1 Giugno 2010

Finanziaria - Non più di moda l'operaio?

Secondo l'Osservatorio sulla gestione delle famiglie europee, curato dal PwC, Price waterhouse Coopers e dall'Università di Parma, per i paperoni d'Italia, quelli che possono contare su patrimoni superiori ai 500mila euro investiti in attività finanziarie, titoli o liquidità, esclusi gli immobili, la crisi sembra alle spalle. La ricchezza di 640mila famiglie appartenenti al campione, è salita fra il 2008 e il 2009 del 19%, grazie anche allo scudo fiscale con 85 miliardi di euro rimpatriati e nel 2010 avrà un trend di crescita del 5,3%.
Così il Sole 24 Ore del 10 marzo, mentre il 23 febbraio erano sbarcati all'Asinara gli operai della Vinyls di Porto Torres, che ancora stanno là, non sono l'isola dei famosi, ma quella dei cassaintegrati e protestano vivendo nell'excarcere. Perchè se in questi giorni di finanziaria si parla, non senza ragione, del pubblico impiego tartassato, ci si dimentica dei tanti Cipputi che neppure la sinistra menziona più di tanto.
Un mondo di invisibili condannati alla visibilità in occasione delle morti bianche.

Lotte che non fanno rumore, dal petrolchimico ai call center che delocalizzano, le vittime della crisi sono simili: giovani o di mezz'età, precari, operai. Non solo perchè sono i più deboli ma perchè rappresentano, contrariamente a quanto si crede, gran parte del mondo del lavoro. Altro che razza in via di estinzione.
L'Istat certifica che su 17,2 milioni di lavoratori dipendenti più di 8 milioni hanno la qualifica di "operaio", cioè quasi uno su due. Quasi tre milioni appartengono all'industria, un milione all'edilizia, quasi un milione sono nel commercio, 700mila nella ristorazione, mezzo milione nei trasporti, gli altri in attività minori, dove a volte piccoli imprenditori muoiono perchè non riescono a pagare più i loro operai. Con paghe da operaio e non a vita, come i dipendenti pubblici, che almeno lo stipendio lo avranno sempre, con aumenti magari irrisori, ma mai in dubbio, anche se non c'è di che stare sereni con una famiglia e 1500 euro medi al mese.
Gli operai però e i loro confratelli così catalogati sono dovuti salire sulle torri per farsi ascoltare da tv e giornali e neppure è servito. Un milione e mezzo i lavoratori toccati dalla cassa integrazione. La lista delle vertenze è lunghissima. Dall'inizio del 2009 aperti al ministero dello Sviluppo 150 tavoli. Senza dimenticare quelli che la cassa integrazione come ad esempio i collaboratori a progetto proprio non l'hanno vista, se va bene soltanto l'una tantum pari al 30% del reddito percepito e poi a casa.
Finanziaria ingiusta, che appena sfiora i politici o i grand commis, che colpisce sempre gli stessi, quelli che le tasse le pagano e prima. Provvedimento che non colpisce gli evasori.
O i paperoni di cui sopra. Da schiumare. Ma i lavoratori che hanno perso o perderanno il posto?
Ricorrono i 40 anni del loro Statuto e non hanno di che festeggiare.
Pare che gli operai siano di moda ormai soltanto nella moda. Infatti l'abbigliamento Caterpillar è passato davanti ad Armani e Levi's nella classifica dei migliori brand globali per i suoi scarponcini, magliette e cappellini. La multinazionale ha fatto centro non solo con le storiche macchine da cantiere e trattori, ma con la sua tenuta da lavoro divenuta trendy. Forse un sapore vintage il suo logo, una nostalgia di Cipputi in via di estinzione.
(Bianca Vergati)

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19 Maggio 2010

Comunicazione - Non contano solo le parole

Non è facile spiegare il perché del senso di disagio e di irritazione che mi provocano i 30 secondi dello spot radiofonico (*) della campagna di comunicazione governativa che intende “Sensibilizzare le imprese e l’opinione pubblica ad un approccio più sereno e non discriminatorio nei confronti dei malati di cancro, in particolar modo nel contesto lavorativo”. Infatti non c’è nulla – o quasi – da dire sulle parole pronunciate: si tratta semplicemente di informazioni sulla possibilità dei malati oncologici di trasformare temporaneamente il loro rapporto di lavoro da tempo pieno a tempo parziale. Ma la comunicazione non passa solo attraverso le parole, contano i messaggi non verbali, e in questo è la voce che fa tutto, una voce femminile talmente malinconica da trasmettere una tristezza e un senso dell’ineluttabile che contraddicono alla base l’intenzione dichiarata di incoraggiare e rasserenare le persone colpite da questa malattia.

Si doveva forse scegliere un tono giocoso per un argomento comunque serio, e molte volte (ma non sempre, e per fortuna sempre meno frequentemente) drammatico?
No di certo, ma che bisogno c’era di caricare emotivamente questo messaggio? Perché non scegliere la cifra della neutralità? Che mentalità c’è dietro alla decisione di spingere sul pedale emozionale senza tenere conto delle risonanze che questo può provocare a seconda della situazione soggettiva ed oggettiva delle persone?
La normativa a cui si riferisce la campagna di informazione governativa non è recente: si tratta di alcune modifiche alla regolamentazione sul lavoro a tempo parziale introdotte nel 2003 e poi perfezionate nel 2007 con l’art. 1, c. 44 lettera d della Legge 24 dicembre 2007 n. 247 (**) per permettere ai “Lavoratori del settore pubblico e del settore privato affetti da patologie oncologiche, per i quali residui una ridotta capacità lavorativa, anche a causa degli effetti invalidanti di terapie salvavita … la trasformazione del rapporto di lavoro a tempo pieno in lavoro a tempo parziale verticale od orizzontale”.
Una normativa che è opportuno ricordare e promuovere senza patetismi, ma che forse sarebbe ancor più opportuno modificare. Cosa ne è infatti di chi soffre di altre e gravi patologie? E cosa ne è – mi suggerisce una amica – del “precario oncologico”?
I canali della tutela in Italia sono sempre meno comunicanti, e un numero crescente di persone resta all’asciutto.

(*) http://www.palazzochigi.it/GovernoInforma/campagne_comunicazione/malato_oncologico/Malato%20oncologico.mp3
(**) http://www.lavoro.gov.it/nr/rdonlyres/91f5df3d-3896-427e-9603-104ce3e6100a/0/20071224_l_247.pdf
(Paola Pierantoni)

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12 Maggio 2010

Lavoro - Uno strano collocamento

Mettiamo un Ufficio provinciale del lavoro e una data come il Primo aprile. Un ex imprenditore legge in sala di attesa i vari cartelli che invitano a fare da soli, a staccarsi dal lavoro subordinato per diventare padroni di sé stessi, con varie offerte, anche quella del passaggio del testimone, simboleggiata da una pialla da falegname che passa da una mano antica ma esperta ad una giovane e desiderosa di imparare. L’ex imprenditore pensa: mai più. Mai più commercialisti distratti, leggi ininterpretabili, visite a sorpresa di ufficiali impegnati a far cassa, cercando microscopiche grinze nella gonna stirata di una azienda onesta, mai più dipendenti, mai più nottate a mettere a posto la contabilità, come al solito in ritardo per far posto al lavoro da fare.

Il numero viene chiamato, l’iscrizione alla lista di mobilità eseguita in pochi minuti, dopo aver spiegato anni di esperienza. Una data, sperata invero, del colloquio di orientamento, con l’intenzione di provare almeno a cambiare settore, rispolverando magari giovanili attitudini, sopite dalle diverse occasioni della vita.
La data arriva, tranquilla, con le sue speranze. Primo inghippo: dopo una rapida intervista, l’orientatrice esclama stupita: “ma lei risulta inoccupato, non disoccupato!”. Che differenza c’è? La differenza di termini gergali, la prima a significare la totale mancanza di un passato lavorativo, un vuoto di punti interrogativi per chi, non più giovane, si scopre come inadatto al tipo di servizio cercato: non è contemplato passare da autonomo a dipendente. La funzionaria spiega: basterebbe un certificato di attribuzione della partita Iva, per poter cambiare lo stato in disoccupato, ovvero senza i punti interrogativi sulla fedina penale, ops curriculum vitae. Si concorda un nuovo appuntamento e l’istruzione su come fare.
Agenzia delle entrate qualche giorno dopo: il certificato costa 28 Euro, sarebbe gratis in caso di partita aperta, ma essendo già stata chiusa occorrono due marche da bollo. “Andrò a rubare”, è la risposta di chi, alla ricerca di un’iscrizione al collocamento per trovare un’occasione di lavoro, si vede intanto chiedere dei soldi. In un altro Ufficio provinciale spiegano che basterebbe una copia dell’apertura della partita Iva, mentre la chiusura potrebbe essere fatta in autocertificazione. Si ritorna quindi al primo ufficio, dove fanno fatica a comprendere che “le mansioni lavorative accertabili” nel caso di un libero professionista possono essere solo autocertificate, visto che datore di lavoro e lavoratore coincidono, purtroppo, in un unico corpo umano. Però è un concetto che l’impiegato, sopito nella sua routine impiegatizia, non riesce a inquadrare pienamente: che sia ignaro dell’esistenza del mondo del lavoro autonomo? Così inserisce un po’ di dati e poi fa l’uscita fina le: “ecco, adesso però manca il certificato di chiusura della partita Iva, quindi risulta occupato”. E’ inutile spiegare che indietro non si può tornare, il sistema non lo prevede. Resta solo da fare un reset, non al cervello dell’impiegato come sarebbe stato logico, ma alla propria scheda: “mi cancelli, per favore, meglio inesistente che occupato”. Modulo, firma, copia: era un Pesce d’aprile: grazie, alla prossima puntata.
(Stefano De Pietro)

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5 Maggio 2010

Lavoro - MayDay! MayDay!

Su Il Secolo XIX del 1 maggio Giuseppe Berta, Professore associato di Storia Contemporanea alla Bocconi, afferma: “La ricorrenza del 1 maggio si è annunciata quest’anno in tono minore e dimesso, ancor peggio degli anni scorsi”, e aggiunge che questa celebrazione “Sarà sempre più ritualistica, ma di fatto depotenziata”. Le tre grandi organizzazioni sindacali “fingeranno” soltanto di aver superato divisioni che segnano l’anacronismo della situazione sindacale italiana: “Cgil da una parte, e Cisl e Uil dall’altra restano organizzazioni che si fronteggiano con lo stesso senso di diversità di cinquant’anni fa, con la differenza che allora si ipotizzava di superare questo contrasto, mentre adesso ci siamo rassegnati a considerarlo permanente”.

La conseguenza è “Una realtà sindacale niente affatto incoraggiante. Da lungo tempo il sindacato italiano non smuove le passioni collettive che hanno fatto la sua forza nell’autunno caldo del 1969 e in seguito. Appare piuttosto come una organizzazione largamente burocratica, volta spesso ad amministrare con parsimonia il proprio presente, e priva, al pari della società italiana nel suo complesso, di una prospettiva di futuro” Tuttavia le cronache del giorno dopo non parlano di vuoti o fallimenti: 20mila le persone a Rosarno, dove erano i tre segretari generali, fino a 30mila ai cortei di Milano e Torino, sulle 700mila le presenze al concerto di Roma.
Resta però l’immagine complessiva di un puzzle debole e frammentato che le parole d’ordine “Lavoro, legalità, solidarietà” non hanno avuto al forza di ricomporre.
A Milano questa frattura si è espressa in modo evidente con due cortei: al mattino quello sindacale con i suoi 30mila partecipanti. Al pomeriggio invece la MayDay Parade 2010, dove le presenze erano più del doppio.
Andando sul sito degli organizzatori www.euromayday.org ci si trova di fronte ad un linguaggio diretto, aperto al mondo, che accoglie echi di femminismo, di impegno ambientalista, di antirazzismo: “ … Reclamiamo una scuola pubblica di qualità, un sistema di trasporti sostenibile e popolare, dei saperi liberi, fino ai diritti che non è più possibile legare solo al contratto a tempo indeterminato, come ferie pagate, pensione, malattia, maternità. Vogliamo un nuovo sistema di diritti, un welfare adatto alle nostre vite! Scenderemo nelle strade con rabbia e con gioia, per riappropriarci della città e far sentire la nostra voce. Saremo una macho free zone, per costruire un immaginario libero dalla cultura machista. Rivendichiamo una produzione culturale alternativa al piattume imperante, e vogliamo diffondere una conoscenza che sia realmente libera, condivisa e accessibile. Denunceremo la stupidità criminale del razzismo leghista e n on solo e mostreremo un presente di sorellanza tra nativi e migranti. Proporremo un’idea di futuro con lo spezzone no-oil a pedali e i sound system alimentati a pannelli solari. Diremo no alle speculazioni di Expo 2015, fatte sulla pelle dei cittadini e sui nostri territori martoriati. Precarie, operai, partite iva, hacker, cassintegrate, studenti, creative, commessi, giornaliste, disoccupati, stagiste – nativi e migranti. Da Dortmund, Ginevra, Amburgo, Hanau, Lisbona, L’Aquila, Losanna, Malaga, Milano, Palermo, Tubingen, Zurigo, Tokio, Toronto e Tsukuba, uniamoci contro la crisi e gridiamo: Mayday Mayday! Precarious of the world let’s fight! Saliamo sui tetti del mondo per opporci alla precarizzazione, per rivendicare reddito, diritti e cittadinanza per tutte/i. Il passato sta affondando. Il futuro siamo noi!”.
Nella sostanza alcuni obiettivi probabilmente coincidono con quelli del sindacato, ma quello che si respira qui è la capacità di esprimerli con passione e nettezza, legando tra loro, anche con la suggestione dei termini, i molti piani complessi della realtà. Ci devono essere parecchie ragazze, tra chi anima il Mayday.
(Paola Pierantoni)

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24 Marzo 2010

Cornigliano - Qualche legittima riflessione

E’ legittimo chiedersi se al termine della campagna politica per le regionali i candidati abbiano formulato un pensiero complesso, o anche semplice, relativamente alle aree di Cornigliano e al loro futuro utilizzo. La stampa non ne ha praticamente parlato ed i lavoratori coinvolti sono sedati da cassa integrazione straordinaria e ordinaria fino alla prossima scadenza estiva, 31 agosto.

A calendario c’è il blocco delle pensioni amianto e il futuro di chi dovrebbe rientrare a lavorare.
Sulle aree restituite alla città svettano ancora pile di container alternate a spazi vuoti.
Non si chiede qui l’intervento di Renzo Piano o di giuslavoristi di fama. Si chiede solo che chi si candida alla guida della Liguria si faccia carico di soluzioni a lungo termine per i lavoratori che, colpiti dalla crisi siderurgica rischiano, dopo anni di cassa integrazione, il loro posto e per i cittadini di Cornigliano che attendono da anni soluzioni e progetti vicini ai loro bisogni.
Utile riepilogare di seguito alcuni spunti di riflessione: centrale termica, rientro effettivo dei lavoratori in fabbrica reparto per reparto, destinazione delle aree destinate al quartiere, garanzie occupazionali, questione amianto.
Questa vicenda abbraccia tutti i soggetti sopra indicati che hanno dimostrato infinita pazienza in questi lunghi cinque anni. Li abbraccia e li soffoca al tempo stesso perché li colloca in un limbo dove il futuro è privo di contorni certi e sostanza.
Fare politica è cogliere questi nodi e cercare di scioglierli. Senza procrastinare e senza ricorrere a soluzioni temporanee di scadenza in scadenza.
Il superamento dell’area a caldo di Cornigliano è stato uno dei temi più importanti delle precedenti elezioni regionali. Era il 2005.
Per i prossimi cinque anni quali sono gli obbiettivi del cantiere politico?
(Giovanna Profumo)

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16 Febbraio 2010

Infortuni - Una bella campagna stampa non si nega a nessuno

Sicurezza: Dovere assoluto, Diritto intoccabile. Dicevano alcuni slogan di Pubblicità Progresso del 2008.

La campagna veniva presentata come formata da: “Slogan semplici e chiari, quelli oggetto della campagna, le cui basi comunicative vogliono creare maggior consapevolezza, abbattere storiche barriere culturali - come il fatalismo e l’inerzia - che impediscono una corretta visione della prevenzione, incoraggiare gli atteggiamenti solidali e la cooperazione tra amministratori e lavoratori.”

Nel corso del 2009, così come negli anni che lo hanno preceduto tanti lavoratori sono morti sul lavoro. Moltissimi. Troppi.
Circa un migliaio durante la loro giornata lavorativa sono incappati in un infortunio mortale. Questi sono quelli che fanno parte di quell’ambito percepito, sono quanti finiscono sul giornale la mattina coperti da un lenzuolo. Sono quelli che si intravvedono di sfondo nei telegiornali, dietro a militi affaccendati a prender misure, a transennare, ad allontanare curiosi. Sono quelli che permettono servizi con imbarazzanti e angosciose interviste a vedove affrante o colleghi di lavoro esacerbati.

Sono quelli che impattano nell’immaginario collettivo, che generano manifestazioni di piazza e durissime prese di posizione di pubblici amministratori a garantire maggiori interventi, maggior controllo, maggior rispetto delle regole.
Tanti, ma tanti di più, sono quelli che muoiono in silenzio. In casa o in un letto di ospedale.
Almeno quattro volte tanto.
Forse per aver respirato una qualche sostanza tossica dieci o ventanni or sono, evento del quale probabilmente nessuno nemmeno ricorda.
E’ una strage silenziosa.
Se ne parla poco o niente. Non fa notizia. Niente interviste o articoli al TG.
Non buca lo schermo un funerale come tanti, senza bandiere o striscioni e con solo qualche anziano collega dietro al feretro.
Ma l’evento mortale, quanto meno quello da infortunio, è al centro di un sistema di dimensioni colossali. Una quantità impressionante di operatori, enti pubblici e privati, organizzazioni rappresentanti tutte le parti in gioco, sono nate e si sono sviluppate in ragione di questi numeri. Una sovrastruttura variegata ed estremamente sviluppata che è cresciuta e si è consolidata, andando ad occupare una posizione stabile e “titolata” ad occuparsi del problema.
Migliaia di operatori-docenti si occupano di formare ed informare lavoratori, preposti, dirigenti e datori di lavoro sui rischi lavorativi della loro attività.
Sono proliferati enti di formazione. Centri studi che veicolano le informazioni e sviluppano sistemi di comunicazione atti a raggiungere tutte le parti. Sono nati momenti di formazione on line.
Via web si comunica, si forma. Costa meno alle imprese, assolve obblighi e definisce processi. Tutto virtuale, naturalmente, e con risultati ovviamente altrettanto ipocritamente virtuali.
E’ sopratutto un business di dimensioni colossali. Impegna poco, costa poco, e le regole vengono virtualmente rispettate così come il metodo, in modo virtuale. Carta, sovrastrutture formate da pile di certificazioni fasulle, costate un tanto al timbro, a foglio, al chilo.
Campagne promozionali nazionali o locali bruciano milioni di euro spalmando sui muri manifesti e slogan, possibilmente non troppo invasivi per non urtare le rappresentanze datoriali, secondo il principio condiviso da tanti che l’informazione, gli slogan del tipo: ”lavoro sicuro”, dimostrano l’aver fatto qualcosa, anzi tutto il possibile, vista la crisi, viste le disponibilità, viste le posizioni delle parti, vista la volontà politica, eccetera.
Una bella campagna stampa non si nega a nessuno.
Certo la comunicazione, in un ambito come questo, è fondamentale, ma la condizione che ne determina la sua utilità, è che sia parte di un insieme, che sia di appoggio o di stimolo ad interventi mirati nelle imprese, laddove la comunicazione si intoppa, spesso mantenendosi su un piano informale, qualche metro più in alto di dove dovrebbe stare. Ed il rischio di una sua inefficacia diventa palpabile, tanto quanto evidenti e sonore si manifestano le perplessità dei lavoratori di fronte a slogan letti sui muri.
Schiere di consulenti, assoldati per raggiungere il giusto equilibrio fra sicurezza e costi della stessa per l’impresa, o meglio per conseguire l’obiettivo del minimo livello di sicurezza statisticamente accettabile, si certificano conseguendo standard di legge, corsi teorici della durata di svariate decine di ore. Più singolari ancora le certificazioni conseguite dai datori di lavoro delle piccolissime imprese, (quelle maggiormente a rischio, quelle dove maggiormente ci si infortuna e dove è assente qualunque forma di controllo), certificazioni a seguito di una manciata di ore trascorse in aule ove si discute teoricamente del sesso degli angeli. Ambito chiuso ed autoreferenziale.
Certo, le leggi, le norme che stabiliscono le regole di ingaggio su questo sterminato campo di battaglia esistono. Con gli anni si sono evolute e adeguate allo sviluppo del modo di lavorare, di produrre. Hanno tentato, e per alcuni anni ci sono riuscite, di adeguarsi ai cicli di produzione. Siamo passati da 3/4000 morti l’anno degli anni cinquanta e sessanta al migliaio e poco più con l’applicazione della ‘626.
Poi il trend di riduzione si è drasticamente interrotto. Probabilmente la legge non era più attuale.
Le grandi fabbriche si erano lentamente e silenziosamente ridotte e spente.
Le aziende hanno incominciato a terzializzare a piccole imprese fette di cicli di lavoro, i peggiori naturalmente, i più pericolosi, i meno appetibili e contollabili. Le grandi aziende nelle quali vi era la possibilità di un controllo delle regole hanno terzializzato anche rischi ed infortuni alle piccole, dove il controllo della applicazione delle regole sarebbe stato inesistente od impossibile.
I morti non sono più diminuiti con la stessa velocità e la curva è diventata sempre meno curva sul grafico. La legge, le regole non valevano più. La fase della possibilità di controllo della loro applicazione era terminata. Gli eventi, gli infortuni ed i morti quindi, hanno continuato a manifestarsi con una linea pressochè costante.
La crisi in atto ha di fatto peggiorato la situazione. La riduzione numerica degli infortuni mortali dello scorso anno se non viene letta congiuntamente alla riduzione delle occasioni di lavoro in sé, viene falsata. Ci sono sempre un milione circa di incidenti l’anno che determinano un migliaio di morti. Uno ogni mille.
Quei dodici, tredici milioni di lavoratori regolari, dei quali alcuni milioni svolgono una seconda attività, quei due milioni di pensionati che lavoricchiano in qualche modo, ed inoltre tutti quei lavoratori irregolari dei quali tanti fanno finta di non sapere, sono fortemente a rischio. Molti moriranno anche quest’anno.

Ma se le regole esistono perché ci si infortuna così frequentemente? Domanda lecita e risposte persino banali: semplicemente perché le regole non vengono rispettate, od anche perché una elevatissima fetta della forza lavoro, degli esposti, non viene monitorata, non ha accesso ai circuiti virtuosi degli Enti preposti. Circa un quarto infatti, un terzo forse, sfuggono al controllo ed alle maglie dell’INAIL.
L’impianto prevenzionistico attuale prevede che vengano analizzate le occasioni di rischio prima che queste si manifestino in un incidente, in un infortunio. D’altra parte il termine stesso “prevenzione” vuol dire: pre-venire, arrivare prima, intervenire con misure atte a far sì che l’evento non si manifesti. La logica e la tecnica ormai consolidata prevedono che il datore di lavoro affronti le singole occasioni di infortunarsi analizzandole per almeno un paio di aspetti: quanto sia probabile che si manifestino e quale sia la gravità dell’evento qualora esso avvenga.
E’ su questa prima analisi che i datori di lavoro incominciano a barare, a non rispettare le regole. E’ infatti estremamente improbabile che proprio in quella azienda avvenga un infortunio, e tutto sommato i dati danno ragione: ma proprio da lui, nella sua azienda con, poniamo, 5 dipendenti, deve avvenire quell’evento che ne uccide uno ogni 23.000? No, è statisticamente altamente improbabile. Certo, questa valutazione dei rischi, dice la norma, è a disposizione del Rappresentante dei Lavoratori che ne può verificare la veridicità. Ma nelle piccole imprese è una figura che non è presente, per le condizioni oggettive di dimensione e di capacità contrattuale praticamente inesistente da parte dei pochi addetti. Quindi nessuno la verificherà. Ma anche se fosse questo lavoratore dovrebbe avere le competenze necessarie ad una analisi approfondita di tale materiale, che spesso non ha. Ma per maggiore sicurezza il Ministro Sacconi, con le modifiche estive alle norme da lui operate, ha fatto si che i lavoratori non possano farne verificare la veridicità da propri consulenti, esperti di parte sindacali o meno che siano.
E’ stata tassativamente vietata la consultazione della documentazione all’esterno della azienda, proprio ad impedire che i falsi e le omissioni vengano alla luce, giustificando tale impedimento dalla necessità di salvaguardare il segreto industriale. Argomentazione evidentemente risibile che porta a risultati assolutamente scontati. In effetti nessuno potrà far nulla per verificare il livello di prevenzione in azienda prima che una qualche istruttoria parta a seguito di un grave incidente.
Altro motivo per rispettare le regole potrebbe essere la paura di un controllo da parte di un funzionario di un Organo di Vigilanza. Ma si sà, sono quattro gatti, appositamente. Sono talmente pochi che mai potranno coprire il territorio. Mai potranno manifestare la loro capacità interdittiva. Quei pochi ispettori, per altro molto spesso competenti ed onesti funzionari, hanno molto altro da fare. Hanno legittimamente lavoro d’ufficio da assolvere, hanno indagini da effettuare su infortuni già avvenuti, presenziano in tribunale al seguito di magistrati e di percorsi processuali già avviati, hanno da rispondere, quando loro concesso, a segnalazioni di abusi o situazioni di rischio manifeste. Poi come tutti i lavoratori hanno i loro tempi, come giusto che sia, il loro orario di lavoro, le ferie, la malattia. Giusto, giustissimo. Diritto, come per gli altri. A volte forse non hanno nemmeno i mezzi per muoversi o lavorare agevolmente come sarebbe giusto che fosse. Ma soprattutto sono veramente pochi. I finanziamenti nelle ASL non sono certamente indirizzati al potenziamento delle visite ispettive preventive. Non dà crediti, anzi, gli sponsor ed amici dell’uno o l’altro schieramento, bonariamente faranno sapere che quei pochi soldi disponibili potevano essere spesi meglio, magari in una bella campagna promozionale, con foto in bellavista sulla brochure e benedizione pastorale.
Deve essere frustrante, in principio, rendersi conto di non essere messi in condizione di assolvere al proprio compito istituzionale, pur dando il massimo. Col tempo, presumo si passi dal burn-out all’assuefazione e, come normale, si tenda ad un processo di adeguamento rassegnato alla realtà. Nonostante qualità ed impegno dei singoli.
La paura di un possibile intervento drastico da parte di un “ispettore” era tale che il Governo ha legato le mani a tutto il corpo ispettivo riducendo di fatto le occasioni nelle quali poteva essere bloccata l’attività della azienda che manifestasse gravi ed evidenti irregolarità.
Il Ministro stesso, dando il via lo scorso anno al rimaneggiamento delle norme prevenzionistiche, indicò quanto “il Governo avesse sempre dichiarato la volontà di correggere il testo unico sulla sicurezza nel mondo del lavoro, il D.Lgs. 81/08, per renderlo più efficace, sulla base di un consenso più ampio di quello che accompagnò la versione primigenia”, indiscutibilmente un obiettivo raggiunto in quanto conntinuava dicendo: “troppo spesso ci si illude che inasprendo le sanzioni si ottenga il rispetto della norma, ma dobbiamo capire non è così.”

Quindi per il Datore di Lavoro in questione, quello di quell’attività nella quale le regole non vengono rispettate, l’esistenza di un Organo di Vigilanza non si manifesta come un deterrente alla riduzione dei rischi. Valuta infatti improbabile che proprio da lui, nella sua impresa, possa avvenire un controllo.
Ma poniamo che per un miracolo dei numeri primi ciò avvenga. Il Ministro Sacconi, con le modifiche che ha apportato al Testo Unico della Sicurezza sul Lavoro, il D.Lgs. 81/08, ha di fatto ridotto talmente le sanzioni a carico di chi non rispetti le regole da rendere tutto sommato un affare il non rispettarle. Ha drasticamente ridotto sia le figure oggetto delle sanzioni (preposti, dirigenti, datori stessi), che la dimensione delle stesse.
Quindi un ipotetico datore di lavoro scorretto di una piccola impresa potrà valute come sicuramente improbabile che si manifesti proprio da lui un infortunio, estremamente improbabile che qualcuno venga a controllarlo e che comunque, qualora un controllo avvenga, di limitatissimo impegno economico l’eventuale sanzione a lui comminabile.
Salvo ricevere finanziamenti a pioggia da vari Enti Nazionali o di categoria per, ipocritamente, elevare la sicurezza in azienda e fare cassa.
La carenza di offerta di lavoro, la cassa integrazione a livelli superiori alla memoria storica, quindi la scarsissima od inesistente capacità contrattuale per la salvaguardia del posto di lavoro stesso, fanno sì che oggettivamente la qualità del lavoro, la sicurezza e l’igiene, la prevenzione di infortuni e malattie professionali, siano considerati, anche se non scentemente, come obiettivi secondari dai lavoratori stessi, ciò soprattutto nelle piccole imprese. Scelta ineluttabile, ma vista come sconsiderata soprattutto da chi non ne è parte.
Facile parlare di “percezione del rischio”, di atteggiamenti di “machismo”, di comportamenti abitudinari pericolosi, senza considerare che ciò avviene spesso da parte di lavoratori soggetti a pressioni a volte esplicitamente ricattatorie, ( o così o te ne vai, perché sei atipico, a termine, senza contratto, extracomunitario, non hai l’articolo 18), tipiche di ambienti di lavoro nei quali il posto stesso è legato a filo doppio con l’esposizione a rischi. Posti di lavoro nei quali il budget è fortemente indirizzato ad una riduzione dei costi per la sicurezza, spesso a favore semplicemente del restare sul mercato. Ambienti di lavoro nei quali poco o niente è dato a sapere e tutto viene minimizzato, banalizzato. E spesso in concorrenza con altri disperati di piccole imprese dello stesso tipo.
Ma in questa logica l’Ente Pubblico non è da meno. Pensiamo alle strutture dello stato, alle scuole spesso fatiscenti, alla loro improbabile asismicità, alle uscite di sicurezza chiuse con lucchetti, alla riduzione di personale ed al turn-over inesistente ovunque, anche laddove le persone che mancano dovrebbero occuparsi non solo della propria ma anche della altrui salvaguardia, come Organi di Vigilanza, Polizia di Stato, gli Enti di controllo tutti.
Torniamo ai numeri ed alle probabilità: in Italia nel corso del 2010 tutti i lavoratori nel loro insieme avranno circa una probabilità su seimila di avere un incidente, poco meno di un migliaio di loro morirà di infortunio, più di duecentomila manifesteranno una grave invalidità, poco meno di trentamila una invalidità molto grave e in migliaia avranno un risultato probabilmente di una gravità devastante ed assoluta.

E’ una scommessa, sono numeri che sembrano lontani dalla nostra realtà soggettiva, ma se giochiamo al Super Enalotto scommettiamo su probabilità molto minori: un 6 è atteso contro 622 milioni di probabilità, ma due o tre volte l’anno esce lo stesso, un cinque contro 1.200.000, chi gioca al Win for Life, gioca, sperando in una sorta di buona pensione anticipata, punta contro 3.700.000 probabilità.
Se giochiamo contro una morte sul lavoro ci attestiamo, è evidente, su percentuali molto più basse.
Infatti vincono circa mille lavoratori ogni anno.
(Aris Capra - Resp. Sportello Sicurezza CDLM CGIL Genova)

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23 Dicembre 2009

Favola di Natale

E venne il giorno che in città decisero di parlare di lavoro.
Avevano le analisi - composte in brevi fascicoli sotto i loro occhi - e molte previsioni. Erano tutti molto stanchi. Sostanzialmente affranti, poiché le loro parole, parole della politica, non riuscivano ad arrivare laddove la creatività si scatena e si crea Il Progetto. Tutti insieme decisero che era finito il tempo della bugia - bugia infinitamente utile a loro stessi e alla cittadinanza – ed era arrivato il tempo della verità. Che non era, in quei tempi, un dato oggettivo ma andava colta nel mare di informazioni discordanti fornite loro da studiosi capaci di prevedere il futuro.

Gli eletti abbandonarono per un mese le conferenze stampa. Decisero di non apparire sui giornali. Cancellarono tutti gli appuntamenti dalla loro agenda e, infinitamente determinati, studiarono lo stato delle cose per trenta giorni. Come fossero in clausura. Dapprima li sconfortò il silenzio dei loro funzionari, poi la lettura dei testi. Infine l’assenza delle loro dichiarazioni dalle pagine dei giornali. Alcuni segnalarono strani sintomi: forte cervicale, confusione, mal di pancia. Ma in seguito, confortati dalle luminose intermittenti del loro albero di Natale, decisero di abbandonarsi alla ricerca. Scoprirono l’inesistenza di ricette condivise per il Lavoro. Ma capirono che stavano parlando con parole vecchie quanto loro e che il Mondo galoppava all’impazzata mentre si ostinavano a ricorrere a modelli certi. Colsero l’inganno che alcuni industriali, sapientemente, occultavano, offrendo la speranza di occupazione per chi li aveva eletti. Ed entrarono nelle pieghe della menzo gna, guardandola negli occhi e, in tempi di crisi, si astennero da inaugurazioni di impianti, strade e vari di navi. Alcuni domandarono agli industriali i numeri dei loro addetti. E chiesero inoltre il numero dei precari ai quali, quegli stessi industriali facevano ricorso per le loro produzioni. Scoprirono che il lavoro in città era un’onda anomala, indipendente dal loro desiderio di far politica. Scoprirono che il lavoro c’era, ma era certo solo per i dipendenti degli enti pubblici. Compresero, pena l’elezione successiva, che quei lavoratori non bastavano. Che non facevano numero. Che in città c’erano molti giovani dei quali non si erano accorti. E precari destinati alla sparizione. E disoccupati. E immigrati.
In pochi lessero i documenti fino alla fine. Ma quei pochi colsero l’infinità di cose che c’erano da fare in città. E pensarono alle persone disposte a farle. Non partirono per Porto Alegre ma rimasero a leggere - si erano dimenticati di smontare l’albero – interrotti soltanto dalle poche telefonate che facevano alla ricerca di informazioni.
Poi, svuotati, si radunarono attorno ad un tavolo ovale. Di quei tavoli morbidi, come divani, dove si può scrivere su un foglio bianco senza la necessità di alcun supporto, perché il solco della penna rimane sulla carta. E uno di loro disse: “Ragazzi siamo nella merda!”. Ma un altro rispose: “Non c’è nessuna conferenza stampa da convocare. Possiamo parlarne con calma”.
Così si tornò a fare politica in città.
Le luci di tutti i loro alberi sono i posti di lavori recuperati. Fino alla pensione.
Buon Natale.
(Giovanna Profumo)

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Lavoro - I salari di un mondo frantumato

Ansaldo STS. Accordo sul premio di produzione siglato senza colpo ferire. Ogni mese un 5° livello (Operaio specializzato) riceverà 132 euro (1588 euro divisi in quote mensili), più il premio di risultato di 1900 euro a luglio 2010; questa ultima è una cifra a crescere per gli altri livelli, fino ai 2470 dei più alti. Nei prossimi anni il premio di risultato dipenderà dal raggiungimento o meno di obiettivi finanziari e produttivi. Quest’anno no.
Fincantieri. L’azienda rifiuta di pagare i 750 euro annuali del premio di produzione. Proteste sindacali, scioperi, manifestazioni, blocchi del traffico, fino alla occupazione per cinque giorni consecutivi della palazzina della direzione aziendale. Una durezza che rischia di non essere compresa da chi rimane imbottigliato per strada, o che nemmeno sa cosa possa essere un premio di produzione. Il sindacato la motiva con la preoccupazione che “l’atto mancato” dell’azienda possa preludere anche ad un disimpegno produttivo. Poi l’accordo si trova: 210 euro subito, il resto a gennaio.

Negozio xyz, centro città, genere di prodotti di lusso, periodo natalizio. Al banco di vendita una laureata che ha preso al volo questa opportunità di lavoro, per quanto precaria. Fa i conti e realizza che il suo orario è di 82 ore settimanali. Esattamente. Quanto ti danno? “Non lo so, l’ho chiesto, e mi hanno risposto: vedremo. Non mi sento di insistere, il lavoro mi serve. Vedremo”.
Pizzeria zyx. Al servizio ai tavoli una laureanda che alterna studio e lavoro precario. Come ti trovi? “Bene, è gente amichevole, simpatica. Mi hanno un po’ adottato”. E quanto guadagni? “Mah, è difficile dirlo. Un po’ forse se ne approfittano, con questa cosa dell’amicizia. La prima settimana non me l’hanno pagata, poi non mi danno tutte le ore…”
Trinity College, Dublino. Ricercatore scientifico, nazionalità italiana, emigrato per assenza di opportunità di lavoro qualificato in patria: nel corso dell’ultimo anno a lui, come a tutti i dipendenti di Enti pubblici in Irlanda, lo stipendio è già stato ridotto due volte, un centinaio di euro a volta. Altrimenti il debito dello Stato cresce troppo. E come l’ha presa la gente? “Beh, qualche protesta c’è stata, ma l’alternativa è chiudere delle attività”.
(Paola Pierantoni)

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Lavoro - Il diritto di non essere umiliati

Hanno scioperato per diversi giorni i lavoratori della Fincantieri di Sestri Ponente, la ragione – così difficile da far comprendere ai cittadini bloccati nel traffico – è che non volevano essere umiliati. E’ un sentimento anacronistico da spiegare, ma per chi lavora in una società parastatale composta da tanti cantieri in tutto il territorio nazionale, vedersi negare quello che ad altri è riconosciuto è difficile da accettare. Se poi l’umiliazione – pare siano stati definiti “fannulloni” – viene messa in scena con la sottrazione di denaro in periodo natalizio, chi rimane bloccato nel traffico deve sapere chi è la vera causa dell’ingorgo ed avere le idee chiare. I giorni di sciopero hanno probabilmente eroso il poco che l’azienda alla fine ha riconosciuto loro, ma hanno dato l’idea al cittadino che la misura è ormai colma per i lavoratori della Fincantieri di Sestri.

I giorni di sciopero hanno probabilmente eroso il poco che l’azienda alla fine ha riconosciuto loro, ma hanno dato l’idea al cittadino che la misura è ormai colma per i lavoratori della Fincatieri di Sestri.
Ma non solo per loro.
Bastava essere alla Sala Chiamata del Porto mercoledì 16 dicembre alla presentazione della mozione di maggioranza della CIGIL e sentire Beatrice del Nidil (categoria dei lavoratori parasubordinati) che raccontava ai presenti delle quattrocento iscrizioni raccolte in città. E della fatica di cogliere le sfumature di quarantadue forme di rapporto di lavoro diverse le une dalle altre. E della necessità che al Nidil vengano destinate maggiori risorse per diventare più forte e rappresentare meglio i giovani che potrebbero in futuro iscriversi.
Beatrice si rivolgeva alle categorie più ricche e chiedeva a loro, all’interno del sindacato, un aiuto concreto per gli invisibili precari che in Italia sono senza voce.
La misura è colma anche alle Ferrovie, dove ha spiegato Silvia i lavoratori saranno distribuiti in due società diverse, con diversi contratti, dove una donna si ritrova a gestire un convoglio di otto vetture, dove la disillusione dei lavoratori è tale da non partecipare nemmeno alle assemblee. Silvia raccontava i piccoli passi fatti: sistemare la bacheca delle comunicazioni, preparare le cartelline informative per i nuovi assunti, spiegare come va letta una busta paga. Raccontava di un sindacato che aveva dormito sugli allori ma porgeva ai presenti molte possibilità per cambiare.
C’è una distanza fortissima tra il precario del Nidil, il metalmeccanico dei cantieri e il dipendente delle ferrovie. Ma sono vittime tutti e tre, a seconda dei casi, dell’umiliazione. A questa nessuno si deve rassegnare.
(Giovanna Profumo)

Posted by Admin at 09:53 | Comments (0)

Lavoro - Carceri, politica e classe operaia

Capita di leggere un giornale, e provare una fitta al cuore. Così con un titolo su La Repubblica del 26 novembre: “Preferiremmo le crociere, ma fateci costruire le galere”, riferito alla lettera che 300 lavoratori della Fincantieri “preoccupati da un futuro sempre più critico e pronti, pur di lavorare, a costruire anche le carceri galleggianti” avevano consegnato a Marta Vincenzi. La proposta di navi prigione per fronteggiare la sovrappopolazione nelle carceri era del ministro Alfano, e la sindaco l’aveva definita “incivile”.
Poi il giudizio di “inciviltà” è sfumato. Contano, a quanto pare, le coordinate geografiche: “Il no alle carceri galleggianti riguarda la loro eventuale collocazione a Genova, e non certo l’ipotesi che a realizzarle sia Fincantieri nello stabilimento di Sestri Ponente” (Marta Vincenzi, Corriere Mercantile del 29 novembre); “Noi non abbiamo nessun problema rispetto alla costruzione, - ha precisato l’assessore comunale Mario Margini – tocca poi al governo indicare le soluzioni su dove collocarle” (La Repubblica, 19 dicembre).

Nemmeno una parola spesa ad interrogarsi se costruire nuove prigioni serva a risolvere un affollamento carcerario fatto soprattutto di immigrati, tossicodipendenti e povera gente. Eppure basta ascoltare un po’ di Radio3, o fare un giro su internet per cogliere la complessità del problema e farsi venire qualche dubbio:
“Il carcere è sempre più un contenitore e un generatore di povertà … I detenuti che non hanno un domicilio sono esclusi dal beneficio delle pene alternative … molti detenuti anziani o malati restano nel carcere per mancanza di strutture di accoglienza socio-sanitarie esterne … siamo di fronte al fallimento di un intero sistema sociale che affida al carcere l’accoglienza e la custodia delle sue fasce più deboli … “ (Pastorale carceraria della Campania).
“65.000 detenuti, un record storico dal dopoguerra, 1500 morti in dieci anni di cui un terzo per suicidio, ma questa tragedia non si risolve costruendo più carceri; la recidiva di coloro che espiano interamente la pena infatti è del 68% mentre quella di coloro che sono usciti con l'indulto è del 27%. La gravità dei reati è relativamente bassa, le pene potrebbero essere scontate in parte, o in tutto, fuori dal carcere. Servono misure alternative, progetti di inserimento sociale, che però vanno sostenuti e finanziati, invece la spesa pro capite per detenuto in due anni si è dimezzata, da 13170 euro pro capite a 6393 euro”. (Mario Marazziti, portavoce della Comunità di Sant Egidio).
“E’ necessario garantire l’efficienza delle misure esterne e del recupero fuori dal carcere” (Donato Capece, segretario generale del sindacato autonomo polizia penitenziaria Sappe).
“Il sovraffollamento c’è: si buttano nel carcere tutti i problemi. Ma il problema più grande è che i detenuti devono starsene 20 ore in cella per mancanza di personale di sorveglianza di fondi per le attività” (Direttrice carcere di Reggio Calabria, intervistata a Radio3).
Per fortuna l’orizzonte dei lavoratori Fincantieri si è un po’ schiarito. Resta lo sconforto di vedere una classe lavoratrice che non riesce più a tenere insieme le sue legittime rivendicazioni con la tutela dei più deboli, e una classe politica che insegue l’immediato consenso
(Paola Pierantoni)

Posted by Admin at 09:49 | Comments (0)

19 Novembre 2009

Congresso Cgil - Entrare in sala a pellicola iniziata

Repubblica 15 novembre: nella pagina dedicata alla manifestazione CGIL del giorno precedente, un boxino comunica che la confederazione si avvia così divisa al congresso di maggio: “da una parte il documento che fa riferimento al segretario generale Guglielmo Epifani, dall’altra quello di un’area trasversale che va dalla Fiom, ai pubblici dipendenti, ai bancari, fino al segretario confederale Nicoletta Rocchi”
La maggioranza della base – come spesso succede quando gli organismi si rinnovano – rischia di entrare nella discussione come si entra in sala a pellicola iniziata, “ma cosa è successo? chi è quello?”.

La sensazione è quella di una condivisione tardiva, per la quale sono chiamati ad esprimersi iscritti poco coinvolti o che non ne capiscono appieno le ragioni, una discussione che vede protagonista la classe dirigente del sindacato. Da sola.
La domanda inespressa per questo congresso è quella che si è posta la sinistra negli ultimi anni: cosa dobbiamo cambiare?
Per il maggior sindacato italiano – quasi sei milioni di tessere - che si è visto sottrarre di prepotenza la parola nell’anno in corso, il tema riguarda la strategia delle azioni future.

Lo scenario è agghiacciante: disoccupazione, cassa integrazione, precariato. La Cgil di oggi, se è madre delle molte categorie che la compongono, deve, per sua natura, dar voce a iscritti di provenienza diversa e con problemi specifici. E’ possibile scegliere una linea comune? E soprattutto è possibile rispondere alle richieste che provengono da un mondo del lavoro che è già cambiato?
Alcuni hanno la certezza che al di fuori della Fiom, salvo poche eccezioni, non si abbia ben chiaro quello che sta accadendo, e dicono di essere in presenza dello smantellamento di fatto del sindacato. Chi lo dice si riferisce alla riforma del sistema contrattuale approvata il 15 aprile da Cisl, Uil, Ugl, con un no secco della CGIL, e rivendica con forza che, così come ha fatto la Fiom, tutte le altre categorie abbandonino i tavoli di rinnovo dei loro contratti. E’ una linea che ha la sua coerenza di fondo: non ci si siede al tavolo di chi ti vuole cancellare.

Altri credono invece che sia d’aiuto ai lavoratori e alle categorie stesse continuare i percorsi intrapresi prima della rottura con Cisl e Uil, ed essere presenti come sindacato, nonostante tutto, ai tavoli di trattativa. La coerenza, in questo caso, sta nell’essere fedele al mandato di rappresentanza del lavoratore iscritto.
I due punti di vista sono solo tasselli di due approcci diversi e sembrano avere come nocciolo la possibilità o l’impossibilità di dialogare.
Al congresso, convitati di pietra potrebbero esserci i partiti di sinistra ed il Pd con le sue componenti radicali e moderate. L’assenza di Bersani, rappresentato da Enrico Letta, alla manifestazione Cgil di sabato 15 novembre, e la presenza di Di Pietro sono segnali politici.
La domanda è se La Cgil del futuro e del congresso saprà coinvolgere (ed iscrivere) il milione e mezzo di disoccupati che occhieggiano dagli articoli di stampa, insieme alle migliaia di precari.
www.cgil.it/ChiSiamo/Quanti_Siamo.aspx
(Giovanna Profumo)

Posted by Admin at 23:42 | Comments (0)

Metalmeccanici - La battaglia solitaria che non fa notizia

In Piazza Cavour alle nove del mattino del 12 novembre non si vede traccia dell’annunciato concentramento dei metalmeccanici. Poi finalmente escono una cinquantina di operai delle riparazioni Navali, e si avviano per Via San Lorenzo per ricongiungersi agli altri, sotto la sede di Confindustria, in tutto un migliaio di lavoratori.

Ti ricordi come era anni fa?
Ai giovani proviamo a spiegarlo, ma niente, non capiscono
Ma perché non capiscono?
Forse vogliono dormire un’ora di più
Ma allora si segnano ferie?
E chi lo sa? L’azienda non ci dà i dati per la privacy
E’ che nessuno parla di noi. Se provi a parlarne tu, ti prendono anche per matto.

In effetti nessuno parla di “loro”. Questo ostinarsi della Fiom a protestare per un contratto firmato solo dalle altre organizzazioni sindacali, sui giornali assume il sapore di una stranezza anacronistica. Relegato nelle ultime pagine guadagna posizioni solo quando le manifestazioni causano problemi di traffico. Strano che in tempi in cui si esalta la prova di democrazia delle primarie si digerisca serenamente il fatto che un contratto firmato unitariamente nel 2008, e ancora in vigore, venga disdetto da fim e uilm, minoritarie nella categoria, senza nessun referendum né sulla piattaforma, né sul contratto firmato.

La democrazia nei luoghi di lavoro non conta più nulla? Cosa intendiamo, precisamente, quando usiamo questa parola? A quali ambiti la riferiamo, e perché?

Quanto al merito, per antica affezione ad un tema oggetto, nel passato, di infinite discussioni tra donne, prenderò ad esempio l’incredibile ginepraio introdotto per “regolamentare” (sic!) il part time: orizzontale, verticale, misto, “con superamento dell’orario normale giornaliero, ma inferiore a quello contrattuale settimanale”; con “clausole flessibili relative alla variazione della collocazione temporale della prestazione”, oppure con “clausole elastiche relative alla variazione in aumento della durata della prestazione”. Beninteso “tutte le volte che l’orario concordato sia inferiore all’orario settimanale, è consentita la prestazione di lavoro supplementare in riferimento a specifiche esigenze tecniche, o organizzative, o produttive o amministrative (esercizio: provare ad individuare una fattispecie della organizzazione aziendale che non possa essere fatta rientrare tra queste voci), previa comunicazione alle Rappresentanze sindacali unitarie e salvo comprovati impedimenti individuali”. Leggi: tutte le volte che alla azienda verrà bene, previa una comunicazione puramente formale al sindacato, e salvo “comprovati impedimenti” lasciati nella indeterminatezza e quindi alla mercè di valutazioni arbitrarie, l’orario parziale può essere maggiorato fino al raggiungimento delle 40 ore settimanali, cioè dell’orario pieno. Il limite annuo complessivo può arrivare ad una volta e mezzo dell’orario pattuito. Immaginatevi una persona che abbia scelto questa forma contrattuale per rendere compatibile il lavoro con altre esigenze di vita.

Volete sapere una ulteriore finezza? Nel precedente contratto del 20 gennaio 2008 era previsto, fino al limite del 3 % del personale in forza, il diritto dei lavoratori di passare dal tempo pieno al tempo parziale per una serie di casi personali, con priorità per chi doveva assistere figli, familiari o conviventi “gravemente ammalati, portatori di handicap o che accedano a programmi terapeutici e di riabilitazione per tossicodipendenti”. Col nuovo contratto i tossicodipendenti retrocedono in terza posizione. Del resto lo ha detto anche Giovanardi: è gente che se la va a cercare.
(Paola Pierantoni)

Posted by Admin at 23:38 | Comments (0)

5 Novembre 2009

Lavoratori - Viaggio in Italia

Una tiepida giornata dell’ottobrata romana. L’autunno si fa presente solo con un tappeto di foglie rosse sull’asfalto. Le strade sono trafficate attorno a Castro Pretorio. Alle sue spalle il Policlinico.
Ne varco la soglia e nel bel mezzo dello scalone centrale mi accoglie uno striscione:
ASSUNZIONI SUBITO PER PIU’ QUALITA’ E RISPARMIO CONTRO LA PRIVATIZZAZIONE DELL’ASSISTENZA – COORDINAMENTO PRECARI ESTERNALIZZATI COBAS POLICLINICO La mente vi associa subito lo sciopero delle forze dell’ordine e un piccolo nugolo di lavoratori del parco acquatico di Roma che nello stesso giorno, mercoledì 28 ottobre scorso, bloccano via Flaminia gridando il loro no alla chiusura.

Episodi che hanno diversa visibilità. Quanti sono a conoscenza di queste situazioni? Chi detta le leggi della loro notorietà? Come estendere la partecipazione e riunire in un coro le diverse voci del disagio? Intanto esternalizzazione e mobilità sono le nuove formule magiche applicate a 360° nel lavoro.
Salgo le scale e lo sguardo si ferma su una targa commemorativa:
I MEDICI FUTURI RICORDANO IL SACRIFICIO DI MANLIO GELSOMINI E LUIGI PIERANTONI CHE ALLE FOSSE ARDEATINE EBBERO SPENTI LA VITA NON L’IDEALE DI LIBERTA’ L’ORDINE DEI MEDICI DI ROMA, 20 GENNAIO 1946
Non era un monito, ma voleva essere un ponte verso le future generazioni. Un invito a far tesoro di un esemplarità, allora, quando quelle parole furono iscritte, così viva e vicina. Ma oggi? L’abbiamo forse dissipata attraverso i decoder? Se ne sente la mancanza, questo è certo. “… dell’esempio non si parla mai, anzi non esiste come categoria di giudizio del proprio e dell’altrui comportamento [...] L’esempio non nasce dalle prediche, ma dalla vita, quella che si svolge nelle scuole, negli ospedali, negli eserciti, ovunque si stia insieme”, così scriveva Vittorio Foa in Le parole della politica.
La sua è stata una vita “esemplarmente” umana, fatta di riflessioni e scelte a rappresentare i lavoratori e ad ascoltare sempre chi lo circondava.
Speriamo che i gesti quotidiani dei lavoratori italiani non passino inosservati agli occhi della rappresentanza politica e sindacale. Speriamo nella reversibilità di questi ultimi dal tubo catodico.
(Alisia Poggio)

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28 Ottobre 2009

Cornigliano 2009 - Sole a Riva

C’è un sole che è una meraviglia a Cornigliano venerdì 16 ottobre. Risplende su container, capannoni, aeroporto. E’ un incanto. Sembra quasi che Riva l’abbia ordinato a Dio per fare bella figura nel giorno dell’inaugurazione dei nuovi impianti. Autorità, fotografi, giornalisti e sindacato si salutano ossequiosi ed anche i nastri, che verranno tagliati per il nuovo corso, scintillano tricolori tra coni di luce.

A quattro anni e tre mesi dalla firma dell’Accordo, tutti dichiarano che quanto fatto è nel quadro del rispetto delle intenzioni e che, infine, una città che rinuncia alla sua vocazione industriale sarebbe una città distante dalla realtà, diventerebbe una città inconsapevole.

Benedice il Cardinal Bagnasco, parla Daniele Riva poi Vincenzi, Repetto e Burlando. Le frasi escono frammentate da un impianto acustico inadeguato all’evento. Ma la voce unanime della politica risulta nitida, fiduciosa nel futuro.

Il sindacato, per quest’evento, non è invitato a parlare. Di certo una mancanza nei confronti di chi è stato, in questi anni, un soggetto determinante.

Dietro tutti i presenti, l’impianto pulsa immerso in un capannone enorme che soffia rotoli zincati di varie dimensioni, splendenti solo come può splendere il prodotto finito. Sole a parte.

Non ci sono dubbi, l’impianto è lì, concreto come la produzione può esserlo. Nonostante la crisi.

Emilio Riva, ultraottantenne, ha dovuto cedere la parola al figlio Daniele. Il padre è afono. Ma energico e ospitale con le autorità. Lo abita un vigore d’altri tempi: accoglie, accompagna e saluta. Alcuni rispettosamente lo chiamano “il vecchio” e paventano la sua dipartita. Ma non sanno che lui è fatto della stessa pasta di mamma Rose dei Kennedy. Va guardata negli occhi questa energia e chissà che, in futuro, la scienza non sia in grado di decifrarne il codice, per regalarne un po’ alla politica. E’ la stessa energia che c’è nello sguardo di Angelo Bagnasco che, sotto il cappello rosso da cardinale, scannerizza la realtà implacabilmente e la attira a sé.

A giochi fatti è impossibile porre domande. L’evento non le prevede. Non è a programma tantomeno chiedersi a quante persone darà lavoro l’impianto, cosa ci sarà dopo, a crisi finita, e perché gli uffici, ridotti all’osso, fisicamente incollati al nuovo complesso produttivo, abbiano subito la cancellazione di commerciale e acquisti, trasferiti a Milano. La truffa, venti milioni di euro di perdita per il gruppo Riva - che coinvolge la sede di Milano e gli uffici di Taranto - non arriva sino a Genova. Prende rotte diverse.
http://www.lagazzettadelmezzogiorno.it/GdM_dallapuglia_NOTIZIA_01.php?IDNotizia=274969&IDCategoria=11
Forse Emilio Riva è afono anche per questo. Forse trasferire le competenze degli acquisti a Milano, collocando in cigs molti degli addetti della vecchia ILVA di stato, è un prezzo da pagare.
(Giovanna Profumo)

Posted by Admin at 01:08 | Comments (0)

2 Luglio 2009

Migranti - Soggiorno e occupazione: un legame da sciogliere

Quando un lavoratore immigrato perde il lavoro e non ne trova un altro entro sei mesi perde il permesso di soggiorno col risultato che l’immigrato resta in Italia da irregolare o da “clandestino” come alcuni usano dire. Questo legame tra contratto di lavoro e permesso di soggiorno è auto lesivo: non danneggia solo gli immigrati, ma gli stessi interessi italiani.
La sospensione del rapporto lavoro/permesso in questa fase di crisi è stata sollecitata sia dai sindacati (in particolare dalla CGIL), sia dalle associazioni dei datori di lavoro interessati a ripartire, finita la crisi, con lavoratori già formati professionalmente e che conoscono la lingua e il sistema italiano.


In alcune città come Verona, Pavia e Treviso, ci sono state delle intese informali con le questure per raddoppiare la durata del permesso di soggiorno del disoccupato da 6 mesi a 12 mesi.
La circolare del Ministero dell’Interno del 06 maggio 2009, stabilisce invece che il permesso di soggiorno per attesa occupazione da rilasciare all’immigrato che perde il lavoro non può essere superiore a sei mesi. Occorre modificare la normativa ed è in contraddizione con la convenzione OIL n. 143/75, ratificata dall’Italia, che dispone (art. 8) che “il lavoratore migrante non potrà essere considerato in posizione illegale o comunque irregolare a seguito della perdita del lavoro, perdita che non deve, di per sé, causare il ritiro del permesso di soggiorno”.
Inoltre il disoccupato italiano usufruisce di ammortizzatori sociali (disoccupazione ordinaria, cassa integrazione guadagni ordinaria e straordinaria, indennità di mobilità) per periodi che vanno da 6 fino a 24, 36 e 48 mesi. Il disoccupato straniero invece ne può usufruire di fatto solo per sei mesi, mentre gli articoli 8 e 9 della Convenzione OIL prevedono che il suo trattamento sia parificato a quello di un italiano.
La Convenzione impegna infatti gli Stati firmatari ad abrogare o modificare qualsiasi disposizione legislativa, disposizione o prassi amministrativa incompatibili con i propri contenuti: occorre quindi che il permesso di soggiorno per attesa occupazione abbia durata pari almeno a quella degli ammortizzatori sociali previsti: ad esempio 24 mesi in caso di cassa integrazione straordinaria per ristrutturazione e riconversione aziendale.
(Saleh Zaghloul)

Posted by Eleana at 01:20 | Comments (0)

2 Giugno 2009

Prevenzione - Infortuni Cosa ne pensano i lavoratori?


Per saperlo si sono messi insieme due assessorati regionali (Politiche del lavoro e Sanità), la direzione regionale dell’INAIL e un gruppo di ricercatori universitari diretti da un docente della Facoltà di Scienze della Formazione. Lo scopo: produrre materiali utili ad una successiva campagna di comunicazione – condotta dagli stessi soggetti – sullo stesso argomento. I risultati sono finiti in un libricino “Infortuni e malattie professionali. Cosa ne pensano i lavoratori?” con allegato un DVD, pubblicato a fine 2008. Presentazione pubblica (con relativa inevitabile passerella) del volume – sulla cui copertina non appare l’editore - e successiva scomparsa del medesimo. Chissà se i promotori avranno fatto riunioni congiunte per riflettere sul materiale raccolto? Se ne avranno discusso coi sindacati magari per approfondire le questioni più calde?

In altre parole: chissà se il lavoro fatto sarà servito o servirà a qualcosa o il libricino langue dimenticato in qualche deposito?
Sarebbe un peccato. Intanto perché il lavoro sul campo è stato portato avanti da un gruppo di collaboratori occasionali (2 uomini, 35 e 32 anni, e una donna, 30 anni) e si è avvalso anche della collaborazione di alcuni studenti e laureati della stessa Facoltà; giovani, senza chiese da difendere e loro stessi alla scoperta del mondo. Poi perché gli oltre 500 lavoratori italiani e stranieri interpellati, sono stati scelti sulla base delle loro conoscenze e relazioni. Infine il questionario che gli era stato fornito e essi dovevano sottoporre ai loro intervistati è stato usato con intelligenza ma anche col cuore. Di fronte ad esperienze particolarmente significative per l’indagine di lavorazioni o mansioni si è fatto ricorso a registrazioni estese così da dare modo agli interlocutori di esprimersi oltre i limiti posti dalle domande previste.
I risultati della ricerca hanno confermato un esteso gap culturale sia dei lavoratori sia della società circa il “rischio sul lavoro”. Ma chiarissimo è risultato anche un altro fatto denunciato da tutti gli intervistati: le relazioni tra il rischio e le forme contrattuali del lavoro (appalti e sub appalti, turnover, atomizzazione delle prestazioni ecc.). E lo hanno fatto prendendo spunto dalla concreta condizione di lavoro da loro vissuta o osservata.
Non è stato un dialogo facile quello tra i ricercatori dell’università e i lavoratori. Non sono mancati casi di frizione soprattutto quando gli interlocutori venivano avvicinati in assenza di intermediari. “Perché pagano queste ricerche invece di spendere meglio i soldi per la sicurezza stessa?”; “Tanto non frega niente a nessuno di quello che pensano i lavoratori..”. Un atteggiamento che spesso ha lasciato il posto alla collaborazione e ad un interessamento per i risultati della ricerca.
Quasi tutti i lavoratori contattati hanno detto che negli ultimi anni nessuno si era interessato alla loro esperienza di lavoro, che di queste cose si parla poco o non si parla affatto e che oggi l’interesse per il mondo del lavoro e della produzione, soprattutto manuale è pressoché nullo, “salvo quando ci lasci la pelle”. La morte d’un lavoratore è la breccia con cui il lavoro appare finalmente agli occhi della società ma è anche frustrante: bisogna lasciarci la pelle per far sapere le reali condizioni in cui si svolge il lavoro?
(Manlio Calegari)

Posted by Eleana at 23:05 | Comments (0)

Migranti - L'accesso “ad ostacoli” al pubblico impiego

Intervistata il 28 maggio 2009 da Radio 24Ore, la segretaria della Funzione Pubblica CGIL ha detto che con la decisione di non ammettere i cittadini immigrati al concorso per operatori socio-sanitari, l’ospedale San Martino è recidivo, che sono almeno una decina i ricorsi vinti nella nostra città da cittadini immigrati contro il San Martino, il Galliera e l’ASL3.
Infatti, il primo è stato vinto nel 2001 da un infermiere professionale marocchino con la sentenza, n. 129/2001, del TAR Liguria.

“La norma sulla quale ci basiamo non è arcaica, è del 2001”, ripetono a San Martino, bene, ma allora come spiegano l’ennesimo ricorso vinto sempre nei loro confronti, a giugno del 2008, da un’infermiera dell’Ecuador? La relativa ordinanza, n. 3749/2008, del Tribunale di Genova, si basa anche sulla convenzione OIL n. 143 del 1975, ratificata dall’Italia nel 1981 con legge n. 158/1981.
La convenzione impegna ogni membro a garantire ai lavoratori immigrati pari opportunità e trattamento in materia di occupazione e di professione, di sicurezza sociale, di diritti sindacali e culturali, ed impegna ciascun Stato ad adottare i provvedimenti legislativi e di altra natura necessari per l’applicazione della convenzione. La curiosità è che l’Italia era uno dei soli due paesi europei che allora hanno sottoscritto la convenzione e che l’ha fatto in quanto paese d’emigrazione per tutelare i lavoratori italiani immigrati all’estero. L’ordinanza afferma inoltre che il requisito della cittadinanza, di cui al decreto legislativo 165/2001, deve essere riferito allo svolgimento di determinate attività che comportino l’esercizio di pubblici poteri o di funzioni di interesse nazionale, in caso contrario si verrebbe a determinare un comportamento discriminatorio.
Comunque, sembra che nel settore sanità in Liguria non ci saranno più problemi: il Galliera, dopo un ricorso vinto ha concordato con il sindacato un nuovo regolamento dove non c’è più il requisito della cittadinanza e l’assessore regionale alla sanità Claudio Montaldo, ha chiesto al San Martino di rivedere la propria decisione e di ammettere i cittadini immigrati al concorso.
Non è così nel trasporto dove è invece davvero arcaica la norma sulla quale si basano le aziende di trasporto per rifiutare l’ammissione dei non italiani ai concorsi, si tratta di un Regio decreto del 1931. Non è cosi nemmeno per gli immigrati che si rivolgono ai Centri per l’Impiego gestita dalla Provincia di Genova, per iscrivesi alla lista dell’ex art. 16 per impieghi fino al quarto livello nel pubblico impiego. I centri per l’Impiego sono gestiti dalla Provincia di Genova, la stessa che ha modificato il proprio regolamento e non chiede più il requisito della cittadinanza per chi intende diventare impiegato della Provincia.
Insomma, c’è ancora molto da fare, occorre ogni volta una battaglia giudiziaria. Sarebbe ora che lo stato modifichi la legge altrimenti sarà una sentenza della Corte Costituzionale a fare giustizia.
(Saleh Zaghloul)

Posted by Eleana at 23:04 | Comments (0)

8 Aprile 2009

Sicurezza - Togliere dalla vista per togliere dal pensiero

Giovedì 2 aprile nella sala di rappresentanza di Tursi il dibattito “Quale sicurezza” organizzato dalla Associazione “L’Europa che vogliamo” passa al setaccio il “pacchetto sicurezza” approvato al Senato di fronte ad un pubblico abbastanza numeroso e molto attento.
Waldemaro Flick traccia un quadro storico e comparativo dei fenomeni migratori in Italia e altrove, definisce “inadeguate, incivili, non costituzionali” le misure di un decreto che considera la clandestinità una aggravante nei reati. Avverte che la gravità delle ronde verrà fuori al primo grave incidente. Ricorda soprattutto che quando un governo mette in atto politiche “di barriera”, che impediscono la “circolarità del fenomeno migratorio”, allora cresce l’illegalità.
Il magistrato Pinto dice che c’è da preoccuparsi, e seriamente, perché le forze di governo non considerano la Costituzione come una linea guida per la attività legislativa, ma un “cavillo”, un impaccio di cui liberarsi. Ed ecco che in Italia “siamo di fronte ad una legislazione per spot, che soddisfi delle esigenze immediate, senza prendersi carico della complessità e dell’aspetto costituzionale”.

Pinto si sofferma su una norma di facile presa sulla opinione pubblica: quella che introduce la custodia cautelare obbligatoria in caso di violenza sessuale. Oggi questa obbligatorietà è prevista solo per i reati di mafia, per salvaguardare il giudice dai condizionamenti che si possono esercitare su di lui. Altrimenti è il giudice che deve bilanciare, nel caso concreto, i due principi della tutela del cittadino e della libertà dell’individuo. Il decreto del governo ora spezza questo equilibrio e introduce una pericolosa forzatura.
“Uno dei maggiori attentati alla sicurezza – aggiunge il magistrato – è l’attuale disciplina sulla immigrazione”. Elenca le assurdità punitive già in atto (impossibilità di entrare regolarmente in Italia per cercare lavoro, perdita del soggiorno dopo pochi mesi di disoccupazione e nuova conseguente clandestinità), e quelle che si stanno preparando: divieto di iscrizione alla anagrafe dei figli di irregolari, per non parlare della denuncia dei medici. “Tutto sta determinando un cambio della nostra Costituzione materiale rispetto alla Costituzione scritta, basata su principi di rispetto della persona e dei diritti fondamentali”.
I nostri governanti, conclude, invece di fare la guerra alla povertà stanno facendo la guerra ai poveri.
Tra le voci del pubblico quella di Padre Remondini di S. Marcellino. Ricorda che la legislazione sulla sicurezza di cui si è discusso colpisce anche i senza dimora. Li si vuole schedare, sapere chi sono, ma è una catalogazione puramente intimidatoria: questo sapere non serve a niente. Nessuno vuole usarlo per costruire una politica, una rete di sostegno. Si vuole solo cacciarli dai “salotti buoni” della città. Poi, dice, ci si mettono anche alcuni sindaci, e cita il caso di una ordinanza comunale (non ricordo di quale città) che prescrive come le panchine debbano avere un bracciolo nel mezzo, per impedire di sdraiarcisi e di dormirci.
Dice ancora: “Si vogliono togliere dalla vista le persone che stanno male, ma questo vuole dire toglierle dal pensiero”. Invece è importante che i genovesi vedano i circa 2000 di loro che vivono per le strade.
Passando da Piazza Caricamento in questi giorni osservo che le (poche) panchine sono sparite.
(Paola Pierantoni)

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1 Aprile 2009

Sacconi - Il restyling della sicurezza

“Restyling delle sanzioni”, un apparato sanzionatorio “rimodulato”, più contenuto rispetto all’attuale testo unico sulla sicurezza, ma “più oneroso rispetto al 626” (Sole 24 Ore del 28 marzo). Una riscrittura delle norme sulla sicurezza nei posti di lavoro decisa dal governo per “andare incontro alle richieste di Confindustria e di tutte le associazioni dei datori di lavoro…” (Secolo XIX del 28 marzo). “Sanzioni meno severe sulla sicurezza” (Repubblica del 28 marzo).
Contro la “solita” Cgil, per non parlare della Fiom. Possibilista la Cisl che confida in un “miglioramento” del testo.

Ma Sacconi per compiacere i datori di lavoro non si limita ad attenuare le sanzioni: il suo testo è affollato da articoli e commi che prevedono modifiche insidiose che difficilmente trovano la strada per raggiungere ed essere comprese dai lettori dei quotidiani. Per non parlare del pubblico televisivo.
Un esempio degli aspetti da approfondire? L’attribuzione ai cosiddetti “Enti Bilaterali” (organismi di natura privatistica costituiti congiuntamente da rappresentanti delle imprese e dei sindacati) di funzioni che minano il ruolo degli organi di vigilanza. Gli Enti bilaterali infatti rilasceranno alle imprese attestati di “conformità” alle norme, e gli organi di vigilanza “ai fini della programmazione della loro attività” dovranno “tenerne conto” (leggi: ne saranno condizionati).
Gli Enti Bilaterali inoltre potranno certificare (leggi: dare il via libera) “i modelli di organizzazione e di gestione del sistema di sicurezza sul lavoro” adottati dalle imprese. Sul sito di Diario-prevenzione si osserva in proposito che “sono palesi i conflitti d'interesse che incomberanno su questi organismi caricati di compiti certificazione sostitutivi delle attività di vigilanza proprie della Pubblica Amministrazione … organismi di per sé fragili in ragione dei conflitti d'interesse dei quali sono portatori...”.
E’ una vecchia storia, questa, che incombe dai tempi del tentativo (poi sventato) del precedente governo Berlusconi di intervenire sulla legislazione della sicurezza per venire incontro non solo a Confindustria e compagni, ma anche alla Cisl ed alla sua concezione del ruolo del sindacato.
Poi si può spaziare: reintroduzione delle visite mediche “pre - assuntive” (oggi vietate) che potranno essere effettuate “su scelta” del datore di lavoro; apertura della strada per scaricare con maggiore facilità sulle spalle di lavoratori, preposti, progettisti quella responsabilità “di non aver impedito l’evento” che equivale a cagionarlo; cancellazione della relazione al Servizio Sanitario Nazionale sui dati sanitari e di rischio (aggregati ed anonimi) dei lavoratori sottoposti a sorveglianza sanitaria obbligatoria; la data del Documento di Valutazione dei Rischi (DVR) che oggi deve essere “certa”, ma che domani potrà essere semplicemente “attestata” da una dichiarazione del datore di lavoro; i criteri secondo cui deve essere redatto il DVR: oggi il datore di lavoro ha l’obbligo di “indicarli” (in modo che possano essere valutati da chi di dovere), domani invece saranno “rimessi” al datore di lavoro medesimo…
L’elenco è ancora lungo, e vi torneremo, intanto suggeriamo di visitare il sito
http://www.diario-prevenzione.it/index.php?option=com_content&task=view&id=945&Itemid=2
che ha dato il via ad un “Dossier che intende rappresentare e mantenere in memoria i vari passaggi che si susseguiranno in questa nuova fase di legiferazione”
e il sito di “Ambiente e Lavoro” http://www.amblav.it/news_dettaglio.aspx?IDNews=5910
(Paola Pierantoni)

Posted by Admin at 17:28 | Comments (0)

25 Marzo 2009

Precari 1 - Farcela senza lo zio vescovo

“Senza uno zio vescovo” è una campagna pubblicitaria di Infojobs, http://www.youtube.com/watch?v=3E_HZS5eM1I&eurl=http://www.senzaunoziovescovo.com/, un sito che permette di cercare lavoro online. Gioca con levità sulla diffusione endemica della raccomandazione nel Paese e sulla difficoltà di trovare lavoro senza qualche “santo in paradiso”.
Il video pubblicitario raccoglie per l’Italia le facce di chi non ha uno zio barone oppure un papà industriale o ministro. Fa parte di una campagna di marketing virale, che gioca molto sull’efficacia del messaggio e mette a disposizione come strumenti di comunicazione e diffusione loghi e wallpapers per il proprio sito. Per chi ha raggiunto il tanto agognato lavoro, un attestato, da stampare ed esibire con orgoglio “Non mi è servito uno zio vescovo”. Messaggio azzeccatissimo per le schiere dei figli di nessuno che combattono ogni giorno la disoccupazione, il precariato ed un costante abbattimento dell’amor proprio.
(Eleana Marullo)

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Precari 2 - Infermieri o badanti: è il futuro, ragazzi!

“Non ho mai sentito mio figlio piangere così disperato. Ragioniere precario, che ha perso il lavoro”. E' l'incipit della lettera di un padre di Trani a Michele Serra sul Venerdì di Repubblica di 13 marzo. Quanti genitori vedranno altre lacrime? Anche a Genova è un bollettino di guerra, un esercito silente di precari, da aziende piccole, piccolissime, alle grandi multinazionali, come alcune che avevano interessi nel porto.
Bagagli in mano e rimpianto nel cuore in quarantanove se ne sono andati via dalla Mersk, ragazzi e giovani padri di famiglia. Fuori i 14 lavoratori di China Shipping con preparazione di buon livello, ma che in questo momento non riusciranno a ricollocarsi. Così per i 27 dipendenti della Deep Sea (Corriere Mercantile, 3/3/09). Un po' d'incentivi, sei mesi forse di cassa integrazione, a fatica concessa dalla Regione e via. Ma via dove?

All'Hapag-Lloyd, altra società che opera nel marittimo vige la consegna del silenzio. Non si danno informazioni sulla sorte dei dipendenti, ti rispondono gentili, ma pare che a tanti non verrà rinnovato il contratto. Sono lavoratori di cui poco o niente si parla, qualche cenno “di spalla” in quarta pagina per un giorno e poi stop. Spariti. A questi non resta che scorrere gli annunci di lavoro che, udite udite (Sole 24ore Nord Ovest, 25/2/09) pare in Liguria ci sia: missioni in aumento del 43,7%. Ovvero interinale nella sanità. Commenta l'assessore ligure alle politiche sociali (quello che non è voluto andare in Europa ad occuparsi del ruolo di Genova, qui aveva più da fare): “Sentiamo meno la crisi per l'alta percentuale di occupati nei servizi alla persona”. Ma come siamo contenti: infermiere o badante, è il futuro, ragazzi.
E tutti quelli che si sono "qualificati", dolorosamente dovranno guardarsi intorno al più per un posto da assistente sanitario. Come dire, industria , imprese, servizi, porto, nisba: qualche timido segnale forse nella metalmeccanica, turismo, ristorazione. Ma non si diceva che mancavano pure gli ingegneri? Che futuro si prospetta per noi? Giovani in fuga, soltanto pensionati. E a seconda di come gira la Gronda pare si sloggino abitanti ed industrie.
Ora però anche la Cgil dice basta: pensiamo al lavoro, spazio alle aziende o ci troveremo tutti ai giardinetti, proclama infuriato il sindacalista di turno.
L'Italia è un Paese vecchio, contro i giovani, e Genova ne è l'esempio eclatante. Al di là della crisi, che per noi sarà solo uno iato più grande. Non funzionerà neppure il familynet, gli amici degli amici che forse procureranno il lavoro, come spesso non ha funzionato la meritocrazia, il poco lavoro che c'era, oggi è sparito. Dove la nostra classe politica agé ne rappresenta l'antitesi, non ha concesso, né concede il ricambio. Anzi sempre più intrecciata nel microcosmo d'interessi particolari non ha saputo lanciare oltre lo sguardo, al futuro di una città, di un territorio, attenta soltanto a preservare collaudati consensi.
Basta pensare che la più grande azienda in città è il Comune. Che quando una istituzione vuole propagandare la sua efficacia dice di aver stabilizzato i precari. Precari assunti come?
(Bianca Vergati)

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Casagit: l’informazione deve essere completa

Buona norma di chiunque scrive, giornalista o no, sarebbe quella di informarsi a tutto campo e non solo su elementi legati a interventi o analisi parziali o di schieramenti di parte.
Chi legge la nota di “e.m” deduce che la cassa integrativa di assistenza sia un bengodi in cui, nella migliore delle ipotesi, ci sono stati se non furti o ruberie, sciatteria a favore di una categoria (i giornalisti) che ha molti difetti (siamo i primi a dirlo e combatterli quando ci riusciamo), ma non quello di non avere denunciato e affrontato la situazione. Quantomeno la Liguria con il suo sindacato territoriale dei giornalisti (Associazione Ligure dei Giornalisti-Fnsi) e la Consulta Ligure della Casagit con un’altra decina di associazioni del “coordinamento”. Se non si spiegano le cose è troppo semplice, linkando qualche sito o intervento, dare e fare una informazione distorta o quantomeno parziale. Cosa poco nobile per un sito come Oli che ha nelle sue caratteristiche l’essere un Osservatorio, sempre puntuale, soprattutto quando analizza e critica. E quindi documentato.

1- La Casagit è stata una conquista sindacale contrattuale poi resa autonoma nella gestione. Ogni giornalista paga ogni mese una trattenuta. Il principio uniformatore è quello della mutualità. Quindi solidarietà, ovvero ciascuno versa in ragione di quanto guadagna e riceve quasi sempre in ragione delle necessità reali. Non essendo appunto un pozzo di S.Patrizio (ovunque c’è chi prova a marciare sulla solidarietà) è regolamentata con tariffari, rimborsi, convenzioni, assistenze dirette e no.
2- La platea dell’informazione e di chi lavora nel settore è cambiata negli ultimi 15 anni, precariato in testa, molto lavoro autonomo pagato (spesso male). Si è cercato nella diversificazione dei contratti di dare a tutti o quasi la possibilità di iscriversi e di compensare, nel caso non raggiungesse il minimo di versamento contrattuale, con una propria quota il diritto alla assistenza. Ecco perché c’è chi integra la sua quota da sempre e non perché c’è questa oggettiva situazione di difficoltà e di deficit. Pur calando il gettito contrattuale (stipendi più bassi”, prepensionamenti etc)
3- La Casagit non è non benefit gentilmente concesso dagli editori. E ha scontato, come ogni cosa contrattuale, sindacale, professionale (a oggi il contratto dei giornalisti è senza rinnova da 4 anni e più, quindi il gettito dei versamenti non è salito a fronte di una spesa in ascesa) la progressiva e giusta trasformazione della (ex) corporazione dei giornalisti in una categoria. Compresa una certa disattenzione della categoria abituata o a lamentarsi per quanto versa oppure per qualche ritardo o oggi perché c’è una oggettiva situazione di difficoltà. Dovuta a cosa? A nessuna ruberia, ma a degli errori di valutazione e anche a un eccesso (o malinteso quindi sfociando nell’egoismo) senso di solidarismo. Nel senso che su alcune piazze come Roma l’avere contribuito (per esempio) a una struttura di assistenza in forma diretta e propria (poliambulatorio) ha portato a una spesa di difficile gestione e controllo. Accumulando problemi e difficoltà che vanno risolti. Come quelle di un eccesso di convenzioni con rimborsi alti nell’ospedalità privata.
4- La mutualità della Casagit, da sola, spiega e motiva il valore sociale della Cassa stessa. Basta fare un raffronto con le assicurazioni classiche e si trova la risposta a chi dice meglio chiudere e mi faccio l’assicurazione privata. Provare per credere. Chi scrive ha versato, per mia fortuna, per almeno venti anni senza avere bisogno di supporto o integrazione sanitaria di una lira o di un euro Quando ho avuto necessità sono stato assistito o aiutato, come moltissimi altri e continuo a versare la ritenuta salariale (ritenuta: nessuno ci regala nulla) ben contento di avere contribuito e di contribuire ad aiutare altri.
5- La mutualità della Casagit di fronte ai dati di deficit e difficoltà impone una riforma seria nei livelli di assistenza che saranno propri e dovrebbero già esserli, della modificata geografia contrattuale, economica, sociale del giornalismo con contratti da dipendente o no. Da qui la necessità di fare capire a chi ha indubbiamente non dico approfittato, ma ecceduto nell’uso della Casagit, che i tempi sono cambiati, con una razionalizzazione diversa dell’assistenza integrativa che, in quanto tale, non sostituisce il SSN.
6- Sarebbe stata una ricerca (forse non mirata solo su singole componenti o altro di sindacato, casagit e dintorni) più completa, se – per esempio – “e.m.” avesse letto cosa nel 2006 e 2007 la Ligure con altre dieci associazioni di stampa regionali e le loro consulte casagit (sindacato e casagit) avevano proposto ed evidenziato. Quello che con aria un po’ scandalizzata e – scusate – con un po’ di facile travaglismo d’annata (ma Travaglio si documenta allo sfinimento) oggi viene proposto nel servizio di “e. m”. C’erano soluzioni, proposte, allarmi oggi di attualità, non condivisi o sottovalutati non tanto o non solo in sede Casagit, ma sulle piazze più grosse dell’informazione.

La complessità della situazione e di cosa è la Casagit porta via troppo spazio per spiegare cosa nel testo di Oli viene condensato con vari link a una sola voce al cui interno ci sono cose condivisibili ma anche molte e soprattutto cose legate al prossimo rinnovo degli organismi. La Ligure con il cosiddetto “coordinamento delle associazioni” e la sua consulta, analisi e proposte sgradevoli le ha fatte, non da sola. Nel CdA Casagit due componenti hanno detto no alle mani in tasca ai colleghi, sostenendo la riforma e sono due colleghi del coordinamento che, tanto per essere chiari, non è una corrente, ma raccoglie su temi sindacali espressioni culturali, politiche e via dicendo di anima diversa con un concetto comune condiviso: si fa sindacato. Bene o male, ma per i colleghi. Nelle consulte il fiduciario ligure Guido Filippi è stato capofila, convincendo altri della bontà dell’esigenza di una riforma, ma (per ora) siamo stati minoritari. Ci sarà stato chi ha sottovalutato, è stato pigro, ne ha approfittato, è miope e preferirebbe una assicurazione privata e personale. Ma ci sono stati molti che da almeno due anni e mezzo si sono “picchiati” e si picchiano per riformare una struttura che è stata una conquista, ci siamo sempre pagati e pur nelle difficoltà contingenti dell’oggi (150 richieste di esuberi e prepensionamenti, 120 già fatti, cassa integrazione arrivati alla Fnsi in una settimana, altri disastri in arrivo da gestire), deve continuare ad essere una conquista e una “mutualità”.
La crisi c’è, l’editoria è in crisi da molto tempo, ma proprio per questo il principio solidaristico della cassa, con adeguati e intelligenti sacrifici e riforme può e deve continuare a vivere. Nessuno- questo sia chiaro - ha rubato mai nulla. Il soldi, sono finiti in tasca ai colleghi. Si tratta di cambiare passo. Ovvio che chi si troverà a doverlo fare sarà antipatico... e in Liguria, non da oggi, lo siamo. Proprio per questo sarebbe stato meglio e avremmo gradito – al i là della legittima espressione di pensiero e di critica – una documentazione più approfondita e completa sul tema. Magari chi ha scritto è pure uno/a collega e dovrebbe conoscere tutto il sistema, non perché è spesso anche una domanda d’esame professionale, ma perché la cassa è un patrimonio della categoria. Risvegliarsi come Alice nel paese delle meraviglie, scusate, non è un pregio ma una colpa.
La solidarietà è antipatica a molti, oggi più che in altre epoche. E la Casagit anche se un po’ antipatica darà ancora una mano a molti. Riformata e senza demagogia.
(Marcello Zinola, Segretario Associazione Ligure dei Giornalisti-Fnsi)

Posted by Eleana at 00:04 | Comments (0)

18 Marzo 2009

Giornalisti - Un grosso pasticcio per la Cassa di assistenza

Quasi quattro milioni di euro di disavanzo nel 2007. Tredici milioni e mezzo di “buco” pregresso. La Cassa autonoma di assistenza integrativa dei giornalisti (Casagit) si trova, a quanto pare, in un grosso pasticcio. E se non ci saranno forti interventi in proposito entro 3 o 4 anni scomparirà, inghiottita dalla voragine (http://www.infodem.it/fatti.asp?id=2331).
Facciamo un passo indietro e proviamo a capire cosa sta succedendo, da blog e commenti dei giornalisti (la notizia non ha destato l’interesse della stampa). Innanzitutto, per i non addetti, la Casagit, è un’associazione privata, nata nel 1974, per assicurare a soci e familiari un sistema integrativo dell’assistenza dovuta dal servizio sanitario nazionale.

Veniamo ai fatti recenti: dopo quasi dieci anni di continuità al governo della Cassa, Andrea Leone, vicepresidente dal 1998 e presidente dal 2001 fino ad oggi, a fine 2008 dà la notizia di un disavanzo, per l’anno precedente, di 3,9 milioni di euro e della scoperta di un buco nero, quasi 14 milioni di euro. In realtà quei soldi pare che nelle casse non ci siano mai stati: gli enti no-profit sono liberi, per legge, di includere o no, in sede di stesura di bilancio, le spese ed i contributi di cui la cassa ha conoscenza fino alla fine dell’anno. La Casagit finora permetteva di presentare le pratiche di rimborso entro 2 anni.
Un nuovo metodo per redigere il bilancio ha portato a galla la realtà: i forti ritardi nel pagamento dei rimborsi avrebbero fatto sì che quelli che nel corso degli anni erano considerati avanzi di gestione fossero in realtà mancati pagamenti di spese. Per sprofondare nel baratro, poi, si sarebbe aggiunto l’acquisto di obbligazioni Lehman Brothers per 600mila euro, inghiottiti dal crollo dei mercati finanziari, stimolando interrogativi quali: chi decide l’investimento sui mercati mondiali dei fondi della cassa integrativa dei giornalisti? Chi sceglie i titoli?
Il sito della Casagit (http://www.casagit.it) non è prodigo di cifre o informazioni a riguardo, mentre gli articoli a commento della crisi in corso sono al momento indisponibili. Si può trovare in rete (http://www.infodem.it/fatti.asp?id=2331) la risposta del presidente Leone, che ripercorre punto per punto le tappe della catastrofe, e dà alcune risposte. Come mai non avete impostato prima il nuovo sistema contabile? “Abbiamo dovuto aggiornare i sistemi informativi per rendere possibile la raccolta dei dati necessari”. Perchè lo fate ora? “Innanzitutto, pensiamo sia indispensabile per la salute della Casagit, e poi, ci saremo costretti entro il 2010 dalle normative sui fondi sanitari integrativi”. Ecco come si spiega il buco plurimilionario.
Continuando a seguire la linea di difesa dell’attuale amministrazione, (http://it.dir.groups.yahoo.com/group/senzabavaglio/message/4853?l=1), un consigliere giustifica punto per punto le posizioni e le scelte dell’amministrazione, e attacca duramente le abitudini dei soci: Casagit paga un prezzo altissimo – milioni di euro di contributi collettivi – alla “comodità”, alla consuetudine pigra, se non addirittura all’egoismo menefreghistico e al fraintendimento delle finalità dello strumento a disposizione... Casagit non è l’albero della cuccagna, non è un bancomat personalizzato, non è un pozzo di San Patrizio.”
Insomma, la situazione è complicata, ed invelenita dalla prossimità alle elezioni del nuovo cda. Nel frattempo si tampona la situazione con un contributo una tantum per soci e familiari e con un drastico taglio delle convenzioni. Il dibattito ferve e le parole chiave sono “riformare” o “abolire”.
(Eleana Marullo)

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Sicurezza - Narrare gli infortuni

C’è una iniziativa dell’Inail che – mi pare – non ha avuto eco sulla stampa locale. Si tratta di una campagna di comunicazione che va sotto il titolo di “Diritti senza rovesci”: racconti e considerazioni firmati da noti scrittori italiani “ispirati a storie ed esperienze di lavoratrici e lavoratori che hanno vissuto situazioni condizionate da un mancato rispetto dei propri diritti”.
Questi racconti sono stati recentemente pubblicati in una antologia, “Lavoro da morire”, edita dai tipi della Einaudi (collana super tascabili).
Uno di questi scritti si concentra sul tema della rappresentazione mediatica degli incidenti sul lavoro, e sulla condizione di chi sopravvive: i compagni di lavoro, i parenti, di chi muore, o anche di chi subisce un infortunio senza perdere la vita: si tratta di “Trasformare il trauma in dolore” di Antonio Pascale, che non racconta una storia, ma sceglie di svolgere una serie di riflessioni che prendono avvio dalla intervista allo psicologo del lavoro che era intervenuto a sostegno degli operai sopravvissuti al rogo della Thyssen. L’intervista allo scrittore ed il testo del suo scritto si trovano sul sito dell’Inail http://www.inail.it/Portale/appmanager/portale/desktop?_nfpb=true&_pageLabel=PAGE_SALASTAMPA&nextPage=News_prima_pagina/2009/Cultura/info-1360604200.jsp.
(Giulio Andrea Tozzi)

Posted by Admin at 11:40 | Comments (0)

Ilva - La crociata di una giovane avvocato

Taranto - Perde suo padre a 19 anni, ma non si arrende: consegue una laurea in Giurisprudenza, diventa avvocato penalista e difende i diritti negati di tutte quelle famiglie per le quali al dolore della morte sul lavoro di un proprio caro si unisce la disperazione di non trovare giustizia.
E' la storia di Mariangela Stasi, una bella ragazza tipicamente mediterranea, professionista affermata e legale dell’associazione 12 Giugno-Morti sul lavoro. Undici anni fa, l’avvocato Stasi era una ragazzina come tante altre. Poco più che maggiorenne, aveva tanti sogni nel cassetto, tante aspirazioni da inseguire, alcune oggi in parte raggiunte. Ogni giorno avrebbe voluto condividerle con suo padre Salvatore, operaio dell’Ilva di Taranto, se questi non fosse precipitato da un’altezza di 19 piani.

”Non è stato facile andare avanti - dichiara Mariangela Stasi - e so bene che non lo è per tutte le famiglie che d’un tratto si ritrovano sole. Ho lavorato per mantenermi all’Università e non ho potuto frequentare le lezioni. Ma non voglio compassione per questo. La mia esperienza è comune a tanti altri ragazzi. Chiedo solo giustizia per le vittime del lavoro e rispetto per i loro familiari. Attualmente infatti non esiste in Italia una legge che permette il risarcimento dei danni provocati sulla salute di quei cittadini particolarmente esposti all’inquinamento. Per questo, l’associazione 12 Giugno ha avviato insieme ad altre sigle a favore dei diritti e della difesa dei cittadini, un’iniziativa per lanciare una proposta del genere. Il risarcimento non sarebbe soltanto un aiuto di carattere economico a tanti nuclei rimasti soli dopo la morte del capofamiglia, ma costituirebbe anche un congruo ed adeguato riconoscimento di tipo morale, pur non potendo mai ripagare delle sof ferenze subite”.
La Stasi è riuscita ad ottenere giustizia per suo padre: “Il processo si è concluso dopo 8 lunghi anni con una sentenza di condanna a carico dell’Ilva in I e II grado. Ed io posso dirmi soddisfatta, per quel che conta. Purtroppo infatti mio padre non c'è più”.

(Fonte: La Gazzetta del Mezzogiorno, 12 marzo 2009)

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4 Marzo 2009

Infortuni - Se i rumeni diventano una notizia di nicchia

È un fatto: se si scorre la stampa locale di questi ultimi mesi la parola romeno o rumeno ricorre molte volte nei titoli e nei testi degli articoli, associata a: razzismo, stupri, mendicanti, baraccopoli, criminali, clonazione di bancomat, xenofobia… con la debita eccezione di “elezioni europee” (i rumeni infatti potranno votare come noi: sono europei).
Ma per sentire parlare di rumeni, lavoro e infortuni bisogna andarsi a leggere "Metropoli" del 7 dicembre 2008, il supplemento domenicale di Repubblica dedicato alla immigrazione. Una notizia di nicchia, evidentemente, affidata ad un foglio che è difficile vedere esposto nelle edicole.

L’articolo di Metropoli citava il rapporto pubblicato sulla rivista Dati Inail dell’ottobre 2008 (www.inail.it sezione statistiche): una analisi, ignorata dal resto della stampa, dei dati - ancora provvisori – relativi all’andamento 2006 / 2007 degli infortuni per italiani e stranieri. Nel sottotitolo della pubblicazione Inail si poteva leggere in bella evidenza: “Rumeni, primi per residenti, occupati e infortunati”.
Così, a quanto pare, i rumeni lavorano, e tendenzialmente in regola: sono 600.000 – dice l’Inail – quelli che risultano assicurati, e quindi versanti contributi e tasse. Ma insieme ad albanesi e marocchini sono anche quelli che si fanno più male sul lavoro: 41 infortuni mortali nel 2007 per i rumeni, 23 per i marocchini, 18 per gli albanesi.
Secondo i dati dell’Inail infatti dal 2006 al 2007 gli infortuni, inclusi i mortali, complessivamente diminuiscono, ma poi bisogna distinguere. Prendiamo i mortali, quelli meno facili o impossibili da negare o nascondere: diminuiscono per gli italiani (da 1174 a 996: -15,1%), aumentano per gli stranieri (da 167 a 174: +4,2%), che nel 2007 totalizzano il 14,9 % degli infortuni mortali.
Delle nazionalità più esposte abbiamo già detto: istruttivo riflettere che, al giro, le nazionalità marocchina prima, e poi albanese, e a seguire rumena sono state anche quelle più “criminalizzate” in Italia.
I sindacalisti intervistati da "Metropoli" (Walter Schiavoni segretario generale Fillea - Cgil e Bentivogli, segretario nazionale Fim - Cisl) indicano le ovvie cause della differenza: gli immigrati sono più esposti, hanno meno forza contrattuale, sono più ricattabili, c’è un problema di comunicazione, di lingua, di competenze, di orari di lavoro che superano “la decenza”.
Il rapporto dell’Inail offre anche altri dati, quelli della normalità e della integrazione: “il 9% dei rumeni che vivono in Italia possiede una casa, il 90% ha un reddito mensile di 1030 euro… il 78% è diplomato o laureato”, e cita due iniziative, la campagna “Romania, piacere di conoscerti” promossa dal governo di Bucarest e dalla ambasciata di Romania in Italia, e il dossier di Caritas Migrantes, che “intendono raccontare i molti aspetti positivi, spesso sconosciuti, del popolo rumeno”.
Sconosciuti per forza. Non vi pare?
(Paola Pierantoni)

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25 Febbraio 2009

Cornigliano - Il fantasma delle acciaierie

Strana giornata quella di venerdì 20 febbraio per le Acciaierie di Cornigliano, anzi per il loro fantasma mentale, in due diverse sale genovesi.
Da un lato tirate in causa in modo insolitamente rude ed esplicito da chi è venuto da fuori, da Vendola, che nella sala più che gremita in cui è riunita la “Costituente per la sinistra” dice con bella veemenza: “Troppo facile fare come ha fatto Riva, a comprarsi a prezzo di saldo un’area d’oro. Certo, ora è un po’ arrabbiato con me perché gli sto chiedendo di restituire un po’ dei soldi che si è fatto per sanare i problemi ambientali e della sicurezza” (applausi convinti e liberatori).

Dall’altro completamente ignorate nel genovesissimo documentario “Cornigliano, nostalgie del mare, memorie di acciaio” realizzato da Salvatore Vento e Ugo Nuzzo in collaborazione con la Società per Cornigliano e l’Archivio Ansaldo.
Nella sala cinematografica Amici del Cinema le 50 o 60 persone presenti vedono le immagini della spiaggia perduta, castello Raggio, le barche, i bagnanti. Poi la nascita della Italsider, i dirigenti, il lavoro, la professionalità, la politica sociale e culturale della azienda, il rapporto col quartiere, le donne del Coordinamento di fabbrica, il salario sociale, la visita del Papa… Il passaggio alla gestione Riva e lo scivolamento verso la dismissione seguono dolcemente, senza scosse. Poi la distruzione dei gasometri e degli impianti col suo fascino estetico, il quartiere che cambia, gli immigrati, gli esercizi commerciali e il mercato immobiliare che si adattano alla nuova realtà.
Le ipotesi sul futuro appaiono vuote e lisce come le immagini dei nuovi spazi aperti e spianati. Un sacerdote parla della idea di un parco giochi. Patrizia Avagnina evoca potenziali unità produttive ciascuna magari non grandissima, ma che nel loro insieme… Nessuno nomina il fatto che lì una fabbrica c’è ancora, si chiama Acciaierie di Cornigliano, 2000 lavoratori, 1000 in cassa integrazione. Una voce dal pubblico chiede notizie. La risposta è gentile, imbarazzata:
- Sì, è vero, ma questo non è un documentario sulla condizione operaia.
- Ma cosa c’entra, qui si parla delle prospettive del territorio.
- Dovevamo scegliere, non abbiamo parlato nemmeno di Guido Rossa.
(Paola Pierantoni)

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18 Febbraio 2009

Sciopero 13 febbraio - A Roma contro l’umiliazione

Due enormi striscioni bianchi percorrono in tutta la sua lunghezza un terrapieno davanti al Colosseo: “A TARANTO DI INQUINAMENTO E LAVORO SI MUORE”. Le grandi lettere compongono le parole in verticale. La firma è di un gruppo di giovani i Tarantini fuori sede, studenti universitari che, dalla capitale, tengono d’occhio la loro città. Il corteo sfila davanti a loro, indifferente al monito e agli insulti che i pochi ragazzi urlano verso Riva, presente solo in spirito tra i suoi operai in sciopero
Un freddo nordico a Roma venerdì 13 febbraio, e un sole allungato che, a tratti, riscalda la manifestazione. Tantissime bandiere rosse e pettorali gialli per difendere, oltre a tutto il resto, anche la costituzione.

Si sono in messi in treno e in pullman nel cuore della notte per raggiungere Roma. Da Genova una lanterna Cgil e molta musica di De André e striscioni Fiom e Pubblico Impiego, di tutta Italia, puntellano il corteo.
Bersani è il leader del futuro prossimo, bisbigliato da chi sa per quale partito votare. E la crisi di cui è impregnata la manifestazione che, per incanto, sparisce in un cantiere navale, scostata dall’ultima commessa: “noi lavoriamo tantissimo…ma siamo dietro ad una brutta barca, piena d’amianto”.
In piazza San Giovanni gli inviti dei sindacati sono rivolti alla Fiat che “si deve impegnare a ridistribuire gli utili fatti l’anno scorso” e al governo “che vuole far pagare la crisi ai lavoratori”. I saluti vanno ai compagni e alle compagne che hanno aderito alla manifestazione, dai “metalmeccanici internazionali” fino al sindacato dell’Ucraina che “da questa lotta prenderà esempio”. Un fronte che da solo abbraccia tutti i confini dell’Europa.
E poi la carta costituzionale, celebrata in una registrazione di Oscar Luigi Scalfaro, “come protezione” perché “il diritto al lavoro vuol dire che il cittadino è libero, ma se il lavoro non c’è, c’è solo umiliazione”.
Di “valore e dignità del lavoro, tutti i giorni vilipeso e ucciso” parla Podda, Funzione Pubblica, e “di una crisi che segna il limite di uno sviluppo che aveva come caratteristica l’assenza del limite”. Poi i 60.000 precari licenziati e un governo che mette “uomini contro donne, giovani contro vecchi, pubblici contro privati, nativi contro migranti” e che l’unica unità che persegue, secondo Podda, è quella dei lavoratori con i padroni. Ma lo sciopero deve essere proposta. Quindi la possibilità di investire parte del proprio reddito – con l’otto per mille – ad altri lavoratori, e il prolungamento dei contratti precari “che non vuol dire che vogliamo la stabilizzazione”, vista la crisi.
Rinaldini – Fiom - chiede un “intervento che costituisca una vera e propria rete di ammortizzatori sociali”, perché non pare possibile “che ci siano risorse solo per Alitalia e banche”. Inoltre ricorda la “cultura dell’odio” che toglie il diritto alla salute per gli stranieri e genera le cariche della polizia contro i lavoratori a Pomigliano e all’Innse di Milano.
Epifani evoca le richieste, inascoltate, fatte al governo in dicembre su pensioni, mezzogiorno, cassa integrazione, tasse, precari.
Riccardo Icona - “Senza lavoro”, Rai 3, domenica 15 febbraio – documenta la catastrofe (http://www.presadiretta.rai.it). La visione della puntata integrale è utile spunto per i giorni passati e quelli a venire.
(Giovanna Profumo)

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11 Febbraio 2009

Infortuni - Speriamo che serva e non solo per me

M. è arrivato in Italia che aveva dodici anni, per raggiungere una madre lontana da tempo, emigrata per lasciarsi alle spalle un matrimonio combinato quando lei di anni ne aveva quindici. Arrivando M. non ritrova solo la madre, ma anche un patrigno ed una sorellina. Licenza media, un diploma professionale, qualche primo lavoro precario e un monte di difficoltà di rapporto col patrigno che rende la sua adolescenza particolarmente difficile. Poi arriva la possibilità di un imbarco, un lavoro infinitamente desiderato perché la nave l’avrebbe allontanato da una situazione familiare densa di conflitti. Ma pochi giorni dopo l’assunzione arriva il fulmine della scoperta di una grave patologia. Perdita del lavoro, cure, e in eredità una invalidità del 50 %.

Il ragazzo si rimette in pista: frequenta un corso di formazione professionale indirizzato agli invalidi del collocamento obbligatorio, e al termine viene assunto come apprendista. Ma al termine del quarto anno l’azienda lo lascia a casa: un nuovo apprendista costa meno di un operaio. Il nostro si rimette in gioco, e va prendersi un nuovo diploma, questa volta di saldatore: su quindici allievi, mi dice, gli italiani sono solo tre o quattro. A diploma acquisito, il canale del collocamento obbligatorio lo porta a un nuovo lavoro, più professionale. Il suo inserimento viene accompagnato da chiare prescrizioni che specificano quel che può e quel che non può fare, date le caratteristiche della sua invalidità, ma la natura del contratto è sempre precaria.
Gli inizi sono promettenti: racconti di chi scopre il valore del lavoro operaio, della professionalità, dell’incontro con operai anziani che insegnano il mestiere. Dice che, finalmente, nella nuova azienda si bada alla sicurezza: tutti gli stanno attenti. Gli uffici della Provincia per qualche tempo fanno ispezioni a sorpresa e trovano tutto a posto. Poi le cose cambiano. Le ispezioni cessano, e lui vede che le condizioni di lavoro peggiorano sempre più: lavoro notturno, lavori in quota, pericolosi vista la sua invalidità. Inutili i tentativi di convincerlo a rifiutare queste condizioni, a rivolgersi al sindacato o nuovamente alla Provincia: per lui il lavoro non è solo questione di soldi, ma di identità. La sua vicenda gli ha fatto mettere nel lavoro tutte le sue possibilità di riscatto. Aspetta che il contratto da precario diventi stabile per sentirsi nella condizione di rivendicare dei diritti. Dirgli che se perde la vita perde tutto non serve a nulla: per lui la perdita d el lavoro è già la perdita di tutto.
Poi ecco l’infortunio, l’infortunio grave; se la cava per un pelo. Ingresso in ospedale col codice rosso, panico e agitazione dei datori di lavoro, dei colleghi. Due mesi di prognosi, ma nulla di irreparabile. Per telefono dice: “E’ andata bene, è quello che ci voleva: io me la sono scampata, e loro si sono presi paura. Speriamo che serva. Non solo per me, ma per tutti”.
(Paola Pierantoni)

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4 Febbraio 2009

Sindacato - Le parole della crisi

“A mio avviso il movimento sindacale non è responsabile dei problemi dell’economia, ma semmai serve a risolverli. E non è possibile rafforzare la classe lavoratrice senza forti associazioni sindacali” (Barak Obama 30 gennaio 2009)

A Genova, il giorno precedente all’affermazione del presidente americano, le categorie di Cgil Fiom e Funzione Pubblica si incontrano per rispondere a quello che, con la firma del 23 gennaio, considerano un attacco di governo, Confindustria, Cisl e Uil.
Alla Scuola Edile di Borzoli più di duecento delegati della Liguria tentano di rispondere ad un immaginario che relega la Cgil “ottusamente in difesa di preistoriche difese sindacali”, e valutano nuove modalità di opporsi per spiegare ai lavoratori cosa è inaccettabile nella firma dell’accordo.

Molte le parole dette: crisi, industria ferma, accordo separato, governo, precari, referendum, legge sulla rappresentanza sindacale che, scritte alla rinfusa su un foglio bianco, compongono il tracciato di un contesto minaccioso. Alla scuola edile – fatto dolorosamente il punto su responsabilità anche proprie – si guarda avanti. Con la necessità di recuperare il più possibile il rapporto con iscritti . Si rileva che a fronte di governi che attuano programmi straordinari per arginare il crollo produttivo attraverso l’intervento pubblico, quello italiano risponde con “contrazione del salario e riduzione dei diritti”. Sulle labbra di chi interviene prende corpo l’entità della crisi: incidenza della cassa integrazione nell’industria metalmeccanica pari al 1000% in più rispetto all’anno precedente. Ferma la siderurgia, ferma l’auto, ferma la nautica da diporto, fermo il settore degli yacht e mega yacht. Congelato a breve l’indotto che, con aziende sotto i 15 dipendenti, non po trà ricorrere alla cassa integrazione. Su questa voce Grondona, Fiom, denuncia come falsa “la convinzione che la Cigo sia data dallo stato e dalla fiscalità. Non è così: ogni azienda e ogni lavoratore versa il 2,3% tutti i mesi al fondo Cigo” precisando che “i dati Inps 2004-2006, fra quanto erogato e ricevuto, rilevano un attivo di tredici miliardi di cui bisogna chiedere conto al governo”. Davanti ad un accordo che chiede per contratto meno dell’inflazione e che non tiene conto degli aumenti dell’energia, il segretario della Fiom domanda alla platea dove Veltroni trovi il riformismo. Ed aggiunge “se la Cgil tiene duro, quell’accordo è carta straccia” e ricorda “assaltare il fortino da soli è difficile, ma avvelenare i pozzi a quel fortino non è difficile”.
Lo sciopero unitario di Fiom e Funzione Pubblica fissato a Roma per il 13 febbraio sarà la prima forte risposta, in attesa di quella più grande nella quale sarà in piazza la Cgil con tutte le sue categorie.
I delegati portano ai presenti dell’attivo storie diverse nelle quali a pagare sono le cooperative sociali, “si tende a parlarle del terzo settore come una delle possibili soluzioni alla crisi dei lavoratori, ma come possiamo dare delle risposte quando siamo i primi a pagare?”, taglio dell’Ici e riduzione sul welfare le voci di costo. Renzo Miroglio, segretario Cgil Liguria, racconta dei precari licenziati, costretti a tornare alla famiglia d’origine e di un governo che non risponde.
Il lavoro, visto da qui, si trasforma in una Caporetto. Raggiungere gli iscritti uno ad uno con assemblee unitarie è la parola d’ordine.
Lettura consigliata: Emilio Lussu, “Un anno sull’altipiano”.
(Giovanna Profumo)

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21 Gennaio 2009

Porto - La difficoltà d’essere normali

Quanti articoli sul porto di Genova sono usciti sulla stampa negli ultimi due mesi? All’incirca un paio al giorno. Se non ci credete cliccate su www.portogenova.blogspot.com dove oltre all’elenco completo ci troverete i link di altri siti utili per saperne di più. Ci troverete anche un po’ di articoli di Eddy Glover – pseudonimo preso a prestito dal mitico rappresentante (più di mezzo secolo fa, nel 1954) della Commissione di inchiesta sul crimine nel porto di New York – utili a spiegare perché di una cosa (il porto) di cui la stampa ha parlato così tanto (in genere con competenza) la città continui a capire così poco. L’ha fatto notare anche la sindaco che pure non è Candido nell’intervista pubblicata su Repubblica del 14 gennaio 2009. “E’ curioso – ha detto – che in questa città la questione del porto venga sollevata da don Gallo e risolta dal prefetto”, per dire: non vi sembra strano che ques tioni di tale portata vengano affrontate fuori dei canali istituzionali?

Niente di personale col prefetto – ha aggiunto la sindaco - che è un funzionario intelligente ed è anche amica mia ma il suo intervento è la prova dell’anomalia di una città che non si rassegna ad essere normale. Una città dove tutte le categorie portuali, a fronte degli adempimenti di legge, preferiscono invocare la particolarità dei loro rapporti o della loro storia, rifacendosi a tempi mitici quando tutto filava liscio e degli affari del porto si parlava in stanze segrete. Tempi neppure troppo lontani, precisa la sindaco, in cui il porto viveva “sulle relazioni personali, coinvolgendo personaggi come Siri ma evitando la trasparenza istituzionale”. Tempi a cui è necessario porre fine anche perché le soluzioni del passato hanno mostrato gli aspetti inquietanti che in città ormai tutti conoscono.
Invece il porto per superare la difficile stagione che si annuncia ha bisogno di dosi massicce di normalità e di trasparenza. Per questo a fine settembre scorso, è entrato in campo anche il prefetto (Repubblica 29 settembre 2008). Forte del fatto che gli argomenti delle Compagnie – ostili al bando di gara per la fornitura di lavoro temporaneo - anche se giuridicamente poco fondati avrebbero finito per sollevare in città problemi di ordine pubblico, ha strappato al governo l’autorizzazione, per il Consorzio, di rinviare di tre mesi il termine della gara. E ha offerto il suo ufficio come una sorta di Svizzera dove le parti potessero esprimersi in libertà; spiegarsi e se possibile mettersi d’accordo. Così fino al 15 gennaio quando il prefetto ha dichiarato (Repubblica 15 gennaio 2009) che se qualcuno aveva interpretato il suo intervento come un rinvio sine die aveva sbagliato e che da quel momento gli incontri dovevano mirare a una soluzione e svolgersi alla presenza della Autorità portuale. Ha detto testualmente “la trippa per gatti è finita”. In altre parole: che il porto non è questione privata e che anche a Genova il tempo dei “sì ma” è finito.
(Manlio Calegari)

Posted by Admin at 19:29 | Comments (0)

Comunicato stampa della Associazione per Cornigliano

Oggi, 19 gennaio 2009, la Corte di Appello del Tribunale di Genova, presieduta dal dott. Odero, ha emesso la sentenza di secondo grado nei confronti di Emilio Riva e dei figli Claudio e Fabio Arturo per inquinamento ambientale.
Il processo di primo grado, iniziato nel 2004, si era concluso nell’ottobre 2006 con la condanna dei suddetti imputati a 1 anno e quattro mesi.
Con la sentenza di oggi, in merito all’inquinamento causato dall’altoforno che era oggetto del nostro intervento, i giudici della Corte d’Appello hanno ritenuto, a causa di un vizio di procedura (ossia di un semplice cavillo legale), di “trasmettere gli atti al Procuratore della Repubblica di Genova”: di ripartire quindi daccapo con un altro procedimento penale, che tuttavia, come si sa, incontrerà la prescrizione ad inizio 2010.

Che dire di tutto questo? La prima reazione spontanea è la constatazione che noi dell’Associazione Per Cornigliano, per difendere il diritto alla salute dei cittadini in quegli anni bui di feroce inquinamento, ci siamo rivolti alla Magistratura perché la politica da decenni si mostrava impotente e non assolveva al proprio ruolo di tutela della cittadinanza.
Confidavamo di essere tutelati dalla Magistratura, che oggi, dopo sei anni di processo e fatiche immani da parte di noi cittadini nel porci contro un colosso quale il Gruppo Riva, decide di trasmettere nuovamente gli atti al Procuratore…
Resta tuttavia l’orgoglio dell’azione “titanica” che abbiamo portato avanti, grazie al valido aiuto dei nostri Avvocati, Stefano Savi e Roberto Damonte, che ringraziamo per la professionalità e la dedizione dimostrate in una causa dal forte significato morale.
Siamo anche soddisfatti dei nostri successi: l’essere stati riconosciuti come parte civile e come Associazione che tutela gli interessi degli abitanti; il fatto che, comunque, Emilio Riva e figli sono stati condannati in primo grado; il fatto che non sono stati assolti in secondo grado, ma dichiarati oggetto di ulteriori indagini.
L’attività della nostra Associazione prosegue come sempre: continueremo a sopperire alla noncuranza con cui da sempre vengono trattati i cittadini di Cornigliano, tutelandoli con ogni mezzo avremo a disposizione, sia di carattere civile, penale, politico o “mediatico”.
(Il Presidente Cristina Pozzi)

Posted by Admin at 19:05 | Comments (0)

14 Gennaio 2009

Precari - La fatale caduta del piccolo Cesare

Se credete che soltanto la morte sia sinceramente democratica, peccate di grossolanità e di disinvoltura di giudizio. Anche Cesare ne era convinto, fino al giorno in cui, dopo un'estenuante attesa nella sala dell'agenzia interinale, si trovò di fronte una vecchia conoscenza: un suo ex dipendente, Rossi, un ragioniere di giovane età e scarse speranze che qualche anno prima aveva licenziato dalla sua azienda, senza troppi rimpianti né sensi di colpa.
Cesare nella vita non aveva fatto altro che l'imprenditore, lavorando a fianco del padre. Aveva iniziato molto presto ad assaporare il gusto del comando e a gestire il peso delle responsabilità, e tali fardelli, gravosi per un ventenne, avevano schiacciato e formato le sue strutture mentali allo stesso modo in cui nelle novelle di Verga le gerle cariche di carbone rattrappivano le ossa dei ragazzini di miniera.

Si ricordava ancora di come avesse appreso, da sorrisi e parole pronunciate a mezza voce, che non si andava a mangiar la pizza col figlio del capo, anche se aveva 20 o 30 anni come i dipendenti. Non si stringeva amicizia col vicepresidente nonostante fosse giovane ed alla mano. L'aveva appreso e messo da parte, imparando a non effettuare mai disdicevoli ed imbarazzanti commistioni di ruoli. Aveva imparato altresì ad agire coi sottoposti all'altezza della situazione, con benevolenza ma anche con fermezza, quando necessario.
Alla morte di suo padre, il presidente, lui si trovò quarantenne ed inerme, privo di nozioni indispensabili e scevro dell'aggressività che si conquista quando si impara a scendere nella giungla col coltello fra i denti per sopravvivere. Non restò che siglare con la propria firma la chiusura dell'azienda.
Il suo curriculum annoverava pagine e pagine, zeppe delle competenze maturate nella veste di vicepresidente e delle capacità frattali che aveva acquisito con un'intelligenza fervida ed incostante, saltabeccando da un interesse ed un altro, mentre veniva deprivato della possibilità di seguire le proprie reali aspirazioni dal ruolo che era stato deciso per lui.
Forse qualche anno prima, con altri chiari di luna, sarebbe riuscito a far valere quello che era e quello che sapeva tramite la rete di relazioni, senza scomodare strumenti generalistici ed appiattenti come le agenzie interinali. Ma la crisi aveva azzerato la richiesta di quadri, dirigenti, presidenti o vicepresidenti, costringendolo alla fila in quell'ufficio dozzinale, a fianco di postadolescenti aspiranti meccanici e commesse. Come un teorema si chiude all'enunciazione della sintesi, la costante sensazione di cui era consapevole ormai da mesi si trasformò in illuminazione quando gli occhi di Cesare incontrarono quelli di Rossi “Per che posizione si presenta? E' iscritto alle liste di collocamento?”. Le regole non scritte apprese negli anni trascorsi alla medesima scuola di vita, li indussero a dissimulare entrambi di conoscersi, ma uscendo Cesare credette di percepire lo sguardo compiaciuto dell'ex dipendente come un fendente alle spalle ed ebbe la visione lampante del la propria parabola. “Crisi democratica, quanto la morte”. Prese a camminare scuotendo il capo, col volto piantato profondamente nel bavero della giacca, mentre un sapore di fiele gli impastava il palato.
(Daphne)

Posted by Admin at 09:28 | Comments (1)

Ilva - Topi in attesa del pifferaio

Regione Liguria, 9° piano di via Fieschi, martedì 23 dicembre 2008. Gruppo sindacale in un interno. L’incontro doveva avere la leggerezza dell’accordo concluso. Assessore, funzionari e delegati avevano visionato i fogli relativi a un piccolo rimborso per i lavoratori Ilva al quarto anno di cassa integrazione straordinaria. Poi il discorrere pacato, la presa d’atto adulta e consapevole che di rientro al lavoro – quello vero – non c’era sentore. Uno scrollare di spalle, seguito alla resa davanti all’inesorabile che, in certe riunioni non trova mai una forma compiuta, ma è fatto di mezze parole, allusioni; attesa e inerzia.
“Ma voi avete valutato una soluzione politica per questa faccenda?” chiede lei.

“No!” Indispettito, l’assessore la guarda, roteando l’indice accanto alla tempia, circondato da funzionari e delegati che - in rispettosa attesa - attendono la battuta. “Lei è come un topino che gira nel cervello” dice.
Ufficio prestigioso quello dell’assessore. Tavolo ovale, divani neri, un angolo retto di vetrate spalancate su palazzi grigi e cielo. Un luogo dove non sta bene fare domande inopportune. Che chissà cosa è venuto in mente alla delegata sindacale delle acciaierie di non distinguere, di essere così diretta. Sfacciata o almeno insolente come un topino.
“Se io sono un topino, venga ad assistere ad una riunione sindacale delle nostre, vedrà quanti topi potrà incontrare...”
Perché lei, invece, ha nel cervello il contaminuti dei mesi – otto – che separano i cassintegrati dal rientro in una fabbrica dove oggi non si produce nulla, e la consapevolezza che il tempo per soluzioni occupazionali alternative sia davvero esiguo. Ha, nel cervello, le facce dei colleghi e l’idea che il sindacato debba essere luogo per domande scomode, dettate dall’urgenza.
Topino. La foto amicale dell’assessore accanto a Diliberto evoca l’immagine di una politica in grado di ascoltare, solidale, attenta. Topino. Ricorrere a cartoni animati e favole per trovare senso e metafora dell’essere lì, a farsi sbeffeggiare paternamente dall’assessore.
Come Minnie? No, troppo dolce. Tom e Jerry? Nemmeno. Geronimo Stilton? O il pifferaio di Hamelin? Certo! E’ quella la storia. Ma come riuscirà a incantare i topi dell’Ilva?
(Giovanna Profumo)

Posted by Admin at 09:14 | Comments (0)

24 Dicembre 2008

Amianto - Come rischiare la vita e perdere la dignità

In città li hanno visti un po’ tutti. Per più di una settimana un corteo di due o trecento persone ha fatto tappa – sostando, occupando, inviando delegazioni – nei luoghi canonici della protesta di un tempo: il comune, la regione, la provincia, la prefettura.
Sono “quelli dell’amianto”. Dopo centinaia, migliaia di morti per asbestosi, tumore al polmone, tumore alla laringe, mesotelioma pleurico ed al peritoneo, dopo una infinità di lotte, di inchieste, di azioni legali condotte da comitati di familiari delle vittime, ammalati e medici che hanno permesso di tracciare una mappa dei luoghi italiani dell’orrore (Genova, Casale, Monfalcone e tanti altri), nel corso degli anni Settanta è cominciata, con la diagnosi e la pubblica conoscenza del mesotelioma da amianto, la lotta per la messa al bando dell’amianto dai luoghi di lavoro e ovunque veniva utilizzato. Una lotta difficile perché chiedeva alla società, oltre farsi carico delle tragiche conseguenze di una infinità di lavorazioni, di impegnarsi in una costosa azione di bonifica delle strutture dove questo era stato utilizzato fino ad allora.

Vent’anni di scontri tra lavoratori da una parte e, dall’altra, aziende ostili a collaborare, che negavano le informazioni necessarie o fornivano perizie addomesticate fino all’irrisione. Punto d’arrivo, nel 1992, la legge 257/92 che metteva termine alle lavorazioni con amianto come materia prima. Una legge complessa che oltre a imporre un rinnovamento delle condizioni di lavoro riconosceva un premio ai lavoratori esposti per almeno 10 anni – sino al 1992 – alle conseguenze dell’amianto. Sulla base di una laboriosa contabilità della morte per amianto venne concordata una stima dell’attesa di morte, pudicamente indicata come bonus, un premio dovuto per aver lavorato in condizioni pericolose: un anno di contributi ogni due dei dieci che avevi passato in compagnia dell’amianto. Dieci anni di esposizione, a volte in più fabbriche o in diversi reparti della stessa fabbrica, in lavorazioni diverse, con esposizione diversa. Per fruire del bonus il lavoratore doveva produr re un curriculum, avvalorato dall’azienda o dalle aziende di cui era stato dipendente, che poi era presentato all’ente pensionistico che, dopo averne accettata la regolarità, ammetteva il lavoratore all’anticipo di pensione. A questo punto il lavoratore firmava le sue dimissioni dall’azienda – era questo l’unico documento sotto la sua diretta responsabilità – e diventava un pensionato.
Tutto semplice? No. A partire da ottobre 2008 i quotidiani genovesi hanno raccontato storie imbarazzanti: aziende che hanno avvalorato curriculum col solo scopo di togliersi dai piedi un po’ di operai (“ma in questo modo si sono aperte le fabbriche a giovani in cerca di lavoro” osserva un dirigente Fiom con l’aria di chi sa come va il mondo); sindacalisti e sindacati che hanno incrementato la loro influenza “dando l’amianto” a chi magari non aveva tutte le carte in regola; lavoratori che, per essere ammessi al bonus, hanno pagato (corrotto), impiegati dei Patronati o funzionari Inail.
Il seguito delle indagini dirà chi e in nome di cosa ha mortificato ed esposto al ludibrio una intera generazione di operai della città.
(Manlio Calegari)

Posted by Admin at 17:47 | Comments (0)

Cara Daphne

Cara Daphne, ogni minuto della giornata vale un euro, che il nostro pensiero accantona idealmente e immediatamente consuma destinandolo a qualche spesa. Perché sì, non ci si può certo "togliere qualche sfizio", anche quello diventa una semplice riga nel quaderno dove si appuntano gli stratagemmi per arrivare alla fine del mese.
Il tempo non scorre, è congelato, come tu davanti all'estratto conto che ti rimette lo sportello del bancoposta. Un immobilità spaziotemporale nella quale si tenta di far mente locale e comprendere a che cosa corrispondano quei € 21,33 addebito altri gestori del 29/11/2008.
E così tu, che appari intraprendente agli occhi degli altri, sei in realtà ferma. "Dovrai calmarti prima o poi!" e aggiungono "Io alla tua età avevo già Andrea.. Se volessi potresti farti una famiglia". Dal tuo nonluogo vorresti ribattere che il tuo metronomo ha perso il tempo e non può certo darlo ad un altro essere, per di più vivente.
Se non sei stanca, fai finta di niente, abbozzi un sorriso. Altrimenti il peso dei centoventi minuti all'ora che ti occorrerebbero per aver un bambino ti schiaccia.
Ti avvii verso casa e speri solo che tra l'autobus e il dopocena ci sia lo spazio per aprire un libro e venti minuti per riprendere tempo.
Ciao,
(Alisia)

Posted by Admin at 17:39 | Comments (0)

Se a “prendere l’amianto” è l’Ansaldo

Sono un po’ più vecchio di quegli operai dei cortei dell’amianto nei giorni scorsi. Anche a me l’hanno dato. Mi mancavano pochi mesi ai 35 anni e mi hanno detto “guarda che lo riconoscono anche a quelli delle macchine utensili”; io ero tra quelli e quando mi hanno dato il via mi son dimesso. Alla fine ci ho guadagnato 4 mesi; tutto regolare. Di quelli dei cortei ne conosco parecchi: ci sono andato per salutare, chiedere della famiglia, della salute, le solite cose di cui si parla quando da un po’ non ci si vede. Quasi tutti pensano che alla fine un soluzione si troverà ma li avvilisce di fare una figura di merda, passare per ladri.

Tutti quelli con cui ho parlato sono convinti che se non fossero stati a lavorare nelle grandi aziende, in particolare da Ansaldo ma non solo, il premio dell’anticipazione della pensione se lo potevano scordare. Intanto perché già in una azienda di quelle dimensioni e con quella organizzazione è risultato difficilissimo ric ostruire il curriculum di ognuno – dove e quanto avevi lavorato in quel reparto o in quell’altro, che lavorazioni c’erano mentre c’eri tu e via discorrendo - poi perché se in quel posto l’amianto c’era o non c’era è stato oggetto di discussioni e di cambiamenti di opinione nel corso del tempo. Basterebbero queste difficoltà per scoraggiare chiunque e se così non è stato vuol dire che dalla parte dell’azienda c’era un atteggiamento costruttivo. Del resto non è un segreto che l’amianto è servito all’Ansaldo per togliersi un po’ di lavoratori o, se restavano, di non dovergli pagare più i contributi. Ma la cosa che non si vuol dire è che sono stati sindacati e patronati vari a cercare i singoli lavoratori e dirgli che avevano la possibilità di anticipare di due o tre anni la pensione. O, viceversa, se erano i lavoratori che si facevano sotto (“per me” o “per quelli del mio reparto non c’è niente?”) la domanda era accettata senza scandalo. Vuol dire che l’azienda era d’accordo, vi pare? Ho letto che qualcuno ha anche pagato: se così fosse non mi piacerebbe ma neppure questo mi stupisce più di tanto. Gente che è andata a lavorare a 15, 16 anni la fabbrica la odia, non la sopporta. Non vorrei metterla troppo in politica ma proviamo a farci una domanda: c’è qualcuno oggi – a parte quelli che mandano le magliette in Africa - che non pensa per sé? Qual è il messaggio che arriva dalla politica, anche quella normale e non degli scandali? Alla Moltini l’amianto c’era e probabilmente sarebbe facile vedere se c’è ancora, il loro guaio e che non erano Ansaldo. Lo stesso guaio che è toccato e ancora tocca a quelli di Trieste e Monfalcone dove l’amianto ha fatto vittime a centinaia e continua a uccidere ma lì Fincantieri non molla, ha ostacolato indagini, negato documenti e forse cancellato prove.
Anni di lotte per arrivare a una legge appena decente e subito aziende pronte a usarla per mettere a posto i propri conti. Hanno sbagliato i lavoratori a stare al gioco ma, vi domando, qualcuno che conta, tra partiti e sindacati, si è smarcato? Ha proposto un altro gioco? La questione è tutta qui.
(Lettera firmata)

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17 Dicembre 2008

Diossina - Chissà chi lo sa

Venerdì 12, incontro al margine dello sciopero.
Lui a me: “Sei in pensione?” (In realtà lo sa benissimo ma da un po’ non ci si vede)
Io: “Da quattr’anni.”
Lui: “Ricevo il vostro giornalino”.
Io taccio anche perché non mi va che chiami la NL giornalino.
Lui (che per la cronaca fa il sindacalista) insiste “Ma a cosa serve leggere il giornale?”
Io prendo tempo e lui “Fammi un solo esempio di una cosa che hai letto negli ultimi 10 giorni su Berlusca, i giudici, l’economia o quel che ti pare che già non sapevi”.
La prendo larga e sul filo del patetico. “Sai, vivo solo; il giornale è… un un modo per dialogare col prossimo: conferme, domande…”.
A questo punto lui mi ha guardato con una espressione stupita, quasi imbarazzata; comunque non favorevole.

Torno a casa e ho in mente la sua faccia, le sue parole: lui è un amico anzi, come si diceva una volta, un compagno. Lavora nell’apparato sindacale; magari sa cose che gli altri, noi, invece… Come sempre comincio a leggere il quotidiano (Repubblica 12 dicembre) dalle pagine locali. Titolo a piena pagina “Diossina mortadella al bando. Sequestrate sette tonnellate nelle province liguri”. L’assessore regionale alla sanità dichiara “La situazione in Italia e nella nostra regione è completamente sotto controllo. Di questo i cittadini possono stare tranquilli.” Aggiunge che bisogna evitare le psicosi che rischiano di mettere in ginocchio il mercato. Più o meno le stesse parole pronunciate, dal responsabile dell’Agenzia europea per la sicurezza alimentare: “Carne alla diossina nessun pericolo” (Repubblica 11 dicembre). Sarà ma resto perplesso; mi fa piacere che anche Legambiente lo sia: se è tutto a posto perché sequestrano la mortadella? So benissimo che c’è un sa cco di persone competenti in grado di rassicurarmi. Sono le stesse che scrivono le cose per i politici e che questi ripetono anche se non è la parte che toccherebbe a loro. Loro invece dovrebbero spiegare perché nei maiali c’è la diossina, perché non se ne erano accorti, che cosa nella macchina della produzione e dei controlli del territorio e di tutto il resto non ha funzionato; insomma perché non hanno visto e sentito e credono di cavarsela invitandoci a scegliere il made in Italy.
Incautamente perché nella stessa pagina compare un altro articolo (“Pecore tossiche abbattute”) da dove si capisce che i maiali irlandesi sono in buona compagnia. A Taranto più di un migliaio di pecore sono appena state abbattute e altre 700 stanno per fare la stessa fine: in discarica, rifiuto di tipo 1 cioè rifiuto tossico altamente pericoloso. La decisione era già stata presa due mesi fa. Perché? Semplicissimo: perché sono piene di diossina. A Taranto la diossina ha ucciso e continua a uccidere bestie e cristiani. Imputate le fabbriche, Ilva in testa. Le fabbriche sono l’occupazione e l’occupazione è il ricatto. Si potrebbe almeno ridurre le emissioni come proposto dal Consiglio regionale della Puglia ma le aziende resistono, chiedono sconti proprio come il governo italiano fa in Europa.
Domanda all’amico compagno sindacalista: per caso, mortadella a parte, lui sa come stanno le cose qui attorno?
(Manlio Calegari)

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Precari - La scelta di Giulio

Giulio fissava le rotaie dei treni. Due fettucce lucide di pioggia e polite, nel buio chiazzato di luce della Stazione Brignole. Le seguiva con lo sguardo fino a che entravano nella galleria e scomparivano in un’oscurità impenetrabile, se non con l’udito. Poteva sentire sferragliare i treni anche quando ormai non li vedeva più, inghiottiti dalla fretta di arrivare alla meta. Lui non aveva fretta. Aveva poco con sé, un bouzouki ed un’armonica a bocca, una borsa con qualche vestito e niente più. Non sapeva ancora se alla fine sarebbe partito, o se stava lì soltanto per farsi cullare dai lamenti ferruginosi dei treni.

“Il progetto per cui ti avevamo assunto non ha reso quanto speravamo, ci troviamo in condizione di doverlo eliminare. Non sai quanto mi spiace ma sei licenziato”. Giulio fissava le labbra del capoufficio mentre le parole ne uscivano, untuose, e gli si appiccicavano addosso. Il progetto, kaput, finito, e-li-mi-nato. Tagliato via come un ramo secco su una quercia di ottima salute. Superfluo. Su quel ramo stava lui, unica vittima. Il resto della pianta, vitale e prospera, ridistribuiva linfa e rimaneva in piedi. “Ho 54 anni. Cinquantaquattro…Cosa faccio ora?”. Erano 18 anni che lavorava lì, prima della crisi era alla linea principale, come commerciale. Ai primi segnali di recessione era stato spostato ad un nuovo settore, un progetto pilota. Col senno tardivo, gli sembrava che tutto fosse pilotato dall’azienda, un modo sicuro per scrollarselo di dosso senza ripercussioni.
La prima persona a cui aveva pensato, dopo il licenziamento, era stata sua figlia. Sette anni, caparbia, rumorosa, vivace, lo faceva sentire un ragazzino. Le doveva garantire la sicurezza, la gioia, la serenità, era il motivo per cui ogni giorno si alzava dal letto ed andava a lavorare. Ma domani? Niente lavoro, niente stipendio, sicurezza o serenità. E’ un padre questo? Al pensarlo si sentiva diventare più piccolo, gracile e indifeso, inerme come un bambino, anzi no, come un vecchio.
Quando era tornato a casa non c’era ancora nessuno. Aveva messo in una borsa poche cose, ed era corso in stazione. Andarsene, Parigi, Nizza, magari Madrid. Suonare, quello lo sapeva fare ce l’aveva nel sangue, non c’era il pericolo di scivolare un’altra volta dal ramo. Lasciare i suoi doveri di padre e marito, di capofamiglia, lasciarsi alle spalle l’angoscia di raccontare la propria sconfitta. Una vita nuova lo aspettava, musica e strada, forse troppo dura per la sua età, ma leggera ed attraente in confronto alla cappa plumbea di responsabilità che si trovava di fronte. “Il treno 11300 delle ore 21.12 per Ventimiglia è in partenza al binario 2. Si prega di non oltrepassare la linea gialla”.
L’asfalto bagnato rifletteva le luci natalizie come allegri fantasmi distorti, sul marciapiede della fermata. Giulio gettò la sigaretta in una pozzanghera prima di salire sul bus. Un salto in sala prove e poi, a casa. L’indomani lo aspettava una giornata piena. Doveva iniziare a cercare un lavoro.
(Daphne)

Posted by Admin at 17:15 | Comments (0)

L’occasione perduta

Fra poco più di una settimana la Mostra “Ragazze di Fabbrica” finirà la sua permanenza alla Biblioteca Bruschi Sartori, partecipare alla sua realizzazione è stata una bella esperienza coinvolgente ed emozionante.
Emozione è infatti la parola più adatta per dire dei numerosi incontri che ci sono stati durante tutto il periodo della mostra.
Ma qualche mancanza c’è stata, ed una in particolare è stata “fragorosa”: quella del Sindacato.
Dai tabelloni della mostra, nei dibattiti, nelle conversazioni, il Sindacato è stato continuamente richiamato: per ricordare le rivendicazioni, le lotte, i contratti, le manifestazioni, le assemblee, o anche per evocare i contrasti e le discussioni accese.
Che presenza ingombrante per tanti anni della nostra vita!!
Ed ora è tutto finito? Forse perchè rappresentiamo il passato?
Eppure da delegata sindacale, nei momenti formativi, mi veniva spiegato che bisogna conoscere il passato per sapere verso che cosa si sta andando.
La lunga appartenenza alla Cgil, ancora oggi da pensionata, mi ispira questa ulteriore “rivendicazione”. E’ quasi un riflesso condizionato!
Avevo immaginato che il sindacato avrebbe colto questa occasione per favorire un incontro fra diverse generazioni di lavoratrici, quelle di oggi e quelle del passato.
Forse avremmo scoperto che abbiamo delle cose da dirci.
Penso che abbiamo perso un’occasione e non volevo far finta di nulla.
(Luisa Campagna)

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10 Dicembre 2008

Precari - Un giorno nella vita di Ester

Prima di dormire, inumidisce un batuffolo di cotone di latte detergente alla calendula e lo passa intorno al contorno occhi più volte, con lenti movimenti rotatori, a togliere fino alla più invisibile traccia di ombretto e mascara.
La giornata di Ester finisce così, ogni sera quello è l'ultimo gesto, che tira tutte le fila e fa riapparire, nudo di trucco e senza difese, il suo sguardo.
Ester ogni mattina si alza dal letto alle 7. Fa colazione con una tazza di latte, orzo e cereali. Si veste, in modo informale, corre a lavorare in un negozio, fa la commessa partime. Ci rimane fino alle 12.30. Non è dura, l'unico appunto è la sveglia, inesorabile e puntuale, ogni giorno. Con questo lavoro paga l'affitto di una piccola casa in periferia, dove vive con un vecchio gatto ed un pesce rosso vinto al Luna Park. L'amministrazione. Le bollette

Prima di dormire, inumidisce un batuffolo di cotone di latte detergente alla calendula e lo passa intorno al contorno occhi più volte, con lenti movimenti rotatori, a togliere fino alla più invisibile traccia di ombretto e mascara.
La giornata di Ester finisce così, ogni sera quello è l'ultimo gesto, che tira tutte le fila e fa riapparire, nudo di trucco e senza difese, il suo sguardo.
Ester ogni mattina si alza dal letto alle 7. Fa colazione con una tazza di latte, orzo e cereali. Si veste, in modo informale, corre a lavorare in un negozio, fa la commessa partime. Ci rimane fino alle 12.30. Non è dura, l'unico appunto è la sveglia, inesorabile e puntuale, ogni giorno. Con questo lavoro paga l'affitto di una piccola casa in periferia, dove vive con un vecchio gatto ed un pesce rosso vinto al Luna Park. L'amministrazione. Le bollette.
Torna a casa, giusto il tempo di uno spuntino veloce, poi riposa per due ore. Ester è stanca e non ha tempo di pensare, e questo è il suo amuleto per non sprofondare, come un topo bianco d'avorio, come un omino gobbo, come un quadrifoglio.
Alle 15 Ester si sveglia e va a lavorare in un centro commerciale, fa la promoter di telefonia mobile, quattro ore al giorno, a giorni alterni, su turni, compreso sabato e festivi. La cosa che le pesa di più, in questo lavoro, è il sorriso ostentato e la necessità di interpellare di continuo la gente, quando quello di cui lei ha più rispetto, al mondo, è il silenzio. Con le promozioni Ester paga il cibo per sé, le crocchette per il gatto ed il mangime per il pesce rosso; una pizza al mese con gli amici, una birra ogni tanto. Rossa o doppio malto.
Alle 21 Ester è di nuovo a casa e cena tranquillamente. Spegne il cellulare perché, almeno per qualche minuto, non vuole parlare con nessuno. Vuole che i pensieri si muovano liberi, fluidi, gratuiti ed armonici almeno per sé. Per qualche istante desidera che il suo tempo scorra senza apporvi un'etichetta col prezzo. Così ridicolo da scuoterle il ventre con piccoli sussulti di riso isterico, che fortunatamente riesce a bloccare prima che esondi la diga dell'autocontrollo.
Alle 23 Ester ravviva un po' il trucco, si mette della lingerie vistosa e una vestaglia di chiffon a fiori, accende il pc e fa partire il cronometro. Con il lavoro ad una videochat erotica Ester paga le spese dell'automobile, il dentista, le visite mediche e gli altri imprevisti. I regali di Natale. Il parrucchiere, ogni tanto.
Prima di dormire, inumidisce un batuffolo di cotone di latte detergente alla calendula e lo passa intorno al contorno occhi più volte, con lenti movimenti rotatori, a togliere fino alla più invisibile traccia di ombretto e mascara.
(Daphne)

Posted by Admin at 16:27 | Comments (0)

26 Novembre 2008

Beni culturali - 159mila candidati per 500 posti

Una ressa pari all'attesa di adolescenti euforici per la propria pop star, ma i protagonisti non sono inquadrabili in una fascia d'età, hanno 20, 30, 40 ed anche 50 anni, spesso i capelli sono tinti di bianco mentre l'euforia è sostituita da un'angoscia che si percepisce, negli sguardi e nelle parole.
“Stipati qui, come bestiame, dopo aver appiccicato quelle quattro nozioni inutili funzionali a passare le preselezioni, possibile che oggi il Ministero non abbia trovato un modo migliore per reperire personale? Valutare i titoli? Considerare i meriti?”.
L'occasione è il tanto sospirato concorsone del Ministero dei Beni Culturali, che giunge dopo otto anni dall'ultimo: per molti un'opportunità di carriera, per molti un'ancora nel mare in tempesta della precarietà, per altri una brezza di speranza nella bonaccia cupa della disoccupazione. La calca, stipata in un piano della facoltà di Economia, viene sfoltita pian piano. Le operazioni vengono svolte con solerte meticolosità, ed in circa tre ore le aule si riempono. Dopo la lunga attesa sulle scale, uno avvisa, comprensibilmente “Scusi, dovrei andare alla toilet”. “Non so se si può”, afferma con draconiano rigore uno dello staff. “Bisogna chiedere al presidente della commissione”.

Alla fine si giunge alla consegna dei questionari. Il silenzio è greve di tensione, c'è chi ripassa a bassa voce le anafasi della mitosi di una cellula, chi scrive sulle mani di joule e di farad, chi scarabocchia sui banchi assi cartesiani per rispolverare la trigonometria. Un uomo sui trentacinque, giunte le mani, abbassa il capo e prega a fil di labbra.
Per un'ora la concentrazione è assoluta: si combatte con i denti contro il tempo e contro il panico indotto un po' dalla situazione presente, il concorso, un po' dalla disperazione che attende chi non sarà in grado di saltare su questa zattera per naufraghi.
Minuti lunghi come ore e cento domande pesanti come grossi macigni: “possibile” è la domanda che nessuno fa apertamente, ma tutti, presumibilmente, formulano a se stessi “possibile che sull'apotema di questo cono si debba giocare il mio futuro? Possibile che sia la data di questi sublimi versi di Baudelaire a farmi fuggire dai miasmi pestiferi del precariato oppure a precipitarmi nel baratro?”. Più di 159mila, gli iscritti in tutta Italia, ma sulla zattera c'è posto per 500, ed ogni posto val bene l'umiliazione di questa farsa. Coi tempi che corrono.
(Eleana Marullo)

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19 Novembre 2008

Ilva/1 - 549 + 400 = 949 cassintegrati

Per quanto riguarda la partita Acciaierie di Cornigliano la metafora scivola dal pronostico calcistico, alla follia, per incagliarsi nel freddo dato matematico. Che nasconde – elemento di cui spesso ci si dimentica – volti di uomini e donne in carne ed ossa, con famiglia, mutuo e costi quali cibo, bollette, e quisquilie varie, relativi alla piramide di Maslow.
I numeri, per l’area del quartiere di Cornigliano, assegnata al gruppo Riva (leggere occupazione, sviluppo, impianti, industria pulita) offrono la seguente situazione: su 2052 addetti al novembre 2008, 549 sono in cassa integrazione straordinaria grazie al piano industriale partito nel 2005. Mentre altri 400 - a causa della crisi industriale - verranno collocati in cassa integrazione ordinaria in tempi brevi. Per tredici settimane. E poiché la matematica non è un’opinione, si evince che a breve gli occupati attivi saranno 1103. Quelli fuori dal ciclo produttivo 949.
In merito alla crisi industriale i bookmakers mostrano sconforto. Non è dato sapere quanto durerà. Ma alcuni di loro sono pronti a scommettere che si attarderà a lungo nelle imprese come la peste e il vaiolo, mietendo numerose vittime, lasciando il paese in uno stato di prostrazione profonda.

In relazione al Piano Industriale delle Acciaierie il clima politico cittadino sembra più lieve, quasi placato dal fatto che il rientro dei 549 abbia come scadenza finale l’agosto del 2009.
Il tempo, in questo caso, è un elemento da leggere con attenzione.
Per un medico il tempo è importante: permette di attivare le cure, prevenire il diffondersi nel corpo della malattia, “Sa, se ce ne fossimo accorti in tempo…”.
Nel nostro caso, invece, il tempo è diventato un alibi: dei 549 se ne parlerà, forse, tra nove mesi.
A coloro che pensano male, i garanti dell’Accordo di Programma dovranno dire chiaramente che non c’è nulla di cui preoccuparsi: 949 persone via dal lavoro sono soltanto il 50% dell’Ilva riconvertita.
La matematica non è un’opinione.
(Giovanna Profumo)

Posted by Admin at 15:32 | Comments (0)

12 Novembre 2008

Ilva - Da padre a figlio

Tutti sanno che la domanda di acciaio è fortemente ciclica. Ma Emilio Riva, il patron dell’Ilva, non prevede, si adegua (“Io i budget li faccio a tre mesi”, Repubblica, 25 luglio 2007) e firma solo accordi a lungo termine. Suo figlio Daniele non li fa nemmeno a tre (i budget): su Repubblica del 25 settembre 2008 annuncia che la nuova linea di zincatura “verrà inaugurata nella prima decade di novembre, con la sindaco Marta Vincenzi”. Invece ora chiede la cassa integrazione per 13 settimane per altri 400 dipendenti che si sommano quindi agli altri 550 (Corriere mercantile, 7 novembre 2008).

“Lo sviluppo dell’Ilva riparte da Roma”. Così iniziava un articolo del Secolo XIX del 12 luglio 2008 che raccontava la firma del protocollo aggiuntivo all’accordo di programma siglato nel 2005. Al Ministero per lo sviluppo economico c’erano tutti. Regione Liguria, Comune di Genova, Provincia, assessori, Prefettura, sindacati, Confindustria, autorità portuale e, naturalmente, Emilio Riva, che garantiva con la sua firma gli impegni presi.
Il nuovo documento modificava il piano industriale dell’azienda che era alla base dell’Accordo di programma firmato nel 2005. La modifica dell’Accordo di programma era nell’aria da molto tempo per le numerose inadempienze dell’azienda, culminate ad aprile 2008 nel licenziamento di sette apprendisti, poi riassunti. L’Ilva “motivava” la necessità della modifica dell’Accordo di programma in poche pagine chiamate "Nota informativa sulla variazione del nostro Piano industriale". Otto sbrigative paginette dove si parlava di mutamenti dell’espansione siderurgica nei paesi asiatici, dell’aumento dei prezzi delle materie prime, del petrolio e del trasporto marittimo, della debolezza del mercato nazionale della banda stagnata e, per contro, del “vigore” di quello dello zincato caratterizzato da una presunta “dinamica positiva” in diversi settori, come quelli degli automobili e degli elettrodomestici (OLI n. 184, 23 aprile 2008 ). Il nuovo accordo firmato a Roma prorogava di un altr o anno (il quarto!) la cassa integrazione per 550 lavoratori dell’Ilva di Cornigliano. Con i commenti positivi di tutti i partecipanti e il “vigileranno con cura l’attuazione del piano industriale” degli addetti al lavoro. Con quale convinzione non è dato dire, perché, la crisi era già in atto, anche in quei settori a “dinamica positiva”. Un dettaglio a cui nessuno pare avesse allora prestato particolare attenzione. Lo sviluppo dell’Ilva non sembra essere ripartito da Roma.
(Oscar Itzcovich)

Posted by Admin at 11:39 | Comments (0)

5 Novembre 2008

Precariato - Volti e diritti sconosciuti di chi fa le notizie

28 ottobre, Teatro della Gioventù: un gruppo eterogeneo di giornalisti precari, tra i 20 ed i 40 anni, riuniti per un'occasione informale, la proiezione del docu-fiction “Non ancora” di Giada Campus. L'argomento è la vita grama dei precari, incarnata dalla vicenda di una giovane coppia, lei giornalista in cerca di affermazione, disposta anche a partire per il Libano per affrancarsi dalla meschinità del suo lavoro quotidiano, lui ricercatore universitario depresso, in attesa di un concorso che non arriva mai. L'assenza di prospettive sul piano lavorativo si ripercuote sulla vita privata, e la coppia finirà per sfaldarsi, schiacciata da delusioni e sconfitte quotidiane.

Lo scopo dell'incontro è discutere, appunto, la situazione di una categoria che racconta le vicende di precariato selvaggio degli altri e mai le proprie. Marcello Zinola, della Federazione Nazionale Stampa Italiana, disegna un quadro impressionante: la proliferazione dei mezzi di informazione, invece di apportare linfa al settore ne ha favorito la precarizzazione. Senza la possibilità di avere permessi, la rappresentanza sindacale del giornalismo precario non esiste: chi non lavora non guadagna e spesso i margini sono talmente risicati da non consentire la partecipazione al sindacato. I prodotti dei precari dell'informazione, continua Zinola sono pagati da 3 euro (una fotografia) a 800 lordi (un servizio completo, in un caso fortunato). La media va tra i 7 ed i 25 lordi, cifra a cui vanno sottratte le spese, e, naturalmente, se un servizio non esce non viene pagato.
Tra i fotoreporter la concorrenza è disumanizzante, si deve combattere contro i giornalisti, spesso forniti di attrezzatura dai propri editori, che regalano le foto con il pezzo.
L’immagine che si ricava è di giornali come semplici contenitori di notizie, una sorta di scheletro lunare: la redazione crea i titolo e l'impaginazione, ma coloro che realmente producono le notizie non vi lavorano. Sono esterni, emeriti sconosciuti per la redazione, e non ricevono un fisso, seppure siano impegnati quasi tutti i giorni, a qualsiasi orario.
Altri interventi descrivono l'editore come un padrone ed il giornale come un prodotto, che ha valore commerciale in base alla pubblicità che veicola. E del sindacato viene riconosciuta la paura di riconoscersi alla mercé di padroni, allo stesso modo dei minatori che scioperavano contro lo sfruttamento.
La soluzione proposta dai rappresentanti del sindacato della Fnsi è di farsi conoscere, partecipare, aderire e formare un coordinamento ligure dei precari dell'informazione. “Si ma come si fa a coordinarsi”, interviene un precario dal pubblico “così polverizzati come siamo?”.
(Eleana Marullo)

Posted by Admin at 08:57 | Comments (0)

Genova - Dentro le crisi ad occhi chiusi

Nell'ambito della Mostra "Ragazze di fabbrica - voci e volti di donne del Ponente dal dopoguerra ad oggi", al Centro Civico di Cornigliano, si è parlato di società, crisi e mutamenti. L'occasione, la tavola rotonda organizzata il 29 ottobre, che ha avuto come relatori i sociologi Paolo Arvati e Giuliano Carlini, Elsa Weldeghiorgis, Rosalie Seck e Michela Tassistro. Il titolo, “La crisi della città industriale: lavoro, società e migrazioni”. Gli interventi hanno toccato il passato produttivo della città, il suo presente, le inquietudini rispetto alle prospettive future, con il leit motiv ricorrente di una città cieca nel riconoscere, una generazione dopo l'altra, il proprio presente.

Il sociologo Paolo Arvati data il declino industriale della città a partire dagli anni Cinquanta, quando già la diversa velocità di sviluppo rispetto alle altre città del Nord evidenziava un equilibrio involutivo. La crisi si aggravò negli anni Sessanta e Settanta, senza che il dato entrasse nella consapevolezza comune, a causa del perdurare di quella che il sociologo definisce un'illusione ottica: la certezza che la città industriale e la sua classe operaia dal cuore rosso sarebbero state eterne. Negli anni Ottanta - Novanta, la crisi divenne manifesta e la percentuali degli operai crollò a vantaggio degli impiegati e dei lavoratori autonomi. Per quanto concerne l'ultimo decennio, Arvati identifica quattro punti fondamentali: la molecolarizzazione delle attività produttive con l'espansione della microimpresa, l'aumento dell'occupazione, specialmente femminile, la presenza di nuove centralità per l'economia locale (porto, high tech, turismo), le presenze straniere, che ha nno migliorato il saldo migratorio e naturale, proponendo nuove opportunità e criticità.
Carlini, riprendendo l'argomento della mancanza di consapevolezza, menziona una ricerca dei primi anni Ottanta sul grande quartiere operaio di Cornigliano, che evidenziò come in realtà la cultura operaia non esistesse più, e, tornando all'attualità, fa cenno all'immigrazione percepita come fattore marginale e mai come elemento strutturale della società.
Elsa Weldeghiorgis e Rosalie Seck ripercorrono la storia dell'immigrazione a Genova, partendo dalla propria esperienza personale. L'elemento preoccupante che emerge dai loro interventi è, nell'immediato, la questione dei permessi di soggiorno, che come in passato si riduce ad un commercio, per il futuro, quello che sarà l'equilibrio per le seconde e terze generazioni e per le coppie miste che sono sempre più diffuse, alla luce dell'attuale politica in tema d'immigrazione.
Gli argomenti sono scottanti, affrontati in alcuni casi analiticamente, in altri con la passione data dalla profonda partecipazione al disagio sociale dei soggetti deboli; meriterebbero la costante attenzione delle istituzioni, della stampa, delle associazioni sindacali, della città. Peccato che la sala del Centro Civico a Villa Spinola fosse desolatamente vuota, segno della cecità che si propaga come tabe ereditaria, generazione dopo generazione.
(Eleana Marullo)

Posted by Admin at 08:48 | Comments (0)

22 Ottobre 2008

Amianto - Il silenzio del TGR e l’ignoranza del dirigente

Nessun accenno sui TGR del 10 ed 11 ottobre a un episodio drammatico che ha occupato per più giorni e con grande rilievo le pagine di Secolo XIX, Repubblica, Corriere Mercantile e Corriere della Sera: il suicidio di un giovane ingegnere dell’Inail, indagato nell’ambito delle indagini sulle false pensioni dell’amianto.
Il direttore regionale dell’Inail Liguria, intervistato dalla stampa, ha affermato di non essere stato a conoscenza dell’avviso di garanzia ricevuto dal suo funzionario in quanto “da poco alla direzione ligure”. In realtà la delibera di “incarico di funzione dirigenziale di livello generale” del Dr. Emidio Silenzi risale a quasi un anno fa: 20 dicembre 2007; e l’inchiesta sulla concessione dei benefici pensionistici per l’amianto era partita solo due mesi prima della sua nomina, il 17 ottobre 2007.

Viene veramente voglia di non credere né alla disinformazione del dirigente, né alla distrazione del TGR, ed anzi di mettere in relazione tra loro queste singolari mancanze, irrispettose di chi è stato travolto da una vicenda di cui di certo non era il protagonista.
L’inchiesta sulle pensioni facilitate dell’amianto, infatti, sta mettendo in luce un intreccio di interessi. Come sintetizza il Secolo XIX dell’11 ottobre “la crisi della grande industria ha mandato in fumo migliaia di posti di lavoro; politici e sindacati si sono trovati a gestire il disastro e hanno chiuso gli occhi, se non proprio favorito, un utilizzo distorto di un bonus che non era stato ideato come ammortizzatore sociale”.
Ad oggi l’inchiesta ha prodotto: venti avvisi di garanzia, tra cui quello all’ex direttore provinciale dell’Inail Pietro Pastorino; 1000 lettere inviate ad altrettanti lavoratori ormai in pensione con l’avvertimento che, in attesa di accertamenti “… la pensione di cui è titolare è da considerarsi provvisoria”; dieci pensioni già sospese.
Questa inchiesta coinvolge nel profondo la città: ansia anche da parte di chi a contatto con l’amianto c’è stato davvero; colpe distribuite in ambienti imprenditoriali, pubblici, sindacali; ingiustizie: sempre il Secolo XIX ricorda l’esistenza di persone che stanno morendo di mesotelioma pleurico a cui i benefici pensionistici non sono stati riconosciuti.
In questa storia, purtroppo, c’è stata anche una vittima. Allontanarsene, far finta di non sapere nulla significa cancellare la tragedia.
(Paola Pierantoni)

Posted by Admin at 12:45 | Comments (0)

15 Ottobre 2008

Infortuni nel tempo - Le scatole cinesi della responsabilità

21 giugno 2004. Adriano Bottazzoli, operaio della ditta Plasteco, cadde da dieci metri di altezza mentre lavorava “in assenza di mezzi di protezione individuale e collettivi” alla copertura della piscina di Genova Prà.
Come mai l’operaio lavorava “in assenza di mezzi di protezione individuale e collettivi”? “Per colpa sua”, aveva sostenuto uno degli avvocati della difesa: il lavoratore benché esperto e dotato di cintura di sicurezza, non la indossava “per comodità”.

Ma la sentenza (15 aprile 2008) obietta che in quella lavorazione “le cinture di sicurezza non erano concretamente utilizzabili, in quanto il Piano Operativo di Sicurezza non specificava in quale modo dovessero essere utilizzate, e non prevedeva dove ancorarle”. Quello che mancava, invece, erano “le strutture di protezione collettiva (ponteggi e reti) previste dal Piano di Sicurezza e Coordinamento”
Perché mancavano?
Scorrendo la sentenza si snocciolano le responsabilità:
Intanto l’appaltatore non le aveva realizzate, nonostante lo stanziamento di somme specifiche da parte del capitolato di appalto. Erano previsti “solo dispositivi di protezione individuali, per di più in maniera generica, non attuabile”.
I ponteggi predisposti durante i lavori di sopraelevazione di un tamburo di cemento armato erano costati parecchio (rappresentavano la voce maggiore nel computo metrico dei costi), ma non erano più in opera durante il lavoro di copertura. Dopodiché nessuna altra misura “per ridurre al minimo l’altezza di caduta dell’operaio dall’alto” era più stata predisposta. Un quadro, dice il giudice, che avvalora “Il sospetto insinuato dal pubblico ministero che l’impresa abbia poi cercato di risparmiare sulle misure di sicurezza”.
Il dirigente del comune responsabile del procedimento amministrativo per la realizzazione dell’opera, per parte sua, non ha preso alcuna iniziativa per l’applicazione delle misure di sicurezza “nemmeno a fronte della evidente mancanza delle strutture di protezione collettiva (ponteggi e reti), durante la fase di copertura”. La cosa gli competeva: inaccettabile l’argomento difensivo per cui il funzionario pubblico avrebbe avuto solo “un ruolo essenzialmente amministrativo”, limitato a verificare che esistesse il Coordinatore per la sicurezza “senza sostituirsi a lui”. Infatti, sottolinea la sentenza: “la duplicazione della posizione di garanzia è espressamente voluta dalla legge a tutela dell’incolumità del lavoratore nell’opera pubblica … e se più sono i titolari della posizione di garanzia … ciascuno è per intero destinatario dell'obbligo di tutela impostogli dalla legge”.
Quanto al professionista nominato dal Comune “Coordinatore per la sicurezza”, gli viene imputata “la negligenza nell’assicurare la coerenza tra il piano di sicurezza e coordinamento ed i piani operativi di sicurezza e di non essere intervenuto a fronte della mancata realizzazione delle strutture di protezione collettiva…”
A conclusione il Giudice Fulvia Maggio ha disposto la condanna (con sospensione condizionale) per tutti gli imputati: cinque mesi al dirigente del Comune e al coordinatore per la sicurezza; sei mesi all’appaltatore capogruppo dell’Associazione temporanea d’imprese aggiudicataria. Per tutti l’obbligo di risarcimento, fissato in 200.000 euro, e del rimborso delle spese legali.
(Paola Pierantoni)

Posted by Admin at 18:43 | Comments (0)

8 Ottobre 2008

Infortuni nel tempo - Infortunio TIS: la sentenza

Torniamo sull’infortunio avvenuto il 9 marzo del 2004 su un viadotto della A10, di cui già abbiamo parlato in OLI 188 e 194, per dare conto delle motivazioni – ora pubblicate - della sentenza del giudice Lepri, che aveva ritenuto penalmente responsabili dell’accaduto il Direttore del primo Tronco della società Autostrade, il Direttore dei lavori della ditta TIS che eseguiva i lavori, e il Coordinatore per l’esecuzione dei lavori della ditta Spea.
Ricordiamo che il lavoratore fu investito da un camion mentre sistemava le luci di un cantiere su un viadotto della autostrada A10. Il lavoro avveniva in regime di sola riduzione di carreggiata, anziché di chiusura di carreggiata e deviazione del traffico, come era stato previsto dal Piano di sicurezza e di coordinamento e dal contratto di appalto.
Tra le molte considerazioni del giudice ne sintetizziamo due.

La norma violata e causa dell’infortunio, dice il giudice, è un articolo di una legge antica, del 1955 (per la precisione, art. 15 del DPR 347/55) che impone “di garantire al lavoratore sul luogo di lavoro uno spazio tale da consentire il normale movimento in relazione al lavoro da compiere”. Questa norma, sottolinea la sentenza, va interpretata “nel senso che ciascun lavoratore … deve avere a disposizione uno spazio tale da consentirgli di muoversi normalmente, e pertanto senza restrizioni e movimenti innaturali, al fine di scongiurare eventi di danno… anche in considerazione dei prevedibili cali di attenzione in cui ciascun dipendente può incorrere”. Aggiungendo che “in nessun modo la semplice riduzione di carreggiata avrebbe potuto garantire il rispetto di questa norma”
Il Piano di sicurezza e di coordinamento, redatto anteriormente alla indizione della gara d’appalto, “prevedeva espressamente che ogni fase lavorativa si svolgesse tra le ore 21 e le ore 6 della mattina successiva in regime di totale chiusura della carreggiata”. Successivamente però il Piano operativo di sicurezza redatto dalla ditta TIS, aggiudicataria della gara, introduceva una variazione: tra le ore 21 e le ore 22, per le attività di allestimento del cantiere, si sarebbe potuta adottare la mera riduzione di carreggiata. A monte di questo cambiamento le pressioni esercitate dalla società Autostrade, tramite la ditta SPEA, per limitare il più possibile il periodo di chiusura del traffico senza dovere prolungare la durata dell’appalto.
Niente fatalità, niente inevitabilità, niente colpe buttate sulle spalle di chi si è fatto male: se si fosse rispettata una vecchia legge, se le esigenze del traffico autostradale non fossero state fatte prevalere “su quella primaria di tutela dei lavoratori sulla base del criterio della massima fattibilità possibile”, se ciascuna delle figure coinvolte “avesse agito conformemente alla previsione normativa fonte dei suoi obblighi”, l’infortunio non si sarebbe verificato. Punto.
(Paola Pierantoni)

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2 Luglio 2008

Lavoro - Dimissioni volontarie e incertezze temporali

Il Decreto Interministeriale del 21 gennaio 2008 concernente le dimissioni volontarie me lo aveva fatto conoscere Irina, quando a fine aprile ha dovuto presentare le dimissioni volontarie attraverso un servizio informatico fornito, tra gli altri, dal sindacato, una procedura che metteva termine alla tradizione delle lettere di dimissioni già firmate prima ancora di essere assunti. Comunque la notizia pubblicata sul sito del Ministero del Lavoro è già obsoleta, in quanto dal 25 giugno 2008 la procedura di dimissione volontaria è stata riportata al passato, facendo tornare operative le lettere in mano ai datori di lavoro.

Un po’ oscurato dai grandi temi della sicurezza pubblica, dei processi rimandati, dell’Italia che non ha passato il turno agli Europei, la notizia esce in poche righe sullo stesso sito (http://www.lavoro.gov.it/Lavoro/News/20080626_DimissioniVolontarie.htm), un AVVISO IMPORTANTE, relativo al DL n. 112 del 25 giugno 2008 che cancella l’articolo relativo del precedente decreto di gennaio che chiamerei il Decreto Papa Giuliani, appena 4 mesi di vita, con costi per i siti web autorizzati a svolgere il servizio e serviti a nulla. Amen.
Veramente significativa la mossa del governo che pur promettendo di informatizzare qualsiasi cosa che riguardi la gestione della cosa pubblica si lascia invece scappare questa cosettina che interessa migliaia di italiani, facendola ripiombare nella carta più indegna. Siamo solo a giugno, di solito le grandi imprese legislative che cambiano l’Italia si svolgono ad agosto subito prima delle ferie in modo che le stesse siano offuscate dalle vacanze estive o nel canonico 31 dicembre (per evitare qualche mega multa comunitaria per i ritardi rispetto al resto dell’EU). Questa volta bisogna dare atto al governo che sta cambiando la tradizione con un fervore a colpi di DL, DM e ordinanze speciali, sistema sicuramente efficiente. Tanto visto quello che succederà presto con la censura dell’informazione e il divieto di indagine, che volete che sia essere licenziati senza preavviso quando il lavoro manco si trova se hai il fidanzato (vedi Daphne, Oli 193).
(Stefano De Pietro)

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Infortuni nel tempo - E’ stato il lavoratore che si è fatto investire

Tutti condannati gli imputati (il Direttore di I° tronco di Autostrade per l’Italia SpA; il Coordinatore dei lavori di SPEA SpA; il Direttore dei lavori di T.I.S. SpA) al processo per l’infortunio avvenuto il 9 marzo 2004 su un viadotto della A10 (OLI 188). Concesse solo le attenuanti generiche che hanno ridotto la pena dai tre mesi richiesti dal P.M. a un mese e mezzo.
La difesa aveva messo in campo avvocati agguerriti: il giudizio sulle condizioni di sicurezza di quel cantiere, sulle responsabilità di quell’incidente, potrebbe infatti influire sul modo di lavorare in molti dei cantieri delle nostre autostrade.

La linea seguita è stata quella di scaricare tutta la responsabilità sullo stesso lavoratore infortunato che, in questo caso, si prestava particolarmente bene alla bisogna visto che era anche il “preposto”, colui che avrebbe dovuto essere “Il garante della sicurezza in loco”, mentre ha avuto un comportamento “incredibile e inopinato”.
Ricordiamo che il lavoratore, procedendo di notte a ritroso per sistemare le luci del cantiere, si era spostato inavvertitamente al di fuori della corsia delimitata dai soli coni segnaletici e un camion l’aveva investito. Data la ristrettezza delle corsie (3,28 metri), e il lavoro notturno, il Piano di Sicurezza e di Coordinamento aveva imposto la deviazione di carreggiata, ma durante la fase di allestimento del cantiere l’azienda aveva adottato come misura di sicurezza la sola restrizione di carreggiata.
Ad un certo punto l’avvocato rincara la dose e afferma testualmente: “Non è stato il veicolo ad avere investito il lavoratore. E’ stato il lavoratore che si è fatto investire”. Praticamente un (tentato) suicidio.
Ormai questa deve essere diventata la strada maestra: su Repubblica del 30 giugno in prima pagina il titolo “Morirono bruciati in fabbrica – chiesti i danni ai familiari” segnala il caso della Umbria Olii, dove si è varcato il confine dello scandalo: 35 milioni di euro di risarcimento chiesti ai familiari dei quattro operai che persero la vita nell’incidente di due anni fa.
Tornando alla T.I.S, attorno al caposaldo della colpa dell’infortunato, l’ultimo intervento della difesa percorre tutte le possibili strade, usa tutte le possibili argomentazioni: l’allestimento del cantiere non è assimilabile alla attività lavorativa vera e propria; l’esigenza della sicurezza va “contemperata” con quella di erogare un pubblico servizio: non possiamo chiudere le autostrade ogni volta che c’è un cantiere; oltre ai sistemi di protezione sono almeno altrettanto rilevanti i comportamenti dei lavoratori, e il preposto aveva il compito di vigilare su questi, a partire da se stesso; l’orientamento della giurisprudenza secondo cui i lavoratori vanno protetti anche da loro stessi è diseducativo: ci manca che venga esteso anche ai preposti…
Il giudice, però, deve aver trovato più convincente al ricostruzione fatta dal P.M. che aveva puntato il dito sulla fittizia distinzione tra allestimento del cantiere e attività di lavoro, e che aveva ricostruito il gioco di interessi che aveva portato a modificare le misure di sicurezza inizialmente previste. Gli avvocati romani, delusi, si scambiano brevi commenti a bassa voce. Ora si attende la pubblicazione delle motivazioni.
(Paola Pierantoni)

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25 Giugno 2008

Colloqui - Selezione naturale, atto unico

Stanza modesta, arredo ikea. Uno scaffalino billy in secondo piano, con molti libri, ammonticchiati l'uno sull'altro, come se fossero usati tutti contemporaneamente, o giacessero nella medesima posizione da tempo. Un bastoncino d'incenso fa salire una sottile colonna di fumo, in primo piano, da una scrivania sovraccarica di fogli sparsi, quotidiani ed appunti. Squilla un cellulare.
Al quarto squillo si precipita in scena una giovane donna, in tuta e pantofole. Cerca affannosamente il telefono tra le scartoffie.

- Pronto? La WORKMYPROJECT!? Ah Buongiorno! No, non mi disturba affatto. Sono a casa. No, non sto lavorando adesso, sono ancora disoccupata.
Senza far rumore si fa strada tra una catasta di giornali, ne estrae uno tutto evidenziato di giallo, scorre col dito una pagina di annunci e…
- Sì, sì, mi ricordo. Vi ho mandato un curriculum qualche giorno fa. Certo, l'annuncio come impiegata...Bilingue, esperienze contabili, eccetera eccetera...Sono contenta che mi abbiate contattato! Il colloquio...Sì, aspetti un secondo che prendo carta e penna.
Un ampio sorriso le si apre in volto, afferra una matita e un'agenda e si siede su una sedia da ufficio, una di quelle girevoli.
- Mi dica pure il posto e l'ora... Ah...c'è qualche domanda preliminare, ho capito...Mi dica...No, non sapevo. Non era specificato che fosse una sostituzione maternità, mi rendo conto di che significa.
Pausa di qualche secondo.
- No, non sono sposata, no.
Annuisce col capo, inizia a muovere nervosamente una gamba, oscillando da una parte all'altra con la sedia-
- Fidanzata? Mhm, beh, no, cioè, voglio dire...Sì, capisco che avete bisogno della massima onestà, che per voi è stato un colpo, l'avevate appena assunta a tempo indeterminato e zac! lei ti rimane incinta. Non sono cose da farsi. No, ma io non sono fidanzata, glielo assicuro.
La voce si fa stridula.
- Cosa significa, scusi, che non mi sente sincera?
Pausa. Si accovaccia sulla sedia, tossisce.
- Mi sono lasciata col ragazzo cinque mesi fa. Sì, è una storia finita. Ci ho sofferto, sì, ma mi è passata, ora sto bene...No. Stia certa. Non ci si vede più, e comunque non era poi una cosa seria, mai pensato a farmici una famiglia, non era fatto per me.
Silenzio. Il volto si è fatto scuro.
- Sì, le dico tutto ora, lo prometto. In cinque mesi qualcuno ho visto, sono uscita qualche sera, ma mai nulla di rilevante. Sono stata attenta.
Altra pausa di silenzio, l'espressione della donna si corruga, come per concentrarsi. Dopo qualche istante si appiana, rasserenata
- Sì, ok, va bene. Tanto erano legami che volevo tagliare comunque, nella vita bisogna scegliere le priorità e per me è arrivata l'ora di farlo... grazie a voi... Addirittura un tempo determinato da 10 mesi? Mi rendo conto dell'opportunità che mi state dando...
Riconoscente, si asciuga una lacrima di commozione che vela gli occhi, riprende in mano il blocchetto e la penna momentaneamente abbandonati sulla scrivania.
- Via De Monti 30, dopodomani alle 10, quarto piano, grazie, grazie mille.
Click. Cala il sipario.
(Daphne)

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Lavoro/1 - Tra pubblico e privato

Il mito del lavoro nell’ente pubblico è diventato realtà nel 2005 per molti dipendenti delle Acciaierie di Cornigliano. Ceduti per tre anni a comune e provincia, 650 lavoratori dell’Ilva hanno affiancato dipendenti pubblici, di settori differenti, con risultati, a detta dei più, discordanti. “Sta al singolo”, hanno commentato alcuni, riferendosi all’alta o scarsa produttività dei lavoratori Ilva. “Di qua ne sono passati tre: uno è rientrato in stabilimento, due di loro davvero in gamba…”
Ognuno, a sentire i commenti, ha portato con sé nell’ente pubblico, livore o disponibilità, desiderio di rivalsa o di conoscenza, in sintesi se stesso. Con la dose di “scazzo” legittimata dalla condizione di cassintegrato socialmente utile. Inoltre ognuno ha portato una vastità di sguardo data dall’esperienza di lavoro precedente. Chi dieci, chi venti, chi trenta “anni di marche”, con una propensione all’analisi spiccia e un po’ spietata alla quale va aggiunta una buona dose d’invidia.

Hanno toccato con mano il mito del pubblico impiego e questo li ha marchiati. Perché hanno registrato le differenze tra il prima e il dopo e verificato di persona che in Italia non si lavora tutti con gli stessi parametri.
Non dispongono di un’etichetta per ciò che hanno visto, ma pare si tratti di qualcosa assimilabile alla “qualità della vita”. Inimmaginabile in stabilimento.
I meno indulgenti dichiarano che nell’ente pubblico “non si lavora” o che“se si lavora, si lavora male”, che “manca programmazione”, e che “se ci fosse Riva…”, però ammiccano, facendo intendere che in stabilimento è davvero altra storia. “Provare per credere!” pare dicano ai colleghi del pubblico, “una settimana là dentro ed esci sfatto!”. I commenti reciproci su stipendi, privilegi, produttività dell’una e dell’altra categoria si sprecano.
Ne esce un piccolo quadro di sguardi in cui ognuno filma la categoria opposta e filmando registra il divario tra lavoro pubblico e lavoro privato.
Tanti piccoli cortometraggi dell’Italia che lavora, conservati nella cineteca mentale di ognuno.
Alla sezione corti, va aggiunta, la categoria dei precari d.o.c, quelli senza privilegi sindacali, giovani e meno giovani che attendono da anni l’assunzione a tempo indeterminato che filmano se stessi e gli altri e gli altri ancora.
Pare, che dopo averlo provato, il pubblico impiego, sia osso duro da abbandonare. Pochi, infatti, vogliono mollarlo, cassintegrati inclusi. Perchè anche se “non paga” sotto diversi punti di vista, è obbiettivo finale o soluzione temporanea ai mali estremi di un lavoro privato che umano non è.
L’accordo Acciaierie ha sottovaluto le conseguenze dell’incontro tra due mondi: il difficile adattamento al rientro in fabbrica, l’aver fatto proprio un bisogno di misura tra due mondi estremi e la richiesta forte di un’etica del lavoro alla quale appellarsi finalmente. Tutti e sempre.
(Giulia Parodi)

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Lavoro/2 - Le “anime morte” della formazione

Forma.Temp è il Fondo per la formazione professionale dei lavoratori temporanei: una libera associazione senza fini di lucro tra le associazioni di rappresentanza delle agenzie per il lavoro, le organizzazioni sindacali dei lavoratori temporanei, e Cgil-Cisl-Uil.
Il fondo nasce a seguito della legge 196/1997 (poi diventata legge 30/2003) che aveva previsto l’istituzione di un fondo bilaterale per la formazione, alimentato dal 4% delle retribuzioni lorde corrisposte ai lavoratori interinali, e gestito congiuntamente dalle organizzazioni sindacali e dalle associazioni delle agenzie per il lavoro.

Sul sito del fondo, dopo l’incoraggiante affermazione “La formazione non ha scadenza”, vengono specificate le diverse tipologie di corsi: formazione di base, formazione professionale, formazione continua, formazione “on the job”.
Viene detto che il “Principio portante del sistema varato da Forma.Temp è la certificazione degli interventi formativi quale strumento volto a garantire ai lavoratori coinvolti l’acquisita formazione” e che al termine dei corsi viene rilasciato agli allievi un attestato di frequenza.
Capita però di parlare con una allieva, in possesso di un bell’attestato multicolore rilasciato dalla agenzia interinale che l’ha assunta. Vi si legge che ha seguito un corso di formazione on the job per “addetto al call center”: complessive 12 ore, svoltosi tra il 9 e l’11 gennaio 2006. Le materie sono diligentemente elencate. Modulo 1 (4 ore) - sicurezza sul lavoro: D.Lgs. 626/94, obblighi del datore di lavoro in materia di sicurezza, diritti ed obblighi dei lavoratori; rappresentante dei lavoratori per la sicurezza; Modulo 2 (8 ore) – aspetti tecnici e pratici specifici della mansione. Delle dodici ore, sei erano di teoria e sei di pratica.
Bello. Solo che tutto ciò non è mai successo. Il responsabile della agenzia interinale in questione (una delle più importanti di Genova) ha fatto firmare alla lavoratrice l’attestato di partecipazione ad un corso a cui non aveva mai partecipato. Lei lo fa presente, obietta sulla correttezza di quella firma, ma viene liquidata con un sorriso paterno che contiene l’implicita domanda: “Tu qui vuoi continuare a lavorarci, no?”
Comunque, firma o non firma è stata l’esperienza di una sola volta: quando l’agenzia le presenta un foglio pre-compilato con un bel “NO” per l’eventuale iscrizione al sindacato la ragazza non ci sta, trasforma il “NO” in un “SI” e … non viene più riconvocata.
Sul sito di Forma.Temp si legge che gli allievi dei corsi di formazione sono passati dai 76584 del 2001 ai 208117 del 2004 (mancano dato più recenti): chissà quante saranno, tra questi, le “anime morte”?
(Paola Pierantoni)

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18 Giugno 2008

Lavoro di genere - Donne e impresa in due ore

C'erano molte donne e anche qualche uomo giovedì 12 giugno nel salone di rappresentanza di Palazzo Tursi all'incontro ”L’impresa al femminile. Un bando per Genova” promosso da Michela Tassistro, presidente della commissione pari opportunità del Comune di Genova.

Nomi e personaggi dai volti noti nelle prime tre file (le relatrici, qualche funzionaria del Comune, membri di associazioni politico-culturali in vivace fermento) e poi via via a scendere verso il fondo della sala le variegate rappresentanti del mondo del lavoro femminile: giovani e meno giovani, madri con bambini a seguito, padri improvvisatisi babysitter, italiane e straniere. Secondo quanto riportato da Cristina Battaglia, presidente di Sviluppo Italia e una delle relatrici dell'incontro, rispecchiano pienamente l'utenza che richiede finanziamenti e informazioni, ovvero una tipica categoria di lavoratrici che stenta a inserirsi nel mondo del lavoro e cerca di utilizzare la creazione di una nuova impresa come alternativa alla disoccupazione. E che si scontra con i problemi dell'essere donna in un mondo dove la presenza maschile è ancora preponderante: minore credibilità davanti al cliente, minori possibilità di accesso a prestiti di banche e istituti di credito ecc.
Un incontro che si presentava operativo - è stato presentato il bando per le agevolazioni all'imprenditoria femminile attraverso la L. 266/1997 - ma che ha rappresentato anche la possibilità di offrire un quadro sulla partecipazione delle donne nelle imprese italiane pubbliche e private: Daniela Canepa, responsabile del settore Sviluppo economico della Camera di Commercio, ha sottolineato l'aumento costante della presenza femminile non solo nei settori tipici quali il commercio o i servizi di assistenza, ma anche nei trasporti e nell'industria, settori storicamente maschili, mentre restano sporadiche le iniziative a partecipazione femminili nei settori ad alta innovazione. Cristina Battaglia, fra le altre cose, evidenzia come a livello nazionale le donne dirigenti delle grandi aziende private italiane siano circa il 3%, e molte di queste abbiano legami di parentela con presidenti o amministratori delegati delle stesse, Fabiola Mascardi, responsabile dell'Unità relazioni e sterne dell'Ansaldo accenna al ruolo delle donne nell'Unione Europea. Si aggiungono un intervento sulla responsabilità sociale di Isabella Cristina e infine la breve presentazione del bando da parte di Paola Bertoncelli, dirigente del Comune di Genova. A seguire due interviste a donne imprenditrici genovesi sulle difficoltà di fare impresa.
Che dire? Molta carne al fuoco, condensata in poco più di due ore che hanno compreso anche saluti della Sindaco Marta Vincenzi, presentazione dell'assessore Mario Margini e introduzione della promotrice Michela Tassistro.
Resta da capire se il taglio prevalentemente teorico dato al convegno abbia aiutato le future aspiranti imprenditrici presenti in sala, e quanto il quadro sociologico possa invece aver sofferto di un tempo così limitato: molti spunti di riflessione, poco tempo per approfondire. Ma si sa, le donne si accontentano anche di un breve accenno.
(Maria Cecilia Averame)

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11 Giugno 2008

Cornigliano - Una partita cominciata male può finire bene?

Ilva, acciaierie, riunione del Collegio di vigilanza dell’Accordo di programma. Su Secolo XIX, Corriere Mercantile e Repubblica Lavoro del 4 giugno 2008 la cronaca: scoraggiante, avvilente.
Seicento lavoratori nell’incertezza più assoluta. Chi se ne dovrà occupare? Gli enti locali, Riva o chi altro?

Riva - dice la cronaca - ha individuato nei ritardi delle operazioni di bonifica da parte di Sviluppo Italia insieme ad altre inadempienze di Comune ed Autorità Portuale le ragioni per le quali i 600 non potranno rientrare in azienda. Denuncia “oneri di urbanizzazione troppo alti”, “inadempienze degli enti pubblici”, “complicazioni della burocrazia” che avrebbero ostacolato in modo irreversibile lo sviluppo del suo piano industriale. La crisi della banda stagnata con relative modifiche del piano industriale - messa in campo dal gruppo siderurgico nei mesi passati - è ora un dettaglio insignificante che non merita più di qualche parola.
E gli enti locali? Secondo la cronaca hanno chiesto a Riva “una verifica” insieme al “ritiro della denuncia contro le RSU e le segreterie di Fim, Fiom e Uilm per gli scioperi di Cornigliano e la revoca della cassa integrazione per altri 36 lavoratori.”
Le cronache della riunione finiscono riferendo le parole di Claudio Burlando a fine riunione: “E’ cominciata male ma si è chiusa bene. Il clima è diventato positivo. A questo punto diventa fondamentale l’incontro dell’11 in Regione. Poi se tutto passa si torna a Roma per la firma finale”.
Esistono buone ragioni tali da rassicurare gli animi di chi è fuori dal ciclo produttivo da così tanto tempo?
Sono stati persi già 500 posti di lavoro: 2700 persone nel 2005, 2200 circa oggi a libro paga. In azienda timbrano in 1600. E in molti confermano che la società, a piano industriale concluso – a proposito, quale? – avrebbe già in forza tutto il personale necessario.
Per i 600, nella migliore delle ipotesi, un altro periodo di cassa integrazione in carico agli enti locali, nell’attesa della prossima mano, nel 2009, su un altro tavolo, dove i responsabili giocheranno l’ennesima partita, procrastinando ancora.
Ormai il ridicolo – dichiarazioni, bulloni, riunioni - è stato ampiamente superato. Quella che si annuncia sembra piuttosto una tragedia. L'accordo del 2005 attribuiva ai politici il compito della vigilanza: il compito minimo per definirsi tali e non ridursi a semplici comparse. Comparse.
(Giulia Parodi)

Posted by Admin at 11:12 | Comments (0)

Ilva - A Taranto e a Genova Riva fa come vuole

Tamburi di Taranto è il quartiere più inquinato d’Italia, ma come scrive l’edizione locale di Bari di Repubblica il 4 giugno, altri veleni stanno inquinando il clima istituzionale pugliese. “Il difficile rapporto tra enti locali e aziende” si manifesta, in particolare, con quella “più invasiva di tutte in tutti i sensi: l’Ilva”. La lunga storia di conflitti con l’Ilva (anche sul fronte della sicurezza: due operai morti nell’ultimo anno, Domenico Occhinegro e Gjoni Arjan) ha recentemente subito una brusca accelerazione.

Un ricorso presentato al Tar di Lecce da "Taranto futura” (coordinamento di associazioni ambientaliste) per annullare l’accordo anti-inquinamento firmato l’11 aprile scorso tra ministero dell’Ambiente, Regione Puglia, Provincia e Comune di Taranto e tutte le grande aziende operanti nell’area (Ilva inclusa) è stato all’origine dell’ultimo scontro tra Regione e Ilva.
Il 28 maggio, “alla vigilia della scadenza fissata dall’accordo entro la quale le aziende dovevano consegnare il piano di interventi per ridurre le proprie emissioni”, l’Ilva manda una lettera al ministero dell’Ambiente e all'assessorato all’Ecologia della Regione Puglia annunciando unilateralmente l’autosospensione (“momentanea”) dell’invio del programma di interventi in attesa della delibera del Tar. L’autosospensione è stata subito da tutti interpretata come un ricatto. «Se non ci diranno quando e come verranno ridotte le emissioni di diossina, daremo parere negativo all´Autorizzazione integrata ambientale (Aia), necessaria per proseguire l’attività» attacca l’assessore regionale all’Ecologia, Michele Losappio. Interviene anche il presidente della Puglia Nichi Vendola con una dura lettera inviata a Riva: “In questi mesi la Regione ha provato a camminare, insieme al sistema d’impresa, costruendo equilibri difficili ma indispensabili fra ambiente e sviluppo, fra occupaz ione e salute. Ma per far questo […] occorre che l’Ilva non giochi su tavoli diversi e capisca che non c’è più tempo da perdere”.
La storia palese dello scontro finisce il 5 giugno, quando il Tar di Lecce respinge la richiesta di sospensiva dell’associazione "Taranto Futura". Restano gli strascichi. Per Losappio l’autosospensione dell’Ilva rimane “inspiegabile”, ma fa aleggiare il sospetto di un pretesto, di un segnale, che Riva da Taranto, per la serie “qui comando solo io”, ha voluto inviare ai nuovi interlocutori a livello nazionale.
A Genova, al momento della verifica dell’Accordo di programma e del Piano industriale dell’Ilva, Riva ha chiesto la proroga della cassa integrazione per 600 lavoratori, ha licenziato sette apprendisti (poi riassunti), ha denunciato 27 sindacalisti per i recenti scioperi e ha accusato gli enti locali di ritardi e contenziosi pretestuosi, inviando un segnale simile e altrettanto eloquente di quello di Taranto. Qualche settimana fa (La Stampa 26 aprile), il segretario della Fiom genovese commentava, evidentemente a nome di tutta la controparte, “Ai suoi metodi siamo abituati”. Il fatto è che, abituati o no, Riva continua a fare il bello e il cattivo tempo.
(Oscar Itzcovich)

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Infortuni - Parlare coi lavoratori per non arrivare tardi

140.000: questo, secondo i dati Inail, è il numero complessivo dei morti per lavoro in Italia dal dopoguerra ad oggi.
Giorno per giorno, all’anno, in 60 anni: tutti i diversi modi di presentare le cifre di questi morti restituiscono una realtà inaccettabile.
Nel convegno Cgil “Per un lavoro più sicuro” (5 giugno 2006) Claudio Calabresi dell’Inail dice che le morti sul lavoro sono “sempre più alla attenzione del paese”, ed anche dei mezzi di informazione, “non perché aumentano gli eventi, ma perché si sta abbassando la “soglia del dolore”, cresce la coscienza collettiva sulla loro inaccettabilità”

Infatti gli infortuni diminuiscono. Negli ultimi 40 anni gli assicurati all’Inail sono aumentati da dieci a diciannove milioni, gli infortuni denunciati ogni anno sono invece diminuiti da 1.500.000 a 950.000, gli infortuni mortali sono passati da circa 4000 all’anno agli attuali 1250.
Anche in Liguria l’incidenza infortunistica (infortuni ogni 1000 addetti) scende da 80,4 (1999) a 67,3 (2005)
Calabresi però avverte che “Gli andamenti ed i numeri derivano da fenomeni vari e complessi, alcuni nascosti e non del tutto noti: sottodenunce, lavoro sommerso, ecc…”
Aggiungerei: è cambiato – soprattutto - il lavoro. Il lavoro industriale ha lasciato ampiamente il campo al terziario, ai servizi. In questo panorama moderno popolato di computers, di lavoro immateriale, il danno fisico, la morte appaiono sempre più ingiustificabili, incongrui. E in effetti li lasciamo sempre più ai nuovi venuti, agli immigrati, che sembrano più adeguati ad interpretarli.
Di certo queste linee che scendono, queste statistiche che migliorano, lo fanno molto debolmente, mentre rimane nascosto tutto il continente delle malattie da lavoro: non vengono denunciate, non vengono riconosciute, vengono da lontano nel tempo, e quando si manifestano il loro rapporto col lavoro che le ha causate è diventato invisibile.
Eppure, se ci si spinge a parlare con i lavoratori, si vede che bene non stanno, solo che a parlare con i lavoratori ci si va sempre di meno. Lo dice Diego Alhaique, della Cgil nazionale: “Da venti anni li abbiamo abbandonati. Anche alla Thyssen siamo arrivati dopo”
Nel pomeriggio, al convegno, è previsto che la parola passi ai lavoratori medesimi, ai “rappresentanti dei lavoratori per la sicurezza”. Per l’occasione i dirigenti sindacali che alla mattina erano presenti in platea se ne sono andati. Cuccu, storico RLS delle riparazioni navali interviene, si guarda intorno, e dice: “Mi ritrovo solo, dove è andata la Fiom? Parla del suo settore: 97 diverse aziende, 1466 lavoratori ufficiali, ma fino a 5000 realmente all’opera. Dice ancora: parliamo sempre di formazione e formazione, ma a chi la facciamo, la formazione, se nemmeno sappiamo chi ci lavora da noi? Noi della Fiom aggiunge, non dobbiamo solo parlare, ma “azionare sul campo”: quello che è in gioco è “la dignità del lavoratore nella sua salute, il suo poter tornare a casa…”
Intanto lo “sportello sicurezza” fornisce ogni anno a 1000 delegati, lavoratori, sindacalisti, informazioni di qualità, senza chiedere né tessere né appartenenze. Una forma di eroismo politico.
(Paola Pierantoni)

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28 Maggio 2008

Stipendi - 5mila euro l'anno in meno

Il titolo "Il declino degli stipendi" (Repubblica 3 maggio 2008) è già di quelli che fanno tristezza. Non si è invogliati a leggere quello che sappiamo già. Peccato, perché c'è sempre qualcosa da imparare. Ad esempio che in Italia e negli altri paesi industrializzati, durante gli ultimi 25 anni, la quota dei profitti sulla ricchezza nazionale è salita molto; al contrario di quella dei salari che invece è scesa non poco. Volete sapere di quanto? Lo dicono due economiste che hanno condotto uno studio per conto della Banca dei Regolamenti internazionali che opera nell'ambito del Fondo monetario internazionale (Fmi). Nel 2005 la quota di ricchezza nazionale destinata ai lavoratori era il 68%; 20 anni prima era del 75%. L'opposto di quello che è successo alla quota destinata ai profitti: nel 2005 era oltre 31% quando nel 1983 era il 23%. In sostanza la quota riservata ai lavoratori ha perso 8 punti in 20 anni, l'equivalente sul Pil di oggi di 120 mi liardi di euro. Per essere più chiari: se il rapporto percentuale fosse rimasto quello di 20 anni fa ai lavoratori italiani (professionisti, artigiani e commercianti compresi) sarebbero toccati oltre 5000 euro in più all'anno; 7000 euro se si considerano solo i lavoratori dipendenti.

Le cause del fenomeno vanno ricercate secondo la maggioranza degli economisti non tanto nella globalizzazione ma nella fase più recente del progresso tecnologico. Il ricambio di macchinari, tecniche e organizzazione ha scavalcato rapidamente i lavoratori e le loro competenze riducendone la forza contrattuale.
In Italia, ma anche in altri paesi europei, il fenomeno ha coinciso con il proliferare di rapporti di lavoro atipici e la creazione di un esercito di precari in ogni settore.
Di fronte a fenomeni di questa portata qual'è stata la sensibilità, la capacità di analisi e di reazione dei sindacati italiani? Sulla questione - più volte posta dal gruppo di economisti che fanno capo a Boeri (www.lavoce.info) - è uscito di recente il libro "L'altra casta" (Bompiani 2008) di S. Livadiotti. Turani su Repubblica del 20 aprile 2008 lo ha definito "bellissimo". Forse bisognerebbe aggiungere che è tristissimo. Infatti spiega come nel corso degli anni è nata una burocrazia sindacale, onnipotente, costosa (ordine di riferimento sono i miliardi di euro), poco sensibile alla democrazia interna e alla trasparenza, capace di influenzare e ricattare governi e istituzioni ma molto poco attenta a dove stavano rotolando i redditi dei lavoratori durante gli ultimi 20 anni.
(Manlio Calegari)

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21 Maggio 2008

Stipendi - Detassare lo straordinario. Le ragioni del no

Il ministro Tremonti conferma che la detassazione degli straordinari è tra i primi obiettivi del nuovo governo e che sarà portata al consiglio dei ministri che si terrà nella settimana che va dal 19 al 25 maggio (Repubblica 10 maggio 2008).
Un lavoratore immigrato edile, mi ha detto di essere favorevole: “Ho una moglie ed una figlia, con il mio salario non arriviamo neanche alla seconda settimana del mese. Sono già costretto a fare lo straordinario, se mi venisse detassato sarei più che felice”. La maggioranza dei lavoratori edili, a suo dire, la pensa così. In particolare, sono favorevoli, i lavoratori immigrati del settore, perchè non hanno la casa in proprietà, non hanno i nonni, genitori e parenti che aiutano, anzi, i familiari sono da aiutare nel paese di origine.

Riflettendo sulla questione mi sono ricordato di un film che ho visto qualche anno fa sulla Rai. Sarà stata sicuramente notte fonda, i “bei” film in tv non iniziano prima di mezza notte. Si tratta di “I compagni” di Mario Monicelli del 1963, con Marcello Mastroianni nel ruolo di un professore socialista, genovese (se non ricordo male), che arriva clandestinamente a Torino, nel 1899 (credo), per appoggiare la lotta degli operai di una fabbrica tessile per ridurre da 14 a 13 ore l’orario giornaliero di lavoro che talvolta arrivava anche a 16 ore. Lotte durissime dove scioperare significava non mangiare e dove la polizia prendeva direttamente gli ordini dal padrone della fabbrica.
Nel 1923 le lotte dei lavoratori italiani culminavano nella conquista delle 8 ore giornaliere e le 48 settimanali con la legge 692; successivamente la legge 196 del 1997 porterà la durata normale dell'orario di lavoro a 40 ore. Oggi, almeno per una parte degli operai edili, metalmeccanici ed agrari c’è il rischio di un ritorno a lavorare tante ore quante 100 anni fa, con la differenza che oggi sembra che i lavoratori siano d’accordo. C’è il rischio di una conflitto tra gli stessi lavoratori, quando la realtà si presenterà con tutta la sua crudeltà, poco tempo per sé e per i propri cari, poca salute, più fatica, più infortuni e morti sul lavoro, meno occupazione per gli altri lavoratori in particolare i giovani. C’è il rischio che aumenti il conflitto con i lavoratori immigrati, in questo caso i motivi saranno reali e non falsi come quelli della sicurezza: il “crumiro” nel film era un immigrato siciliano.
Ha ragione Guglielmo Epifani, segretario della Cgil, intervistato dalla Repubblica del 12 maggio, ad opporsi a questo provvedimento perché può far saltare gli accordi sulla flessibilità e penalizzare giovani e donne, anche se la sua posizione, almeno inizialmente, rischia di essere impopolare tra gli stessi lavoratori.
(Saleh Zaghloul)

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Infortuni nel tempo - Disattenzione o profitto?

Quando un infortunio sul lavoro, per circostanze o numero di persone coinvolte, è tale da scuoterci dall’assuefazione si accende per breve tempo l’attenzione dei media, poi cala il silenzio. Un dibattimento in corso a Palazzo di Giustizia offre un esempio di quanto sarebbe importante, invece, seguire fino in fondo l’iter giudiziario degli infortuni per capire davvero cosa sia avvenuto e perché, e trarne qualche utile considerazione.

Sotto esame un gravissimo infortunio avvenuto il 9 marzo del 2004: un lavoratore dipendente della Tis SpA. sistemava i faretti necessari ad illuminare la zona di lavoro di un cantiere notturno su un viadotto dell’autostrada A10. Procedendo a ritroso, si era spostato inavvertitamente al di fuori dell’area del cantiere, delimitata da coni segnaletici, e un camion l’aveva investito. Colpa del lavoratore, sostiene la difesa: si è mosso “malaccortamente”, ed era anche il capocantiere, e quindi “il principale responsabile delle misure di sicurezza”.
Ma la P.M. Paola Calleri offre una prospettiva del tutto diversa. il Piano di Sicurezza e Coordinamento (Psc) predisposto da Autostrade per l’Italia, osserva, dato l’orario notturno e la ristrettezza della carreggiata, stabiliva tassativamente che il lavoro fosse svolto in totale assenza di traffico. Invece al momento dell’infortunio (21.30 circa) c’era solo la riduzione di carreggiata. Come mai? Una libera iniziativa dei lavoratori, del preposto? No, al contrario: si è trattato di una decisione formalizzata in una modifica del Piano Operativo di Sicurezza (Pos) predisposto dalla Tis SpA, per aderire ad una richiesta di Autostrade per l’Italia che intendeva bloccare il traffico per il minor tempo possibile senza subire ritardi nella consegna. Ecco così la soluzione di compromesso: iniziare ad operare alle ore 21 con la semplice riduzione di carreggiata (ufficialmente solo per “allestire” il cantiere) e deviare il traffico solo dopo le 22. Ma, osserva la P.M., allestire u n cantiere è un lavoro tanto pericoloso quanto fare buchi per terra, anzi, di più, perché implica continui movimenti dei lavoratori. Il lavoratore, aggiunge, sarà anche stato malaccorto, ma questo non sposta il problema: le norme di sicurezza servono proprio a proteggere i lavoratori da loro stessi, dalla stanchezza, dalla disattenzione.
Quattro le figure chiamate in causa, per tutte chiesta la condanna a tre mesi: il Direttore di primo tronco di “Autostrade per l’Italia”: ha innescato la condizione capestro: chiudere il traffico solo dopo le 22 senza allungare i tempi di consegna; il responsabile dei lavori di “Autostrade per l’Italia”: ha redatto il Psc ma non ha verificato sulla sua puntuale applicazione; il coordinatore dei lavori (Spea SpA): non ha garantito la coerenza tra Pos (responsabilità della Tis) e Psc (responsabilità di Autostrade), e facendosi anzi tramite della “soluzione” di compromesso e, infine, il direttore dei lavori (Tis SpA): ha modificato il Pos, anziché a ttuarlo.
Una ricostruzione che mostra il conflitto permanente tra gli interessi in gioco e la tutela normativa, che pure esiste, sulla sicurezza di chi lavora.
Parola alla difesa nelle prossime udienze del 9 e del 18 giugno, data in cui si prevede la sentenza.
(Paola Pierantoni)

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Eventi - Di fabbrica si muore

Alessandro Langiu, co-autore del libro Di fabbrica si muore edito da Manni Editore, Lecce 2008, scritto insieme a Maurizio Portaluri, oncologo e radioterapista, nell’ambito dell’iniziativa Festival Collasso Energetico organizzata dal Teatro Cargo, sarà ad Arenzano giovedì 22 maggio 2008 alle ore 21,30 presso Muvita, e venerdì 23 maggio alle ore 21 presso la Sala Munizioniere di Palazzo Ducale.
Alessando Langiu è nato a Taranto nel 1973, autore e regista di teatro, si occupa di tematiche sociali e ambientali. Tra i suoi ultimi lavori, Di figlio padre, di figlia madre, Otto mesi in residence e Ventimila granelli di sabbia.

Lo spettacolo teatrale di Alessandro Langiu porta in scena, ad Arenzano e a Palazzo Ducale, la drammatica situazione del rione Tamburi di Taranto, uno dei quartieri operai a più alto tasso d'inquinamento d'Italia. Nel cortile del rione tre bambini giocano a calcio, correndo tra la polvere rossa, in mezzo a palazzine di periferia dentro le quali le loro madri, casalinghe, lottano quotidianamente contro la stessa polvere rossa che si deposita in ogni angolo delle case. E' la polvere prodotta dall'acciaieria lì vicina: Taranto produce il 70% di monossido di carbonio italiano e la diossina è a quote elevatissime. Il rione Tamburi, dov'è ambientato la storia raccontata nello spettacolo, nel 2001 è stato dichiarato dall'Organizzazione Mondiale della Sanità una priorità mondiale per le neoplasie alle vie respiratorie, che qui hanno incidenza due volte e mezza più alta rispetto a quella nazionale.
“Il pregio degli spettacoli e della scrittura di Alessandro Langiu è la capacità di aggiungere ai fatti, di per sé toccanti, una pregnanza poetica e incisiva, che va al di là della cruda cronaca, grazie alla musicalità del ritmo, alla densità del dialetto, ai vuoti laceranti incastonati come chiodi tra un periodo ed un altro, tra un dialogo e un intramezzo musicale.
Infine, pur scrivendo, recitando e cantando storie simili (come la denuncia delle morti sul lavoro), non ripete mai lo stesso copione” (Giuliana Bottino, 2008)
Per saperne di più: http://www.alessandrolangiu.it/index.php

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30 Aprile 2008

Ilva - L'operaio si racconta a mezza voce

A pochi giorni dal 1° maggio Repubblica – Il Lavoro (24 aprile '08) sulle Acciaierie di Cornigliano: punto di vista dall’interno, testimonianza anonima.
“L’altro giorno alle tre e mezza del mattino un ragazzo stava guardando l’ora sul cellulare, in quel momento è passato Riva e l’operaio si è beccato un rapporto disciplinare. E attenzione che non ti cada l’elmetto antinfortunistico di mano, perché altrimenti sono guai. Ecco questo è il clima che si respira ormai all’Ilva di Cornigliano”. Dopo alcuni mesi di cassa integrazione “siamo rientrati il 20 gennaio e la situazione non è facile, nemmeno dal punto di vista degli impianti, dato che quelli della banda stagnata risalgono agli anni Quaranta, Cinquanta, ma il problema non è nemmeno tanto il lavoro vero e proprio, quello lo conosciamo, il problema è il clima di terrore che si è instaurato”.

"Clima di terrore": le storie raccontate da chi all’ILVA lavora hanno spesso questa patina pesante, cariche di un’aria densa nella quale sospetto e desiderio di controllo sono alimenti principe. “Ogni giorno regaliamo quasi un’ora al padrone” - aggiunge l’anonimo intervistato da Nadia Campini - “Qui è l’unico stabilimento dove abbiamo la doppia timbratura. All’Ansaldo, come in tutte le fabbriche che si rispettino, conta la timbratura d’entrata”, ai tornelli. A Cornigliano quella in reparto.
Ma cosa fa il dipendente in quel tragitto?
Aspetta l’autobus, va nello spogliatoio per cambiarsi, poi a piedi in reparto – se è vicino – altrimenti aspetta un altro autobus interno. Un tempo – secondo l’azienda – che dipende da lui e pertanto non va retribuito.
Per quale ragione? Per farlo correr? O perché non gli spetta? E poi chi decide se retribuirlo o meno? E perché in altre fabbriche quel tempo viene concesso?
Parlare di timbrature all’ILVA può apparire – oggi – questione di lana caprina. Ma è anche qui che si è generato il “clima di terrore”. Dall’idea che il dipendente – se può – ti frega. E lo fa a priori. Quindi va tenuto sotto.
“Vuoi sapere la verità? La verità è che stanno facendo il possibile per farci andare via tutti. Tirano la corda. E quando non ce la fai più, te ne vai. Anche con meno soldi. Perché non è più vita là dentro”, sussurra un altro anonimo.
Il 23 aprile Repubblica - Il Lavoro indica i numeri dell’esodo dalle Acciaierie di Cornigliano: “Quattordici licenziamenti dall’agosto 2005; 201 dimissioni volontarie, 58 contratti non confermati”.
Burlando quei numeri li ha letti in Regione ad una folta delegazione di cassintergrati e sindacalisti delle Acciaierie. “Quattordici licenziamenti? Cinquantotto contratti non confermati?” hanno ripetuto stupiti i presenti. Il Presidente della Regione ha annuito. Poi dicono che il suo sguardo si sia posato sui rappresentanti sindacali, come volesse chieder ragione di quei numeri passati sotto silenzio dal 2005 ad oggi. Ma è stato solo un istante. Forse non era cosa.
Buon 1° maggio.
(Giulia Parodi)

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23 Aprile 2008

Ilva/1 - Riva corre da solo

Se qualcuno pensava che solo chiudendo gli occhi il problema sparisse o che - tra omaggi di bulloni, convegni, promesse di sodalizi eterni – i pronostici sarebbero cambiati, oggi deve guardare in faccia la realtà, lasciarsi alle spalle il senso del ridicolo e trovare gli strumenti legislativi ed occupazionali per far fronte al disastro.
Enti locali e sindacati devono abbandonare quello sguardo di sufficienza, rivolto in passato da alcuni di loro a cassintegrati e lavoratori dell’Ilva, per affrontare – come mai è stato fatto in tre anni – la vicenda siderurgia con serietà e determinazione.

Se la consapevolezza è arrivata tardiva - nonostante le numerose premesse di rallentamenti e variazioni del piano industriale – immediato deve essere l’apprendimento di un linguaggio, quello siderurgico, che le istituzioni parlano molto male o non parlano affatto.
Provincia, comune, regione dovranno sapere cosa sono un decatreno, una linea di zincatura e stagnatura, quanti addetti assorbono, con quali turni e le previsioni di crescita nel lungo periodo di ogni prodotto.
Dovranno le istituzioni fornire documentazione specifica in risposta a quella sottoposta loro dal gruppo Riva. Dovranno dire “sì va bene” o “no, non siamo d’accordo” sulla base di competenze acquisite. Senza delegare al sindacato la partita squisitamente tecnica del piano industriale. Per questo è stata presentata a Claudio Burlando la necessità di creare “una commissione” per esaminare le modifiche al piano industriale (Corriere Mercantile 18 aprile 2008).
Inoltre il sindacato farà bene a valutare in futuro perché scendere in campo e con quali modalità. Non sempre le ragioni più nobili incontrano favore. Perché avvenga è indispensabile lavorare su unità sindacale ed informazione a iscritti, dipendenti e cittadini affinché tutti capiscano nobiltà e obiettivi delle manifestazioni.
La vicenda dei sette licenziati - di cui cinque riassunti con trattativa diretta dal gruppo Riva a Novi e due di cui non si hanno notizie - denota che una parte degli interessati non ha compreso l’entità della vicenda e, soprattutto, l’azione di chi ha scioperato per la loro assunzione a Genova con il riconoscimento della trasferta a Novi.
Riva, con questo gesto, ha ridotto il sindacato a figurante. Lo ha spogliato del suo ruolo. E con il sindacato anche gli enti locali così vicini alla causa dei sette ragazzi.
Riva dimostra – se mai fosse necessario – che la trattativa da collettiva può diventare individuale, alla faccia di tutti. Basta stabilire il prezzo. Nel caso specifico 5500 euro.
Lo stile è questo. In tempi non sospetti il sindacato ha perso le iscrizioni sindacali degli impiegati per modalità simili. Trattativa individuale proprietà-dipendente. Senza intermediazione. Il costo morale è stato elevato, ma il terreno impiegatizio era parso a parte del sindacato zona arida. Sindacato e impiegati si sono abbandonati reciprocamente anni fa ed ancora oggi si rinfacciano l’uno con l’altro il prezzo della resa.
La vicenda Ilva è uno dei campi dove si perdono cose importanti: dignità, ideali, progetti. Su questo campo si perdono anche le elezioni. E non è davvero un caso.
(Giulia Parodi)

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Ilva/2 - Con o senza variazioni il Piano è saltato

I protagonisti, governo, enti locali, sindacati e Riva, sottoscrivono nel 2005 l’Accordo di programma. Allegato il Piano industriale che prevedeva entro il 2010 la conversione dello stabilimento “dal caldo al freddo” e il mantenimento dell’organico (2700 unità). Da parte dagli enti locali un contributo sostanzioso per sostenere con la Cassa integrazione straordinaria (Cigs) l’avviamento a “lavori socialmente utili” di 650 persone per un periodo massimo di 36 messi (“esubero temporaneo”).
Dopo meno di tre anni si scopre che il Piano, redatto in mesi di discussioni, non è così chiaro come si era detto. Ad esempio le 2700 unità comprendevano o no il turn over? Sorge il sospetto: non è che Riva ci sta imbrogliando?

Da qui l’incontro di Roma presso il Ministero dello Sviluppo economico del 28 marzo scorso richiesta da istituzioni e da sindacati nella riunione del comitato di vigilanza dell’accordo tenutasi il 15 febbraio in Prefettura (Repubblica del giorno dopo). Nell'occasione Riva dice "scusate ma mi ero dimenticato di dirvi che c’è qualche cambiamento del Piano: lui lo chiama "variazione": niente investimenti nel settore della banda stagnata ma aumento della capacità produttiva attuale nel settore dello zincato e l’istituzione di un centro di servizi (Steel District Park). Sulla centrale elettrica, tema qualificante del PI, nessuna indicazione solo che si stanno vagliando nuove ipotesi. Finora, sarebbero state impegnate il 55% delle risorse previste dal Piano (ma quelle effettivamente spese pare che non superino il 25%). Infine per quanto riguarda l’occupazione, la "variazione" di Riva prevede un quarto anno di Cigs (e questa è la novità) e un organico a regime di 2200 un ità (un’altra novità ma si era capita).
Il tutto viene motivato - si fa per dire - in poche pagine, chiamate "Nota informativa sulla variazione del nostro Piano industriale" che potrebbero essere più realisticamente definite una presa in giro. Otto sbrigative paginette dove si parla dell’espansione siderurgica nei paesi asiatici, dell’aumento dei prezzi delle materie prime, del petrolio e del trasporto marittimo, della debolezza del mercato nazionale della banda stagnata e, per contro, del vigore di quello dello zincato. Più qualche serie storica di dati raccattata qua e là (stile "copia e incolla"), da tabelle, grafici o istogrammi tratti da fonti d'origine e qualità diverse di cui peraltro non si offre alcuna spiegazione.
Attorno al tavolo dove Riva appoggia la sua Variazione le facce sono per lo più basite (del genere: e ora chi glielo va a dire a quelli là). Qualcuno lo avverte: se pretende di tirare troppo la corda finirà per perdere qualche pezzo a Cornigliano. In ogni caso del Piano e della Variazione bisognerà tornare a discutere. Riva lo fa, ma a modo suo: lascia a casa sette apprendisti poi, dopo il casino, ne riassume cinque ma dove vuole lui. In più denuncia operai e sindacati per gli scioperi.
E il Piano industriale a cinque anni? Ma quale? Del resto, lui lo aveva già detto: “Il mercato cambia e noi ci adeguiamo. Io i budget li faccio a tre mesi” (Repubblica 25 luglio 2007).
(Oscar Itzcovich)

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Call centers - Spettacolo per tutti, informazioni per specialisti

Strano destino quello dei call centers. Presi a simbolo del moderno lavoro precario, destinatari di ripetute citazioni da parte dei politici, ispiratori di ricerche, libri, spettacoli teatrali, film, sono da due anni sulla cresta dell’onda mediatica, ma le recenti novità sugli obblighi di stabilizzazione lavorativa stanno passando nel silenzio: i mezzi di informazione, ad eccezione del Sole 24 Ore, devono aver considerato l’argomento troppo specialistico. Eppure le caratteristiche per essere popolare ce le avrebbe, dato riguarda circa 50 mila lavoratori in Italia, e diverse centinaia nella nostra città.

La novità viene da una recentissima (31 marzo 2008) circolare del Ministero del Lavoro che ammette la necessità di considerare con più rigore l’attività degli operatori outbound (quelli che fanno promozione commerciale) ai fini di una loro stabilizzazione lavorativa, obbligatoria invece solo per gli operatori inbound (quelli che ricevono le telefonate).
L’esperienza ispettiva nell’ambito della attività dei call center, dice la circolare “ha infatti frequentemente evidenziato l’assenza degli elementi che contraddistinguono una prestazione genuinamente autonoma per le attività outbound e ciò induce inevitabilmente ad una più approfondita valutazione in ordine alla possibilità in concreto del citato criterio distintivo”.
Storia lunga questa della regolarizzazione dei lavoratori call center, e controversa. Su quanto fosse discutibile, ed anche dannosa, la distinzione tra inbound ed outbound, ci eravamo già espressi (OLI del 5 marzo 2008 e del 13 giugno 2007).
Domanda: ci voleva tutta questa attività ispettiva per mettere in luce le caratteristiche organizzative di un settore consolidato già da diversi anni, ed oggetto di ricerche?
Girando sui siti si raccoglie la soddisfazione della CGIL e delle grandi imprese che avevano già stabilizzato anche i lavoratori outbound, preoccupate per il “dumping” delle aziende più disinvolte.
Ma c’è anche una cultura sindacale che mette al primo posto il suo “esserci”, a prescindere. In questo caso a darle voce è il segretario generale della Fistel (sindacato Cisl dell'informazione), che all’apprezzamento per la circolare fa seguire una lunga serie di “ma”: “ma non deve assolutamente essere sostitutiva del rapporto contrattuale… ma deve limitarsi ad accompagnare le decisioni delle parti sociali… ma crediamo che siano le parti sociali a dover stabilire tempi e modalità di questa operazione”.
Il piacere di “esserci”, di essere un punto obbligato di passaggio, a prescindere, può produrre però esiti infelici. Lo scorso 24 settembre 2007 il Ministero del Lavoro con una circolare segnalò infatti le “ricorrenti criticità” degli accordi di stabilizzazione sottoscritti tra sindacato ed imprese: regolarizzazioni indeterminate nel tempo o comunque troppo dilazionate, limitate ad una sola parte dei lavoratori, con orari di lavoro eccessivamente ridotti.
Alla fine, comunque, 20 mila operatori prevalentemente inbound sono passati dal contratto a progetto a quello dipendente.
Ora, si spera, tocca agli altri. Il processo non è automatico, ma sarà più difficile per le imprese giustificare l’utilizzo dei contratti a progetto.
(Paola Pierantoni)

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16 Aprile 2008

Ilva - Se sette apprendisti vi sembran pochi

Lo scontro covava già da tempo; un giorno o l'altro doveva scoppiare. A meno di due anni della sua firma, l'Accordo di programma mostrava già vistose crepe. Avrebbe dovuto porre la parola fine al lungo conflitto tra le acciaierie dell'Ilva e la città, tra bonifica ambientale e difesa dell'occupazione, ma la "crisi della banda stagnata" annunciata nel 2007 da Riva veniva a colpire uno dei settori chiavi del Piano industriale alla base dell'Accordo di programma e, pertanto, Riva chiedeva di mettere in cassa integrazione per alcune settimane altre quattrocento persone (650 erano già in cassa integrazione straordinaria).

L'ottimismo, coltivato in verità da pochi, faceva subito dell'Ilva "un sorvegliato speciale" (Repubblica, 6 luglio 2007). Oltre alla crisi, preoccupava il ritardo sugli investimenti previsti (Repubblica, 14 luglio 2007). Mario Margini dichiarava: "Noi abbiamo dato fiducia ad un piano industriale, ci sono stati impegni nostri e dell'imprenditore, ma se qualcosa cambia è l'accordo ad essere messo in discussione" (Repubblica, 24 luglio 2007).
Dopo pochi mesi, qualcosa infatti cambia, ma in peggio. Un'interrogazione di Marcello Danovaro (consigliere comunale Pd) denuncia che Riva viola l'intesa firmata: gli investimenti effettivamente attuati dall'Ilva sono meno del 20% di quelli stabiliti, mentre a Novi Ligure e a Taranto, l'Ilva ha continuato a potenziare e ad ammodernare gli impianti. Inoltre, la centrale elettrica (definito dallo stesso Riva, un elemento qualificante del Piano industriale) è in alto mare. "E' evidente - dice Danovaro - che senza le nuove attività industriali, i lavoratori non potranno rientrare in azienda" (Secolo XIX, 21 gennaio 2008).
Si riapre la vertenza. Un nuovo Piano industriale presentato recentemente dall'Ilva prevede "un quarto anno di cassa integrazione straordinaria per circa 500 unità, fino al termine del 2008, con una riduzione a circa 300 per il periodo rimanente [da gennaio ad agosto 2009] […] e un organico-obiettivo, a regime, di circa 2200 addetti", non 2700 come previsto dall'Accordo di programma. Vuol dire che, a meno di clausole segrete, Riva ha attuato - da solo - il blocco del turnover (circa 500 persone sono già, infatti, andate via per pensionamento o dimissione).
La vertenza diventa conflitto pubblico lunedì 7 aprile 2008. I lavoratori dell'Ilva proclamano uno sciopero: sette giovani assunti con contratto di apprendistato non sono stati confermati. E' troppo. Manifestazione, corteo, presidio davanti alla Prefettura. In un volantino scrivono che "dopo 3 anni [i giovani] hanno ampiamente dimostrato di essere seri, professionalmente validi e come tali utilizzati sino ad oggi". Per loro doveva valere quanto sancito dell'Accordo di programma firmato dopo il loro ingresso: per cui "l'Ilva spa si impegna per tutta la durata del proprio piano di ristrutturazione a non attivare alcuna procedura di licenziamento collettivo, né a disporre trasferimenti collettivi, non concordati con le organizzazioni sindacali, per motivi in qualunque modo connessi al detto piano" (articolo 23 dell'Accordo di programma, 8 ottobre 2005).
"Che errore radicalizzare lo scontro" (Corriere mercantile, 10 aprile 2008) è la reazione imbarazzate delle istituzioni che avevano firmato nel 2005 "il miglior degli accordi possibili". Nessun imbarazzo invece da parte di Riva: "E' vergognoso fare queste cose per sette lavoratori". Cosa sarà farle per duemilasettecento?
(Oscar Itzcovich)

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Morire sul lavoro - Leggi avanzate ma ignorate

Le testimonianze che ci arrivano da due piccole (ma non troppo) e consolidate aziende genovesi spiegano perfettamente come si possano verificare tanti infortuni mortali e tante gravi malattie professionali in un Paese (l'Italia) che può vantare una "tra le più avanzate legislazioni europee" in materia di sicurezza, come ha detto il ministro Cesare Damiano al momento dell'approvazione del Testo Unico sulla sicurezza lo scorso 1° aprile.

La prima testimonianza viene da un giovane uomo assunto come apprendista, e come invalido. La sua invalidità implica delle precise prescrizioni che sono state formalizzate all'azienda: il lavoratore non deve assolutamente svolgere lavori in quota perché non ha il necessario controllo sull'equilibrio. Tutto il resto lo può fare. Per i primi tempi tutto bene, poi il caporeparto inizia a mandarlo in alto: due metri, tre metri, dieci metri. Qualche timida obiezione viene tranciata brutalmente. Il lavoratore non osa andare oltre: il contratto di apprendistato è un contratto a termine, perdere quel lavoro sarebbe una tragedia per molti motivi. Quindi: alla larga da qualsiasi contatto con il rappresentante per la sicurezza e con il sindacato. Si sale in quota e si stringono i denti, sperando di riuscire a controllare il senso di vertigine, guardando a quella data in cui il contratto di apprendistato terminerà e (forse) si passerà operai, e si rientrerà (forse) nella platea semp re più ristretta di quelli che hanno dei diritti.
La seconda testimonianza viene dalla moglie di un uomo più maturo. Anche qui il lavoro è essenziale: lei ha solo lavori saltuari e ci sono due figlie piccole. Il marito torna a casa con la vernice fin dentro gli occhi, e sa che di certo nei polmoni sono finite cose che lo faranno ammalare. Ma anche qui il lavoro è precario e si accettano le condizioni di lavoro così come sono, come un dato di fatto contro cui nulla si può, pur sapendo che la salute ne viene compromessa giorno dopo giorno. Nel caso specifico si tratta di operazioni di verniciatura in un ambiente chiuso, senza aspirazioni, senza mezzi di protezione. Tutto quel che viene dato è una del tutto inutile mascherina bianca, i guanti sono inadeguati per tipologia e qualità e non proteggono dal contatto, nessuna protezione per il viso.
E' vero. Abbiamo un impianto legislativo tra i più avanzati al mondo. Ma a cosa serve se mancano le condizioni per farlo applicare?
(Paola Pierantoni)

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2 Aprile 2008

Acciaierie - Dalle bande stagnate all'indice infortuni

Su Repubblica del 26 marzo il paginone dedicato all'Ilva col titolo "Cornigliano, a qualcuno piace freddo" pare fatto apposta per scaldare i cuori di entusiasmo e speranza. "L'accordo di programma resiste", dice fiduciosamente il sottotitolo, e l'articolo prosegue con suggestive descrizioni dei lavori in corso: "Una gru gialla si muove sopra la vasca appena completata che conterrà fino a 300 tonnellate di zinco … la ruggine sparisce per fare spazio alla vernice blu … gli impianti sono stati progettati con valutazione di impatto ambientale…".
Le cifre degli investimenti vengono puntigliosamente allineate insieme alle previsioni produttive a regime che guardano al 2010. Il quadro si completa con gli ottimi dati sull'andamento infortunistico: dal 2003 al 2007 si è passati da una frequenza di 202 infortuni ogni milione di ore lavorate a 86,5: più che un dimezzamento.

Ma, quasi senza parere, si finisce per inciampare in una piccola asperità: capita quando viene citato l'incontro romano in cui "l'azienda aveva presentato la richiesta di prorogare di un anno la cassa integrazione straordinaria per avere il tempo di realizzare i nuovi impianti e far rientrare i 650 ora in cassa integrazione straordinaria". Nulla di grave, suggerisce il tono dell'articolo, è solo questione di tempo…
Probabilmente i cassintegrati non erano altrettanto tranquilli, a guardare il volantino diffuso durante il comizio di Veltroni: si sentivano dentro un film in bianco e nero, dicevano, possibile titolo "Alba tragica".
Ed ecco infatti arrivare il freddo con la notizia (Repubblica del 29 marzo) che 500 lavoratori potrebbero non rientrare mai più. Esito (si spera) ancora contrastabile, ma non imprevedibile: in tutto questo tempo, a parlare con i lavoratori in Cigs (Cassa integrazione guadagni straordinaria), si sono sentite rimbalzare molte domande che non hanno ricevuto una risposta convincente: quanto lavoro daranno davvero i nuovi impianti?
La banda stagnata: buttando uno sguardo a siti nazionali ed internazionali par di capire che la tecnologia e la qualità siano un fattore chiave per mantenersi competitivi anche a fronte di momenti di stagnazione della domanda. Oggi l'80 % del consumo italiano è coperto da importazioni, in grande prevalenza prodotti qualificati da paesi Ue (dati Federacciai 2006). Una situazione imprevedibile, o già chiara e sottovalutata nel momento in cui fu firmato l'accordo?
Gli infortuni: la diminuzione della loro frequenza media è una buona notizia, ma in Ilva l'area a caldo è sparita. Quello che sarebbe più interessante sapere, oltre le "medie" di stabilimento, è l'andamento infortunistico dei diversi reparti produttivi. Se ne parla?
(Paola Pierantoni)

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12 Marzo 2008

Porto - Perché tanto livore verso la compagnia

"Paride, perché questi rivoli d'odio verso la Compagnia?". La domanda la rivolge Fausto Bertinotti, a Paride Batini, durante i funerali di Fabrizio Cannonero (5 marzo '08). Nell'occasione (Secolo XIX 6 marzo) il presidente della Camera "può piangere finalmente come tutti" perché "liberato dall'assenza di telecamere e fotografi". Che infatti, per accordi intercorsi, riprendono la scena del funerale dalla sponda opposta del Bisagno. Ma non abbastanza lontani per "la squadra di portuali picchiatori" che disinteressata ai funerali raggiunge gli operatori televisivi, li malmena danneggiando le loro telecamere per poi rientrare soddisfatta nel gruppo.

Ma chi ce l'ha con la compagnia? Dalla mattina seguita alla morte di Cannonero, tutti i gesti e le dichiarazioni della Compagnia sono state un atto di accusa verso le istituzioni, colpevoli di non proteggere il loro lavoro; contro i "signori del porto", controparte inafferrabile di una condizione di lavoro sempre più difficile; contro i cittadini accusati di insensibilità. Il blocco dei varchi portuali non limitato alle merci ma che ha impedito l'accesso delle vetture dei viaggiatori ai traghetti rappresenta bene il rapporto di insofferenza che i portuali hanno da tempo con la città. Una città che - dicono (Secolo XIX 7 marzo) - non li capisce e che si accorge di loro solo quando muoiono in banchina mentre assiste indifferente alla "campagna mediatica che cerca di massacrare la Culmv". Così dal primo giorno (Secolo XIX 1° marzo): "Sfila in silenzio la rabbia dei camalli" che "non vogliono essere fotografati né intervistati". Che si dichiarano "dimenticati e calpestati" e accusano "la politica che non fa le regole e quella che non le applica" e il sistema mediatico che "continua a dipingerci come privilegiati mentre siamo costretti a fare 30 turni al mese per pagare l'affitto".
A smentirli c'è però l'emozione della città, solidale e non da oggi con la popolazione del suo porto e gli articoli apparsi sui quotidiani a partire da sabato primo marzo: sensibili e impegnati a capire la sempre maggiore complessità dei modi di operare del porto e le difficoltà che incontrano gli organi preposti alla sicurezza.
Una ricerca di chiarezza a cui la Compagnia reagisce con insofferenza. Siamo le vittime eppure venite a fare le pulci a noi, dicono alla Compagnia. "Soffriamo il confronto, anche quello interno" ha detto un vecchio socio ormai in pensione. A marzo 2007, a San Benigno erano comparsi cartelli intimidatori ("infame", "okkio al kranio") indirizzati ad alcuni portuali che, intervistati, avevano criticato la attuale gestione della Compagnia. Più di recente due soci sono stati sospesi per la stessa ragione. Ora però la parola passa ai fatti. I quotidiani dell'8 marzo '08 hanno annunciato che il famoso protocollo sulla sicurezza, grazie alla laboriosa mediazione del prefetto, è stato definitivamente approvato. Difficoltà e inadempienze superate: gli otto avranno campo libero anche alle banchine private. I terminalisti si sono dichiarati d'accordo e hanno firmato. Ha messo la sua firma anche la Compagnia che, come aveva detto il nuovo presidente dell'Autorità portuale (quotidiani del 3 marzo '08) non l'aveva ancora sottoscritto.
(Manlio Calegari)

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Cornigliano - Non giocare a scacchi con Karpov-Riva

Ve l'immaginate una partita a scacchi tra un campione e un gruppo eterogeneo di amateur? La posta in gioco è rilevante e ogni parte deve fare un certo numero di mosse in un periodo di tempo stabilito. Il campione fa le mosse al tempo giusto, ma, se conviene, le ritarda per innervosire l'avversario. Il gruppo, invece, le discute, nel rispetto, si capisce, della sua struttura più o meno gerarchica e della sua composizione più o meno variabile. Secondo voi, chi vince?
La partita è il famoso "Accordo di programma" che, con relative modifiche, fu firmato nel 2005 e il campione è, inutile dirlo, Emilio Riva, nono produttore mondiale di acciaio, sesto in Europa, primo in Italia. Il 2010 doveva segnare la dismissione delle lavorazioni a caldo a Cornigliano e il potenziamento degli impianti a freddo (produzione di banda stagnata, zincata ecc.). Sarebbe stata "la rinascita della Genova siderurgica, pulita, ipertecnologica, del terzo millennio. Ma, a leggere Il Sole 24 Ore del 3 marzo 2008, il 2010 sembra ancora molto lontano: "Riva ammette le difficoltà per l'attuazione del piano di rilancio dell'acciaieria. La crisi della banda stagnata continua a mordere e fa accantonare l'investimento in una nuova linea; una centrale elettrica da 300 Mw ancora ferma al palo; 650 cassintegrati espulsi dal ciclo produttivo con la chiusura dell'area a caldo che dovranno rinviare il rientro in fabbrica".

Ora, dopo quasi tre anni, di fronte all'interminabile addensarsi di questi segnali di allarme si è riunito il "Collegio di vigilanza" (organo di controllo previsto dall'Accordo), ha discusso e ha deciso di chiedere al ministro Bersani, tramite il presidente del Collegio stesso, il prefetto Anna Maria Cancellieri, di convocare "al più presto", nella sede in cui l'accordo di programma era stata scritto nel 2005, cioè al Ministero dello Sviluppo Economico, un tavolo di confronto tra le Parti stipulanti (*) per entrare nel merito delle questioni (Repubblica, 16 febbraio 2008), per fare "una piena e approfondita verifica degli investimenti effettuati e dello stato dei lavori"(http://www.infosette.it/InfosetteLiguria/, 14 febbraio 2008). La posta in gioco è il destino di migliaia di persone e il possesso dell'"area più pregiate del Mediterraneo, 700 mila metri quadri serviti da porto, aeroporto, autostrada e ferrovi a, a un'ora di camion di Milano, crocevia della Regione più ricca e produttiva d'Europa" (Paolo Crecchi, Secolo XIX, 14 luglio 2007).
"Al più presto" quindi, ma, con le elezioni imminenti, si è entrati in fase di stallo. Solo dopo potrà riprendere la partita concreta. Ma per allora le amministrazioni locali e le organizzazioni sindacali dovranno aver elaborato le mosse (di cui al momento non c'è traccia) per uscire dall'angolo dove si trovano.
(Oscar Itzcovich)

(*) Parti stipulanti: Presidenza del Consiglio dei Ministri, Ministero dell'Economia e delle Finanze, Ministero per le Infrastrutture e i Trasporti, Ministero del Lavoro, Ministero per le Attività Produttive, Ministero dell'Ambiente, Ministero per i Beni e le Attività Culturali, Prefettura di Genova, Agenzia del Demanio, Regione Liguria, Provincia di Genova, Comune di Genova, Società per Cornigliano, Autorità Portuale di Genova, Società Aeroporto di Genova., ANAS, ILVA, Associazione Industriali della Provincia di Genova, CGIL, CISL e UIL, provinciali e regionali, FIOM-CGIL, FIM-CISL e UILM-UIL, provinciali e regionali. FAILMS-CISAL provinciale.

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5 Marzo 2008

Sanremo - Giustizia, non omaggi ai caduti del lavoro

Eh sì! Sicuramente sarà più sollevato Fabrizio Cannonero, il portuale genovese morto cadendo da una nave giapponese senza balaustre nella notte tra giovedì e venerdì. La sua faccia (o quello che ne resta, visto che non hanno permesso ai congiunti di avvicinarsi alla banchina dove era cadavere) avrà lineamenti più distesi avendo saputo che il festival di Sanremo ha dedicato un "omaggio" ai morti sul lavoro. E certamente anche gli operai della Thyssen, che erano un bel gruppetto, proveranno più calore nello stare insieme nel luogo in cui si trovano, dopo che Pippo Baudo ha reso "omaggio" alle loro non più disponibili vite. Così dice il telegiornale nazionale e la giornalista del TG3 della Liguria. Adesso si dice "omaggio" per dire ricompensa o cosa?

Un "omaggio" da un palcoscenico si attribuisce a un vecchio attore, a un regista in fase declinante, a uno scrittore che da un po' è fuori moda, si fanno "omaggi" tristanzuoli alle belle signore e ai gentiluomini, alle regine ed ai re, ai campioni sportivi; ma di omaggi ai morti sul lavoro ancora non se ne sentiva davvero il bisogno. Certo, con la platea di Sanremo (quasi dieci milioni di spettatori), può sembrare giusto un commosso ricordo per sensibilizzare tutti quanti, ma non basta, per assolvere al compito di servizio pubblico, che la Rai Tv ricordi queste "disgrazie" a caldo. Non si può dimenticare a questo proposito che un po' d'anni fa, un gruppo di operai genovesi della siderurgia salirono sul palco del Festival per denunciare questioni che poi il silenzio ha inghiottito e non sono mai state chiuse.
Forse soltanto Volare di Modugno, le note e la poesia della più bella canzone italiana dal 1958 a oggi, avrebbero potuto accompagnare in musica il ricordo di chi ha lasciato la vita sul lavoro; ma forse no, perché non credo che questi morti di "omaggi" ne vogliano più da nessuno. Sono lì a chiedere qualcos'altro.
(Elio Rosati)

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Call center - Il gioco delle tre carte a spese di chi lavora

Lunedì 26 febbraio una bella puntata di Radio3 mondo sui call centers è stata occasione, per chi sia un po' addentro alla questione, di una notevole soddisfazione e di una arrabbiatura formidabile.
Motivo della soddisfazione è stato sentire Pietro Ichino affermare che "tra lavoro inbound (operatori che ricevono telefonate da parte degli utenti) ed outbound (operatori che fanno promozioni commerciali), non c'è alcuna differenza. La differenza è stata introdotta dalla circolare Damiano: in realtà si tratta in ogni caso di lavoro subordinato, e questi lavori sono comunque incompatibili col contratto "a progetto".

Ricordo che la circolare Damiano (14 giugno 2006), e l'avviso comune che l'ha confermata, sottoscritto da Cgil Cisl Uil (4 ottobre 2006), imponevano di stabilizzare con contratto di lavoro dipendente a tempo indeterminato tutti i lavoratori inbound, mentre per quelli outbound restava possibile anche la forma del contratto a progetto: si ipotizzava infatti una loro "autonomia" nel gestire il lavoro di promozione commerciale.
Una ulteriore delizia è stata ascoltare Lucio Apolloni Ghetti, amministratore delegato di Teleperformance Italia (azienda leader nel settore) che ha detto come sia stata proprio la citata circolare a creare un grandissimo problema: introducendo un doppio binario, infatti, ha posto in una situazione di difficoltà competitiva le aziende che hanno aderito ad una regolarizzazione degli operatori. "C'è un problema di regole - ha detto - e allora tutti devono rispettare le regole. Solo in una situazione tornata omogenea, il settore può ricominciare a fare margini. E' necessario che si regolarizzi anche il settore outbound e una circolare in tale senso sarebbe più che benvenuta". Musica per orecchie che in questi due anni hanno dovuto ascoltare - anche in sede sindacale - un profondersi in spiegazioni sulla necessità di una "gradualità", e sulla impossibilità del settore di "reggere" una regolarizzazione generalizzata.
L'arrabbiatura formidabile nasce da qui, e dal fatto che il 9 giugno 2006 (pochi giorni prima della circolare Damiano e quattro mesi prima dell'avviso comune) in un convegno della Cgil furono presentati proprio a Genova i risultati di una ricerca in corso da più di un anno (OLI 105 del 14 giugno 2006) in cui, sulla base di una precisa analisi delle modalità tecnico organizzative adottate dalle imprese, risultava evidente che gli operatori outbound non avevano nulla della autonomia, "nella definizione di tempi, orari e modalità di esecuzione della attività lavorativa", necessaria - per legge - a giustificare i contratti a progetto.
Ma una schizofrenia di difficile trattamento fa sì che le iniziative di indagine e approfondimento viaggino - anche nel sindacato - in un mondo parallelo e non comunicante con quello della azione, che poi è quello che ha dirette conseguenze sulla realtà.
(Paola Pierantoni)

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27 Febbraio 2008

Ilva - La cassa finisce, l'attesa no

La cassa integrazione ed i lavori di pubblica utilità per 650 dipendenti dell'Ilva stanno per scadere. Ad agosto di quest'anno - in base all'accordo del 2005 - i lavoratori dovranno rientrare chi sugli impianti costruiti da Riva, chi negli uffici.
Ma tutti - enti locali, sindacati, azienda e quel che resta del governo - sanno che non potrà essere così. A nulla sono serviti i segnali - giunti in questi tre anni - che gli impianti procedevano con lentezza, che bisognava prendere atto di una crisi della banda stagnata che coinvolgeva l'Ilva, che l'accordo doveva - per tempo - essere ridiscusso o quanto meno interpretato alla luce dei fatti. Riva ha sempre ribadito che il piano industriale poteva essere attuato in cinque anni. Sulla carta ne mancano ancora due. Ad essere ottimisti.
Che ne sarà dei lavoratori? Quanti di loro potranno rientrare in azienda quest'estate? E a fare cosa? Ci saranno altri periodi di cassa? Verranno finanziati lavori di pubblica utilità? Quali tempi, quali scadenze per la costruzione degli impianti? Cosa verrà chiesto ancora ai dipendenti genovesi dell'Ilva?
Il migliore degli accordi possibili - ha ricordato il sindacato in una assemblea alla scuola edile di Borzoli giovedì 21 febbraio. Solo da quello si partirà, nelle sedi opportune, per affrontare la situazione.
Nell'attesa dei tempi burocratici, quindi, i lavoratori dovranno aspettare. In questo sono diventati veri professionisti e con loro le mogli, i figli, i parenti e chi all'Ilva è ancora in forza e gli abitanti di Cornigliano che adesso vedono le aree destinate al quartiere occupate da container colorati. La politica genovese è ancora in tempo per abbozzare una risposta credibile.
(Giulia Parodi)

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6 Febbraio 2008

Trasparenza - Siamo sicuri di volere la sicurezza in porto?

"Morti bianche, porto paralizzato … Cento per cento di adesione allo sciopero … Non si è mosso un chilo di merce": titolo ed articolo su Repubblica del 20 gennaio trasmettevano il messaggio di una reazione forte e compatta a fronte di un fatto gravissimo, la morte sul lavoro dei due operai di Marghera. Il sindacalista intervistato dice "Genova è particolarmente sensibile al problema della sicurezza". Ma al di sotto di questo quadro di sensibilità e compattezza sul tema della sicurezza in porto ci sono contraddizioni di rilievo.
Molto si è parlato, ad esempio, del ruolo, dei poteri, e relative aspettative e speranze degli otto rappresentanti dei lavoratori (quattro dei terminal e quattro della Compagnia) che dovrebbero poter accedere a tutte le aree del porto per vigilare sulle condizioni di sicurezza. E' augurabile che ciò possa portare ad una svolta.

Ma resta il dubbio che ci sia anche chi abbia puntato ad "aggiungere" delle nuove figure con prerogative ancora incerte per non affrontare l'ingrato compito di applicare ciò che la legge già prevede.
Ad esempio, e non è un particolare di dettaglio, l'accordo non garantisce a questi otto rappresentanti la possibilità di accedere ai luoghi di lavoro senza autorizzazione preventiva: la cosa è tuttora oggetto di discussioni, mediazioni, attesa di novità legislative. Questa possibilità è invece riconosciuta - nella azienda di appartenenza - ai Rappresentanti dei lavoratori per la sicurezza (Rls) istituiti dalla legge 626/94.
Val la pena di notare che, senza che ciò abbia mai suscitato particolari reazioni, da anni in Compagnia Unica opera un solo Rls (al posto dei sei di legge), per di più gravato dal ruolo non propriamente neutro di componente del consiglio di amministrazione.
Nel 2003 una campagna di informazione e di indagine sulla sicurezza in porto promossa da Sportello sicurezza Cgil, Uopsal del Porto ed Inail, fu un flop totale: su duemila addetti ritornarono compilati in tutto una ottantina di questionari, e i quindici della Compagnia Unica avevano la stessa calligrafia…
Le dispense che ricostruivano tutto il ciclo del lavoro portuale sotto il profilo dei rischi furono stampate in duemila copie, ma molti lavoratori non le hanno mai viste.
L'ostilità a che si stabilisse un contatto diretto tra i lavoratori ed un soggetto esterno all'ambito portuale fu più che percepibile.
Il protocollo del porto potrà cambiare le cose davvero, solo se riuscirà a spezzare un isolamento che ha fatto del porto, e in particolare della Compagnia Unica, un mondo a parte.
(Paola Pierantoni)

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30 Gennaio 2008

Iplom Busalla - Convivere con il rischio o il lavoro se ne va

Il 1° settembre 2005, un guasto all'impianto di desolforazione della raffineria Iplom di Busalla provocò un violento incendio. Nel paese si sfiorò una tragedia immane. "È innegabile che, nonostante gli ingenti investimenti dell'azienda per ridurre l'impatto ambientale, il tipo di produzione sia poco compatibile con quell'area compresa tra autostrada, fiume Scrivia e centro abitato" - dichiarava all'indomani l'assessore regionale all'ambiente Franco Zunino. E ancora: "C'é l'obiettivo del 2013 [data in cui termina la concessione ministeriale all'azienda, nda], bisogna cercare di lavorare per accorciare questa scadenza".

Delocalizzazione, trasferire altrove gli impianti, diventa parola di ordine, ma non per l'Iplom che, nel 2007, presenta un progetto che prevede la costruzione di una centrale elettrica alimentata ad olio di colza. Il progetto è respinto perché presenta "insormontabili criticità in relazione ai vincoli paesaggistici e ambientali" e "sottostima gli aspetti relativi alla sicurezza" (giunta comunale di Busalla, 6 giugno). Il sindaco di Busalla Marco Valerio Pastorino osserva che "un intervento del genere va evidentemente contro eventuali ipotesi di delocalizzazione della raffineria" (Secolo XIX, 13 luglio 2007).
Secolo XIX, 16 gennaio 2008. Dopo nemmeno sei mesi, l'Iplom insiste con una nuova proposta: il raddoppio dell'impianto per la produzione di idrogeno. E' la stessa struttura che aveva provocato l'incendio del settembre 2005 e la fuga in massa della popolazione dalle case di Busalla. Un potenziamento, ma anche un miglioramento - dice l'Iplom - delle "perfomance ambientali e di sicurezza" che significa "stabilità per Iplom e futuro certo per tutti i lavoratori". Un chiaro messaggio, l'Iplom vuole restare dov'è. Ma è anche un avvertimento.
Il comitato tecnico regionale dei vigili del fuoco concede il nulla osta, ma la consulta comunale ambiente di Busalla respinge il progetto: "un fatto grave, perché questo impianto è altamente pericoloso", "l'ampliamento appare in contrasto con le normative urbanistiche vigenti e ricade in area esondabile". I sindacati invece sono favorevoli "perché è volto a garantire i livelli occupazionali. Naturalmente - aggiungono - desideriamo che venga realizzato in condizioni tali da offrire garanzie sul piano ambientale e della sicurezza".
L'assessore Franco Zunino appare più prudente che nel 2005: "Ai primi di febbraio faremo un incontro del tavolo istituzionale. C'era l'ipotesi della delocalizzazione della raffineria e qui evidentemente si tratta di un consolidamento, mi sembrano due cose diverse".
E si va avanti così, a esaminare progetti, tra comitati tecnici, consulte, tavoli istituzionali e quant'altro, facendo finta di ignorare che per l'azienda e per i lavoratori la scadenza del 2013 è già arrivata.
"Rimbalza in primo piano il problema che costella da lunghi anni la vita della raffineria in relazione alla sua stretta aderenza all'abitato. All'indomani degli incidenti più rilevanti, si è sempre registrato un infittirsi di proclami sulla sicurezza e ipotesi di delocalizzazione, intrecciati a un sostanziale laissez-faire", così conclude Lodovico Prati il suo articolo sul Secolo XIX.
(Oscar Itzcovich)

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Visibilità - I metalmeccanici di ieri e di oggi

Su Repubblica del 19 gennaio l'articolo dedicato alle manifestazioni dei metalmeccanici che avevano bloccato strade e ferrovie compariva sotto il titolo: "Sì, ritorna lo sciopero a gatto selvaggio, così gli operai non sono più invisibili". L'espresione "a gatto selvaggio" indica in realtà tutt'altro, e cioè "lo sciopero in cui in una catena di montaggio le varie sezioni scioperano in tempi diversi, in modo da arrestare la produzione per il massimo tempo possibile" (Wikipedia). Una forma di lotta, quindi, innanzitutto interna alla fabbrica, finalizzata non alla visibilità pubblica ma ad incidere sulla produzione, praticabile solo se la sua organizzazione è capillare, posto di lavoro per posto di lavoro, operaio per operaio. Tutto molto, molto lontano, praticamente agli antipodi, dalle manifestazioni dei metalmeccanici nei giorni precedenti alla stipula del contratto: poche persone in strada che si sono affidate al blocco del traffico per conquis tare visibilità pubblica e titoli sui giornali.

Fin qui la svista forse è solo di chi ha dato il titolo all'articolo.
Ma poi l'articolista pone al segretario della Camera del Lavoro una buona domanda: "Lei che guidava proprio i metalmeccanici (negli anni '80 e '90 ndr) trova delle differenze tra la protesta di oggi e quelle di ieri?". La risposta del segretario lascia interdetti: "Allora chi faceva le lotte era una classe operaia più anziana… oggi quelli che scendono in strada e protestano sono giovani, e le condizioni economiche sono peggiorate".
E' davvero questa l'unica differenza? E' la differenza principale?
A riguardare le fotografie non dico degli anni '70, e nemmeno degli '80, ma quelle del difficile e controverso contratto del 1990 non si direbbe: le immagini rimandano foltissimi cortei (non solo di vecchi operai), bande musicali, una gran produzione di cartelli, bandiere, striscioni, donne ancora in gruppo a rivendicare diritti. Una partecipazione ancora corale, una speranza condivisa, un rapporto con la città non basato sul procurarle - in pochi - uno stato di disagio, ma sul fatto che si puntava ad obiettivi più vasti della essenziale questione salariale.
Le ragioni di questa differenza sono moltissime, riguardano l'interno e l'esterno del sindacato, quello che avviene in Italia e quello che è avvenuto in tutto il mondo.
Ma negarla, ridurne la portata, passare oltre, non è un buon servizio né per la informazione, né per la politica.
(Paola Pierantoni)

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23 Gennaio 2008

Operai - I modi per diventare finalmente visibili

I tg della sera, tutti, mostrano operai metalmeccanici che occupano strade e stazioni. Scioperi spontanei -dice il commento- per il rinnovo del contratto di lavoro. La differenza tra la richiesta operaia e l'offerta di Confindustria sembra modesta, comunque non lascia capire al profano il clamore della protesta e la sua risonanza mediatica. Fino a pochi giorni fa degli operai non parlava nessuno. Invece oggi 17 gennaio 2008 gli operai sono lì sullo schermo che si agitano. Forse perché il 17 gennaio (come il 16, il 15...) viene dopo la Thyssen che a sua volta arrivava dopo che da mesi il presidente della Repubblica denunciava - in solitudine, vogliamo dirlo? - le morti sul lavoro. O forse perché i sindacati hanno detto - anche loro dopo la Thyssen - che facevano autocritica e che sarebbero tornati nelle fabbriche per vedere e capire cose ci succede dentro.

Ecco perché oggi, 17 gennaio 2008, vediamo gli operai alla tv: perché dal punto di vista dell'informazione dopo la Thyssen qualcosa è cambiato. Ma solo per l'informazione, si capisce, perché quanto ai fatti quelli si sono ripetuti - 4 morti sul lavoro - inesorabili anche oggi 17 gennaio. Solo qualche incertezza: 3 a mezzogiorno, 4 la sera, di nuovo 3 a mezzanotte; in compenso se ne sono aggiunti due gravissimi. Arriveranno a domani?
Gli operai ce la mettono tutta per rendersi visibili e l'informazione sta facendo la sua parte. Certo bloccano l'autostrada e la stazione come quelli delle quote latte o come gli autotrasportatori o come i taxisti o come gli oppositori della discarica o come i tifosi del pallone... In un paese dove tutto, cose e persone, viaggia su strada, se vuoi che si accorgano di te non ti resta che bloccare le comunicazioni, ha detto un manifestante. Più casino, più informazione, più visibilità: è così? Qualcuno risponde: meglio di niente.
Nel 1966, oltre 50 anni fa quando i meccanici erano parecchie centinaia di migliaia più di oggi, chiusero il contratto nazionale dopo 100 ore di sciopero senza prendere un fico secco. Protestarono inutilmente: erano tanti ma rimasero invisibili. Diventarono visibili solo 2 anni dopo non perchè occupavano le stazioni ma perché avevano messo in discussione le loro rappresentanze, i loro comportamenti, le loro piattaforme e avevano cominciato a dire parole importanti anche per quelli che operai non erano: diritto alla salute, all'informazione, libertà...
(Manlio Calegari)

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16 Gennaio 2008

Sicurezza - Gli operai invisibili e le guardie rosse

Garabombo, comprueba que después de todo no es tan fácil dejar de ser invisible (*)

Porto di Genova 13 aprile 2007, solo 10 mesi fa moriva Enrico Maria Formenti, 35 anni, sposato con due figli. La tragedia di sempre con il seguito di dolore, rabbia e gli impegni (di sempre) delle autorità. Ma quella volta sembrò che il seguito sarebbe stato diverso. Un accordo tra tutte le parti interessate, raggiunto il 14 maggio, avrebbe finalmente dovuto cambiare le cose in meglio. Prevedeva l'istituzione di un "Sistema operativo integrato" (coordinato dall'Asl) di monitoraggio e di controllo delle attività portuali e la creazione di un coordinamento di otto lavoratori distaccati dai terminal per occuparsi di prevenzione sulle banchine. Distacchi che avrebbero dovuto essere pagati da una piccola sovrattassa sulla merce (Secolo XIX, 16 maggio 2007).

A sottoscriverlo c'erano tutti, a partire dal prefetto Giuseppe Romano: Regione, Autorità Portuale, Capitaneria di Porto, Asl, Inail, Inps, imprese portuali, sindacati. Ma a distanza di qualche giorno le imprese portuali si smentiscono. Parole pesanti: Umberto Masucci, presidente degli agenti marittimi. "L'accordo viola la normativa in vigore" (Secolo XIX, 25 maggio). Il giorno dopo Il Secolo XIX titola "Lo shipping silura il patto di Genova": Francesco Nerli, presidente in quota Ds delle Autorità portuali italiane, che era tra quelli che pure pochi giorni prima aveva siglato l'accordo ("sono stato costretto") ora lo definisce "demagogico, inconcludente, pericoloso per i lavoratori" paventando addirittura un "ritorno alle guardie rosse" e, di rincalzo, Umberto Masucci lo considera "una decisione presa sull'onda dell'emotività che definire stravagante è dire poco. Mettere persone impreparate a fare sicurezza come fossero commissari del popolo è una cosa da irresponsabili".
Da allora, solo penosi richiami. Secolo XIX, 22 luglio: "I sindacati: noi siamo pronti partiamo". L'Avvisatore Marittimo, 28 agosto: "Noi abbiamo fatto la nostra parte, ora tocca agli altri", denunciano i sindacati dei trasporti. Secolo XIX, 27 novembre: "A sette mesi dalla morte di Formenti inapplicate le nuove regole. Il protocollo per la sicurezza è ancora lettera morta", denunciano ancora i sindacati. E avanti così fino ad oggi. Insomma nulla di fatto.

Dopo la tragedia della ThyssenKrupp molti hanno scritto degli operai diventati ormai invisibili. Un'immagine efficace che, più volte ripresa dai media e per questo già addomesticata, sembra condannarli a un'invisibilità sostanziale. Se però qualcuno fosse interessato alla loro visibilità materiale può farlo accedendo a YouTube (clicca qui) dove alcuni video mostrano le condizioni in cui, quotidianamente, si sviluppa il lavoro nel porto di Genova (Segnalato da "Zero10" (http://zerodieci.wordpress.com/)
(Oscar Itzcovich)

(*) Garabombo è il protagonista della "Historia de Garabombo, el invisible", scritta dal peruviano Manuel Scorza nel 1972. Garabombo è visibile ai contadini che si ribellano, ma invisibile al potere dominante finché tace. Come se non ci fosse. Diventerà visibile quando comincerà a lottare per l'emancipazione del popolo quechua.

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9 Gennaio 2008

Siderurgia - Imprenditori illuminati e morti oscure

Durante la puntata di "Anno Zero" del 13 dicembre scorso, oltre al collegamento da Torino con gli operai della Thyssenkrupp, sono stati intervistati un uomo ed una donna, colpiti da gravi lutti.
L'uomo ha perso il figlio di circa 24 anni, operaio dell'Ilva di Taranto e la donna il marito, caposquadra in una ditta appaltatrice che lavora nello stesso stabilimento.
Hanno raccontato il loro dolore in maniera dignitosa e lucida come solo sa fare chi agisce per conto e in memoria dei propri cari: in Ilva, società a PP.SS., i lavoratori venivano addestrati nella scuola siderurgica per due anni;oggi l'Azienda, privatizzata (Gruppo Riva), per l'addestramento dedica 40 ore; i lavoratori possono essere sottoposti a ritmi di lavoro e turni pesanti , tanto che si contano numerosi infortuni, di cui alcuni mortali.
40 sono i morti dal 1993, una media di 2 o 3 l'anno, vittime di lavoro, silenziose, che spesso non hanno voce né in tv né sui quotidiani giudicate "fisiologiche" per una fabbrica di quelle dimensioni e natura.

Per il momento la stampa di Genova riporta la notizia che il Gruppo Riva ha staccato un assegno di cinque mila euro per illuminare a festa Cornigliano (Secolo XIX, 15 dicembre 2007).
Sogno un Paese dove imprenditori "illuminati" reinvestano parte dei lauti guadagni per la formazione vera dei lavoratori e per misure contro l'inquinamento, anziché sprecare risorse energetiche per le luminarie.
Accantonare meno profitto e salvare più vite umane: qualcuno è interessato a staccare un
assegno per questa buona causa e a far luce sui morti per l'incolumità dei vivi?
(Silvana Bovio)

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19 Dicembre 2007

Privatizzazioni - Le "morti fisiologiche" passate e future

"Morti fisiologiche". Così sono stati definiti - secondo quanto riferito da "Anno zero" giovedì 13 dicembre - i numerosi decessi dell'Ilva di Taranto. La frase - degna di un generale - è solo cornice ad un evento, quello torinese, nel quale di decessi se ne sono contati cinque.
Nell'imbuto siderurgico l'informazione mette tutto: lavorazioni - freddo, caldo - addetti e società, ricordando a tratti che il costo che viene pagato oggi è quello dovuto alle privatizzazioni, nelle quali il profitto risponde al capitale investito. La frittata, a girarla all'infinito, mostra la stessa faccia da entrambi i lati. E la domanda che tutti si dovrebbero porre è: a chi è giovato?

Prendiamo l'Ilva. Utili stratosferici. Riconversioni. Tagli. Riva garantisce lavoro. Un lavoro che oggi è marce di scambio preziosissima in luoghi in cui di lavoro non ce n'è in assoluto.
L'Ilva fino a dodici anni fa era dello Stato. I suoi manager si chiamavano boiardi. Avevano uffici preziosissimi a Roma e Genova. Corridoi ovattati. Rassegna stampa tutte le mattine, grasso pacco di giornali distribuiti ad ogni dirigente, relazioni ad alti livelli con la politica. Aerei aziendali facevano la spola da un capo all'altro della penisola. A Genova, in via Corsica, direzione dell'Ilva, un piccolo Bentley - nome dell'hotel a cinque stelle che oggi ha sede nel palazzo - era già sorto anni fa: banca, ufficio viaggi, ristorante al roof, marmi, autisti. Il troppo destinato a collassare. Ma insieme alla faccia peggiore c'era anche la migliore. Quella faccia era la tutela sindacale, la formazione, l'aggiornamento dei tecnici. L'Ilva era allora ed è oggi la siderurgia in Italia. Di proprietà dell'Ilva di Stato erano gli impianti di Terni, Taranto, Bagnoli, Piombino ed anche lo stabilimento torinese, dove la scorsa settimana sono morti quattro operai. Non si tratta di storia antica. Venduti ai privati gli stabilimenti hanno conosciuto una gestione diversa. La forbice ha tagliato gli sprechi ma pare sia andata ben oltre.
Fisiologico è il modo di porsi nei confronti della mano d'opera. Fisiologiche le conseguenze quando l'utile la fa da padrone.
Ora nella lista delle società da privatizzare c'è Alitalia ed una quota sostanziosa di Fincantieri. Potrebbe andar meglio, ma potrebbe anche andar peggio. Potrebbe accadere che queste aziende producano ottimi utili ma che a tre, quattro anni dalla privatizzazione mostrino i sintomi di un risparmio per il quale le vittime saranno addetti e utenti.
Se accadrà - ed è fisiologico che accada - chi saranno i veri responsabili?
(Giulia Parodi)

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Quaderni.net - Il Museo degli operai a Genova c'è (o quasi)

Tutti sanno del 2004 e di Genova - in quell'anno - "capitale della cultura". Più difficile che qualcuno ricordi il gruppo di operai e tecnici che - scherzosamente ma non troppo - aveva deciso di progettare un "museo degli operai" da affiancare alle altre manifestazioni in corso in città (OLI n.109).

Ne avevano discusso - nel 2004 - durante una decina di incontri, tra una portata e l'altra, nell'atmosfera conviviale di altrettante trattorie poste attorno alla città. Dieci incontri di cui - su richiesta dei compagni di tavola e di progetto - Manlio Calegari ha steso una sorta di verbale. Si intitola "Il museo degli operai" ed è il resoconto di una lunga, appassionata discussione dove la ricerca delle "cose" da mettere nel museo, si intreccia con le rispettive storie personali. Sullo sfondo, ma non troppo, la congiuntura economica e politica del dopoguerra. Chi vuole saperne di più lo trova sulla rete quaderni.net (http://www.quaderni.net/WebMuseo/MuseoIndex.htm)

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12 Dicembre 2007

Rapporto Inail - Fatalismo duro a morire sulla piaga-infortuni

Il 5 dicembre tradizionale appuntamento per il rapporto annuale dell'Inail.
Vengono esibite le analisi e i grafici. E, come sempre, viene proposta la fotografia globale: i dati dell'occupazione, il numero degli infortuni denunciati, di quelli riconosciuti, il tasso infortunistico, quello grezzo e quello normalizzato, il numero degli infortuni mortali. In Liguria e nelle province.
Anno dopo anno queste fotografie si accumulano e non permettono di capire: difficile trovarci un bandolo. Si, il tasso di infortunio diminuisce, ma quanti dovremmo aggiungerne se potessimo contare tutti quelli non denunciati?
Gli infortuni mortali, in compenso non diminuiscono affatto, e quanti dovremmo aggiungerne, se contassimo i morti per malattia professionale?

Il mondo del lavoro è sempre più imprendibile, indefinibile e nessuno lo sta indagando a fondo. Ogni tanto si apre uno squarcio sui cambiamenti: in occasione della manifestazione dei migranti un lavoratore dei cantieri di Sestri aveva detto: ormai lì di immigrati che lavorano nelle ditte di appalto saremo 500, 600. E quali saranno gli indici infortunistici alla cantieri navali italiani? I grafici, gli istogrammi, le torte statistiche non dicono più nulla, anzi comunicano un sentimento misto di noia e intolleranza. Qualcosa, invece, lo dicono gli interventi al microfono.
Righi, Direzione regionale del ministero del lavoro, se la cava in cinque minuti portando i saluti "a un convegno di un argomento di tale e tanta importanza che la questione degli infortuni è stata più volte richiamata dal Capo dello Stato".
Bartolini, presidente dell'Ordine dei medici, spende forse tre minuti per dire che il problema "è complicato e delicato perché accanto a situazioni di correttezza ci sono anche situazioni di simulazione, ma con la collaborazione di tutti possiamo fare un bel lavoro".
Il cappellano del lavoro evoca il Natale e l'assistenza a chi soffre. Corradi, direttore di Confindustria si prende più tempo: deve lamentarsi del decreto Bersani, dei vincoli alle imprese, dell'inasprimento delle norme sanzionatorie, del carico fiscale, inoltre deve attaccare il governo "travolto dalle sue divisioni", e reclamare più fondi alle imprese "virtuose". Alla fine, ricordandosi l'ordine del giorno, dice che bisogna fare formazione per la sicurezza ai ragazzi nelle scuole e "intensificare i rapporti tra sindacato e imprese"
La realtà torna in sala con gli interventi di Montaldo e di Anna Giacobbe della Cgil, che introducono l'argomento del mercato del lavoro illegale, e raffreddano gli animi ricordando che gli infortuni diminuiscono anche perché nel frattempo è cambiata la strutture economica e produttiva. Concludono proponendo di pianificare interventi selettivi, per poter poi misurare i risultati.
Ma queste parole, pure apprezzabili e sensate, non sembrano avere dietro una forza che le sostenga e cadono in un contesto di distrazione e di indifferenza.
(Paola Pierantoni)

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28 Novembre 2007

Acciaierie - Le fontanine dell'Ilva al cimitero di Taranto

Da L'Unità 2 novembre 2007: "Una fontana al cimitero di Taranto: così l'Ilva si lava la coscienza" - La rabbia dei parenti degli operai morti per malattie professionali: "L'azienda offre l'acqua per i fiori dei nostri cari".
Sandra Amurri scrive che "a Taranto è come se ci fossero state due Seveso" e ripete l'appello di Patrizio Mazza, primario di Ematologia Oncologica dell'ospedale Moscati di Taranto: "Se quella fabbrica non chiude si muore tutti!".
E per tutti, ce n'è d'avvero: diossina, modificazione del Dna, mortalità per neoplasia molto superiore alla media. Colpa degli impianti - dice l'articolo - che "per continuare ad operare devono essere in possesso dell'AIA" (Autorizzazione Integrata Ambientale).

Il neoeletto sindaco di Taranto, Ippazio Stefàno - sinistra radicale, Udeur, Dc e Nuovo Psi, 76% di preferenze - ringrazia di cuore l'Ilva che, "senza nulla in cambio", ha deciso di "rendersi utile" raccogliendo l'appello affinché al cimitero ci fosse la possibilità di riempire i portafiori alle fontanine. Costo dell'impianto idrico: 150.000 euro.
"Fare profitti inquinando, contro la normativa europea? E' ciò che lei chiama nulla in cambio?" chiede la giornalista al sindaco, "Devo andare contro l'Ilva? Ma se non c'è la fabbrica, le famiglie chi le sfama? Inquina? Che la chiudano. Rivolgetevi a Provincia, Regione e Governo". E spiega che i "giovani chiedono raccomandazioni ai politici per un posto all'Ilva".
Cornigliano di inquinamento ne sa qualcosa. Di posti di lavoro anche. E vista da una certa distanza, questa storia tarantina, si delinea con contorni a noi noti. Mancano, certo, le sfumature di colore e quel modo di gestire politica e lavoro che nel sud può assumere i contorni di tragicomica spudoratezza. E manca quello sguardo tutto svedese di seguire l'esistenza degli individui: dalla culla alla tomba.
L'Ilva di Cornigliano è legata all'Ilva di Taranto attraverso il processo produttivo. Si lavora a Genova quello che là si produce. Se Taranto non produce, Genova non lavora. Anche i nuovi impianti di zincatura e stagnatura trovano ragion d'essere su queste basi.
Seguano i politici genovesi questa piccola storia. Quelle fontanine potrebbero riguardare anche loro.
(Giulia Parodi)

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12 Settembre 2007

Acciaio - Prove di lettura del rebus Ilva

"Caro Prefetto, venga all'Ilva". Riva scrive a Romano: vedrà che gli impegni sono rispettati (Repubblica-Lavoro, 28 agosto 2007). Proviamo a fare il punto sulla colata di parole apparse sulla stampa locale negli ultimi due mesi in merito alla questione acciaio.

Segue breve sintesi dei fatti. Marzo: convegno sul superamento della siderurgia a Cornigliano, presente il ministro del Lavoro Cesare Damiano. Maggio: iniziativa della Regione Liguria di apertura alla cittadinanza della aree ILVA restituite alla città con omaggio di bulloni facenti parte di uno dei due gasometri demoliti; ed elezioni comunali. Luglio: Riva ottiene la cassa integrazione ordinaria per 460 addetti - da aggiungere ai 650 già in cassa integrazione straordinaria - causa la crisi della banda stagnata. In luglio inoltre sono apparsi sul Secolo XIX gli articoli a firma Paolo Crecchi, vera e propria inchiesta relativa all'incerto futuro occupazionale sulle aree assegnate a Riva, nei quali appaiono interventi di politici, terminalisti, sindacalisti relativi ad un eventuale migliore futuro utilizzo di aree e maestranze. Parola chiave distripark: avrebbe assorbito più personale? C'è stato un errore di valutazione nell'accordo di programma? E le banchine affidate a Riva?
Certezza su terapia e cura viene data da Claudio Burlando sul il Secolo XIX proprio nell'inchiesta "Tradimento Acciaio" a cura di Crecchi: "il porto inteso come terminal può creare occupazione. Il porto logistico evidentemente no" dice il presidente della Regione che aggiunge: "…in due anni non un operatore portuale si è fatto avanti per le aree lasciate libere dalle acciaierie…teniamoci cari i 2000 - 2500 posti di lavoro dell'acciaio. Il distripark, per ora lo ha fatto Riva. A Cornigliano l'acciaio arriva, viene lavorato e riparte. Produce ricchezza, va bene così".
Il sindacato Fiom avverte: "I posti non verranno tagliati", "Vigileremo". Se non fosse per Stefano Milone della Fim Cisl che dichiara: "Abbiamo avuto tutti troppa fretta di chiudere. Burlando, appena eletto in Regione, voleva far vedere che lui sarebbe riuscito dove Biasotti aveva fallito. Noi del sindacato ci siamo limitati a pretendere che non fosse sacrificato neanche un lavoratore, senza sottilizzare troppo sui posti di lavoro che alla fine sarebbero rimasti davvero. Riva ha fatto i suoi interessi come sempre: e li ha fatti maledettamente bene, e in ogni caso è l'unico che ha mantenuto la parola. Non ha licenziato nessuno" precisando: "l'operazione addio al caldo ci è costata mille posti di lavoro. Un terzo dell'organico dell'Ilva nel 2004, quando eravamo appunto 3000. Potevamo permettercelo?"
Alla Festa dell'Unità il 1° settembre Cesare Damiano ammonisce: "Come sempre bisogna basarsi sugli accordi stipulati e tentare una loro applicazione, pensando al benessere dei lavoratori che per noi è l'obbiettivo principale".
Ad un anno dalla scadenza dell'accordo di programma - luglio 2008 - l'operazione ha prodotto la fuoriuscita temporanea dal ciclo produttivo di circa mille persone, la sospensione della linea di stagnatura, la messa in cantiere di nuovi spogliatoi, di una terza linea di zincatura, di una centrale elettrica ad olio di palma. Sul resto la proprietà preferisce non sbilanciarsi, per non offrire informazioni riservate alla concorrenza. Domande: quanti addetti assorbe una linea di zincatura? In quali uffici saranno destinati gli impiegati? L'applicazione nel 2008 dell'accordo di Kyoto non prevede una riduzione della produzione a Taranto? Che ne sarà allora di Genova e Novi Ligure?
Con quale spirito si affronta un impegno trasformatosi in fastidiosa incombenza?
(Giulia Parodi)

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18 Luglio 2007

Studi di settore - Pagare tasse senza guadagnare

In epoca di dichiarazione dei redditi assisto ai disagi fiscali, sconfinanti nel dramma, dei miei giovani amici con partita IVA. Tre architetti sui trenta anni, tutti ex compagni di corso che oggi svolgono, in diversi studi professionali, un lavoro oggettivamente dipendente per redditi netti che si aggirano sui 1200 euro al mese, ed una grafica che sbarca il lunario affiancando alla sua attività libero professionale quattordici ore settimanali di supplenza in due scuole (una pubblica e una privata), per un reddito complessivo sui 1900 euro mensili.

Una di queste sere trovo uno dei miei amici infuriato ed offeso perché lo "studio di settore" che lo riguarda prevede che lui debba guadagnare il 30% in più di quanto, realmente, guadagna. Il commercialista da parte sua gli consiglia di pagare, perché, dice, è talmente facile incorrere in errori, che la via più sicura è non opporsi. Stretto nella tenaglia fisco/commercialista l'amico mi esprime il suo sentimento di offesa per sentirsi, alla fine, catalogato come evasore, cosa che lui non è. Il discorso torna nei giorni successivi, mentre passeggiamo tutti insieme per l'Expò. Tutti si sentono sfruttati, esposti, privi di difesa. Uno chiede: ma il sindacato è davvero consapevole della nostra situazione?
La amica grafica mi telefona invece annichilita dalla notizia di dover pagare 12 mila euro di tasse: errori compiuti dal commercialista negli scorsi anni, uniti al fatto di collezionare scampoli di reddito da datori di lavoro diversi hanno prodotto il disastro. Dato che ha zero margini economici, andrà in banca per chiedere un prestito, su cui pagherà ovviamente i relativi interessi.
Il problema non sono, in sé, gli studi di settore, strumento oggettivamente necessario a circoscrivere, in base a dati statistici, l'area dell'accertamento. Il problema vero è il nostro stranissimo mercato del lavoro che costringe nella categoria degli imprenditori persone che non lo sono: in Italia la quota di lavoro autonomo sull'occupazione è più del doppio di quella registrata nel Regno Unito, in Francia e in Germania. In Italia sono considerati lavoratori autonomi quelli che in un paese normale verrebbero inquadrati come lavoratori dipendenti: difficile che uno studio di settore sia adeguato per la fascia economicamente marginale di chi in realtà opera forzatamente per un unico committente (quello che dovrebbe essere definito "datore di lavoro"), alla tariffa (si sarebbe detto: al salario) che questo stabilisce. Inoltre questi ragazzi si ritrovano senza strumenti in balia di normative fiscali complesse, senza nemmeno potersi permettere un commercialista di adeguat a professionalità. Quelli a disposizione, pare, o non si espongono e si trincerano nel "meglio pagare, non si sa mai, gli errori (di chi?) sono facili", o gli errori li commettono davvero.
(Paola Pierantoni)

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Lavoro - La sicurezza non si fa sui giornali

Ho lavorato per un po' di anni in sicurezza, avendo seguito la Direttiva Seveso sui rischi di incidenti rilevanti, fino a vedere l'invenzione della 626/94 con la quale condivido la data di nascita (...), e tutta la normativa conseguente, sia impiantistica che organizzativa.
Volendo riassumere, l'importante oggi in Italia è che ci sia un responsabile dell'infortunio, non che il ferito venga evitato. Altrimenti non si capirebbe come mai nei cantieri si continui a lavorare col morto, come si fa a briscola chiamata.

Lo stesso vale per i giornali, che pubblicano di sicurezza solo quando succede qualcosa, tra l'altro solo se di importanza rilevante. Sarei più felice di veder censurate le notizie sui morti a fronte di un redazionale mensile sulla sicurezza, su quello che può accadere se non si lavora "bene", insomma formazione e informazione invece che repressione. Guardatevi intorno e vedrete un operaio (nazionalità poco importa) che salda con la mascherina regolamentare, mentre il compagno lo guarda al lavoro senza nessuna protezione, passanti compresi.
Mi piacerebbe ad esempio che negli uffici di una Asl (di una Asl!) i monitor 21 pollici fossero impostati con un "refresh a 100 Hz" ... non è chiaro nemmeno al giornalista che ci sta davanti tutto il giorno? Beh, non date la colpa a me. Comunque si eviterebbe quello strano e incomprensibile mal di testa la sera (http://www.hwinit.it/guide/vsync/).
Per demolire i muri del mio appartamento, scartando i piccoli artigiani edili che non davano garanzie in tal senso, mi sono affidato ad una piccola azienda che vantava di lavorare per le Coop e per il Comune, munita di assicurazioni varie. Si sono poi presentati due ragazzi sbarbatelli, uno ecuadoriano e uno algerino, con in mano un martello. Elmetto, guanti, pala, scala, occhiali, angolare munito di protezioni, e soprattutto ragionamento prima di muovere le mani sono stati forniti dal sottoscritto. Avrei potuto mandarli a casa, invece mi son reso conto che evidentemente il mercato del lavoro è questo, e che cambiare azienda non avrebbe cambiato le cose.
La convinzione che gli era stata instillata, e non erano i primi, era che se si fossero fatti del male "tanto" io non ne sarei stato responsabile. Ora, a parte che questo non è vero per la legge, comunque mi aveva lasciato esterrefatto il concetto ben radicato in loro che tanto non succede nulla, e che comunque si sa che lavorando ci si fa male. Quindi mi sono messo a rincorrerli perché questo non accadesse "almeno" in casa mia.
La soddisfazione è stata che il ragazzo ecuadoriano, dopo tre giorni di obblighi, si è deciso a chiedermi i guanti e gli occhiali prima di tagliare un tubo. Credo di avergli trasmesso, almeno per un po' di tempo, quello che gli interventi formativi di legge non sono riusciti a fare: il rispetto di sé stesso.
A proposito: il loro datore di lavoro mi ha guardato come se fossi un imbecille. Speriamo che non debba mai rispondere di fronte ad un giudice per la morte di un simpatico ragazzo ecuadoriano.
(Stefano De Pietro)

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11 Luglio 2007

Informazione - La sicurezza sul lavoro non fa notizia

Una accusa che viene spesso rivolta ai giornali è quella di accendere per un breve periodo una luce su un argomento, perché sollecitati da un evento eccezionale, per poi spegnerla poco dopo e dimenticarsene fino alla prossima emergenza, o evento eclatante. Tipico, si direbbe, il tema degli infortuni sul lavoro soggetto a flash di attenzione in occasione dell'incidente che per le modalità del suo accadimento "attira" l'attenzione generale, per poi tornare rapidamente nella indifferenziata ed anonima routine dei tre, quattro infortuni mortali al giorno.

In questo ultimo periodo l'evento eccezionale non è stato uno specifico infortunio, ma l'accento particolare che il Presidente della Repubblica, nel suo discorso per il primo maggio, ha dato al tema della sicurezza sul lavoro, certo sollecitato dai dati che segnalano la crescita di infortuni mortali nel 2006.
La stampa locale nei mesi di maggio e giugno conferma: tra Secolo XIX, Repubblica e Corriere Mercantile sul tema in questione sono comparsi 14 articoli nel mese di maggio, scesi a 6 nel mese di giugno.
Andandosi a leggere gli articoli in sequenza però si fa strada una osservazione: la loro frequenza è palesemente influenzata non solo dalla seduzione in sé dell'evento eclatante, ma dal fatto che le iniziative pubbliche assunte dai vari soggetti istituzionali o sociali a loro volta si gonfiano e sgonfiano a fisarmonica sotto l'impulso momentaneo dell'evento che ha catalizzato su di sé l'attenzione collettiva. Come dire, non è tutta colpa della stampa.
Per sottrarsi a questa sinusoide il mondo della informazione ha solo la strada di andare a svolgere autonomamente degli approfondimenti, delle inchieste. In una fase, già molto avanzata, in cui l'appetibilità del giornale su carta in quanto tempestivo fornitore di notizie sta tramontando sotto la travolgente e non contrastabile concorrenza della Tv e, soprattutto, di internet, quella di un progetto di lettura della realtà, e soprattutto della realtà locale, parrebbe l'unica strada praticabile, a meno di non voler seguire, invece, il comodo modello minimalista della free press.
La realtà scorre sotto lo strato delle notizie diffuse e condivise per un breve istante. E' una realtà fatta di nefandezze di varia natura, ma anche dall'intelligente lavoro di un sacco di gente che si dà da fare, e che varrebbe andare a sentire. Anche per sciogliersi da schemi - restiamo sempre all'argomento della sicurezza - che ripropongono numeri, dati, percentuali e dichiarazioni istituzionali senza dare a chi legge alcuno strumento per capire davvero cosa succede e perché.
(Paola Pierantoni)

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4 Luglio 2007

Precariato - La guerra fra poveri e la partita IVA

Una volta nelle aziende c'erano i dipendenti e i collaboratori esterni. Con contratti a tempo determinato o indeterminato i primi, con Partita Iva, tailleur o giacca e cravatta i secondi. Erano chiamati per consulenze specifiche su un settore, per esigenze momentanee dell'azienda, come docenti per corsi di aggiornamento e formazione, per l'accompagnamento all'ottenimento di certificazioni ed altro ancora.

Con l'epoca dei cococò e dei lavoratori a progetto le cose sono cambiate anche per questi ultimi, che spesso hanno dovuto togliere giacca e tailleur per indossare abiti più comodi e meno costosi e intraprendere una lotta con i rappresentanti delle nuove categorie.

Circa cinque anni fa vennero incentivate nuove forme di partita Iva, con gestione agevolata e oneri ridotti, definite in gergo "Alternativa alla disoccupazione". Non trovi lavoro? Diventa imprenditore di te stesso, prendi in mano il tuo futuro, apriti una partita Iva e cercati i tuoi clienti: manco a dirlo molti di coloro che colsero questo invito regolarizzarono in tale modo situazioni di collaborazioni occasionali preesistenti e durature. Capita che si richieda di aprire una Partita Iva per svolgere attività di marketing e telemarketing, fare le hostess ai congressi o occuparsi di traduzioni, nuovamente nascondendo forme di dipendenza occasionale o prolungata e garantendo all'azienda la possibilità di sciogliere il contratto in ogni momento. Partite Iva che rappresentano ormai una nuova faccia del precariato moderno. E quando si fallisce, pur avendo pagato Inps e contributi, nemmeno spetta l'indennità di disoccupazione. Però pagano le tasse e nelle statistiche risultano stabilmente occupati.

Ora: una prestazione occasionale è soggetta a una ritenuta d'acconto, trattenuta dal datore di lavoro, del 20%. Per un compenso di quindici euro ne verranno trattenuti tre.Il lavoratore ne intascherà dodici. Se la prestazione diventa continuativa, il lavoratore è tenuto ad aprirsi una posizione Inps e a versare i regolari contributi. Sui quindici euro pattuiti inizialmente il lavoratore incasserà 10,86 euro netti. Il lavoratore con partita Iva per quei quindici euro ne pagherà il 20% di Irpef, o il 10% se in regime agevolato, 23% di INPS di cui il 19% dalle sue tasche, e il 4% eventualmente potrà caricarlo sul datore di lavoro (se disponibile...). Ai quindici euro in fattura dovrà conteggiare il 20% di IVA in più.

Di quei quindici euro iniziali quindi il libero professionista intascherà nove euro e quindici centesimi netti, e costringerà il datore di lavoro a pagarne 18 (a meno che questi non richieda al consulente di "abbassare" il costo orario in modo da far rientrare anche l'iva nei quindici pattuiti inizialmente).

Secondo voi, a chi costa meno affidare le ore di un corso di formazione?
(Maria Cecilia Averame)

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27 Giugno 2007

Stage - Se si perde l'ultimo autobus

Quant'è durato il colloquio col tipo - l'ometto della volta scorsa, vi ricordate? -, che ho di fronte? Non lo ricordo. Ancora una volta mi sono distratto. Sulla scrivania aveva di quei panciuti, enormi barattoli di plastica pieni di pasticconi che vengono spacciati nelle palestre alla moda (il ventre scolpito a mo'di guscio di tartaruga del signore ritratto nell'immagine della confezione garantisce sostanziose percentuali di creatina e altre sostanze limitrofe). Ricordo anche un gran viavai di gente, un campionario umano: i Candidati. All'ometto toccava, oltre al colloquio (una specie), l'inserimento delle loro generalità - secondo un modulo scritto - nel database dell'azienda. Quest'ultima operazione (inserimento dati e "attribuzione"del Candidato alla filiale) va a buon fine solo se la percentuale di dati inseriti risulta soddisfacente. Se riempire alcuni campi risulta impossibile (le informazioni che richiedono sono ossessivamente specifiche e anch e a domandarle al candidato si finirebbe col passare per serial killer!), si bara. Tipo che si inseriscono alcune lettere a casaccio nella casella. Istituto presso il quale il candidato ha conseguito la licenza media: jgdcvu. Indirizzo di posta elettronica: hqwvehvb. E cose simili. Questa è sicuramente stata la parte più creativa del mio incontro con l'ometto e con l'azienda.

L'azienda. La giornata lavorativa dura otto ore. Quaranta minuti per arrivare in ufficio e altrettanti per tornare. Dalle 13 alle 14 l'ora d'aria. Cinque giorni a settimana; considerato inoltre che almeno sei o sette ore a notte dormo, quanto tempo rimane? Non più di cinque o sei, ed il fine settimana. -"Bella scoperta - hanno commentato i miei. Cosa credevi? Di fare un paio d'ore e via?". Non so precisamente cosa pensavo ma è come se mi fossi svegliato di colpo. Mi rendo conto che, entrambi, per quasi una quarantina d'anni sono stati risucchiati dai rispettivi uffici per giornate intere, un'ora dopo l'altra, un minuto dopo l'altro. Ho pensato a quest'enorme quantità di tempo sottratto alla loro vita e m'ha preso lo smarrimento che si prova quando si perde l'ultimo autobus notturno e tocca aspettare quello del mattino. A quel punto si ha l'irrazionale sensazione che si resterà per sempre sospesi, fermi al capolinea tra la fine della notte e il mattino.
Primi giorni; o settimane? Non lo so. Forse ho già perso il conto. Letture poche; film solo alla sera ma sono cotto e quasi sempre mi addormento a metà; sport e volontariato manco a parlarne. Fuori dall'ufficio penso all'ufficio e ne straparlo oppure dormo. Autostima ai minimi storici: mi sento una mezza sega a non reggere ritmi normali per la maggior parte della gente. E poi inadeguato: devo imparare una quantità pazzesca di nuove procedure, di trascrizioni e di controlli e la mia distrazione cronica fa si che la direttrice della filiale mi consideri un demente. Aggravante: in questo primo mese di stage ha piovuto un solo giorno; sempre il sole. Lo so di certo anche se "dentro" le tendine sono sempre tirate: solo lampade al neon, irreali, indifferenti.
(The Pupil)

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20 Giugno 2007

Stage - Non distrarsi mai il primo giorno

Tono perentorio: "Da grande farò la cardiologa". Me lo ripeteva sempre una bambina - genere petulante - che fino a un po' di tempo fa' mi seguiva nelle scorribande estive in campagna. L'ho rivista che non è molto: è diventata una gran bella figliola tanto che stavo per proporle una bucolica rimpatriata. Invece, prudentemente, ho optato per una serie di domande più neutre. Le ho chiesto dei suoi studi e viene fuori che è al penultimo anno di specializzazione in cardiologia (o cardio-chirurgia, non ricordo). Dopo che ci siamo lasciati ho cominciato a pensarci su. Valeria (nome della quasi- cardiologa) aveva le idee chiare almeno da quando aveva diciotto anni. Aveva deciso di fare il medico, e quale sarebbe stata la sua specializzazione. Riflessione personale: molto probabilmente io non trovo lavoro perché le mie idee sono sempre state generiche, confuse. Ne ho parlato anche con un amico scacchista. Mi ha gelato: "Nella vita, come nella scacchiera, ci v uole una strategia. Non si può vincere giocando a casaccio".

Ecco, ho l'impressione di aver fatto mosse serie ma a casaccio, prive della "strategia" di cui sopra. Mai un piano a lungo termine; specialmente non mi sembrava necessario farlo. Sbagliavo?. L'inizio della mia partita (liceo scientifico) non era malaccio: apriva a varie possibilità (una decorosa preparazione in diversi ambiti disciplinari, sufficiente a iscrivermi a qualsiasi tipo di facoltà). Era allora che dovevo pianificare? Non mi sembrava necessario e comunque non è successo. In fondo non è proprio l'esperienza scolastica che dovrebbe portarti a maturare le scelte, le decisioni? A meno che uno non vada a scuola già con l'idea fissa - ma sarebbe interessante capire da dove gli è nata - è il rapporto con gli insegnanti, le varie materie, la vita che dovrebbero suggerirti una idea di massima circa la strada da battere. Ammetto di aver le mie colpe, di aver vissuto come se l'esito della partita, non mi riguardasse, come se fosse un problema di qualcun altro. Come se ci f ossero cose di più importanti da fare. Ma non dovrebbe esserci qualche possibilità di recupero?
Ma è come nelle pubblicità degli shampoo: non esistono termini di paragone; la mia vita è questa. E sul fatto che potesse andare diversamente si possono fare solo congetture. Non si può riavvolgere il nastro e ricominciare dall'inizio.
Ho fatto questi pensieri poco fa, seduto in una stanza dove sto aspettando di iniziare il mio primo giorno di stage. Di fronte, che mi sta osservando, ho il mio diretto responsabile, un ometto sulla trentina alto un metro e un fagiolino, con un nome altisonante. Capisco di essermi distratto e che lui mi osservava mentre pensavo ai casi del mio passato. Male distrarsi; pericoloso fantasticare. Tanto per cominciare dovrò stare più attento, imparare a concentrarmi. Speriamo che non sia di quelli che legge nel pensiero.
(The Pupil)

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13 Giugno 2007

Call center - Se tu dai una cosa a me, io do una cosa a te

Recentemente i giornali hanno riportato la notizia della stabilizzazione di oltre 20.000 lavoratori, effetto di una norma della finanziaria 2006 che ha destinato 600 milioni di euro per sanare parzialmente gli oneri contributivi dovuti dai datori di lavoro che utilizzavano impropriamente il lavoro "a progetto".
Condizione per godere di questo beneficio era la stipula entro il 30 aprile 2007 di accordi col sindacato per assumere come lavoratori dipendenti con contratti non inferiori a 24 mesi i lavoratori disponibili a sottoscrivere una rinuncia ad altri diritti pregressi (ad esempio differenze retributive).

La scommessa si fondava quindi su un doppio interesse: del datore di lavoro che si preserva dal rischio di più pesanti sanzioni, e del lavoratore che consegue in tempi rapidi la sua stabilizzazione per almeno un biennio, anche se al prezzo della rinuncia di parte dei suoi pregressi diritti contributivi e retributivi, ben sapendo che il loro pieno riconoscimento per via giudiziaria è cosa lunga ed incerta: l'onere della prova sta al lavoratore, e i tempi della giustizia sono quelli che sono.
A consuntivo, questo processo di stabilizzazione ha riguardato quasi esclusivamente i lavoratori "inbound" dei call centers: effetto della attenzione che in questi ultimi due anni si è accesa su questo settore di lavoro e del cosiddetto "Avviso comune" firmato il 4 ottobre del 2006 tra Ministero del Lavoro e parti sociali. Ed è proprio a proposito di questa intesa che vale la pena di mettere in evidenza un aspetto (troppo tecnico?) che sfugge alle cronache giornalistiche, e cioè la distinzione che vi viene fatta tra attività "inbound" per la quale è d'obbligo la forma del contratto di lavoro dipendente, ed attività "outbound" dove il ricorso al lavoro a progetto "può" essere consentito. L'assunto che sta alla base di questa distinzione è che gli operatori "inbound" (quelli che ricevono le chiamate di utenti in cerca di servizi o informazioni) svolgono una attività subordinata, mentre gli "outbound" (quelli che telefonano a casa per venderti questo o quello) gestiscono au tonomamente un portafoglio clienti.
In realtà questa distinzione è capziosa e fuorviante, perché nelle grandi imprese di telemarketing l'organizzazione del lavoro è fondata su un sistema computerizzato che, sulla base di liste predisposte dalle aziende su cui gli operatori non hanno nessun controllo, spara le telefonate (e quando capita i fax, con conseguenze sensibili sull'udito) in cuffia ad operatori che le attendono passivamente, e che devono gestire una comunicazione ingabbiata entro i binari di rigidi scripts. Di più: l'assegnazione delle liste più "difficili", costituite da persone contattate negativamente già molte altre volte, viene spesso utilizzata come un sistema di castigo, ovviamente a totale discrezione aziendale.
Umberto Costamagna, presidente di Assocontact, intervistato dal Sole 24 Ore del 9 maggio afferma enfaticamente che "ora il settore appare rivoluzionato completamente", ma nella sua azienda, la "Call & Call", che a Genova ha una unità produttiva di 240 addetti le cose - per ora - possono continuare senza scosse: gli operatori sono tutti outbound.
(Paola Pierantoni)

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"Apprendistato" - Il valore aggiunto del lavoro temporaneo

Dov'ero rimasto? Alla mia scopertuccia: che l'azienda mentre dichiara di darmi una formazione in realtà mi fa lavorare per davvero; faccio profitto. Quando me ne sono accorto, lì per lì son rimasto sconcertato. Pensavo e ripensavo al colloquio, all'incredibile quantità di idiozie e banalità che mi erano state propinate e che io, nella mia ingenuità, avevo bevuto fino all'ultima. Dover ammettere di essere pivelli è irritante; così ho passato un paio di serate a ciondolare accigliato per casa meditando vendetta. Il mattino seguente armato di curriculum vitae sono andato a registrarmi in un'altra agenzia intestinale (tra noi frequentatori questo è il gergo). Ero deciso ad accettare qualsiasi lavoro purché retribuito. Due giorni dopo mi viene proposto un impiego da apprendista commesso. Apprendista commesso?!? Vedendo comparirmi sopra la testa una lunga successione di interrogativi ed esclamativi l'impiegata si è affrettata a spiegarmi di co sa si tratta, riuscendo in pochi secondi a farmi imbufalire ulteriormente. Il contratto di apprendistato non garantisce l'assunzione e può protrarsi (mi pare proprio di aver capito così) sino a due anni.

Con tutto il rispetto per la professione del commesso io mi domando cosa diavolo c'è da imparare in un negozio di abbigliamento in due anni. Forse è presunzione ma immagino che chiunque riesca a vendere decorosamente un paio di calzoni (quindi a far fatturare la bottega, anzi, la boutique: fa più figo chiamarla così) dopo aver fatto pratica per una ventina di giorni al massimo. Invece: due anni. Già mi immaginavo di fronte ad una severa commissione di esaminatori a sostenere l'esame di Fondamenti e metodi della corretta procedura d'utilizzo della gruccia I e II oppure di Epistemologia della vendita promozionale, tutto teso a conseguire l'ambito titolo di "ex-apprendista-commesso-allo-stato-attuale-vero-e-proprio-commesso".
I sogni di gloria sono stati comunque interrotti poche ore prima del colloquio, che avrebbe dovuto aver luogo nel punto vendita. Scartato a priori, ancor prima del colloquio: me lo ha telefonato l'impiegata dell'agenzia. Forse la padrona ha deciso di mettere in prova qualche lontana cugina dell'amica del circolo di bridge. Fatto sta che sono punto e a capo. Io e lo stage, che ormai incombe.
"X è l'agenzia di lavoro specializzata nella fornitura di lavoro temporaneo ad alto valore aggiunto". Con queste parole si apre la presentazione dell'ennesima proposta di candidatura per lavori improbabili che ricevo nella casella di posta elettronica. Ho provato a rileggere la frase. Non ne sono venuto a capo. L'ho riletta ma continuando a non capire: "fornitura di lavoro temporaneo ad alto valore aggiunto". Si riferisce forse all'IVA? Altrimenti, aggiunto a cosa? Sono quelle affermazioni che mi lasciano perplesso, un po' come le pubblicità di prodotti per capelli che garantiscono "capelli due volte più forti" o "fino a quattro volte più brillanti". Quattro volte in più rispetto a cosa? A come erano prima? Forse esiste qualche standard internazionale di riferimento, qualche scala di brillantezza della chioma che mi sfugge. Vedremo.
(The Pupil)

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Giornalisti - Il discutibile fascino del lavoro "a gratis"

Riceviamo:
Per i giornalisti di serie B, free lance e autonomi, non è previsto il contributo di maternità alle neo mamme. Ma ricordiamo che i giornalisti di serie B, free lance e autonomi, sono costretti a versare nelle casse dell'Inpgi un regolare contributo annuale a sostegno della maternità. Maternità di chi? Delle categorie professioniste, ovvio, di chi già gode dei diritti dei lavoratori, remunerati con stipendi, tredicesime e ferie, come è giusto che sia.

E' vero che la categoria ha fatto 24 giorni di sciopero, ma per un contratto che non riguarda certamente i giornalisti di serie B. Non sono nemmeno citati. E i giornalisti di serie B, nei 24 giorni di sciopero dei "Capi" non hanno lavorato e non hanno guadagnato nemmeno quelle poche euro di compenso con cui sono retribuite le loro fatiche. La situazione dei giornalisti di serie B è vecchia come Noè e nessuno, sindacato in primis, si è mai preoccupato di far cambiare qualcosa. Adesso il giornalismo punta sui giovani, ince ntivando le buone pratiche dell'informazione nelle scuole. Non stupirebbe se si cominciassero a pubblicare i pezzi di giovani studenti, le loro inchiestine, per pura e meritoria gratificazione e devozione a questo affascinante mestiere, a gratis! Onore alla gloria!!! Da noi si dice "becchi e bastonati".
(Angela)

L'"Inpgi", la gestione separata della previdenza attribuisce alle mamme il contributo maternità per cinque mesi. Il contributo è calcolato sulla base del reddito denunciato con i versamenti e, ovviamente, vale se l'interessata è iscritta alla previdenza di settore (Inpg2). Iscrizione che è obbligatoria. Questa è la norma. Che poi si possa migliorare…
Per quanto concerne vertenza e sciopero, il giudizio di Angela non è ingeneroso, ma fuorviante: basta andare a leggere il sito della Fnsi, le posizioni, i documenti, le iniziative, anche le cause che il sindacato ha fatto, fa, a livello territoriale e nazionale. E' fuorviante e ingeneroso parlare di sciopero dei capi: quali capi? Io capisco e certamente, come ho fatto in altre occasioni, non ho mai rigettato una critica al mittente. Mi spiace e questo sì, non accetto, la critica o il giudizio qualunquista che si fonda su dati oggettivamente falsi (giornalisti di serie B non citati eccetera). Diverso è il discorso se una persona, legittimamente, non "vede" (nel senso che non condivide) il sindacato. Venti anni fa era diverso, certo quella dei giornalisti era una corporazione. Adesso gli editori hanno scoperto con connivenze dell'Ordine nazionale, che si sta cercando di cambiare, la formazione e le scuole (spesso a costi mirabolanti) che sfornano stagisti e disoccupati che nelle redazioni editori e (questo sì) capi (ma non tutti per fortuna e non dappertutto) compiacenti usano "a gratis", per sostituzioni eccetera. E spesso gli stagisti per sperare di avere una speranza di futuro, si adeguano. E nelle redazioni, nella battaglia difficilissima sul fronte, di comitati di redazione e di sindacato, nello stesso contratto che non c'è, cara Angela, il problema dell'accesso alla professione e dell'utilizzo di studenti nemmeno praticanti, stagisti e via dicendo è diventato uno scandalo di proporzioni nemmeno quantificabili con esattezza.
Cara Angela, la logica degli editori è tutti "cavalieri", qualità a farsi fottere e mano libera. Altro che pezzi da pubblicare per mera gratificazione: delle due l'una, o cerchiamo di dare garanzie o dignità a tutti, oppure la vendita per i sacchi dei polli di Renzo (già consistente) avrà un'impennata che sconvolgerà …borsa e mercato.
Un caro saluto

(Marcello Zinola, segretario dell'Associazione Ligure dei Giornalisti)

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6 Giugno 2007

Dopo università - Quando il lavoro è gratuito

Uno cerca di pensare positivo: ok, all'università per venire preparati in maniera approssimativa si doveva anche pagare una retta; adesso quantomeno vengo preparato gratis. Consolatorio solo se si è disposti a credere a storielle tipo quella del Topolino del dentino o dell'interessamento della classe politica al destino lavorativo della mia generazione.

Stage: ecco una espressione tra quelle parole che negli ultimi anni hanno fatto tendenza. Come altre: una conversazione durante il brunch non può ignorare la new economy, il welfare o le holding; diversamente apparirebbe indegna di attenzione. Stage deriva da una voce dell'antico francese (estage, cioè "soggiorno"), parola che a sua volta proviene dal latino. Cosa spinge un neolaureato ventiquattrenne ad imbarcarsi in uno stage?
Parto dal principio: la mia è stata una candidatura spontanea; ho telefonato e fissato un colloquio. Economia: la posizione avrebbe dovuto prevede quelle che vengono definite "facilitazioni", ossia un rimborso spese e l'erogazione dei cosiddetti ticket restaurant. Di fatto restituzione delle spese è pressoché nulla e i buoni pasto ammontano alla sontuosa cifra di 4,13 euro al giorno. Pertanto nei prossimi tre mesi non solo non avrò uno stipendio, ma dovrò intaccare i risparmi accumulati a fatica attraverso mille lavoretti di ogni tipo durante gli anni universitari.
Pensieri: non sono mai stato un introspettivo; ogni mia passata, presente (e temo anche futura) fidanzata si è sistematicamente sentita in dovere di farmi notare che il mio dialogo interiore è simile alla conversazione tra un paio di vecchine sorde in sala d'attesa dello studio del medico della mutua. Sarà anche così ma dopo una settimana dall'inizio dei tre mesi di stage le riflessioni che si sono accumulate sono parecchie.
Prima riflessione. Sino a un po' di anni fa a lavorare si cominciava così: nel momento in cui si decideva di assumere qualcuno, gli venivano forniti gli strumenti per svolgere la mansione assegnata. Dopo un po' di pratica il neoassunto acquisiva una certa dimestichezza col proprio mestiere ed era pertanto in grado di risolvere una serie di problemi dell'azienda e potenzialmente di fornire servizi analoghi ad una quantità variabile di altre imprese simili a quella che l'aveva assunto. La sua capacità di risolvere un insieme di problemi si chiamava "esperienza"; che era come un investimento, quello che l'azienda ti dava in cambio di un certo rendimento del lavoratore. Rendimento tale da ripagare la formazione ricevuta e lo stipendio erogatogli.
E adesso? Adesso no, non è più così. Anche durante la fase della formazione, io, la potenziale futura fonte di rendimento dell'azienda, sono diventato una fonte di profitto.
Traduzione: io impresa ti do gli strumenti per lavorare per me e produrmi degli utili, tu, in cambio, lavori gratuitamente per me. E questo è solo l'inizio.
(The Pupil)

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30 Maggio 2007

Call center/1 - Lavoro a progetto? Un vero abuso

Riceviamo:
Sono un ragazzo di Napoli che lavorava nel call center 892-892. La società che gestiva i nostri contratti, non li ha prolungati forse perché, secondo le nuove leggi, doveva inquadrarci. E' successo così anche al call center della Spezia: i loro ex-dipendenti (schiavi) non si stresseranno più con 30-35 chiamate l'ora. Ora i nuovi operatori 892-892 sono albanesi e altri italiani si ritrovano senza lavoro.
Non c'è dignità nell'uomo, non si capisce o meglio non si vuole capire; tanti pensano che un bel piatto di lasagne nel proprio piatto sia quello che conta; e poco importa se e agli altri non resta niente. Beh, così uno muore per molti grassi e l'altro muore di fame. Sarebbe meglio una minestra per tutti.

Scusate lo sfogo ma sono stufo di vedere queste cose, sono stufo di vedere una destra che fa una legge Biagi che porta solo a danneggiare il più debole e a fortificare il più forte, e sono stufo di una sinistra che invece di pensare al popolo e a come fargli creare una famiglia dandogli più garanzie sul lavoro, magari eliminando la legge Biagi, pensi a cose come i dico. Ok, i dico sono una cosa importante da discutere, ma non sono la necessità più urgente; si parla tanto di family day ma non si pensa a cambiare una legge che con i contratti a progetto non consentirà mai di creare una famiglia. Senza futuro, senza prospettive, non si pensa né a sposarsi, né a fare figli; ma qui si continua a parlare di dico e di family day. Che tristezza.
Scusatemi per lo sfogo. Complimenti per il sito e per la newsletter.
(Claudio)

Posted by Admin at 10:59 | Comments (0)

Call center/2 - Il telefonista costa meno in carcere o in Romania

Il caso dell'892-892 non è certo isolato. La H3G (che a Genova ha una unità produttiva con più di 200 dipendenti) recentemente ha chiuso a Genova la linea produttiva "consumer" (caratterizzata dal più alto livello di ritmi e di stress), decentrandola parte in Romania e parte ad una cooperativa sociale che opera nel carcere di Bollate, dove l'attività del call center è stata introdotta già da quattro anni, come a San Vittore dove opera Telecom, che ha un suo call center anche a Rebibbia.

Sul sito de "Il Due", net magazine di San Vittore, si dà una valutazione positiva di questa iniziativa, che garantisce ai detenuti "una retribuzione media di 400-500 euro mensili" per un lavoro di "sette ore spezzate, con le pause di cinque minuti ogni ora, totale 6 ore e quaranta lavorative".
Nonostante che il lavoro nei call centers sia pagato pochissimo, il lavoro carcerario (e, immagino, anche quello rumeno e albanese) offre l'indubbio vantaggio di una paga all'incirca dimezzata per lo stesso orario, anzi, per un orario superiore: la legge 626 (che a quanto pare si ferma sulla soglia del carcere) impone infatti pause di un quarto d'ora ogni due ore, il che equivale ad una prestazione effettiva di 6 ore e quindici minuti, e non di sei ore e quaranta minuti.
Uscire da questa tenaglia non è facile: le aziende inseguono solo la riduzione dei costi, non rispettano gli utenti, sono indifferenti alla qualità del servizio, conducono campagne commerciali invadenti e ossessive, e chi lavora per un'utenza vessata e disprezzata è a sua volta vessato e disprezzato.
Se poi cerca di difendersi le aziende passano ad altri, che difendersi non possono.
(Paola Pierantoni)

Posted by Admin at 10:56 | Comments (0)

Giornalisti - Non solidarietà pelosa verso i free lance

Il segretario dell'Associazione ligure dei giornalisti, Marcello Zinola, risponde a stretto giro di e-mail, e con reale apertura, alle amarissime critiche mosse al sindacato di categoria da un giovane lavoratore precario dell'informazione. Tra le contestazioni contenute nella lettera di Nur El Din commentata nel numero precedente di Oli , si avanzava il sospetto di una discriminazione, una sorta di "solidarietà pelosa", verso i "giornalisti di serie B", freelance, pubblicisti, articoli 2, autonomi, al punto da non riconoscere neppure il contributo di maternità a queste colleghe neo-mamme.

Pur chiarendo fino in fondo la posizione del sindacato, Zinola rinuncia a una puntigliosa replica alle accuse, preferendo affrontare il nodo, certamente politico, che da oltre due anni impedisce ai giornalisti di rinnovare il contratto di lavoro. E in proposito ricorda un dato significativo all'origine della dura vertenza: il no opposto a inizio trattativa, alla proposta della Federazione Editori, che offriva un accordo-ponte che avrebbe lasciato però senza risposta i temi proprio del precariato e del lavoro autonomo. Temi che in questi due anni sono stati al centro della vertenza, non ancora conclusa, sul contratto, e che vede oggi la FSNI (l'organizzazione nazionale dei giornalisti) rilanciare la convinzione di essere in grado di discutere, per governarle, la riforma del salario, della struttura professionale e delle carriere, delle flessibilità, delle multimedialità e delle tutele del lavoro autonomo. Condizioni indispensabili per garantire al paese un'informazione più indipendente e credibile.
"Caro Nur El Din, non c'è alcun atteggiamento 'peloso', ma la massima apertura da parte del sindacato: incontriamoci e vediamo che cosa, faticosamente, potremmo provare a fare insieme", conclude l'articolata risposta di Zinola, documento che, data la sua lunghezza, riportiamo integralmente nel sito (http://www.olinews.it/mt/replica.html).

Posted by Admin at 10:53 | Comments (0)

Ilva - Bulloni come souvenir ma silenzio sul futuro

Ricordate il meccano? Prima della televisione non stop c'era lui. Quando nei lunghi pomeriggi il palinsesto offriva uno schermo grigio, puntellato dalle onde del fuori programma, i ragazzi aprivano le scatole di montaggio e con quei pezzi - barrette piatte e bulloni - facevano miracoli. Pomeriggi in cui il tempo rallentava, in cui i giochi respiravano con i bimbi, in cui nonni facevano il riposino e bisognava stare zitti, fare piano. Ed anche il tempo sembrava allungarsi come in uno sbadiglio di sollievo. Il meccano. Che meraviglia.

E' sgusciato dal mio passato una settimana fa. E' una politica davvero originale quella genovese. Sorprende per silenzi e iniziative. Ha l'immediatezza di un simpatico buffetto, di una carezza radiosa, di un salto nel passato. Perché è chiaro, questa storia dei bulloni di Cornigliano sembra uscita da una favola. Nel quartiere del tempo che fu, oppresso dai fumi del drago siderurgico, il lieto fine - l'abbattimento delle aree nelle quali il mostro si alimentava - è stato festeggiato regalando alla cittadinanza festosa i bulloni di un gasometro, racchiusi ciascuno in bustine contenenti una foto ricordo del sito industriale. Simbologia della svolta, dell'inizio di un nuovo corso, della nascita di una nuova era.
Tra loro - gli abitanti del quartiere - c'era chi si ricordava, sì proprio lì, della spiaggia e del mare, e c'era chi nel mostro nefasto aveva speso i migliori anni della propria vita. Passeggiavano riconoscendo luoghi, scorci, di un'area dove avevano lavorato e che adesso veniva restituita al quartiere. Come il muro di Berlino - ha commentato la stampa cittadina - e quindi proprio come per il muro si regalano i pezzi di questo primo abbattimento. Segno tangibile di speranza e gioia.
Ma che ne faranno adesso dei bulloni? E gli altri pezzi di questo meccano politico quando verranno regalati? E di tutte le aree che ne sarà?
Pare che i cassintegrati dell'Ilva - in attesa di rientrare al lavoro in quelle aree nel 2008 - vaghino come "pellegrini" ponendo domande sul loro futuro lavorativo. Timidamente alzano la mano e chiedono alle istituzioni che ne sarà di loro. I politici non sanno e se sanno tacciono.
Si inventano i bulloni.
(Giulia Parodi)

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16 Maggio 2007

Racconti-verità - Quando una persona diventa invisibile

Mi riferisco ad una lettera pubblicata recentemente sul Secolo XIX di una signora cinquantaduenne che espone il suo caso "irrisolvibile" di disoccupata cronica a causa della sua età.
Io ho qualche anno in meno di questa disarmata signora ma sono disillusa tanto quanto lei, forse ancora di più considerato che ho 45 anni (dovrei essere più ottimista) e non ho un lavoro stabile dal 1999 anno in cui, dopo quindici anni di esperienza lavorativa in una multinazionale pubblicitaria a Milano, in seguito alla crisi aziendale ed alla conseguente riduzione del personale, sono stata costretta a ritornare a Genova e sto percorrendo faticosamente e sempre più demoralizzata anch'io la mia via crucis per trovare lavoro. A parte qualche sporadico Co.Co.Co. (Collaborazione Coordinata Continuativa) nel pubblico impiego e qualche collaborazione occasionale, da un po' di tempo la mia ricerca si è definitivamente arenata, non vedo una via d'uscita, non vedo un orizzonte.

Invidio la signora che è ancora così attiva e si sente di poter dare ancora molto al mondo del lavoro, avendo ancora energie ed entusiasmo da vendere (magari alle tante spente trentenni che ti snervano da dietro le scrivanie delle agenzie interinali) perché invece io, benché più giovane, di energia ne ho ben poca, sono amareggiata, triste, spesso depressa.
Anch'io come la signora ho un buon diploma, una valida e sostanziale esperienza pregressa, parlo perfettamente due lingue straniere, conoscenze informatiche, disponibilità da vendere e tante altre belle qualità professionali che però credo non interessino a nessuno e probabilmente proprio a causa della mia età "avanzata".
Questione ancor più frustrante e scottante non è neppure il fatto di venire sempre scartate con questa motivazione, ma è la dilagante maleducazione delle cosiddette persone responsabili e competenti che operano all'interno di quelle aziende che pubblicano annunci economici offrendo seri posti di lavoro, a cui così spesso io ho scritto, ma dalle quali non ho mai ricevuto un cenno di riscontro, nemmeno tramite la solita risposta standard "inseriremo la sua candidatura all'interno del nostro data-base qualora si presentasse la necessità di una figura come la sua".
A questo punto mi domando: perchè spendere ancora in carta, francobolli, email, se la sottoscritta non è mai presa in considerazione? Chiariamolo una volta per tutte: per questa società io non esisto più, io sono invisibile, una inutile vecchia invisibile.
Al contrario della signora, possiedo ancora un'auto che non ho alcuna intenzione di rottamare perché anche se ha 10 anni ed è considerata già vecchia, funziona ancora molto bene e consuma poco. Spero un giorno di poterla "svendere" sempre che a qualcuno interessi però, è vecchia.
Chi, come me, non ha alle spalle un marito che lavora, ma ha alla porta un padrone di casa che si aspetta l'affitto ogni mese, cosa può fare dopo aver dato fondo ai miseri risparmi raccattati in anni di lavoro? La mia risposta è farsi un'assicurazione previdenziale privata, come sto facendo da un po' di tempo pur avendo entrate minime molto saltuarie. Poi quando i soldi saranno definitivamente terminati, mi affiderò alla divina provvidenza o a qualche centro di accoglienza a disposizione di noi povere vecchiette senza fissa dimora, disoccupate croniche, però ex invisibili.
Chissà come sarà l'Italia in quel prossimo non così lontano futuro?
(Elena Giusti)
N.B.: le frasi in corsivo sono state estrapolate dalla lettera originale

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9 Maggio 2007

1° Maggio Fiom - Gli slogan sull'unità e la realtà Ilva

Martedì 1° maggio Francesco Grondona - segretario Fiom - ha inviato un appello su Repubblica-Lavoro in cui invita all'unità tutti i lavoratori. Ci piace e ci rassicura. Perché è il segno che siamo in democrazia e la libertà di pensiero è salva.
"Una vecchia canzone operaia", scrive, "definiva il primo maggio come il giorno di chi crede nel futuro con lotta e coraggio. Questo deve essere il senso che ancora oggi deve avere il primo maggio". Dopo questo incipit passa all'analisi, davvero desolante, del lavoro dipendente "relegato ai margini della società stessa, dimenticato ed oscurato da una politica spettacolo, che francamente offre uno spettacolo schizofrenico della politica" ricordando che "la lotta per la difesa dei lavoratori è più attuale che mai". Cita la mancanza di sicurezza, le buste paga più basse d'Europa, gli infortuni, la richiesta continua di flessibilità e la precarietà, indicando quelle sacche che subiscono tutto questo come la nuova linfa dalla quale il sindacato trarrà energia. Infine, con un approccio alla difesa della pace e alla lotta contro le guerre capitaliste, chiude con la parola d'ordine "lavoratori di tutto il mondo unitevi", "divisi i lavoratori sono un numero, uniti sono una forza".

Francesco Grondona è un uomo intelligente. E' noto per la sua capacità di raccogliere intorno a sé gli scampoli di una classe operaia esangue. E' colui che - durante la vicenda della chiusura dell'altoforno a Cornigliano - gridava ai suoi: "Ragazzi! Bocce ferme!". Una sua parola era determinante su un blocco stradale, sull'uscita con i mezzi industriali o sul rientro al lavoro. Francesco Grondona è parte di quei pochi sopravvissuti che si riconoscono in Lotta Comunista. Non vota. Né per le amministrative. Né per le comunali. Né per le provinciali. E nemmeno per qualsivoglia referendum, perché la linea di questo gruppo si riconosce nell'astensione totale da qualsiasi traccia sulle schede elettorali politiche. Tuttavia la penetrazione di Lotta Comunista in Fiom è forte ed ha fornito buona linfa all'elezione di Grondona. Il sindacato è infatti l'unico organo nel quale Lotta Comunista accetta il criterio della candidatura e dell'elezione. Spiegare tutto questo a un bambino è difficile. Giustificarlo, impossibile.
Ma Francesco Grondona - detto Franco - il primo maggio ha perso un'occasione. O forse due. La prima è fare il punto sulla questione Acciaierie: condizioni di lavoro degli operai ancora presenti, stato dell'arte dei progetti in corso, trasferimento di uffici operativi a Milano. La seconda raccontare ai lettori come immagina questa unità - così lontana finanche nella sua stessa fabbrica - dei lavoratori di tutto il mondo che come un tsunami abbatteranno barriere, ingiustizie, vessazioni.
La nostra infinita gratitudine, se vorrà approfondire.
(Giulia Parodi)

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18 Aprile 2007

Morire sul lavoro/1 - Se la sicurezza aumentasse come i tavoli istituzionali

Presidente Tofani. Signor prefetto, intanto la ringrazio sia per l'accoglienza e la disponibilità sia per la documentazione che ci ha consegnato, la quale sarà sicuramente per noi un elemento importante di riflessione, sia soprattutto per la conferma, rispetto ai dati di cui eravamo già in possesso, del fatto che non ci troviamo di fronte a situazioni straordinarie o di emergenza.
Prefetto Romano. Assolutamente no.
Presidente. Piuttosto - mi sembra di capire - esiste una situazione abbastanza sotto controllo, anche in relazione all'entità non eccessiva degli eventi infortunistici.
Romano. Esattamente
(audizione svolta presso la prefettura di Genova, Commissione parlamentare d'inchiesta sugli infortuni sul lavoro con particolare riguardo alle cosiddette "morti bianche", 17 ottobre 2005).

Come di rituale. All'indomani di ogni tragedia si moltiplicano i tavoli istituzionali. Per lunedì 16 aprile il prefetto di Genova, Giuseppe Romano, ha presieduto un incontro con Regione, Comune, Asl, Autorità portuale "per far fronte all'emergenza sicurezza sulle banchine". Emergenza equivale a circostanza imprevista. Ma non c'è nulla di imprevedibile in quello che è successo. Imprevedibile era dove, quando, chi. A Ponte Somalia, venerdì 12 aprile è toccato a Enrico Formenti.
Chissà perché la percezione di quanto intollerabile sia una situazione avviene sempre dopo che i fatti, largamente annunciati, si verificano. E, talvolta, nemmeno dopo.
Nel 2005 a una Commissione parlamentare d'inchiesta sugli infortuni sul lavoro, il prefetto Giuseppe Romano, dopo aver informato della creazione di un ufficio sulla sicurezza negli ambienti di lavoro indirizzato soprattutto sul comparto dell'edilizia (nel novembre 2003 era morto l'operaio albanese Albert Kolgjegja nel cantiere del Museo del Mare), ha aggiunto: "Preciso che avevo pensato di allargare l'orizzonte degli interventi in altri ambiti, come quello portuale. A dire la verità, però, non ci sono stati elementi di richiamo che mi spingessero ad interessarmi anche dell'ambito portuale e della cantieristica in genere, talché il focus è rimasto l'ambiente dell'edilizia". Ma dimenticava che l'operaio peruviano José Luis Fernandez Barbeton, proprio in porto, alcuni mesi prima (giugno 2004), era rimasto schiacciato sotto un blocco di cemento. Già allora il lavoro portuale era tra quelli con più alto rischio infortunistico.
Dopo la tragedia, anche il porto è diventato focus. Alla riunione del lunedì 16 aprile in prefettura i rappresentanti dei lavoratori hanno chiesto che le "strutture dell'autorità portuale e dell'Asl costituiscano un unico gruppo di vigilanza e interventi…, ma soprattutto la costituzione di un coordinamento di rappresentanza dei lavoratori che si occupi della sicurezza in tutto il porto e che abbia l'agibilità in ogni terminal per 24 ore al giorno" (Corriere mercantile, 17 aprile). Proposta radicale se si pensa che "la prima cosa che fanno [i terminalisti] appena ottengono una concessione dall'Autorità portuale è cintare tutto, con reti e addirittura con il filo spinato, e sembra quasi di lavorare nella striscia di Gaza" (Gianni Cirri, nel film reportage di Pietro Orsatti "De Mä, trasformazione e declino"). Per il 26 aprile è previsto in prefettura l'incontro con i terminalisti.
(Oscar Itzcovich)

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Morire sul lavoro/2 - Sempre meno ispettori addetti ai controlli

Il lavoro portuale è uno di quelli con più alto rischio infortunistico. Si svolge per lo più all'aperto in condizioni climatiche e meteorologiche variabili, in situazioni sempre diverse e soggette a continui cambiamenti. La deregolamentazione del lavoro portuale l'ha reso ancor più difficilmente codificabile. "Oggi non sappiamo chi entra ed esce in porto e il lavoro nero dilaga" (Gian Paolo Patta, sottosegretario del ministero della Salute, incontro del 16 aprile in prefettura).

Secondo Luciano Gallino, "la sicurezza fisica trova una componente essenziale nella conoscenza, da parte di tutti coloro che si ritrovano in quell'ambiente, del modo in cui si muovono le persone e le cose". Invece "la moltiplicazione dei contratti di lavoro di breve durata…e degli appalti e delle commesse ad aziende terze" ha avuto come risultato "che in un medesimo luogo di produzione si incontrano lavoratori e macchine che per quanto siano esperti i primi, ed efficienti le seconde, non si conoscono tra loro" (Repubblica, 14 aprile 2007).
In queste circostanze, paradossalmente, i compiti inderogabili di sorveglianza che diventano sempre più ardui vengono affidati a sempre meno persone.
All'audizione della Commissione parlamentare d'inchiesta sugli infortuni sul lavoro il prefetto Giuseppe Romano segnalò i "gravi deficit di personale" di tutti gli uffici competenti per la sicurezza sul lavoro, a cominciare da quello che ne ha per legge la maggiore responsabilità, l'Asl. In tale occasione è stato fatto presente che il nucleo operativo porto dell'Asl, che si occupa di prevenzione e sicurezza, composto da 9 persone, doveva intervenire in un'azienda come il porto che "consta di 3.000 lavoratori più o meno fissi, che lavorano tutti i giorni nelle banchine, e di tutto l'indotto: complessivamente … circa 10.000 persone, che, nell'arco dell'anno, entrano nel porto di Genova" (intervento di Rosaria Carcassi, dirigente dell'ASL/3 di Genova all'audizione Commissione parlamentare, cit.).
Secondo Luciano Gallino, il disegno di legge circa la sicurezza sul lavoro appena approvato dal governo ha un "impianto prevalentemente sanzionatorio", certamente indispensabile, ma tocca solo "per metà le parti più note del problema". Occorrerebbe assumere "subito un congruo numero di nuovi ispettori, da mille in su". Cosa non prevista dal disegno di legge che, come Gallino annota con una certa amarezza, all'articolo sette precisa che "dall'attuazione della presente legge non derivano nuovi oneri e maggiori spese a carico della finanza pubblica".
Un'altra riforma a costo zero.
(Oscar Itzcovich)

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11 Aprile 2007

Mistero Cornigliano - Le centrali iraniane più aperte dell'Ilva

"Accordo di programma Ilva: funziona?". E' il titolo di un articolo apparso sul Corriere di Sestri Ponente il 1° aprile che spiega: "abbiamo sentito le voci di alcuni lavoratori e di un rappresentante sindacale per tirare le somme di quante cose sono andate avanti sino ad oggi. La sorpresa è stata che i pareri sono diametralmente opposti. I lavoratori attualmente occupati all'interno della fabbrica asseriscono che le ristrutturazioni che stanno andando avanti riguardano solamente la bonifica del capannone della vecchia acciaieria per l'inserimento di una nuova linea di zincatura; per il resto è tutto fermo!".

Niente decatreno, e nemmeno nuova centrale termoelettrica. Il pezzo descrive la forte preoccupazione dei lavoratori, sia all'interno che all'esterno della fabbrica - 650 sono in cassa integrazione in attesa di tornare al lavoro sui nuovi impianti - specificando che su queste basi non più di un centinaio di dipendenti potrà tornare all'Ilva nel 2008. Il giornalista però ha raccolto anche il parere di un sindacalista: "non si deve assolutamente essere preoccupati", "investimenti e ristrutturazione stanno procedendo come previsto".
Più si avvicina la scadenza dell'accordo, più pare impossibile verificare lo stato dei lavori alle acciaierie. Non c'è giornalista, esperto, politico che sia in grado di offrire dati verificabili o di esporre sinteticamente cosa Riva farà o cosa reputi meglio non fare sulle aree a lui destinate. Nel microcosmo genovese accade la stessa cosa che è successa nella politica internazionale per l'Iran, con la differenza che il paese arabo ha accettato le visite degli ispettori dell'Agenzia per l'Energia Atomica delle Nazioni Unite e Ahmadinejad sta valutando di aprire i suoi impianti ai turisti stranieri, per dimostrare gli scopi pacifici del programma nucleare iraniano. Sulle aree Riva si contendono il campo sistematicamente due versioni opposte di testimoni attendibili - sindacato e lavoratori - e due verità, per non parlare dell'infinità progetti.
Insieme al pezzo del Corriere di Sestri Ponente, va segnalata la voce insistente che gira all'esterno e all'interno dell'Ilva, di altri 400 dipendenti che verranno messi in cassa integrazione ordinaria - senza la possibilità di rientrare in alcun accordo di programma - a causa della crisi della banda stagnata. Se la tragica previsione fosse attendibile sarebbero fuori dal ciclo siderurgico ben 1050 lavoratori.
Il pacchetto - di problemi e voti - dovrebbe interessare il futuro sindaco, più incline all'ascolto in campagna elettorale. La questione acciaierie è di una delicatezza estrema, esige l'assunzione politica di responsabilità e garanzie. Con la speranza che "La gente di Liguria" e "Per una nuova stagione" non siano solo seducenti nomi per vincenti liste elettorali.
(Giulia Parodi)

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14 Marzo 2007

Acciaierie - Se il problema Ilva diventa scommessa

C'è un bellissimo numero in carta patinata del Liguria Business Journal titolato "Il patto d'acciaio". C'è un programma dettagliato degli interventi, una mostra sulla trasformazione delle aree industriali e finanche il filmino delle interviste ai cassintegrati a far da prologo al convegno sulla siderurgia genovese lunedì 12 marzo.
In carne e ossa sono presenti Emilio Riva con il giovane figlio Daniele, Francesco Grondona segretario Fiom, Sergio Migliorini stessa carica per la Cisl, Mario Ghini responsabile Siderurgia Uilm, Claudio Burlando, presidente della Regione, gli assessori comunali Bruno Gabrielli, Mario Margini, Giovanni Facco, Piero De Biasi, responsabile p.r. industriali dell'Ilva, Alberto Ghio, a.d. di Sviluppo Genova, il presidente della Provincia di Genova Alessandro Repetto, e infine il ministro del Lavoro Cesare Damiano.

C'è anche un signore, davvero anziano, che ama dare il suo contributo a tutti gli incontri del Centro civico di Cornigliano prendendo la parola con strepiti e urla, incapace di attendere il suo turno. Instabile, quasi come la storia della riconversione delle aree di Cornigliano, questo vecchio - seduto accanto ad un Emilio Riva un po' a disagio - sembra incarnare rabbie e umori di un accordo dal quale tutti i presenti sono coinvolti. Brandisce il bastone minaccioso per poi chetarsi. Vuole dire la sua. La platea lo riconosce sfumando tra risa e timore, cercando di arginarlo.
Tra il pubblico scivola un appello: "Sei cassintegrato? Allora firma". Poche frasi per dire che sarà bene monitorare, perché "trasferimenti di uffici a Milano" e "voci di mobilità, modifiche, assestamenti dell'accordo" alimentano timori concreti sul futuro dei lavoratori.
Qui ed ora tutti fanno il punto. Come in una partita a poker le istituzioni mostrano le carte dei progetti e dei numeri. Erzelli, IIT con la Scuola di alta formazione siderurgica dell'ILVA saranno davvero una piattaforma dalla quale partire per immaginare occupazione e rilancio. I milioni di euro da investire vengono ricordati, con i piani di bonifica, la nuova strada a mare, le aree da restituire al quartiere e al porto - migliaia di metri quadri - di cui si occupa la società Sviluppo Genova. Il Comune, "che ha trasformato un costo sociale in opportunità", è riuscito grazie ai 390 cassintegrati a suo carico a portare a termine 218 interventi in aree verdi, 186 interventi in manutenzione stradale, 36 interventi nell'accoglienza turistica. Il tutto per un arco di tempo di 36 mesi di CIGS per un massimo di 650 persone in esubero dall'ILVA distribuite negli enti locali. E manca poco più di un anno al reintegro dei lavoratori in acciaieria.
E i Riva? De Biase spiega che le riconversioni siderurgiche hanno sempre lasciato a spasso molti occupati. E che in questo caso si cerca di fare qualcosa di diverso. Per la gestione degli esuberi l'ILVA lavora in stretto contatto con gli enti locali. Il piano industriale si sviluppa in un arco di cinque anni. E' un'attività complessa. Fa parte della scommessa e dell'impegno. Nessun dato concreto fa da incipit al suo intervento. Decatreno o linea di zincatura, che dovrebbero star dentro ad un discorso compiuto su un piano industriale serio, non vengono nemmeno sfiorati. La parola "scommessa" aleggia tra la platea dando corpo a quel senso di precarietà, incertezza, fatalità, tanto italico quanto fastidioso. Scommessa. "Comunque vada" precisa Franco Grondona "a Luglio del 2008 rientreranno tutti in fabbrica. In questa certezza ho la speranza che rientrino con l'accordo".
Il vecchio urla tra un intervento e l'altro: "I comunisti mi tolgono la parola!"
Il ministro Damiano apprezza molto la lettera dei lavoratori. Certo, se ne farà garante.
(Giulia Parodi)

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Anteprima - Il porto di dentro, film proibito

"De mä - trasformazione o declino" è un documentario sul porto di Genova e sul lavoro portuale, che fa discutere. L'anteprima di alcune parti a bassa risoluzione che gira su internet, ha già provocato scontri accesi e reazioni a dir poco furibonde. A San Benigno sono comparsi cartelli e graffiti intimidatori: "infame", "okkio al kranio". Indirizzati a quei portuali che, intervistati, avevano criticato la attuale gestione della Compagnia. Pietro Orsatti, autore del film, ha detto che si aspettava critiche, anche polemiche feroci e che è "consapevole che in ogni caso il film ha per la prima volta svelato interamente un mondo assolutamente sconosciuto se non al ristretto ambito degli addetti ai lavori". Comunque, Orsatti ha dovuto tornare al montaggio per "apportare modifiche funzionali alla tutela delle persone minacciate" per aver collaborato con il film (http://orsatti.blogspot.com/index.html).

Il film di Orsatti racconta il profondo malessere che attraversa il mondo del porto. Una critica, ma anche un'accusa a un modello organizzativo e operativo in difficoltà. Si parla di "globalizzazione", della crescita dei traffici mondiali, che sembra non aver toccato Genova se non in una minima parte (in questi ultimi anni il traffico del porto è rimasto sostanzialmente fermo) a scapito di altri porti del mediterraneo (Marsiglia, Barcellona) e del Nord Europa (Amburgo, Rotterdam). Oggi "non c'è nessuna erosione del traffico nel confronto dei porti del Nord Europa". Insomma, si parla di una crisi economica del porto e della responsabilità del mondo politico, imprenditoriale e sindacale.
"Abbiamo perso", commenta amaramente un portuale. Non solo in termini salariali, ma anche in sicurezza. Un tema ricorrente nel documentario. Anche perché si dimentica troppo facilmente che il lavoro portuale è tra quelli a più alto rischio di infortuni. In questi anni gli incidenti si sono moltiplicati. L'ultimo, a Ravenna, è costato la vita a Luca Vertullo, 22 anni, al suo primo giorno di lavoro. "E' rimasto schiacciato da un rimorchio sovraccarico, all'interno della stiva di un traghetto, durante una delle operazioni più complesse, quella del rizzaggio, che consiste nel fissare i carichi" (Marco Preve, "Camalli, a rischio di vita", MicroMega 1/2007). E poi le malattie professionali provocate dall'inquinamento, dall'esposizione continua a sostanze capaci di provocare danni irreversibili, tumori, enfisemi. Ma il vertice della Compagnia non ha nulla da dire?
(Oscar Itzcovich)

Venerdì 16 marzo alle ore 17, al Cinema Instabile (via Cecchi 19r) si proietterà la prima del documentario "De mä - trasformazione o declino". Alla presentazione parteciperanno, l'autore, Pietro Orsatti, Giorgio Cremaschi (Fiom), Pino di Maula (vicedirettore di Left) e Sergio Bologna (esperto di portualità). Arcoiris.tv manderà in onda il dibattito della presentazione (canale Sky 916) e renderà disponibile sul suo sito (www.arcoiris.tv) lo streaming del film.

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21 Febbraio 2007

Acciaierie - Quante nuvole sul futuro degli operai in affido

E' un San Valentino quello che ci propongono i giornali sulla questione Cornigliano.
Siamo al 14 febbraio, festa degli innamorati, e su Repubblica-Il Lavoro e Corriere Mercantile appare la cronaca della giornata precedente in cui Burlando, Pericu, il presidente di circoscrizione Bernini e Grondona della Fiom hanno inaugurato l'Infopoint del quartiere per i progetti delle aree siderurgiche restituite alla città.

E' un San Valentino perché "ospite a sorpresa" arriva Emilio Riva - con il figlio Daniele - per porgere parole di pace: "Riconosco che nel centro di Genova un altoforno e una cokeria, in questo momento non possono esistere. Scusate se qualche volta, anzi molte volte, abbiamo avuto degli scontri. Ma la mia intenzione era mantenere un posto di lavoro a chi lavorava qua".
Si accenna a una "ritrovata armonia", al fatto che Emilio ha sempre avuto come fine il bene dei suoi lavoratori, 26.000 ad oggi per tutto il gruppo, spinto dal desiderio di occuparsi di loro.
Repubblica - Il Lavoro del 17 febbraio, offre la cronaca di un altro incontro tra Riva, Pericu e Burlando, per prendere visione dei progetti in mano alla proprietà, a fare un giro nel cantiere acciaierie. Sulla stampa locale non ha rilievo la recente condanna in primo grado per violazione di norme antinquinamento riguardante il gruppo siderurgico a Taranto. (www.lanuovaecologia.it).
A questo punto, tra istituzioni e proprietà, se proprio di un matrimonio non si può ancora parlare, certo si ha la sensazione di avere a che fare con un Dico. Ma i due soggetti si conoscono davvero? Questi vent'anni di convivenza cosa hanno prodotto? Hanno prodotto un accordo nel quale - a fronte della chiusura dell'altoforno e di aree e banchine ai Riva - viene stabilito che i 650 dipendenti in cassa integrazione per il rifacimento degli impianti a freddo, torneranno stabilmente a lavorare a Cornigliano, a partire dall'agosto 2008. Emilio Riva conferma che comincerà a "riassorbirli" e che gli impianti rimessi a nuovo "saranno anche belli da vedere".
Ma a che punto è il progetto? Perché Riva e Sindacati si sono incontrati in Confindustria per fare il punto della situazione nei primi giorni di febbraio? Chi ha vigilato sul trasferimento di gran parte degli uffici a Milano? La scuola siderurgica - che verrà inaugurata a marzo dal ministro del Lavoro Damiano - quanti impiegati potrà riassorbire? Ai timori di ricollocazione per gli impiegati, Riva ha risposto: "una soluzione comunque la troveremo, ci siamo presi degli impegni e li manteniamo". Tuttavia perché le voci di una "stagnazione" nel rifacimento degli impianti si fanno sempre più insistenti?
La siderurgia è un'industria ciclica che tende al ribasso, ossia il valore della produzione è nella riduzione del costo del prodotto finale. E' un fatto che l'incidenza della manodopera in Europa è mediamente superiore di circa 5-6 volte il valore riscontrabile nei paesi emergenti quali Brasile, India, Russia e soprattutto Cina. E' preoccupante infatti constatare che nonostante i costi di trasporto elevati questa differenza è sufficiente a compensare i viaggi transcontinentali garantendo un vantaggio concorrenziale agli importatori. A Genova è previsto un potenziamento di 470.000 tonn. anno alla massima velocità di produzione, che è un po' come dire che un'auto che fa i 200 km/ora potrebbe arrivare a Milano in 45', non ci sono mai le condizioni ideali, ed in ogni caso il dato appare molto lontano dai 4.000.000 di tonn. esposti da Riva.
A questo punto è lecito chiedersi se le istituzioni abbiano esperti di settore in grado di valutare realisticamente quanto Riva sta progettando per il futuro dell'Ilva e dei suoi 650 dipendenti dati in affido agli enti locali.
(Giulia Parodi)

Posted by Admin at 13:33

14 Febbraio 2007

Precari/1 - E' suonata l'ora dei senza diritti

8 febbraio. A Palazzo Ducale la grande sala del Maggior Consiglio è strapiena, la Regione è lì per presentare il suo piano di graduale stabilizzazione del lavoro precario e per raccogliere consensi: nei prossimi tre anni, attraverso il metodo dei concorsi con riserva di posti, 1000 lavoratori verranno assunti in pianta stabile da Regione, Arpal, Datasiel. L'evento è pilotato da una attenta regia. La sala è divisa in aree: qui i precari della Regione, lì quelli di Arpal, in quell'altra zona quelli di Datasiel, a destra la sanità, a sinistra gli Ircs Gaslini ed Ist che per il momento non sono inclusi nel processo. Vietato sedersi nei posti sbagliati.

Si sa che, oltre ai brevi interventi degli oratori ufficiali, parleranno una quindicina di lavoratori "espressi" dalle varie aree di appartenenza, ma non viene detto con quali modalità è avvenuta questa selezione. I primi tre interventi fanno sorgere il cattivo pensiero che l'attenta regia abbia operato anche su questo fronte, tanto che quando la quarta precaria dice "sarò un po' più polemica dei colleghi che mi hanno preceduto" viene sommersa dagli applausi. Burlando non si scompone affatto e conferma in pieno il precedente cattivo pensiero, dicendo con paternalistica serenità "mi ero raccomandato con i ragazzi (?) di non fare una assemblea proprio celebrativa".
Però, attenta regia o meno, il fatto oggettivo resta: la Regione Liguria affronta il problema del precariato partendo da sé, e nel corso della mattinata si sviluppa un dibattito vero animato da Floris, quello di Ballarò, che cerca di far venire alla luce le ragioni, i costi e i benefici di tutta l'operazione e chiede: "Chi sono questi precari? Che cosa ci guadagna ora la Regione a stabilizzarli? Cosa ci guadagnava prima ad averli come precari?" Sul "chi sono" risponde l'assessore Pittaluga: l'età media è 40 anni, per il 49% sono donne, il 50% è laureato. I perché queste persone siano lì da anni sotto forma precaria vengono esplicitati da più voci: è stato un modo per aggirare il blocco delle assunzioni, un sistema per utilizzare i fondi dei progetti comunitari anche per coprire - impropriamente - l'attività ordinaria dei vari enti, uno strumento per gestire delle clientele.
Per spiegare cosa ci guadagni ora la Regione nel fare questa operazione Pittaluga dà una motivazione "politicamente corretta" dicendo che "ora le persone investiranno di più nel loro lavoro"; Burlando invece risponde con una parziale autocritica: "La precarietà l'abbiamo voluta anche noi, lo scopo era aumentare la competitività, ma questo non è avvenuto, e ora bisogna cambiare". Nessuno fa riferimento a una contropartita pure importante: la capitalizzazione di consenso politico.
(Paola Pierantoni)

Posted by Admin at 09:51

Precari/2 - La grande assenza del sindacato

A conclusione dell'incontro tra il presidente della Regione e i "suoi" precari nella sala del Maggior Consiglio a Palazzo Ducale, l'ultima parola viene data a Giovanni Floris. "Come giornalista, dice il conduttore di Ballarò, oggi la cosa che mi salta agli occhi è che questa situazione non è stata strappata alla politica: è la politica che ha messo insieme qui queste persone e le ha fatte parlare". Floris coglie nel segno: infatti non è la Regione ad essere stata convocata dai lavoratori e dal loro sindacato, ma sono i lavoratori che affollano la sala ad essere stati chiamati a raccolta dal loro diretto o indiretto datore di lavoro. Coerentemente, si potrebbe dire, non solo tra gli interventi ufficiali non è stato previsto nessun sindacalista, ma il sindacato non viene nominato mai nemmeno per sbaglio dagli oratori ufficiali.

Il sindacato non viene mai citato nemmeno dai lavoratori. L'unico soggetto collettivo evocato in uno degli in terventi è "il collettivo dei precari dell'Ist", l'unico volantino che circola è quello dei Cobas.
In una assemblea chiamata a discutere di precarietà e del suo superamento, cioè dell'epicentro dell'attuale mondo del lavoro, il sindacato pare essere la fata che non è stata invitata e di cui nessuno, apparentemente, sente nostalgia. I temi del sindacato vengono affrontati dal sociologo Mario De Benedittis quando osserva che la precarietà accentua le disparità di partenza: maledizione per chi si deve basare solo sulle sue forze, volano per la creatività e per il successo economico per chi ha strumenti culturali elevati e le spalle coperte, o quando afferma che la precarietà può essere accettabile, e anche utile, quando sei giovane e ancora "in fase esplorativa", altrimenti diventa una condizione grottesca e contagiosa, che estende la instabilità a tutti gli aspetti della vita. Anche l'imprenditore Edoardo Narduzzi tocca un punto di fondo della recente storia sindacale quando afferma che il fatto di aver mantenuto intatto - per una parte dei lavoratori - il sistema di r igidità e diritti costruito negli anni '70, ha fatto sì che la richiesta di flessibilità che veniva dai mercati internazionali sia stata tutta assorbita solo dai giovani, creando in Italia, a differenza di altri Paesi europei, uno squilibrio in tutto il sistema. Le parole del sindacato le pronuncia il sottosegretario Rosa Rinaldi, quando dice che i contratti a progetto nei call centers sono inammissibili e cita le tre ghinee di Virginia Woolf per ricordare che senza un salario sufficiente non c'è dignità possibile, e che il lavoro precario e a tempo parziale questa dignità non la offrono, e quando infine osserva che la flessibilità buona si distingue facilmente da quella cattiva dal fatto che la prima è volontaria, la seconda imposta.
Ad un certo punto, però, Floris pronuncia una frase: "la precarietà affievolisce anche i diritti sindacali", in risposta una lavoratrice grida "che non abbiamo!", ed un applauso corale segnala - indirettamente - che di un soggetto davvero capace di rappresentare questo mondo del lavoro ci sarebbe un gran bisogno.
(Paola Pierantoni)

Posted by Admin at 09:48

10 Gennaio 2007

Service Press - Ecco come ti inquino i notiziari radio

E' verissimo quanto segnala c.a. (OLI n. 126) sui giornali senz'anima. Da giovane vittima del sistema, mi permetto di aggiungere qualche indicazione che aiuta - soltanto noi addetti, perché alla "ggente" purtroppo queste denunce non arrivano - a capire quanto la libertà di informazione e di critica, garantita dalla legge 69, è diventata schiava dei grandi o piccoli investitori. Dalla radiofonia commerciale più bieca, ecco allora la mia anonima testimonianza.

Metti di lavorare davvero in un service, magari di un grande gruppo che certe porcate sulla carta stampata non le farebbe mai: vendere "prodotti" (di testo, suono, immagine, video, sms, mms) a testate "clienti". Insomma, un supermercato dell'informazione per radio e tv locali (anche liguri) che trasmettono notiziari solo perché glielo impone la legge Mammì. Che se fosse per loro… solo musica, qualche deejay imbecille e tanta pubblicità. Un posto dove quello che mandi in onda non lo decide il caporedattore, ma l'ufficio marketing. Tu sei un misero redattore a tempo determinato. Ringrazia che non hai un contratto atipico.
Accendi il computer come al solito. E trovi già aperto il file del giornale radio che stai per creare. "Chi è stato?", ti domandi, pensando ingenuamente a un errore. Poi la scoperta di un testo non tuo e l'imposizione di un allegato audio che fa rabbrividire.

"Inserire nel notiziario, di rigore, grazie X.X. (segue qualifica)": La Russia taglia le forniture dopo l'ondata di freddo degli ultimi mesi… (date la notizia, poi armonizzate..) "Ma ora, luce e gas in una sola bolletta, è possibile perché Enel propone alle aziende e alle famiglie il servizio "dual energy". Un'idea lanciata sul mercato in questi giorni che ci siamo fatti illustrare da Luca Dal Fabbro, responsabile marketing della divisione mercato di Enel: ----REG----AUDIO--- proposta Dual Energy ------------ 38 sec

Questa cosa, che è andata in onda più volte su importanti circuiti radiofonici regionali, non è neanche una marchetta. E' un messaggio pubblicitario che il tuo editore ti chiede di "armonizzare" all'interno di un giornale radio. Tra gli esteri, la cronaca e lo sport. Ma lo sai quanti di questi service stipulano contratti con enti e soggetti privati per decine di "passaggi" taroccati a svariate ore del giorno, soprattutto in prime time. DENTRO i notiziari! Senza la minima possibilità, da parte del giornalista, di contestare. Oltretutto la radio cliente che lo riceve dal satellite pochi minuti prima della messa in onda e lo trasmette chiavi in mano (anche in Liguria), non ha il tempo di verificare tutto il "pacchetto".
Il giovane misero redattore del service di cui sopra se la cava togliendo la firma dal gr e dice pure: "Cambiamo decisamente argomento", così il messaggio pubblicitario è chiaramente distinguibile, come vogliono i due contratti giornalistici (art. 44 Fnsi Fieg, art. 30 Aeranti Corallo). Lui si lava la coscienza. Ma che schifo. Però lo fa ugualmente. Sennò come si mantiene? L'ha segnalato anche all'Ordine, ovviamente, senza ottenere alcuna risposta.
Quella che i più vecchi chiamavano deontologia professionale non importa nemmeno ai suoi coetanei: si accorge di essere il solo, non dico a contestare, ma almeno a porsi il problema di questo ibrido informazione-pubblicità. Al punto da essere costretto all'autocensura pur di lavorare, pur di avere uno stipendio da precario. Finisce con l'assuefarsi. E lascia ai maestri il dovere di ascoltare meglio le radio locali e denunciare certe pratiche infami, che sfuggono all'orecchio della gente comune e non interessano sostanzialmente più a nessuno.

Posted by Admin at 12:28

5 Gennaio 2007

Statistiche - Poche le fabbriche degli infortuni

Il consueto appuntamento con il rapporto annuale dell'Inail (Salone Amga, 13 dicembre) questa volta ha portato la novità di una analisi qualitativa del fenomeno infortunistico frutto della inedita collaborazione tra Inail, Regione e Asl liguri. Potenzialmente un ottimo input per le parti sociali che potrebbero trarne utili indicazioni su dove intervenire, ma quel che avviene nel convegno induce piuttosto al pessimismo.

Il rappresentante di Confindustria infatti "gioca" inopportunamente con l'argomento "… tra i dipendenti di Confindustria c'è stato un aumento degli infortuni del 700% in un anno: uno è scivolato sul marciapiede entrando, l'altro è caduto dal motorino tornando a casa … " e, soprattutto, si chiude in una capziosa difesa di ufficio "… il problema si concentra nelle piccole realtà, non nelle aziende nostre associate, noi associamo solo il 2% di tutte le imprese esistenti …" saltando a piè pari il fatto che in alcuni settori gli infortuni si concentrano in un numero limitato di (grandi) aziende.
D'altra parte, ad irritarsi di fronte a questo esempio locale della tendenza nazionale a giustificarsi sempre e comunque con mille artifici dialettici, c'era solo un piccolissimo numero di sindacalisti: una decina di presenze o poco più, in larga maggioranza specialisti storici dell'argomento, sulle almeno 180 persone che affollavano la sala.
Certamente non tutto si svolge nelle sale dei convegni, ma l'immagine pubblica offerta da questo appuntamento è stata che la sicurezza sul lavoro è più che altro argomento per funzionari dell'Inail e della Regione e tecnici delle Asl.
Per giungere ai dati, è stata segnalata una lenta ma costante diminuzione degli infortuni sia in numero assoluto, sia in incidenza percentuale in rapporto agli addetti: l'indice del triennio 2002 - 2004, rispetto a quello del triennio 2000 - 2002 scende del 4,4% in Liguria e del 7,6% a livello nazionale.
Gli infortuni mortali restano invece stabili sia nel numero (29, 24, 27, 25 rispettivamente negli anni dal 2002 al 2005), sia nel loro concentrarsi nelle piccole aziende delle costruzioni, dei trasporti e delle attività manifatturiere.
Inoltre la tendenza moderatamente positiva del fenomeno infortunistico non vale per gli immigrati che in Liguria sono: il 4,5% della popolazione, il 10 % dei lavoratori assicurati Inail, il 12% degli infortunati e il 17,1% di chi sul lavoro ha perso la vita negli ultimi quattro anni.
Quanto alla concentrazione del 50% degli infortuni con almeno 40 giorni di prognosi in un numero molto limitato di realtà, questo avviene nei settori dove le grandi aziende rappresentano ancora una percentuale elevata degli occupati complessivi: pubblica amministrazione (concentrazione in tre aziende su 19), trasporti (in dieci su 376), industria dei metalli (in una azienda su 194). Anche nel frammentato settore edile il 50% degli infortuni gravi avviene in 215 aziende sulle 851 totali. Il dato può apparire scontato, ma in realtà costituisce un richiamo rispetto alla comoda via di fuga di attribuire il dramma degli infortuni solo o quasi all'inconoscibile e immodificabile mondo delle micro imprese, del sommerso e della precarietà.
(Paola Pierantoni)

Posted by Admin at 16:21

20 Dicembre 2006

Precari ed ex - Quell'incerto destino ai margini del lavoro

Che clima c'è alla scuola edile di Borzoli lunedì 19 dicembre? E' arrivato il freddo. In sala molti cassintegrati che entrano e escono, parlano, fumano nella zona esterna. Sono operai e impiegati Ilva pronti a sentire notizie sulla tredicesima - che nessuno riconoscerà loro - sul rientro alle Acciaierie di Cornigliano, e sui nuovi impianti promessi nell'accordo. Certo non è semplice. Più di seicento persone fuori dall'azienda che Comune, Provincia e Regione si sono presi in carico, con quel senso di carità che in nessun accordo è stato esplicitato ma che aleggia nell'aria da quando sono entrati negli enti locali a ritmo di trecento, cinquanta alla volta, da più di un anno. "Ancor grazie", sembrano dire sindacati e istituzioni, "perché senza di noi chissà cosa sarebbe successo".

Ma questa vicenda siderurgica, che ostinatamente si ripiega su se stessa con tutti i suoi soggetti riuniti in assemblee, in incontri segreti con assessori regionali, sindacato, prefetto, ripropone una gestione del problema lavoro incapace di guardare vicende simili e altrettanto aberranti. Per esempio in Comune e in Regione. In quanti sono con il contratto in scadenza? A quante ore verrà rinnovato? Per quanto tempo? Per chi lavorano? A che ufficio sono assegnati? Promettono che i cassintegrati Riva rientreranno in azienda l'8 di agosto 2008 . Ma i loro compagni di viaggio come sono messi? Lavorano per le cooperative? Impossibile contarsi. E ascoltarsi.
Mentre Margini, Vincenzi e Sanguineti giocano il ruolo dei protagonisti in una storia senza programma, loro, quelli del lavoro "ancor grazie", "non so se c'è il rinnovo", non hanno una segreteria nella quale incontrarsi, sezioni da consultare, giornali che diano voce alla loro storia. Ma sarà bene che si attrezzino. Contandosi.
Nelle caste degli enti locali la loro è la più bassa, è il luogo dove ruoli, competenze e parole perdono senso, dove la convenienza viene spacciata per carità. E le mansioni possono fluttuare con elastica scioltezza a seconda delle criticità. Con loro, ai limiti della casta, stagisti di passaggio, universitari retribuiti solo con la formazione che si faranno nell'ente. Non par vero. Siamo di sinistra.
(Giulia Parodi)

Posted by Admin at 10:16

6 Dicembre 2006

Sciopero Cup - Il comodo ombrello delle coop sociali

Lunedì 4 dicembre, sciopero del Cup (Centro unificato di prenotazione sanitaria): in piazza a manifestare quasi tutti i 114 dipendenti delle tre cooperative sociali (La Cruna. Il Pellicano Verde, La Rimessa) che gestiscono questo servizio.
I motivi sono chiariti nel volantino: "Molte persone pensano che tra noi e gli sportellisti Asl non ci sia alcuna differenza: magari! … Ciò che cambia è il datore di lavoro: il nostro non è un ente pubblico ma sono tre cooperative sociali che lavorano per conto di Datasiel che non è altro che un intermediario tra le Asl e le cooperative. Questo cambia in peggio le cose … in primis la retribuzione che a parità di orario è inferiore di circa 250 euro mensili a quella dei dipendenti Asl …". Il volantino elenca poi i motivi di disagio dovuto alle precarie condizioni ambientali in cui si svolge questa attività. La lotta quindi è "contro le cooperative, contro Datasiel, contro questo sistema di appalti e subappalti che scarica sui lavoratori la riduzione di costi di gare d'appalto al massimo ribasso".

I passaggi economici da Asl a Datasiel, da Datasiel alle Cooperative e, ultimo anello, dalle cooperative ai lavoratori, sono avvolti da una nebbia difficile da dipanare per gli stessi sindacati.
L'indagine sui call centers genovesi presentata a giugno dalla Cgil aveva già indicato i punti critici di questa realtà: l'inaccettabile doppio regime contrattuale tra gli sportellisti Asl e i lavoratori Cup; le condizioni di lavoro gravose a causa dei ritmi e degli stress dell'attività di call center; le condizioni ambientali (rumore, microclima, igiene) al limite dell'inaccettabilità; l'estrema difficoltà (date queste condizioni) a reggere un orario superiore alle sei ore giornaliere con conseguente ulteriore deprivazione salariale; la deprimente sensazione di svolgere un lavoro totalmente svalutato ma, nello stesso tempo, difficile: interazione solo vocale con utenti irritati e delusi per le lunghe liste di attesa, spesso anziani, malati, a volte stranieri, che non riescono a comunicare correttamente i dati della impegnativa del medico, persone che chiedono conforto e rassicurazione.
A sfondo di tutto ciò l'incapacità organizzativa dei dirigenti delle cooperative che non sono riusciti a fare fronte alla rapida espansione dimensionale dell'impresa (dai 54 dipendenti del 2003 ai 114 attuali), e il cinismo dei committenti che utilizzano l'ombrello delle cooperative sociali per scaricare i costi sulle fasce più deboli del lavoro.
I lavoratori mi dicono che né l'indagine, né la successiva visita ispettiva della Asl sulle condizioni di igiene e sicurezza hanno prodotto alcun cambiamento: totale sordità. Oggi l'attesa è che dalla Regione venga finalmente una parola di chiarezza.
Dal Tgr delle ore 14 si riesce a capire che i dipendenti di queste cooperative che "lavorano per Datasiel" guadagnano molto meno dei loro colleghi della Asl, ma la catena di travasi che costituisce il vero snodo del problema e il ruolo della Regione restano in ombra.
(Paola Pierantoni)

Posted by Admin at 11:17

16 Novembre 2006

Acciaierie - Vivere a Cornigliano, romanza incompleta

All'opera la romanza è il momento più atteso. Corale, o assolo è l'attimo in cui sentimenti dei personaggi si rivolgono al pubblico, in un abbraccio unico. E' l'aria più nota, conosciuta a bambini e anziani, fischiettata per strada.

Patrizia Avagnina e Donatella Alfonso sono partite da qui per scrivere il loro libro su Cornigliano, da un coro di donne che si è levato per le strade del quartiere sin dal 1965. Lo spunto una tesi universitaria scritta dalla prima, sulla sua esperienza per affermare, con molte altre, il diritto alla salute del suo quartiere. Il loro libro "Romanza popolare. Cornigliano, una storia corale" (Edizioni De Ferrari, 2006, euro 20,00) è il racconto di quello che Cornigliano era e di ciò che è diventata e della fatica di vivere in un luogo dove il fumo avvolgeva tutto, fino ad annerire cielo, cibo nel piatto o lavoro a maglia di una nonna. E' ciò che accade accidentalmente, ciò con cui dovresti convivere, malgrado tutto, perché crea occupazione, ma a cui, ad un certo punto, ti devi opporre con tutte le tue forze, perché fa male. Fa male a chi ci lavora e a chi ci abita.
Il libro è la storia di un'opera impossibile in questo paese, è il resoconto di una trattativa nella quale la mediazione politica cerca disperatamente di far convivere i due bisogni - lavoro e salute - senza avere alternative percorribili da proporre, perché incapace di produrre idee. In effetti la Cornigliano negata, quella delle spiagge, degli stabilimenti, di villa Raggio, spinge disperatamente nell'immaginario di chi, quel quartiere, lo ricorda bambino, lo rimpiange, lo rivuole per sé e oggi arriva a sognare un porticciolo pur di aver accesso ad un pezzo di mare.
Molto documentato su accordi, passaggi societari delle acciaierie, nascita dei comitati, "Romanza Popolare" lascia un vuoto rispetto alle voci, non dei politici, non del comitato, ma dei singoli che ne hanno fatto parte e di coloro che vi si sono opposti. Le acciaierie dei 12 mila operai diventano di Riva e del sindacato, incarnando un nemico a due facce. Loro, quelli che ci lavoravano, spesso figli, mariti, padri delle donne di Cornigliano, sembra vadano raccontati a parte. In un'altra storia. Che è in fondo la strada percorsa. Che ha prodotto, e continua a creare incertezza nei pochi lavoratori rimasti, in quelli in cassa integrazione, e nel quartiere stesso, dove i cittadini devono ancora capire cosa sarà di loro.
La romanza corale non è mai stata scritta. Ma questa vicenda, con i suoi sogni, è davvero appartenuta a tutti?
(Giulia Parodi)

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8 Novembre 2006

La morte di Monica - Se la Coop siamo noi, no ai subappalti

Il giorno del funerale di Monica Di Mari, lunedì scorso, l'Ipercoop di Carasco è rimasta chiusa dalle 11.30 alle 12.30 in segno di lutto. Forse a seguito della protesta dei dipendenti, che riuniti in assemblea hanno espresso tutto il loro rammarico per l'eccessiva sollecitudine con la quale l'Ipercoop di Carasco ha ripreso la sua normale attività commerciale (Il Giornale, 27/10/06). Nei giorni scorsi i tre sindacati di categoria avevano proclamato un giorno di sciopero: "le numerose denunce fatte sulla tenuta minima dei livelli di sicurezza nel settore sono state a tutt'oggi disattese".

La Sg ha il subappalto dalla Coopservice, a sua volta titolare dell'appalto concesso dall'Ipercoop di Carasco. Chiariamo: il supermercato affida a una ditta specializzata, la Coopservice, i compiti di sorveglianza, pagando una certa somma. La Coopservice a sua volta passa una parte del lavoro alla Sg. La quale assolve l'incarico con proprio personale, "soci lavoratori". Anche Monica era "socio lavoratore" della Sg. Tutti i giornali sembrano concordare sul fatto che la paga di Monica era di poco superiore ai 600 euro al mese. Diventa così chiaro il motivo di tutti questi passaggi.
E' la Coop, quella che fa gli spot in tv: "La Coop sei tu!". Quella di cui anch'io ho in tasca la tessera, che trasuda di orgoglio, e di punti esclamativi nelle pubblicità, per i suoi corner dedicati al commercio equo e solidale.
Monica non lavorava per la Coop, ma vegliava sulla sua sicurezza. Così la Coop è del tutto innocente, non c'entra. Per lei, Monica e i suoi 600 euro mensili di stipendio neppure esistevano. Monica viveva da sola, con i suoi gatti. Come si vive con 600 euro al mese? Ultimamente le erano sorti dei dubbi sul suo lavoro. Ma, sebbene iscritta alla Cgil, si era rivolta alla Uil. Un fatto puramente casuale?
Non si può fare a meno di riandare col pensiero all'albanese morto nel crollo del Galata, Museo del Mare. Anche lui al lavoro con un subappalto, lavoro in nero in un cantiere che lavorava per il Comune di Genova.
Intanto la Regione ha detto sì a nuovi ipermercati. Guccinelli: "A Genova gli spazi ci sono" (Repubblica-Lavoro del 17 ottobre 2006).
La società è stanca, distratta, sfiancata dalla sua miseria opulenta, disorientata dalla mite ferocia dei suoi padroni. Senza bussola, senza uno schema che le consenta di ordinare i fatti e dar loro un senso. Il ricordo di Monica sembra affidato, oltre che a suo padre, ai tifosi del Genoa. Ma moltissimi altri vivono la sua condizione. Sono tra noi. Impareremo a vederli?
(Pino Cosentino)

Posted by Admin at 18:37

Guerre tra poveri - Comunali lavoratori più dei cassintegrati?

Ad un anno dalla collocazione temporanea in Comune e Provincia dei cassintegrati Ilva, quello che esce - non solo metaforicamente - è uno scambio di lettere, decisamente poco affettuose, tra un osservatore del Comune, e un ex Ilva, pubblicate nella settimana dei morti dal Secolo XIX.

Luca Montobbio dice degli operai Riva in forza ai musei: "passano la giornata a girare per gli uffici anche se usufruiscono di emolumenti ben superiori a quelli degli sfortunati comunali" e precisa: "del progetto Promozione culturale e turistica e riqualificazione tecnologica si ignora lo stato di attuazione. Il tutto nell'indifferenza dei dirigenti che ben si guardano dal mettersi in urto con personale fortemente sindacalizzato e politicamente protetto".
Fabrizio Ferri risponde: "Non è per nostra volontà che noi siamo lì. Se fossimo difesi dal sindacato non faremmo i lavori socialmente utili". Fa riferimento ad una perdita annua di cinquemila euro, rilanciando: "Per quel che ne so i dipendenti comunali, durante le loro sette ore lavorative, vanno alle poste a pagare le bollette o a fare la spesa". Conclude: "Per noi era molto meglio lavorare duramente all'Ilva respirando le porcherie che vi si respirano piuttosto che stare nei musei".
Supponiamo che si conoscano, cosa hanno fatto per un anno Luca e Fabrizio? Si sono guardati, con tutto il tempo per valutare la distanza, e calibrare la mira. Forse hanno parlato di soldi incontrandosi, consapevoli che il metalmeccanico guadagnava di più del comunale, ma che all'ultimo veniva garantita certezza di impiego da qui all'eternità.
Che storia hanno raccontato al giornale? C'è una rendita forse? Chi dei due la percepisce? Vivere di rendita. Entrambi rilanciano un'immagine di sé nella quale il lavoro non è oggetto, ma sfondo. Nessuno dei due racconta cosa fa. Ma si accusano reciprocamente di non far nulla. Alla faccia del bene comune.
Da un anno ogni cassintegrato ha potuto osservare con attenzione un comunale e viceversa. L'inserimento degli ex Ilva è stato un problema per gli enti locali. Perché un dipendente Riva, di qualsiasi reparto fosse, ha sempre avuto lavoro. Ai Riva i conti devono tornare. In comune non è necessariamente così. Il lavoro è molto in alcuni settori, poco in altri. Inoltre i progetti proposti nel 2005 non corrispondevano ad un bisogno reale, ma alla reale urgenza di far fronte ad un'emergenza politica. Collocati in uffici dove non sapevano che farsene, in mezzo a squadre di lavoro prive di mezzi, con una gestione del personale variabile da settore a settore, o si sono dati alla macchia, o hanno lavorato, o hanno chiesto di lavorare. Esattamente come erano abituati a fare.
E' opportuno sapere che molti altri stanno lasciando le acciaierie. Una buona occasione per conoscere finalmente i progetti a cui sono destinati. E parlare di lavoro.
(Giulia Parodi)

Posted by Admin at 18:19

4 Ottobre 2006

Amarcord - La Cgil com'era cent'anni fa

Il 1° ottobre la CGIL ha celebrato a Milano il centenario dalla sua nascita, decisa allora, in quella stessa città, da 700 delegati in rappresentanza di oltre 80 camere del lavoro e di circa 200.000 aderenti. L'evento, almeno sulla stampa cittadina, passa quasi senza menzione. Io lo vivo accorgendomi che ciò che si svolge intorno a me non riesce ad accendermi.

Il filmato introduttivo di Calopresti riduce il percorso storico della cgil all'elenco dei suoi segretari generali, sullo sfondo di manifestanti in marcia: massimi dirigenti e popolo indifferenziato, come nei peggiori libri di storia. La prolusione storica di Adolfo Pepe scorre piatta, e non lascia traccia nella mia (ormai indebolita) memoria. Passa tra retorica e vuoto anche il discorso del segretario della Camera del Lavoro di Milano. Solo Susanna Camusso, nel limitatissimo spazio a sua disposizione, testimonia la contraddizione irrisolta tra donne, lavoro e organizzazione. Finisce che molt i applausi li prende Letizia Moratti che rende merito, senza equilibrismi, alla storia del più grande sindacato italiano, al contributo che la CGIL ha dato alla democrazia, alla lotta al terrorismo, alla giustizia sociale.
Per fortuna Epifani, concludendo, riesce a rendere il senso di quello che è stato, e a collegarlo con ciò che viviamo oggi e trasmette finalmente alla platea pensieri ed emozioni. Avviene così che io sia colta da un sentimento di disagio quando uno degli oratori dice che l'assemblea dei tremila che affollano il Teatro degli Arcimboldi è percorsa dalla stessa forza e dalla stessa emozione che cento anni prima aveva segnato l'assemblea di costituzione della CGIL. Questa affermazione mi giunge come una retorica priva di verità.
L'assemblea del 1906 era formata da persone che erano al centro del mondo del lavoro di allora, erano i diretti protagonisti delle tensioni, valori, ingiustizie, contraddizioni e speranze di quell'epoca storica. I diretti protagonisti di oggi (giovani professionisti precari, precari privi di professionalità, immigrati regolari e non, internauti, studenti in viaggio nelle università europee) erano invece se non del tutto fuori, certo assolutamente minoritari nella sala della celebrazione, affollata semmai di persone che tentano, spesso seriamente, e a volte con risultati concreti, di occuparsi di loro, ma che non sono loro.
Nessuna colpa specifica per questo, il 1906 è un atto di nascita, il 2006 è solo un momento di una organizzazione matura che porta inevitabilmente il peso della parte di se stessa (struttura organizzativa e persone) che si è formata in un mondo distante anni luce dall'oggi.
Ma l'emozione non è e non può essere la stessa.
(Paola Pierantoni)

Posted by Admin at 16:37

5 Luglio 2006

Trasformazioni - Nuova Cornigliano: un sito virtuale

Mutazione Cornigliano Uomini_Fabbrica_Territorio
La mostra è sgombra. Nessuno a Villa Bombrini in un pomeriggio feriale. Solo un usciere ed una ragazza che indica il percorso. Il palazzo, inaccessibile fino a pochi mesi fa, offre il suo pianterreno, con affreschi, pareti, e camini, senza troppe storie. Con il disincanto dei sopravvissuti. Distante ed integro, nonostante tutto. Palazzo con il prato all’inglese, le finestre sul parco confinante con il perfetto opposto, l’altro da sé.

Villa Bombrini è a conti fatti la beffa, adibita a beffa: esporre inizio e fine della siderurgia che l’ha emarginata, distruggendo il suo sbocco a mare, eliminando il suo tessuto urbano. Colori e bianco e nero e produzione e facce e parole. Tutto registrato, dalla distruzione di Villa Raggio al riempimento del mare, grazie ai documentari che l’esposizione propone al visitatore. E’ tutto lì. Come se lo stabilimento fosse un individuo del quale si descrive la vita sino alla morte. Vita fisica soprattutto: chilometri di strade, tonnellate di materiale, capacità produttiva e vita artistica – breve parentesi negli anni Sessanta – grazie ad uno sparuto gruppo di persone tra cui Carmi che compresero che insieme all’acciaio lo stabilimento poteva produrre cultura. Anche una segnalazione di rischio, anche un archivio, anche un raccoglitore, ideati da un artista potevano dare valore aggiunto. Il disegno di un coil, la scelta di un fotografo, lo scambio tra chi fa arte e chi produce : l’unione che fa la forza.
Oltre la villa, le aree siderurgiche – restituite al cittadino – non sono visitabili, se non durante gli spettacoli serali. Il sito del sito industriale www.percornigliano.it descrive progetti, strada, programmi, accordi, storia, ma tra i progetti, il link all’ILVA finisce in una “sezione in costruzione”. Ancora nessun tracciato, nessun impianto. Nessun valore aggiunto.
(Giulia Parodi)

Posted by Admin at 09:54

28 Giugno 2006

Nuova Cornigliano - L'ultimo pacco regalo

E' passato quasi un anno dall'ultima cena. Quella che il gruppo Riva ha offerto ai dipendenti più anziani nel luglio 2005. Un anno dalle feroci occupazioni di strada, dalla rabbia delle assemblee, dai verbali di conciliazione firmati con l'azienda, da un agosto che li ha visti lasciare il posto di lavoro in cambio di una cassa integrazione alla quale si aggiungeva un'integrazione salariale a fronte di un lavoro di pubblica utilità.

Sembrava partissero tutti per il mare. Come un'allegra brigata che si separa lieta per strade diverse. Alcuni di loro sono stati richiamati in un'azienda che è cantiere, spianamento di strade. Chi è rimasto ha visto smontare linee, spostare uffici, ridurne il potenziale come si trattasse di malati terminali. Non c'è nostalgia per chi è dentro. Solo la presa di coscienza che all'inesorabile non ci si può opporre.
La nuova Cornigliano inizia il suo percorso con balli, artisti e una mostra che ne ripercorre la storia. Il sipario si è aperto in questi giorni (www.percornigliano.it) con un occhio ad un passato che la politica ricorda per metterlo da parte.
La storia, quella dei singoli, cassintegrati e dipendenti attivi delle Acciaierie, non viene raccontata, né dai medesimi - che non hanno più parole - né dai politici che nella rimozione trovano conforto.
Forse un cena - offerta questa volta da Regione, Provincia e Comune a tutti loro - sarebbe, ad un anno dall'accordo, un gesto concreto, un'occasione per il vero ascolto, per una rappresentazione reale del futuro. Anche un seminario, con coffee break, potrebbe fare al caso loro…Giusto per dare la possibilità alle istituzioni di sentire che aria tira.
Il caffé potrebbe offrirlo il sindacato e per la cena si potrebbe fare "alla romana"…
Ma "dormono, dormono sulla collina". Tutti.
(Giulia Parodi)

Posted by Admin at 09:09

21 Giugno 2006

Convegno Call Center - Ma interessa il ruolo dell’Università?

Nel suo articolo “Call Center - mancavano al convegno professori e politici” (Newsletter OLI, n. 105 del 14/6), m.c. deplora le molte significative assenze ad un convegno sicuramente importante. Scrive, in particolare: «Qualche professore di diritto, e non solo del lavoro, ci sarebbe stato bene». L’osservazione critica coglie nel segno, ma merita qualche riflessione ulteriore, a partire dalla domanda: perché non c’erano?

Non è polemico rispondere che non c’erano perché non erano stati invitati: alla ricerca prima, alla discussione dei risultati poi. Per molti comprensibili e ragionevoli motivi , e in primo luogo perché – come si leggeva chiaramente nell’invito – l’obiettivo era quello di discutere la ricerca «con i soggetti istituzionali e con i rappresentanti delle parti sociali». Ma forse anche (ho fiducia nella serietà degli organizzatori) perché i risultati della ricerca non erano stati portati precedentemente a conoscenza degli studiosi.
La presenza “dei professori” può essere importante se può essere utile il loro apporto. Uno studioso o una studiosa (magari docente di diritto del lavoro nell’università locale) avrebbe potuto dire qualcosa di “utile” ove avesse avuto l’opportunità di conoscere (prima) metodi e risultati dell’indagine svolta.
E così arriviamo ad una questione cruciale: la difficoltà di “sfruttare” le competenze presenti nell’ambito accademico cittadino per finalità di interesse collettivo. Pur senza sottovalutare le molte collaborazioni proficue su specifici progetti (formativi, di ricerca e di sviluppo), molte sono a mio avviso le occasioni perdute per “utilizzare” le professionalità che l’accademia esprime (o che dovrebbe esprimere).
Questo spreco di opportunità è solo apparentemente casuale. In realtà esso è (anche) il portato di una mancanza di dialogo tra università e città/provincia/regione. La ridotta collaborazione nel settore della formazione e nella ricerca trova purtroppo riscontro nel ridotto dialogo sulle scelte e sui contenuti della formazione offerta dall’ateneo genovese. Le pur lodevoli iniziative volte al raccordo tra domande e offerte (entrambi volutamente declinate al plurale) di formazione universitaria (istituzione, obiettivi formativi, contenuti, pesi da assegnare alle diverse aree culturali, di corsi di laurea, triennali e magistrali, master, dottorati) sono diffuse in modo non omogeneo tra i diversi “luoghi” dell’università (facoltà, in primis), con esiti altrettanto disomogenei.
Nel momento in cui si torna (forse) a discutere dei percorsi formativi universitari, e si rimettono in discussione i modelli formativi scelti dai precedenti governi, sarebbe opportuno che anche le istituzioni locali (nel senso più ampio del termine) si presentassero come necessari interlocutori dell’ateneo e delle singole facoltà. La Confindustria ha fatto le sue proposte (vedi Documento 2006 sull’Università), non necessariamente tutte condivisibili (vedi http://www.lavoce.info/news/index.php?id=29): vorrei sentire, a livello locale, le voci di sindacati, enti locali, associazioni, etc., e sentirle “chiare e forti”. Perché credo che l’università debba formare professionalità per le imprese e per lo sviluppo della nostra economia, ma credo altresì che debba al contempo formare “cittadini” informati e consapevoli dei propri diritti e dei propri doveri, che siano in grado di sviluppare “utilità” per l’interesse collettivo, e non solo per l’interesse privato (personale o azi endale). E se queste affermazioni saranno giudicate retoriche o ingenue… tant pis!

(Gisella De Simone, docente di Diritto del lavoro, Facoltà di Economia, Università di Genova)

Posted by Admin at 08:20

Retribuzioni - Lavoro femminile: le parole per dirlo

Il direttore de L’Unità Antonio Padellaro, conducendo Prima Pagina (19 giugno), ha dato conto di una inchiesta sulla discriminazione salariale delle donne a cui il suo giornale ha dedicato un ampio spazio. Benissimo. Meno bene quel che succede a seguito della telefonata di un ascoltatore il quale in sintesi ha detto: “Sono quaranta anni che lavoro, e non ho mai incontrato un solo caso in cui, a parità di mansione, per le donne fosse prevista una paga inferiore a quella degli uomini. Di quali discriminazioni state parlando?”

A questo punto scatta una scoraggiante afasia. Padellaro si limita a ripetere più volte che l’inchiesta pubblicata è molto importante, che quindi c’è da crederci se vi si afferma che il divario salariale tra maschi e femmine oscilla tra il 20% e il 30%, ma non riesce a dare alcuna spiegazione di questo fenomeno, e molti ascoltatori si saranno chiesti: in effetti, la parità salariale tra donne e uomini non era stata raggiunta agli inizi degli anni Sessanta? Ci sono ancora lavori in cui per le donne si prevede un salario più basso?
Eppure, per togliere dalla perplessità il pubblico di Prima Pagina, sarebbe bastato che Padellaro avesse davvero letto l’articolo che aveva deciso di citare e che è stato pubblicato sul giornale che lui stesso dirige. O, meglio ancora, che avesse maturato dentro di sé – a prescindere dall’articolo e dalla ricerca - alcune chiavi di lettura dei nostri fenomeni sociali.
E’ ovvio e scontato infatti che i contratti di lavoro non prevedono più da decenni paghe differenziate tra uomini e donne, ma questo non è risolutivo perché “La differenza retributiva si spiega in prima battuta con una serie di discriminazioni indirette che incidono poi sul salario… la femminilizzazione della occupazione è avvenuta nei settori in genere peggio retribuiti… nel lavoro atipico (dove non vigono le tutele della contrattazione collettiva, nda.) le collaboratrici guadagnano la metà dei collaboratori… le donne sono esposte a rapporti di collaborazione più volatili… Inoltre “Più si sale nelle qualifiche professionali, più aumenta la disparità salariale perchè nelle alte qualifiche prevale la contrattazione individuale ed è molto meno sensibile la barriera antidiscriminatoria offerta dai contratti nazionali di lavoro”.
La ragione profonda di questa differenza che resiste a decenni di legislazione antidiscriminatoria, dice Giovanna Altieri, curatrice della ricerca, sta nel perdurare dello squilibrio tra i sessi nell’accollarsi il lavoro familiare di cura. Si tratta di un divario che continua a segnare un solco tra il destino lavorativo degli uomini e quello delle donne, incluso l’aspetto dl guadagno.
Sta di fatto (Ricerca Almalaurea del 2005, condotta su 75000 laureati in 36 diverse università italiane) che ad un anno dal conseguimento della laurea le donne guadagnano in media 885 euro netti mensili contro 1136 degli uomini. A tre anni dalla laurea il divario cresce ancora: 1017 euro per le donne, 1315 per gli uomini, quasi il 30% in più.
(Paola Pierantoni)

Posted by Admin at 08:18

14 Giugno 2006

Primarie/1 - A chi spetta realmente scegliere il sindaco

Pierfranco Pellizzetti, opinionista di Micromega - una rivista importante della "sinistra critica", scrive anche per il Secolo XIX. Ironico, controcorrente, Pellizzetti conosce l'arte della provocazione. Sa che i politici hanno facce di marmo, cuori di pietra e lingua biforcuta e lui ce la mette tutta per costringerli a svelarsi. Come nel pezzo comparso sul Secolo XIX del primo marzo scorso, "Primarie per dare a Genova un sindaco dei cittadini".

A Genova, scrive, tra l'altro Pellizzetti, è venuto il momento di far uscire dalla stanza degli addetti ai lavori il tema della successione a Pericu. E propone una sorta di gioco: non solo chi ma anche che tipo di sindaco vogliono i genovesi? E prospetta alcuni possibili profili. Il primo è quello del "sindaco ospite in casa d'altri": rispettoso degli equilibri vigenti, consapevole di chi detiene il potere in città, non apre i cassetti sbagliati e non fa domande imbarazzanti. Il secondo è il sindaco "amministratore di condominio": pura gestione dell'esistente, dichiarazioni di efficienza, logica di bilancio, una roba tipo Albertini a Milano (Pellizzetti suggerisce che se si toglie un pò di enfasi mediatica, di parole di sinistra e di un pò di accademia a Genova le cose sino ad oggi non sono tanto diverse).
Terzo profilo: il sindaco della cupola. "Espressione dell'oligarchia degli affari che bada al sodo e mantiene uno stretto controllo sulla città coinvolgendo nei benefici concreti cerchi concentrici di proconsoli e valvassori". Quarto ed ultimo: il sindaco dei cittadini. Un sindaco "suscitatore di energie collettive per obiettivi condivisi. Così come avviene nelle migliori amministrazioni di città europee dove il Palazzo comunale e il suo ospite" diventano un momento decisivo per costruire una "democrazia civica".
I genovesi, prima di mettersi a far guerra sui nomi, scrive Pellizzetti, dovrebbero chiedersi di che genere di sindaco hanno bisogno. A lui, Pellizzetti, il sindaco numero quattro sembrava il più praticabile. Perché Genova ha bisogno di "un sindaco dei cittadini" e per questo dovrebbe sceglierlo col recente metodo delle consultazioni primarie, "l'unica via praticabile per rinnovare in maniera indolore la qualità democratica del nostro Paese".
Parole sacrosante, ma non indolori. Come dimostra il seguito della storia.
(Manlio Calegari)

Posted by Admin at 17:05

Malasocietà - Precari e disoccupati popolo invisibile

“Ma perché si parla tanto di mancanza di lavoro per i giovani, mentre dei precari di mezza età come la sottoscritta o di disoccupati cronici over 40 non se ne parla mai! Che qualcuno si faccia avanti, coraggio!”; e ancora: “siamo così invisibili?”
Mail che atterra come un 747 su una casella di posta avvezza a lettere, pacate osservazioni, appelli, sottoscrizioni infine a quei messaggi in power point, con gli animali dalle espressioni umane corredati da frasi di pace. Una casella di posta che riceve aeroplani di carta.

Questo Boeing in quale hangar si può nascondere? E i passeggeri, gli invisibili, che ne sarà di loro?
La verità è che ognuno di noi può portare esempi. Storie più o meno eclatanti di amici che convivono con questa malattia da quattro, cinque, dieci anni. Capita di incontrarli quando gli devono rinnovare il contratto: “Tutto bene… ma sai non mi hanno ancora dato una risposta… quel progetto non è stato ancora finanziato… Non so… Aspetto”, o al rinnovo: “Per tre mesi sono a posto. Poi vedremo…”.
Stipendi ridicoli e l’invisibilità data dal silenzio perché il modello sindacale è una pianta che attecchisce in climi temperati, in grandi bacini, non mette radici in piccoli uffici pubblici o privati dove gli invisibili lavorano. E visto che da tanto tempo ci parlano della forbice che si allarga - metafora del divario tra ricchi e poveri - se sulle due lame provassimo a mettere da una parte i precari cronici e dall’altra quelli del contratto sicuro che fotografia ne esce? E se accanto provassimo ad aggiungere pensionati: “Ho lavorato tutta la vita… Non mi toccheranno mica la pensione!” e coloro che hanno semplicemente cancellato l’idea di riceverla, che storia scriviamo?
Scriviamo la storia delle categorie. Dei quasi felici. E degli infelici cronici. Dei casa e lavoro. E dei casa e lavoro finché dura.
Ma è una storia che, come tutte le storie di esilio, produrrà a breve un bel botto. Perché la pazienza ha i suoi limiti, perché tante pazienze messe alla prova scappano. Semplicemente. E scapperanno tutte insieme. Magari per strada o nelle piazze. E al momento del voto, chiedendo di essere rappresentate finalmente con autorevolezza.
“Che qualcuno si faccia avanti coraggio!”
La politica potrebbe iniziare a contarli sulle dita dei suoi parlamentari, senatori, sindaci, assessori, presidenti di regione.
Un invisibile per ciascun dito di un eletto. Poi moltiplicare.
Uno. Nessuno. Centomila?
I siti: www.precariarestanca.it, www.associazionedifesalavoratori.org, www.anagrafeprecari.it, www.esternalizzati.it, www.flcgil.it
(Giulia Parodi)

Posted by Admin at 16:59

Call Center - Mancavano al convegno professori e politici

"Call Center idee per un cambiamento", il 9 giugno ’06 a Genova. Convegno importante e i quotidiani se ne sono accorti. Secolo XIX (10 giugno), pagine regionali, "Viaggio tra i forzati dei Call center. Divisi tra gentilezza e nevrosi in un lavoro privo di sbocchi".

Repubblica, pagine locali, "Semaforo per andare in bagno. Vita da call center: prodotti Hi Tech, metodi vecchi". Repubblica ha dedicato al convegno una apertura sulla sua edizione on line sin dal 9 giugno, mentre il convegno era in corso: "Ritmi di lavoro stressanti, pause di pochi minuti e atomizzazione dei rapporti. Solo un lavoratore su quattro spera di migliorare le proprie condizioni. E in questi anni le cose non hanno fatto che peggiorare. Poca autonomia e poca stabilizzazione. Le promesse mancate dell’accordo tra le parti di due anni fa. Un'indagine Cgil in sei grandi call center presentata oggi a Genova". Molti i messaggi ricevuti già in giornata.
Il convegno ha preso le mosse da una inchiesta promossa dallo Sportello sicurezza della locale Camera del Lavoro. Sei le aziende considerate, un migliaio di dipendenti, contatti, riunioni, interviste, un questionario compilato da circa un terzo del totale. Si scopre - è la parola esatta - un lavoro deludente, mal pagato, senza sbocchi e specialmente fonte di disagi d'ogni tipo. Su questi ultimi si è concentrata l'inchiesta e la discussione. Anche se ad ogni passo la domanda che urgeva era un'altra: ma che razza di lavoro è questo, che società è questa, che vita è questa...
Domanda seria, che attiene alla politica, ma difficile da evadere. L'ha riconosciuto Repetto, il presidente della Provincia, l'unica istituzione a collaborare al convegno. Qualcuno - ha detto Repetto - farebbe bene a ricordare lo choc di un po' di anni fa quando i colletti bianchi della Pirelli Biccocca si misero a lanciare le attrezzature dei loro uffici dalla finestra. In effetti allora ci si scandalizzò, si gridò al luddismo, poi si cominciò a sapere e a capire; ma ci vollero mesi.
Il convegno è stato prima di tutto un lungo momento di ricerca, per saperne di più su una galassia che oggi in Italia occupa quasi mezzo milione di persone in aziende la cui prospettiva di crescita è stimata il 6% (sì, sei per cento) l'anno; insomma un vero affare. Aziende "moderne", Hi Tech, dove tutte le parole tecniche sono inglesi, dove, quando si viene assunti, i periodi di prova durano settimane, mesi e più. Dove i compiti assegnati sono variabili: dal vendere prodotti taroccati, a incassare lamentele di utenti inferociti, di far perdere tempo, di guadagnare tempo... Chi voglia farsi una idea più precisa delle testimonianze portate al Convegno potrà trovarle, dal 19 giugno, sul nostro sito www.olinews.it
Un convegno importante per la cultura, per la politica e per i cittadini. Qualche professore di diritto, e non solo del lavoro, ci sarebbe stato bene. Così come un pò di studiosi della comunicazione e della società di oggi. Anche un po' di politici ci avrebbero sicuramente guadagnato ad essere presenti: sia quelli che si occupano della cultura - dal Convegno è emersa una città sconosciuta di cui nessuno sapeva - sia di quelli che allestiscono le ricette del nostro futuro. Anche le associazioni dei consumatori avrebbero grandi vantaggi a frequentare la materia trattata al convegno. Rappresentano infatti i cittadini, cioè i dirimpettai delle vittime dei call center. Difficile pensare che le cose possano migliorare per gli uni senza far causa comune con gli altri.
(Manlio Calegari)

Posted by Admin at 16:55

17 Maggio 2006

Sicurezza - Perché gli immigrati si infortunano di più

“Un minuto per te" è il titolo della campagna di informazione promossa da INAIL e CGIL CISL UIL sulla sicurezza del lavoro per i lavoratori immigrati presentata l'11 maggio in un convegno. L’articolo del Secolo XIX del 12 maggio riporta con diligenza i dati sull’aumento degli infortuni dei lavoratori immigrati, ma omette le osservazioni più importanti espresse nell’incontro.

Ad esempio che siamo stati noi, collettivamente intesi, a fabbricare con le nostre mani il fenomeno su cui ora organizziamo convegni: cioè quello di una (lenta) diminuzione degli infortuni tra gli italiani, e di una contemporanea (forte) crescita degli infortuni tra gli immigrati. Gli interventi indicano i mattoni di questa fabbrica: una legislazione che lega indissolubilmente contratto e permesso di soggiorno, l’assenza di una politica occupazionale sulla immigrazione e il totale affidarsi alla “spontaneità” del mercato, una economia di cui il lavoro nero è parte significativa e integrante. Ci stiamo adagiando, viene detto, su una comoda (per il momento) segregazione occupazionale che confina gli immigrati – quali che siano le loro competenze - nei settori meno protetti e più esposti ai rischi, ma questa separazione sempre più strutturale diventerà, in prospettiva, socialmente destabilizzante.
Politica ed opinione pubblica, viene detto da Giuliano Carlini, continuano a trattare l’immigrazione come un fenomeno transitorio, paiono non accorgersi che si tratta di un fatto definitivo che ci riguarderà per i prossimi 1000 anni e oltre, e continuano a trincerarsi dietro alle difficoltà che nascono dalle differenze di culture, senza rendersi conto che gran parte degli immigrati condivide con noi la cultura delle grandi aree urbane, e che il fenomeno migratorio si svolge all’interno di un processo di modificazione della cultura mondiale in cui siamo tutti immersi.
D’accordo, a un articolo non si può chiedere di diventare gli atti di un convegno, ma di dare conto della complessità di una analisi, questo sì. Altrimenti, tanto vale leggersi la free press.
(Paola Pierantoni)

Posted by Admin at 19:13

19 Aprile 2006

Mostra/1 - I quadri e gli uomini di tempi moderni

Sembrava quasi un’ultima cena la presentazione alla stampa della mostra "Tempo Moderno" il 13 aprile a Palazzo Ducale. Al centro Burlando, affiancato ai lati da Borzani, Castellano, Repetto, in uno sfumare lento su Giacobbe, CGIL, e altri, sino a De Biasi, dirigente dell’Ilva. Un’ultima cena dove il pane spezzato è la mostra, offerta ai presenti con sintesi veloci a seconda di chi, costretto a prendere la parola, due cose le deve pur dire su ciò che verrà mostrato.

Affiatamento e complicità tra comune, regione, provincia, sindacato e aziende sono inquadrati al tavolo come in una foto di famiglia dove tutti vanno d’accordo e si può sorridere felici perché tutto è sistemato. La mostra è pretesto per parlare di Genova, della sua cantieristica, della produzione industriale, dell’acciaio di Cornigliano che non c’è più ma tornerà . La mostra mostra che la politica funziona anche grazie alla nuova direzione che ha dato Burlando alla regione, convinto che all’industria non si deve rinunciare e che tutto si deve fare per difenderla .
De Biasi guarda in alto stucchi e affreschi della sala del Minor Consiglio con un’espressione a tratti lieve, evanescente, grata, distratta. Lavoro, diritti universali, centralità dell’uomo sono parte di un quadro che tutti loro, CGIL per prima, consegnano alla stampa, perché nell’evento c’è questo spessore di cui va tenuto conto. La mostra – bellissima – inquadra nelle tele produzione, fatica, forza, retorica, crescita industriale. E mette a fuoco l’atroce annientamento d’identità e l’omologazione che hanno marchiato la produzione industriale del secolo scorso, e sono stati spunto per lotte, conquiste di diritti che oggi sembrano anacronistici, di cui si deve imparare a fare a meno.
Al tavolo mancava il lavoratore. Bastava aspettarlo tra i molti giovani all’uscita dei cantieri di Sestri Ponente dove in tremila hanno costruito la nave Concordia, o a Cornigliano tra quel che rimane del freddo, o alle banchine del porto. Bastava prenderlo per mano e farsi raccontare cos’è oggi il lavoro, in quale tela si riconosce. Facendo quel passo indietro che le istituzioni dovrebbero saper fare dando la voce a chi non c’è l’ha. Lui solo, per consegnare alla stampa la sua storia di oggi con i quadri del passato. E’ andata com’è andata. Tempi moderni.
(Giulia Parodi)

Posted by OLI at 16:52 | Comments (0)

Mostra/2 - La metà del lavoro fuori del Ducale

Non si può proprio dire che Mario Margini, parlando a nome del sindaco, abbia colto nel segno quando lo scorso 13 Aprile, nel corso della presentazione della mostra “Tempo Moderno”, parlando a nome del Sindaco di Genova ha detto che le opere esposte rappresentano il lavoro al di fuori di ogni ideologia.

La mostra propone infatti il modo con cui il lavoro è stato ”guardato, rappresentato, interpretato dalle diverse forme dell'arte”. Ma per guardare, rappresentare, interpretare bisogna ben avere una idea dell’oggetto di cui ci si occupa, una tesi, una ipotesi da verificare, senza contare che molto spesso - e nella esposizione ve ne sono moltissimi esempi - l’immagine del lavoro e dei lavoratori è stata strettamente funzionale ad una ben definita visione del mondo da trasmettere o da imporre.
Il valore della mostra, voluta nell’ambito delle celebrazioni per i cento anni della CGIL, sta proprio nell’offrire una occasione di incontro con questi sguardi e con queste intenzioni, e nella implicita sollecitazione ad interrogarsi sulla possibilità / impossibilità di rispecchiarsi nelle condizioni, nelle identità, nelle visioni del mondo espresse dalle tele, dalle fotografie, dai film che la mostra propone.
Per una donna, come sempre, la cosa è più complicata. Non perché manchino immagini di donne, ma perché il lavoro che viene rappresentato è solo il lavoro produttivo, il lavoro che produce beni materiali.
Manca invece totalmente il lavoro riproduttivo, il lavoro che si occupa delle persone, che pure è stato attraversato da incredibili tempeste sociali e tecnologiche.
Non c’è l’insegnamento, trasformato e sconvolto da internet, non c’è la medicina con i suoi straordinari progressi.
Le case compaiono solo come luoghi che ospitano il lavoro (produttivo) a domicilio, ma non come luoghi del lavoro casalingo, anch’esso investito nell’ultimo secolo da una evoluzione tecnologica di non poco momento: mi vengono in mente le cucine di due film, separati da diversi decenni, quella di “Mon Oncle” (Jacques Tati, 1958) popolata dai primi robot domestici degli anni sessanta, e quelle di “Kitchen Stories” (Bent Hamer, 2003), dove una ditta produttrice di cucine sguinzaglia in giro per la Norvegia silenziosi misuratori di tempi e metodi per realizzare una progettazione dell’arredo fondata su uno scientifico taylorismo domestico.
Non ci sono nella mostra immagini di collaboratrici domestiche, baby sitter, assistenti di anziani, manca cioè totalmente la rappresentazione di un momento di passaggio importante e assolutamente “moderno”: la parziale delega del lavoro casalingo gratuito a figure professionali retribuite.
Si tratta della assenza di tutta una parte del lavoro umano. Da questa invisibilità che continua a ripetersi non si sa come uscire. Ci vorrebbero, di nuovo, luoghi in cui parlarne.
Ma oltre a questa occasione di pensiero, che a me è venuta dalla percezione di una assenza, la mostra ne offre innumerevoli altre. E, così come è capitato a me, ogni visitatore, utilizzando i suoi nessi culturali e di esperienza, si farà il suo percorso.
Ma al sindacato può bastare che molti, o anche moltissimi, lavoratori e sindacalisti percorrano individualmente questi sentieri solitari?
(Paola Pierantoni)

Posted by OLI at 16:49 | Comments (0)

22 Marzo 2006

Quote d’ingresso - Anche manager extra, ma senza coda

Li abbiamo visti fare code dall’alba, rifocillati da volontari. Autorganizzarsi, stabilendo il numero d’ingresso nell’ufficio postale prescelto. Così in centro come in periferia.
I nostri politici si sono premurati d’avvisare: non di sanatoria si tratta, ma di quote di forza-lavoro prestabilite. Chi perde, perché non ha raggiunto lo sportello per tempo (i primi otto minuti dopo le 14.30), sarà ricacciato ai margini, nascosto alle luci della ribalta, clandestino.

Numeri al ribasso rispetto alle braccia necessarie per mandare avanti la 7a potenza occidentale, come lamenta l’assessore al lavoro e alle politiche migratorie della Liguria Enrico Vesco, intervistato da Cinzia Gubbini (Il Manifesto, 14 marzo): “Io ne avevo chiesto 7.500 (lavoratori stranieri). Il numero esatto era 9 mila, ma mi rendevo conto che erano troppi. Quindi ho un po’ diminuito.” “Risultato?”, chiede la giornalista, “Meno di 4 mila.”
Eppure, anche fra i lavoratori extracomunitari ci sono dei distinguo. Per alcuni non esistono umiliazioni, ma braccia aperte che accolgono: “In Italia crescerà il numero di manager stranieri” titola “Affari e finanza” del 13 marzo.
L’indagine, realizzata dalla Asa Executive Search, società che si occupa della ricerca diretta di top manager, ha evidenziato la crescita di manager provenienti da America, Asia, Europa dell’Est. Un flusso che tenderà ad aumentare fino ad una quota di 10.000 extracomunitari d.o.c. previsti nel 2010.
I vantaggi, dicono quelli dell’Asa, sono indubbi: pluralità d’esperienze, apporti culturali nuovi, conoscenza dei mercati di sbocco. “L’Italia sta diventando sempre più globale e non c’è che da esserne contenti: per essere davvero internazionali occorre inserire e assorbire persone di culture diverse”, dice Vito Gioia, partner di Asa.
Per ora il fenomeno è circoscritto alle aziende che hanno una casa madre straniera (qui lavora il 55% di manager dell’inchiesta), ma le cose stanno cambiando: “Fino a pochi anni fa le aziende italiane richiedevano manager italiani per incarichi nella Penisola e all’estero. Adesso si cercano persone con esperienza internazionale, senza limitazioni nella nazionalità”.
(Tania del Sordo)

Posted by OLI at 08:42 | Comments (0)

8 Marzo 2006

Lavoro - La lezione di Trentin su passato e futuro

Il quarto incontro di "Parole per la città" era dedicato al lavoro, ma ad ascoltare Bruno Trentin di mondo del lavoro (operai, impiegati, sindacalisti) ce ne era pochissimo. Il gruppo dirigente della CGIL era lontano, impegnato al Congresso Nazionale di Rimini, e tutti gli altri, lavoratori e rappresentanti sindacali, erano comunque lontani quanto basta perché la notizia di questo incontro non li raggiungesse o non li invitasse a venire.

Nella sua lezione Trentin insiste molto su quello che lui ritiene debba essere un diritto primario e irrinunciabile dei lavoratori: il diritto alla conoscenza, alla formazione continua. Formazione non solo professionale: Trentin rievoca infatti le 150 ore per il diritto allo studio conquistate dal Contratto Nazionale dei Metalmeccanici del 1973, quelle che permisero a moltissimi lavoratori di conquistare la licenza media ed elementare, e a migliaia di altri di partecipare a cicli di seminari presso le università. Ma la platea che lo ascolta, la solita di "parole per la città", è la misura di come tutto ciò si sia perduto. Trentin parla di come negli ultimi trent'anni si sia svuotata l'identità collettiva del lavoro, di come il lavoro sembri non essere più una parte essenziale della cittadinanza, di come sembri non essere più al centro della politica.
La storia del sindacalismo italiano, ricorda, è quella di un'esperienza che non ha corrispettivi nel panorama internazionale, perché l'obiettivo era quello di essere un sindacato generale, non organizzato per interessi corporativi, un sindacato che difende l'interesse di tutti i lavoratori, dei più deboli insieme ai più forti. Aggiunge però che questo sindacato generale oggi è in crisi, che è arretrato nel comprendere e nel rapportarsi a una rivoluzione tecnologica di cui non ha colto tutta la portata, che è incapace di offrire una rappresentanza a un mondo del lavoro travolto dall'aberrazione della miriade di lavori precari.
Trentin dice che occorre ribadire la centralità del lavoro subordinato. Insiste sul fatto che, fatta giustizia di tutte le ipocrisie e finzioni, l'80% degli esseri umani lavora in forma comunque subordinata, e che è già ottimistico pensare che il 5 % di questi milioni e milioni di persone sia in qualche modo rappresentato. Ma come immaginare rivendicazioni comuni ai lavoratori ormai dispersi nelle mille forme del lavoro frammentato? Come rispondere alle domande vere di chi si trova nelle situazioni più esposte, ora che le vecchie forme di solidarietà sono andate in crisi?
Domande senza risposta affidate a persone legate tra loro solo da un interesse del tutto individuale per gli argomenti trattati, e che in buona parte il mondo del lavoro se lo sono già lasciato alle spalle o stanno per farlo.
(Paola Pierantoni)

Posted by OLI at 09:47 | Comments (0)

22 Febbraio 2006

Cornigliano - Neanche un crocifisso per i cassintegrati

L'aula magna della Scuola Edile di Borzoli giovedì 16 febbraio è piena solo a metà, anche se i temi trattati avrebbero dovuto richiamare tutti i 480 cassintegrati di Riva. Gestione busta paga e rinnovo del contratto nazionale sono grasso che cola per chi sino al 2008 sarà in un deserto lavorativo. Sia per poca informazione (la stampa ha altro di cui occuparsi) che per disincanto, presenti solo pochissimi impiegati e un'ottantina di operai.

Il nuovo calcolo della retribuzione ottenuto dai sindacati in un incontro con le istituzioni viene esposto con dovizia di particolari da Armando Tiragallo della Fiom: "Sono state accolte le nostre richieste. I lavoratori in cassa percepiranno una cifra legata al primo rigo… si aggiunge un 1/12 della tredicesima, 1/12 dei premi di produzione, il DPR tabellare e a questo va sommata la media dei turni dei primi tre mesi. Il primo rigo maggiorato del 8,50% compensa il premi non avuti, dalla cifra si leva il 9,19% e la c assa al lordo dell'IRPEF…".
La spiegazione è molto convincente, ma troppo rapida e tecnica, per essere assimilata. Il sindacalista, due metri di altezza e sguardo paterno, ripete, propone esempi concreti, ma nulla di cartaceo è stato consegnato agli astanti per seguire l'esposizione. "Verranno fatte verifiche ad personam per tutti gli impiegati che avevano stipendi alti, e sulla base delle leggi sui lavori di pubblica utilità, un riequilibrio delle ore da lavorare, bisognerà ricollocarli". Anche le ferie sono a posto.
A seguire viene esposta l'ipotesi del nuovo contratto di lavoro dei metalmeccanici.
Fuori dell'aula l'urna per il referendum sindacale provoca nei cassintegrati reazioni apatiche o sonnolenti: lavoro a tempo determinato, verifica dei contratti di apprendistato, scadenza per la maturazione dei livelli, legge 30 non li riguardano più. E'come parlare delle migliorie di una casa dalla quale si è ricevuto lo sfratto esecutivo. L'oggi propone altre questioni brucianti. Un operaio in forza per il Comune alle aree verdi racconta: "Il mio responsabile ha ammesso: io di voi, non so che farmene! Il Comune non ha i soldi per comprare una falce! Dicono che quando arrivano i soldi compreranno un'Ape e una Panda…Ma chi si tiene questi soldi?". I sindacalisti seguono gli interventi con la desolazione di chi ha che fare con una classe di caratteriali. "I tre quarti delle persone in cassa hanno figli e famiglia! Facevamo tutti la stessa cosa in quell'azienda…Qui tra noi ventiduenni non ce ne sono…Lo abbiamo saputo una settimana prima come saremmo finiti!", "Tu almeno l'ha i saputo una settimana prima! Noi non ne sapevamo nulla!", "Conoscete qualcuno dell'area a freddo che è stato messo in cassa?", chiede il sindacalista, "Sì! Ci sono io! Ma anche altri!", alza la mano un operaio. Scoppietta la rabbia. "La copertura finanziaria? Chi se ne occupa?".
Deve prendere fiato Armando Tiragallo per chiarire che i soldi per la bonifica e le infrastrutture di Cornigliano ci sono tutti: milioni di euro - 215 forse? - che finanzieranno il superamento di Cornigliano. Per la gestione della cassa integrazione ce ne sono solo una parte. Sei milioni di euro mancano all'appello ma sono garantiti dall'accordo di programma. Quindi "esigibili". Tre anni di cassa integrazione. Non uno di più. "Con o senza impianti i lavoratori rientreranno da Riva, che deve rispettare i patti! Gli hanno cancellato le pendenze giudiziarie per questo accordo!". Poi ancora: "Il comune mi ha versato i soldi in ritardo! Dopo il 15… e avevo una rata! Non è vera la storia della valuta…Mi sorella lavora in banca, ho chiesto a lei!", "E' colpa del commercialista al quale il comune ha affidato tutta la gestione! Gli enti non sono inadempienti! E' inadempiente lui! Potete chiedere i rimborsi sui calcoli errati!". Parole come petardi.
"Gli altri problemi cercheremo di risolverli…"
Nell'aula magna della scuola edile di Borzoli non c'è nemmeno un Cristo in croce alla parete. Peccato. Su di lui forse potevano fare affidamento.
(Giulia Parodi)

Posted by OLI at 11:22 | Comments (0)

15 Febbraio 2006

Welfare - Pantomime inopportune con i cassintegrati

I gasometri di Cornigliano sono stati, per i dipendenti di Riva, meridiane sulla giornata lavorativa. Erano sipari aperti sul sole. Incombevano nelle giornate di pioggia. Perché alle acciaierie la pioggia è implacabile, il freddo più freddo, il caldo soffocante. I gasometri verranno smontati a breve, come pezzi di un lego da sostituire da elementi diversi, più nuovi. Con loro, cokeria, palazzina, uffici, altoforno verranno sacrificati "per una nuova identità" di un quartiere che spintona da anni per essere simile ad Arenzano.

Sì, scrive Donatella Alfonso su Repubblica-Il Lavoro del 14 febbraio, c'è chi alla riunione di Circoscrizione immagina "una spiaggia" come quella del nonno o chi sogna un teatro per la Filarmonica.
Il sindaco Pericu e l'assessore allo Sviluppo economico Margini promettono agli abitanti del quartiere che sarà tutto condiviso. Un Osservatorio vigilerà su progetti e avanzamento lavori. Duecentoquindici milioni di euro sono già disponibili per bonifica, realizzazione della strada a mare, distripark, riqualificazione di villa Bombrini e del quartiere.
Duecentoquindici milioni di euro da qui al 2019. Quattrocentotrenta miliardi di vecchie lire.
Nel secondo atto di questa storia, in scena questa settimana, i sindacati dovranno incontrare le istituzioni per sistemare la retribuzione di quei trenta impiegati che da Riva percepivano stipendi elevati e che oggi, in cassa integrazione, pretendono il mantenimento del loro vecchio stipendio avendo aderito ai progetti di pubblica utilità. Si tratta del "tenore di vita", che di questi tempi non può essere certo messo in discussione.
Nella stessa riunione verranno trovate regole condivise per la retribuzione di tutti gli altri cassintegrati che sommando stipendio fisso dato dalla loro collocazione e cifra corrisposta per il lavoro di pubblica utilità, non si danno una ragione della differenza tra quanto incassato e la loro aspettativa.
A questo dettaglio si aggiunga il dovere morale - purtroppo in merito nulla è stato proposto - di inquadrare i livelli più bassi, quelli che prendono un'inezia, centottanta, duecento euro di integrazione per i lavori di pubblica utilità, che dichiarano "meglio non aderire perché a dare il bianco in un appartamento, quei soldi si guadagnano in una giornata…".
Pare che i soldi siano pochi. Ma quei duecentoquindici milioni di euro non dovrebbero servire anche per la gestione occupazionale della vicenda Riva? Chi li gestisce? Chi deve produrre i conti? Chi deve vigilare? Quali le voci di spesa? Con quale scadenza?
La questione assume connotati cinici in considerazione di coloro che nelle istituzioni lavorano a contratto da anni e in alcuni casi devono accettare la riduzione di orario per i tagli agli enti locali voluti dal governo. C'è di che sospirare. Di rabbia o di attesa. E a sospirare farà bene il cittadino pensando ai 47 progetti proposti ai cassintegrati: scatole vuote che vanno dalla gestione degli archivi, al censimento delle terre incolte, dal miglioramento della qualità dell'aria, al coordinamento degli stessi progetti ILVA. Scatole vuote nelle quali sono stati fasciati devotamente i cassintegrati, quasi fossero statuine del presepe, in un armadio di una casa che poi è anche casa loro perché sede del bene comune. Lavorar di fantasia in questa pantomima non è concesso. Ma con altri autori questa storia sarebbe stata una bella storia. A vantaggio di tutti. Una storia di sinistra.
(Giulia Parodi)

Posted by OLI at 18:05 | Comments (0)

25 Gennaio 2006

Ilva - Quando il giovin signore parla dei lavoratori (g.p.)

"Daniele Riva: Genova sarà la mia università". Giovedì 19 gennaio, di Nadia Campini , Repubblica-il Lavoro.
La laurea dai Riva si ottiene sul campo. E il rampollo milanese "alla soglia dei trent'anni" adesso si concede alla stampa.

La sua è una storia che lo ha visto crescere negli stabilimenti del padre Emilio: Caronno Pertusella, Salonicco, Verona, Francia, Taranto.
Nei ricordi ci sono i piccoli trucchi di chi ha mosso i primi passi verso l'indipendenza. A Oxford: "ho imparato a farmi da mangiare, mi lavavo le camicie da solo, le appendevo e poi stiravo solo collo e polsini, con i maglioni sopra funzionava perfettamente". Molti viaggi. Tante mansioni: qualità, logistica, settore commerciale.Troppi compiti osservano alcuni.
Oggi guida una Porsche Carrera. Se la cava con "risotti e cacciagione" e gli "toccherà il compito, esaltante ma difficile, di seguire la riconversione dello stabilimento" dell'Ilva di Genova. Prova una sincera gratitudine verso i dipendenti: "sono stati bravi e molto professionali i lavoratori che hanno passato anni di attacchi e critiche feroci, è vero erano attacchi rivolti essenzialmente contro l'azienda, ma l'azienda è anche dei lavoratori". Anche di quei lavoratori ai quali si facevano scherzi sadici, travestendosi da operaio per coglierli alla prima distrazione sul lavoro? L'azienda era anche dei lavoratori che commemoravano Guido Rossa? E di quelli che scioperavano? E dei neo assunti che era meglio non uscissero per le manifestazioni?
E oggi, di chi è l'azienda? Di quegli impiegati ai quali è stato "ufficiosamente" detto che le loro mansioni verranno spostate a Milano entro dicembre? O di quelli che cercano l'amianto nel fondo dei loro cassetti per avere gli anni per avvicinarsi alla pensione? E' del garante che dovrebbe controllare i criteri di cassa integrazione? Di quali donne è l'azienda? Di quelle che a Milano devono indossare la divisa? E vengono chiamate per nome - Signora Carla, Signora Roberta, Signora Pina - quasi fossero governanti?
Suvvia. Siamo seri.
(Giulia Parodi)

Posted by OLI at 12:41 | Comments (0)

18 Gennaio 2006

Acciaierie - Cassa e delusione per altri 470

Le hanno chiamate dall'ufficio personale alle 17.20 di venerdì 13 gennaio. Alle Acciaierie di Cornigliano la timbratura d'uscita è alle 17.30. Hanno comunicato a queste persone che, a partire da lunedì, dovranno smaltire tutte le ferie. In mancanza di monte ore potranno considerarsi in cassa integrazione. Un incubo.

Come nei migliori film horror americani. Stupore, sgomento, disperazione, lacrime, pacche sulle spalle.
A differenza della prima tornata di prescelti, quella di agosto, loro non se lo aspettavano proprio. E nemmeno lo meritavano. Mai uno sciopero. Stipendio modesto. Quel "perché proprio io?" da Riva è nello scambio di sguardi, diventa domanda celeste, alla quale il funzionario dell'ufficio personale non vuole rispondere.
Fuori i quattrocentosettanta circa già in cassa integrazione sono stati distribuiti come cellule impazzite nei vari uffici istituzionali. Da novembre sono in libertà vigilata. E, come ha comunicato Mario Margini al Secolo XIX del 5 gennaio, "si sono trovati bene". Infatti nessun controllo di produttività. Piccoli compiti da svolgere senza pressioni. Tempi di adattamento lunghi, tolleranti. Praticamente il paese dei balocchi per chi, come loro, è stato alle acciaierie tanti anni.
Se non fosse per le buste paga. Per il promesso non mantenuto. Per quella tassazione sul "primo rigo" che ha fatto saltare i conti. Se non fosse per quel "verbale di conciliazione" - dal quale le istituzioni a suo tempo si erano tenute prudentemente alla larga - firmato dai cassintegrati con il Gruppo Riva, nel quale veniva indicata una cifra di integrazione alla cassa che li ha illusi facendo sperare loro quello che non può essere. Hanno sommato importi, calcolato senza comprendere le ragioni dei 150, 200 euro di meno,. Per non parlare dei ventinove impiegati che ricevevano alle acciaierie stipendi prestigiosi, per i quali il sindacato dovrebbe trattare.
Per adesso il solo in questa favola che "si è trovato bene" è Mangiafuoco. Ha tenuto con astuzia le fila dei suoi burattini, e continua a scriverne la storia.
(Giulia Parodi)

Posted by OLI at 12:55 | Comments (0)

9 Novembre 2005

Spot 1- Se il lavoro fisso e’ una malattia


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Campagna antidroga? No, promozione del lavoro autonomo. Strana idea quella della Provincia di Genova di umiliare una condizione di lavoro assimilandola alla tossicodipendenza. In questa epoca di precarietà e diritti negati non se ne sentiva davvero il bisogno.

Posted by Admin at 15:32 | Comments (0)

Call center - Lavoro a progetto? Un vero abuso

Da qualche tempo, per fortuna, si inizia da più parti a guardare dentro al mondo dei call centers (Vedi Oli n. 72, 73, 74, 75, 76).

Nel Regno Unito la Local Authority per la Salute e Sicurezza ha affidato allo Health and Safety Laboratory uno studio in larga scala sulle condizioni di lavoro in questo settore con lo scopo di sviluppare linee guida e buone pratiche per la azione di enti pubblici, imprenditori e sindacati. Il lungo e dettagliatissimo rapporto di ricerca pubblicato nel 2003 sottolinea che questo ambito lavorativo “assolutamente specifico” determina rischi altrettanto specifici per la salute psico-fisica di chi ci lavora. La particolarità di questo contesto sta nella natura essenzialmente organizzativa dei fattori di rischio: ritmi, scarso livello di autonomia, modalità di controllo della prestazione, monotonia, perdita di senso del lavoro e precarietà si aggiungono, aggravandoli, ai danni potenziali del lavoro al video terminale o svolto in ambienti inadeguati.
In Italia nessuna “Pubblica Autorità” ha assunto l’iniziativa di condurre ricerche di livello nazionale, ma si stanno diffondendo (Milano, Torino, Napoli, Bologna, Genova) indagini a iniziativa sindacale spesso realizzate in collaborazione con le locali ASL. Anche a Genova questi lavoratori incominciano ad essere parecchi: più di 1000 tra Telecom, H3G, ESSETI, Call & Call, Poste Italiane, CUP, più un numero imprecisato distribuito nei call centers per la vendita di prodotti alimentari, o nel settore dei trasporti (Trenitalia, Costa Crociere, Grimaldi, DHL, TNT, Radio Taxi…)
Capita raramente che i locali “media” ne parlino, però negli ultimi due mesi ho raccolto tre articoli interessanti. Sulla edizione spezzina del Secolo XIX del 28 settembre si parla delle proteste sindacali per il trattamento normativo ed economico (“Call center, tre euro e mezzo all’ora senza ferie e indennità di malattia”) previsto per i 500 operatori del nuovo servizio 892 892 avviato da Comdata a la Spezia. Il 13 Ottobre (Call center, la società promette: subito il 70% delle assunzioni”) la parola passa all’amministratore delegato Andrea Armani che risponde in modo “piccato” alle accuse sindacali e garantisce che il 70% dei lavoratori sarà “contrattualizzato” entro il 2006. Quanto ai ritmi… “Ci dicono che stressiamo i lavoratori ma, se facciamo i conti, non mi sembra proprio”;dopotutto “ogni operatore impiega 60 secondi medi di tempo a risposta, e gestisce 30 / 35 chiamate all’ora”. Circa 200 telefonate per turno frammentate in microcomunicazioni a getto continuo: in effetti, che problema c’è?
Ma che strano mondo quello di oggi! Un tempo per prendere uno a lavorare bisognava “contrattualizzarlo” proprio subito, dal primo minuto secondo.
Per fortuna Tiziano Treu intervistato dal Sole 24 Ore del 5 Ottobre in merito alle modifiche che l’Unione vuole portare alla Legge Biagi dice esplicitamente: “Oggi abbiamo il lavoro a progetto nei call center: questo è un abuso”.
(Paola Pierantoni)

Posted by Admin at 15:28 | Comments (0)

Ilva - Riflessioni su un bimbo tra i cassintegrati

C’era un giovane con un bambino in braccio all’assemblea dei cassintegrati ILVA lunedì 7 novembre alla Scuola Edile di Borzoli. Il presente con in braccio il futuro. Un bambino senza età. Simbolico e fuori luogo come lo sono i bambini tra i lavoratori nelle manifestazioni, nelle piazze, a rivendicare anche per se stessi quello che spetta solo agli adulti. Bambini con il contratto. Quel bambino chiedeva cosa sarà di suo padre nei prossimi tre anni. Quante ore, quali mansioni, le sue buste paga, i buoni pasto, la tredicesima.

Lo chiedeva ad un sindacato che non può offrirgli il meglio, perché sono tempi in cui al meglio non vuole più aspirare. Il meno peggio è l’alternativa al niente quindi quel bambino si deve accontentare. Con lui quattrocentosettanta lavoratori - Riva a suo piacere potrà aggiungerne altri, sino a seicentocinquanta - che contavano sulle dite la paga oraria e dicevano addio alla mensilità in più a Natale, alle ferie del loro contratto, ai premi di produzione, al pasto.
Trenta ore di lavoro settimanali per le istituzioni, grazie ad un accordo che concede di raggiungere “il primo rigo della busta paga”. Il resto dopo. Senza fretta. Con calma. Con i tempi della mediazione, della pazienza. Da qui a tre anni. “Poi, l’8 di agosto 2008 sarete di nuovo tutti in carico da Riva!”, ha promesso il sindacato.
Il padre, se vorrà, potrà leggere sulla O.L.I. le storie di Alice, del suo call center, avvilirsi per lei nell’inutile gioco dei confronti che atrofizza le aspirazioni di entrambi. Ma li avvicina sino a farli combaciare.
La politica dovrebbe occuparsi di loro, del padre, del bambino e di Alice. Sono tanti. Ma invisibili per chi non ha occhi.
(Giulia Parodi)

Posted by Admin at 15:26 | Comments (0)

3 Novembre 2005

Call Center - Alice è sopravvissuta al lavaggio del cervello

Arrivata all'ultima puntata di Alice mi si affollano in testa un sacco di domande su quella che sarà la mia vita.
In questo posto ci sono già da un anno e mezzo, sta diventando un tempo lungo, incomincio ad avere paura. Paura di rimanerci incastrata. Di adattarmi. Di non avere più il coraggio di cambiare. Di lavorare ho bisogno, e so benissimo che fuori di qui non c'è l'Eden, che tutto in giro è pieno di lavori brutti e precari, ma è che questo lavoro … non si limita ad essere un lavoro.

Tanto più è brutto, ripetitivo, stressante, privo di autonomia, tanto più l'azienda cerca di farti il lavaggio del cervello, perché tu te la creda, perché, oltre a lavorare male, tu sia pure contento di farlo. Dovete capire che lavorare in un call center non è il classico lavoro da cui esci, chiudi la porta e sei "libero"… Lavorare in un call center significa sorridere a tutti i colleghi, vivere in simbiosi con alcuni di loro, e lasciare quella porta sempre aperta.... anche dopo l'orario di lavoro...
E' come essere a scuola, con tanto di registro di classe e pagelline a fine mese. Manca solo la firma della mamma quando sei assente. Ecco, siamo considerati scolaretti e non lavoratori con la loro dignità. Della atmosfera scolastica c'è proprio tutto, comprese le pizzate di classe. Fantastiche mangiate e ubriacature di gruppo dove si sparla di tutto e tutti e ci si sfoga a raccontare aneddoti esilaranti sui nostri amatissimi clienti...
Ma il meglio deve ancora venire. Eh sì. Se vi chiedessi quale è per voi, più ancora delle interrogazioni, un ricordo indelebile della scuola, scommetto mi direste: la gita di classe!!!! Qua però non si chiama più gita di classe, ma "outdoor", a noi piace l'inglese.
Come a scuola però la gita non è solo svago e divertimento, deve anche essere istruttiva...
E allora, con l'aiuto del nostro psicologo, ci fanno fare dei giochi di gruppo per incentivare lo spirito di squadra... Un esempio? La costruzione di un ponte tibetano: lo facevano anche Qui,Quo,Qua alle giovani marmotte. Un gruppo lo costruisce e gli altri si devono fidare e passarci sopra, capita la metafora? Oppure il giro nel bosco al buio tutti legati insieme da una fune. (mistico, ricorda "Il mistero della strega di Blair") …
Poi dopo il momento "ludico" si entra in aula e si fa un pò di lezione "seria" per stimolare nelle nostre menti l'attaccamento all'azienda, naturalmente sempre con lo psicologo: ci mancherebbe!
Fantastico, no? E, come nella scuola dei vecchi tempi, chi se ne sta per conto suo viene considerato asociale, e chi frequenta i soggetti asociali viene avvertito, per il suo bene, di stare alla larga dalle cattive compagnie...
Ho 22 (ventidue) anni, e comincio ad essere stanca. E preoccupata. Non mi sento pronta a fare il giro in canoa o a scarpinare in campagna con lo psicologo alle costole, vorrei solo lavorare ed essere rispettata. Speriamo che il giorno della mia psico-gitarella sia ancora lontano...
(Laura Chioetto)

Posted by Admin at 08:29 | Comments (0)

26 Ottobre 2005

Call center - Quelli che stanno peggio di noi

Stavolta non vi parlerò di me, sennò penserete che sono una egocentrica! Vi racconto invece una conversazione rubata in treno. Uno dei due lo conoscevo, aveva un negozio di merceria dalle nostre parti, che poi ha chiuso. Non mi ha riconosciuta, ed io ho fatto finta di niente perché le cose che si diceva con l'altra mi hanno subito fatto drizzare le antenne.

Era insieme ad una sua collega, un'altra signora per niente giovane, e quasi litigavano. Parlavano, indovinate un po'? Di call center! Ma non del mio. Loro lavorano in "outbound", chiamate in uscita. Cercano di piazzare dei prodotti telefonici: attivazioni, servizi extra ecc…. Da come parlavano mi sembra che a livello di ritmi, di stress, siano messi un po' meglio di noi. Quando il sistema automatico non trova numeri telefonici liberi, gli operatori se ne stanno in attesa uno, due minuti, a volte anche dieci, quindici minuti: roba da sogno! Noi siamo "inbound", chiamate in entrata, e le telefonate ci arrivano in cuffia senza neanche un microsecondo di pausa rispetto alla precedente. Click - bip bip "Benvenuto in… sono Alice …" Click - bip bip "Benvenuto in… sono Alice …" e così via, almeno cento telefonate al giorno: una cosa da perderci la testa. Ma ecco che ho ricominciato a parlare di me! Beh, torniamo ai due del treno. La prima cosa che mi ha colpito è che non erano mica giovani. Da noi siamo tutti ragazzi. Invece questi avranno avuto l'uomo più di cinquanta anni, e la donna almeno una quarantina. Mi sono detta, ma che ci fanno questi in un call center? Poi, sentendoli parlare, ho capito, e se li ascoltate insieme a me, capirete anche voi.
U. Quando ti scade il contratto?
D. Tra quindici giorni.
U. A me tra un mese.
D. Io sono tranquilla.
U. Ah si? Beata te.
D. Io le mie attivazioni me le sono fatte. E poi me ne hanno rinnovati già due di contratti. Questo è il terzo. Dopo tutto hanno visto che il mio lavoro lo faccio, e secondo me a casa non mi ci lasciano.
U. Ti vedo ottimista. Meglio per te. Io sono ancora al di sotto dell'obiettivo, e se non cambia il vento finisce che mi lasciano a casa. Se non fosse che ho 55 anni e una figlia a carico, sarei quasi contento perché non ne posso più. Non sopporto di rispecchiarmi negli altri. Lascia stare il gruppo dei ragazzi, quelli si fanno un turno al giorno per tirare su due soldi, e finisce lì. Ma tutti quelli come noi! Siamo la maggioranza lì dentro, anime perdute del mercato del lavoro, gente dai quaranta in su, che trema ad ogni scadenza di contratto, Mamma mia.
D. Ma possibile che ti lamenti sempre? Secondo me, dove siamo, dovremmo ringraziare il cielo.
U. E come no.
D. Ma hai idea di quello che c'è in giro? Sai quanti ne ho girati io di call center? Vuoi che ti faccia l'elenco? Quelli che mi hanno detto che la paga era 700 €, e a fine mese me ne hanno dati 280 perché non avevo fatturato abbastanza. Quelli che quando ho chiesto un contratto, me lo hanno dato, come no: già firmato. Da me! Quelli che un bel giorno alle 17.30 ci hanno detto: "Bene, spengete i computer, la ditta ha chiuso. Addio". Quelli che stavano in un fondo di Via Napoli, niente finestre, niente aria, niente luce. Devo continuare?
U. Allora per te dove siamo va tutto bene.
D. Beh, 900 euro al mese dopotutto ce li portiamo a casa. C'è solo una cosa. Questa sì. Dovrebbero metterci in regola. Avete capito?! Non erano in regola! Cioè, capiamoci: formalmente erano in regola, erano col contratto "a progetto". Nella sostanza niente altro che una truffa bella e buona.
(Paola Pierantoni)

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20 Ottobre 2005

Cantieri navali - Fregate della marina e fregature politiche

La vicenda delle fregate militari Fremm e del loro mancato finanziamento da parte italiana più che incredibile appare scandalosa. E ancora di più stupisce la disattenzione dei media.

Vale dunque la pena di ricordare che la storia ha inizio quando, con la presentazione della legge Finanziaria per il 2005 (un anno fa), ci si accorge che l'accordo italo-francese siglato dal ministro Martino nel mese di ottobre non è finanziato, e che tale mancata previsione di spesa rischia di far saltare i programmi operativi dei cantieri navali della Fincantieri localizzati in Liguria, in particolare quelli di Riva Trigoso e del Muggiano. Parlamentari ed enti locali si mobilitano a sostegno dei sindacati e, dopo un lungo batti e ribatti di alcuni mesi, in primavera si riesce a inserire nella legge per la competitività un primo stanziamento, sufficiente solo per una sola fregata sulle dieci previste in capo all'Italia. E'‚ poco, ma è comunque una boccata d'ossigeno.
Qualcuno poco convinto della lettera dell'emendamento invita a vigilare, ma viene zittito. Il governo - si capisce - si prepara ad autocelebrarsi e annuncia che il 4 ottobre, a Parigi, Berlusconi e Chirac saranno presenti alla firma definitiva del contratto… I resoconti della memorabile giornata sono solo sulla stampa francese. Le ironie, ovviamente, si sprecano: "La doccia (fredda) italiana", "Di scena la commedia dell'arte" e così via. Cosa è successo? Che il 4 ottobre, all'Eliseo, quando tutto era pronto per la firma, comprese le penne stilografiche e i primi comunicati stampa già on-line, Berlusconi e Tremonti - vero colpo di teatro - chiedono un rinvio. Per un problema tecnico, dicono. I francesi si guardano perplessi, gli uomini della Thales (la società che si è aggiudicata la parte francese della commessa) strabuzzano gli occhi; alla fine tutto è rinviato sine die.
Bastano poche ore per capire che il "problema tecnico" sono i soldi; infatti quelli già stanziati con un emendamento di legge non ci sono più. O, come suggerisce sempre qualcuno, non ci sono mai stati. L'on. Mondello assicura (qualche quotidiano ci fa il titolo) che l'8 ottobre, al salone Nautico di Genova, il ministro Scaiola annuncerà che i soldi sono stati trovati. Purtroppo è successo l'opposto: il ministro ha infatti confermato che il "il problema tecnico" era la "difficoltà a reperire il finanziamento". Naturalmente si riferiva a una sola fregata e non alle otto o dieci previste. Insomma tutto ricomincia da capo.
(Rino Vaccaro)

I quotidiani del 14 ottobre annunciano che i fondi per la costruzione delle prime due fregate sarebbero stati trovati. Gli operai di Riva increduli e insensibili allo spirito "bipartisan" che avrebbe determinato la svolta hanno comunque deciso di bloccare il varo (nota della redazione).

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Lavoro - Alice entra in crisi nel mondo del call

Ho bisogno di confidarmi. Perché qui la cosa è molto, ma molto più complicata di quel che sembra: c'entrano i sensi di colpa, l'identificazione con l'aggressore, la sindrome di Stoccolma, la ricerca del salvatore mitico… Mi spiego: ieri ho preso una telefonata (la trovate trascritta qui sotto) di un vero cafone misogino. Ma non è questo il punto. Capita. Il punto è che mi sono accorta con spavento che verso questo disgraziato dentro di me provo un sentimento ambivalente: rabbia, sì, certo… ma anche qualcosa di simile alla simpatia, alla umana comprensione… Dite che è grave?

Il fatto è che il cafone davvero ci lavora col telefono, davvero mi è arrivato in cuffia dopo aver vagato senza risultato da un operatore all'altro, e so per certo che continuerà a vagare ancora per un bel po'… Queste però forse sono solo razionalizzazioni consolatorie, forse c'entra il rapporto con mio padre … insomma, non mi capisco più, non so più chi sono. Comincio a pensare di quello psicologo aveva ragione, quasi quasi gli telefono…
c.a: Benvenuto sono Alice, come posso aiutarla?
Cliente: Lei crede davvero di potermi essere utile? Sarà la 6 volta che chiamo, ma il problema non me lo risolvete mai, sto continuando a chiamare, ma ogni persona che mi risponde mi dice una cosa diversa… e io pago, pago, pago per esser preso in giro!!!! Signorina per quello ho già mia moglie capito?

c.a: Se gentilmente mi spiega il suo problema e mi da il suo numero di telefono vediamo insieme di risolverlo..
Cliente: Questa frase l'ho già sentita, sa? La sua collega, una certa Marzia, (una che poteva sembrare di Roma, ma secondo me era di Napoli), mi ha detto così, ha detto che mi avrebbe risolto il problema ma non ha fatto nulla mi capisce? Il numero? L'ho già dato alla sua collega.... e non è servito a nulla, io con il telefono ci lavoro, ci vivo!!! Voglio parlare con un uomo, signorina mi faccia parlare con uno che abbia gli attributi, io con voi donne non voglio più avere a che fare...
c.a: Se mi da il numero di telefono e mi spiega il problema la aiuto volentieri… Cliente: Io voglio parlare con uno coi C…!
c.a: Guardi che le posso dare anche io le informazioni che le servono senza bisogno di parlare con un uomo...
Cliente: Io chiamo i carabinieri, io voglio parlare con un UOMOOOOOOOO!!!
CLICK.....cade la chiamata....
(Laura Chioetto)

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13 Ottobre 2005

Iplom/1 . L’azienda e’ a rischio ma siamo bravi

“PARLIAMO DI IPLOM”. A piena pagina sui giornali cittadini un avviso a pagamento dell’Iplom, sotto forma di lettera aperta agli abitanti della Vallescrivia, cerca di spiegare cosa è successo a Busalla il primo settembre. “Alle 21.40 si è verificata una perdita all’impianto desolforazione gasolio”. Tutto qua.


fuoco5.jpg

Busalla – 1° settembre 2005 – ore 21.14
Per gentile concessione del “Comitato Salute Pubblica – Busalla” (http://busalpub.tripod.com)

Quello che è avvenuto permette all’azienda di affermare “che i tecnici Iplom hanno ampiamente dimostrato di essere capaci di intervenire in modo efficace e tempestivo”. Per l’Iplom non è stato un caso fortunato, “ma semmai la dimostrazione che l’addestramento, la formazione, l’utilizzo delle migliori tecnologie possono fare la differenza anche in caso di emergenza”. L’Iplom non ha mai nascosto di essere un’azienda a rischio, ma è altrettanto certa di avere i mezzi e le capacità per contenere, affrontare e domare in sicurezza incidenti come quelli del primo settembre. Iplom parla di “incidente”, non incendio. Il quale può essere desunto solo da espressioni correlate: “corso anticendio”, “Vigili del Fuoco”. Coloro che non erano presenti possono farsi una’idea dell’”incidente” solo dalle fotografie. Fine della parte rassicurante del messaggio.
La seconda parte manifesta invece una certa insofferenza. L’Iplom ha percepito una mancanza di comunicazione con la popolazione interessata. “E questo ha dato l’opportunità a quei pochi che speculano sul lavoro altrui, di diffondere notizie false e tendenziose”. Quali siano queste notizie false e tendenziose non è dato di sapere, ma l’Iplom riafferma di credere di avere tutto il diritto di poter continuare le sue attività. “Iplom è una realtà interna a Busalla e alla Vallescrivia e desidera continuare ad esserlo, non contro la volontà del territorio, ma a beneficio di chi nel territorio ci vive e ci lavora”
La lettera aperta non fa alcun cenno alle polemiche che non riguardano la qualità dei prodotti e del lavoro che vi si svolge, ma la vicinanza dell’impianto petrolchimico al centro abitato e i pericoli potenziali che ne derivano. L’Iplom è classificata come industria a rischio perché rilascia nell’atmosfera polveri, cromo esavalente e acido solforico pericolosi per l’ambiente e la salute. Si tratta di un rischio reale che, date le conseguenze del danno che potrebbe prodursi, non può essere ricondotto a mere stime statistiche.
Oscar Itzcovich


Posted by Admin at 08:47 | Comments (0)

Iplom/2. Non c’e’ altro sito salvo l’abitato?

Bene ha fatto la Comunità Montana Alta Valle Scrivia ad inserire nel suo sito (http://www.altavallescrivia.net) oltre alle caratteristiche più rilevanti del suo territorio (industrie, agricoltura, prodotti locali, turismo, ecc.) un documento sulle prospettive future dell’insediamento dell’Iplom (“Iplom: il futuro”, http://www.altavallescrivia.net/focus_09.htm).

Il documento prende in esame uno studio condotto da Arpal per gli aspetti ambientali e dalla Fondazione Mattei per la parte di impatto socio economico, pubblicato nel luglio del 2005. Lo studio, che ha avuto vari anni di gestazione, “sostanzialmente contiene una valutazione positiva sui rapporti tra l’azienda e il territorio riconoscendo che la Iplom ha investito sulla sicurezza sia per i propri dipendenti che per gli abitanti”.
Ma sia la Comunità Montana che il Comune di Busalla ritengono che questo studio “sia una fotografia parziale della situazione, perché mancano indagini essenziali in particolare su tre punti: la salute degli abitanti, l’impatto sociale e la delocalizzazione dell’impianto”.
Da alcune settimane, il sito ospita un forum, uno “spazio a disposizione di tutti”. Tra i diversi interventi, ci sono ovviamente quelli che riguardano l’Iplom. Chi ricorda che non si può semplicemente dire che non si vuole più l’impianto “perché 150 famiglie vivono grazie all’Iplom” (Iole), chi risponde che non si può nemmeno fare finta di nulla “dopo che 2000 busallesi sono scappati nel panico” (Gandalf) e chi si chiede perché “nel piano d'area non si è tenuto conto dell'opinione dei cittadini comuni. E anche per quale motivo non è stato fatto uno studio di fattibilità sulla delocalizzazione” (Soli). Già, perché? Su quali basi è stato condotto questo studio?
Oscar Itzcovich

Posted by Admin at 08:41 | Comments (0)

Alice. Se invece del capo c’e’ il tutor

Eccomi qua, sono di nuovo io, Alice!
Ieri sera rileggevo la mia presentazione e mi sono detta: forse è meglio che a quelli di OLI spieghi un po’ per bene come lavoro, perché non devono averci capito granché. Sapete, noi dei Call siamo un popolo di iniziati ed usiamo un linguaggio molto, molto trendy: termini inglesi a stecca. Credo che serva a farci sentire speciali, sacerdotali formichine tecnologiche orgogliose del loro bel formicaio.

Così anche se ci pagano poco (in alcuni call molto, molto poco: poi vi dirò), e se usciamo dal nostro turno con la testa intronata, siamo contente lo stesso. Almeno per il tempo che basta. Poi quando siamo spremute per benino, o non ce la crediamo più, ci sono alla porta eserciti di formichine affamate pronte a darci il cambio.
Ma non divaghiamo. Dunque parlavo di come lavoriamo e del linguaggio che usiamo. Bene, noi, come tutti quelli che lavorano, abbiamo dei “capi”: cioè gente che guadagna un po’ più di noi (non molto di più, solo un po’, diciamo 90, 100 € al mese), e che ci assegna il lavoro, ci sorveglia, ci richiama se secondo loro perdiamo tempo, ci dice se stiamo dentro gli obiettivi aziendali, eccetera. Le solite cose.
Ma noi – qui sta la differenza! – non li chiamiamo capi. Eh, no! Loro sono i nostri “tutor”, e cioè (vedi Dizionario Ragazzini) “istitutori, precettori, insegnanti privati, assistenti” .
Evviva! Lavoriamo in un mondo senza capi, abbiamo realizzato l’utopia. Quindi quando il mio tutor dalla sua postazione al centro del Call lancia l’urlo di Tarzan e mi grida “Cortesemente Alice, ti metti in avail?” (che vuol dire: la pianti o no di stare in pausa?) non esercita un potere direttivo per aumentare la mia produttività, ma svolge un’azione pedagogica nel mio primario interesse. Questo mi rassicura molto, mi fa sentire amata. E’ come tornare ai tempi di scuola. Devo dire che questo non è un tratto esclusivo del mio Call. Conosco parecchie altre persone che fanno questo lavoro (stiamo diventando sempre di più!) e che io sappia, la parola “capo” è ovunque bandita. Alla yyy ad esempio hanno uno stile più sportivo, così i capi li chiamano “coach”, cioè “istitutore”, ma anche “allenatore, istruttore”. Invece alla xxx sono un po’ più old style, e i capi li chiamano “supervisor”, cioè “soprintendenti, sorveglianti”. Tuttavia converrete con me che il termine inglese ingentilisce parecchio la cosa, e dà al tutto quel tocco di modernità che non guasta.
Vabbè, ho quasi raggiunto il limite delle 500 parole che per voi (lo so) è una specie di muro del suono, ed ora vi saluto. Però, già che voi trafficate con le parole, vorrei chiedere una cosa: le parole sono importanti? Cioè, chiamare “capo” un capo è una cosa che aiuta a capire come gira il mondo, o no? Scusate, a volte mi vengono delle domande! E’ che sono così giovane, così inesperta… avrei bisogno di tutors, davvero.
Laura Chioetto e Paola Pierantoni

Posted by Admin at 08:39 | Comments (0)

6 Ottobre 2005

Lavoro. Alice nel mondo dei call center (*)

Ciao, sono Alice, operatrice di Call Center di uno dei tanti gestori italiani di telefonini che sgomitano per catturare la vostra attenzione e i vostri soldi. Aziende di successo, guidate da imprenditori di successo le cui immagini campeggiano ricorrentemente nelle prime pagine degli inserti di affari e finanze. Un quadro esaltante, eroico, romantico di lotte concorrenziali (si fa per dire). Gli avversari dipinti come imbelli a contar soldi nei loro uffici, mentre gli outsider sfidano la storia e percorrono impavidi la brughiera a piantare antenne.
E noi? Noi centinaia a Genova, e… non so quante (e quanti) in tutta Italia, noi interinali, noi contrattiste a termine a 5, 8 10 mesi, noi logate dell’inbound e dell’outbound , noi con le nostre occupancy, i nostri coach, noi del business o del consumer, noi con la spia che ci misura l’AHT e l’ACR e che diventa rossa di rabbia e di rimprovero se la media delle telefonate del Call supera i 4 minuti, noi, dico NOI, dove diavolo siamo?
Beh, se avete la pazienza di seguirmi vi faccio guardare un poco dal buco della serratura.

Sia chiaro, per fare questo lavoro ci vuole una formazione coi fiocchi, e la mia azienda prende la questione molto sul serio. Vogliono persone innamorate dell’azienda. Così ci hanno mandato a un corso che doveva essere di tecniche di comunicazione col cliente (sembrare tranquilli, rispondere col sorriso perché il tono della voce è diverso eccetera, eccetera …), ma che si è rapidamente trasformato in una seduta di psicanalisi. Esagero? Vedete voi.
Ore 10, eccoci in aula per la parte sulla assertività: entra il sig. Rossi, che si presenta come organizzatore di corsi per aziende e privati cittadini che vogliono acquisire maggiore sicurezza in se stessi, vincere lo stress etc… Io (diffidente?) sento puzza di manipolazione: mi chiudo in me, osservo e ascolto. Quanto meno, penso, per queste otto ore non sarò logata….
Partenza soft: “Raccontate le situazioni in cui non siete riuscite ad essere sufficientemente "assertive" col cliente...” Il tizio si pone in maniera simpatica, per farci parlare, ed io comincio a rizzare gli aculei. Barbara invece raccoglie l’invito e racconta la volta che ha litigato con il
cliente, l’insonnia, il mal di stomaco quando il cliente ha dato disdetta … Fin qui, direte, niente di male.
Ma al nostro “formatore” questo non basta, ed ecco che spinge il pedale sulla nostra vita privata: “Su, tirate fuori i vostri problemi, scavate nel vostro quotidiano, portate esempi di situazioni in cui avreste voluto essere più sicure di voi stesse, apritevi!”. E … e c’è chi ci casca. Saltano fuori i racconti: di piccole frustrazioni quotidiane (il litigio allo sportello di una banca…), di rapporti difficili con i genitori, di speranze deluse. Una mia collega inizia a parlare delle sue aspirazioni appena presa la laurea, l’ammirazione per le giovani 20enni che le mangiano in testa perchè non si accontentano del lavoro del call center, che vanno avanti e ci riescono, mentre lei … e scoppia in pianto. Non è la sola.
Io divento definitivamente muta, e quando usciamo dall’aula mi sento dire: “Grazie per il suo contributo. Grazie per non aver risposto a nessuna delle domande” e per aggiunta ricevo (gratis) la diagnosi: “Lei è una persona che sicuramente avrà dei problemi nella vita perché se non ha voluto rispondere, vuol dire che avrebbe detto delle cose non belle da dire davanti agli altri”.
Sbaglio o siamo in seduta psichiatrica?? Non sbaglio, alla fine delle 8 ore, dopo le crisi di pianto, le colleghe si sentono svuotate, leggere, pronte a farsi insultare ancora ingoiando i loro mille rospi.
In molte chiedono al sig. Rossi il recapito per poi scrivergli com’è andata con quella loro paura, per dirgli se alla fine sono riuscite a mandare via di casa il coinquilino psicotico, per avere consigli su come migliorare la loro carriera, su come affrontare la giornata, la vita…
Lui, beato, dice scherzando (?) che riterrebbe molto utile la presenza di uno psicologo aziendale… Rido, ma poi penso… va a vedere che ci arriviamo.
La vostra Alice
(*) Tutti i nomi sono di fantasia, le situazioni a cui ci siamo ispirati no.

Posted by Admin at 18:14 | Comments (0)

Lavoro. Gioventu’ precaria non piu’ bruciata

Non ha tempo di bruciarsi, questa gioventù. Sempre in bilico, in disequilibrio. Precaria. Con ali spiegate destinate ad atrofizzarsi sotto la metodica imposizione di categorie come“termine”, “progetto”, “inserimento”, “formazione”, come le bende su minuscoli piedi di geishe.

L’atmosfera a Roma dopo la giornata di manifestazioni dei precari dell’Atesia non la si legge sui giornali che a malapena ne fanno cenno, quando non glissano del tutto sull’evento. La si respira ad una selezione per accedere (non sia mai ad un lavoro) ad un corso di formazione per operatore nel turismo.
Sono quasi tutte ragazze, una cinquantina, solo due o tre i ragazzi. Prima della consegna dei test si alza un vociare indistinto, in cui ritornano ricorrenti gli stessi concetti. C’è un gruppo di ragazze campane; “Certo che si vede che a Napoli non c’è lavoro, siamo tutte di là” esclama ridendo una ragazza. Si mangia le unghie, forse l’ansia per la prova, chissà. Ha appena compiuto 24 anni. Poi continua “Ho sempre il rimpianto di non aver finito gli studi, oggi forse sarebbe diverso”. “Eh, io ho finito un anno fa, non c’è niente nel nostro settore. Tanta pubblicità, tanti corsi per i beni culturali, poi non assumono nessuno.” dice una ragazza, 29 anni e laurea nel cassetto. “E lettere è lo stesso, sono laureata da due anni, mi cercano solo come agente di commercio, tanto studio per vendere porta a porta, averlo saputo prima”.
L’età delle candidate è omogenea, tra i 26 e i 30 anni. Solo due o tre raggiungono la quarantina. L’attesa si allunga, gli aneddoti si moltiplicano: di come siano buffe le riunioni in cui le ditte americane ingaggiano gli agenti, di come alla fine di qualsiasi contratto a termine ci si senta dire “grazie, arrivederci”. Ma soprattutto di come sia pesante vivere a casa “coi tuoi” alla soglia dei trent’anni. Un solo interrogativo, tra la rabbia e rassegnazione, si leva unanime da questo coro estemporaneo “Ma come facciamo ad andarcene da casa se il conto in banca dopo un mese d’affitto va in rosso?”. Le porte si chiudono, inizia l’ennesima selezione.
(Eleana Marullo)

Posted by Admin at 18:12 | Comments (0)

30 Settembre 2005

Lavoro. Tanti piccoli inventori ti chiamano al telefono

Il gruppo Call & Call fornisce “servizi in outsourcing di call e contact center, customer service, indagini di mercato e telemarketing”. A Genova dà lavoro a duecento persone, a livello nazionale a 750.
Cosa fanno in concreto i lavoratori della Call & Call? Beh, aspettano che un sistema che compone in modo automatico i numeri di telefono di noi cittadini gli invii in cuffia la comunicazione con quelli trovati liberi, e quando questo avviene cercano di venderci servizi telefonici e altri prodotti.

Ogni telefonata viene preceduta da un allegro “Din Din” che si ripete nelle orecchie degli operatori un centinaio di volte al giorno. Durata media delle telefonate, uno, due minuti. Se l’operatore tende a dilungarsi troppo ed ha anche una bassa “retemption” (cioè non conclude abbastanza contratti) viene prontamente richiamato: “Scusa, ma perché hai fatto queste telefonate così lunghe?” Le telefonate infatti sono tutte registrate e controllate. Solo quando qualche pesciolino cade nella rete la telefonata può essere prolungata, per concludere il contratto.
Bene, si dirà, una moderna forma di taylorismo, certo più immateriale di un tempo, ma, se vogliamo, niente di nuovo sotto il sole…
Di nuovo c’è che per l’ottanta per cento non si tratta di lavoratori dipendenti, ma di “lavoratori a progetto”, cioè di quelli che il D.Lgs. 276/03, attuativo della “Legge Biagi”, identifica come persone che realizzano e gestiscono “autonomamente in funzione del risultato… e indipendentemente dal tempo impiegato per l'esecuzione della attività lavorativa” i progetti indicati dal committente. Tanto autonomamente che la legge si è preoccupata di tutelarne la creatività stabilendo che “… Il lavoratore a progetto ha diritto di essere riconosciuto autore della invenzione fatta nello svolgimento del rapporto…”
A quel che pare quindi “progetto” è la parola chiave. Progetto, dice il Devoto e Oli vuole dire “ideazione per lo più accompagnata da uno studio relativo alle possibilità di attuazione o di esecuzione”. Ma cosa diavolo progettano gli operatori della Call & Call? Parlando con qualcuno di loro risulta chiaro che il famoso “progetto” si riduce ad una cosa essenziale: riuscire a non andare sotto il numero di vendite atteso dalla azienda, altrimenti, alla scadenza, addio contratto.
Sul sito della Call & Call si legge che …"Il Gruppo CALL & CALL arriverà nel 2008, attraverso il programma di stabilizzazione concordato, a occupare a tempo indeterminato almeno il 60% delle risorse del contact center" e che ”per tutti i collaboratori a progetto CALL & CALL versa un contributo annuale (in grassetto nel testo), fornendo assistenza sanitaria integrativa per malattia e gravidanza: i collaboratori vengono in questo modo avvicinati come trattamento a quello dei lavoratori dipendenti”.
Traduzione: siamo perfettamente consapevoli che è tutto un inganno, non c’è nessun progetto, nessuna autonomia, solo sfruttamento di persone che non hanno alternative. Però siamo meno peggio di altri e abbiamo accondisceso ad una lenta normalizzazione.
Accordo di stabilizzazione firmato nel 2003 per un obiettivo da raggiungere nel 2008. Niente male. Alle galline ovaiole è andata peggio.
(Paola Pierantoni)

Posted by Admin at 10:14 | Comments (0)

8 Settembre 2005

Acciaierie. Tre anni di Cassa, firma e fidati

Dalla chiusura dell’altoforno un nuovo futuro. Per l’industria genovese. Per l’occupazione. Per Cornigliano risanata. E’ scritto su molti muri genovesi, lo sfondo è rosso, la firma DS. Giusto per ricordare cosa è stato fatto. La presenza politica come la lista della spesa: carne, comprata, frutta, comprata, detersivo, comprato. I partiti mettono i manifesti. Che è logico perché gli elettori la lista non la scrivono mica e tanto meno la tengono a mente.

Comunque, è un fatto, dall’8 agosto sono partite le lettere di ferie forzate per più di cinquecento dipendenti delle Acciaierie di Cornigliano. Sindacalizzati, fasce protette, impiegati vicini alla pensione e volontari stanno salendo sul treno cassa ognuno con la propria dose di disillusione, stupore, gratitudine o avvilimento. Sino al 31 ottobre Riva pagherà la differenza tra quanto previsto dalla cassa e lo stipendio dell’esubero, a patto che il cassintegrato firmi un verbale di conciliazione nel quale vengono sospesi tutti i suoi diritti in merito alla CIGS (Cassa Integrazione Guadagni Straordinaria), sottoscrivendo la “rinuncia ad ogni pretesa e/o domanda e/o diritto e/o azione derivante dalla CIGS” senza “null’altro a pretendere per alcuna causa, ragione, fatto, determinazione aziendale o evento direttamente o indirettamente connessi alla condizione di esubero” comprese eventuali richieste di “risarcimento danni patrimoniali e/o non patrimoniali, da dequalificazione professionale, biologico, esistenziale, morale nessuno escluso, con rinunzia ad ogni diritto, azione o atto derivante o derivabile dalla CIGS.”
“E se non volessi firmare?” hanno chiesto alcuni, “Niente delta di aumento!”, “Ma come controlliamo il diritto alla rotazione e gli abusi se firmiamo questo foglio?”, “Ci pensano i sindacati…”, “Ma questo verbale per quanto tempo dura?”, “Dura tutto il tempo della cassa…Trentasei mesi…”, “Ma non dovrebbe durare solo due mesi? Tanto Riva poi non paga…Paga Burlando…”, “Ma se non ci sono i corsi per i lavori di pubblica utilità, chi mi darà la differenza?”.
Più di cinquecento famiglie attendono istruzioni su diritti normalmente non disponibili.
(Giulia Parodi)

Posted by Admin at 08:50 | Comments (0)

21 Luglio 2005

Decennale Ilva. La cassa integrazione sul piatto d'argento

E’ un silenzio speciale. L’emozione che anticipa l’evento. Un sabato del villaggio aziendale. Ma unico, irripetibile per altri dieci anni nella storia Ilva.

Alcuni hanno portato il vestito della festa da casa, fasciato con cura nel nylon trasparente da indossare all’uscita del lavoro. Lungimiranza del dipendente consapevole. Altri hanno già scelto ed osano sin dal mattino top di seta e completi di lino. La proprietà è apparizione fugace nella scenografia aziendale. Come la sposa prima delle nozze. Il lembo di un vestito. Il dettaglio di un bouquet. Spiraglio da una porta accostata. Solo poche ore poi la cena con la Famiglia. Il tempo di rifarsi il trucco. Una sistemata ai capelli. Mi controlli la camicia?
Ma è l’inizio delle favole. Nella nostra, oltre al banchetto, davvero mediocre, poche parole sinistre hanno rotto l’incantesimo: “Volete lavorare?”, “Siiiii” ha risposto un coro entusiasta, “So che volete lavorare… ma adesso come sapete abbiamo la ristrutturazione e dovremo ricorrere alla cassa integrazione straordinaria per seicentocinquanta di voi, ma a rotazione con un rientro garantito per tutti… buon appetito”. Nel volto del padrone si scorge un avvilimento sincero, come se volesse abbracciare tutti.
Prima del gelo il copione aveva previsto la consegna di un piatto d’argento da parte di ciascun Riva ai dipendenti. Si erano formate code veloci organizzate in gruppi alfabetici. Mutua? Formazione di classi scolastiche? Naia? Ricordi a parte, molti si erano detti tra l’aperitivo e la cena: dove li trovi altri così generosi? E, regalo sotto braccio, avevano trovato posto disciplinatamente sorridendo felici. Poi quelle due parole, dette come antipasto alla cena: cassa integrazione.
Giulia Parodi

Posted by OLI1 at 16:49 | Comments (0)

Villa Podestà. La mesta vergogna dei "tirocini"

Villa Podestà a Pra oggi finalmente ristrutturata, ospita uno dei centri per l’impiego della Provincia. Ci vado con un mio collega per fare quattro ore di lezione (le uniche che riceveranno) a un gruppo di persone giovani (ma non giovanissime) in procinto di andare a lavorare “in tirocinio” nei luoghi di lavoro più vari.

Due ore le dedichiamo alla sicurezza sul lavoro, due ore ai diritti contrattuali: questa è la parte che tocca a me. Io mi porto dietro la mia piccola bibbia, una compendiosa raccolta analitica di leggi e contratti, che sempre più rapidamente lascio da parte. E’ più di un anno che facciamo questi incontri, uno al mese, ed è più di un anno che ci vediamo scorrere davanti visi scettici e rassegnati. La mia bibbia parla di diritti che nessuno ha cancellato, ma che valgono su un’isola sempre più piccola su cui le persone davanti a me non abitano, un’isola le cui coste sono sempre più erose, tutto intorno, da una precarietà a perdere che non offre né soldi, né sapere, né futuro.
Domando: ma che lavori andrete a fare? E ricevo un mazzo di risposte: educatore in una cooperativa, in Comune, lavorerò in uno studio commerciale, nel porto, in un centro estetico … E quanto venite pagati? 300 euro dalla Provincia … poi i datori di lavoro se vogliono aggiungono del loro. E lo fanno? Qui si apre la lotteria. Molti (tra questi il Comune) non aggiungono un euro. Al massimo i buoni pasto. Qualcuno aggiunge 100 euro. Il primo premio oggi lo ha vinto la ragazza del centro di estetica: ben 400 euro di integrazione da parte della azienda. La lotteria del salario. Il concetto di diritto completamente annullato.
Altre volte ho anche chiesto: e finora che lavori avete fatto? E che lavori pensate che farete in futuro? Ricevendo in risposta sguardi disincantati e privi di aspettative: i lavori si susseguono infatti senza senso, senza accumulo di competenze, senza costruzione di stabilità.
Le responsabili del centro mi dicono che fanno quel che possono per limitare gli abusi più inaccettabili (ad esempio usare i tirocinii per sostituire il proprio personale in ferie), mi dicono anche che un 50 percento di queste esperienze approda poi a un contratto di lavoro, ma quasi sempre a termine. Solo in qualche caso si produce il miracolo di un contratto a tempo indeterminato.
Col mio collega continuerò, negli appuntamenti già fissati per il prossimo autunno, a raccontare qualcosa a queste persone che ci ascoltano con pazienza e cortesia. Però provo imbarazzo e vergogna.
Paola Pierantoni

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14 Luglio 2005

Informazione/1. ILVA: sicurezza con licenziamenti

Un articolo su l’Unità di Sabato scorso, un trafiletto su “Rassegna sindacale” on line, un bell’intervento sul “blog” di Beppe Grillo: è tutto quel che sono riuscita a trovare, ad oggi, sul seguente episodio:

il 7 Luglio l’ILVA di Taranto ha avviato la procedura di licenziamento verso 9 operai, tra i quali due sindacalisti della FIOM, accusandoli di aver messo a rischio la tenuta dell’impianto per aver proclamato e messo in atto con effetto immediato uno sciopero contro le precarie condizioni di sicurezza in cui si lavora nell’area della acciaieria.
Che lavorare all’ILVA (solo a Taranto? Vedi OLI n. 48 del 3/3/05 col titolo “La sicurezza all’ILVA? Meglio non parlarne”) sia un rischio parrebbero non esserci dubbi: leggo da un comunicato della Segreteria nazionale della FIOM del 3 Giugno “Ormai la situazione infortuni è al limite… bisogna contrattare le condizioni di lavoro, e non arrendersi alla arroganza e all’arbitrio della impresa”, mentre in una sintesi della conferenza “Ilva di Taranto: condizioni di lavoro e prospettive industriali” si legge che “sono intervenuti i rappresentanti sindacali FIOM di tutta l’ILVA, che hanno in particolare sottolineato i gravi problemi di salute e sicurezza esistenti nello stabilimento. Molti interventi hanno poi denunciato il clima di pressione e intimidazione che l’azienda esercita soprattutto verso i nuovi assunti che entrano in azienda con contratti di tipo precario”.
Una domanda: a quando una bella conferenza a Genova, con lo stesso titolo di quella svolta a Taranto? “Ilva di Genova: condizioni di lavoro e prospettive industriali” Sarebbe perfetto, dato il momento.
Un’altra domanda: si tornerà mai a saper rispondere con immediatezza ad episodi come questo licenziamento? Ammesso e non concesso che gli operai, nell’attuare lo sciopero, abbiano infranto qualche regola, quante regole infrante impunemente stanno dietro all’atto che hanno compiuto?
Paola Pierantoni

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6 Luglio 2005

Cornigliano. Eccedenze momentanee

“Eccedenze momentanee” così sono stati definiti i lavoratori che finiranno in cassa integrazione per trentasei mesi, il tempo necessario a smantellare altoforno e creare i nuovi impianti per la lavorazione del freddo. Seicento persone.

Il sindacato, tramite Antonio Apa UILM, Franco Grondona FIOM e Bruno Vitali della FIM, ha cercato ma non è riuscito ad infondere nei lavoratori quell’autentico entusiasmo che Riva e Burlando avevano dimostrato durante la kermesse di maestrale. Una lunga riflessione su 9 anni di accordi disattesi e l’assemblea del 4 luglio alle acciaierie di Cornigliano prende una brutta piega: “La storia la sappiamo già! Diteci di oggi! Diteci perché assumono un sacco di ragazzi ma ne cresceranno per tre anni 650! E del freddo che è fermo! E la cassa, quando chiude l’area a caldo, come verrà data, sempre a chi si espone?”.
“Eccedenze momentanee” con l’altoforno “che non ce la fa più” dice un sindacalista e fermerà luglio o più tardi, a seconda di chi prende la parola. E la crisi nel settore del freddo – quello da potenziare – che atterrisce gli addetti ai lavori. “Eccedenze momentanee”, e nessun piano industriale da discutere a livello ufficiale. Ma Vitali suggerisce di chiudere “l’accordo entro l’estate, se no si comincia la campagna elettorale”. E chissà cosa potrebbe accadere in quei nove mesi. Ma quella odierna è “solo un’assemblea preventiva” per confrontarsi con i lavoratori. Sul nulla.
Giulia Parodi

Posted by OLI1 at 13:26 | Comments (0)

29 Giugno 2005

Riva. Reality Show a Cornigliano

Quando la realtà supera la fantasia. Succede a Cornigliano, in stabilimento, dove tra l’organizzazione di banchetti e la caccia alle comparse il quotidiano offre nuove emozioni.

Si tratta di inviti. L’uno dettato dal fedeltà, l’altro dal caso. Si festeggiano i dieci anni di anzianità nel gruppo Riva e viene girato un film su Guido Rossa, sindacalista massacrato dalle BR nel 1979.
Per entrambi gli eventi il capo ufficio chiama, chiede e segna disponibilità.
Cena del 12 e 13 luglio. Più di seicento dipendenti sono invitati dalla famiglia Riva.
Capo: “Cosa farà quella sera?”, “Veramente io…” hanno risposto alcuni esitanti, “Come non viene? Ed io cosa metto come giustificazione…Non è nemmeno in ferie!”, “No, no, vengo…”, “Ah! Bene”. Nei corridoi vengono convinti i più ostinati ad essere presenti. Verrà offerto anche il piatto d’argento ad ogni dipendente. Ricordino da mettere nel vetrinetta del tinello. Non è opportuno declinare l’invito.
Riprese del film di Rossa.
Capo: “Ha mica voglia di andare a fare la comparsa per il film che stanno girando?”, “Come la comparsa?”, “Sì…andare in via Fracchia sul set del film…Il regista ha bisogno di comparse. Può lasciare l’ufficio alle quattro, le paghiamo l’ora, e poi lei rimane sul set fino a quando hanno bisogno, è un’occasione! E’ un film importante…”, “Ma io ho i figli da prendere dopo…”, “Ah! Peccato! Ma avvisi i colleghi”.
Un’ora da metalmeccanico. Però, la soddisfazione. Quelli che sono andati ci sono rimasti sino all’ora di cena e oltre. Li hanno imbacuccati con vestiti pesanti. Scena invernale. Chissà perché.
“Ma Rossa quando è stato ammazzato?”
Comparse.
Giulia Parodi

Posted by OLI1 at 12:35 | Comments (0)

16 Giugno 2005

To coach. Come ti rieduco il buon manager

Una delle pubblicità pubblicate domenica sul Secolo XIX riguardava dei corsi di “Counseling and coaching”. Ma guarda! In questo ultimo mese già due volte mi sono trovata ad ascoltare degli strani racconti su iniziative di “coaching”, una in un grande call center (circa trecento dipendenti), l’altra in un ramo dell’Ansaldo.

Dunque, si tratta di questo. Ad un gruppo di dipendenti selezionati in base ad alcuni criteri (il ruolo ricoperto, un fattore premiale, l’aver accettato di inserirsi in un qualche percorso di miglioramento della qualità) viene proposto di partecipare ad una “convention”. Le persone vengono portate in un luogo bello, isolato (una villa in Piemonte, una località in Sardegna …) e la mattinata passa in discorsi sull’azienda, su come tutti sono bravi, sui progetti per il futuro… Poi è la volta delle attività.
In un caso le persone sono state messe a costruire un “ponte tibetano” sopra un torrentello. Ponte sul quale poi tutti dovevano passare. Nell’altro ai convenuti sono stati messi in mano chiodi, martelli, tavole di legno e sono stati invitati a costruire con le loro medesime mani panche, tavoli e sgabelli per il picnic sociale.
L’azienda gestrice del call center si è spinta oltre: ha anche messo la gente in giro ad uno psicologo che doveva educarli alla “assertività”. L’ambiguità del contesto falsamente simil-terapeutico ha agito come trabocchetto per le persone più esposte e fragili che si sono messe a parlare pubblicamente di sé, dei loro propri casi intimi e personali. Si sono registrate crisi di pianto.
Su internet, le informazioni sul “Coaching” non mancano. Una sezione del sito di Amazon esplicita gli obiettivi di questa attività gestionale: spingere gli impiegati a dare il meglio di sé e a sentirsi “orgogliosi” del loro lavoro e della ditta in cui operano. Il “Coach” deve sapere “raccogliere informazioni”, cioè assorbire tutto il possibile dall’impiegato senza che lui (o lei: il politically correct è d’obbligo) se ne renda conto. Il Coach deve apprendere ad “ascoltare con un terzo orecchio” prestando soprattutto attenzione al linguaggio non verbale, ed essere “consapevole” di tutto ciò che gli avviene in giro. “To coach” è diventato un verbo. I responsabili delle risorse umane devono imparare a “to coach” i loro impiegati: per ottenere da loro le massime “performances”, per sviluppare i loro “skills”, per sviluppare il loro “empowerment”. In questo modo, dicono, non ci sarà più bisogno di vecchi (e costosi) metodi quali offrire ricompense economiche o di avanzamento di carriera o di miglioramento delle condizioni di lavoro. Basterà infatti essere capaci a “To boast” la forza lavoro, cioè a renderla orgogliosa di quel che fa, anche se trattasi di lavoro totalmente svuotato di senso, come avviene nei call centers.
Le persone con cui ho parlato avevano precisa coscienza dell’orribile inganno manipolatorio di tutto ciò, ma questa ahimè non è la regola: una di loro mi diceva di aver visto più di uno/a dei suoi colleghi/e trasformarsi “da così a così” nel giro di qualche mese. Coached.
(Paola Pierantoni)

Posted by OLI2 at 01:07 | Comments (0)

26 Maggio 2005

Spoon Riva. Amianto e lattine sogni in saldo

Amianto. Questa la parola magica ripetuta come un mantra dai dipendenti delle Acciaierie di Cornigliano . Amianto e lettere che verranno inoltrate dai più per raccomandata all’ufficio amianto dell’Inail entro e non oltre il 15 giugno data di scadenza per inviare richiesta come prevede il decreto che ha esteso sino al 2003, retroattivamente, la possibilità di beneficiare dei relativi riconoscimenti contributivi.

Parola d’ordine: fare domanda. Farla comunque. Anche se non si è lavorato nell’amianto. Anche se non se ne conosce l’aspetto. Perché presentare domanda “costa solo la raccomandata” e non sia mai che tra qualche anno non esca una campana ambientale, una grande coperta d’amianto per tutti, sarebbe tragico esserne esclusi per pigrizia. O per onestà. Qualcosa di napoletano.
Come un lotto. Come la grande strada a mare di Cornigliano, il progetto nel progetto, che sposterà capannoni, uffici, liberando spazi per un grande parco urbano e per il distripark. Come le aree per la nuova linea di banda stagnata che sostituirà l’altoforno, cancellando il problema degli esuberi. Amianto per essere fuori e zincatura per i più giovani oggi, lavorazione importante delle Acciaierie, di fatto ferma sino al 24 giugno con settanta operai circa già in ferie forzate o a spazzare piazzali per mancanza di ordini. Che ad ascoltare con attenzione si dubita arriveranno dopo. Stagnare anziché zincare. Anche se si sta iniziando il viaggio nella “terra di mezzo” quella che ciclicamente prevede per la siderurgia anni di crisi nere.
Stagnare. Preverniciare. Produrre lattine in acciaio. Senza un progetto industriale ufficiale, condiviso con la società civile. Senza convocazione dei sindacati. Bocconi di progetto nella ciotola dei giornali. Senza guardarci dentro. Scivolando leggeri sulle Acciaierie come Dumbo. Ali al posto delle orecchie. Con ampie virate. Senza mai disturbare i funamboli del circo Riva. Per altri cento anni.
(Giulia Parodi)

Posted by OLI2 at 23:25 | Comments (0)

12 Maggio 2005

L'insicurezza dul lavoro non diventerà legge

Ne avevamo parlato nel n. 34 di OLI, sotto il titolo: “Insicurezza sul lavoro. Arriva una legge pro incidenti e malattie”. Si trattava del temibile progetto di “Testo Unico” in materia di sicurezza sul lavoro col quale il Governo faceva a pezzi 50 anni di legislazione e di esperienza in materia.

Ma adesso c’è una buona notizia che ancora non ha trovato grande spazio sugli organi di stampa: il 6 Maggio, dopo avere incassato le critiche feroci di quasi tutti (Sindacati, operatori della prevenzione, Conferenza Unificata delle Regioni, Consiglio di Stato), il Governo è stato costretto a ritirare il suo progetto di legge.
Scampato pericolo dunque, grazie ad un intenso e spesso invisibile lavoro da parte di tutti coloro che in Italia hanno a cuore il problema: convegni, iniziative, interazioni via internet tra gli addetti ai lavori hanno smontato pezzo per pezzo l’incredibile articolato di legge proposto con autoritarismo, invadenza ed incompetenza dal governo Berlusconi, e sono alla fine riusciti ad esercitare una pressione politica sufficiente ad impedire il compiersi di questo disastro.
Una vicenda parallela e insieme profondamente diversa da quella, famosissima, dell’articolo 18. In tutti e due i casi il governo ha cercato di compiacere un padronato di terza categoria attraverso pesanti riduzioni di garanzie e tutele dei lavoratori, ma mentre la cancellazione dell’articolo 18 è stata bloccata da iniziative specificamente sindacali che hanno avuto il massimo della visibilità pubblica, in questo caso l’alt è venuto da un’alleanza trasversale di competenze e di coscienza sociale che si è mossa con molta decisione ma su un piano più specialistico e senza impatto mediatico.
E’ un conforto verificare le molte strade che la democrazia sa tuttavia ancora percorrere. Meno confortante pensare alla incredibile mole di lavoro che per due anni (cioè da quando nel Luglio del 2003 il governo si era auto-delegato a fare questo bel lavoro) si è dovuto spendere per riuscire alla fine a buttare nella spazzatura un testo indecente.
(Paola Pierantoni)

Posted by OLI2 at 09:44 | Comments (0)

1 Aprile 2005

Edilizia. Al prezzo più basso il rischio più alto

Quando si verifica un incidente mortale sul lavoro, nelle sedi sindacali la notizia giunge in anteprima, e la categoria di riferimento, molto spesso gli edili, va sul posto, fa una dichiarazione alla stampa, si attiva per un ennesimo incontro con i responsabili di sempre.

Quando questa sequenza si ripete – l’ultima volta lo scorso 12 Marzo in occasione dell’infortunio mortale nell’ex cartiera di Mele – il senso di frustrazione e di inutilità che ne deriva è micidiale, perché tutto è già successo, e tutto tornerà a ripetersi: incontri, impegni e facce contrite inclusi.
Il punto infatti non sta nella catena di cause di quel singolo, specifico incidente (la soletta che non regge, la struttura nuova che cede…) ma nel contesto organizzativo ed economico che rende quell’incidente, o un altro analogo, una certezza statistica.
Ma, viene da chiedersi, qual’è il “contesto organizzativo ed economico” per cui, negli ultimi due anni, tre dei dieci incidenti mortali in edilizia occorsi nella nostra provincia sono avvenuti in cantieri che operavano nell’ambito di commesse pubbliche?
Ricordiamo gli episodi:
- 8 Novembre 2003 muore Albert Kolgjegia nel crollo di un'ala del Nuovo Museo del Mare, impresa committente la Porto Antico SpA, società a capitale misto (80% Comune di Genova e 20% Camera di Commercio)
- 21 Giugno 2004 muore Adriano Bortazzoli durante i lavori di copertura della nuova piscina comunale di Prà
- 12 Marzo 2005 ad Acquasanta muore Maurizio Materazzo, schiacciato da una soletta mentre lavorava in subappalto in un cantiere di Sviluppo Genova SpA, società partecipata dal Comune di Genova al 51%.
Un’idea abbastanza precisa sulle condizioni di contorno che determinano il ripetersi di infortuni mortali anche in un ambito che dovrebbe essere tra i più controllati e tutelati, la avanza il segretario della FILLEA-CGIL Venanzio Maurici che, in una intervista pubblicata su Corriere Mercantile del 15 Marzo scorso, ha detto: “Abbiamo scoperto che le condizioni proposte nell’appalto dei lavori di Mele erano state criticate dalle associazioni che riuniscono le società di edilizia perché ritenute troppo basse per consentire che il lavoro si svolgesse in condizioni di sicurezza. Ci chiediamo come abbia fatto a garantirle la ditta che si è aggiudicata il lavoro”.
Chiarissimo. Fuga delle ditte “serie” da condizioni di appalto insostenibili, e via libera alle dittarelle del lavoro nero.
Sarebbe opportuno e urgente un passaggio di fase, magari ispirandosi alle indicazioni della “Dichiarazione di Bilbao”, firmata il 22 Novembre 2004 nel corso del vertice europeo sulla sicurezza nell’edilizia. Qualche idea per la nostra Amministrazione comunale e per tutti i soggetti pubblici? Assumere come priorità il controllo delle condizioni di appalto, correggendo in modo drastico la tentazione al ribasso di qualche zelante dirigente o funzionario; investire nella istituzione di un proprio servizio di ispezione e vigilanza che giri per i cantieri pubblici; lanciare una campagna di informazione sulla sicurezza e sui diritti tra i lavoratori che operano nella catena degli appalti delle commesse pubbliche.
(Paola Pierantoni)

Posted by OLI2 at 23:24 | Comments (0)

3 Marzo 2005

Acciaio/1. Qual è l'impatto del ciclo a freddo?

Durante l’incontro organizzato da Maestrale il 21 febbraio sull’ILVA tutto fila liscio. La storia della siderurgia scivola al teatro Modena per spiegare che una nazione è niente senza la produzione di acciaio.

Claudio Burlando svela che si può prendere un’altra strada, che Riva potrà sviluppare nella produzione del freddo quanto perderà per la chiusura del caldo e che “aver smantellato l’attività produttiva genovese non è stata una buona scelta” e chiede all’ILVA se “è disponibile a confrontarsi con la prospettiva di investire” in questa proposta. Claudio Riva, vittima dell’attesa estenuante, è lusingato: “vorremmo un quadro fermo, sono dieci anni che lo chiediamo alle istituzioni”,“mi sembra un’idea molto valida”, sorride e pare sopportare con simpatica ironia anche l’intervento dei sindacalisti, che non degna di uno sguardo. Tutto fila liscio perché lo storico, la classe operaia, il padrone, la curia, il politico sono tutti d’accordo che un’intesa vada raggiunta anche per le 2.700 famiglie che dall’azienda dipendono .
A questo punto Patrizia Avagnina, presidente del Comitato ambiente di Cornigliano è “un po’ sola”, come si affretta a notare Franco Manzitti. Seduta all’estrema destra sul palco ricorda che nel comitato ci sono donne che chiesero negli anni ’60 i primi accorgimenti ecologici. Dice che “l’Italsider era tutto. Se c’era un circolo, era dato dal salario sociale degli operai”, forti della consapevolezza che la fabbrica qualcosa doveva al quartiere. Ricorda Guido Rossa come l’esempio di quella relazione. E attacca: “Quella fabbrica oggi non esprime più niente! Di qualità della vita o di qualità del lavoro ne ho sentito molto poco! Non mi si venga a dire che quella fabbrica può convivere con me! Rispetto a quella fabbrica noi abbiamo pagato un prezzo altissimo! Il dottor Riva diceva che le istituzioni sono inaffidabili. Ma dal 1996 quanti patti ha rispettato lui?” Ancora: “Cosa vuol dire compatibilità? Con che cosa? Con i miei polmoni? Esiste una valutazione di impatto ambientale sulle lavorazioni a freddo? Ricordo a Claudio Burlando che firmò il pre accordo del ’96 in cui si partiva dal quartiere, non dalla fabbrica! La chiusura dell’altoforno è slittata un’altra volta! La proposta che ho sentito questa sera è un pugno in faccia rispetto a quanto ho vissuto sino ad oggi!”
Sembra Lidia Ravera, il viso identico e la stessa rabbia. Un sparuto gruppo di donne l’applaude. Il resto della platea pare indifferente.
Una soluzione che duri 99 anni. Questo ha chiesto Claudio Riva. Questo vogliono i dipendenti. La politica, fatti due conti, traccia i punti di un programma, a due mesi dalle elezioni, costretta a scegliere tra certezza di salario e qualità della vita. Dell’esplosione in altoforno del luglio scorso nemmeno una parola. Patrizia Avagnina è sola. Con lei molti altri.
(Giulia Parodi)

Posted by OLI2 at 20:06 | Comments (0)

Acciaio/2. La sicurezza all'ILVA? Meglio non parlarne

Il palco del Teatro Modena ospitava con eleganza una vasta rappresentanza della città chiamata a discutere di una “idea” industriale che va decisamente al cuore del nostro futuro produttivo, occupazionale e ambientale.

Molti i punti di vista rappresentati: industria, politica, cultura, chiesa, sindacato, stampa, territorio.
Colpisce quindi che tanta completezza abbia prodotto una grande omissione: nessuno, infatti, ha detto che la qualità, e quindi l’accettabilità, del progetto verranno valutate anche sulla base delle soluzioni impiantistiche, tecniche ed organizzative, e degli investimenti, necessari per garantire la salute e la sicurezza dei lavoratori.
La questione della sicurezza è stata invece saltata a piè pari, come se fosse una questione “a parte”, da tenere ancora dietro al sipario, anziché elemento integrante ed inseparabile di un progetto industriale su cui fondare una scommessa di competitività.
Eppure, nel caso in questione, non si tratta di argomento secondario: gli infortuni in ILVA sono molti (871 nel 2004, su un organico di circa 2.600 persone), non leggeri (durata media di 13 giorni), e, se pur in diminuzione nel complesso dello stabilimento (la loro frequenza cala circa dell’8 % rispetto al 2003), diminuiscono assai meno nelle aree a maggior rischio e, in alcune di queste, sono addirittura in crescita come (guarda caso) all’altoforno, dove tra 2003 e 2004 si è avuto un incremento della frequenza infortunistica del 43 %.
Agli infortuni vanno poi aggiunte le malattie, assai più insidiose, meno misurabili, ma egualmente in grado di abbreviarti e renderti più penosa la vita. A me pare quindi pazzesco che mentre il conflitto di questa fabbrica col territorio è da anni oggetto di un discorso pubblico, la vita e la salute di chi ci lavora siano vissute da tutti come una faccenda interna tra imprenditore e sindacato, come se il futuro dei giovani che sono andati (e che andranno) a lavorarci non fosse questione di primaria importanza per tutta la città.
A proposito: anche qui sarebbe meglio sfatare qualche mito e guardare la realtà per quella che è: non è vero, come ha detto Burlando, che l’ILVA ha rappresentato per molti giovani un lavoro duro, ma col pregio della stabilità. Vero è, invece, che ha rappresentato un lavoro duro con la “speranza” di una futura stabilità, da pagarsi al prezzo di due anni di contratto a termine, sotto il ricatto della mancata conferma alla scadenza. Rilevanti le conseguenze proprio sul piano della sicurezza, come sa benissimo l’azienda che non ha trascurato di analizzare il rapporto (molto stretto) tra indici infortunistici e indice di sostituzione del personale, e come sa benissimo il sindacato che ha fatto della graduale riduzione dei contratti a termine (a fine 2003, a Cornigliano, erano il 27% degli occupati) uno dei punti forti dell’accordo di gruppo del 2003.
(Paola Pierantoni)

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10 Febbraio 2005

Lavoro. Parola d'ordine intimidire

Che aria respiriamo? Nessun riferimento alle polveri sottili che insieme al benzene e altri gas tossici avvelenano giorno dopo giorno. Preoccupano non meno certi veleni di diversa e insidiosa natura, che stanno minando nel profondo il corpo sociale.

I sintomi del morbo sono tanti e le cronache ce ne segnalano abbastanza puntualmente il crescendo. L’ultimo caso allarmante viene dal porto di Genova, un tempo luogo al riparo da rischi del genere e oggi teatro di un episodio che ha dell’incredibile: due lavoratori colpiti con misure (sospensione e multa), in quanto “rei” di avere rivelato la presenza di cromo esavalente (sostanza cancerogena) nei 280 container abbandonati da tre anni su una banchina di Sampierdarena.
Attenzione, però, nessuno sembra intenzionato a verificare se sia lecito o censurabile il comportamento del terminalista che per tutto quel tempo ha imitato le scimmiette del non vedo, non sento, non parlo; nessuno si domanda se tra gli obblighi del concessionario di un’area pubblica, come quella occupata dal Genoa Metal Terminal, ci sia il dovere di tutelare l’ambiente di lavoro e le persone dalla presenza di sostanze tossico-nocive. Sembrano solo domande retoriche ormai superate. Ed è proprio questa sensazione di “deregulation”, di impunità da tempo nell’aria, che solo può spiegare l