mensile da 280 a 350 euro a nuclei familiari con un reddito non superiore a 20.000 euro. Finora 3759 beneficiari e 4629 in attesa.
Ma, dice Piombo, la monetizzazione è un grande errore. Questi soldi devono andare ai servizi per garantire assistenza qualificata a chi ha le necessità più gravi. Oltretutto ci sono casi di parenti che intascano i soldi senza nessun vantaggio per gli invalidi: non c’è controllo su questo.
Nello stesso pomeriggio, su Farheneit, un esponente della Fondazione Zancan, intervistato a proposito del rapporto Caritas sulla povertà in Italia dice le stesse cose: “il sistema dei “voucher” è sbagliato, per tutelare chi è più in difficoltà vanno sostenuti, estesi e qualificati i servizi”.
Noi vorremmo dare delle indicazioni, dice Piombo, perché chi amministra conosce poco i problemi, ma è difficile: non ci sono consultazioni preventive sulle scelte e sul bilancio.
Durante la cerimonia, nell’elencare i nomi di chi già ricevette il Grifo, Marta Vincenzi dimentica quello di Don Balletto. Stesso destino per Piombo?
(Paola Pierantoni)
Posted by Admin at 12:44 | Comments (0)
8 Ottobre 2008
Blog - "Trenette e mattoni": oltre i confini della rete
Pur essendo on-line da pochi giorni, dimostra già una notevole vitalità “Trenette e mattoni” (http://preve.blogautore.repubblica.it/), il nuovo blog di Marco Preve, coautore insieme a Ferruccio Sansa di “Il partito del Cemento” libro-denuncia uscito la scorsa estate. Il blog, raggiungibile attraverso le pagine di genova.repubblica.it, approfondisce i temi della tutela del paesaggio e della cementificazione selvaggia del nostro territorio.
Come sottolineato anche dall'allarme lanciato da Carlo Petrini, il fondatore di Slow-food, sulle pagine di Repubblica di lunedì 6 ottobre (*) in quindici anni in Italia si sono persi tre milioni di ettari di terreno - superficie complessiva di Lazio e Abruzzo assieme - letteralmente invasi da cemento e costruzioni. L'emergenza è tragicamente vicina e ancor più sentita in Liguria dove - ci ricorda il libro di Preve e Sansa - nello stesso periodo preso in analisi da Petrini abbiamo perso il 45% della superficie libera, conquistando un triste primato nazionale. Il blog di Marco Preve si pone attivamente come luogo di scambio e di confronto per cittadini interessati, comitati locali, gruppi e associazioni impegnate nella tutela del territorio. Aggiornato quasi quotidianamente, già arricchito da diversi commenti con link che rimandano ad altri interessanti spunti di discussione e esperienze, potrebbe veramente diventare un trait d'union fra chi si occupa di ambiente e territorio in Liguria, e mostrare come la rete possa essere luogo di comunicazione e incontro per chi agisce e si organizza: un blog di parole che vogliono diventare fatti e azioni, senza limitarsi ai tanti (troppi?) mugugni 'globali' che si moltiplicano nella 'rete'. Prima che una colata di cemento ci seppellisca tutti...
(Maria Cecilia Averame)
(*) cliccare qui per leggere l'articolo di Carlo Petrini
Posted by Admin at 15:40 | Comments (0)
Informazione - La rapina del Secolo

Se il cittadino ha bisogno di sicurezza, cosa di meglio di uno scoop con l’immagine del rapinatore in una lettiga, acciuffato di fresco dai carabinieri di Sarzana e ammanettato? Secolo XIX, 17 settembre: “A tu per tu col rapinatore – Dammi il cellulare, chiamo casa”, di Silva Collecchia. E poiché il codice deontologico stabilisce che il giornalista “non riprende, né produce immagini e foto di persone in stato di detenzione senza il consenso dell’interessato e non può presentare le persone con ferri o manette ai polsi”, il quotidiano ha optato per la pubblicazione della foto dell’arrestato oscurando le manette e lasciando il volto riconoscibile. No, non è un errore.
Tutto ciò ha una sua logica. Risponde al “liberi tutti” da tempo nell’aria, e asseconda il voyeurismo di un certo tipo di lettore, quello che commenta tra sé e gli altri: “Fammi vedere la faccia di sta carogna che va in giro a fare le rapine…” e cerca negli stanzini della memoria possibili incontri o lontane parentele con altre carogne vicine e lontane.
Alla giornalista il compito di dipingere i dettagli dell’arresto di G.I., 29 anni, sposato, gamba rotta durante la fuga: “Il giovane a terra sembra un animale ferito. Si contorce, si lamenta. Sono attimi drammatici. Si attende l’ambulanza, ma la lunga coda provocata sull’Aurelia dall’arresto in diretta sulla strada dei tre banditi e la successiva fuga di uno dei rapinatori delle Poste, allunga i tempi”, “sembra la scena di un film, ma è tutto vero e la gente non resiste alla tentazione di dare un’occhiata”.
Alla giornalista l’occasione di parlare con il rapinatore di Palermo, in Val di Magra per “lavoro” che nulla le rivela sui suoi complici e che dichiara “ho rapinato le poste perché ho tre figli piccoli che devono mangiare”.
Gente che “non toglie gli occhi di dosso” all’arrestato, mentre lui tace. E tempo che si dilata in attesa dell’ambulanza. Tre colonne che descrivono “pericolo di fuga”, entusiasmo dei presenti con applausi alle forze dell’ordine.
Alla fine la giornalista si chiede: “Chissà qual è la sua storia, e che cosa l’ha portato dalla Sicilia fino a Marinella a compiere una rapina. Finita con la cattura. Tra gli applausi della gente”.
Del film rimane al lettore un fotogramma, il più irrilevante. Con le manette mascherate (il volto invece l’abbiamo mascherato noi).
(Giovanna Profumo)
Posted by Admin at 15:25 | Comments (0)
1 Ottobre 2008
Il tempo delle vacanze è finito
"Siete ancora in vacanza o avete chiuso bottega?". E' più o meno quello che ci hanno scritto - diciamolo: una attenzione che ci ha lusingato - alcuni dei destinatari della nostra newsletter. Newsletter che ha tardato a riprendere le pubblicazioni non perché facciamo vacanze lunghe - tra i collaboratori c'è chi neppure le fa - ma perchè pensavamo di aver pronti per la ripresa alcuni miglioramenti. Le cose poi sono risultate più complicate del previsto: le nostre forze sono scarse anche se se le richieste di entrare nel nostro indirizzario continuano a crescere. E poi - diciamo la verità - non solo di forze si tratta. E' che da tempo, con una accelerazione negli ultimi mesi, abbiamo qualche dubbio sulla NL così come a suo tempo l'abbiamo pensata.
Con la politica ridotta sempre più a eventi, a semplice comunicazione, e l'informazione sempre più appiattita sulla politica -a volte ridotta a pura cassa di risonanza di questo o quel gruppo politico o lobby- proporre una NL come luogo critico della stampa quotidiana rischia di diventare tempo perso. E' la ragione per cui nel corso del tempo la nostra NL ha cercato - in ambiti contenuti, si capisce - di informare su fatti ignorati o poco considerati dalla cronaca ufficiale. O, per la stessa ragione, ha spesso imboccato la strada del "completamento" delle notizie: intrecciandole con altre provenienti da altri quotidiani, archivi e banche dati. Così abbiamo scoperto a nostre spese le difficoltà enormi, spesso insormontabili, per venire a conoscenza di cose che ogni cittadino avrebbe diritto a conoscere. Lo stato, l'amministrazione pubblica, gli amministratori, collaboratori, consulenti, progetti tutto resta un mistero. Altro che stanza di vetro: piuttosto una torre munitissima e chiusissima dove solo a volte si riesce a sbirciare dentro.
C'è un morto in un cantiere in Albaro? E' il dipendente di una impresa che dipende da un'altra e poi un'altra che vengono da città, regioni diverse. Tutte al servizio di una capocommessa, magari con un bel nome locale, che a sua volta è fatta di società di cui si sa e non si sa...
Avete visto una mostra interessante? Volete sapere quanto è costata? Come sono stati spesi i soldi (chi li ha presi)? Chi l'ha assicurata? O volete sapere non solo i nomi dei consiglieri delle Società partecipate di Comune, Provincia e Regione, ma anche quelli dei sindaci e i loro titoli e conoscere i loro emolumenti, il bilancio della società, le collaborazioni, le consulenze a chi e quante... Ma scherziamo?
Per entrare nella torre munitissima serve - servirebbe - una campagna politica incessante finalizzata alla trasparenza. Ma ad oggi non si son visti partiti o gruppi politici decisi a battere questa strada. Solo qualche sporadico impegno pronunciato a mezza bocca.
Per cambiare ci vorrebbe che i cittadini, quelli che fuori della torre vogliono sapere e quelli che delle torri conoscono i varchi magari perchè ci lavorano, si unissero. Forse, col tempo...
Posted by Admin at 16:18 | Comments (0)
Carceri - Pontedecimo: andiamoci in vacanza
Su Il Secolo XIX di domenica 21 settembre un articolo -seconda puntata di una inchiesta sullo stato delle carceri liguri- ci presenta la situazione della Casa circondariale di Genova Pontedecimo, il carcere “con le docce in cella”, dove le detenute non passano mai il tempo con le mani in mano, tutti lavorano e frequentano attività ricreative.
L'autore, Renzo Parodi, riporta affermazioni del deputato del Pdl Roberto Cassinelli, impegnato nel tour degli istituti di pena della Regione, e commenti e dichiarazioni del dott. Giuseppe Comparone, direttore dell'Istituto di Reclusione.
Il confronto fra l'articolo e la situazione presentata da chi a Pontedecimo ci lavora quotidianamente pare evidenziare due realtà se non diametralmente opposte, difficilmente convergenti.
Alcune divergenze nella rappresentazione possono essere racchiuse nelle stesse definizioni generiche del testo. Ad esempio: se a breve ci saranno le docce nelle celle, vuol dire che attualmente non ci sono, e in quali condizioni si lavano ora le detenute? Le celle poi hanno i “servizi in camera”: mica come in ostelli o alberghi di bassa categoria, dove si è costretti a dividere la stessa toilette con altre persone. Che fortuna! Glissiamo sul fatto che, essendo le detenute “recluse”, per ampia parte del tempo sono obbligate a stare in cella, che le celle sono chiuse, sono molte, e sarebbe quanto meno problematico per le stesse agenti gestire il traffico di settanta detenute che chiedono di andare al gabinetto, dovendo ogni volta aprire, chiudere, accompagnare, sorvegliare e richiudere.
E poi: all'interno del carcere è presente un nido per i bambini al di sotto dei tre anni, ma quali caratteristiche deve avere un luogo per essere definito “nido”? Vi è forse del personale specializzato? Può bastare la definizione per uno spazio utilizzato per "contenere" bambini e madri, e così definito da agenti e detenute semplicemente perché ospita i piccoli ignari reclusi, ingentilito da un tappeto morbido e da qualche gioco regalato da associazioni benefiche?
L'articolo poi ci rassicura sul tempo trascorso in attività dalle detenute: “mai con le mani in mano”. Ma è possibile indicare in quanti lavorano sul totale dei reclusi, per quanto tempo e a quale stipendio? E le attività riabilitative, (scuola a parte, garantita dall'ordinamento penitenziario e gestita dai normali istituti di istruzione esterni) quante sono, quali spazi occupano e per quanto tempo, e quanti reclusi? Simpatica poi la definizione di “celle singole” che ospitano due detenuti ciascuna. Spero non la adotti il prossimo albergo in cui prenoterò le ferie.
Il risultato è che, a qualche giorno di distanza dalla pubblicazione dell'articolo, la versione on-line presente sul sito del Secolo offre 19 commenti di cittadini genovesi giustamente innervositi dal fatto che chi ha commesso un reato possa avere una stanza con servizi e docce, pasti e pulizie gratuiti, teatro e corsi di ceramica albissolese e altre attività a costo zero, “Sky gratis in tutte le celle” e per di più un lavoro assicurato e retribuito, mentre fuori siamo costretti ad accettare tirocini a termine a 300/400 euro al mese per sopravvivere.
Sarebbe bello che Renzo Parodi andasse a visitare Pontedecimo e fornisse ai lettori numeri e descrizioni della realtà che si trova davanti, passeggiasse per “gli ampi corridoi”, visitasse i locali “relativamente confortevoli, soleggiati come abitazioni”, e offrisse ai suoi lettori una imparziale descrizione della vita in carcere.
Tanto per capire se vale veramente la pena andarci a passare una vacanza.
(Maria Cecilia Averame)
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16 Luglio 2008
Informazione - L'insicurezza aumenta ma i reati calano
Sul sito www.rassegna.it è possibile leggere una interessante inchiesta di Carlo Ruggiero sulla sicurezza e le forze dell'ordine in Italia. Mentre in questi giorni echeggia di giornale in giornale l'allarme per la mancanza di fondi destinati alle forze dell'ordine (e non solo in relazione agli stipendi per il personale, quanto per la benzina, la manutenzione dei mezzi, addirittura le lampadine da cambiare) l'autore ha esaminato i dati forniti dal Ministero dell'Interno (riferiti all'anno 2006) sulla percentuale di reati commessi: i risultati sono per lo meno inaspettati. Tutti i reati, ad eccezione dei furti di motocicli, risultano essere in calo. Sono in calo soprattutto gli omicidi (621 nel 2006, 1014 nel 1995, 1901 nel 1991), ma calano anche borseggi, scippi e furti in appartamento. L'Italia risulta essere una delle nazioni con minore criminalità nell'Unione Europea. Non solo: a leggere le cifre dell'Indagine O NU sulla criminalità effettuata nel 2004 (The Eighth United Nations Survey on Crime Trends and the Operations of Criminal Justice Systems) la presenza di addetti con compiti di polizia in Italia è fra le più massicce: abbiamo circa 559 agenti ogni cento mila abitanti, contro i 210 della Francia, i 294 della Germania, i 359 dell'Inghilterra.
Eppure abbiamo paura, molta paura: per il 33% degli italiani la “questione sicurezza” è la più urgente fra i problemi del Belpaese, e secondo l'ISTAT (Rapporto 100 Statistiche per il Paese) il senso di insicurezza è maggiormente diffuso nelle regioni del Nord, statisticamente meno coinvolte in fatti criminali rispetto al resto della nazione. C'è un notevole divario fra l'insicurezza percepita e i dati, che paiono riferirsi a una realtà differente. E la “nera” occupa sempre più spazio nei telegiornali e fra le pagine dei quotidiani. Che sia una risposta alla paura del cittadino medio, o magari in qualche modo favorisca l'ansia del vivere, non è dato sapere: l'informazione certo si adegua alle richieste del lettore medio, che vuole sapere di più sui fatti criminali che avvengono nella propria città, e che più ne legge, più si sente in diritto di essere insicuro. Ma a cosa ci serve provare tutta questa paura?
(Maria Cecilia Averame)
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9 Luglio 2008
Web 2.0 - Dove Youtube apre altri chiudono
E' di qualche mese la notizia che youtube italia aprirà una sezione dedicata al citizen journalism, (giornalismo collaborativo, qui potete vedere la versione inglese: http://it.youtube.com/citizennews) dove si potranno vedere video giornalistici girati da persone che giornalisti non sono, ma che sentono il desiderio di condividere notizie e informazioni ponendosi loro stessi come produttori di 'media', e non solo come consumatori passivi. Il concetto è sempre lo stesso tanto caro al nuovo web 2.0: chi produce e chi consuma sono sempre le stesse persone, in un meccanismo divoratore e generatore nello stesso tempo.
Condividi i tuoi video su youtube e intanto guarda quelli degli altri, condividi le tue foto su flikr, e commenta i lavori altrui, scrivi i tuoi blog-pensieri e intanto leggi e commenta quelli degli altri. Tu non sei solo perché compri, ma perché produci, e la tua produzione dà vita a collegamen ti, a feedback, a incontri. Tutto bello? Mica tanto. Dove youtube apre, altri siti di citizen journalism dedicati alla contro-informazione hanno già cominciato a chiudere. Bayosphere che tra i primi si era lanciato nell'iniziativa, nel 2006 ha gettato la spugna ammettendo che gli investimenti che si aspettava non si sono visti e che il giornalismo fatto dai dilettanti, beh qualche problema di continuità e di qualità ce l'ha. Ma il vero problema di questo web 2.0 è in fondo strutturale: in questa grande condivisione amichevole, in questo mutuo sfruttamento di risorse intellettuali, chi sono quelli che ci guadagnano? Non c'è il rischio che questi produttori di informazioni, di foto, di video, di parole, altro non siano che "servi" di grandi gruppi media-editoriali che li utilizzano per creare -a costo zero- traffico sulla propria rete? Il web 2.0 sta creando un nuovo tipo di consumatore, che non solo consuma prodotti che gli vengono offerti con più furbizia del passato, ma lavora anche a gratis per chi questi prodotti li vende. E si sente appagato. I risultati di questo "andazzo" sembrano coinvolgere, di rimbalzo, anche i professionisti che si adeguano ad un media che deve offrire notizie sempre più superficiali e brevi, e sempre meno controllate. Le grandi firme del giornalismo lasciano spazio alla "nessuna-firma" redazionale, innocua e generica, scritta da gente che una "grande firma" vorrebbe anche diventarla, ma forse in un altro modo. In maniera meno collaborativa e più retribuita. Magari in maniera più professionale. Ma fare cultura e informazione, è ancora una professione?
(M. Cecilia Averame e Fabrizio Venerandi)
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25 Giugno 2008
Informazione - Dopo Novi: al macero anche il buon senso
Doveva in parte essere distribuito insieme al supplemento “Nord Ovest” del Sole 24 Ore del 11 febbraio, ma invece non se ne è fatto nulla e tutte le copie sono finite al macero. Si tratta della “Relazione de fine mandato del Presidente dell’Autorità portuale di Genova Giovanni Novi (2004-2008)”, Algraphy editore, febbraio 2008: un volume in formato A4 (21x29,7 cm ), 104 pagine, corredato da alcune fotografie a colori e stampato in 80.000 esemplari. Non sono disponibili altri dati biblioteconomici (tipo di carta, grammatura ecc.) perché il libretto è disponibile solo sul sito dell’autorità portuale (http://www.porto.genova.it/pdf/home/RELAZIONE_2004_2007.pdf). E con ragionevole certezza si può dire che è stato pubblicato sul web (ma cinque mesi dopo la stampa!) soltanto in forza di uno scoop di Ferruccio Repetti sul Giornale (4, 6 maggio e 12 giugno 2008).
Lo scoop non sembra sia stato ripreso da nessun quotidiano, forse in ossequio alla ferrea regola giornalistica di non evidenziare mai le notizie pubblicate dai giornali concorrenti (in gergo, “hanno preso un buco”). Peccato, perché la notizia era gustosa, se non altro come ennesima riprova che autorità impettite e/o funzionari compiacenti si annidano dappertutto, sempre pronti, all’occorrenza, a rivelarsi.
Il libretto è una vera e propria relazione di fine mandato. Novi presenta un riepilogo arricchito di statistiche dei quattro anni del suo mandato: opere completate e in programma, risultati finanziari, occupazione, problemi ambientali, waterfront ecc. Un lieve riferimento alla politica di verificare le concessioni e i canoni demaniali (ovvero di controllare chi occupava cosa in banchina e quanto pagava); nessun cenno all’inchiesta della magistratura, che Novi aveva sostenuto o addirittura sollecitato, sulle gravi irregolarità delle concessioni portuali (m.c., OLI 165).
Difficile immaginare le ragioni della distruzione del volume e dello spreco di 56mila euro di denaro pubblico e chi possa averli ordinati. Forse non sono piaciute le “poche e sintetiche osservazioni” condensate nell’editoriale del Presidente in cui, dopo aver enumerato i motivi di soddisfazione del lavoro svolto, indica tra le numerose e peraltro ben note “criticità” della macchina portuale “la diffusa e sempre presente litigiosità tra gli operatori ed appaltatori che si tramuta in lentezza operativa: la Bettolo ne è un esempio lampante. A questo riguardo devo esprimere la mia indignazione nei confronti delle due aziende che nonostante lavorino da decenni nel nostro porto non hanno avuto scrupolo di inoltrare al TAR ricorsi, risultati poi fasulli, che hanno arrecato un danno enorme al nostro porto”.
Censura o eccesso di zelo di fronte a un editoriale troppo chiaro? Finora si sa solo che la “Relazione” è finita al macero, insieme, come osserva Ferruccio Repetti, al buon senso.
(Oscar Itzcovich)
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18 Giugno 2008
Intercettazioni - Le priorità di B. e quelle del Pd
“Berlusconi è intenzionato a dimostrare che per governare la crisi italiana -come vuole che noi l’immaginiamo- è costretto per necessità a separare lo stato dal diritto…”. Così D’Avanzo su Repubblica di sabato 14. Forzatura? Lo stesso B. aveva appena dichiarato “La gente nelle piazze ci ha chiesto di mettere un freno allo strapotere dei magistrati. Vuole un limite alle intercettazioni e noi l’abbiamo fatto”. La gente, il popolo, l’investitura, il mandato imperativo: finiscono così, in un attimo, le dichiarazioni del dopo elezioni: grandi riforme, accordi bipartisan, emergenza sociale. Pappetta buona solo a prendere tempo e preparare l’attacco contro l’unico potere che ha permesso agli italiani di conoscere da dentro il paese in cui vivono.
Per agire B. ha scelto il ministro della giustizia, un giovane avvocato dai toni accattivanti. A lui ha dato da fare il lavoro sporco, la montatura. La notizia sui quotidiani del 9 giugno: nell’audizione di fronte alla Commissione giustizia della Camera il ministro dolente ha dichiarato che l’Italia vive al limite dell’emergenza poliziesca perché "secondo un suo calcolo empirico e non scientifico… è probabilmente intercettata una grandissima parte del nostro Paese”. Almeno 125mila intercettazioni all’anno, costi iperbolici, privacy allo sfascio. Vedete, conferma il premier, ve l’avevo detto che la situazione è insostenibile. Dobbiamo provvedere subito, magari un decreto legge. Dal Quirinale fanno sapere che il problema esiste ma non può essere risolto con un decreto legge; bisogna andare davanti al parlamento con un disegno di legge. Certo, risponde B., era proprio quello che pensavo; ma lì per lì m’è scappato decreto!
Scappati anche i numeri su cui è stato montato lo scandalo: sono falsi, falsissimi. Lo hanno dimostrato Ferrarella (Corriere della Sera) e Bonini (Repubblica) il 10 giugno. Altro sono le intercettazioni altro gli intercettati che sono infinitamente meno e comunque meno che in altri civilissimi paesi; e la spesa non è in aumento ma in calo e sarebbe ancora meno se lo stato non fosse costretto a subire da gestori tariffe fuori mercato. Quanto all’attentato allo stato di diritto, il sistema messo in opera dalla giustizia italiana è sicuramente tra i più garantisti di quelli esistenti.
Dimissioni o almeno scuse del ministro sbugiardato? Se fosse un vero ministro e non una comparsa si sarebbe nascosto per sempre in un buco, ha scritto pressappoco Travaglio su l’Unità dell’11 giugno. Invece succede il contrario: i numeri (falsi) rimbalzano da un giornale all’altro, da una tv all’altra. Come se fossero veri.
E’ la prova che questi fanno sul serio. Da venerdì 13 giugno si cominciano a sentire le prime voci preoccupate: il presidente del sindacato dei giornalisti, il presidente degli editori, personalità. Siamo di fronte a una vera emergenza, dicono.
Si aspetta che entri in campo l’opposizione, il governo ombra del Pd. Veltroni mette le mani avanti: “Sulle intercettazioni voteremo contro; la nostra posizione è quella scritta nel programma. Ma non è una priorità. E’ davvero questa l’urgenza del paese? La vera priorità è combattere l’impoverimento…”.
Chiaro! Peccato che le priorità sia B. a dettarle.
(Manlio Calegari)
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11 Giugno 2008
Giornali - Quando l'informazione fa il suo mestiere
E' Repubblica Lavoro che il primo maggio scorso lancia la notizia "Fondazione Carige. Le elargizioni di Vinai". Vinai, Opus Dei e legami nella segreteria di stato vaticana, è il giovane vicepresidente della Fondazione Carige; fiduciario, localmente, della Curia e di Scajola. Nelle scorse elezioni è lui, più del coordinatore ligure del Pdl Scandroglio, il referente dei berlusconiani. Secondo Repubblica Vinai usa del suo ruolo di vicepresidente della Fondazione per finanziare associazioni di cui fino a poco prima è stato presidente o dirigente e la cui sede fa tutt'uno col suo studio professionale. Associazioni le cui finalità sono limpide solo sulla carta e per giunta sono espressione di attività di partito, berlusconiano ovviamente. Lui, Vinai, si difende: "Non c'è nulla di vietato, soldi anche agli amici Ds". A Repubblica insistono (3 maggio): "La Fondazione che piace all'Opus Dei" dove oltre a Vinai si parla di un altro giovane membro del consiglio della Fondazione, il trentenne Simeon, che Capitalia ha nominato ambasciatore di Mediobanca in Vaticano. A Genova oltre che nel Cda del Galliera è priore del Magistrato di Misericordia, ente religioso presieduto da Bagnasco, che amministra i lasciti alla chiesa (immensi!) delle famiglie genovesi. Una carriera portentosa e una sola buccia di banana: la condanna per corruzione di un suo collaboratore; robetta di questi tempi.
Repubblica non molla (6 maggio): "Colpo doppio di Vinai. Oltre ai soldi per lo sport, 180 mila euro a un altro ente con sede in casa sua". Ancora (Repubblica 7 maggio): "Fondazione, un lavoro per gli amici. A casa Vinai i corsi per i giovani, soldi anche al neodeputato Scandroglio". Nuove conferme dei finanziamenti elargiti a onlus e cooperative sociali targate Forza Italia.
Ha voglia Vinai a minimizzare; l'inchiesta di Repubblica ha fatto centro: Carige e Fondazione sono nervosi e accusano Repubblica d'essere "tendenziosa". Repubblica insiste e dà notizia (9 maggio) di "Nuove carte sui finanziamenti alla Parzival" una delle cooperative sociali benedetta da Vinai.
L'imbarazzo cresce anche perché i quotidiani del 13 escono con la notizia che il presidente di Carige, Berneschi, rischia l'incriminazione per la vicenda Fiorani scalata BNL.
In Regione il Pd presenta una interpellanza urgente (15 maggio): anche se Burlando ha regalato alla curia il rappresentante della regione nel consiglio della Fondazione, almeno informateci di cosa sta succedendo. Burlando chiamato in causa promette che scriverà una lettera al presidente della Fondazione. La notizia è del 21 maggio. Il 20 maggio, appena finita la visita del papa, i quotidiani sparano Mensopoli con gli arresti in Comune. Di Vinai e degli allegri finanziamenti della Fondazione non si parla più. Salvo che per un esposto in Procura (Repubblica 29 maggio) di un piccolo azionista Carige che chiede "Indagate su quei finanziamenti".
C'entrano i furbetti di Mensopoli con le storie della Fondazione raccontate da Repubblica? La risposta l'ha data lo stesso Vinai, sin dal primo giorno dell'inchiesta. Perché scandalizzarsi - aveva detto pressappoco - in fondo si tratta di uno scambio.
Grazie allora a Repubblica Lavoro che a maggio '08 ha fatto capire qualcosa di più di quale scambio si tratti.
(Manlio Calegari)
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7 Maggio 2008
Informazione - In quale paese viviamo?
Avrà ragione Beppe Grillo che lo scorso 25 aprile, a Torino, al V2 Day, ha attaccato l'informazione - televisione, quotidiani, giornalisti - accusandoli di essere al servizio dei potenti? "L’otto settembre (ndr, data del primo V day) - ha detto Grillo - l’informazione, che aveva del tutto ignorato il V day, è stata la prima ad attaccarlo. Il potere ha capito che il gioco gli veniva sottratto dalle mani. Il cittadino informato non è controllabile dal potere. E il potere vive grazie al controllo dei media. Le banche, la Confindustria, Mediaset e i Partiti usano le televisioni e i giornali per fare propaganda, assumono i direttori dei giornali come fossero addetti dell’ufficio stampa. I politici senza gli studi televisivi ritornerebbero al nulla dal quale provengono... Questo - ha proseguito Grillo - è un Paese che non sa nulla di sé stesso. Nulla sulla morte di Borsellino, sull’Italicus, su Ustica, su Piazza Fontana, sulla stazione di Bologna, sulle bom be di Brescia, su Aldo Moro. Non sa nulla sulla sua vera realtà economica e su un debito pubblico di 1630 miliardi di euro che ci sta trascinando a fondo, all’Argentina. Un Paese cieco sulle cause delle stragi sul lavoro, sul precariato, sulla cementificazione, sugli inceneritori, sul Sud consegnato alle mafie". La conclusione di Grillo è che contro una informazione corrotta - l'infezione che ogni giorno aggrava la vita del nostro paese - ce la può fare solo il desiderio di libertà e di verità dei cittadini, e la Rete che li collega l'uno all'altro, liberamente.
Sarà solo la Rete l'unica cura - OLI e la nostra NL si muovono da tempo in questa direzione - di una informazione malata? In Italia - ha detto Marco Travaglio parlando dopo Grillo dallo stesso palco - buona informazione e giornalisti non corrotti esistono; ma bisogna cercarli qua e là sulle varie testate o nelle varie trasmissioni. Il guaio è che non è facile trovarli mentre invece ne abbiamo molto bisogno..
Abbiamo bisogno di buona informazione per capire finalmente in che paese viviamo. La buona informazione è ad esempio quella che non si limita a censire gli incidenti sul lavoro o a far la cronaca dei funerali se ci vanno le autorità ma è quella che spiega perché in Italia si muore di più che altrove.
Un esempio di buona informazione l'ha dato, lo scorso primo maggio, "Fahrenheit" (www.radio.rai.it/radio3/fahrenheit) che, su Rai 3, di incidenti e di morti sul lavoro ha parlato a lungo. Tra l'altro è stato presentato un libro - "Di fabbrica si muore" (Ed. Manni, 2008, 104 pagine, euro 11,00) di Alessandro Langiu e Maurizio Portaluri - che racconta la storia di Nicola Lovecchio, operaio del petrolchimico di Manfredonia, che nel 1994 scopre di avere un tumore ai polmoni che gli provocherà poi la morte.
(Manlio Calegari)
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Il Papa a Genova: un nuova caso Sapienza?
In relazione alla prossima visita del Papa alcuni giornali hanno diffuso notizie riguardanti iniziative promosse da centro sociali, associazioni e gruppi politici locali. Hanno fatto anche confusione evocando, a proposito dell’intervento di alcuni docenti dell’Università di Genova, il “rischio di un nuovo caso Sapienza”. La lettera del prof. Gibelli è un’opportuna precisazione.
Un gruppo di studenti ha chiesto a me e ad altri colleghi di appoggiare la loro richiesta di uno spazio universitario nel quale tenere, in concomitanza con la visita del Papa a Genova, una libera discussione sul ruolo attuale della Chiesa cattolica e sulla difesa della laicità dello stato. Una richiesta sacrosanta (se non si discute liberamente e laicamente all’università, allora dove?) che ho approvato con un breve messaggio, anticipando che per ragioni personali molto probabilmente non avrei potuto prendere parte a tali discussioni. Tutto qua. Ho appreso successivamente di documenti più ampi e di proposte di cortei di contestazione. Non importa che approvi o disapprovi tutto questo: semplicemente non l’ho sottoscritto.
Niente a che fare, in questo episodio, con la vicenda romana della Sapienza. Là si trattava dell’invito rivolto al Papa a tenere il discorso di inaugurazione dell’anno accademico. L’unica cosa veramente scandalosa in quel caso è stato l’indegno linciaggio a cui sono stati sottoposti alcuni colleghi per avere espresso una critica su questo punto ritenendo l’iniziativa inopportuna. Qui si tratta invece della visita pastorale del Papa a una città e ai suoi fedeli, che hanno tutto il diritto di incontrarlo in santa pace. In questo senso ha ragione Don Gallo: se qualcuno non desidera incontrare il Papa, nessuno lo obbliga.
Allo stesso modo dovrebbe essere sempre garantito il diritto di chiunque e esprimere il proprio dissenso nei confronti di chicchessia, purché in modi pacifici e urbani. Personalmente penso che se la Chiesa cattolica non avesse dato ripetute prove di invadenza nella politica quotidiana, presentandosi come forza di parte anziché come portatrice di un messaggio universale, non sarebbe continuamente esposta a gesti di contestazione. Se si vuole il rispetto dovuto a un’autorità spirituale superiore, bisogna meritarselo mantenendo questo profilo. Se si entra in politica tutti i giorni col favore e l’ossequio conformista dei mezzi di comunicazione di massa, non si può chiedere un trattamento speciale: bisogna accettare il confronto anche vivace e persino irriverente.
Genova, 5 maggio 2008
(Antonio Gibelli)
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30 Aprile 2008
V2 Day - Contro l'informazione che disinforma
Davvero saranno stati 120 mila i presenti al V2 day di Grillo a Torino? O saranno stati 100 mila? O 80 mila? La cosa sicura è che quella di Grillo è stata la manifestazione che ha avuto più presenze e ricevuto più adesioni di qualsiasi altra tenuta quel giorno. Certo: non bisogna farsi impressionare dalla folla. Ma questa non era folla camellata, trasportata da treni o pulman generosamente offerti ma gente che per esserci aveva messo del suo: tempo, entusiasmo e denaro. E poi - vogliamo dirlo? - era una folla più variegata e più giovane di qualsiasi altra piazza di quel giorno. Una piazza che ha mandato una ovazione ai partigiani quando Grillo dal palco ha detto "Oggi è il 25 aprile 2008. La festa della Liberazione. I nostri padri, i nostri nonni non hanno finito il lavoro. Non per colpa loro. Se noi avessimo il loro cuore e il loro coraggio non saremmo finiti così. I partigiani hanno liberato l’Italia dal nazifascismo per ritrovarsi con l’occupazion e americana....". Eccessivo? Forse.
Politicamente e storicamente non corretto? E' probabile. Ma si può ignorare quella piazza gioiosa irridendo al suo vate o ironizzando i suoi eccessi di semplificazione politica? Invece lo hanno fatto tutti i principali quotidiani, dal Corriere a Repubblica, spendendo nell'opera le migliori firme. Così anche la TV: la sera del 25 aprile il TG2 batteva nei sottotitolini "americani" - quelli che passano in basso - "25 aprile, manifestazione di Grillo contro le altre manifestazioni e contro i giornalisti". Sui siti del Corrriere della Sera e di Repubblica comparivano le foto della manifestazione: gruppetti di sfigati che giocavano a carte e banchetti semivuoti. Se però uno apriva (contemporaneamente) EcoTV, un sito di TV online che trasmetteva la diretta di Torino, vedeva una marea di gente e pensava "allora ha ragione Grillo a dire che l'informazione è di regime".
Grillo ha dedicato il V2 Day alla raccolta di firme - ne ha raccolto in poche ore 450 mila! - a favore di tre referendum. Il primo per l'abolizione dell’ordine dei giornalisti; il secondo per l'abolizione del finanziamento pubblico all’editoria (un miliardo di euro all’anno); il terzo referendum per eliminare la legge Gasparri (che in due anni l'Unione di Prodi non è riuscita a sostituire con una legge decente) contraria alle attuali normative europee. L’Europa - come anche le sentenze del Consiglio di Stato e della Corte Costituzionale - ha inoltre ordinato all’Italia che le frequenze televisive pubbliche di Rete 4 (Berlusconi -Fede) siano assegnate a Europa 7; diversamente l'Italia dovrà pagare 300.00 euro al giorno dal primo gennaio 2006 (A fine 2008 circa 330 milioni di euro).
Grillo ha definito scandaloso uno stato in cui possa candidarsi a presidente del Consiglio uno che controlla metà dell’informazione.
Nel suo comizio Grillo ha usato parole sgradevoli, ingiuriose; forse politicamente scorrette. Ma anche i suoi detrattori hanno dovuto ammettere che attualmente la correttezza politica non ha casa.
(Giovanni Marsicano)
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16 Aprile 2008
Questa Newsletter
L'Osservatorio Ligure sull'Informazione - che produce settimanalmente questa newsletter - è nato il 9 aprile 2003. Il proposito era "contrastare l'omologazione del sistema informativo, la riduzione progressiva delle voci di dissenso, il conformismo degli operatori di giornali, radio e tv". Cinque anni di esperienza ci hanno fatto capire che si trattava di fenomeni che, esplosi durante il secondo governo Berlusconi, avevano però radici profonde. La politica, tutti i partiti, preferivano e continuano a preferire l'informazione addomesticata e spazi riservati. Una scelta che non a caso va di pari passo con una gestione della cosa pubblica poco trasparente. Solo nei tempi recenti la politica ha finalmente imboccato - spesso suo malgrado - la strada opposta e anche l'informazione se ne è avvantaggiata.
Ma i risultati delle elezioni dicono che si tratta di una strada in salita. Le recentissime dichiarazioni del futuro capo del governo che il problema del conflitto di interessi riguardi al massimo il 2% degli italiani è preoccupante. E la sua ulteriore battuta, "non leggerò i giornali perché intanto mi sono contro..", oltre ad essere singolare per essere pronunciata dal più grande proprietario di televisioni e di quotidiani di questo paese, rivela il conto in cui viene tenuta l'opinione pubblica.
Insomma: ci sono buoni motivi per continuare a darci da fare. All'informazione, quella con la "i" maiuscola toccherà l'impegno maggiore; noi cercheremo di fare la nostra piccola parte. Vorremmo più collaborazioni, allargare il campo del nostro Osservatorio, rinnovare la formula.
Ad esempio: il terzo valico si potrà fare o meno ma è necessario che i cittadini italiani siano messi nella condizione di sapere chi, come, con quali scambi e per quali attese si faccia; in altre parole: cosa davvero succede nel loro paese.
Nella fase di confronto che si sta aprendo tra i partiti che hanno perso le elezioni il posto di rilievo dovrebbe averlo la libertà di stampa.
Non è un caso se il governo di centro sinistra guidato da Prodi non è riuscito a varare una legge sulla riforma radiotelevisiva pur avendone elaborata una (Gentiloni) a parole sostenuta da tutta l'Unione. Egualmente è sotto gli occhi di tutti il rapporto che gli stessi partiti - chi più chi meno - hanno con i quotidiani: autoreferenziale quando non decisamente cinico. Un comportamento avvalorato da redazioni compiacenti se non servili.
Le decine di migliaia di collegamenti che ogni giorno privati cittadini stabiliscono col sito di Beppe Grillo dovrebbero essere sufficienti a capire quale sia la loro opinione sulla sincerità e la libertà degli attuali quotidiani e dell'informazione in genere.
Posted by Admin at 10:00 | Comments (0)
Internet - Le nuove frontiere del giornalismo
Dopo la rapidità dell'informazione trasmessa prima con la televisione e poi ancor di più tramite il web i mezzi di comunicazione stanno affrontando un altro storico avvenimento: il lettore del web-giornale che, attraverso i forum dei giornali, i blog collegati alle principali testate e i commenti alle notizie interagisce e risponde all'autore e alla redazione. Sul sito del Secolo XIX i commenti dei lettori sono in calce alle notizie, leggibili senza nemmeno dover cliccare sull'apposita finestra, presentati quasi con la stessa importanza dell'informazione contenuta nell'articolo. E' una sorta di ciarliero salotto telematico dove l'interesse del lettore premia l'articolo più significativo grazie ad un mero conteggio dei commenti. E così gli interessanti spazi di Maggiani, le 'Ventirighe' di Giuliano Galletta, la finestra politica di Giovanni Mari o l'angolo tutto femminile di Silvia Neonato e altri blog sono seguiti da qualche aficionado e premi ati da pochi commenti, mentre il grande pubblico affolla gli articoli di cronaca e i fattacci genovesi.
Chiacchiere da bar, probabilmente quelle che si sentono quotidianamente dalla sora Maria mentre fa la spesa sotto casa, pronta a commentare, all'indomani del tragico incidente familiare in cui un ragazzino perde la vita giocando con la pistola del padre, la presunta incapacità dei genitori che avrebbero lasciato solo un dodicenne, il torto della madre nel pulire il sangue del figlio, l'incapacità del padre a contare i proiettili dell'arma, e a fare congetture ed evidenziare responsabilità. C'è anche chi si lamenta con i giornalisti, rei di aver lasciato intendere un giallo dietro alla tragedia, e chiede censura. Ma questa volta non è il giornalista a dare risalto al macabro, al truculento, ma il lettore stesso che svela i suoi interessi ed i suoi pensieri, sentendosi in diritto di esprimere le proprie sentenze di pari valore a quelle dell'autore. E lo fa su uno spazio aperto a tutti, rivolto al pubblico ben più grande del baretto sotto casa, guadagnato dalla testata e dall'autore del pezzo. Ma senza mostrare la faccia, attraverso l'anonimato di internet, privo delle responsabilità che almeno il giornalista accetta firmando l'articolo.
(Maria Cecilia Averame)
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26 Marzo 2008
G8 di Genova - Non sadismo privato, ma lezione politica
Si dice che i genovesi sono gente discreta, che non ama apparire. Figuriamoci cosa devono aver provato in questi giorni con il rilievo dato dalle pagine nazionali di Repubblica ai fatti di Bolzaneto. A cominciare da martedì 18 marzo - pezzi di D'Avanzo e Calandri e una nota dell'ex presidente della Corte costituzionale Onida - per proseguire mercoledì 19 - ancora D'Avanzo e Calandri - e poi giovedì 29 - commento di Antonio Cassese, ex presidente del Tribunale Internazionale per i crimini nella ex Jugoslavia - infine venerdì 21 - intervista di D'Avanzo al ministro Amato, Repubblica ha offerto ai lettori molto prezioso materiale su cui riflettere. Cose note in città grazie anche alla redazione genovese di Repubblica che in tutti questi anni non ha mai perso di vista i procedimenti giudiziari che hanno interessato il G8.
Un lavoro difficile considerati i tempi lunghi e la loro complessità. Ancora più difficile perché, ad eccezione di alcune frange sensibili, la città ha cercato di dimenticare, esorcizzando quei fatti come se - trattandosi di questione di respiro nazionale - le ferite inflitte (materiali e morali) non la riguardassero più di tanto. Mentre era vero il contrario. Come hanno largamente dimostrato inchieste e processi avvenuti in seguito a quei fatti. Processi condotti dalla magistratura locale in condizioni rese difficilissime dall'indifferenza da un lato e dall'altro per il desiderio di troppi di metterci una pietra sopra.
Oggi, in mancanza dei risultati di una Commissione parlamentare d'inchiesta, le carte dei processi che così faticosamente stanno arrivando in porto, sono l'unica testimonianza della violenza che si è scatenata in quei giorni. Sono anche il documento principe a cui tornare a rivolgere la domanda che da allora ha continuato ad aleggiare. Chi e cosa si ripromettevano coloro che avevano scelto quell'occasione per mettere in campo tanta violenza e sadismo. Qual era lo scopo della provocazione perseguita nella convinzione della impunità? La domanda è stata respinta dal governo di allora e ignorata da quello successivo, come se fosse il frutto di una ossessione dietrologica. Ma i processi in corso e la ricostruzione puntuale dei fatti ne hanno confermato la validità.
Persino il ministro Amato, messo alle strette, nell'intervista rilasciata a Repubblica (21 marzo 2008) è stato costretto a dire che forse, col governo di centrodestra di allora, c'era "chi, tra le forze dell'ordine e nella polizia penitenziaria abbia pensato di dare una lezione ai comunisti". Insomma, poco più di una iniziativa privata. Lo stesso ministro ha detto di confidare più nella verità giudiziaria che in quella accertata da una Commissione parlamentare d'inchiesta perché "noi - e non soltanto noi politici - siamo sempre tentati dal... piegare i fatti alle nostre convenienze". E' probabile le parole del ministro lascino insoddisfatti i cittadini italiani che, ad esempio, hanno dovuto attendere per quattro legislature i risultati della Commissione Stragi per avere una spiegazioni decente di 15 anni di stragi rimaste impunite.
(Manlio Calegari)
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Il Papa e il giornalista - Le trombe assordanti di una conversione
Domenica di Pasqua 23 marzo. Corriere della Sera. Il quotidiano di via Solferino ci informa che il suo vicedirettore Magdi Allam ha ricevuto da Benedetto XVI il battesimo, insieme ai sacramenti della comunione e della cresima.
La notizia è in primo piano corredata da una lettera al direttore a firma di Allam. Una foto sfuocata di spalle del giornalista - il papa sorride davanti a lui - campeggia a centro pagina.
"Per me è il giorno più bello della vita. Acquisire il dono della fede cristiana nella ricorrenza della Risurrezione di Cristo, per mano del Santo Padre è, per un credente, un privilegio ineguagliabile e un bene inestimabile". E precisa: "Il miracolo della Risurrezione di Cristo si è riverberato sulla mia anima liberandola dalle tenebre di una predicazione dove l'odio e l'intolleranza nei confronti del "diverso", condannato acriticamente quale "nemico", primeggiano sull'amore e il rispetto del "prossimo" che è sempre e comunque "persona"; così come la mia mente si è affrancata dall'oscurantismo di un'ideologia che legittima la menzogna e la dissimulazione, la morte violenta che induce all'omicidio e al suicidio, la cieca sottomissione e la tirannia, permettendomi di aderire all'autentica religione della Verità, della Vita e della Libertà. Nella mia prima Pasqua da cristiano io non ho scoperto solo Gesù, ho scoperto per la prima volta il vero e unico Dio che è il Dio della Fede e Ragione".
Allam ricorda la sua vita blindata con tanto di scorta dei carabinieri, le minacce e le condanne a morte inflittegli da estremisti e terroristi islamici, insieme alle denunce come "nemico dell'Islam" e ringrazia di cuore gli amici di Comunione e Liberazione ma soprattutto il Santo Padre. E' consapevole che d'ora in poi subirà l'ulteriore condanna per apostasia, ma si augura che "dal gesto storico del Santo Padre" e dalla sua testimonianza migliaia di musulmani convertiti al cristianesimo traggano il convincimento che è arrivato il momento di "uscire dalle catacombe" e di affermare pubblicamente la propria volontà di essere pienamente se stessi. Se non nella culla del cattolicesimo, dove si potrà essere credibili?
L'evento intimo, riservato, spirituale, da religioso assume caratteristiche politiche la cui potenza viene data dalla figura del Papa e da quella del giornalista famoso. Sono uniti a difesa del vero unico Dio alla luce di una "radice del male insita in un islam che è fisiologicamente violento e storicamente conflittuale" che pare vincere sulla parte islamica moderata che arranca nell'affermare le proprie ragioni.
La rilevanza data alla conversione di Magdi Cristiano Allam sembra ridurre ulteriormente gli spazi di dialogo, i luoghi silenziosi del pensiero, il terreno di ascolto che i moderati di entrambe le religioni cercano nel nostro paese.
E se Verità, Libertà, Vita, Fede e Ragione sono di un solo Dio che ne faranno dell'altro?
(Giulia Parodi)
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19 Marzo 2008
Manuale - Fare il giornalista o il cameriere
Mario Bottaro, giornalista di lungo corso, che mentre era vicedirettore del Secolo XIX ha scelto per così dire la libertà, ossia di fare il free-lance, ha concentrato buona parte della sua esperienza nell'insegnamento universitario, quale docente di teoria e tecniche del linguaggio giornalistico presso la Facoltà di Scienze politiche. Ora ha scritto "Nascita, vita e morte della notizia - Manuale per fare il giornalista (e per difendersi dai media)", libro che come dice il sottotitolo è rivolto non solo ai giovani che vogliono entrare in redazione, ma anche all'utenza, ai lettori, cui non è mai troppo tardi dare qualche arma in più di legittima difesa.
La sua è un'analisi approfondita che affronta il tema centrale, quello di chi detiene il potere reale dell'informazione, smontando i congegni interni del meccanismo e mettendone in vista punti di forza e debolezze: dalla linea editoriale alla formazione del giornalista e sua trasformazione in corso con la diffusione delle nuove tecnologie, dalla costruzione della notizia ai rapporti con le fonti, quindi il do ut des quotidiano per avere la novità, il titolo, fino al peso della pubblicità e all'incidenza sempre maggiore di pr e comunicazione aziendale per promuovere o addomesticare i fatti. Già il fatto di contribuire a creare nuove leve "imparate", è un meritevole passo avanti, rispetto all'era naif della vecchia e unica scuola di redazione, dove l'obbedienza e la soggezione erano le regole.
E' pur vero che i manuali, per quanto scientifici, non possono dar tutto e che il resto viene dalla scuola materiale dell'esperienza sul campo. Dove è importante sul piano formativo trasmettere ai giovani la dote o il difetto della dignità che per taluni è impertinenza. Esemplare al riguardo (utile forse per un prossimo manuale) è un episodietto accaduto in questi giorni in un periodico specializzato, dove un manager marittimo ha fatto sapere che sarebbe stato disposto a concedere un'intervista su argomenti da lui scelti, dopo avere preventivamente scelto anche l'intervistatore. La proposta, riferita in redazione dall'addetta alla pubblicità, interessata a sottoscrivere un contratto, è stata respinta al mittente: "Quel signore si è sbagliato: cercava un cameriere…" Mestiere, quest'ultimo, decorosissimo, se dichiarato.
(Camillo Arcuri)
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12 Marzo 2008
Porto - Perché tanto livore verso la compagnia
"Paride, perché questi rivoli d'odio verso la Compagnia?". La domanda la rivolge Fausto Bertinotti, a Paride Batini, durante i funerali di Fabrizio Cannonero (5 marzo '08). Nell'occasione (Secolo XIX 6 marzo) il presidente della Camera "può piangere finalmente come tutti" perché "liberato dall'assenza di telecamere e fotografi". Che infatti, per accordi intercorsi, riprendono la scena del funerale dalla sponda opposta del Bisagno. Ma non abbastanza lontani per "la squadra di portuali picchiatori" che disinteressata ai funerali raggiunge gli operatori televisivi, li malmena danneggiando le loro telecamere per poi rientrare soddisfatta nel gruppo.
Ma chi ce l'ha con la compagnia? Dalla mattina seguita alla morte di Cannonero, tutti i gesti e le dichiarazioni della Compagnia sono state un atto di accusa verso le istituzioni, colpevoli di non proteggere il loro lavoro; contro i "signori del porto", controparte inafferrabile di una condizione di lavoro sempre più difficile; contro i cittadini accusati di insensibilità. Il blocco dei varchi portuali non limitato alle merci ma che ha impedito l'accesso delle vetture dei viaggiatori ai traghetti rappresenta bene il rapporto di insofferenza che i portuali hanno da tempo con la città. Una città che - dicono (Secolo XIX 7 marzo) - non li capisce e che si accorge di loro solo quando muoiono in banchina mentre assiste indifferente alla "campagna mediatica che cerca di massacrare la Culmv". Così dal primo giorno (Secolo XIX 1° marzo): "Sfila in silenzio la rabbia dei camalli" che "non vogliono essere fotografati né intervistati". Che si dichiarano "dimenticati e calpestati" e accusano "la politica che non fa le regole e quella che non le applica" e il sistema mediatico che "continua a dipingerci come privilegiati mentre siamo costretti a fare 30 turni al mese per pagare l'affitto".
A smentirli c'è però l'emozione della città, solidale e non da oggi con la popolazione del suo porto e gli articoli apparsi sui quotidiani a partire da sabato primo marzo: sensibili e impegnati a capire la sempre maggiore complessità dei modi di operare del porto e le difficoltà che incontrano gli organi preposti alla sicurezza.
Una ricerca di chiarezza a cui la Compagnia reagisce con insofferenza. Siamo le vittime eppure venite a fare le pulci a noi, dicono alla Compagnia. "Soffriamo il confronto, anche quello interno" ha detto un vecchio socio ormai in pensione. A marzo 2007, a San Benigno erano comparsi cartelli intimidatori ("infame", "okkio al kranio") indirizzati ad alcuni portuali che, intervistati, avevano criticato la attuale gestione della Compagnia. Più di recente due soci sono stati sospesi per la stessa ragione. Ora però la parola passa ai fatti. I quotidiani dell'8 marzo '08 hanno annunciato che il famoso protocollo sulla sicurezza, grazie alla laboriosa mediazione del prefetto, è stato definitivamente approvato. Difficoltà e inadempienze superate: gli otto avranno campo libero anche alle banchine private. I terminalisti si sono dichiarati d'accordo e hanno firmato. Ha messo la sua firma anche la Compagnia che, come aveva detto il nuovo presidente dell'Autorità portuale (quotidiani del 3 marzo '08) non l'aveva ancora sottoscritto.
(Manlio Calegari)
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8 marzo/1 - Se la festa delle donne è celebrata da Corona
Non occorre essere femministi della penultima ora per leggere come uno schiaffo alla maturità, diciamo pure dignità, dell'altra metà del cielo, la "festa della donna" organizzata per l'8 marzo all'hotel (con piscina) dei Castelli di Sestri Levante. Basti dire che l'ospite, il motivo di attrazione, era nientemeno che Fabrizio Corona, fotografo appena dimesso dalle patrie galere, dov'era stato rinchiuso, un'altra volta, per spaccio di banconote false: reato da bassa manovalanza, ma consumato a bordo di una lussuosa Bentley; noblesse oblige.
L'annuncio dell'incredibile serata, anzi nottata dal momento che il fotografo dei vip (ricattati) non si fa vedere mai prima delle due antelucane, aveva molti caratteri della "bufala", cioè di una specie di pesce d'aprile, un'esca per i gonzi. Invece no. Era del tutto rispondente alla più assurda realtà. I particolari ce li fornisce la successiva cronaca del Secolo XIX che non ci fa mancare neppure le filosofiche riflessioni del "personaggio" in questione: "Questo è un paese che non ha futuro", commenta sprofondato in poltrona, mentre riceve l'omaggio, ma anche qualche sberleffo, dal suo pubblico.
Poco importa quale sia il recondito significato delle sue parole: forse la mancanza di domani, di speranza è una cinica ammissione del non senso delle sue esibizioni in pubblico, un'autentica performance di sfrontatezza. Pagare tanto di biglietto d'ingresso (10 euro le squinzie, 15 i ragazzotti), per farsi immortalare accanto a lui, sembra davvero troppo. E se davvero Corona, innescando un cortocircuito logico, vuol dire che tutto questo è una beffa insopportabile, gli andrebbe riconosciuta, insieme alla solita arroganza irridente, anche una capacità critica e autocritica non di tutti.
Resta comunque intatto il cattivo gusto della provocazione da parte di chi - un certo conte Max - ha avuto l'idea di scegliere un simbolo del peggio corrente per festeggiare l'8 marzo in Riviera. Che cosa ha voluto realizzare, oltre un modesto mucchietto di euro, il presunto manager di spettacoli? Per chi credeva di fare un'operazione culturalmente controcorrente, mettendo sul palco un maschietto bello, tosto e disinvolto, come esemplare di ciò che vogliono realmente le donne, ossia il solito sciupafemmine, a dispetto di emancipazione e liberazione femminile, la miglior risposta è venuta poco prima che albeggiasse su Sestri Levante, quando al passaggio della Bentley è echeggiato un pernacchio.
(Camillo Arcuri)
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5 Marzo 2008
Sanremo - Giustizia, non omaggi ai caduti del lavoro
Eh sì! Sicuramente sarà più sollevato Fabrizio Cannonero, il portuale genovese morto cadendo da una nave giapponese senza balaustre nella notte tra giovedì e venerdì. La sua faccia (o quello che ne resta, visto che non hanno permesso ai congiunti di avvicinarsi alla banchina dove era cadavere) avrà lineamenti più distesi avendo saputo che il festival di Sanremo ha dedicato un "omaggio" ai morti sul lavoro. E certamente anche gli operai della Thyssen, che erano un bel gruppetto, proveranno più calore nello stare insieme nel luogo in cui si trovano, dopo che Pippo Baudo ha reso "omaggio" alle loro non più disponibili vite. Così dice il telegiornale nazionale e la giornalista del TG3 della Liguria. Adesso si dice "omaggio" per dire ricompensa o cosa?
Un "omaggio" da un palcoscenico si attribuisce a un vecchio attore, a un regista in fase declinante, a uno scrittore che da un po' è fuori moda, si fanno "omaggi" tristanzuoli alle belle signore e ai gentiluomini, alle regine ed ai re, ai campioni sportivi; ma di omaggi ai morti sul lavoro ancora non se ne sentiva davvero il bisogno. Certo, con la platea di Sanremo (quasi dieci milioni di spettatori), può sembrare giusto un commosso ricordo per sensibilizzare tutti quanti, ma non basta, per assolvere al compito di servizio pubblico, che la Rai Tv ricordi queste "disgrazie" a caldo. Non si può dimenticare a questo proposito che un po' d'anni fa, un gruppo di operai genovesi della siderurgia salirono sul palco del Festival per denunciare questioni che poi il silenzio ha inghiottito e non sono mai state chiuse.
Forse soltanto Volare di Modugno, le note e la poesia della più bella canzone italiana dal 1958 a oggi, avrebbero potuto accompagnare in musica il ricordo di chi ha lasciato la vita sul lavoro; ma forse no, perché non credo che questi morti di "omaggi" ne vogliano più da nessuno. Sono lì a chiedere qualcos'altro.
(Elio Rosati)
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20 Febbraio 2008
194 - A difendere le donne ci pensa Ferrara
Qualche giorno fa a "Prima pagina" (rassegna stampa di Radio3) la segnalazione di una ascoltatrice: Giuliano Ferrara, intervistato al TG1, aveva affermato che negli ultimi trent'anni si è verificato un miliardo di aborti. Nessun riferimento al ambito geografico a cui si riferiva questo numero apocalittico.
La signora si chiedeva: che modo è questo di fare informazione? Da un lato c'è un giornalista (Ferrara) che usa strumentalmente un indimostrabile dato mondiale giocando sull'ambiguità del contesto, con l'evidente intento di spaventare ed influenzare irriflessive anime italiane, dall'altro, cosa almeno altrettanto grave, un altro giornalista (Gianni Riotta) che non ha sentito il dovere di una precisazione. Per fare informazione, aggiungeva l'ascoltatrice, non basta mettere un microfono in mano ad una persona famosa. Il conduttore di Prima Pagina del momento (Renzo Foa, direttore di Liberal) svicola e risponde di non poter esprimere giudizi sui propri colleghi. Ecco, nel breve arco di un minuto e mezzo, una bella sintesi della nostra informazione malata.
Intanto il giornalista Ferrara, mentre proclama di non voler modificare la legge 194, criminalizza oscenamente le donne. Osa dire (Repubblica del 17 febbraio) che "in Italia l'aborto è diventato una pratica eugenetica generalizzata", quando sa benissimo che il ricorso all'aborto con la legge 194 è diminuito del 60 % tra le donne italiane, e del 40 % in termini generali. Definisce la fecondazione assistita "un aborto in vitro", equipara di fatto l'aborto alla pena di morte: moratoria per l'una e moratoria per l'altro. Questo delirio non è tuttavia risibile perché per sabotare in modo grave la legge 194 non è indispensabile una modifica legislativa: è sufficiente creare un clima di stigma sociale e culturale, a cui le donne più fragili ed esposte, ad esempio le immigrate, faticheranno ad opporsi. A ben vedere c'è anche del razzismo in questo attacco alla 194 in un'epoca in cui le donne straniere vi ricorrono in proporzione sensibilmente superiore alle italiane.
Per fortuna mentre a Genova Giuliano Ferrara lanciava la minaccia "Le donne ora le difendo io", le donne genovesi lo hanno lasciato da solo in compagnia con l'Opus Dei, ed hanno dato appuntamento per sabato 23 febbraio alle 16.30 in Piazza De Ferrari, in difesa di una legge diventata simbolo.
(Paola Pierantoni)
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13 Febbraio 2008
Porto/1 - Conflitto d'interessi e pace sociale
Le paginate di cronache che dovrebbero svelarci nei dettagli lo "scandalo" del porto, ossia come si configurano i pesanti reati contestati ai vertici di Palazzo San Giorgio, in realtà lasciano perplessi se non delusi i lettori, rassomigliando sempre più a verbali di organi amministrativi dove si discute, si critica, si media prima di deliberare. Manca insomma la sostanza "criminogena" dei fatti, l'interesse personale, la ragione occulta, il motivo inconfessabile per cui sarebbe stata operata una scelta anziché un'altra. E forse è inevitabile che sia così, dal momento che, come riconoscono gli stessi magistrati inquirenti, non c'è alcun sospetto di tangenti, ossia di bustarelle a carico dell'ex presidente dell'Autorità portuale, Giovanni Novi, un galantuomo per tutti, critici compresi.
E allora? Qualcuno arriva a ipotizzare che il suo interesse potrebbe essere "politico", non - per intenderci - fondi stornati ai partiti, ma una ricaduta positiva di immagine: nel caso specifico assicurarsi il merito della pace sociale e dello sviluppo del porto. Agire in tal senso può essere considerato una colpa, se non addirittura un reato? Ci siamo dimenticati il tempo della conflittualità continua sulle banchine, quando le navi facevano la coda in rada, oppure venivano dirottate in altri scali più tranquilli? Certo non lo hanno dimenticato quei big esteri dell'import-export che ancora oggi, dopo oltre vent'anni di operosa tranquillità, continuano a ritenere "inaffidabili" moli e calate genovesi per via di quel passato.
Diranno i giuristi quali sono gli effettivi poteri e relativi confini, all'interno dei quali l'Authority ha diritto di decidere, quindi quali regole può aver violato il presidente. C'è da considerare però che l' autonomia è relativa, in quanto ad approvare o bocciare le proposte è pur sempre il comitato portuale, organo formato da enti pubblici (regione, comune, provincia, camera di commercio), ma anche da armatori, spedizionieri, agenti marittimi, terminalisti, ovvero portatori di legittimi quanto diretti interessi in materia. All'origine dei possibili errori di Novi, c'è appunto questo macroscopico conflitto d'interessi, insito nella legge 84/94 istitutiva delle Autorità portuali, quindi i condizionamenti che pesano nelle concessioni dei terminal. Qualsiasi maggioranza esca dalle prossime elezioni, è facile prevedere che, dopo il caso Genova, la legge 84/94 sarà cambiata. Ma chi n'ebbe n'ebbe.
(Camillo Arcuri)
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Porto/2 - Sparato dal bar il primo siluro
6 febbraio 2004. Novi si insedia all'Autorità portuale. Regione (Biasotti), Provincia (Repetto) e Comune (Pericu) gli assicurano "massima autonomia". Lui dichiara: "Non cederò a pressioni né a condizionamenti". Sembra uno che sappia di cosa parla. Della legge 84/94 in un'intervista (26 febbraio) dice che andrebbero modificate le modalità macchinose di nomina dei presidenti delle Autorità Portuali e la composizione del Comitato Portuale ... eccessiva nel numero dei delegati e molto sospetta di conflitti d' interesse. Il 9 marzo invita il nuovo Comitato portuale a lasciar da parte risse, carte bollate e cavilli giuridici "per impedire che l'avversario-concorrente imponga le legittime ragioni del suo business".
Richiami inutili: A maggio, uno scontro istituzionale: Novi nomina Carena a segretario generale. La cosa non piace al ministro dei trasporti Lunardi e al presidente della Regione Biasotti ma lui tira dritto (9 maggio). A giugno l'interminabile vicenda legata all'assegnazione del Multipurpose riesplode. Ricomincia la guerra delle procedure, dei ricorsi e controricorsi al Tar (10 giugno). Il conto però lo paga a novembre quando chiede nuove risorse per l'avvio di "opere fondamentali per la portualità genovese (terzo valico, nodo di San Benigno, nuovo tracciato autostradale, interventi sulla rete ferroviaria portuale e retroportuale)" (9 novembre). Ci pensa Grillo, FI, presidente della Commissione Lavori Pubblici del Senato: "Anziché chiedere altro denaro, Novi cominci a investire quello che ha ricevuto".
E se Novi fosse un incompetente? Il primo a far balenare l'interrogativo a soli 10 mesi dal suo insediamento è il Secolo XIX (28 novembre). Lo fa riferendo incontrollabili conversazioni colte in un bar di Sottoripa. Gola profonda: col suo modo di fare Novi ha messo in discussione la struttura interna dell'ente. "Avrà pur capito che per lavorare bene non può fare a meno della collaborazione di dirigenti e quadri".
Profonda e autorevole (la gola) al punto da ispirare un durissimo e sprezzante commento (16 dicembre) di Vaccari, arrivato da appena qualche settimana dal gratuito City alla direzione del Secolo XIX. "Con totale sprezzo del ridicolo, il presidente dell'Autorità Portuale Giovanni Novi si è finalmente dato una missione. A testa bassa come Wil Coyote, lo sgangherato personaggio dei fumetti che conclude puntualmente le sue cariche in fondo a un burrone, ha lanciato una crociata. No, non per far funzionare il porto: sarebbe una scelta troppo intelligente".
E' solo un assaggio di un pezzo colmo di ingiurie che - malgrado il clima conflittuale - lascia stupefatti gli stessi operatori portuali. Un gruppo di loro (Marco Bisagno, Luigi Negri e Piero Lazzeri tra gli altri) non perde un minuto nel protestare con una lettera aperta: "Il tono irriverente usato nei confronti del Presidente Novi lascia esterrefatti ed indignati, a maggior ragione in quanto l'articolo porta la firma del Direttore stesso del giornale" (18 dicembre).
Vista col senno di poi la vicenda di Novi, la sua personale, perché in questi giorni ce ne sono molte altre sotto la lente, sembra consumarsi in quei giorni del 2004. Chissà se al Decimonono si ricordano almeno il nome del bar dove erano cominciate quelle voci?
(Oscar Itzcovich)
P.S. Tutte le date sono del 2004 e indicano il giorno di pubblicazione della notizia sul "Secolo XIX"
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6 Febbraio 2008
Giornali - Comprati e venduti, ma abbottonati
Se c'è una cosa a cui i giornali tengono è la riservatezza. Sui fatti pubblici e privati altrui si avventano come piranha, ma sui casi che li riguardano direttamente sono abbottonatissimi; e la richiesta di trasparenza sulle loro cose interne viene intesa come una provocazione intollerabile. Ci sono precedenti storici illustri addirittura risalenti agli anni dell'assemblea costituente, quando due padri fondatori della Repubblica, quali Lelio Basso e Giorgio La Pira, forse antesignani del cattocomunismo o semplicemente convinti della necessità di dare basi serie alla nascente vita democratica, portarono avanti un progetto di legge per rendere pubbliche le fonti di finanziamento della stampa. Ci pensò l'allora giovanissimo Giulio Andreotti, già sottosegretario alla presidenza del Consiglio, ad affossare la pericolosa proposta e tutto restò come prima, con i padroni dell'economia liberi di controllare anche la "libera" informazione.
Negli ultimi anni qualcosa è cambiato, superficialmente s'intende. Non si spiegherebbe diversamente l'anomalia del cavaliere che forte di una superpotenza televisiva, inconcepibile per un politico nel mondo occidentale, può anche schierare settimanali e giornali intestandoli a famigli. Ora arriva la notizia di un suo possibile sbarco a Genova, in Liguria; e ciò alla vigilia di un non improbabile ritorno del padrone della Cdl al governo, quindi di un allargamento -facile da prevedere- dei vincoli di legge fissati per frenarne l'imperialismo mediatico.
Voci e interpretazioni nascono dalle trattative in corso per la cessione del 30 per cento del pacchetto azionario del Secolo XIX e attività connesse: uno dei cugini editori, Cesare Brivio Sforza, sta per vendere la sua quota a un fondo di investimenti italiano, "Clessidra Capital Partners", gestito -guarda caso- dall'ex manager Fininvest Claudio Sposito. Di qui i facili collegamenti e l'ipotesi che si tratterebbe di un acquisto provvisorio: il tempo di unificare le due società proprietarie dei macchinari e delle testate (radio compresa), ripianare i 3,5 milioni di deficit (modesto ma sufficiente per far scattare i prepensionamenti a carico dell'Inpgi), dopodiché la "Clessidra" potrebbe rivendere il tutto. A chi, a B o a C come pensano altri, alludendo a Caltagirone? Che l'immobiliarista-banchiere-editore romano, con un piede a sua volta in politica quale suocero di Casini-Udc, sia intenzionato a sbarcare sotto la Lanterna non è un mistero. Acquisito da tempo il Messaggero, Francesco Caltagirone ha l'ambizione di rilevare anche il più diffuso quotidiano ligure, ricostituendo il vecchio asse editoriale Roma-Genova, come ai tempi dei Perrone.
Nel silenzio ufficiale resta l'incognita Carlo Perrone, proprietario del restante 70 per cento della società e figlio di Sandrino, direttore-editore famoso per essere insorto con tutta la redazione contro i poteri forti che già molti anni fa volevano fare un boccone del suo giornale romano. Morto Sandrino, se lo inghiottirono e ora mirano al quotidiano ligure.
(Camillo Arcuri)
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23 Gennaio 2008
Laicità addio - Quei Tg così devoti da far dire basta
Forse non era una semplice boutade quella definizione di "seminarista", buttata lì a caldo da un commentatore sulla figura di Gianni Riotta, al momento del suo ingresso sul ponte di comando del tg1. Era sbagliato pensare che una simile etichetta gli fosse stata frettolosamente appiccicata per via dell'aspetto: il taglio corto dei capelli a caschetto, il completo regolarmente scuro su camicia bianca, ma soprattutto l'espressione fervida e compunta, l'atteggiamento pronto, volonteroso, tipici tratti di chi si prepara a una vita di servizio, in tonaca o in clegyrman.
La verosimiglianza di quell'immagine è uscita confermata, tg dopo tg, dalla linea sempre più genuflessa di una direzione per certi versi sorprendente. Solo chi lo conosceva da vicino poteva sapere che, dentro quello scalpitante giornalista venuto in Italia a studiare da direttore, dopo la sua esperienza americana, battesse un cuore così devoto. Di sicuro, sotto la sua regia, è aumentata fino a farsi invadente la presenza di prelati e voci d'Oltretevere nella più seguita informazione tv. Nessun dubbio che si trattasse di una tendenza già in atto, consolidata; ma ben pochi cambiamenti sono stati introdotti nel tg da Riotta (salvo la grafica del globo diventato di ghiaccio), e quei pochi non sono stati certo in senso laico. Anzi.
Non si contano più i telegiornali che hanno portato in apertura, prima ancora delle scelte o non scelte del governo o dei più drammatici fatti di cronaca, un servizio dedicato alle prese di posizione della Chiesa sulle cose interne italiane, dai Dico alla legge sull'aborto, fino alle speculazioni sulla mancata visita di papa Benedetto alla Sapienza. E' ormai convinzione diffusa che dobbiamo rimpiangere "i tempi della Dc", quando ci pensava il partito di eterna maggioranza a mediare le interferenze più pesanti del Vaticano; mentre un lucido osservatore, certo non un mangiapreti, come Scalfari, dice apertamente che non è più possibile farsi scrivere l'agenda della politica nazionale dalle gerarchie vaticane.
E' stato a questo punto della polemica che il direttore del tg1 decide di scendere personalmente in campo, invitando al tg delle 20 l'immancabile Camillo Ruini, vicario della diocesi romana, per un'intervista più che condiscendente, senz'ombra di domande scomode, al punto che le telecamere mostrano Riotta accompagnare le parole del vescovo con sorrisi compiaciuti e ammiccamenti espliciti. Con questo intervento diretto il vero o presunto "seminarista" sembra essersi iscritto di diritto alla compagnia dei laici-devoti, sempre più numerosi e tutti lanciatissimi in carriera. Apre la schiera il campione di "coerenza" Giuliano Ferrara, cui va riconosciuta un'intelligenza che non cessa di produrre mostri: ultima la proposta di abbinare alla moratoria per la pena di morte, una sospensiva per l'interruzione di gravidanza, una trovata benedetta da altissimi sogli e non a caso salita puntualmente agli onori del tg1.
(Camillo Arcuri)
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16 Gennaio 2008
Informazione - Direttore al fronte, segnale di svolta?
Ezio Mauro, il direttore di Repubblica, scrive raramente e ancor più raramente si muove dal suo ufficio. Ma nell'ultima settimana l'ha fatto per ben due volte: è andato a Napoli e a Torino. Articoli importanti anche se non contengono informazioni che Repubblica non avesse già dato.
Da Napoli (Repubblica 8 gennaio '08, "Così lo Stato affonda tra rifiuti e violenza. La guerra dei cassonetti dopo i fallimenti della politica"): "Dietro i sacchi dei rifiuti sparsi in ogni angolo c'è dunque l'immondizia condensata inutilmente in 6 milioni di ecoballe, simbolo gigantesco di un paese che segue le procedure a metà, avvia un processo sapendo che non arriverà mai in porto, mima una regola che non è capace di seguire e finge una normalità che non esiste". L'emergenza rifiuti ha portato in Campania, da 14 anni ad oggi, 780 milioni di euro all'anno, 15 mila miliardi di lire in 10 anni; nessuna Cassa del Mezzogiorno avrebbe potuto dare di più. L'elenco di coloro che lucrano sull'emergenza rifiuti è lungo: ci sono dentro insieme a camorristi, trafficanti e altri cattivoni, anche i sindaci dei comuni che incassano la tassa sui rifiuti e non la versano e molti politici che temono, con la trasparenza delle decisioni, delle responsabilità, di perdere il favore e lettorale.
Da Torino (Repubblica 11 gennaio '08, "Cosa è morto con i ragazzi della Thyssen. Gli operai di Torino diventati invisibili") la corrispondenza - pur occupando due intere pagine del quotidiano - è sobria, discreta. Contiene la lunga, dolorosissima testimonianza di un sopravvissuto, un compagno di lavoro, un amico degli operai morti. Due pagine dense di parole d'una chiarezza scolpita, da cui nasce lo stupore, la sofferenza, lo scandalo di chi legge. Compresa la domanda, inevitabile: dove eravamo mentre tutte queste cose succedevano; dove siamo, cosa sappiamo noi mentre quotidianamente queste cose succedono? "Dicono gli operai che i sette alla fine sono morti perchè da tempo erano diventati come invisibili... L'operaio ovviamente esiste... manda avanti un pezzo di paese... Ma esiste in fabbrica e non fuori, nel lavoro e non nella testa della politica".
Nella testa della politica tragedie come quella di Napoli (che tragedia è) e di Torino, entreranno se anche i cittadini faranno la loro parte. Quando le letture tradizionali si mostrano logore e le parole più nobili appaiono ambigue, tornare ad osservare, cercare di capire, raccontare dovrebbe essere un impegno per tutti. Che Repubblica mandi al fronte il suo direttore è un buon segnale.
(Manlio Calegari)
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9 Gennaio 2008
Nuovo V-Day - Il taglione di Grillo sull'informazione
Beppe Grillo sta preparando un nuovo V-Day per il 25 Aprile 2008. Avrà come tema l'informazione. Dopo il precedente - 8 settembre u.s. - è prevedibile, date le energie e la dedizione che lui dedica ai fatti, un altro successo dell'iniziativa.
Sarà aggressivo? Sarà estremo? Cosa dirà?
Molto è già nel suo sito (www.beppegrillo.it) nel quale sono apparsi la scorsa settimana articoli su Kenia, giustizia, spazzatura partenopea - con il video di uno Spazzatour della stampa estera nelle zone colpite - ed il discorso di capodanno del comico agli italiani.
Tutti i giorni Beppe Grillo intervista, suggerisce approfondimenti, provoca. E' il più "cercato" dagli italiani sulla rete (Ansa 17 dicembre 2007). Premiato dalla rivista Time come "eroe europeo" nel 2005, ha raccolto trecentomila firme in occasione della sua prima grande manifestazione di piazza.
Gianni Riotta direttore del TG1 lo invita in video a non sottrarsi al confronto - come fece Berlusconi con Rutelli - ad abbassare i toni, a smettere di avere l'arroganza di chi vuole avere sempre ragione. E rivolgendosi ai telespettatori Riotta precisa: "voi siete perfettamente in grado di distinguere, quando vedete un telegiornale, quale è un telegiornale asservito ai partiti o a lobby economiche e quale è un telegiornale di persone normali che cercano di fare il loro mestiere di cronisti".
Questa dell'informazione è una battaglia che Beppe Grillo sta facendo da anni. A sostenerlo alcuni dei migliori giornalisti del paese da Milena Gabanelli e Marco Travaglio, a Massimo Fini e Peter Gomez.
Da questa iniziativa un certo modo di fare informazione in Italia potrebbe uscirne a pezzi.
Forse siamo all'inizio di una buona notizia.
(Giulia Parodi)
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19 Dicembre 2007
Informazione - L'armata contro i nuovi vandali
Le notizie disturbano. Mercoledì scorso scoop di Repubblica: Berlusconi indagato a Napoli per una storia poco edificante, legata alla sua idea fissa di dare la famosa "spallata" a Prodi, costi quel che costi, magari facendo cambiare casacca al senatore Pd Nino Randazzo, eletto dagli italiani all'estero. La procura di Napoli -annuncia il TgUno delle 20- smentisce categoricamente, ma intanto manda a perquisire casa e ufficio del giornalista "colpevole".
Poco importa che l'inchiesta venga poi confermata. I grossi titoli di non pochi giornali, compreso il più diffuso in Liguria, il mattino dopo strillano fedelmente l'invettiva di B contro "L'armata rossa della magistratura". (Espressione che si richiama agli storici vincitori delle panzer divisionen hitleriane, solo per liquidare come comunisti i giudici che fanno la loro battaglia per applicare la legge anche ai potenti.) E il risultato di immagine, sia pure superficiale, immediato, di questo tipo di titolazione ad effetto è quello di confermare B nelle vesti dell'eterno innocente perseguitato.
Nessuno è colpevole, tanto meno lui, prima di definitiva condanna; ma, bisogna pur ricordare che per un uomo politico non c'è solo la responsabilità penale, innocente o colpevole; esiste anche un giudizio di tipo etico, morale, di correttezza, di senso dello Stato, cui deve rispondere. E come si può valutare sotto questi profili il comportamento del capo dell'opposizione che alla vigilia di un voto decisivo al senato cerca di barattare il voltabandiera di un senatore Pd con un posto da viceministro nel futuro governo alternativo? "Non gli ho fatto alcuna offerta di denaro", assicura B; e spiega la sua prudenza -"Pensavo che avesse un registratore in tasca…"- con una battuta che sembra presa da una fiction sul malaffare.
A parlare chiaramente di soldi, proponendo al senatore un assegno da due milioni di euro, puntualmente rifiutato, era stato invece un esponente della comunità italiana d'Australia, un selfmademan di origine calabrese, proprio come Agostino Saccà, il personaggio-chiave del nuovo affare di malapolitica. Saccà, fedelissimo del cav e in quanto tale messo alla presidenza di Rai-fiction, voleva costituire nella sua terra di origine una corporation internazionale per la produzione di format, film e serial tv, tutto ciò non insieme alla Rai che rappresentava, ma con Mediaset, con il suo "capo", come continua a chiamarlo. Le telefonate tra i due rivelavano scambi di favori e di intese poco limpide, tanto da mettere in moto le indagini su quello che si profilava come un nuovo assalto alla diligenza radiotelevisiva e non solo. Slogan poco usato nella titolazione.
(Camillo Arcuri)
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12 Dicembre 2007
Duopolio - Nasi e baffi finti urgono in Rai
"Non dimenticate i nasi e i baffi finti per uscire…" Andava giù piatto col suo sarcasmo "il nonno", come molti chiamavano il decano dei cronisti di un antico giornale genovese. I suoi pesanti sfottò risuonavano in redazione come uno schiaffo per chi sapeva di essere coinvolto in qualcosa di poco lusinghiero: un buco, ossia una notizia persa, mancata, o peggio una gaffe, prese lucciole per lanterne, aver indicato come indiziato-quasi-colpevole, in un caso giudiziario, qualcuno che non c'entrava nulla. Le sue brucianti battute avevano allora l'effetto di un perentorio invito alla vergogna, sentimento che però non sembra fare più arrossire nessuno, qualsiasi sia la colpa.
Quanti nasi e baffi finti occorrerebbero in questa Rai berlusconizzata, se ancora sopravvivesse un minimo di decenza? Le ultime puntate sulle telefonate intercettate tra i vertici del duopolio pubblico-privato che domina al 90 e più per cento l'informazione, sono davvero preoccupanti, oltre che scandalose. Deborah Bergamini, segretaria personale del Cav, assurta a zarina, massima potenza di viale Mazzini, non esitava a concordare coi dirigenti di Mediaset come manipolare perfino i risultati elettorali: nessun confronto tra le ultime regionali e e i dati precedenti per non dare l'idea della sconfitta del centro-destra (12-2); ma la cosa peggiore è che tutte le reti Rai e Mediaset, senza eccezione, hanno applicato alla lettera quei pazzeschi ordini di scuderia, evitando di dare agli italiani il senso stesso del voto. Roba da Orwell 1984.
Anche se sul tema molte cose invereconde erano già descritte in un libro, ignorato o quasi dalla politica per due anni ("Inciucio" di Gomez e Travaglio, vedi OLI precedente), retroscena così allucinanti rischiano di sommergere nel ridicolo tutte le rivendicazioni di autonomia della stampa, "cane da guardia al servizio dell'opinione pubblica". L'obiezione di Marcello Veneziani, sul palco mediatico di Anno Zero, è che questo sarebbe sempre stato l'andazzo in Rai. Mai però -ha replicato il ministro Gentiloni- un capo di governo ha avuto anche il controllo di tutte le emittenti, imponendo di fatto il pensiero unico. Quando poi si legge che Vespa era pronto a fare il sarto servizievole, con un'intervista confezionata su misura per Fini, mentre un giornalista che annunciava da Milano lo scoop dell'inchiesta su Previti, era invitato a scrivere la notizia, ma senza far nomi (record assoluto di ipocrisia), non resta che passare ai nasi finti.
(Camillo Arcuri)
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5 Dicembre 2007
Doppi giochi - Ma lo scandalo Rai era già scritto
Una vecchia massima vuole che non ci sia nulla di inedito più di quanto già pubblicato. Specie nei libri, si potrebbe aggiungere. La conferma viene dal recente scandalo delle intercettazioni in Rai, dove si racconta che cosa combinavano le quinte colonne inserite da Berlusconi nei posti-chiave dell'emittente pubblica, al fine di impedire ogni accenno di concorrenza pericolosa verso Mediaset. Alla salute di chi nega l'esistenza del conflitto di interessi.
La temporanea conclusione della storia è nota: Deborah Bergamini, rampante cronista poliglotta, poi efficientissima assistente personale del cavaliere, da lui stesso imposta ai vertici del marketing Rai, è stata sospesa come "misura cautelare" dal servizio, per il doppio ruolo che andava svolgendo, secondo quanto emerge dalle sue telefonate registrate. Altre "misure" seguiranno; il tutto, naturalmente, tra le urla di protesta degli inquilini dell'ex casa delle libertà, convinti come sono che la loro prima libertà è quella di fare strame dell'interesse pubblico.
La cosa sorprendentemente sconosciuta invece è che tutto questo era già scritto e pubblicato in un istruttivo libro di Peter Gomez e Marco Travaglio, "Inciucio", edito dalla Bur fin dal novembre 2005. Ben due anni, dunque, sono durati la distrazione, il disinteresse, quasi fastidio, quindi il silenzio generale attorno a quanto era denunciato a chiare lettere nelle 500 e più pagine dense di fatti e riferimenti, a dir poco sconcertanti, che gli autori rivelavano.
A proposito dei cosiddetti "agenti all'Avana", si legge (pag. 114 e seguenti) che il nocciolo duro del potere Rai, regnante Berlusconi a Palazzo Chigi, era formato dal dg Flavio Cattaneo, stretto amico del fratello Paolo e di La Russa, e da due personaggi chiave: Alessio Gorla, inventore di Forza Italia insieme a Dell'Utri, esportatore di Mediaset in Sud America, quindi inviato ai piani alti della "concorrenza" quale responsabile dei palinsesti; seconda figura di spicco, la bionda Bergamini, detta la "zarina", responsabile del marketing strategico, da allora la donna più potente di viale Mazzini, dal momento che era lei a decidere anche i "generi" dei programmi per le tre reti, cioè se è meglio un telequiz, un poliziesco o un varietà.
Il libro racconta quando qualcuno cercò di insidiare la punta di diamante di "Striscia", ingaggiando per la stessa ora Aldo, Giovanni e Giacomo coi loro show demenziali che spopolano tra i bambini (anche coi calzoni lunghi); ebbene la riservatissima trattativa venne tempestivamente spifferata a Milano 2 che provvide a bloccarla. Questo e ben altro era scritto due anni fa. Ora i nastri delle telefonate tra i vertici Rai e Mediaset, pare contengano un ampio campionario di doppiogiochismo. Ma, sinceramente, che cosa ci si aspettava da personaggi messi in Rai apposta per far la guardia agli opposti interessi del loro padrone? Le cronache rosa ci informano che la bionda zarina, costretta a casa, è sconvolta: ha perfino sospeso di scrivere sul blog un diario personale con le sue fantavventure di principessa celtica. Davvero commovente.
(Camillo Arcuri)
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21 Novembre 2007
Informazione - Il corteo è pacifico quindi inesistente
Volete un esempio di come si può manipolare un evento fino a cancellarne (o quasi) il significato? Prendete il corteo sul G8 di sabato 17 novembre scorso a Genova. Il corteo arriva dopo una settimana di timori di polemiche durissime. La destra ne ha chiesto la cancellazione. Una campagna giornalistica e televisiva martellante, specie a livello locale, ha di fatto suggerito l'abbandono della città da parte dei cittadini e la chiusura dei negozi. La tensione creata è tale da indurre gli organizzatori a temere un flop e a sottostimare le richieste di convogli a Trenitalia. Che ne approfitterà mettendoci del suo (cosa facilissima visto la normale condizione dei suoi treni) per sabotare l'iniziativa.
Sabato la manifestazione è un successo: 50 mila persone in un corteo denso di politica, "reduce" ma anche giovane, capace di contenere al proprio interno conflitti non da poco (striscione e scritte sulla "polizia assassina").
Domenica 18 novembre la notizia dei quotidiani è "corteo pacifico". Si tira un respiro di sollievo: "è andata bene perché non è successo niente". E siccome non è successo niente la manifestazione non è esistita o quasi. Le sue ragioni, i suoi slogan, la forza e il coraggio che hanno fatto sfilare a Genova migliaia di persone in gran parte giovani, in un corteo durato 6 ore, che poi se ne sono ripartiti "zitti e buoni", sono ridotte per lo più a colore. Sia pure con qualche raro omaggio alla piazza.
Poche le eccezioni. Tra queste l'editoriale - "questa volta bravi tutti ma è bocciata la politica" - del Secolo XIX che peraltro aveva dedicato durante la settimana molte colonne al tam tam antimanifestazione. "La maggioranza non sta rispettando uno degli impegni presi nel programma di governo: la Commissione d'inchiesta sui fatti del G8 magari non servirà a niente, proprio come ritiene Ottone (Repubblica, 17 novembre), ma era un impegno preciso e gli impegni si rispettano. Quanto all'opposizione basta aver seguito 5 minuti della trasmissione che La Sette ha dedicato all'evento per farsene una idea: tra l'ex radicale Taradash che si arrampicava sugli specchi e la portavoce Gardini che al solito pensava soprattutto a magnificare il suo datore di lavoro veniva solo da pensare come nella patria di Machiavelli la politica abbia potuto cadere così in basso".
(Manlio Calegari)
Posted by Admin at 15:58 | Comments (0)
Corteo - Se a prendersi la città sono le parole
La "sinistra antagonista, massimalista e radicale" si è presa Genova per tutta la giornata di sabato 17 novembre. Ha iniziato al mattino con una manifestazione di studenti. Praticamente un piccolo gruppo di puffi rumoroso che, per le strade del centro, chiedeva una scuola migliore. Ed ha continuato il pomeriggio, la "sinistra anarco-insurrezionalista", appropriandosi di una fetta della strada a mare e della piazza principale della città.
In corteo si potevano riconoscere le menti più lucide del movimento estremista come funzionari di enti pubblici, sindacalisti, direttori di scuola, pensionati, dirigenti di società private, impiegati, operai, insegnanti, precari, avvocati, nonni, bambini, ed una quantità immensa di giovani - capelli rasta, bandiere della pace e dei pirati - provenienti da tutta Italia. A capeggiarli un prete.
Genova era bellissima. Tersa. Luminosa. Fredda. Alle finestre di via Gramsci le comunità dei molti paesi lontani che la abitano da anni. Salendo verso Carignano ancora finestre e facce, balconi e corpi ad assistere impauriti ad una manifestazione di pace che la città doveva a se stessa dal G8 e per dare a parole come verità e giustizia il senso che spetta loro. Ecco, le parole erano chiare negli occhi di ognuno e strette senza distinguo. Trasparenti. Perfette.
Sei anni che le parole tornano in piazza per rivendicare se stesse e fanno paura. Sabato nessuno le ha attaccate.
(Giulia Parodi)
Posted by Admin at 15:56 | Comments (0)
14 Novembre 2007
Statistiche - Il suicidio di massa per ora è rinviato
Nel 2000 la Organizzazione Mondiale per la Sanità giudicò tutt'altro che trascurabile la potenziale influenza dei mezzi di informazione nel favorire o nel prevenire il ricorso al suicidio, e tracciò delle linee guida per indirizzare i media ad una corretta trattazione di questo argomento. Qualche esempio? "Utilizzare fonti affidabili e riconosciute", "Usare particolare cautela nel diffondere e interpretare i dati e le statistiche sul suicido", "Evitare l'utilizzo di titoli a grande impatto e in prima pagina"…
Bisognerebbe fare avere queste regole al Secolo XIX che giovedì 8 novembre è riuscito ad infrangerle tutte proponendo una prima pagina piena di incredibili errori e di arbitrarie correlazioni a condimento di un articolo intitolato "Depressi, 1500 in cura". L'articolo, nella sostanza, intendeva promuovere il "Centro Idea, per la diagnosi e cura dei disturbi depressivi e d'ansia" che opera presso l'ospedale S.Martino in convenzione con la Asl offrendo un ascolto telefonico e indicazioni per un possibile sostegno alle persone che telefonano segnalando uno stato di disagio.
Precede il titolo un box con grafici che, tra altri numeri, riporta in grande e ben evidenziato su fondo verde il tasso di suicidi registrati a Genova: un agghiacciante 4,5%! Sfido che nella nostra città la popolazione continua a diminuire! Per fortuna un veloce controllo ci tranquillizza, si tratta di un errore, tanto grave quanto plateale: i tassi di suicidio vengono infatti forniti sulla base dei 100.000 abitanti. Il valore corretto quindi è 0,0045%. Una bella differenza.
Tirato questo sospiro di sollievo ecco però un altro tuffo al cuore: "dieci anni fa Genova aveva una media di suicidi dieci volte superiore a quella italiana". Anche in questo caso una piccola, facile, rapida verifica (un giretto di qualche minuto in internet) ci rassicura: i dati Istat del 1998 segnalano un tasso di suicidio a Genova più alto di quello medio italiano, ma solo del doppio: 11,9 su 100.000 abitanti contro i 5,9 nazionali.
Non abbiamo alcun elemento per poter avanzare giudizi sulla efficacia e qualità del servizio offerto dal Centro idea, che probabilmente merita di essere promosso.
Resta profondamente opinabile il fatto che la sua promozione sia stata fatta suggerendo una semplicistica relazione di causa ed effetto tra depressione - non meglio specificata - e suicidio sostenuta da dati sbagliati e allarmistici.
(Paola Pierantoni)
Posted by Admin at 17:59 | Comments (0)
Espulsioni - A dispetto degli ariani siamo in Europa
Non è una vocazione, ma spesso una necessità professionale per chi fa il giornalista quella di incalzare, anziché compiacere l'intervistato, insomma fare il rompiscatole per poter cavare qualche straccetto di verità dal buco del dico e non dico. L'ultimo esempio è venuto da "la 7", Gad Lerner alle prese con Franco Frattini, vicecommissario europeo, disposto a parlar di tutto meno che rispondere alla domanda centrale: l'UE consente o no le espulsioni di massa dei romeni che sono invocate a gran voce dall'Italia reazionaria capeggiata da Bossi-Fini-Cavaliere?
Quando già il conduttore malcelava il suo bollore interno dietro la doverosa maschera di cortesia del padrone di casa, l'ospite in collegamento, a sua volta innervosito perché messo alle corde, alla fine ha ceduto, ammettendo il vero: l'Europa le vieta, le espulsioni di massa non sono ammissibili nel sistema democratico attuale (altri sono i provvedimenti mirati, motivati). E come mai il vicecommissario, dall'alto della sua carica, non richiamò tale principio subito, zittendo i suoi scalmanati amici di partito? Sempre più in imbarazzo, Fratini si è difeso attaccando: "Che ci posso fare io -ha detto in sostanza- se i media titolano solo sulle espulsioni e ignorano del tutto i programmi UE per l'integrazione?"
Reticenze a parte (efficace sarebbe suonata una tempestiva precisazione del vicecommissario sui contenuti della normativa europea, quando la xenofobia montava), la sua replica ha toccato certamente un tasto stonato: non diversamente si può definire il contributo dell'informazione stampata ed elettronica all'assordante concerto razzista levatosi dopo l'orrendo omicidio di Tor di Quinto a Roma. Giornali e telegiornali hanno soffiato non poco sul fuoco della giusta indignazione, preferendo rimestare nelle viscere invece di sollecitare la ragione. Col risultato di colpevolizzare un'intera popolazione, una razza "inferiore", come insegnavano ai tempi degli ariani…
La miglior risposta a certe scellerate teorie riemerse dalle fognature della storia, viene da una ragazzina cui dobbiamo essere grati per lucidità e umanità: suo padre, romeno, osò rifiutarsi di lavorare in nero e fu massacrato da un impresario nostro connazionale. La figlia allora sedicenne -nella lettera che riportiamo- assicura di non pensare assolutamente che tutti gli italiani ammazzano e bruciano i romeni. Una lezione salutare.
(Camillo Arcuri)
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7 Novembre 2007
Porto - "Anno zero"? Sì, no, forse
Oggetto: la conferenza strategica voluta dal sindaco Vincenzi per definire il destino del porto. Premessa: la città ha il suo futuro economico nel porto; in quello dei container; non in quello "vecchio" delle "merci varie". Il porto di Genova che alla fine degli anni Novanta era il primo del Mediterraneo è scivolato al terzo posto. Se tutto andrà bene a fine anno avrà mosso 1.800.000 containers. Vincenzi: l'appuntamento è il 2015; bisogna creare le condizioni per muoverne 10 milioni. Un numero - nella discussione seguita alla relazione c'è chi farà dell'ironia - che serve a sottolineare come, per recuperare e reggere i tempi, la situazione attuale andrà moltiplicata almeno per 3 o 4 volte. Per realizzare un obiettivo così ardito Vincenzi propone uno strumento "complessivo", un'autorità con il compito di eliminare il traffico pesante dalle strade cittadine e dell'Appennino, capace di affrontare la questione portuale nell'insieme (porto, interporti e in frastrutture -gronda, terzo valico ecc.) e non per frammenti. In pratica una società composta da comune, regione e provincia da finanziare con l'extragettito ma non solo.
La proposta Vincenzi, accolta con insofferenza da alcuni, ha riscosso anche interesse. Qualcuno l'ha definita "coraggiosa". Il suo merito: non limitarsi a mettere sul tavolo problemi ben noti ma proporre una soluzione a livello gestionale e finanziario.
A una settimana dalla conferenza, sono già molti i segnali che annunciano un confronto duro e ricco di sorprese. Tanto per fare un esempio: a riconoscere la novità e la qualità della proposta Vincenzi si è mosso Il Secolo XIX con un commento del suo direttore (2 novembre 2007 "...Genova all'anno zero") e di un suo opinionista (3 novembre "...Idee in rotta di collisione"). Ironie invece da parte di Repubblica-Lavoro che ha titolato la prima pagina (1° novembre) "Supermarta scivola sulle banchine", accompagnando il tutto con un fondo: "I cattivi consiglieri della regina". La nota, che si complimenta ironicamente col sindaco per essere riuscita a mettere finalmente d'accordo la comunità portuale nel ... rifiutare le sue proposte, si conclude con una condanna senza appello: "La comunità portuale non ha bisogno di questo", dove "questo" comprende metodo, merito e lessico della proposta.
La posizione del giornale del centro sinistra si è solo in parte modificata nei giorni successivi. Il 5 novembre scorso, il fondo del responsabile delle pagine locali di Repubblica, in polemica col direttore del Secolo XIX, ha sostenuto che Genova non è all'anno zero e che dopo la liquidazione del settore industriale molto è stato fatto per il risanamento della città e per il porto. Riafferma però che la conferenza è stata una ripetizione di analisi e proposte ormai vecchie di anni. Che il porto non ha bisogno di "strategie lunghe e complicate", ma di "sistemare tre o quattro cose" che sono sotto gli occhi di tutti: Ponte Parodi, Calata Bettolo, passante e manovre ferroviarie, i collegamenti tra il porto e la città (waterfront).
"Anno zero" sì o no? Se almeno fosse l'anno che si comincia a parlar chiaro...
(Manlio Calegari)
Posted by Admin at 11:09 | Comments (0)
Gossip - Mancavano in salotto le signore dei politici
Gli italiani proprio di questi tempi in cui la barca sembra andare ogni giorno a fondo, sentivano davvero il bisogno di un libro sulle donne (pardon Signore) dei politici, che raccontasse l'influenza delle stesse sulle decisioni e le scelte dei mariti, le loro preferenze in materia di vestire, il distacco o meno dalla politica e dalla vita del palazzo, i legami con la famiglia ecc. Ha provveduto il giornalista per tutte le occasioni Bruno Vespa, col suo centesimo (inutile) libro. Il quale prima o dopo sarà presentato da Berlusconi, campione della famiglia tradizionale e cristiana che i Vescovi portano ad esempio; ne avrà lustro e vendite.
Può non stupire che un giornalista, le cui analisi, di parte e alla Frassica, ("se il governo Prodi regge al Senato, non cade….") hanno stufato mezzo mondo, a corto di argomenti un pochino più seri, dedichi le sue ricerche a sfondare "porta dopo porta" i salotti buoni delle capitali italiane, dove le mogli dei nostri politici vivono, si muovono, fanno salotto, amoreggiano o litigano (e si dividono) dai mariti. Stupisce invece che Il Secolo XIX, che annovera Vespa tra gli illustri commentatori della politica nell'ultima pagina, abbia inflitto pari pari ai genovesi due stralci di quel libro. A che cosa sono serviti? A far vendere il volume? A portare acqua al mulino di Vespa e dei suoi amici di destra? Peccato questo scivolone, perché il giornale da qualche tempo dà segni di risveglio con inchieste puntuali e intriganti. Meglio, molto meglio le analisi sulle discordie interne e i veti incrociati degli industriali genovesi, sulla sicurezza della città, sulle oscenit à culturali e grafiche di cui sono capaci i graffittari di casa nostra. Da lì il lettore trae spunti di indignazione e di riflessione, non dai discorsi salottieri e vuoti del Vespa.
(Giovanni Meriana)
Posted by Admin at 11:02 | Comments (0)
31 Ottobre 2007
Sicurezza - Vincenzi alla prova dei vigili urbani
Prendete il Secolo XIX. A settembre 2007 gli articoli dedicati alla sicurezza erano il doppio di quelli di agosto. E a ottobre? Il doppio di settembre. Domanda facile: quanti saranno a novembre? Domanda difficile: quale relazione tra campagna giornalistica e "fatti"? A far riferimento ai normali indicatori - quelli forniti da questura, prefettura, procura ecc. - la situazione sembrerebbe stazionaria, non troppo diversa dal solito. Sarebbe invece cambiata la loro "percezione": come la paura che non ti fa uscire di casa, o ti spinge a cambiare zona di residenza o ad avere comportamenti aggressivi. Se la "percezione" del pericolo cresce, lo spazio per ragionare si restringe, molto.
Da settimane politici e istituzioni parlano solo con proclami. Annunciano misure irrealistiche ma che vogliono essere rassicuranti: "tolleranzazero" (ancora!), "restringeremo", "aumenteremo...". Il nemico è stato chiaramente individuato dal prefetto (Secolo 28 ottobre '07):"Genova ha a che fare con un doppio problema. Uno è rappresentato dalla criminalità effettiva. Un altro, forse ancora più grande, da un senso oggettivo di difficoltà di fronte a comportamenti riconducibili soprattutto a immigrati che hanno atteggiamenti non consoni al nostro vivere civile (sic!). E quando dico non consoni è evidentemente un eufemismo". Dichiarazione pesante ma in prefettura queste cose si sanno. Da anni infatti sono impegnati ad elaborare piani sull'ordine pubblico (2003 "Piano per il controllo del territorio", 2004 "Piano di coordinamento per il controllo del territorio" e poi ancora i "piani" varati nel 2005 e nel 2006) dai consuntivi rimasti sconosciuti.
Si capisce, ha aggiunto il prefetto, che prefettura e questura non possono fare tutto. "Una parte spetta a noi, un'altra sicuramente all'amministrazione". In proposito la sindaco aveva parlato chiaro già prima di questa fase di acuti. Si era appena insediata che aveva detto pressapoco: il corpo dei vigili urbani dovrà essere più presente in città, anche la sera e nei giorni festivi. Dichiarazione impegnativa che il "corpo" aveva fatto passare. Pochi giorni fa nuova promessa: "100 vigili in più a Sampierdarena". Il "corpo" aveva di nuovo incassato in silenzio. Poi, a ruota, l'assessore alla sicurezza (Secolo 26 X '07) aveva annunciato l'imminente attuazione del progetto "vigile di quartiere". No, ora basta - ha tuonato il rappresentante sindacale CGIL (Secolo 27 X '07). Decidete quello che vi pare - fa sapere - ma sia chiaro che poi dovrete fare i conti con noi. Tradotto: 1) i turni esistenti non si toccano; 2) a fare il vigile di quartiere ci vanno solo quelli che hanno vogli a di andarci; 3) in ogni caso non se ne parla prima di sei mesi perché sono necessari corsi di addestramento appositi.
Affermazioni che come in altri casi recenti indicano nel rapporto tra direzione politico amministrativa e gestione della macchina comunale uno dei problemi principali della giunta Vincenzi. Aspetti politici a parte i cittadini hanno letto con inquietudine che personale oggi abilitato a portare alla cintura pistola e manette ritenga di aver bisogno di particolare addestramento per fare il vigile di quartiere.
(Manlio Calegari)
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Stragi silenziose/1 - Se una catastrofe non è abbastanza interessante
La notte del 25 dicembre 1996, Ampalagan Ganeshu e suo fratello Arulalagan, due ragazzi dello Srilanka in fuga dalla guerra civile, morirono nel più grave disastro marittimo nella storia del Mediterraneo dalla fine della guerra mondiale. In 283 sparirono nel mare del Canale di Sicilia, a bordo della nave Friendship, speronata dalla Yohan, a sua volta carico di merce umana. Soltanto cinque anni dopo, nel 2001, su indicazione di un pescatore, un robot subacqueo catturò le immagini di quello che era rimasto un naufragio fantasma, descritto dai superstiti ma mai provato. Abiti, rottami, resti umani denunciarono che invece era accaduto sul serio, 283 persone erano sparite nel mare per 5 anni senza che nessuna autorità intervenisse, per accertare quello che era accaduto e recuperare i corpi.
Solo a distanza di 11 anni, a febbraio, il governo ha stanziato i fondi necessari per questo ultimo atto di pietà. Ma il tempo, banalmente, scorre, e mentre i quotidiani si accatastano uno sull'altro (4013 quotidiani in undici anni, quanti truculenti omicidi, quanti gossip, quante dichiarazioni autorevoli), “ultimo sfregio, il mare ha cancellato tutto”. Così titola il Venerdì di Repubblica (19 Ottobre 2007), unica voce a raccontare quello che resta di un dramma mai abbastanza interessante per esistere, per le autorità, per i media, per l'opinione pubblica.
www.uonna.it/yiohan-naufragio-dei-media.htm
www.tanadezulueta.it/html
(Eleana Marullo)
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Stragi silenziose/2 - Più di duemila le vittime dell’uranio impoverito
Si chiama Paolo Floris, ragazzo di 29 anni di Guspini, in provincia di Cagliari, l’ultimo militare italiano vittima da possibile contaminazione da uranio impoverito. A renderlo noto è Francesco Palese, curatore del sito Vittimeuranio.com, al quale il giovane si è rivolto per denunciare la sua vicenda. Paolo ha effettuato il servizio di leva nel 1999 nel Poligono nazionale di Teulada dove era addetto al magazzino del Reggimento con compiti di guardia nella polveriera. A settembre del 2006 gli è stato diagnosticato un “linfoma di hodgkin 4° stadio b” che sta curando con dei cicli chemioterapici in un ospedale civile di Cagliari”.
Il giovane è stato anche licenziato lo scorso 11 settembre dall’impresa per cui lavorava dopo un anno di malattia e si ritrova adesso senza nessun aiuto e senza lavoro a combattere con una malattia all’ultimo stadio. Bisognerebbe sapere se i casi come il suo compaiono nelle liste ufficiali di cui si parla in questi giorni. I familiari del ragazzo chiedono il riconoscimento della causa di servizio. Purtroppo molti sono i casi di tumori sviluppatisi tra chi raccoglieva residuati bellici nei poligoni. Un giovane carrista L.G.C. di Lecce che nel 1999 raccoglieva bossoli senza alcuna protezione presso il poligono di Torre Veneri a Frigole (in provincia di Lecce) si è ammalato di un tumore alla bocca. Altri esempi: Ugo Pisani di Siena, nel poligono di Capo Frasca in Sardegna, e sempre in questo poligono i militari di Sassari Murizio Serra e Gianni Fredda; ancora in Sardegna nel poligono di Salto di Quirra, Fabio Cappellano di Lamezia Terme. Nel poligono del Dandolo presso Maniago in Friuli, Alessandro Garofolo di Mantova.
Secondo un elenco emanato qualche settimana fa dal ministero della Difesa, e anche in base alle indagini di polizia giudiziaria effettuate nei distretti militari, il numero di malati di tumore sarebbe di 2.000 (o 2600). Lo stesso ministero della Difesa nell’aprile 2006 (vedi articolo su Il Corriere della Sera del 5 aprile 2006) aveva parlato solo di 158 casi. A un anno di distanza dunque si sarebbero più che decuplicati.
Falco Accame, presidente dell’Ana-Vafaf, associazione vittime militari, domanda ai ministeri Difesa e Salute quale sia la vera entità del gravissimo fenomeno, e soprattutto perché non sono state adottate nei poligoni elementari norme di protezione per la raccolta dei residuati bellici, norme che valgono anche indipendentemente dal fatto che si tratti di residuati bellici all’uranio.
(Camillo Arcuri)
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Teatro - Foto segnaletiche e foto di scena
Il successo di critica e di pubblico che ha accompagnato i due giorni di presentazione al Teatro della Corte dello spettacolo “Sono felice per te”, realizzato con la partecipazione di un gruppo di studenti-detenuti del carcere di Marassi, è stato macchiato da un solo neo. Neo marginale, eppure tale da rischiare di compromettere il lavoro di tutti coloro –operatori, regista, istituzione scolastica e carceraria, detenuti stessi– che si sono impegnati nell’iniziativa. Parliamo dell’atteggiamento della stampa, che pure ha dato rilievo all’evento, ma in alcuni casi non ha resistito alla tentazione di impostare l’informazione in termini scandalistici: “l’assassino della tale nella parte di…”, “l’autore delle efferate violenze contro il talaltro nei panni di…”. I ritratti dei protagonisti sono stati allineati quasi fossero foto segnaletiche, con dettagli scabrosi e con commenti di cattivo gusto.
Il senso dell’operazione era proprio l’opposto: non inchiodare i protagonisti al loro passato, ma rendere possibile alla persona che è in loro di operare una rielaborazione del proprio vissuto attraverso la messa in scena di una storia che parlava dei loro destini. Gli attori, i loro parenti che hanno potuto vedere i congiunti in una veste diversa, le autorità carcerarie che per consentire l’iniziativa hanno interpretato i regolamenti al limite del consentito, quelle scolastiche che hanno sostenuto gli operatori e incoraggiato l’esperimento, la polizia penitenziaria che ha svolto il suo servizio di sorveglianza in teatro con discrezione e partecipazione, il pubblico stesso che si è stretto con calore attorno al regista e agli attori: tutti hanno dato l’impressione di capire il senso profondo dello spettacolo. Alcuni giornalisti purtroppo no. Hanno preferito assecondare i peggiori gusti del peggior pubblico.
(g.e.g.)
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Informazione - Genova scettica anche sul web
Tre anni fa il giornalista e fondatore della agenzia www.totem.to Franco Carlini, nelle pagine de "IL Secolo XIX" (02/11/2004), pubblicò un'indagine sulla web-immagine di Genova. Emerse un quadro di una città ancora alla caccia della sua identità su internet, poco presente sul web, a parte la grande parentesi del G8. Pochi i siti e quei pochi svolgevano una funzione di 'presentazione'; rari i punti di incontro digitali. A tre anni di distanza, qualcosa è cambiato, ma Genova resta sempre una piazza pigra, restia a rielaborare e rendere proprie le novità provenienti dal mezzo internet.
A livello nazionale tutte le più grandi realtà editoriali accompagnano le proprie edizioni su carta con un sito web, come integrazione del proprio modo di fare informazione. Gli impiegati che lavorano otto ore al giorno davanti ad un monitor tengono aperte le pagine on-line della repubblica o del corriere -per fare due esempi- sulle quali cliccare di tanto in tanto per leggere le informazioni più curiose e interessanti.L'abilità consiste nel proporre servizi che integrino l'informazione quotidiana dei propri giornali, in modo che il lettore sia stimolato tanto a visitare il sito, quanto a comprare il quotidiano. E il web consente un più efficace uso del canale delle immagini e dei filmati, e offre un confronto immediato con i lettori che possono postare commenti e partecipare a indagini on-line. Nella realtà ligure, il nostro principale quotidiano ha anche lui il suo sito: ilsecoloxix.it, ma non sembra credere ancora nelle potenzialità del web e soprattutto mostra di temere che l'edizione on-line possa 'soffiare via' clienti paganti: sono presentate le notizie più importanti dell'edizione quotidiana, l'immagine della prima pagina e un breve 'abstract' di alcuni eventi: per il resto, è necessario un abbonamento on-line e il pagamento di una (piccola) somma per leggere integralmente i testi. Per chi voglia sapere con rapidità cosa accade nel territorio cittadino è interessante visitare www.primocanale.it che -con uno stile 'mordi e fuggi'- propone aggiornate notizie 'ultim'ora': incidenti, ingorghi, aggressioni e rapine vengono sommariamente riportati, ventiquattro ore su ventiquattro. E dopo aver letto le informazioni è possibile andarsi a vedere alcune trasmissioni on-line e produzioni della rete. Stesso modello utilizzato da www.ligurianotizie.it delle edizioni Alkalea, e www.genovapress.com, questi ultimi di lettura un po' più complessa a causa della abbondante pubblicità. L'agenzia-stampa della Provincia di Genova (http://prono.provincia.genova.it) propone informazioni direttamente collegate con l'attività della Provincia stessa, con poche novità (due/quattro notizie al giorno) e senza aggiornamento nel week-end: più che informazione quotidiana si presenta come un archivio-stampa. Qualche luogo di 'cyberincontro genovese' fortunatamente c'è, come i portali www.mentelocale.it, www.genovagando.it e www.tu6genova.it, ma l'impressione generale è che chi decida di offrire informazioni a genova attraverso internet, lo faccia con poca fiducia, un po' d'impaccio, e mugugnando anche un po'. D'altronde lo sapeva bene anche Cristoforo Colombo che i genovesi sono bravi a fare cose, ma molto meno a raccontare quello che stanno facendo...
(Maria Cecilia Averame)
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24 Ottobre 2007
Inchieste - Gli enti scommettono, le banche incassano
"Il banco vince sempre", l'inchiesta di Report trasmessa su Raitre il 14 ottobre, ha spinto molti a scrivere lettere al Secolo XIX: "Ho appreso con sgomento, da una delle poche trasmissioni televisive serie per le quali vale la pena pagare il canone Rai, ovvero Report, che i nostri enti locali stipulano contratti di finanziamento con banche italiane e internazionali che causano a noi tutti perdite di centinaia di milioni di euro". "Ho seguito la trasmissione Report sul problema delle operazioni note come "swap", della famiglia dei cosiddetti derivati". "Dalla trasmissione Report sui derivati abbiamo saputo che il presidente della Regione Claudio Burlando… non intende far sapere ai cittadini quali contratti bidone abbia sottoscritto la Regione Liguria".
Sul tema, sui contratti stipulati dagli enti locali con banche italiane e internazionali, Il Secolo XIX (ma non Republica-Lavoro, stranamente silenzioso) si era molto impegnato. Il punto di partenza è stata un'inchiesta di Claudio Gatti (Il Sole 24 Ore, 6 aprile), subito ripresa dal Secolo XIX: un ex impiegato della banca giapponese Nomura a Londra aveva denunciato che un prestito obbligazionario della Regione Liguria di 320 milioni di euro, contratto nel 2006, "avrebbe procurato alla banca profitti irragionevoli". Circa venti milioni di euro, quando normalmente non dovrebbe superare i cinque (Secolo XIX, 6 aprile).
Cinque mesi dopo, Il Sole 24 Ore allarga e approfondisce l'inchiesta a tutta l'Italia ("Enti locali, un macigno chiamato derivati"). "Le cifre sono da capogiro": l'ammontare complessivo del capitale impegnato nel 2006 dagli enti pubblici ammonta a 10,5 miliardi di euro. Si tratta di operazioni che già erano state segnalate con preoccupazione dalla Corte dei conti perché queste "esposizioni finanziarie possono diventare progressivamente insostenibili". Con le restrizioni imposte sulla spesa, "per gli amministratori il vantaggio più immediato è quello di fare cassa e di spalmare il debito su periodi più lunghi del ciclo politico. Ciò rappresenta "un'accumulazione di debito che peserà sulle generazioni future" (7 settembre).
Ce n'è abbastanza, ma l'aspetto più inquietante è che quasi nessun ente locale vuole mostrare i contratti stipulati con le banche. In un'intervista, il governatore Burlando dichiarava che "qui occorre andare secondo le regole". Ma non si riferiva alle regole che tutelano il diritto dei cittadini di sapere e di pretendere trasparenza ma a quelle contenute nei contratti, che la Regione non può rivelare "senza l'accordo dell'altro contraente". "Noi non abbiamo nulla da nascondere", affermava Burlando (Il Sole 24 Ore, 15 settembre). A un mese di distanza, mentre continua il silenzio della banca, pretestuosamente motivato dalla causa col suo ex dipendente (peraltro conclusa), la Regione torna alla carica solo perché si trova "al centro di una campagna mediatica". Non è quel che si dice una nobile ragione, ma sollecita Nomura a rendere pubblici i contratti (Secolo XIX, 23 ottobre). Inevitabile la domanda: la banca ha qualcosa da nascondere?
Sembra che anche il Comune di Genova abbia stipulato contratti di finanza derivata soggetti a rischi molto elevati con banche di affari internazionali. L'opposizione (ignara sino ad oggi?) ha chiesto (Secolo XIX, 23 ottobre) che vengano chiariti i termini dell'operazione.
(Oscar Itzcovich)
Posted by Admin at 17:54 | Comments (0)
17 Ottobre 2007
Forum e blog - Quelli che in rete fanno i grilletti
Le forme di citizen journalism o di giornalismo dal basso, in rete, sono molteplici e differenti. Il web dà la possibilità, a chiunque abbia una infarinatura informatica di base, di crearsi il proprio spazio su internet e dialogare con i propri lettori. Come la maestrina ottantaseienne intervistata da Repubblica di lunedì 15 ottobre, che intrattiene rapporti con il mondo attraverso il suo blog, nonostante lei stessa ammetta di non essere una grande esperta nell'uso dei computer. Sono i lettori poi a giudicare quanto un blog possa essere interessante, tornando a leggere altri messaggi, commentando gli scritti o attraverso procedimenti più complessi di feedback.
La gestione di un blog è semplice: ci si iscrive ad un servizio gratuito che offre un'interfaccia grafica prestabilita, si inseriscono titoli, immagini, nomi delle rubriche e testi venendo guidati passo dopo passo nell'operazione.
Quello di Beppe Grillo è un blog, un contenitore dove vengono inseriti messaggi, visibili in ordine temporale o a seconda degli argomenti, ed ogni visitatore ha la possibilità di commentare il testo principale e, in alcuni casi, i messaggi lasciati da altri utenti. Si differenzia dai forum o dai newsgroup ad esempio, perché solo l'amministratore (il proprietario del blog) può inserire argomenti di discussione, mentre in altri con modalità più o meno democratiche il lettore stesso può essere incentivato a proporre nuovi argomenti.
Due esempi della potenza della comunicazione via internet provengono dall'informazione antimafia: www.ammazzatecitutti.org è un sito di un movimento contro la 'ndrangheta creato dopo l'assassinio di Fortugno nell'ottobre 2005, da un gruppo di studenti e giovani. La manifestazione
popolare organizzata dagli stessi promotori nel mese seguente vide la partecipazione in piazza di quindicimila persone provenienti da tutta Italia, che avevano saputo dell'iniziativa prevalentemente tramite il sito e il tam tam della rete. Un secondo esempio è www.addiopizzo.org: una notte del 2004 sette giovani tappezzarono Palermo di adesivi con scritto "Un intero popolo che paga il pizzo è un popolo senza dignità". Da questa iniziativa ai limiti della legalità tramite il sito è stata
organizzata una campagna di consumo critico, dove imprenditori 'pizzo-free' vengono messi in comunicazione direttamente con i consumatori. Attualmente vi sono iscritti quasi 200 imprenditori.
(Maria Cecilia Averame)
Posted by Admin at 09:44 | Comments (0)
Area di servizio - Notizie dal carcere e non solo
Il giornale Area di Servizio - Carcere e territorio, a distribuzione gratuita, propone in questo numero una riflessione sul bullismo e sulla criminalità giovanile. La redazione di Genova-Marassi si è confrontata con un professore universitario, Uberto Gatti, per capire quali strumenti la criminologia possa fornire nella prevenzione del crimine.Il giornale offre poi uno spaccato di quali siano le problematiche e le risorse che le organizzazioni giovanili, gli studenti e la scuola mettono a disposizione della società. Le stesse bande di giovani stranieri sono viste in quest'ottica come una risorsa rivolta ad una integrazione nella società, proponendo un sistema di valori e un sostegno fra i membri che, ove indirizzati verso forme democratiche di tutela dei propri diritti, possono rappresentare uno strumento di prevenzione contro il coinvolgimento dei propri membri nella criminalità organizzata.
Un numero che per una volta esce dal mondo dell'istituzione carceraria e affronta il problema della prevenzione del crimine. Il giornale è reperibile gratuitamente presso la Biblioteca Berio e in alcune librerie genovesi, o facendone richiesta alla mail ads@quintadicopertina.net.
(Maria Cecilia Averame)
Posted by Admin at 09:40 | Comments (0)
10 Ottobre 2007
Internet - Perché la politica ignora la rete
Il "fenomeno Grillo" trae parte della sua forza della rete, come lui stesso ammette. Il suo blog pare essere fra i 12 più visitati al mondo e il primo italiano. Si parla di 200.000 adesioni solo via web al suo "V" day, ben 17 gruppi locali cittadini, promotori di incontri e iniziative, uno creato addirittura su "Second life". Numeri mastodontici, più volte indicati come indice della disaffezione politica e del disfattismo italiano. Può darsi che sia disfattismo, ma alcune informazioni pare che abbiano campo libero solo sul web. Due esempi: nel già citato blog di Grillo oggi si parla della sospensione da parte del preside del Liceo Sicignani di Caltanisetta adottata contro i ragazzi che hanno protestato per il trasferimento del pm De Magistris richiesto da Mastella.
Secondo esempio: nel sito di Antonio Di Pietro si parla dell'iter del disegno di legge sull'incandidabilità in Parlamento dei condannati definitivi e sull'ineleggibilità dei titolari di imprese che lavorano in regime di concessione rilasciata dallo Stato. Il disegno di legge era fermo da mesi, l'iter è ripreso solo dopo il successo del V-day. Entrambe le notizie sono assenti sui quotidiani.
E' vero che in rete si trova tutto e il contrario di tutto, ma il vero problema è che certe informazioni si trovano con difficoltà al di fuori di essa. Il web come luogo per una politica diretta dal cittadino al suo rappresentante? Non sembrerebbe però che i politici comprendano davvero la forza e la capacità di aggregazione e comunicazione del web. Basti pensare alle nostre ultime elezioni locali: siti con slogan e facce in primo piano, elenco degli appuntamenti. Ma raramente erano disponibili spazi di confronto e gruppi di discussione, al massimo un 'videoprogramma'.
La sindaco Marta Vincenzi ha aggiunto ultimamente, come strumento per parlare con i propri cittadini, alla mailing list già presente, il blog, a cui però non partecipa. Il suo sfidante Enrico Musso era invece maggiormente aggiornato: gruppi di discussione tematici aggiornati almeno quotidianamente, una chat per parlare con lui via web. Ma anche il panorama dei siti dei candidati alle primarie del Partito Democratico è desolante: i proclami ufficiali, i comunicati-stampa, l'elenco dei referenti locali, degli appuntamenti. Manca ovunque il dibattito e l'informazione, e soprattutto il confronto. Internet è un mezzo per comunicare, ma i politici sembrano utilizzarlo come un grosso volantino elettorale, come un canale di comunicazione monodirezionale: dal politico che parla, al cittadino che può solo ascoltare.
Insomma: la rete fa paura, soprattutto per chi non è capace a usarla.
(Maria Cecilia Averame)
Posted by Admin at 11:44 | Comments (0)
3 Ottobre 2007
Informazione - Allergia da eccesso di compiacenza
Non serve buttarla sul cinico o sul ridicolo per spiegare il paradosso di un paese forse unico al mondo (il nostro), dove ci vuole un comico per smuovere iter (insabbiati) di leggi che dovrebbero essere normali, elementari: esempio, impedire l'elezione in Parlamento a politici condannati per reati gravi, come la corruzione, colpevoli cioè di azioni incompatibili con la dignità della funzione legislativa. (E' un attacco a Berlusconi, grida fin d'ora la cosiddetta casa della libertà preannunciando barricate; dato a sua volta utile per capire chi non vuole cambiare le cose.)
Se nell'indecenza regnante (lo scandalo dei parlamentari più pagati d'Europa, degli "on." pregiudicati che siedono alle Camere o all'antimafia, del costo astronomico della politica, ecc.) c'è ora una probabilità in più (non tante) di porre qualche limite, si deve all'onda montante della protesta dal basso verso gli inquilini del palazzo. Grillo ha solo dato la sua mimica a un'insofferenza diffusa, ormai a livello di guardia. "Cosa alimenta l'antipolitica" lo ha spiegato con grande lucidità Sandro Viola (Repubblica del 25/9), citando il contributo non secondario dato dai media col loro modo per lo meno compiacente di fare informazione: dalle sei-sette pagine dedicate ogni giorno dai principali quotidiani ai riti del politichese, fino ai telegiornali pubblici (gli altri sono la voce del padrone e basta) che ci propongono da sempre ogni sera, senza eccezioni, la sfilata delle stesse facce e dei soliti fiati di aria fritta, uno spettacolo insopportabile che provoca all ergia.
Fin qui le responsabilità, non da poco, di un sistema che vuole la Rai-Tv al servizio dei partiti, nel modo più sciatto e controproducente che conosciamo; ma non si può ignorare quanto di proprio ci mettono personalmente molti funzionari di redazione che hanno smarrito, o sempre ignorato, il senso del lavoro giornalistico e i suoi doveri verso il pubblico. L'andazzo è tale che se un intervistatore non è genuflesso, diventa automaticamente un "cecchino": vedi la reazione del ministro della Giustizia, Mastella, che ha definito un "agguato mediatico" la puntata di Ballarò perché gli sono state rivolte domande sul faraonico appartamento da 26 stanze acquistato a prezzo di favore, sulla pensione da giornalista maturata con un solo anno di lavoro e su altre fortune familiari di moglie e figli. Chiarimenti ne ha da dato pochi, salvo dire che non ci può far nulla se la sua signora è avvenente e anche simpatica. Patetico, ma coerente con uno stile informativo affermato.
(Camillo Arcuri)
Posted by Admin at 10:36 | Comments (0)
26 Settembre 2007
Politica- spettacolo - Mattatore quel Grillo e anche un po' razzista
Facile è ormai parlar male di Garibaldi, arriva a dargli del "cretino" la raffinata elaborazione del pensiero leghista; un po' meno facile è criticare Beppe Grillo, in questo momento di grandi consensi politici per il comico nostro concittadino. Ebbene, senza nulla togliere alla sua capacità di dare corpo e voce alla rabbiosa delusione di una gran massa di italiani che si sentono irrisi dal potere, non solo partitico (da ricordare le sue precedenti e altrettanto coraggiose invettive contro oligarchie bancarie, telefoniche, televisive, ecc.), è difficile non provare una reazione di rifiuto, di indignazione, di fronte alla sua ultima sortita contro Prodi, paragonato a un malato di Alzheimer.
Forse non è più tempo per questioni di stile, di linguaggio, buon gusto, sensibilità, mentre dalle piazze (ma anche dai salotti) sale il tuono del vaffa…; qui però c'è di mezzo una violenza verbale mirata contro una persona, un'ingiuria che è espressione di profonda e incivile arroganza, in altre parole di razzismo. Pretesto per l'odiosa battuta -si difende il comico- sarebbe una presunta amnesia di Prodi. Solo che il precedente uso dell'epiteto "valium" contro la stessa persona, toglie ogni dubbio sul senso ultimo della sua aggressione: lui uomo di spettacolo, padrone ormai anche della scena politica, grazie a un eloquio travolgente, una verve pimpante, giudica quasi con compatimento dall'alto un premier che certo non brilla per doti oratorie o risposte fulminanti. Gli dà del malato di Alzheimer (demenza senile), forse pensando che in un eventuale testa a testa tv, tra loro due non ci sarebbe partita. Ma Grillo, come la parte meno attenta della società, confonde le regole dello spettacolo con quelle della politica.
Non è scritto da nessuna parte che un buon presidente del Consiglio dev'essere per forza scattante e di bell'aspetto, sguardo vivace e sorriso sempre smagliante (ce n'era già uno che cercava simpatia con le barzellette e le corna nelle foto di gruppo). Chi l'ha detto che non sia più affidabile come capo del governo un tipo calmo e prudente, magari con le gote cascanti, ma competente, serio, di poche e oneste parole? Qui non siamo sempre sul set di beautifull o sulla piazza del vaffa.
Quanto a lui, a Grillo, se è vero che le parole colpiscono come pietre, dopo il lancio di quel termine razzista, è rimasto un segno sgradevole sull'espressione grifagna della sua maschera di mattatore senza macchia e senza paura.
(Camillo Arcuri)
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12 Settembre 2007
L'opinione pubblica? Le lettere ai giornali
Con noi - ha fatto capire il nuovo sindaco, sin dalle prime battute - ha da finire la città dove chi è più forte tira la coperta dalla sua parte. E magari lo fa anche di nascosto. Con noi, ha detto Vincenzi, la politica tornerà ad essere trasparente. Vogliamo guidare le cose e non lasciare che succedano. E cercheremo anche di correggere, quando sarà possibile, progetti e situazioni ereditate dal passato ma che non ci garbano.
Un'impresa che potrebbe avvantaggiarsi della collaborazione dei cittadini; spesso auspicata ma in realtà poco considerata. Un peccato: perché l'esperienza dei cittadini non può essere confinata a Consigli e commissioni dei neonati Municipi la cui logica resta quella degli indirizzi di spesa, dando scarso rilievo ai modi e ai risultati della gestione delle risorse umane ed economiche. Aspetti con cui invece ogni cittadino, si imbatte quotidianamente.
A Genova si usa la parola "mugugno" per indicare il brontolio che si leva dalla terra di nessuno verso chi guida la cosa pubblica. Il mugugno è vissuto dal potere con sofferenza ma anche con irrisione. "La gente si lamenta di tutto", si dice. Oppure: "non sono mai contenti".
Forse è vero ma neppure sarà un caso se le rubriche delle "lettere" ai quotidiani sono ormai da tempo il vero polso politico del nostro paese. Sono molte le questioni che prima di diventare "opinione" - e trovare così ospitalità sui quotidiani - sono passate dalla rubrica delle "lettere": dal G8 ai viaggi dei pendolari, ai trasporti pubblici, alla scuola.
La lettera, oltre che un'opinione, è il frutto di un'esperienza diretta. Per questo è importante. E per questo è apprezzabile che l'attuale vicesindaco con la delega ai trasporti urbani abbia sentito la necessità, per rendersi conto della situazione, di fare un po' di corse in bus (Repubblica, 18 agosto 2007) dove è stato fotografato e intervistato. In proposito si è fatta anche dell'ironia dicendo che il momento non era giusto, le linee non erano quelle ecc. Resta però il fatto che per parlare di trasporti ha sentito la necessità di salire su un bus. Bene! E' auspicabile che altri amministratori - nei rispettivi ambiti - seguano il suo esempio.
Ma sarebbe anche opportuno prendere atto che in città le persone che potrebbero e vorrebbero dire la loro su questo e altri problemi sono migliaia. Cittadini convinti che le loro esperienze potrebbero essere molto utili per dare una mano a migliorare le cose. Tocca alla politica e ai politici trovare i modi per conoscere le esperienze e le opinioni dei cittadini. Molti dei quali non sopportano più di essere chiamati a pronunciarsi solo il giorno delle elezioni.
Gli amministratori che oggi si dichiarano impegnati a migliorare le condizioni della città dovrebbero anche trovare il modo di valorizzare la sua principale risorsa che poi è l'esperienza dei cittadini.
(Manlio Calegari)
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Tigicinque - Dai con la cronaca nera ché la paura fa brodo
Da un po' di tempo avevo la sensazione che il TG5 fosse un po' troppo sbilanciato sulla cronaca nera, perciò oggi 4 settembre 2007 mi sono annotato i temi della sua emissione principale, alle ore 13; ecco gli argomenti:
- Rapimento di un barista a Motta Visconti - Rapimento di Denise Pipitone (aggiornamenti) - Omicidio di Garlasco aggiornamenti) - Due donne uccise nei pressi di Lecco (aggiornamenti) - Terrorismo a Copenhagen - Vertice ministeriale sui problemi della sicurezza.
Alle 13.10 cambia leggermente di argomenti:
- Inchiesta del Tg su: prostituzione, spaccio droga, lavavetri... - Tagli alla spesa pubblica - Posizione di PRC sulla spesa sociale.
Alle 13,15 sembra che effettivamente cambi argomenti:
- Apertura delle scuole - Ricorso al TAR di studenti bocciati - Maltempo (immancabile) - Moto d'acqua velocissime per le guardie di P.S. a Napoli - Gente che passerà 2 settimane sott'acqua a Ponza - Recensione del film "Il dolce e l'amaro", sulla mafia - Giocattoli educativi animati (a Londra) - Uragano "Felix" (negli USA)
Alle 13,25 il classico doblone per lo stomaco: "Gusto".
Per uno che coltivasse la delinquenza, questo telegiornale avrebbe offerto utili informazioni e aggionamenti. I servizi spiegano infatti come si ipotizza che siano avvenuti i fatti delittuosi, come si comportano gli inquirenti, che mezzi adoperano le guardie di P.S., quali sono gli spettacoli istruttivi da non perdere, quali siano i problemi "veri" del Paese, ecc.
Ogni tanto guardo anche altri telegiornali, taluni emessi in altre lingue, ma non ho mai visto un tale concentrato di sgradevolezze. Sono molti mesi che manca, nella cronaca di questo Tg, un fatto degno di avere esclusivamente la connotazione culturale.
(Rinaldo Luccardini)
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11 Luglio 2007
Informazione - La sicurezza sul lavoro non fa notizia
Una accusa che viene spesso rivolta ai giornali è quella di accendere per un breve periodo una luce su un argomento, perché sollecitati da un evento eccezionale, per poi spegnerla poco dopo e dimenticarsene fino alla prossima emergenza, o evento eclatante. Tipico, si direbbe, il tema degli infortuni sul lavoro soggetto a flash di attenzione in occasione dell'incidente che per le modalità del suo accadimento "attira" l'attenzione generale, per poi tornare rapidamente nella indifferenziata ed anonima routine dei tre, quattro infortuni mortali al giorno.
In questo ultimo periodo l'evento eccezionale non è stato uno specifico infortunio, ma l'accento particolare che il Presidente della Repubblica, nel suo discorso per il primo maggio, ha dato al tema della sicurezza sul lavoro, certo sollecitato dai dati che segnalano la crescita di infortuni mortali nel 2006.
La stampa locale nei mesi di maggio e giugno conferma: tra Secolo XIX, Repubblica e Corriere Mercantile sul tema in questione sono comparsi 14 articoli nel mese di maggio, scesi a 6 nel mese di giugno.
Andandosi a leggere gli articoli in sequenza però si fa strada una osservazione: la loro frequenza è palesemente influenzata non solo dalla seduzione in sé dell'evento eclatante, ma dal fatto che le iniziative pubbliche assunte dai vari soggetti istituzionali o sociali a loro volta si gonfiano e sgonfiano a fisarmonica sotto l'impulso momentaneo dell'evento che ha catalizzato su di sé l'attenzione collettiva. Come dire, non è tutta colpa della stampa.
Per sottrarsi a questa sinusoide il mondo della informazione ha solo la strada di andare a svolgere autonomamente degli approfondimenti, delle inchieste. In una fase, già molto avanzata, in cui l'appetibilità del giornale su carta in quanto tempestivo fornitore di notizie sta tramontando sotto la travolgente e non contrastabile concorrenza della Tv e, soprattutto, di internet, quella di un progetto di lettura della realtà, e soprattutto della realtà locale, parrebbe l'unica strada praticabile, a meno di non voler seguire, invece, il comodo modello minimalista della free press.
La realtà scorre sotto lo strato delle notizie diffuse e condivise per un breve istante. E' una realtà fatta di nefandezze di varia natura, ma anche dall'intelligente lavoro di un sacco di gente che si dà da fare, e che varrebbe andare a sentire. Anche per sciogliersi da schemi - restiamo sempre all'argomento della sicurezza - che ripropongono numeri, dati, percentuali e dichiarazioni istituzionali senza dare a chi legge alcuno strumento per capire davvero cosa succede e perché.
(Paola Pierantoni)
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4 Luglio 2007
Suq - Mercatini in fotocopia tra finzione e realtà
Sulla prima pagina di Repubblica-Lavoro di lunedì 18 giugno, in un breve articolo con fotografia intitolato "Al porto antico la guerra dei suq" si poteva leggere che "mentre al Suq (nda, con la maiuscola) ufficiale i visitatori passavano da uno spettacolo a un piatto etnico, a una lettura di poesia, poco distante andava in scena il suq (senza maiuscola) contraffatto con decine di venditori di merce di dubbia provenienza disposta sul selciato o su un telo"..
Meno male però, ci rassicura l'articolo, che tutto ciò "non ha turbato le ultime ore di successo del vero Suq" (nuovamente con la maiuscola).
Quello che colpisce in questo strano confronto tra presunto originale e presunta copia è che in questa seconda categoria sia finito il mercato povero e probabilmente irregolare, ma di certo autentico, in quanto spontaneo, non finanziato, prosaico e forse disperato modo per sbarcarsi il lunario da parte di un buon numero di concretissime persone; mentre lo status di autenticità viene accordato alla simulazione (dichiarata) di suq arabo che va in scena ogni anno sotto la tenda dell'Expò.
I mercati degli immigrati a Genova hanno una storia. La prima esperienza fu fatta nel 1996, su iniziativa del "Forum Antirazzista", che concordò col comune la possibilità, una volta al mese, di far svolgere un mercato regolare di venditori immigrati in varie piazze della città, con regolare pagamento di tassa di occupazione suolo e licenze temporanee che valevano per quel giorno. Erano tempi in cui di lavoratori immigrati con licenza di vendita praticamente non ce ne erano, e "I mercatini delle merci artigianali ed esotiche" furono una azione di rottura che accelerò nella nostra città il processo di graduale regolarizzazione dei venditori immigrati.
Anche il Suq, al suo esordio dieci anni fa, aveva questa impronta e questa valenza. Ma dieci anni, in tema di immigrazione, valgono un secolo. Ora vedo il rischio di una cristallizzazione nell'esotismo della finzione. Bella sarebbe invece una azione di sostegno alla qualificazione del tessuto commerciale immigrato, quello di tutti i giorni, perché il vero suq delle nostre strade del centro non si fossilizzi negli interstizi minimali di generi ripetitivi e di scarsa qualità.
(Paola Pierantoni)
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20 Giugno 2007
Cartoline - Miscellanea dal mondo dell'informazione
Lunedì 18 febbraio, ore 13.52. Il GR3 dà la parola, sulla questione delle intercettazioni e della pubblicazione degli interrogatori del furbetto romano del quartierino, a Fabrizio Cicchetto, ex socialista lombardiano in gioventù, poi tessera P2 n. 945, oggi autorevole rappresentante di F.I. Scandalo e monnezza (rumenta per i genovesi), dice. Certo, adesso hanno interessato anche il suo capo. Prima andavano bene.
Lunedì 18 giugno, ore 14. Parte il TG3 regionale della Liguria. Tre notizie di seguito. La prima riguarda un accoltellamento a La Spezia di un giovane domenicano (i frati non c'entrano, è della Repubblica Dominicana) da parte della fidanzata gelosa e incinta. La seconda. Arrestato un rom che rubava nelle case di un quartiere genovese. La terza. Dopo sei mesi di indagini sgominata una banda che agiva sulla linea Grosseto-Genova. Manco a dirlo, un rumeno e cinque albanesi. Per fortuna che, a dirigerli, c'era un italiano, se così si può ancora dire di un meridionale, dopo le minacce leghiste di una nuova marcia su Roma. Viva la sicurezza. Poi, a metà tg, il centoventesimo servizio dall'inizio dell'anno su un'iniziativa con Claudio Scajola, l'intramontabile imperatore di Imperia, ministro dell'interno del G8. Per equilibrare, si fa per dire, anche due parole col presidente della Regione, che con Scajola fa coppia spesso. Troppo spesso.
Lunedì 18 giugno, ore 14.38. Il TG3 nazionale mostra un filmato sulle violenze a danno di due ragazzini immigrati praticate da alcuni poliziotti greci ad Atene. Poi dà la notizia: quei poliziotti sono stati sospesi dal servizio. Invece alla Diaz i capi, quelli che le violenze oltre a farle le ordinavano o le applaudivano, li hanno promossi e gli autori materiali li hanno ignorati. Già, erano travisati, con i caschi e le sciarpe, come i black bloc, anche quelli indicati dal vicequestore Fournier. E poi, quando il tribunale chiese le fotografie segnaletiche degli agenti al ministero dell'interno, Scajola mandò in formato francobollo quelle scattate quando frequentavano l'asilo. Irriconoscibili. Attendiamo il centoventunesimo servizio da Imperia.
(Giuliano Giuliani)
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30 Maggio 2007
Giornalisti - Non solidarietà pelosa verso i free lance
Il segretario dell'Associazione ligure dei giornalisti, Marcello Zinola, risponde a stretto giro di e-mail, e con reale apertura, alle amarissime critiche mosse al sindacato di categoria da un giovane lavoratore precario dell'informazione. Tra le contestazioni contenute nella lettera di Nur El Din commentata nel numero precedente di Oli , si avanzava il sospetto di una discriminazione, una sorta di "solidarietà pelosa", verso i "giornalisti di serie B", freelance, pubblicisti, articoli 2, autonomi, al punto da non riconoscere neppure il contributo di maternità a queste colleghe neo-mamme.
Pur chiarendo fino in fondo la posizione del sindacato, Zinola rinuncia a una puntigliosa replica alle accuse, preferendo affrontare il nodo, certamente politico, che da oltre due anni impedisce ai giornalisti di rinnovare il contratto di lavoro. E in proposito ricorda un dato significativo all'origine della dura vertenza: il no opposto a inizio trattativa, alla proposta della Federazione Editori, che offriva un accordo-ponte che avrebbe lasciato però senza risposta i temi proprio del precariato e del lavoro autonomo. Temi che in questi due anni sono stati al centro della vertenza, non ancora conclusa, sul contratto, e che vede oggi la FSNI (l'organizzazione nazionale dei giornalisti) rilanciare la convinzione di essere in grado di discutere, per governarle, la riforma del salario, della struttura professionale e delle carriere, delle flessibilità, delle multimedialità e delle tutele del lavoro autonomo. Condizioni indispensabili per garantire al paese un'informazione più indipendente e credibile.
"Caro Nur El Din, non c'è alcun atteggiamento 'peloso', ma la massima apertura da parte del sindacato: incontriamoci e vediamo che cosa, faticosamente, potremmo provare a fare insieme", conclude l'articolata risposta di Zinola, documento che, data la sua lunghezza, riportiamo integralmente nel sito (http://www.olinews.it/mt/replica.html).
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23 Maggio 2007
Informazione - Destra e sinistra unite contro i disturbatori
Da come mostra di conoscere l'ambiente dell'informazione, si direbbe un giornalista, forse a sua volta precario, l'autore del commento alla nota circa i "braccianti delle news" (vedi OLI 141). Se le cose stanno così, cioè se le redazioni pullulano di giovani piegati e sfruttati -dice in buona sostanza la lettera- la colpa non è solo degli editori: che cosa fa di suo, al di là di una "pelosa solidarietà", la Federazione della stampa, ossia il sindacato unitario della categoria? Come mai non estende di propria iniziativa ai paria della professione alcuni diritti di cui godono i tutelati; e al contrario fa versare ai tartassati addirittura il contributo Inpgi per un "fondo maternità", di cui le colleghe neomadri non potranno mai beneficiare? Sono alcuni dei precisi e pesanti interrogativi ai quali potrà venire una risposta puntuale, più che da noi, da parte del segretario della Federazione stessa (Marcello Zinola della Ligure non sfugge certo ai quesiti imbarazzanti).
Per il resto la lettera del nostro interlocutore sembra concordare con le osservazioni di OLI sui molti condizionamenti che rendono assai complicata la via verso un reale esercizio della libertà di informazione e di cronaca. Non senza muovere una ragionata critica verso certe debolezze intrinseche della categoria: primo l'assenza di una coesione interna a difesa dei soprusi; secondo, il pregiudizio ideologico diffuso (OLI non ne è immune?) secondo cui il male, la prevaricazione della libertà di espressione viene solo e sempre da destra, mentre in realtà il giornalista fastidioso, poco incline a mettere la vela secondo il vento, è mal visto da una parte come dall'altra. Su quest'ultimo punto almeno, possiamo essere d'accordo. Un recente caso, avvenuto dalle nostre parti, proprio su un giornale ritenuto al di sopra di ogni sospetto, quale Repubblica (edizione nazionale), conferma.
PS Per chi volesse leggere per intero l'articolata nota giuntaci in relazione al "braccianti delle news", basta andare a http://www.olinews.it/mt/nureldin.htm
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18 Aprile 2007
Informazione - Braccianti delle news due giornalisti su tre
Lo sapevate? In Italia sono 30.000, uno più uno meno, coloro che fanno, bene o male, i giornalisti; e 20.000 di loro, ossia due su tre, sono precari, senza tutele né diritti, sottopagati, sfruttati. Vivono in condizioni che un magistrato del lavoro, Mario Fiorella, ha paragonato ai "peggiori settori dell'edilizia e dell'agricoltura", manovali e braccianti, pagati pochi euro lordi ad articolo per riempire pagine di giornali, riviste, spazi radiotelevisivi. Se aggiungiamo che questa "forza lavoro" è formata in gran parte di giovani, ne esce un quadro abbastanza inquietante anche per il futuro della categoria quindi dell'informazione.
Il presente è già sotto gli occhi di vuol vedere. Che grado di autonomia, diciamo pure di dignità professionale, può avere un poveraccio costretto a scrivere pezzi e pizzini a cottimo per sbarcare il lunario? Con quale forza il tapino può cercare di resistere a una linea che ha bisogno di prodotti sempre più adatti a un pubblico infantile se non idiota?
Contiene storie di violazioni e soprusi, ma anche di scelte miopi del potere editoriale, il "Libro bianco sul lavoro nero" di recente pubblicato dalla Federazione nazionale della stampa (sindacato unitario dei giornalisti). Si tratta di un documento che aiuta a capire varie cose: compreso il rifiuto aprioristico che da mesi e mesi gli editori oppongono alla trattativa per rinnovare il contratto di lavoro, con l'obiettivo del ritorno alla deregulation di un passato da giungla che si credeva sepolto.
A tanto oltranzismo non sono estranei neppure certi scenari prossimi venturi. Anche l'Italietta provinciale ha scoperto che il New York Times punta a diventare un giornale on line, non più di carta; e se gli USA tracciano il solco, non c'è da stare molto allegri. Il futuro prevede, in alto, giornali nazionali sempre più in rete, e in basso fogli locali monopolizzati, ancor più che adesso, da nera e sport. Ora, si dà il caso che proprio la cronaca minuta, insieme a portali e siti Internet, siano il terreno di coltura dove maggiormente prospera il fenomeno dell'abusivato; c'è da aspettarsi insomma che i braccianti delle notizie crescano, anziché diminuire.
(Camillo Arcuri)
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11 Aprile 2007
Ritorno al passato - Le botte agli hooligans non fanno notizia
Ci saremo distratti, noi del pubblico, o avranno guardato dall'altra parte loro che invece dovevano stare bene attenti, avendo il compito di informare? Sarebbe davvero interessante sapere quanti, tra i milioni e milioni di telespettatori vantati dallo share, hanno visto o saputo che l'incontro di calcio Roma-Manchester era stato turbato dai gravi incidenti dell'Olimpico. Personalmente, pur essendo attaccati al teleschermo, non ci siano accorti di nulla (c'è sempre qualche marziano che ti chiama al telefono durante la partita facendoti perdere il momento clou). Ma anche le cronache del giorno dopo di tutto parlavano, della serata storta di Totti, delle accelerazioni irresistibili del Ronaldo bis, quello giovane e snello, meno che degli scontri violentissimi tra polizia e tifosi britannici.
Ci sono voluti i reportage dei giornali popolari inglesi, corredati da una drammatica documentazione fotografica, per aprire lo scandalo, spingendo addirittura il governo di sua maestà a chiedere chiarimenti (leggi: giustificazioni) a Roma. Il prefetto Serra ha già anticipato di avere visionato le immagini (dunque c'erano, benché ignorate dai servizi tv) e di avere tratto la certezza che la forza pubblica si è limitata a reagire per non farsi sopraffare. L'impressione lasciata da certi fotogrammi sanguinolenti è un po' diversa, mostrando il consueto accanimento sul tifoso a terra, tempestato di manganellate. Senza dimenticare tuttavia la capacità provocatoria degli hooligans in stato di ebbrezza alcolica. Ma il punto è un altro.
La domanda in cerca di risposte convincenti riguarda il percorso seguito dalle notizie degli incidenti: come mai prima siano state del tutto ignorate da giornali elettronici o stampati e soltanto dopo essere rimbalzate dall'Inghilterra, ora riempiano le pagine. Che cosa è cambiato? Per quale ragione, subito, a caldo, erano state oscurate? Sottovalutazione di origine nazionalistica, nel senso che le teste e i nasi rotti erano solo britannici, mentre i poliziotti nostrani ne erano usciti indenni? Oppure la stampa ha partecipato al tentativo di far passare il tutto sotto silenzio, come sarebbe certamente accaduto senza le proteste dei tabloid e del governo di Londra? Comunque sia, l'informazione italiana non ne esce a testa alta.
E' un ulteriore segno del ritorno al passato, ai tempi delle veline e delle autocensure. Viene in mente -ma questa è un'altra storia- quando il nostro paese, negli anni '70, corse il rischio di subire un colpo di Stato stile Grecia: l'unico giornale ad anticipare i preparativi di un golpe fu The Observer. La stampa italiana neanche riprese la notizia.
(Camillo Arcuri)
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21 Marzo 2007
Scandali - Il sesso di chi conta è due volte tabù
A rischio di scivolare nel qualunquismo, è quasi impossibile non notare come lo spirito di corpo faccia superare barriere ideologiche e divisioni di parte quando il ceto politico si sente bersaglio di attacchi dei giornali. Immaginarsi poi se si toccano questioni di sesso. La reazione è stata immediata: ora i giornalisti italiani sanno di rischiare il carcere se si azzardano a pubblicare notizie intime sulle persone (meglio personaggi) al centro di vicende giudiziarie.
Abbiamo visto un presidente della maggior potenza mondiale vacillare sotto i titoli dei tabloid per la storia con la stagista; ma se qui si tocca un semplice portavoce del governo, a quanto pare col debole delle esplorazioni notturne nei vialoni hard, si scatenano le furie del perbenismo ipocrita: dal solito cavaliere che grida al massacro della dignità personale, fingendo di ignorare però che sono proprio i giornali da lui controllati ad avere lanciato la prima pietra, ai Fini e Cicchito che si leccano mai rimarginate ferite mediatiche, fino al guardasigilli Mastella che rilancia il suo decreto legge per rimettere tutti in riga: primi i magistrati, limitando il loro diritto-dovere di indagare mediante le intercettazioni telefoniche, non ultimi i cronisti cui sarebbe vietato di pubblicare i verbali delle registrazioni.
In attesa che il parlamento metta ai voti le idee di Mastella (Di Pietro fa presente che le intercettazioni per gli inquirenti sono come il bisturi per i chirurghi, uno strumento indispensabile se si vuole estirpare il bubbone, il che non significa che il chirurgo sia autorizzato a usare il bisturi per ammazzare la moglie), ci ha pensato il garante della privacy, Francesco Pizzetti, a dar ha immediato seguito alle proteste parlamentari con un provvedimento che minaccia "da tre mesi a due anni di carcere a chi pubblica notizie o immagini che violino la sfera sessuale delle persone interessate". Così la privacy dei potenti è salva e la libertà di stampa un po' meno. Poche sere fa, intervistato da "la 7", il direttore della Stampa, Giulio Anselmi, ha spiegato con molta sincerità perché non ha pubblicato le foto del portavoce di Prodi nel vialone dei trans: "Mi sono domandato se volevo rischiare l'arresto". La risposta è stata no. Forse avrebbe fatto la stessa scelta, per motivi di civiltà, di gusto, di stile. Stavolta però ha agito sotto il peso della minaccia.
(Camillo Arcuri)
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31 Gennaio 2007
Informazione - Al Tg uno il regime non è mai finito
A oltre sei mesi dalla nascita del governo, credo che dovremmo tentare un bilancio su cosa è cambiato nell'informazione televisiva. Disgraziatamente mi sembra che non sia cambiato niente. Le maggiori testate (penso soprattutto allo strategico TG1 del seminarista Riotta) continuano a essere sotto scacco del modello berlusconiano di informazione drogata a senso unico: quando parla Lui, il lavoro sulla notizia per enfatizzarne la portata e nasconderne le pieghe è straordinario. Quando dice spropositi, vengono ammorbiditi e subito silenziati.
Così sabato 27 gennaio, alle ore 13,30. La prima notizia politica, cui vengono riservati molti minuti (non avevo il cronometro ma l'impressione è stata di una durata veramente spropositata) è il caldo abbraccio tra il prudente e saggio Fini e l'affettuoso e lungimirante cavaliere dopo l'investitura del primo da parte del secondo, con ampi stralci in diretta e primi piani accattivanti per entrambi.
Sulla Lega recalcitrante (che fa presagire lo sgretolamento dell'alleanza) e sulle ironie di Casini, nessun ritorno. Idem sull'enormità di aver definito ripetutamente "criminale" la riforma del sistema televisivo, progettata dal governo (in tempi in cui ogni giornalista conformista non perde occasione per invitare ai toni dialoganti). Insomma, sbaglierò ma direi proprio che il regime mediatico non è finito, anzi prospera.
(Antonio Gibelli)
Posted by Admin at 13:09
Service-press/1 - Giornalisti insostituibili ma meglio se remoti
Italy Today, il nuovo quotidiano free press in lingua inglese da distribuire a Milano nei luoghi più frequentati da stranieri (aeroporti, stazioni, alberghi, centri commerciali), è un progetto che con ogni probabilità non sarà mai realizzato. In realtà è un quotidiano immaginario che è servito al suo ideatore, Pietro Stefanino, un giornalista di Diario, a misurare fino a che punto l'industria editoriale si è trasformata. Punto chiave del progetto è quello di delegare in outsourcing la esecuzione di alcune sezioni (economia, esteri) e la revisione di tutte le altre sezioni redatte in inglese da personale italiano a un'azienda di servizi editoriali localizzata in India. I prezzi dell'offerta dell'azienda indiana sono più che abbordabili: 360 euro per la revisione e 35 euro ogni 500 parole per i pezzi di economia ed esteri. Tutto in tre ore dal momento in cui arriva il materiale. Garantite per contratto (Diario, settimana del 19 gennaio 2007).
L'inchiesta di Diario sull'informazione in outsourcing avverte che la delocalizzazione dell'industria editoriale è già una realtà in America e Inghilterra. L'agenzia di stampa londinese Reuters ha aperto nel 2004 a Bangalore, India, una redazione con 340 giornalisti per condurre il grosso della sua analisi finanziaria su Wall Street. Oggi sono diventati più di 1600. Diversi giornali americani (tra i quali Chicago Tribune, Los Angeles Times) stanno progettando di esternalizzare oltremare alcune sezioni dei loro giornali. I vantaggi sono evidenti, minor costo del lavoro, niente assicurazioni, mutua, ore straordinarie, ferie.
La libertà e la qualità dell'informazione, fondamento di una società democratica, non sembrano preoccupare. "Mi lascia molto scettico un articolo su un fatto avvenuto a New York scritto dall'India - è un commento apparso su un noto blog (InstaPundit, http://instapundit.com) . Ma d'altra parte il lavoro di quanti cronisti statunitensi - così come è svolto oggi - può davvero considerarsi insostituibile?".
(Oscar Itzcovich)
Posted by Admin at 13:06
Service-press/2 - Il libro bianco sul lavoro nero
"Ho sempre sognato fare il/la giornalista". Più che un sogno è diventato un incubo. Stante il "Libro bianco sul lavoro nero", a cura della Federazione nazionale della stampa, Fnsi (Centro documentazione giornalistica, dicembre 2006, euro 18,00). L'immagine di una professione romantica e privilegiata, anche economicamente, sembra ormai anacronistica.
La storie raccolte in questo volume sono il segno del malessere profondo che attraversa il mondo della stampa. Centinaia e centinaia di giovani e meno giovani giornalisti pagati 2 euro a notizia, 5-10 euro ad articolo. Lordi. Tutte le forme di "flessibilità" possibili. Contratti a tempo determinato, finti part time, cococo, a progetto, collaborazioni, free lance, lavoro nero, nessun contratto. Sono ormai la maggioranza. Più di 30.000 persone.
Secondo Paolo Serventi Longhi, presidente della Fnsi, la posizione sempre più ambita e sempre più irraggiungibile dei 12.500 giornalisti dipendenti (e contrattualizzati) rappresenta solo un terzo o un quarto di tutta la categoria. Ma questa dei giornalisti non è tanto una battaglia per migliori condizioni economiche quanto per una migliore definizione e tutela dei diritti di tutti. Dipendenti e autonomi. Professionisti e non. Nei giornali nazionali e in quelli di provincia, nella radio, nelle tv, negli uffici stampa delle istituzioni pubbliche e private. Senza dimenticare l'opinione pubblica.
In un'intervista a Left (12 gennaio 2007), Serventi Longhi dichiara che "questa è la vertenza, la madre di tutte le vertenze. Perché il giornalismo italiano è al grande bivio della sua storia. Tutto il mondo del lavoro ha vissuto svolte epocali, ma per noi è la prima volta... Il tentativo degli editori di spostare il lavoro fuori è un mezzo per ridurre il costo globale… Che diventa riduzione dell'autonomia, dell'indipendenza". E anche livellamento dell'informazione. Di fronte alla massa di lavoratori non sindacalizzati, la Fnsi appare oggettivamente in difficoltà. E la Federazione italiana editori giornali, Fieg lo sa bene. Boris Biancheri, presidente della Fieg, dichiara che "nessun editore vuole fare i giornali senza giornalisti". Purché i giornalisti stiano alla larga, forse avrebbe dovuto aggiungere per completare il suo pensiero.
Anche in Italia, come in America, la delocalizzazione delle aziende editoriali è all'ordine del giorno. Non all'estero perché la lingua italiana non è tanto diffusa come quella inglese, ma delocalizzazione nella Italia stessa. L'obbiettivo è ovvio: giornalisti a basso costo e, soprattutto, fuori dalle redazioni. Giornalisti remoti: un problema che è alla base dell'attuale vertenza che da quasi due anni vede contrapposti editori a giornalisti. Un problema per la informazione e per la vita democratica del nostro paese.
(Oscar Itzcovich)
Posted by Admin at 13:03
Saldi - Un Secolo migliore delle pagine gialle
Le citazioni riportate di seguito sono fedeli all'articolo originale; si è deciso però di sostituire i nomi di marche, negozi e strade con pseudonimi di fantasia (in corsivo nel testo).
Giovedì 25 gennaio. C'è aria di shopping in giro, saldi, ribassi, cestoni di merci a prezzi ammalianti, paradisi endorfinici di fine stagione; ma le porte di essi restano sbarrate per chi, precario, co.co o co.pro, ha a che fare con personali manovroni finanziari per arrivare alla fine del mese. Addio al futile, ma un euro per conoscere cosa accade in città è proprio indispensabile, per formare l'opinione e rendersi consapevoli dei conflitti sociali in atto, quindi vado in edicola e compro, fiduciosa, il giornale.
Cronaca locale: pare che un negoziante sia stato picchiato dal padre di una ragazza, che lo accusava di avergli venduto un paio di jeans strappati. Scorro l'articolo e un brivido, leggendo, mi pervade:
"Un paio di jeans alla moda: la pietra dello scandalo". Un uomo di 47 anni… è stato denunciato per aver picchiato Sandro Brugolo, titolare dell'omonimo negozio di abbigliamento in via Bardinello a Sampierdarena " Era una persona molto agitata…spiegavano ieri le commesse di "Brugolo", nota jeanseria genovese con tre punti vendita in città-. Urlava..diceva che sua figlia aveva comprato nella nostra boutique qual paio di pantaloni della marca Criceti Arrosto. Un modello sbiadito con tecnica "stone washed", a vita bassa, ma intero, senza strappi….Via Bardinello. Ore 17.30. L'uomo, A.C… entra con un conoscente nella boutique "Brugolo" sbattendo sul bancone il capo d'abbigliamento incriminato"
Ma non finisce qui, il resoconto cronachistico. Accorso dallo sciamannato, il nostro pluricitato Sandro Brugolo tenta di calmarlo
"Gli stavo rispondendo che il modello in questione, della marca Criceti Arrosto, era venduto uno o due stagioni fa."
Qui, vi riassumo l'epopea, viene raggiunto da 2 pugni in faccia e "in via Bardinello arriva un'ambulanza".
Wow, adesso che il quotidiano è stato così prodigo di info indispensabili per l'economia della notizia, l'impulso allo shopping è proprio irreprimibile: altro che consapevolezza e opinione, risparmierò un euro al giorno, quello devoluto all'acquisto del quotidiano, e quanto prima volerò da Brugolo in via Bardinello a comprarmi un paio di jeans Criceti Arrosto (come ho potuto farne a meno fino ad oggi!). Scorro un po' annoiata il resto del giornale e, oh guarda, le molotov sequestrate al G8 sono state inspiegabilmente distrutte ma quel giorno la notizia scivola, discretamente, in secondo piano. Forse l'articolo è fuori saldo, o non vende molto sul mercato genovese.
(Eleana Marullo)
Posted by Admin at 12:52
18 Gennaio 2007
Informazione/1 - I tramezzini politici che piacciono in Rai
Bene o male, si fa l'abitudine a tutto e la maggior parte del pubblico dei telegiornali ha fatto ormai la bocca anche all'informazione politica confezionata in "panini": nella parte superiore - se abbiamo ben capito queste ricette gastronomiche - si mette la versione di maggioranza, in mezzo una fetta di opposizione e sotto, a chiusura, la parola torna al governo. Il risultato è evidente. Hai un bel discutere se sia giusto o meno cucinare in siffatto modo il principale notiziario; la risposta è sempre la stessa: la Rai-Tv ha un editore di riferimento, in poche parole deve rispondere al potere di turno. Ora però, dopo aver servito tante "hamburger" all'insegna dell'obbedienza, l'oste sembra deciso a modificare il bisunto menù. In peggio.
I segnali di cambiamento erano già nell'aria, ma domenica 14, al TgUno delle 13,30, la svolta si è fatta evidente: in apertura, dopo la sigla e i titoli, ecco il faccione del cavaliere in primo piano, come ai vecchi tempi, per annunciarci da Roccaraso, non dimenticata sede di assise canore, la lieta novella, ovvero che il governo Prodi, "prigioniero dei comunisti radicali" cadrà, non più con la Finanziaria (ormai superata) ma alle amministrative di primavera. Una notizia davvero formidabile. E questa era la parte superiore del "panino": sotto c'era la fettina, un Fassino più magro ed esangue del solito, su uno sfondo buio con accanto la bandiera dei Ds, un'inquadratura che ricordava da vicino le foto dei prigionieri delle br, e lui a ripetere che naturalmente il centrosinistra andrà avanti per la sua strada; infine ci pensava l'immancabile Casini a ribadire i cattivi presagi per la coalizione progressista.
A conferma del nuovo, anzi vecchio, modo di fare i tramezzini della "rete ammiraglia", seguiva nella stessa giornata l'edizione del TgUno delle 20, con Berlusconi sempre in copertina per annunciare stavolta: "Italia inaffidabile per gli Usa", titolo piuttosto pesante, basato su dichiarazioni provenienti non dalla Casa Bianca ma dalla reggia di Arcore. Seguivano Prodi e D'Alema che smentivano parlando di attacchi ideologici, immotivati, insulti; dopodiché l'ultima stizzita parola toccava ancora al portavoce del cavaliere. Quasi che per i "panini" fossero tornate in auge le regole della passata stagione. Che evidentemente qualcuno ancora rimpiange ai vertici Rai, tanto da trasformare i tg nazionali in house organ, giornali di casa dell'ex premier.
(Camillo Arcuri)
Posted by Admin at 13:35
Informazione/2 - Dello sponsor petroliere meglio non far sapere
Tra tante opinioni sulle dichiarazioni di Riccardo Garrone in favore della candidatura a sindaco di Stefano Zara, sorprende quella di Piero Ottone su Repubblica-Lavoro del 14 gennaio 2007: "L'interessamento di una persona come Garrone per la vita pubblica genovese, in considerazione della sua autorevolezza e della sua posizione nella società, mi sembra di per sé un'ottima cosa: dobbiamo essergliene grati". Con ogni probabilità egli allude al ruolo del petroliere di sponsor del Carlo Felice e di presidente della Sampdoria. Ma non è tutto.
Riccardo Garrone fu condannato dal tribunale di Siracusa il 7 aprile 1986 per corruzione e per altri reati alle pena di tre anni e tre mesi di reclusione. In appello, l'8 febbraio 1988, fu assolto da alcuni reati e per altri reati fu dichiarato di non doversi a procedere per prescrizione. Il 29 giugno 1990, la Corte di Cassazione confermò l'assoluzione e la prescrizione per tutti i reati. La vicenda risaliva al 1974 e riguardava le raffinerie di Bolzaneto e quella dell'Isab in Sicilia e si inseriva in una più ampia storia che vedeva l'intera Unione petrolifera italiana implicata in una gigantesca rete di corruzione che coinvolse partiti, ministri di governo e parlamentari dell'epoca: i petrolieri si compravano le leggi che loro stessi scrivevano. La Commissione inquirente del Parlamento - che avocò il procedimento e dopo più di quattro anni decise di archiviare la posizione dei ministri e di negare la richiesta di procedere nei confronti di parlamentari - contribuì non poco a far scadere i tempi per le prescrizioni.
L'intera vicenda - recentemente ricordata nel libro "Petrolio e politica" da Mario Almerighi (che svolse le prime indagini insieme a Carlo Brusco e Adriano Sansa) - non produsse quindi risultati apprezzabili sul piano penale, ma resta pur sempre uno dei più gravi scandali che hanno tanto turbato la vita pubblica. Almerighi riporta anche un'intervista concessa da Riccardo Garrone in piena Tangentopoli al Lavoro (24 maggio 1992). Alla domanda "Dottor Garrone, vent'anni fa, anche lei si trovò coinvolto in faccende di tangenti...", Garrone risponde: "Anche allora i partiti agivano come sanguisughe... Ero un giovane petroliere e pensavo che la categoria si dovesse ribellare, ma le mie posizioni vennero battute. Dopo i fatti del 1974, il settore petrolifero riuscì a chiudere le porte al sistema tangentizio. Furono anni difficili… Qualche anno fa le cose sono migliorate…Adesso va molto meglio".
Che cosa andasse molto meglio nel 1992 non è dato sapere, commenta Almerighi. Ma oggi almeno si sa che, sui giornali, le opinioni senza i fatti, come quella di Piero Ottone, alimentano un sistema dell'informazione che porta a far dimenticare la storia del paese. Soprattutto quando è scomoda.
(Oscar Itzcovich)
Posted by Admin at 13:33
10 Gennaio 2007
Service Press - Ecco come ti inquino i notiziari radio
E' verissimo quanto segnala c.a. (OLI n. 126) sui giornali senz'anima. Da giovane vittima del sistema, mi permetto di aggiungere qualche indicazione che aiuta - soltanto noi addetti, perché alla "ggente" purtroppo queste denunce non arrivano - a capire quanto la libertà di informazione e di critica, garantita dalla legge 69, è diventata schiava dei grandi o piccoli investitori. Dalla radiofonia commerciale più bieca, ecco allora la mia anonima testimonianza.
Metti di lavorare davvero in un service, magari di un grande gruppo che certe porcate sulla carta stampata non le farebbe mai: vendere "prodotti" (di testo, suono, immagine, video, sms, mms) a testate "clienti". Insomma, un supermercato dell'informazione per radio e tv locali (anche liguri) che trasmettono notiziari solo perché glielo impone la legge Mammì. Che se fosse per loro… solo musica, qualche deejay imbecille e tanta pubblicità. Un posto dove quello che mandi in onda non lo decide il caporedattore, ma l'ufficio marketing. Tu sei un misero redattore a tempo determinato. Ringrazia che non hai un contratto atipico.
Accendi il computer come al solito. E trovi già aperto il file del giornale radio che stai per creare. "Chi è stato?", ti domandi, pensando ingenuamente a un errore. Poi la scoperta di un testo non tuo e l'imposizione di un allegato audio che fa rabbrividire.
"Inserire nel notiziario, di rigore, grazie X.X. (segue qualifica)": La Russia taglia le forniture dopo l'ondata di freddo degli ultimi mesi… (date la notizia, poi armonizzate..) "Ma ora, luce e gas in una sola bolletta, è possibile perché Enel propone alle aziende e alle famiglie il servizio "dual energy". Un'idea lanciata sul mercato in questi giorni che ci siamo fatti illustrare da Luca Dal Fabbro, responsabile marketing della divisione mercato di Enel: ----REG----AUDIO--- proposta Dual Energy ------------ 38 sec
Questa cosa, che è andata in onda più volte su importanti circuiti radiofonici regionali, non è neanche una marchetta. E' un messaggio pubblicitario che il tuo editore ti chiede di "armonizzare" all'interno di un giornale radio. Tra gli esteri, la cronaca e lo sport. Ma lo sai quanti di questi service stipulano contratti con enti e soggetti privati per decine di "passaggi" taroccati a svariate ore del giorno, soprattutto in prime time. DENTRO i notiziari! Senza la minima possibilità, da parte del giornalista, di contestare. Oltretutto la radio cliente che lo riceve dal satellite pochi minuti prima della messa in onda e lo trasmette chiavi in mano (anche in Liguria), non ha il tempo di verificare tutto il "pacchetto".
Il giovane misero redattore del service di cui sopra se la cava togliendo la firma dal gr e dice pure: "Cambiamo decisamente argomento", così il messaggio pubblicitario è chiaramente distinguibile, come vogliono i due contratti giornalistici (art. 44 Fnsi Fieg, art. 30 Aeranti Corallo). Lui si lava la coscienza. Ma che schifo. Però lo fa ugualmente. Sennò come si mantiene? L'ha segnalato anche all'Ordine, ovviamente, senza ottenere alcuna risposta.
Quella che i più vecchi chiamavano deontologia professionale non importa nemmeno ai suoi coetanei: si accorge di essere il solo, non dico a contestare, ma almeno a porsi il problema di questo ibrido informazione-pubblicità. Al punto da essere costretto all'autocensura pur di lavorare, pur di avere uno stipendio da precario. Finisce con l'assuefarsi. E lascia ai maestri il dovere di ascoltare meglio le radio locali e denunciare certe pratiche infami, che sfuggono all'orecchio della gente comune e non interessano sostanzialmente più a nessuno.
Posted by Admin at 12:28
5 Gennaio 2007
Informazione - Free-service per fare giornali senz'anima
Il nodo più stretto, finora inestricabile, del garbuglio giornalisti-editori, protagonisti di una vertenza senza fine, è lo stesso che sta soffocando l'informazione. Si chiama dipendenza dal potere economico-politico e dai suoi strumenti di condizionamento, di cui la pubblicità, palese o occulta, è solo uno dei tanti. Per capire qualcosa di più su quanto sta succedendo nei giornali basta guardare -non subire - la Tv: a cominciare dai suoi Tg, vero capolavoro di reticenza, elusione, censura-autocensura, sudditanza verso chi conta.
Non è certo un caso (come nota giustamente Marco Travaglio nel suo ultimo istruttivo libro, La scomparsa dei fatti, il Saggiatore, Milano) se le notizie scomode escono sempre prima sui giornali, quelli stampati, e solo a distanza di tempo, se proprio diventa imbarazzante continuare a tacerle, vengono riprese i n Tv. E' proprio questa "anomalia" -ovvero la fastidiosa autonomia del giornalismo investigativo e di analisi, la sua capacità prima di scovare i fatti nascosti e poi di spiegarli - che si vuole correggere, per non dire sopprimere.
Il modello di informazione che piace a gran parte degli editori è quello della free-press, termine ingannevole fin dalla definizione del genere perché non c'è nulla di meno libero di un foglio che dipende dai grandi collettori di pubblicità ed è costituito da una sequela di dispacci senza qualità, notizie usa e getta, apparentemente neutre, prive di qualsiasi elemento, tanto meno di scrittura, per aiutarne la comprensione al di là dell'impatto emotivo (di qui la predilezione per gli effettacci di cronaca). Ai manager che sempre più numerosi sbarcano nell'editoria quotidiana dopo essersi fatti le ossa e la mentalità nell'industria delle scatolette o nella vendita di auto, suonano come barzellette i principi costituzionali sulla libertà di stampa, diritto che tutela chi scrive ma soprattutto chi legge i giornali.
Ora quei teo-con sono passati alle vie di fatto: basta con le garanzie contrattuali, grazie alle quali i professionisti dell'informazione fanno del loro meglio per creare grane (con banchieri come Fazio e Fiorani, con riveriti imprenditori quali Tanzi e Cragnotti, con abili finanzieri tipo Ricucci e Consorte), oppure per sollevare scandali che hanno fatto rotolare teste del calibro di Previti, braccio destro del Cavaliere, o tagliare il potente "orecchio" del Sid, quel tale Pompa che gestiva anche un supermarket dello spionaggio ad uso privato. Fine di queste "libertà", di queste licenze. Redazioni, ancor meglio "service" (agenzie di appalto lavori), con precari e giornalisti, o aspiranti tali, intimiditi, privi di garanzie, esposti a qualsiasi pressione o minaccia, sono l'ideale per una free-press che non crei più problemi, ma assicuri solo un veicolo da riempire di pubblicità. E i lettori? Parco buoi, secondo gli strateghi dei giornali senza corpo né anima.
(Camillo Arcuri)
Posted by Admin at 16:25
28 Dicembre 2006
Informazione/1 - La vertenza coinvolge non solo i giornalisti
I giornalisti (Federazione nazionale della stampa) scioperano; la proprietà - gli editori (Fieg) e l' Agenzia per i contratti nel pubblico impiego (Aran) - resistono. Le autorità (Presidenza della Repubblica, Presidenza del Consiglio, Ministero del Lavoro ma non solo) auspicano: mettetevi d'accordo, la stampa è importante e pitipì e pitipù. Sono stati molti, da quando è iniziata la fase dura della vertenza, gli articoli e i comunicati delle parti in causa.
L'ultimo, "Il comunicato della Fnsi" pubblicato il 21 dicembre 2006 anche da Repubblica, annunciava lo sciopero che ha tolto per tre giorni - 22, 23 e 24 dicembre - i quotidiani dalle edicole. Il sindacato dei giornalisti, mentre definisce "durissima" l'iniziativa di sciopero in corso, sottolinea la determinazione della categoria nel difendere "la previdenza autonoma della cate goria e tutte le forme di tutela dei giornalisti". Dichiara inoltre la sua disponibilità al negoziato a patto che la trattativa si impegni a "dare un assetto pluralista ed equilibrato a un settore che si trova al centro di profonde trasformazioni... garantendo l'indipendenza dei media e del giornalismo... ecc. ecc." Dalla parte opposta gli editori accusano i giornalisti di interessi esclusivamente corporativi e di malafede.
La testa e il cuore dei democratici stanno dalla parte dei giornalisti. Sempre e comunque, si diceva. Ma c'è qualcosa di oscuro e inquietante nella vertenza in corso che non può sfuggire ai protagonisti della carta stampata. Una lotta "durissima" di cui è stato appena annunciato l'intensificarsi può proseguire senza un coinvolgimento - a cominciare da una seria conoscenza dei termini del contendere - di lettori e cittadini?
La ragione dell'intransigenza degli editori è solo finanziaria? O - come i giornalisti lasciano intendere - la discussione va ben oltre il confronto sindacale e tocca lo stesso sistema dell'informazione e quindi la democrazia del paese? Solo un anno fa la mancanza di quotidiani in edicola per 5 giorni sarebbe stata considerata l'anticamera di un golpe. Oggi le cose sono così cambiate?
(Manlio Calegari)
Posted by Admin at 09:32
Informazione/2 - L'editore democratico che rifiuta il dialogo
Gli scioperi dei giornalisti sempre più ravvicinati e prolungati, sono il segno di una durissima battaglia in corso. Gli innumerevoli comunicati che li accompagnano tuttavia poco informano. Se vuoi sapere qualcosa sulle ragioni che da circa due anni tengono i giornalisti della Fnsi (Federazione nazionale stampa italiana) sul piede di guerra contro la Fieg (Federazione italiana editori di giornali) è inutile leggere giornali e settimanali. Con l'unica eccezione, salvo errori, di Diario (10 novembre 2006) che con l'eloquente titolo di copertina "Chi se ne frega dei giornalisti" pubblica una inchiesta "vecchio stile" di Oreste Pivetta.
Un tempo, ricorda O. Pivetta, un giornale era fatto da piombo e telescriventi. "Un articolo lo si scriveva, un caposervizio lo correggeva, un tipografo lo componeva, un correttore lo correggeva, un compositore lo metteva in pagina, un correttore riscontrava le correzione avvenute. Non succede più". Dal dispaccio di agenzia con il copia e incolla oggi si passa direttamente dal produttore al consumatore. Cosa ci vuole quindi per fare un giornale? Pochi giornalisti, molti precari e moltissimi collaboratori esterni. Ma non solo si tratta di evoluzione tecnologica. C'è anche il mercato. Non tanto quello dei lettori, quanto quello della pubblicità. Mercati strettamente correlati, ma a dettare le regole è ovviamente quello della pubblicità.
La stampa è da anni in crisi perché la principale quota del mercato pubblicitario è riservata alla Tv e quella che era riservata alla stampa tradizionale si assottiglia sempre di più con la comparsa della free press. La free press ha il vantaggio della notizia gratuita in poche righe e poco importa se sommersa da inserzioni pubblicitarie. Anche nella stampa tradizionale, osserva sempre O. Pivetta, il lavoro giornalistico è soffocato tra la crema antirughe e l'ultimo Rolex. Insomma, come scrive il Manifesto (8 giugno 2006), "non è più il giornale l'elemento chiave, ma il prodotto multimediale, …quindi sì il giornale, ma anche i supplementi, gli inserti, l'online, i gadget, i libri, il dvd e quant'altro". La trasformazione è talmente profonda, che la Federazione degli editori "vuole trasformare la figura dei capiredattori … in quadri dirigenti con un mix di funzioni giornalistiche e amministrative/manageriali". Una tendenza che in realtà è in atto da tempo, da quando qualche direttore di giornale - a scapito delle sue responsabilità di decidere che notizie pubblicare e con quale taglio - ha cominciato a sedere nei consigli di amministrazione per assicurare come meglio venderlo.
Editori e giornalisti sono consapevoli della posta in gioco. L'iniziativa dei tre giorni di sciopero ha registrato un'adesione del 90% dei giornalisti. I giornali del centrodestra sono stati, invece, regolarmente in edicola. Ma sarebbe semplicistico ridurre il tutto a una questione di schieramenti. Tanto è vero che il Consiglio di redazione di Repubblica ha dovuto denunciare il proprio Gruppo Editoriale - "che pretende di avere nella sua cultura la difesa dei diritti delle persone e della dignità del lavoro" - per non aver sentito l'urgenza di "sottolineare la propria distanza culturale dall'ala oltranzista e reazionaria della Fieg" (comunicato del 20 dicembre 2006).
(Oscar Itzcovich)
Posted by Admin at 09:29
13 Dicembre 2006
Cronaca - Tanto futuribile e poco presente
La politica, i politici sono piuttosto impegnati a prospettare il futuro. Il che mette la stampa quotidiana in una condizione schizofrenica. Perché da una parte accetta il ruolo di stampella della politica: festosa alle inaugurazioni quotidiane, fa da cassa di risonanza alle sue parole; disposta a scambiare le promesse per realtà. Ma dall'altra, la stampa deve anche fare (almeno un poco) i conti con la cronaca, con i fatti che smentiscono le dichiarazioni ottimistiche, offrono della realtà aspetti inquietanti, rivelano complessità che la politica o ignora o - peggio - finge di ignorare. Uno scarto che spinge il lettore dei quotidiani a dire: cari signori che fate i giornali, metteteci una pezza. O abolite i fatti - e già siete molto avanti su questa strada - o provate a incalzare di più la politica; trattatela come un normale fatto di c ronaca, analizzatela, interrogatela e non state lì a prendere per oro colato le cose che vi vengono dette.
Volete qualche esempio? Roba presa al volo (da Repubblica Lavoro) in quest'ultima settimana? Ecco fatto: "Il piano regolatore sociale decolla... l'ultimo sprint della città solidale". Parlano l'assessore alla città solidale e il superconsulente (?) alla stesura e all'attuazione del piano. E' una intervista? Una conferenza stampa? Un convegno? C'è un contraddittorio? Non si sa. Vengono snocciolate cifre di assistiti, posti mensa, residenze protette, badanti per chi soffre, assistenza a sfrattati e altra "gente con difficoltà serie". E si dice del Comune che è diventato il riferimento degli immigrati in attesa del permesso di soggiorno, per gli ex carcerati liberati dall'indulto e altri "soggetti deboli". Un impegno notevole, una cosa importante, ma resta un dubbio: qui il fatto sono le parole dell'assessore e del superconsulente. Importanti ma - ammettiamolo - solo uno degli aspetti del problema.
Basti pensare alla notte di fuoco di via Pre, alla manifestazione dei senegalesi dell'11 novembre scorso, le denunce durissime contenute nel loro volantino, il nome dell'ispettore di polizia accusato a gran voce dai manifestanti...
E il "decreto flussi" del febbraio 2006? A che punto sono le pratiche nella provincia di Genova? Metropoli (17 settembre 2006) ha scritto che a Genova le domande ricevute sono state quasi 5.000 per poco più di 1.000 nulla-osta da rilasciare. Ad oggi i nulla-osta rilasciati sono stati 70 (settanta!). La prefettura di Genova è l'unica delle 9 regioni italiane considerate dall'inchiesta di Metropoli che non ha dato informazioni sul personale addetto al lavoro sui flussi. Nessun quotidiano locale e nessuna organizzazione culturale o politica ha in questi mesi fornito la minima informazione in materia. D'accordo per l'importanza del futuro, ma anche il presente vuole la sua parte: no?
(Manlio Calegari)
Posted by Admin at 16:30
6 Dicembre 2006
G8 e dintorni - Se la cronaca vera non interessa più
Tra notizie taciute o ignorate, nel senso di mancate, è difficile distinguere. C'è di mezzo anche una linea editoriale che spesso privilegia la "foffa", l'aria fritta, a un tipo di informazione puntuale che può creare imbarazzi, quindi automaticamente da bocciare come poco moderna. Fatto sta che il fenomeno dei "buchi" più o meno volontari è in crescita, specie sul fronte della cronaca cittadina. Un esempio, fra i tanti, viene da una doppia notizia oscurata, nonostante si riferisse alla caserma di polizia di Bolzaneto tristemente nota come teatro di orribili violenze ai tempi del G8, quindi obiettivo per molti versi "sensibile".
Primo, un'inchiesta della magistratura porta alla scoperta di armi pesanti, da guerra, quali granate e pezzi smontati di artiglieria, in un deposito interno del Reparto mobile, dove non c'era alcuna ragione perché vi si trovassero, dal momento che estranee alle dotazioni di reparti addetti a compiti di ordine pubblico. Secondo, e ancora più sorprendente dato, a distanza di qualche mese dal presunto "attentato" allo stesso distaccamento, salta fuori che in realtà il razzo, del tipo in uso per le segnalazioni marittime, non era stato sparato contro i locali della polizia, ma da un cortile interno della stessa caserma. Come dire che tutto il chiasso fatto a suo tempo per fare passare quello sparo come una "vendetta" di noglobal o simili e indurre il prefetto a convocare perfino il comitato per l'ordine e la sicurezza, era semplicemente una balla.
La doppia notizia si poteva leggere solo sul Corriere Mercantile, inserto locale della Stampa, in un servizio a firma di Andrea Ferro, uno dei più attenti cronisti, il quale non mancava di dare atto delle tesi difensive dei due ufficiali inquisiti per le armi da guerra: a loro dire si trattava di souvenir, cimeli di missioni compiute all'estero. Ad ogni buon conto, nessun altro giornale ha voluto o potuto riportare quelle "fastidiose" scoperte giudiziarie, riprese invece qualche tempo dopo da Liberazione e il Manifesto, in appoggio alla richiesta di una commissione d'inchiesta parlamentare sulle troppe cose oscure avvenute dentro e fuori la caserma del G8: dal ministro della Giustizia di allora, Castelli, che visitò nella notte il lager di Bolzaneto senza notare "alcuna anomalia", all'ex vicepremier Fini che con la sua presenza "impropria" a forte San Giuliano, quartier generale delle operazioni, incoraggiava implicitamente la linea dura, la prova di forza c ontro i manifestanti.
Quale fosse il clima tra le forze che dovrebbero essere dell'ordine, lo ha confermato nella sua recente intervista l'ex carabiniere Placanica: al suo rientro i colleghi lo accolsero come un eroe, applausi e grida di "benvenuto killer"; altri invece lo avrebbero perentoriamente invitato a tacere la verità sull'accaduto. Cose spiegabili solo in base a una determinata filosofia formativa e a una coerente catena di comando. Ma approfondire questi fatti interessa ancora alla gente, o -secondo la linea editoriale postmoderna- è meglio sorvolare, come fanno generalmente i tg?
(Achab)
Posted by Admin at 10:53
29 Novembre 2006
Carige/2 - Carote e bastone per i giornalisti
L'Ansa (Agenzia nazionale stampa associata) ha diramato nei giorni scorsi la seguente nota che - salvo errori - non è stata pubblicata da alcun giornale.
"È lecito fare del giornalismo investigativo e interessarsi delle vicende di un istituto bancario e di una fondazione, come accaduto nel caso della Carige? È giusto, è lecito e si potrebbe anche dire, citando il Vangelo, che è cosa buona e giusta". E´ il commento di Marcello Zinola, segretario dell'Associazione ligure dei giornalisti e della giunta del sindacato stesso, in merito alle iniziative della banca e della Fondazione Carige che hanno presentato esposti e annunciato querele contro i giornalisti.
"Perché non è accettabile la reazione di chi (Carige) - prosegue Zinola - ha citato in giudizio per i danni di immagine provocati, chi ha `toccato´ il santuario delle banche liguri e chi ha ripreso le notizie di quella inchiesta".
"Tutto nasce - spiega Zinola - dall' inchiesta giornalistica pubblicata sull' inserto di economia del lunedì del Corriere della Sera: al collega, autore dell' inchiesta, e al Corriere della Sera va la solidarietà, non solo di principio, dell'Associazione ligure dei giornalisti. Perché sono inaccettabili gli attacchi al collega e al giornale protagonisti della vicenda". "Non toccare i poteri forti? No, meglio toccarli - aggiunge - tutti senza timore e con la logica del non cantare tutti in coro davanti all' altarino di turno".
Zinola sottolinea ancora che: "la magistratura, dopo la pubblicazione dell' inchiesta, ha aperto un' inchiesta. Il sindaco di Genova Giuseppe Pericu ha chiesto un'indagine interna. La Carige ha presentato proprie denunce all' autorità giudiziaria". "È lecito che la Carige abbia agito come meglio ha ritenuto di fare - conclude -. Ma preoccupano il tipo di reazione, i giudizi che sono stati espressi, e deve fare riflettere anche il fatto che un' indagine giornalistica di questo tipo sia arrivata da un giornale senza presenze dirette nella realtà ligure".
Sono cambiati i tempi, si capisce, e anche i modi. Qualche anno fa, nell'agosto del 2003, la Carige aveva regalato ai giornalisti presenti ad una sua conferenza stampa un bell'orologio Lorenz. Un gesto che l'Associazione Ligure dei giornalisti aveva stigmatizzato. La speranza, scriveva l'Associazione, era che si fosse trattato solo di una isolata caduta di stile. Purtroppo, la caduta non è rimasta isolata e, viste le recenti minacce - sotto forma di esposti e querele - di Carige e Fondazione contro i giornalisti rei di occuparsi di loro, si può osservare che invece lo stile è cambiato. Carote e bastone.
(Oscar Itzcovich)
Posted by Admin at 09:54
22 Novembre 2006
Carige - Libertà d'informazione e uomini d'onore
Dopo le pesanti accuse venute dalle pagine del Sole 24 ore del 16 febbraio e del Corriere della Sera del 23 ottobre e 13 novembre 2006 (OLI n. 116), e il "fascicolo" aperto dalla Procura genovese sul conto della banca, la Carige si è mossa. Ha detto che si tratta di sporche bugie? Niente di tutto questo. Il Consiglio di amministrazione della Carige ha dichiarato - con inserzioni a pagamento sui giornali locali (in data 13 ma apparse il 15 novembre) - che la banca è vittima di "una campagna di stampa denigratoria" e di "una lesione dell'immagine, della [sua] onorabilità e reputazione".
Il Consiglio ha inoltre confermato "la più completa a totale fiducia all'attuale Management", cioè a se stesso. La tesi del Consiglio di amministrazione di Carige è che le pesanti accuse contenute negli articoli del Corriere e del Sole 24 ore sono il frutto di una cospirazione contro la Banca. Per questa ragione Carige ha depositato in Procura una denuncia contro ignoti con l'accusa di aggiotaggio. L'aggiotaggio bancario - regolato da una legge che risale al 1938 (art. 98 della legge n. 141) e da successive modificazioni - è "diretto a tutelare il buon nome delle singole aziende di credito" e prevede che "chiunque divulga, in qualunque forma, notizie false, esagerate o tendenziose riguardanti banche o gruppi bancari, atte a turbare i mercati finanziari o a indurre il panico nei depositanti" … è punito con le pene stabilite dall'articolo 501 del codice penale, cioè da uno a cinque anni di reclusione.
Il che significa che chiunque ripubblichi o divulghi gli articoli in questione, potrebbe essere accusato, appunto, di aggiotaggio. E la libertà di informazione? C'è, a patto che non si parli di banche.
Posted by Admin at 10:13
18 Ottobre 2006
Informazione - La specie mai estinta dei cronisti spioni
La cronaca non scritta, quella che sta dietro le notizie, manipolate o censurate, è certamente la più interessante per cogliere qualche brandello di una verità che spesso l'informazione nasconde. Solo che generalmente devono passare anni, decenni, per vedere aprire qualche spiraglio, come è accaduto col recentissimo libro "Petrolio e politica", scritto da Mario Almerighi, uno dei tre "pretori d'assalto" (gli altri erano Carlo Brusco e Adriano Sansa) che da Genova fecero scoppiare nel 1973 lo scandalo dei petroli, il padre di tutte le tangentopoli.
Credevamo di sapere tutto o quasi di quella brutta pagina di oltre 30 anni fa, le pesanti intimidazioni dei superiori gerarchici ai tre magistrati, l'incontro con Pertini nella stireria del suo appartamento di Montecitorio (l'unico locale non infestato da microspie), la rituale avocazione a Roma, nel "porto delle nebbie" delle inchieste giudiziarie scomode, fino al colpo di spugna della commissione parlamentare inquirente, quella che avrebbe dovuto processare i ministri coinvolti e li mandò assolti. Non conoscevamo invece "la pagina poco onorevole scritta nell'occasione da alcuni giornalisti genovesi", come ha detto l'autore presentando il libro.
Si riferiva alle concitate telefonate (puntualmente intercettate dagli investigatori) tra un giornalista e il segretario generale di Garrone per metterlo a parte, per primo delle gravi notizie giunte in redazione, secondo del suo intervento per ribaltare -con la supervisione del direttore- il senso dell'articolo scritto da "quegli imbecilli e faziosi di cronisti"; e infine per esprimere pesanti giudizi non solo su "quei pretori di m…", ma soprattutto sui colleghi di altri giornali colpevoli di fare il loro mestiere e non i lacché.
Comportamenti meschini ma isolati, eccezioni insomma? A memoria se ne potrebbero aggiungere altri, antichi e recenti: dal redattore di un quotidiano che, per solidarietà massonica, durante il caso Teardo telefonava al diretto interessato (anche allora registrato) informandolo di cosa stava preparando "quel comunista" che coordinava le puntate dell'inchiesta, alle analoghe spiate dall'interno della cronaca a un individuo dalla pistola facile, agente provocatore di professione, col risultato di mettere a rischio un altro giornalista, fino alle fresche performances del vicedirettore di Libero, al servizio del Sismi.
Insomma, cantucci sporchi non ne mancano nelle redazioni. Perché non fare i nomi? Pietà, solo pietà.
(Camillo Arcuri)
Posted by Admin at 10:25
11 Ottobre 2006
Primarie - E Pellizzetti torna a ruggire per pochi
Mercoledì 27, nella trasmissione "Quale sindaco per Genova", Primocanale ha mandato in onda una lunga intervista a Pierfranco Pellizzetti.
In passato OLI aveva seguito con attenzione le analisi di questo atipico commentatore pubblicate regolarmente da Il Secolo XIX. "Primarie per dare a Genova un sindaco dei cittadini" (1° marzo), "La periferia scopre l'orgoglio" (21 marzo), "Genova, le primarie difendono la democrazia civica" (31 marzo), "Innovazione e democrazia: a Genova nodo comune (8 giugno, per citare solo alcuni esempi, colgono in modo acuto il nocciolo dei problemi politici, vere e proprie emergenze, che si ripresentano continuamente a Genova e in Liguria e che non si risolvono mai. L'invasione del cemento, il degrado delle periferie, sindaco e primarie sono i temi ricorrenti.
Inspiegabilmente, i suoi stimolanti e acuti contributi sono scomparsi. Da giugno si era verificato un vero black out. Ora è Pellizzetti stesso a spiegarci dal teleschermo che cosa è successo: "Avevo osato nominare il partito degli affari genovesi, qualcuno ha protestato e mi hanno "silenziato". Ad Adriano Sansa era andata peggi o: lo hanno crocifisso bloccandone la riconferma a Sindaco". Ma poi il ragionamento prosegue, toccando i temi dell'attualità genovese:
Le primarie potrebbero essere la modalità per rompere le regole con cui ristrette cordate decidono da sempre alle spalle dei cittadini. Il problema non è se si faranno, ma se saranno vere consultazioni democratiche o una loro simulazione per non disturbare i manovratori che vogliono imporre il loro sindaco di fiducia.
Genova non è governata da caste chiuse (tesi don Balletto) ma da cordate trasversali di potere, in cui le distinzioni tra destra e sinistra svaniscono (Burlando e Biasotti in passato viaggiavano in coppia). Seguite il mattone e troverete i nomi.
La cupola trasversale non promuove nessuna idea per uscire dalla crisi cittadina ma solo un permanente presidio di potere. Tutte le ricette proposte - come ha dimostrato l'intervento di Mario Margini alla Conferenza Strategica del Comune - sono prive di prospettive concrete. D'altro canto, se le primarie riusciranno a mettere al centro del dibattito il tema del "futuro condiviso", la capacità di controllo della cupola andrà in frantumi (evidenziandone la natura di "tigre di carta").
La questione fondamentale da porre al centro del pubblico dibattito è quella delle periferie, abbandonate da una politica locale esaurita nell'abbellimento del centro. Ora le aree ai lati della città, da Nervi alla Val Polcevera, in preda al declino, rischiano di finire sotto il controllo della malavita organizzata o delle bande etniche. Solo una vera politica può sciogliere nodi così aggrovigliati.
Non abbiamo bisogno di candidati catapultati da chi sa dove. Piuttosto, occorre individuare persone "dentro" alla politica ma "fuori" dai meccanismi del potere irresponsabile; che coniughino tecnologia politica con etica politica, innovazione e democrazia.
Discorso interessante ma purtroppo per pochi intimi; le repliche sono riservate a cose meno scomode.
(Oscar Itzcovich)
Posted by Admin at 09:28
13 Settembre 2006
Intercettazioni - Il fango del "giornale" sulla famiglia Giuliani
Il bel mondo politico-culturale, di destra e di sinistra, quello che si è indignato per le intercettazioni telefoniche di parlamentari, banchieri, affaristi ed ex reali, riportate dai giornali, e che tanto ha protestato da fare adottare d'urgenza misure legislative contro gli abusi di "certa" informazione, non ha detto una sola parola per l'ignobile speculazione consumata dal Giornale di Berlusconi contro la famiglia Giuliani.
Il 20 luglio, nella generale distrazione estiva, il quotidiano non dimentica il quinto anniversario della tragica morte di Carlo, e lo fa pubblicando il testo di una telefonata registrata tra i genitori del ragazzo, un anno prima del G8. In quella conversazione, al pari di tanti altri padri e madri, Haidi e Giuliano Giuliani si confidano le loro ansie per quel figlio inquieto che forse si fa qualche spinello e si mette anche nei guai difendendo un extracomunitario trattato duramente dai carabinieri, ragion per cui si busca una d enuncia.
E' soprattutto il padre a mostrarsi esasperato per il comportamento di Carlo, tanto da dire che teme il peggio, mentre la madre, al solito, cerca di mediare, invitando alla pazienza, alla comprensione, ad aver fiducia. Perché mai questo tipo di confidenze familiari, molto intime, vengano registrate dalla Guardia di finanza, evidentemente su autorizzazione della Procura, non è ben chiaro; ma pare che all'origine ci sia un controverso episodio avvenuto qualche tempo prima nei vicoli, quando Carlo viene momentaneamente fermato col sospetto di essere in cerca di fumo (addirittura lui pensa a una rapina e invoca la polizia). Subito rilasciato, le indagini vanno discretamente avanti, ma nulla risulta a suo carico.
Ecco però che i verbali di quelle telefonate tra i suoi genitori riemergono nel quinto anniversario della morte del ragazzo, senza motivo giudiziario o giornalistico di sorta, solo per schizzare fango sulla sua memoria. Per la serie, senza pietà e senza vergogna. Gli unici a protestare per l'indegna operazione sono il Manifesto e Liberazione che ottengono una sanzione dal Garante della privacy; il resto è silenzio; nessuno si è accorto di nulla. Alla domanda se intende reagire, Haidi Giuliani dice di no che ormai è abituata agli sciacalli. Soltanto in un caso ha deciso che era troppo e ha querelato il Giornale di Belpietro-Berlusconi: "Ha pubblicato una lettera dove si leggeva che i monti non sorridono ma i morti sì, per dire che la morte di mio figlio mi avrebbe fruttato una ricchezza… Li ho querelati e li voglio vedere condannati."
(Camillo Arcuri)
Posted by Admin at 14:25
Informazione - Il bello della diretta è finito alla Rai
Tg e gr Rai -diciamolo francamente- non hanno mai offerto un grande esempio di informazione autonoma e indipendente. Ma lo stato di penosa soggezione in cui il servizio pubblico è stato ridotto nell'era Berlusconi, costituisce motivo di legittima preoccupazione per tutti, non solo per gli addetti ai lavori. Ultimo sintomo conclamato del suo ingiustificato rapporto di sudditanza verso "l'editore di riferimento" e non solo, sono gli ossessivi siparietti di politici che stanno ormai ridicolizzando il telegiornale della rete ammiraglia e giù a seguire. Non c'è tema di discussione in corso -missione in Libano, indulto, finanziaria, Tav, fino ai meno ponderosi- che non richieda una passerella di faccioni e pareri di cui nessuno sente il minimo bisogno, salvo la smania di visibilità dell'interessato.
Se giornalismo significa trasmettere notizie, cose nuove, interessanti, ciò che il pubblico vuol sapere, offrendo un prodotto possibilmente vivo e vivace, il suo contrario sono le immancabili esternazioni scontate dei Bondi, Schifani, Capezzone, Pecoraro Scanio, che presi una tantum potrebbero essere perfino tollerabili, ma tutti insieme e di continuo portano inevitabilmente al rigetto. Alzi la mano chi non ha mai usato l'arma del telecomando durante le irritanti passerelle.
Ora, nessuno pensa che la colpa di un simile andazzo sia sempre, comunque e solo del cavalier bellachioma (per dirla con Travaglio): lui ha fatto certo la sua parte, con le epurazioni di Biagi e Santoro (colpirne due per educarle cento), ma il malanno nasce prima e continua anche dopo la sua discesa agli inferi della minoranza. Al germe dell'insicurezza, insinuato nelle redazioni, per cui i più considerano buona regola limitarsi al tran tran, si aggiunge la progressiva burocratizzazione dell'apparato: squadre di tecnici e giornalisti ormai impossibili da reperire per i servizi esterni, si è affermato un sistema volutamente paralizzante, che ha allontanato sempre di più la Rai dalla realtà non ufficiale. Insomma "il bello della diretta" è finito da tempo, insieme alle scomode rubriche di vera cronaca.
Ma rimediare a queste debolezze strutturali che impediscono alla Rai-Tv di fare il suo vero mestiere, interessa? E a chi? Certo non corrisponde agli interessi di bottega dei leaderini mandati ripetutamente in video da un giornalismo precotto che non va più a vedere che cosa succede e si accontenta delle immagini di repertorio (sempre le stesse) per illustrare i soffietti dei press-agent. E' questa la vera sfida che, dopo i primi cento giorni, dovrà affrontare il governo Prodi: resuscitare la Rai, ridarle vita, mordente, magari aggressività.
Maggiordomi e pupe scosciate servono ad altro, non all'informazione.
(Camillo Arcuri)
Posted by Admin at 14:22
12 Luglio 2006
Informazione - Non è mai finita la guerra alla pubblica decenza
Il precetto della famosa decenza quotidiana, estrema sintesi di ligusticità prima ancora che della poetica montaliana, aiuta a capire la distanza siderale che separa il sentire dei comuni cittadini da tanti cosiddetti personaggi della scena pubblica. Prendiamo quel giornalista Farina che molti ricordano per le sue comparsate alle tribunette televisive, dove veniva chiamato soltanto come vicedirettore di "Libero", quindi fiancheggiatore del cavaliere, privo com'era di qualsiasi altro titolo, salvo quello di abbaiare contro il pericolo della sinistra. Dall'inchiesta in corso sul Sismi per l'ennesima volta deviato, viene fuori in tutta evidenza che lavorava per due padroni (o uno solo?): il suo giornale e i servizi segreti illegali.
Era andato addirittura a intervistare il magistrato che conduce le indagini sull'iman rapito dalla Cia e dai servizievoli 007 italiani, tenendo in tasca la nota delle domande preparate dagli spioni; insomma non cercava notizi e da raccontare ai suoi lettori (invero pochini), ma da riferire alle centrali occulte. E per questo indecente servizio, equivalente al tradimento dei principi base della professione giornalistica, intascava i suoi trenta denari in euro.
Una volta saputo quale Farina nascondeva il sacco, il nostro campione ha confessato e ha dato la sua bella versione giustificatoria: è in corso la quarta guerra mondiale contro Islam e terroristi (non ve ne siete accorti?) e io sono un giornalista arruolato, "embedded" o come si dice; insomma, non ho alcun motivo per pentirmi di ciò che ho fatto. Convinto dalle sue motivazioni ideologiche lo stesso direttore Feltri, che a caldo lo voleva licenziare, ci ha ripensato e lo ha richiamato come un figliol prodigo, confortato dal sentimento solidale di redazione e proprietà del giornale che "in spregio a ogni falso moralismo" ha assolto in toto il collega-spia, con la formula che non ha ucciso, né derubato alcuno e soprattutto non è comunista. E' questo che conta. Come del resto aveva insegnato l'antesignano Ferrara, con la sua vantata collaborazione ai servizi segreti americani in funzione anticomunista, prima di passare in servizio permanente effettivo con la stessa "mission" a Mediaset.
Feltri che all'eleganza ci tiene (salvo cadute di stile come la partecipazione al linciaggio di Biagi, una volta caduto in disgrazia) ha solo mosso un appunto al suo Farina: poteva dirmelo prima, gli avrei evitato di fare una cavolata; leggi: l'ha fatto a mia insaputa; io non ne sapevo niente. E' la stessa posizione assunta dal pubblico moralizzatore Fini, quando ha scoperto, ohibò, il sistema di porcate per così dire istituzionalizzato dal suo portavoce Sottile imponendo il passaggio obbligato dal letto suo e degli amici, come accesso in Rai per veline, vallette e ragazze pom pom. Lui era all'oscuro, poverino, di ciò che il suo portavoce, ossia il più stretto e intimo collaboratore di un politico, combinava. Allo stesso modo Feltri ignorava la doppia attività del suo vice. Bisogna comprenderli. Non possono mica dire: mi avvalgo della facoltà di non rispondere .
(Camillo Arcuri)
Posted by Admin at 14:37
Giornali - Un calcio alla libertà di stampa
Gratificante e motivo di soddisfazione aver vinto il campionato mondiale di calcio. Ma questo non basta per superare il difficile momento attraversato dal nostro paese dopo la parentesi cabarettistica targata "azzurro" e "Forza Italia" che si è sommata ai vizi strutturali di una parte del nostro paese. Almeno questa vittoria comportasse una moratoria nel riallineamento ai parametri comunitari per ripianare il dissesto provocato dal "governo ad personam", dalle "smanie separatiste" e dalla "finanza creativa"!
Anche "La Repubblica", come già per precedenti eventi ed in competizione con gli altri quotidiani, ha dato molto spazio alla vittoria italiana: 29 pagine più la cronaca locale.
Passa così quasi inosservato, nei "Commenti" (pag. 30) l'autodifesa di Giuseppe D'Avanzo:"Il giornalismo della maldicenza". Il giornalista, dopo i servizi fatti a suo rischio e pericolo, prende la penna per sottolineare l'ambiguo comportamento del "Corsera", che ieri non solo ha preso sul serio le argomentazioni addotte da Farina quale crociato e patriota, ma ne ha santificato le ragioni, passando sotto silenzio il fatto che questo personaggio, noto ai più per le sue comparsate televisive, fosse a libro paga dei Servizi Segreti (SISMI) "per mettere a mal partito le Istituzioni (Palazzo Chigi e Procura di Milano)"
Dall'articolo traspare l'amarezza del giornalista. La professionalità dei giornalisti e la libertà di stampa non sono più importanti, per il nostro paese, della vittoria di un campionato di calcio, se pur mondiale? La risposta spetta prima di tutti ai c.d.r. Vedremo.
(Vittorio Flick)
Posted by Admin at 14:19
21 Giugno 2006
Retribuzioni - Lavoro femminile: le parole per dirlo
Il direttore de L’Unità Antonio Padellaro, conducendo Prima Pagina (19 giugno), ha dato conto di una inchiesta sulla discriminazione salariale delle donne a cui il suo giornale ha dedicato un ampio spazio. Benissimo. Meno bene quel che succede a seguito della telefonata di un ascoltatore il quale in sintesi ha detto: “Sono quaranta anni che lavoro, e non ho mai incontrato un solo caso in cui, a parità di mansione, per le donne fosse prevista una paga inferiore a quella degli uomini. Di quali discriminazioni state parlando?”
A questo punto scatta una scoraggiante afasia. Padellaro si limita a ripetere più volte che l’inchiesta pubblicata è molto importante, che quindi c’è da crederci se vi si afferma che il divario salariale tra maschi e femmine oscilla tra il 20% e il 30%, ma non riesce a dare alcuna spiegazione di questo fenomeno, e molti ascoltatori si saranno chiesti: in effetti, la parità salariale tra donne e uomini non era stata raggiunta agli inizi degli anni Sessanta? Ci sono ancora lavori in cui per le donne si prevede un salario più basso?
Eppure, per togliere dalla perplessità il pubblico di Prima Pagina, sarebbe bastato che Padellaro avesse davvero letto l’articolo che aveva deciso di citare e che è stato pubblicato sul giornale che lui stesso dirige. O, meglio ancora, che avesse maturato dentro di sé – a prescindere dall’articolo e dalla ricerca - alcune chiavi di lettura dei nostri fenomeni sociali.
E’ ovvio e scontato infatti che i contratti di lavoro non prevedono più da decenni paghe differenziate tra uomini e donne, ma questo non è risolutivo perché “La differenza retributiva si spiega in prima battuta con una serie di discriminazioni indirette che incidono poi sul salario… la femminilizzazione della occupazione è avvenuta nei settori in genere peggio retribuiti… nel lavoro atipico (dove non vigono le tutele della contrattazione collettiva, nda.) le collaboratrici guadagnano la metà dei collaboratori… le donne sono esposte a rapporti di collaborazione più volatili… Inoltre “Più si sale nelle qualifiche professionali, più aumenta la disparità salariale perchè nelle alte qualifiche prevale la contrattazione individuale ed è molto meno sensibile la barriera antidiscriminatoria offerta dai contratti nazionali di lavoro”.
La ragione profonda di questa differenza che resiste a decenni di legislazione antidiscriminatoria, dice Giovanna Altieri, curatrice della ricerca, sta nel perdurare dello squilibrio tra i sessi nell’accollarsi il lavoro familiare di cura. Si tratta di un divario che continua a segnare un solco tra il destino lavorativo degli uomini e quello delle donne, incluso l’aspetto dl guadagno.
Sta di fatto (Ricerca Almalaurea del 2005, condotta su 75000 laureati in 36 diverse università italiane) che ad un anno dal conseguimento della laurea le donne guadagnano in media 885 euro netti mensili contro 1136 degli uomini. A tre anni dalla laurea il divario cresce ancora: 1017 euro per le donne, 1315 per gli uomini, quasi il 30% in più.
(Paola Pierantoni)
Posted by Admin at 08:18
24 Maggio 2006
Informazione - Non servono i carabinieri per le madri in fuga
Quando si dice che le leggi vengono sempre dopo il sentire della società… Sono decenni che la riforma del diritto di famiglia, nata dall’esigenza di un’effettiva tutela dei minori, prevede per la “madre che non vuole essere nominata” la possibilità, addirittura il diritto, di lasciare in ospedale la creatura che ha appena dato alla luce, rendendola disponibile per l’adozione. E’ una norma realmente a difesa della vita, una misura concreta contro l’orribile rischio-cassonetto che corrono troppi bimbi nati da donne disperate. Ma ancor oggi sono pressoché ignorati i principi di una legislazione finalmente civile; e la stessa informazione, anziché promuoverne la conoscenza, preferisce in molti casi indulgere alla facile emotività sulla “madre snaturata”, ecc.
Cronache di stile ottocentesco si sono lette nei giorni scorsi a Genova in relazione alla decisione di Victoria, una ventenne lituana, di allontanarsi dall’ospedale di Sampierdarena il giorno dopo aver messo al mondo una bella bimba sana, del peso di circa tre chili. “Ha passato la notte in corsia, durante la quale si è torturata cercando di capire che cosa doveva fare”; quindi si è “procurata in qualche modo una penna e ha scritto a lungo”, poi ha lasciato in vista sul comodino il foglio: “Devo farlo, in queste condizioni non potrei tenerla, allevarla, perché la mia vita è troppo difficile”, sono le tristissime parole che ha lasciato accanto alla bambina.
“Nei suoi confronti non è scattata neppure la denuncia per abbandono di minore, in quanto il reato si configurerebbe solo se fosse a rischio l’incolumità della neonata”, chiarisce il cronista-inquirente, e pur aggiungendo che la ragazza-madre ha regolare permesso di soggiorno e non ha precedenti penali, assicura che i carabinieri di Forte San Giuliano la stanno cercando ugualmente. Insomma la giustizia ottocentesca fa il suo corso.
(Camillo Arcuri)
Posted by Admin at 08:25
17 Maggio 2006
Stampa e Giustizia - In silenzio il dibattito sull’informazione
Sempre difficile e in questi giorni in piena evidenza l’argomento discusso nella Tavola rotonda “Il processo a otto colonne”, tenuta il 10 maggio con interventi di magistrati, avvocati e giornalisti: il rapporto tra informazione e giustizia, tra cronisti e magistrati.
Un cittadino può essere soggetto a un processo penale che ha regole descritte minuziosamente dal codice di procedura. Lo stesso cittadino – per gli stessi fatti – è anche solitamente sottoposto a un altro processo: quello mediatico che invece regole non ha. In questo tipo di processo, condotto prevalentemente dalla stampa e dalla TV, vince chi ha più mezzi e chi è più scorretto. E’ un processo senza luogo e senza tempo. Ne deriva una falsa rappresentazione della giustizia afferma Anna Canepa (presidente della Giunta regionale ligure di ANM).
La rappresentazione è sempre più falsa anche perché i proprietari dei media non investono più nella formazione dei giornalisti. Il giornalista (anche di grandi testate) non ha nozione delle norme processuali. Gli avvenimenti di cronaca giudiziaria legati alla vicenda calcistica del Genoa, culminati con una sfilata di 10.000 persone con messaggi intimidatori per magistrati e giornalisti, sono una riprova. I giornalisti non sempre informano delle sentenze, quasi mai leggono le motivazioni. Dal resto, c’è un’obiettiva difficoltà a seguire le udienze, anche quelle più significative (il G8, ma anche il processo che vede imputati il colonnello Michele Riccio e alcuni dei suoi collaboratori per il modo con cui hanno gestito pentiti e partite di droga sequestrata) perché i media che operano su Genova hanno, quando va bene, una sola persona per seguire tutte le vicende giudiziarie, ricorda Marcello Zinola (segretario dell’Associazione ligure dei giornalisti).
Il giornale non ha un fondamento etico, ma commerciale. E’ un prodotto. Aumentano i giornalisti free lance e si assottiglia il nucleo di redattori. Impossibile seguire i processi per la lunghezza dei tempi, rincalza Attilio Lugli (presidente dell’Ordine ligure dei giornalisti).
La notizia di persone indagate pubblicata sui giornali sbilancia le parti. Non è giusto che una persona venga accusata pubblicamente prima che si possa difendere ricorda Corrado Pagano (presidente della Camera penale ligure).
Nel corso della tavola rotonda si è osservato che ad aggravare il rapporto tra informazione e giustizia, c’è anche la riforma dell’Ordine giudiziario imposta dal governo Berlusconi. Se la si lascerà entrare in vigore (i tempi ormai stringono), si sposterà la fonte delle notizie: il procuratore capo diventerà anche il titolare dell’ufficio stampa del palazzo. Una nuova fonte: “ufficiale” ma anche aggiuntiva, perché, verosimilmente, ci sarà sempre qualcuno, tra procuratore capo, magistrati, polizie, avvocati e giornalisti, che continuerà ad alimentare e, se del caso, a strumentalizzare, il mercato sottobanco delle notizie. Altro che considerazione del delicato equilibrio tra diritto di cronaca e riservatezza!
Curiosamente, della tavola rotonda su “Informazione e giustizia” non si è data informazione. Salvo il Corriere mercantile, le pagine locali dei giornali non l’hanno nemmeno pubblicizzata. Quindi, quasi un incontro per addetti ai lavori. Non un’iniziativa pubblica.
(Oscar Itzcovich)
Posted by Admin at 19:15
4 Maggio 2006
Editoriale - Una, cento, mille OLI
Giusto, nel senso che fa riflettere e anche reagire, il provocatorio commento riportato la settimana scorsa, alla vigilia di tagliare il traguardo dei cento numeri di Oli: se decideste di concludere a questo punto la vostra esperienza, pensate che qualcuno, non dico piangerebbe ma vi inviterebbe a cambiare idea, a continuare? La risposta non è stata solo silenzio di indifferenza, anzi, contrariamente alle previsioni, non sono mancate risposte solidali, pacche incoraggianti.
Ma, veniamo al sodo, scopo di Oli –mission, dicono quelli che se la tirano– non è la ricerca di consensi, di popolarità, quanto di contrastare la perenne tendenza al conformismo, agli ammiccamenti, alle tacite intese dell’informazione con gli interessi più forti; nostro compito insomma è fare la voce fuori dal coro, altri diranno fare i rompiscatole: che è già un ruolo ambizioso; e non proprio superfluo nella realtà attuale.
Oggi sono 4.330 i lettori raggiunti ogni settimana dalla newsletter dell’Osservatorio e, tenuto conto che basta un clic per cancellarsi dalla mailing list, vorrà pur dire qualcosa se la linea della diffusione mostra una progressiva crescita. Potremmo dire di avere un pubblico almeno doppio rispetto a certi irreperibili fogli stampati che pure, come ci ha appena spiegato Rai Tre, ricevono contributi per milioni di euro dai fondi pubblici. Senza ombra di vanterie fuori luogo, ci rendiamo conto che il nostro impegno (all’insegna del totale volontariato) è facilitato talora da disinvolture e stecche dell’informazione non solo locale, e più in generale dall’insoddisfazione degli strati più attenti dell’opinione pubblica verso una produzione giornalistica di basso profilo, pattume che dalle tv commerciali sembra debordare sulla carta stampata.
In occasioni “centenarie”, come questa, è anche consuetudine accennare a programmi per il futuro: uno potrebbe essere il tentativo di allungare l’occhio dell’Oli su tutta la realtà regionale, così come vuole la stessa ragione sociale. Tentare di essere meno genovocentrici. Ci abbiamo provato alcune volte senza successo; ci riproveremo con maggiore insistenza. Anche in considerazione dei pesanti interessi che si stanno muovendo come panzer sul fronte delle Riviere, creando emergenze ambientali troppo ignorate. Solo sporadicamente un titolo, una notiziola ci danno un’idea delle colate di cemento in corso sulla costa nel nome dei porticcioli turistici (con annessi residence e shopping center), speculazioni forse coi bolli e i timbri di una legalità solo formale.
Simbolo sconcertante di quanto sta accadendo è l’ecomostro alto 110 metri in costruzione sulla battigia di Savona, a due passi dalla storica “Torretta” che è nello stemma della città. Nessuno ha gridato allo scandalo, addirittura nessuno sembrava saperlo, s’intende salvo i savonesi. Tanto che quando un giornale ne ha pubblicato una foto, i più hanno pensato a un fotomontaggio, a un assurdo progetto-avvenire. Invece la struttura è già lì. Per colpa invigilando, di tutti. Ma assessori all’urbanistica e sopraintendenti ai beni paesistici dov’erano? Ecco un motivo di più per continuare con Oli.
Posted by OLI at 09:55
Lettere - Un giornalismo di straforo
Cara redazione, ha ragione l’amico di Manlio Calegari di dire che responsabile della malainformazione è, oltre il berlusconismo, la bassa qualità del giornalismo italiano, resa ancor più miserevole dall'antica "pratica occupatoria" dei partiti. Ma non è affatto vero che noi ce ne siamo accorti solo ora, dopo aver ingenuamente creduto che l'unico pericolo venisse "dal progredire di Berlusconi nel controllo dei media".
Al contrario, lo abbiamo sempre saputo e fin dall'inizio abbiamo considerato la debolezza morale e intellettuale del giornalismo professionale italiano - pari solo a quella della politica professionale italiana - non un effetto, ma una delle precondizioni del berlusconismo. E' per questo che, senza mai rinunciare a richiamare giornalisti e politici di professione ad un qualche, sia pur modesto, senso di responsabilità, abbiamo alla fine deciso di varare la Newsletter, una forma (tra le tante possibili) di giornalismo fai-da-te da affiancare (se non da contrapporre) al lagrimevol e giornalismo dei professionisti. Non abbiamo inventato niente: che altro hanno fatto in questi anni, ciascuno a suo modo, i Travaglio, i Grillo, le Guzzanti? E l'unica trasmissione giornalistica decente della RAI, Report, non è forse, anche lei, un prodotto fatto in casa e quasi di straforo, proprio come la nostra Newsletter? Aggiungerei che noi dell'OLI non siamo propriamente giornalisti ma semmai lettori di giornali. Non produciamo notizie: le rubiamo a chi ha i mezzi per produrle e per nasconderle e le rilanciamo nel circuito dell'informazione. In più, abbiamo scelto la cronaca locale, che, per la disattenzione dei proprietari o dei direttori dei mezzi di informazione, offre spesso, come una ricca discarica di notizie, dei buoni materiali di risulta. Il centesimo numero è un bel traguardo raggiunto. Potremmo onorevolmente chiudere qui la nostra impresa. Vale la pena continuare? I 4327 lettori della Newsletter che con un clic potrebbero disdire l'abbonamento sembrano dire di sì.
(Claudio Costantini)
Posted by OLI at 09:53
Diritti umani - Mentre l’UE bacchetta il ministero promuove
Il Comitato per la prevenzione della tortura e delle pene o trattamenti inumani o degradanti del Consiglio d’Europa ha pubblicato il 27 aprile un rapporto sullo stato delle carceri e dei centri di permanenza temporanea (Cpt) dopo la visita effettuate in Italia nel 2004 (www.cpt.coe.int/en/states/ita.htm).
I compiti del Comitato, sebbene necessariamente limitati dalla diplomazia, hanno dato considerevoli risultati. Nonostante il linguaggio edulcorato, i rilievi mossi all’Italia sono pesanti: carceri sovraffollate, assistenza sanitaria scadente, personale insufficiente. Una questione particolarmente esaminata è stata quella dei maltrattamenti. La commissione di Strasburgo ha ritenuto necessario raccomandare “che sia ricordato a tutti i membri delle forze dell’ordine che ogni forma di maltrattamento (compresi gli insulti) di persone detenute è inaccettabile, che tutte le informazioni relative ad eventuali maltrattamenti saranno oggetto di un’inchiesta e che gli autori dei maltrattamenti saranno severamente puniti”.
La commissione ha voluto sottolineare che segue con estrema attenzione i processi sugli eventi del 2001 a Napoli (17 marzo) e a Genova (20-22 luglio), che richiede di essere regolarmente informata dell’evoluzione delle inchieste giudiziarie e disciplinari in corso relative alle accuse di maltrattamenti formulate contro le forze dell’ordine in quelle occasioni e che desidera continuare a ricevere delle “informazioni dettagliate sulle misure adottate per evitare il ripetersi di episodi simili nel futuro (per esempio, a livello della gestione delle operazioni di mantenimento dell’ordine, della formazione del personale e dei sistemi di controllo e di ispezione)”.
Le risposte delle autorità italiane sono state burocratiche e elusive. Per esempio: nessuna misura disciplinare finora è stata applicata alle forze dell’ordine per “evitare ogni interferenza con un’azione penale dell’autorità giudiziaria che è ancora in corso”. Così, spiegano, dispone l’articolo 11 del DPR n. 737/1981, ma omettono di dire che molti funzionari incriminati sono stati intanto promossi.
La diffusione sulla stampa nazionale del Rapporto per la prevenzione della tortura è stata scarsa. In ambito locale solo un articolo del Corriere Mercantile (Il Consiglio d’Europa: “Mai più come al G8”), un trafiletto del Secolo XIX (G8, Strasburgo ammonisce l’Italia) e un pezzo surreale del Giornale (L’Europa zittisce i no global: “Nessuna tortura al G8”).
Ecco un argomento che sarà indubbiamente al centro del ciclo di incontri sull'informazione e i media che l'Università promuove in collaborazione con il Centro per l'Educazione ai Diritti Umani (CEDU), con il patrocinio dell’Associazione ligure dei giornalisti e l’intervento di professori di Genova e di Urbino, giornalisti, personalità del mondo culturale, esponenti di organizzazioni non governative come Amnesty International, Peace Reporter, Reporter senza frontiere, ecc.
Gli incontri - che si terranno tutti i venerdì, dal 5 maggio al 9 giugno 2006 - sono aperti al pubblico (www.unige.it/eventi/docs/media_diritti.pdf). Ottima iniziativa, arrivata al secondo anno, anche con la partecipazione di studenti che sono incoraggiati a frequentare perché la loro presenza dà diritto a crediti formativi utili per il loro curriculum.
(Oscar Itzcovich)
Posted by OLI at 09:48
Cronaca/1 - Intervistare i giovani senza ascoltarli
No. Non è stata trattata in maniera diversa da molte altre notizie. E’ stato usato lo stesso metodo utilizzato per il piccolo Tommy. Lo stesso modo che cerca con le parole di inquadrare lo strazio, la lacrima di dolore, che fa sì che il giornalista parli con chi è stato più vicino alla vittima per poterne descrivere lo sguardo abbassato, la voce soffocata, il tremore delle labbra. E’ la scuola che pretende che il quotidiano scriva tutto ed anche di più.
Il volo di Simone dalla finestra del Liceo Doria è la notizia.
Sin dalla prima pagina (Repubblica-Il Lavoro, 13 aprile) sappiamo che il ragazzo suicidato era figlio di uno psichiatra e di una psicologa. Sappiamo dove abitava. Che aveva due sorelle. Viene descritta l’impotenza di chi ha assistito al volo – un benzinaio – e di chi, l’insegnante, non è riuscito a fermare il gesto. Il dovere di cronaca offre un box in cui si ricorda il suicidio nel 2000 di un’insegnante dello stesso liceo. Motivazioni? Anoressia. Depressione. Divorzio.
L’articolo è corredato da diverse fotografie: la scuola, un primo piano del preside, i motorini sui quali si è schiantato Simone, l’abbraccio straziato di due ragazze. Poi le ragioni: “era un po’ taciturno, timido”, “non aveva una ragazza”, “una sensibilità particolare” ma faceva parte “di una famiglia unita, serena, particolarmente attenta ai loro figli”. Intervistano la madre che “piccolina, minuta piange. E rivede, con chi le sta accanto, immagini della vita di casa: Simone che studia e si chiude in stanza con il computer e la musica”. Il quartiere bene. La passione per la musica.
Ci viene anche detto che il preside “non si dà pace: non si può perdere così un ragazzo, non si può”. Nei giorni successivi si sussurra che “Simone ci aveva già provato” dalla stessa finestra e che il suo “disco preferito era The dark side of the moon”. E c’è la testimonianza della nonna “tailleur grigio e collana d’oro” che dice: “Siamo distrutti era un ragazzo sereno, non sappiamo proprio cosa possa essere successo. Dietro di lei la nipote più piccola gioca sul pavimento, la più grande è in piedi nell’ingresso”.
Nell’articolo accanto l’intervista a Paolo Crepet – perché sempre lui? – descrive i disagio, il conflitto, il desiderio del genitore che il figlio dipenda da lui. Parla di “una scuola al centro del problema, che non funziona, al di là delle riforma”, rassicura il lettore che “i suicidi degli adolescenti sono due all’anno, in Italia, un dato che non cambia. Quello che è in aumento, invece, è l’idea del perdersi, del non farcela”.
La morte di Simone è stata spalmata sulle prime e seconde pagine. Il suo funerale chiude il sipario un giornalismo almeno imbarazzante. Che intervista i giovani ma non li ascolta, che descrive i loro gusti musicali ma non li capisce, che racconta gli ambienti senza comprenderli.
Simone e la sua famiglia meritavano di più.
(Giulia Parodi)
Posted by OLI at 09:45
Cronaca/2 - Siamo svedesi? No ma quasi
Durante il ventennio -sia detto per memoria storica, non per riesumare precedenti ingombranti- le notizie dei suicidi non si pubblicavano. La motivazione ufficiale era che avevano un effetto “contagioso”. Ma in realtà venivano ignorati o ridotti al minimo tutti i fatti di cronaca nera, compresi i più gravi.
La vera ragione era che il regime non voleva ammettere che, sotto il fascismo, qualcuno potesse togliersi o togliere la vita. Come se il titolo di un gesto disperato o violento intaccasse l’immagine -invero piuttosto fragile- della felicità del popolo in camicia nera.
Finite, nel modo più tragico, certe illusioni, la cronaca si prese la sua rivincita sulla lunga censura, sommergendo letteralmente quotidiani e settimanali di delitti, rapine, squartamenti con bollitura, ante-litteram, di cadaveri e cadaverini. Durò anni l’orgia granguignolesca, ricca dei più efferati particolari di bassa macelleria. Poi anche la stampa raggiunse l’età della ragione e sui quotidiani si affermarono forme di reportage più evolute, anche più colte, mutuando linguaggio e contenuti dai rotocalchi che avevano fatto scuola.
La successiva legge sulla privacy, ma soprattutto un mutato costume più attento ai diritti dei singoli verso la riservatezza e la tutela della personalità, tagliò per così dire le unghie a un tipo di giornalismo investigativo quanto aggressivo che andava per la maggiore. Il principio, sancito per la prima volta da un ombudsman svedese, per cui non si doveva pubblicare il nome di un killer, “in quanto il danno del dolore arrecato alla sua famiglia era superiore al pur legittimo diritto di informare l’opinione pubblica”, ha fatto strada. Oggi possiamo dire che anche da noi la cronaca è sostanzialmente più civile, che ha maggior rispetto dei cittadini finiti in pagina, compresi i meno difesi?
Salvo eccezioni, la risposta può essere di larga massima affermativa. Semmai, le pecche delle cronache locali – distrazioni, silenzi, compiacenze – riguardano altre rubriche, dove sono in gioco gli interessi forti, i rapporti coi big boss di turno. La “nera” fa il suo lavoro che è quello di occuparsi dei fatti più atroci, come il suicidio di Simone, casi che lasciano sgomenti, incapaci di dare una minima spiegazione, di rispondere al bisogno liberatorio di trovare una colpa. In questi casi la via di fuga più semplice è quella di prendersela coi giornali
(Camillo Arcuri)
Posted by OLI at 09:41
Cronaca/3 - Violenza e degrado, altro che folclore
Dunque, pare che si tratti di un fatto privato. L’ipotesi della banda magrebina sfuma, i barbari, sembra, non sono arrivati, e noi abbiamo tra le mani qualche facile soluzione in meno.
E’ un po’ irreale ripercorrere gli articoli usciti negli ultimi due mesi sul Secolo XIX e su Repubblica: un quadro quasi idilliaco del nostro centro cittadino (negozi-biblioteche, artigianato esotico, simpatiche forme di concorrenza tra i vari locali della movida, al massimo nuove regole per gli artisti da strada e vigili di quartiere che promettono poche multe e tanta socializzazione) precipita improvvisamente nel dramma e nella drammatizzazione. Si richiamano i fatti del 1993. Su repubblica del 1° Maggio le dichiarazioni di Giuliano Bellezza, presidente della circoscrizione Centro Est vengono forzate e stravolte dal titolo: “La circoscrizione: ‘Militarizzare? Era l’ora’”. In realtà, riporta il testo dell’articolo, Bellezza aveva detto: “Mi era stato detto che il delitto non aveva nulla a che fare con la microcriminalità diffusa da noi più volte denunciata … se questo è vero l’amministrazione comunale non mette in discussione l’azione di ricucitura sociale fatta finora, ma se vi sono elementi per dire che l’uccisione di Luciana Biggi è legata alla delinquenza comune non possiamo che essere d’accordo con le azioni repressive”
Altro titolo: “Il prefetto telefona al questore: presidiate i vicoli ogni ora”, ma nel sottotitolo e nel testo si trovano virgolettate dichiarazioni molto più caute: “Serve una presenza costante, ma senza dare l’impressione di essere in emergenza. Non c’è uno stato di emergenza, sottolineo che siamo in un momento di preoccupazione”
Resta il fatto che l’omicidio di via San Bernardo ha aperto la strada alla espressione di una inquietudine che alberga da tempo tra gli abitanti della zona. Episodi di maggiore o minore entità che costellano la vita quotidiana. Molta inciviltà che si è ormai consolidata senza trovare opposizione, episodi più gravi non infrequenti, e lo spaccio come normale sottofondo.
Un centro storico abbandonato ad oscillare tra folclore, promozione turistica di facciata e degrado vero.
(Paola Pierantoni)
Posted by OLI at 09:39
Quiz - Chi manovra in segreto i destini della Liguria?
Davvero strano il "Contrappunto" di Franco Manzitti su Repubblica-Lavoro del 1° Maggio.
Una voce elenca alcuni temi del dibattito pubblico genovese, quelli più frequentemente presenti sulle pagine dei giornali cittadini, concludendo invariabilmente con un'esortazione: non parliamone, discrezione, silenzio...
A chi appartiene la voce che si rovescia sul lettore come un flusso di coscienza joyciano?
E' Manzitti stesso a rispondere: si tratta del Manovratore, "lo stratega occulto delle operazioni che ci porteranno a votare per un sindaco piuttosto che per un altro", il tessitore "dei grandi disegni strategici della città, del suo sviluppo". Qualcuno che ha bisogno di stendere un velo opaco sui temi caldi, sulle scelte impegnative sia programmatiche, sia politiche, per "arrivare impunemente all'elezione di Tursi con le decisioni prese solo in ristrette stanze".
E' un modo piuttosto tortuoso per dire che la scelta del futuro sindaco di Genova rappresenterà un passaggio cruciale nella determinazione della geografia del potere non solo genovese, ma ligure.
Ma al contempo è anche la denuncia, inedita e molto preoccupata, della crisi dell'informazione nella nostra regione. Dei condizionamenti a cui è sottoposta (vedi gli artt. di m. c. sul n. 99 di OLI). Del vuoto in cui si trova ad annaspare, per i silenzi e i depistaggi di chi, gestendo la cosa pubblica, avrebbe il dovere della massima trasparenza, senza cui non vi è democrazia. "Stratega occulto", "ristrette stanze": questo linguaggio non è usabile per descrivere una democrazia, bensì le operazioni di "Cosa Nostra".
E allora chi è il misterioso Manovratore? Chi non vuole le primarie, che potrebbero far saltare giochi troppo importanti per affidarli alla normale dialettica politica?
Sarebbe forse troppo facile pensare all'accoppiata Burlando-Scajola. Nel grande gioco ci sono in molti, anche insospettabili. Certamente l'eclissi di Luigi Grillo non è dispiaciuta alla diarchia che domina sempre di più la Liguria. Diarchia tra opposti schieramenti? C'è da meravigliarsi? Gli affari migliori sono sempre bipartisan.
Siamo obbligati a tirare a indovinare, sulla base di labili indizi. Anche questa è crisi della democrazia. Di questa democrazia. Fondata su partiti-associazioni private, e ormai quasi segrete. Fondata sulla delega incondizionata, e sulla reale mancanza di alternative. Altro che "democrazia dell'alternanza"!
(Pino Cosentino)
Posted by OLI at 09:36
27 Aprile 2006
Provocazioni/1 - Il fascino indiscreto del potere sui media
Chiedo a un amico giornalista (importante) che riceve la nostra newsletter di farci un commento per il numero 100 della prossima settimana. Prima prende tempo poi mi manda una letterina, gentile, precisandomi che si tratta di lettera personale. Credo però di non tradirlo se riferisco alcuni degli argomenti della sua lettera. La NL di OLI, scrive, è stata concepita in una situazione che a molti appariva di emergenza per il progredire di Berlusconi nel controllo dei media e la povertà della risposta politica dell'opposizione. "Largo alla società civile" era lo slogan e voi (di OLI) avete "con un certo coraggio" raccolto il guanto di sfida.
E' a questo punto - scrive il mio amico - che, preso contatto con la cronaca, specie locale, vi siete resi conto, una settimana dopo l'altra, che la questione era più complicata. Che a Berlusconi e ai suoi oppositori si poteva imputare tutto quello che sappiamo e anche di più, ma che i problemi della stampa sono anche altri. Il principale è che la stampa è spesso al servizio di partiti politici o di loro correnti o di gruppi di potere e di affari. "Forse al servizio - scrive il mio amico - è una parola grossa ma potrei mitigarla dicendo che la stampa è più sensibile alle notizie del Palazzo. E non alludo solo al fatto che la prima stupidaggine detta da un assessore riceve più attenzione di un anno di manifestazioni di un gruppo di cittadini per difendere un giardino pubblico o di un processo importante come quello per i fatti del G8. Ma che è impreparata a dare notizie e condurre analisi su una società diversa dalla politica".
Ecco perché spesso le cose più decenti di un giornale si trovano in quelle cronache che per qualche ragione - dignità del giornalista o disattenzione dei direttori - non fanno grancassa ai politici. E voi, prosegue il mio amico, leggendo i giornali - magari con più attenzione di altri - avete scoperto l'uovo di Colombo. Che le omissioni o le parzialità di cui vi scandalizzate sono dovute solo in parte al berlusconismo o a penose autocensure. Sono invece il frutto di una "tradizione giornalistica modesta che è stata rafforzata dalla pratica occupatoria dei partiti verso la carta stampata". Insomma - conclude l'amico famoso giornalista - OLI ha progettato una azione contro un nemico ma ora è in imbarazzo perché ne ha scoperto un altro più magmatico e imbarazzante tanto che non sa che pesci prendere. E conclude: "Accolgo sempre le vostre provocazioni con interesse e penso che non vi arrabbierete se ve ne propongo una anch'io. Eccola: Se voi col numero 100 annunciaste la chiu sura della NL pensate che qualcuno vi chiederebbe di non farlo?
(Manlio Calegari)
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Provocazioni/2 - Partito dei porticcioli e verifiche ambientali
Il nostro lettore famoso giornalista suggerisce, sia pure con parole amichevoli, che noi della NL siamo piuttosto degli ingenuoni che vanno a rivedere le bucce di questa tv o quel quotidiano ritenendo così di interpretare i bisogni della "società civile". Nelle sue parole c'è sicuramente qualcosa di vero. Ma, "nessuno è perfetto", vi pare? Per questo non tento una difesa delle nostre intenzioni e del nostro operato durante i tre anni che ci hanno portato alla NL numero 100. Faccio solo un esempio utile a ridimensionare la discussione su di noi e, spero, a darci qualche ragione.
Lunedì 24 aprile il responsabile delle pagine locali di Repubblica ("Contrappunto: Ma la Liguria ha cambiato rotta?") annuncia l'impegno del suo giornale a raccogliere "l'urlo ligure" a proposito di molti problemi regionali fino ad oggi poco considerati. A cominciare dalla "seconda cementificazione, che parte dalle coste, dai nuovi porticcioli" come in occasioni diverse ha scritto sulle stesse pagine V. Coletti e come "Sansa ha rimarcato nel suo appassionato intervento durante la impareggiabile commemorazione di Mario Fazio, il nostro maestro ambientalista...".
Che dire? Bene, benissimo. Peccato che sino ad oggi Il Lavoro abbia solo fatto grancassa al partito dei porticcioli, alle sfilate dei politici, alle relative inaugurazioni, abbia taciuto sulle denunce dei comitati locali; tanto per far un esempio quelle circa il porticciolo di Ventimiglia. E ancora più peccato che abbia taciuto del blocco imposto dal Tar alla "Sestri Sviluppo Immobilare" che sta completando sull'area dell'ex Fit di Sestri Levante una cementificazione superiore a tutte le altre in corso in Liguria, destinata a fare da volano alla incombente edificazione della collina dei Castelli. La decisione del Tar, di cui solo il Secolo XIX ha riferito (9 aprile 2006), chiama in causa la locale amministrazione comunale di centro sinistra e la stessa Provincia. Domanda: l'omissione è casuale?
Intanto martedì 25 aprile compare l'annunciato supplemento "Liguria in". Titolo promettente: "Sulla costa una colata di posti barca. Quindici porticcioli nuovi e una cementificazione bis". Il testo che segue è quasi imbarazzante. Si tratta di una lunga intervista all'assessore all'urbanistica della regione Liguria che spiega che i progetti in questione sono in buona sostanza "compatibili" e che naturalmente si faranno le dovute "verifiche ambientali" e così di seguito, secondo il consueto gergo politichese e del ti dico e non ti dico.
(Manlio Calegari)
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Soldi pubblici/1 - La disinformazione ha un suo prezzo
“Ci sono giornali veri di partiti veri, giornali veri di partiti falsi, giornali falsi di partiti falsi”. Ne “Il finanziamento quotidiano”, un servizio di Bernardo Iovene trasmesso da Report, il settimanale di Milena Gabanelli (Rai Tre, 23 aprile), così è riassunto lo scandalo di una classe politica che distribuisce i soldi pubblici con impareggiabile disinvoltura.
Un finanziamento di quasi due milioni di euro al giorno ripartiti a pioggia per “sostenere l’editoria”. E’ il costo di una parte della disinformazione quotidiana: il sostegno di importanti organi di informazione, ma anche di innumerevoli surrogati. Un silenzio complice dove tutti sono sponde di tutti. Come dimostra per esempio Antonio Polito, direttore di Il Riformista, un giornale che tira 2.000 copie, di difficile reperibilità in edicola, ma che usufruisce di un contributo di 179 milioni di euro. Polito apprezza Ferrara per avere dimostrato, con Il Foglio, “che si poteva fare”: in qualche modo “siamo tutti figli del coraggio iniziale di Ferrara”. Un coraggio che consente a Il Foglio di Ferrara di prendere tre milioni e mezzo di euro all’anno grazie, come egli stesso dichiara, a un “escamotage legale”: la firma di due amici “Marcello Pera senatore che faceva parte del Centro Destra e Marco Boato deputato del Centro Sinistra”, un avallo previsto di una legge del 1987 perché un giornale, espressione di un partito, potesse avere accesso ai finanziamenti. La legge dava una possibilità e noi l’abbiamo sfruttata – dice Ferrara – con un trucco, nel senso che non era un vero partito.
In Italia si legge poco e nessun giornale riesce a vivere di sole vendite. La legge a sostegno della editoria, approvata nel 1981, fu pensata proprio per aiutare i giornali di idee, come i giornali di partito, penalizzati dal mercato e non sorretti dalla pubblicità e allegati. Significava una spesa, riportata ai valori attuali, di solo 28 milioni di euro all’anno. Invece oggi si spendono 667 milioni. La Francia, che è l’unico paese europeo a dare finanziamenti pubblici, sborsa 250 milioni ma solo per i giornali di partito e con poca pubblicità.
L’inchiesta di Report suggerisce che la ragione per cui lo stato paga tutti questi soldi è quella di lasciare libere le tv di intascare il 55% della raccolta pubblicitaria, mentre alla stampa va solo il 33%. Nel resto d’Europa le proporzioni sono rovesciate.
Ferruccio de Bortoli, direttore di “Il sole 24 ore”, contrario ad incentivi pubblici, ma, si capisce, solo in linea di principio, critica queste condizioni del mercato dell’informazione e ha buon gioco nel dire che “i giornali non hanno avuto qualcosa di simile al decoder per promuovere la lettura”
Oltre alla disinformazione generalizzata, qual è il risultato di questo “sostegno all’editoria”? Marina Gabanelli ricorda che oggi in Italia sono sei milioni di persone che ogni giorno comprano il giornale. Lo stesso numero che c’era nel dopoguerra. Un panorama a dir poco deprimente.
(Oscar Itzcovich)
Posted by OLI at 12:04 | Comments (0)
Soldi pubblici/2 - Giornali al banchetto dei liberi spartitori
Possibile che nel centro-sinistra siano diventato tutti buonisti per merito e vocazione?
Ho appena finito di prendermi l'ulcera dopo avere visto Report di questa sera, domenica 23 aprile, ore 21,30. Miserevole la via crucis dei moralisti accattoni come Libero, Padania, Unità, e giù una sfilza di giornalucoli e giornaletti, compresi Avvenire, il Campanile, Sportman, ecc. ecc che prendono contributi a perdere dallo stato per oltre 600 milioni di euro all'anno.
Signori, diconsi seicentomilioni di euro, cioè 1.200 miliardi di ex lire all'anno: una mangiatoia aperta a tutti perché basta che due deputati garantiscano che quel giornale ecc. ed ecco entri nella congregazione degli Spartitori liberi e associati. Con quella cifra si potrebbe aumentare la pensione di altre 500 euro a ben 1.200.000 pensionati alla fame.
Feltri come direttore di Libero prende 15.000 euro al mese, Padellaro come direttore dell'Unità 9.000, tranne quello del Manifesto che prende una elemosina. Tutti tengono famiglia, ma poi vengono a fare la morale sugli sprechi... degli altri. Anche Radio Maria partecipa al miracolo. Alla faccia di Berlusconi che doveva eliminare gli sprechi, mentre li ha decuplicati e quasi tutti alla stampa di destra. Quelli di centro e sinistra non sono stati da meno e siccome pecunia non olet, visto che si trovavano nei paraggi ne hanno approfittato.
A questo si aggiunga che è bastato che Bertinotti dicesse che Mediaset va ridimensionata e subito a sinistra si sono tutti dileguati e distinti: Mediaset è una risorsa... lo ha detto anche D'Alema, come se fosse un Padre della Chiesa autorevole come Origene. Mi pareva di avere capito che uno dei primi provvedimenti del nuovo governo dovesse essere quello dell'abolizione delle leggi ad personam, senza distinguo, ma forse avevo capito male e probabilmente s'intendeva (intendevano) che avrebbero fatte altre leggi ad personam per equilibrare quelle a favore di Berlusconi perché in una democrazia che si rispetti bisogna bilanciare i contrappesi: tanto a destra tanto a sinistra e tanto al centro. O no?
E' appena finita l'ignobile sceneggiata dei posti nel peggiore stile democristiano e berlusconiano, ma forse non sapete che non si tratta di arroganza e di appetito, ma quando mai? Qui si parla di pluralismo, signori, non è solo una distribuzione di posti e prebende, si tratta di alta politica. Non basta, fra poco ci ritroveremo Andreotti a presidente del Senato: colui che ha contribuito alla corruzione dello Stato, allo sfacelo, al cancro della mafia, che alle ultime elezioni ha fatto eleggere il suo avvocato da An e che ha votato An, ora dobbiamo averlo anche come prima carica istituzionale dopo il presidente della repubblica? Dio mio, non c'è limite al degrado
Dobbiamo imporre al nuovo governo alcune certezze certe e il massimo del rigore morale dentro e fuori, di sopra e di sotto, di fianco e di traverso. Questa e solo questa è la differenza tra destra e sinistra. Solo questo: il rigore morale, il bene comune anteposto a qualsiasi altro diritto pure legittimo. Con le primarie e le politiche abbiamo chiesto unità e questi signori, si fa per dire, ci danno ogni giorno di più spettacolo di divisione, di litigi che la gente non solo non capisce, ma disprezza e condanna senza appello.
(Paolo Farinella, prete che è sicuro di parlare a nome di un mare di gente)
Posted by OLI at 12:01 | Comments (0)
Banche - Sui bond argentini silenzio stampa
Colpisce il silenzio stampa sul nostro sistema bancario. Silenzio interrotto solo in presenza di provvedimenti dell’autorità giudiziaria che rivelano situazioni, responsabilità e reati incredibili. Allora pagine su pagine, ma solo per qualche giorno; poi torna a prevalere la congiura del silenzio. Ormai, nel Bel Paese, il compito di controllare e difendere il risparmio viene svolto dalla Magistratura, e questo in presenza di un colpevole silenzio della stampa, sia specialistica che informativa, e con assurdi Porta a Porta dove inquisiti in poltrona dissertano sulla buona fede e sui compiti del Governatore della Banca d’Italia e sul risparmio in genere.
Eppure, come tutti hanno potuto constatare attraverso gli atti giudiziari e le denunce della Comunità Europea (costo delle carte di credito) il sistema bancario italiano non brilla in termini di trasparenza, servizio alla clientele e costi.
Ultimo episodio, in ordine di tempo, passato sotto silenzio dalla stampa, è l’invito rivolto dagli istituti di credito ai soli sottoscrittori ancora in possesso di bond argentini, per aderire all’iniziativa ICSID, “organismo internazionale istituito presso la Banca Mondiale per la gestione delle controversie relative ad investimenti effettuati da cittadini di un paese membro nei confronti di un altro paese aderente alla Banca Mondiale”.
Il primo quesito spontaneo è come mai, fino ad oggi, nessuna banca ha menzionato questo trattato bilaterale stipulato tra Italia e Argentina il 22 maggio 1990? Molti cittadini, ignari come sempre, hanno accettato un rimborso irrisorio perdendo l’ottantaquattro per cento del capitale investito a suo tempo, investimento peraltro maturato su suggerimento degli zelanti funzionari bancari che dovevano ridurre il margine di rischio per i loro istituti.
Ma i problemi sussistono anche per coloro che, ancora in possesso dei bond e avendone titolo, aderiranno alla proposta, avanzata, con molta discrezione ai singoli clienti. Infatti si prevede un iter lungo (3 – 5 anni) e viene richiesta una documentazione costosa, corposa, a fronte di una trattativa che se conclusa negativamente toglie la possibilità di far causa alla banca. Occorre infatti presentare: Fotocopia della Carta di identità – Certificato storico di residenza – Certificatio di nascita – Certificato di cittadinanza – Fotocopia del codice fiscale – Certificato INPS o altro ente previdenziale che attesti il numero di previdenza – Fotocopia della scheda elettorale – Altri documenti eventualmente a disposizione.
Ovviamente i certificati (3 per la cronaca) vanno in bollo (€ 16 cadauno) e se il conto deposito è cointestato occorrono per ognuno dei cointestatari con oneri che si sommano alle ingenti perdite già sostenute; e questo non per ottenere un rimborso ma per iniziare una trattativa.
Chissà se documentazione analoga è stata richiesta dall’ex governatore Fazio, alla Banca Popolare di Lodi e all’Unipol prima di autorizzare le recenti e chiacchierate scalate bancarie.
Ma stupisce anche come le grandi banche italiane, con funzionari ligi e burocrati ferrei nei confronti del piccolo risparmiatore, abbiano invece concesso ingenti prestiti sulla parola a Tanzi e soci per la Parmalat. In ogni caso, accortamente e come sempre, hanno trasferito i titoli e le relativi perdite alla propria clientela.
(Vittorio Flick)
Posted by OLI at 11:58 | Comments (0)
19 Aprile 2006
Finanza - C’è la Genova intoccabile nel concerto dei furbetti
C'entra la Carige con lo scandalo finanziario dell'anno che ha portato in galera Fiorani con i suoi compagni di merenda e ad inquisire l'ex governatore della Banca d'Italia con un bel po' di funzionari dello stesso organismo? Certo che c'entra. Peccato che a livello locale il Secolo XIX che ha dedicato alla faccenda due pezzi l'11 e il 12 aprile scorso, abbia circoscritto il tutto alle attività di "lobbista" del senatore Grillo facendosi subito perdonare da lui col dargli circa il 50% dell'articolo per scagionarsi.
E peccato che anche Repubblica (11 aprile 2006) abbia scelto di mitigare il suo pezzo ("Fiorani: ecco la trama genovese") affiancandogli una dichiarazione del presidente di Carige, Berneschi, sia pure sotto forma di "intervista". Popolare di Lodi (Fiorani) e Carige (Berneschi) con la benedizione di Bankitalia (Fazio) hanno intrecciato le loro manovre finanziarie speculative al punto che non è difficile immaginare uno sviluppo genovese dell' inchiesta. Fiorani ha dichiarato che fu proprio Fazio a indirizzarlo alla Carige quando lui si muoveva alla ricerca di denaro per la sua scalata nascosta. La domanda degli inquirenti è se Carige, comprando 100 milioni di euro di azioni Antonveneta, lo ha fatto perché era un "affare" o perché mossa da interessi diversi. E in questo secondo caso di quali interessi si tratta? Le piste seguite dalla magistratura sono diverse, dall'appartenenza all'Opus Dei del vertice di Bankitalia, Carige ecc., alla presenza nella direzione Carige di altri personaggi coinvolti nel concerto come il parlamentare Udc Bonsignore (anche lui imputato di aggiotaggio nell'inchiesta Antonveneta) e il cui figlio è membro del Cda Carige. Fiorani sostiene che Bonsignore oltre a far parte del gruppo dei concertisti era uno dei tre politici che della faccenda "sapevano tutto". Proprio come l'ex senatore Grillo che, interrogato in proposito, ha sostenuto di aver voluto "difendere solo l’italianità delle banche e l’Italia dalla presenza di troppi capitali stranieri". Quanto alla Carige Grillo aveva dichiarato, sin dal 16 febbraio 2006 (Sole 24 Ore), che rilevando quote di Antonveneta e Bnl pensava sicuramente di incrementare i suoi sportelli in Veneto e nel Lazio. Una vera intuizione, la sua, che Berneschi nella sua autointervista conferma: Ho dato una mano a Fiorani in cambio di "un po' di sportelli". "Se ti crescono potresti venderli a noi gli dissi, a voce (nda, purtroppo!)". In ogni caso ha precisato Berneschi di affari come quello con Fiorani lui ne farebbe uno al giorno ecco perché non c'era alcun bisogno che Fazio gli telefonasse per chiedergli di comprare azioni di Antonveneta. Tutto qui. E i 150 milioni di euro di Carige a Caltagirone, big del controppatto Bnl? E la creazione di Confimmobilare, presieduta da Ricucci? Una notizia di quasi sette mesi fa' (Repubblica, 16 ottobre 2005), "Immobiliari. Lo sbarco di Ricucci: una santa alleanza per gestire il business delle case" (con Billé!). A fare da sponda ci sono la Carige, tra i soci fondatori insieme a quattro istituti di credito, e quella Fondazione Sorella natura attiva nella cosiddetta finanza etica che ha trai suoi soci onorari Antonio Fazio e Giampiero Fiorani". Peccato che nella sua autointervista Berneschi non preveda queste domande e quindi le risposte.
(Manlio Calegari)
Posted by OLI at 17:03 | Comments (0)
Informazione - Anche la carta stampata in silenzio come Pisanu
Ne “I silenzi di Pisanu” (Repubblica, 15 aprile), un articolo sull’unico grande imbroglio imbastito in queste elezioni, un risultato incerto che invece incerto non era, G. D’Avanzo osserva che ciò è potuto accadere come “risultato delle tre debolezze – politica, istituzionale, informativa - che hanno accompagnato l’avventura governativa del premier".
E spiega: "L’impotenza della politica e la fragilità delle istituzioni sono state possibili, in queste ore, per la diffusa debolezza dell’informazione e, soprattutto, del servizio pubblico radiotelevisivo… La risposta a ogni dubbio sull’incertezza del voto era riposta in ventisei luoghi riconoscibili, le Corti d’Appello. Era sufficiente raggiungere quei palazzi per trovare la smentita degli allarmi del premier all’inconsistenza dei dati del Viminale. Un lavoro di routine. Ci sarebbe potuto attendere che soprattutto il servizio pubblico radiotelevisivo volesse affrontarlo.”
Purtroppo, D’Avanzo, celebre per i suoi esemplari contribuiti al giornalismo investigativo, non ci dice perché questo compito di mera routine non è stato assunto dalla carta stampata che pare ormai ridotta a raccontare quello che i telegiornali hanno mandato in onda la sera precedente.
(Oscar Itzcovich)
Posted by OLI at 17:01 | Comments (0)
12 Aprile 2006
10 Aprile - Voltare pagina ma in avanti
I corrispondenti delle più importanti testate straniere (El País, Die Welt, Le Monde, The Independent ma non solo) hanno scritto, prima del risultato delle elezioni italiane, che - in caso di vittoria - il centro sinistra avrà bisogno di almeno un anno e mezzo per correggere le principali mostruosità legislative del governo passato. Ma che ce ne vorrà sicuramente di più per cominciare ad affrontare la massa di problemi irrisolti o lasciati a macerare e che richiedono, come aveva osservato Prodi all'inizio della campagna elettorale, "riforme radicali". Tra queste, e più importante di tutte, quella di una informazione libera, sottratta al controllo dei partiti, dei cartelli elettorali, dei monopolisti.
Negli anni recenti l'informazione ha vissuto nel nostro paese i suoi anni più bui che neppure l'abbondanza di chiappe, turpiloquio e scopate in diretta ha potuto mimetizzare. E' venuto il momento di voltare pagina che vuol dire andare avanti e non tornare all'antico che come ognuno può osservare non ci ha messo al riparo dalle "anomalie" - come gentilmente sono state chiamate - di un presidente del consiglio che possedeva il 95% dell'informazione del paese. L'Italia che vuol voltare pagina ha bisogno, per ragionare e tornare a decidere, di conoscere la verità su economia, giustizia, scuola, cultura. Abbiamo tutti bisogno di una informazione libera, pluralista.
La "Proposta per un'iniziativa di legge popolare in materia di disciplina del sistema delle comunicazioni audiovisive" (OLI n° 96) per la quale si stanno raccogliendo le 50 mila firme necessarie, è solo un aspetto del problema. Anche il Parlamento dovrà fare la sua parte ma le premesse non sono favorevoli. Una sciagurata legge elettorale ne ha fatto una creatura delle segreterie di partiti - meglio: di piccoli centri di potere dato che i partiti sono ormai ben poca cosa. Alla società civile, ai giornalisti e agli operatori dell'informazione, ai cittadini che da oltre tre anni sono i veri protagonisti della politica del nostro paese, tocca un compito importante che sarebbe illusorio delegare; trasparenza, chiarezza, voglia di verità non fanno ancora parte dei costumi dei partiti. Almeno nella quantità oggi necessaria.
Permane nei partiti una pericolosa volontà di controllo sulla comunicazione radiotelevisiva e sulla stampa: una anomalia "storica" che non ci ha messo al riparo da B. E' dunque il momento di scioglierla. Quanto a noi di OLI abbiamo dato vita al nostro osservatorio circa 3 anni fa: volevamo far qualcosa "contro l'omologazione dell'informazione" per contribuire a rendere più trasparenti i rapporti tra informazione e politica. Tra un paio di settimane la nostra NL toccherà il numero 100. Spesso abbiamo ricevuto apprezzamenti per il nostro lavoro. Vorremmo che si trasformassero in collaborazioni. C'è molta strada da fare ancora.
(Manlio Calegari)
Posted by OLI at 09:49 | Comments (0)
22 Marzo 2006
Storie antiche - Servono a distrarre i grandi duelli
Dopo il ciclone Sanremo, si sta abbattendo sui giornali lo tsunami "confronti elettorali". Da almeno una settimana la stampa dedica la maggior parte dello spazio riservato alla politica italiana a quanto avviene in tv. Prima è imperversato il "caso" Berlusconi vs. Annunziata (o viceversa), poi lo scontro Berlusconi - Prodi davanti a Mimun. Ora lo spettacolo inscenato in Confindustria. Il confronto elettorale si risolve in un torneo, come nel medioevo, quando i campioni si affrontavano lancia in resta per decidere la sorte della bella di turno.
Già nell'antichità Omero era apprezzato e letto più di Tucidide. Il mito diverte e distrae (etimologicamente sono la stessa parola), la storia impegna e stanca.
La carta stampata appare incapace di resistere alla potenza della rappresentazione televisiva. Ciò che appare in tv si abbatte sui giornali, che nel tentativo di recuperare un ruolo che gli sfugge, trattano quella che è già un'elaborazione altamente sofisticata e artefatta come se fosse realtà primaria, una materia grezza da ordinare, vagliare, valutare, interpretare. Evitano così di essere piallati dallo tsunami televisivo? Sì, no, non so. La politica del giunco che si piega al vento forse salva il giunco, ma poi tornerà dritto come prima?
C'è un altro aspetto che val la pena di evidenziare: più si innalzano i livelli di rimozione della realtà e di elaborazione mitica della stessa, più aumenta la resistenza e il fastidio in settori crescenti della popolazione. C'è chi pensa che si possa arrivare al dominio perfetto, che non ci sia limite alla capacità dell'uomo di illudersi e di farsi ingannare. Si sbaglia. La rimozione salva dal dolore, ma poi la realtà si vendica, e azzanna dove non te l'aspetteresti.
Lo stesso sistema che appare preordinato in maniera perfetta per perpetuare il dominio dei pochi sui molti secerne il veleno che lo distruggerà. Questo sistema elettorale permetteva, non rendeva obbligatorio, quello che è successo. La partitocrazia ci si è buttata a pesce. Ma così facendo ha cancellato ogni mediazione: il prossimo parlamento (lo scrivo minuscolo a ragion veduta) è stato già ora deciso dalle segreterie dei partiti. E' caduto ogni diaframma, ogni finzione. Un'oligarchia di qualche centinaia di persone (a dir tanto), di destra e di sinistra, esercita privatisticamente la sovranità al posto del popolo, al di fuori di ogni regola e controllo pubblico. Ora è evidente, dichiarato e certificato.
I "duelli" televisivi e tutto il contorno sono gran parte di questo gioco. A poco a poco questa verità si farà strada, e forse tangentopoli verrà ricordata, in futuro, come una semplice scossa di avvertimento, prima del terremoto vero.
(Pino Cosentino)
Posted by OLI at 08:54 | Comments (0)
8 Marzo 2006
RAI & SSN - Chi può mettere un freno ai padroni dei partiti?
Sono rimasto impressionato dalla frase conclusiva del corsivo di Paolo Lingua sul "Repubblica-Lavoro" di venerdì scorso (3 marzo): "Non ci sono più buoni e cattivi, ma solo piccoli mascalzoni furbastri". Il riferimento è ai partiti, di destra come di sinistra. L'articolo era intitolato "L'utero in affitto dei partiti. I nuovi mostri elettorali".
Sono rimasto impressionato perché se un giornale autorevole come "Repubblica" ospita un simile giudizio sui partiti, così poco "diplomatico" nella sua lapidaria e definitiva durezza, significa che il livello di insofferenza dell'opinione pubblica ha raggiunto livelli altissimi.
Ancora poco tempo fa un giudizio simile sarebbe stato tacciato, specialmente a sinistra, di qualunquismo. Oggi è considerato quasi ovvio, pacificamente accettato dalla più larga opinione pubblica.
"Non ci sono più buoni e cattivi, ma solo piccoli mascalzoni furbastri".
Cosa si può dire di più aspro, di più definitivo? La sensazione che lascia è quindi questa: le parole sono finite, non resta che l'azione. Bisogna fare qualcosa.
I "piccoli mascalzoni furbastri" non sono le persone in quanto tali, bensì in quanto figure sociali, esponenti-padroni-padroncini dei partiti, i quali svolgono una funzione pubblica riconosciuta dalla Costituzione, ma sono appropriati da privati a fini privati.
Andiamoci a leggere l'articolo di Mario Pirani su "Repubblica" del 27 febbraio scorso: "Le mani dei partiti sul servizio sanitario". In Senato il 14 gennaio è stato votato un provvedimento in base al quale ex parlamentari ed ex consiglieri regionali possono essere nominati direttori generali, direttori sanitari e direttori amministrativi delle ASL, a prescindere da qualsivoglia competenza specifica in materia. La legge è stata votata alla Camera con 366 sì, 2 no e 14 astenuti.
Di fronte a fatti come questi, si resta muti. Non c'è parola adeguata.
Altrettanto grave la situazione del sistema radiotelevisivo, vitale per la democrazia. Qui il vero scandalo è la RAI. Ancora più di Mediaset e del conflitto d'interessi di Berlusconi. Il Consiglio d'Amministrazione della RAI è oggi costituito, in dispregio alla stessa legge Gasparri (!), che parla di persone "di notoria indipendenza", da sette parlamentari e altre due "personalità indipendenti", uno direttore di "Europa", quotidiano della Margherita, l'altro dirigente di Forza Italia. L'occupazione partitica della RAI non si era mai espressa a questi livelli. Meraviglia perciò il silenzio dei "mezzi d'informazione" (!) sulla raccolta di firme, che è in corso anche a Genova, per presentare al voto in Parlamento (occorrono 50.000 firme autenticate) la proposta di legge di iniziativa popolare sulla riorganizzazione del sistema audiovisivo, che contempla la fine del duopolio RAI - Mediaset e una RAI sottratta al controllo dei partiti, come ha fatto Zapatero in Spagna. Cominciamo a fare qualcosa. Le parole sono finite.
(Giuseppe Cosentino)
Posted by OLI at 10:11 | Comments (0)
Meridiana - C'è un tempo per evitare e uno per recriminare
Titolo: "Meridiana, tesoro abbandonato". Occhiello: "Architettura - Viaggio nell'edificio che Viziano sta per trasformare in condominio extralusso. I locali di maggior pregio, oggi nel degrado, saranno visitabili". Con molta disinvoltura un articolo a mezza pagina e cinque colonne presenta come recupero ciò che sembra tutto fuorché un restauro conservativo (Cambiaso e Coppedè in promiscuità con vari vani ascensori, scale e un parcheggio) e per generosa disponibilità dei futuri proprietari (consentire visite da parte del pubblico) ciò che invece è un obbligo di legge.
Accanto, in piccolo, un contentino ai soliti contestatori: comitati e associazioni che continuano la raccolta di firme per protestare contro l'ipotesi del parcheggio nel cinquecentesco Palazzo della Meridiana (Secolo XIX, 4 marzo 2006). Se sarà costruito, sarà compromesso irrimediabilmente il percorso che permette di raggiungere a piedi dalla stazione Principe attraverso via Cairoli (indi cata dalla proprietà come l'unica via di accesso al parcheggio) la monumentale via Garibaldi, il centro storico e quello commerciale della città. Il costruttore Davide Viziano difende "l'alto valore culturale dell'intervento", ma è difficile trovarne il nesso con un parcheggio di 26 posti al servizio di un condominio privato.
Sempre sul Secolo XIX (20 dicembre 2005), Viziano diceva che il progetto "sarebbe in dirittura d'arrivo", per la costruzione del parcheggio "basta una semplice dichiarazione di inizio attività al Comune, la cosiddetta Dia". Per rassicurare i cittadini preoccupati per i deleteri effetti del traffico in via Cairoli aggiungeva: "Nei contratti di vendita inseriremo una clausola per cui gli acquirenti si impegnano a rispettare l'ordinanza comunale (divieto di transito dalle 10 alle 19). Di fronte a questo singolare impegno privato di alcuni cittadini di rispettare leggi e ordinanze comunali, l'assessore al traffico, Arcangelo Merella seraficamente puntualizzava: "Siamo d'accordo, purché la clausola sia inattaccabile dal punto di vista legale" (!). Perplesso, se non contrario, sembrava allora l'assessore all'urbanistica, Bruno Gabrielli, secondo il quale il progetto non sarebbe stato "neppure presentato in Comune" anche perché, "se l'intervento fosse considerato un semplice restaur o conservativo, non frutterebbe un centesimo come oneri di urbanizzazione", trascurando forse che la costruzione del parcheggio implica anche buttare via i soldi pubblici usati pochi anni fa per pedonalizzare di via Cairoli.
Sono passati quasi tre mesi, continuano le proteste dei cittadini e da parte dall'Amministrazione - come spesso accade - non ci sono risposte. Sembra che nessuna obiezione sia emersa finora da parte della Soprintendenza. Se è vero che "c'è un tempo per evitare ed un tempo per recriminare" - come quasi biblicamente ricordava poco tempo fa Gabrielli a proposito delle polemiche sul parcheggio di via Caffaro - sarebbe urgente porre alcune domande. Per il parcheggio del Palazzo della Meridiana l'iter per l'approvazione del progetto è stato già concluso? I pareri degli enti preposti a tutela del patrimonio storico e culturale della città sono stati già espressi? Tutti i vincoli sono stati già superati? In che momento siamo: ancora in "un tempo per evitare" o solo in "un tempo per recriminare"? Al momento l'informazione tace.
(Oscar Itzcovich)
Posted by OLI at 09:51 | Comments (0)
2 Marzo 2006
Velina/1 - Informazioni riservate sulla Carige
Repubblica 19 gennaio 2006 spiega con l'entusiasmo che ci mette di solito quando parla della Carige come vengono amministrati i soldi della Fondazione Carige: palazzi, obbligazioni, e partecipazione azionarie nella banca Carige (ovviamente!) che in questo modo si riprende i soldi che lo statuto vorrebbe fossero destinati ad investimenti nel sociale e nella cultura.
Così la Fondazione resta lo strumento di controllo della Carige che in realtà usando la Fondazione come cassaforte delle sue azioni evitare di vederle finire sul mercato con il rischio per il gruppo dirigente locale di perdere il controllo della banca. Alla faccia dei liberali, dei riformisti, della legge Ciampi e di quanti pensano che almeno un po' più di trasparenza non ci starebbe male. Specie dopo che le indagini hanno chiarito come Carige sia stata nell'ultimo anno "crocevia delle scalate bancarie" dei vari Fiorani, Billé, Ricucci e compagnia (Sole 24 ore 16 febbraio scorso). Quanto va le il patrimonio della Fondazione Carige, si chiedeva Repubblica? Almeno un miliardo e mezzo di euro, rispondeva Repubblica "secondo quanto aveva potuto ricostruire". Informazioni riservate? Chi lo sa. Di certo Repubblica sembra avere con la Carige di Berneschi un qualche canale preferenziale. Osservare ad esempio Repubblica 22 febbraio 2006, spalla di prima pagina, "La banca dei due mari Carige sbarca sull'Adriatico". Lo scoop annuncia l'acquisto - da parte di Carige - della Cassa di risparmio di Fermo, 70 sportelli, 400 dipendenti. "Lo sbarco in Adriatico pianificato nella massima riservatezza dai vertici del gruppo guidato da Berneschi" è ormai in corso, annuncia Repubblica orgogliosa di essere la prima a dare la notizia grazie a sue fonti riservate. A fonti ufficiali fa invece riferimento "Il Resto del Carlino" dello stesso 22 febbraio 2006. "La Fondazione della Carifermo (che ha il controllo della Cassa di risparmio di Fermo) ringrazia Carige per l'interessamento ma fa sapere che non intende cedere il controllo dalla banca. Non ci sarà alcuna trattativa" con "l'istituto di credito ligure, che già controlla numerose Casse minori nell'Italia centro-settentrionale e che ha avuto un ruolo non secondario nei tentativi di scalata ad Anton Veneta e Bnl". Domanda: chi avrà fatto davvero lo scoop? Repubblica annunciando l'acquisto o il Resto del Carlino negandolo? La risposta alla prossima "velina".
(Manlio Calegari)
Posted by OLI at 10:54 | Comments (0)
Velina/2 - Quegli innominati ospiti dell'Opus
Repubblica e Secolo del 19 febbraio scorso hanno dedicato uno spazio di attenzione a Massimo Introvigne, "avvocato, sociologo, docente universitario alla Pontificia università della Santa Croce in Roma, esperto di Islam, terrorismo e massoneria, fondatore e direttore del Cesnur (Centro studi sulle nuove religioni) che il giorno precedente aveva inaugurato l'anno accademico alla "Residenza Universitaria Le Peschiere" il centro di formazione che l'Opus Dei possiede nel quartiere di Albaro.
Ad ascoltarlo una "nutrita platea di personaggi in vista della città". Introvigne, che ha dedicato la sua prolusione ai rapporti tra la Turchia e l'Europa, è autore di centinaie di pubblicazioni e articoli, sull'universo mondo, e collabora con "Il Giornale" e "La Padania". Nel corso della manifestazione ha approfittato per spiegare che il rischio di avere Diliberto al governo (che ha fatto "l'apologia dei delinquenti") è superiore a quello che si corre tenendoci Cald eroli. Ha inoltre spiegato i rischi della costruzione della Moschea a Genova perché lui sa bene come l'Islam concepisca queste iniziative "come la conquista di un territorio straniero". Quanto all'Opus Dei, chi ha presentato Introvigne al pubblico presente ha detto che si tratta di organizzazione che non nasconde nessun segreto (nda, anche se non ha mai fornito l'elenco dei suoi aderenti), che è "una realtà apostolica e santa" e che Genova è orgogliosa di questa presenza. All'interesse della stampa locale per il modesto avvenimento non è estraneo il peso rilevante che l'Opus Dei ha a Genova grazie ad adepti e fiancheggiatori di prestigio come Lorenzelli, presidente della Fondazione Carige e consigliere della fondazione Gaslini, il cardinale Bertone e molti di quei "personaggi in vista della città" presenti alla esternazione di Introvigne di cui però i giornali non sono stati in grado di fornire neppure un nome avendo limitato il loro compito a diffondere la velina diffusa dai fans dell'Opus.
(Manlio Calegari)
Posted by OLI at 10:52 | Comments (0)
Miti - Ma e' un sacrilegio spegnere la fiamma?
Nei giorni scorsi ho assistito - su diversi TG della RAI - ad un servizio sulle vicissitudini della fiamma olimpica di passaggio in Val Susa. I fatti:
una bandiera del movimento antiTAV ha sfiorato il tedoforo e relativa torcia. I commenti: "minacciata la fiamma di Olimpia (sul punto di spegnersi!)" grave colpo d'immagine e sdegno da parte di tutti (compresi alcuni portavoce del movimento antiTAV).
Mentre vedevo tale ondata di apprensione per i sacri valori olimpici mi sono ricordato di un fatterello accaduto proprio a Genova poche settimane addietro in occasione del passaggio della medesima fiamma: le proteste in via XX settembre (anche lì antiTAV e "no global" come si usa dire) avevano bloccato il corteo festante e il tedoforo era stato fatto accomodare in una macchina dal comitato organizzatore, con la fiaccola - ovviamente - spenta, per percorrere in sicurezza qualche centinaio di metri e riprendere poi la sua corsa superati i manifestanti e riaccesa la fiaccola. I commenti di allora (sui medesimi TG della RAI) avevano rassicurato tutti sul fatto che la fiamma sacra di Olimpia in realtà non era stata spenta poiché custodita in una lanterna chiusa alla quale la fiaccola del tedoforo veniva alimentata... Insomma mi chiedo chi racconta storie, la fiamma è spenta o è accesa?
(Giovanni Daniele)
PS Per una puntuale verità dell'informazione, va anche detto che nel coro di peana olimpici, la Rai non ha mancato di ricordare, grazie alla voce di qualche giornalista dotato di memoria storica, che il mito della fiaccola portata dal tedoforo fu rispolverato dal nazismo con le Olimpiadi di Berlino 1936, per cu i la minaccia alla sacralità del gesto millenario sembra tutta da discutere…
Posted by OLI at 10:39 | Comments (0)
22 Febbraio 2006
Informazione - Su Grillo&Carige silenzio-stampa
L'agiografia -"esaltazione di avvenimenti o personaggi storici"- è un genere particolarmente coltivato dalle pagine locali di Repubblica, impegnate ormai da tempo a dare lustro a industriali, banchieri, finanzieri locali, presentati come benefattori di una regione un po' disastrata che solo grazie a loro sta recuperando terreno. Una delle pratiche più frequenti di questa operazione si chiama "autointervista", grazie alla quale l'interlocutore di turno risponde a domande prefabbricate. Cioè le domande richieste da lui stesso o quelle che il benevolo intervistatore gli rivolge ben attento a non metterlo in imbarazzo.
Se qualcuno si fosse preso la pena di conservare le interviste comparse su "Il Lavoro", durante gli ultimi due anni, ai vari Riva, Berneschi, Spinelli, Garrone, Lorenzelli, Castellano, Bisagno ecc. e si prendesse la briga di rileggerle tutte di seguito, l'effetto comico è garantito.
Potevano fare di meglio? Per quello che attiene alla morale sono gli interessati che dovrebbero rispondere. Invece, quanto al prodotto giornalistico, l'informazione, tocca al lettore. E il lettore dice sì, potevano fare di meglio, molto meglio. Ecco un esempio. Il Sole- 24 Ore del 16 febbraio 2005 ha dedicato una intera pagina alla Carige: "Carige crocevia delle scalate bancarie. La regia di Fazio e il ruolo di Grillo. I legami con gli immobiliaristi". Si tratta di una inchiesta che senza concedere allo scandalo si limita a richiamare una serie di notizie comparse in cronaca nazionale relative al coinvolgimento della Carige nei progetti Fiorani, Ricucci, Billé e compagnia.
Di quei progetti la Carige è stata una protagonista attiva puntando "una fiche da 1.000 miliardi di vecchie lire" sulle due principali partite bancarie dell'estate passata, Antonveneta e BNL. E fin qui non ci sarebbe stato niente di male se non che le partite sono risultate criminalmente truccate e a guidarle c'erano personaggi oggi in galera per reati gravissimi.
L'inchiesta de "Il Sole" riferisce anche della relazione Grillo-Fazio e del rilievo avuto dallo stesso Grillo nel recente legame tra Berneschi e Fazio. Un legame che avrebbe permesso a Berneschi e alla Carige di superare indenne l'ispezione subita dalla Carige a fine 2002 ottenendo nell'occasione la testa dell'allora responsabile genovese della Banca d'Italia che venne trasferito a Milano. Nell'inchiesta si toccano anche altri argomenti molto seri su cui sarebbe interessante sapere le opinioni dei vari Berneschi, Scajola, Bonsignore, Lorenzelli e compagni. Ma a loro queste domande così imbarazzanti nessuno le ha poste o le pone. Peccato. Per l'informazione naturalmente.
(Manlio Calegari)
Posted by OLI at 11:38 | Comments (0)
Ponte Caffaro - Il Mostro più forte di ricorsi e appelli
Caro Osservatorio OLI, sono un vostro lettore ed estimatore e come residente di fronte al Mostro di Ponte Caffaro vorrei chiarire alcuni punti trattati nell'articolo "Il Mostro di Ponte Caffaro andava fermato" a firma di Camillo Arcuri sull'ultima newsletter.
Non è vero che nessuno abbia mosso un dito, noi abitanti di via Cancelliere e Passo Barsanti abbiamo inoltrato 4 esposti attraverso il nostro legale al Sindaco e agli assessorati competenti, abbiamo raccolto un centinaio di firme, abbiamo commissionato a un architetto le simulazioni dell'impatto dell'opera e le abbiamo pubblicate sul nostro sito internet passobarsanti.org, abbiamo partecipato ad innumerevoli riunioni del consiglio di quartiere (il cui presidente Bellezza, per la cronaca, si è sempre rifiutato di riceverci), e all'Assessorato all'Urbanistica.
Abbiamo coinvolto Italia Nostra, i senatori Cortiana e Martone (Verdi) hanno presentato un'interpellanza parlamentare.
Cosa abbiamo ottenuto? Quasi niente: una sospensiva del TAR, una modifica dell'ultimo piano, una modifica esterna (pareti in finto cotto invece che in vetro). Abbiamo percorso tutte le strade istituzionali per opporci a questo progetto, ma ci siamo dovuti render conto che davanti ad interessi forti che accomunano pubblico e privato c'è poco da fare. Col senno di poi, l' unica strada che non abbiamo percorso, e che qui in Italia purtroppo sembra sia l'unica che può dare risultati, è quella di "fare casino".
Dovevamo sdraiarci in mezzo a via Caffaro e bloccare il traffico, chiamare il Gabibbo, incatenarci alle griglie del cantiere, ma nessuno di noi residenti, persone tranquille poco esperte in guerriglia urbana, aveva voglia di ricorrere a queste iniziative. Avevamo fiducia nelle procedure democratiche, che prevedono molti controlli incrociati da parte di enti diversi per le opere da realizzare; peccato che questi controlli siano solo formali, e se ne può vanificare l'efficacia.
Soprattutto avevamo fiducia nella competenza e nel buonsenso dei decisori, ma tutti i nostri interlocutori istituzionali (quando si sono degnati di riceverci) ci hanno sempre detto : "Avete ragione, ma siamo vincolati da decisioni precedenti…" . Sembrava che nessuno avesse il potere di intervenire su precedenti decisioni sbagliate.
Questo progetto data dall'inizio degli anni '90, e nel corso del tempo il partito del mattone ha gettato a poco a poco le basi del progetto, da una clausola del Piano Regolatore- che qualifica l'area come zona degradata- fino al taglio di un platano a Ferragosto di qualche anno fa, quando nessuno di noi era al corrente del parcheggio. Ci siamo chiesti come mai, l'albero non era malato. Dopo, guardando i progetti, abbiamo capito: il platano stava davanti al futuro ingresso del parcheggio.
In conclusione abbiamo speso molto del nostro tempo e un bel po' di soldi ma qualcosa di positivo, a voler guardare bene, questa storia ci ha lasciato: abbiamo conosciuto delle persone meravigliose (quelli di Italia Nostra) abbiamo stabilito delle relazioni con i vicini, abbiamo capito come funziona il potere e abbiamo visto il suo vero volto.
Adesso lasciamo che le anime belle piangano sui muraglioni di via Caffaro, come piangeranno fra qualche anno sull'Acquasola, mentre quelli che hanno permesso e fortemente voluto il Mostro di Ponte Caffaro sono tutti lì al loro posto e, quel che è peggio, li abbiamo anche votati.
(Valerio Diotto)
Conclusioni elettorali a parte, non ci sono dubbi che l'informazione ha mancata al suo scopo: basta pensare alle paginate che si dedicano al "mostro" dell'ascensore e lo spazio riservato al mostro di cemento che ci starà addosso per un secolo almeno.
Posted by OLI at 11:13 | Comments (0)
15 Febbraio 2006
Trasparenza - Il mostro di Ponte Caffaro andava fermato
Il mostro -come le cronache attuali si ostinano a chiamare impropriamente il maniaco che aggredisce le ragazzine in ascensore- non sempre è così inafferrabile, da dovergli mettere una taglia sulla testa, secondo i riti western che tanto piacciono alle leghe di casa nostra. Prendiamo il mostro di cemento, questo sì un vero mostro, di ponte Caffaro: certo che poteva essere fermato, ma nessuno ha mosso un dito. Si tratta, come i genovesi ora possono vedere, di un autosilo di quattro piani che aggredisce con la violenza di un tirapugni la scenografia ideata dal Barabino per costruire la circonvallazione a monte.
Giustamente l'architetto Marina Poletti scrive a Repubblica che i muraglioni della "città verticale" vanno tutelati in quanto "patrimonio di identità inscindibile della nostra storia urbanistica". Le fa eco Michele Marchesiello definendo l'opera "un incubo degno di Metropolis", che insieme all'autosilo dell'Acquasola, per non dire delle Mura di Malapaga, dei parchi di Nervi e degli altri spazi pubblici immolati al feticcio del garage privato, sono simboli di un nuovo sacco della città.
Alle critiche, non proprio immotivate, l'assessore Bruno Gabrielli replica che sia all'estero, sia in altre città italiane gli studiosi di urbanistica hanno scelto Genova come "modello di riferimento", in positivo s'intende, mentre qui "prevale l'umor nero". Ed evitando di entrare nel merito afferma infine che "c'è un tempo per prevenire e un tempo per recriminare", ovvero fino al 1999 si poteva intervenire, dire che quella bruttura andava bocciata; ora, coi lavori in corso, si può solo piangere sul latte versato.
La domanda a questo punto riguarda chi aveva il compito, la responsabilità pubblica di evitare un simile affronto alla città; e la risposta non può che essere l'assessorato all'urbanistica, all'arredo urbano, la commissione edilizia o la soprintendenza ai beni storico-ambientali. Ammesso che agli occhi di quegli esperti una simile bruttura sia sembrata un capolavoro, a chi toccava protestare per tempo? Ai cittadini, ai consigli di quartiere, ai comitati spontanei, a condizione però di saperlo, di essere informati. Fare una simulazione al computer è prassi corrente per uno studio di progettazione; ma dubitiamo molto che sia stata seguita una procedura del genere per favorire una "scelta partecipata", come si dice.
Già trent'anni fa, quando negli Stati Uniti vararono la "Freedom Information Act", la legge sulla trasparenza, visto che pochi cittadini usavano il nuovo diritto di accesso all'informazione, l'Amministrazione stanziò molti milioni di dollari contro il rischio che la legge diventasse carta morta. Non sarà che da noi la trasparenza viene considerata un optional, fonte solo di fastidi?
(Camillo Arcuri)
Posted by OLI at 18:21 | Comments (0)
Informazione - Due radio: più news, ma di che tipo?
Un'emittente radiofonica dedicata interamente all'informazione. Radio Babboleo, presente da anni in Liguria con due canali che trasmettono solo musica, ha dal 9 febbraio un nuovo canale. Babboleo News, così si chiama, si presenta come la radio che ti aggiorna in tempo reale, 24 ore su 24, 7 giorni su 7 e che racconta tutto quello che succede in Liguria; politica, economia, finanze, trasporti, cronaca, spettacoli, sport, costume, viabilità, meteo.
E' un'offerta che intende riempire di notizie, interviste e approfondimenti ciò che riguarda grandi città e piccoli paesi della Liguria, tutto ciò con un notevole sforzo organizzativo. La nuova radio, si rivolge a "chi vuol sapere davvero tutto", rischiando forse di tenere lontano chi, desiderando sapere davvero almeno qualcosa, cerca di districarsi in quella che per ora pare una massa indistinta di notizie.
Nell'attesa di un palinsesto più strutturato, "Babboleo News", che si qualifica come la radio del secolo XXI, sembra in realtà aver voluto giocare di anticipo su "Radio 19", la radio del Secolo XIX che inizierà le sue trasmissioni il prossimo 19 febbraio con una programmazione mista: intrattenimento e informazione. Quest'ultima in stretta collaborazione con la redazione del Secolo XIX. "Radio 19" è un altro tassello nel vecchio progetto del gruppo Perrone, proprietario del quotidiano, di indirizzare l'azienda sui supporti multimediali e trasformarla in "una information company in grado di fornire notizie ventiquattro ore su ventiquattro".
Definito a torto di serie C, il giornalismo radiofonico continua quindi a dimostrare di essere sempre in migliore salute, con indici di ascolto in continuo aumento. Migliaia di ascoltatori a casa, in automobile, al lavoro, affrancati dalla fisicità della carta stampata o dalla immobile passività imposta dalla TV, possono seguire sullo sfondo un costante flusso di notizie, per concentrarsi solo su quelle che richiamano veramente la loro attenzione.
In Liguria, la comparsa non di una ma di due testate giornalistiche radiofoniche in evidente concorrenza tra loro è una novità. Se contribuirà a superare la scarsa quantità e soprattutto qualità dell'informazione locale meglio ancora.
(Oscar Itzcovich)
Posted by OLI at 18:16 | Comments (0)
8 Febbraio 2006
Media - Baciamano in TV al sciur padrun
In una delle “rare” occasioni offerte al cavaliere per apparire nei tg, in questi giorni di par condicio, non è mancata una sceneggiata a suo modo istruttiva. B. ha appena concluso un discorso alla platea osannante dei suoi sostenitori (è o era buona norma in Rai tagliare gli applausi di rito?) e una signora non più giovanissima si avvicina al podio con un grande omaggio floreale: glielo consegna e, non basta, gli bacia le mani accennando un inchino, secondo le peggiori tradizioni del più antico servilismo che non finisce mai.
Il sciur padrun di turno non si ritrae né tenta di sottrarsi a un atto di ossequio così anacronistico, specie da parte di una donna; anzi appare visibilmente compiaciuto.
Fin qui la dimostrazione, non trascurabile, della sua personale sensibilità, sense of humour compreso; la prova di un ego incontenibile, che lo vorrebbe sulla sedia gestatoria davanti a una folla genuflessa. Ma la domanda interessante è un’altra e riguarda il motivo per cui una simile scena è andata in onda. La ragione più semplice, “è il giornalismo, bellezza”, la regola aurea per cui è successo quindi si pubblica, non sembra adattarsi molto alla realtà della nostra informazione radiotelevisiva pubblica (e tanto meno privata). In redazioni dove si centellinano le presenze in video, i tagli delle inquadrature, manipolando immagini e contenuti, ormai la parola “verità” ha un suono soltanto ironico.
Scartata, dunque, come improbabile l’ipotesi di una corretta scelta professionale, ne restano altre due: l’adulazione o il dispetto. Per quanto si stenti a crederlo, in effetti è possibile che vi sia un caporedattore-maggiordomo così prono da scambiare quella scena per un gesto simbolico, emblematico della devozione così largamente sentita per il suo signore e padrone. I segreti tremori dell’animo umano non sono sempre razionalizzabili. Ma, a risollevarci il cuore sulle comuni sorti, resta l’alternativa della perfidia: mandare in onda quella scena indecente come estrema prova di sottomissione, classico atto di Fede, nella certezza che l’effetto sarà controproducente anche se il clan al potere plaudirà. E’ verosimile una risposta così sottile e cattiva, come reazione all’oppressione dei vertici unificati Rai-Mediaset? Il quiz non sarà mai proposto al gioco dell’Eredità che precede il Tg1: il telegiornale di cui si parla.
(Camillo Arcuri)
Posted by OLI at 13:27 | Comments (0)
1 Febbraio 2006
Informazione – Quanta propaganda e quanta ricerca
“Sconto sulle tasse per favorire la ricerca”, così il Secolo XIX (27 gennaio) titola una nota del sottosegretario di Stato agli affari regionali Alberto Gagliardi (Fi). Con l’ultima finanziaria è stata introdotta una disposizione che incentiva le imprese a donare fondi per la ricerca.
Il meccanismo è molto semplice e Gagliardi non ha difficoltà a spiegarcelo: se una società con reddito 100 elargisce 20, il suo reddito imponibile diventerà 80. Poiché l’imposta sulle persone giuridiche è pari al 33%, la società pagherà 80 x 0,33 = 26,40 anziché 100 x 0,33 = 33,00, “con un risparmio di 6,60 punti percentuali”, conclude trionfalmente Gagliardi. Sarebbe stato ragionevole precisare che l’ipotetica società disporrà di un reddito netto pari 13,40 punti percentuali in meno (6,60 punti di risparmio di fronte a una donazione di 20) e che l’esempio scelto è del tutto singolare. Con i tempi che corrono sarà difficile trovare società tanto altruistiche da rinunciare a percentuali così significative delle loro entrate, anche perché in Italia la generosità delle imprese, misurata dal rapporto fra donazioni e reddito lordo delle imposte, è ben al di sotto del 1%. Ma per Gagliardi ciò non è un problema. L’obiettivo del provvedimento del governo, dice Gagliardi, è quello di arrivare a muovere risorse che si avvicinino al 3 per cento del prodotto interno lordo (Pil), come l’Europa chiede ai paesi dell’UE “per accelerare la strategia di Lisbona su innovazione e competitività”.
Gagliardi accusa l’opposizione di una sistematica attività di disinformazione: “lancia slogan privi di qualsiasi approfondimento riguardante i presunti tagli ai fondi di ricerca” e “alza cortine fumogene per impedire alla gente di conoscere come stanno le cose”. Fa parte dell’opposizione la Commissione Europea che nello European Innovation Scoreboard di gennaio 2006 (http://trendchart.cordis.lu) colloca l’Italia tra gli ultimi paesi della vecchia Unione a quindici per capacità di innovazione?
Fa bene Roberta Pinotti (deputato Ds) a ricordare “come stanno le cose”: grazie ai tagli agli investimenti pubblici in ricerca e sviluppo fatti da questo governo, il finanziamento pubblico della ricerca in Italia è attualmente di solo circa 6 miliardi di euro, pari al 0,6% del Pil (Secolo XIX, 30 gennaio). Tagli reali, non presunti. Pinotti segnala pure che la relazione tecnica del Tesoro prevede che la norma citata da Gagliardi potrà procurare nel migliore dei casi un gettito di 250 milioni di euro, ben lontani dei 4-5 miliardi di euro necessari per raggiungere almeno l’un percento del Pil (10-11 miliardi di euro) e per cominciare ad indirizzarci verso gli standard stabiliti a Lisbona (30 miliardi di euro). In altre parole, il provvedimento magnificato dal sottosegretario Gagliardi è al di fuori di ogni disegno coerente e efficace.
Un provvedimento, ancora una volta, sostanzialmente propagandistico. Chi fa disinformazione?
(Oscar Itzcovich)
Posted by OLI at 12:11 | Comments (0)
18 Gennaio 2006
Quotidiani - Fare informazione o farsi la guerra?
Dalle colonne dell'edizione locale della Repubblica (13 gennaio), molte e pesanti sono le domande rivolte da Piero Ottone al Secolo XIX, il quotidiano di cui un tempo è stato direttore.
Perché, chiede Ottone, il Secolo XIX ha fatto e continua a fare la guerra a Giovanni Novi, presidente dell'Autorità portuale, e a Renzo Piano e al suo progetto e, in definitiva, al futuro del porto e della città? Eppure. Scrive Ottone, il progetto di Piano è un fatto di estrema importanza per la Genova del futuro. Al punto che lui pensa che per sostenerlo si debba "fare squadra", come ha sostenuto di recente il cardinale Bertone. Invece, "che cosa succede in quel giornale? Qual è il suo rapporto con la città? Come si spiegano certe sue posizioni, certe sue campagne?" Più che domande, sono una denuncia.
Lanfranco Vaccari, il direttore del Secolo XIX, risponde il giorno dopo, su due pagine. "Qui si discute di quale sia il ruolo di un quotidiano". "I quasi due anni di Novi a Palazzo San Giorgio impediscono a questo giornale di esprimere un apprezzamento positivo". Quanto a Renzo Piano, Vaccari respinge l'equazione "secondo cui chi è con l'Affresco è per il progresso e chi espone dei dubbi è per la conservazione". Aggiunge che "l'Affresco è oggi impantanato nello stesso stagno che ha già diluito in tempi biblici l'attuazione del Piano regolatore portuale" e ne attribuisce le maggiori responsabilità al Comune e alla Regione. Per Vaccari "Il problema è tutto politico e consiste nella capacità della classe dirigente locale di affrontare le sue responsabilità e di dare risposte semplici a domande altrettanto semplici. Che cosa si vuole sia Genova da qui a vent'anni? Quale genere di città è immaginata dalla politica? Una città portuale? E che tipo di città portuale? Da cinque o da dieci milioni di container (due prospettive diverse nel disegno urbanistico)? E che cosa ci deve essere di contorno? Con quale alta tecnologia riempire il contenitore degli Erzelli?"
Ben detto, ora aspettiamo che il Secolo XIX e la Repubblica si decidano a informare i cittadini su cose che molto probabilmente - vista le ragioni e l'asprezza dello scontro - loro conoscono molto bene.
(Oscar Itzcovich)
Posted by OLI at 13:11 | Comments (0)
11 Gennaio 2006
Scarichi/1 - I Seminari non assolvono i depuratori di Genova
Una stagione balneare rovinata. L'8 giugno l'Agenzia ligure per l'ambiente (Arpal) "promuove le spiagge genovesi. Mar Ligure più pulito" (titolo Corriere Mercantile). Domenica 17 luglio, invece, centinaia di bagnanti intossicati vengono ricoverati all'ospedale. Subito una notizia forse rassicurante.
Secondo l'Arpal è stata una biotossina rilasciata dalla Ostreopsis ovata, una microalga che in modo naturale e imprevedibile si è riprodotta in quei giorni al di là di ogni limite (19 luglio). Quanto imprevedibile? Come i terremoti o come gli uragani? Non è dato saperlo. Ma ci sono dubbi e la Procura indaga: viene ipotizzato il reato di danneggiamento ambientale. L'anomala fioritura sarebbe stata favorita dalla presenza di sostanze organiche provenienti da reti fognarie e quindi da un cattivo funzionamento dei depuratori."Basta con l'allarmismo" è l'appello del sindaco: "il funzionamento dei depuratori non c'entra nulla con l'alga Ostreopsis" (Corriere Mer cantile, 22 luglio). Ma, non si capisce sulla base di quali elementi Pericu sia arrivato a tale conclusione (Il Secolo XIX, 27 luglio). E i dubbi restano.
Il 5 dicembre l'Arpal organizza un seminario internazionale con l'asettico e dubitativo titolo di "Ostreopsis: problema per il Mediterraneo?". L'invito segnala che "l'estate scorsa è stata caratterizzata da sporadici disturbi sanitari ai bagnanti, associati alla presenza dell'alga Ostreopsis ovata. Tale problema si è presentato non solo in Italia, ma anche in Francia, Spagna e Grecia". Sembra proprio un fenomeno naturale. Mal comune…
Takeshi Yasumoto, uno dei maggiori esperti nel campo delle biotossine algali presente al seminario, avrebbe detto di non aver trovato collegamenti imputabili alla negligenza dell'uomo tra i fattori scatenanti e di ritenere che l'inquinamento e le sostanze scaricate in mare non rientrino tra le cause del fenomeno. Le dichiarazioni sono subito riprese sul sito del Comune (Notizie del giorno, 6 dicembre) con il titolo Alga tossica, assolti gli scarichi.
Assolti gli scarichi? Dopo un mese (4 gennaio), sul Secolo XIX, che a questo riguardo conduce da tempo un'esemplare inchiesta giornalistica, si legge invece che "non è stata un'anomalia della natura, l'improvvisa fioritura dell'alga killer … La Procura della Repubblica è ormai convinta: le irritazioni, le vertigini, le difficoltà respiratorie furono conseguenza di un processo innescato dal cattivo funzionamento dell'impianto di Punta Vagno…Ancora una volta finiscono nel mirino i depuratori-scandalo della città." (M. Menduni).
Purtroppo, un'altra storia infinita. E l'alga tossica è solo un capitolo di questa storia perché la Liguria ha subito un anno di emergenze ambientali: Stoppani, Iplom e Scarpino sono per rilevanza le più note, ma sono molti i comuni che hanno dovuto affrontare seri problemi (ancora depuratori, bonifiche, amianto, ecc.). Come si sono attivate le diverse agenzie preposte alla protezione della salute e dell'ambiente? Quali sono i rapporti tra di loro in situazioni di emergenza? Insomma, quale è stato il comportamento dell'amministrazione? Opaco, a giudicare dal caso dell'alga tossica. Lo stesso sembra valere per gli altri capitoli.
(Oscar Itzcovich)
Posted by OLI at 10:04 | Comments (0)
Scarichi/2 - San Martino e Gaslini: chi ha ragione?
In questi giorni (dal 3 gennaio) sono usciti sulle pagine cittadine del Secolo XIX e di Repubblica 16 articoli sulla questione degli scarichi della camera per la sterilizzazione dei ferri chirurgici al San Martino: 14 articoli sul solo Secolo XIX (prima pagina e vasti spazi), e solo due su Repubblica, il primo del 4 gennaio un po' in sordina, il secondo del 7 gennaio a piena pagina. L'azienda disinfettante e ipoteticamente inquinante è la Service Italia SPA, controllata dalla Coopservice: una Coop "rossa", e ciò può essere alla base dell'interessante squilibrio.
Nell'articolo di Repubblica del 4 gennaio si legge che l'ARPAL, dopo una ispezione di qualche mese fa, ha scritto che "da 4 anni a questa parte (cioè da quando la Servizi Italia aveva vinto l'appalto) i rifiuti sono stati smaltiti senza il rispetto delle norme".
Domande: che cosa accadeva prima? Quali sono queste norme? Che rischi derivano dal loro mancato rispetto? Cosa fanno le altre aziende ospedaliere?
Qui si entra in una nebulosa veramente confusa in cui il diritto di cittadini, lettori, utenti ad essere correttamente informati viene ampiamente tradito.
I protagonisti principali (il direttore sanitario del San Martino e il responsabile della Servizi Italia) rilasciano dichiarazioni ispirate al primario obiettivo della propria auto-difesa ed elargiscono rassicurazioni ed attestazioni di buonafede che non rispondono alle domande di cui sopra.
Dal canto suo il Secolo XIX lancia il suo ultimo articolo a piena pagina Venerdì 6 Gennaio, col titolo scoop (?): "L'alga killer nata dai rifiuti del San Martino". Poi nei due giorni successivi improvviso silenzio.
A questo punto (il 7 gennaio) è Repubblica a lanciare un articolo a piena pagina, titolo "I solventi? Una goccia nel mare", sottotitolo: "L'Arpal: gli scarichi del San Martino con le alghe non c'entrano"
Non vi è dubbio che sulle regole da seguire ci sia parecchia confusione in giro, tanto che l'Assessore Montaldo ha deciso di convocare un tavolo di confronto tra l'ARPAL e le varie Aziende ospedaliere, ognuna delle quali procede a modo suo: il Gaslini, ad esempio, tratta questi liquidi come rifiuti nocivi, li stocca in contenitori speciali e li fa smaltire da aziende specializzate, il che costa un bel po' di più delle procedure del San Martino: al Gaslini sono spreconi o fanno semplicemente le cose come si deve?
Probabilmente, quindi, ci vorrà tempo per sapere se e quanto questa modalità di smaltimento era illegittima e dannosa, ma ciò non toglie che di fronte alla alternanza tra ipertrofia e ipotrofia informativa, di drammatizzazioni e di rassicurazioni fornite in questi giorni dai media locali, provo - da lettrice - la disagevole sensazione di trovarmi in mezzo ad un tira e molla in cui gli organi di stampa mettono l'obiettivo di informarmi solo al secondo posto.
(Paola Pierantoni)
Posted by OLI at 10:02 | Comments (0)
Spettacoli - Sbatti i mostri anche in TV
Il 7 gennaio sfogliando il Secolo XIX ho provato un colpo allo stomaco. A pagina 13 un articolo che prende tutta la pagina. Titolo: "Quando il Guinness diventa spettacolo". Corredo: fotografie che rappresentano persone con gravi problemi fisici: un uomo col viso interamente coperto di peli, una donna con gli occhi fuori dalle orbite…
Il più venduto quotidiano cittadino come uno dei baracconi che un tempo esponevano "i mostri" nei Luna Park. Il tutto per annunciare che una tale Barbara D'Urso presenterà su Canale 5 uno show sui più famosi recordmen del mondo. Non viene detto se le persone esposte sul giornale lo saranno anche in TV. Viene detto però che allo show è atteso il/la recordmen che si tuffa da 10 metri di altezza in una piscina con soli 30 cm. d'acqua.
Mi torna in mente un preciso ricordo. Mia madre (nata nel 1905) quando ero bambina mi raccontava spesso di una volta che si era trovata in una piazza di Roma dove si esibivano dei saltimbanchi. Tra questi c'era una ragazza che da molto in alto si tuffava in una tinozza con pochissima acqua. Quando mia madre mi raccontava questo episodio mi esprimeva la pena per questa donna che per campare doveva ogni volta rischiare la pelle, e il disgusto per il pubblico che si assiepava per provare questo brivido per interposta persona. Da allora questo racconto mi si è stampato nella mente e nella vita ci ho ripensato moltissime volte. Ora a distanza di decenni e decenni eccomi di nuovo di fronte alla stessa vergogna. Che succede?
(Paola Pierantoni)
Posted by OLI at 09:57 | Comments (0)
21 Dicembre 2005
Caso Necci - Se soltanto le donne sanno commuoversi
A volte, con tutte le cose istruttive che ci sono da seguire sui giornali (ultimo il manuale di finanza etica, autori Fazio-Fiorani) capita che sfugge qualche chicca da ritagliare. Per chi se lo fosse perso sul Magazine del Corsera, riassumiamo con inadeguata sintesi il generoso quanto coraggioso intervento di Barbara Palombelli, giornalista di fama, consorte del "piacione" leader della Margherita, in difesa di una povera vittima del giustizialismo.
Si chiama Lorenzo Necci, ex presidente di Enimont e di Fs, questo San Sebastiano martoriato dalla cultura accusatoria; di lui l'audace notista ricorda anzitutto le "agghiaccianti modalità dell'arresto" nel 1996, poi il fatto che sia "ancora in attesa di una sentenza", relegato "in un cono d'ombra che ha allontanato amici, politici, ex colleghi". E non è un caso se "l'odissea di questo visionario in senso buono, che sognava di dare al Paese una rete ferroviaria moderna, veloce", ha commosso lei e "l'avvocat essa che lo difende con la passione di cui siano capaci soltanto noi donne", scrive Barbara.
Insensibile al clima natalizio e a tanto commovente slancio, le fa eco su l'Unità, rubrica Bananas (altra chicca da non perdere) Marco Travaglio che invece del cuore apre gli archivi (proverbiale quanto implacabile il suo), ricordando per prima cosa che qualche sentenza Necci l'ha avuta: una condanna a due anni e 7 mesi per le mazzette passate dietro la costruzione dello scalo ferroviario milanese di Fiorenza; inoltre che è stato di recente rinviato a giudizio a Roma per truffa insieme a Calisto Tanzi, con l'accusa di averlo aiutato a scaricare i debiti delle sue società turistiche in una joint venture con la Cit (gruppo Fs); infine che l'intemerato signore, "visionario in senso buono", dalle intercettazioni della GdF risultava a libro paga del banchiere-tangentista Chicchi Pacini Battaglia dal quale riceveva un fisso di 20 milioni al mese. Forse per le piccole spese.
(Camillo Arcuri)
Posted by OLI at 11:14 | Comments (0)
1 Dicembre 2005
Informazione - L’indice di gradimento di giornali e Tg
Un amico giornalista vorrebbe che noi fossimo di più "osservatorio locale" sui media lasciando perdere le notizie (e i relativi commenti) che un lettore può facilmente trovare sulla stampa corrente. Ha ragione; mille volte ragione. Ma vorremmo che riconoscesse le difficoltà che incontriamo di fronte alla massa di notizie-non notizie, le notizie incomprensibili con cui giornalmente facciamo i conti. Forse dovremmo trasformare il nostro osservatorio in un elenco di domande rivolto ai lettori e ai giornalisti.
Ogni settimana un bell'elenco. Ai lettori: cosa avete capito di questo? Cosa vuol dire quell'altro? E ai giornalisti: perché non ci spiegate quella cosa? E perché non vi decidete a parlare di quell'altra? Ma, diciamo la verità: noi e i nostri 4000 (virtuali) lettori siamo così importanti da meritare risposta? Forse no; ma il guaio è che molti operatori dell'informazione credono che non meritino attenzione, quindi rispetto, neppure i centomila e più lettori (non virtuali perché comprano ogni mattino all'edicola i diversi quotidiani) di questa regione. Per non parlare del pubblico ancora più numeroso dei telespettatori.
Se l'utenza dell'informazione stampata ed elettronica è ancora così vasta, si obietterà, vuol dire che le cose tutto sommato funzionano. Invece no: lo dicono anzitutto le statistiche delle copie vendute, con alti e bassi tra le varie testate, ma sempre inchiodate agli stessi totali complessivi da anni, con indici semmai in calo mai in crescita. Dipenderà dal diminuito potere di acquisto, ma fors'anche dal modo sempre più seduto o genuflesso di fare il giornale, non al servizio delle persone comuni, dei loro interessi culturali e materiali, ma di quelli che contano. Alla fine qualcuno se ne accorge.
Posted by OLI at 08:51 | Comments (0)
Fondazione Carige - Minestrine-tuttobene invece di notizie
Notizia comparsa su Repubblica-Lavoro del 16 novembre scorso. A centro pagina e incorniciata (come dire: sono qui perché sono importante) "la Fondazione Carige: con Comune e Provincia firmato il protocollo della pace". Il lettore sa che la Fondazione ha il compito di ridistribuire nella regione i profitti della Cassa di risparmio; molte decine di milioni di euro. Da spendere nella cultura e nel sociale. Quanto siano importanti è facile immaginare visti gli attuali chiari di luna della spesa pubblica. Il lettore pensa: certo la pace è una buona cosa ma che guerra c'era?
Leggiamo: Il nuovo protocollo d'intesa è stato siglato ieri mattina (15 novembre 2005) mettendo fine alle polemiche degli scorsi mesi e stabilendo i nuovi criteri di collaborazione tra la Fondazione e gli enti locali genovesi. Reciproco impegno al dialogo e allo scambio di informazioni sui rispettivi programmi politici, culturali e finanziari. Ogni anno a marzo e a novembre saranno orga nizzati momenti di confronto tra sindaco, presidente della Provincia e presidente della Fondazione "per armonizzare la programmazione dei tre enti".
Qui bisogna ammettere che la cosa si fa oscura. Comune e Provincia hanno i loro rappresentanti nel Consiglio di indirizzo della Fondazione, che si riunisce, delibera ecc. Ma, sembra di capire, le decisioni saranno prese da ora in poi in camera caritatis, al vertice, così da "mettere fine alle polemiche degli scorsi mesi". Polemiche? Ma quali? Il 25 ottobre su Repubblica-Lavoro l'articolo di M. Minella che illustrava il programma 2006 della Fondazione non faceva cenno a polemiche. "Tutti d'accordo sul riparto", scriveva. "Niente conflittualità", solo "sintonia", specie - precisava - dopo il "chiarimento" tra Lorenzelli, Pericu, Repetto. Deduzione: il chiarimento dovrebbe essere quello messo nero su bianco il 15 novembre successivo, ma - nuova domanda - cosa si dovevano chiarire?
Sforzo di memoria: sempre lo stesso giornale ma un anno prima, 2 novembre 2004, titolo a piena pagina, da scoop, "Fondazione Carige: Illegittimità e conflitto di interessi". Si parla di un esposto inviato da 4 consiglieri della Fondazione, rappresentanti di Comune e Provincia, alla direzione IV del Dipartimento del Tesoro, Ministero delle Finanze. Accuse pesantissime: "opacità, atti approssimati e conflitti di interesse" e "meccanismi di controllo fallaci".
Domanda: questioni di bottega? Mica tanto. Il solito quotidiano (16 novembre 2004) dà notizia delle dimissioni dal consiglio della Fondazione di Victor Uckmar che dichiara: "Io non son legato ad alcun partito politico ma ho a cuore tutto l'aspetto della solidarietà e mi preme che la Fondazione assolva soprattutto a questo compito. Condivido le ragioni di don Balletto e di Michela Costa sui progetti per gli anziani e il disagio sociale che non sono stati recepiti... le dimissioni sono servite a portare all'attenzione pubblica il fatto che ci sono cose che non vanno".
Il povero lettore è ormai bollito. Il quotidiano che rivela lo scandalo nel novembre 2004, ci lascia a secco di notizie per quasi un anno - cosa sarà mai successo dell'esposto, e dei dimissionari, ci saranno state querele di fronte ad accuse così gravi? - per poi cucinarci una minestrina "tuttobene", tutti d'accordo. Che resta comunque un accordo imbarazzante perché sembra esautorare gli esistenti organi di governo.
(Manlio Calegari)
Posted by OLI at 08:47 | Comments (0)
Legge-truffa - Come prendere più voti e perdere le elezioni
Le notizie circolate finora sulla legge elettorale che la destra ci sta preparando hanno destato preoccupazione, ma forse non abbastanza. Se non ci siamo resi conto in pieno della portata davvero devastante di quest'ultimo raggiro, può dipendere dalla sordina dei mezzi di informazione o dalla distrazione generale; fatto sta che sembra giunto il momento di prestare maggiore attenzione. Tanto per cominciare -come ha ricordato qualche sera fa in Albaro Stefano Zara, primo deputato di centrosinistra eletto in quel quartiere un tempo conservatore- va tenuto presente che dal 1948 tutte le leggi elettorali della storia repubblicana sono state approvate all'unanimità, come dire sulle regole del gioco democratico non si bara.
Stavolta invece lo strappo è stato brutale anche nella forma e consumato con la complicità dello stesso presidente della Camera (aspirante inquilino del Quirinale), Ferdinando Casini. Sì perché i termini per presentare emendamenti ai progetti di legge in materia erano già scaduti da tempo, quando l'8 settembre, data sempre fatidica, lui li ha inopinatamente riaperti su sollecitazione precisa. Era successo che in luglio l'ufficio studi della stessa Camera aveva fatto proiezioni sgradite al padrone della Cdl: con il sistema in vigore o quello proposto, l'Unione avrebbe ottenuto cento seggi in più. In agosto gli esperti del cavaliere si sono messi al lavoro e alla fine delle ferie, il caso è stato riaperto, non importa se fuori tempo massimo. Così il 13 ottobre, senza dibattito, a colpi di maggioranza, i deputati davano un primo sì alla nuova legge-truffa.
Una simile definizione non sembri eccessiva visti i risultati che ottiene: alla Camera, in base alle ultime politiche, Unione 277, Cdl 340; invece coi risultati delle europee o delle regionali Unione 340, Cdl 277; ma per via di una serie di artifizi e raggiri (*) il centrosinistra perde lo stesso. A penalizzarlo nei seggi ci pensa il meccanismo del proporzionale puro a liste bloccate, con sbarramento al 2% per i partiti coalizzati, al 4% per le singole liste e al 10% per le coalizioni, percentuali sotto le quali non si ha diritto ad alcun seggio. Peggio ancora al Senato dove dal cilindro degli illusionisti salta fuori il cosiddetto "premio di minoranza", per cui la lista che raccoglie più voti in un collegio (magari solo il 23%), sale al 51% grazie al premio: una lotteria capace di falsare davvero il voto popolare. E di sortire qualsiasi effetto, meno quello annunciato di "assicurare la governabilità del paese". A meno che per "governabilità" s'intenda solo la loro, quell a dei furbi.
(Camillo Arcuri)
*Per saperne di più vai a www.olinews.it/mt/publish/legge.pps (video satirico ma istruttivo disponibile su Internet)
Posted by OLI at 08:45 | Comments (0)
23 Novembre 2005
Telegiornale - Pubblica informazione ma solo in parte
TG3 Regionale, Sabato 19.30. Servizio sulla visita del ministro Castelli al luogo in cui "dovrebbe" sorgere la Moschea di Cornigliano.
Intervista a padre Giacomo che evoca scenari di scontri, di disordini, di minacce all'ordine pubblico. Anzi che "promette" questi disordini, se non c'è altro mezzo per farsi ascoltare. Voce preoccupata di Castelli che esprime la sua solidarietà alla popolazione. Promesse: se c'è di mezzo l'ordine pubblico certamente il ministro potrà ben occuparsi della faccenda. Nemmeno una parola alternativa, nessuno spazio ad una visione razionale ed equilibrata della questione. Solo uno "spottone" leghista al 100 %, senza la minima preoccupazione per il senso comune che le parole di quel prete e di quel ministro contribuiscono a creare, a danno dell'equilibrio del tessuto culturale e sociale della nostra città. Complimenti alla pubblica informazione.
(Paola Pierantoni)
Posted by Admin at 12:07 | Comments (1)
3 Novembre 2005
TG regionali - Da Gerusalemme spiraglio sul buio della Campania
Alla tv guardo solo il satellite, SKY; per l'informazione. Posso scegliere tra qualche decina di canali, molti stranieri. Il difetto della parabola è che oscura le tv locali. Anche il TG della Liguria sul satellite non si vede; si vedono invece gli altri TG regionali. Dalla asciutta stringatezza piemontese sono passato alla levigata efficienza lombarda, alla bonomia opulenta della bassa emiliana fino alla machiavellica arguzia toscana. Per inciso. Che pietosa impressione di mestizia danno i cadenzati accenti dimessi, quasi stropicciati, che sono il marchio di fabbrica di chiunque vada in video al TG della Liguria!
Durante questo videotour italiano mi sono imbattuto nel TG della Campania. Per questo ve lo racconto. Si è incominciato parlando di morti, di gente ammazzata a pistolettate, per poi passare a un florilegio di rapine, e quindi di furti e agguati. La giornalista ha assunto col passare dei minuti una posa contrita e la voce le si è come velata mentre terrorizzata continuava dal tubo catodico a informarmi di una serie di schifezze inenarrabili, vite mal spese, promiscuità coatte e per questo più disperate, violenze su tutto e tutti. Anche le notizie, diciamo così, "buone" avevano un che di beffardo: l'inaugurazione della lapide per i morti di camorra, la nomina un qualche presidente di un qualche comitato interistituzionale contro la pedofilia, il taccheggio, il lavoro minorile...
A contatto con tutto lo sporco che la nostra beata moderna società produce mi sono sentito sprofondare; anche la giornalista stava quasi per piangere. Ma si trattiene e passa alla politica. Un prolungato pistolotto con tutti i politici possibili e immaginabili, dal consigliere di circoscrizione al vice presidente del consiglio regionale, colti mentre inaugurano mostrano fanno sorridono stringono mani, alzano braccia, firmano carte, sostano severi... Una parata di notabili dove nessuno ci fa una bella figura e non potrebbe essere diversamente. Penso che se non arriva una buona notizia la tv potrebbe esplodere. Si passa alla cultura e come un segno della provvidenza la notizia finalmente arriva: spesa per ultima - penso - prima di scavarsi la fossa. Il comune di Napoli, o forse la Regione Campania, finanziano un progetto interculturale a Gerusalemme, dice fiera la conduttrice. E ci conduce in questa scuola lontana dove da una parte si insegna agli alunni israeliani e dall'altra ai palestinesi che si incontrano durante le pause scolastiche. "I see, i see the peace", esclama raggiante una motivatissima maestrina israeliana, "qui vedo davvero la pace...".
Ho pensato che da tutto quell'uragano era arrivata un po' di luce. Non so dire se una buona azione fatta fuori della porta di casa possa compensare quello che di brutto e infame avviene dietro quella stessa porta ma so, per certo, che tutti noi vorremmo che un po' della pace di quel piccolo paradiso della scuola di Gerusalemme, ripresa dalla telecamere del tg della Campania, di quei volti di bambini che giocano assieme, potesse come la luce riverberarsi sul nostro agonizzante meridione.
(Elio Rosati)
Posted by Admin at 08:42 | Comments (0)
Calcio-violenza - I giornalisti scrivono, gli ultra’ minacciano
Riportiamo l'allarmante comunicato dell'Associazione e del'Ordine ligure giornalisti proprio perché la sua portata è sfuggita o quasi alla stampa cittadina.
La violenza e la demenza da stadio non hanno limiti. Genova con la vicenda del calcio scommesse è diventata una realtà sulla quale nessuno si deve permettere di chiudere gli occhi o proseguire nella teoria pseudo sociologica del giustificazionismo.
Da ieri una collega di Repubblica "responsabile" di aver pubblicato gli atti dell'indagine che confermano gli atteggiamenti violenti, provocatori e l'accettazione di questi da parte del mondo del calcio, è oggetto di pesanti intimidazioni e minacce nei suoi confronti e della famiglia da parte di riconosciuti capi dell'ala estrema della tifoseria.
E' poi di una inaudita gravità che tali minacce siano anche pervenute su una utenza telefonica riservata, non pubblicata su alcun elenco telefonico.
E' inutile sottolineare la gravità di tali fatti. E' forse invece utile ricordare che se tali personaggi si sentono in grado di mettere in atto comportamenti mafiosi, di pretendere il silenzio su episodi accaduti e sui quali sta indagando la magistratura, se lo fanno con l'arroganza di chi pensa di essere intoccabile, bene tutto ciò deriva anche dall'ignavia quando non da varie forme di interesse dell'ambiente calcistico in primis, calciatori dirigenti e manager, ma anche, è doveroso dirlo, di quello giornalistico, a volte complice e istigatore, almeno a livello morale.
Tutti i giornalisti, i rappresentanti delle società e dei calciatori devono esprimere in modo inequivocabile e senza "falsi pudori" la loro condanna e presa di distanza definitiva da questi violenti e dementi da stadio.
Il caso Genova continua ad essere sottovalutato anche a livello istituzionale: cosa hanno da dire il mondo della politica, le istituzioni pubbliche, quelle dello sporto e i veri appassionati di calcio, sul fatto che il direttore de IL SECOLO XIX ha dovuto essere sottoposto a scorta di polizia per 2 mesi perché aveva espresso libere opinioni sulla vicenda calcistica; che la redazione de IL SECOLO XIX è stata assaltata da centinaia di sedicenti tifosi; che la stessa redazione ha dovuto essere presidiata da reparti mobili di carabinieri e polizia per diversi giorni; che la redazione di REPUBBLICA è stata oggetto di lanci di fumogeni durante una manifestazione di sedicenti tifosi; che un collega di REPUBBLICA e la sua famiglia vengano minacciati per aver svolto il proprio lavoro; che i 2 magistrati che indagano sono da mesi oggetto di minacce e di tentativi di attentati e che nella civilissima Genova tra le migliaia di persone che hanno manifestato la scorsa estate nessuno abbia espresso il minimo distinguo dagli striscioni a tutti ben visibili che auguravano a i 2 magistrati "una vita da scortati", chiaro messaggio intimidatorio e mafioso.
Siamo stanchi di intervenire e di parlare di solidarietà: ovviamente in questa vicenda gli unici indagati sono i giornalisti per avere reso pubblico che molti sapevano e facevano finta di non sapere. Dobbiamo aspettare un'altra puntata di questa ignobile vicenda per capire chi è contro o con la violenza?
(Marcello Zinola, Segretario Associazione ligure giornalisti e Attilio Lugli, Presidente Ordine ligure giornalisti)
Posted by Admin at 08:27 | Comments (0)
20 Ottobre 2005
Violenza - Anche il bla-bla uccide il calcio
Sicuro che la violenza negli stadi uccide il calcio, notizia dopo notizia, con la paura di andare a vedere la partita di pallone. Ma che dire del bla-bla che sta ammazzando, una domenica sportiva dopo l'altra, anche il calcio in tv?
Chi, come il sottoscritto, ha l'abitudine di non frequentare le reti Mediaset per ragioni che sarebbe lungo spiegare, la domenica ha perduto 90° minuto (ceduto dalla subalterna Rai alla concorrenza) e deve aspettare le 22,30 per "vedere" finalmente le immagini dello sport che ancora lo appassiona. Invece gli tocca sorbirsi le esibizioni di tutti gli "opinionisti" da video, più soubrette varie, che con le loro tiritere e gli intermezzi pubblicitari continuano a rinviare la messa in onda dei gol.
Domenica scorsa era quasi mezzanotte (certo, la parte iniziale del programma era stata occupata dal razz