19 Maggio 2010
Comunicazione - Non contano solo le parole
Non è facile spiegare il perché del senso di disagio e di irritazione che mi provocano i 30 secondi dello spot radiofonico (*) della campagna di comunicazione governativa che intende “Sensibilizzare le imprese e l’opinione pubblica ad un approccio più sereno e non discriminatorio nei confronti dei malati di cancro, in particolar modo nel contesto lavorativo”. Infatti non c’è nulla – o quasi – da dire sulle parole pronunciate: si tratta semplicemente di informazioni sulla possibilità dei malati oncologici di trasformare temporaneamente il loro rapporto di lavoro da tempo pieno a tempo parziale. Ma la comunicazione non passa solo attraverso le parole, contano i messaggi non verbali, e in questo è la voce che fa tutto, una voce femminile talmente malinconica da trasmettere una tristezza e un senso dell’ineluttabile che contraddicono alla base l’intenzione dichiarata di incoraggiare e rasserenare le persone colpite da questa malattia.
Si doveva forse scegliere un tono giocoso per un argomento comunque serio, e molte volte (ma non sempre, e per fortuna sempre meno frequentemente) drammatico?
No di certo, ma che bisogno c’era di caricare emotivamente questo messaggio? Perché non scegliere la cifra della neutralità? Che mentalità c’è dietro alla decisione di spingere sul pedale emozionale senza tenere conto delle risonanze che questo può provocare a seconda della situazione soggettiva ed oggettiva delle persone?
La normativa a cui si riferisce la campagna di informazione governativa non è recente: si tratta di alcune modifiche alla regolamentazione sul lavoro a tempo parziale introdotte nel 2003 e poi perfezionate nel 2007 con l’art. 1, c. 44 lettera d della Legge 24 dicembre 2007 n. 247 (**) per permettere ai “Lavoratori del settore pubblico e del settore privato affetti da patologie oncologiche, per i quali residui una ridotta capacità lavorativa, anche a causa degli effetti invalidanti di terapie salvavita … la trasformazione del rapporto di lavoro a tempo pieno in lavoro a tempo parziale verticale od orizzontale”.
Una normativa che è opportuno ricordare e promuovere senza patetismi, ma che forse sarebbe ancor più opportuno modificare. Cosa ne è infatti di chi soffre di altre e gravi patologie? E cosa ne è – mi suggerisce una amica – del “precario oncologico”?
I canali della tutela in Italia sono sempre meno comunicanti, e un numero crescente di persone resta all’asciutto.
(*) http://www.palazzochigi.it/GovernoInforma/campagne_comunicazione/malato_oncologico/Malato%20oncologico.mp3
(**) http://www.lavoro.gov.it/nr/rdonlyres/91f5df3d-3896-427e-9603-104ce3e6100a/0/20071224_l_247.pdf
(Paola Pierantoni)
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12 Maggio 2010
Informazione - Grecia: ognuno sceglie il suo lato della medaglia
"La mail di un amico ateniese mi informa di un fatto che non ho trovato sui nostri giornali: un impiegato della Marfin Bank di Atene, quella in cui sono morti tre giovani lavoratori, aveva inviato una denuncia a tutti i mezzi di informazione greci (giornali e siti). Questo lavoratore, che mantiene l’anonimato, elenca le corresponsabilità dei dirigenti della Marfin Bank.
L’edificio infatti era del tutto inadeguato rispetto alle misure antincendio: i vigili del fuoco “Non hanno mai rilasciato una licenza. L'approvazione per la sua operatività è avvenuta sottobanco, come avviene praticamente per tutti gli esercizi commerciali e le ditte in Grecia”; assolutamente inadeguati i sistemi antincendio (mancavano sistemi di allarme, irrigatori al soffitto, idranti, vie di fuga; c’erano solo – e in numero insufficiente – alcuni estintori portatili); non erano mai state date al personale istruzioni e informazioni antincendio, mai fatte esercitazioni di evacuazione, non c’era personale addestrato alle emergenze e al primo soccorso: “I manager usano come pretesto il costo elevato di tali addestramenti per non attuare le misure basilari per la protezione dei propri dipendenti”.
Inoltre, denuncia gravissima, “I dirigenti della banca hanno proibito ai dipendenti di abbandonare il lavoro, sebbene questi lo avessero chiesto dalle prime ore della mattina. I dirigenti intimavano di chiudere gli accessi e confermavano, via telefono, che l'edificio doveva restare chiuso [con i dipendenti dentro], arrivando anche a bloccare gli accessi internet per evitare che i dipendenti potessero comunicare con l'esterno … Signori [della banca], fate la vostra autocritica e smettetela di fingere di essere scioccati. Siete responsabili per quanto accaduto, e in un qualunque stato di diritto - come quelli che usate di volta in volta come esempi chiave negli show televisivi - verreste arrestati per le vostre scelte. Oggi i miei colleghi hanno perso la vita per malizia: la malizia di Marfin Bank e di Mr. Vgenopoulos in persona, che ha esplicitamente dichiarato che chi non si fosse presentato al lavoro [nel giorno dello sciopero generale del 5 maggio] avrebbe potuto restare a casa anche quelli successivi perché licenziato.”
Chissà se qualcuno in Grecia andrà a verificare queste responsabilità. Resta il punto che tre giovani lavoratori e un bambino che attendeva di nascere sono morti per un concorso di responsabilità criminali: le colpe (se verificate) dei dirigenti della Marfin Bank, e la colpa di chi ha deciso di tirare la molotov ben sapendo che lì dentro c’era gente al lavoro: è stata proprio questa la motivazione dell’attacco, la Marfin Bank era “Uno dei pochissimi esercizi aperto sulla strada, dove le altre banche avevano abbassato le serrande per il timore di violenze.” (La Repubblica, 5 maggio).
Ma delle denunce del lavoratore della Marfin Bank parlano solo i blog: quelli greci sono una infinità, ma anche molti siti italiani e stranieri, a orientamento prevalentemente “antagonista”; il messaggio sotteso è: “Ecco dove dovete cercare le vere responsabilità”.
Parallelamente i grandi mezzi di informazione ignorano questo lato della medaglia.
Si vorrebbe, invece, una informazione desiderosa e capace di vedere, trasmettere e riflettere su tutti i lati della realtà.
(Paola Pierantoni)
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28 Aprile 2010
25 Aprile - Passaggio di fase
"Benedetta da una rara sintonia tra popolo in piazza e autorità sul palco, Genova ha avuto un bel 25 Aprile, ma (o forse: e quindi) non ha conquistato spazi né in edicola, né sul web: sulle loro pagine nazionali La Repubblica e Il Secolo XIX mettono in evidenza solo gli scontri di Roma e Milano, ed il vero traino viene dato dalle lacrime di Claudio Burlando, che forniscono il titolo sia al brevissimo articolo (?) del Secolo XIX, esattamente 49 parole - incluse congiunzioni, articoli e preposizioni, sia alle cronache di Repubblica.
Sul web va anche peggio: gli unici siti che portano un titolo sul 25 Aprile sono – come vuole la distribuzione delle parti in commedia – quelli dell’Unità e del Manifesto.
In questa logica ci si aspetterebbe qualcosa da Liberazione che però sorvola, facendoci pensare all’imbarazzo di dover prendere posizione di fronte agli eventi di Roma e Milano, coerentemente, anche in questo caso, al canovaccio della commedia politica italiana. Ma cosa c’era di bello, che valeva la pena di essere detto, nel 25 aprile di Genova? Di bello c’era il passaggio, la transizione dalla commemorazione all’oggi. Nelle parole di chi ha parlato dal palco, e nei cervelli di chi stava ad ascoltare, il centro non era né la celebrazione, né la retorica. Gli eventi della Resistenza erano uno sfondo, in primo piano c’erano le responsabilità da prendersi su quello che avviene ora in Italia.
Purtroppo però è sempre più difficile che si verifichino le condizioni al contorno indispensabili a formare ed esprimere pubblicamente un pensiero e un sentimento collettivo articolato e non semplificato.
(Paola Pierantoni)
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14 Aprile 2010
Comunicazione - Il ghetto della parola

Bulimi-anoressico, bi-omo-transessuale, extra-comunitario nelle sue innumerevoli declinazioni. Parole digrignate, gettate fuori dalle bocca di tutta fretta, non scusate, ostentate dal piccolo schermo dinnanzi alla scrivania con la scaletta in mano. Parole pensate, misurate, collocate responsabilmente in un contesto. Parole scritte in grassetto, corsivo, stampatello. Parole su fogli ciclostilati in proprio, pagine di giornale, parenti del piombo, dal formato maneggevole. Parole cliccabili, linkabili, inviabili alla tua email a partire dalla homepage di un sito.
Chi le usa non è obbligato a pensare. Chi le riceve può farle scivolare scrollando le spalle, sorvolarle con indifferenza oppure comprenderle nell'intimità del proprio essere. Da lì dentro nascono condivisione, partecipazione, orgoglio, rifiuto della propria natura, accettazione dell'alterità propria e altrui. E chi le legge?
Una strana coincidenza il 2 aprile scorso. Alla mattina in un ufficio anagrafe del comune di Genova l'occhio di un cittadino cade sopra un poster giallo, affisso in bacheca, con delle indicazioni colorate, a richiamare tre culture etniche diverse e pubblicizzare i servizi anagrafici per gli immigrati. Comunicativo, vivace e utile, attaccato sopra una serie di poster identici, ma in lingue diverse. Lo sguardo corre lungo le sue righe velocemente e si ferma di colpo su una marcata sottolineatura alla voce “rientro nel proprio paese”. Il cittadino prova a sfidare il minaccioso “cosa vuole?” che si leva di là dallo sportello. Fa notare, tra una carta d'identità e una richiesta di residenza, il poster scarabocchiato, chiedendo che venga rimosso. Trasalimento funzionario. Convenendo sul cattivo gusto del tratteggio, domanda al cittadino se avesse colto il colpevole in flagrante. Strappa il poster dalle puntine, lo riguarda stupefatto con i colleghi, lo passa di mano in mano. La neb bia è fitta. Al di là dello sportello non avevano proprio notato.
La sera dello stesso giorno leggendo la Repubblica assisto ad un eccezionale episodio di sdoppiamento della notizia. Ad una nota di distanza il quotidiano titola Muratore salva bimbo e ragazzo dalle fiamme e Magrebino salva due persone dalle fiamme. I due estratti, che convivono in prima pagina, nascondono alle spalle lo stesso articolo, proveniente dall'edizione locale di Padova. Su Il Mattino si racconta il bel gesto di un giovane muratore che aveva tratto in salvo un bambino ed un vicino adolescente da un palazzo ne quale si stava sprigionando un incendio. Probabilmente uno dei due titoli era una bozza inavvertitamente pubblicata. Una disattenzione che rivela non solo la positiva attenzione data alle parole con cui si racconta, ma anche la lunga strada ancora da percorrere perché le nostre parole non includano solo nella compassionevole maniera del libro Cuore.
http://mattinopadova.gelocal.it/dettaglio/muratore-salva-bimbo-e-studente-da-incendio/1907777
(Maria Alisia Poggio)
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31 Marzo 2010
Informazione - Falsari e complici
Nei giorni scorsi è venuto alla luce un episodio avvenuto qualche tempo fa. Lo scorso 22 novembre Libero aveva pubblicato, onorandola di un titolo a quattro colonne, una intervista a Philip Roth. Intervista particolarmente spinosa, perché rivelava la profonda delusione del grande scrittore americano per Barack Obama, di cui era stato convinto sostenitore: “Obama? Una grandissima delusione. Sono stato fra i primi a credere in lui, ad appoggiarlo, ma adesso devo confessare che mi è diventato perfino antipatico”.
Pier Luigi Battista coglie il ghiotto boccone, e il giorno dopo, 23 novembre, pubblica a sua volta sul Corriere della Sera un articolo dal titolo “Se Philip Roth diventa un disertore”, esercitandosi in analisi, commenti, valutazioni.
Solo che … l’intervista non era mai avvenuta. Inventata di sana pianta dalla prima parola all’ultima. Se ne accorge per caso Paola Zanuttini intervistando a sua volta, ma questa volta davvero, Philip Roth lo scorso 26 febbraio: “Per caso, è insoddisfatto anche da Barack Obama? Da un’intervista a un quotidiano italiano, Libero, risulta che lo trova persino antipatico, oltre che inconcludente e assopito nei meccanismi del potere”.
“Ma io non ho mai detto una cosa del genere. E’ grottesco. Scandaloso. E’ tutto il contrario di quello che penso. … Sono molto seccato per queste dichiarazioni che mi vengono attribuite: non ho mai parlato con questo Libero. Smentisca tutto. Ora chiamo il mio agente.” Internet da tempo è pieno di riferimenti a questo episodio, che sui giornali ha fatto invece timidamente capolino solo in questi ultimi giorni.
Il primo a parlarne è stato il Fatto Quotidiano del 1 marzo che ricostruisce tutta la storia, incluse le reazioni del responsabile culturale di Libero che “descrive ore complicate, annuncia un articolo a sua firma di spiegazioni esaustive per oggi, nega che il fatto di non incontrare sul sito alcuna traccia del pezzo, (lo hanno recuperato i bloggers, inneggiando al dio-cache di Internet che, com’è noto, nulla cancella) dipenda una scelta precisa, riferisce di telefonate e mail di lettori arrabbiati, emana disagio dietro al tono tranquillo di chi ha forse deciso di liberarsi definitivamente di una zavorra che aumenta di peso con il passare delle ore: “E’ una storia che innegabilmente non mette in una bella luce il giornale”.
Repubblica aspetta il 29 marzo per tornare sull’argomento, informando che “Non solo Philip Roth. Anche John Grisham è finito suo malgrado tra gli intellettuali americani delusi da Barack Obama. Suo malgrado e senza essersi mai dichiarato: anche la sua confessione è stata inventata di sana pianta. E dallo stesso intervistatore fantasma che aveva fabbricato la dichiarazione dell' autore del Lamento di Portnoy”.
Episodi marginali? No, episodi gravissimi. Gravissimo il falso, gravissimo che non ne sia nato uno scandalo e che l’ordine dei giornalisti non abbia costretto la testata ad una smentita. Il divario di discussione che si registra su questo episodio tra la stampa e la rete è clamoroso. Tutti troppo uomini di mondo per sollevare uno scandalo?
(Paola Pierantoni)
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17 Marzo 2010
Informazione - Parole e numeri
Al giornale radio delle 13,45 di venerdì 12 marzo della mitica Radio Tre, ora meno mitica soprattutto per quanto riguarda le notizie e l'informazione, viene annunciato un tremendo “venerdì nero nei trasporti, con disagi insopportabili”. Sgomento e angoscia. Sospensione del respiro in attesa degli sviluppi. Il venerdì è giornata da scongiuri e il nero è il colore del lutto e del dolore.
Si pensa alla caduta di un aereo con tanti incolpevoli passeggeri a bordo, a uno scontro fra treni carichi di pendolari, allo scoppio di una cisterna con materiale parabellico in un quartiere densamente abitato, all’affondamento per tempesta improvvisa di un traghetto, allo straripamento di un fiume o del lago di Massaciuccoli con distruzione di un intero tratto autostradale e blocco della circolazione, al franamento di una collina con smottamento di tonnellate di fango con interi villaggi abusivi su strade statali e provinciali. Si pensa a morti, feriti e dispersi, tragedie, distruzioni, e conseguente allertata protezione civile, pronta per fare, salvare, consolare, rilasciare interviste e sparire, salvo poi tornare puntualmente per mostrare interventi risolutivi o quasi, ripassare il lato efficiente e il lato imprevedibile e quindi non risolubile. Oppure meno drammaticamente si pensa a cinquanta chilometri di coda sulla Ventimiglia - Savona per caduta massi, o sulla Mestre - Milano per incastramento di due autotreni carichi di maiali, finiti in mezzo alla carreggiata, o a 12 ore di ritardo del traghetto veloce Palermo – Genova, attardatosi nel soccorso di uno stormo di balene che inopinatamente inseguivano un ammasso di sacchetti di plastica sfuggiti alla raccolta differenziata o ancora allo smarrimento di tutti i bagagli dei passeggeri atterrati a Fiumicino, deviati, non si sa per quale capriccio o per quale decisione manageriale di qualcuno che aveva dato ascolto ai proclami della Lega, a Malpensa.
Niente di tutto questo, viene chiarito subito dopo dall’annunciatore senza vergogna: il venerdì nero, i disagi e i dolori, per fortuna solo di pancia, sono causati dallo sciopero generale della C.G.I.L.
Per il lavoro, per la tutela dei diritti di tutti, contro i licenziamenti, contro lo smantellamento dell’articolo 18, che già in passato aveva mobilitato milioni di lavoratori. Uno sciopero che ha impegnato ancora milioni di lavoratori con cortei e comizi in 60 piazze delle città d’Italia. A Genova 15 mila. Anzi no. Poche migliaia, in piazzette di piccoli paesi: Pozzolo Formigaro, San Colombano Certenoli, Riesi, Camogli e simili. A Genova erano 150, forse, 15 più realisticamente, dice la questura, che di scioperi se ne intende anche se non ne fa mai.
Eppoi, dice un intervistato dirigente, che sempre più mostra stile e fattezze da ministro, Bonanni per chiarire, capo di un grande sindacato, che non ha scioperato perché d’accordo con lo smantellamento dell’articolo 18 e soddisfatto del Governo, è stato uno sciopero politico.
Per lui gli scioperi devono essere solo sindacali. Lo dice la parola stessa.
Cosa c’entrano i lavoratori, i loro diritti, la loro vita, con la politica?
(Angelo Guarnieri)
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3 Marzo 2010
Web - Nuovi problemi, soluzioni antiquate
Non è possibile risolvere oggi i problemi di domani con i metodi di ieri. E invece si! E’ arrivata la sentenza su Google. Nel 2006 alcuni ragazzi italiani pubblicarono un video nel quale malmenavano un giovane coetaneo autistico, classificandolo tra i video divertenti. Mentre i giovani teppistelli hanno già dovuto scontare il contrappasso di dieci mesi di servizio civile con i disabili, la dirigenza di Google Italy viene condannata ad una pena detentiva (con condizionale) per violazione della normativa sulla privacy.
La storia della privacy in Italia è ridicola: abbiamo la presunzione di reato legata al possesso della linea telefonica, quella stessa linea che può essere facilmente intercettata nelle cantine di qualsiasi condominio, pensate che un giudice lo sappia? In un call center per accedere a internet occorre fornire un documento, viene registrato tutto, ma i PC sono sempre pieni di virus e di questo nessuno si occupa, né i gestori né tantomeno i funzionari dello Stato. Ci lamentiamo della pedofilia, però i genitori non capiscono niente di navigazione, di Web 2.0, nessuno si cura di educarli in tal senso: come possono sperare che il controllo dei loro figli arrivi da fuori? Si ricevono giornalmente email circolari con gli indirizzi di tutti i destinatari in chiaro insieme al nostro: chi lo spiega ad un giudice che sono queste le cose da controllare realmente, che causano che l’80% del traffico di rete è dovuto allo spam. Ma sapranno poi cosa significa “spam”?
Forse che i fascicoli lasciati nei corridoi dei tribunali non sono una violazione della privacy diffusa, massiva e incosciente? Siete mai stati in una procura dove si usa un Office portato da casa da un funzionario perché non ci sono i soldi per le licenze originali? O dove si lavora nell'assoluta mancanza di norme di sicurezza, non solo informatiche ma anche antincendio? Cerchiamo di vedere la trave che abbiamo ormai non più solo nell'occhio. La libertà è un bene difficile da gestire già per strada, figuriamoci su una piattaforma dove chiunque può pubblicare filmati personali. Il problema non si risolve certamente punendo con una norma inapplicabile al mondo moderno, pensata per la carta alla quale sono ancora abituati i legislatori.
Pensate un po’ a tutte quelle società di telemarketing che vi telefonano a casa (e sul cellulare!) giorno e notte, mentre per farsi cancellare dalle loro liste si dovrebbe mandare una raccomandata ad ognuno di loro: basterebbero 2 milioni di euro alle poste? Lo sanno questo i giudici? Certo non l'aveva capito il legislatore che ha redatto la legge e nemmeno i parlamentari che l'hanno approvata. Ringraziamo invece Google e Facebook se oggi l'Italia riesce ad avere ancora qualche contatto con l'estero.
Decaduta l’altra accusa, quella di diffamazione, evidentemente la volontà di colpire con una “sentenza esemplare”, così l’ha definita il giudice, poteva ormai appellarsi solo alla Santa Parola: la Privacy. Come accade con un amministratore di condominio che non vuole consegnarmi i documenti della precedente gestione: “eh, ma c’è la Privacy!”.
(Stefano De Pietro)
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3 Dicembre 2009
Informazione - La demografia ingannevole che viaggia sul web
Abbiamo ricevuto da un lettore un filmato che delineava la prossima fine della civiltà europea a causa della bassa natalità degli autoctoni a fronte della superiore natalità degli “islamici”.
Tonalità terroristica, assenza di qualunque consapevolezza storica e falsità belle e buone che qualcuno progetta, mette in confezione regalo, e diffonde con l’aiuto di singoli che in buona fede le adottano e contribuiscono a metterle in circolo.
Le preoccupazioni demografiche sulla "purezza" della razza o della cultura non sono nuove. Il problema è che a prestare attenzione a questa propaganda non sono in pochi, e non sono confinati tra i leghisti xenofobi di verde vestiti. C'è un convergere veramente preoccupante dell'informazione in questa direzione.
A servizio di questa visione astorica che cancella la realtà passata, presente e futura di un continuo mescolarsi di popoli, di una continua creazione di nuove realtà umane ha largo corso, appunto, la falsità di facile presa di un tasso di fertilità “islamico” diabolicamente superiore al “nostro”.
Per un minimo di contro-informazione, tra le molte fonti possibili ci affidiamo alla compassata Enciclopedia Britannica, in un capitolo in cui tratta “Della crescente importanza della natalità degli immigrati in Europa” (http://www.britannica.com/bps/additionalcontent/18/35766046/Overview-Chapter-7-The-rising-importance-of-migrants-for-childbearing-in-Europe) Dunque, lo studio analizza il contributo dei migranti al numero totale delle nascite nell’Europa del nord e del sud, comparando i tassi di natalità tra le donne migranti e le donne native. In estrema sintesi questa ricerca ci dice che si tratta di un fenomeno complesso, differenziato tra i gruppi migratori, differenziato tra paesi europei, e in continua evoluzione. Detto questo, lo studio sottolinea “La evidenza di una progressiva assimilazione tra la fertilità dei migranti e la fertilità locale… Questa indagine rivela che le donne migranti manifestano livelli di fertilità più alti delle popolazioni native, ma questa differenza diminuisce nel tempo e con la durata della loro permanenza nel paese ospitante”… e ancora: “Il Tasso Totale di Fertilità delle donne immigrate oscilla tipicamente tra 2.0 e 2.5 ed è pertanto più alto dello 0.3 / 0.8 di quello delle donne native”.
Il mondo sta cambiando? Sì, sta cambiando, come sempre è stato. E, come sempre, il cambiamento coinvolge tutti, viaggia in tutte le direzioni. La speranza che si tratti di un buon cambiamento riposa nelle persone che sanno vederne la complessità senza averne paura.
(Paola Pierantoni)
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12 Novembre 2009
Informazione - La donna nelle TV arabe
Nel mondo arabo, che si estende dal Marocco in Africa fino alla Palestina in Asia, passando per altri venti paesi tra cui Egitto, Libano, Giordania, Iraq ed Emirati Arabi, la rappresentazione della donna in TV è varia e diversificata, ma continua a dominare il modello europeo ed americano. Le fiction americane hanno lo stesso (molto) spazio che hanno nelle TV italiane, i format di “successo” nel mercato internazionale vengono riproposti quasi uguali, dai quiz ai reality show, dove è davvero difficile nascondere il corpo. I video clip musicali più trasmessi e più seguiti nelle TV arabe sono quelli di Haifa Wahbi, Nancy Ajram, Rolla ecc., che sono molto “belle”, o meglio dire “sexy”.
Naturalmente, la presenza e la rappresentazione della donna nelle TV arabe ha risentito dei cambiamenti dei costumi sociali avvenuti a partire dagli anni ottanta con l’ingresso in scena politica araba dei movimenti islamici per effetto della vittoria di Khomeini contro la dittatura dello scia in Iran (che non è un paese arabo). La presenza di donne velate è aumentata nelle strade e anche nelle TV. Non so se nel mio popolarissimo quartiere di Amman sarebbe possibile vedere oggi, come mi era successo nel 1971, quella minigonna (lanciata a Londra nel 1965) addosso ad una bellissima donna araba. E succede che una giornalista di Al Jazira (la CNN araba) decida, da un giorno all’altro, di presentare velata il telegiornale più visto nel mondo arabo. Ma quando si tratta di una libera scelta il discorso cambia; ad esempio, le donne italiane che scelgono di fare le suore devono o non devono continuare ad avere il diritto di velarsi?
In tutte le culture, in tutte le religioni ed in tutti paesi del mondo, chi più chi meno, è dominante ancora una cultura maschilista che mira ad escludere le donne da diritti che devono rimanere esclusivi dei maschi, diritti che riguardano soprattutto la sfera economica, lavorativa e quella sessuale. Scoprire volgarmente il corpo delle donne o nasconderlo completamente sono due facce della stessa medaglia: quella del controllo del corpo delle donne e delle donne stesse.
Nel mondo arabo (come in Italia) ci sono donne (e uomini) che lottano contro il controllo del corpo femminile, difendendo al contempo il diritto di ogni donna di scegliere cosa indossare, cosa far apparire e cosa nascondere del proprio corpo. I mezzi d’informazione italiani ignorano queste lotte e danno la massima visibilità a posizioni generalizzanti sostenute preferibilmente da persone arabe, che avvallano una visione che vuole le donne tutte sconfitte e vittime. Ciò non aiuta certamente le donne, serve solo a rafforzare stereotipi e falsi luoghi comuni sugli arabi, che sono alla base di xenofobia e razzismo. Purtroppo, è ancora molto più facile integrarsi e farsi accettare assimilandosi e rinnegando la propria cultura e religione d’origine che integrarsi esprimendo la propria diversità.
(Saleh Zaghloul)
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5 Novembre 2009
Donne - Piacere o non piacere
© foto: Pierantoni
Giovedì 29 ottobre l’aula della biblioteca della Facoltà di Lingue è strapiena di donne, studentesse soprattutto, ma anche signore di età. Chi non trova posto sui banchi siede per terra. L’evento, organizzato dalla rivista femminista Marea (http://www.mareaonline.it/), consiste nella proiezione del documentario “Il corpo delle donne”, con la presenza della regista Lorella Zanardo. E’ un documentario breve, intenso, nato da un progetto avviato un anno fa senza alcun finanziamento, sotto la pressione di una urgenza: “La constatazione che le donne stanno scomparendo dalla tv, sostituite da una rappresentazione grottesca, volgare e umiliante”. Una perdita “enorme”, una cancellazione dell’identità delle donne “che sta avvenendo sotto lo sguardo di tutti senza che vi sia un’adeguata reazione, nemmeno da parte delle donne medesime”. L’autrice e due collaboratori hanno registrato 400 ore di trasmissioni TV. Poi ne hanno fatto una sintesi folgorante.
Nell’aula le donne guardano in un silenzio teso i volti liftati, le labbra e i seni gonfiati, le movenze, i nudi, le donne umiliate e sorridenti che passano sullo schermo. Poi un lungo applauso, e inizia il dialogo tra loro e la regista.
“L’assenza di reazione nasce dalla paura di non essere accettate: per cambiare le cose dobbiamo accettare di non piacere più. Almeno per un po’.”
“Per accettare di non piacere bisogna fare un gran lavoro su di sé… come, dove farlo oggi?
“Noi ci guardiamo e giudichiamo l’una con l’altra attraverso quello che presumiamo sia lo sguardo maschile”
“La passività delle ragazze nasce dal confronto con modelli irraggiungibili, dal desiderio per un mondo che non gli appartiene. Non hanno obiettivi visibili da raggiungere e si crea un vuoto”
“Noi nel mondo arabo siamo all’opposto. Si nasconde tutto il corpo, si nasconde il bello, si soffoca tutto ciò che rappresenta la donna, la si fa sparire trasformandola in un’ombra nera. Ma la donna è anche il suo corpo e la sua bellezza”
“Rifarsi la faccia col lifting è come velarsi il viso. E’ comunque nascondere il proprio viso”
“Le donne non possono più mostrare la loro faccia. Dalla TV sono scomparsi i volti adulti di donna. Questi volti rifatti permettono una relazione?” “Bisogna introdurre le parole merce e mercato”
“Sembriamo vittime, ma chi è che dà il consenso?”
“Se la TV ci propone un modello siamo disposte ad accettarlo perché la società ci chiede di essere uniformi”
“La TV italiana è diversa dalle TV europee non perché fa vedere le veline, ma perché mostra esclusivamente questi modelli”
“Una particolarità della TV italiana è che qui va in scena l’umiliazione”
“Ci vorrebbe un video sulla rappresentazione del corpo maschile”
“Ad esempio studiare come Berlusconi rappresenta se stesso”
Voci giovani, voci anziane, e qualche voce maschile si intrecciano per tutta la mattinata. Qualcuna osserva: si sta facendo più politica qui che in molte sedi deputate.
Ma la stampa locale si accontenta di annunciare l’evento, senza andare a vedere quel che succede.
Per saperne di più: il documentario si può vedere sul sito http://www.ilcorpodelledonne.net/ Finora è stato visitato da 850.000 persone.
(Paola Pierantoni)
Posted by Admin at 15:11 | Comments (0)
8 Luglio 2009
Lettere - Diritti e doveri sul web
Leggo l'articolo Internet - Dal 1948 una legge per il web (m.c.a.) sul numero 232 di OLI. Mi trovo solo parzialmente concorde con MCA sulla questione dell'obbligo di pubblicazione. L'ipotesi di Tizio e Caio che litigano sul blog di MCA è una situazione classica, auspicabile in democrazia. Meno classico, ma possibile, che uno dei due sia stato "bannato", bloccato o nascosto per impedirgli di rispondere. E' il caso dei giornali, che non intendono sobbarcarsi la responsabilità di alcuni contenuti e si permettono di "astericizzarli". In questo caso l'obbligo di pubblicazione manleva l'editore e il direttore responsabile di testata. Certo non è facile distinguere tra blog, testata giornalistica, OLI, giornali virtuali e Giornalino di Gianburrasca sul web, quindi formulare una legge che permetta di distinguere è complesso.
La parola "sito informatico" denota in effetti una completa ignoranza in materia, anche se in effetti oggi non esiste una classificazione legale del tipo di contenuti che possono essere pubblicati sul web e quindi una nomenclatura necessaria a scriver e leggi "applicabili". Se pensiamo che fino al 1990 non esisteva in Italia una definizione di Piccola, Media e Grande Industria, figuriamoci questo.
Indubbiamente anche il termine perentorio delle 48 ore, senza indicare da quando parte il conteggio, probabilmente dalla ricezione di una raccomandata cartacea perché la notifica di lettura di una email non ha valore legale, lascia un alone di incertezza.
Una cosa fatta male per cercare di risolvere un problema reale: ecco, normale, l'Italia di oggi.
(Stefano De Pietro)
Posted by Eleana at 13:36 | Comments (0)
26 Novembre 2008
Radio 3 - La “Città degli uomini” secondo Brunetta
Democrazia è “trasparenza, assumersi degli impegni, dar conto di quello che si è fatto giorno dopo giorno. E’ gentilezza, e capacità di ascoltare”, Renato Brunetta
C’è bisogno di Stato, e precisa il Ministro, di un “Buono Stato, di una Buona Giustizia e di una Buona Sanità”. A lui il compito di raggiungere questi obiettivi, coadiuvato dai tre milioni e seicentocinquantamila dipendenti pubblici che devono capire che c’è un padrone. E il padrone sono i cittadini.
"Città degli uomini", sabato 22 novembre ore 19.00, Radio 3. Tema: la Democrazia.
Sergio Valzania asseconda Renato Brunetta. Voce vellutata il primo, sereno e determinato il secondo.
Il Ministro espone lo stato dell’arte del suo operato e ricorda il calo di assenteismo del 44%. Chiede più efficienza e qualità, mentre si sta liberando dal “condizionamento oppressivo del cattivo sindacato”. Il “sindacato” spiega “deve rappresentare, non co-gestire”.
Il lavoro è tanto. E’ necessario partire dal linguaggio. I suoi predecessori hanno utilizzato, per comunicare all’esterno, il codice “normativo”, frasi come “ho predisposto la norma che consente di…”. Lui invece “combatte i fannulloni” e parla “con la gente, alla pancia della gente, al cuore della gente! Non al testo unico della norma del pubblico impiego”, per sincronizzarsi con i problemi delle persone, con la realtà.
Class action e customer satisfaction sono parole chiave per raggiungere la meta.
Brunetta evoca la Cina: “ogni transazione con la pubblica amministrazione deve concludersi con un giudizio, come su e-bay”. Ecco allora ecco le faccette che indicano il livello di soddisfazione del cittadino. Ogni transazione - che sia in ospedale, in comune, con il vigile, su treno, in qualsiasi luogo avvenga - deve concludersi con il giudizio del cittadino: “Stiamo progettando l’architettura”, un impianto informatico con faccette verdi, gialle e rosse. Tanti smile, affinché “chi offre un servizio stia più attento”, poiché ci saranno sessanta milioni di giudici: i cittadini.
Brunetta ricorda agli ascoltatori che ha fatto molto, pur essendo un Ministro senza portafoglio, e precisa che il governo, di cui fa parte, ha raggiunto – sondaggi alla mano – un consenso che oscilla da 55 al 60%.
A fine trasmissione Valzania chiede indicazioni sul vino più adatto per accompagnare un piatto di pasta e fagioli. Brunetta suggerisce un buon rosso delle Langhe. Terra di poveri e della originaria della Nutella.
Negli Stati Uniti – terra di Obama – tutto questo ha una definizione: “La-la land”.
Indica un luogo della mente, uno stato dell’anima in cui la fantasia e favole hanno il sopravvento. Renato Brunetta ha retorica e parole per stregare. Facile, quindi, rimanere incantati.
Ascoltare la trasmissione è utile viatico per chi – a sinistra – avesse voglia di analizzare il problema, partendo, appunto, dalle parole.
(Giovanna Profumo)
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22 Ottobre 2008
Web 2.0 - Quando è vero soltanto ciò che vince
Se avete un profilo su Facebook, se leggete ed interagite con la nostra newsletter, se comprate su e-bay o partecipate ad un forum di cucina regionale, se scrivete un blog invece del diario segreto, siete approdati anche voi, magari senza saperlo, allo Web 2.0.
Si tratta, secondo la definizione di Wikipedia, di “uno stato di evoluzione di internet”, ovvero “l'insieme di tutte quelle applicazioni online che permettono uno spiccato livello di interazione sito-utente”. L'utente si sposta al centro dei servizi e dei contenuti, li modifica a proprio piacimento, ne influenza l'evoluzione, insomma, crea un mondo virtuale che rispecchi fedelmente le proprie preferenze e convinzioni.
Paese delle meraviglie o agghiacciante buco della memoria delle idee minoritarie? La deriva dello Web 2.0, o “web sociale”, si legge in un articolo di Carlini, è appunto la mancanza un confronto: “I social network rischiano di relegare i partecipanti delle singole community e di isolarli dagli stimoli di realtà diverse. Il paradosso del web sociale è la sua mancanza di pluralismo e di contraddittorio”.
Un caso concreto. Vi sarà certamente capitati durante qualche ricerca, una pagina inconfondibile profilata di verde, avatar sorridente, una domanda e tante risposte: si chiama Yahoo Answers ed è un servizio di social searching di Yahoo, attivo dal 2006, che permette di porre domande e di rispondere a quelle degli altri utenti, sugli argomenti più disparati. Yahoo Answers è stato definito da PC World come “uno dei migliori esempi di partecipazione da parte della community presenti nella Rete”. In realtà, molti in rete ne parlano come del peggio di internet.
Un sistema di premiazione dei partecipanti, sorto con l'intenzione di incentivare gli interventi, prevede che per porre domande o risposte sia necessario spendere da 2 a 5 punti. Chi ha posto la domanda può scegliere la migliore risposta: il vincitore si accredita dieci punti da spendere ponendo nuove domande e rispondendo. Le conseguenze del sistema, così come l'uso che viene fatto dello strumento, sono quanto meno opinabili: Yahoo Answers viene usata come contenitore delle domande più idiote e delle risposte più incompetenti. L'assenza di un'autorità fa sì che spesso vengano premiate e divulgate false verità, o meglio, opinioni condivise che non hanno neppure la necessità di essere vere. Si propagano rapidamente e si alimentano di consenso, per quanto siano idiote, insensate ed illogiche. Qualche esempio? Una delle sezioni più roventi è quella relativa all'immigrazione. Il tenore delle domande è il seguente “Se fossi rom avrei potuto avere anche io casa e sussidio?” “P erchè il mio datore di lavoro si rifiuta di assumere persone straniere?” “Quanto ci vorrà perchè le bombe carta diventino bombe vere?” “Quale la razza più aggressiva tra gli immigranti?””Sarà l'ora di chiudere le frontiere, ce ne sono già abbastanza?”.
Ogni “migliore risposta”, come prevedibile, segue in scia il tono della domanda e diventa, fatalmente, opinione di massa: “Certo che è vero, l'ho letto su Yahoo Answers”.
(Eleana Marullo)
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11 Giugno 2008
Marketing - Tutti belli come in tv
Inferno dei precari, girone della Grande Distribuzione Organizzata. Faccio la promoter in un megastore tecnologico, per il lavoro più continuativo e sicuro degli ultimi tempi: trattasi di nientepopodimeno, di sei giorni di fila, uno dietro l'altro, stesso orario stesso posto, un filo di perle di fiume in questi tempi barocchi. Quando tutta la tua esperienza di lavoro in un posto si concentra in una settimana scarsa, inevitabile bruciare le tappe: al primo giorno a malapena sai dov'è l'ingresso, al secondo ti proponi con disinvoltura come la massima esperta di testine pivotanti per il contropelo, al quarto rischi il burn out e, se solo avessi la mutua, ti abbandoneresti languida ad un esaurimento nervoso.
La posizione è comunque ottima per un breve ed intenso laboratorio di osservazione antropologica, specie se si è stanziati nel reparto bellezza. Vi siete mai domandati come mai andando per strada si abbia la sensazione di vedere sempre la stessa faccia, che si ripete su variazioni d'età e statura? Sempre la stessa faccia patinata e polita, ovunque.
La questione è che la gente, quando va a comprare uno strumento per la cura della propria persona, non ha in mente un oggetto. Ha in testa un sogno, e dietro quel sogno c'è sempre un gingle. Alla domanda “In che posso aiutarla”, ti risponde, senza esitazione “Vorrei quel tagliaunghie della TV, quello che fa DU- DU-DIDI-DADA'”. Io, che non accendo un televisore da almeno cinque anni, sorrido impavida e allungo con sguardo sapiente un tagliaunghie a caso, ed il signore se ne va via contento.
Ma le adolescenti sono spietate. Se si tratta di aggeggi per capelli, non si può bluffare: “ma quello della TV ha la giada e la tormalina i cristalli di Saturno e le proteine del caucciù! E questo no...Lasci stare, faccio da sola”, ti gelano.
Poi, arriva una signora, molto curata, a chiedere una piastra. La vuole professionale, full optional, che faccia i ricci, i boccoli, le onde, che idrati i capelli e tenga la piega per almeno una settimana, insomma, quella della TV. La prendo e gliela mostro, e la signora sorride sufficiente. “No, non è per me! Io ce l'ho già”. “Tesoro mio, ti piace?” chiede ad una bimbetta sui cinque anni scarsi, che tiene per mano “E' proprio quella della TV, vedi...”. La matura e la baby-vestale della bellezza vanno via soddisfatte.
(Daphne)
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19 Marzo 2008
Manuale - Fare il giornalista o il cameriere
Mario Bottaro, giornalista di lungo corso, che mentre era vicedirettore del Secolo XIX ha scelto per così dire la libertà, ossia di fare il free-lance, ha concentrato buona parte della sua esperienza nell'insegnamento universitario, quale docente di teoria e tecniche del linguaggio giornalistico presso la Facoltà di Scienze politiche. Ora ha scritto "Nascita, vita e morte della notizia - Manuale per fare il giornalista (e per difendersi dai media)", libro che come dice il sottotitolo è rivolto non solo ai giovani che vogliono entrare in redazione, ma anche all'utenza, ai lettori, cui non è mai troppo tardi dare qualche arma in più di legittima difesa.
La sua è un'analisi approfondita che affronta il tema centrale, quello di chi detiene il potere reale dell'informazione, smontando i congegni interni del meccanismo e mettendone in vista punti di forza e debolezze: dalla linea editoriale alla formazione del giornalista e sua trasformazione in corso con la diffusione delle nuove tecnologie, dalla costruzione della notizia ai rapporti con le fonti, quindi il do ut des quotidiano per avere la novità, il titolo, fino al peso della pubblicità e all'incidenza sempre maggiore di pr e comunicazione aziendale per promuovere o addomesticare i fatti. Già il fatto di contribuire a creare nuove leve "imparate", è un meritevole passo avanti, rispetto all'era naif della vecchia e unica scuola di redazione, dove l'obbedienza e la soggezione erano le regole.
E' pur vero che i manuali, per quanto scientifici, non possono dar tutto e che il resto viene dalla scuola materiale dell'esperienza sul campo. Dove è importante sul piano formativo trasmettere ai giovani la dote o il difetto della dignità che per taluni è impertinenza. Esemplare al riguardo (utile forse per un prossimo manuale) è un episodietto accaduto in questi giorni in un periodico specializzato, dove un manager marittimo ha fatto sapere che sarebbe stato disposto a concedere un'intervista su argomenti da lui scelti, dopo avere preventivamente scelto anche l'intervistatore. La proposta, riferita in redazione dall'addetta alla pubblicità, interessata a sottoscrivere un contratto, è stata respinta al mittente: "Quel signore si è sbagliato: cercava un cameriere…" Mestiere, quest'ultimo, decorosissimo, se dichiarato.
(Camillo Arcuri)
Posted by Admin at 16:43 | Comments (0)
10 Ottobre 2007
Internet - Perché la politica ignora la rete
Il "fenomeno Grillo" trae parte della sua forza della rete, come lui stesso ammette. Il suo blog pare essere fra i 12 più visitati al mondo e il primo italiano. Si parla di 200.000 adesioni solo via web al suo "V" day, ben 17 gruppi locali cittadini, promotori di incontri e iniziative, uno creato addirittura su "Second life". Numeri mastodontici, più volte indicati come indice della disaffezione politica e del disfattismo italiano. Può darsi che sia disfattismo, ma alcune informazioni pare che abbiano campo libero solo sul web. Due esempi: nel già citato blog di Grillo oggi si parla della sospensione da parte del preside del Liceo Sicignani di Caltanisetta adottata contro i ragazzi che hanno protestato per il trasferimento del pm De Magistris richiesto da Mastella.
Secondo esempio: nel sito di Antonio Di Pietro si parla dell'iter del disegno di legge sull'incandidabilità in Parlamento dei condannati definitivi e sull'ineleggibilità dei titolari di imprese che lavorano in regime di concessione rilasciata dallo Stato. Il disegno di legge era fermo da mesi, l'iter è ripreso solo dopo il successo del V-day. Entrambe le notizie sono assenti sui quotidiani.
E' vero che in rete si trova tutto e il contrario di tutto, ma il vero problema è che certe informazioni si trovano con difficoltà al di fuori di essa. Il web come luogo per una politica diretta dal cittadino al suo rappresentante? Non sembrerebbe però che i politici comprendano davvero la forza e la capacità di aggregazione e comunicazione del web. Basti pensare alle nostre ultime elezioni locali: siti con slogan e facce in primo piano, elenco degli appuntamenti. Ma raramente erano disponibili spazi di confronto e gruppi di discussione, al massimo un 'videoprogramma'.
La sindaco Marta Vincenzi ha aggiunto ultimamente, come strumento per parlare con i propri cittadini, alla mailing list già presente, il blog, a cui però non partecipa. Il suo sfidante Enrico Musso era invece maggiormente aggiornato: gruppi di discussione tematici aggiornati almeno quotidianamente, una chat per parlare con lui via web. Ma anche il panorama dei siti dei candidati alle primarie del Partito Democratico è desolante: i proclami ufficiali, i comunicati-stampa, l'elenco dei referenti locali, degli appuntamenti. Manca ovunque il dibattito e l'informazione, e soprattutto il confronto. Internet è un mezzo per comunicare, ma i politici sembrano utilizzarlo come un grosso volantino elettorale, come un canale di comunicazione monodirezionale: dal politico che parla, al cittadino che può solo ascoltare.
Insomma: la rete fa paura, soprattutto per chi non è capace a usarla.
(Maria Cecilia Averame)
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12 Settembre 2007
Tigicinque - Dai con la cronaca nera ché la paura fa brodo
Da un po' di tempo avevo la sensazione che il TG5 fosse un po' troppo sbilanciato sulla cronaca nera, perciò oggi 4 settembre 2007 mi sono annotato i temi della sua emissione principale, alle ore 13; ecco gli argomenti:
- Rapimento di un barista a Motta Visconti - Rapimento di Denise Pipitone (aggiornamenti) - Omicidio di Garlasco aggiornamenti) - Due donne uccise nei pressi di Lecco (aggiornamenti) - Terrorismo a Copenhagen - Vertice ministeriale sui problemi della sicurezza.
Alle 13.10 cambia leggermente di argomenti:
- Inchiesta del Tg su: prostituzione, spaccio droga, lavavetri... - Tagli alla spesa pubblica - Posizione di PRC sulla spesa sociale.
Alle 13,15 sembra che effettivamente cambi argomenti:
- Apertura delle scuole - Ricorso al TAR di studenti bocciati - Maltempo (immancabile) - Moto d'acqua velocissime per le guardie di P.S. a Napoli - Gente che passerà 2 settimane sott'acqua a Ponza - Recensione del film "Il dolce e l'amaro", sulla mafia - Giocattoli educativi animati (a Londra) - Uragano "Felix" (negli USA)
Alle 13,25 il classico doblone per lo stomaco: "Gusto".
Per uno che coltivasse la delinquenza, questo telegiornale avrebbe offerto utili informazioni e aggionamenti. I servizi spiegano infatti come si ipotizza che siano avvenuti i fatti delittuosi, come si comportano gli inquirenti, che mezzi adoperano le guardie di P.S., quali sono gli spettacoli istruttivi da non perdere, quali siano i problemi "veri" del Paese, ecc.
Ogni tanto guardo anche altri telegiornali, taluni emessi in altre lingue, ma non ho mai visto un tale concentrato di sgradevolezze. Sono molti mesi che manca, nella cronaca di questo Tg, un fatto degno di avere esclusivamente la connotazione culturale.
(Rinaldo Luccardini)
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23 Maggio 2007
Media e società - Chi difende i bambini dal falso buonismo
Solo l'ipocrisia regnante può spiegare il recentissimo exploit di un organo di vigilanza Rai, che con tanto di decreto ha censurato l'emittente pubblica per non avere omesso i nomi o i volti di alcuni ragazzini islamici addestrati a diventare kamikaze o tagliagola. Chi, prima di qualsiasi altro, dovrebbe proteggere i piccoli dai rischi della vita, dalla violenza in particolare, se non i genitori? Ma se un padre o una madre, con il sostegno del fanatismo collettivo, si dicono orgogliosi di spingere i figli a uccidere e uccidersi, come è possibile contestare all'informazione di aver reso noto, seppure in maniera cruda, ma efficace, simili aberrazioni?
Che questa difesa a oltranza, senza se e senza ma, degli interessi di bambini e adolescenti, puzzi di falso buonismo, di patacca, è dimostrato ogni giorno dalla realtà prima che dai media. Lo testimonia l'indifferenza generale, polizia compresa, verso le minorenni sui marciapiedi. E non sono forse speculazioni alla ricerca di audience quelle avvenute in tv sull'uccisione del bimbo di Cogne, con tanto di villetta dell'orrore in miniatura, per mettere in scena le trovate di un avvocato-politico smanioso di protagonismo? Tanto per restare in ambito locale sembra difficile conciliare il vantato rispetto verso le "fasce protette" con un tragico episodio accaduto di recente all'ospedale pediatrico Gaslini.
Una ragazza non ancora quindicenne si presenta all'astanteria dopo una notte insonne, di dolori a una gamba, così forti che si sentiva "scappare il cuore". La dimettono con una caviglia fasciata e l'invito a tornare dopo qualche giorno; ma poco dopo la giovane muore. Il primo sospetto che la causa fosse un'embolia, dovuta alla frattura, è stato escluso dall'autopsia; e ora sono cominciati lunghi esami di laboratorio nel tentativo di dare una risposta al perché del decesso. Nel frattempo però il Gaslini, con una scelta a dir poco inopportuna, ha creduto bene di far sapere che la ragazza era obesa…
La madre, quasi non bastasse il suo dolore, ha dovuto intervenire sulla stampa per ricordare che la sua era una ragazzona alta uno e ottanta, sportiva, piena di vita, non una malata. Ma a breve distanza i medici o i loro portavoce, con un'insistenza un po' sospetta, hanno ribadito la tesi dell'obesità. Un simile comportamento si spiega forse con le loro difficoltà per un'altra morte inspiegabile di pochi giorni prima, vittima un piccino ecuadoregno; ma non sembrano estranei neppure i dettami della sottocultura regnante, per cui magro è bello (fino all'anoressia) e grasso è "out", ovvero brutto, debole, malato. Pensare che un tempo si diceva "bello grasso" per indicare chi aveva il privilegio (di classe) di poter mangiare a sazietà.
(Camillo Arcuri)
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11 Aprile 2007
Ritorno al passato - Le botte agli hooligans non fanno notizia
Ci saremo distratti, noi del pubblico, o avranno guardato dall'altra parte loro che invece dovevano stare bene attenti, avendo il compito di informare? Sarebbe davvero interessante sapere quanti, tra i milioni e milioni di telespettatori vantati dallo share, hanno visto o saputo che l'incontro di calcio Roma-Manchester era stato turbato dai gravi incidenti dell'Olimpico. Personalmente, pur essendo attaccati al teleschermo, non ci siano accorti di nulla (c'è sempre qualche marziano che ti chiama al telefono durante la partita facendoti perdere il momento clou). Ma anche le cronache del giorno dopo di tutto parlavano, della serata storta di Totti, delle accelerazioni irresistibili del Ronaldo bis, quello giovane e snello, meno che degli scontri violentissimi tra polizia e tifosi britannici.
Ci sono voluti i reportage dei giornali popolari inglesi, corredati da una drammatica documentazione fotografica, per aprire lo scandalo, spingendo addirittura il governo di sua maestà a chiedere chiarimenti (leggi: giustificazioni) a Roma. Il prefetto Serra ha già anticipato di avere visionato le immagini (dunque c'erano, benché ignorate dai servizi tv) e di avere tratto la certezza che la forza pubblica si è limitata a reagire per non farsi sopraffare. L'impressione lasciata da certi fotogrammi sanguinolenti è un po' diversa, mostrando il consueto accanimento sul tifoso a terra, tempestato di manganellate. Senza dimenticare tuttavia la capacità provocatoria degli hooligans in stato di ebbrezza alcolica. Ma il punto è un altro.
La domanda in cerca di risposte convincenti riguarda il percorso seguito dalle notizie degli incidenti: come mai prima siano state del tutto ignorate da giornali elettronici o stampati e soltanto dopo essere rimbalzate dall'Inghilterra, ora riempiano le pagine. Che cosa è cambiato? Per quale ragione, subito, a caldo, erano state oscurate? Sottovalutazione di origine nazionalistica, nel senso che le teste e i nasi rotti erano solo britannici, mentre i poliziotti nostrani ne erano usciti indenni? Oppure la stampa ha partecipato al tentativo di far passare il tutto sotto silenzio, come sarebbe certamente accaduto senza le proteste dei tabloid e del governo di Londra? Comunque sia, l'informazione italiana non ne esce a testa alta.
E' un ulteriore segno del ritorno al passato, ai tempi delle veline e delle autocensure. Viene in mente -ma questa è un'altra storia- quando il nostro paese, negli anni '70, corse il rischio di subire un colpo di Stato stile Grecia: l'unico giornale ad anticipare i preparativi di un golpe fu The Observer. La stampa italiana neanche riprese la notizia.
(Camillo Arcuri)
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21 Marzo 2007
Scandali - Il sesso di chi conta è due volte tabù
A rischio di scivolare nel qualunquismo, è quasi impossibile non notare come lo spirito di corpo faccia superare barriere ideologiche e divisioni di parte quando il ceto politico si sente bersaglio di attacchi dei giornali. Immaginarsi poi se si toccano questioni di sesso. La reazione è stata immediata: ora i giornalisti italiani sanno di rischiare il carcere se si azzardano a pubblicare notizie intime sulle persone (meglio personaggi) al centro di vicende giudiziarie.
Abbiamo visto un presidente della maggior potenza mondiale vacillare sotto i titoli dei tabloid per la storia con la stagista; ma se qui si tocca un semplice portavoce del governo, a quanto pare col debole delle esplorazioni notturne nei vialoni hard, si scatenano le furie del perbenismo ipocrita: dal solito cavaliere che grida al massacro della dignità personale, fingendo di ignorare però che sono proprio i giornali da lui controllati ad avere lanciato la prima pietra, ai Fini e Cicchito che si leccano mai rimarginate ferite mediatiche, fino al guardasigilli Mastella che rilancia il suo decreto legge per rimettere tutti in riga: primi i magistrati, limitando il loro diritto-dovere di indagare mediante le intercettazioni telefoniche, non ultimi i cronisti cui sarebbe vietato di pubblicare i verbali delle registrazioni.
In attesa che il parlamento metta ai voti le idee di Mastella (Di Pietro fa presente che le intercettazioni per gli inquirenti sono come il bisturi per i chirurghi, uno strumento indispensabile se si vuole estirpare il bubbone, il che non significa che il chirurgo sia autorizzato a usare il bisturi per ammazzare la moglie), ci ha pensato il garante della privacy, Francesco Pizzetti, a dar ha immediato seguito alle proteste parlamentari con un provvedimento che minaccia "da tre mesi a due anni di carcere a chi pubblica notizie o immagini che violino la sfera sessuale delle persone interessate". Così la privacy dei potenti è salva e la libertà di stampa un po' meno. Poche sere fa, intervistato da "la 7", il direttore della Stampa, Giulio Anselmi, ha spiegato con molta sincerità perché non ha pubblicato le foto del portavoce di Prodi nel vialone dei trans: "Mi sono domandato se volevo rischiare l'arresto". La risposta è stata no. Forse avrebbe fatto la stessa scelta, per motivi di civiltà, di gusto, di stile. Stavolta però ha agito sotto il peso della minaccia.
(Camillo Arcuri)
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28 Dicembre 2006
Burla di stato - Marziani a Bruxelles edizione 2006
30 ottobre 1938: Orson Welles anticipa Spielberg, adatta La Guerra dei mondi sulle onde radio e terrorizza l'America con un famoso reportage-bluff in cui dichiara che gli extraterrestri hanno cominciato l'invasione del New Jersey. In preda al panico, gli ascolotatori fanno i bagagli a migliaia e fuggono, alcuni (pochi) si suicidano. Il giorno dopo il giovane cineasta dovrà scusarsi pubblicamente sulla CBS per lo scherzo intempestivo.
13 dicembre 2006: il telegiornale belga di stato della rete francofona RTBF annuncia l'avvenuta secessione delle Fiandre, sinonimo di spartizione del regno. Il notiziario rivela inoltre che il re Alberto II ha lasciato la capitale e mostra le linee ferroviarie interrotte da improvvisate frontiere, nonché alcuni passeggeri fatti scendere dai treni perché sprovvisti di passaporto. Vengono persino raccolte le (finte) reazioni di alcune star dello show-business locale. La notte del 13 dicembre però, non solo la popolazione belga si corica di buon'ora senza ambasce, ma l'indomani nessuno si scandalizza per la burla televisiva. Risultato: chi paventava reazioni sdegnate è deluso. Dopotutto il Belgio è un paese sottoposto a potenti spinte centrifughe e l'estrema destra del "Vlaams Belang" ("Interesse fiammingo") ha fatto dell'indipendenza della propria etnia un cavallo di battaglia. Certi scenari non solo sono verosimili, ma sembrano fatti apposta per scongiurare il peggio...
E allora, ci si domanderà: che rapporto con Welles e La guerra dei mondi? Ebbene, non solo c'è un rapporto, ma esso rivela la presenza dei marziani nel cuore dell'Europa... L'abile messinscena televisiva ha infatti suscitato almeno una reazione rabbiosa e scomposta da parte dei politici e del Parlamento belga in cui sono fioccate le accuse d'irresponsabilità dei media e le interrogazioni. Come spiegare una tale disparità nelle reazioni fra sfera politica e società civile se non con la profonda disaffezione della popolazione agli involucri istituzionali, forma-stato compresa? "La nazione" - scriveva Renan - "è un plebiscito quotidiano", cioé una scelta consapevole che si rinnova di giorno in giorno. Ebbene, dopo i no alla costituzione europea nei referendum francese e olandese, i Belgi a loro volta non sembrano fare gran caso dell'unità nazionale. È una coincidenza che suscita un interrogativo: e se, anziché significare una regressione "sovranista" o chauvinista, lo scacco della costituzione volesse dire proprio il contrario, cioè che l'Europa a venire sarà diversa da una supernazione o non sarà? Quanto ai marziani, provate a immaginare un Parlamento che inveisce contro dei giornalisti irresponsabili chiedendo a gran voce le loro dimissioni davanti a un pubblico indifferente che se la ride. Non c'è dubbio: politici e " amministrati " sono sempre più come extraterrestri - gli uni per gli altri, beninteso.
(Achab)
Posted by Admin at 09:21
13 Dicembre 2006
Libera Tv - Arte in tutta Europa meno che in Italia
L'Italia è l'unico paese della Comunità europea escluso da Arte, il canale televisivo, dal nome nostrano, ma di lingua franco-tedesca, dedicato ai temi della cultura e privo di pubblicità. Inizia con queste parole l'appello lanciato, già alcuni anni fa, da Claudio Abbado e rimasto finora senza esito. Non senza risposte, perché alla firma dell'illustre musicista se ne sono aggiunte numerose altre e sono seguite anche assicurazioni ufficiali, come quella del ministro dei beni culturali del tempo, Urbani, che nel 1994 definiva la possibilità di inserire il programma nel digitale terrestre "una grande occasione da non perdere". Puntualmente perduta.
Forse non tutti sanno che Arte, oltre a trasmettere film d'autore e grandi concerti, si occupa di storia e fa informazione: due telegiornali quotidiani e una rubrica domenicale, Fermo immagine, condotta da un corsivista di Le Monde, che analizza il trattamento delle notizie nei telegiornali del mondo intero. Insomma un osservatorio tv simile a quello che Oli fa, su scala ridotta, dalle nostre parti. E tutto questo proposto simultaneamente in francese o tedesco e con i sottotitoli nelle altre lingue europee, italiano escluso.
Per comprendere le ragioni che impediscono l'ingresso di Arte nel nostro paese ("una censura che limita il diritto costituzionale alla libertà d'informazione", sottolinea l'associazione articolo 21), bisogna probabilmente ricordare alcuni reportages "scomodi", addirittura a puntate, messi in onda dal canale tv, su temi ancora caldi e oscuri della vita italiana: esempio, la strategia della tensione, il golpe Borghese, con interviste a generali statunitensi che si assumevano responsabilità gravissime confermando la "necessità di fermare in qualsiasi modo" l'avanzata comunista in Italia; ma anche uno sconcertante documentario su Berlusconi comprendente la registrazione di un'esilarante telefonata in cui l'ex premier ironizzava sulle intimidazioni mafiose. Il governo italiano di allora intervenne presso il primo ministro francese Raffarin perché la trasmissione non venisse replicata, come previsto, qualche giorno più tardi. Invano.
Com'era pensabile che un canale così indipendente, per non dire impertinente, potesse metter piede sull'italico suolo tv? Si illudeva, se non spargeva fumo, a suo tempo il ministro Urbani. Ora però, col centrosinistra, certi ostacoli dovrebbero essere caduti. O no?
(Achab)
Posted by Admin at 16:17
22 Novembre 2006
Anno Zero - Più di Travaglio poté Cuffaro
Un'Auditel capace di misurare anche le reazioni meno superficiali del telepubblico avrebbe colto un diffuso senso di indignazione e sgomento, di fronte allo spaccato della realtà siciliana, messo in scena nell'ultima puntata di "Anno zero", protagonista Cuffaro, officiante Santoro.
Sotto accusa era la locale macchina mangiamiliardi della sanità, un sistema clientelare per cui ci sono più convenzioni con studi e cliniche private nell'isola che in tutta Italia e si arriva all'assurdo che un particolare esame oncologico, in una di queste strutture, costa 2.000 volte di più che in ospedale. E come mai il governatore Cuffaro si incontrava col big boss della medicina privata per concordare il tariffario non negli uffici della Regione, ma nel retrobottega di un negozio d'abbigliamento?
Al conduttore che gli sollecitava una risposta diretta, un chiarimento sul punto, il governatore ha preferito rinfacciagli il compenso strappato alla Rai (stratosferico ma forse non superiore a quello del granciambellano Vespa). Ha rifiutato il confronto anche sui fatti pesanti contestatigli a raffica da Travaglio. Se poi Fava, l'europarlamentare, gli ricordava la cena con un mafioso, lui ribatteva che Fava era andato a pranzo con un Pm antimafia, quasi si trattasse di frequentazioni ugualmente compromettenti. E' andato avanti così, contorcendosi come una medusa dal morso tagliente, fino al capolavoro finale, quando non ha esitato a colpire una famiglia con due morti ammazzati dalla mafia, pur dicendo simultaneamente di aver rispetto per i lutti. Inimmaginabile.
Spettacoli "forti" come questi possono sollevare qualche dubbio circa le ricadute: prevarrà la rabbia, lo sdegno o il contributo allo sfascio, alla sfiducia del "tanto sono tutti uguali"? Altri possono domandarsi quanti siano, nell'audience del 20 per cento raccolta da Santoro & Co., i teleutenti in grado di cogliere il vero che emerge dal brutto della diretta. Si potrebbe rispondere con Bogart: "E' l'informazione, bellezza". C'è poi un'altra massima cui dovettero attenersi generazioni di cronisti: tenere sempre presente di rivolgersi a un lettore con la levatura dei 10 anni. Solo che ora quel ragazzino è un po' cresciuto. Di testa.
Camillo Arcuri
Posted by Admin at 10:16
12 Luglio 2006
Calcio e tv - Che cosa è mancato al trionfo mundial
C'è un'Italia, decisamente minoritaria, fatta di lande e coste sperdute, dove non arrivano nemmeno gli echi lontani dell'assordante notte di festa che pare abbia tenuto deste città e borgate del Belpaese per la vittoria al mundial. Anche se, per fortuna, la copertura tv generalizzata ha consentito di seguire ovunque le emozionanti fasi della finale calcistica di Berlino, nei luoghi più marginali, una volta spento il video, adulti e bambini si sono scambati ancora un po' di impressioni, qualche telefonata di commento, cellulari permettendo, con amici o familiari lontani, dopodiché il silenzio con lo sciabordio del mare ha consentito a tutti di dormirci tranquillamente su. Forse è l'assenza di strepiti, esagitazioni, isterie collettive, che favorisce una visione un po' diversa degli avvenimenti di cui siamo stati tutti spettatori, a cominciare dal trauma improvviso e assurdo dell'espulsione di Zidane, indiscutibilmente l'eroe della serata. E' possibil e liquidare questo dramma sportivo, ma anche umano (era la partita di addio del grande calciatore), con la dura sintesi di un titolo che racchiude la parabola di una vita da campione con l'espressione "Da re a teppista"?
In attesa di capire che cosa sia realmente accaduto, cioè perché Zidane abbia d'un tratto perduto la necessaria lucidità, l'autocontrollo (causa la fatica che gli scavava il volto, la sensazione che la coppa gli stava sfuggendo di mano, un eccessivo cumulo di stress?) e senza voler imbastire processi di sorta al gigante Materazzi che certo gli ha opposto la sua prestanza fisica e forse qualche parola di troppo, bisogna riconoscere che l'episodio ha costituito un neo, un punto nero in una bellissima serata di sport. E se quanto accaduto appartiene all'imponderabile, quindi inevitabile; resta il rammarico per il fatto che non si sia avuta la capacità, la fantasia, diciamo pure la generosità, per trasformare il dato negativo in qualcosa di diverso, di positivo, nel rispetto del miglior spirito sportivo.
Tutto il mondo, attraverso le tv, guardava la conclusione di quella gara Italia-Francia: pensate che messaggio sarebbe stato irradiato se dopo lo sfogo dell'esultanza, della gioia per la vittoria, qualcuno della nostra nazionale non si fosse limitato a complimentarsi con gli altrettanto valorosi avversari, ma avesse voluto e ottenuto di riportare in campo lo stesso Zidane e non solo per rendergli i dovuti onori delle armi, ma per farlo incontrare e stringere amichevolmente la mano a Materazzi. Sarebbe stata una lezione indimenticabile soprattutto per milioni di giovani, un esempio straordinariamente educativo per comunicare loro, tangibilmente, i valori dello sport: la lealtà, l'amicizia, la correttezza, non ultima la capacità di ammettere un proprio errore.
(Camillo Arcuri)
Posted by Admin at 14:16
31 Maggio 2006
Riforme - Rai più indipendente salvando Mediaste?
Nella totale disattenzione mediatica (le rare eccezioni non fanno primavera), è in corso da qualche mese, e a quanto si sa procede bene, la raccolta di firme per una proposta di legge d'iniziativa popolare volta a riformare il sistema radiotelevisivo italiano: proposta che in realtà vuole modificare soprattutto uno dei due oligopoli imperanti, quello della Rai-Tv. Tra i primi firmatari della richiesta figurano Tana de Zulueta, Marco Travaglio, Sabina Guzzanti, Francesco Altan, registi, attori, intellettuali degni del massimo rispetto, ultimo (solo in ordine alfabetico) padre Alex Zanotelli.
Alcuni dei proponenti sono venuti a Genova per illustrare l'iniziativa, invitati da circoli e movimenti; e in occasione di uno di questi confronti c'è stato chi ha posto un quesito scontato, perfino ovvio e tuttavia niente affatto chiarito: com'è pensabile riformare l'emittente pubblica, senza intaccare la mastodontica abnormità -unica in Europa- del disarcionato p remier che continua a controllare da solo tre reti, quindi la metà dell'informazione via etere?
Spiegazione: la riforma della RAI per quanto parziale sarebbe la sola al momento realizzabile, mentre per quella più generale non esisterebbero le condizioni politiche per poterla portare avanti. E perché mai? Il conflitto d'interessi non è forse scritto tra i principali punti del programma Prodi? Sì, ma… La risposta di chi conosce la materia, risvolti meno chiari compresi, è fin troppo possibilista: si accenna all'esistenza di incredibili retroscena, a tacite intese trasversali, se non inciuci, a temporanee prudenze più che veri patti di non aggressione, quasi che nell'approccio al problema prevalessero ancora una volta quei complessi storici o subalternità che già permisero il patatrac della Bicamerale.
Forse tanti timori si spiegano da una parte con l'impazienza e dall'altra con la necessaria gradualità stabilita dai tempi di un'agenda politica appena alle prime scadenze. E' quanto si augura, per lo meno, il popolo del centrosinistra. Certo, a nessuno sfugge il fatto che riformare la Rai TV, seppure col nobile motivo di liberarla dall'opprimente controllo dei partiti (ai vertici sarebbero chiamate in maggioranza personalità di riconosciuta indipendenza della società civile), non può prescindere dal ridimensionamento del blocco Mediaset. Diversamente non si scioglie il nodo che soffoca l'autonomia dell'informazione tv. Proprio perché la materia è delicata quanto qualificante, il silenzio in proposito (nonostante la consegna del riserbo sia così poco praticata dal neo governo) non giova. Tra i maggiori esperti, Carlo Rognoni, attuale consigliere Rai, ha certo dato il contribuito della sua esperienza e dei suoi libri alle scelte programmatiche di Prodi in materia. Una sua puntualizzazione sarebbe utilissima. In nome della trasparenza.
(Camillo Arcuri)
Posted by Admin at 10:15
12 Aprile 2006
10 Aprile - Voltare pagina ma in avanti
I corrispondenti delle più importanti testate straniere (El País, Die Welt, Le Monde, The Independent ma non solo) hanno scritto, prima del risultato delle elezioni italiane, che - in caso di vittoria - il centro sinistra avrà bisogno di almeno un anno e mezzo per correggere le principali mostruosità legislative del governo passato. Ma che ce ne vorrà sicuramente di più per cominciare ad affrontare la massa di problemi irrisolti o lasciati a macerare e che richiedono, come aveva osservato Prodi all'inizio della campagna elettorale, "riforme radicali". Tra queste, e più importante di tutte, quella di una informazione libera, sottratta al controllo dei partiti, dei cartelli elettorali, dei monopolisti.
Negli anni recenti l'informazione ha vissuto nel nostro paese i suoi anni più bui che neppure l'abbondanza di chiappe, turpiloquio e scopate in diretta ha potuto mimetizzare. E' venuto il momento di voltare pagina che vuol dire andare avanti e non tornare all'antico che come ognuno può osservare non ci ha messo al riparo dalle "anomalie" - come gentilmente sono state chiamate - di un presidente del consiglio che possedeva il 95% dell'informazione del paese. L'Italia che vuol voltare pagina ha bisogno, per ragionare e tornare a decidere, di conoscere la verità su economia, giustizia, scuola, cultura. Abbiamo tutti bisogno di una informazione libera, pluralista.
La "Proposta per un'iniziativa di legge popolare in materia di disciplina del sistema delle comunicazioni audiovisive" (OLI n° 96) per la quale si stanno raccogliendo le 50 mila firme necessarie, è solo un aspetto del problema. Anche il Parlamento dovrà fare la sua parte ma le premesse non sono favorevoli. Una sciagurata legge elettorale ne ha fatto una creatura delle segreterie di partiti - meglio: di piccoli centri di potere dato che i partiti sono ormai ben poca cosa. Alla società civile, ai giornalisti e agli operatori dell'informazione, ai cittadini che da oltre tre anni sono i veri protagonisti della politica del nostro paese, tocca un compito importante che sarebbe illusorio delegare; trasparenza, chiarezza, voglia di verità non fanno ancora parte dei costumi dei partiti. Almeno nella quantità oggi necessaria.
Permane nei partiti una pericolosa volontà di controllo sulla comunicazione radiotelevisiva e sulla stampa: una anomalia "storica" che non ci ha messo al riparo da B. E' dunque il momento di scioglierla. Quanto a noi di OLI abbiamo dato vita al nostro osservatorio circa 3 anni fa: volevamo far qualcosa "contro l'omologazione dell'informazione" per contribuire a rendere più trasparenti i rapporti tra informazione e politica. Tra un paio di settimane la nostra NL toccherà il numero 100. Spesso abbiamo ricevuto apprezzamenti per il nostro lavoro. Vorremmo che si trasformassero in collaborazioni. C'è molta strada da fare ancora.
(Manlio Calegari)
Posted by OLI at 09:49 | Comments (0)
10 Aprile - La crisi dei media vista da fuori
Le consegna due schede elettorali e non è il presidente del seggio; le dice ad alta voce per chi deve votare ed è il Presidente del Consiglio dei Ministri. I numerosi presenti, tra cui anche giornalisti, ridono. Tra i rappresentanti di lista, solo uno ha il buon senso di rimproverarlo. Sui giornali si parlerà di una semplice gaffe. Un piccolo episodio, ma anche un dettaglio significativo del baratro che da molti anni si è aperto in questo paese. Un episodio che non possiamo relegare al passato perché ‘a nuttata non è passata ancora.
Sembrano ancora lontani i presupposti per un rilancio effettivo della politica. Da troppo tempo sostanzialmente assente. Claudio Magris in un articolo (Corriere della Sera, 6 aprile) segnalava il grado di perversione della politica e il contenuto assolutamente sovversivo di chi esorta a scegliere un programma solo in funzione dei suoi interessi personali. Nell’ultimo capitolo del “Costo della democrazia” (Mondadori, 2005), Cesare Salvi e Massimo Villone, dopo avere enumerato e approfondito le preoccupanti aberrazioni di cui sono costellate la politica italiana e le sue istituzioni e i suoi sprechi, leggi, regolamenti, dipendenti, consulenti, ecc., offrono una serie di proposte, “forse meno altisonanti delle grandi riforme…ma tali di cambiare profondamente il governo della cosa pubblica, il rapporto tra etica e politica, la qualità della nostra democrazia”: la possibilità per i cittadini di partecipare in modo effettivo alla politica, l’uso corretto ed efficace del denaro pubblico, la riduzione del numero e delle retribuzioni dei politici a tutti livelli istituzionali, la drastica limitazione delle spese delle amministrazioni per staff, incarichi e consulenze varie e comunque e sempre trasparenza. Altro che proposte “meno altisonanti”. Alla luce dei risultati elettorali sembra un vasto, troppo ambizioso programma.
Si tratta della “nuova questione democratica” (OLI n. 96). Una questione che non potrà prescindere della radicale riforma del sistema dell’informazione. La proposta di legge di iniziativa popolare per la riforma del settore radiotelevisivo è un passo importante in questa direzione. La raccolta di firme è in piena attuazione e l’elenco dei punti di raccolta dove si può firmare è visibile in www.perunaltratv.it/index.php?id=2,82,0,0,1,0. L’indipendenza e la pluralità dell’informazione riguardano pure la stampa, quasi senza eccezioni subalterna alla “geometrica potenza” del mezzo televisivo. Le conseguenze del complesso e deteriorato rapporto tra giornalisti e proprietari dei mezzi di informazione è evidente anche all'estero. In “Giornalisti, interessi e lettori”, Francesco Vella ( www.lavoce.info, 31 marzo) riporta, tra tanti altri, il parere della European Federation of Journalists, la più grande organizzazione giornalistica in Europa: "È impossibile non concludere che in Italia la crisi dei media sia seria e profonda. C’è un sistema di gestione profondamente sbagliato, una carenza di consapevolezza pubblica, un elemento di paralisi politica e una seria preoccupazione tra i giornalisti italiani sul futuro dei media".
(Oscar Itzcovich)
Posted by OLI at 09:42 | Comments (0)
5 Aprile 2006
Duelli? - I faccia a faccia TV, occasione perduta
"Lei non sa chi sono io!" diceva un tronfio Castellani al beffardo Totò in una celebre sequenza. C'è molto di questo spirito nella versione italiana dei confronti televisivi tra leader politici, tanto invocati dall'opinione illuminata del nostro paese.
Perché dal modello anglosassone, intriso di politically correct, il passaggio alla maniera italiana condisce i duelli in TV di goffo perbenismo, facendo loro perdere qualsiasi valenza di servizio, di strumento di formazione del consenso popolare, senza modificare peraltro la cifra di questi dibattiti, che si caratterizzano per la inconsistenza e la lontananza dalla realtà.
Abbiamo visto persino Bertinotti, fascinoso campione dell'affabulazione telecratica ma abituato quantomeno a sviluppare ragionamenti apprezzabili, trastullarsi nella enunciazione di concetti schematici e prevedibili, quasi slogan, sfoderati al dirimpettaio come in un copione, nel quale il "minutaggio" (sì, ora abbiamo anche questo neologismo) scandisce i tempi di una recita da pupi. Tali appaiono infatti i nostri uomini politici quando parlano e si atteggiano su argomenti invero scottanti, non già in base ad un punto di vista onesto, sviluppato sulla scorta del proprio patrimonio ideale arricchito dall'osservazione della realtà, bensì a seguito di valutazioni studiate a tavolino con il contributo dei consulenti mediatici. Lui attacca con il conflitto d'interessi allora io replico con l'affaire Unipol; lui mi rinfaccia le candidature di estremisti di destra ma io ribatto con i disordini di Milano. E della verità del paese, della società vera, della vita della gente? Solo tracce sbiadite.
Quando poi, sull'onda della salvaguardia di uno stile corretto ed elegante (ed invero gradito) si arriva alle strette di mano e alle formule di reciproco rispetto ci sta che qualcuno avverta aria di pastetta. Che magari non è: non dobbiamo dispiacerci se D'Alema e Fini motteggiano mentre discutono e danno l'impressione di stimarsi personalmente sia pure da opposti versanti. Ma come fa la gente a rilevare le differenze delle loro posizioni se le uniche cose che servono, approfondimento e riflessione, non hanno spazio in queste trasmissioni?
Eppure la televisione era suscettibile di ampliare la tribuna e intensificare il rapporto governanti-governati. In fondo questi faccia a faccia, passando attraverso l'antica tribuna politica di Jader Jacobelli, sono gli eredi del comizio di piazza, rispetto al quale beneficiano della straordinaria capacità del mezzo televisivo di raggiungere un numero spropositato di persone. Cionondimeno i confronti alla Pajetta, Malagodi, Almirante, e ancor più l'epopea dei grandi comizi del dopoguerra, dei manifesti propagandistici grotteschi, incollati e strappati, delle scritte a pennello sopra i muri, ci riportano ad un'epoca di maggior partecipazione popolare alla politica.
Insomma la televisione allontana invece di avvicinare. La stessa contraddizione caratterizza il reality show: niente è più irreale di quello, perché niente è più artificioso, riprodotto in laboratorio, come artificiali, quelli propriamente, sono i talk show trash con rumorosi scontri verbali da strapaese stile Pappalardo versus Er Mutanda.
Questo connotato di estraneità alla realtà, questa lontananza dai problemi reali della società è in perfetta sintonia quindi con il distacco dalla politica, con il disinteresse nei confronti dell'amministrazione della cosa pubblica, recepita come mera disputa di potere, che da tante parti si lamenta. E allora sia pure il confronto in TV, con la par condicio e il minutaggio, ma non contrabbandiamo tutto ciò per democrazia avanzata e civilizzazione. Con Totò, "ca niusciuno è fesso".
(Gianmario Fattori)
Posted by OLI at 20:44 | Comments (0)
Dopo il 9 aprile - Possibile una Rai Tv senza i partiti
La campagna elettorale che si sta concludendo ha probabilmente convinto anche i più ottimisti sostenitori dell'Unione che ai cittadini italiani toccherà farsi carico non solo di mandare a casa l'attuale governo ma anche di impegnarsi non poco per rendere decente quello che seguirà.
Il duopolio Rai Mediaset, ulteriormente aggravato durante l'ultima legislatura dal fatto che il padrone di Mediaset era anche il primo ministro, non è nato con Berlusconi e non sarà facile metterlo in discussione anche dopo la sua sconfitta. L'informazione è un bene troppo ghiotto e i partiti politici sono ostili a perderne il controllo. Invece l'Italia ha un bisogno inderogabile di una informazione libera, autonoma dai centri di potere, dove il pluralismo non si riduca alle veline con le dichiarazioni dei diversi leader.
Negli anni recenti l'informazione è apparsa - se ancora ce n'era bisogno - il luogo strategico della democrazia. E' la ragione che ha mosso un gruppo di democratici, dalle diverse posizioni politiche ma tutti convinti che il sistema attuale richieda una riforma radicale fondata sulla autonomia e la libertà dell'informazione, a lanciare una "Proposta per un'iniziativa di legge popolare in materia di disciplina del sistema delle comunicazioni audiovisive e sulla concessionaria del servizio pubblico radiotelevisivo". Presentata da Tana De Zulueta la proposta ha avuto il sostegno di centinaia di artisti e personalità della cultura e del giornalismo, da Sabina Guzzanti a Marco Travaglio, da Fiorella Mannoia a Beppe Grillo, da Moni Ovadia a Daniele Luttazzi, da Cornacchione a Paolo Rossi, da Alberto Gambino a Curzio Maltese e Giulietto Chiesa. Insieme a loro amministratori pubblici, uomini e donne dell'associazionismo e cittadini che vogliono vivere in un paese decente e per qu esto disposti a fare la loro parte. Una iniziativa coraggiosa in parte oscurata dalla campagna elettorale. E' la ragione per cui a tutt'oggi le firme raccolte in Italia sono 13.000; mentre ne occorrono almeno 50.000. A Genova le firme raccolte sono state solo 1.700.
Tutte le informazioni (testo della legge, lista completa dei primi firmatari, modalità di raccolta delle firme ecc.) si trovano al sito www.perunaltratv.it. Qui cliccando sulla stringa in rosso tutta Italia, nella prima riga sotto il titolo, si trovano le indicazioni utili per contattare il comitato genovese.
Il popolo delle primarie è avvisato.
Posted by OLI at 20:41 | Comments (0)
Da non perdere - Lo show di Strasburgo visibile due anni dopo
Il film di Moretti "Il caimano" (da non perdere, come si dice in gergo, per la capacità di divertire e spaventare insieme con la sua straordinaria rappresentazione della realtà che stiamo più o meno consapevolmente vivendo) ce ne mostra uno spezzone di un paio di minuti. E già questo segmento ci aiuta a capire qualcosa di più rispetto alle fugaci inquadrature che la tv di regime ci aveva finora concesso circa il deprimente esordio di Silvio Berlusconi per il turno di presidenza italiana al Parlamento europeo.
Finora, censure e manipolazioni mediatiche avevano coperto efficacemente il cialtronesco episodio: l'invettiva contro l'eurodeputato tedesco Schulz, definito "kapo" dal cavaliere per il solo fatto di avergli posto domande imbarazzanti, in merito al suo conflitto d'interessi con le norme contro la criminalità internazionale e alla contiguità governativa con fascisti e leghisti-razzisti.
Sono dovuti passare più di due anni (serva da promemoria a chi ancora si illude sull'obiettività dell'informazione) perché la vergognosa cronaca, anche visiva, dei fatti potesse emergere per intero. Il film di Moretti non poteva, evidentemente, darcene una documentazione completa; ma ci ha pensato Enrico Deaglio col suo "Quando c'era Silvio": una registrazione completa della sequenza incriminata, cui ha aggiunto di suo soltanto un lieve commento musicale al suono di tarantella e qualche sovrimpressione a base di banane, frutto esotico di cui i vignettisti armano sempre il cavaliere. Ironie a parte, visto nel suo insieme il filmato (è disponibile sul sito Oli, dura non più di 15 minuti e val la pena di cliccarlo) costituisce un reperto storico eloquentissimo: il nostro eroe non si è limitato a offendere Schulz, salvo dire che scherzava o quasi, ma irritato dall'incessante applauso di solidarietà verso il deputato tedesco, ha finito per dare dei "turisti della democrazia" a tutti gli altri europarlamentari, con uno show macchiettistico che gli ha meritato una reprimenda contenuta quanto gelida del presidente dell'assemblea.
Le immagini mostrano accanto a lui un livido Fini e, nel suo scanno di capo dell'esecutivo Ue, un Prodi dall'espressione affranta e quasi incredula: non poteva immaginare che quella fosse solo l'anteprima di un film, un po' delirante, giunto ormai alle ultime scene.
(Camillo Arcuri)
Posted by OLI at 20:39 | Comments (0)
22 Marzo 2006
Storie antiche - Servono a distrarre i grandi duelli
Dopo il ciclone Sanremo, si sta abbattendo sui giornali lo tsunami "confronti elettorali". Da almeno una settimana la stampa dedica la maggior parte dello spazio riservato alla politica italiana a quanto avviene in tv. Prima è imperversato il "caso" Berlusconi vs. Annunziata (o viceversa), poi lo scontro Berlusconi - Prodi davanti a Mimun. Ora lo spettacolo inscenato in Confindustria. Il confronto elettorale si risolve in un torneo, come nel medioevo, quando i campioni si affrontavano lancia in resta per decidere la sorte della bella di turno.
Già nell'antichità Omero era apprezzato e letto più di Tucidide. Il mito diverte e distrae (etimologicamente sono la stessa parola), la storia impegna e stanca.
La carta stampata appare incapace di resistere alla potenza della rappresentazione televisiva. Ciò che appare in tv si abbatte sui giornali, che nel tentativo di recuperare un ruolo che gli sfugge, trattano quella che è già un'elaborazione altamente sofisticata e artefatta come se fosse realtà primaria, una materia grezza da ordinare, vagliare, valutare, interpretare. Evitano così di essere piallati dallo tsunami televisivo? Sì, no, non so. La politica del giunco che si piega al vento forse salva il giunco, ma poi tornerà dritto come prima?
C'è un altro aspetto che val la pena di evidenziare: più si innalzano i livelli di rimozione della realtà e di elaborazione mitica della stessa, più aumenta la resistenza e il fastidio in settori crescenti della popolazione. C'è chi pensa che si possa arrivare al dominio perfetto, che non ci sia limite alla capacità dell'uomo di illudersi e di farsi ingannare. Si sbaglia. La rimozione salva dal dolore, ma poi la realtà si vendica, e azzanna dove non te l'aspetteresti.
Lo stesso sistema che appare preordinato in maniera perfetta per perpetuare il dominio dei pochi sui molti secerne il veleno che lo distruggerà. Questo sistema elettorale permetteva, non rendeva obbligatorio, quello che è successo. La partitocrazia ci si è buttata a pesce. Ma così facendo ha cancellato ogni mediazione: il prossimo parlamento (lo scrivo minuscolo a ragion veduta) è stato già ora deciso dalle segreterie dei partiti. E' caduto ogni diaframma, ogni finzione. Un'oligarchia di qualche centinaia di persone (a dir tanto), di destra e di sinistra, esercita privatisticamente la sovranità al posto del popolo, al di fuori di ogni regola e controllo pubblico. Ora è evidente, dichiarato e certificato.
I "duelli" televisivi e tutto il contorno sono gran parte di questo gioco. A poco a poco questa verità si farà strada, e forse tangentopoli verrà ricordata, in futuro, come una semplice scossa di avvertimento, prima del terremoto vero.
(Pino Cosentino)
Posted by OLI at 08:54 | Comments (0)
Proposta di legge - Chi vuole davvero un’altra Tv
“L’opposizione di sinistra – ds, margherita, rifondazione comunista, comunisti italiani, verdi, oltre ai molti altri entusiasti del progetto – ha depositato una proposta di legge per la modifica del servizio pubblico televisivo. Dopo anni di reti lottizzate, di nomine politiche, di informazione di parte, la sinistra unita ha deciso che inaugurerà il proprio governo con una legge progressista, tanto più necessaria dopo i cinque anni passati, in cui il soffocamento dell’informazione e della satira hanno spento il sorriso dei telespettatori. Questa legge è il frutto di un percorso di crescita che ha reso i partiti consapevoli delle loro vere competenze ed ha permesso di fare un passo indietro rispetto al controllo politico sulla tv pubblica del paese.
Di ispirazione europeista, questo progetto di legge vuole restituire agli italiani che pagano il canone ciò che è loro. Come in Spagna, in Germania e in Inghilterra un consiglio di 21 tecnici a maggioranza provenienti dalla società civile (11) e in minoranza provenienti dalle istituzioni (10) nominerà un cda RAI di cinque consiglieri selezionati attraverso concorsi pubblici sulla base di criteri di professionalità e di indipendenza, con funzioni esclusivamente gestionali, per restituire ai cittadini un servizio televisivo davvero obiettivo. Adesso passiamo ad un altro servizio…”
“Ma che hai detto?”
“Come che ho detto? Ho detto quello che mi hai passato…”
“Ma non è vero che la proposta di legge è presentata da tutta la sinistra …”
“Ah no? Non è di tutta l’opposizione?”
“No! No! Hai detto una sciocchezza! E’ una proposta di legge popolare del Comitato Per Un’altra TV che sta raccogliendo in tutto il paese le firme…Minimo cinquantamila!”
“E gli altri non l’hanno sottoscritta…?”
“No. L’hanno sottoscritta solo i Verdi. Beh anche artisti, attori, giornalisti…”
“Ma io pensavo che ci fosse un refuso…”
“Infatti tu pensi e aggiungi! Ed io devo rettificare…”
Ipotesi di un dialogo possibile per una proposta di legge che fa molta fatica a trovare adesione nei partiti e spazio su quotidiani e TV.
A Palazzo Ducale, venerdì 17, insieme a Cristina Morelli e Tana De Zulueta dei Verdi e presidente del Comitato Per Un’altra TV, la piccola sala era piena di gente. Chiunque avesse il desiderio, seppur minino, di cambiare le cose firmando, è invitato ad andare sul sito www.perunaltratv.it per mettersi in contatto con i referente della propria città.
(Giulia Parodi)
Posted by OLI at 08:52 | Comments (0)
Radiorai - Le prediche esemplari della sacerdotessa
I pensierini della neo direttrice di "Anna" si diffondono via radio alle otto del mattino: “In Italia mancano uomini politici che forniscano esempi!” tuona con voce da sacerdotessa liberal. “Prendiamo due paesi europei diversi per cultura e tradizioni: la Spagna e la Gran Bretagna”, lì sì che fioriscono vite esemplari. Maria Latella si spreme ancora un po’ e con tono trionfante scova due modelli dai nomi altisonanti: Tony Blair e la regina Sofia. L’uno meritevole di aver preso un congedo di paternità di quindici giorni alla nascita del terzogenito, come un comune ma premuroso padre di famiglia; l’altra di aver risposto, durante un’intervista sul senso della monarchia, oggi, che i sovrani hanno soprattutto il compito di dare l’esempio.
Ecco spiegata la ragione della nostra crisi di valori, dello stato di degrado in cui ci arrovelliamo. La causa è che dall’alto non vengono comportamenti edificanti, tali da fare scuola, da guidarci. Grazie per averci illuminato: proprio vero che non si diventa direttrici per caso. Ma in un paese come il nostro non pretendiamo tanto dai nostri politici! Ci basta e avanza che il nostro premier, scendendo nel privato, si vanti di accogliere ancora nel lettone i figli adolescenti.
Sono fioretti, petali di preclare virtù che monarchi e potenti d’oggigiorno lasciano cadere verso il basso, e non è certo colpa loro se le masse sono incapaci di apprezzare. Come giustificare, dopo siffatti esempi rotocalcheschi, le operaie o le commesse che continuano a rinviare la maternità quasi rischiassero di perdere il lavoro; e i più o meno giovani precari che non ci pensano nemmeno a mettere al mondo un figlio? Campioni di egoismo, edonisti sono.
(Bettina Arcuri)
Posted by OLI at 08:48 | Comments (0)
15 Marzo 2006
Par condicio tv - Chi ha sempre ragione nel salottino di AN
Qualcuno avrà forse giudicato una preoccupazione eccessiva, quasi un sintomo di paura, la serie di condizioni - stabilire in precedenza, e con precisione, tempi, inquadrature, tipo di regia, neutralità del conduttore, presenze in sala - poste da Prodi per accettare il confronto, non chiamiamolo duello, televisivo con Berlusconi. Se questo qualcuno però, giovedì sera, non ha avuto di meglio da fare che assistere su Rai 2 alla puntata di "Alice", tribunetta o salottino elettorale di Anna La Rosa, si è certamente ricreduto sulle preoccupazioni "esagerate" del professore. La trasmissione ha fornito un campionario fin troppo evidente, quasi sfacciato, di come si può storpiare il principio della par condicio.
Erano di fronte, anzi di fianco, Gianfranco Fini di An e Dario Franceschini della Margherita e il confronto verteva su una serie di temi attuali, quali la clamorosa presa di posizione del Corsera, organo della borghesia moderata, a favore del centrosinistra, la guerra in Iraq, la legge sulla droga che porta il nome e l'impronta dello stesso Fini. Il quale ha fornito subito un saggio molto convincente della sua arroganza, prima reagendo con livore verso giornali e giornalisti colpevoli di non accodarsi, poi riempiendo di insolenze il suo diretto interlocutore, cui ripeteva in continuazione "ma non capisci", "non capisci proprio niente", intercalare ben poco appropriato per un ministro al vertice della diplomazia.
Ma la sorpresa più sgradevole della serata è venuta dal comportamento della signora La Rosa, dal suo personalissimo senso dell'equidistanza, o se vogliamo dell'ospitalità, che dovrebbe improntare la "padrona di casa" almeno in occasioni come queste. Non bastavano i servizi preparati su misura (compresa un'intervista al figlio di Gheddafi) nell'intento di valorizzare l'azione del ministro degli esteri; non bastavano cenni di consenso all'uno e risatine ironiche provenienti dalla sala verso l'ospite meno considerato; inaccettabili erano soprattutto le sue frequentissime interferenze, a senso unico, nel dibattito: bastava che il malcapitato Franceschini tentasse di replicare che subito veniva interrotto, bloccato, col pretesto di dover passare ad altro argomento. Se però era Fini a insistere sullo stesso tema, allora aveva immediatamente via libera e spazio a volontà. La manfrina si è ripetuta così tante volte e in maniera talmente scoperta, da diventare una sorta di gag comica: una caricatura di par condicio.
Se Franceschini non se ne è andato rovesciando la seggiola, probabilmente dipende da un suo personale "stoicismo", ma fors'anche perché ha voluto dimostrare al pubblico più avvertito quali garanzie di democraticità e correttezza offra fino all'ultimo una rete in quota ad An.
(Camillo Arcuri)
Posted by OLI at 11:54 | Comments (0)
15 Febbraio 2006
Informazione - Due radio: più news, ma di che tipo?
Un'emittente radiofonica dedicata interamente all'informazione. Radio Babboleo, presente da anni in Liguria con due canali che trasmettono solo musica, ha dal 9 febbraio un nuovo canale. Babboleo News, così si chiama, si presenta come la radio che ti aggiorna in tempo reale, 24 ore su 24, 7 giorni su 7 e che racconta tutto quello che succede in Liguria; politica, economia, finanze, trasporti, cronaca, spettacoli, sport, costume, viabilità, meteo.
E' un'offerta che intende riempire di notizie, interviste e approfondimenti ciò che riguarda grandi città e piccoli paesi della Liguria, tutto ciò con un notevole sforzo organizzativo. La nuova radio, si rivolge a "chi vuol sapere davvero tutto", rischiando forse di tenere lontano chi, desiderando sapere davvero almeno qualcosa, cerca di districarsi in quella che per ora pare una massa indistinta di notizie.
Nell'attesa di un palinsesto più strutturato, "Babboleo News", che si qualifica come la radio del secolo XXI, sembra in realtà aver voluto giocare di anticipo su "Radio 19", la radio del Secolo XIX che inizierà le sue trasmissioni il prossimo 19 febbraio con una programmazione mista: intrattenimento e informazione. Quest'ultima in stretta collaborazione con la redazione del Secolo XIX. "Radio 19" è un altro tassello nel vecchio progetto del gruppo Perrone, proprietario del quotidiano, di indirizzare l'azienda sui supporti multimediali e trasformarla in "una information company in grado di fornire notizie ventiquattro ore su ventiquattro".
Definito a torto di serie C, il giornalismo radiofonico continua quindi a dimostrare di essere sempre in migliore salute, con indici di ascolto in continuo aumento. Migliaia di ascoltatori a casa, in automobile, al lavoro, affrancati dalla fisicità della carta stampata o dalla immobile passività imposta dalla TV, possono seguire sullo sfondo un costante flusso di notizie, per concentrarsi solo su quelle che richiamano veramente la loro attenzione.
In Liguria, la comparsa non di una ma di due testate giornalistiche radiofoniche in evidente concorrenza tra loro è una novità. Se contribuirà a superare la scarsa quantità e soprattutto qualità dell'informazione locale meglio ancora.
(Oscar Itzcovich)
Posted by OLI at 18:16 | Comments (0)
8 Febbraio 2006
Media - Baciamano in TV al sciur padrun
In una delle “rare” occasioni offerte al cavaliere per apparire nei tg, in questi giorni di par condicio, non è mancata una sceneggiata a suo modo istruttiva. B. ha appena concluso un discorso alla platea osannante dei suoi sostenitori (è o era buona norma in Rai tagliare gli applausi di rito?) e una signora non più giovanissima si avvicina al podio con un grande omaggio floreale: glielo consegna e, non basta, gli bacia le mani accennando un inchino, secondo le peggiori tradizioni del più antico servilismo che non finisce mai.
Il sciur padrun di turno non si ritrae né tenta di sottrarsi a un atto di ossequio così anacronistico, specie da parte di una donna; anzi appare visibilmente compiaciuto.
Fin qui la dimostrazione, non trascurabile, della sua personale sensibilità, sense of humour compreso; la prova di un ego incontenibile, che lo vorrebbe sulla sedia gestatoria davanti a una folla genuflessa. Ma la domanda interessante è un’altra e riguarda il motivo per cui una simile scena è andata in onda. La ragione più semplice, “è il giornalismo, bellezza”, la regola aurea per cui è successo quindi si pubblica, non sembra adattarsi molto alla realtà della nostra informazione radiotelevisiva pubblica (e tanto meno privata). In redazioni dove si centellinano le presenze in video, i tagli delle inquadrature, manipolando immagini e contenuti, ormai la parola “verità” ha un suono soltanto ironico.
Scartata, dunque, come improbabile l’ipotesi di una corretta scelta professionale, ne restano altre due: l’adulazione o il dispetto. Per quanto si stenti a crederlo, in effetti è possibile che vi sia un caporedattore-maggiordomo così prono da scambiare quella scena per un gesto simbolico, emblematico della devozione così largamente sentita per il suo signore e padrone. I segreti tremori dell’animo umano non sono sempre razionalizzabili. Ma, a risollevarci il cuore sulle comuni sorti, resta l’alternativa della perfidia: mandare in onda quella scena indecente come estrema prova di sottomissione, classico atto di Fede, nella certezza che l’effetto sarà controproducente anche se il clan al potere plaudirà. E’ verosimile una risposta così sottile e cattiva, come reazione all’oppressione dei vertici unificati Rai-Mediaset? Il quiz non sarà mai proposto al gioco dell’Eredità che precede il Tg1: il telegiornale di cui si parla.
(Camillo Arcuri)
Posted by OLI at 13:27 | Comments (0)
21 Dicembre 2005
Caso Necci - Se soltanto le donne sanno commuoversi
A volte, con tutte le cose istruttive che ci sono da seguire sui giornali (ultimo il manuale di finanza etica, autori Fazio-Fiorani) capita che sfugge qualche chicca da ritagliare. Per chi se lo fosse perso sul Magazine del Corsera, riassumiamo con inadeguata sintesi il generoso quanto coraggioso intervento di Barbara Palombelli, giornalista di fama, consorte del "piacione" leader della Margherita, in difesa di una povera vittima del giustizialismo.
Si chiama Lorenzo Necci, ex presidente di Enimont e di Fs, questo San Sebastiano martoriato dalla cultura accusatoria; di lui l'audace notista ricorda anzitutto le "agghiaccianti modalità dell'arresto" nel 1996, poi il fatto che sia "ancora in attesa di una sentenza", relegato "in un cono d'ombra che ha allontanato amici, politici, ex colleghi". E non è un caso se "l'odissea di questo visionario in senso buono, che sognava di dare al Paese una rete ferroviaria moderna, veloce", ha commosso lei e "l'avvocat essa che lo difende con la passione di cui siano capaci soltanto noi donne", scrive Barbara.
Insensibile al clima natalizio e a tanto commovente slancio, le fa eco su l'Unità, rubrica Bananas (altra chicca da non perdere) Marco Travaglio che invece del cuore apre gli archivi (proverbiale quanto implacabile il suo), ricordando per prima cosa che qualche sentenza Necci l'ha avuta: una condanna a due anni e 7 mesi per le mazzette passate dietro la costruzione dello scalo ferroviario milanese di Fiorenza; inoltre che è stato di recente rinviato a giudizio a Roma per truffa insieme a Calisto Tanzi, con l'accusa di averlo aiutato a scaricare i debiti delle sue società turistiche in una joint venture con la Cit (gruppo Fs); infine che l'intemerato signore, "visionario in senso buono", dalle intercettazioni della GdF risultava a libro paga del banchiere-tangentista Chicchi Pacini Battaglia dal quale riceveva un fisso di 20 milioni al mese. Forse per le piccole spese.
(Camillo Arcuri)
Posted by OLI at 11:14 | Comments (0)
23 Novembre 2005
Telegiornale - Pubblica informazione ma solo in parte
TG3 Regionale, Sabato 19.30. Servizio sulla visita del ministro Castelli al luogo in cui "dovrebbe" sorgere la Moschea di Cornigliano.
Intervista a padre Giacomo che evoca scenari di scontri, di disordini, di minacce all'ordine pubblico. Anzi che "promette" questi disordini, se non c'è altro mezzo per farsi ascoltare. Voce preoccupata di Castelli che esprime la sua solidarietà alla popolazione. Promesse: se c'è di mezzo l'ordine pubblico certamente il ministro potrà ben occuparsi della faccenda. Nemmeno una parola alternativa, nessuno spazio ad una visione razionale ed equilibrata della questione. Solo uno "spottone" leghista al 100 %, senza la minima preoccupazione per il senso comune che le parole di quel prete e di quel ministro contribuiscono a creare, a danno dell'equilibrio del tessuto culturale e sociale della nostra città. Complimenti alla pubblica informazione.
(Paola Pierantoni)
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16 Novembre 2005
Telegiornale - Non tutti i ladri sono uguali
La fontana di Trevi è uno scenario classico non solo per riprese cinematografiche, ma anche per truffe vecchia maniera: e il Tg di lunedì 14 novembre, ore 20,30, non ci ha risparmiato né il bagno della pettoruta Anita che invoca il bel Marcello nel film "La dolce vita", né l'impareggiabile Totò in procinto di vendere la monumentale scultura all'americano credulone d'un tempo.
Tutto questo per inquadrare l'ennesimo furto o appropriazione indebita che sia l'azione poco commendevole di quattro addetti alla pulitura della stessa fontana romana, i quali la ripulivano in tutti i sensi. Incaricati dal Comune di raccogliere settimanalmente le monete lanciate dai turisti come segno beneagurante, una media di duemila euro a "levata", metà dei quali va nelle casse civiche, l'altra metà alla Caritas, quei tipi avevano pensato male di tenersene qualche sacchetto per le proprie opere di bene. Finché, com'era fatale, le loro manovre sono state notate dai vigili (div ersamente non si chiamerebbero così) che li hanno presi sul fatto e arrestati.
Nulla di straordinario, anzi una storiella persino un po' scontata, se non fosse per il commento in voce, questo sì sorprendente, che l'ha accompagnata nel tg, dove i responsabili, anzi finora gli imputati della sottrazione delle monete, sono stati definiti ora "furfanti", ora "malviventi". Senza voler usare alcuna benevolenza fuori luogo verso costoro o minimizzare il loro gesto, la terminologia scelta per definirli sembra davvero provenire dai recessi di un vetusto linguaggio di cronaca di stampo lombrosiano. Nulla è casuale, neppure il ritorno all'uso di un lessico giornalistico tipico dei tempi che furono, quando gli annali giudiziari erano zeppi di processi a ladri di polli e mai vedevano coinvolti nomi della finanza o della politica. Ora per lo meno si sa che la giustizia non è quella. E anche i telespettatori non del tutto inebetiti dai grandi fratelli, sentendo usare espressioni così truci verso i ladri di monetine, si domandano come dovrebbero essere definiti quei ri veriti personaggi accusati di aver derubato migliaia di risparmiatori o corrotto perfino i giudici.
(Camillo Arcuri)
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3 Novembre 2005
TG regionali - Da Gerusalemme spiraglio sul buio della Campania
Alla tv guardo solo il satellite, SKY; per l'informazione. Posso scegliere tra qualche decina di canali, molti stranieri. Il difetto della parabola è che oscura le tv locali. Anche il TG della Liguria sul satellite non si vede; si vedono invece gli altri TG regionali. Dalla asciutta stringatezza piemontese sono passato alla levigata efficienza lombarda, alla bonomia opulenta della bassa emiliana fino alla machiavellica arguzia toscana. Per inciso. Che pietosa impressione di mestizia danno i cadenzati accenti dimessi, quasi stropicciati, che sono il marchio di fabbrica di chiunque vada in video al TG della Liguria!
Durante questo videotour italiano mi sono imbattuto nel TG della Campania. Per questo ve lo racconto. Si è incominciato parlando di morti, di gente ammazzata a pistolettate, per poi passare a un florilegio di rapine, e quindi di furti e agguati. La giornalista ha assunto col passare dei minuti una posa contrita e la voce le si è come velata mentre terrorizzata continuava dal tubo catodico a informarmi di una serie di schifezze inenarrabili, vite mal spese, promiscuità coatte e per questo più disperate, violenze su tutto e tutti. Anche le notizie, diciamo così, "buone" avevano un che di beffardo: l'inaugurazione della lapide per i morti di camorra, la nomina un qualche presidente di un qualche comitato interistituzionale contro la pedofilia, il taccheggio, il lavoro minorile...
A contatto con tutto lo sporco che la nostra beata moderna società produce mi sono sentito sprofondare; anche la giornalista stava quasi per piangere. Ma si trattiene e passa alla politica. Un prolungato pistolotto con tutti i politici possibili e immaginabili, dal consigliere di circoscrizione al vice presidente del consiglio regionale, colti mentre inaugurano mostrano fanno sorridono stringono mani, alzano braccia, firmano carte, sostano severi... Una parata di notabili dove nessuno ci fa una bella figura e non potrebbe essere diversamente. Penso che se non arriva una buona notizia la tv potrebbe esplodere. Si passa alla cultura e come un segno della provvidenza la notizia finalmente arriva: spesa per ultima - penso - prima di scavarsi la fossa. Il comune di Napoli, o forse la Regione Campania, finanziano un progetto interculturale a Gerusalemme, dice fiera la conduttrice. E ci conduce in questa scuola lontana dove da una parte si insegna agli alunni israeliani e dall'altra ai palestinesi che si incontrano durante le pause scolastiche. "I see, i see the peace", esclama raggiante una motivatissima maestrina israeliana, "qui vedo davvero la pace...".
Ho pensato che da tutto quell'uragano era arrivata un po' di luce. Non so dire se una buona azione fatta fuori della porta di casa possa compensare quello che di brutto e infame avviene dietro quella stessa porta ma so, per certo, che tutti noi vorremmo che un po' della pace di quel piccolo paradiso della scuola di Gerusalemme, ripresa dalla telecamere del tg della Campania, di quei volti di bambini che giocano assieme, potesse come la luce riverberarsi sul nostro agonizzante meridione.
(Elio Rosati)
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Rockpolitik - L’ultimo travestimento di Fregoli-Berlusconi
La balla più grossa sparata da Berlusconi durante tutto il suo governo è che lui e Fini non erano d'accordo con Bush sulla guerra all'Iraq.
Come se gli italiani non ricordassero l'entusiasmo guerrafondaio mascherato da volontà di pacificazione e di democrazia degli inizi e le volte in cui Fini dileggiò i pacifisti, affermando che chi andava sulle piazze non era pacificatore, potendo questa qualifica attribuirsi solo ai soldati italiani impegnati in Iraq.
Il molleggiato alla ricerca di motivi satirici sul premier per il suo programma, ha qui un bel repertorio, se vuole e se riesce a staccarsi dagli ammiccamenti, dai silenzi tombali, dagli slogan che diventano vecchi un minuto dopo, dalla tendenza del colpo al cerchio e l'altro alla botte, come è stato nell'ultima puntata. Non è in questo modo che la satira riesce a mordere nel modo giusto.
(Giovanni Meriana)
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26 Ottobre 2005
Senza pudore - Il monopolio televisivo? Ma non serve a niente
Mercoledì 19 ottobre, nel teatrino politico quotidiano di Giuliano Ferrara, s'è consumato l'ennesimo misfatto mediatico contro la verità e la decenza, con la complicità della solita Ritanna Armeni (una presenza puramente decorativa) e in minore misura anche dell'ex direttore del Manifesto Gabriele Polo. Come sempre, il trucco di Ferrara consiste nel far passare la sua versione dei fatti sotto l'apparenza della più spregiudicata discussione tra persone che la sanno lunga e a cui ripugna la banalità delle affermazione semplici e chiare.
Col pretesto di discutere della polemica preventiva attorno alla trasmissione di Celentano e alla preannunciata ricomparsa di Santoro in TV nell'ambito della prima puntata, Ferrara ha fatto la sua ricostruzione dell'epurazione televisiva passata alla storia come "editto di Sofia", quasi si trattasse di una marachella di Berlusconi, del resto ampiamente giustificata dal trattamento cui era stato sottoposto in campagna elettorale da Santoro, Biagi, Luttazzi e Travaglio. Poi ha menzionato il "conflitto di interessi" - che le persone sensate in Italia e all'estero considerano lo scandalo capitale della nostra democrazia - come fosse un'inezia, sempre con l'aria di dire: quanto ci avete stufati con questa storia! Infine ha sostenuto, senza che nessuno battesse ciglio (ci ha appena provato Polo, ma senza insistere), che in sostanza tutto questo monopolio televisivo del capo del governo non ha avuto effetti, come dimostra il fatto che le televisioni sono praticamente tutte contro di lui: avallando con ciò, dall'alto della sua conclamata "intelligenza" e alla presenza di autorevoli testimoni (compreso l'esperto di linguaggi mediatici di turno) la spudorata balla che il capo della destra italiana ama raccontare.
Come al solito, la sfrontatezza paga: nessuno che sia stato capace di chiamare in causa qualche piccolo fatto (il controllo ferreo dei telegiornali chiave, il monopolio del dibattito politico quotidiano da parte di un tale come Vespa e altre simili quisquilie) per far rilevare l'enormità di quanto Ferrara stava dicendo. Si è invece tornati sull'argomento (questo sì intelligente!) che la TV non è tutto nella formazione dell'opinione pubblica, e che le vittorie del centro-sinistra in varie tornate elettorali dimostrano anzi che può prevalere chi non le controlla.
Anche in questo caso, a nessuno è venuto in mente di argomentare che manca la controprova di cosa sarebbe successo nel caso fossero mancati a Berlusconi in questi quattro anni i potenti ammortizzatori dei suoi misfatti e i potenti amplificatori delle sue deduttive scemenze di cui ha invece disposto; in altri termini se non sarebbe andato a gambe all'aria prima. Ma si sa, le persone esperte e intelligenti non si abbassano a simili futilità. Così alla fine si sono alzati tutti contenti e soddisfatti del solito piattino avvelenato che il conduttore aveva preparato per loro e per noi. Consistente nell'assoluzione piena del berlusconismo e nell'ennesima condanna di Santoro: colpevole di abbandono del Parlamento europeo per la smania di ricomparire in TV.
(Antonio Gibelli)
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Rockpolitick - Celentano su Rai uno, Fassino a canale 5
C'è stato un periodo in cui, se ci si sintonizzava su Radio Due dopo pranzo, si sentiva la trasmissione Alcatraz. Nel programma un detenuto della famosa prigione parlava agli ascoltatori. Tre quarti d'ora di monologhi serrati in cui, senza decoro, venivano denunciati i silenzi su guerre, fame, tragedie ambientali, devastazioni ecologiche e sociali. Basato sull'idea che il detenuto, condannato del braccio della morte, non avesse più nulla da perdere , gli si facevano dire cose forti che spesso toccavano una coscienza collettiva in stato comatoso.
Jack Folla, questo il nome del personaggio, era la terapia del risveglio. Nella sostanza niente di pazzesco, un genere teatrale alla Gaber. Nei fatti una luce sull'indifferenza e l'ignoranza rispetto ad eventi abnormi. A tratti spietato o strappalacrime, il detenuto portava l'ascoltatore, suo malgrado, in un territorio che per convenienza gli era ostile. Nessuno stupore, quindi, nel leggere tra gli autori di Rockpolitik il nome di Diego Cugia, padre di Jack Folla. Nei monologhi di Celentano infatti solo terapia della chiarezza dopo anni di inciviltà televisiva. Solo chiarezza però.
Per il resto chi aveva mente e cuore per capire lo ha fatto sin dal gennaio 2002, in piccoli gruppi cittadini, condividendo con i pochi politici disponibili la percezione di un regime che cresceva inesorabilmente. Chi aveva mente e cuore ci ha messo anche la faccia. Tra loro Santoro, Luttazzi, Moretti, Guzzanti, Rossi, Scalfari, Deaglio, Biagi, Cofferati, Pardi, Ginsborg, Flores d'Arcais, Travaglio, Colombo, Barenghi, Scalfaro. E sin dall'inizio è stato tacciato di radicalismo. In alcuni casi lasciato solo. Giovedì sera non è stato aggiunto nulla alla semina fatta da loro in quattro anni. Rockpolitik è stata solo la festa del ringraziamento, fatta grazie ad un clima politico favorevole, alla possibilità concreta di riprendere in mano il timone di questo paese.
Si mormora cinicamente che in Rai si colga prima il cambiamento del vento assecondando lo schieramento più forte. Su questa base Celentano e Crozza sarebbero saliti sulla nave a tempesta finita. A ritmo di lento. Tuttavia non preoccupa. Cantanti e comici devono solo fare il loro mestiere. Sempre che sia concesso loro lo spazio per farlo.
Quello che preoccupa, nella politica-spettacolo o viceversa, è la comparsata del leader dei ds in una televisione di proprietà di Silvio Berlusconi un sabato sera. In una trasmissione di Maria De Filippi. Ad una settimana dal voto di quattro milioni di italiani. In coda. Pazienti. Quattro milioni domenica scorsa e Piero Fassino a Canale 5, ospite in casa di Berlusconi, il sabato successivo. Con la tata. La commozione, i suoi ricordi. E' ben strano. Ci chiediamo perché.
(Giulia Parodi)
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13 Ottobre 2005
Gaffes. Primo canale non ha i minuti contati
Non erano passate nemmeno 24 ore dalla tragica morte in diretta di Franco Scoglio nella sede di Primo Canale. Il corpo era ancora nella bara, in attesa dei funerali in Carignano, presente il popolo rossoblu, quando sui muri della città sono comparsi i primi manifesti che hanno fatto sobbalzare: “Noi non abbiamo i minuti contati”, avvertiva a grandi caratteri lo stesso Primo Canale, con una scelta di tempi così infelice, da indurre più d’uno a cogliere in quelle parole un accostamento a quanto di macabro era accaduto in trasmissione.
La realtà, pur diversa, non è meno discutibile. L’emittente privata vuole sostenere con la sua malcapitata frase che mentre la Rai Tv dedica solo qualche manciata di minuti all’informazione locale, coi suoi tg regionali, le tv commerciali, come vengono non a caso definite, hanno tutto il tempo necessario, ore intere, per “coprire” la cronaca genovese e ligure. Detto questo, il patron dello stesso canale, Maurizio Rossi, scende in campo aperto, sostenuto dal redivivo Biasotti, in una sorta di duello all’ultimo sangue con la tv pubblica: la sua battaglia non mira a ottenere misure di sostegno, ma addirittura la cancellazione per legge dei tgr Rai. Mors tua vita mea.
Che dire, se non che la quantità del tempo a disposizione non ha niente a che fare con la qualità del servizio di informazione? Se è difficile negare che gli stessi tgr pubblici siano esenti da condizionamenti e influenze (non a caso è rimasta carta morta la decisione a suo tempo approvata di affidare all’Osservatorio di Pavia il monitoraggio delle presenze in video dei potentati di turno), nessuno ha bisogno di rilevazioni statistiche per sapere il rapporto stretto esistente da sempre tra emittenza locale e chi conta in ambito economico-politico. Per dircela chiara, non nasce ombra di programma più o meno giornalistico, se non spunta prima lo sponsor. E’ lo spirito mercantile, più che l’autonomia dell’informazione che conta nei palinsesti delle “private”. Ma a parte tutto, come si concilia che i campioni del liberismo pretendano di abolire, con legge ad hoc, la concorrenza?
Camillo Arcuri
Posted by Admin at 08:58 | Comments (0)
16 Giugno 2005
Scuola Tg. Se il ritmo frenetico nasconde il vuoto
“Quest’anno lo facciamo noi”: così gli studenti del Majorana, dopo aver sezionato spot e programmi TV, dopo aver indagato sui gusti televisivi di ragazzi e genitori, si sono cimentati con scalette, notizie e ritmi, realizzando, dai titoli di testa ai servizi, un TG.
Noi “grandi” abbiamo scoperto che analizzare gli strumenti del comunicare, apprendere l’”abc” del nesso significante-significato nell’uso dell’immagine, sono armi rivoluzionarie per combattere Golia e la sua fabbrica del consenso.
La vicenda del giudice Sansa (intervistato dai ragazzi), la probabile costruzione di un centro di primaria accoglienza in Val Bisagno, la situazione delle strade, i gusti dei giovani in fatto d’abbigliamento, sono alcune delle notizie “trasmesse”.
I giornalisti presenti all’incontro del 27 maggio (Pastanella, del TG5 e Cerboncini, di RAI3) si sono congratulati con i giovani giornalisti anche se, per gli “addetti ai lavori”, il ritmo del TG Majorana è apparso “fuori regola”: servizi troppo lunghi, con troppo parlato e qualche tempo “morto”.
Se per Pastanella “la TV non è più il focolare domestico intorno al quale si riuniva la famiglia”, ma “un elettrodomestico, che rimane acceso per 15 ore; per questo bisogna essere veloci nella comunicazione e attrarre l’attenzione di un pubblico distratto”, il professor Nizzoli, dell’Osservatorio di Pavia (che da anni collabora con i docenti dell’Istituto), ha posto l’accento sulla specificità di alcuni palinsesti delle reti Mediaset: con un target giovanile che, a suo dire, giustificano l’esasperazione del ritmo, la fascinazione per l’input, più che per l’approfondimento.
Il professor Siliato, docente di Scienza della comunicazione a Milano, in controtendenza, dopo l’elogio per i tempi dilatati (a suo dire funzionali alla buona comprensione ed analisi della notizia), ha dichiarato: “Avete fatto un buon lavoro, facendo un brutto telegiornale. Avete analizzato i TG oggi visibili sulle reti italiane, ma lì non c’è un buon telegiornale”. E ha lanciato una sfida, per il lavoro sui media del prossimo anno: passare dalla ripetizione di clichè consolidati alla ricerca di modelli alternativi, liberandosi della “lezione” dei “maestri” (soprattutto se “cattivi”).
Giusto per proseguire il cammino rivoluzionario…
(Tania Del Sordo)
Posted by OLI2 at 01:03 | Comments (0)
19 Maggio 2005
Elezioni. E Catania diventa capitale virtuale
Siamo in tanti a dover chiedere scusa a Catania, ai suoi cittadini, alle sue istituzioni, per avere fino a ieri sottovalutato, non proprio ignorato, l’importanza geo-politica della piccola Milano sicula, come la città si autodefiniva vezzosamente un tempo. Ma chi s’immaginava che quella dimensione fosse ormai superata e Catania marciasse verso un progressivo destino di capitale virtuale, nell’Italia del terzo millennio?
E’ stata Rai Uno a mostrarci, con educativa insistenza, attraverso Tg e talk-show, da Minum a Vespa, la nuova gerarchia dei valori metropolitani.
Per due giorni di fila, il 16 e il 17 maggio, i vari telegiornali hanno aperto il notiziario con i risultati delle elezioni in quel Comune, l’unico dove il centrodestra è stato confermato alla guida, dopo mesi di batoste elettorali culminate con l’umiliante punteggio di 12 a 2 nelle Regionali. E se non bastasse anche la puntata di Porta a Porta, officiante il solito ciambellano di corte, è stata dedicata al voto nel capoluogo etneo.
Ora non si dica, per carità, che il rilievo, davvero straordinario, riservato dalla rete ammiraglia a questo risultato “controcorrente”, doveva servire a bilanciare tante ripetute sconfitte (peraltro coperte da rispettoso riserbo). Sarebbe ridicolo, una trovata utile per ingannare solo in gonzi. Che sono sempre meno. La vera ragione di tanto ardore giornalistico sta forse nei risvolti curiosi, folcloristici che insaporivano la notizia: a cominciare dalla figura del sindaco Scapagnini, medico in fama di alchimista o mago, capace di risollevare non solo il crine smorto del suo capo, ma anche barche politiche sfasciate. Insomma un personaggio da rotocalco, come si diceva una volta.
Il guaio, per lui, è che poi davanti ai microfoni parla e non trova di meglio che ringraziare i suoi elettori, “i soli catanesi intelligenti”, diversi da quelli (la metà o quasi) “che seguono gli ordini di scuderia”. Uno stile da fare invidia al suo capo, il quale con la solita modestia ha solo ricordato che essendo “sceso in campo a Catania la vittoria era immancabile”. Sono sketch che la tv non può perdere.
(Camillo Arcuri)
Posted by OLI2 at 20:43 | Comments (0)
Grillo-pensiero. Comunità globali o solitudini abissali?
Adamo, nel III millennio, ha come foglia di fico un portatile, sulle orecchie un paio di cuffiette stereo. Adamo, nudo sulla spiaggia, racconta (Internazionale n° 589) che “l’ultima spiaggia” per difendersi dagli attacchi alla libertà (di pensiero, d’azione) è internet, la rete: da qui la comunità globale può non sentirsi sola, compiere gesti significativi, trovare informazioni altrimenti negate e agire, aggirando le barriere imposte dallo strapotere delle “economie”.
Una Sibilla? No, Beppe Grillo, semplicemente. Dallo spettacolo genovese alle pagine di “Repubblica – Il Lavoro” (domenica, 8 maggio), il suo pensiero viaggia sul blog (www.beppegrillo.it) e negli straripanti spettacoli cui assistono migliaia di italiani.
Basta la rete? Questa è anche la domanda cui si è tentato di dare risposta il 6 maggio, nel corso di un dibattito tenutosi nell’Aula Magna dell’Università fra Giulietto Chiesa e Carlo Gubitosa. Stimolati dalle domande d’un pubblico che ha dirottato la questione sul tavolo (l’informazione in guerra) verso la camaleontica “versatilità” dei politici e degli intellettuali (leggi: giornalisti) nostrani, i due relatori hanno dovuto rispondere alla domanda: “Noi, cosa possiamo fare?”
Qui le strade si sono, in parte, divise. Gubitosa, raccontando la nascita e la crescita d’una esperienza nata in sordina, come quella di PeaceLink, si è trovato sulla stessa linea di Grillo. Chiesa, al contrario, ha sottolineato il valore senz’altro ineludibile della “rete” ma ne ha messo in evidenza anche tutta la “parzialità”, non come strumento d’informazione o d’azione, ma come strumento tout court, oggi, di fronte all’altro media, molto più invasivo: la televisione.
E’ solo questione di numeri? Ossia, come ricorda Grillo nel suo spettacolo, è solo una conseguenza del basso grado “d’alfabetizzazione”, tutta italiana, al nuovo universo che si scopre entrando in rete? Forse.
Ma Chiesa ci ricorda altre cose: l’elevato sviluppo della rete in USA, non corrispondente ad un equivalente “peso” della “società civile”, la “mutazione antropologica” che ha condotto l’uomo verso una deriva di solitudine, col nuovo centro di gravità rappresentato dal tubo catodico.
E se Gubitosa offre una via di reazione nelle nuove esperienze d’inversione di senso cui, per esempio, sono sottoposti i cartelloni pubblicitari (negli Stati uniti ci sono gruppi che hanno trovato in questa pratica una forma di espressione del proprio dissenso alla società dei consumi), il problema è: come possiamo raggiungere il vicino di casa assonnato da Maurizio Costanzo o dalla overdose di calcio, cosa possiamo fare per i nostri figli che già oggi, come dichiarano pedagogisti e psicologi, sono abituati a far colazione guardando la TV? E noi, come ci sentiamo, oggi?
Jonathan Franzen, in “Come stare soli”, dava ai lettori tutta la drammatica vastità dell’alienazione americana, sia “navigata” che sfruttata, sia nelle grandi che nelle piccole città. Per lui il problema non era la tutela della privacy, ma al contrario, l’abissale “privacy” cui siamo sottoposti, anche quando pensiamo d’entrare in contatto col mondo, attraverso la rete.
Certo, nuovi modi di comunicare definiscono nuove forme di relazione e trasformano gli atteggiamenti, oltre che le strutture del pensiero. La strada da percorrere, forse, parafrasando il romanziere americano, è “come non stare soli”, accettando la sfida d’incontrarsi nuovamente nelle piazze, siano esse più o meno virtuali.
(Tania Del Sol)
Posted by OLI2 at 20:17 | Comments (0)
Calciomondiale. E se fosse giusta la scelta Rai?
Tutti si sono scagliati contro la Rai, per la rinuncia all’opzione sui mondiali di calcio del 2006. Si parla di primato gettato al vento, di addio alla funzione di pubblico servizio, di pugnalata ai desideri degli abbonati.
Sintetizza Giorgio Tosatti: “puoi chiedere alla gente una tassa sulla TV e non darle ciò che più desidera?”
Ebbene, con tutto il rispetto, raramente mi sono trovato a remare contro corrente come in questo caso. “Dare alla gente ciò che desidera” è un comandamento molto pericoloso, che – se praticato con coerenza - porterebbe in breve l’ago della bilancia a spostarsi sull’evasione totale, relegando cultura e informazione verso le due di notte o le cinque del mattino. Propongo di rovesciare totalmente l’assunto: proprio in quanto servizio pubblico, la Rai svolge una funzione altamente educativa quando si rifiuta di pagare cifre spropositate per una cosa che – per quanto desiderata dal pubblico – non meriti il sacrificio.
(Luigi Lunari)
Posted by OLI2 at 20:10 | Comments (0)
12 Maggio 2005
Silenzio stampa. L'uomo sbagliato al di là del film
E’ davvero curioso lo strappo alla regola che i giornali genovesi si sono imposti in occasione del film “L’uomo sbagliato”, un successo televisivo, non solo di ascolto, una volta tanto. Al di là dell’interpretazione maiuscola di Beppe Fiorello e dell’intero cast, non si può negare che le due puntate erano rese ancor più drammatiche dalle brevi note iniziali e finali per ricordare l’autenticità della storia narrata: vita vissuta da Daniele Barillà, un genovese che subì sette terribili anni di galera, prima d’essere riconosciuto finalmente innocente e risarcito.
Per capire quale “strappo” sia stato consumato nell’occasione, bisogna considerare la non recente dipendenza dei giornali dalla tv: tanto per intenderci, non c’è direttore di quotidiano che decida la prima pagina senza aver visto come apre il tg1 delle 20; per non parlare dei titoloni e dei servizi dedicati a ogni loffa dei più indecenti personaggi televisivi. Nonostante questo sia il costume corrente, le due puntate de “L’uomo sbagliato”, seguite da milioni di telespettatori, stavolta davvero assorti, emozionati, non hanno avuto il benché minimo seguito in sede locale, dove pure gli interrogativi in sospeso non sono pochi.
Nella realtà è tra Genova e Milano che si è svolta l’intera vicenda, anche se nell’edizione filmica i fatti figurano ambientati a Torino, con uno “spostamento” di sede non proprio giustificato, al punto che i magistrati della Procura piemontese hanno fatto sentire la loro voce di protesta, chiarendo che i loro uffici sono estranei a certi comportamenti. Dunque, chi, a Genova, aveva “incastrato”, quindi pestato a sangue quel pover’uomo, scambiato per un trafficante di droga, cercando poi di impedire per tanti anni, con pressioni e depistaggi, che la verità venisse a galla; e chi invece era riuscito a rompere alla fine il cerchio dell’ingiustizia?
I vecchi cronisti sanno benissimo come sono andate le cose; conoscono nome e gesta di quell’ufficiale dei carabinieri che fece una folgorante carriera (oggi è colonnello), grazie a tante “brillanti” operazioni, ai margini della legge e talora a spese di poveri cristi scelti non proprio a caso (complici soffiate di spie a gettone). Insomma c’era materia ancora pulsante da sviscerare (di recente OLI ha ricordato il caso della giovane tossicomane indotta a testimoniare il falso contro un “autonomo”, quindi spedita in Australia dalla stessa cricca). L’occasione era d’oro per rendere un servizio di autentica informazione. Ma i giornali, chissà perché, hanno scelto il silenzio-stampa.
(Camillo Arcuri)
Posted by OLI2 at 09:56 | Comments (0)
5 Maggio 2005
Rai-Sipra. Giusta la protesta dei protestanti
La RAI è stata costretta a fare una precipitosa marcia indietro. Dopo aver rifiutato la messa in onda degli spot radiofonici della "Campagna Valdese otto per mille" in base ad un’arbitraria interpretazione del codice deontologico sulla pubblicità, ha ora espresso parere favorevole.
Ognuno di noi dovrà scegliere sulla destinazione dell’otto per mille dell’IRPEF. Quindi inizieranno tra poco le campagne promozionali e, come tutti gli anni, saranno trasmessi sulle reti televisive gli spot della Conferenza Episcopale Italiana (Cei) che inviteranno a versare l’otto per mille alla chiesa cattolica. Sarà un vero e proprio bombardamento mediatico. Ovviamente, le altre religioni non possono permettersi una promozione così onerosa.
Fino all’anno scorso le chiese valdesi e metodiste trasmettevano sulla Rai, ma solo sulla radio, lo slogan “Molte scuole. Nessuna chiesa”, accompagnato dalla spiegazione “Nemmeno un euro viene utilizzato per le attività di culto”.
Ma quest’anno non avrebbero potuto più farlo. Nella creativa interpretazione della RAI-SIPRA sarebbe proibito dire “nessuna chiesa”, anche quando a farlo sono persone che la chiesa la frequentano. Sarebbe proibito anche spiegare che il denaro raccolto (briciole, rispetto a quello della Cei) è interamente destinato ad opere sociali. La giustificazione adottata dalla RAI-SIPRA era davvero singolare: il codice deontologico della pubblicità sulle reti RAI afferma, all’articolo 7, che “la pubblicità non deve esprimere apprezzamenti o contenere valutazioni su problemi aventi carattere religioso, politico, sindacale, giudiziario”. Ma quale apprezzamento conteneva la frase incriminata (“neppure un euro viene utilizzato per le attività di culto”)? E come altrimenti si sarebbe potuta pubblicizzare la scelta dei valdesi (rivendicata con la forza di una tradizione secolare) di sostenere solo con il contributo dei credenti la vita della comunità religiosa, destinando quanto proviene dall’otto per mille alla solidarietà?
Quali sono i limiti – non scritti – al principio della libertà di religione sancito dall’art. 8 della Costituzione? Curiosamente, questi limiti si potrebbero annidare nel codice deontologico della pubblicità sulle reti RAI, o meglio nell’arbitraria interpretazione che RAI-SIPRA ha tentato di darne. Numerose proteste di esponenti del mondo politico e della società civile l’hanno fermata. Quindi, alla fine tutto è andato bene.
Contrasta il silenzio della quasi totalità della stampa, con l’eccezione, come era anche da aspettarsi, di alcuni siti d’informazione su Internet e dei soliti blog.
(Oscar Itzcovich)
Posted by OLI2 at 08:30 | Comments (0)
22 Aprile 2005
25 Aprile. Mussolini? Un martire per Rai Due-Fiamma
Era terminato da pochi minuti “Cefalonia”, film-tv di Rai Uno sul sacrificio della Divisione Acqui nell’isola greca, dove i nostri militari, abbandonati a se stessi da alti comandi indegni, quanto il re fuggiasco, vennero massacrati dai nazisti. Quello trasmesso la sera del 12 aprile non era un documentario ma una fiction televisiva, quindi una storia romanzata che facendo leva su un bravissimo Luca Zingaretti, sergente dalle travolgenti imprese belliche e amorose, non mancava di rievocare la tragica sorte toccata ai nostri soldati, “rei” di essersi rifiutati di combattere a fianco dei tedeschi: 9.300 militari italiani morti, passati per le armi, uccisi in combattimento o nei lager, su 11.000 di stanza nell’isola.
Spente le scritte con la tragica contabilità dell’eccidio, chi passava col telecomando alla vicina Rai Due si trovava di fronte a una ben diversa vulgata della storia, avente per oggetto la beatificazione di Mussolini e complici, cioè i responsabili di tanti orrori, Cefalonia compresa; ma oggi da presentare come vittime di chissà quale ingiustizia. Tutto ciò secondo il revisionismo che la rete Rai, in quota AN, vorrebbe far passare per verità negate. E’ toccato a una puntata di “Voyager” proporre per l’ennesima volta l’interrogativo su chi uccise Mussolini e chi ne ordinò l’esecuzione, come se decine di libri, inchieste giornalistiche e ricostruzioni storiche non avessero da tempo scritto parole definitive sull’argomento. Basti ricordare le dichiarazioni categoriche rese a suo tempo dal presidente Sandro Pertini, il quale non ebbe alcuna esitazione a ribadire che era stato il CLN, unica autorità riconosciuta in quei giorni, a emettere la sentenza di condanna a morte per il Duce del fascismo e nello stesso tempo a confermare che il compito di eseguire l’ordine fu affidato al comandante Valerio, Walter Audisio.
Ma tant’è… tutto fa brodo, anche un libro di un giornalista notoriamente nostalgico, quale Luciano Garibaldi, con i suoi reiterati interrogativi senza alcuna risposta, le ombre di inesistenti misteri e, soprattutto, il mai sopito rammarico per la mancata consegna di Mussolini agli Alleati (esattamente ciò che il CLN voleva evitare). Soltanto che, approfittando della tribuna di Rai Due-fiamma, il revisionista di turno ha dato sfogo ai suoi antichi risentimenti, definendo addirittura “martiri di piazzale Loreto” Mussolini e i gerarchi fucilati. Ora, il culto dei morti si sa che porta spesso a cancellare i peggiori delitti (deportazioni di ebrei, fucilazioni di resistenti) commessi in vita. Ma a tutto c’è un limite. Oltre è delirio.
(Camillo Arcuri)
Posted by OLI2 at 01:36 | Comments (0)
13 Aprile 2005
Ballarò. Perchè Berlusconi scende nell'arena
Il presidente del consiglio Silvio Berlusconi, l’altra sera ci ha stupito. Per tutta risposta alla debacle elettorale, si è presentato a Ballarò quale ospite a nome della coalizione sconfitta, insieme al suo ministro Alemanno, contrapposti a D’Alema e Rutelli per la coalizione premiata dal voto.
Ad aggiungere un pizzico di suspence a questa “ospitata”, la formula che il conduttore adottava nello spot di presentazione del programma, dove preannunciava la presenza in studio degli ospiti indicando un rappresentante di Forza Italia di cui “non era ancora in grado di fornire il nome”. Trovata del conduttore? O dello stesso Principe Mediatico? E gli altri erano al corrente? Chi lo sa?
Le partecipazioni in TV di Berlusconi sono comunque sempre scortate da anomalie quali gli accordi preventivi sulle domande, sul trattamento da riservargli.
Finora, data la palese inadeguatezza del Nostro a competere sul terreno dell’oratoria, si era preferito attrezzare una falange di squadristi da calare nei vari salotti, costretti a cavarsela sempre più faticosamente, disponendo di argomentazioni rese fragili dalla sprovvedutezza dell’esecutivo, capace di mettere in difficoltà anche esponenti vigorosi e navigati nella tenzone, quali lo stuolo di avvocati appositamente assunti, tipo La Loggia, Nania o Gasparri, i candidamente sfrontati Cicchitto o Bondi, gli arcigni paesanotti alla Calderoli o Castelli, lo stesso Gianfranco Fini, dalla dignitosa eleganza ormai ridotta a foglia di fico.
L’effetto parallelo ottenuto era stato di avvolgere Silvio in un’aura sacrale di colui che non si abbassa a risse verbali, impegnato com’è a risolvere i problemi del paese.
Perché buttar via tutto questo? La sensazione è stata piuttosto di assistere ad una scelta disperata. Il fatto è che ora tutto è cambiato. Se il consenso, costruito sul potere mediatico vacilla, anzi tracolla, non c’è più spazio per insistere con l’alzo-zero delle televisioni, delle trovate propagandistiche. Non ci sono più direttori da sostituire, riottosi da tacitare. Se la politica finanziaria delude e la riduzione delle tasse non incanta più il popolo delle partite IVA, non ci sono altre soluzioni creative da adottare. Se un crollo elettorale vistosamente concentrato sull’ex partito di maggioranza relativa scioglie la briglia ad alleati prima servili, non c’è frusta per rimetterli in riga.
Come un eroe eponimo, getta in un attimo alle ortiche le strategie, i suggerimenti dei consulenti, e si butta nella mischia. Difenderà in prima persona il suo castello.
Lui non serve più. Altri seguiranno. E chissà se daranno al paese quella destra moderna e dignitosa di cui ci sarebbe bisogno. Una destra come non abbiamo mai avuto: affidabile costituzionalmente, rigorosamente schierata a difesa delle tradizioni, della dignità dello Stato, della legalità. Servirebbe anche a una sinistra che si è dimostrata incapace di tenere la costituzione al riparo dagli affronti subiti.
(Giovanni Fattori)
Posted by OLI2 at 00:39 | Comments (0)
3 Marzo 2005
Riviste. Il fruitore di gossip è solo maso?
Piccolo articolo. Poniamo l’attenzione sugli uomini che dirigono le riviste di gossip che detto in italiano vulgaris è pettegolezzo bello e buono.
Loro diventano sempre più ricchi e appaiono in TV, ciò che li aiuta a diventare sempre più letti e quindi ancora più ricchi.
E voi? Sempre più invidiosi e sempre più poveri dentro, perché l’invidia fa male e il pettegolezzo, leggerlo o farlo, è solo invidia. C’è uno solo che lo fa e non invidia nessuno: il padrone delle riviste, lui se ne frega e conduce il gioco dei soldi che a voi non toccheranno mai. Dunque che gusto c’è ad essere uno sfigato lettore che con il suo obolo produce la ricchezza degli altri? Se sei masochista fatti frustare, godi di più e spendi di meno.
(Luciana Lanzarotti)
Posted by OLI2 at 19:45 | Comments (0)
24 Febbraio 2005
Caccia alle streghe. Se Fini censura la TV svedese
Il tempo stringe. Messa in moto la macchina d’epurazione e di successiva privatizzazione della RAI, è giunto il momento d’accerchiare le voci discordanti.
Rientrano in quest’ottica gli attacchi all’Unità e, di pochi giorni fa, l’invito da parte del ministero degli Esteri affinché venga cancellato dal palinsesto uno spot della televisione pubblica svedese
(lo spot, con il Cavaliere emblema d’un impero televisivo che ammazza il pluralismo, dovrebbe essere visibile sul sito http://svt.se/content/1/c6/33/29/68/svtberlusconi40stext.asx).
In entrambi i casi, si tratta di preservare l’immagine di un uomo politico (e del suo esecutivo) che si è distinto per l’utilizzo privato della cosa pubblica e tenta, ormai senza più alcuna dissimulazione, di trasformare la Repubblica in un regime.
Tra le voci che popolano l’Unità, una da tempo si è distinta per il costante “pedinamento” del premier e dei suoi amici: Marco Travaglio. Il giornalista, cresciuto alla scuola di Indro Montanelli, è da tempo un’ombra nefasta per il “Cavalier Peluria”: commenti, analisi, sberleffi, sono sempre sottolineati dalla precisione di riferimenti a fatti, nomi, frasi pronunciate (e spesso trasformate, quando non dimenticate) dai rappresentanti della “Casa Circondariale delle libertà”.
Ecco un piccolo esempio tratto da L’Unità del 16/02/05; titolo del pezzo, “Sotto la chioma, mente”.
Il fatto preso in esame è il monologo recitato in TV dal Cavaliere davanti ad un’allibita Anna La Rosa. Berlusconi si riferisce ancora una volta al giornale diretto da Furio Colombo e afferma: “Mi hanno chiamato mostro bavoso, re dei bari, Peròn di plastica”.
Risponde Travaglio: “Eccoli, i danni irreversibili inferti dal maledetto cavalletto: il Foltocrinito confonde l’Unità col Giornale e la Lega Nord. E’ stato Paolo Guzzanti a scrivere “mascalzone bavoso”. Ma non di Berlusconi: di Prodi (…) Quanto al “baro” e al “Peròn”, è tutta farina del sacco di Bossi: nel ’94, prima che Bellachioma gli pagasse i debiti, il Senatur lo chiamava “Perón della mutua” (23/12/94), “il baro” (5/9/94) (…) “mafioso di Arcore” (8/2/95)”.
Il tempo stringe. La campagna elettorale per il 2006 è, di fatto, già iniziata: il faccione di Fini ci ricorda l’appartenenza alla “Patria”, Forza Italia, invece, di aver “mantenuto tutti gli impegni” . Gli spazi per l’informazione si stanno riducendo sempre più. L’intervento del Ministero contro uno spot trasmesso in Svezia, non è altro che l’ennesima dimostrazione d’una battaglia aperta su tutti i fronti.
(Tania Del Sordo)
Posted by OLI2 at 23:12 | Comments (0)
Falsi-tv. Che bufala l'isola dei famosi
Per chi ha visto “L’Isola dei famosi” (tutti, secondo Auditel).
Domandatevi: perché con fusi orari differenti era notte in Italia e anche sull’Isola; perché l’audio era sempre perfetto anche nell’acqua.
Rispondetevi: non poteva che essere tutto registrato e la diretta nello studio accanto.
Siete stati gabbati. Se ci sono dei dubbi scrivete in massa e chiedete risposte alle Vs. domande. Imparate non a vedere la TV ma guardarla riflettendo è più divertente di ciò che state vedendo.
Postilla: per chi non lo sa i radiomicrofoni funzionano come i telefonini e se ti butti in acqua lanciando un urlo che si sente in diretta, o lanci repentinamente il microfono verso l’asciutto mentre fai il tuffo, o il microfono finisce in acqua e fa glu glu, che senti, perché sei in diretta, no? ed è finito per sempre. Un radiomicrofono può costare dai 500 ai 2.500 €. Tutti i giorni li avrebbero dovuti buttare tutti.
Ma allora cosa vedevamo sui telefonini? E in TV? Forse un film con tante scene tagliate. L’unico realTV è il canone di tutto e l’idea che chi non è nessuno possa essere qualcuno, improvvisamente, solo perché appare.
(Luciana Lanzarotti)
Posted by OLI2 at 18:07 | Comments (0)
19 Febbraio 2005
Privatizzazioni. Attenzione: la RAI-TV può cambiare (in peggio)
C'è una strana aria bipartisan attorno alla privatizzazione della RAI. Il percorso è ormai noto da tempo: il 30% del capitale RAI sarà collocato in Borsa entro l'anno, il resto in seguito, secondo uno schema già sperimentato. Il "servizio pubblico" verrà scorporato, finanziato con il canone. La privatizzazione dovrebbe riguardare le attività commerciali. Quelle che guadagnano principalmente con la vendita della pubblicità, come fa Mediaset.
Per impedire che la RAI cada nelle mani di un concorrente, nessuno potrà avere, mi pare di aver letto, più dell'uno per cento. Non ho i dati sottomano: qualcuno ricorda come sono finite le privatizzazioni fatte "non tanto per fare cassa, quanto per cambiare/modernizzare il capitalismo italiano, creando finalmente public companies all'americana" (cfr. privatizzazioni IMI, Telecom, ENEL, ENI ecc.)? E il "servizio pubblico" che fine farà? Avremo una tv "culturale" di nicchia, mentre il vasto pubblico sarà abbandonato alla tv commerciale, dominata dalle esigenze pubblicitarie?
A me pare che una tv "culturale" serva a poco. La cultura è veicolata meglio da altri strumenti: libri, teatri, musei, scuole, università... Serve invece una tv di qualità, che competa con le tv commerciali sul loro terreno, con informazione e intrattenimento adatti alle esigenze di svago del grande pubblico (di cui fanno parte anche gli intellettuali): anche lo svago può essere intelligente. E' un sogno? Non del tutto, perché anche nella tv attuale non mancano i programmi di qualità, compresa la (da molti) non amata Mediaset (soprattutto Italia uno). Ma anziché andare verso il meglio, rischiamo di dover perfino rimpiangere la tv di questo periodo, visto che anche l'opposizione si accontenta di una riforma che considera la RAI un'azienda come le altre, non quello che è: la più grande istituzione culturale di massa del paese (ricordiamoci, per inciso, che RAI vuol dire anche radio e produzioni cinematografiche).
In Spagna Zapatero ha nominato una commissione per dare alla tv pubblica un assetto al di fuori dei partiti. La commissione ha subito raccomandato di ridurre la pubblicità sulle reti pubbliche. Ecco due punti programmatici che vorremmo sentire dal centrosinistra: un assetto sottratto al controllo dei partiti, un'azienda che utilizza il canone per ridurre l'invadenza della pubblicità e il condizionamento negativo che essa esercita sulla qualità dei contenuti.
Si dice che la vecchia tv generalista ha fatto il suo tempo. Grazie al digitale e a internet sempre più useremo la TV come un computer, in modo interattivo, per vedere i film e le partite. Ognuno si farà il proprio palinsesto.
Balle. La tv generalista ha ancora una funzione insostituibile, specialmente per vaste categorie di utenti. Gli utenti consapevoli, attivi, protagonisti sono e saranno, per lungo tempo, una minoranza. Ma la tv generalista è insostituibile in quanto è l'unica che ci fa partecipare agli eventi, dal concerto del 1° maggio ai varietà, ai quiz, ai talk show, ai serial ecc.
I lavoratori della RAI che ne pensano? Silenzio... oppure, forse, un brusio che non giunge alle orecchie un po' assordate del gran pubblico. Non è un po' strano? Quanto al centrosinistra, temo che il primo dei due punti programmatici detti sopra faccia parte della spiegazione...
Questo che sta passando nel silenzio quasi generale è un treno tra i più importanti per il futuro dell'Italia. Vorrei essere smentito, ma temo che ce ne accorgeremo (tutti noi, anche i "movimenti") troppo tardi e ci mangeremo sterilmente le mani.
(Pino Cosentino)
Posted by OLI at 16:44 | Comments (0)
10 Febbraio 2005
Europei 2006. Ancora soldi per il calcio?
Abbiamo letto sui giornali della scorsa settimana, che l’Italia si è candidata per ospitare i prossimi Campionati Europei di Calcio (nel 2006) ma che, per poter sostenere questo ruolo, dovranno essere disposti appositi e speciali finanziamenti per l’edilizia sportiva al fine di compiere i “necessari adeguamenti agli stadi”. Ma scherziamo? Ci prendono per idioti?
Il nostro Paese ha ospitano nel 1990 i Campionati Mondiali di Calcio e in quella occasione sono stati costruiti ex-novo gli stadi di Torino (“delle Alpi”), quello di Bari (firmato Renzo Piano) mentre sugli stadi Olimpico di Roma, Marassi di Genova, San Siro di Milano, e non so quanti altri, sono stati eseguiti imponenti lavori di riassetto funzionale sia per dotarli della copertura sulle tribune degli spettatori che per riabilitarne il prato di gioco. Che cosa è successo nei 14 anni trascorsi? D’accordo, le norme di sicurezza hanno avuto un’evoluzione, ma non come quella che riguarda i telefonini (diventano vecchi appena si lanciano sul mercato). Possibile che non abbiamo stadi degni di ospitare partite di calcio da Campionato Europeo?
Mi sembra invece che ci sia un altro aspetto, non trascurabile sotto il profilo economico, che ha impoverito drasticamente gli stadi della loro funzione celebrativa. Si tratta della TV digitale che, essendo criptabile con più efficacia rispetto al segnale analogico, ha privatizzato l’etere al punto che l’accesso a certi eventi sportivi (segnatamente le partite di calcio) può essere davvero limitato ai soli possessori del decoder giusto.
Ecco perché l’intero mondo del calcio è diventato succube dei gestori di rete digitale. Da un lato le squadre di calcio pagano ai gestori di rete una tassa per poter entrare nel novero dei soggetti degni di ripresa televisiva (necessaria soprattutto per ingaggiare contratti con gli sponsor); dall’altro gli appassionati di calcio trovano comodo abbonarsi a un pacchetto che offre ogni giorno quote di calcio da overdose, preferendo la partita sul video anziché andare allo stadio (anche perché la partita in TV gli costa molto meno). Ormai allo stadio ci vanno solo i “tifosi”, o meglio gli “ultras” che hanno un rapporto viscerale con la propria squadra e frequentemente compiono atti di violenza per darne prova.
Guardate una partita di calcio in TV per accorgervi del cambiamento (beninteso: dovete guardare le tribune, non il prato di gioco). Sugli spalti non c’é la folla. Ampie superfici delle gradinate sono del tutto vuote. La gente è a casa, prigioniera dello schermo al plasma.
Dunque perché riversare altri soldi su questo settore? Sarebbe un insulto alla dignità di tante altre discipline rimaste ai margini della notorietà (fanno notizia solo quando un nostro campione vince la medaglia d’oro alle Olimpiadi). E comunque è un insulto alla corretta utilizzazione delle risorse economiche, in un Paese in recessione come il nostro.
(Rinaldo Luccardini)
Posted by OLI2 at 12:34 | Comments (0)
25 Gennaio 2005
Finlandia. "B." Gli Italiani se lo meritano
In una rivista di studi italo-finlandesi, Settentrione, edita a cura della Società finlandese di lingua e cultura italiana, è stato pubblicato un articolo di Hanna Tarna che mette in evidenza come l’Italia berlusconiana sia stata presentata da due importanti giornali finlandesi: l’Helsingin Sanomat (il più importante di tutta la Finlandia) e il Turun Sanomat.
Penso che meriti di essere segnalata la sostanza di questa rassegna che mette in evidenza come anche in una realtà così lontana ed estranea alla situazione politica italiana, ma che proprio per questo si può considerare più obiettiva perché più disinteressata (sarebbe difficile liquidare i giudizi e le informazioni che vengono presentati da questi giornali come frutto di complotti e di propaganda, come vengono solitamente respinte tutte le critiche mosse dalla “stampa comunista” al nostro premier) le scelte politiche e i comportamenti di Berlusconi sollevino preoccupazione e producano pesanti critiche.
Gli elementi che vengono messi più frequentemente in evidenza sono che la sua attività di politico e di imprenditore sono poste sullo stesso piano utilizzando come pretesto lo strumento legislativo di cui Berlusconi si servirebbe per difendere le sue proprietà; che il suo possesso e controllo dei media rappresentano un vero e proprio pericolo per la libertà di opinione e per la democrazia; che sono emersi sospetti “di contatti con la mafia, di tangenti” (vedi articolo del 12 maggio 2001 del Turun Sanomat); che le sue posizioni in politica estera sono irresponsabili ed in particolare le critiche sue e dei suoi alleati all’Unione Europea.
“Quando si guarda il telegiornale – scrive sempre l’Helsingin Sanomat il 10 maggio 2001 – è facile credere che l’uomo che riempie lo schermo si è comparato con Napoleone, Giulio Cesare e Gesù” per sottolineare poi, in data 4 agosto 2002, che “questi tratti di repubblica delle banane [il possesso dei media, la legge Cirami, ecc.] in uno dei più grandi paesi membri dell’Unione Europea sono ancora più sgradevoli, perché sono un risultato di un processo impeccabilmente democratico”, dato che “i cittadini sapevano benissimo a chi hanno dato potere votando la lista di Forza Italia e Berlusconi” e di conseguenza “hanno proprio quel primo ministro e la maggioranza del parlamento che hanno meritato”.
(Francesco Surdich)
Posted by OLI2 at 02:51 | Comments (0)
Informazione. La minestra moscia di Prima Pagina
Venerdì 20 Gennaio come tutte le mattine la mia radiosveglia trasmette “Prima Pagina”, storica ed ottima trasmissione radiofonica che da molti anni costringe chi ascolta ad uscire dai binari delle proprie consuete frequentazioni giornalistiche per confrontarsi con opinioni di vario orientamento.
Questa volta però Giorgio Dell’Arti, curatore del “Foglio dei Fogli”, non propone un punto di vista magari provocatorio, ma, puramente e semplicemente, la cancellazione dell’informazione. I primi 15 minuti (più del 30% del tempo complessivo) li dedica infatti ai presunti costumi sessuali di Alessandro Magno e ad una dettagliata inchiesta sulle abitudini sessuali dei minorenni statunitensi
Si passa poi a Vendola (11 minuti di “ritrattistica” del personaggio e di considerazioni sulle possibili similarità tra l’elezione di Vendola e quella di Bush); a Veltroni (perché dopo anni ha deciso nuovamente di partecipare ad una riunione della Direzione DS) e ai problemi di relazione tra Quercia e Professore. Gli ultimi 5 minuti vengono infine dedicati a Bankitalia e alla votazione sul mandato a termine per Fazio
La singolare gestione di Dell’Arti non passa però inosservata ed arriva subito la telefonata di una ascoltatrice che rinfaccia al giornalista i 15 minuti sessuali a fronte, ad esempio, della mancata citazione delle dichiarazioni del presidente della Corte Costituzionale Valerio Onida sul difficile rapporto tra mass media e mondo giudiziario. Seguono una telefonata di aperta solidarietà con la prima ascoltatrice, ed altri interventi che, pur senza entrare nella polemica, sollevano temi completamente ignorati nella rassegna: la proposta di Berlusconi di tornare al nucleare, la situazione della FIAT, il mancato rispetto da parte dell’Italia del protocollo di Kyoto. (*)
Un ascoltatore solleva poi nuovamente il tema della informazione, in particolare al Sud: qui manca, dice “Una stampa che produca libertà. La stampa dovrebbe produrre libertà. Da noi è il contrario. Nelle viscere delle questioni non si entra mai”.
In due occasioni Dell’Arti perde anche il controllo: invita la segreteria a selezionare di più le chiamate, e toglie la parola ad un ascoltatore. Alla fine pronuncia un’autogiustificazione perfino peggiore del fatto in sé. Io, dice, ho il compito di fare “una minestra di notizie”. Oggi non c’era niente di interessante sui giornali, e non è colpa mia: se le notizie sono mosce ne viene una minestra insipida. Bush, è un argomento trito e venuto a noia, la storia di Fazio è un piccolo episodio all’interno di una Commissione parlamentare, le dichiarazioni di Berlusconi sul nucleare in fondo sono solo un parere senza importanza. Quanto alla Fiat, preso atto che si è messa nei guai da sola, semmai ne leggeremo qualche articolo domani. Oggi quindi tanto valeva parlare delle abitudini sessuali di Alessandro Magno.
Conclusione: un grazie riconoscente agli ascoltatori attenti, interessati non solo a quello che avviene ma anche a come ce lo raccontano, e sufficientemente energici da telefonare. Un grazie però anche a Dell’Arti per la metafora della minestra, che illustra splendidamente l’atteggiamento di alcuni gestori della informazione nei confronti di lettori, ascoltatori e telespettatori visti come una massa in coda alla mensa di carità in attesa di essere imboccati con un pappone di cui, bolli, ribolli e mescola, non si riesce più a capire di cosa sia fatto. Mangiare, tacere, ringraziare ed andare.
(Paola Pierantoni)
Posted by OLI2 at 02:48 | Comments (0)
Chi ci guadagna?. Letale al calcio l'overdose TV
In televisione, da martedì 11 a domenica 16 febbraio, 12 partite di calcio: quattro di campionato, otto di Coppa Italia, queste ultime a stadi rigorosamente deserti. Di più: tra poco, grazie a non so quale gioco di schede, sarà possibile vedere tutte le partite con la modica spesa di due o tre euro.
Gli stadi – verosimilmente – si svuoteranno ancora di più. Tuttavia, nel contempo, il governo prevede la spesa di un miliardo di euro per ammodernare gli stadi, che sono – malgrado i già molti miliardi investiti in proposito per la football-kermesse di Italia ’90 – i più antiquati d’Europa. Il calcio si sta trasformando sempre di più in evento televisivo: si finirà col giocare un grande campionato europeo, in stadi deserti, per la sola fruizione al piccolo schermo. Tra calcio e Tv, peraltro, nessun conflitto di interessi nel nostro Paese: poiché i due mondi confluiscono nelle mani di una sola persona che fa il bello e il cattivo tempo nell’uno e nell’altro campo, sempre guadagnandoci comunque vadano le cose. A perderci, è semmai la qualità della nostra vita: giocatori robot sfruttati al limite delle possibilità fisiche, spettatori teledipendenti e isolati, defraudati del piacere di stare insieme come si usava un tempo. Ma c’è un altro aspetto preoccupante: la “sola persona” di cui sopra si lamenta della contrazione dei consumi e della scarsa competitività italiana: ma fa di tutto perchè la gente incretinisca davanti ai televisori e – fatalmente – lavori sempre meno. L’incretinimento collettivo porta danari alle “sue” televisioni e al “suo” campionato, ma impoverisce la collettività nazionale. Il Governo? Si occupa di salvataggi (da Previti a Villa Certosa)! L’opposizione? Troppo occupata con la fecondazione assistita!
(Luigi Lunari)
Posted by OLI2 at 02:46 | Comments (0)
Duelli grafici. E' davvero una forza l'assenza del dubbio?
Esisteva un gioco che, all’età di tre o quattro anni, mi rapiva completamente: si trattava di collocare oggetti dalle forme geometriche ben definite (un cubo, un parallelepipedo, un cilindro, una stella, una luna) nella sede corretta. Uscendo di casa e trovandomi di fronte all’enorme manifesto di Biasotti, questa volta all’attacco in un nuovo capitolo del duello grafico, ho avuto un fortissimo dejà vu che mi ha riportato a quella beata età.
L’impostazione si è ulteriormente semplificata, lo sfondo è divenuto bianco. Campeggia in alto la scritta “Io sto con Biasotti”, alla riga successiva “Perché è determinato”, quindi, ancora sotto, l’invito “Chiama…” e per ultimo, incalzante, “Unisciti a noi”. Le forme sono nette e si stagliano contro il fondo, come la figura sorridente del fondatore del comitato, dalla base elettorale dell’”Unisciti a noi” alla sfera che trionfa in apoteosi sulla costruzione, con la solita presenza sindonica di Biasotti. Il manifesto, oltre a suggerire chi votare, allunga una motivazione al passante a metà tra il curioso il distratto che si interroga: ”Ma perché dovrei votare lui?”. Semplice, perché è determinato.
Allora mi fermo a pensare di come il chiaroscuro sia fertile per la nascita delle idee, di come il dubbio quale condizione necessaria dell’esistenza sia una delle preziose eredità cartesiane, di come però, ahimè, mettersi in discussione significhi vacillare, per un attimo, divenire quindi meno competitivi ed aggressivi nella corsa all’eccellenza.
Determinazione ostentata, quindi modello vincente per una società che per avere più successo abdica al pensiero, al di là dello sforzo speculativo del cilindro e del parallelepipedo.
(Eleana Marullo)
Posted by OLI2 at 02:43 | Comments (0)
20 Gennaio 2005
Comunicazione strategica/2. Conquistare simpatia anche coi Muppets
Per controllare una situazione decisamente sfavorevole, il DSB (Defense Science Board) segnala la necessità di investire ingenti risorse nella “comunicazione strategica” e utilizzare in modo creativo le nuove tecnologie digitali per promuovere messaggi Usa che contrastino la “ostilità crescente del mondo islamico”.
Il gruppo di lavoro, tra altre cose, suggerisce, per raggiungere una vasta e diversificata audience, l’utilizzo di nuove tecniche e prodotti come video games, comunicazioni via Internet, Blog inclusi, chat e giornali elettronici, ma anche tradizionali serie televisive per bambini, come Arabic Sesame Street.
Cos’è Arabic Sesame Street? E’ la versione araba di una nota e vecchia serie televisiva americana per bambini interpretata da personaggi umani e da “adorabili” Muppets, diffusa un po’ dappertutto, ma solo di recente nel mondo arabo. L’USAID (Agenzia per lo sviluppo internazionale degli Stati Uniti) ha destinato 8,4 milioni di dollari per la produzione di Alam SimSim (così si chiama in Egitto, dove è stata presentata nel 2000). Secondo l’USAID è un grande successo: il 90 percento dei bambini egiziani la guarda, impara a leggere e cambia il suo atteggiamento. Girata in una tipica strada egiziana, “rispecchia la ricca cultura e le tradizioni del paese, infondendo rispetto mutuo e comprensione”. Alan Simsim “promuove l’educazione delle ragazze, la salute e anche desiderabili pratiche igieniche e ambientali. La stella dello show è Khokha, un Muppet rosa di quattro anni, che vuole diventare un pilota, un dottore e un ingegnere, tutto nello stesso tempo!”.
(Oscar Itzcovich)
Posted by OLI2 at 22:24 | Comments (0)
12 Gennaio 2005
Porta a Porta. Morte e dolore che spettacolo
Ma si può? Fino a che punto può sprofondare la Rai Tv, a cominciare dalla cosiddetta rete ammiraglia, nella sua ossessiva ricerca di ascolti facili, voluti dal berlusconismo spinto - più banalità uguale più share - che ha già azzerato ogni tratto di qualità dei programmi?
La domanda sale spontanea di fronte allo speciale Porta a Porta dedicato alla catastrofe dello tsunami, una performance in cui Bruno Vespa è riuscito a dare davvero il meglio di sé. La spettacolarizzazione della morte, del dolore è scesa a livelli insopportabili: nulla ci è stato risparmiato, neppure la teatralità del “silenzio” suonato in studio dalla cornetta di un carabiniere in alta uniforme; e questo come apertura di una trasmissione che di silenzio, di pietà, di misura, diciamo pure di decenza avrebbe avuto un gran bisogno.
Invece il gran conduttore, produttore e fors’anche regista di Rai Uno versione Canale 5, ha attinto a piene mani nell’impasto di sofferenza ed emotività, per dare in pasto bocconi sempre più forti al suo pubblico (o a quello che un’immagine spregiativa identifica con l’Italia televisiva). Il clou è stato raggiunto quando ha sollecitato un padre, ferito ed evidentemente ancora choccato, a raccontare il sogno vissuto durante l’anestesia: Sì ho rivisto Alex, il mio bambino portato via dall’onda e mai più ritrovato; io piangevo, ma lui mi diceva che si trovava in un bel posto e che sarebbe tornato nella pancia della mamma…Lei è andata dal ginecologo e ha saputo di essere incinta, alla quinta settimana. Se sarà femmina la chiameremo Alessandra. La signora annuiva, muta.
Non si pensi però che, preso dalla sua foga drammaturgica, il conducator massimo abbia rinunciato al bilancino dell’opportunismo politico. Se in un passaggio erano stati illustrati i meriti della polizia di Stato nella ricerca del dna per identificare i corpi senza vita, ecco che subito dopo si elogia la concorrente Arma dei carabinieri inviata a sua volta nel Sud Est asiatico con gli stessi identici compiti. Che siamo l’unico curioso paese al mondo presente con due distinti corpi di polizia per fare le stesse cose, naturalmente nessuno lo dice. Non sta bene.
Posted by OLI2 at 22:48 | Comments (0)
28 Dicembre 2004
Privacy 1. Nati e schedati senza scampo
Dal momento in cui si compare alla vita, ciascuno di noi viene registrato in elenchi. All’inizio si tratta di anagrafe, poi di scuola, poi di certificazioni varie.
Se si è un pochino attivi, da un punto di vista sociale, si entra in altri elenchi di associati, simpatizzanti, sostenitori, ecc. Ma il trauma più sconveniente è quello legato ai pagamenti. Dagli elenchi bancari a quelli fiscali, dai registri di fatturazione a quelli di contabilità il nostro nome, doppiamente incastrato in lettere e codici, si radica con ossessiva pervicacia negli archivi più diversi. L’acquisto di veicoli, se più d’uno e “usati”, dà la stura a tre diversi fiumi di scadenze (bollo, assicurazione, collaudi) che percuotono il loro possessore in ogni stagione dell’anno, giacché “il compiuter” non ha feste.
Appena si aderisce a qualcosa via Internet, pur avendo crocettato i quadratini della “praivasi”, arrivano messaggi personalizzati. Arrivano da elenchi che magari stanno in Borneo. Se disdici il canone TV entri in una battaglia epica contro gli elenchi di Saxa Rubra i quali non ammettono che tu ti sia disaffezionato, dopo quarantanove anni, alla fidelizzazione catodica. Gli elenchi si materializzano. Vengono minacciate inquisizioni ed ascolti occulti dall’esterno dell’abitazione. Non parliamo dei telefonini, vero incaprettamento del proprietario agli elenchi di numerose e guerreggianti autorità, che se li contendono: non puoi negare di aver toccato i tasti, nemmeno nel sonno. Con quelli dotati di telecamera ti possono dire anche qual’era l’orinatoio da cui hai premuto il pulsante.
Se qualcosa si inceppa negli elenchi (succede anche questo) diventi il martire di una persecuzione. Una lettura sbagliata sui tuoi contatori del gas (colpa del letturista) si trasforma in un calvario col numero verde e i suoi loop demenziali. Non bastano cinque tentativi. Ogni volta scopri di avere molte identità: quella tua personale, quella del codice utente, del codice fiscale, del codice di fornitura, del numero di fattura, del numero di contatore, e piantiamola qui. Credi di parlare con uno di Crotone, ma hai il sospetto che l’archivio sia in Albania. Cominci a desiderare di non essere mai nato. Guardi “Chi l’ha visto” con ammirazione per lo scomparso. Concludi fermamente, con Cioran, che “l’unico modo per salvare la propria solitudine è ferire tutti, a cominciare da quelli che ami”.
(Rinaldo Luccardini)
Posted by OLI2 at 01:39 | Comments (0)
Parabole TV. Nato da bontà loro finì Costanzo Show
Il “Maurizio Costanzo Show” chiude i battenti. Il mio primo sentimento è simile a quello con cui registro la liberazione di un qualche ostaggio in Iraq o in analoga polveriera nel mondo: finalmente anche Costanzo è libero! Libero da quel massacrante impegno quotidiano, libero da quella perversa spirale che gli imponeva un’attività sempre maggiore, per una sempre maggiore raccolta di sponsor…che gli vietava perfino – se anche lui dispone, come tutti, di sole ventiquattr’ore al giorno per soli sei giorni alla settimana – di spendere e godersi i tanti miliardi guadagnati.
Ma non solo per questo, l’uscita di scena dello ”MC Show” è da salutarsi con sollievo. Ormai ridotto a una sfilata di patetici casi umani, raramente interrotta da momenti di apprezzabile impegno, e per lo più sorretta da “monstra” quali Platinette (e poco importa che MC assicuri trattarsi di persona sensibile e intelligente, una volta che ciò che la impone è la sua grottesca messinscena), lo “MC Show” si estingue – verrebbe fatto di dire – per la propria impossibilità di andare oltre, cioè a dire di “peggiorare”, in un costume televisivo che si è posto ormai come traguardi emblematici la volgarità delle Lecciso e la banalità di “Un medico in famiglia”. Tuttavia, l’estinto Show rimane un probante fatto di costume: soprattutto se lo si accosta a quel “Bontà loro” da cui il salotto di Costanzo era partito: incontro – per chi lo ricorda – con due o tre persone rappresentative dell’Italia di allora, scandagliate e poste a confronto dall’attenta conduzione di un preparatissimo Costanzo. Come da quell’esperienza si sia arrivati alle ammucchiate italiote, caciarone e multivellicanti del Costanzo Show, è un tema che potrebbe rispecchiare – come in un ideale ed emblematico filo conduttore – l’evoluzione stessa della televisione italiana, alla ricerca di un consenso sempre più becero e diseducativo.
(Luigi Lunari)
Posted by OLI2 at 01:29 | Comments (0)
30 Ottobre 2004
Nuove tecnologie. No, grazie, se questo è il digitale terrestre
Un mio amico ha comprato il decoder per il digitale terrestre, o meglio, ne è entrato in possesso: già, perché non ha speso assolutamente nulla, avendo usufruito del contributo governativo (cioè con i soldi di tutti i contribuenti). Il decoder è di installazione immediata, si collega al televisore, all'antenna tradizionale, e ad una presa telefonica.
Peccato che per il momento sul digitale terrestre trasmettano regolarmente solo i canali Mediaset (strano, vero?), mentre i canali RAI arrivano solo in alcune zone, non continuativamente, come se fossero in corso prove tecniche.
Ma il bello è l'interattività! Tramite la linea telefonica puoi rispondere anche tu alle domande de "Il milionario" di Jerry Scotti, ed accumulare punti, per sperare nell'estrazione di premi.... devi solo far attenzione a non cambiare canale durante la pubblicità, perché ciò ti fa perdere istantaneamente i punti accumulati! D'altra parte oscurare la pubblicità è un atto veramente anticommerciale, illiberale e, diciamolo, un po’ individualista.
Un'ulteriore caratteristica del sistema è quella dell’aggiornamento automatico del software del decoder: l'utente non ha alcuna possibilità di decidere se effettuarlo o meno. Sorge spontanea una domanda: quali sono i contenuti del software del decoder, chi garantisce che, utilizzando le possibilità interattive del decoder, questo non trasmetta dati registrati sulle abitudini televisive degli utenti, sui programmi di maggiore o minore gradimento, o altro? Quale trasparenza esiste su questo argomento?
Se questo è il futuro che avanza...
(Ivo Ruello)
Posted by OLI2 at 06:18 | Comments (0)
23 Ottobre 2004
Talk show. L'omone del trash e lo storico antifascista
La forza esercitata da trasmissioni manipolatorie, tipo Otto e mezzo o Porta a Porta, sugli ambienti più disparati (quante volte gli uomini dell’opposizione sono stati invitati, inutilmente, a disertare certi “salotti”?) forse comincia a mostrare la corda. Alcuni segnali che fanno bene sperare vengono dal nervosismo crescente, a tratti incontenibile, di Giuliano Ferrara, in due recenti puntate del suo show serale.
A fargli saltare i nervi la settimana scorsa è stato per primo il professor Stefano Bonaga, che da esperto massmediologo ha smontato i giochini truccati per giustificare la sconfitta del “liberatore” di Bologna Guazzaloca e tirargli la volata alle prossime regionali. Al che, messo a nudo, il peso massimo del trash tv non ha saputo far di meglio che ricorrere a espressioni oscene, pura volgarità.
Peggio ancora gli è andata con un altro professore, lo storico Sergio Luzzatto, genovese, giovane ma sicuro al punto da non muovere ciglio di fronte alla carica dell’omone imbufalito. Lo scontro è avvenuto sull’ultimo libro di Luzzatto, “La crisi dell’antifascismo”, messo a confronto con “Sangue rosso e sangue nero” di Gianpaolo Pansa, portato a esempio di tardivo ma doveroso revisionismo. Nella sua furia di manganellatore di regime, l’ex segretario del Pci torinese convertito al berlusconismo, provocava lo studioso dell’antifascismo con una serie di domande ipotetiche, improponibili, dimenticando la prima regola che coi se non si fa storia. Tanto che Luzzatto si è semplicemente rifiutato di rispondergli.
Piccato come non mai, Ferrara lo ha insultato dandogli del “professorino ridicolo”, arrogante. E ha sbagliato. Perché con grande calma il giovane storico non solo gli ha ricordato che l’ospite, anche di una trasmissione, va rispettato, ma soprattutto ha detto le verità che il bau bau del padrone tv non avrebbe mai voluto sentire nel suo programma: ossia che non si può presentare Berlusconi come l’uomo nuovo sorto sulle macerie della prima repubblica, affossata da Mani pulite, in quanto “re Silvio” ne è discendente diretto, avendo fondato il suo impero proprio grazie alla protezione di Craxi e di altri oscuri poteri, come la P2, che inquinarono a fondo la vita italiana.
(Camillo Arcuri)
Posted by Eleana at 18:47 | Comments (0)
15 Ottobre 2004
Se Telecom vende anche ideologia
La Telecom usa Gandhi o Gandhi usa la Telecom? E’ la domanda a cui ha tentato di dare risposta Riccardo Barenghi dalle pagine del Manifesto, spinto dall’incalzante indignazione del popolo di sinistra (lettere al giornale del 29 settembre e del 1° ottobre).
Evidentemente, l’ultima campagna pubblicitaria dell’azienda di Tronchetti Provera ha lasciato il segno, se anche Alessandro Robecchi, dalle pagine dello stesso quotidiano, e con l’ironia che contraddistingue i suoi scritti, ha dedicato un pezzo alla strana coppia (3 ottobre).
La querelle, in soldoni, è la seguente: può Telecom fagocitare un leader del pacifismo e della non violenza ed assoldarlo (involontariamente) per puro lucro? Riccardo Barenghi e Alessandro Robecchi, di fronte alla levata di scudi si domandano allora se quel segno non mantenga comunque inalterata la sua forza ed anzi, ne dimostri tutta l’attualità.
E’ stata Naomi Klein in un libro ormai celebre (No logo), a metterci in guardia sulle campagne pubblicitarie del mercato globale: non si vende più un prodotto ma uno stile di vita, un modo d’essere. Come ci ricorda Robecchi, qui Telecom non vende telefonini ma, appunto, un’ideologia; di più: ci regala un improbabile futuro ricorrendo al passato.
Già, perché quell’ideologia, quel modo d’essere, devono avere un forte impatto sulla collettività cui il messaggio è destinato; altrimenti crollano le vendite! Ora, che un’azienda come Telecom ci domandi “che mondo sarebbe” se Gandhi avesse potuto usufruire dei più moderni mezzi di comunicazione beh, è già una piccola vittoria.
“Peccato”, come dice Robecchi, che, malgrado il nostro comune sentire, questo leader oggi non ci sia. Peccato, soprattutto, che sia stata Telecom (e non il mondo politico) ad accorgersi del cambio di rotta.
(Tania del Sordo)
Posted by Eleana at 14:27 | Comments (0)
26 Luglio 2004
Nuovi eroi. Il peggio della Tv allo show per Almirante
Sabato 5 luglio , Raiuno, seconda serata. Va ora in onda l'edizione 2004 del "Premio Giorgio Almirante". Sì, il premio Giorgio Almirante, se qualcuno crede d'aver letto male.
Per chi non lo sapesse, la presentatrice, tale Paola Saluzzi in abito da sera, informa che il premio è intitolato “a un uomo che ha sempre lottato per i valori della democrazia, dell'europa e dell'occidente”.
Sono uno di quelli che non lo sapeva, e avevo subito pensato alle strade di Genova , a un certo comizio scacciato in nome di non so quale medaglia d'oro alla Resistenza.
Il trofeo della serata è una scultura, il volto di un uomo sorridente con baffetti, Giorgio Almirante, per l'appunto. Somiglia tanto a chi marciava verso Piazzale Minerva a Roma, il 16 marzo del 1968, per provare a sgombrare a sprangate il Movimento Studentesco che occupava la Facoltà di Lettere.
Sul palco sale un ex pugile, che ritira l'effigie, poi il cantante inglese Paul Young (?) con una sua celebre canzone. Compare tra gli applausi il presidente della Regione Lazio Storace il quale si augura che nella sua regione si continui ad intitolare vie e piazze a Giorgio Almirante(!!?). Tocca poi al comico Lando Buzzanca, applausi per l'onorevole Biondi, un premio speciale alla Comunità di S. Patrignano, altri applausi per la showgirl Anna Falchi.
Continuo a scavare nella memoria:"Non votate come votano le Brigate Rosse". Così Giorgio Almirante in occasione del referendum sul divorzio. Segue il cantante Marco Masini, viene decorato un gruppo di crocerossine, si coglie l'occasione per onorare e ringraziare i nostri "soldati di pace". Una donna visibilmente addolorata ritira il volto di Almirante per la figlia, dottoressa morta in Iraq, la telecamera indugia su di lei, poi silenzio, silenzio, e allo scoppiare del suo pianto il pubblico le dedica un lungo e commosso applauso. Intervengono subito dopo alcuni protagonisti del noto serial tv "Incantesimo". Si loda ancora una volta il leader di tanti italiani. Nessuno ci dice di cosa fosse effettivamente leader Almirante. Forse del M.S.I.? Di cui fu uno dei primi presidenti onorari tale Junio Valerio Borghese e del partito che assieme a lui ha passeggiato per anni sul confine del reato di "ricostituzione del partito fascista", sorpassandolo nel 1975, secondo il procuratore di Milano Luigi D'Espinosa. La Rai potrà pure scegliere di non dire a nessuno chi fosse l'uomo a cui è dedicato un sabato sera, ma già questo silenzio la dice lunga sul tentativo di fareci entrare in casa la figura-simbolo del fascismo scacciatao dalle piazze di Genova.
La serata del servizio pubblico volge al termine, sul palco conclude la vedova Almirante, affettuosamente chiamata "donna Assunta", che ringrazia tutti quanti. Ricordo anche lei, poco tempo fa, in occasione della mediatica visita di Fini in Israele, donna Assunta dichiarò: “Lì in mezzo sembrava uno di loro”. “Loro" sarebbero gli ebrei. Al peggio non c’è mai fine.
(Lorenzo Lauer)
Posted by Eleana at 12:11 | Comments (0)
11 Giugno 2004
Successi tv. Quando ci stancheremo di sorbire banalità
Due recenti inziative della televisione pubblica mi si affiancano nella mente, e neanch'io so bene perché. Il lungo "Orgoglio" - summa del romanzo d'appendice e del feuilleton ottocentesco - e il contemporaneo, piatto, documentaristico, naturalistico "Mai storie d'amore in cucina", sbandierante tra l'altro la presenza di Gigi Proietti e di Stefania Sandrelli, pubblicitariamente astuta ma sostanzialmente inutile.
Pur nel diverso sapore del racconto, ambedue sono caratterizzati e accomunati da una piattezza e da una banalità di linguaggio per me scoraggianti, e per il pubblico diseducativi: malgrado il loro successo, o - più propriamente proprio per questo.
A tal proposito mi sovviene di un incontro con uno dei grandi capi della fiction TV (Bernasconi, tanto per non far nomi, prematuramente scomparso), al quale dicevo che io sarei stato in grado di migliorare dell'ottanta per cento almeno il livello dei dialoghi dei loro
prodotti; e gli chiedevo - scherzosamente e proditoriamente - che cosa
sarebbe stato disposto a pagare per questo risultato. La risposta - logicissima e impeccabile - fu "Neanche una lira!" E aveva perfettamente ragione: così come squadra che vince non si tocca, prodotto che sfonda non si cambia.
Sorge allora una domanda: "che fare?", al di là del rinunciare a scrivere per il piccolo schermo? Temo che da fare non ci sia proprio nulla, dato che l'opporsi al grado di sviluppo di un pubblico è altrettanto vano come l'imporre la democrazia in Afganistan. Occorre attendere: che la gente
si stanchi delle banalità di cui sopra, si formi un gusto, chieda qualcosa
di più e di meglio. Viviamo in epoca di divulgazione: le avanguardie - anche del bello - si dilettino pure per conto loro: ma per un valido dialogo con le masse, devono aver la pazienza di aspettare che il grosso dell'esercito le raggiunga.
(Luigi Lunari)
Posted by Eleana at 16:54
25 Maggio 2004
Boomerang. Parole di Gasparri giuste per il governo
L’offensiva a comando del centro-destra contro il Tg 3, unica voce fuori dal coro tv sulla vergogna delle torture, si è rivelata non solo imprudente: una sorta di attacco preventivo, da kamikaze esaltati, di fronte al rischio che qualche sprazzo di verità possa incrinare il muro dell’informazione di regime.
E’ stato lo stesso ministro Gasparri a chiedere al dg Cattaneo un'audizione urgente della Commissione parlamentare di vigilanza sulla Rai-Tv, parlando di comportamento «indegno» e suggerendo «l'immediata uscita di scena di chi si è reso colpevole di una condotta così disinvolta in un momento così difficile e delicato a livello internazionale». E il “processo” interno, tempestivamente accordato dal presidente Petruccioli, ha visto i capigruppo della Cdl in Commissione, da Lainati e Butti (entrambi di An) al vicepresidente Caparini (Lega Nord), schierati contro il direttore del Tg3 Di Bella, di cui reclamavano la testa.
Solo che dopo aver assistito alla registrazione completa dell’intervista, è stato chiaro che furono mandate in onda «non indiscrezioni ma dichiarazioni della vedova del maresciallo Bruno, in cui la signora faceva affermazioni riportate poi da tutta la stampa italiana, e che milioni di telespettatori hanno potuto ascoltare dalla sua viva voce». Insomma nessuna trappola, nessuna manipolazione e nemmeno strumentalizzazione, come sono andate indietreggiando le accuse. Il Tg3 ha fatto solo il suo mestiere di informare: proprio quello che lor signori non tollerano.
A giudicare dalla smodata reazione contro Di Bella, si può ben immaginare quali pressioni, sollecitazioni, richiami, condizionamenti si siano scatenati sulla povera vedova Bruno per farle rettificare quanto aveva ormai detto con sincerità davanti a microfono e telecamera. Finché a toglierla dal suo penoso isolamento è intervenuta la testimonianza del colonnello Burgio del Tuscanica, il quale ha confermato di aver saputo quanto accadeva in quelle carceri e naturalmente di aver informato a suo tempo chi di dovere. E a questo punto, insieme alla montatura contro l’informazione fuori dal coro, è crollata anche la gracile difesa di un governo che continua a ripetere di essere stato all’oscuro di tutto. «L’immediata uscita di scena di chi si è reso colpevole di una condotta così disinvolta, in un momento così difficile e delicato…», parole di Gasparri, forse più appropriate al governo in carica.
(Camillo Arcuri)
Posted by Eleana at 14:40
Set tv. E Fassino mancò lo smash vincente
Brunetta, Baldassarri, Epifani e Fassino schierati come per un doppio a Wimbledon. Floris è l’arbitro, Diamanti in collegamento descrive le attese dell’italiano medio. E’ un quadro strano, coincide con il ritardo nell’accendere la TV e con la mancanza di attese per quanto da tempo trasmesso.
Il malessere, in questo Ballarò preso a metà, combacia con le parole che giungono dal video ed i relativi primi piani. Lo sdegno di molti, anche questa sera, probabilmente, non avrà portavoce. Soldi, Irpef, diminuzione delle tasse, tabelle del governo si susseguono scandite da precisazioni, provocazioni e promesse.
Il labbro di Epifani si tende. La faccia da folletto di Brunetta s’illumina. Fassino offre il suo dolore sporgendosi verso la telecamera, ma è un martirio inutile, senza passione. Floris ammonisce con abilità rara nello scivolare tra le parti ricordando il tema. Pause pubblicitarie, interventi a riprendere il filo. Poi il Corsivo, un appuntamento fisso della trasmissione che con sottile ironia, sequenze di film o d’archivio viene aggiornato al tema della serata. Questa volta sono le molte ore di sciopero fatte dagli italiani tra il 2001 e il 2004. La sintesi è piccante. Brunetta, infastidito dall’oggetto, ironizza: “Complimenti Floris! Ha fatto un filmato degno di Santoro! A sfondo ideologico!”. Minaccia? Promessa?
Floris si limita a guardare l’interlocutore. Sta pensando al suo posto. E’ atterrito. Non scivola più. Fassino che ha lì un’occasione unica per ricordare Rai, recenti nomine, censura, e difendere Santoro candidato dell’Ulivo per le Europee tace. Venti secondi di silenzio, spazzati via dal conduttore che, rianimato, riprende il gioco della trasmissione
La serata di RAI tre ha offerto dopo Ballarò, alle 23.30 dell’11 maggio, un’intervista a Pina Bruno, vedova di Massimiliano, maresciallo dei carabinieri morto a Nassiriya. La fragilità della sua solitudine stride con quanto dichiara. Come non si rendesse conto. L’orsetto travestito da carabiniere sulla libreria suggerisce un mondo in cui infanzia e sacrificio si mescolano inconsapevolmente. Ma lei illumina la telecamera offrendo una nuova tragica versione dell’universo iracheno. “E’ stata una trappola”, dichiarerà nei giorni successivi, “Non voglio parlare più”.
Tardi, ma poi anche Pina Bruno ha capito.
(m.l.)
Posted by Eleana at 14:37
Pensiero unico 1. Onanismo culturale al supermarket mediatico
Non più cittadini informati ma semplici consumatori di informazioni. Non più protagonisti della società democratica ma solo utenti del sistema. E' questo il percorso scivoloso che da qualche anno si starebbe mettendo in atto nella società consumistica occidentale. L'allarme arriva da Cass Sunstein, docente di giurisprudenza alla Law School della Chicago University, che ha pubblicato le sue riflessioni sul rapporto tra democrazia e informazione in un saggio intitolato "Republic.com" e stampato in Italia dalla società editrice "Il Mulino".
In sintesi, il ragionamento di Sunstein è questo. Nel passato, a partire dal mondo antico e fino ai padri degli stati repubblicani, uno dei valori fondanti della democrazia era il dibattito pubblico, lo scambio di opinioni, la circolazione di idee. Dai fori alle assemblee parlamentari, dalle piazze agli oratori che improvvisano qualche contestazione in piedi su una sedia nei parchi, la libera dialettica delle voci è sempre stata uno dei capisaldi della libertà politica.
Il fatto nuovo è che il dilagare del sistema consumistico ha fatto prendere una direzione prima sconosciuta al rapporto tra cittadino e informazione. In ciò hanno assunto un posto di rilievo anche le nuove tecnologie che permettono di escludere a priori gli argomenti indesiderati. Oggi, scrive Sunstein, in molte parti del mondo "i consumatori sono in grado di vedere esattamente ciò che vogliono. Quando il potere di filtrare diventa illimitato ogni persona può decidere, in anticipo e con assoluta accuratezza, ciò che troverà o non troverà creando qualcosa di molto simile a un universo di comunicazioni di propria scelta". Ovvio come in questo contesto il supermercato per eccellenza sia il mondo di Internet. Non solo perché vi si può trovare tutto. Ma anche perché qui può essere messo in atto quel "potere di filtrare" che per Sunstein è il tratto forse più sintomatico del nuovo modo di intendere il rapporto tra informazione e cittadino. Per esempio, molti dei siti che permettono l'acquisto su Internet di beni che presuppongono un certo orientamento culturale (libri, musica, film) si stanno attrezzando per "venire incontro" all'utente. Già in base ai primi acquisti, molti i supermarket telematici sono in grado di capire quali sono le preferenze del cliente, e riescono poi a selezionare e a proporre solo quei prodotti che rientrano più o meno nello stesso campo di interessi. Il cliente, insomma, viene condotto ad acquistare ciò che si ritiene "faccia per lui". "Sarebbe insensato affermare che tutto questo sia un male - scrive Sunstein - o che costituisca una perdita". Eppure "non è affatto insensato preoccuparsi del fatto che la conseguenza di questa crescita di comodità per milioni di persone sia la diminuzione del novero di incontri casuali con soggetti diversi, né preoccuparsi delle conseguenze che tale diminuzione avrà sulla democrazia e sulla cittadinanza".
Una tendenza che tocca da vicino la questione dei canali tematici digitali o non, a pagamento o non, dove l'assunto di base è quello di avere una televisione personalizzata per ogni tipo di interesse e di orientamento; una televisione per la madre, un'altra per il padre e una terza per il figlio, come viene egregiamente illustrato nello spot sulla tivù digitale che va in onda in questi mesi.
Ebbene, commenta Sunstein, "molte persone sembrano convinte del fatto che la libertà consista nel rispetto delle scelte di consumo.
In effetti, questa considerazione sembra sottendere un'approvazione entusiastica del principio della sovranità del consumatore. In questa prospettiva, l'obiettivo centrale di un sistema efficiente di libera espressione è quella di garantire una scelta senza limiti". In realtà, questa situazione polverizza lo scambio di opinioni e informazioni da sempre ritenuto la condizione fondante del sistema democratico. Ognuno rimane solo con i propri gusti e le proprie idee, e trova nel sistema delle comunicazioni e di Internet la possibilità di occuparsi solo di ciò che già interessa, di sapere solo ciò che sarà sicuramente di suo gradimento, di incontrare le persone che a grandi linee già conosce e apprezza...
"Forse - osserva Sunstein - sarebbe meglio che la gente ascoltasse poche opinioni contrastanti piuttosto che una sola opinione continuamente ribadita". Quando vengono meno gli scambi di idee e la condivisione di esperienze che sono alla base di una comunità degna di questo nome è la stessa idea di interesse generale che viene meno. Finisce l'era della società fondata sulla reale partecipazione democratica dei cittadini consapevoli. E nasce il mondo dominato dalle singole, e private esigenze di ogni consumatore di fronte al mercato. Come suggerisce il titolo del saggio, non più "res publica", ma "repubblica.com".
Il supermercato dell'informazione (riduzione di un testo proveniente dalla Redazione di Cunegonda Italia)
Posted by Eleana at 14:18
10 Maggio 2004
Quarto potere 1. Se i vescovi sostituiscono la critica laica assente
La discussione -siamo in un regime, no, non si tratta ancora di vero regime- è già di per sé inquietante; poi una sera, a Genova, capiti al Bagdad Cafè, incontri Marco Travaglio coi suoi ultimi libri (dopo le 60.000 copie di “Bananas” sta uscendo “Montanelli e il Cavaliere”), e ascoltando i suoi racconti “dallo stato semilibero di Berlusconia”, sorridi amaro, sobbalzi, ti indigni, ma soprattutto ti togli ogni dubbio sul fatto che da strisciante il regime è diventato ormai soffocante.
La conferma non viene soltanto dal pesante giogo televisivo che sta schiacciando l’opinione pubblica, ma anche dal conformistico atteggiamento dell’informazione in genere, carta stampata compresa, con i suoi omissivi silenzi e non casuali distrazioni.
Esemplare è il caso del penoso show offerto dal prete-crociato di FI, in occasione della convention berlusconiana di Palermo: eccolo Baget Bozzo prima ricevere l’abbraccio del suo amato leder maximo (e per l’emozione gli cadono addirittura i pantaloni), quindi correre in tv, alla 7, quella ritenuta “alternativa”, per raccontare nientemeno che da vent’anni lui sente le voci. Qualcuno lo temeva già dai tempi di Craxi, definito allora l’”unto dal Signore”, ma stavolta il nostro si supera, testimoniando di avere appreso direttamente dal cielo che fu lo Spirito Santo, e non altri, a far scendere in campo il Cavaliere per salvare l’Italia dai cattocomunismi alle porte.
Ora, di fronte ad affermazioni così stravaganti, pronunciate in tutta serietà e -si deve ritenere- lucidità, da un religioso che mette la sua toga, oltre che la sua vasta cultura, al servizio di una causa politica così poco evangelica, c’era da aspettarsi una serie di reazioni divertite o perplesse se non scandalizzate nel mondo dei media. Invece niente. I giornali non c’erano o chi c’era dormiva. Soltanto la Cei qualche giorno dopo ha sentito il bisogno di sconfessare con un comunicato ufficiale l’ex teologo di Siri, precisando che lo Spirito santo non ha avuto alcuna parte, né alcuna responsabilità, nell’avventura berlusconiana. Fortunatamente.
Ma se dobbiamo aspettare i vescovi per correggere certe bizzarrie paranormali, sorge il dubbio che alcuni presidi fondamentali a difesa della razionalità laica -quali ad esempio il diritto all’informazione e alla libera espressione- abbiano già alzato bandiera bianca.
Posted by Eleana at 16:08
26 Aprile 2004
Tante ciancie ma poi arrivi a fine mese?
Mi sedevo su quella panchina in periferia, sull'imbrunire, con la mia ragazza. Dietro di noi, a pochi metri, il terrapieno della ferrovia, sul quale transitavano i treni degli operai, al ritorno dal lavoro; e dai quali voci di maschi indirizzavano alla mia ragazza esortazioni allegramente e virilmente complici: "Dàgliela!"
Da qualche giorno la panchina è nascosta al terrapieno e invisibile ai treni operai: alcuni grandi manifesti elettorali propongono annunci ed esortazioni che non hanno alcuna pertinenza con la situazione più sopra descritta, e che suonano anzi francamente fuori luogo: in uno di essi, una coppia che tenta l'imitazione di Bing Crosby e di Bob Hope, se non proprio di Ollio e Stanlio, mi esorta sorridendo a difendere e non sprecare il mio voto: in un altro ancora, un Gianfranco a metà strada tra un anchorman americano e un dirigente dell'IBM-Italia, mi comunica di avere come unico interesse il bene degli italiani (escluso evidentemente il sottoscritto, perlomeno in quella circostanza!); in un altro infine, il faccione levigato e liftatissimo di un tifoso della nazionale italiana di calcio, mi rende edotto del fatto che vent'otto milioni di connazionali hanno pagato o pagheranno meno tasse (e anche qui direi che la cosa mi emargina). E' quest'ultimo il faccione più diffuso: a cento metri dalla panchina, là dove ho parcheggiato la macchina, mi avverte che dal settembre prossimo, in prima elementare, ci sarà inglese-e-internet per tutti; dall'altra parte della strada mi fa sapere che i furti sono diminuiti del diciassette per cento, oltre il terrapieno - per chi avesse voglia di allungare il collo - mi sbandiera i risultati della patente a punti… Di fronte a tante ciance, come non sentire la mancanza di quegli operai, con la loro esatta percezione dei miei problemi, con il loro fattivo e costruttivo messaggio? Con lo stesso tono realistico, un contro-manifesto interroga: Ma tu ci arrivi a fine mese?
(Luigi Lunari)
Posted by Admin at 17:38 | Comments (0)