9 Giugno 2010
Politica - Finanziaria: la casa che non c'è
"Sostiene Carlo Sarro, deputato del Pdl, che “bisogna trovare una soluzione agli abusi compiuti per necessità”, ovvero “l'ampliamento di immobili per avere una stanza in più per i figli”. Che poveretti chissà dove dormivano prima. E' una delle tante dichiarazioni dei cosiddetti parlamentari peones, quelli che quatti quatti presentano emendamenti che stravolgono le leggi: succederà anche stavolta per la regolarizzazione edilizia delle famose "case-fantasma", compresa nella finanziaria? Oltre due milioni di immobili censiti da rilevamenti aerei, da cui si vedono tanti bei puntini rossi, che rispetto ai quadratini grigi esistenti sulle visure ufficiali sono assai di più.
C'è chi protesta per condono in agguato, e chi perché non è un vero condono. Il ministro spergiura che si tratta di un semplice aggiornamento catastale, che darà nuove entrate a stato e comuni, nessun perdono a chi ha costruito in zona di vincolo paesaggistico o ambientale: pena la demolizione. Si sottolinea che, al Catasto dei terreni, già risultano gli intestari delle particelle (porzioni di mappe) su cui gravano gli immobili, in seguito alla pubblicazione degli elenchi sulla Gazzetta Ufficiale avvenuta fra il 2006 e il 2009. Con l'obbligo dei possessori di denunciarli al catasto medesimo entro sette mesi, termine che scade il 31 luglio 2010. Che tanto prima o poi verrebbero scovati comunque ...
La manovra non fa che riconfermare quest'obbligo, spostandolo al 31 dicembre con effetti fiscali dal 2009. Si chiede una modesta autodenuncia, una dichiarazione che su quello spazio c'è un edificato: come mai allora non si rendono noti tali edifici? Forse sono fienili, garage, magazzini, tettoie, legnaie. I funzionari del Territorio hanno suonato alla porta di mezzo milione di proprietari di particelle "sospette", ma non sono riusciti ad impedire che l'anno scorso fossero costruite in tutta Italia 29mila nuove abitazioni abusive (stima Cresme).
Ci sarebbero due vantaggi per l'erario statale e per i comuni, l'incasso di sanzioni o di oneri urbanistici, e la "messa a reddito" di un milione e mezzo di unità immobiliari, mentre quasi altrettante particelle pare ospitino fabbricati rurali che non hanno rendite e non pagano imposte. Forse i rustici non vanno più di moda, o sono fabbricati rurali?
La regolarizzazione concede comunque generosi sconti a chi farà emergere il mattone ignoto. Se infatti ad oggi incredibilmente la sanzione catastale per ritardata denuncia è pari a 300 euro per unità e per un anno di ritardo, riducibile a un quarto, nella manovra si parla di sanzione ulteriormente rdotta di un terzo. Quindi cumulando le due disposizioni si arriverebbe a 50, dicasi cinquanta, euro di multa! Sempre che non si tratti di immobili edificati dove il piano regolatore non prevedeva questa possiblità (Il Sole 24 Ore, 26 maggio).
Ecco spiegato il perchè delle omesse denunce e perchè questa regolarizzazione è una bufala: le case fantasma sono spesso abusive e chi mai si autodenuncerà se si è a rischio penale e di demolizione? Anche se ci sono voluti quarant'anni per abbattere l'ecomostro della Palmaria, meglio restare anonimi, a meno di un bel condono: con buona pace dei soliti cittadini che hanno pagato il dovuto e denunciata la finestra da allargare. Mentre da nord a sud si recinta alto per la privacy del costruito dentro. No condono no party.
Ci conforta sapere che Genova risulta penultima, con 4.756 particelle con fabbricati non dichiarati e un 5,4 d'irregolarità ogni mille abitanti, a fronte delle 55.161 di Avellino e 125,5 d'irregolarità. Nonostante un Tar dispettoso.
(Bianca Vergati)
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1 Giugno 2010
Politica - Una data che ci contenga tutti
C’è qualcosa che non funziona in questa nostra ostinazione a presidiare.
Lunedì 31 maggio due piazze a Genova erano occupate da dimostranti contro la legge sulle intercettazioni telefoniche e contro il recente attacco di Israele su pacifisti inermi.
Ma queste due manifestazioni che si sono ricongiunte in corteo, sono solo un tassello di un mosaico che si va costruendo dal 2001 senza che se ne vedano né il risultato, né l’impatto concreto sulla cittadinanza.
Dopo nove anni sarebbe lecito chiedersi cosa si vuole fare di tutte le energie di chi organizza e di chi partecipa.
Forse è arrivato il momento di esserci, come diceva Rita Borsellino due anni fa in Piazza Navona, “uno ad uno e tutti insieme”.
Per raccogliere in un unico grande momento tutti coloro che non credono più che l’Italia sia “in buone mani”.
Si avvicina il 12 giugno, data della manifestazione della Cgil.
Può essere un giorno squisitamente sindacale.
Ma potrebbe essere il giorno in cui chi non è d’accordo si ritrova.
E allora ci potrebbero essere precari, ricercatori, studenti, insegnanti e magistrati, operai, con la funzione pubblica tutta, medici e pensionati con giornalisti, preti di strada, stranieri e pacifisti.
Gay, lesbo, trans e etero.
E sindaci e presidenti delle Regioni che ultimamente si sono visti poco.
E l’opposizione.
E ci potrebbero essere Saviano, Dandini, Santoro e Gabanelli. Con Travaglio, Vauro e Busi.
E Fazio con Litizzetto. E Rai3 e tutti i "Raietti".
Poi San Marcellino. E i Viola. E i Rossi. E i Bianchi. Con Emergency e Medici senza Frontiere. E Libera.
Poi il Pd: chi c’è, c’è; chi non c’è, non c’è.
E Italia dei Valori. E sinistra a sinistra, ecologica voltando a sinistra.
Tutti noi, con i nostri impegni, la nostra delusione e l’infinito di disincanto, senza un tema in agenda, potremmo esserci.
Esserci con il nostro disgusto. Che è parte del mosaico.
Esserci perché Libero distribuisce i discorsi del Duce. E lo fa senza parlare delle vittime che il fascismo e il nazismo hanno prodotto.
E se non sarà il 12 giugno la data, se ne fissi un’altra.
Ma per cortesia… Che ci contenga tutti.
(Giovanna Profumo)
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Gaza - Questa volta ha vinto Golia?
Questa volta ha vinto Golia. E Golia, contraddicendo il mito fondativo e il libro dei libri, ha preso le sembianze del governo e del potentissimo esercito israeliano.
Davide erano i 700 pacifisti, partiti dalla Turchia con un naviglio di 7 navi, arrivati da 50 nazioni, portatori di storia, sentimenti e culture diverse, intenzionati decisamente e sospinti da motivazioni profonde a portare un non più differibile soccorso alle donne, agli uomini e ai bambini di Gaza, rinchiusi da mesi dalla prepotenza di Golia in un lager senza possibilità di scambi con l’esterno e ormai incapaci di reggersi in piedi. Insomma Davide era la freedom flotilla.
Anche questa volta aveva le fionde. Le abbiamo viste tutti, ben inquadrate e diffuse al mondo dalle telecamere dell’esercito israeliano. Ma cosa potevano contro un gigante armato in ogni parte del corpo, coperto in ogni frammento di pelle, con il capo fasciato come un mostro inconoscibile, senza occhi da poter guardare e dotati di raggi accecanti che sfregiavano l’alba, rendendola ancora più tragica?
Un gigante incattivito dalla sua stessa prepotenza, dai 1500 morti lasciati sul terreno a Gaza, dai 350 bambini recisi come fiori di campo, dai lutti e dalle sofferenze che ha continuato a generare dopo, lasciando il nemico a penare e marcire nel suo stesso dolore e nella sua stessa sete di vendetta. E si sa, il gigante lo sa, che la vittoria e il male che comporta può anche darti una certa euforia, ma alla lunga ti consuma, ti attrae nell’abisso che tu stesso hai scoperchiato.
Il gigante ha colpito, ha sparato con precisione, come gli allenati sanno fare, ma anche con una certa incauta frenesia, come fanno gli impauriti, anche da sé stessi. Almeno nove vite umane sono rimaste sul campo, anzi sul ponte sopra il mare.
Silenzio e censura su tutte le operazioni. Sei ore di silenzio e buco informativo; una strana umiliazione per una delle più potenti reti informative del mondo: quella dell’esercito israeliano e dei media israeliani. Non sapevano cosa dire, dovevano ricostruire, preparare verità adulterate. Oppure provavano vergogna, imbarazzo paura per le conseguenze che ci sarebbero state.
Come i cittadini di Israele e gli Ebrei del mondo, orgogliosi in gran parte per le gesta del loro governo, ma in parte sempre più in difficoltà per le sofferenze che stanno infliggendo al popolo palestinese, al sentimento della pace e alla necessità della convivenza.
Condanna, riprovazione, richiesta di verità da parte di tutto il mondo. Immediate mobilitazioni dei pacifisti ovunque a tutela della pace e della verità. A chiedere ancora condanna della violenza e che, nonostante tutto, due popoli e due stati possano convivere in parità di diritti e doveri, senza muri e senza ingiustizie, senza eletti e senza sottomessi.
Poi lunghissima riunione del Consiglio di Sicurezza dell’Onu, che, fra retorica e burocrazia e qualche sacrosanto furore, si è concluso con una risoluzione di condanna che reclama un’inchiesta per chiarire fatti e responsabilità.
A tutt’ora non si è capito se l’inchiesta sarà neutrale, come ragione vorrebbe, o se sarà affidata ai generali israeliani, magari accompagnati da qualche ministro anche straniero!
Intanto il megafono mediatico per banalizzare e sterilizzare quanto è accaduto è già in funzione.
(Angelo Guarnieri)
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Finanziaria - Non più di moda l'operaio?
Secondo l'Osservatorio sulla gestione delle famiglie europee, curato dal PwC, Price waterhouse Coopers e dall'Università di Parma, per i paperoni d'Italia, quelli che possono contare su patrimoni superiori ai 500mila euro investiti in attività finanziarie, titoli o liquidità, esclusi gli immobili, la crisi sembra alle spalle. La ricchezza di 640mila famiglie appartenenti al campione, è salita fra il 2008 e il 2009 del 19%, grazie anche allo scudo fiscale con 85 miliardi di euro rimpatriati e nel 2010 avrà un trend di crescita del 5,3%.
Così il Sole 24 Ore del 10 marzo, mentre il 23 febbraio erano sbarcati all'Asinara gli operai della Vinyls di Porto Torres, che ancora stanno là, non sono l'isola dei famosi, ma quella dei cassaintegrati e protestano vivendo nell'excarcere. Perchè se in questi giorni di finanziaria si parla, non senza ragione, del pubblico impiego tartassato, ci si dimentica dei tanti Cipputi che neppure la sinistra menziona più di tanto.
Un mondo di invisibili condannati alla visibilità in occasione delle morti bianche.
Lotte che non fanno rumore, dal petrolchimico ai call center che delocalizzano, le vittime della crisi sono simili: giovani o di mezz'età, precari, operai. Non solo perchè sono i più deboli ma perchè rappresentano, contrariamente a quanto si crede, gran parte del mondo del lavoro. Altro che razza in via di estinzione.
L'Istat certifica che su 17,2 milioni di lavoratori dipendenti più di 8 milioni hanno la qualifica di "operaio", cioè quasi uno su due. Quasi tre milioni appartengono all'industria, un milione all'edilizia, quasi un milione sono nel commercio, 700mila nella ristorazione, mezzo milione nei trasporti, gli altri in attività minori, dove a volte piccoli imprenditori muoiono perchè non riescono a pagare più i loro operai. Con paghe da operaio e non a vita, come i dipendenti pubblici, che almeno lo stipendio lo avranno sempre, con aumenti magari irrisori, ma mai in dubbio, anche se non c'è di che stare sereni con una famiglia e 1500 euro medi al mese.
Gli operai però e i loro confratelli così catalogati sono dovuti salire sulle torri per farsi ascoltare da tv e giornali e neppure è servito. Un milione e mezzo i lavoratori toccati dalla cassa integrazione. La lista delle vertenze è lunghissima. Dall'inizio del 2009 aperti al ministero dello Sviluppo 150 tavoli. Senza dimenticare quelli che la cassa integrazione come ad esempio i collaboratori a progetto proprio non l'hanno vista, se va bene soltanto l'una tantum pari al 30% del reddito percepito e poi a casa.
Finanziaria ingiusta, che appena sfiora i politici o i grand commis, che colpisce sempre gli stessi, quelli che le tasse le pagano e prima. Provvedimento che non colpisce gli evasori.
O i paperoni di cui sopra. Da schiumare. Ma i lavoratori che hanno perso o perderanno il posto?
Ricorrono i 40 anni del loro Statuto e non hanno di che festeggiare.
Pare che gli operai siano di moda ormai soltanto nella moda. Infatti l'abbigliamento Caterpillar è passato davanti ad Armani e Levi's nella classifica dei migliori brand globali per i suoi scarponcini, magliette e cappellini. La multinazionale ha fatto centro non solo con le storiche macchine da cantiere e trattori, ma con la sua tenuta da lavoro divenuta trendy. Forse un sapore vintage il suo logo, una nostalgia di Cipputi in via di estinzione.
(Bianca Vergati)
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26 Maggio 2010
Politica - La diffusione militante della Fondazione Carige
"“Nuove militanze: 22 maggio, la fondazione Carige diffonde Il Giornale (Foto Paola Repetto e Ivo Ruello)
Genova in festa. Giovani, stelle e sport”: dal 20 al 23 maggio il centro di Genova (Porto Antico, Piazza Matteotti, De Ferrari, San Lorenzo) è stato davvero in festa, con centinaia e centinaia di bambine, bambini, ragazze e ragazzi che si esibivano in decine di attività sportive e di danza. Scoperta di una vita giovane che scorre quasi insospettata nella città, e si impegna in una miriade di attività mostrando di aver raggiunto un livello di qualità che rivela impegno, passione, lunghe ore di esercizio.
Tre le attività portanti della manifestazione: il “Progetto giovani” della Fondazione Carige, “Stelle nello sport” del Coni Liguria e “Festa dello sport” della Porto Antico.
Quindi quattro bellissime e allegre giornate di cui la città deve ringraziare i tre soggetti di cui sopra, e una moltitudine di partner (Comune, Provincia, Regione, Esercito Italiano, Miur, Carabinieri, Polizia …) e di sponsor, tanti da decorare fittamente con i loro logo metri e metri quadrati di striscioni.
A giudicare dal netto predominio, ovunque, del colore blu e del logo Carige, sembra comunque chiaro che la Fondazione Carige deve aver dato a questa manifestazione molto, ma proprio molto, più degli altri. Quindi un grazie particolare alla Fondazione Carige.
Ora, nella mattina di sabato e domenica diverse giovani e graziose ragazze che indossavano una maglietta col logo del “Progetto Giovani” della Fondazione si aggiravano a coppie tra Piazza De Ferrari e Matteotti distribuendo gratuitamente l’accoppiata informativa de Il Giornale più Il Mercantile.
Domande: la gratitudine per le belle giornate di sport, danza e giovinezza deve includere anche l’accettazione della distribuzione militante ai cittadini di un foglio spudoratamente governativo? Che relazioni ci sono tra la Fondazione Carige e l’organo di stampa Il Giornale, e in che sedi sono state eventualmente concordate? Quali ne sono le implicazioni, i termini di scambio? Questa azione di stampa e propaganda è stata anticipatamente resa nota e concordata con gli altri attori e sostenitori della manifestazione? Ricordiamo, a questo proposito, che il Comitato scientifico di Progetto Giovani include tutte le principali istituzioni cittadine.
(Paola Pierantoni)
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Liguria - Se il declino è contagioso
Non si vedono più sul Rondò, la piazza dove s'incontra la gente che conta ad Imperia Oneglia, sono blindati in villa gli Scajola, scorta agli accessi: il ministro e signora sono spariti. Regna il silenzio, non più clamori di feste, fra gli ulivi centenari sulle colline, nel palazzotto ottocentesco, un tempo magione di campagna di uno degli avvocati più illustri del ponente, residenza ufficiale di "sciaboletta", soprannome del politico datogli dai suoi concittadini. Una casa di campagna che si apriva nella bella stagione di cui, a sentire alcuni onegliesi, ognuno ha un ricordo: le signore, - e che signore democratiche - si riunivano a ricamare insieme alle amiche e alle donne di servizio, i bambini imparavano ad andare in bicicletta, a giocare a nascondino e poi i bei picnic con "sciue cine", fiori di zucchine ripieni e "piscialandrea", pizza al pomodoro, cipolle e acciughe salate. Poi la vecchia casa avuta in eredità fu sventrata, soltanto la faccia ta è quella originale e piano piano il politico potente comprava uno dopo l'altro gli appezzamenti intorno, e anche una casa, risistemata soltanto per ospitare gli amici in trasferta. Si completava la tenuta con una nuova strada privata, la piscina e un garage gigantesco, che conserva le auto d'epoca di cui il ministro va pazzo. E pensare che il comune di Diano, la frazione d'Imperia di cui si parla, pare sia di solito assillante fino al centimetro, quando si deve ristrutturare.
Lo sconcerto è palpabile in città, la delusione per aver perso un ministro, così chi farà più qualcosa per quella parte di Liguria, un mondo a sè, quasi come il regno di Seborga. Incredulità, ironia e anche un po' d'indignazione per la sua versione dei fatti. Pensare che da tempo il ponente era ormai territorio esclusivo dell'exministro, a lungo sindaco, che pur non originario del luogo, prima il padre e poi lui, avevano scalato i posti del potere della balena bianca, l'unico feudo democristiano in Liguria, affettuosamente benvisti da Paolo Emilio Taviani, testimone di nozze. Pare sia affranto e incredulo per la presa di distanza, la freddina solidarietà di pdl e concittadini, mentre ritornano in giro storie passate: tant'è il ministro ha smentito la consorte, ordine del partito senz'altro, ma con una tale vigoria… Una coppia pubblica, affettuosa, e lei così presente, lei per cui più d'un onegliese s'offusca: professoressa in aspettativa, appassionata d'arte, corsi all'Università, conferenze, eventi, premi alla cultura e ricevimenti ad Imperia e Roma. Mentre lui si sente abbandonato da Silvio e poco amato in patria, tranne dall'altro Claudio per il bene della Liguria, il pdl genovese, che mal sopportava il suo potere, ha alzato c resta e toni e nel frattempo solo la Lega acchiappa sottosegretari.
Tanti si sentono "orfani", era l'unico ministro ligure e con i parlamentari che si sono avvicendati in questi anni in campi opposti, la nostra regione certo non ha brillato in politica. Liguria, sud del nord, da cui i pochi giovani scappano, sono un terzo rispetto agli anni '70, anziani, pensionati, territorio dimenticato dalle infrastrutture, porti trascurati se pur primi in Italia, industrie dismesse non solo per crisi ma per gravi colpe politiche. A chi si domanda chi penserà alla Liguria d'ora in avanti a Roma si può chiedere quanto è servito avere da 15 anni un ministro ligure.
(Per notizie dal Ponente: www.miacatemiu.it e www.truciolisavonesi.it)
(Bianca Vergati)
Posted by Admin at 06:27 | Comments (0)
19 Maggio 2010
Comunicazione - Non contano solo le parole
Non è facile spiegare il perché del senso di disagio e di irritazione che mi provocano i 30 secondi dello spot radiofonico (*) della campagna di comunicazione governativa che intende “Sensibilizzare le imprese e l’opinione pubblica ad un approccio più sereno e non discriminatorio nei confronti dei malati di cancro, in particolar modo nel contesto lavorativo”. Infatti non c’è nulla – o quasi – da dire sulle parole pronunciate: si tratta semplicemente di informazioni sulla possibilità dei malati oncologici di trasformare temporaneamente il loro rapporto di lavoro da tempo pieno a tempo parziale. Ma la comunicazione non passa solo attraverso le parole, contano i messaggi non verbali, e in questo è la voce che fa tutto, una voce femminile talmente malinconica da trasmettere una tristezza e un senso dell’ineluttabile che contraddicono alla base l’intenzione dichiarata di incoraggiare e rasserenare le persone colpite da questa malattia.
Si doveva forse scegliere un tono giocoso per un argomento comunque serio, e molte volte (ma non sempre, e per fortuna sempre meno frequentemente) drammatico?
No di certo, ma che bisogno c’era di caricare emotivamente questo messaggio? Perché non scegliere la cifra della neutralità? Che mentalità c’è dietro alla decisione di spingere sul pedale emozionale senza tenere conto delle risonanze che questo può provocare a seconda della situazione soggettiva ed oggettiva delle persone?
La normativa a cui si riferisce la campagna di informazione governativa non è recente: si tratta di alcune modifiche alla regolamentazione sul lavoro a tempo parziale introdotte nel 2003 e poi perfezionate nel 2007 con l’art. 1, c. 44 lettera d della Legge 24 dicembre 2007 n. 247 (**) per permettere ai “Lavoratori del settore pubblico e del settore privato affetti da patologie oncologiche, per i quali residui una ridotta capacità lavorativa, anche a causa degli effetti invalidanti di terapie salvavita … la trasformazione del rapporto di lavoro a tempo pieno in lavoro a tempo parziale verticale od orizzontale”.
Una normativa che è opportuno ricordare e promuovere senza patetismi, ma che forse sarebbe ancor più opportuno modificare. Cosa ne è infatti di chi soffre di altre e gravi patologie? E cosa ne è – mi suggerisce una amica – del “precario oncologico”?
I canali della tutela in Italia sono sempre meno comunicanti, e un numero crescente di persone resta all’asciutto.
(*) http://www.palazzochigi.it/GovernoInforma/campagne_comunicazione/malato_oncologico/Malato%20oncologico.mp3
(**) http://www.lavoro.gov.it/nr/rdonlyres/91f5df3d-3896-427e-9603-104ce3e6100a/0/20071224_l_247.pdf
(Paola Pierantoni)
Posted by Admin at 15:23 | Comments (0)
Scuola - Il calendario scolastico soccorre gli albergatori
Dunque, in Liguria le scuole apriranno il 20 settembre, una settimana dopo tutte le altre regioni italiane, dove le lezioni del nuovo anno scolastico inizieranno il 13 settembre (la Sardegna il 15). Si può immaginare che il ritardo nell’avvio delle lezioni potrà influenzare le date degli altri periodi di vacanza, ma i giorni complessivi di didattica dovranno essere comunque garantiti e quindi, si dirà, una settimana prima o una settimana dopo che importanza può avere? Questa settimana di vacanze estive in più per le scuole liguri (“record nazionale”, come scrive La Repubblica di sabato 15 maggio) è quindi una questione marginale?
Forse, ma niente affatto marginali sono le dichiarazioni del neo – assessore regionale all’istruzione Pippo Rossetti che dichiara: “Abbiamo ascoltato anche le istanze degli albergatori” (sempre Repubblica del 15 maggio). Il Corriere Mercantile precisa: “Questo calendario è stato stabilito in base a quanto concordato con l’Ufficio scolastico regionale della Liguria, l’Anci e l’Arlem (Associazione delle comunità montane), ma sono stati ascoltati anche gli albergatori, che per difendere il turismo di fine estate hanno chiesto di far slittare l’inizio delle attività scolastiche. Ma - ha osservato il presidente della Regione Claudio Burlando – ‘Occorrerà cercare un accordo anche con le regioni vicine’”. Anche Il Secolo XIX del 15 maggio informa sul punto: “Varato il calendario scolastico regionale … le scuole iniziano una settimana dopo per concedere qualche giorno in più alla stagione balneare … per le mamme e le famiglie è solo qualche giorno in più di vacanza, di bambini per casa, non credo che sia un grosso problema, riflette Rossetti”.
Suggeriamo a Rossetti un altro argomento di riflessione: che tipo di cultura è sottesa, e che tipo di cultura si trasmette, nel legare anche se marginalmente ad un interesse economico una questione che dovrebbe riguardare strettamente l’equilibrio tra esigenze didattiche e esigenze delle famiglie?
Una settimana è senz’altro poca cosa, pensiamo che non cambierà né la vita dei singoli, né i destini del turismo ligure, ma il fatto è che la scuola è stata presentata come una merce.
Avremmo preferito anche per la Liguria dichiarazioni analoghe a quelle di altre regioni, ad esempio quelle della Toscana, dove – si legge - il calendario scolastico “E' frutto, come sempre, del confronto fra istituzioni, sindacati, associazioni dei genitori e delle scuole, dirigenti scolastici. Nel formulare il calendario la Regione ha utilizzato, come ogni anno, gli spazi discrezionali di cui dispone per garantire funzionalità alla scuola e venire incontro alle esigenze delle famiglie”.
(Paola Pierantoni)
Posted by Admin at 15:08 | Comments (0)
12 Maggio 2010
Informazione - Grecia: ognuno sceglie il suo lato della medaglia
"La mail di un amico ateniese mi informa di un fatto che non ho trovato sui nostri giornali: un impiegato della Marfin Bank di Atene, quella in cui sono morti tre giovani lavoratori, aveva inviato una denuncia a tutti i mezzi di informazione greci (giornali e siti). Questo lavoratore, che mantiene l’anonimato, elenca le corresponsabilità dei dirigenti della Marfin Bank.
L’edificio infatti era del tutto inadeguato rispetto alle misure antincendio: i vigili del fuoco “Non hanno mai rilasciato una licenza. L'approvazione per la sua operatività è avvenuta sottobanco, come avviene praticamente per tutti gli esercizi commerciali e le ditte in Grecia”; assolutamente inadeguati i sistemi antincendio (mancavano sistemi di allarme, irrigatori al soffitto, idranti, vie di fuga; c’erano solo – e in numero insufficiente – alcuni estintori portatili); non erano mai state date al personale istruzioni e informazioni antincendio, mai fatte esercitazioni di evacuazione, non c’era personale addestrato alle emergenze e al primo soccorso: “I manager usano come pretesto il costo elevato di tali addestramenti per non attuare le misure basilari per la protezione dei propri dipendenti”.
Inoltre, denuncia gravissima, “I dirigenti della banca hanno proibito ai dipendenti di abbandonare il lavoro, sebbene questi lo avessero chiesto dalle prime ore della mattina. I dirigenti intimavano di chiudere gli accessi e confermavano, via telefono, che l'edificio doveva restare chiuso [con i dipendenti dentro], arrivando anche a bloccare gli accessi internet per evitare che i dipendenti potessero comunicare con l'esterno … Signori [della banca], fate la vostra autocritica e smettetela di fingere di essere scioccati. Siete responsabili per quanto accaduto, e in un qualunque stato di diritto - come quelli che usate di volta in volta come esempi chiave negli show televisivi - verreste arrestati per le vostre scelte. Oggi i miei colleghi hanno perso la vita per malizia: la malizia di Marfin Bank e di Mr. Vgenopoulos in persona, che ha esplicitamente dichiarato che chi non si fosse presentato al lavoro [nel giorno dello sciopero generale del 5 maggio] avrebbe potuto restare a casa anche quelli successivi perché licenziato.”
Chissà se qualcuno in Grecia andrà a verificare queste responsabilità. Resta il punto che tre giovani lavoratori e un bambino che attendeva di nascere sono morti per un concorso di responsabilità criminali: le colpe (se verificate) dei dirigenti della Marfin Bank, e la colpa di chi ha deciso di tirare la molotov ben sapendo che lì dentro c’era gente al lavoro: è stata proprio questa la motivazione dell’attacco, la Marfin Bank era “Uno dei pochissimi esercizi aperto sulla strada, dove le altre banche avevano abbassato le serrande per il timore di violenze.” (La Repubblica, 5 maggio).
Ma delle denunce del lavoratore della Marfin Bank parlano solo i blog: quelli greci sono una infinità, ma anche molti siti italiani e stranieri, a orientamento prevalentemente “antagonista”; il messaggio sotteso è: “Ecco dove dovete cercare le vere responsabilità”.
Parallelamente i grandi mezzi di informazione ignorano questo lato della medaglia.
Si vorrebbe, invece, una informazione desiderosa e capace di vedere, trasmettere e riflettere su tutti i lati della realtà.
(Paola Pierantoni)
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Ambiente - Tranquilli, la B.P. paga i danni
La B.P., British Petroleum, una delle sette sorelle, dopo tutto il casino che ha provocato nel golfo del Messico e la catastrofe naturale che sta procurando giorno dopo giorno, e dopo giorno non si sa fino a quando, alle coste della Luisiana e del Mississipi e nonostante le brutte figure inanellate nel tentativo di riparare il guasto – ultimo il pentolone d’acciaio che il mare ha trattato da cartone – ha dichiarato solennemente che risarcirà tutti i danni provocati.
Ma quanti soldi ha la B.P., di quanto denaro dispone? Nel momento in cui nel mondo intere nazioni rischiano il fallimento per mancanza di liquidità e centinaia di migliaia di persone si sommano ad altre centinaia di migliaia di affamati che rischiano ogni giorno la morte per mancanza di pane, anche nei paesi ricchi?
O cercano solo di truffare il futuro, di truccare le carte (processuali), di imbrogliare le prospettive?
(Angelo Guarnieri)
Posted by Admin at 23:55 | Comments (0)
Ambiente - La politica e il consumo di territorio
“Mi capita a volte di andare a vedere che cosa è stato realizzato e mi chiedo che cosa è successo” così esordiva Franco Lorenzani, direttore della commissione urbanistica della Regione Liguria all'incontro sulla "Trasformazione dei paesaggi italiani" di marzo 2010, e proseguiva lamentando che questioni burocratiche, contesti di forte contrasto, “sistema di vincoli” in realtà frenano il lavoro e il controllo della pubblica amministrazione. Citando come esempio il porticciolo di Imperia, che diverrà il più grande del Mediterraneo, “la cui realizzazione è andata al di là degli intenti”. Che monelli, Caltagirone e i suoi soci ponentini.
Analoga tesi ribadisce nuovamente il succitato architetto al convegno Legambiente del 27 aprile u.s. sul consumo di suolo, rispondendo a Paolo Pileri, Politecnico di Milano, ingegneria del territorio e dell'ambiente, che sottolineava come soltanto in 5 regioni italiane, Lombardia, Piemonte, Emilia Romagna, Toscana, Friuli esista un monitoraggio del territorio.
Dunque le responsabilità sono altrove, sostiene il funzionario. Interessante: chi ha permesso in Liguria l'assalto dalla costa all'entroterra, alla nuova libecciata di cemento come negli anni '50? Come mai non si è ancora varata la legge sulla valutazione d'impatto ambientale, VAS, o il piano paesistico per la Liguria? Alla faccia del Titolo V° della Costituzione che delega alle regioni la tutela del territorio.
Gli scandali di questi giorni conducono spesso al mondo dell'edilizia privata e pubblica. "L'Osservatorio nazionale sui consumi di suolo" ha rilevato che in Italia si va affermando sempre più la città “diffusa”, ovvero edifici, strade, infrastrutture, spalmati dappertutto. Negli ultimi vent' anni consumati 10 ettari (10mila mq) al giorno in Lombardia, tanto quanto 14 campi da calcio, in Emilia Romagna 8 ettari e poco meno di un ettaro in Friuli. Aree tra le più urbanizzate con modello pianura padana, costellata di capannoni, villette, centri commerciali: in Lombardia si raccolgono firme per una proposta di legge popolare contro.
Anche se paiono essere i boschi ad avanzare, in realtà sono terreni agricoli, prati e colline a scomparire. Così si continua a edificare il nuovo, a riempire spazi vuoti.
La nuova urbanizzazione cresce quanto più ci si allontana dal centro delle città, intensamente nei piccoli comuni: irresistibili gli oneri di urbanizzazione introitati nella spesa corrente, monetizzati per necessità e per avidità, neppure riconvertiti in servizi per la comunità.
Una pianificazione urbana dovrebbe prevedere e provvedere prima a mezzi pubblici, scuole, infrastrutture e poi concedere l'edificazione come avviene in altri paesi d'Europa, mentre in Italia cattive abitudini e mancanza di servizi fanno muovere in auto individualmente ogni giorno migliaia di persone. Un'elevata mobilità con conseguenti consumi energetici, dispendio di risorse e di tempo non dedicato a sé, alla famiglia, al lavoro.
Così nella nostra città si faranno gli Erzelli, con forti contributi regionali, idea meravigliosa di cittadella della conoscenza e della tecnologia, ma ancora oscure sono le vie per raggiungerli.
Slow, la pianificazione del territorio o della mobilità nell'intreccio di competenze fra enti: vedi il piano paesistico regionale che, dopo un intero mandato, non s'è ancora visto, confidiamo nei prossimi 5 anni. Oppure il PUM (piano urbano di mobilità) di Genova, appena approvato, tempi di applicazione speriamo nel biennio.
In compenso è stata licenziata la legge regionale su ”La salvaguardia della costa”, sottolineava compiaciuto il funzionario. Quando in ogni golfetto possibile ormai è stato progettato il porticciolo di turno.
www.stopalconsumoditerritorio.it
(Bianca Vergati)
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Società - L'Italietta rampante che ti dribbla l'esame
Con “turismo forense” si intende la pratica diffusa, presso i laureati in giurisprudenza, di terminare il tirocinio in una sede diversa dal proprio distretto, in cerca di commissioni benevole, che permettano di superare l'esame di abilitazione per divenire avvocati (un po' come il memorabile viaggio a Reggio Calabria, intrapreso nel 2001 dall'attuale ministro dell'Istruzione Gelmini).
Ai movimenti interni alla penisola italiana si è aggiunto il “viaggio della speranza” verso la Spagna dove, fino al 2011, non è necessario l'esame finale per conseguire l'abilitazione. La possibile scorciatoia ha attirato centinaia di aspiranti avvocati nella penisola iberica. Il trucco è questo: ci si affida ad una (costosissima) azienda privata (una tra tante: http://www.cepu.it/info_abilitazione_spagna.asp), ma sono in parecchie ad elargire il servizio), si sostiene un esame di omologazione tra laurea italiana e laurea spagnola, ci si iscrive al Collegio degli Avvocati in Spagna e, dopo il tirocinio, effettuato in Italia, si passa all'albo italiano come “avvocato stabilito” (http://www.campus.it/blog/2009/07/11/cepu-ole-avvocati-facili/). Se l'escamotage non è una recente invenzione (ne parlava il Sole 24Ore in un articolo del 2005) ed è reso possibile da una norma del 2001, il D.Lgs. n. 96/2001, http://www.e-assistenzalegale.com/documenti/La%20normativa%20italiana.pdf, la prossima introduzione dell'esame di abilitazione anche in Spagna ha fatto si che il battage pubblicitario si sia fatto, negli ultimi mesi, sempre più incalzante e sfacciato.
Ma quanto costa saltare a piè pari l'arduo esame di abilitazione ed entrare nella professione tagliando la strada con questa allettante scorciatoia? Sui blog in rete si legge una cifra esorbitante, 28mila euro http://www.campus.it/blog/2009/07/11/cepu-ole-avvocati-facili/, una somma di certo non alla portata di chiunque, che dimostra quanto sia lucroso vendere speranze, e scorciatoie.
Avvocati, anzi, abocado, a pioggia, in arrivo su questa piccola, mediocre e deprimente Italia sempre uguale a se stessa.
(Eleana Marullo)
Posted by Admin at 23:53 | Comments (0)
Economia - Le lire son tornate
Nella via più centrale di Voltri, affollata di passanti, compranti e automobili, in un negozio, ben in vista sulla vetrina buona, un cartello annuncia che si accettano pagamenti anche in lire.
Si rimane increduli, quasi trasecolati; si fanno cinque passi avanti nel marciapiede con il dubbio di aver letto bene, un po’ sommersi dal grigiore che confonde e affastella il paesaggio. Si torna indietro per verificare, per vedere se è proprio vero, o se non ha la consistenza di un raggio di sole in questi giorni.
E invece no, è proprio vero, bello chiaro, chiare lettere. Si accettano le lire; le lire son tornate. Ulteriori ragguagli: il negozio vende scarpe e oggetti in pelle, ha una sua elegante dignità, sicuramente appartiene al tessuto urbano del Ponente genovese. E propone sconti formidabili, del 40%; sulle merci esposte, come tanti altri negozi pieni di merci e vuoti di persone. Desolatamente vuoti.
Ma le lire sono il problema, il dilemma drammatico. Sono il residuo tardivo di un passato che non muore e un po’ ci soffoca, o sono l’annuncio triste, la promessa nefasta di un futuro di regressione catastrofica, nazionalistica ed egoistica? Hanno il sapore del buco nel materassi, della mattonella mobile nel pavimento, della pentola interrata, con i connessi buchi, interramenti e povertà intellettuali e materiali, oppure disvelano con chiarezza le furbizie, l’arroganza e i fallimento di un cartaceo trionfo allo sbando e che per la seconda volta ha sfiorato il tracollo senza escludere che di volta ce ne possa essere una terza.
Affiorano alla mente la faccia e le parole di Tremonti, così lontano da Voltri eppure così vicino, al telegiornale più seguito e più svergognato.
Con voce contrita e occhi defilati, con parlata lenta e meditata, ci ha svelato che grazie al suo eroismo e al super-eroismo del suo capo Berlusconi, finalmente grande statista, l’euro è stato salvato dagli speculatori, la catastrofe finanziaria ed industriale di mezza Europa tamponata con un forte ombrello di protezione, i risparmi degli italiani tutelati dal rischio di diventare polvere o sterco del diavolo nella versione più dispregiativa. Certo le tasche degli italiani, ormai sesto apparato sensoriale di apprensione della realtà, dopo la vista, l’udito, l’olfatto, il gusto e il tatto, allegramente proclamato nell’orgia linguistica da demenza pervasiva, son salve, almeno provvisoriamente.
E molti italiani, come sempre maestri nella furbizia, l’hanno subito imparato, ne hanno fatto tesoro, collante culturale, folklorico e politico. Meglio le tasche salve, anche se solo per miracolo e mistero, che tutti gli altri sensi funzionanti, che il pensiero e l’intelligenza attivi e vivi.
E poi, non si sa mai, la lira c’è sempre e meno male che la lira c’è.
Domanda: ma gli odiosi speculatori, i vampiri del mercato, i ladri senza regole e senza onore, non sono amici, sodali, elettivamente affini, votanti e procacciatori di voti, soci liberisti adoranti del capo del governo e dei suoi sottomessi?
(Angelo Guarnieri)
Posted by Admin at 23:51 | Comments (0)
5 Maggio 2010
Società - Dal primo marzo al primo maggio
“Giù al porto”, in mezzo alla gente di tutte le nazionalità, dov’altro potevamo trovare lo stand del Movimento genovese che ha organizzato a Genova la manifestazione dello scorso primo marzo, lo sciopero degli stranieri, di questi tempi un successo da far impallidire molti partiti e sindacati, diecimila persone che con determinazione, ordine ed allegria hanno sfilato dalla Commenda fino a Piazza Matteotti, con concerto finale. Senza che volasse una parola in più di quelle della solidarietà e della richiesta dei propri diritti di cittadini del mondo.
Al presidio del primo maggio in Piazza Raibetta, in fondo a via San Lorenzo, si è voluta ricordare la natura del Movimento, che insiste molto sui diritti dei nuovi cittadini nel mondo del lavoro: il collegamento con la data della festa dei lavoratori è immediato. Un volantino spiega nei dettagli i sei punti fondamentali, individuati con un coordinamento nazionale insieme a gruppi di molte altre città. Sei punti che sono di una ovvietà disarmante, per chi credeva di vivere in un paese veramente civile e dotato di una costituzione che, sulla carta, è una delle più solide. Invece, leggendo:
1. Nazionalità italiana a chi nasce in Italia, anche da coppie straniere. Nel caso che i genitori perdessero la possibilità di restare in Italia, i bambini che crescono come italiani sarebbero costretti a rientrare in un paese che non conoscono, parlare una lingua ostile, frequentare culture e scuole differenti. La nazionalità del bambino consentirebbe invece di creare un nucleo familiare stabile, garantendo a tutti una vita serena.
2. Studiare un permesso di soggiorno che consenta a chi resta disoccupato di avere il tempo di trovare un altro lavoro duraturo: oggi i sei mesi concessi producono solo clandestini o finta occupazione per chi ha la possibilità di farlo.
3. Revisione integrale della normativa Bossi-Fini e del Pacchetto sicurezza, entrambe ledono la dignità umana e contribuiscono a formare clandestini, che poi sono colpiti per lo status sociale come delinquenti da rinchiudere nei CIE, vere e proprie strutture lager al di fuori della normativa carceraria. Basti sapere che mentre nelle carceri qualsiasi parlamentare ha accesso per verifica, nei CIE questa possibilità è negata.
4. Guerra al lavoro nero, inserendo chi denuncia il datore di lavoro tra le categorie protette dall’art. 18 della legge 40 (quello che prevede l’emissione di un permesso di soggiorno temporaneo alla prostituta che denuncia il protettore).
5. Regolamentare la stampa in modo che sia vietato usare termini razzisti nei giornali.
6. Consentire il voto amministrativo agli stranieri che lavorano regolarmente in Italia.
Si attendono adesso le prossime attività del Comitato, che intende produrre iniziative lungo la strada che porterà alla prossima manifestazione del 1 marzo 2011.
Nel frattempo, l’accoglienza della Nave dei diritti prevista per sabato 26 giugno (*), proveniente da Barcellona. A bordo moltissimi italiani che vivendo in Spagna hanno modo di vedere l’Italia da un punto di vista internazionale, senza i filtri della stampa locale.
* www.losbarco.org
(Stefano De Pietro)
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Società - L'antirazzismo genovese e la sua storia
Due mesi fa Genova ha visto, dopo molto tempo, una grande manifestazione per i diritti degli immigrati, organizzata dal Comitato 1 marzo. Dopo la manifestazione – come spiega Stefano De Pietro nel suo articolo Dal primo marzo al primo maggio - il comitato, in collegamento con altre città, ha proseguito la sua attività, ha definito obiettivi, progetta nuove iniziative.
Osservando il nascere di questa nuova storia è interessante ricordare proprio l’esperienza genovese, dal 1993 al 2001, del Coordinamento delle Associazioni degli Immigrati della Liguria e del Forum Antirazzista di Genova. Il movimento genovese nacque come reazione all’esplodere di un razzismo violento nella nostra città, in particolare nel centro storico, nel luglio del 1993, con le prime ronde razziste armate di bastoni e spranghe a caccia del diverso. Associazioni laiche e religiose, sindacati e singoli immigrati ed italiani iniziarono un lavoro quotidiano, faticoso e soprattutto unitario ottenendo ottimi risultati. La città riuscì a superare la conflittualità nel centro storico ed a ribaltare la situazione diventando, dal 1997 al 2004, una delle città italiane più accoglienti, dove gli immigrati vivevano meglio e la convivenza tra immigrati e genovesi era la più positiva. A Genova si susseguirono iniziative: una grande manifestazione antirazzista con diecimila partecipanti (1995), il corso per mediatori culturali, il primo mercatino multietnico perfettamente in regola per tasse e permessi, il protocollo d’intesa per la scuola, la prima graduatoria per le case popolari che includeva gli immigrati, il primo protocollo di intesa tra questura ed associazioni per l’espletamento delle pratiche di soggiorno, una continua interazione e contrattazione con gli enti locali e con la Regione … Genova è stata inoltre la prima città a modificare il proprio statuto comunale per dare il diritto di voto amministrativo agli immigrati residenti (2004).
Quel lavoro ha avuto successo perché era unitario e rispettoso di tutti i soggetti che volevano dare un contributo, perché era un lavoro fatto per la città, per il paese, dove prevaleva l’interesse generale su quello particolare e perché era un lavoro fatto “con” e non “per” gli immigrati. I singoli cittadini immigrati, erano continuamente coinvolti ed ascoltati, le loro opinioni erano rispettate e prese in considerazione. Le assemblee serali del Forum Antirazzista con gli immigrati che riempivano sempre il Teatrino di San Siro erano frequenti in città. I cittadini immigrati erano protagonisti principali del gruppo di coordinamento delle attività del Forum.
Quando, nel 2001, finisce l’esperienza del Forum Antirazzista non finiscono, in breve tempo, i suoi effetti. La storia recente dell’antirazzismo genovese aiuta a spiegare il successo del primo marzo e può dare forza alla nascita di un nuovo movimento.
(Saleh Zaghloul)
Posted by Admin at 23:15 | Comments (0)
Politica - I Mille che arrivano dalla Spagna
Il 26 giugno, da Barcellona arriverà a Genova la "nave dei diritti", che intanto naviga sul web: sul sito www.losbarco.org i preparativi fervono, quasi certi gli accordi con navi di linea per ottenere un prezzo popolare, 100 euro a persona, si legge sul sito de il "diario di bordo di un'impresa possibile".
A Genova, è nato un comitato per l'accoglienza dei "naviganti" (genova@losbarco.org). E su Facebook, i sostenitori sono già oltre 2.500 (http://www.facebook.com/group.php?v=wall&ref=ts&gid=194381832751). A Milano il corteo dell'iniziativa in piazza il 25 aprile, ma soltanto il Manifesto ne ha parlato.
Sul sito, il "diario di bordo di un'impresa possibile", con l'obiettivo di mille partecipanti.
Sarà la nave dei diritti, che ricorderà la nostra Costituzione e la sua origine, laica e pluralista, la centralità della libertà e della democrazia vera, partecipata, trasparente: dai luoghi di lavoro alle scuole, ai quartieri, ai servizi, al territorio. Ricorderà che il pianeta che abbiamo è uno, il Mediterraneo non solo il nostro mare, ma di tutti i popoli. Che chiunque ha diritto di esistere, spostarsi, viaggiare, migrare, come ha diritto che la sua terra non sia sfruttata, depredata.
Dall’estero si ha il vantaggio di non essere quotidianamente bombardati da un’informazione spesso malsana ma si percepisce comunque crescere il razzismo, l’arroganza, il malaffare, la diffusa cultura mafiosa, la mancanza di risposte per il mondo del lavoro sempre più precario, in un crescendo di disinteresse per il bene comune.
Il primo incontro tra genovesi e barcellonesi è stato il 31 dicembre 2009, alla comunità di San Benedetto. Il manifesto “E la barca va “ dichiara l’amore per il proprio paese e la cultura, la difesa di una serie di valori con il desiderio di confrontarsi e reagire, Su YouTube si moltiplicano le adesioni: il nobel Josè Saramago, Dario Fo , Antonio Tabucchi, Valentino Parlato, Gherardo Colombo, Erri De Luca ... Proprio di quest'ultimo legge una poesia su YouTube di una ragazza rom, Diana Pavlovic, che ricordando gli eccidi passati, sottolinea che “la distruzione” c'è ancora, strisciante ed efficace.
Così hanno aderito i genitori della scuola Rubattino di Milano, che avevano denunciato “ la scomparsa” dei bambini rom dalla scuola perché sgombrati i campi dove abitavano.
Arriva dalla Grecia l'adesione di una ragazza dell'associazione Bella Ciao. C'è poi il gruppo di Bruxelles, giovani emigrati o studenti, come Paolo da Modena, Dario da Bergamo, dottorandi. Altri sono figli di emigrati in Belgio, nati magari lì, che vogliono esprimere solidarietà ai tanti italiani che vivono, lavorano nella legalità, nell'onestà e ... “resistono, resistono”, sottolineano Marco, cameraman, e Paola, film-maker. Andrea Lotto, maestro, racconta dello “sbarco”, un'idea nata da un gruppo di amici italiani di Barcellona che con una punta di autoironia, inventa un’azione concreta, di scossa dell’opinione pubblica, come ponte ideale sul Mare Mediterraneo, per le problematiche che accomunano Italia e Spagna, dall'immigrazione al lavoro “Perché in l'Italia ci si potrà tornare solo in vacanza, vista l'aria che tira e il lavoro che non c'è” dicono Cecilia, insegnante, e Lino, architetto.
E' quindi “una spedizione” simbolica in Italia: ricorderà che esistere può voler dire resistere, difendere la propria e l’altrui dignità. Ricorre il 150º anniversario dello Sbarco dei Mille in Sicilia, così il viaggio significherà sentirsi vicini a quel momento di grande speranza del Risorgimento italiano, ricordare quell’impresa, dare un contributo a un auspicato cambiamento. Creando ponti, non muri.
Sì, proprio uno sbarco in Italia in piena regola. Per dire no a un'Italia alla deriva.
(Bianca Vergati)
Posted by Admin at 23:09 | Comments (0)
Politica - Semplifichiamoci la vita, eliminiamo le doppie!
"Poco più di un mese fa, il 24 marzo scorso, casualmente alcuni giorni prima delle elezioni amministrative, il ministro della Semplificazione Normativa Roberto Calderoli si esibiva nello spettacolare Falò di 375.000 leggi inutili (*).
Tralasciando i rimescolamenti gastro-intestinali provocati da queste foto (evocazione di falò nazisti di libri, Fahrenheit 451 … ) ci si interroga sull’utilità dell’accetta nell’incendiare scatoloni di cartone, e sul significato allegorico dei cinque elmetti antinfortunistici (occorre tenere conto delle problematiche di sicurezza, per poi lasciarle lì, a terra, il lavoro “vero” si fa senza?).
Il pensiero è tornato a tale show mediatico ascoltando, pochi giorni or sono, l’annuncio radiofonico dello stesso Ministero (**), dove, con voce suadente e suggestiva musica di sottofondo, veniamo informati che 375.000 atti normativi inutili sono stati sostituiti da sole 10000 leggi, consultabili presso il sito www.normativa.it (così pare ascoltando l’annuncio).
Aprendo questo sito, si trova però una scatola vuota, ossia un dominio registrato nel 2000 (informazioni reperibili presso http://www.whois.net/whois/normativa.it) ma di fatto inutilizzato: solo consultando il sito del ministero (http://www.semplificazionenormativa.it), si scopre dove sta il busillis: già nell’homepage si rimanda al sito http://www.normattiva.it. Ah! Normattiva! Con due T! Un contorcimento lessicale/gioco di parole, quasi non esprimibile oralmente, per superare con poca eleganza e ancor meno chiarezza l’ostacolo di un dominio già occupato, e probabilmente in vendita a caro prezzo. Comunque, il sito http://www.normattiva.it mette a disposizione, gratuitamente, i testi delle leggi dello Stato vigenti, e a caval donato …
Peccato però che un avviso legale annunci subito che i testi disponibili sul sito non hanno carattere di ufficialità, e che “non si risponde quindi di errori o imprecisioni dovuti alla consultazione del portale”. Per i testi ufficiali bisogna pagare salatamene gli abbonamenti alla Gazzetta Ufficiale (http://www.gazzettaufficiale.it).
Ma quale significato ha il taglio delle leggi? Quali sono leggi abolite? La lista delle 29.000 leggi abolite col decreto 200/2008 (***), è costituita da un file in formato excel che, ad un’occhiata forzatamente sommaria, non colpiscono per attualità ed importanza: gli anni vanno dal 1861 al 1947, guardando qua e là troviamo regi decreti, esercizio finanziario dell’anno 1934, colonie dell’Africa Orientale …
Una ricerca in rete di commenti sull’attività del ministro Calderoli sembrerebbe confermare questa sensazione di vacuità, infatti si trovano pochi risultati significativi, uno dei quali l’articolo critico di Sergio Rizzo “Calderoli, ministro della complicazione” (****) nel quale Rizzo smonta pezzo per pezzo l’attività del ministro, dal taglio degli enti inutili, al taglio delle poltrone ed al decreto salva-leggi.
Uno sguardo infine lo merita anche il sito-spot “Semplifichiamoci la vita” (http://www.semplifichiamocilavita.com), che consiste in sei (6!) pagine, il cui contenuto informativo è praticamente nullo: forse ad esserne semplificata è stata la vita del web-designer che l’ha messo a punto.
(*) (http://www.lastampa.it/multimedia/multimedia.asp?p=5&pm=2&IDmsezione=9&IDalbum=25180&tipo=FOTOGALLERY#mpos)
(**) (http://www.governo.it/GovernoInforma/campagne_comunicazione/semplificazione_normativa/spot_radio_taglia-leggi.mp3)
(***) (http://www.semplificazionenormativa.it/media/74388/allegato_dl_200__in__gu.zip)
(****) (http://www.corriere.it/politica/10_gennaio_10/calderoli_ministro_complicazione_04e598e2-fdbc-11de-b65b-00144f02aabe.shtml)
(Ivo Ruello)
Posted by Admin at 22:58 | Comments (0)
28 Aprile 2010
Società - Ma l’etrusco lo potrei usare?
“Ciao, oggi sono stato al forum piscarium e ho comprato delle triglie bellissime”, “guarda che giù al forum coquinum non si risparmia mica”, “al macellum del venerdì in piazza Ottaviano c’è davvero di tutto”. Strano, vero, che come si usa fare le parole latine non siano state scritte in corsivo. E’ il possibile effetto della proposta della deputata leghista Silvana Comaroli (*), consentire il commercio solo a chi parla bene l’italiano e vietare le insegne in lingue che non siano comunitarie, forse dimenticando che si potrebbero trovare insegne scritte in lingua rumena (ohibò, che svista), nel comprensibilissimo danese, per non parlare del greco. E che ne sarà del lituano, del polacco? Se saranno ammesse il catalano, il basco, l’irlandese di Dublino, non è dato ancora saperlo.
Potranno essere usati anche tutti i dialetti italiani, ma solo nella regione di competenza, il che lascia presumere che ci potremo dimenticare la pizzeria “Dicitencello vuje” a Milano, o il ristorante “A madunina” a Palermo. Stop insomma allo scambio fonetico.
Una possibile soluzione, la propongo io per salvare la situazione, sarà di aggiungere al decreto l’articolo correttivo finale: “o la lingua dalla quale le altre derivino”, ossia il latino. Da lingua morta a lingua ufficiale della politica italiana, altrettanto morta. Dopo le messe in latino che spuntano qua e là per lo stivale, potremmo cominciare ad avere i consigli comunali in bergamasco o latino, in piemontese o latino, in genovese o latino. Visto? La cosa è presto risolta, per insegne, parlamento, consigli regionali, provinciali, comunali e municipali, modulistica, pubblicità elettorale. Proporrei, nei casi nei quali l’assemblea condominiale sia fatta di persone extra UE, l’uso dell’esperanto obbligatorio. Tutti, amministratori, inquilini, politici, presidenti, commercianti, con regolare certificato di frequenza emanato da ente autorizzato.
Bene, finite le barzellette delle proposte di legge fatte ad mentulam canis, torniamo a vedere la bellezza di non capire nulla di “arabo”, entrare nel kebab e chiedere, masticando il panino multirazziale: “ma che diavolo c’è scritto nella tua insegna?”. Si chiama “convivenza multietnica”.
*http://www.camera.it/29?shadow_deputato=302764
(Stefano De Pietro)
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25 Aprile - Passaggio di fase
"Benedetta da una rara sintonia tra popolo in piazza e autorità sul palco, Genova ha avuto un bel 25 Aprile, ma (o forse: e quindi) non ha conquistato spazi né in edicola, né sul web: sulle loro pagine nazionali La Repubblica e Il Secolo XIX mettono in evidenza solo gli scontri di Roma e Milano, ed il vero traino viene dato dalle lacrime di Claudio Burlando, che forniscono il titolo sia al brevissimo articolo (?) del Secolo XIX, esattamente 49 parole - incluse congiunzioni, articoli e preposizioni, sia alle cronache di Repubblica.
Sul web va anche peggio: gli unici siti che portano un titolo sul 25 Aprile sono – come vuole la distribuzione delle parti in commedia – quelli dell’Unità e del Manifesto.
In questa logica ci si aspetterebbe qualcosa da Liberazione che però sorvola, facendoci pensare all’imbarazzo di dover prendere posizione di fronte agli eventi di Roma e Milano, coerentemente, anche in questo caso, al canovaccio della commedia politica italiana. Ma cosa c’era di bello, che valeva la pena di essere detto, nel 25 aprile di Genova? Di bello c’era il passaggio, la transizione dalla commemorazione all’oggi. Nelle parole di chi ha parlato dal palco, e nei cervelli di chi stava ad ascoltare, il centro non era né la celebrazione, né la retorica. Gli eventi della Resistenza erano uno sfondo, in primo piano c’erano le responsabilità da prendersi su quello che avviene ora in Italia.
Purtroppo però è sempre più difficile che si verifichino le condizioni al contorno indispensabili a formare ed esprimere pubblicamente un pensiero e un sentimento collettivo articolato e non semplificato.
(Paola Pierantoni)
Posted by Admin at 22:33 | Comments (0)
19 Aprile 2010
Società - Le parole del cardinale
“El xe pezo el tacon del buso” si dice in Veneto, ovvero “è peggio la toppa del buco”, quando un tentativo di aggiustare una falla risulta maldestro e controproducente.
È quanto è accaduto con la dichiarazione di Federico Lombardi, portavoce della Santa Sede, per cercare di riparare l’ennesima voragine apertasi nell’attendibilità della sua istituzione, ora grazie all’improvvida dichiarazione del segretario di Stato Tarcisio Bertone in merito ai legami tra pedofilia, celibato ecclesiastico e omosessualità.
Com’è noto, il potente numero due della gerarchia vaticana, trovandosi in Cile, ha detto con perentoria supponenza: “molti psicologi e psichiatri hanno dimostrato che non c’è relazione tra celibato e pedofilia; però molti altri hanno dimostrato – me lo hanno detto recentemente – che esiste relazione tra omosessualità e pedofilia (…) che leggano i documenti degli psicologi (…) questo è il problema…”.
Tanta cialtroneria ammantata di informata ragionevolezza ha immediatamente suscitato polemiche a non finire. Non solo l’associazionismo gay cileno e del resto del mondo – come prevedibile – e vari esponenti politici di ogni schieramento si sono opposti con risolutezza, ma persino l‘Aippc, Associazione psicologi e psichiatri cattolici, ha preso nettamente le distanze da quanto affermato dal braccio destro del papa. Il governo francese ha espresso una ferma nota di protesta. Il governo italiano s’è ovviamente ben guardato dal fare altrettanto.
La stampa ha dato ampio conto di tutto ciò, tranne Avvenire e Osservatore Romano che hanno glissato e insistono sulla tesi di una campagna mediatica ostile alla Chiesa cattolica.
Il portavoce vaticano Lombardi s’è premurato di precisare che le parole del cardinale riguardavano non la popolazione in generale ma solo i sacerdoti, tra i quali si è riscontrato un “dieci per cento di casi di pedofilia in senso stretto e un 90% di casi da definire piuttosto di efebofilia (cioè nei confronti di adolescenti [che comunque sempre minori sono, ndr]), dei quali circa il 60% riferito a individui dello stesso sesso e il 30% di carattere eterosessuale”.
Del resto, che nell’ambiente religioso la percentuale di persone omosessuali sia alquanto più alta della media è un dato di fatto, checché se ne dica: farsi prete (o suora) è un ottimo alibi per non doversi sposare quando non si è attratti dalle femmine (o dai maschi), mettendo a tacere le malelingue e guadagnando anzi in rispettabilità sociale.
Peccato che nello stesso giorno di questo “chiarimento, non presa di distanza” dall’affermazione di Bertone “che non c’è relazione tra celibato e pedofilia” sia giunta la notizia dell’arresto in provincia di Teramo di un prete d’origine indiana per abusi non su un fanciullo ma su una bambina di 10 anni.
Una malaugurata coincidenza, a ribadire quanto siano grotteschi i tentativi per rimanere a galla di una Chiesa che annaspa tentando di non affogare e gioca con le parole arrampicandosi sugli specchi. Sempre più in crisi di credibilità e di potere materiale non solo per il diffondersi di quel clima di indifferenza e soggettivismo permeati di razionalismo, scientismo, relativismo e materialismo consumista di cui continua a lamentarsi la Cei, ma anche e soprattutto per l’agire dei propri gerarchi.
L’esternazione cilena di Bertone, in spagnolo:
http://www.youtube.com/watch?v=mjSz4_OZg5Y&feature=fvsr
Il servizio del tg3:
http://www.youtube.com/watch?v=60CpX0wPj6E
Riflessione di Francesco Merlo su “La confusione della Chiesa”:
http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2010/04/14/la-confusione-della-chiesa.html
La Cei sul rinnovamento della catechesi nell'attuale clima d'indifferenza e soggettivismo:
http://www.oecumene.radiovaticana.org/it1/Articolo.asp?c=371813
(Ferdinando Bonora)
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14 Aprile 2010
Dopo-elezioni - Che fine hanno fatto i Verdi?
Mentre alle amministrative francesi accanto alla grande astensione Europe écologie arriva ad essere il terzo partito, in Italia i Verdi, già scomparsi in Parlamento , ma ancora presenti nelle giunte regionali, con le recenti elezioni sono spariti. Cavalcando noTav, Rifiuti zero, Acqua pubblica in un moto di protesta generale i Grillini hanno incassato l'1,7% dei consensi nazionali, pur presenti in sole cinque Regioni: il loro 4,08% ha determinato la sconfitta della sinistra in Piemonte, fuoco amico a parte, anche se in questi giorni litigano per entrare nelle giunte come fa tutta la casta.
La connotazione antipartitica elettorale ha avuto la meglio, propugnando proprio temi cari al Sole che ride. Così in Liguria uno stentato 1,8 % non permetterà ai Verdi neppure un rappresentante in Regione. Ma senza i Verdi avremmo avuto ad esempio un piano-casa più governativo, ci sarebbero state forse meno cura per il paesaggio, meno attenzione agli animali, al verde, alla raccolta differenziata, all'inquinamento, all'istituzione di parchi.
Nel rileggere l'appello agli stati generali di Europe écologie di Cohen Bendit e compagni si colgono riflessioni sul modo d'intendere la produzione e il lavoro, preoccupandosi della disoccupazione, s'invoca la tutela del pianeta, sottolineandone le risorse non infinite. Le risorse del pianeta hanno un limite, dunque preserviamole, ma anche le persone hanno il diritto di vivere dignitosamente e con il lavoro si dà libertà e dignità.
Proponendo comunque un altro modello di sviluppo sociale ed economico. “Saggio opporsi all'idolatria di merci e bisogni indotti“ diceva Latouche , ma occorre una decrescita slow, ovvero ridurre i consumi piano piano, non li si può sopprimere. Nel nostro paese spesso le battaglie dei Verdi appaiono una politica dei no, lontane dai problemi. Dire no a una fabbrica che inquina è giusto, ma il lavoro ? Contestare sì una centrale affumicante, chiedendone però la riconversione, non la soppressione.
Dire no ai gassificatori, ai termovalorizzatori sembra far pagare di più a cittadini e imprese italiani per acqua, energia, rifiuti. Così appare all'opinione pubblica al di là delle lotte sulla tutele della salute e del territorio e nonostante le devastazioni funeste avvenute.
La Liguria è priva d'impiantistica dei rifiuti, nessuno dei 53 termovalorizzatori italiani è presente: a Genova migliora la differenziata (+ 25% nel 2008), ma lontana dal 65% del 2012 e le discariche scoppiano. Soltanto sette dei 235 comuni liguri raggiunge il 35% (dati 2008) e così multe per 1,6 milioni di euro, in aumento perché nessuna provincia chiude il ciclo.
E' però grazie ad associazioni e Verdi se ad esempio Genova avrà il Piano del Verde o se nello spicciolo il comune rivedrà il progetto del mercato di corso Sardegna dove i terrazzamenti artificiali delle nuove costruzioni rappresenterebbero il verde. A Spezia c'è lite tra sindacati e ambientalisti, contrari alla riqualificazione del waterfront che dovrebbe portare invece nuovi spazi fruibili e opportunità di sviluppo. Profeti i Verdi con il loro slogan elettorale : “il futuro ci darà ragione”. Il futuro appunto, non l'oggi e l'incomprensione non priva di colpe resta tra cittadini e Sole che ride.
(Bianca Vergati)
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31 Marzo 2010
Elezioni - Il sabato del villaggio
La comprensione chiara - illuminazione alla Blues Brothers - del perché Berlusconi sia sempre al potere arriva da un luogo che le donne impegnate in politica dovrebbero frequentare con la costanza destinata a dibattiti, incontri elettorali, mercati: il parrucchiere.
Lì, tra una mèche, una piega, un taglio, si può affacciare l’impatto del pensiero berlusconiano, della sua bontà e del bene - negato dai comunisti - che B. porta al paese.
Dal parrucchiere generazioni di donne riflettono, portatrici di storie uniche, mentre sfogliano tagli e riviste ascoltando e raccontandosi.
Una di loro è già sotto il casco. Bigodini e capelli ventilati da aria calda. Una si attarda a parlare, il taglio già fatto, i bambini a casa con trentotto di febbre insieme al papà. Nessuna voglia di andarsene. Un’altra magra, il viso sfilato, i capelli lunghi, decisa ad arricciarli all’impazzata.
Poi una nonna, il colore che le sfiora le tempie, la testa che sembra una sacher. Accanto a lei un donnone sovrappeso, i capelli umidi, sotto gli occhiali spessi uno sguardo buono.
Su di loro lei. Si muove tra una testa e l’altra velocissima, senza trascurare nessuna.
Vigilia del voto. Sabato del villaggio.
- Io ho sempre votato per tradizione dalla stessa parte! – esclama la giovane mamma – tanto più ora che tengo il negozio nella via più “in” di Genova … Via Pré! Per questo voto a destra!
- Anch’io voterò pidielle – esclama la nonna – Silvio è troppo buono! Il problema è che i comunisti non lo lasciano lavorare… poveretto!
- Io non voto. Non voto da quando hanno fatto crepare mio marito in quella maniera là! Quelli dell’assistenza quand’era malato non volevano nemmeno venire… Ed io a chiedere… a destra e a sinistra – dice il donnone dagli occhiali spessi.
- Io ho votato Lega … - sussurra la parrucchiera, ma è appena un bisbiglio soffocato dal pentimento di aver parlato.
La nonna trova parole per l’infedele Veronica e per Marrazzo. Solo con Silvio lo sguardo si addolcisce mentre spiega dei comunisti e di tutti quelli che gli vogliono male. La giovane mamma la incalza: scuole private per i miei figli! E anche la sanità: privata, privatissima!
La parrucchiera tace.
Ce n’è per Marta. Cosa ha fatto per la città Marta? Ce n’è per la moschea. E per gli extracomunitari. E per i buchi nelle strade. Temi a titoli grossi, come sui rotocalchi. Moschea è minaccia in quanto parola. Immigrato segue la stessa sorte. Silvio è bontà, pazienza, sopportazione. Conflitto di interessi, possedere TV e giornali, processi non rientrano nello scenario della nonna che si dichiara fedele spettatrice di Canale Cinque e Rete Quattro. Nemmeno l’assenza di un solo scatto che certifichi il tradimento di Veronica rientra nel suo immaginario. Silvio è buono. E le giovani che frequentavano le sue case vengono rimosse da una smorfia, scartate come carte dal mazzo di idee che la nonna è incapace di trattenere.
Il donnone, da sotto gli occhiali, scuote la testa: io intanto non ci vado a votare…
La ragazza dal volto sottile mostra le foto con i tagli.
No, riccia no. Hai dei capelli bellissimi.
(Giovanna Profumo)
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24 Marzo 2010
Cornigliano - Qualche legittima riflessione
E’ legittimo chiedersi se al termine della campagna politica per le regionali i candidati abbiano formulato un pensiero complesso, o anche semplice, relativamente alle aree di Cornigliano e al loro futuro utilizzo. La stampa non ne ha praticamente parlato ed i lavoratori coinvolti sono sedati da cassa integrazione straordinaria e ordinaria fino alla prossima scadenza estiva, 31 agosto.
A calendario c’è il blocco delle pensioni amianto e il futuro di chi dovrebbe rientrare a lavorare.
Sulle aree restituite alla città svettano ancora pile di container alternate a spazi vuoti.
Non si chiede qui l’intervento di Renzo Piano o di giuslavoristi di fama. Si chiede solo che chi si candida alla guida della Liguria si faccia carico di soluzioni a lungo termine per i lavoratori che, colpiti dalla crisi siderurgica rischiano, dopo anni di cassa integrazione, il loro posto e per i cittadini di Cornigliano che attendono da anni soluzioni e progetti vicini ai loro bisogni.
Utile riepilogare di seguito alcuni spunti di riflessione: centrale termica, rientro effettivo dei lavoratori in fabbrica reparto per reparto, destinazione delle aree destinate al quartiere, garanzie occupazionali, questione amianto.
Questa vicenda abbraccia tutti i soggetti sopra indicati che hanno dimostrato infinita pazienza in questi lunghi cinque anni. Li abbraccia e li soffoca al tempo stesso perché li colloca in un limbo dove il futuro è privo di contorni certi e sostanza.
Fare politica è cogliere questi nodi e cercare di scioglierli. Senza procrastinare e senza ricorrere a soluzioni temporanee di scadenza in scadenza.
Il superamento dell’area a caldo di Cornigliano è stato uno dei temi più importanti delle precedenti elezioni regionali. Era il 2005.
Per i prossimi cinque anni quali sono gli obbiettivi del cantiere politico?
(Giovanna Profumo)
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Elezioni - L'astensionismo visto dai migranti
L'astensionismo è una questione che interessa in modo particolare i cittadini immigrati che non avendo il diritto al voto sono costretti ad astenersi. L’80% degli immigrati genovesi sono residenti in città da oltre 10 anni ed hanno imparato col tempo l’importanza della partecipazione alla vita pubblica cittadina, regionale e nazionale. Il diritto al voto per loro è prioritario, indispensabile strumento d’integrazione e di democrazia. Il forte desiderio di partecipare alle scelte di governo della propria città, della propria Regione e del loro nuovo paese (Italia) fa trovare loro molto strano che il 20-25% dei cittadini italiani si astenga dal voto.
I commenti prevalenti dei “vecchi” immigrati sull’astensionismo sono più o meno questi: “Uno dei maggiori difetti degli esseri umani è che non sanno valorizzare ciò che hanno e che solo non avendolo o perdendolo si rendono conto di quanto fosse importante”. “Il voto è una grande conquista delle lotte per la liberazione e per la democrazia. Non è un caso che le donne l’abbiano ottenuto molto tempo dopo gli uomini e che molti popoli siano ancora in lotta per avere libere e vere elezioni”.
C’è chi si astiene perché è deluso, chi per protesta e chi crede, così facendo, di togliersi ogni responsabilità dell’uso che si sarebbe fatto del proprio voto. In verità egli compie comunque una precisa scelta politica, quella di fare scegliere agli altri, favorendo la scelta della maggioranza dei partecipanti al voto. Egli, passivamente, ma, praticamente, “vota” per il vincitore. Altro che togliersi ogni responsabilità. Altro che protesta.
In realtà ci vuole un voto più responsabile, più informato, più coerente. Le legge elettorale per le regionali, diversamente da quella per le politiche, è molto più democratica e rispettosa del voto dei cittadini: ci permette di scegliere le persone ai quali dare il nostro voto.
Non votiamo razzisti, antisemiti, guerrafondai, secessionisti, non votiamo chi attacca la costituzione, la libertà di informazione ed il diritto di culto delle minoranze religiose.
Non votiamo i responsabili del declino politico, culturale e morale del nostro paese. Votiamo per le persone che difendono la pace, la democrazia, l’uguaglianza, la legalità, la laicità, il rispetto delle regole. Votiamo chi lavora per i diritti universali al lavoro dignitoso, sicuro e regolare, allo studio ed alla salute. Votiamo le persone che lavorano per la convivenza pacifica, l’interculturalità ed il rispetto delle diversità.
(Saleh Zaghloul)
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17 Marzo 2010
Informazione - Parole e numeri
Al giornale radio delle 13,45 di venerdì 12 marzo della mitica Radio Tre, ora meno mitica soprattutto per quanto riguarda le notizie e l'informazione, viene annunciato un tremendo “venerdì nero nei trasporti, con disagi insopportabili”. Sgomento e angoscia. Sospensione del respiro in attesa degli sviluppi. Il venerdì è giornata da scongiuri e il nero è il colore del lutto e del dolore.
Si pensa alla caduta di un aereo con tanti incolpevoli passeggeri a bordo, a uno scontro fra treni carichi di pendolari, allo scoppio di una cisterna con materiale parabellico in un quartiere densamente abitato, all’affondamento per tempesta improvvisa di un traghetto, allo straripamento di un fiume o del lago di Massaciuccoli con distruzione di un intero tratto autostradale e blocco della circolazione, al franamento di una collina con smottamento di tonnellate di fango con interi villaggi abusivi su strade statali e provinciali. Si pensa a morti, feriti e dispersi, tragedie, distruzioni, e conseguente allertata protezione civile, pronta per fare, salvare, consolare, rilasciare interviste e sparire, salvo poi tornare puntualmente per mostrare interventi risolutivi o quasi, ripassare il lato efficiente e il lato imprevedibile e quindi non risolubile. Oppure meno drammaticamente si pensa a cinquanta chilometri di coda sulla Ventimiglia - Savona per caduta massi, o sulla Mestre - Milano per incastramento di due autotreni carichi di maiali, finiti in mezzo alla carreggiata, o a 12 ore di ritardo del traghetto veloce Palermo – Genova, attardatosi nel soccorso di uno stormo di balene che inopinatamente inseguivano un ammasso di sacchetti di plastica sfuggiti alla raccolta differenziata o ancora allo smarrimento di tutti i bagagli dei passeggeri atterrati a Fiumicino, deviati, non si sa per quale capriccio o per quale decisione manageriale di qualcuno che aveva dato ascolto ai proclami della Lega, a Malpensa.
Niente di tutto questo, viene chiarito subito dopo dall’annunciatore senza vergogna: il venerdì nero, i disagi e i dolori, per fortuna solo di pancia, sono causati dallo sciopero generale della C.G.I.L.
Per il lavoro, per la tutela dei diritti di tutti, contro i licenziamenti, contro lo smantellamento dell’articolo 18, che già in passato aveva mobilitato milioni di lavoratori. Uno sciopero che ha impegnato ancora milioni di lavoratori con cortei e comizi in 60 piazze delle città d’Italia. A Genova 15 mila. Anzi no. Poche migliaia, in piazzette di piccoli paesi: Pozzolo Formigaro, San Colombano Certenoli, Riesi, Camogli e simili. A Genova erano 150, forse, 15 più realisticamente, dice la questura, che di scioperi se ne intende anche se non ne fa mai.
Eppoi, dice un intervistato dirigente, che sempre più mostra stile e fattezze da ministro, Bonanni per chiarire, capo di un grande sindacato, che non ha scioperato perché d’accordo con lo smantellamento dell’articolo 18 e soddisfatto del Governo, è stato uno sciopero politico.
Per lui gli scioperi devono essere solo sindacali. Lo dice la parola stessa.
Cosa c’entrano i lavoratori, i loro diritti, la loro vita, con la politica?
(Angelo Guarnieri)
Posted by Admin at 18:46 | Comments (0)
Politica - La Liguria che non frana
10 marzo, al circolo PD del Centro Storico, si parla di politiche ambientali. La candidata alle regionali Anna Stagno ne discute con Carlo Bertelli (Charta) Roberta Cevasco (Università Piemonte Orientale), Alberto Girani (Direttore del Parco di Portofino), Diego Moreno e Massimo Quaini (Università di Genova).
Il primo argomento sono i problemi della Liguria e del suo entroterra, di cui si parla così poco che ne è ignota l'entità: i boschi avanzano popolando versanti e montagne ormai abbandonati, alla velocità di mille campi da calcio all’anno. Al differente assetto consegue l’instabilità ed il dissesto idrogeologico. Queste condizioni, insieme alla quantità di alberi abbandonati senza alcuna gestione, causano le frane ed il propagarsi degli incendi che hanno funestato la cronaca recente.
Ma l'abbandono dell'entroterra ha causato anche la perdita delle società che manteneva quegli spazi: le politiche degli anni Settanta hanno incentivato lo spopolamento, ed oggi chi è rimasto a vivere nell’entroterra è penalizzato da un difficile accesso ai servizi ed alle infrastrutture.
Inoltre i finanziamenti che arrivano a pioggia per l’entroterra spesso finiscono per essere gestiti su base clientelare senza risolvere in minima parte le difficoltà.
Tra le soluzioni che vengono prospettate, innanzitutto la valorizzazione di quel che è rimasto, ambiente e persone, che merita una tutela attiva e non passiva. Chi ancora vive le realtà rurali ed è depositario di conoscenza è il primo da interpellare.
Poi è necessario, concordano gli interventi dei relatori, restituire l’autorità sul territorio agli abitanti, gli unici che possono permettere un recupero ambientale e sociale dell’entroterra, e tutelare realtà di gestione comunitaria come i beni comuni o frazionali.
Viene citato il caso di uno strumento attivo in Francia, una sorta di osservatorio sul paesaggio, observatoire citoyen du paysage, che concepisce la tutela dei singoli siti come una responsabilità da affidare alla cittadinanza.
Dall’altra parte, il pubblico interviene: a parlare è principalmente chi è tornato all’entroterra, per reimpostare la propria vita, costruire attività, recuperare una dimensione diversa e meno alienante di quella cittadina. Chi torna è pienamente consapevole del valore ideologico della propria scelta, e sa osservare: l'entroterra non viene considerato un luogo per godere della bellezza del paesaggio e della natura, ma il frutto di opere di secolare gestione delle montagne, dei corsi d’acqua, dei terrazzamenti. E sa riconoscere quanto poco efficaci e inadeguate siano le normative che rendono impossibile o laboriosissimo intraprendervi iniziative, o anche semplicemente viverci.
L’impressione che resta è che l’unico modo di salvaguardare l'entroterra della Liguria sia in qualche modo occuparsene, parlandone e portandolo al centro del dibattito politico. Per restituirlo pienamente a chi lo abita e vorrebbe abitarlo.
(Eleana Marullo)
Posted by Admin at 18:43 | Comments (0)
Elezioni - Il lavoro che non c'è
Pisa, 13 marzo sera, aeroporto deserto ai check-in e gran folla di genitori in attesa ai gates di Londra e Valencia: conclusi i trimestri di corsi di lingua o di Erasmus gli studenti tornano a casa. In omaggio alle tre "i", inglese, informatica, innovazione, i baby boomer, ora genitori, fanno quello che possono per i loro figli. I nati al tempo del miracolo economico, per alcuni parassiti, ladri di futuro, per altri protagonisti della propria crescita, figli di un'epoca in cui il lavoro e libertà erano fondamentali, si fanno in quattro perché i loro ragazzi abbiano più chance, se riescono a permetterselo. E il divario della mobilità sociale si accentua.
C'è una repubblica costituzionale fondata sul lavoro e una materiale, fondata sulle chiacchiere. Oggi più che mai però ai cittadini interessa la prima, ovvero preoccupa il lavoro se, come sostiene Ipsos, il 28% delle persone considera grave la situazione politica, ma il 73% tema più urgente l'occupazione. Sotto traccia rimane la disoccupazione giovanile: passa il messaggio di personcine comode, coccolate in famiglia, che rinviano l'ingresso nel lavoro, per scarsa determinazione o flessibilità, non il lavoro che non c'è.
Brilla in questi giorni la caccia al posto estivo nei villaggi turistici.
Eppure con l'invecchiamento della popolazione, costi crescenti di pensioni e sanità, bisognerebbe auspicarsi nuove forze produttive, in grado di contribuire a sostenere il tutto. I policy maker si mostrano allarmati soprattutto sotto elezioni, così politici e sindacati s'infervorano per il futuro e per i poveri giovani.
In città la parola "lavoro" appare da subito sui manifesti azzurri: si restava un po' spiazzati a non vederla negli slogan della parte politica che di solito è dalla parte dei lavoratori. Poi è iniziata la storia di Luca ed Elena, meno male!
Il tema lavoro divide aspramente. Sono i fondi regionali a finanziare la cassa integrazione e si dichiarano supporti a piccole imprese, mentre si evidenziano dati pesanti per l'economia, dalla metalmeccanica a -17% del fatturato, al -30% dei traffici portuali, con nautica e cantieri in crisi: le crociere aumentano su navi fabbricate altrove. Intanto si stabilizzano precari nel pubblico, arrivano bandi per nuovi poli di progetti industriali, come l'esperimento a Ferrania stavolta con il fotovoltaico.
Tanta cassa con i precari appena sfiorati, aumenta la disoccupazione, quella giovanile in Liguria simile al Sud e così si attivano fondi per premiare l'iniziativa imprenditoriale. Fattore decisivo, si dice, è tornare attrattivi per i giovani, già molti studenti stranieri alla nostra Università, il social housing che aiuta e l'IIT, in cui un ricercatore su tre viene da fuori. Aspettando gli Erzelli, l'high-tech tira con l'eccellenza Esaote. Speriamo nel futuro. La destra vuole semplificazione, propone il taglio Irap alle imprese, ma non spiega la copertura, attacca sulla sanità ed evoca l'emergenza giovani, non i rimedi.
Il fatto è che siamo una regione di vecchi, dal 30% di under 24 degli anni 60, si passa oggi al 12%, con gli over 65 da 95mila a 166mila e 200mila abitanti in meno.
Chissà se i ragazzi seguono le statistiche o la politica. Tranne i giovani-panda schierati in tutti i comizi bipartisan, sono probabilmente impegnati su Infojob. E un dubbio resta: i precari stabilizzati dalla Regione come sono stati scelti?
(Bianca Vergati)
Posted by Admin at 18:37 | Comments (0)
Razzismo - La differenza tra noi e loro
Prima pagina, 15 marzo. La persona che telefona è sincera, disarmante. Commenta l’atto di violenza avvenuto a Roma, il gruppo di una quindicina di ragazzi che ha sfasciato un call center bengalese, ferito quattro persone, urlato frasi razziste, senza dimenticare, alla fine, di rubare alcune centinaia di euro. Mentre l’ascoltatore parla prendo appunti, ne vale la pena. Dice testualmente: “Certo è un atto di violenza, ma bisogna vedere le motivazioni …”
Il giornalista della settimana, Daniele Protti dell’Europeo, lo interrompe “Se lei può dirci le motivazioni ci regala una informazione …”. L’ascoltatore prosegue “Viene chiamato razzismo, ma quei quindici ragazzi non è che fossero tutti matti. Ai nostri ragazzi per un lavoro ora offrono 500 euro, perché a un extracomunitario possono bastare, ma non può succedere a un nostro ragazzo che vuole farsi una famiglia, avere una casa dove abitare, comprare i giornali. Loro vivono sotto i portici, a loro possono bastare”. La voce è quella di una persona anziana, pacata, ragionevole, preoccupata per il disagio sociale dei “nostri ragazzi”. Razzismo che diventa senso comune, paesaggio quotidiano, vicino di casa che ci accompagna sempre più dappresso, giorno dopo giorno.
Il giornalista stigmatizza le affermazioni dell’ascoltatore. Obietta che la violenza non è una risposta sociale accettabile. Dice “Lei sta facendo un discorso pericoloso, e cioè che siccome c’è la crisi è comprensibile sprangare i neri”. Ma non coglie il punto, che è quello di attribuire agli “extracomunitari” uno status sub umano. Questo è il passaggio mentale che tutto giustifica: i “nostri ragazzi”, vogliono una famiglia, hanno bisogno di una casa, leggono perfino il giornale. A quegli altri basta un po’ di cibo per non crepare di fame, sotto i portici o sotto i ponti, come bestie.
(Paola Pierantoni)
Posted by Admin at 18:32 | Comments (0)
Contro l'astensionismo Don Gallo
Il Secolo XIX del 15 marzo ha pubblicato alcuni stralci dell’appello di Don Gallo contro l’astensionismo. Qui ne riportiamo la versione integrale.
Mai finora, ci siamo ritrovati con animo così turbato come oggi.
Siamo di fronte, nel nostro bel Paese ad una caduta senza precedenti della Democrazia e dell’etica pubblica.
La mia coscienza di uomo e di prete che intende coniugare coerentemente Fede e Impegno Civile e’ in difficoltà a prendere la parola.
Dov’è la fede? nelle crociate moralistiche? Dov’è la politica? Nei palazzi? Dove sono i partiti?sempre più lontani…
Illecite operazioni dei Poteri occulti, monopolizzazioni private dei mezzi di comunicazione sociale, mancanze di risorse.
E’ regolare il conflitto di interessi.
Alleanze segrete con le potenti Mafie in cambio della loro sempre più capillare e garantita penetrazione economica e sociale.
Mito della governabilità a scapito della indispensabile funzione parlamentare delle rappresentanze; progressiva riduzione dello stato di Diritto a favore dello stato Padrone a conduzione tendenzialmente personale.
Sconfinamenti di potere e tentativi sempre più frequenti di imbavagliare la giustizia e piegarla a interessi privati, devastazioni del costume sociale attraverso corruzioni, legittimazioni dell’illecito.
E’ vera eutanasia della democrazia, siamo tutti corresponsabili anche le istituzioni religiose. Mi chiedo: è inutile andare a votare?
Come mai gli indecisi e gli indifferenti aumentano? Esiste una rete possibile di presidi, movimenti locali e di base, centri sociali, cantieri autonomi di sovranità, che potrebbero scegliere una democrazia insorgente,abbandonando rappresentanze formali e vuote: l’azione politica deve essere radicata nella specificità locale e nell’ambito della vita comune.
Auspico, da sempre, pur aderendo ai movimenti, che questi luoghi di resistenza non sottovalutino l’importanza delle prossime consultazioni regionali.
Da parte mia, come Diogene in questi giorni con la mia Lanterna andrò in giro a stanare i lontani, i dubbiosi, i delusi, gli arrabbiati e i benpensanti.
Care donne e uomini: è un dovere civico recarsi alle urne.
Per gli indifferenti, gli ignavi garantiti userò parole di Dante e di Gramsci.
C’è chi difende il diritto al non voto.
A mio avviso i diritti sono di tutti coloro che con la vita, ci hanno donato la Costituzione repubblicana.
A noi tutti rimane l’impegno di lottare per una nuova cittadinanza verso istituzioni comunitarie partecipate, mirando a trasformare in modo nuovo l’esistente e il futuro.
E’ un delicato momento di transizione.
Là c’e’ ancora una risorsa!
Il “sito” è l’essere in comune dove gli umani possono incontrarsi, rovesciando i rapporti di potere.
Il mio sofferto invito non è quello di tapparsi il naso.
La risorsa consiste nella lista dei candidati.
Contattiamoli, conosciamoli,interroghiamoli, con i nostri stimoli e contestazioni.
Personalmente dopo 45 anni di presenza sul territorio genovese e ligure ne conosco molti fortemente disponibili a impedire il nefasto avvento di un regime autoritario e decisi a combattere la tendenza a solidificare la rivolta in nuove forme di astrazione di dominio dell’ Uno su molti.
Ricordiamoci che ci guardano ansiosi tutti coloro italiani e stranieri che una condizione crescente di precarietà priva di luogo, di radice, di legame ad un ambiente riconosciuto e riconoscibile di vita.
Tantissime persone, non garantite invisibili e senza potere cui è stato sottratto in senso letterale, il tempo futuro e con esso il respiro della speranza.
(Don Andrea Gallo)
Posted by Admin at 18:27 | Comments (0)
10 Marzo 2010
8 marzo - Il fiume scorre altrove

1910, New York - Manifestazione della Women’s Trade Union League Fotografia presa da Paola Pierantoni al museo di Ellis Island, NYC - galleria di immagini
Scopro oggi, 8 marzo, che siamo al centenario di questo appuntamento: traguardo incerto a causa dell’incertezza stessa del punto di inizio; è noto infatti che l’origine di questa ricorrenza è controversa, discussa. Sul sito della Cgil nazionale si può trovare una ricostruzione accurata della storia che ha portato a questa “invenzione di una tradizione” (http://www.cgil.it/Archivio/PariOpportunita/Attualit%C3%A0/8%20marzo-le%20origini.pdf).
Difficile comunque ricordare un centenario più distratto.
Che si sia giunti a questo anniversario solenne lo segnalano Cgil Cisl e Uil sui loro siti nazionali: “Oggi si celebra il centenario dell’8 marzo, festa internazionale della donna. L’8 marzo è una data che simboleggia le lotte delle donne di tutto il mondo per affermare i loro diritti e le loro aspirazioni, per uscire da una condizione di subalternità e di oppressione …”, Ma girando per la rete e per i quotidiani è evidente che il numero 100 non ha prodotto una emozione collettiva: le donne continuano a dividersi nel loro rapporto con questa data, e spigolando tra i siti iniziative e conferme si affiancano alle prese di distanza.
Il pensiero femminile tuttavia scorre piuttosto vivacemente nelle riviste, nei libri, nei gruppi e sulla rete. Quello che avviene in giro, nei mille luoghi in cui avviene, a volte incrocia questa data simbolica e la utilizza per un momento di visibilità. Molto spesso no.
Per questo centenario OLI vi suggerisce un viaggio:
Archivagando donne archivi femminismo http://deffeblog.wordpress.com/
Associazione Piera Zumaglino (Torino) http://www.retelilith.it/lilarca/zuma.htm
Casa delle Donne di Torino http://www.casadelledonnetorino.it/
Casa Internazionale delle Donne (Roma) http://www.casainternazionaledelledonne.org/
Diotima Comunità filosofica femminile http://www.diotimafilosofe.it/
DonnaTv http://www.donnatv.it/tv/mooffanka/?doc=5
Generazioni di donne (Genova) http://www.generazioni-di-donne.it
Libreria delle Donne di Milano http://www.libreriadelledonne.it/chisiamo.htm
Libreria delle Donne di Bologna http://www.women.it/libreriadelledonne/index.htm
LUD Libera Università delle Donne http://www.universitadelledonne.it/
Marea (Genova) http://www.mareaonline.it/
Radio delle donne (Genova) http://www.radiodelledonne.org/
Rete informativa Lilith http://www.retelilith.it/info/presenta.htm
(Paola Pierantoni)
Posted by Admin at 18:17 | Comments (0)
Migranti - Interazioni
Interazione è parola densa. E' parola giusta. Rappresenta soggetti che interagiscono, soggetti che stanno sullo stesso piano o almeno che aspirano allo stesso piano. Che si pongono sullo stesso piano di uguaglianza fondativa, che abitano lo stesso spazio–mondo e si muovono nel comune spazio-tempo, pur a partire da luoghi distanti e da collocazioni nei fili della storia, differenti per spessore, colore, nodi, tragitti.
E' parola diversa da integrazione che disegna sempre un dislivello fra chi integra e chi è integrato e da tolleranza che comunque mette chi tollera al riparo di un sistema di valori, di diritti e di doveri, di sistemi normativi e regolatori per definizione giusti e per presunzione intangibili.
Certo il buon senso e il linguaggio comune ci dicono che è meglio integrare che disgregare e che tollerare è esercizio e presupposto di buona disposizione verso l’altro diverso e che quando si sente ripetere, ormai troppo spesso, tolleranza zero si percepisce che l’intolleranza è a mille. Integrazione e tolleranza sono il male minore o il minimo livello del bene, una soglia instabile pronta a regredire e a precipitare verso l’umiliazione e la violenza che colpisce i deboli, i bisognosi, i richiedenti, gli affamati, gli emigranti. Ma allo stesso tempo degrada chi li esercita non perché ha “la forza della ragione, ma perché ha la ragione della forza”. O la forza e basta.
Il primo marzo, in cui possiamo sentire echeggiare il primo maggio, se abbiamo orecchie libere dal rumore che coarta la nostra vita, è stato un momento forte di interazione fra le comunità dei migranti e i cittadini italiani sensibili alla universalità dei diritti e alla pienezza della democrazia.
E’ stata giornata di incontri e di relazioni sociali, di condivisione e di sostegno reciproco; di aperture e di negoziazione a partire dall’affermazione del diritto allo sciopero, che anche solo sul piano simbolico da’ visibilità e concretezza al valore e all’insostituibilità del lavoro dei migranti. Senza di noi - ormai non potete essere quel che siete diventati, dovete rispettare tutti i nostri diritti, l’interezza delle nostre persone, non solo le nostre braccia.
E possiamo camminare insieme e sorriderci serenamente, senza il ghigno dell’arroganza.
Il cammino era cominciato con le rivolte di Rosarno e di Milano, in cui soggettività mutilate, umiliate e offese avevano rialzato la testa, si erano ritrovate per far sentire la forza delle loro ragioni.
Appendice I. (Interazioni)
Un giovane filosofo, brillante e sensibile, torna sul treno nel suo Sud. Lo scompartimento è pieno. Ha voglia di riposare e magari di riflettere in solitudine. Fra i presenti un quarantenne di grigio vestito e di parola stentorea. Una figura a metà fra un degradato furbetto del quartierino non più ricco e un aspirante portaborse in cerca di collocazione. Un fastidioso megafono che snocciola con noncuranza verso le altrui orecchie tutti i mali causati dall’invasione degli stranieri nella nostra amata e divorata Italia. E pretende risposte dagli altri passeggeri, scruta gli occhi, cerca consenso. Il nostro filosofo cerca come può di difendersi. Pensa al suo amico Abdo, rom macedone con cucina. Niente menù, si prepara quel che detta la fantasia, si mangia insieme, prezzo modico e fisso.
Ma l’assedio è inevitabile; la domanda arriva; “e lei cosa ne pensa?”.
“Io no parlare bene italiano” rispondi con i toni giusti. Gelo, megafono strozzato. Silenzio.
Appendice II (Interazioni)
Alle 23 e 50 del 4 marzo ricevo questo messaggio da un amico fraterno:
“Una fredda notte a Isola del Cantone, il giorno dopo la Befana, a un gruppo di ragazzi marocchini di Trento, mai visti, senza benzina e senza soldi, diedi venti euro. Stasera al casello di Isola mi aspettava una busta portata dal postino con dentro venti euro e un biglietto con scritto “grazie e buona fortuna”. Mi sento come se avessi vinto al Totocalcio o come se mi fossi fatto un bel cannone”. Il mio amico lavora nelle Autostrade ed è un grande contadino.
(Angelo Guarnieri)
Posted by Admin at 18:09 | Comments (0)
Elezioni - L'abbecedario della politica
Uno strano fenomeno si è verificato nei giorni scorsi lungo le strade di Genova. Specchi ammaliatori sono spuntati come funghi nel giro di una notte in tutta la città. Dalle umide sponde del Bisagno ai muri carichi di parietaria fronte mare, hanno lasciato stupiti i cittadini abituati ai vecchi cartelloni vinti dalla ruggine e dai bordi di legno gonfiati dalle intemperie. Su questi sberluccicanti pannelli attecchiranno i manifesti della campagna elettorale per le regionali in Liguria, che ormai tappezzano tutti gli altri spazi disponibili da molte settimane.
Da ponente a levante si rincorrono volti diversi tra politici di professione, professionisti militanti e non, persone comuni che hanno prestato il proprio viso ai candidati regionali. A cotanta umanità non corrisponde altrettanta varietà di linguaggio. L'impressione è che ormai l'abbecedario della politica sia un testo unico. Approvato da chi? Che i mentori della comunicazione siano gli stessi per uno schieramento e per l'altro? Che sia passata l'idea che la strategia dell'imitazione sia quella vincente?
Solo qualche anno fa i giornalisti stilavano classifiche su ciò che era di destra e ciò che era di sinistra, passando in rassegna dall'abbigliamento alle parole chiave. Esercizio in parte superficiale, ma a suo modo indicativo. Oggi, accanto agli eskimo dismessi e agli olimpi non elaborati, sono finite in cantina anche le parole della politica. Fiducia, futuro, merito e solidarietà si ripetono accanto a tutti i volti di destra e sinistra, supportate da ampie descrizioni di nuclei familiari solidi nel vincolo del matrimonio. Con difficoltà si intravede un costrutto dietro le frasi scelte. I ritratti non dispensano neanche uno sguardo enigmatico. Appiattimento.
Così un iscritto ad un circolo, dimentico della propria identità, può domandare durante una riunione quali parole usare per sensibilizzare persone non militanti al voto di un candidato piuttosto che all'altro. Il dito umettato del segretario scorre veloce alla pagina giusta dell'abbecedario ed ecco la frase da dispensare, con numeri ad effetto. Ma un tempo quelle parole non venivano da dentro?
I confini disegnati dalle parole dei manifesti elettorali non comprendono tutta la realtà. Come possono aver significato trascurando immigrati, coppie di fatto e non affrontando il precariato generalizzato e la crisi del sistema educativo?
Questo è un invito ad interrompere l'andar per obbiettivi, quando questi sono campagne elettorali che da qui a due anni immobilizzano il pensiero ed allontanano dalla realtà. Spostiamo il lenzuolo che copre le parole e lanciamolo sullo specchio... specchio delle mie brame chi è il più bello del reame?
(Maria Alisia Poggio)
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Politica - La Liguria turistica dove gli hotel chiudono
Dagli anni novanta è svaporato un tesoretto di oltre 2 milioni di notti rispetto ai 14 milioni attuali, eppure l'apporto del turismo al Pil della Liguria è l'8%, dietro Vallèe e Trentino. Tengono gli arrivi, si accorciano i soggiorni: conseguenza di prossimità la nota dolente, con il 70% dei flussi da Piemonte e Lombardia.
Gli stranieri si vedono a frotte solo nelle protette Cinque Terre, patrimonio Unesco.
E' tempo di programmi e verifiche elettorali e parola d'ordine è turismo “slow”, di qualità più che di quantità, non only beach, bensì una filiera per tutto l'anno di nautico, montano, sportivo, enogastronomico. Creati nuovi parchi, apprezzati dagli enti locali per gli appetitosi fondi europei, piste ciclabili lungo la ferrovia dismessa mentre porticcioli bipartisan fanno scempio di costa e spiagge. Tanto verde-mare con il successo degli agriturismi, oggi 600 contro i 45 di quindici anni fa e la ricettività alberghiera ridotta di un quarto. Per contrastare il trend la Regione, che fra il 2005 e il 2010 ha investito un centinaio di milioni di euro, ha varato una legge, definita “castrista” da alcuni operatori, tesa a tutelare il patrimonio alberghiero, che ne prevede mappatura, individuazione degli esercizi da dismettere e vincolo sugli altri, secondo piani per ora ampiamente disattesi dai comuni. Alcuni buoni interventi dunque e molte buone intenzioni, come al Comune di Genova, per cui il turismo è cavallo di battaglia. Intanto approva richieste di esclusione dal vincolo per cinque alberghi che, avendo meno di 50 posti-letto, ottengono modifiche di destinazione d'uso.
Peccato che uno degli hotel succitati sia a due passi dal Lido, corso Italia, una palazzina nel verde, con 16 camere, ovvero 32 posti-letto, che a vedersi dentro e fuori non pare impossibilitata a mantenere la presenza sul mercato: nel frattempo si propone il raddoppio della foresteria-ostello del Lido per la scarsa ricettività alberghiera in loco.
Peccato che altri due hotel siano situati a Nervi, dove da anni operatori e municipio invocano il rilancio turistico. Però è stato dato l'ok alle dismissioni del residence nei pressi di parco e mare, collegato ad una casa di riposo: un primo passo per smantellare o ampliare il tutto? Di così poco valore che si comunicano in delibera dati e foto errati. Alberghi a una stella, si dice, che incidono per meno del 10% sulla ricettività. Pazienza se a pochi metri dal mare. Nulla di male, non si è obbligati a fare gli albergatori, adeguarsi agli standard costa e perciò via alle residenze. Però dove la si immagina allocata la rete dei b&b da rafforzare, modello Cote d'Azur? Forse nello splendido entroterra da valorizzare, certo, ma qui la prima attrattiva resta il mare, dove piccoli hotel chiudono.
(Bianca Vergati)
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3 Marzo 2010
Primo marzo - A Genova il paese che cresce
Un fiume di gente. Alle sei di sera non era immaginabile. Alla Commenda sembrava ci fossero i soliti. Quei genovesi testardi che alle manifestazioni di piazza “in difesa di” testimoniano la loro esistenza politica, immigrati e genovesi stranieri insieme. E poi bambini, palloncini gialli ad incorniciare gli interventi al microfono prima di partire in manifestazione. Poi il corteo, avanzando verso il centro, si è riempito e le persone si sono aggiunte una dopo l’altra unendosi ai soliti. Quelle persone parlavano tutte la stessa lingua (galleria di immagini).
Il fiume, dietro ad uno striscione, non si poteva quantificare, ma il corpo percepiva fisicamente di farne parte. E se l’Italia che vogliamo è multietnica, ed è terra di diritti, lunedì 1 marzo a Genova quell’Italia è scesa nelle strade e si è presa le sue ore di libertà. Libertà di pensiero, di espressione, di incontro, di politica. Le ore di quella manifestazione sono le ore d’aria che chi era in quel corteo ha concesso a se stesso per testimoniare l’esistenza di un’Italia migliore, profondamente diversa da quella che ci viene propinata tutti i giorni. E’ il paese che cresce, nonostante tutto, esattamente come è cresciuto quel corteo. Bellissimo vederlo nascere e sapere quanta energia lo sostiene.
(Giovanna Profumo)
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24 Febbraio 2010
Marketing politico - Quel che non sappiamo di nonno Mario
Nonno Mario è malfermo. Si capisce dallo sguardo triste e perso, dal pigiama a righe indossato per una – breve? – sosta all’aperto, ma soprattutto da quel suo modo di appoggiarsi al palo di legno sulla sua sinistra. L’anziano è entrato da qualche mese nell’immaginario dei genovesi grazie ad una sofisticata operazione di marketing politico che ha schierato nell’ordine una bambina a scuola, una ricercatrice universitaria, un giovane disoccupato che beneficia di incentivi al lavoro, un pendolare, una giovane donna che ha comprato casa, ed appunto, il nonno. Tutti loro rappresentano gli obbiettivi politici raggiunti da Claudio Burlando e dalla sua giunta e lo fanno mettendoci la faccia. L’operazione di marketing ha come scopo avvicinare il cittadino a loro e convincere l’elettore di tutte le cose buone fatte per le fasce deboli. E’ assente ad oggi la figura dell’immigrato.
Forse perché non è un potenziale elettore. O forse perché verrà presentato in una f ase successiva.
Comunque Nonno Mario, tra le categorie scelte, è quello che più “impressiona” chi lo guarda, per due ragioni: tutti in Liguria – regione di anziani – sono o hanno nonni, e in parecchi possono fare valutazioni sulla base della loro esperienza personale.
“Ora molte persone, disabili o anziani non autosufficienti, possono essere assistite a casa loro” dichiara il volantino e spiega “ora 7000 famiglie ricevono 4200 Euro all’anno per un impegno complessivo di 30 milioni di euro”. A conti fatti queste famiglie ricevono al mese 350 euro chi più, chi meno.
Di seguito descriviamo l’assistenza di cui necessita Nonno Walter, disabile al 100%. Sveglia la mattina, pulizia, cambio pannolone, medicine, sistemazione sulla sedia a rotelle, colazione – ma spesso è inappetente – spostamento dalla sedia a rotelle al letto dove dorme e richiede attenzioni, pranzo, sistemazione dal letto alla sedia a rotelle, riposo, fisioterapia – che non vuole più fare perché troppo dolorosa, tv, cena, spostamento dal letto alla sedia a rotelle. Notte. Nel suo quotidiano il Nonno Walter è assistito principalmente dalla moglie e da un badante. E non può essere lasciato solo. L’anziano riceve il contributo di invalidità di cui sopra. L’augurio è che non debba richiedere assistenza per la notte. In questo Walter è bravissimo perché, altrimenti, salterebbero gli equilibri contabili ed emotivi che supportano l’anziano in casa propria.
“Ora molte persone, disabili o anziani non autosufficienti, possono essere assistite a casa, grazie a quello che abbiamo potuto dar loro, ma grazie soprattutto all’impegno di badanti e familiari che li accudiscono quotidianamente”.
Forse era semplicemente questo che si poteva scrivere sotto il manifesto. Perché il primo è un messaggio pubblicitario. Il secondo è un messaggio politico.
(Giovanna Profumo)
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Iride-Enia - L'acqua: bene pubblico o no?
Tra i faccioni elettorali che giganteggiano in città occhieggia un manifesto del PD, che annuncia un convegno su Iride e la riforma dei servizi pubblici locali: dopo quattro anni di discussioni e 14 mesi di annunci fatta la fusione fra Iride ed Enia, multiutility del NordOvest, che si occuperà di acqua, gas, rifiuti, energia, la seconda per importanza in Italia.
Grande la soddisfazione dei Comuni interessati, Torino, Genova e la catena di quelli emiliani, con Parma, Piacenza e Reggio in testa. Una questione di “governance” aveva frenato il tutto ma il decreto Ronchi, che stabilisce che entro il 30 giugno 2013, i Comuni devono scendere al 40% del capitale ed entro il 2015 al 30%, ha affrettato l'unione. Ci son voluti ben 80 consigli comunali in Emilia per approvare il vincolo del 51% in mano pubblica e così con la certezza di detenere la maggioranza, in tempi di finanze magre, queste società di servizi costituiranno vere casseforti per i Comuni.
La nuova società è stata presentata come una vittoria alle spinte speculative private. Sarà. Ma la maggioranza della proprietà pubblica perchè dovrebbe garantire la riduzione di costi per il consumatore? Si potrebbe obiettare che mancando le regole per attuare una vera concorrenza sul mercato, non si porrebbero ostacoli ad un rialzo dei prezzi e magari maggiori introiti nelle casse comunali. I fautori della privatizzazione sostengono che eventuali aumenti di tariffe farebbero soltanto recuperare gli investimenti, migliorando nel tempo il servizio. A Milano, dove c'è stata una gestione efficiente e tanti investimenti è la città dove l'acqua costa meno. Secondo Cittadinanzattiva invece "privato" non è in automatico sinonimo di efficienza: a Latina, per esempio, il gruppo privato Acqua Latina ha aumentato le tariffe del 300%. A chi credere?
Dichiara la sindaco di Genova: “Sono contenta, anche per i cittadini”, che tuttavia pagano la bolletta più cara del NordOvest, 325 euro contro i 222 di Torino per una famiglia di tre persone (Il Sole 24ore).
L'acqua, bene comune fuori dal mercato, invocano tanti.
Il Comune di Torino ha approvato una delibera dove si dice che " la proprietà delle reti del servizio idrico è pubblica e inalienabile... e la gestione da effettuarsi esclusivamente mediante soggetti pubblici”. A Genova non è passata così. Timori di Borsa.
Intanto l'oggetto del contendere infinito, la governance, cioè le poltrone di comando, pare risolto con la creazione di ben sei società operative, tra cui due a Genova. Alla faccia del decreto Lanzillotta che prevedeva la diminuzione di partecipate e consiglieri. In Italia ci sono 4.461 società partecipate e 2.291 consorzi: secondo la Corte dei conti le imprese locali hanno 255mila dipendenti e 38mila persone con incarichi societari, una ogni 5,6 dipendenti, con stipendi da 100mila euro in su. Fino ad arrivare ai 338mila euro del presidente di Hera, altra municipalizzata che doveva unirsi: compensi e potere ad ostacolare il matrimonio?
La vera scommessa dell’operazione Iride-Enìa è forse che la possibilità di maggiori investimenti, la razionalizzazione delle strutture di governo in queste imprese consenta il «miracolo» dell'abbassamento delle tariffe. Speriamo.
(b.v.)
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16 Febbraio 2010
Eluana Englaro - L’oscenità al potere
“Una parola oscena”: così Mina Welby, al microfono del Tgr Liguria, definisce l’esibito rammarico del Premier (“Non sono riuscito a salvarla”) per la fine della non-vita di Eluana Englaro, a un anno esatto di distanza. Definizione tristemente perfetta: osceno quel rinnovare l’uso strumentale, a fini di bassa politica, di un indicibile dolore personale e familiare, degradando un’occasione di riflessione ad una cinica commemorazione del proprio “amore” politico per la “vita” reso impotente dal partito dell’ “odio” cultore della “morte”.
Osceno quello straparlare in prima persona di un dramma di altri, con la presunzione o – peggio – l’intenzione di far credere di conoscerlo e di poterlo risolvere. Osceno quello svuotare e ribaltare di senso le parole: non solo “amore” e “odio”, “vita” e “morte”, ma anche “lasciare morire di fame e di sete” detto e ridetto all’infinito (esattamente come “non abbiamo messo le mani nelle tasche degli italiani”), laddove ci si riferisce all’interruzione di una nutrizione artificiale che avviene mediante un sondino gastrico introdotto in un corpo inerme, nutrito con sostanze chimiche e non certo da bevande e cibo, come invece quell’espressione sistematicamente ripetuta vuole indurre a pensare. Osceno quell’offendere il linguaggio per insultare la verità, per ridurre l’intelligenza, per azzerare il pensiero e per ricavare da tutto ciò consenso e potere. Mina Welby lo dice perfettamente, con una definizione secca seguita da argomentazioni limpide sull’inalienabile diritto a disporre della propria esistenza, a poterla considerare vivibile o meno. E lo dice con il suo volto, segnato da una vita intensa di amore e sofferenza con una persona malata che, alla fine dei suoi giorni, ha almeno potuto decidere di sé. Un volto bellissimo, scavato e sereno. Che trasmette verità. E anche una piccola, fortissima speranza.
(e.c.)
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Europa - Il registro pubblico delle lamentele
L’Europa ha i suoi vantaggi, questa volta invece che dalla fredda ed efficiente Commissione di Bruxelles, più ancora che dal Parlamento di Strasburgo, la notizia che potrebbe cambiare qualcosa di intoccabile in Italia arriva dritta dritta dal Portogallo, però – scandalo! - non da una testata giornalistica ma da una amica portoghese scandalizzata di un nostro pronto soccorso.
Proprio nel paese che vide Colombo imbarcarsi per scoprire l’America, sfuggendo alle brame del buon Benigni nell’indimenticabile coppia cinematografica con Troisi, nel 2005 è stato approvato un decreto legge (*) con il quale viene istituito in forma obbligatoria un registro pubblico delle lamentele per una lunga serie di attività commerciali e di servizio. Nella lista sono compresi ospedali, uffici pubblici, quasi tutto quello che abbia una interfaccia con il pubblico. La lista viene poi estesa nel 2006 comprendendo quasi tutto. Funziona in un modo molto semplice: a richiesta dell’utente, l’esercente presenta il registro (normato a sua volta dal decreto), appone su di esso la lamentela in triplice copia. Una copia resta a lui, una copia la invia lui stesso entro 5 giorni all’ufficio pubblico competente, la terza resta nel registro. In questo modo, l’elenco delle lamentele è pubblico, quindi prima ancora di usufruire del servizio l’utente potrebbe chiedere di vedere il registro e controllare il livello di affidabilità dell’esercente rispetto al servizio richiesto: pensiamolo in un ospedale, dove si sa sempre a posteriori che è buona abitudine dello staff di operare la gamba sbagliata: un’occhiata al registro e si cambia subito ospedale: semplice, no? Sempre il decreto obbliga ad apporre all’ingresso, in evidenza, che l’esercizio dispone del registro. Che paese civile!
Comunque, una volta spedita la cosa parte un controllo dello stato, che dopo un certo numero di lamentele riscontrate e verificate come valide, può applicare delle sanzioni fino alla chiusura temporanea dell’attività. In Italia sarebbe una rivoluzione positiva, l’applicazione è già stata effettuata in Portogallo, esistono norme applicative, case studies, tutto quello che una task force governativa potrebbe andare a studiare dai nostri vicini oceanici e riapplicare tal quale da noi. Ma funzionerebbe, correggendo un sistema medioevale basato su clientelismi, baronati, diritti di esenzione e di ordini rinascimentali, quindi non interessa. Il progetto, tal quale, decreto e sito web esplicativo, spedito ai tre contendenti politici italiani, ovvero alla segreteria del PD, al PDL ligure e ai Cinquestellini di Grillo a Genova non ha ricevuto risposta.
Da noi si è cercato di fornire ai cittadini un sistema di controllo basato sulle autocertificazioni della qualità certificata (ISO 9000), solo che il totale fallimento dell’efficienza e della qualità dei servizi hanno dimostrato che non è la scelta vincente. Un sistema in autocertificazione è troppo facile da manovrare, non fornisce alcuna garanzia e soprattutto viene gestita in maniera differente a seconda del livello di preparazione del personale incaricato.
* http://www.deco.proteste.pt/direitos/um-livro-de-reclamacoes-em-cada-canto-s407841.htm
(s.d.p.)
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10 Febbraio 2010
Politica - Colori senza bandiere
Il 4 dicembre su Repubblica Matteo Tonelli nel suo articolo titolato “Quando i colori diventano bandiere” prende spunto dal popolo viola per compiere un excursus sulle “Tonalità che hanno segnato e segnano la lotta politica”.
La simbologia del colore non è certo una novità. Il fatto è che ora, almeno in Italia, i colori non suggeriscono più una retrostante bandiera.
Le persone che riempiono le piazze sempre più si convocano attraverso la rete, e scelgono il colore che li farà sentire gruppo, che li renderà riconoscibili quando dal web scenderanno nel mondo fisico delle città. Dopo il viola del NoBday, ora sta emergendo il giallo dello sciopero dei lavoratori stranieri del 1 marzo.
In entrambi i casi, girando per i rispettivi siti, risulta evidente che il primo requisito della tinta identitaria è quello “di non essere di nessun partito, di nessuna storia, di nessuna tradizione … colore libero … casella non occupata … simbolo di nessuna identità pregressa … un colore che non rimanda a nessuno schieramento politico”.
Nelle manifestazioni delle ere politiche precedenti l’unità era simboleggiata non dalla assenza, ma dalla compresenza di molte bandiere: di Cgil, Cisl, Uil nelle manifestazioni sindacali; di tutte le bandiere del sindacato, più quelle dei partiti, più gli striscioni di associazioni e gruppi nelle manifestazioni più grandi, più politiche. Molte bandiere, una identità sotto ciascuna bandiera, uno scopo comune tra tutte le identità. Nessuno si sognava di prendere le distanze dalle “identità pregresse”: ognuno sentiva che la battaglia del momento era la figlia, lo sviluppo, la possibilità aperta da quel che aveva preceduto e che ancora viveva. C’erano i padri, c’erano le madri e c’erano i figli. Litigavano ma si riconoscevano.
Ora sotto i colori inventati sulla rete ci sono i figli poco amati di genitori lontani, molto presi di se stessi e singolarmente sordi rispetto a quel che avviene loro intorno.
A volte dai padri e dalle madri lontane vengono anche parole di buon senso. Ad esempio Pietro Soldini della Cgil nazionale, intervistato da L’Unità (7 gennaio 2010) a proposito dello sciopero dei lavoratori stranieri del 1 marzo (vedi la pagina su Facebook: http://www.facebook.com/home.php#!/group.php?gid=237442792026&ref=ts) osserva: “Che gli immigrati un giorno si fermino tutti e facciano pesare la loro utilità è una bella suggestione, ma difficilmente realizzabile … lavorano in condizioni di assoggettamento, soggezione, neo schiavismo in alcuni casi. Subiscono una forte ricattabilità e questo rende arduo che possano mettersi d’accordo e, anche solo per un giorno, alzare la testa … Un flop sarebbe un problema molto serio … occorre trovare insieme la forma di mobilitazione più idonea”. Idee assennate, ma la saggezza e la prudenza non bastano: resta il fatto che senza l’iniziativa di qua ttro donne che hanno lanciato la proposta su Facebook, oggi non sarebbe all’ordine del giorno la proposta di una mobilitazione nazionale contro la condizione sempre più vergognosa in cui sono costretti a vivere gli immigrati in Italia.
Proposte, controproposte, mediazioni sono in corso. Lo “sciopero degli immigrati” è diventato “la giornata senza gli immigrati”. Il 1 marzo una manifestazione ci sarà. (http://www.reset-italia.net/2010/01/09/1-marzo-2010-la-giornata-senza-immigrati/) .
(Paola Pierantoni)
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3 Febbraio 2010
Politica - Popolo viola: energie libere in piazza
Nel loro comunicato gli organizzatori del presidio del 30 gennaio in difesa della costituzione hanno ringraziato per la partecipazione “le seguenti associazioni: Circolo Genovese di Libertà e Giustizia, Movimento Decrescita Felice MDF - Circolo di Genova, Legambiente, Sinistra e Libertà della Valbisagno, Giovani Democratici del Medio Ponente, Gli amici di Grillo - Genova gruppo storico 2005, e i consiglieri comunali: Antonio Bruno, Manuela Cappello, Bruno Delpino. E ancora il consigliere provinciale Angelo Spanò, Simone Leoncini di Sinistra e Libertà, Comunisti Italiani, Roberto Delogu, La comunità di San Benedetto, Sinistra popolare Genova, Antonello Sotgiu e Rita Guglielmetti della CGIL Genova, Verdi”, e gli altri cittadini intervenuti.
Chi era presente davanti alla prefettura ha visto circa trecento persone “presidiare” con le loro forze – un megafono, molti cartelli e il viola - la carta costituzionale. Fa un certo effetto prendere atto che non una carica istituzionale di rilievo sia passata per un saluto. Ma questo è il momento storico con il quale ci si deve confrontare, insieme ad una campagna politica che non ha mostrato, sino ad oggi, grandi slanci, se non la simpatica fotografia su Repubblica (venerdì 29 gennaio ndr) di Lorenzo Basso che stringe la mano a Rosario Monteleone – l’ultimo, dall’alto, incombe - a garanzia che il centrosinistra ligure non fa mancare proprio nulla a suoi elettori. Tanto meno all’Udc che, “dicono i più informati”, oltre ad un posto da assessore in regione “potrebbe contare anche su un assessorato nella giunta Vincenzi”.
Il senso di realtà suggerisce di fare un passo indietro per guardare ai fatti così come si prospettano. C’erano iscritti al Pd in quella piazza, ma apparivano come anime perse, prive di identità politica.
Unica appartenenza accertata quella al popolo viola, insieme di energie libere, ricca riserva indiana come tante ne produce il paese. Da otto anni.
Tuttavia nulla è perso. Bucchi aiuta ad interpretare il complesso con la sua vignetta del 27 gennaio su Repubblica. Parafrasando l’ultima pellicola di Cameron disegna un paio di occhiali e scrive: “Avotar – chiedete gli occhialetti per vedere i democratici in rilievo”.
Forse, prima delle elezioni, qualcuno ne vorrà fare omaggio.
(g.p.)
Posted by Admin at 00:23 | Comments (0)
26 Gennaio 2010
Parchi di Nervi - Il sussiego dei politici
Il piede dondola in prima fila, s'intravede uno smilzo cappotto blu, sprofondato in poltrona, le dita che scorrono pigramente sul telefonino, mentre l'assessore al verde del comune di Genova snocciola le cifre dell'intervento sui parchi di Nervi: quasi quattro milioni di euro per ridare vita agli alberi ingialliti, le aiuole scalcinate, i prati spelacchiati, il roseto decimato, i tetti da rifare. Siamo al Gam di Capolungo, 21 gennaio 2010 e l'iter è concluso, il progetto di riqualificazione finalmente presentato. Nel pubblico tutti quei cittadini, senza colore politico, ben consapevoli che le priorità sono ben altre in questo momento, ma che per anni si sono battuti, hanno tenuto puntigliosamente vigile l'attenzione, pressato le istituzioni, coinvolgendo l'università e risparmiando così centomila euro di progettazione, affinché non andasse in rovina uno degli spazi più amati da vecchi, giovani, bambini della città.
Chiede precisazioni l'associazione di ostinati professori uni versitari, ingegneri, architetti, casalinghe, ambientalisti, che hanno faticato perché quel gioiello di parco sul mare, con posizione unica in Italia, riesca a ritrovare la sua veste storica d'eccezione.
In prima fila però il tizio dal piede dondolante bofonchia qualcosa nell’orecchio dell’assessore, reclama sottovoce, gli interventi si sovrappongono finché qualcuno non contesta il modo di procedere: si è tutti qui ad ascoltare, perché non si palesano i discorsi? Sorpreso, il tipo si scusa, prende il microfono e attacca sui numeri, poco chiari a suo dire. Non s'identifica ma esige approfondimenti rigorosi per l'eventuale assemblea pubblica, con il tono di chi sa e non dice. E poco dopo comunica che per "doveri istituzionali" deve andare via, allontanandosi sussiegoso. Qualcuno poi rivela: è l'assessore all'assetto territoriale, sviluppo economico e turistico del municipio del Levante, come cita il suo sito. Si sta esercitando, anzi ha già imparato la parte, il dialogo esclusivo fra chi conta, trattando con degnazione, senza riconoscenza, i volontari che hanno fatto il lavoro al posto di chi doveva e si sono preoccupati di salvaguardare per i nipoti, per la città quella meravi glia di oasi cittadina. Il signore in questione invia dal suo blog mail con ironici commenti, si erge paladino del territorio, controlla l'amministrazione, che non è della sua stesso parte politica, senza discernerne il talvolta apprezzabile operato.
Presenzialista, dicono. Dov' era però quando si protestava per il parco? Dov' era quando nel suo municipio si votava contro la variante di salvaguardia che preserva tanti spazi nel levante cittadino? Proprio quel municipio che tanto ha tuonato contro la cementificazione e la salvezza del verde?
Un percorso dal quartiere al parlamento con la stessa immagine d'autoreferenzialità, che troppo spesso accomuna destra e sinistra, tenendo lontani i tanti cittadini certi nel profondo del cuore che prima di ogni cosa, prima di sé stessi, debba contare la res publica. Come si può constatare ancora una volta in questi giorni.
(Bianca Vergati)
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3 Dicembre 2009
Politica - Cardinal dinner
Ottimo risultato: più di 200mila euro – destinati al terremoto in Abruzzo e ad altri interventi – raccolti con la cena di beneficenza organizzata venerdì 27 novembre a Palazzo San Giorgio dal Magistrato di Misericordia, istituzione fondata nel 1419 in un ancien régime in cui sembrava del tutto naturale che trono e altare dovessero procedere indissolubilmente legati.
Sontuosa cena di gala nel Salone delle Compere, intitolata all’ospite d’onore cardinale Angelo Bagnasco, arcivescovo di Genova e presidente della Cei.
Un eccellente parterre di partecipanti (con generosi esborsi di tasca propria o dell’ente o impresa di riferimento), tra cui il priore del Magistrato di Misericordia Marco Simeon (vicino all’Opus Dei e responsabile pure delle relazioni internazionali e istituzionali della Rai), Luigi Merlo presidente dell’Autorità Portuale, Claudio Burlando presidente della Regione e il suo sfidante Sandro Biasotti, Claudio Scajola ministro per lo Sviluppo Economico, Paolo Garimberti presidente Rai, Piero Gnudi presidente Enel, Giovanni Berneschi presidente Banca Carige, Flavio Repetto presidente Fondazione Carige.
Tra le assenze di spicco, la sindaco Vincenzi, il presidente della Provincia Repetto e l’intera Udc.
Il cardinal Bagnasco è tornato su uno dei temi d’attualità: «E' vero che il crocifisso è il segno più grande della nostra fede di cristiani. Il figlio di Dio che dà la vita per noi. Allo stesso tempo è anche vero, la storia lo dimostra, che il crocifisso ha ispirato i valori espressi nella croce, cioè ha ispirato civiltà, cultura, sia in Italia, sia in Europa, ha quindi anche una valenza culturale».
Sacrosante parole, ma ci permettiamo di aggiungere che l’icona dell’uomo-dio crocifisso assume valori diversi a seconda del contesto in cui è inserita: nei luoghi di culto e nelle case dei fedeli è simbolo sacro da rispettare; nel patrimonio culturale e nel paesaggio è segno di civiltà che va tutelato; ma negli edifici pubblici – scuole, tribunali, ospedali e uffici vari frequentati da chiunque – la sua presenza è quasi blasfema, ridotto a simbolo dell’egemonia di una confessione religiosa, a strumento per “marcare il territorio” della Chiesa cattolica, come bene ha argomentato un lettore (Walter Peruzzi in OLI 240) Molti guardano con ammirazione simili eventi, magari anche rammaricandosi di esserne esclusi. Ma molti altri provano forte disagio.
Troppo spesso iniziative per raccoglier fondi a fini benefici – siano cene, balli o quant’altro – sono in realtà gratificanti occasioni mondane per sentirsi parte di un’élite, per esibire tale appartenenza agli ambienti che contano, per strombazzare con understatement il proprio potere e la propria ricchezza che consentono così generose elargizioni.
Viene allora in mente chi disse: «Quando adunque tu fai elemosina, non suonare la tromba davanti a te, come fanno gli ipocriti nelle sinagoghe e nelle strade, per essere onorati dagli uomini» e ancora «non sappia la tua sinistra quel che fa la tua destra, affinché la tua elemosina rimanga in segreto; e il Padre tuo che vede nel segreto, te ne darà la ricompensa» (Matteo: 6, 2-4).
Forse bene fece chi disertò.
Sul Magistrato di Misericordia e la cena di gala:
http://www.magistratodimisericordia.it/node/56
Cronaca dell’evento:
http://diocesi.riviera24.it/articoli/2009/11/26/73842/torna-il-cardinal-dinner-per-raccogliere-fondi-da-destinare-in-beneficenza
http://www.primocanale.it/news.php?id=59433
http://www.ilgiornale.it/genova/udc_assenze_rilevanti/29-11-2009/articolo-id=402855-page=0-comments=1
Sul Cardinal dinner 2008:
http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2008/11/27/una-serata-di-gala-da-200-mila.html
http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2008/11/27/indovina-chi-non-viene-cena.html
Sulla Santa Alleanza a Genova:
http://www.antimafiaduemila.com/content/view/7262/48/
(Ferdinando Bonora)
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16 Luglio 2009
Politica - Il partito tra fine e mezzo
“Il partito non ่ un taxi, non ่ un autobus”: a qualcuno potrebbe venire in mente che il partito non ่ un mezzo ma ่ il fine. I partiti della prima repubblica sono andati in malora proprio perch้ molti non vedevano in essi un mezzo per servire l'interesse del Paese e dei suoi abitanti. Molti politici hanno trovato nei partiti la loro meta e ci hanno raggiunto il loro fine ultimo. Il partito ha preso il posto del Paese da servire. I dirigenti di partito hanno preso il posto dei cittadini. La crisi dei partiti c’era ancora prima di tangentopoli ed ่ scoppiata drammaticamente subito dopo.
Non ่ forse meglio prendere i partiti e farci dei bei giri utili al paese che occuparli per tutta la vita?
Non è naturalmente il caso di Bersani, ma quella del taxi è la seconda battuta infelice che ha fatto nel giro di una settimana. La prima è่ stata quando ha paragonato la regolarizzazione delle lavoratrici e dei lavoratori immigrati senza permesso di soggiorno proposta da Giovanardi alla pillola del giorno dopo. La regolarizzazione e l’emersione del lavoro nero è invece una cosa positiva che in una democrazia ancora più avanzata sarebbe normale, possibile in modo permanente e quotidiano e non ogni 4-6 anni come succede in Italia.
(Saleh Zaghloul)
Posted by Eleana at 10:51 | Comments (0)
20 Maggio 2009
Baget Bozzo - Diritto al cordoglio critico
Giusto il cordoglio. C'è per chiunque lascia un vuoto attorno a noi, fosse anche un barbone. Tanto più per un politologo delle capacità di Gianni Baget Bozzo. Nei giorni del recente lutto si sono sentite e lette tante esternazioni, da amici e da avversari politici, tutte suggerite dall'ammirazione per l'acume, la conoscenza dei risvolti della politica e della loro storia recente e meno, dei problemi attuali o dall'amicizia di cui dicono fosse generoso dispensatore a quanti gli erano spiritualmente e politicamente vicini.
In tanto profluvio di parole di ammirazione è possibile un segno di dissenso, spero non irriguardoso, piccolo così? Conoscevo Gianni Baget Bozzo solo dalle sue analisi sul Secolo XIX, che ho sempre letto più per disciplina che per piacere tanto talvolta mi sono parse criptiche per l'uomo della strada, non condivisibili e irritanti per chi, rispetto a lui, la pensava in modo diametralmente opposto. Qualche tempo prima di morire in un' analisi in cui a farla da padrone era, guardacaso, Berlusconi, il politologo scrisse che si comportava da "cristiano" per quel suo sopportare pazientemente il dileggio, le ingiurie degli avversari, le accuse gratuite di malgoverno ecc. Una lettura siffatta del comportamento del premier era fuorviante in quanto avallava di lui un'immagine tollerante, democratica, paziente, cristiana, appunto (che è poi il metro su cui gioca Berlusconi per ingannare gli italiani), quando invece è solo buffonesca e non si scosta dal clima, per essere generosi, da "amici miei" che caratterizza ogni sua uscita sopra le righe.
Di Gianni Baget Bozzo, se può essere possibile spiegare il triplice voltagabbana (chi vive cambia, si dice) del quale non credo però abbia mai approfittato per catturare poltrone, meno invece convince quel suo cadere in deliquio di fronte a un politico mediocre e affarista come Berlusconi, quel suo definirlo "cristiano".
O forse voleva dire che l'opposizione, col suo demonizzare l'avversario, porta acqua al suo mulino. In questo caso Franceschini &C non potranno dire di non essere stati avvertiti...
(Giovanni Meriana)
Posted by Eleana at 08:29 | Comments (0)
13 Maggio 2009
Migranti - Gli analgesici della politica
Maroni in questi giorni è riuscito a dire che nessuno più di lui e del governo ha a cuore la difesa delle vite umane: infatti la gente è stata presa a bordo, non li hanno lasciati annegare. La parte di elettori di destra che vuole sentirsi cattolica avrà preso le sue parole come se fossero vere, sollevata alla prospettiva di poter continuare a considerarsi “buona”. Severa, sì. Ma buona. Rispettosa della vita, prima di tutto: embrioni, Eluana e clandestini.
Sull’altra sponda ci sono le parole chiare di Franceschini, ma c’è anche Fassino che propone “di aprire uffici in Libia e negli altri Paesi in cui lo si ritenga utile, a cui si possa rivolgere chiunque voglia chiedere asilo… Le commissioni ministeriali che devono valutare la concessione si recheranno periodicamente sul posto per decidere chi ha diritto e chi no …”.
Fassino parla come se tutto questo fosse vero, o almeno a portata di mano, e fa balenare a chi ascolta una visione nord europea di uffici efficienti, di impiegati cortesi e competenti, di gente in attesa che sfoglia riviste. La parte di elettori di centro sinistra che sogna (anche lei) di poter essere “buona” e insieme “ragionevole”, “di sinistra” ma anche “realista”, di poter tenere sempre insieme la botte piena e la moglie ubriaca può essergli grata, e abbandonarsi a questa “vision” con senso di sollievo.
Analgesici politici per chi non regge la realtà e le sue contraddizioni insanabili. Roba da banco che si può ottenere senza ricetta, anche se causa assuefazione.
(Paola Pierantoni)
Posted by Eleana at 21:09 | Comments (0)
29 Aprile 2009
Sicurezza - Il Pd tra Minniti e Touadi
16 aprile 2009, Salone di rappresentanza di Palazzo Tursi, dibattito organizzato dal PD genovese: “La sicurezza è tutela dei diritti di tutti”.
Primo relatore, il ministro-ombra (Interno) del PD, Minniti, rivendica la sicurezza come monopolio dello Stato e afferma che la via maestra per garantirla passa attraverso l'aumento dei fondi alle forze di polizia, che ha sofferto tagli pesantissimi dal governo. Le norme del ddl 733 non hanno sortito l'effetto di porre freno alla violenza- afferma il politico-così come la soluzione di portare l'esercito nelle città. “Combattere i clandestini”, tra i propositi elencati da Minniti, “distinguere chi delinque e chi no, la badante dallo stupratore”.
Grande rilievo dato anche a soluzioni urbanistiche: tra gli strumenti per garantire più sicurezza nelle strade, quindi, mezzi alla polizia, maggiore illuminazione delle piazze, più attenzione all'urbanistica, in modo da creare un territorio vissuto.
All'esposizione di Minniti seguono una serie di interventi della società civile, operatori del sociale, italiani e stranieri ( a riprova che la presenza straniera non si riduce alla dicotomia badante/stupratore). Rappresentanti di associazioni come CGIL, CISL, Comunità islamica Genova, ARCI, Ordine dei medici, Genova, Comunità S.Egidio, FIOPSD (Federazione Italiana degli Organismi per le Persone Senza Dimora ), SILP (Sindacato Italiano Lavoratori Polizia), Centro Studi Medì, Coord. Donne Latino Americane.
Tutti i prendono spunto dalle parole di Minniti, polemizzando, in alcuni casi, cambiando totalemente il fuoco. C'è chi ricorda, insieme alle vittime del terremoto, anche le migliaia di morti che giacciono in fondo al Mediterraneo e chiede, genericamente, al PD “Potevate abrogare la Bossi-Fini quando eravate al governo. Come mai non lo avete fatto?”, chi interviene sul linguaggio e sull'uso del termine “clandestini”, chi ricorda i diritti elusi, come l'iscrizione all'anagrafe dei figli dei clandestini,. Viene trattato il tema della sicurezza sul lavoro, sempre meno protetta dalla legge a causa delle nuove norme sugli appalti che negano la responsabilità dell'azienda appaltatrice.
Chi opera nel sociale è concorde nell'affermare che i clandestini non sono criminali e non vanno combattuti, che conducono una vita terribile dalla quale sono impossibilitati ad uscire, e che il mancato rispetto di diritti quali la libertà di culto e la possibilità di sviluppare un'identità multipla creerà seconde generazioni arrabbiate. Unanime la richiesta, da parte della società civile, di una risposta diversa alla questione sicurezza, ossia sul terreno relazionale, con un grosso investimento nel sociale.
A chiudere il dibattito, riunendo le istanze della politica e quelle della società, l'intervento di Jean L. Touadi, deputato del PD attualmente alla Commissione Giustizia.
“Si tratta di riempire la parola sicurezza di nuovi contenuti”, esordisce, per affermare, da una parte, l'importanza della legalità come fondamento della convivenza, dall'altro l'inviolabilità dei diritti umani, che sono connaturati all'uomo e non “gentile concessione”. Touadi elenca, richiamando il Manifesto di Saragozza, le condizioni da creare per garantire la sicurezza: decoro urbano, ma anche capacità di mediazione sociale, educazione alla legalità, cultura. “La società rifiuta pervicacemente di riconoscere il mutamento”, afferma Touadì, ma le paure non vanno stigmatizzate, bensì ad esse di devono dare risposte razionali.
I cittadini sono in attesa.
(Eleana Marullo)
Posted by Eleana at 13:05 | Comments (0)
8 Aprile 2009
Comitati - News da piazza Marsala
E’ sufficiente che l’ugandese Idriss sia presidente – lui corregge: “non presidente, solo coordinatore” – per considerarlo integrato nella democrazia occidentale? Il dubbio malizioso è stato fatto circolare dall’ex edicolante venuto a curiosare – lo fa settimanalmente – in zona. Le solite anime pie hanno subito recapitato il messaggio a Idriss che, da vero politico smaltato, ha detto: “Giusto, giustissimo. Io sono solo all’inizio”. Siccome lui dice le cose accompagnandole con sorrisi luminosi e segni di assenso nessuno è stato sfiorato dal dubbio che ci prenda per il culo. Meglio così. Poi. all’una, mentre insieme mangiavamo la solita papera con farinata nella bottega del farinotto – segretario del comitato – ha spiegato cosa intendeva per “essere all’inizio”. Questo il ragionamento: il comitato è un comitato se discute e fa discutere e poi chiede, ma sempre con l’idea che la cosa che chiede sia importante per tutti e non solo per il comitato. Se no, ha precisato serio, “non è un comitato ma una lobby”.
Così ci ha stupito due volte: perché ha usato il termine lobby pronunciando la “o” nel modo inglese e perché noi a certe distinzioni non facciamo caso. Semplicemente ci aveva irritato quel cavolo di orologio sempre indietro da mesi: ci sembrava un segno (magari modesto) di abbandono e zac c’era venuta l’idea, un po’ sul serio un po’ per scherzo, del comitato. Per dire che non eravamo stati lì a pensare se era una cosa pubblica o solo nostra. Eravamo stati fortunati perché era una cosa privata e pubblica nello stesso tempo.
“E siccome non siamo una lobby – ha proseguito Idriss – è giusto che noi, il comitato, ci facciamo una domanda. Se la cosa che abbiamo chiesto non succede, può essere che è sbagliata?”. Qui – lo dico francamente – ci ha proprio spiazzato. Perché mentre noi tutti, offesi della scarsa attenzione dei funzionari pubblici per le nostre rimostranze, stavamo ragionando su come caricare il pezzo, cioè allungare l’elenco delle inerzie amministrative che interessano la nostra amata piazza, lui se n’è venuto fuori con quella domanda che all’inizio ci è puzzata di defezione. Lui allora ha precisato “forse abbiamo chiesto una cosa giusta nel modo sbagliato o forse l’abbiamo chiesta alle persone sbagliate”.
E’ scoppiato un gran casino bipartisan ma la domanda di Idriss è rimasta al centro: Vigili, Amiu, Aster, municipio o chi altro? Nessuno aveva una risposta sicura. Ad esempio, se denuncio una certa situazione a un vigile lui deve verbalizzare o riferire o ha facoltà di fregarsene? Tutti concordi solo nell’escludere il “municipio”. “Gente che pensa solo a far carriera politica” o “che gli dici le cose e non sanno neppure a chi andarle a dire” sono stati i commenti più gentili. Sulle altre sigle e relative competenze dovremo informarci. “Questioni difficili” ha osservato Idriss, compunto, alla fine.
Così alla vigilia della domenica delle palme è cominciato il viaggio di Idriss - e il nostro! –dentro la democrazia occidentale.
(Manlio Calegari)
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25 Marzo 2009
Politica - In assenza di progetti resta solo la magia
A quanti genovesi sta a cuore l’annosa questione delle moto sulle corsie gialle? Si tratta davvero di una priorità?
A quanti genovesi è invisa la moschea?
Finita l’era di Bush e alla luce del nuovo corso illuminato, nel quale lo stesso Obama ha deciso di rivolgersi direttamente all’Iran per ricucire la trama lisa dei rapporti diplomatici con il Medio Oriente, può la città del G8 avere come argomento ancora da dibattere l’edificazione di un luogo di culto?
Chi fa male questa città? E chi va davvero ascoltato?
La politica cittadina vista da qui è fatta di sequenze senza montaggio. In ascolto di tutti e nessuno. Confusa ed euforica per le troppe priorità in agenda. Incapace di agire con autorevolezza e di scegliere sulla base del mandato dei propri elettori. Consapevolmente, si prende atto del proprio terrore se questi enti pubblici fossero amministrati dalla destra, riconoscendo alla Liguria e a questa città la bandiera di roccaforte inespugnata. Ma altrettanto consapevolmente va detto che questo non è il territorio di Asterix ed Obelix. E che di pozioni magiche, fino ad oggi, non se ne vede l’ombra. Ma chi vede la politica da qui crede che tutto possa cambiare, e che in quella corsia gialla possa transitare il meglio che la città offre, e che il tempo speso per far passare da quella corsia le moto, possa essere speso in progetti per le scuole, per gli anziani, per la viabilità di tutti, per l’ambiente e il lavoro. E se questi progetti ci sono e se qualcosa si sta facendo, sarebbe gradito ne parlassero i giornali, con la stessa forza e lo stesso spazio con il quale scrivono del resto. Se tutto è fermo – non sia mai – è il tempo delle pozioni magiche, con la speranza che la sinistra trovi la ricetta e si tuffi dentro la pentola.
(Giovanna Profumo)
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18 Marzo 2009
Teatro di strada - "L'uomo Costituzione" di Torino
Verso le nove e trenta di sera, camminando per Torino, si sente in lontananza una voce che scandisce un testo. Le parole sono lontane, confuse, non si capisce di cosa si tratti. Poi si viene in vista di un signore seduto su un gradino: ha un paio di cuffie e una antenna sulla testa, un cappello posato vicino a raccogliere soldi, un finto microfono: sembra un tipo un po’ sballato. Intorno, nel grande spazio di un viale deserto, una decina di persone, alcune sedute per terra, altre in piedi, tutte attente. Le parole ora si capiscono bene: si tratta del testo della Costituzione Italiana, pronunciato integralmente, dalla prima parola all’ultima. Ogni tanto una breve esitazione, una interruzione: è come se all’uomo che le pronuncia le parole arrivassero da lontano, attraverso l’antenna che porta sul capo, e qualche disturbo nel segnale producesse un intoppo: allora con la mano sistema un poco l’antenna e riprende. Pare di essere in una scena di Farenheit 4 51, lì gli uomini libro, qui l’uomo “Costituzione”. L’emozione che arriva da tutta la scena viaggia sul crinale tra sconforto e speranza.
L’uomo con l’antenna in testa non è uno sballato, si chiama Marco Gobetti, artista che nel 2006 ha creato il “Teatro Stabile di Strada”. Molti i riferimenti su internet. Vi segnaliamo quello del sito dell’artista: http://nuke.teatrostabiledistrada.org/
(Paola Pierantoni)
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11 Marzo 2009
Porto - La difficile rotta verso la trasparenza
Perché è così difficile farsi una opinione a proposito del porto di Genova? E perché è difficile vista la massa di articoli che sulla stampa quotidiana compaiono quasi giornalmente a proposito di questa materia? E quali sono le ragioni di contrasto tra i vari gruppi di interesse e relativi gruppi professionali che operano in porto? E sarà vero quanto per l’ennesima volta ha annunciato Repubblica (4 marzo ’09) che “L’intesa non è più un miraggio” e che addirittura è “a portata di mano” (8 marzo ’09)? E perché è stato necessario che fosse il prefetto a convocare settimanalmente, da soli o a gruppi, i rappresentanti delle categorie portuali (Compagnie, Sindacati, Autorità portuale, Terminalisti e altre operanti in porto) per sapere cosa pensavano?
E che cosa è cambiato nelle posizioni di costoro che li avrebbe convinti ad accordarsi inducendo così Repubblica a scrivere che la soluzione sia a portata di mano? Ci sono stati e ci sono altri tavoli di trattativa oltre quello ufficiale che è andato avanti per settimane in prefettura? E quali e a favore di quali accordi? E chi ha giocato e sta giocando per arrivare all’ultimo minuto dell’ultima ora dell’ultimo giorno utile – il 31 marzo 2009 – della scadenza del bando di gara relativo alle prestazioni di lavoro temporaneo nel porto di Genova? E perché da parte di quasi tutti i soggetti – tra le eccezioni la Sindaco – tante manifestazioni di ostilità verso il bando e l’adempimento di legge? E perché da parte degli stessi tanta nostalgia per i tempi andati e il “patto del lavoro” che dal 2002 e a tutt’oggi regola l’organizzazione del lavoro del porto di Genova? E perché nel 2002 le Imprese terminaliste e le due Compagnie portuali genovesi (la Compagnia Unica operante nelle Merci Varie e la Pietro Chiesa operante nelle rinfuse solide), erano arrivate a siglare tra loro quel “patto” - ratificato nello stesso anno da un decreto dell’Autorità portuale (trasmesso al Ministero dei Trasporti) e integrato nel 2004 a seguito di un ulteriore accordo? E visto che una legge che regolava la materia esisteva anche allora qualcuno poteva dubitare che il “patto” servisse solo ad eluderla? E quali erano le ragioni, gli interessi a sostegno del “patto”? E di chi in particolare?
Una buona raccolta di materiali per rispondere a queste domande si trova su www.portogenova.blogspot.com e su economiadelmare.splinder.com. Più difficile invece farsi una opinione sulla natura degli scambi passati e in corso in termini di quattrini, potere e politica. L’inchiesta sulle aree demaniali occupate abusivamente, gli accordi pasticciati per l’occupazione di terminal, i pagamenti per cassa integrazione di dubbia attribuzione e altre marachelle, è in corso da oltre due anni e la risposta delle categorie portuali è stata solo di negare o minimizzare. Che fosse quella la materia del famoso “patto”?
(Manlio Calegari)
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4 Marzo 2009
Sicurezza - Ronde domestiche per le donne?
Si definisce come femminicidio “ogni pratica sociale violenta fisicamente o psicologicamente, che attenta all’integrità, allo sviluppo psicofisico, alla salute, alla libertà o alla vita delle donne, col fine di annientarne l’identità attraverso l’assoggettamento fisico o psicologico, fino alla sottomissione o alla morte della vittima nei casi peggiori”
La Casa delle donne ha pubblicato a novembre 2008 un documento dal titolo eloquente: “La mattanza. Femminicidio: ricerca sulla stampa italiana nell’anno 2007” (*). Sono stati esaminati tutti i 126 casi di omicidio di donne, dagli undici anni in su, compiuti per motivi misogini o sessisti dal gennaio 2007 al gennaio 2008.
Si definisce come femminicidio “ogni pratica sociale violenta fisicamente o psicologicamente, che attenta all’integrità, allo sviluppo psicofisico, alla salute, alla libertà o alla vita delle donne, col fine di annientarne l’identità attraverso l’assoggettamento fisico o psicologico, fino alla sottomissione o alla morte della vittima nei casi peggiori”
La Casa delle donne ha pubblicato a novembre 2008 un documento dal titolo eloquente: “La mattanza. Femminicidio: ricerca sulla stampa italiana nell’anno 2007” (*). Sono stati esaminati tutti i 126 casi di omicidio di donne, dagli undici anni in su, compiuti per motivi misogini o sessisti dal gennaio 2007 al gennaio 2008.
Ecco cosa ne emerge: nel 75% dei casi l’assassino è un familiare della vittima, nel 12% un conoscente, soltanto nell’11% uno sconosciuto. Nel 44% dei casi l’assassino è il marito o convivente, nell’8% il figlio. Alta percentuale, 14,2%, di omicidi commessi da ex (mariti, fidanzati conviventi), dato che collima con le percentuali sui moventi: 16,6% per separazione, 8% per gelosia, 3,2% per rifiuto di una relazione o di un rapporto sessuale, mentre generiche conflittualità sono al 24%.
Le prime nazionalità delle donne uccise, 72% italiane, 10, 3% romene, 1,6% peruviane; a la nazionalità degli assassini, 70% italiani, 5,5% romeni, 1,6% peruviani, 13% sconosciuto. Ennesimo dato interessante, al confronto con il 2006, è quasi raddoppiato il numero delle vittime tra i 46 ed i 75 anni.
Alla luce di questi numeri, dove sarebbe il caso di mettere le famigerate ronde? Per strada a pattugliare i clandestini? Al fianco di ogni bella donna? Oppure nel tepore accogliente del focolare domestico?
(Eleana Marullo)
Posted by Admin at 15:55 | Comments (0)
25 Febbraio 2009
Gronda - Débat public ou débâcle publique?
“Rivolta per la gronda. Voltri scende in piazza”, “Gronda, il no della Valpolcevera. Tensione a Rivarolo”, “Gronda, abitanti sulle barricate. Proteste anche a Sampierdarena”. Sono alcuni titoli dei giornali locali che riportano il clima incandescente della prima fase del dibattito pubblico sulla gronda dedicato alla presentazione del progetto, arrivato alla quinta puntata (la sesta e ultima avrà luogo il prossimo giovedì 26 a Bolzaneto). Registrano solo il clima dei vari incontri di presentazione del progetto. Semplicemente rovente, animi esasperati. Lo descrive molto bene Diego Curcio sul Corriere Mercantile: “netta contrarietà degli abitanti a questo tipo di infrastruttura” a ognuno dei cinque tracciati proposti, perché la soluzione è quella “di una mobilità sostenibile che sposti le merci e le persone sul ferro invece che sulla gomma”. Secondo il cronista “il Débat public, come è stato condotto finora, ha ottenuto come unico risultato quello di tracciare un solco ancora più profondo fra istituzioni e cittadini, allargando notevolmente l’area di dissenso”. A confermare il distacco è stato il modo con cui a Sampierdarena è stato minacciosamente accolto l’intervento dell’assessore alla Cultura del Comune Andrea Ranieri che ha ribadito la contrarietà del Comune alla “opzione zero”: “Ci rivediamo alle elezioni” (Coriere Mercantile, 22 febbraio). Più che un débat sembra una débâcle publique.
La questione ”opzione zero” è radicale. Ha accompagnato il dibattito fin dall’inizio, ma viene da lontano, da quando si è cominciato a parlare della gronda di ponente (allora si chiamava bretella autostradale). Luigi Bobbio, l’ineccepibile presidente della Commissione per il dibattito pubblico, ha confermato che in Francia, il paese che guardiamo come modello nei dibattiti pubblici, dopo molti anni di esperienza, si è stabilito per legge “che il dibattito pubblico avrebbe dovuto avere per oggetto non solo le caratteristiche del progetto, ma anche la sua opportunità”
In altre parole, il dibattito pubblico si sarebbe dovuto fare nella fase d’ideazione del progetto. Una ventina di anni fa perché ognuno, cittadini e amministratori, ha ormai le idee ben radicate. Può forse ancora arricchirsi raccogliendo idee, osservazioni, proposte (vedi “I quaderni degli attori”, raccolte sul sito dell’Urban Center, ma la sostanza non cambia e nessuno parla più di democrazia partecipativa. Il débat public appare invece come un mezzo per legittimare scelte già fatte. Ma chi ha avuto la buona idea?
(Oscar Itzcovich)
Dal 7 marzo al 18 aprile il dibattito entra nella fase degli approfondimenti tematici (cinque incontri): i diversi scenari del traffico e della mobilità, le cinque alternative di tracciato, la gestione dei cantieri e lo smaltimento dei materiali di scavo, l’impatto sull’ambiente, sulle abitazioni e sulle aree industriali, l’integrazione con altri progetti riguardanti il territorio. Incontro conclusivo il 29 aprile.
Posted by Admin at 16:39 | Comments (0)
18 Febbraio 2009
“Sicurezza” - Una firma contro gli impresari della paura
Firmare o no l’appello “Rompiamo il silenzio”, pubblicato da Libertà e Giustizia su Repubblica del 7 febbraio scorso, intitolato "La democrazia è in bilico"?
Qualche fatto, tanto per decidersi. Il 4 febbraio scorso il Senato ha approvato una serie di emendamenti al disegno di legge sulla sicurezza dei cittadini. I quotidiani ne hanno dato notizia il 5 successivo. Il 6 febbraio D’Avanzo su Repubblica (“La nuova civiltà dell’odio”) ha scritto “Lo stato di eccezione che la destra di Berlusconi e Bossi ha adottato fin dal primo giorno come paradigma di governo, diventa regola. Con un tratto di penna centinaia di migliaia di non cittadini – in attesa di permesso di soggiorno… perderanno ogni diritto protetto dalla Costituzione, dalla Carta dei diritti fondamentali dell’uomo, dalle convenzioni internazionali (il diritto all’uguaglianza, alla salute, alla dignità della persona)… Così passo dopo passo, legge dopo legge, la nostra democrazia liberale cambia pelle per diventare democrazia autoritaria.”
Esagerato? Il giorno precedente il direttivo nazionale dell’Unione delle Camere penali - organo che riunisce giuristi ed avvocati di tutto il paese e che ha tradizioni moderate – emette in proposito un comunicato stampa del titolo “In nome della sicurezza si consuma la barbarie” che merita di essere letto. “Gli emendamenti al disegno di legge sulla sicurezza approvati in queste ultime ore danno la misura di una concezione aberrante dello strumento penale, ancora una volta concepito ed utilizzato, anche a costo di incorrere in palesi censure di incostituzionalità, quale strumento di propaganda e di captazione di facile consenso”(testo integrale).
Stessa lunghezza d’onda su Famiglia Cristiana (Repubblica 10 febbraio): “Il soffio ringhioso di una politica miope e xenofoba è stato sdoganato al Senato… Medici invitati a fare la spia e denunciare i clandestini, cittadini che si organizzano in associazioni paramilitari, registri per i barboni… permessi di soggiorno a punti e costosissimi”.
E a Genova, in città, cosa si dice? L’Associazione San Marcellino, presieduta da un gesuita, ha emesso un comunicato (più avanti, “San Marcellino per i senza dimora). Parole dolenti: “L’approvazione di ieri in Senato del cosiddetto pacchetto sicurezza (disegno di legge n.733) trova tutta la nostra disapprovazione, ci muove alla più forte indignazione e ci costringe a prendere la parola in vece di coloro che incontriamo quotidianamente e che si trovano nell’impossibilità di farlo… Ancora una volta registriamo provvedimenti che vanno nella direzione opposta alla tutela dei diritti e alla promozione della dignità umana”.
E gli altri? Gli altri niente. Nessun organo politico, partito o sindacato, nessuna assemblea elettiva ha sentito la necessità di esprimere la propria posizione sulla materia. Solo parole: “paura”, “sicurezza” e “braccialetto” - sponsorizzato Telecom che ha dato a Genova la palma dell’high-tech antitutto (Repubblica, 10 e 11 febbraio). Parole buone solo ad alimentare la campagna che ispira la politica del governo contro gli immigrati: il razzismo.
Senza volerlo, si capisce. Così come senza pensarci (forse) hanno taciuto sulla legge.
Avranno ragione quelli di Libertà e Giustizia a chiedere di sottoscrivere il loro appello “La democrazia è in bilico”? (clicca qui)
Posted by Admin at 15:08 | Comments (0)
11 Febbraio 2009
Politica - Presidi con cautela
Piove da una settimana a Genova. Una pioggia piccina a tratti scrosciante, da stare a casa. Il richiamo del PD arriva con un sms venerdì 6 gennaio: Domani in piazza, per Napolitano e in difesa della costituzione. Le ragioni, difficili alla prima lettura, vengono illuminate da internet con le parole tabù mancanti nel testo: Eluana, decreto legge, china fascista.
Sabato 7 gennaio quindi, a Genova, due presidi in un sol giorno: uno davanti alla prefettura alle 10.30, l’altro in via Napoli – dai giardini, angolo via Vesuvio alle 15.30. Englaro e moschea, i nomi da trattenere nella mente. Tanto basta.
Davanti alla Prefettura persone intirizzite dall’umidità guardano il cielo in attesa di una tregua. Facce rodate, di quella mezza età che negli ultimi vent’anni non ha più limite. Hanno lo spavento negli occhi e nessuna voglia di scherzare nonostante le battute che certo non mancano mai. In ballo la democrazia e un corpo inerme da 17 anni. Da segnalare la presenza di una sola e desolante bandiera del PD - che questa manifestazione ha fortemente voluto – portata in piazza da un nostalgico del circolo San Gottardo. Bandiera eclissata dalle molte del Uaar, associazione nota alla cronaca genovese per la campagna atea sui bus. La questione, posta nella sua dimensione pratica a due giovani consiglieri comunali - “Ma come, il PD non si fa riconoscere alle proprie iniziative!” - non pare stia particolarmente a cuore agli interessati che - “qualcuno avrà pur deciso! E’ una manifestazione trasversale! Avevamo poco tempo! Ma hai sentito delle voci in merito?” - hanno preferito la linea d’ombra o meglio l’understatement che di questi tempi politicamente fa molto chic, ma non pare porti voti all’opposizione, soprattutto in vista delle europee.
Ai giardini di Via Napoli, il Comitato a favore della moschea, capeggiato dal mitico Andrea Agostini – vedi Acquasola, parchi e Legambiente – è in procinto di iniziare la futura battaglia in difesa del diritto di culto. La bandiera, in questo caso, è solo quella della pace, con la quale Agostini ha avvolto le spalle, e se vogliamo il velo che copre il capo di due giovani donne marocchine – “desideriamo solo un posto dove poter pregare, non portiamo violenza”. Hanno giovani facce aperte, mentre sorridono incerte davanti alla telecamera. E una timidezza che proviene da lontano.
Presidiare l’evidenza e sentirsi solo una goccia di questa pioggia. Una sola.
(Giovanna Profumo)
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21 Gennaio 2009
Porto - La difficoltà d’essere normali
Quanti articoli sul porto di Genova sono usciti sulla stampa negli ultimi due mesi? All’incirca un paio al giorno. Se non ci credete cliccate su www.portogenova.blogspot.com dove oltre all’elenco completo ci troverete i link di altri siti utili per saperne di più. Ci troverete anche un po’ di articoli di Eddy Glover – pseudonimo preso a prestito dal mitico rappresentante (più di mezzo secolo fa, nel 1954) della Commissione di inchiesta sul crimine nel porto di New York – utili a spiegare perché di una cosa (il porto) di cui la stampa ha parlato così tanto (in genere con competenza) la città continui a capire così poco. L’ha fatto notare anche la sindaco che pure non è Candido nell’intervista pubblicata su Repubblica del 14 gennaio 2009. “E’ curioso – ha detto – che in questa città la questione del porto venga sollevata da don Gallo e risolta dal prefetto”, per dire: non vi sembra strano che ques tioni di tale portata vengano affrontate fuori dei canali istituzionali?
Niente di personale col prefetto – ha aggiunto la sindaco - che è un funzionario intelligente ed è anche amica mia ma il suo intervento è la prova dell’anomalia di una città che non si rassegna ad essere normale. Una città dove tutte le categorie portuali, a fronte degli adempimenti di legge, preferiscono invocare la particolarità dei loro rapporti o della loro storia, rifacendosi a tempi mitici quando tutto filava liscio e degli affari del porto si parlava in stanze segrete. Tempi neppure troppo lontani, precisa la sindaco, in cui il porto viveva “sulle relazioni personali, coinvolgendo personaggi come Siri ma evitando la trasparenza istituzionale”. Tempi a cui è necessario porre fine anche perché le soluzioni del passato hanno mostrato gli aspetti inquietanti che in città ormai tutti conoscono.
Invece il porto per superare la difficile stagione che si annuncia ha bisogno di dosi massicce di normalità e di trasparenza. Per questo a fine settembre scorso, è entrato in campo anche il prefetto (Repubblica 29 settembre 2008). Forte del fatto che gli argomenti delle Compagnie – ostili al bando di gara per la fornitura di lavoro temporaneo - anche se giuridicamente poco fondati avrebbero finito per sollevare in città problemi di ordine pubblico, ha strappato al governo l’autorizzazione, per il Consorzio, di rinviare di tre mesi il termine della gara. E ha offerto il suo ufficio come una sorta di Svizzera dove le parti potessero esprimersi in libertà; spiegarsi e se possibile mettersi d’accordo. Così fino al 15 gennaio quando il prefetto ha dichiarato (Repubblica 15 gennaio 2009) che se qualcuno aveva interpretato il suo intervento come un rinvio sine die aveva sbagliato e che da quel momento gli incontri dovevano mirare a una soluzione e svolgersi alla presenza della Autorità portuale. Ha detto testualmente “la trippa per gatti è finita”. In altre parole: che il porto non è questione privata e che anche a Genova il tempo dei “sì ma” è finito.
(Manlio Calegari)
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14 Gennaio 2009
Genova - Numeri: virtuosi, imbarazzanti, sconosciuti
Perché i ragionamenti che fanno ricorso ai numeri appaiono più convincenti? Perché i numeri hanno bisogno di poco spazio per mostrare la loro natura. E’ vero: spesso si dice troppo poco di chi e come dia i numeri ma bisogna contentarsi. Prendete Repubblica del 9 gennaio scorso “Noi un porto per i grandi eventi”. Genova sarà il porto di “Torino 2011” – che festeggerà i 110 anni dell’Unità d’Italia (cioè un sacco di soldi) - e di “Milano Expo 2015”, altro sacco di soldi. Quanti? Tantissimi. Genova potrà metterci becco a una semplice condizione: che a percorrere in treno la tratta Genova Milano e Genova Torino non si superi l’ora. Torino è tra due anni. Un’ora tra due anni: saranno numeri fantastici?
Altri numeri – percentuali questa volta - su Repubblica dell’8 gennaio scorso. I Genovesi, si legge, sono consumatori virtuosi e il 78% di loro pensa che l’ambiente costituisca una priorità da rispettare. Virtuosi ma anche malfidenti: il 48% è convinto che la raccolta differenziata sia una bufala e che la rumenta finisca tutta assieme a Scarpino. Forse per questa ragione la “differenziata” in Liguria – malgrado il 78% di virtuosi – non raggiunge il 20%. Un neo che non oscura un altro numero virtuoso (Repubblica 6 gennaio): la Liguria ha poche auto! Soltanto – si fa per dire – una macchina ogni due persone. E virtuosa è anche perché solo il 32% (contro la media nazionale del 40%) si abbevera alle reti Mediaset (Repubblica 8 gennaio). Che però ha fatto sapere che non gliene frega niente perché i vecchi comprano meno, cioè non virtuosi ma rimbambiti.
Ancora numeri questa volta per l’economia. Su Repubblica del 21 dicembre: “Genova è più piccola ma la sua economia cresce”; del 6%. tra 2003 e 2005. La sua ricchezza viene per l’84% dal terziario in aumento del 25%. In difficoltà (“meno brillante”) invece il trasporto pubblico e addirittura male la sanità (ve ne eravate accorti?): meno 10% dei posti letto, meno 49% del personale ospedaliero. Intanto siamo arrivati al 2009: chissà cosa sarà successo nei tre anni successivi al 2005. Secondo Repubblica del 18 dicembre tra le cose successe c’era che i Liguri pagano più tasse che nelle altre regioni italiane. La notizia accolta dalla prevedibile ventata di vittimismo si spiega col possedere la Liguria il patrimonio immobiliare forse più importante in Italia. Alla faccia del fatto che la classifica nazionale della qualità della vita l’abbia vista retrocedere dal 56° posto dell’anno scorso al 77° di quest’anno (Repubblica 8 dicembre). E a proposito del patrimonio immobiliare i genovesi guidano la classifica di chi lo sa far rendere: “1600 euro per due stanze: la rivolta dei senegalesi” (Repubblica 22 dicembre scorso).
Alla prossima NL il numero dei contratti a termine in scadenza, degli scippi, della criminalità dei colletti bianchi (un record locale), dei km di strisce gialle che il Comune non ha ancora tracciato dopo essersi impegnato con AMT, delle manutenzioni mancate…
(Manlio Calegari)
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don Prospero - Moschea? Neppure nel presepe
Sulla moschea nel presepe di don Prospero si sono espresse in questi giorni le più disparate opinioni. Non sono mancati quelli che non comprendendo niente di quel gesto, del quale è già stato spiegato il senso dall’interessato, si sono affrettati a scrivere che l’anno della fuga di Maometto (Egira) è il 622 d.C e perciò di moschee al momento della nascita di Gesù non c’era neppure il seme. Un falso storico, dunque. Altri, quelli che hanno paura dei diversi e tentano di diffonderla in tutti i modi nel mondo in cui vivono, hanno minacciato il finimondo. Di fronte a questo fantaterrorismo che cosa ha fatto la Curia? Invece che difendere una scelta coraggiosa e “diversa”, ha consigliato il sacerdote di togliere la moschea dal presepe. Così a Genova, vista l’esultanza di leghisti, fascisti, intolleranti e integralisti cattolici, il gesto della Curia sarà frainteso e passerà più facilmente l’idea che una moschea è inopportuna non solo nel presepe, ma anche nella città. Si affretti Marta Vincenzi a promuoverla, altrimenti si troverà le mani legate da un referendum obbligatorio per legge che priverà per sempre i fratelli musulmani (questo intendeva don Prospero) di un luogo di preghiera, come Costituzione prevede.
(Giovanni Meriana)
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Ilva - Topi in attesa del pifferaio
Regione Liguria, 9° piano di via Fieschi, martedì 23 dicembre 2008. Gruppo sindacale in un interno. L’incontro doveva avere la leggerezza dell’accordo concluso. Assessore, funzionari e delegati avevano visionato i fogli relativi a un piccolo rimborso per i lavoratori Ilva al quarto anno di cassa integrazione straordinaria. Poi il discorrere pacato, la presa d’atto adulta e consapevole che di rientro al lavoro – quello vero – non c’era sentore. Uno scrollare di spalle, seguito alla resa davanti all’inesorabile che, in certe riunioni non trova mai una forma compiuta, ma è fatto di mezze parole, allusioni; attesa e inerzia.
“Ma voi avete valutato una soluzione politica per questa faccenda?” chiede lei.
“No!” Indispettito, l’assessore la guarda, roteando l’indice accanto alla tempia, circondato da funzionari e delegati che - in rispettosa attesa - attendono la battuta. “Lei è come un topino che gira nel cervello” dice.
Ufficio prestigioso quello dell’assessore. Tavolo ovale, divani neri, un angolo retto di vetrate spalancate su palazzi grigi e cielo. Un luogo dove non sta bene fare domande inopportune. Che chissà cosa è venuto in mente alla delegata sindacale delle acciaierie di non distinguere, di essere così diretta. Sfacciata o almeno insolente come un topino.
“Se io sono un topino, venga ad assistere ad una riunione sindacale delle nostre, vedrà quanti topi potrà incontrare...”
Perché lei, invece, ha nel cervello il contaminuti dei mesi – otto – che separano i cassintegrati dal rientro in una fabbrica dove oggi non si produce nulla, e la consapevolezza che il tempo per soluzioni occupazionali alternative sia davvero esiguo. Ha, nel cervello, le facce dei colleghi e l’idea che il sindacato debba essere luogo per domande scomode, dettate dall’urgenza.
Topino. La foto amicale dell’assessore accanto a Diliberto evoca l’immagine di una politica in grado di ascoltare, solidale, attenta. Topino. Ricorrere a cartoni animati e favole per trovare senso e metafora dell’essere lì, a farsi sbeffeggiare paternamente dall’assessore.
Come Minnie? No, troppo dolce. Tom e Jerry? Nemmeno. Geronimo Stilton? O il pifferaio di Hamelin? Certo! E’ quella la storia. Ma come riuscirà a incantare i topi dell’Ilva?
(Giovanna Profumo)
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Befana caramellosa e anche smemorata
Ma che Befana caramellosa per Legambiente 2009!
Quest'anno ai nostri politici locali poco carbone e tanti dolcetti, da sottolineare fra i più significativi quelli alla Regione che, bontà sua, ha finalmente creato il Parco delle Alpi Liguri, al Comune per la raccolta differenziata porta a porta in amplissima area cittadina, Sestri Ponente, ma che ancora non ha spiegato dove poi finiranno i rifiuti. Bonbons anche alla Provincia che ha creato addirittura l'ufficio per i diritti degli animali, ma, ahimé. ha ricevuto carbone per aver autorizzato i PUC di Recco e Arenzano.
Befana smemorata. E gli indirizzi del nuovo PUC di Genova? Disquisizioni così dotte dall'architetto imperiese ambientalista per salutare i tanto attesi Orientamenti, critiche aspre ai 17 progetti di social housing, eppoi Befana che dimentica che nei nuovi Indirizzi manca la modifica al “trasferimento di volumi“. Colpita forse dai continui lamenti dell'Ance: non si lavora più, opere ferme, crisi nera del settore. E se si dirottassero a fare case accessibili anche ai giovani o alle coppie che vogliono mettere su famiglia, per esempio? Nel Levante della città incombono megaprogetti, da via Puggia, in discussione la prossima settimana in Municipio, alla rimessa Amt, all'uliveto di Quarto, il nuovo Lido, l'ex ospedale psichiatrico, via Liri: niente che non sia di lusso. Su cui ancor più degli ambientalisti protestano i cittadini. E non si tratta di essere aprioristicamente contro, come pensa il capogruppo del PD in Comune che definisce “ambientalisti immobilisti” tutti coloro che si oppongono alla supposta riqualificazione di residenze e della sosta.
Ben vengano i parcheggi tanto per dire: ma come mai solo a Levante? Scopriamo da un'indagine sulla mobilità sostenibile in Italia (Repubblica, 6 gennaio ‘09) che Genova è la città con la minor densità di auto per abitante. Saranno tutte a Levante, poiché si stanno progettando un migliaio di nuovi box fra Piscine, Lido e Boccadasse. Viste le macchine sui marciapiedi, gli innumerevoli box fatti qui serviranno per conservare il vino o l'Appia di famiglia.
Grande soddisfazione, ed unica pare, per l’esponente di Legambiente: il park dell'Acquasola. Loda il Comune che ha rinunciato a ricorrere contro la sentenza del Tar (ma qualcuno già si chiede che cosa riceveranno in cambio i committenti), tira le orecchie perchè non si migliorano le infrastrutture (però sostiene l'Opzione Zero per la Gronda).
Legambiente distribuisce ancora carbone alla Regione dove l' ex sindaco-assessore regionale, tifava per il banana-grattacielo di Fucksas, progetto respinto soprattutto per l'opposizione di molti savonesi: dopo un libro come “Il partito del cemento” meglio ricordarsi che si avvicinano le elezioni.
Legambiente critica il cemento eccessivo dei porticcioli ma non fa parola dell'ipotesi Lido con appartamenti sugli scogli. Forse dovremo aspettare il progetto, come per Boccadasse, a giochi fatti. Intanto il porto di Sanremo è stato ampliato, così Varazze, S.Lorenzo al Mare e ad Imperia sono in dirittura d'arrivo 2500 posti-barca. In progettazione altri porticcioli a Ventimiglia, Pietra Ligure… A Lerici poi solo una sollevazione popolare ha bloccato la trasformazione in residence di cabine da rotonda sul mare.
Per tutto questo dagli ambientalisti proteste tiepidine, come si dice, lontano dagli occhi, lontano dal cuore e... dai media. Meglio travestirsi da Befana, foto e titoli assicurati.
(Bianca Vergati)
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24 Dicembre 2008
Il Natale dei diritti
Beh, è un bel pensiero quello del sindaco Vincenzi chiamare Jovanotti a festeggiare la fine del 2008 a Genova. Ha detto che si tratta di una scelta chiara da un punto di vista politico. Il cantante – che, banalizzando, è la versione italiana di Manu Chao - è diventato col tempo e con il successo un guru positivo per le nuove generazioni. Quello che fa, lo fa bene: è una garanzia. Almeno si spera.
Per espressione del primo cittadino il Capodanno in questo modo vuole essere una festa più bella, carica di significati, e di speranze per il futuro. L’anniversario della Dichiarazione universale dei Diritti dell’uomo rende tutto più semplice, ampliando la portata del momento: speriamo che le buone intenzioni, espresse anche da Nando Della Chiesa, trovino soprattutto un seguito. Ma Jovanotti non è ancora l’arcangelo Gabriele e nulla “puote” più di tanto sul corso delle cose locali. Se per grazia ricevuta fosse dotato di poteri celesti a lui chiederei per Genova almeno tre doni. La realizzazione di quei diritti che sembrano essere più impellenti.
Partirei dal “diritto alla manutenzione” che per il cittadino vuol dire moltissimo per il suo ben essere, per non sentirsi preso in giro, perché soprattutto paga. Non ci sono più un parco, giardino, aiuola facilmente fruibili; le crose che erano la ricchezza nostra stanno drammaticamente invecchiando così quando piove le strade sono sempre allagate, spesso le lastre di granito spezzate e le pietre nascondono trabocchetti pieni d’acqua. Alcune difficoltà dell’andare a piedi senza parlare di quelle enormi del traffico veicolare o dei catastrofici servizi pubblici.
Come secondo dono gradirei l’affermazione assoluta del diritto alla legalità anche se, dobbiamo dircelo, a questo punto, si tratta di un diritto ormai minoritario. “Mai più seconde file”: a Marassi, a Quezzi, a San Fruttuoso, in Corso Europa si “slalomeggia” tra impudenti - parcheggianti - lampeggianti ad ogni ora del giorno e della sera. Qualunque sosta è lecita...per qualche minuto, ora, giorno, mese...ci si abitua alla sosta in divieto e poi un bel dì si viene puniti tutti assieme: è una nuova strategia dissuasiva o la mancanza totale di una strategia di educazione stradale?
Diritto alla legalità è soprattutto fare cessare gli accoltellamenti, non si può accettare che degli adolescenti ci rimettano la vita per questioni di onore. Ci vuole più attenzione, più sensibilità, più opportunità di quelle offerte da una discoteca.
Infine, al posto della mirra, chiederei il diritto alla cultura, all’informazione, alla diversità, alla valorizzazione delle potenzialità che la città esprime, augurandomi una crescita culturale generalizzata, frutto dell’incontro tra le generazioni e dello svecchiamento del sistema di relazioni e degli apparati. Una più arruffata creatività autenticamente innovativa che sappia utilizzare meglio storia e tradizione, economia e porto, traffici e comunicazioni. Insomma una città come le altre, non la vecchia cara squallida fiera del libro di Galleria Mazzini.
Jovanotti - e non solo lui mi sa - si dovranno ben “disbelinare” nel 2009 se ci vogliono far contenti.
(Elio Rosati)
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Italia-Libia - Meno clandestini e più petrolio
Ecco una favola di Natale. Poniamo caso che siate i signorotti di un castello con un enorme problema: attraverso il ponte levatoio di un castello vicino, si riversano a chiedere asilo nella vostra magione orde di disperati, in fuga da massacri e povertà. Il padrone del castello vicino è un truce tiranno, che effettua scorribande nei Paesi vicini per estorcere denaro, che attua soprusi documentati, torture, che si è sbarazzato di migliaia di persone lasciandole a morire nel deserto. Insomma, un delinquente, un poco di buono. Voi, che fate?
Se la risposta è “Ignoro totalmente la massa di disperati che vagano nel mio palazzo, facendo conto che non ci siano, e copro di regali e denaro il poco di buono purché si liberi dei disperati prima che arrivino da me”, allora avete l'acume politico necessario per leggere gli ultimi accadimenti di politica estera (ed interna) italiana.
Pare ormai saldo il sodalizio Italia-Libia, che ultimamente si è arricchito di nuove tappe. Ai principi di questa estate risaliva infatti la conferma che l'Italia avrebbe finanziato sofisticati sistemi radar e satellitari per bloccare le frontiere libiche a sud (confermando un'alleanza posta già dal precedente governo); pochi mesi dopo, ad agosto, il premier italiano firmava a Bengasi un patto di «amicizia, partenariato e cooperazione» che prevede il risarcimento di 5 miliardi di euro alla Libia, spalmati su vent'anni, accompagnati dalle scuse per le offese portate durante il periodo coloniale. In cambio ci sarebbero l'attuazione del pattugliamento congiunto sulle coste libiche ed una maggiore penetrazione delle imprese italiane nello sfruttamento del petrolio e del gas libico. La faccenda viene riassunta, dal premier italiano, in questa formula “Meno clandestini e più petrolio” (Corriere della Sera, 30 agosto 2008). Ma i doni per la Libia non finiscono qui. Ad ottobre Gheddafi diviene il secondo azionista di Unicredit, al 4,3%, mentre all'inizio di dicembre acquista a prezzi stracciati le azioni di Eni, e le fonti ufficiali della Farnesina fanno sapere che si tratta di una condizione dell'accordo di Bengasi (http://diarioelettorale.ilcannocchiale.it/?TAG=gheddafi).
In sintesi, Gheddafi si rivela un uomo chiave per il governo italiano, sia per gestire uno scottante problema di politica interna, l'immigrazione, che come alleato economico dall'ampia disponibilità di capitale.
D'altro canto però l’assenza di tutela dei diritti umani fondamentali fa si che la Libia sia classificata come “paese non libero”, secondo i criteri usati in Libertà nel mondo 2008 (il Rapporto annuale di Freedom House sulla situazione dei diritti politici e delle libertà civili paese per paese, www.freedomhouse.org).
Ma un vicino di castello di tal fatta a tutelare la sicurezza dei vostri confini, non vi sembra un tantino inopportuno?
(Eleana Marullo)
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Aspettando Marta e il Natale
In una pigra domenica autunnale, poco prima delle grandi piogge, quando il sole ancora scalderebbe ma l'aria già fa rabbrividire, i fedeli escono da Messa a Boccadasse. S'allontanano dall'ombra del sagrato, s'infilano lesti in corso Italia, spiando il mare, la luce, cercando il calore, salutano intorno incuriositi. Eh sì, perchè in chiesa a conclusione della predica hanno sentito: - Fuori c' è il banchetto, firmate per Boccadasse - . Puntuale ogni sacerdote lo ha ripetuto e così, accanto ai volontari con le piantine di beneficenza, ci sono altri volontari, quelli del Comitato della "diga", che hanno messo su un tavolino nel cortiletto della chiesa. Mostrano foto, spiegano e invitano a firmare. Quasi nessuno disdegna, i più ascoltano e firmano, anche se magari abitano al Righi. Pare un affronto. Pagine e pagine di firme, milleseicento: chi li fermerà? E' per Boccadasse, dove pure il più famoso commissario della tv ha la fidanzata, E' un pezzo di Genova , ancora uguale a se stesso, per ora.
I mesi sono passati da allora e da quando la Sindaco disse, erano i primi di ottobre, che i tempi sarebbero stati brevi, in un percorso di Città Partecipata, nulla sì è saputo. I tempi sono grami, per carità, la crisi economica, il Bilancio Comunale, le débat publique della Gronda, la questione morale del Pd.
E intanto i residenti aspettano un incontro, mai comunicato e forse mai deciso.
Prima il Progetto, giusto, poi il percorso di partecipazione, fra cittadini, Istituzioni e Committenti, ma una parola, un segnale: sembra davvero di aspettare Godot. Come passeranno il Natale Renato, Paolo, Antonietta, Grazia... tutti quelli che prima o poi vedranno portare via l'amianto, gli olii dei vecchi autobus, macerie infinite? E' vero non hanno più il rumore delle vecchie sgasate marmitte, ma per anni avranno polvere, camion, transenne e forse non vedranno più la luce dalle loro finestre. Ma che vuoi che sia, la Marta fra un 'inaugurazione, una cerimonia, una proposta autoreferenziale di Città dei Diritti, dell'Agenzia della Sicurezza Energia, di porta-porto dell'Expò 2015, è davvero troppo occupata. A meno che non si scrivano titoloni sulla stampa: forse allora qualcuno si farà vedere, forse sentire. Agli abitanti di Boccadasse un Buon Natale, sereno soprattutto, facciamoci gli auguri fra noi, gente comune, la politica ultimamente ha sempre da fare qualcos'altro.
(Bianca Vergati)
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Politica - Vivere schivando i fatti
Giorni fa Giulia ha fatto una pila dei giornali che si erano accatastati sul suo pianoforte, sul letto e vicino alla pila di roba da stirare e li ha buttati. L’ha fatto a malincuore perché – mi ha spiegato – nascosta tra i titoli, offuscata nelle colonne, probabilmente, c’era una notizia, un dettaglio rilevante che avrebbe dato una ragione in più a ciò che stava accadendo nel paese. Ha sorriso incerta ed ha aggiunto: “Che vuoi, non trovo il tempo per fermarmi. E poi, credo che la notizia non sia solo una, ma un insieme di notizie che, intrecciate in un telaio, mi permetterebbero di comporre il quadro...”.
E’ una vita che Giulia salva ritagli, volantini, fotografie. Li mette in accoglienti scatoloni e li dimentica. Pressata, talvolta, dal bisogno di mettere ordine si siede su uno sgabello di legno e seleziona uno ad uno quei fogli cercando qualcosa da buttare via. “L’altra volta ho trovato il pezzo di Benni sulla manifestazione del 18 marzo…Ti ricordi? La manifestazione di Cofferati del 2002!”, gli occhi si sono illuminati per un momento, per poi abbassarsi.
Ultimamente Giulia è più silenziosa. Come annientata. Il suo impegno politico si è ridotto a un lumicino. Mentre le spiego la necessità di non farsi da parte vedo che si assenta. Mi segue con lo sguardo, annuisce mentre la sua testa si sottrae. Giocando coi capelli riprende il discorso due capitoli indietro ed esclama: “Questa storia delle persone perbene proprio non l’ho buttata giù! Non riesco a digerirla, due giorni che ci penso, ma mi è rimasta qui”, indica lo stomaco e poi prosegue, “vorrei mi si facessero i nomi delle persone perbene. Poi vorrei mi si spiegasse perché per la raccolta firme contro il Lodo Alfano vedo solo gente di Di Pietro…La stessa incertezza era sulla fecondazione assistita e sui girotondi, e sull’Iraq, e sulla base di Vicenza e sulla Tav e sulla pace, e su tutte le iniziative partite dalle molte persone perbene di questo paese…No. Non bisognava andare tanto lontano. Era tutto lì. Bastava ascoltare.”
Congedandomi la abbraccio e le faccio gli auguri di buon anno. Camminando verso casa mi segue la certezza che infine Giulia non stia cercando una notizia, ma il colpevole di pasoliniana memoria.
Appaiono, facendo la spesa, le facce delle persone che si sono ritirate. Annichilite come Giulia, dicono che comunque non c’è nulla da fare. Schivano i fatti della politica spostandosi di un passo, perché, precisano, chi hanno votato continua a far scelte che non li rappresenta. Sentono forte questo divario e non se ne fanno una ragione.
Ancora lo spreco. Di qualità umane, di idee. Di speranza.
(Giovanna Profumo)
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17 Dicembre 2008
Diossina - Chissà chi lo sa
Venerdì 12, incontro al margine dello sciopero.
Lui a me: “Sei in pensione?” (In realtà lo sa benissimo ma da un po’ non ci si vede)
Io: “Da quattr’anni.”
Lui: “Ricevo il vostro giornalino”.
Io taccio anche perché non mi va che chiami la NL giornalino.
Lui (che per la cronaca fa il sindacalista) insiste “Ma a cosa serve leggere il giornale?”
Io prendo tempo e lui “Fammi un solo esempio di una cosa che hai letto negli ultimi 10 giorni su Berlusca, i giudici, l’economia o quel che ti pare che già non sapevi”.
La prendo larga e sul filo del patetico. “Sai, vivo solo; il giornale è… un un modo per dialogare col prossimo: conferme, domande…”.
A questo punto lui mi ha guardato con una espressione stupita, quasi imbarazzata; comunque non favorevole.
Torno a casa e ho in mente la sua faccia, le sue parole: lui è un amico anzi, come si diceva una volta, un compagno. Lavora nell’apparato sindacale; magari sa cose che gli altri, noi, invece… Come sempre comincio a leggere il quotidiano (Repubblica 12 dicembre) dalle pagine locali. Titolo a piena pagina “Diossina mortadella al bando. Sequestrate sette tonnellate nelle province liguri”. L’assessore regionale alla sanità dichiara “La situazione in Italia e nella nostra regione è completamente sotto controllo. Di questo i cittadini possono stare tranquilli.” Aggiunge che bisogna evitare le psicosi che rischiano di mettere in ginocchio il mercato. Più o meno le stesse parole pronunciate, dal responsabile dell’Agenzia europea per la sicurezza alimentare: “Carne alla diossina nessun pericolo” (Repubblica 11 dicembre). Sarà ma resto perplesso; mi fa piacere che anche Legambiente lo sia: se è tutto a posto perché sequestrano la mortadella? So benissimo che c’è un sa cco di persone competenti in grado di rassicurarmi. Sono le stesse che scrivono le cose per i politici e che questi ripetono anche se non è la parte che toccherebbe a loro. Loro invece dovrebbero spiegare perché nei maiali c’è la diossina, perché non se ne erano accorti, che cosa nella macchina della produzione e dei controlli del territorio e di tutto il resto non ha funzionato; insomma perché non hanno visto e sentito e credono di cavarsela invitandoci a scegliere il made in Italy.
Incautamente perché nella stessa pagina compare un altro articolo (“Pecore tossiche abbattute”) da dove si capisce che i maiali irlandesi sono in buona compagnia. A Taranto più di un migliaio di pecore sono appena state abbattute e altre 700 stanno per fare la stessa fine: in discarica, rifiuto di tipo 1 cioè rifiuto tossico altamente pericoloso. La decisione era già stata presa due mesi fa. Perché? Semplicissimo: perché sono piene di diossina. A Taranto la diossina ha ucciso e continua a uccidere bestie e cristiani. Imputate le fabbriche, Ilva in testa. Le fabbriche sono l’occupazione e l’occupazione è il ricatto. Si potrebbe almeno ridurre le emissioni come proposto dal Consiglio regionale della Puglia ma le aziende resistono, chiedono sconti proprio come il governo italiano fa in Europa.
Domanda all’amico compagno sindacalista: per caso, mortadella a parte, lui sa come stanno le cose qui attorno?
(Manlio Calegari)
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Femminismo - Distinguere il potere dalla politica
Un articolo di Ida Dominijanni sul Manifesto del 2 dicembre parla della riflessione aperta dalla filosofa femminista Luisa Muraro sul “miraggio del potere nel deserto della politica”.
Il paradosso da cui prende avvio il discorso è quello “di una libertà femminile che cresce (meno subordinazione all’uomo e al destino biologico, più lavoro, più partecipazione alla vita pubblica, più istruzione, più autonomia) dentro una crisi di civiltà che mette a rischio la tenuta della democrazia, la coesistenza pacifica dei popoli e delle razze, la forza contrattuale della forza lavoro, la qualità stessa dei rapporti umani”.
Un paradosso, aggiunge Dominijanni, che per le donne che vengono dalla generazione del femminismo degli anni ’70 si riflette “in un sentimento di lacerante ambivalenza nei confronti del presente” che nasce non solo dalla inevitabile coesistenza di aspetti contrastanti in un’epoca di passaggio come la nostra, ma anche dal fatto che la prospettiva femminista non è riuscita a contaminare la politica della sinistra che “continua a pensare che quel che le donne dicono e fanno riguardi una parte recintabile del reale, invece di capire che mette in discussione la visione del reale nel suo insieme”.
Responsabili da un lato la sordità maschile, dall’altro i limiti della stessa pratica femminista, in particolare nel suo rapporto con la questione del potere.
Appunto l’analisi dei rapporti tra la politica e il potere è stata oggetto del seminario “Potere e politica non sono la stessa cosa” organizzato dalla Comunità filosofica femminile Diotima (http://www.diotimafilosofe.it/ ) tra il 10 ottobre e il 28 novembre presso l’Università di Verona.
Uno dei nodi più importanti da sciogliere, dicono le donne che hanno organizzato il convegno, è quello della confusione tra politica e potere. “C'è infatti una tendenza, una specie di costrizione oggi a pensare che il piano del potere e quello della politica coincidano… Tutto quello che rimane a margine, e che è altro e diverso, viene cancellato. Così risultano marginali le diverse forme di politica che sono state sperimentate e che hanno una storia, percorsi, intrecci vitali. E non si intende qui solo la politica delle donne, ma anche altre forme di politica relazionale”.
Tuttavia, aggiungono, “sbrogliare l'intreccio tra politica e potere non è per niente facile”. La differenza “tra una politica che si appiattisce sul potere, e una che invece si sottrae alla sua presa e inventa libertà” può essere chiara, ma come trarne un sapere che ci permetta di agire con efficacia trovando la “giusta distanza”, in modo da non identificarci col potere, ma nemmeno illuderci di starne fuori?
(Paola Pierantoni)
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10 Dicembre 2008
Partecipazione - Débat public a la génoise
“L’11 dicembre la prova di democrazia diretta per scegliere il progetto” (Secolo XIX, 2 dicembre 2008). Si parla dell’inizio di uno esperimento di democrazia partecipata, della preparazione di un débat public a la française decisa dal Comune di Genova. Tema, la gronda (ovvero bretella, passante) di Ponente che dovrà sciogliere il nodo della confluenza su Genova di quattro autostrade: A7 (verso Milano), A10 (Ventimiglia), A12 (Livorno) e A26 (Voltri-Alessandria). Insieme generano “i peggiori problemi di traffico autostradale d’Italia”. La gronda è un’opera di cui si parla e discute dagli anni ’80 mentre le ipotesi di soluzioni (e di tracciati alternativi) si moltiplicano. Uniscono il Ponente con il Levante e nominalmente sono tre: bassa (all’altezza del nodo di Genova Ovest), media (Bolzaneto) e alta (Busalla), ma ciascuna ha v arianti più o meno significative: un tunnel per l’attraversamento del Polcevera oppure un ponte che sostituisca il Morandi o che lo raddoppi affiancandolo a nord o a sud. Nel 2003 si contavano ben cinque soluzioni caldeggiate da diversi aggregazioni di soggetti istituzionali e di imprese (Comune, Autorità Portuale, Provincia, Regione, Autostrade, Anas). Alle quali occorre aggiungere altre soluzioni proposte, dai vari comitati che esigono di essere coinvolti nelle scelte che direttamente li riguarda, dalle persone che sotto il ponte già ci vivono, dalle persone che dovranno lasciare le loro case compresa quindi anche la cosiddetta “opzione zero” (ovvero “non si faccia nulla”).
Ricomporre opinioni e interessi è un’impresa che dopo tanto tempo e tanti progetti sembra impossibile. Ecco quindi spuntare la proposta del sindaco Marta Vincenzi di “dibattito pubblico alla francese” approvata dal Consiglio comunale del 14 ottobre per arrivare all’identificazione del tracciato migliore per la gronda. Tempi stretti. Il Comune nominerà una commissione di saggi con il compito di esaminare la documentazione riguardanti i diversi tracciati fornita dal costruttore, organizzare tre mesi di dibattito pubblico e, infine, redigere una relazione conclusiva. Il consiglio comunale darà l’ultimo parere. “Finalmente parleremo di questioni concrete, di tracciati e di costi – ha detto la Vincenzi – da venti anni non si fanno che parole […] abbiamo pagato e paghiamo, l’assenza di modelli per discutere di scelte che coinvolgono i cittadini molto da vicino”. Indiscutibile, se non fosse che la maggior parte dei protagonisti responsabili di tali fiumi di parole sono gli stess i che concorreranno al débat.
Resta capire di cosa esattamente si potrà discutere. Per Pierfranco Pellizzetti c’è il rischio che il débat public sia “solo un modo per teatralizzare la democrazia”: soprattutto è chiaro che un tale débat dovrebbe partire (come invece succede in Francia) «a monte delle decisioni, cioè nelle fasi in cui si scelgono le linee-guida e gli obbiettivi strategici per traguardare i tecnici; non a valle quando la discussione si riduce a una sorte di “prendere o lasciare”» (Secolo XIX, 27 novembre). Perplessità confermate dalle dichiarazioni dell’assessore Andrea Ranieri, incaricato di varare l’iniziativa, che ha detto: “Il débat public non riguarda l’intero tracciato ma solo quello che scavalca il Polcevera” (Secolo XIX, 26 novembre). Un débat public a la génoise?
(Oscar Itzcovich)
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Immigrati/1 - Dove è finita la “questione della sicurezza”?
E’ finita là dove era cominciata: la televisione non ne parla, i proclami dei sindaci sceriffo hanno perso la prima pagina dei giornali e, dopo la rumenta, l’esercito sembra si occupi di mafia. E’ finita o quasi il giorno che non serviva più per fare cassa: le elezioni erano vinte; era venuto il momento di passare all’azione. E dell’azione, le leggi – complice una maggioranza bulgara – è meglio parlare poco, cucinarle con discrezione e servirle a tavola senza troppo frastuono. Come sta succedendo per il disegno di legge 733 in discussione al Senato con cui il governo Berlusconi intende regolare la politica italiana sull’immigrazione dei prossimi anni.
Politica ma non solo perché le nuove norme e coloro che saranno chiamati a farsene carico disegnano una cultura, un modo di fare e di pensare che toccherà tribunali, scuole, ospedali, uffici pubblici, servizi, in breve tutta la nostra vita di ogni giorno. Si capisce che questa cosa non è detta chiarament e in testa alla legge ma chi si prenda la briga di leggerne il testo, scoprirà facilmente come, da un articolo dopo l’altro – a volte con parole blande e con ragionamenti che hanno l’apparenza dell’ovvio – esca delineato un sistema abietto e pericoloso. Abbietto perché con il pretesto di frenare l’irregolarità, passa invece una sola logica: “rendere difficile la vita agli immigrati, Europei e non Europei, regolari e irregolari e in qualche caso anche agli italiani”. Lo scrive M. Livi Bacci su Repubblica del 12 novembre scorso ((“La vita agra degli immigrati”)) in un articolo dove puntualmente sono richiamati gli aspetti più osceni, forcaioli e punitivi della 733 su alcuni dei quali incombe il dubbio di incostituzionalità (la creazione di “ronde di cittadini… per cooperare nell’attività di presidio del territorio”, la creazione presso il ministero dell’interno di un registro dei senza fissa dimora italiani e stranieri, la subordinazione dell’iscrizione anagrafica (di italiani e stranieri!) alla verifica dell’idoneità sanitaria dell’abitazione, il divieto di matrimonio per gli irregolari (così solo i padroni di schiavi nelle piantagioni), la preclusione (al regolare) della carta di “lungo soggiornante” se non ha superato un esame di italiano… E così via in un crescendo di violenza e di irrisione che culmina nell’imposizione di una tassa di 200 euro “per il rilascio o il rinnovo del permesso di soggiorno” finalizzata “a responsabilizzare gli stranieri richiedenti, a finanziare l'azione di contrasto alla clandestinità e a promuovere lo sviluppo economico nei Paesi di provenienza dell'immigrazione”.
Il disegno di legge 733 in discussione non solo è abbietto ma anche pericoloso. Nella sua ferma intenzione di rendere difficile la vita degli immigrati, scegliendo di farne - nella migliore delle ipotesi - dei cittadini a metà, nel sottomettere la loro vita alla più pervasiva discrezionalità e al ricatto, crea le condizioni per la nascita di conflitti gravissimi. Sindaci e amministratori locali fino a pochi mesi fa così sensibili ai problemi della sicurezza torneranno in prima linea? E da che parte?
(Manlio Calegari)
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3 Dicembre 2008
Costituzione - “Senza uguaglianza la democrazia è un regime”
Non necessariamente un regime “fascista” o “dispotico” che sono aggettivi che spesso si accompagnano alla parola regime. Ma pur sempre un “regime”, cioè un sistema che affossa la democrazia. La tesi di Gustavo Zagrebelsky su Repubblica di 26 novembre 2008 è che oggi in Italia ci sono molti segni dell’affermarsi di un regime. Deviazioni e illegalità giudicate accidentali o momentanee, e per questo quotidianamente sottovalutate (o, peggio, condivise, magari con la riserva che si tratti di fatti temporanei), costituiscono l’accumulo progressivo - “che prima o poi farà massa”- dei materiali del nuovo regime che sta prendendo corpo nel nostro paese. Quando tutti potranno vedere chiaramente di quale regime si tratti, allora, scrive Z., “sarà troppo tardi”.
Zagrebelsky è stato membro della Corte Costituzionale sino al 2004 ed è considerato un giurista tra i più prestigiosi. A volte scrive su Repubblica e capita che, ad una prima lettura, i suoi articoli appaiano difficili. Eppure il loro linguaggio è semplice e l’impianto logico rigoroso e accessibile. Da dove nasce allora il senso di difficoltà che si prova affrontando la lettura ad esempio dell’articolo citato? Forse dal fatto che il suo autore costringe ad osservare e a mettere assieme materiali che di solito consideriamo separatamente. E così ci invita a trarre conclusioni politiche generali là dove siamo abituati a trarne solo di parziali. E, trattandosi di conclusioni generali inquietanti, e siccome nessuno gioisce di un simile stato d’animo, preferiamo non capire.
L’articolo citato di inquietudine ne produce molta. Qui se ne richiama solo il filo conduttore. L’Italia, la Repubblica, quella della Costituzione del ’48, sta cambiando. Proprio a cominciare dalla sua Costituzione. Prima o poi i fautori della rottura costituzionale daranno l’inizio ai giochi sul terreno che da tempo vanno battendo; un gioco facile perché di fronte, a contrastarli, hanno solo ignavi.
Al centro dello scontro c’è la questione che più di ogni altra qualifica e distingue i regimi politici: l’uguaglianza, valore politico oggi disconosciuto e spesso deriso, a destra come a sinistra. Senza uguaglianza la libertà è solo garanzia di prepotenza dei forti e i diritti diventano privilegi di chi sta in alto che – è esperienza quotidiana – quando la legge è d’ostacolo, la piegano a loro vantaggio o la cambiano. Senza uguaglianza a vincere è la società stratificata - dove solo la nascita determina il destino di ognuno - organizzata attorno ad una oligarchia partitica allergica ad ogni forma di controllo (legge elettorale!). Per tutti gli altri, specialmente per gli invisibili, i clandestini, non ci sono diritti e quindi non c’è legge.
Il disconoscimento del valore dell’eguaglianza è la strada maestra del regime che verrà. Pensare di contrastare le tante ingiustizie e le tante forzature istituzionali senza affrontare questa che è la causa prima significa girare a vuoto e farsene complici.
L’articolo di Z. meriterebbe una lettura e una discussione pubblica per l’importanza del problema posto e per la lucidità con cui permette di attribuire un significato a quanto quotidianamente ci affligge. Sarebbe bello se qualcuno in città si facesse promotore di un invito e di un dibattito.
(Manlio Calegari)
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Partecipazione - Gli inutili nomi degli assenti
Ma perché continuano a mettere i loro nomi su brochures, programmi ed inviti? L’aspettativa è che siano un richiamo? Che, vedendoli, venga più gente?
Mi faccio questa domanda alla inaugurazione della mostra “Voci e volti di donne del ponente dal dopoguerra ad oggi” a Sestri Ponente, e mi rispondo che, forse, sarebbe meglio soprassedere: infatti gli assessori previsti, sistematicamente, non si fanno vedere e le persone arrivano, in realtà, grazie alla rete di rapporti, relazioni e interessi che traccia la strada da casa loro al luogo dove si svolge l’evento.
La mostra, inaugurata lo scorso 24 ottobre a Cornigliano, e dal 28 novembre alla Manifattura Tabacchi di Sestri, ha visto molto popolo partecipare ai suoi eventi (dibattiti, proiezioni di video e di film, rappresentazioni teatrali). Nessuna traccia invece della giunta comunale che attraverso Margini, Ranieri, Vincenzi doveva essere presente a vari appuntamenti. Unica presenza istituzionale attenta e costante quella del presidente della Circoscrizione Medio Ponente.
Ognuno, di certo, aveva i suoi motivi, le sue impossibilità, le sue priorità. Ma ciò non attenua affatto la questione dell’insoddisfacente rapporto tra amministratori e città.
Spesso sono proprio loro a lamentarsi dell’isolamento rispetto ai propri amministrati, coi quali il rapporto, dicono, si riduce spesso a defatiganti ed aggressivi confronti con comitati che si coagulano intorno a interessi estremamente parziali e frammentati.
Ma allora perché non percorrere altre strade? Perché non cogliere, con un po’ di inventiva, le occasioni che creano i cittadini?
La mostra di cui parliamo è un caso che presenta particolarità interessanti per questa riflessione. Risultato di un lavoro collettivo durato un anno, ha messo in relazione tra loro moltissime persone di quel territorio e di altrove, diversissime per età, storia, esperienza: operatrici delle biblioteche di Sestri e Cornigliano, decine di donne che si sono fatte intervistare, metalmeccaniche che negli anni ’70 fecero vivere la stagione del femminismo nelle fabbriche, impiegate in cassa integrazione all’Ilva, ragazze precarie, autrici teatrali, giovani laureate che – prime in Italia – hanno tracciato la storia nazionale e locale del “Coordinamento Donne FLM”, operatrici immigrate, insegnanti, studenti.
Agli amministratori vorrei chiedere: perché è irrinunciabile rispondere al comitato per la sosta sul marciapiede, mentre rinunciate così facilmente all’impegno che avete preso con la varia comunità che ha dato vita a questa mostra? Se fossimo stati in periodo elettorale avreste fatto lo stesso?
(Paola Pierantoni)
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Centro storico - La difficile arte della partecipazione
Gli incontri dei “liberi cittadini della Maddalena” narrano la fatica di reinventare la politica e la partecipazione. Nessuna storia collettiva alle spalle a garantire a priori un terreno comune, nessuna struttura con le sue regole codificate ad indirizzare e proteggere il confronto, nessun ruolo di direzione formalmente riconosciuto e assegnato a gratificare e sostenere chi si assume il compito di pilotare il gruppo verso direzioni, obiettivi, risultati.
Le persone raccolte ora in un locale ora in un altro della zona saranno una trentina, e sono unificate solo dal territorio in cui vivono, ciascuno ci vive in modo diverso, le domande che il territorio pone sono complesse, le risposte possibili tutt’altro che univoche.
Nelle riunioni il discorso procede per cerchi, avanzamenti, arresti. Chi propone una direzione che conduce verso un obiettivo e una azione si trova frequentemente bloccato da interventi che riportano il discorso ad una circolarità senza uscita, e deve quindi attendere un momento nuovamente propizio per rompere il cerchio e suggerire uno spostamento.
Pare di assistere ai primi passi della democrazia, sperimentata attraverso una partecipazione diretta che, al prezzo di una grande dedizione di tempo e di energie, una trasformazione nel rapporto tra cittadini, e tra cittadini ed amministratori la può davvero produrre.
Gli argomenti sono quelli che rimbalzano anche sui giornali: spaccio, prostituzione, moria di esercizi commerciali, assenza di spazi per bambini ed anziani, conflitto tra vita notturna e diritto al riposo, assenza di spazi e risorse per iniziative culturali, viabilità, topi, e possibilità di controllo e di indirizzo sui fondi che verranno stanziati per il “recupero” della zona.
Senz’altro interessante il metodo scelto per affrontarli, perché include una volontà di rapporto con il mondo esterno al cerchio dei “liberi cittadini” della zona: l’Arci in quanto soggetto che gestisce circoli e locali nel centro storico, il comitato per i Diritti Civili delle Prostitute, gli studenti, gli abitanti di altre zone dei vicoli, le associazioni degli immigrati, operatori culturali.
Con la forza che viene dalle 600 firme raccolte nel quartiere e dalla visibilità conquistata sui mezzi di informazione è stato ottenuto anche il confronto con le istituzioni: in questi mesi si sono succeduti incontri col Patto per lo sviluppo locale della Maddalena, col Civ (Centro integrato di via), e con Circoscrizione, Comune e Prefettura.
Si tentano suddivisioni di compiti e “specializzazioni” per argomenti. Vengono decise delegazioni che relazionano al gruppo sugli esiti di riunioni ed incontri. Osservazioni, testimonianze e pensieri corrono su internet.
Di fatto si tenta la politica: un fiore fragile e raro, di questi tempi.
(Paola Pierantoni)
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26 Novembre 2008
Radio 3 - La “Città degli uomini” secondo Brunetta
Democrazia è “trasparenza, assumersi degli impegni, dar conto di quello che si è fatto giorno dopo giorno. E’ gentilezza, e capacità di ascoltare”, Renato Brunetta
C’è bisogno di Stato, e precisa il Ministro, di un “Buono Stato, di una Buona Giustizia e di una Buona Sanità”. A lui il compito di raggiungere questi obiettivi, coadiuvato dai tre milioni e seicentocinquantamila dipendenti pubblici che devono capire che c’è un padrone. E il padrone sono i cittadini.
"Città degli uomini", sabato 22 novembre ore 19.00, Radio 3. Tema: la Democrazia.
Sergio Valzania asseconda Renato Brunetta. Voce vellutata il primo, sereno e determinato il secondo.
Il Ministro espone lo stato dell’arte del suo operato e ricorda il calo di assenteismo del 44%. Chiede più efficienza e qualità, mentre si sta liberando dal “condizionamento oppressivo del cattivo sindacato”. Il “sindacato” spiega “deve rappresentare, non co-gestire”.
Il lavoro è tanto. E’ necessario partire dal linguaggio. I suoi predecessori hanno utilizzato, per comunicare all’esterno, il codice “normativo”, frasi come “ho predisposto la norma che consente di…”. Lui invece “combatte i fannulloni” e parla “con la gente, alla pancia della gente, al cuore della gente! Non al testo unico della norma del pubblico impiego”, per sincronizzarsi con i problemi delle persone, con la realtà.
Class action e customer satisfaction sono parole chiave per raggiungere la meta.
Brunetta evoca la Cina: “ogni transazione con la pubblica amministrazione deve concludersi con un giudizio, come su e-bay”. Ecco allora ecco le faccette che indicano il livello di soddisfazione del cittadino. Ogni transazione - che sia in ospedale, in comune, con il vigile, su treno, in qualsiasi luogo avvenga - deve concludersi con il giudizio del cittadino: “Stiamo progettando l’architettura”, un impianto informatico con faccette verdi, gialle e rosse. Tanti smile, affinché “chi offre un servizio stia più attento”, poiché ci saranno sessanta milioni di giudici: i cittadini.
Brunetta ricorda agli ascoltatori che ha fatto molto, pur essendo un Ministro senza portafoglio, e precisa che il governo, di cui fa parte, ha raggiunto – sondaggi alla mano – un consenso che oscilla da 55 al 60%.
A fine trasmissione Valzania chiede indicazioni sul vino più adatto per accompagnare un piatto di pasta e fagioli. Brunetta suggerisce un buon rosso delle Langhe. Terra di poveri e della originaria della Nutella.
Negli Stati Uniti – terra di Obama – tutto questo ha una definizione: “La-la land”.
Indica un luogo della mente, uno stato dell’anima in cui la fantasia e favole hanno il sopravvento. Renato Brunetta ha retorica e parole per stregare. Facile, quindi, rimanere incantati.
Ascoltare la trasmissione è utile viatico per chi – a sinistra – avesse voglia di analizzare il problema, partendo, appunto, dalle parole.
(Giovanna Profumo)
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19 Novembre 2008
Lido - Tante parole, tanto sconcerto
Tante parole, tanto sconcerto , volumi, cemento sugli scogli… ed ecco il resoconto da sinistra", di un volenteroso giovane Consigliere del Municipio del Medio Levante sul progetto del Nuovo Lido in corso Italia ( Newsletter ufficiale, inv. 15/11)
O.d.G. della 24° seduta della 2° Commissione Consiliare del 13 ottobre 2008. Linee progetto Lido: saranno presenti i progettisti.
Seduta
Alla presenza di un nutrito team di progettisti e dell’imprenditore Mario Corica, è stato presentato nei dettagli tutto il progetto di rinaturalizzazione (1) dello stabilimento balneare Nuovo Lido.
Il progetto tende a ricucire tutta l’area alla Linea Blu (linea guida del disegno di UrbanLab e Renzo Piano), ma soprattutto a decementificare (2) il più possibile garantendo accessibilità (3), fruibilità (4) e visibilità (5) maggiori.
Quanto presentato è ancora in fase di masterplan esplicativo delle linee guida che muovono l’intervento. Saranno demolite tutte le cabine in cemento sopra il cono visivo passeggiata/mare; è prevista una quota di residenze nell’area a Levante, fra il Lido e Boccadasse, una quota (6) adibita a Hotel e SPA e una quota di commerciale, di settore turistico/ricettivo.
Affascinante (7) la nuova costruzione del centro velico (8) che porterebbe “la vela” in Albaro che, insieme al nuoto (Stadio d’Albaro) e al tennis, faranno del quartiere un punto di rilevante interesse per lo sport a livello locale e nazionale.
Il progetto, rispetto agli elaborati di massima presentati risulta molto interessante ed è stato accolto positivamente da tutta la Commissione. Il punto critico (9) sul quale il dibattito si è soffermato è la mancanza di posteggi (10) a rotazione: da parte della Commissioni ci sono state richieste precise al costruttore per fare in modo che un progetto di così ampio respiro non possa essere soffocato dalla carenza di posteggi a rotazione in grado di garantire la mobilità dei visitatori e dei residenti (sic!).
Glossario:
( 1)rinaturalizzazione. Vedi decementificare
( 2)decementificare: togliere la pavimentazione in cemento. Aggiungere 2500 mq di residenze, 2000 di hotel, 3100 mq di bar, negozi, ristorante. Si ha così la rinaturalizzazione.
( 3)accessibilità: camminare su passerelle in legno a zig zag della lunghezza ciascuna di circa 200m. E' un nuovo tipo di "struscio" ecologico perchè fatto in riva al mare su legno.
( 4)fruibilità: uso esclusivo de la mer per i proprietari dei 30 appartamenti pied dans l'eau e dei clienti dell'hotel rigorosamente in accappatoio bianco.
( 5)visibilità: sguardi gioiosi alla battigia e alla linea dell'orizzonte.
( 6)quota: quantità dall'aspetto immateriale, come le quote-latte Ue per i cittadini.
( 7)affascinante: chissà perchè si deve pensare solo a George Clooney.
( 8)centro velico: partenza da riva fra i bagnanti per barchine, laser, visto il fondale impervio e la carenza di pennello d'approdo.
( 9)punto critico: chi non ce l'ha? Basta farsene una ragione.
(10)mancanza di posteggi: argomento che provoca astinenza a destra e a sinistra. E allora? Costruiamone degli altri, sotto corso Italia, sotto i campi da tennis Campanella, sotto i giardini, arrivando in via Livorno dove anche D. Viziano ha un suo bel progettino di 120 box nella deliziosa verde valletta del Rio Parroco.
P.S: Sala Rossa Rossa, Tursi, mercoledì 12 novembre, audizione di associazioni come Legambiente, Italia Nostra, Ordine degli architetti sugli Indirizzi per il nuovo PUC.
Neppure un invito a contenere/eliminare lo spostamento dei volumi: continuerai a comprare in via dell'Acciaio e potrai costruire dalle suorine di via Zara. Va tutto bene.
(Bianca Vergati)
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12 Novembre 2008
G8 - Un sogno: se un giorno a De Ferrari…
Stanotte ho fatto un sogno (anch’io, a volte). Eravamo a De Ferrari, tantissimi, silenziosi. Taceva anche l’acqua della vasca. Davanti all’ingresso del Ducale un palco, non troppo alto, con sopra una ventina di persone. Riconoscevo la sindaco, il presidente della regione, quello della provincia, qualche parlamentare di oggi e di ieri, Pinotti, Tullo, Dalla Chiesa, Musso, Rognoni e altri. Erano seri, afflitti. Parlava la sindaco e a momenti si girava verso l’uno o l’altro dei suoi vicini che davano segni di assenso, compunti. Il pubblico, noi, in silenzio e attento.
“Siamo qui per chiedere scusa - diceva la sindaco - a voi ma anche alla popolazione della regione e a quella di tutto il nostro paese. Scelti per governare - maggioranza o opposizione, non fa differenza - non abbiamo capito che ciò che è seguito ai fatti del G8 non toccava solo le responsabilità di questo o quel manifestante e di questo o quel funzionario di polizia. Abbiamo osservato la promozione di tutti i dirigenti preposti in quei giorni all’ordine pubblico senza capire che questo diventava il muro di difesa dietro al quale tutti i loro collaboratori si sarebbero nascosti impedendo la ricerca della verità. Abbiamo ignorato gli appelli di coloro che cercavano di metterci sull’avviso. Abbiamo tenuto lontano occhi e orecchie dalle aule dei tribunali: luoghi dove faticosamente si è cercato la verità – quella giudiziaria perché a quella politica avevamo già rinunciato.
Abbiamo fatto male: non avremmo certo influenzato le giurie mentre avremmo colto il clima di abbandono in cui si svolgevano i processi, la scarsa presenza del pubblico come quella della stampa e di riflesso l’eco sui quotidiani. E avremmo provato imbarazzo scoprendo che solo alle parole delle vittime e dei loro avvocati veniva affidato il ricordo di fatti che noi stessi avevamo a suo tempo definito gravissimi.
E avremmo provato rabbia - sì rabbia - di fronte all’evidente sabotaggio delle forze di polizia -non gli imputati che ad esse appartengono- nello svolgimento delle indagini. Avremmo provato addirittura vergogna quando si è detto che un poliziotto filmato mentre in borghese manganellava gli ospiti della Diaz, era stato riconosciuto in aula solo a 7 anni di distanza dai fatti perché i suoi colleghi che avevano ricevuto il compito di individuarlo, avevano taciuto.
E avremmo finalmente gridato allo scandalo quando fossimo stati testimoni di quanto è successo durante le ultime udienze del processo contro i poliziotti della Diaz. Non è il loro sacrosanto diritto a difendersi che ci avrebbe ferito, né le ricostruzioni più fantasiose proposte dai loro avvocati per sollevarli dalle loro responsabilità. E’ il disprezzo fino al dileggio mostrato nei confronti dell’accusa e quindi del tribunale. Che vogliono dire che nel nostro paese la polizia non può essere processata neppure quando responsabile di provocazioni e depistaggi conclamati. E guai a chi si provasse a farlo.
Per non aver capito e denunciato tutto questo cari concittadini noi ci scusiamo.”
(Manlio Calegari)
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Immigrazione - Fini contro la Bossi-Fini?
Secondo il dossier statistico della Caritas presentato a Roma il 29 ottobre 2008: “Almeno mezzo milione di stranieri sono già insediati in Italia ed inseriti nel mercato del lavoro nero seppure sprovviste di permesso di soggiorno”. Il lavoro nero fra gli immigrati - osserva il dossier - è enormemente diffuso “con un'ampiezza sconosciuta negli altri paesi industrializzati”.
Del lavoro nero degli immigrati, ha parlato il presidente della Camera Gianfranco Fini, intervenendo ad un convegno della fondazione "Fare futuro" del 13 ottobre scorso. "C'è stata – ha detto Fini - un po' di accondiscendenza nei confronti di datori di lavoro che, lo dico in modo papale papale, a volte sono degli autentici sfruttatori degli immigrati". "Il problema – ha aggiunto Fini - non sono quelli che lavorano in nero, ma coloro che impiegano in condizioni di sfruttamento, coloro che arrivano in Italia spinti dal bisogno".
Sempre sul lavoro nero, sono molto interessanti le riflessioni dello stesso Fini, raccolte da Bruno Vespa nel suo nuovo libro anticipate alla stampa il 29 settembre 2008. Secondo il presidente della Camera, “tutti sanno che in Italia lavorano centinaia di migliaia di persone sprovviste di permesso di soggiorno e, il più delle volte, i decreti flussi ammettono un numero di lavoratori inferiore a quello che serve. Bisogna essere più elastici e distinguere chi lavora da chi non lavora. Anziché indicare ogni anno un numero, si faccia un censimento rigoroso richiamando seriamente alle proprie responsabilità il datore di lavoro”.
Fini non considera questa proposta una sanatoria: “Sanare – sottolinea Fini – significa concedere un permesso di soggiorno al clandestino in attesa che si sistemi. Io dico un’altra cosa: quanti sono quelli che lavorano effettivamente in Italia? Bene, evitiamo che per mettersi a posto debbano fare peripezie inutili. Insieme con i datori di lavoro facciamo un censimento rigoroso e mettiamoli a posto. Non è una sanatoria, è emersione di un lavoro nero che già esiste”.
Le stesse cose che Fini dice oggi hanno incontrato negli anni recenti l’ostilità del partito dello stesso Fini, delle destre in generale, e la totale sordità da parte dei DS, timorosi di non reggere il confronto con le posizioni delle destre. Ciò che importa ora è che la regolarizzazione diventi cultura per il governo dell’immigrazione. Riuscirà, dunque, Fini a tradurre in fatti di governo le sue parole?
(Saleh Zaghloul)
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Cofferati - Ma dove mettiamo questo bambino?
Adesso che il dibattito su Cofferati, risorsa per Genova, è sparito dal cielo della carta stampata con la velocità di un arcobaleno, ci si può permettere timidamente di ricordare un ambito dove il suo contributo potrebbe essere prezioso: il sindacato. Allo sportello sicurezza, oppure allo Spi, o al Nidil che raccoglie i lavoratori atipici. E ancora ai corsi di formazione della Cgil, ambiti dove la sua storia professionale e umana potrebbe portare ricchezza.
Lì, ci si può azzardare a credere, lo scambio tra il territorio e Cofferati diverrebbe concreto. Lì, con un orario, potrebbe mediare tra il desiderio legittimo di essere padre e la nobile mission che il destino – sei anni or sono – gli aveva affidato.
Preoccupa una certa apprensione, di cui si è letto in merito a lui e che il suo arrivo a Genova ha destato. Ricorda il gioco che faceva un nonno con una nipotina e che vale la pena di raccontare.
Il nonno, prendendo la nipotina di tre anni in braccio, si divertiva a fingere di collocarla in bilico nei posti più strani della casa – maniglie, librerie, vasche vuote, vasi di piante, schienali di sedie – cantilenando: “Dove la mettiamo? Dove la mettiamo? La mettiamo qui?” e la bambina sbellicandosi dalle risate rispondeva: “No!”. Scopo del gioco era stupire e far ridere la nipote scovando luoghi sempre più inaspettati. Desiderio della bambina proseguire all’infinito, cullata per la casa, in attesa di scoprire dove la voleva mettere il nonno. Quando lui si stancava finiva il divertimento, ma lei ne era certa, sapeva che il nonno le avrebbe trovato un posto adatto. Un posto dal quale ripartire, appropriato a se stessa.
“Dove lo mettiamo?” è un gioco che la politica genovese fa senza l’affetto che il nonno provava per la nipote.
Qui è solo un regalo a Cofferati per il suo bambino. Si divertiranno in due.
(Giovanna Profumo)
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29 Ottobre 2008
Albaro - Progettualità urbanistica e politica
Sorridente, spolverino grigio perla, nuance tutt'una con la capigliatura, arriva la Sindaco, puntualissima all'hotel Rex di Boccadasse, mercoledi 22 ottobre, nove di sera. Tanta gente, gruppi sparsi, fans del Pd, che l'incontro ha organizzato e gli infiltrati, quelli dei comitati. L'argomento è spinoso, si parla di Progettualità Urbanistica in Albaro e dalla Politica ci si aspetta di essere rassicurati sulla quotidianità proprio in momenti incerti come questi.
- Eredità, cemento in eredità -, sottolinea la Sindaco. E' un fatto però che l'offensiva del mattone ha ripreso le danze. Hai voglia di dire: progetti già decisi, qualcuno Le precisa che d'ora in poi ogni mattone avrà soltanto la Sua targa.
- Ne sono consapevole -, ribatte Lei, ma snocciola implacabile numeri pesanti per coloro che si vedranno erigere 91 appartamenti e 200 box al posto della rimessa AMT di Boccadasse.
- Il dibattito pubblico ci sarà naturalmente, come è stato per l'area Boero, in tempi ristretti -, definendo però un bel progetto - a titolo personale s'intende - quello presentato dall'architetto Botta, che invece ha fatto inorridire ed allarmare i residenti. Ma le cifre sono quelle: novemila mq. di appartamenti e due piani interrati di parcheggi, lasciando senza fiato gli abitanti del quartiere. Poco importa se fra il traffico, le scuole, le strade, le più battute a Levante, i locali del Borgo, sicuramente la qualità della vita non migliorerà. L'area è venduta e gli acquirenti hanno i loro diritti: e i diritti dei cittadini che ci abitano già?
E gli spostamenti di volumi? Meno male che c'è il Tar, si sospira a bassa voce, PD e non.
- Gli Indirizzi di Pianificazione sono un "Non-piano", linea verde e linea blu limiti imprescindibili- dice la Sindaco e glissa partendo da Urban Lab, passando dal porto, gli Erzelli, "un'opportunità per il Levante": ma non era un 'opportunità per il Ponente? Si libererà così l'area dell'Università. Eh già, la Villa Cambiaso s'è venduta e così la Villa Raggio, mentre ad Ovest le Ville si comprano. Per finire al Nuovo Lido: un' occasione per il Levante...che deve cambiare, cambiare funzione, integrarsi con la Città.
L'assessore Margini, presente anche lui, interloquisce: ok alla variante di salvaguardia, però in questa città si sta sempre fermi, non se ne faccia nulla e peggio per tutti.
Si sa, bisogna accettare i cambiamenti, incentivare la vocazione turistica. Aspettando i duemila croceristi che per ora, imprecando contro il traffico nostrano, stanno in coda e al massimo comprano panino. Che guadagno per Genova, mentre altro cemento arriverà fin sugli scogli. Ora però si chiama "riqualificazione" e i giovani aspettino pure a mettere su casa e famiglia con gli affitti che girano e le case di lusso in programma, tanto hanno da aspettare il lavoro.
(Bianca Vergati)
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Moschea - La Costituzione va rispettata
Bene ha fatto il Sindaco di Genova ad assicurare alla Comunità musulmana la destinazione di un luogo dove costruire la moschea, visto il flop di quella che si doveva erigere a Cornigliano su un edificio comprato dalla comunità islamica e una volta accertata la trasparenza dei mezzi per innalzarla. Garantito infine che la sua costruzione non gravi sulle tasche dei genovesi, sensibili a questi eventi. Ma troppi “se” e troppi “ma” si sono sentiti di fronte a un diritto su cui non si dovrebbe neanche discutere.
Perché, ad esempio, una moschea senza minareto? Come costruire una chiesa cattolica senza il campanile. Al diritto di culto non può associarsi anche quello ai propri simboli? Se si teme che il muezzin dall’alto del minareto possa turbare i sonni dei genovesi, basterà chiedergli di mettere il silenziatore alle sue grida, come si è fatto ripetutamente nei confronti delle campane, quando davano fastidio nottetempo a qualcuno un po’ debole di nervi. S ull’ipotesi dell’uso provvisorio della Commenda per la preghiera del venerdì, un’altra catena di riserve e di proposte per lo meno strane. Concessa non ai seguaci di Maometto, ma alle tre fedi monoteistiche perché possano confrontarsi, fraternizzare e pregare. Sarà vero che preghiamo tutti lo stesso Dio, ma lo facciamo in modi così diversi che mi sembra utopia riuscire a far convivere culture tanto specifiche nel momento della preghiera. I cattolici di chiese ne hanno fin che ne vogliono; devono solo tornare a riempirle. Gli ebrei non si radunano per i riti del Sabato nella storica Sinagoga di via Assarotti? I confronti ecumenici, poi, nascono solo se qualcuno li promuove e li costruisce con pazienza e intelligenza, come fa la Sant’Egidio, non come i funghi, tanto per dribblare i distinguo e i divieti incrociati. Se il Sindaco e il Consiglio Comunale ritengono che, in attesa della moschea, i seguaci di Maometto possano trovarsi a pregare il venerdì negli spazi della Commenda fino ra non utilizzati, non in quelli della restaurata antica chiesa di San Giovanni, non vedo quali ostacoli possano esserci. Non si sono radunati per la fine del Ramadan nella Loggia di Banchi, senza nessun problema per la città?
Sui tre moscardini in cerca di consenso elettorale che hanno lanciato la proposta referendaria, come se ciò che sancisce la Costituzione fosse materia opinabile, meglio tacer che dire. Francamente se fossi il Sindaco di Genova risponderei così: “Bene, una parte di Genovesi vi ringrazierà per aver sollevato il problema e vi premierà alle elezioni, se è questo che cercate, ma io vado diritto per la strada che ritengo giusta, col solo conforto del Consiglio e dei nostri elettori genovesi. So infatti che se aspetto ancora, il governo Berlusconi metterà di mezzo altri paletti, perché so dove l’odio e la paura del diverso, così ben coltivati dai leghisti e da quelli come loro, possono portare, ma la Costituzione va rispettata e tanto basta. Del resto pro-moschea si è persino espresso un berlusconiano doc come Gagliardi, che è tutto dire.
(Giovanni Meriana)
Posted by Admin at 17:26 | Comments (0)
Regione - "Grande coalizione" per i rimborsi spese
"Siamo il Consiglio regionale che in tutta Italia spende meno per queste cose" Se a dirlo - su Repubblica del 22 ottobre ’08 - è Ronzitti, persona ammodo e degna di fiducia che del Consiglio regionale è il presidente, bisogna crederci. Ma questo non esime da osservare che la notizia relativa ai rimborsi spese dei consiglieri regionali sia a dir poco imbarazzante. Specie di questi tempi e proprio il giorno in cui un rapporto de l'Ocse (Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico) ha indicato l'Italia come un paese "al top della disuguaglianza", dove il divario tra ricchi e poveri è aumentato e continua ad aumentare (Repubblica dello stesso giorno: "Il dossier").
Ma cosa c'entrano le classifiche dei "ricchi" e "poveri" dell'Ocse con i rimborsi dei nostri consiglieri regionali? C'entrano benissimo perchè leggendo l'articolo si scopre che il rapporto Ocse classifica "ricco" chi oggi guadagna meno, e non di poco, di quanto incassa un nostro consigliere regionale. Leggere per credere.
Dopo il "colpo di forbice" operato di recente, ha dichiarato con soddisfazione, Ronzitti, la situazione è migliorata e - ha aggiunto fiducioso - "qualcosa ancora si potrà fare". Nell'attesa i cittadini hanno preso atto che il rimborso forfettario mensile di ogni consigliere - circa 3500 euro - sommato al rimborso per i suoi trasferimenti da casa a Genova sede regionale - tra 4700 e 5800 circa al mese - porta a un totale annuale per consigliere di 70-105 mila euro a cui si devono aggiungere altre indennità (capo gruppo, presidente o vicepresidente di commissione, giunta, consiglio, presenza nelle varie commissioni ecc.).
Sui costi della politica è già stato scritto molto ed è probabile che quelli pagati per i consiglieri non siano i più onerosi. Resta il fatto che, in un paese che versa in una pesante crisi economica e dove il divario tra ricchi e poveri sta aumentando, scoprire che nella pattuglia dei ricchi vada compresa una parte consistente e autorevole della rappresentanza politica è imbarazzante. Di certo è una delle ragioni che aumenta lo scetticismo dei cittadini nei loro confronti.
(Manlio Calegari)
Posted by Admin at 17:09 | Comments (0)
Trasparenza - “Cosa sarebbe Cornigliano senza le associazioni?”
Molti sono ancora i problemi che preoccupano gli abitanti di Cornigliano: traffico, ospedale, depuratore, polo scolastico, inquinamento. Si tratta della riqualificazione del tessuto urbano in un contesto dove la presenza dell’Ilva, per quanto riconvertita al freddo, non è affatto rassicurante.
In una intervista su Repubblica-Lavoro del 6 ottobre l’assessore comunale ai lavori pubblici Mario Margini risponde all’attacco delle associazioni di Cornigliano che contestano al Comune un “eccesso di ottimismo” nel bilancio di quanto è stato fatto verso la riqualificazione urbana. Margini lo rivendica e insiste nella necessità di affrontare i problemi ancora esistenti insieme agli abitanti: “l’intero quartiere deve essere coinvolto nell’operazione di risanamento”, “l’apporto dei cittadini è fondamentale”.
L’apporto dei cittadini richiede una trasparenza da parte dall’Amministrazione che non deve essere all’ordine del giorno se l’associazione “Per Cornigliano” ha dovuto dare mandato a un avvocato di presentare “un’istanza di accesso alle amministrazioni locali per prendere visione e ottenere una copia degli atti relativi all’incontro dell’11 giugno scorso e di tutte le iniziative inerenti all’accordo di programma promosso tra le amministrazioni locali e le acciaierie del Gruppo Riva” (Corriere Mercantile, 10 ottobre). “Si sono determinati sviluppi che suscitano serie preoccupazioni” – dice Cristina Pozzi, presidente dell’associazione. Un esempio: “gli enormi capannoni al cui interno saranno collocati i nuovi impianti siderurgici, sono stati costruiti a poche decine di metri dell’abitato di Cornigliano e i limiti posti dagli accordi tra amministrazione Ilva alla potenza delle emissioni acustiche sono troppi alti”.
In una lettera pubblicata da Repubblica-Lavoro (28 ottobre), il presidente del circolo Arci-Uisp “Rizzolio” Riccardo Ottonelli torna sull'intervista di Margini: “Nessun attacco all’eccesso di ottimismo dell’assessore Margini, ma solo una giustificata diffidenza di tutti i Corniglianesi sopravvissuti che come me hanno subito un lento ed inesorabile degrado durato oltre sessant’anni e vivono oggi con la paura di vedersi sfuggire di mano questa unica irripetibile occasione. L’inquinamento ed il degrado hanno ucciso e tolto la voglia di rimanere a molte famiglie ed è grazie alle associazioni che sono rimaste nel quartiere rappresentando a tutt’oggi rifugi sicuri e surrogando spesso ruoli che dovevano essere di altri se qualcuno come me è rimasto. Cosa sarebbe Cornigliano senza le associazioni?”.
(Oscar Itzcovich)
Posted by Admin at 17:05 | Comments (0)
Traffico - Vigili in borghese e codice etico
Ma guardate in che tempi viviamo; che ci vuole un prefetto per dire che la repressione di chi viola il codice della strada deve seguire la strada della legalità (Repubblica 23 ottobre '08). E che per sanzionare i comportamenti illegali non c'è bisogno di vigili in borghese o mimetizzati. In altre parole che i verbali redatti stando alla finestra o osservando il traffico da un autobus - come pare che già succeda - non sono una cosa da paese civile.
Meno male: grazie al prefetto non rischieremo di vedere vigili appollaiati sugli alberi o sdraiati sui tetti. Una fortuna per tutti anche per i vigili che non correranno il rischio di cadere di sotto. Tra l'altro si tratta di una pratica assolutamente inutile: non c'è bisogno di travestirsi o di imboscarsi per prendere atto che una gran parte degli automobilisti telefona mentre si trova alla guida dell'auto; lo stesso per constatare il superamento della doppia riga, la velocità pericolosa, il passaggio col rosso, i marciapiedi posteggiati ecc. ecc. Basta solo mettersi lì, ai semafori, agli incroci, nei punti caldi che tutti conoscono.
La domanda che conviene farsi è però un'altra: perché la vigilanza urbana - malgrado le sollecitazioni ricevute negli ultimi tempi - è così restia o incapace ad affrontare un problema che interessa contemporaneamente la sicurezza dei cittadini a cominciare dai pedoni, la fluidità del traffico e in generale la possibilità di rendere la vita cittadina più decente?
Non è una questione secondaria. La diffusione dei sistemi automatici di controllo - ad esempio le telecamere a difesa del percorso dei bus - è accettabile solo se nello stesso tempo si accompagna ad un più generale controllo dei comportamenti sanzionabili. L'impressione è invece che la scelta degli automatismi elettronici faccia il paio con il progetto di mandare in giro vigili mimetizzati. Entrambi i provvedimenti sottolineano l'assenza fisica del corpo di vigilanza e polizia a cui i cittadini tramite l'amministrazione hanno consegnato la responsabilità del controllo del traffico urbano e lo scoraggiamento, grazie alla loro presenza, dei comportamenti pericolosi. Significa forse che il Comune è più interessato ad incassare il frutto delle sanzioni che a scoraggiare i reati?
(Manlio Calegari)
Posted by Admin at 16:58 | Comments (0)
22 Ottobre 2008
Curia - L’Arcivescovo a scuola dalla Gelmini
L’Arcivescovo di Genova nel suo intervento al meeting di CL a Rimini, ha detto che la “Chiesa deve tornare a fare politica” (cito a memoria), dichiarando più o meno negli stessi giorni che le Gerarchie guardavano con interesse al progetto del Federalismo. Che cosa intendeva esattamente il Presidente della Cei? Che la Chiesa ha il diritto di pronunciarsi sui valori sensibili ed etici quando ci sono in vista progetti di legge che vanno a configgere con essi e il dovere di vincolare i credenti alle direttive dei Vescovi? Salvo le frange più radicali della politica italiana nessuno che abbia un’idea chiara della laicità dello Stato mette in dubbio questa prerogativa. Ma Angelo Bagnasco voleva forse andare oltre e lo ha fatto entrando nel vivo di un problema, dimostrando di gradire l’idea del Federalismo.
Nessun scandalo neanche su questo fronte, ma un uomo di Chiesa, abituato a ragionare su valori assoluti, ha l’idea che la politica è invece l’arte del po ssibile e del compromesso, della mediazione, più spesso, purtroppo, dello sgambetto all’avversario, di arrivisti pronti a cambiare casacca allo scopo di far cassa di voti (anche a Genova ce ne sono stati - e vicini all’Episcopio-), dei veti incrociati, delle decisioni sofferte e quant’altro di complesso e di ambiguo la politica comporta? E che tutto ciò è meglio sia compito specifico dei laici, se mai affidabile, dalle Gerarchie ecclesiastiche, per loro tranquillità, a quei ciellini che darebbero alla Chiesa le più ampie garanzie di una politica più confessionale che laica? Non sono più i tempi - e siamo in tanti a rimpiangerli - dei La Pira e dei Dossetti. E proprio circa il Federalismo si renderà conto un uomo di Chiesa della complessità del problema, del rischio che l’obiettivo di Bossi sia principalmente quello di mettere al sicuro i quattrini del Nord Est dalla possibilità di spenderli anche per le regioni più disagiate, che i poteri dati dal Federalismo agli amministratori lo cali servano anche a alimentare la xenofobia dei leghisti, la discriminazione razziale, l’antipatia e la paura per tutto ciò che è “diverso”’. Le dichiarazioni di un leghista DOC, intollerante, xenofobo e volgare come Borghezio, che proprio a Genova è venuto inutilmente a tuonare contro il progetto del Comune per dare ai musulmani, nel rispetto della Costituzione, un luogo dove pregare e a proclamarsi dall’interno della Commenda “difensore della cristianità” (cito a memoria), mi sembrano segni abbastanza preoccupanti. Vengono ora le esternazioni dell’Arcivescovo sul progetto di riforma della scuola del ministro Gelmini, con quell’elogio del maestro unico e del grembiulino di deamicisiana memoria, che cancellerebbero con un colpo di spugna il tempo pieno, con quali disagi per le famiglie e specialmente per le donne, è facile immaginare. Si può pensare che oggi un maestro possa, da solo, far fronte a scolaresche sempre più agguerrite dai media e dal martellare del consumismo televisiv o berlusconiano, alla presenza tra gli alunni dei figli degli immigrati, con lingua e problematiche diverse e a tutte le altre difficoltà poste dal tempo in cui viviamo, lontano anni luce da quello in cui l’Arcivescovo frequentava le elementari? Meglio, per le sue prerogative, che si tenga lontana la Curia dalla politica, altro che immergercisi fino al collo…
(Giovanni Meriana)
Posted by Admin at 12:42 | Comments (0)
15 Ottobre 2008
Emergenze - Emergenza razzismo o emergenza violenza?
Numerosi giornali, trasmissioni televisive e radiofoniche, siti web hanno negli ultimi giorni dedicato spazi importanti per chiedersi se esiste l’emergenza razzismo in Italia. Repubblica ha lanciato un sondaggio molto sentito sull’argomento. Cosa è successo, cosa sta succedendo nel nostro bel paese? Nelle ultime tre settimane si sono verificati almeno tre gravi episodi di violenza contro cittadini stranieri o contro cittadini italiani neri. Porsi domande sul razzismo è dunque spontaneo. Ma se vediamo questi tre episodi insieme ad altri simili, per la forte violenza, verificati in varie parti del nostro paese potremmo fare altre domande:
Milano, 14 settembre 2008, Repubblica: “Milano, giovane di colore ucciso a sprangate” per aver rubato dei biscotti, dal bar degli aggressori. Torino, 18 settembre, la Stampa: “Tragedia familiare a Luserna San Giovanni - Uccide la figlia, ferisce la moglie e tenta di suicidarsi in un bosco". Montebello Jonico, 19 settembre, Repubblica: “Uccide la moglie davanti alla figlia, 53enne ricercato nel Reggino”. Pisa, 27 settembre, Repubblica: “Padre uccide i figli a martellate poi si dà fuoco e muore con loro”. Parma, 30 settembre, Repubblica: “Uno studente ghanese, picchiato dai vigili: ‘Sei negro’”. Roma, 2 ottobre, il Messaggero: “Cinese picchiato da Baby gang ..”. Tortona-Voghera, 7 ottobre, il Secolo XIX: “Ucciso perché faceva pipì vicino a un bar”.
Nel primo e nell’ultimo episodio si è trattato di due persone italiane: nera la prima, bianca la seconda che sono state violentemente uccise per futili motivi. Non è forse più forte l’emergenza violenza rispetto a quella del razzismo? E’ chiaro che le prime vittime della violenza sono i soggetti più deboli: donne, bambini ed immigrati.
La domanda si pone con più forza quando pensiamo alle violenze continue nel tempo legate alla criminalità organizzata ed agli stadi e, soprattutto, quando ricordiamo i dati Istat e del Viminale del 2007, secondo le quali “la violenza in Italia è la prima causa di morte o invalidità permanente delle donne tra i 14 e i 50 anni. Più del cancro. Più degli incidenti stradali”, che “il 62 per cento delle donne è maltrattata dal partner o da persona conosciuta” (Repubblica, 21 novembre 2007) e che “Il 69% degli stupri nel nostro paese sono opera di partner, mariti o fidanzati; solo il 6% da estranei” (Corriere della Sera, 10 dicembre 2007).
(Saleh Zaghlou)
Posted by Admin at 18:46 | Comments (0)
Genova - Abitanti di oggi e di domani
"Solo vent'anni per salvare Genova": titolo a piena pagina di Repubblica 30 settembre. Numeri alla mano, uno studio della Bei (Banca Europea degli Investimenti), conferma che Genova è la seconda città più vecchia d'Europa, che continua a perdere abitanti specie nella fascia d'età tra i 20 e i 40 anni, quella che mette su famiglia. Ne hanno parlato a un convegno -"Le frontiere della nuova cittadinanza"- dove era presente anche la sindaco che ha sospirato: "Non ci sarà sviluppo se si continua a investire nell'esplosione delle città. Occorre lavorare per aumentare la capacità di attrazione... Se continuiamo con le politiche attuali nel 2031 saremo una piccola città e non ci sarà lavoro per i giovani".
Con meno enfasi e, in compenso, con maggiore attenzione alle dinamiche genovesi, sullo stesso giornale ne ha scritto, in più occasioni, Arvati. I saldi della città sono negativi: il maggiore contributo alle nascite viene dalla popolazione immigrata, che però fatica a trovare case ad affitti decenti e, essendo le occasioni di lavoro modeste, sta da tempo prendendo la strada di una seconda migrazione verso città italiane che offrono di più. Osservazioni pacate e incontrovertibili a suo tempo lasciate cadere che la politica torna a scoprire grazie alla gran cassa d'un convegno.
Lo scenario della Genova del 2031 è del genere "Fuga da New York. Per immaginarlo non ci vogliono sforzi di fantasia. Basta dare una occhiata alla Genova d'oggi. Una città di anziani, di colonie di badanti (sempre di più) che li accudiscono, sede di società finanziarie, immobiliari, commerciali e di quelle specializzate a fornirgli i servizi necessari (notai, procuratori legali, periti ecc.), appendice di un Nord laborioso che, a un paio d'ore di macchina, ha la seconda casa, il posto barca e un po' di negozi che propongono griffe raffinate. Principale attività manifatturiera locale sono le costruzioni e le ristrutturazioni: palazzi, quartieri, park e simili. Gli immigrati confinati alle impalcature.
E i giovani? Ecco, appunto, i giovani. Giovani vuol dire lavoro, abitazione, trasporti, cultura. Ne girano per la città alcune decine di migliaia che arrivano qui per studiare: assaggiano la città già da oggi, le sue stanze, i suoi trasporti a cominciare da quelli ferroviari, i suoi prezzi, la sua "offerta culturale". Qualcuno si è chiesto che esigenze hanno, cosa pensano, se di fronte ad una occasione interessante - di lavoro, di residenza... - tornerebbero ad abitare in questa città?
Una città dove la lungimiranza politica ha voluto dire lasciare mano libera al cemento e costruire box, affitti alle stelle come pensa di poter ringiovanire?
Pazienza che il presidente di Carige continui a ripetere - dice sempre le stesse cose, se ne sono accorti al Lavoro? - che il destino di Genova e della Liguria siano le case, specie le seconde, i posti barca e una autostrada per fare più in fretta ad arrivarci. Ma chi la pensa diversa cosa ha intenzione di fare?
(Manlio Calegari)
Posted by Admin at 18:42 | Comments (0)
Comune - La voce del popolo e il silenzio del governo
Della voce del popolo si sono fatti carico nelle ultime settimane tre preti. A qualcuno può dispiacere ma se le cose stanno così perché non dirlo? Alla città e ai suoi amministratori questi preti hanno detto -a modo loro, si capisce- che si deve cambiare. Che per qualcuno, i ricchi, gli speculatori, i corruttori, i fannulloni magari va benissimo ma per gli altri - quelli che vogliono una città ospitale, solidale, curiosa, le cose vanno male, molto male.
Per primo ha parlato don Luigi Traverso (Repubblica-Lavoro, 23 settembre), mitico parroco di San Siro, uno che ha sempre fuggito il palcoscenico e ha aperto la sua chiesa e le sue tasche a tutti e in tutti i modi. Ha detto semplicemente: scusate ma siamo arrivati al capolinea, le necessità ci sommergono, davvero non ce la facciamo più. Da allora son passati giorni ma nessuno di quelli che contano gli ha chiesto cosa vede dal suo osservatorio e cosa si dovrebbe o potrebbe fare.
Non si tratta di metterlo in lista per dargli il grifo ma almeno di ascoltarlo.
L'8 ottobre Don Paolo Farinella con una lettera su Repubblica-Lavoro ha chiamato direttamente in causa gli amministratori. I servizi sociali sono morti, ha scritto, e voi continuate a ripeterci "come un disco incantato" che non ci sono i soldi. E' vero, lo sappiamo: la cassa è vuota ma voi cosa ci state a fare al governo di questa città? Per ripetercelo? Se è solo per questo potete anche chiudere bottega e portare la chiave del comune in tribunale. Non si tiene aperto un comune solo per mantenerne in vita le strutture (ndr, a maggior ragione quando pesano per il 90% sul bilancio comunale).
Il 9 ottobre (Repubblica) è stata la volta di Andrea Gallo, della Comunità di san Benedetto. "Come uomo, cristiano, prete coordinatore di comunità, mi colloco con indignazione dalla parte dei cittadini che vogliono reagire". A cosa? Ai tartufi che si nascondono dietro al democraticissimo voto del Municipio del Centro Est che rifiuta la costruzione della moschea. Negare la libertà di culto, scrive Andrea, significa cancellare la Costituzione. Gli amministratori della città non devono chiamare i cittadini a referendum sulla Costituzione ma a farla rispettare. Non possono nascondersi dietro decisioni incompatibili con i fondamenti della nostra democrazia. La smettano di "frenare e rimandare". Non sarà facile, aggiunge, ma è la sola strada, ancorché faticosa, per battere l'intolleranza.
Dei tre solo don Farinella s'è guadagnato una risposta. Gliel'hanno dato su Repubblica del 12 ottobre l'assessore al bilancio e quello alle politiche socio sanitarie. Numero per numero gli hanno riletto le voci di bilancio con cui loro hanno dovuto fare i conti e come hanno cercato di salvare il salvabile e comunque di nuovo hanno ripetuto "come un disco rotto" le loro ragioni: l'abolizione dell'Ici, i mancati trasferimenti ecc.
Peccato che abbiano dimenticato di rispondere alla domanda principale: tenete in piedi un comune (che pesa per il 90% della spesa) solo per “mantenere degli impiegati”?
(Manlio Calegari)
Posted by Admin at 18:42 | Comments (0)
Scommesse - La crisi che ingrassa gli imbonitori di sogni
I sogni battono la crisi, titola il Secolo XIX del 12 Ottobre. Il montepremi del Superenalotto lievita e così il numero delle giocate, all'inseguimento del sogno di vincere tutto e levarsi gioiosamente in alto, sopra l'urgenza gretta e quotidiana. Non è solo il miraggio del Superernalotto ad attirare schiere di speranzosi: dall'inizio del 2008, si legge di seguito, nella provincia di Genova sono stati acquistati 15 milioni di Gratta e Vinci, più di 25 milioni le giocate al lotto, quasi 20 milioni di euro spesi tra Superenalotto e Superstar; mentre i giornali ricordano ossessivamente la crisi, la ricetta per sopravvivere di chi magari non ha titoli in borsa scivola monetina dopo monetina nelle feritoie delle slot machine.
Lo sdoganamento del gioco d'azzardo è avvenuto però, in modo eclatante, nello spazio fisico. Chi non ha notato, per ogni zona della città ed ancor più in quelle disagiate, la diffusione capillare di punti scommesse? Eurobet, Ladbrokes, Merkurwin, Bwin, Youbet ecc..hanno colonizzato i quartieri, con insegne vistose e vetri più o meno discretamente oscurati: letteralmente esplosi un questi ultimi mesi in conseguenza del Decreto Bersani 2006, che liberalizzava il settore scommesse ed istituiva un bando per l'assegnazione delle licenze, da rendere operative entro la fine del 2008.
La presenza di punti scommesse uno vicino all'altro non è considerata dalle agenzie come un ostacolo, anzi. Lo scopo comune è moltiplicarsi e creare la familiarità al gioco d'azzardo, sdoganare l'ambiente da una fama di vizio e perdizione, rendere ogni locale “Un luogo dove andare la domenica con la fidanzata”, come affermava in un incontro pubblico un dirigente di un'agenzia scommesse.
Ogni punto scommessa è aperto in genere dalla mattina a tarda notte, tutti i giorni dell'anno, impiega due o tre persone e sta creando un vasto mercato del lavoro, il cui futuro è, neanche a dirlo, aleatorio, e dipenderà dall'essere stati capaci di creare un nuovo bisogno, senza che si avverta qualsiasi scrupolo etico sulla diffusione e pericolosità delle dipendenze da gioco d'azzardo.
Certo, a giudicare dal massiccio investimento il settore sembra prosperare, come se se ne stesse appollaiato in alto, in cima alla piramide sociale. In attesa di volteggiare sulle carcasse.
(Eleana Marullo)
Posted by Admin at 18:41 | Comments (0)
1 Ottobre 2008
Il tempo delle vacanze è finito
"Siete ancora in vacanza o avete chiuso bottega?". E' più o meno quello che ci hanno scritto - diciamolo: una attenzione che ci ha lusingato - alcuni dei destinatari della nostra newsletter. Newsletter che ha tardato a riprendere le pubblicazioni non perché facciamo vacanze lunghe - tra i collaboratori c'è chi neppure le fa - ma perchè pensavamo di aver pronti per la ripresa alcuni miglioramenti. Le cose poi sono risultate più complicate del previsto: le nostre forze sono scarse anche se se le richieste di entrare nel nostro indirizzario continuano a crescere. E poi - diciamo la verità - non solo di forze si tratta. E' che da tempo, con una accelerazione negli ultimi mesi, abbiamo qualche dubbio sulla NL così come a suo tempo l'abbiamo pensata.
Con la politica ridotta sempre più a eventi, a semplice comunicazione, e l'informazione sempre più appiattita sulla politica -a volte ridotta a pura cassa di risonanza di questo o quel gruppo politico o lobby- proporre una NL come luogo critico della stampa quotidiana rischia di diventare tempo perso. E' la ragione per cui nel corso del tempo la nostra NL ha cercato - in ambiti contenuti, si capisce - di informare su fatti ignorati o poco considerati dalla cronaca ufficiale. O, per la stessa ragione, ha spesso imboccato la strada del "completamento" delle notizie: intrecciandole con altre provenienti da altri quotidiani, archivi e banche dati. Così abbiamo scoperto a nostre spese le difficoltà enormi, spesso insormontabili, per venire a conoscenza di cose che ogni cittadino avrebbe diritto a conoscere. Lo stato, l'amministrazione pubblica, gli amministratori, collaboratori, consulenti, progetti tutto resta un mistero. Altro che stanza di vetro: piuttosto una torre munitissima e chiusissima dove solo a volte si riesce a sbirciare dentro.
C'è un morto in un cantiere in Albaro? E' il dipendente di una impresa che dipende da un'altra e poi un'altra che vengono da città, regioni diverse. Tutte al servizio di una capocommessa, magari con un bel nome locale, che a sua volta è fatta di società di cui si sa e non si sa...
Avete visto una mostra interessante? Volete sapere quanto è costata? Come sono stati spesi i soldi (chi li ha presi)? Chi l'ha assicurata? O volete sapere non solo i nomi dei consiglieri delle Società partecipate di Comune, Provincia e Regione, ma anche quelli dei sindaci e i loro titoli e conoscere i loro emolumenti, il bilancio della società, le collaborazioni, le consulenze a chi e quante... Ma scherziamo?
Per entrare nella torre munitissima serve - servirebbe - una campagna politica incessante finalizzata alla trasparenza. Ma ad oggi non si son visti partiti o gruppi politici decisi a battere questa strada. Solo qualche sporadico impegno pronunciato a mezza bocca.
Per cambiare ci vorrebbe che i cittadini, quelli che fuori della torre vogliono sapere e quelli che delle torri conoscono i varchi magari perchè ci lavorano, si unissero. Forse, col tempo...
Posted by Admin at 16:18 | Comments (0)
Genova - "Se avete fame guardate lontano..."
E' pressappoco quello che ha detto la sindaco Vincenzi al momento della sua investitura. I mali di Genova - aveva detto - nascono dal suo provincialismo, dal credere di poter vivere di rendite di posizione. Ma le rendite di posizione sono frutto di egoismo e cecità perché il mondo che cambia le riduce ogni giorno. Perciò, alla Genova che l'ha eletta, Vincenzi ha promesso che avrebbe rotto gli egoismi privati, i veti incrociati che da anni paralizzano la città.
Un progetto impegnativo anche perché, per eliminare lobby e centri di potere politico, economico e finanziario che ad oggi hanno usato questa città a loro piacimento, si deve operare sul presente dove tali interessi sono fortemente incardinati.
E il presente, o almeno una sua parte che oggi prevale, è fatto di mattone, costruzioni, posteggi, porticcioli e di riflesso di imprese, banca, uffici pubblici, professionisti che attorno a quel business hanno cementato - è il termine - un sodalizio formidabile.
Su Repubblica del 20 settembre scorso nella rubrica "Lettere & commenti" (forse perché giudicato troppo personale o impegnativo per la testata?) Marco Preve ha scritto un pezzo bellissimo - "Cazzuola o rastrello il dilemma del sindaco" - rimasto a tutt'oggi senza risposta da parte degli amministratori della città. Il senso dell'articolo, tutto da leggere (insieme al successivo dello stesso autore di domenica 28 settembre "Tursi-Repetto (Fondazione Carige), il ballo del mattone", è che una serie di vicende recenti - palazzi, box e parcheggi di Pegli, Sant'Ilario, Acquasola, Albaro, Quarto tanto per fare qualche nome - confermano come la pianificazione del territorio urbano sia solidamente nelle mani di potenti e aggressivi gruppi finanziari. Gli stessi che, forse non a caso, controllano i canali che alimentano fondazioni, teatri, progetti pubblici ed eventi a cui il comune affida la sua immagine oltre che buona parte della sua operatività.
Mettere le mani nella loro greppia vuol dire iniziare una guerra dura e dagli esiti incerti. Da qui le esitazioni che sino ad oggi hanno prevalso ma che non potranno durare a lungo pena il discredito politico di questa giunta. Ma -osserviamo- se guerra sarà, l'amministrazione Vincenzi dovrà organizzare le sue forze e scegliere i suoi alleati, magari cominciando dai "comitati" considerati fino ad oggi dei noiosi perturbatori dell'ordine. Insomma se guerra dovrà essere non basterà dire ai genovesi -come nella famosa canzone alpina - di guardare lontano.
(Manlio Calegari)
Posted by Admin at 16:16 | Comments (0)
Nucleare - I poteri di Scajola e quelli del Sindaco
C'era anche la sindaco di Genova, Marta Vincenzi, alla tavola rotonda “Energia in Italia” organizzata il 25 settembre dalla Società italiana di fisica in occasione del suo 94° congresso nazionale. Non c'era invece Claudio Scajola, principale invitato, che però, col suo intervento inviato per scritto, ha dettato le nuove regole del “rinascimento del nucleare” in Italia. Ha indicato Genova come la “capitale del nucleare in Italia” e ha annunciato l’imminente istituzione di un organismo preposto alla sicurezza in campo nucleare”. Scajola però non ha detto che per l’attuazione del suo programma ha chiesto carta bianca.
Se l’ampio pacchetto di emendamenti al “disegno di legge sullo sviluppo 1441 ter” in discussione alla Camera presentato alcuni giorni prima da Scajola verrà approvato, sarà sovvertito il sistema di bilanciamento dei poteri di sorveglianza e l’attuale Autorità indipendente per l’Energia diventerà un ente nominato direttamente dall’Esecutivo sul quale il Parlamento non avrà più potere (il Messaggero, 20 settembre). Non solo, come scrive Italia Oggi del 23 settembre, la prevista istituzione dell’Agenzia per l’ energia nucleare attribuirà a Scajola pieni poteri in materia: “Se prima, infatti, Scajola doveva limitarsi ad indicare i criteri per la localizzazione delle future centrali nucleari, adesso chiede di stabilire negli stessi decreti tutto: la localizzazione delle centrali, i sistemi di stoccaggio dei rifiuti radioattivi, la definizione delle misure compensative da corrispondere alle popolazioni interessate, le procedure autorizzative e i requisiti soggetti vi per lo svolgimento delle attività di costruzione, di esercizio e di disattivazione di tutti gli impianti in questione. ... Se ci saranno contestazioni locali, nessun problema: il governo avrà il potere di sostituirsi agli enti locali o alle regioni per le autorizzazioni di competenza....Per la realizzazione delle centrali nucleari è prevista un’autorizzazione unica «a seguito di un procedimento unico». Nel medesimo provvedimento devono esserci, insomma, gli espropri e tutti i nulla osta. Scajola ha chiesto a tal proposito, visto che si tratterebbe di «preminente interesse statale», di limitare anche la possibilità di bloccare le opere tramite i soliti ricorsi ai Tar (Tribunali amministrativi regionali). Il vertice [dell'Agenzia] sarà costituito da un presidente e quattro componenti. Due dei quattro componenti saranno designati dal ministro dello sviluppo economico, lo stesso Scajola. Ma alla nomina formale del presidente e dei quattro componenti si provvederà con decreto del minis tro dell`Ambiente, Stefania Prestigiacomo…Insomma, su tutto garantisce l`Agenzia per la sicurezza nucleare, cioè Scajola”, conclude Italia Oggi. Con buona pace del federalismo (come osserva greenreport.it) e del principio di trasparenza nei processi decisionali, soprattutto quando attiene a questioni così sensibili e strategiche per le popolazioni.
Con queste preoccupanti premesse sfuggono le ragioni dell'entusiasmo con cui Marta Vincenzi ha approfittato dell’occasione offerta dalla tavola rotonda per proporre Genova come sede della futura Agenzia per la sicurezza nucleare.
(Oscar Itzcovich)
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16 Luglio 2008
Piazza Navona - Borsellino: uno ad uno e tutti insieme
C’è un tale, ottant’anni almeno, con una faccia meravigliosa: occhi azzurri e sopracciglia bianche, foltissime. Durante la manifestazione si appoggia a due bandiere, una rossa e una bianca, le tiene chiuse. Non le sventola mai: sono il suo bastone. Fa caldo. Si respira male in Piazza Navona. Ma lui resta lì. Nei suoi occhi fotogrammi nitidi di storia d’Italia.
C’è una donna sconvolta sul palco. Le danno la parola perché ha perso suo figlio: “If you see me, come to the front, please…” Il bambino ha dieci anni. Indossa calzoncini e maglietta, dicono sia biondo, come la madre, inquadrata in angosciata attesa sullo sfondo durante gli interventi. A tratti, alcuni si scompongono, come per trovare il ragazzino. Ma senza convinzione. Lo cercano tra i piedi.
Per i girotondi interviene Laura Belli, ha il piglio dell’arringa popolo, visionaria come Giovanna d’Arco, ma nessuno della vecchia guardia la riconosce: Chi è? Che dice? Che c’azzecca? In molti fanno spallucce. Attendono pazienti che si vada oltre.
E’ una piazza piena di over quaranta, quella dell’8 luglio a Roma, imbiancata da bandiere di Di Pietro, punteggiata da bandiere rosse, tra le quali appare una del Pd, sventolata da un cocciuto temerario, senza autorizzazione.
E’ la piazza piena di cocci rotti, nella quale ogni elemento andrebbe ordinato con infinita pazienza a ricomporre il quadro.
Siamo qui per i Rom – dicono gli oratori – siamo qui per la vergogna di queste leggi, siamo qui perché la sinistra è allo sbando, siamo qui perché è qui ed oggi la denuncia, siamo qui anche se gli altri non ci vogliono essere. Ognuno è un pezzo. Piccola voce interiore di quello che si è pensato appena, che ti ha sfiorato la mente. E ogni pezzo è speculare alla rabbia o al buon senso che ognuno porta dentro di sé. Quindi è sfacciato, diplomatico, politico o estremo. “Hai processi a rischio?” dice un cartello “Proteggiti con Alfano!”, l’allusione ai rapporti sessuali è evidenziata da una vignetta. E i toni degli interventi - a scendere e a salire - sono quelli del “porco paese”, a utilizzare la Guzzanti, che li ha generati. Quindi la volgarità tracima dando voce al fango di cui è meglio non parlare. Non oggi almeno. Non qui. E’ la volgarità che mette insieme Presidente della Repubblica, psiconano e Veltroni e li frulla offrendoli alla folla.
Portarsi a casa i pezzi migliori di questi cocci è facile.
Rita Borsellino spiega che bisogna essere “uno ad uno e tutti insieme”. Lo ribadisce: “uno ad uno e tutti insieme”, con “la propria faccia” perché “il calo di tensione era il calo di attenzione” bisogna esserci “al di là degli steccati e delle differenze”. Tra poco ci sarà l’anniversario della strage di via d’Amelio e “verranno tutti lì in fila, con il doppio petto blu quasi ad accertarsi che siano morti davvero…Non è così che si commemorano Giovanni Falcone e Paolo Borsellino”.
Su youtube la Borsellino, ad oggi, è stata cliccata 137 volte. Beppe Grillo 164.000 volte.
Il ragazzino l’hanno ritrovato. Bene. Almeno lui.
(Giulia Parodi)
Ascolta l'intervento di Rita Borsellino a Piazza Navona:
| Prima parte(6:06) | Seconda parte(5:08) |
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Piazza De Ferrari - Al posto della politica
Il 9 luglio, a De Ferrari, tra le persone che si auto-schedano lasciando le impronte digitali al banchetto dell’ARCI, ne incontro diverse che, il giorno prima, erano sotto la prefettura, alla manifestazione organizzata in parallelo a quella di Piazza Navona.
Qualcuno dice: bè cosa è tutto questo scandalo? Il Papa e il Presidente della Repubblica possono essere criticati come chiunque altro.
Ma davvero quello che conta sono solo i fatti che vengono denunciati, e non le parole e i modi usati per farlo? E davvero i fatti sono così oggettivi e indipendenti dalle parole utilizzate a denunciarli e descriverli?
Sotto la Prefettura le persone non erano poche. Ne riconosco diverse con cui nel passato, in tempi diversi, in occasioni diverse, ho fatto pezzi di strada comune. Con alcune di loro ci scambiamo sguardi scoraggiati: ci è appena stata sfilata dalle mani la fragile possibilità di dare sbocco politico alla insoddisfazione, alla indignazione, alla delusione che proviamo da tempo, e che dopo il disastro elettorale è salita alle stelle. Al posto della politica ci hanno offerto il narcisismo, l’esibizione, lo spettacolo, la manipolazione.
Una compagna di un tempo mi dice: ma possibile che non si riesca ad avere una opposizione dura, intransigente, severa, ma condotta con stile e con responsabilità?
Il giorno dopo sentimenti analoghi vengono espressi da Nanni Moretti, intervistato da Repubblica.
Oggi ci ritroviamo ancora più soli e più incerti.
(Paola Pierantoni)
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9 Luglio 2008
Urban Lab - Aspettando il libro sul futuro della città
"Marta ora contano i fatti": parole di Bisagno, presidente della sezione genovese di Confindustria, riferite da Repubblica dell'11 giugno '08. Il mondo delle imprese, ha detto, non è più disponibile ad accettare deroghe agli impegni presi a suo tempo in campagna elettorale: inceneritore, infrastrutture e viabilità, waterfront. Ricordando che, proprio su questi temi, Confindustria aveva sottoposto alla neonata amministrazione Vincenzi "un corposo quaderno di lamentele" che dopo un anno ancora spetta risposte precise.
Puntigliosa la risposta della sindaco, sullo stesso giornale, tre giorni dopo (14 giugno '08). "Abbiamo approvato", "abbiamo avviato lo studio", "stiamo costituendo", "è stato sottoscritto", "abbiamo approfondito"... Le frasi tradiscono i tempi "oggettivi", biblici, della amministrazione pubblica ma tacciono sulle difficoltà prodotte dal contrasto con gli altri governi locali, tra le stesse parti politiche che sostengono la giunta e specialmente sulle difficoltà della macchina dell'ente locale a tenere il passo dei progetti di cambiamento.
La politica preferisce tacere su se stessa ma in questo modo non restituisce ai cittadini il senso delle sue difficoltà e in definitiva li esclude dal dibattito, dalla riflessione. Su cosa dovranno votare quando saranno chiamati a farlo? Boh!
Nella risposta a Bisagno, Vincenzi, ha richiamato l'attenzione sulla serietà e "autorevolezza" con cui il Comune ha impostato - in tema di infrastrutture - il suo rapporto con governo, ferrovie, Anas, Società autostrade e ha chiesto a Bisagno "un impegno straordinario a sostegno del nostro orgoglio di città ferita". Gli ha anche promesso di invitarlo alla presentazione del nuovo libro dei progetti, predisposti da Urban Lab, che danno corpo al waterfront in riferimento - oltre che all'Aeroporto, Tunnel sub portuale e altro - alle Riparazioni Navali, questione che a suo tempo aveva opposto duramente Bisagno a Novi.
"Le decisioni definitive - è drastica la sindaco - per quanto mi riguarda sono state prese". In proposito il sito di Urban Lab non lascia trapelare nulla. Tenuto a battesimo venerdì 29 febbraio 2008 "Urban Lab" ed è "il tavolo di promozione" di Comune, Provincia, Camera di commercio e Autorità portuale ideato da Renzo Piano per ripensare l'immagine della città e la sua diffusione nel resto d'Italia e all'estero. Nei mesi scorsi riunioni di approfondimento tra i tecnici della struttura e amministratori comunali sono servite per mettere a punto i progetti che compariranno sul libro destinato alla città, operatori economici, amministratori, cittadini. "Una esperienza intellettuale e politica straordinaria" ha dichiarato uno di quelli che hanno contribuito ai lavori.
Ma in attesa della importantissima (detto senza alcuna ironia) discussione sul libro - a proposito quando uscirà? - resta il dubbio se il voto che ha eletto, con una certa fatica, la sindaco, possa essere considerato una condivisa valutazione del presente. Genova è una città lacerata e le discussioni sul presente non sono quelle che si fanno in prefettura.
(Manlio Calegari)
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Cornigliano - Nuovi abitanti e vecchi appetiti (immobiliari)
La discussione sul futuro della città è in corso da mesi. I piani, dalla mobilità sostenibile alle infrastrutture alla vigilanza ai rifiuti vanno componendo un piano d'azione di cui al momento sfuggono i tempi. Alcuni interventi vogliono tempi lunghi - aggravati spesso dalla complessità burocratica - altri meno. Tutti sono subordinati ad una infinità di variabili di cui i cittadini non sono informati così che difficilmente possono immaginare cosa e quando li attenda. L'unica cosa certa è che la nostra è una città dove l'età media è poco inferiore ai 50 anni e che non a caso possiede il numero di anziani e di badanti più elevato d'Italia.
E' un fatto che contribuisce a determinare le attese dei cittadini e quindi il loro temutissimo voto. Ad esempio è molto probabile che in una città di anziani l'offerta di sicurezza abbia una presa maggiore rispetto a quella di cultura o di valorizzazione dell'università. Come è probabile che una città oltre che vecchia anche benestante sia poco interessata alla valorizzazione del trasporto pubblico e più, invece, alla costruzione di parcheggi privati. Come ancora è probabile che la stessa città sia ostile a vedere tagliate o limitate le rendite immobiliari da interventi che favoriscano nuovi insediamenti di persone giovani con reddito modesto.
Eppure tutti, almeno a parole, auspicano il ringiovanimento e ripopolamento della città - magari per disporre di mano d'opera a basso costo per il per il suo strabordante terziario - 77% di occupazione nei servizi, la Liguria è dopo il Lazio la regione più terziaria d'Italia.
Su come rendere appetibile una città a persone giovani (operai, ricercatori, tecnici) di fasce non abbienti o non protette - le proposte sono fumose. Invece è un problema di oggi non abbandonabile alla mercé dei singoli. I quali si ingegnano a cogliere le scarse occasioni del mercato urbano come prova, tra l'altro, il pezzo di Paolo Arvati su Repubblica dell'8 aprile scorso "La contravuelta di Cornigliano". A Cornigliano a partire dal 2000 la popolazione è cresciuta e ringiovanita. Si deve all'insediamento di popolazione straniera che ha così approfittato dell'abbattimento dei valori immobiliari dovuti al "degrado ambientale e all'abbandono della popolazione autoctona". Insomma a Cornigliano abitare costa meno e chi ha meno soldi l'ha scelta come nuova patria. E' la prova che condizioni di accoglienza favorevoli vengono immediatamente colte e valorizzate con ricaduta positiva sui contesti sociali ed economici circostanti.
Così fino a poche settimane fa quando a Cornigliano i prezzi, al contrario di quanto sta succedendo in altre zone della città, hanno cominciato a lievitare. Sembra sia l'effetto della bonifica territoriale in corso: da qui a non molto il patrimonio immobiliare esistente ne avrà un beneficio e si capisce come la speculazione già cominci ad affilare i coltelli.
Il caso di Cornigliano è un caso interessante. Dovrebbe essere approfondito da quanti si propongono di ringiovanire la città e di integrare al suo interno - senza respingerle verso periferie e trasporti improbabili - le nuove famiglie.
(Manlio Calegari)
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Ambiente - Il partito (trasversale) del cemento
Sono sempre gli stessi i nomi che si rincorrono, che senza sosta scompaiono e ricompaiono, anche in diverse vesti, in un limitato e ben definito spazio geografico. I nomi non sono José Arcadio né Aureliano Buendía. Lo spazio non è quello fantastico, senza tempo e con il destino segnato della Macondo di “Cent’anni di solitudine”. Per gli autori di “Il partito del cemento” (Marco Preve e Ferruccio Sansa, Chiarelettere editore, giugno 2008, euro 14,60) lo spazio è quello reale della Liguria di oggi e il destino della regione non è inevitabile, ma si gioca adesso. I nomi ricorrenti sono quelli dei politici, imprenditori e banchieri associati alla nuova speculazione edilizia che si è scatenata sulla regione.
La prima parte del volume (“Il potere”) presenta i personaggi, sempre gli stessi, in “un groviglio inestricabile in cui restano annodati partiti di destra e di sinistra, imprenditori e amici degli amici. Niente di illegale, sia chiaro, ma è altrettanto evidente come il potere, in Liguria, come ormai in tutta Italia, sia in mano a poche persone. E le iniziative economiche rischiano di essere concepite da imprenditori che poi siedono nel cda delle banche che le finanziano, magari insieme con rappresentanti dei partiti che poi devono approvarle” (p. 90).
La seconda parte (“I luoghi”) descrive lo spazio ligure destinato ad essere sepolto dal cemento. Preve e Sansa riportano dati Istat che indicano che la superficie libera dalle costruzioni in Liguria è diminuita dal 1990 al 2005 del 45% (media Italia, 17%). I luoghi preferiti della speculazione sono ovviamente quelli della costa e i porticcioli in primo luogo. “Oggi ormai c’è un posto barca ogni 47 abitanti. Oppure, se preferite, 300 chilometri di costa per oltre 140 di moli” (p 109). Si stima che il cemento associato (edilizia residenziale, turistica, commerciale) ammonta a tre milioni di metri cubi, per non parlare di posti auto, viabilità ecc. E poi aree dismesse cedute alla speculazione all’insegna della “riqualificazione”, ex alberghi destinati a residenze, un enorme patrimonio immobiliare “cartolarizzato” (svenduto) per far quadrare i conti degli enti locali e ancora torri e grattacieli di cemento e vetro firmate da famosi architetti che cambieranno per sempre il pae saggio ligure. Da Ventimiglia a Portovenere il tema è unico. Uno scempio definito dagli autori “seconda rapallizzazione”.
La terza e ultima parte (“Le battaglie”) è una rassegna di casi e di protagonisti (professionisti, studiosi, semplici cittadini, gruppi, movimenti) che hanno saputo dire di no e che resistono ogni giorno. Serve a ricordare che il destino della Liguria (ma anche dell’Italia), a differenza di quello di Macondo, non è scritto in una vecchia pergamena.
Infine, il libro di Preve e Sansa, corredato da un ampio indice di nomi, è anche una specie di ricco database cartaceo da utilizzare come manuale a difesa dell’ambiente. Ilvo Diamanti ha segnalato tra le tante cause della sconfitta del Pd dell’aprile 2008 “il disorientamento prodotto dal cambiamento sregolato del paesaggio”, uno smarrimento che può facilmente alimentare una maggiore sensazione di insicurezza. “Il partito del cemento” è quindi, nello stesso tempo, una denuncia e un prezioso strumento di riflessione che la politica non dovrebbe far finta di ignorare.
(Oscar Itzcovich)
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2 Luglio 2008
Genova - Una occhiata al presente per disegnare il futuro
Una o due volte al mese, P. Arvati, manda a Repubblica alcune osservazioni frutto della sua attività di responsabile della statistica comunale. Lo fa con garbo e cercando di non sommergere di cifre il lettore. Per sapere chi siamo - osserva Arvati - e come in parte andranno le cose e come e su cosa intervenire, le statistiche comunali potrebbero aiutare. In altre parole: per compilare i libri dei desideri, è utile prima di ogni cosa, prendere atto della città com'è, di quali attrattive e di quali energie disponga.
Una città che nel 2007 è tornata a perdere abitanti dopo 4 anni che il suo saldo naturale era tornato positivo (Repubblica 15 maggio '08). Ma attenzione, fa notare Arvati, non si tratta di un ritorno al passato. Perché gli stranieri che pesano sulla popolazione residente per circa il 6% incidono con percentuali molto più significative sulla nuzialità (il 25% tra coppie miste e immigrate) e sulla natalità (di nuovo il 25 %). In altre parole il saldo negativo sottolinea piuttosto la decrescita della componente autoctona. Infatti, mentre la popolazione della città diminuisce, la percentuale delle nuove famiglie e dei nuovi nati riferibile agli immigrati è 4 volte più grande della quota che essi rappresentano nella popolazione residente.
L'incidenza straniera sulla popolazione da 0 a 18 anni (Repubblica 29 maggio '08) è salita dal 2% nel 1997 al 9% nel 2006 (ben superiore al 6% della presenza straniera in città). E' un fatto che tra l'altro ha permesso di contenere l'età media della città, di poco sotto i 50 anni, che diversamente sarebbe di gran lunga superata. E che sta cambiando la scuola dove gli studenti stranieri (2006-7) sono il 10% alle elementari, l'11% nella media inferiore e il 5% nella media superiore. Percentuali destinate a crescere molto rapidamente essendo la natalità meticcia il 25% del totale.
Costruire previsioni sulle serie statistiche non è facile: molte variabili intervengono a modificare i comportamenti demografici. Arvati ne ha ad esempio indicato uno (Repubblica 12 giugno '08) giudicato rilevante dagli statistici: si tratta della "attrattività". A fronte di un movimento migratorio all'interno dei confini nazionali tornato a crescere - ci si muove alla ricerca del "meglio" - Genova risulta poco appetita. Prevalgono gli stranieri che se ne vanno rispetto a quelli che arrivano. E' la conferma della condizione periferica di Genova e della Liguria al confronto di altre città grandi e piccole del Nord Est e del Nord Ovest.
Arvati non scrive della città - banche, assicurazioni, traffici - che hanno i forzieri pieni di soldi ma di quella che giornalmente si svolge sotto gli occhi di tutti. E suggerisce che per ragionare di cultura, ricerca, scuola e di altro ancora sarebbe opportuno prendere atto, e alla svelta, di quali e dove siano oggi parte delle energie interessate alla città di domani.
(Manlio Calegari)
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Opinioni - PD: cercasi volontari per l’ultimo sacrificio
Se il maggiore partito della sinistra italiana ha moltiplicato le proprie correnti, se nel “tutti contro tutti” l’unico obbiettivo è “eliminare Walter, sostituirlo alla guida del Pd e poi toglierlo di mezzo dalla scena politica italiana definitivamente”, e se - all’interno del partito - un gruppo di giovani trentenni, tra cui Luca Sofri, ha programmato un meeting il cui titolo è “Superare il passato per liberare il futuro: la necessità di uccidere il padre”, per quali ragioni l’elettore del centro sinistra dovrebbe ancora sperare?
Nell’ultimo numero de L’Espresso, oltre alle intercettazioni RAI – déja vu nel quale affiora anche il nome di Piero Fassino – spicca l’articolo sul Pd “Congiura nel loft” di Marco Damilano.
Emerge una classe dirigente lacerata da conflitti, abitata dalla rivalsa, divisa in bande.
Associazioni e fondazioni che fanno capo chi all’uno, chi all’altro, nelle quali aderire corrisponde ad un atto di fede. Ecco quindi “Democratici in rete” di Goffredo Bettini e l’associazione Red di Massimo d’Alema e gli Ecodem di Ermete Realacci, e poi “quelli di Enrico Letta” e “gli amici di Rosy”, in un delirio di iscrizioni e appuntamenti. Ecco i futuri leader della nuova generazione Giovanni Cuperlo – di area dalemiana – e il veltroniano Zingaretti.
Proprio Cuperlo che accenna alla necessità di “una nuova leadership collettiva”, solleva la questione del candidato premier per il 2013 aggiungendo che “Veltroni e gli altri dirigenti devono far uscire allo scoperto idee, proposte, suggestioni, rigenerare le cellule di questo corpo che sta male perché ogni sconfitta è dolorosa, ma senza letture consolatorie”.
Il fatto che sia l’Italia a star male non viene nemmeno registrato, intenti come sembrano tutti a tessere reti per far prigionieri gli avversari. Dello stesso partito.
La lettura dell’articolo dà la sensazione che il cittadino di sinistra sia letteralmente affidato alla “corrente” di qualche sprovveduto senza alcun senso dello Stato e delle priorità.
A questo si aggiunga la distanza che un certo modo di agire politico moltiplica tra partito ed elettore devoto che ricorda i quattro milioni di voti per Prodi, i tre per Veltroni e la fatica dell’andare incontro ad un progetto ambizioso, ma nel quale quella classe dirigente diceva di credere.
Ma la devozione politica è slegata da dogmi e sacramenti. Lo spazio di libertà è ampio. Anche quello per sognare.
E se alcuni sognassero di prenderselo il Pd? Magari con persone disposte all’ultimo sacrificio: iscriversi al partito da tutte le parti d’Italia pur di avere un centro sinistra?
Il partito, proprio per com’è messo – senza confini, totalmente allo sbando – mai come oggi potrebbe diventare il non luogo da cui ripartire.
(Giulia Parodi)
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25 Giugno 2008
Genova - E se il "comitato d'affari" esistesse davvero?
Il "comitato d'affari" è un'ombra che prende consistenza ogni volta che in città scoppia uno scandalo che coinvolge gente importante: imprenditori, banchieri, politici, ministri del culto, funzionari di alto profilo.
E' la stessa cronaca a suggerirlo. Prendiamo la recente "Mensopoli". Protagonisti un imprenditore -chiacchierato finché si vuole ma finanziatore-animatore della riservatissima festa di compleanno del cardinale segretario di stato vaticano-, un ex dirigente regionale oggi numero uno della sanità vaticana, un intimo collaboratore del sindaco, una paio di "compagni" con pedigree familiare e politico di tutto rispetto, un po' di dirigenti della Azienda sanitaria che incerti sul da farsi non vanno a consigliarsi in Procura ma coi loro capibastone; e altri ancora che, in nome di solidarietà politiche, spiattellano gli affari della amministrazione a personaggi interessati... Troppo poco per un comitato d'affari?
Prendiamo allora la recente inchiesta di Repubblica a proposito della Fondazione Carige e della stessa Carige.
Un giovane rampantissimo vicepresidente della Fondazione che usa un po' dei soldi della stessa per favorire associazioni che hanno fatto o fanno capo a lui. Robetta con i tempi che corrono ma qui più che di cifre si tratta di scambi. Perché secondo Repubblica (19 giugno '08) anche il presidente della stessa Fondazione avrebbe qualcosa da farsi perdonare, sempre robetta si capisce. Qui però la girandola dei nomi si fa intensa: cooperative, onlus, enti morali, società ("di progettazione e sviluppo" ovviamente) intrecciano le loro attività in una ragnatela inquietante. Emergono relazioni e nomi che rinviano ad inchieste recenti: Levante Norditalia, il comparto assicurativo del gruppo Carige, Festival e, recentissima, la vendita all'università per 35 mld di lire di un edificio (ex Eridania) acquistato pochi mesi prima alla metà. Vicende che hanno visto indagati pezzi da novanta di Carige. Inchieste e nomi eccellenti di cui hanno riferito a suo tempo i quotidiani nazio nali (Corriere della Sera, 23 novembre 2006 Carige, "L'Isvap (Istituto di vigilanza sulle assicurazioni) e il consigliere (dell'Isvap) Scandroglio. Il coordinatore regionale di Forza Italia e quel filo con il capo delle assicurazioni del gruppo (F.Menconi)" (*).
Forse è eccessivo immaginare che esista una loggia di potenti affaristi e politici affamati che in una stanzina segreta si spartiscono la città: dal porto alle mense, alla vendita del patrimonio pubblico, ai mutui bancari... Forse quel comitato non esiste ma qualcosa che lo riguarda c'è e forse è anche peggio. E' la morale che apprezza i protagonisti dell'affarismo, ne tesse l'elogio e gli offre tribune televisive e giornalistiche permettendogli di fare dell'ironia sulle inchieste e gli scandali che li riguardano. La stessa morale che accetta che prevalgano i legami affaristici e mafiosi d'ogni tipo (massoni, Opus dei ma non solo) sugli interessi pubblici, che sono diversamente interpretabili ma esistono anche se non sono di moda.
Ogni tanto c'è, tra loro, chi mette il piede in fallo. Ha voluto troppo o troppo in fretta o ha agito senza avere predisposto le coperture adeguate. Subito chiama in soccorso gli amici che minimizzano, comprendono; o si scansano.
- Lo conosceva?
- Ma per carità; prendevamo lo stesso treno... E' un millantatore, le assicuro....
(Manlio Calegari)
(*) in http://liguria.indymedia.org/node/1345/420#comment-420 la lettera che l'Istituto di Vigilanza sulle assicurazioni ha inviato al (plurirecidivo) Ferdinando Menconi: “Alla Carige R.D. ASS.ni a Riass.ni S.p.A. alla cortese attenzione dl Presidente del Consiglio di Amministrazione (di Carige Assicurazioni) Dr. Ferdinando Menconi" (24 aprile '08)
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18 Giugno 2008
Intercettazioni - Le priorità di B. e quelle del Pd
“Berlusconi è intenzionato a dimostrare che per governare la crisi italiana -come vuole che noi l’immaginiamo- è costretto per necessità a separare lo stato dal diritto…”. Così D’Avanzo su Repubblica di sabato 14. Forzatura? Lo stesso B. aveva appena dichiarato “La gente nelle piazze ci ha chiesto di mettere un freno allo strapotere dei magistrati. Vuole un limite alle intercettazioni e noi l’abbiamo fatto”. La gente, il popolo, l’investitura, il mandato imperativo: finiscono così, in un attimo, le dichiarazioni del dopo elezioni: grandi riforme, accordi bipartisan, emergenza sociale. Pappetta buona solo a prendere tempo e preparare l’attacco contro l’unico potere che ha permesso agli italiani di conoscere da dentro il paese in cui vivono.
Per agire B. ha scelto il ministro della giustizia, un giovane avvocato dai toni accattivanti. A lui ha dato da fare il lavoro sporco, la montatura. La notizia sui quotidiani del 9 giugno: nell’audizione di fronte alla Commissione giustizia della Camera il ministro dolente ha dichiarato che l’Italia vive al limite dell’emergenza poliziesca perché "secondo un suo calcolo empirico e non scientifico… è probabilmente intercettata una grandissima parte del nostro Paese”. Almeno 125mila intercettazioni all’anno, costi iperbolici, privacy allo sfascio. Vedete, conferma il premier, ve l’avevo detto che la situazione è insostenibile. Dobbiamo provvedere subito, magari un decreto legge. Dal Quirinale fanno sapere che il problema esiste ma non può essere risolto con un decreto legge; bisogna andare davanti al parlamento con un disegno di legge. Certo, risponde B., era proprio quello che pensavo; ma lì per lì m’è scappato decreto!
Scappati anche i numeri su cui è stato montato lo scandalo: sono falsi, falsissimi. Lo hanno dimostrato Ferrarella (Corriere della Sera) e Bonini (Repubblica) il 10 giugno. Altro sono le intercettazioni altro gli intercettati che sono infinitamente meno e comunque meno che in altri civilissimi paesi; e la spesa non è in aumento ma in calo e sarebbe ancora meno se lo stato non fosse costretto a subire da gestori tariffe fuori mercato. Quanto all’attentato allo stato di diritto, il sistema messo in opera dalla giustizia italiana è sicuramente tra i più garantisti di quelli esistenti.
Dimissioni o almeno scuse del ministro sbugiardato? Se fosse un vero ministro e non una comparsa si sarebbe nascosto per sempre in un buco, ha scritto pressappoco Travaglio su l’Unità dell’11 giugno. Invece succede il contrario: i numeri (falsi) rimbalzano da un giornale all’altro, da una tv all’altra. Come se fossero veri.
E’ la prova che questi fanno sul serio. Da venerdì 13 giugno si cominciano a sentire le prime voci preoccupate: il presidente del sindacato dei giornalisti, il presidente degli editori, personalità. Siamo di fronte a una vera emergenza, dicono.
Si aspetta che entri in campo l’opposizione, il governo ombra del Pd. Veltroni mette le mani avanti: “Sulle intercettazioni voteremo contro; la nostra posizione è quella scritta nel programma. Ma non è una priorità. E’ davvero questa l’urgenza del paese? La vera priorità è combattere l’impoverimento…”.
Chiaro! Peccato che le priorità sia B. a dettarle.
(Manlio Calegari)
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Emergenza nucleare - La bomba a orologeria continua a ticchettare
La strada tracciata è in linea con gli altri provvedimenti annunciati dal governo Berlusconi: governare nel segno dell’emergenza continua. Quindi, anche sul nucleare il governo accelera. “Archivio Nucleare” (http://www.archivionucleare.com) riporta un dispaccio di Adnkronos/Ign del 14 giugno secondo il quale al Consiglio dei Ministri di mercoledì 18 giugno, insieme al pacchetto che anticipa la Finanziaria, saranno presentate anche norme ad hoc per rendere concreta e rapida la svolta dell'Italia sull'atomo. Tra le norme per rilanciare il nucleare in Italia ci saranno incentivi economici per quei territori che accettano di ospitare impianti nucleari e il varo di una procedura semplificata per la materia.
Dopo l’exploit in Confindustria del 23 maggio (“Via al nucleare”), il ministro per lo Sviluppo economico Scajola blandisce con il suo inconfondibile stile: «Chi subirà il disturbo psicologico (perché solo di questo si tratta) di ospitare una centrale va premiato» (Corriere della Sera, 29 maggio). Difficile immaginare invece quali possano essere le procedure semplificate. Con quali criteri scegliere i cinque o sei siti di cui si parla? I siti dove in passato con difficoltà immani sono sorti i reattori (Montalto di Castro, Trino, Caorso, Latina e Garigliano) sono ancora tutti o in parte da bonificare. Dove stoccare le scorie nucleari? Scanzano Jonico, il sito che doveva servire come «deposito unico nazionale» dei rifiuti radioattivi, non è disponibile (*). Ma, come scrive il Corriere Economia del 19 maggio 2008, per disinnescare la “bomba sparsa sul territorio in circa 150 depositi, grandi e piccoli, in condizioni di sicurezza precarie", una "bomba a orologer ia che ticchetta da oltre vent' anni”, un sito dovrà comunque essere trovato.
Come andrà a finire? Nel clima di “emergenza continua” che il governo Berlusconi cerca di alimentare, l’ipotesi di un Commissario straordinario con ampi poteri per la gestione dell’”emergenza energetica” non è inverosimile. Soprattutto in assenza o quasi di opposizione, come si evidenzia dai quotidiani e dai dispacci di agenzia del 23 maggio. Rispetto al nucleare, Claudio Burlando dice che “in linea di principio non sono contrario, perché noi consumiamo quell’energia, pagandola molto più di altri paesi e condividendone, in parte, i rischi visto che in Francia ci sono centrali nucleari” (Secolo XIX). Il ministro ombra dell’Ambiente del Pd, Ermete Realacci, che considera la ministro (effettiva) per l’ambiente Stefania Prestigiacomo, tra i migliori nomi possibili “visto la sensibilità che ha dimostrato per i temi ambientali” boccia, secondo La Stampa, la linea Scajola: «Se il governo continuerà sulla strada indicata dal ministro non ci sarà alcuna collaborazio ne da parte dell’opposizione». Walter Veltroni, capo del governo ombra, dichiara che bisogna capire meglio quello di cui parla Scajola: “E' stato detto che entro cinque anni si metterà la prima pietra, ma non si capisce la prima pietra di cosa e non si specifica quale sia il rapporto tra questo annuncio e il complesso dei problemi che sono legati alla capacità del nostro Paese e delle società occidentali di affrontare la grande questione energetica" (Ansa). Prudenza: discreta opposizione, ma anche discreta apertura. Il Pd non ha (ancora?) una posizione rispetto al nucleare, ma neppure ne discute.
(Oscar Itzcovich)
(*) Nel novembre del 2003 il comune di Scanzano Jonico (Basilicata) è stato scelto, con un decreto del Consiglio dei Ministri del governo Berlusconi, come posto unico nazionale per la raccolta di scorie nucleari. La decisione provocò forti proteste che sboccarono nei “giorni di Scanzano” (13 - 27 novembre 2003) e si conclusero con il ritiro del decreto stesso (più informazioni su http://www.noalnucleareinbasilicata.com/).
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Fondazioni - Tra sinergia e scambio
"Chiesa e Stato abbraccio tra le ombre" è il titolo di un servizio di Repubblica (primo giugno '08) dedicato all'inaugurazione a Sampierdarena di un nuovo Centro servizi realizzato dalla "Associazione centro di solidarietà della Compagnia delle opere Liguria onlus": 4 milioni di euro, fondi europei e contributi della Regione, Comune, Compagnia di san Paolo, Fondazione Carige e altri. C'è una foto: Marta al microfono, Burlando che la guarda pensoso e tra i due, un po' defilato, il cardinale Bagnasco, più sornione che compunto. E' una uscita pubblica importante per tutti e tre: nei giorni precedenti è esplosa "mensopoli" e nell'armadio di ognuno c'è più di un cadavere.
Il Centro servizi, spiega la sindaco, è un fatto importante anche perché è il risultato di una collaborazione preziosa, una "sinergia" a cui non si può sfuggire. La politica non ha soldi ma solo bilanci in rosso. Di soldi invece ne hanno, e tanti, la Fondazione Carige, la Compagnia di san Paolo, la Compagnia delle opere... Per fare amministrazione, per produrre servizi e cultura - dicono i politici - abbiamo bisogno dei vostri soldi. Anzi, per essere ancora più sinceri - ma questo, si capisce, non lo dicono a voce alta - vorremmo essere noi a decidere come spenderli; noi sapremmo come usarli...
Da parte loro Fondazione, Compagnia e altri simili enti erogatori sono ben attenti a fare trincea attorno ai loro sostanziosi depositi di euro. Che poi sono loro fino a un certo punto ma comunque son loro che si sono riservati la prerogativa di gestirli. A chi obietta rispondono che è meglio così perché la politica con i soldi non ci sa tanto fare; infatti il Comune impiega il 90% del suo bilancio per la sopravvivenza delle sue sole strutture (sulla cui efficienza ci sarebbe parecchio da dire). Meglio allora - dicono - che i soldi siamo noi a destinarli e ad amministrarli. Insomma: contentatevi di quello che vi diamo e non rompete le scatole.
Sì perché - è chiaro, no? - non è che vi diamo i soldi per niente. Ve li diamo a patto che ci lasciate prendere le nostre decisioni in santa pace e che i vostri rappresentanti si mostrino comprensivi e se fosse possibile addirittura contenti. Insomma che non facciano scandalo se - ad esempio per dire della Fondazione Carige - il consiglio di amministrazione decide di limitare le "erogazioni" nell'interesse superiore della Liguria, cioè della Carige stessa e in particolare dei suoi principali azionisti, compiaciuti che la Fondazione abbia sostenuto la banca nell'acquisto di nuovi sportelli investendo proprio in azioni Carige.
Proteste? Dopo quella storica di don Balletto nel 2004, e quella di un mix Ds e Margherita a gennaio del 2006 subito rientrata, è caduto il silenzio.
Morale: forse il silenzio non è d'oro ma qualche soldino lo libera sempre...
(Manlio Calegari)
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11 Giugno 2008
Cornigliano - Una partita cominciata male può finire bene?
Ilva, acciaierie, riunione del Collegio di vigilanza dell’Accordo di programma. Su Secolo XIX, Corriere Mercantile e Repubblica Lavoro del 4 giugno 2008 la cronaca: scoraggiante, avvilente.
Seicento lavoratori nell’incertezza più assoluta. Chi se ne dovrà occupare? Gli enti locali, Riva o chi altro?
Riva - dice la cronaca - ha individuato nei ritardi delle operazioni di bonifica da parte di Sviluppo Italia insieme ad altre inadempienze di Comune ed Autorità Portuale le ragioni per le quali i 600 non potranno rientrare in azienda. Denuncia “oneri di urbanizzazione troppo alti”, “inadempienze degli enti pubblici”, “complicazioni della burocrazia” che avrebbero ostacolato in modo irreversibile lo sviluppo del suo piano industriale. La crisi della banda stagnata con relative modifiche del piano industriale - messa in campo dal gruppo siderurgico nei mesi passati - è ora un dettaglio insignificante che non merita più di qualche parola.
E gli enti locali? Secondo la cronaca hanno chiesto a Riva “una verifica” insieme al “ritiro della denuncia contro le RSU e le segreterie di Fim, Fiom e Uilm per gli scioperi di Cornigliano e la revoca della cassa integrazione per altri 36 lavoratori.”
Le cronache della riunione finiscono riferendo le parole di Claudio Burlando a fine riunione: “E’ cominciata male ma si è chiusa bene. Il clima è diventato positivo. A questo punto diventa fondamentale l’incontro dell’11 in Regione. Poi se tutto passa si torna a Roma per la firma finale”.
Esistono buone ragioni tali da rassicurare gli animi di chi è fuori dal ciclo produttivo da così tanto tempo?
Sono stati persi già 500 posti di lavoro: 2700 persone nel 2005, 2200 circa oggi a libro paga. In azienda timbrano in 1600. E in molti confermano che la società, a piano industriale concluso – a proposito, quale? – avrebbe già in forza tutto il personale necessario.
Per i 600, nella migliore delle ipotesi, un altro periodo di cassa integrazione in carico agli enti locali, nell’attesa della prossima mano, nel 2009, su un altro tavolo, dove i responsabili giocheranno l’ennesima partita, procrastinando ancora.
Ormai il ridicolo – dichiarazioni, bulloni, riunioni - è stato ampiamente superato. Quella che si annuncia sembra piuttosto una tragedia. L'accordo del 2005 attribuiva ai politici il compito della vigilanza: il compito minimo per definirsi tali e non ridursi a semplici comparse. Comparse.
(Giulia Parodi)
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Ilva - A Taranto e a Genova Riva fa come vuole
Tamburi di Taranto è il quartiere più inquinato d’Italia, ma come scrive l’edizione locale di Bari di Repubblica il 4 giugno, altri veleni stanno inquinando il clima istituzionale pugliese. “Il difficile rapporto tra enti locali e aziende” si manifesta, in particolare, con quella “più invasiva di tutte in tutti i sensi: l’Ilva”. La lunga storia di conflitti con l’Ilva (anche sul fronte della sicurezza: due operai morti nell’ultimo anno, Domenico Occhinegro e Gjoni Arjan) ha recentemente subito una brusca accelerazione.
Un ricorso presentato al Tar di Lecce da "Taranto futura” (coordinamento di associazioni ambientaliste) per annullare l’accordo anti-inquinamento firmato l’11 aprile scorso tra ministero dell’Ambiente, Regione Puglia, Provincia e Comune di Taranto e tutte le grande aziende operanti nell’area (Ilva inclusa) è stato all’origine dell’ultimo scontro tra Regione e Ilva.
Il 28 maggio, “alla vigilia della scadenza fissata dall’accordo entro la quale le aziende dovevano consegnare il piano di interventi per ridurre le proprie emissioni”, l’Ilva manda una lettera al ministero dell’Ambiente e all'assessorato all’Ecologia della Regione Puglia annunciando unilateralmente l’autosospensione (“momentanea”) dell’invio del programma di interventi in attesa della delibera del Tar. L’autosospensione è stata subito da tutti interpretata come un ricatto. «Se non ci diranno quando e come verranno ridotte le emissioni di diossina, daremo parere negativo all´Autorizzazione integrata ambientale (Aia), necessaria per proseguire l’attività» attacca l’assessore regionale all’Ecologia, Michele Losappio. Interviene anche il presidente della Puglia Nichi Vendola con una dura lettera inviata a Riva: “In questi mesi la Regione ha provato a camminare, insieme al sistema d’impresa, costruendo equilibri difficili ma indispensabili fra ambiente e sviluppo, fra occupaz ione e salute. Ma per far questo […] occorre che l’Ilva non giochi su tavoli diversi e capisca che non c’è più tempo da perdere”.
La storia palese dello scontro finisce il 5 giugno, quando il Tar di Lecce respinge la richiesta di sospensiva dell’associazione "Taranto Futura". Restano gli strascichi. Per Losappio l’autosospensione dell’Ilva rimane “inspiegabile”, ma fa aleggiare il sospetto di un pretesto, di un segnale, che Riva da Taranto, per la serie “qui comando solo io”, ha voluto inviare ai nuovi interlocutori a livello nazionale.
A Genova, al momento della verifica dell’Accordo di programma e del Piano industriale dell’Ilva, Riva ha chiesto la proroga della cassa integrazione per 600 lavoratori, ha licenziato sette apprendisti (poi riassunti), ha denunciato 27 sindacalisti per i recenti scioperi e ha accusato gli enti locali di ritardi e contenziosi pretestuosi, inviando un segnale simile e altrettanto eloquente di quello di Taranto. Qualche settimana fa (La Stampa 26 aprile), il segretario della Fiom genovese commentava, evidentemente a nome di tutta la controparte, “Ai suoi metodi siamo abituati”. Il fatto è che, abituati o no, Riva continua a fare il bello e il cattivo tempo.
(Oscar Itzcovich)
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4 Giugno 2008
Fondazione Carige - Se la politica diventa una voce di bilancio
La Carige, la cassa forte di Genova e della regione, è la 13esima banca nazionale. Una posizione di spicco che dovrebbe suggerire comportamenti adeguati. Invece ha un presidente che rischia con altri il rinvio a giudizio essendo coinvolto nell'inchiesta Fiorani (Repubblica 13 maggio '08). Uno che a suo tempo avendo comprato -con la benedizione di Bankitalia (Fazio)- 100 milioni di euro di azioni Antonveneta, aveva dichiarato a Repubblica (11 aprile '06), di aver dato una mano a Fiorani "in cambio di un po' di sportelli". E, in ogni caso, aveva precisato,di affari come quello con Fiorani lui ne avrebbe fatto uno al giorno tanto che "non c'era alcun bisogno che Fazio gli telefonasse per chiedergli una cosa del genere".
Gente così quella della Carige. Non da meno quelli della Fondazione, l'ente che sulla carta risulta proprietario di Carige e che per lo statuto delle Casse di risparmio avrebbe il compito di ritornare alla società i frutti delle attività bancaria favorendo, opere sociali, cultura e simili. Invece il suo governo è controllato dagli azionisti di maggioranza della stessa Carige che ne usano il patrimonio per assicurarsi il controllo della banca. In prima fila gente d'affari legata a doppio filo al centro destra (Scajola, Gavio, Bonsignore) e i rappresentanti delle curie vescovili locali. Per l'opposizione qualche posticino e, se sta al gioco, anche qualcosa di più. Nel 2004 un gruppo di quattro consiglieri di opposizione guidati da don Balletto aveva detto che la Fondazione faceva gli interessi della Carige e non della città. Apriti o cielo: dimessi subito. Poi lunghi silenzi, trattative, due inchieste nazionali sulla banca che ne mettono a nudo le magagne e, nel 2007,una nu ova dirigenza in un clima di abbracci e baci (la regione di Burlando che "regala il suo rappresentante alla curia genovese che peraltro non ne aveva alcun bisogno perché lì dentro aveva già chi si occupava dei suoi affari). A iniziare la nuova stagione è chiamato un nuovo presidente - anziano self made men, sobrio, burbero, l'icona del genovese operoso del genere "fatti e non parole" - che promette trasparenza. Applausi convinti specie da parte del vero uomo nuovo della Fondazione, Pierluigi Vinai, diventato vicepresidente appena entrato in Consiglio. Affiliato all'Opus Dei, assume di fatto il ruolo che nel consiglio precedente era stato di Lorenzelli. In più, rispetto a Lorenzelli, Vinai ha un legame strettisimo con Scajola e il coordinatore ligure di Forza Italia Scandroglio.
Vinai uomo nuovo ma non troppo: una inchiesta condotta nel mese di maggio da Repubblica-Lavoro ha svelato un fitto intreccio di rapporti tra associazioni, onlus e cooperative sociali - dagli evidenti legami con gli ambienti di Forza italia -sovvenzionate proprio dalla Fondazione. Associazioni che in alcuni casi avevano la loro sede sociale nello stesso studio professionale di Vinai! Nessuno scandalo, ha detto Vinai (Repubblica 1 maggio '08): la Fondazione finanzia anche associazioni ed enti diretti da ex Ds e Margherita, come lui consiglieri della Fondazione. Insomma: tutti democraticamente a bilancio.
(Manlio Calegari)
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28 Maggio 2008
Lanternopoli/1 - Ricambio generazionale, ma quali giovani?
A coronamento di un anno di indagini, ripreso da una microspia piazzata nel suo ufficio, sorpreso in flagrante mentre intascava una mazzetta, il presidente di un ente pubblico viene arrestato dai carabinieri. Così comincia, con l’arresto di Mario Chiesa, la storia pubblica di Tangentopoli e di Mani pulite. Sbigottiti, i cittadini da lì a poco si familiarizzeranno con nuovi e vecchi nomi di brasseur d'affaires, di imprenditori e con giri vertiginosi di bustarelle e di affari dell’ordine di decine di milioni di euro. La nota vicenda di 16 anni fa è stata evocata dai giornali locali a proposito di quella che si pensa essere la sua riedizione genovese. Craxi parlava di “mariuoli”, Marta Vincenzi di “cattivi guaglioni”, ma per importanza del giro di affari e uomini (imprenditori, amministratori pubblici, politici) finora coinvolti nella corruzione, Lanternopoli non è Tangentopoli.
A Genova, due anni di indagini e migliaia di intercettazioni telefoniche e ambientali (decine di microspie disseminate in molti ristoranti della città) hanno portato a un’ordinanza cautelare di 600 pagine corredata di altre 1000 pagine di allegati. Nella rete, un imprenditore, il portavoce del sindaco, due assessori e due ex consiglieri comunali, il presidente dell’ospedale”Bambin Gesù” di Roma, ex direttore generale della Regione.
Alla pletora forse inevitabile di notizie sui quotidiani locali, ha corrisposto un’attenzione relativamente modesta da parte di quelli nazionali. Scontata la reazione del centrodestra che chiede le dimissioni della giunta di Marta Vincenzi e quella del centrosinistra che esprime fiducia nella magistratura, riesce difficile sottrarsi all’impressione di una sproporzione tra il notevole impiego di risorse investigative e i risultati raggiunti da un’inchiesta che forse, a causa di una fuga di notizie (indiscrezioni riportate da Panorama a gennaio), ha dovuto anticipare i tempi. A meno che ulteriori sviluppi dell’inchiesta (che sembra puntare molto più in alto), non finiscano invece per smentire questa impressione.
Resta la protesta della Federazione esercizi pubblici genovesi, che parla di danni di immagine e di gogna mediatica per aver reso pubblico il nome dei ristoranti dove sono state piazzate le cimici (Corriere Mercantile, 24 maggio 2008), ma nessuno sembra preoccuparsi di come effettivamente è stata tutelata, in questo contesto, la vita privata dei cittadini, la loro privacy. Resta la solidarietà di Burlando (“Le sono molto vicino”) e quella ovvia del Pd (ma con margheriti defilati), mentre la Vincenzi, chiaramente indebolita, chiede scuse alla città e prepara il rilancio della giunta. Resta, come lei dice, l’amarezza per il tradimento dei suoi giovani collaboratori, per la perdita delle speranze riposte in un “ricambio generazionale”. E resta purtroppo senza risposta la questione avanzata qualche anno fa dallo stesso Massimiliano Morettini: “Allora, il dibattito sugli under 40 – posto anche con una lettera ai vertici dei Ds pochi mesi fa – pone a tutta la classe diri gente, giovani inclusi, un grande interrogativo: come partecipa questa generazione alle scelte strategica della comunità?” (Repubblica, 25 settembre 2005).
(Oscar Itzcovich)
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Lanternopoli/2 - Dietro di loro il nulla
L'inchiesta su mensopoli a Genova e il finimondo da essa suscitato sarà probabilmente destinato ad esaurirsi per stanchezza o archiviazioni, come talvolta accade in queste cose che per il loro riflesso politico generano tanta confusione. Ma a leggere le intercettazioni sui giornali cittadini c'è da chiedersi chi davvero siano questi personaggi che riempiono le loro conversazioni a telefono di se, di ma, di cioè, di punti sospensivi, di beh, di cazzo, come accadeva ai neofiti sessantottini ascoltandoli sui bus o nei cosiddetti "collettivi" o "attivi" che fossero. Eppure alla loro spalle, se hanno fatto tanta strada, un po' di scuola di partito, un pezzo di laurea, la lettura di qualche libro e la conoscenza della grammatica dovrebbero esserci.
Fierissimi dubbi suscita anche il concetto della loro laicità, magari usata come bandiera quando gli faceva comodo, se qualcuno di loro non esita ad appellarsi alle aderenze ecclesiastiche per vincere questa o quella gara, per avere questo o quel favore. Chi li ha scelti non si è accorto del nulla che gli stava dietro?
(Giovanni Meriana)
Posted by Admin at 10:29 | Comments (0)
Immigrazione - PD tra inseguimenti ed assenze
Immigrati e stranieri in primo piano. Il governo ne fa il centro di una ricerca di consenso che, a quanto pare, viene generosamente accordato dalla opinione pubblica. Oggi Guido Bolaffi, a “Prima Pagina”, parla di una fase in cui finalmente emerge la realtà. Quella che sta emergendo, credo, è soprattutto la realtà culturale profonda del paese, che ora si sente legittimata ad esprimersi senza remore. Corrado Augias (Repubblica del 15 maggio) - rispondendo ad una lettrice incredula di fronte al suo vecchio zio socialista che confessa di aver votato Lega - cita Bauman: nei momenti in cui le prospettive si fanno incerte, i timori per il futuro si trasformano, al di là della realtà concreta, in timori per la propria immediata incolumità, “per la propria casa violata, per i bambini rapiti dagli zingari come in una antica fiaba terr ificante”. Quando le cose stanno così, aggiunge Augias, è inutile parlare di risanamento del debito pubblico: “Se non si capisce questo perfino il vecchio fabbro romagnolo che sembra uscito da un edificante racconto di fine ottocento va a votare per la Lega”.
Purtroppo pare proprio che sia il precedente governo, sia l’attuale opposizione, questa cosa non l’abbiano affatto capita, e qui siamo. Augias dice che nella perenne ricerca del “giusto mezzo” la sinistra è finita per cadere per terra. Ed ancora oggi il PD si limita ad inseguire (a distanza) le posizioni del governo, insegue le briciole di consenso che cadono per terra, sottolinea le similarità, circoscrive il dissenso. Di fatto non si riesce a capire quale sia e dove si formi la sua cultura di fondo. La presentazione del libro “Il caso zingari” di Marco Impagliazzo (22 maggio, Teatro della Gioventù) offre una occasione di riflessione. L’iniziativa è della Comunità di S. Egidio e del Centro Primo Levi, intervengono Borzani, Petruzzelli, Mons Marchetto, Ariel Dello Strologo. Fatti storici, informazioni, storie di vita, analisi della attualità su cui vengono pronunciate parole di allarme: si sta tornando alle generalizzazioni, alle colpevolizzazioni di massa, questo fu il terreno della Shoah, ci sono persone che hanno di nuovo impugnato i bastoni, per contrastare tutto ciò non basta che la cultura lo racconti a se stessa, serve una responsabilità della politica, una compattezza sociale, sentirsi di nuovo portatori dei valori profondi che la nostra civiltà ha elaborato in centinaia di anni, e che ora stiamo dimenticando…
Il teatro è strapieno, gente in piedi, molti giovani. Ma la platea rappresenta in modo evidente la separazione con la parte politica che dovrebbe rappresentarla, e che non c’è: assenti politici, rappresentanti delle istituzioni, sindacalisti, tranne una solitaria eccezione. Quanto ai “media”, solo un articolo sul Corriere Mercantile ed un servizio del TGR nella solita versione “melassa” confezionata appositamente per non lasciare traccia.
Nessuno a raccogliere e trasmettere le storie che sono state raccontate, le parole che sono state dette. Impossibile, in queste condizioni, che arrivi alle persone una parola pubblica che le aiuti a capire il mondo che le circonda e, soprattutto, se stesse.
(Paola Pierantoni)
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Sicurezza per tutti - Studiare l’esperienza genovese
Nella esagerata e demagogica campagna politico mediatica sulla sicurezza, contraddetta dalle molte analisi che indicano l’Italia come il paese più sicuro in Europa e nel mondo, gli immigrati ed i Rom appaiano tutti e sempre colpevoli e mai vittime a cui pure occorrerebbe garantire tutela. Che la studentessa stuprata a Roma, alla vigilia delle elezioni, fosse africana e che sempre a Roma, sia stata stuprata una donna rumena, sono notizie che non hanno la stessa evidenza delle altre.
Genova è stata la prima città italiana ad essere investita dal problema sicurezza, le prime ronde in Italia sono nate proprio nel nostro centro storico nel luglio 1993, erano ronde armate di catene e bastoni. La nostra città ha saputo affrontare il problema ed uscirne bene, prima di Milano, Roma, Napoli ecc. Il modello genovese si basava sulla cooperazione tra istituzioni, associazioni ed abitanti, puntava su meno espulsione, repressione, rimpatrio assistito e più su regolarizzazione, prevenzione, integrazione, lotta alla povertà, recupero edilizio, qualificazione urbana, cultura, scuola. Dialogo con tutti e sicurezza per tutti compresi i cittadini immigrati. E’ stato un lavoro faticoso. Gli attori principali sono stati le associazioni laiche e religiose del Forum Antirazzista di Genova e le due amministrazioni comunali Sansa e Pericu, dal 1995 al 2001. Un lavoro che ha richiesto molta pazienza ed energie, ma che ha dato ottimi risultati visto che malgrado non vada più av anti dal 2001, continuiamo a viverne la rendita in una delle città più sicure e vivibili d’Italia. Fino a quando però si può vivere di rendita?
Potrebbe Marta Vincenzi, “studiare” l’esperienza genovese, per riproporla, aggiornandola, nella stessa città in cui era nata? Aiuterebbe così il centro sinistra e tutto il paese a trovare finalmente una sua politica sulla sicurezza, alternativa a quella della destra, capace di dare risposta anche a situazioni come quelle che si sono verificate a Borgoratti, dove bambini stranieri sono stati minacciati, come ha riportato Roberto Scarcella nei suoi articoli “Baby-nazisti terrorizzano il quartiere” e “Basta a bulli e svastiche” pubblicati sul Secolo XIX del 9 maggio.
(Saleh Zaghloul)
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Stipendi - 5mila euro l'anno in meno
Il titolo "Il declino degli stipendi" (Repubblica 3 maggio 2008) è già di quelli che fanno tristezza. Non si è invogliati a leggere quello che sappiamo già. Peccato, perché c'è sempre qualcosa da imparare. Ad esempio che in Italia e negli altri paesi industrializzati, durante gli ultimi 25 anni, la quota dei profitti sulla ricchezza nazionale è salita molto; al contrario di quella dei salari che invece è scesa non poco. Volete sapere di quanto? Lo dicono due economiste che hanno condotto uno studio per conto della Banca dei Regolamenti internazionali che opera nell'ambito del Fondo monetario internazionale (Fmi). Nel 2005 la quota di ricchezza nazionale destinata ai lavoratori era il 68%; 20 anni prima era del 75%. L'opposto di quello che è successo alla quota destinata ai profitti: nel 2005 era oltre 31% quando nel 1983 era il 23%. In sostanza la quota riservata ai lavoratori ha perso 8 punti in 20 anni, l'equivalente sul Pil di oggi di 120 mi liardi di euro. Per essere più chiari: se il rapporto percentuale fosse rimasto quello di 20 anni fa ai lavoratori italiani (professionisti, artigiani e commercianti compresi) sarebbero toccati oltre 5000 euro in più all'anno; 7000 euro se si considerano solo i lavoratori dipendenti.
Le cause del fenomeno vanno ricercate secondo la maggioranza degli economisti non tanto nella globalizzazione ma nella fase più recente del progresso tecnologico. Il ricambio di macchinari, tecniche e organizzazione ha scavalcato rapidamente i lavoratori e le loro competenze riducendone la forza contrattuale.
In Italia, ma anche in altri paesi europei, il fenomeno ha coinciso con il proliferare di rapporti di lavoro atipici e la creazione di un esercito di precari in ogni settore.
Di fronte a fenomeni di questa portata qual'è stata la sensibilità, la capacità di analisi e di reazione dei sindacati italiani? Sulla questione - più volte posta dal gruppo di economisti che fanno capo a Boeri (www.lavoce.info) - è uscito di recente il libro "L'altra casta" (Bompiani 2008) di S. Livadiotti. Turani su Repubblica del 20 aprile 2008 lo ha definito "bellissimo". Forse bisognerebbe aggiungere che è tristissimo. Infatti spiega come nel corso degli anni è nata una burocrazia sindacale, onnipotente, costosa (ordine di riferimento sono i miliardi di euro), poco sensibile alla democrazia interna e alla trasparenza, capace di influenzare e ricattare governi e istituzioni ma molto poco attenta a dove stavano rotolando i redditi dei lavoratori durante gli ultimi 20 anni.
(Manlio Calegari)
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21 Maggio 2008
Città - Genova tra inchieste e “vagheggiamenti”
“Il mondo politico genovese è scosso da un’inchiesta della Procura sugli appalti per le mense in scuole e ospedali” (Corriere della Sera, 17 maggio 2008), “La Superba piegata dagli scandali” (La Stampa, 17 maggio), “A scandire il tempo della città sono le inchieste giudiziarie” (Il Sole 24 Ore, 18 maggio) e cosi via. Sui principali quotidiani nazionali Genova spicca, oltre che per la visita del Papa, per la nuova inchiesta che si abbatte sulla città: turbativa d’asta, concussione, corruzione, truffa, associazione a delinquere sono alcuni dei reati ipotizzati. Indagati due assessori dell’attuale giunta comunale, due di quella precedente, il responsabile delle comunicazioni della sindaco Vincenzi e un ex alto funzionario della Regione Liguria, uomo di fiducia della curia e del Vaticano.
Dovrà passare del tempo prima che si arrivi a una valutazione dell’accusa. Non solo di questa inchiesta ma delle tante altre che hanno sconvolto la città e che sono ancora lontane dalla fine del loro iter giudiziario: la Regione e le nomine in base alla appartenenza politica di primari e di dirigenti della sanità, il porto e le lotte per spartirsi il controllo dei terminal portuali, il buco finanziario dell’università, le pensioni che sarebbero state concesse da parte di funzionari dell’Inail genovese a dipendenti dell’Ansaldo per falsa esposizione all’amianto (Repubblica, 10 aprile 2008), il presunto coinvolgimento della Carige nella tentata scalata di Fiorani alla Bnl (Repubblica, 13 maggio 2008).
Tra gli innumerevoli commenti che riempiono le cronache merita di essere segnalato quello di Carlo Castellano, presidente di Esaote, di Genova High Tech spa e promotore del villaggio tecnologico degli Erzelli (Il Sole 24 Ore, 8 maggio): “Difficile - dice –sottrarsi a una preoccupante sensazione di squallore, se verranno accertate responsabilità penali in quest’ultima vicenda relativa agli appalti per le mense scolastiche. A quale infimo livello di affari dovremo rassegnarci di fronte all’incalzare delle mazzette?”…”Dobbiamo smettere - spiega - di perdere tempo a pensare a traguardi irrealistici o troppo futuribili, come costruire un nuovo aeroporto sul mare o vagheggiare una rifondazione urbanistica della città”.
Analisi impietosa e ampiamente condivisibile se non fosse per la caduta, anche di stile, dell’allusione finale. Castellano infatti pare scagliarsi contro l’Urban Lab e l’amministrazione comunale, rei di non condividere la proposta, da lui avanzata alla conferenza strategica del Comune del 7 maggio, di cambiare la destinazione d’uso dell’area del distretto tecnologico di Sestri dove l’Esaote è attualmente insediata, “in maniera – ha motivato - da permetterci la più opportuna e favorevole valorizzazione dell’area di proprietà”. Ovvero, visto che l’Esaote si trasferirà in collina agli Erzelli, via il vincolo ad area industriale e lì lasciateci costruire commerci e residenze, necessari, a questo punto, per pagare il trasferimento (vedi Repubblica-Lavoro del 8 maggio e Oli 187).
Genova attraversa una fase critica. Ai "traguardi irrealistici" e ai "vagheggiamenti urbanistici", Castellano preferisce il fai-da-te.
(Oscar Itzcovich)
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Anniversari - Giù le mani dal '68
Basta, non se ne può più. Evidentemente 40 anni sono sembrati sufficienti per esorcizzare il 68 e farne un anniversario come gli altri. Metterci una bella cornicina intorno e dare il via ai festeggiamenti. Cioè fare tutte quelle cose che il vento del 68 aveva spazzato via. Invece no, eccoli qui, dopo 40 anni, tutti in fila tromboni, giornalisti, intellettuali, accademici, politici a parlare del 68. Quelli che non c’erano, quelli che se c’erano non se ne sono accorti, quelli che nessuno li aveva mai visti, quelli che sono saliti sul 68 le ultime due fermate in tempo per arrivare al capolinea sul tram dei vincitori, quelli che sul 68 hanno fatto carriera, quelli che avevano capito tutto prima, quelli che sono passati dall’eskimo alla cravatta nello spazio di un mattino, quelli che hanno cambiato bandiera, quelli che hanno dimenticato, quelli che non sanno nulla e parlano, parlano, parlano…Basta non se ne può più.
(Anna Pisani)
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Politica e religione - I fragili margini della laicità
L'assessore Margini ha recentemente invitato l'Arcivescovo di Genova, dopo la sua esternazione sul porto, a farsi carico di convincere il mondo imprenditoriale genovese a investire, farsi carico, in poche parole a scendere sul piano concreto per il porto e la città. Mi domando se l'assessore sia convinto o no che una sana concezione laica della politica e dell'amministrazione vorrebbe una netta distinzione dei ruoli, civile e religioso. E' un diritto dell'Arcivescovo esternare nella sua qualità di pastore e in questa ottica le sue parole non possono che essere bene accolte, ma chiedergli di svolgere la parte che spetta al laicato mi fa pensare a una "fusione e confusione" poco auspicabile. Mi fa anche venire in mente il tempo in cui al tempo di D'Alessandro presidente dell' Autorità portuale, nell'annosa (e ancora in piedi) controversia con la Culmv coinvolse all'Arcivescovo Siri con la parte del mediatore. Siri che amava ficcare il naso nelle facce nde imprenditoriali e si vantava talvolta di aver risolto questa e quest'altra controversia, che aveva inventato gli imprenditori, i maestri, gli artisti, "cattolici", connubio quanto mai ambiguo, si fece carico della mediazione e si presentò a palazzo Tursi in pompa magna, ma i risultati del confronto con Batini furono scarsini. E fa persino rima...
(Giovanni Meriana)
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14 Maggio 2008
Conferenza strategica/1 - Alla ricerca della ricerca scientifica
Alla Conferenza strategica Genova 2015 dedicata al rapporto tra industria e ricerca scientifica a Genova organizzata dal Comune il 7 maggio 2008, è presente l’industria (cantieristica, aero navale, meccanica, informatica, elettronica, energia, biomedicale), ma non l’Università. E’ invece presente il Politecnico - che appare sempre più concretamente come la seconda università di Genova - nella persona di Gianni Vernazza, preside dell’attuale Facoltà di Ingegneria. Il Politecnico è il vero protagonista della giornata. Gran parte delle relazioni vi fanno riferimento. L’intervento breve e puntuale del prof. Vernazza presenta le ragioni della proposta, i problemi da affrontare, i passi che finora si sono fatti. Fra i diversi spunti segnala la necessità di rispondere alla forte domanda di più ingegneri e quella di migliorare ancora la loro preparazione. Auspica una forte collaborazione con i politecnici di Milano e di Torino, ma non nasconde la possibilità di conflitti di sovrapposizione di competenze. Quindi ne deriverebbe una certa ma non esclusiva specializzazione (energia, nucleare, nautica) e una stretta collaborazione con altre facoltà e dipartimenti dell’Ateneo (Economia, Lettere e Filosofia, logistica, multimedialità). La progettazione del futuro Politecnico è affidata a otto gruppi di lavoro; preoccupazione fondamentale è assicurare una efficace e trasparente governance.
Ora è ampiamente noto che l’Università di Genova è attraversata da gravi problemi di varia natura. Ci si può nascondere dietro un dito, ma è indubbio che il distacco di Ingegneria, di una tra le più rilevanti componenti dell’Ateneo, rappresenterà per quel che resta dell’Università un vero e proprio impoverimento in termini non solo materiali (strutture, personale, bilancio), ma anche di conoscenze, di rapporti e di esperienze, anche gestionali, maturate in questi anni. La Conferenza strategica già lo dimostra lasciando fuori molti settori importanti dell’attuale Università (salute, chimica, nanoscienze, nuovi materiali, ambiente, scienze socioeconomiche per citare solo alcuni) che, peraltro, sono previsti, e con cospicui finanziamenti, nel settimo programma quadro di ricerca e sviluppo tecnologico dell'Unione Europea, 2007-2013 (http://cordis.europa.eu/fp7/cooperation/home_en.html).
Il Comune di Genova sembra aver scelto un percorso diverso da quello segnalato dall’Unione europea. “Non si può da una parte volere una Università più radicata e dall'altra non invitarla neanche alle conferenze strategiche, a meno che tali conferenze non siano già indirizzate ai risultati precostituiti” commenta amaramente Rinaldo Marazza (professore di Chimica Generale ed Inorganica) in un email inoltrato il 5 maggio sulla posta interna dell’Ateneo.
(Oscar Itzcovich)
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Conferenza strategica/2 - L’urbanistica secondo Genova High Tech
A un certo punto della Conferenza strategica va di scena il progetto Leonardo, il villaggio tecnologico degli Erzelli. A sorpresa Carlo Castellano, presidente di Esaote e di Genova High Tech spa, che guida il progetto in cui confluiscono aziende, banche e immobiliaristi, chiede nuovi interventi pubblici di sostegno. Pretende che il Comune cambi la destinazione d’uso dell’area del distretto tecnologico di Sestri, “in maniera da permetterci la più opportuna e favorevole valorizzazione dell’area di proprietà”. Insomma, commenta Repubblica-Lavoro del 8 maggio, via il vincolo ad area industriale, visto che questa si trasferirà in collina, e lì lasciateci costruire commerci e residenze, necessari, a questo punto, per pagare il trasferimento.
Bisogna ricordare che nel 2005 Renzo Piano aveva abbandonato il progetto in polemica con quello sostanzialmente diverso voluto da Castellano e soci. Dalle cinque alte torri arretrate e non visibili dalla costa “tutto circondato da un grande prato che guardava il mare e la città” immaginate da Renzo Piano si passava a più di venti torri e a innumerabili villette vista-mare. La quota di area residenziale passava dal 5 al 25% (ma una clausola poteva farla aumentare al 35%). Castellano difese la trasformazione ricordando che “il progetto Erzelli è un investimento privato e come tale deve trovare la sua redditività (Secolo XIX, 15 febbraio 2008).
Alla Conferenza, scrive sempre Repubblica-Lavoro, Castellano ha inoltre detto di aver “dato incarico ad un team di esperti di studiare un progetto di riutilizzo dell’area che presenteremo quanto prima al Comune”. Margini, assessore ai lavori pubblici, avrebbe storto un po’ il naso, qualcuno ha sussurrato “sembra un ricatto”.
In breve, pressioni improprie e un messaggio chiaro: Castellano intende sostituirsi all’Urban Lab, la struttura tecnica del Comune che studia la trasformazione urbanistica della città nell'interesse di tutti i cittadini, Erzelli e territorio circondante incluso. E’ l’apertura di un nuovo scontro con Renzo Piano, advisor dell’Urban Lab?
(Oscar Itzcovich)
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Incontri - Il porto riparte dallo Zenzero
Tirare le fila. Cogliere i dettagli. Capire. Fare sintesi. Immaginare lo scenario successivo. E forse - dopo - sperare di aver colto il quadro. Quanto meno di esserci entrati.
Parlare di porto è come vedere un film straniero senza sottotitoli.
Circolo Zenzero. Mercoledì 7 maggio incontro con Paolo Pissarello.
Il primo pensiero inespresso è individuare il momento storico in cui la politica si è fatta economia. Le due cose sembrano così distanti. E se proprio devono stare insieme, qual è la modalità? Chi delle due avrà il controllo?
Comunque vada questo è lo scenario, e di porto parlerà il vice sindaco per due ore, a programma in una serie di incontri in cui dominano sincerità e schiettezza che assumono talvolta vene polemiche, fasi aspre con riflessioni amare per quando si torna a casa.
I presenti allo Zenzero sembrano atomi di universi distinti, ognuno di loro – per la sua storia – ha critiche, appunti, errori da far rilevare.
Paolo Pissarello crede nel lavoro messo in “porto” dall’amministrazione comunale. Ne percepisce il respiro e, nel suo ruolo, vuole trasmetterne gli obbiettivi. Se non fosse che – allo Zenzero – il ruolo può sfumare e a lui, lontano stampa e incontri istituzionali, si chiede quello che davvero non può: raccontarla tutta.
Nessun pericolo: il porto è salvo. Salvi i poteri, chiamati con nomi collettivi, a non offendere nessuno. Salvi i progetti, dei quali Paolo Pissarello parla entusiasta. E le parole, spiegate per i non addetti.
Ecco il “porto lungo” nato “dalla valutazione che oggi non abbiamo spazio per i container” e quindi sono indispensabili piattaforme logistiche in Piemonte, ad Alessandria, Novi o Rivalta. L’area, un milione di metri quadrati, consentirà di movimentare più merci e far arrivare più navi a Genova, senza l’attesa in rada per scaricare.
Qui alcuni presenti scricchiolano: ma dov’è il lavoro per la città? Le merci da lavorare? Saremo solo zona di transito? Chi dice che le aree mancano? Chiedile a Riva!
Ma, per Pissarello, è in Piemonte che si allarga il porto con spazi impensabili a Genova. Sulle banchine attracco, scarico, movimentazione aumenteranno, con più lavoro per tutti. Nel progetto il “bruco”, un tunnel di 20 chilometri che da Voltri sbucherà in Piemonte, un nastro trasportatore per i container. Questo è un piano in cui hanno creduto FS, Regione Piemonte e Liguria, Cosco, Autorità Portuale di Savona e Genova, grazie a persone come Merlo “che sta lavorando e con modalità interessanti” e promuovendo temi cari al Comune di Genova.
Si spazia a parlar di porto allo Zenzero: affiora la Compagnia Unica, con le sue duemila famiglie con un futuro davvero incerto, ed appaiono terminalisti e conservatori che vorrebbero il porto così com’è. Il vice sindaco ammette che il porto è una realtà sclerotizzata dove ognuno difende il suo metro quadrato. Si riflette sugli errori del passato, come il fallimento Derna e sulla magistratura a vigilare sugli errori recenti. C’è chi chiede un’authority per il bene comune. Pissarello insiste: è il porto la vera fabbrica per Genova.
Due giorni dopo su Repubblica-Lavoro la parola passa all’Arcivescovo Bagnasco “il porto” dichiara, “non è soltanto il “polmone” della città ma la sua “vocazione”. Una banalità. Ma detto da tal pulpito sembra rivoluzionaria.
(Giulia Parodi)
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Grandi opere - Costi e benefici restano segreti
Meglio il terzo valico o il “bruco” (un collegamento diretto su binari per trasportare i container tra le banchine di Voltri e il retroterra)? Dopo tre anni di proclami - per il bruco solo uno - i lettori dei quotidiani hanno avuto in cambio della loro pazienza solo scenari teatrali. Diversi - a volte opposti - a seconda della fazione degli interessati. Così anche per la Tav, il ponte di Messina e altre infrastrutture di rilievo.
Si è detto che alcune di queste infrastrutture hanno un valore simbolico così alto che sarebbe miope fermarsi a ragionare di costi e benefici.
Sarà ma, come nessun imprenditore decide di investire quattrini senza fare un calcolo di questo genere, perché i cittadini italiani e con loro i liguri non dovrebbero avere diritto di conoscere i risultati dell'analisi costi e benefici ad esempio per il terzo valico o per il bruco di cui sopra? Perché, trattandosi di soldi pubblici, questa analisi o non ci sono o, quando ci sono, assomigliano piuttosto a documenti di propaganda politica?
Nel suo editoriale ("Sei domande sulle nuove infrastrutture pubbliche") su Il Sole 24 Ore di domenica 27 aprile 2008, R. Perotti ricorda come lo studio più citato a proposito della Torino Lione si basa su previsioni incongrue rispetto a tendenze in atto da anni (scambi commerciali ecc). Così anche per il ponte di Messina dove lo studio più citato ignora del tutto i costi sull'economia locale. Come neppure ci si chiede se, in presenza di aumenti dei costi di opere ancora da iniziare (per l'Alta Velocità: tre volte) gli investimenti previsti si possano considerare ancora vantaggiosi.
Come è possibile portare via a una famiglia tipo di 4 persone 4000 euro per l'Alta Velocità senza alcun dibattito quando per altre tasse molto più modeste ci si scanna per mesi?
E perché - è la domanda di Perotti che di mestiere fa il professore alla Bocconi e non ha aderito al V2 di Grillo - "grandi imprese, media e politici di tutti gli schieramenti hanno collaborato per anni a stendere un muro di omertà su questi argomenti? Se i vantaggi sono così ovvi, perchè tanta paura di una analisi costi e benefici seria, affidata ad un ente indipendente?"
La conclusione? Nessun imprenditore farebbe eseguire un piano di investimento colossale da un management che ha generato perdite per 20 anni di fila. Eppure agli italiani viene chiesto di affidare sulla fiducia un giocattolo da 70 miliardi di euro a una organizzazione, le Ferrovie dello Stato, che è riuscita ad aumentare i tempi di percorrenza sulla Milano Treviglio nonostante il quadruplicamento della tratta e sulla Milano Reggio Calabria nonostante la direttissima Firenze Roma.
Della Milano Genova l'editoriale di Perotti non dice ma i genovesi sanno già tutto.
(Manlio Calegari)
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7 Maggio 2008
Cornigliano - Riva, il bambino e le banchine
Corriere Mercantile, 1° maggio 2008: “Tradire i patti vuol dire ridiscutere l’accordo sulle banchine”. Il sindaco Marta Vincenzi e l’assessore Mario Margini, mandano un messaggio chiaro all’indirizzo di Riva. La frase mette il dito sulla piaga di un conflitto sempre più incandescente che si trascina ormai da troppo tempo. Ha anche il merito di sostituire la logora formula finora utilizzata per cui “l’accordo di programma si regge su investimenti, occupazione e aree concesse e se varia una delle voci, automaticamente devono variare le altre”. Di fronte a investimenti che sono al di sotto di quelli effettivamente preventivati, quali sono le variazioni richieste da Riva? Un quarto anno di Cassa integrazione straordinaria per 650 persone e un organico più ridotto a regime. Va da sé che le aree concesse in cambio (più di un milione di metri quadri) non si toccano. Soprattutto quelle che riguardano le banchine.
Il Gruppo Riva (nono produttore mondiale di acciaio, sesto in Europa, primo in Italia) possiede 38 stabilimenti sparsi per il mondo (Germania, Francia, Belgio, Spagna, Grecia, Tunisia e Canada). Ilva-Cornigliano è una parte piccola ma fondamentale del sistema logistico dell’intero Gruppo Riva. Copre per il 60% il trasporto via mare di materie prime e di prodotti siderurgici del gruppo che, a sua volta, rappresenta l’80% del traffico totale (il 20% restante è coperto da strada e da ferrovia). Riceve notevoli quantitativi di acciaio dallo stabilimento Ilva di Taranto (piuttosto periferico rispetto ai principali mercati di consumo serviti dal Gruppo ) che in parte utilizza per l’autoproduzione e in parte distribuisce tra i tre stabilimenti del Nord Ovest del Gruppo (Novi Ligure, Racconigi e Lesegno), il mercato del Nord Italia e il mercato internazionale del Nord Europa (*).
“Per me lo stabilimento di Genova è un po’ il bambino più amato - racconta Emilio Riva - formalmente sarei in pensione da qualche anno, in altri stabilimenti non mi vedono mai, invece Genova mi vedrà ancora molto, conto di passare qui, se posso, due o tre giorni la settimana” (Repubblica, 25 luglio 2007). C’è da credergli. E c’è da scommettere che quello che più ama di questo bambino sono le sue banchine.
(Oscar Itzcovich)
(*) Questo tema è svolto con ampiezza da Lorenzo Ballarino nella tesi dal titolo “La logistica interna di Riva con particolare riferimento al trasporto marittimo con chiatte”, Istituto per la cultura e la storia d’impresa “Franco Momigliano", Steelmaster 2007, relatore Enrico Melloni (http://www.icsim.it/nuovo%20sito/area%20formazione/Area%20Siderurgica/STEEL/tesi_steelmaster/tesi_2007/tesi_steelmaster_2007.htm).
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Dopo elezioni/1 - Monteleone: essere o non essere
Così il saltafossi Monteleone ha dovuto disfare la valigia per Roma e tornarsene con lo zainetto in Regione. Ora che davvero tutti l'hanno messo nell'angolo fa quasi tenerezza. Ma non è questo il problema, se mai quello che farà ora in Regione, sotto quale bandiera navigherà, quella dei margheriti (Veltroni) da cui proveniva o quella di Casini a cui è inutilmente approdato? E ai suoi elettori che cosa andrà a raccontare? Una crisi di identità? Perché è anche questo il punto: del proprio comportamento in politica, ai propri elettori, traditi per la speranza di un poltrona un po' più sostenuta, una spiegazione dovrà pur darla. Infine che farà Burlando? Lo reintegrerà nella carica che aveva prima, lo considererà parte della maggioranza o lui stesso sceglierà l'opposizione? Quest'ultima solo mi sembra l'unica via praticabile. Interrogativi comunque curiosi cui curiosamente i giornali cittadini non danno risposta. I Liguri possono attendere.
(Giovanni Meriana)
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Dopo elezioni/2 - Maggiani e l’invito ai dirigenti del Pd
Secolo XIX 4 maggio. In “La domenica di Maggiani. Signori del Pd, sparite prima di essere tolti di mezzo” l’invito dell’autore - riproposto dopo sette anni dall’inizio della sua collaborazione con il quotidiano – ai dirigenti del Pd è di farsi da parte, con l’onore delle armi, salvando la faccia.
“Si sono dissolti, si stanno dissolvendo, finiranno per dissolversi, disonorevolmente, perché c’è un’enorme differenza tra il decidere sparire ed essere tolti di mezzo”, scrive Maggiani. Poi accenna alla “presenza” e citando Luigi Giussiani scrive: “La gente non parte dai discorsi, ma è colpita da una presenza” che è “azione che testimonia, è profezia che induce all’empatia, è materia tutt’uno con la parola”. Nel finale afferma: “Oggi non riconosco una sola presenza tra le immagini e le parole che si alzano dai podi e dagli scranni. E tutti noi, individui variamente uniti in comunità, sappiamo riconoscere una “presenza”, e quando la incontreremo potremo tornare a pensare che una parte della storia appartiene ancora a chi la intende costruire in forma progressiva”.
Ecco qua. Detto. Fatto. Il pensiero comune diventa letteratura e prende corpo con magia nelle menti di ognuno a elaborare il lutto della sconfitta. Moretti era arrivato a questa conclusione nello stesso periodo di Maggiani. E ci aveva messo faccia e cuore.
Ma oggi? E’ davvero questa la soluzione? E il sistema – politico, istituzionale, parlamentare – è pronto? Con chi abbiamo a che fare?
Bastava farsi un giro nei “circoli” del Pd per accorgersi di cosa era nell’aria. Bastava leggere le liste per comprendere che il vecchio aveva la meglio. Ma bastava anche solo esserci – come persone pensanti – durante le primarie per Prodi prima e per Veltroni dopo, per sentire l’energia che, dagli stessi circoli, usciva. Sentir parlare la Bindi non era semplicemente sentire una “presenza”. Era politica, nel senso più alto del termine.
“Fate la cortesia, sparite” scrive Maggiani.
Ma se Maggiani fosse Harry Potter chi farebbe svanire?
Rutelli? Fassino? D’Alema? Burlando? Veltroni? Bindi? Melandri? E dopo?
Dopo – a parte il sollievo dell’autore, massimamente condiviso dai più – chi ci sarà?
Forse – ma va detto sottovoce – prima della pozione magica, andrebbe concessa l’alternativa del confronto. Diretto, doloroso, lacerante. Forse “loro” dovrebbero tornare nelle piazze, nei circoli, con o senza aperitivi, nei quartieri e provare oggi ad incontrare le ragioni dei cittadini che gli hanno voltato le spalle. Lontani da congressi di partito. Adesso. Senza nessuno scopo elettorale solo per raccogliere rabbie e aspettative.
Forse c’è un’eredità di cui parlare elaborando il lutto. E di tempo, questa volta, purtroppo, ce n’è in abbondanza.
(Giulia Parodi)
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30 Aprile 2008
V2 Day - Contro l'informazione che disinforma
Davvero saranno stati 120 mila i presenti al V2 day di Grillo a Torino? O saranno stati 100 mila? O 80 mila? La cosa sicura è che quella di Grillo è stata la manifestazione che ha avuto più presenze e ricevuto più adesioni di qualsiasi altra tenuta quel giorno. Certo: non bisogna farsi impressionare dalla folla. Ma questa non era folla camellata, trasportata da treni o pulman generosamente offerti ma gente che per esserci aveva messo del suo: tempo, entusiasmo e denaro. E poi - vogliamo dirlo? - era una folla più variegata e più giovane di qualsiasi altra piazza di quel giorno. Una piazza che ha mandato una ovazione ai partigiani quando Grillo dal palco ha detto "Oggi è il 25 aprile 2008. La festa della Liberazione. I nostri padri, i nostri nonni non hanno finito il lavoro. Non per colpa loro. Se noi avessimo il loro cuore e il loro coraggio non saremmo finiti così. I partigiani hanno liberato l’Italia dal nazifascismo per ritrovarsi con l’occupazion e americana....". Eccessivo? Forse.
Politicamente e storicamente non corretto? E' probabile. Ma si può ignorare quella piazza gioiosa irridendo al suo vate o ironizzando i suoi eccessi di semplificazione politica? Invece lo hanno fatto tutti i principali quotidiani, dal Corriere a Repubblica, spendendo nell'opera le migliori firme. Così anche la TV: la sera del 25 aprile il TG2 batteva nei sottotitolini "americani" - quelli che passano in basso - "25 aprile, manifestazione di Grillo contro le altre manifestazioni e contro i giornalisti". Sui siti del Corrriere della Sera e di Repubblica comparivano le foto della manifestazione: gruppetti di sfigati che giocavano a carte e banchetti semivuoti. Se però uno apriva (contemporaneamente) EcoTV, un sito di TV online che trasmetteva la diretta di Torino, vedeva una marea di gente e pensava "allora ha ragione Grillo a dire che l'informazione è di regime".
Grillo ha dedicato il V2 Day alla raccolta di firme - ne ha raccolto in poche ore 450 mila! - a favore di tre referendum. Il primo per l'abolizione dell’ordine dei giornalisti; il secondo per l'abolizione del finanziamento pubblico all’editoria (un miliardo di euro all’anno); il terzo referendum per eliminare la legge Gasparri (che in due anni l'Unione di Prodi non è riuscita a sostituire con una legge decente) contraria alle attuali normative europee. L’Europa - come anche le sentenze del Consiglio di Stato e della Corte Costituzionale - ha inoltre ordinato all’Italia che le frequenze televisive pubbliche di Rete 4 (Berlusconi -Fede) siano assegnate a Europa 7; diversamente l'Italia dovrà pagare 300.00 euro al giorno dal primo gennaio 2006 (A fine 2008 circa 330 milioni di euro).
Grillo ha definito scandaloso uno stato in cui possa candidarsi a presidente del Consiglio uno che controlla metà dell’informazione.
Nel suo comizio Grillo ha usato parole sgradevoli, ingiuriose; forse politicamente scorrette. Ma anche i suoi detrattori hanno dovuto ammettere che attualmente la correttezza politica non ha casa.
(Giovanni Marsicano)
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25 Aprile - Ai laici rimangono soltanto fischi?
Pomeriggio 25 aprile 2008: il cardinale Bagnasco attraversa, scortato, il lembo della piazza (transennata) che lo porta al Ducale per la cerimonia solenne dedicata alla Liberazione. Parte un fischio, poi un "buu" poi un altro. Si sa come vanno certe cose che basta cominciarle che subito prendono piede. Lui, il cardinale presidente della CEI (Conferenza episcopale) non fa una grinza: saluta con la mano e sorride. L'episodio riferito dai quotidiani locali è stato ripreso da Repubblica del 27 aprile che ha riportato la testimonianza di una fischiante e di un "esperto", nel caso un professore di sociologia. Questi ha detto che i modi e i tempi delle contestazioni sono raramente quelli giusti ma ciò è dovuto al fatto che la gente protesta nelle occasioni che ha. E che i modi di tutti saranno più urbani quando le autorità, Chiesa compresa, apriranno finalmente l'ufficio reclami.
Pochi giorni prima lo stesso Bagnasco era andato in visita prima alla scuola elementare e poi alla media di Pieve Alta. Su Repubblica del 23 aprile 2008 la cronaca dell'avvenimento. Il cardinale che racconta in modo semplice e sorridente la sua vita di bambino, la famiglia povera, la vita nel Centro storico, le inquietudini della mamma, la vocazione "Ho visto una piccola luce da bambino e sono diventato sacerdote". Alla fine se n'è andato senza benedire ma solo facendo ciao ciao con la mano.
La visita del cardinale ha prodotto anche qualche guasto: ci sono famiglie che non hanno gradito che il consiglio di Istituto fosse messo di fronte a una decisione presa altrove e non hanno fatto partecipare i figli. L'impressione, ha detto un genitore, è che in Italia i rapporti tra stato e chiesa siano ormai ridotti ad una sorta di "fai da te" nell'ignoranza completa della Costituzione. Lo ha fatto notare in un comunicato (23 aprile 2008) anche Giancarlo Giovine, presidente della Federazione delle Chiese Evangeliche della Liguria e del Piemonte meridionale.
Il cardinal Bagnasco - ha scritto - svolge "in qualità di presidente della CEI un ruolo di apripista degli altri vescovi italiani nell'attacco alla laicità dello stato, con ritorno a prassi e a comportamenti tipici dell'episcopato italiano prima del Concilio Vaticano II. Se non stupisce la compiacenza strumentale che nei confronti di questa nuova linea hanno i politici in cerca di legittimazione, la stessa cosa non può dirsi della sudditanza manifestata nel corso di queste visite da molti dirigenti scolastici, che hanno aperto gli spazi pubblici e educativi della scuola a visite di carattere essenzialmente religioso (pastorali appunto) in contrasto con la loro funzione di garanti della laicità dell'istituzione che dirigono...".
Ai laici è rimasta solo la possibilità di fischiare?
(Manlio Calegari)
Posted by Admin at 14:33 | Comments (0)
Elezioni 2008 - Se "bisogno di protezione" diventa la parola magica
Abbiamo perso le elezioni, ha detto a Repubblica (18 aprile ’08) il segretario del Pd Veltroni, per due ragioni di fondo La prima riguarda la società italiana "fortemente attraversata da un sentimento di insicurezza per esempio rispetto all'immigrazione e di paura per un possibile peggioramento delle condizioni di vita. Il voto che ha premiato la Lega riflette questo bisogno di protezione".
Sulla stessa linea - sempre Repubblica 18 aprile in pagina nazionale - l'intervista di Marta Vincenzi, sindaco di Genova, che a proposito degli operai iscritti alla Fiom che hanno votato Lega ha detto che non è più possibile difendere il lavoro senza parlare di sicurezza. E ha aggiunto che oggi il Pd è chiamato a fronteggiare un cambiamento culturale che fa piazza pulita dello spirito pubblico e che per questo bisogna rispondere a quello che la gente chiede e cioè sicurezza, servizi sociali, politiche del lavoro e simili.
Gli stessi argomenti hanno spinto dieci sindaci (Parma, Verona, Padova, La Spezia, Alessandria, Cremona, Pavia, Belluno, Novara, Asti; 2Pdl, 2 Lega, 2 "civici", 4 Pd) a riunirsi a Parma (ancora Repubblica 18 aprile) per accordarsi sulle misure da prendere per la sicurezza dei cittadini in merito ai "reati contro la persona e il patrimonio, immigrazione clandestina, droga, prostituzione, degrado urbano". I sindaci chiedono più filtro contro i clandestini, più poteri sull'ordine pubblico e poteri di polizia sui reati minori. Un sindaco Pd che partecipa alla riunione ha dichiarato "Deciderà la commissione giustizia quali norme correggere. Quel che conta è rassicurare i cittadini che i processi si fanno e che i colpevoli pagano".
Ma come si fa a parlare di "certezza della pena" senza prendere atto che, ad oggi, nei palazzi di giustizia giacciono 4,5 milioni di processi civili e 5 milioni di penali, cioè quasi 10 milioni di processi per lo smaltimento di ognuno dei quali sono previsti almeno 10 anni?
L'aspetto drammatico della politica italiana, ha scritto Le Monde (19 aprile 2008), è che si fa a gara a promettere ai cittadini cose impossibili e non gli si spiega perché e come, col tempo, sono diventate impossibili. La giustizia, ad esempio.
(Manlio Calegari)
Posted by Admin at 14:29 | Comments (0)
Costi della politica e mercato delle vacche
Nell'editoriale del Secolo XIX di domenica 20 aprile, "Il suk della politica", si osserva come, ad oggi, le riflessioni sul voto non hanno neppure sfiorato il problema dei costi della politica. Che pure sono stati a lungo al centro della discussione e dell'azione del governo Prodi che in proposito ha elaborato e rielaborato più volte una proposta di legge (Lanzillotta) che non ha avuto mai il via libera dalla stessa maggioranza. Per dire che il costi della politica è uno dei terreni su cui l'Unione ha fallito e non dei meno importanti.
Una buona ragione - si legge nell'editoriale - perchè il nuovo governo si metta a fare sul serio tagliando così l'erba sotto i piedi agli epigoni dell'antipolitica. Come Beppe Grillo "un artista formidabile che da anni fustiga le cattive abitudini del sistema... Se a migliaia lo applaudono, non solo perchè sa far ridere, è giusto interrogarsi sulle ragioni di quegli applausi. E fra esse è facile incontrare l'indignazione legata agli smisurati costi voluttuari della politica".
Mostrare una concreta volontà di rinnovamento: tagliare i costi della Casta e disboscare le sovrastrutture istituzionali "madri sempre incinte di padrini, giannizzeri e famigli che dalla politica lucrano munifici stipendi" avrebbe anche l'effetto non secondario di contenere se non abolire il mercato - il suk - della politica. Il cambio di partito o di corrente, la crisi di vocazione politica sono stati ancora la volta (l'editoriale ricorda un bel po' di casi liguri!) la costante che preceduto e accompagnato la formazione delle liste. "Un inverecondo mercato delle vacche" di cui i cittadini hanno chiesto a gran voce la chiusura.
La parola ora torna alla politica e al futuro governo.
(Manlio Calegari)
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Elezioni - Se i greci ci guardano
I greci sono spesso molto socievoli, non è difficile scambiare due chiacchiere anche con persone del tutto sconosciute, e questo rende la cosa anche più imbarazzante, perché nel negozio di ferramenta, o lungo un sentiero, o con un conoscente che si incontra di nuovo, dopo le prime parole di benvenuto arriva fatalmente la frase: “Berlusconi eh? Per la terza volta, eh.”, accompagnata da uno sguardo educatamente interrogativo, appena colorato da un accenno di ironia. Non è che i greci siano messi bene, hanno un governo di destra che sta in piedi con una maggioranza risicata, ed hanno alle spalle il crollo del Pasok sotto il peso di scandali ed inefficienze, ma con tutto ciò possono permettersi di guardarci con perplessità. C’è chi ti dice che per loro sarebbe impensabile un politico che abbia il monopolio informativo che possiede Berlusconi, e chi ti informa che in Grecia le riforme elettorali prevedono una norma di garanzia per cui le prime elezioni d opo il cambiamento devono avvenire ancora secondo il precedente sistema elettorale: quello nuovo entrerà in vigore solo alla tornata successiva. Ecco che in queste conversazioni rimbalzano indietro due errori capitali del centro sinistra: non avere affrontato subito, appena ve ne era la possibilità, il conflitto di interessi, mettendo anche in conto di cadere su questo punto, ed avere avuto una reazione debolissima al momento del colpo di mano del centro destra sulla riforma elettorale. Ma in Italia la sinistra largamente intesa pare che agisca sostenuta da un ottimismo privo di fondamento, come se ci fosse sempre il tempo per aggiustare le cose
(Paola Pierantoni)
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Il topino intrappolato
Chi ha fatto mancare i voti all'Arcobaleno? Tutte astensioni? O passati alla Lega o al Pdl? Sarà pentito Veltroni e il Pd d'aver scelto di correre da solo? Sarà vero che il Pd ha perso la Liguria perché aveva in lista troppi "foresti"? E Lega e Pdl a chi dovrebbero il loro successo? Ho 35 anni, una laurea e un dottorato di ricerca in materie scientifiche. Lavoro a Milano in una società che si occupa di formazione. Ho sempre votato "a sinistra". Una volta, parecchi anni fa, sono andato a una riunione di Rifondazione per iscrivermi ma sono scappato via: in tutta la sera non avevo sentito una parola che avesse qualche significato per un ventenne. Da allora però il voto l'ho dato a loro. Questa volta no: astenuto.
Avrei potuto darlo a Veltroni e ci ho pensato parecchio. Poi la storia del voto utile mi ha innervosito. Sarà anche utile mi son detto ma non è possibile che mi chiedano il voto solo per contrastare Berlusconi. Che a me fa schifo e ha portato nella vita politica cose che fanno schifo. Ma delle cose che fanno schifo la sinistra parla poco o niente: informazione, televisioni, corruzione, mafia, inefficienza, ingiustizia e vi lascio il resto. Ho il dubbio che è siano cose che fanno schifo solo ai cittadini (una parte, si capisce) ma non ai politici de l centrosinistra (di nuovo una parte). Sto leggendo un libro, "Il topino intrappolato" di Elio Veltri, uno che oggi ha 70 anni e ha sempre fatto politica nell'area della sinistra con responsabilità anche di rilievo. Il libro è stato pubblicato nel 2005, prima della crisi del governo Prodi, ed è stato riedito con aggiunte nel 2008. Forse quanti in questi giorni si agitano per cercare di dare un significato ai risultati elettorali dovrebbero leggere libri come questo. Servirebbe a capire che la recente sconfitta della sinistra è l'inevitabile punto di arrivo di comportamenti irresponsabili, vergognosi e politicamente colpevoli. "Le 103 poltrone di ministri e sottosegretari, l'indulto che ha evitato il carcere a pochi, potenti amici e sodali, l'arricchimento di molti politici, le commissioni tra politica e affari, i concorsi pubblici truccati e vinti dai soliti noti, l'immunità dei responsabili dei crac finanziari a causa della inesistenza della certezza della pena, la lottizzazioe spietata, anche dei medici degli ospedali, il dilagare della illegalità e della criminalità tra gruppi dirigenti, hanno prevalso nei sentimenti e nella determinazione dei cittadini, ai quali rimane solo l'arma della vendetta politica". C'è molto altro nel libro di Veltri ma, per riflettere sulle recenti elezioni, di questa fras e ce ne sarebbe già d'avanzo.
(Lettera firmata)
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23 Aprile 2008
Elezioni - La restrizione dell’orizzonte
Il lunedì delle elezioni, verso le 23.30 sull’autobus n. 1 commento i risultati elettorali con mio marito. Un immigrato seduto nel sedile davanti a noi si volta e chiede: “Ha vinto Berlusconi?” “Si, purtroppo” rispondiamo. “Per immigrati disastro” commenta. Parte una conversazione. L’immigrato, avrà circa quaranta anni, ci dice di essere marocchino. E’ andato e venuto dall’Italia più volte, espulso e rientrato, espulso e rientrato. Ha girato il mondo. Conosce il nord Europa, la Francia, la Spagna, è stato negli Stati Uniti. Ci dice che a Genova è difficile trovare lavoro, ma che, quando si trova, è un lavoro di migliore qualità che altrove. In Italia ha lavorato nelle fabbriche metalmeccaniche del bresciano, e in quelle dell’allevamento intensivo di polli.
Ora lavora in una ditta in appalto presso la Fincantieri di Sestri. Parla delle leggi sulla immigrazione: quella di adesso è una disperazione, con quella precedente si riusciva a mantenere il perme sso di soggiorno anche se perdevi il lavoro, ora nel giro di pochi mesi finisci clandestino. Ha accumulato nella sua vita periodi in regola e periodi clandestini. Quando rientra da clandestino lo fa chiuso nei container. Commenta con brevi risate il racconto sommario delle sue vicende. Se la prende con gli immigrati sudamericani: non lavorano seriamente, pensano solo a divertirsi, a bere e fanno troppi figli. Invece se uno emigra deve mettere su i soldi per la famiglia. In Marocco il lavoro potrebbe essere bello, ma i soldi sono troppo, troppo, pochi. Lui è di Fez, città antica, ci dice, e lo dice con orgoglio, città di cultura, di studi, come Bologna da voi. Niente a che vedere con Casablanca.
Il risultato elettorale non prevede persone con questa vita, con questa storia: loro non possono votare e le persone che votano (anche) per loro sono ormai minoritarie. Il risultato elettorale, peraltro, non prevede un sacco di altre cose: l’orizzonte politico si è ristretto ai brevissimi dintorni di ogni singola persona.
(Paola Pierantoni)
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16 Aprile 2008
Questa Newsletter
L'Osservatorio Ligure sull'Informazione - che produce settimanalmente questa newsletter - è nato il 9 aprile 2003. Il proposito era "contrastare l'omologazione del sistema informativo, la riduzione progressiva delle voci di dissenso, il conformismo degli operatori di giornali, radio e tv". Cinque anni di esperienza ci hanno fatto capire che si trattava di fenomeni che, esplosi durante il secondo governo Berlusconi, avevano però radici profonde. La politica, tutti i partiti, preferivano e continuano a preferire l'informazione addomesticata e spazi riservati. Una scelta che non a caso va di pari passo con una gestione della cosa pubblica poco trasparente. Solo nei tempi recenti la politica ha finalmente imboccato - spesso suo malgrado - la strada opposta e anche l'informazione se ne è avvantaggiata.
Ma i risultati delle elezioni dicono che si tratta di una strada in salita. Le recentissime dichiarazioni del futuro capo del governo che il problema del conflitto di interessi riguardi al massimo il 2% degli italiani è preoccupante. E la sua ulteriore battuta, "non leggerò i giornali perché intanto mi sono contro..", oltre ad essere singolare per essere pronunciata dal più grande proprietario di televisioni e di quotidiani di questo paese, rivela il conto in cui viene tenuta l'opinione pubblica.
Insomma: ci sono buoni motivi per continuare a darci da fare. All'informazione, quella con la "i" maiuscola toccherà l'impegno maggiore; noi cercheremo di fare la nostra piccola parte. Vorremmo più collaborazioni, allargare il campo del nostro Osservatorio, rinnovare la formula.
Ad esempio: il terzo valico si potrà fare o meno ma è necessario che i cittadini italiani siano messi nella condizione di sapere chi, come, con quali scambi e per quali attese si faccia; in altre parole: cosa davvero succede nel loro paese.
Nella fase di confronto che si sta aprendo tra i partiti che hanno perso le elezioni il posto di rilievo dovrebbe averlo la libertà di stampa.
Non è un caso se il governo di centro sinistra guidato da Prodi non è riuscito a varare una legge sulla riforma radiotelevisiva pur avendone elaborata una (Gentiloni) a parole sostenuta da tutta l'Unione. Egualmente è sotto gli occhi di tutti il rapporto che gli stessi partiti - chi più chi meno - hanno con i quotidiani: autoreferenziale quando non decisamente cinico. Un comportamento avvalorato da redazioni compiacenti se non servili.
Le decine di migliaia di collegamenti che ogni giorno privati cittadini stabiliscono col sito di Beppe Grillo dovrebbero essere sufficienti a capire quale sia la loro opinione sulla sincerità e la libertà degli attuali quotidiani e dell'informazione in genere.
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9 Aprile 2008
Elezioni - L'alfabeto della democrazia
In questi giorni pre elettorali i giornali ospitano le dichiarazioni di questo o di quella a proposito delle intenzioni di voto. Così apprendiamo che Patty Pravo non ha mai votato e che non andrà proprio a perdere il suo tempo così.
Apprendiamo anche che Beppe Grillo andrà a pescare. Anche a lui il tempo passato dietro alle sue privatissime occupazioni pare evidentemente troppo prezioso per disperderlo in un sofferto confronto con la realtà.
Nella galleria degli intervistati su Repubblica del 7 aprile c'è anche chi, pur soffrendo per la delusione e l'incertezza delle prospettive, non cessa per questo di pensare e di assumersi la propria specifica responsabilità. Nanni Moretti dichiara la sua antipatia per chi si trincera dietro al "tutti i partiti sono eguali e non ne vale la pena". Andrea Camilleri in un primo momento aveva pensato di astenersi, ma non aveva glorificato questa scelta, l'aveva definita "amara", non aveva voglia di parlarne. Poi ci ha ripensato: tentare di evitare la prospettiva "oscena" del ritorno al governo del paese di uno "che non conosce nemmeno l'alfabeto della democrazia" gli è sembrato un motivo abbastanza serio da indurlo a rinunciare alla tentazione.
(Paola Pierantoni)
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Tecnocity - La collina degli Erzelli tra pubblico e privato
Villaggio tecnologico degli Erzelli. Nel lungo dibattito che contrappone sostenitori (il futuro di Genova) e detrattori (un'operazione meramente speculativa) si è recentemente inserito un nuovo tema. Dimentico delle Grandi Opere del suo Cavaliere, Gianni Baget Bozzo scrive sul Secolo XIX del 13 febbraio che "la cultura diessina è gestione del territorio, tende a occupare spazi […] mettendo a frutto la rendita territoriale e non l'impresa". Forse nessuno avrebbe reagito se non avesse aggiunto che "la questione centrale è l'operazione degli Erzelli, un ampio intervento sul territorio per creare, con investimenti pubblici, una città tecnologica".
Investimenti pubblici? Immediata la risposta di Carlo Castellano, promotore del villaggio high tech: "Ma pensiamo proprio che lo stato e gli enti locali (così oberati di debiti) avrebbero potuto finanziar e un'iniziativa nell'ordine di un miliardo di euro?". Quella degli Erzelli - afferma Castellano - "è un'iniziativa coraggiosa della Genova dei nuovi imprenditori privati dell'high tech [che] ha deciso di rischiare da sola su un grande progetto innovativo" (Secolo XIX, 15 febbraio 2008).
Ma anche Castellano dimentica qualcosa. Il villaggio tecnologico "non sarebbe mai partito" senza i "fondamentali finanziamenti pubblici" che Stato e Regione hanno dato alla facoltà di Ingegneria: una dote di 120 milioni di euro perché si trasferisca agli Erzelli, secondo un'intesa firmata dal presidente della Regione Claudio Burlando, dal rettore Gaetano Bignardi, dal preside di Ingegneria Giovanni Vernazza e dallo stesso Castellano (Secolo XIX, 13 novembre 2005).
Oltre ai soldi e al know-how, Ingegneria portava una immagine che valorizzava progetto e area. A valorizzarli ancora di più dovrebbe servire la sua trasformazione in Politecnico, un'idea carezzata da una parte sempre più preponderante dei docenti di Ingegneria.
Anche Dixet (un raggruppamento di aziende genovesi dell'high tech, presidente Carlo Castellano) ha recentemente chiesto al governo (che presumibilmente dovrà sostenerne la spesa) l'istituzione del Politecnico "per garantire la contiguità anche fisica tra studenti, professori, ricercatori e tecnici delle aziende" (Corriere Mercantile, 1° aprile 2008). In proposito le istituzioni pubbliche (Regione, Comune, Università) da tempo si sono dichiarate favorevoli.
Ericsson, a lungo e notoriamente corteggiata perché si sposti agli Erzelli, ha ricevuto dalla Regione una commessa di 30 milioni di euro (per ridurre il "digital divide"). Infine, i container di Spinelli che coprivano la spianata degli Erzelli sono parcheggiati, si dice provvisoriamente, sulle aree ex Ilva di proprietà della Società (a capitale pubblico) per Cornigliano Spa; ancora la mano pubblica.
I rilevanti interventi finanziari della parte pubblica contrastano con il più assoluto riserbo tenuto finora dalla parte privata. Quello degli Erzelli - osservava Pierfranco Pellizzetti - è un progetto "che sancisce la certezza del migliaio di appartamenti da edificarsi e mantiene l'incertezza sulle imprese che dovrebbero insediarsi, creando nuova occupazione" (Secolo XIX, 9 marzo 2007). Scritto più di un anno fa ma ancora valido per una riflessione.
(Oscar Itzcovich)
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Alitalia - Non cordate, ma collette
C'è una sottile e divertente analogia tra la vicenda dell'Alitalia e quella dell'ormai famosa precaria di Berlusconi. L'Alitalia aveva un corteggiatore (l'Air France-KLM), la precaria (ipotizziamo) un fidanzato. Berlusconi è intervenuto con tutte e due, all'Alitalia promettendo una cordata italiana più onorevole e patriottica, alla precaria facendole balenare l'idea di un matrimonio con un Principe azzurro (e miliardario). Risultato: Alitalia e precaria sono rimaste per ora zitelle.
Ma c'è dell'altro. La cordata promessa da Berlusconi (prima con i figli, poi senza figli) non parla di grossi gruppi industriali o di grandi banche che si assumano - su un preciso piano industriale - il compito di sostituirsi all'Air France e salvare la compagnia di bandiere: in realtà, è un appello al maggior numero possibile di generosi e patriottici "ricchi" affinché tirino fuori almeno una "fiche" (parole sue) per costituire un gruzzoletto e strappare l'Alitalia all'aborrito invasore. Di piano industriale non si fa cenno: i "ricchi" di cui sopra dovrebbero insomma tirar fuori qualcosa a fondo perduto, che permetta all'Alitalia di tirare avanti per qualche mese. Dopo di che - sempre in assenza di progetto che riorganizzi e ristrutturi il tutto - occorreranno altre "fiches", sempre più generose e sempre più patriottiche. Perfino Bossi si è mostrato scettico in merito all'ipotesi che tanti industriali e industrialotti si imbarchino in un'impresa che può solo produrre perdite: non essendo questo - per quanto se ne sappia - il loro scopo.
Certo: Berlusconi avrà i suoi strumenti di persuasione. Se vuoi vendere i tuoi prodotti nei suoi supermercati, sgancia qui uno o due milioni di euro. Però… non parliamo di cordata! Questa - al massimo - è una colletta.
(Luigi Lunari)
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Mind the gap - Prostituzione domestica contro il caro-affitti
A volte per arrivare all'informazione si deve cercare altrove, non negli articoli o nei commenti, dove arriva ciò che in un modo o nell'altro è diventato già opinione comune . Una scorsa alla pagina degli annunci può portare là dove il quotidiano aspetta, amorfo, di essere macinato e digerito per divenire il bolo della notizia. Gli affitti sono un esempio. A Genova le camere, per studenti e trasferitisi o semplicemente per chi non può permettersi il lusso di un focolare, hanno prezzi che oscillano tra i 170 euro, per il posto letto, e i 400, per la camera singola, fino a 500-600 euro per una doppia uso singola. Un vero e proprio strozzinaggio autorizzato (OLI n. 177, 5 marzo 2008).
Si può essere tanto ingenui da credere che ad un caroaffitti del genere non corrisponda un imprevedibile impatto sociale? La risposta si trova, forse, continuando a scorrere gli annunci, specie quelli pubblicati su quella immensa zona franca che è internet: "Bellissima mamma single cerca prima casa in cambio di compagnia", "Singola luminosa arredata con tutti i comforts offresi a ragazza intraprendente e senza troppe inibizioni. Nessun affitto nessuna spesa", ma anche "Mi chiamo Andrea abito in via del Lagaccio, io posso dare la camera, uso cucina, internet , molti p.c, non voglio soldi anzi posso pagare; cosa ho bisogno? Ho un sito di chat live dunque tu potresti lavorare sul sito negli orari che vuoi".
E si potrebbe continuare, spesso dietro a numerosi annunci dall'aspetto innocente si nasconde la richiesta della stessa modalità di pagamento. Prestazioni sessuali in cambio dell'affitto: il caso, scoppiato a Parigi dopo l'inchiesta dei quotidiani francesi Liberation e Le Figaro, che avevano preso in esame giovani tra i 19 ed i 25 anni disposti a risolvere in questo modo i problemi di alloggio, è verificabile ormai da mesi anche sulle inserzioni italiane.
Tanto che il bolo di notizia è arrivato fino alla stampa italiana e Repubblica (26 marzo 2008) ha dedicato un'inchiesta sulla diffusione del fenomeno a Roma. Il reportage ("Casa gratis in cambio di sesso in rete il mercato degli affitti hard") affronta l'argomento con pruderie, etichettandolo come fenomeno generazionale e tratteggiando i personaggi ("l'ufficiale", "il quarantenne"), cinici strozzini in cerca di calore umano, ma perde l'occasione di fare un'analisi del disagio sociale alla base di ciò che accade, che rimane per ora confinato alla pagina degli annunci.
(Eleana Marullo)
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Assistenza - La difficile strada delle priorità
Circolo Zenzero, mercoledì 2 aprile. Quarto incontro con Paolo Pissarello, vicesindaco di Genova. All'ordine del giorno ancora bilancio e servizi alla persona.
Accanto a lui Roberta Papi - assessore alle Politiche sociosanitarie - in una sola parola, assessore agli ultimi.
La categoria include: anziani soli con redditi bassi, disabili, minori affidati al comune, tossicodipendenti e malati di aids, donne violentate, ragazze straniere da sottrarre alle strade, e individui senza fissa dimora. In tutto diciottomila persone accolte, tra le più sfortunate nel territorio.
Della fascia superiore - la città sembra sempre più divisa in caste - quelli che non arrivano a fine mese o con problemi economici la cui entità non è ancora catastrofica, il Comune non può farsi carico, per la semplice ragione che i soldi non ci sono.
"Non siamo in grado" precisa Roberta Papi con impotente onestà. E cerca, dopo quasi un anno di lavoro, di raccontare attività svolta e obiettivi. Parte da tre concetti: equità, adeguatezza, e qualità e spiega che - a conti fatti - è assolutamente necessaria "un'analisi dei bisogni che corrisponda a quanto stiamo dando" per verificare "la qualità del servizio".
Il target è soddisfatto? E noi del comune come stiamo spendendo i nostri soldi? Che possibilità di controllo abbiamo?
Sembra di avere a che fare con una grande famiglia alla quale sono stati sottratti, nel bilancio 2008, cinquanta milioni di euro. Con quel che resta deve finanziare le necessità primarie. E su quelle deve alzare la guardia perché nulla va sprecato. Contratti, fatture, sperperi sono passati al setaccio e l'elemento di verifica può riguardare anche il trasporto dei disabili - affidato a cooperative - che va monitorato con nuovi accordi. Inoltre il rapporto utile e indispensabile con la pluralità di soggetti che a Genova si occupano di Terzo Settore - tra cui Caritas, San Marcellino, Sant'Egidio - con i quali creare un tavolo di confronto. E ancora la gestione esterna di molti servizi, tra i quali le strutture residenziali, con il pagamento delle rette, oltre a quelli dati in carico con i quali l'amministrazione è in relazione.
Roberta Papi indica altre fasi necessarie: analisi dei problemi, delle priorità, e anagrafe delle risorse. Nella rete di relazioni del suo assessorato tantissimi nodi di congiunzione - tutti con un loro ruolo - con i quali parlare, accordarsi, fare sintesi. Poi la Lea, Livello essenziale di assistenza, riconosciuta per legge nella sanità ma negata ai servizi sociali, totalmente privi di livelli, sui quali ogni comune è libero di decidere.
Dagli abitanti domande stupite: ma per monitorare le spese ci voleva questo taglio al bilancio? E nel passato la verifica sull'adeguatezza dei servizi dov'era? E le esternalizzazioni sono state davvero opportune?
Roberta Papi risponde senza sbilanciarsi in giudizi sulla giunta precedente, ma consapevole che molte cose vanno migliorate.
Infine dai presenti qualche libera suggestione: piazzette restituite a quartiere, costi stratosferici dell'aster per il taglio dell'erba di un'area condominiale, banca del tempo. E l'iniziativa "adottiamo un giardino".
Qualcuno suggerisce: "Adottiamo un assessore!"
(Giulia Parodi)
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2 Aprile 2008
G8/1 - Tortura, un marchio su Genova 2001
Quando nel 2001 a Bolzaneto uomini e donne della legge hanno mortificato, violentato e torturato era passato solo un anno dalla approvazione a Bruxelles della "Carta dei diritti fondamentali dell'Unione europea". L'articolo 4 della Carta recita "Nessuno può essere sottoposto a tortura, né a trattamenti inumani o degradanti". Il catalogo compilato dai magistrati genovesi circa i fatti avvenuti nella caserma di Bolzaneto e le notizie che ne ha dato la stampa non lasciano dubbi: a Bolzaneto la tortura c'è stata, non casuale ma programmata e di gruppo.
Finalmente, ha scritto Rodotà (Repubblica 28 marzo 2008) il silenzio istituzionale è stato rotto; nessuno può più trincerarsi dietro il "non sapevo". Purtroppo quanto è stato detto in aula dai pubblici ministero, non ha trovato nell'informazione nazionale - sia pure con l'eccezione di Repubblica (articoli di D'Avanzo, Cassese e Onida, 18-20 marzo 2008) - l'eco che sarebbe stato auspicabile. Neppure il sistema politico ha reagito come sarebbe stato necessario; parole di circostanza e nessun impegno. Eppure le democrazie, i paesi civili, ha scritto Rodotà, avrebbero l'obbligo di affrontare i loro vuoti, le loro inadeguatezze; nel caso di Bolzaneto la inquietante assenza di norme che colpiscano la barbarie che si è consumata e che potrebbe ripetersi.
La campagna elettorale in corso "avrebbe dovuto favorire il parlar chiaro, gli impegni netti". Ad esempio "perché non dire subito che la prima proposta di legge (o la seconda o la terza, non importa) sarebbe stata proprio quella volta a colmare la vergognosa lacuna dell'assenza di una norma sulla tortura, che rende inadempiente l'Italia... di fronte all'umanità intera?".
Anche la proposta di una Commissione parlamentare d'inchiesta - ha aggiunto Rodotà - potrebbe non essere sufficiente o divenire un espediente per rinviare a chissà quando i necessari provvedimenti. Già oggi infatti, "pur con le lacune della legislazione penale, sono possibili impegni istituzionali e politici, vincolanti almeno per il futuro ministro dell'Interno: ricorso a tutti gli strumenti amministrativi disponibili per emarginare chi è stato protagonista di quelle vicende; pubblica condanna, senza troppi distinguo, nel momento stesso dell'assunzione dell'incarico".
Perché invece si tace? si chiede Rodotà. "Perchè -è la sua risposta- la fabbrica della paura è divenuta parte integrante della fabbrica del consenso", e l'enfasi posta sul bisogno di sicurezza porta all'eclisse della cultura dei diritti.
A dargli ragione basterebbe fare il conto di quante riunioni ufficiali, a Genova negli ultimi 5 anni, sono state dedicate al tema della "sicurezza" e della "tolleranza zero", e quante ai comportamenti inqualificabili vissuti durante il G8.
(Manlio Calegari)
Posted by Admin at 16:43 | Comments (0)
G8/2 - Quei mandanti politici non tanto misteriosi
Che l'Avvocatura dello Stato sia stata autorizzata a presentare pubbliche scuse al processo G8 in corso a Genova, per le torture (anche se il codice le chiama diversamente) avvenute nella caserma-prigione di Bolzaneto, è un segnale che qualcosa si muove. Così almeno viene letto da chi vuol credere ostinatamente nelle istituzioni, dopo la lunga sequenza di fatti che fanno perdere ogni fiducia: basti pensare non solo all'impunità assicurata (è ormai prossima la prescrizione dei reati), ma alle promozioni che hanno premiato tutti, nessuno escluso, i funzionari responsabili di tante efferatezze.
Ora forse sarà possibile anche quel processo alle responsabilità politiche che, commissione d'inchiesta parlamentare o meno, si dovrà pure aprire. Perché non basta colpire come vanno colpiti poliziotti, medici e uomini (ma anche donne) della Penitenziaria che si distinsero come aguzzini, fino ad arrivare allo stesso capo della polizia, a quanto pare implicato. La giustizia non può fermarsi a costoro, deve arrivare a chi sollecitò la "lezione ai comunisti" come prova di forza del governo berlusconiano appena insediato. Che ci facevano in quelle ore a Genova, nel quartier generale dei carabinieri, il vicepresidente del Consiglio, Fini, e il suo scudiero locale Bornacin?
Non si può neppure dimenticare però un'altra presenza più che significativa, proprio sul teatro delle torture, nel lager di Bolzaneto, dove la notte delle violenze c'era lo stesso ministro della giustizia, Castelli, insieme ad alcuni magistrati-ispettori. Solo che non si accorse di niente o quasi. Notò qualcosa di "curioso": tutti quei prigionieri fermi in piedi, dietro le sbarre, braccia alzate e testa contro il muro. Provò perfino a chiedere spiegazioni e gli risposero che si trattava di misure precauzionali: se non li avessero tenuti così immobili quei giovani si sarebbero azzuffati tra loro appartenendo a gruppi contrapposti. Stupefacente è che un ministro ci creda e che ancora oggi ripeta: "Anche gli operai stanno ore in piedi e nessuno parla di torture". Fa male solo il pensiero che un ingegnere così potrebbe tornare a governarci.
(Camillo Arcuri)
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Saltimbanchi - Nuove elezioni nuova casacca
E così anche Genova ha avuto i suoi bravi De Gregorio, pronti all'ultimo momento ad assicurarsi un seggio al Parlamento saltando su una barca diversa da quella grazie alla quale avevano avuto i voti per entrare in Regione. Sarebbe curioso sapere che cosa ne pensano i loro elettori...
Uno è quel Giovanni Paladini, un tempo della Margherita, la cui figura abbiamo visto campeggiare a grandezza naturale, ora in jeans, ora in completo azzurro - così il messaggio delle sue possibilità trasformiste era più che chiaro - nella campagna di una tornata elettorale della Regione. L'altro è tale Rosario Monteleone, già noto alle cronache genovesi per aver ostacolato con protervia - e non si è capito con quale diritto - l'elezione del presidente Repetto alla Provincia. Costui quatto quatto, all'ultimo momento, con un bel salto pirotecnico si è catapultato sul trenino di Casini ottenendo in lista uno dei posti che con questa stronzata di legge elettorale potrebbe fornirgli l'elezione.
Entrambi fanno professione rigorosa di devozione alla famiglia, alla Chiesa e a tanti altri valori della tradizione. Pare già di vederli arringare i loro, nei prossimi giorni, in zona Matteotti e aggirarsi con occhio di riguardo e scrutatore attorno all'Episcopio...
(Giovanni Meriana)
Posted by Admin at 16:40 | Comments (0)
300 milioni di benservito a Mastella
Gentile OLI, non è facile orientarsi nella massa di notizie che ogni giorno ci piovono sulla testa. Così quando ho letto su Repubblica del 26 marzo scorso che all'ex ministro Mastella, avendo deciso di non ricandidarsi alle elezioni, toccava un assegno di 300 mila euro "per il suo reinserimento nella vita sociale" ho pensato alla solita bufala. L'attività di parlamentare come la più dura delle lavorazioni nocive; altro che minatore o animista o peggio: no - mi son detta - è uno scherzo.
Invece è tutto vero, previsto. Tanto che alla voce "assegno di fine mandato", nel bilancio 2008 il Collegio dei questori ha preventivato 8.5 milioni di spese straordinarie per il Senato. Nel complesso tra Camera e Senato il totale sfiorerà i 25-30 milioni.
Non mi dilungo sul malessere che provo di fronte a simili ingiustificati privilegi e il fatto che i cittadini ne sappiano solo perché, nell'occasione, Famiglia Cristiana ha chiesto a Mastella di usare quei soldi per farci della beneficenza. Osservo solo che in questa campagna elettorale di promesse improbabili e scarsi impegni, non una parola si è sentita sul contenimento dei costi della politica. Il governo Prodi aveva cercato di affrontare la questione mettendo a punto un provvedimento legislativo ma sin dal suo inizio questo è stato malmenato e osteggiato. Aveva contro una maggioranza bipartisan ben decisa a non mollare neppure di un millimetro sui propri scandalosi privilegi. Persone che a parte le considerazioni di equità sociale si rifiutavano di prendere atto degli effetti distorsivi dei costi della politica: sul bilancio dello stato e sulle origini delle vocazioni politiche.
Cambierà? A tutt'oggi non ho sentito i leader delle formazioni più prestigiose dire in merito una sola parola. Qualcosa come: "Se vincerò taglieremo i costi della politica del 25%". E' troppo? Beh facciamo pure il 20%. Ma facciamo qualcosa anche noi cittadini che crediamo che "tutti insieme possiamo farcela". Andiamo ai dibatti pubblici dei vari candidati, ai loro "point", e diciamogli: "Allora, vi impegnate o no a riparare a questa vergogna?"
(Antonia Canepa)
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26 Marzo 2008
G8 di Genova - Non sadismo privato, ma lezione politica
Si dice che i genovesi sono gente discreta, che non ama apparire. Figuriamoci cosa devono aver provato in questi giorni con il rilievo dato dalle pagine nazionali di Repubblica ai fatti di Bolzaneto. A cominciare da martedì 18 marzo - pezzi di D'Avanzo e Calandri e una nota dell'ex presidente della Corte costituzionale Onida - per proseguire mercoledì 19 - ancora D'Avanzo e Calandri - e poi giovedì 29 - commento di Antonio Cassese, ex presidente del Tribunale Internazionale per i crimini nella ex Jugoslavia - infine venerdì 21 - intervista di D'Avanzo al ministro Amato, Repubblica ha offerto ai lettori molto prezioso materiale su cui riflettere. Cose note in città grazie anche alla redazione genovese di Repubblica che in tutti questi anni non ha mai perso di vista i procedimenti giudiziari che hanno interessato il G8.
Un lavoro difficile considerati i tempi lunghi e la loro complessità. Ancora più difficile perché, ad eccezione di alcune frange sensibili, la città ha cercato di dimenticare, esorcizzando quei fatti come se - trattandosi di questione di respiro nazionale - le ferite inflitte (materiali e morali) non la riguardassero più di tanto. Mentre era vero il contrario. Come hanno largamente dimostrato inchieste e processi avvenuti in seguito a quei fatti. Processi condotti dalla magistratura locale in condizioni rese difficilissime dall'indifferenza da un lato e dall'altro per il desiderio di troppi di metterci una pietra sopra.
Oggi, in mancanza dei risultati di una Commissione parlamentare d'inchiesta, le carte dei processi che così faticosamente stanno arrivando in porto, sono l'unica testimonianza della violenza che si è scatenata in quei giorni. Sono anche il documento principe a cui tornare a rivolgere la domanda che da allora ha continuato ad aleggiare. Chi e cosa si ripromettevano coloro che avevano scelto quell'occasione per mettere in campo tanta violenza e sadismo. Qual era lo scopo della provocazione perseguita nella convinzione della impunità? La domanda è stata respinta dal governo di allora e ignorata da quello successivo, come se fosse il frutto di una ossessione dietrologica. Ma i processi in corso e la ricostruzione puntuale dei fatti ne hanno confermato la validità.
Persino il ministro Amato, messo alle strette, nell'intervista rilasciata a Repubblica (21 marzo 2008) è stato costretto a dire che forse, col governo di centrodestra di allora, c'era "chi, tra le forze dell'ordine e nella polizia penitenziaria abbia pensato di dare una lezione ai comunisti". Insomma, poco più di una iniziativa privata. Lo stesso ministro ha detto di confidare più nella verità giudiziaria che in quella accertata da una Commissione parlamentare d'inchiesta perché "noi - e non soltanto noi politici - siamo sempre tentati dal... piegare i fatti alle nostre convenienze". E' probabile le parole del ministro lascino insoddisfatti i cittadini italiani che, ad esempio, hanno dovuto attendere per quattro legislature i risultati della Commissione Stragi per avere una spiegazioni decente di 15 anni di stragi rimaste impunite.
(Manlio Calegari)
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Esperimenti - Un'informazione allo zenzero
Sono tre gli incontri col vicesindaco Paolo Pissarello che si sono svolti finora al Circolo Culturale Zenzero.
Trovarsi lì ad ascoltare un amministratore che non magnifica l'azione sua o della sua giunta, ma che spiega i termini dei problemi che si trova ad affrontare e le ragioni di alcune scelte ad un gruppo di persone che, quando intervengono, non lo fanno né per attaccarlo, né per sostenerlo, ma per costruire un discorso che nessuno, in quella sede, ha il compito di concludere, mi lascia ogni volta con la sensazione di partecipare a un esperimento insolito e privilegiato, di cui non so assolutamente prevedere l'esito.
Giulia Parodi in OLI del 13 febbraio 2008 aveva assunto il primo di questi incontri come il segno della esistenza di una "buona" politica capace di ascoltare, e in cerca delle modalità per farlo. La modalità seguita nell'esperimento allo Zenzero è quella di aver creato un contesto, né conflittuale né sodale, dove qualche decina di persone comunicano tra loro senza strumentalità né reciproche, né verso chi si trova al di fuori di quella stanza.
Nella sua apparente semplicità tutto ciò richiede però condizioni di base piuttosto sofisticate, non facilmente riproducibili. Probabilmente, quindi, non si potranno clonare riunioni zenzerosimili in tutta la città e con tutti gli amministratori, ma un coinvolgimento della città può passare anche attraverso altre strade.
Ad esempio, dice uno dei partecipanti, sarebbe importante aprire ai cittadini la comprensione delle difficoltà, fornire un'informazione "di qualità" che espliciti i conflitti, gli interessi contrapposti che si accendono intorno alle scelte, ma che spesso sono poco decifrabili a chi abbia a disposizione solo i canali informativi standard. Farlo, richiede il coraggio della impopolarità.
(Paola Pierantoni)
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Il Papa e il giornalista - Le trombe assordanti di una conversione
Domenica di Pasqua 23 marzo. Corriere della Sera. Il quotidiano di via Solferino ci informa che il suo vicedirettore Magdi Allam ha ricevuto da Benedetto XVI il battesimo, insieme ai sacramenti della comunione e della cresima.
La notizia è in primo piano corredata da una lettera al direttore a firma di Allam. Una foto sfuocata di spalle del giornalista - il papa sorride davanti a lui - campeggia a centro pagina.
"Per me è il giorno più bello della vita. Acquisire il dono della fede cristiana nella ricorrenza della Risurrezione di Cristo, per mano del Santo Padre è, per un credente, un privilegio ineguagliabile e un bene inestimabile". E precisa: "Il miracolo della Risurrezione di Cristo si è riverberato sulla mia anima liberandola dalle tenebre di una predicazione dove l'odio e l'intolleranza nei confronti del "diverso", condannato acriticamente quale "nemico", primeggiano sull'amore e il rispetto del "prossimo" che è sempre e comunque "persona"; così come la mia mente si è affrancata dall'oscurantismo di un'ideologia che legittima la menzogna e la dissimulazione, la morte violenta che induce all'omicidio e al suicidio, la cieca sottomissione e la tirannia, permettendomi di aderire all'autentica religione della Verità, della Vita e della Libertà. Nella mia prima Pasqua da cristiano io non ho scoperto solo Gesù, ho scoperto per la prima volta il vero e unico Dio che è il Dio della Fede e Ragione".
Allam ricorda la sua vita blindata con tanto di scorta dei carabinieri, le minacce e le condanne a morte inflittegli da estremisti e terroristi islamici, insieme alle denunce come "nemico dell'Islam" e ringrazia di cuore gli amici di Comunione e Liberazione ma soprattutto il Santo Padre. E' consapevole che d'ora in poi subirà l'ulteriore condanna per apostasia, ma si augura che "dal gesto storico del Santo Padre" e dalla sua testimonianza migliaia di musulmani convertiti al cristianesimo traggano il convincimento che è arrivato il momento di "uscire dalle catacombe" e di affermare pubblicamente la propria volontà di essere pienamente se stessi. Se non nella culla del cattolicesimo, dove si potrà essere credibili?
L'evento intimo, riservato, spirituale, da religioso assume caratteristiche politiche la cui potenza viene data dalla figura del Papa e da quella del giornalista famoso. Sono uniti a difesa del vero unico Dio alla luce di una "radice del male insita in un islam che è fisiologicamente violento e storicamente conflittuale" che pare vincere sulla parte islamica moderata che arranca nell'affermare le proprie ragioni.
La rilevanza data alla conversione di Magdi Cristiano Allam sembra ridurre ulteriormente gli spazi di dialogo, i luoghi silenziosi del pensiero, il terreno di ascolto che i moderati di entrambe le religioni cercano nel nostro paese.
E se Verità, Libertà, Vita, Fede e Ragione sono di un solo Dio che ne faranno dell'altro?
(Giulia Parodi)
Posted by Admin at 17:41 | Comments (0)
Donne - Quando i padroni arrivano prima
Da giovane studente universitario a Genova gli studenti della sinistra palestinese mi avevano suggerito di leggere, tra l'altro, Nawal Saadawi, medico, femminista araba egiziana. Ho letto una decina di suoi libri per l'emancipazione della donna araba. Da allora sono un sostenitore convinto delle battaglie delle donne, di tutte le nazionalità. In questi giorni la mia convinzione che quello femminile sia un contributo qualitativo, una garanzia per ogni cambiamento culturale ha ricevuto una conferma. Almeno lo spero.
Confindustria ha eletto per la prima volta una donna come presidente, e pare che la nuova presidentessa, Emma Marcegaglia, sia una "donna/donna", che tiene alla propria femminilità. Un lavoratore della sua azienda dice addirittura che è dolce… questo forse è un po' difficile. Pare, comunque, che non sia una di quelle donne che per farsi accettare dai maschi ne assumono il punto di vista, i comportamenti e le politiche. Vedremo.
Di certo, alla guida dei Giovani industriali dal 1996 al 2000, ha sostenuto l'integrazione di noi lavoratori immigrati. Fino ad allora, il concetto che gli immigrati fossero una risorsa per il paese, e non un problema, era espresso soltanto dal sindacato e dalle associazioni di volontariato laico e religioso. Inoltre una delle sue prime decisioni è stata quella di istituire una vicepresidenza che si occupi della sicurezza sul lavoro. Una donna al vertice, per di più autonoma, con una sua impostazione culturale innovativa… peccato che gli industriali, i "padroni", ci siano arrivati prima di altri.
(Saleh Zaghloul)
Posted by Admin at 17:39 | Comments (0)
19 Marzo 2008
Scuola - Libertà religiosa non per tutti
Un piccolo episodio indicativo dell'attacco in atto alla laicità dell'insegnamento. Il 10 marzo è stata diffusa nell'Istituto secondario superiore statale Firpo-Buonarroti una circolare con la quale si comunicava che nell'auditorium dello stesso Istituto si sarebbe celebrata la messa pasquale il 12 marzo per gli alunni dell'"indirizzo geometri" e il 13 per quelli dell'"indirizzo turistico". Entrambi le messe sarebbero state tenute alle 8.10 del mattino e quindi in orario scolastico. Vi si diceva anche che tanto era stato deliberato dall'organo scolastico il 12 febbraio. La comunicazione veniva data però solo due giorni prima della messa, così precludendosi qualsiasi possibilità di ricorso a chi avesse ritenuto illegittima la delibera del 12 febbraio.
La delibera che contrasta con le leggi che vietano che le pratiche religiose abbiano luogo nella scuola in occasione dell'insegnamento di altre materie. La chiesa valdese ha inviato una lettera di protesta al dirigente scolastico del Firpo-Buonarroti e anche l'Uaar (Unione degli atei e degli agnostici razionalisti) ha mandato un atto di diffida.
Ciliegina sulla torta: nella circolare si legge che la partecipazione alla messa (con esonero dalle lezioni, che sarebbero state tenute soltanto per gli alunni che non avessero inteso presenziare alla messa) veniva offerta "nell'ambito dell'educazione alla libertà religiosa". Quale libertà se in una scuola pubblica gli unici che possono valersi dell'esonero dalle lezioni per celebrare un culto sono gli alunni cattolici?
(Anna Ivaldi)
Posted by Admin at 16:53 | Comments (0)
Misteri - Fondazione della cultura dentro Urban lab?
Si chiama "Urban Lab" ed è "il tavolo di promozione" di Comune, Provincia, Camera di commercio e Autorità portuale ideato da Renzo Piano per ripensare l'immagine della città e la sua diffusione nel resto d'Italia e all'estero. Urban Lab è stato tenuto a battesimo venerdì 29 febbraio 2008 (Secolo XIX 1° marzo '08) nel Salone di Rappresentanza di Tursi. Nell'occasione è stato presentato il calendario annuale degli eventi e la sindaco in persona ha consegnato un premio simbolico agli sponsor dell'impresa. Tutti gli sponsor - quelli importanti come banche e fondazioni ma anche i fornitori di servizi disponibili a fare lo sconto - secondo un elenco compilato dallo stesso ufficio del sindaco, hanno ricevuto il loro attestato.
Il programma per il 2008 - contenuto in una raffinata brochure consegnata ai partecipanti - un marchio disegnato da Renzo Piano e l'indicazione delle nuove strategie di comunicazione che passeranno "dalla semplice promozione al marketing territoriale e necessitano di una diffusione capillare per riappropriarsi della spinta del 2004": così Urban Lab è stato presentato alla città. Dando ragione di due fatti: perché la sindaco avesse deciso a suo tempo di tenere per sé la delega per cultura e la posizione centrale che il nuovo organismo Urban Lab dovrà avere per attuare il suo progetto politico.
Tutto chiaro? Non molto. Fin a poche settimane prima, quanto nella cerimonia del 29 febbraio è stato indicato come di competenza di Urban Lab sembrava tra le competenze di un altro "nuovo organismo", anch'esso varato dalla amministrazione Vincenzi, la "Fondazione della cultura" che con voto unanime il Consiglio comunale aveva messo al posto della precedente "Palazzo ducale" di cui andava a rilevare spazi, personale, organizzazione e le funzioni (con una sovrapposizione quasi perfetta di quelle dell'assessorato comunale alla cultura). E alla cui direzione era posto l'ex assessore alla cultura Borzani. Alla Fondazione - vero anello di congiunzione dei luoghi fisici della cultura: palazzi, musei, castelli, gallerie, mostre - doveva toccare la tanto attesa cabina di regia delle iniziative di promozione della città (Repubblica 2, 8 e 10 febbraio '08). "Obiettivo fondamentale, programmare gli eventi almeno con una scadenza triennale", parole dell'ex assessore Borzani che , in un suo intervento pubblicato da Repubblica il 13 febbraio ha detto che la neonata Fondazione era impegnata a superare finalmente la scarsa attenzione di Genova per le sinergie, da cui derivava la sua bassa "capacità unitaria di promozione", una "debolezza di innovazione" e un eccesso di autoreferenzialità del sistema cultura.
Il 13 marzo scorso il circolo La Maona, al Ducale, ha provato a dare un seguito al dibattito sulla cultura apparso sulle pagine di Repubblica nelle settimane precedenti. Laudatori dei tempi antichi a parte, si sono sentite - rivolte ai responsabili - voci accorate: diteci cosa volete fare, che modelli avete e simili. Domande senza risposta perché i responsabili erano tutti impegnati altrove.
(Manlio Calegari)
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Qual è il vero "partito delle tasse"
Stiamo vivendo, durante questa campagna elettorale, una delle più gravi conseguenze della debolezza (inesistenza?) dell'informazione indipendente nel nostro Paese, e dello strapotere della TV.
In tutto il mondo, quello che "ti mette le mani in tasca" è chi spende i tuoi soldi, non chi dopo ti presenta il conto.
Lo stesso vale per la vita e gli affari privati degli Italiani. Ma non quando, manipolati da un'informazione schiava di interessi privati, ci occupiamo della vita pubblica. In questo caso scambiamo causa ed effetto. Se ragionassimo come facciamo tutti i giorni, gestendo i nostri affari e la nostra famiglia, concluderemmo che il vero "partito delle tasse" è il centrodestra, perché, quando è stato al governo, ha fatto crescere la spesa pubblica. Il centrosinistra, nei suoi cinque anni di governo, l'aveva fatta calare!
Senza dimenticare che il PDL ha elencato, nel suo programma, spese stimate dal Sole 24 Ore fino a 88 miliardi di Euro (più del triplo del centrosinistra). Se quest'ultimo ci "mette le mani in tasca", loro in quali tasche troveranno tutti questi soldi, in quelle dei Tedeschi? O dei Francesi?
La vera jattura è che, invece che metterla così, i rappresentanti del PD, aggrediti sul tema delle tasse, balbettano di "avanzo primario ricostruito" o di "UE che apprezza il risanamento", argomenti lontanissimi da molti di noi, che portano a casa la chiara impressione che la ragione stia dalla parte di chi ha invece torto marcio...
(Bernardo Gabriele)
Posted by Admin at 16:42 | Comments (0)
12 Marzo 2008
Porto - Perché tanto livore verso la compagnia
"Paride, perché questi rivoli d'odio verso la Compagnia?". La domanda la rivolge Fausto Bertinotti, a Paride Batini, durante i funerali di Fabrizio Cannonero (5 marzo '08). Nell'occasione (Secolo XIX 6 marzo) il presidente della Camera "può piangere finalmente come tutti" perché "liberato dall'assenza di telecamere e fotografi". Che infatti, per accordi intercorsi, riprendono la scena del funerale dalla sponda opposta del Bisagno. Ma non abbastanza lontani per "la squadra di portuali picchiatori" che disinteressata ai funerali raggiunge gli operatori televisivi, li malmena danneggiando le loro telecamere per poi rientrare soddisfatta nel gruppo.
Ma chi ce l'ha con la compagnia? Dalla mattina seguita alla morte di Cannonero, tutti i gesti e le dichiarazioni della Compagnia sono state un atto di accusa verso le istituzioni, colpevoli di non proteggere il loro lavoro; contro i "signori del porto", controparte inafferrabile di una condizione di lavoro sempre più difficile; contro i cittadini accusati di insensibilità. Il blocco dei varchi portuali non limitato alle merci ma che ha impedito l'accesso delle vetture dei viaggiatori ai traghetti rappresenta bene il rapporto di insofferenza che i portuali hanno da tempo con la città. Una città che - dicono (Secolo XIX 7 marzo) - non li capisce e che si accorge di loro solo quando muoiono in banchina mentre assiste indifferente alla "campagna mediatica che cerca di massacrare la Culmv". Così dal primo giorno (Secolo XIX 1° marzo): "Sfila in silenzio la rabbia dei camalli" che "non vogliono essere fotografati né intervistati". Che si dichiarano "dimenticati e calpestati" e accusano "la politica che non fa le regole e quella che non le applica" e il sistema mediatico che "continua a dipingerci come privilegiati mentre siamo costretti a fare 30 turni al mese per pagare l'affitto".
A smentirli c'è però l'emozione della città, solidale e non da oggi con la popolazione del suo porto e gli articoli apparsi sui quotidiani a partire da sabato primo marzo: sensibili e impegnati a capire la sempre maggiore complessità dei modi di operare del porto e le difficoltà che incontrano gli organi preposti alla sicurezza.
Una ricerca di chiarezza a cui la Compagnia reagisce con insofferenza. Siamo le vittime eppure venite a fare le pulci a noi, dicono alla Compagnia. "Soffriamo il confronto, anche quello interno" ha detto un vecchio socio ormai in pensione. A marzo 2007, a San Benigno erano comparsi cartelli intimidatori ("infame", "okkio al kranio") indirizzati ad alcuni portuali che, intervistati, avevano criticato la attuale gestione della Compagnia. Più di recente due soci sono stati sospesi per la stessa ragione. Ora però la parola passa ai fatti. I quotidiani dell'8 marzo '08 hanno annunciato che il famoso protocollo sulla sicurezza, grazie alla laboriosa mediazione del prefetto, è stato definitivamente approvato. Difficoltà e inadempienze superate: gli otto avranno campo libero anche alle banchine private. I terminalisti si sono dichiarati d'accordo e hanno firmato. Ha messo la sua firma anche la Compagnia che, come aveva detto il nuovo presidente dell'Autorità portuale (quotidiani del 3 marzo '08) non l'aveva ancora sottoscritto.
(Manlio Calegari)
Posted by Admin at 17:09 | Comments (0)
Candidature - Contano doppio a Roma le buone relazioni
Viste da Genova le decisioni sulle candidature alle elezioni politiche appaiono come la longa manus colonizzatrice e brutale del centro, ma testimoniano anche o, meglio, riflettono le asfissie politiche locali.
In una lunga intervista al Corriere della Sera di sabato 1° marzo (Vada per carina, raccomandata no), Marianna Maddia, che Veltroni ha candidato come capofila del PD per il Lazio, si confessa e parla di se più lungamente di quanto si può fare in televisione.
Questa giovane economista di 27 anni rivendica il protagonismo di una generazione che può essere sedotta dalla politica e magari fare anche bene. Goffredo Bettini, il coordinatore nazionale del PD, ha detto che è bravissima (Mezz'ora con...Rai 3 Domenica 2 marzo) e gli crediamo.
Certo che come romana è parecchio fortunata: il padre, giornalista, è stato amico di Veltroni, lei è stata fidanzata con il figlio di Napolitano (quando non era ancora presidente degli Italiani, beninteso), ha lo stesso fisioterapista di Cossiga che la stima e l'ha invitata a casa per un tè. Per trovare lavoro è stato sufficiente transitare per una conferenza economica, esprimere entusiasmo per le idee di Enrico Letta e presentare un curriculum. E' naturalmente una ragazza diplomata e laureata con il massimo dei voti ed è pure carina anche se non vuole sentirselo dire. Tanto che Giovanni Minoli l'ha presa a Rai Educational per una trasmissione sulle questioni ambientali ed energetiche.
Sembra un bel modello di candidatura.
Penso che sarebbe bello che ce ne fossero anche a Genova o in Liguria. Qualcuna o qualcuno che, insieme ai bei voti e all'intelligenza, possa vantare un milieu di conoscenze importanti, di incontri fondamentali, di opportunità imperdibili. Che so! qualcuna o qualcuno che si è fatta notare sul campo di bocce di Garrone nella sua tenuta di campagna, che insegni magari a far di conto a Spinelli per i suoi straripanti container o che sia invitata in barca a vela dal presidente del Cap per spiegarle le spinose problematiche portuali. Ecco qualcuna o qualcuno che, con gli stessi crediti di Marianna Maddia, si possa far notare oppure possa vantare le amicizie fraterne, le collaborazioni e la stima di vecchia data, che so! di uno Scajola, di un Burlando, di un Biondi o di un Biasotti....Qualcuna o qualcuno che... ecco! mi accorgo che il mio sogno di candidatura sta per tramutarsi in una specie di incubo! Eh sì! E' proprio vero che Roma è caput mundi.
(Elio Rosati)
Posted by Admin at 16:58 | Comments (0)
Cornigliano - Non giocare a scacchi con Karpov-Riva
Ve l'immaginate una partita a scacchi tra un campione e un gruppo eterogeneo di amateur? La posta in gioco è rilevante e ogni parte deve fare un certo numero di mosse in un periodo di tempo stabilito. Il campione fa le mosse al tempo giusto, ma, se conviene, le ritarda per innervosire l'avversario. Il gruppo, invece, le discute, nel rispetto, si capisce, della sua struttura più o meno gerarchica e della sua composizione più o meno variabile. Secondo voi, chi vince?
La partita è il famoso "Accordo di programma" che, con relative modifiche, fu firmato nel 2005 e il campione è, inutile dirlo, Emilio Riva, nono produttore mondiale di acciaio, sesto in Europa, primo in Italia. Il 2010 doveva segnare la dismissione delle lavorazioni a caldo a Cornigliano e il potenziamento degli impianti a freddo (produzione di banda stagnata, zincata ecc.). Sarebbe stata "la rinascita della Genova siderurgica, pulita, ipertecnologica, del terzo millennio. Ma, a leggere Il Sole 24 Ore del 3 marzo 2008, il 2010 sembra ancora molto lontano: "Riva ammette le difficoltà per l'attuazione del piano di rilancio dell'acciaieria. La crisi della banda stagnata continua a mordere e fa accantonare l'investimento in una nuova linea; una centrale elettrica da 300 Mw ancora ferma al palo; 650 cassintegrati espulsi dal ciclo produttivo con la chiusura dell'area a caldo che dovranno rinviare il rientro in fabbrica".
Ora, dopo quasi tre anni, di fronte all'interminabile addensarsi di questi segnali di allarme si è riunito il "Collegio di vigilanza" (organo di controllo previsto dall'Accordo), ha discusso e ha deciso di chiedere al ministro Bersani, tramite il presidente del Collegio stesso, il prefetto Anna Maria Cancellieri, di convocare "al più presto", nella sede in cui l'accordo di programma era stata scritto nel 2005, cioè al Ministero dello Sviluppo Economico, un tavolo di confronto tra le Parti stipulanti (*) per entrare nel merito delle questioni (Repubblica, 16 febbraio 2008), per fare "una piena e approfondita verifica degli investimenti effettuati e dello stato dei lavori"(http://www.infosette.it/InfosetteLiguria/, 14 febbraio 2008). La posta in gioco è il destino di migliaia di persone e il possesso dell'"area più pregiate del Mediterraneo, 700 mila metri quadri serviti da porto, aeroporto, autostrada e ferrovi a, a un'ora di camion di Milano, crocevia della Regione più ricca e produttiva d'Europa" (Paolo Crecchi, Secolo XIX, 14 luglio 2007).
"Al più presto" quindi, ma, con le elezioni imminenti, si è entrati in fase di stallo. Solo dopo potrà riprendere la partita concreta. Ma per allora le amministrazioni locali e le organizzazioni sindacali dovranno aver elaborato le mosse (di cui al momento non c'è traccia) per uscire dall'angolo dove si trovano.
(Oscar Itzcovich)
(*) Parti stipulanti: Presidenza del Consiglio dei Ministri, Ministero dell'Economia e delle Finanze, Ministero per le Infrastrutture e i Trasporti, Ministero del Lavoro, Ministero per le Attività Produttive, Ministero dell'Ambiente, Ministero per i Beni e le Attività Culturali, Prefettura di Genova, Agenzia del Demanio, Regione Liguria, Provincia di Genova, Comune di Genova, Società per Cornigliano, Autorità Portuale di Genova, Società Aeroporto di Genova., ANAS, ILVA, Associazione Industriali della Provincia di Genova, CGIL, CISL e UIL, provinciali e regionali, FIOM-CGIL, FIM-CISL e UILM-UIL, provinciali e regionali. FAILMS-CISAL provinciale.
Posted by Admin at 16:47 | Comments (0)
5 Marzo 2008
Moschea - Non scoraggiare l'islam pacifico
Su OLI 160 Paola Pierantoni parlava della frustrazione di migliaia di islamici costretti a praticare i propri riti in condizioni avvilenti mentre l'edificazione della moschea viene sempre rinviata, mettendo in difficoltà proprio coloro che tentano di diffondere nella propria comunità la volontà di una convivenza armoniosa con la città ospitante. Condivido questa opinione.
Sono convinto che non ci sia una religione superiore all'altra. Tutte le religioni hanno in uguale misura degli aspetti positivi e degli altri negativi. Conosco abbastanza bene le tre religioni monoteiste. Sono musulmano d'origine, sono nato in Palestina, a trenta chilometri da Betlemme, dove è nato Gesù e dove si sviluppò la religione ebraica.
Sono arrivato in Italia nel febbraio del 1979, non avevo ancora compiuto i 18 anni. Ho avuto la fortuna di lasciare il mondo arabo-islamico prima che venisse travolto dal fenomeno post moderno dell'integralismo politico religioso causato dalla vittoria di Komeini e dalla "rivoluzione iraniana". Il messaggio travolgente di Komeini era il seguente: "per uscire dall'oppressione e per avere libertà, giustizia e dignità, per vincere come in Iran, occorre ritornare alle radici religiose islamiche". Nel mondo universitario genovese ebbi inoltre la fortuna di incontrare i palestinesi di sinistra dell'Unione Generale degli Studenti Palestin esi, per i quali "la religione è l'oppio dei popoli". Ricordo ancora come ero affascinato dai loro discorsi sulla religione e sulla liberazione che non riguarda solo la terra della Palestina occupata da Israele ma che riguarda le persone ed in particolare le donne. Così mi salvai, da allora sono un laico convinto ed ho vinto la grande e facile tentazione di rispondere per le rime a chi considera la mia religione inferiore alla sua.
Altri miei connazionali non seppero resistere a questo messaggio e ai pregiudizi di una parte della società italiana nei confronti dell'Islam e dei musulmani. Ho assistito, sorpreso, alla conversione alle radici islamiche di persone che non avevano mai manifestato alcuna inclinazione religiosa nel paese d'origine. Molte persone per difendersi, e difendere l'Islam dai pregiudizi, approfondivano la conoscenza della propria religione e si avvicinavano ad essa. In alcuni casi nella maniera sbagliata.
La mia esperienza personale e molte letture mi convinsero che il pregiudizio e il razzismo in "occidente" nei confronti dell'Islam, ha avuto un ruolo fondamentale nella formazione dell'integralismo e l'estremismo politico religioso islamico. Il razzismo è vitale per il messaggio estremista: "vi odiano, odiano la vostra religione. O state con noi o state con loro".
Lo scontro di civiltà teorizzato dopo il crollo del muro di Berlino, e purtroppo realizzato con le guerre e con il terrorismo, a partire dalla prima guerra del Golfo nel 1991, ha reso la situazione ancora più difficile ingigantendo le paure ed aumentando pregiudizio e razzismo.
Perciò penso che occorra premiare la pazienza dei musulmani genovesi, la loro scelta di dialogo e convivenza, il loro comportamento civile e pacifico, facendoli sentire pienamente cittadini genovesi, conquistandoli e tutelandoli dai messaggi estremisti e da quelli razzisti. La moschea deve diventare una priorità perché il dialogo e la pace sono la priorità delle priorità.
(Saleh Zaghloul)
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27 Febbraio 2008
Prè - Politiche di risanamento in un vicolo cieco
Notizie da Prè. La strada è ancora chiusa, e la prima vittima dell'effetto broken window (vedi OLI 171) è il panificio che stava a ridosso del crollo del civ. 14. Adesso, sulle saracinesche abbassate, si legge il commiato dalla propria clientela e la denuncia dello stato di incuria che ha condotto la via, in risanamento da circa un ventennio, ad un degrado ingestibile.
Un passo indietro nella storia della via. Era il 1995 quando il Comune di Genova, in attuazione del Piano Organico d'Intervento (POI), procedeva all'acquisto degli immobili nell'ottica di avviarne il risanamento. In contemporanea, l'Ufficio Stranieri del Comune e l'Ufficio recupero centro storico convocavano le organizzazioni sindacali e le associazioni operanti nell'immigrazione, con la richiesta di fare da cuscinetto, nei confronti di immigrati irregolari durante le operazioni di sgombero.
La desolante realtà davanti alla quale si trovavano gli operatori convocati era l'assenza, nel Piano Regolatore Generale, di ogni considerazione del contesto sociale della via, accompagnata dalla richiesta puramente strumentale di far filtrare, tra gli immigrati irregolari, la notizia dello sgombero, in modo che, al momento opportuno, scomparissero per non farsi trovare. La situazione originò un coordinamento di associazioni e sindacati (sarebbe poi diventato il Forum Antirazzista) che si oppose agli sgomberi con presidi e azioni legali.
Un fatto che emerse quasi subito fu che le azioni di risanamento precedenti al 1995, intraprese e mai portate a termine, avevano creato situazioni per cui gli appartamenti venivano subaffittati da chi non ne aveva diritto, a canoni esorbitanti; d'altra parte, gli affittuari, potevano negare la disponibilità a fornire documenti che dimostrassero la regolarità del contratto d'affitto, generando quindi, per gli inquilini, il diritto all'assegnazione di un appartamento sostitutivo.
La lotta del Forum Antirazzista per garantire l'assegnazione di case a chi poteva arrivare a dimostrare un rapporto d'affitto regolare durò fino a giugno e si concluse con il successo per un caso soltanto, un cittadino senegalese che riuscì ad ottenere un alloggio in un altro quartiere. Gli sgomberi furono eseguiti ed il Comune, finalmente, attuò il risanamento di via Prè.
A guardarla a tredici anni di distanza, dalla prospettiva di una via chiusa, in massima parte di proprietà comunale ma in preda alle proprie fatiscenze, la cecità di una pianificazione ignara del sociale e per nulla lungimirante appare eclatante.
(Eleana Marullo)
(Le notizie relative agli sgomberi di via Prè sono tratte da documenti conservati nell'Archivio del Forum Antirazzista, attualmente in corso di riordino)
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20 Febbraio 2008
194 - A difendere le donne ci pensa Ferrara
Qualche giorno fa a "Prima pagina" (rassegna stampa di Radio3) la segnalazione di una ascoltatrice: Giuliano Ferrara, intervistato al TG1, aveva affermato che negli ultimi trent'anni si è verificato un miliardo di aborti. Nessun riferimento al ambito geografico a cui si riferiva questo numero apocalittico.
La signora si chiedeva: che modo è questo di fare informazione? Da un lato c'è un giornalista (Ferrara) che usa strumentalmente un indimostrabile dato mondiale giocando sull'ambiguità del contesto, con l'evidente intento di spaventare ed influenzare irriflessive anime italiane, dall'altro, cosa almeno altrettanto grave, un altro giornalista (Gianni Riotta) che non ha sentito il dovere di una precisazione. Per fare informazione, aggiungeva l'ascoltatrice, non basta mettere un microfono in mano ad una persona famosa. Il conduttore di Prima Pagina del momento (Renzo Foa, direttore di Liberal) svicola e risponde di non poter esprimere giudizi sui propri colleghi. Ecco, nel breve arco di un minuto e mezzo, una bella sintesi della nostra informazione malata.
Intanto il giornalista Ferrara, mentre proclama di non voler modificare la legge 194, criminalizza oscenamente le donne. Osa dire (Repubblica del 17 febbraio) che "in Italia l'aborto è diventato una pratica eugenetica generalizzata", quando sa benissimo che il ricorso all'aborto con la legge 194 è diminuito del 60 % tra le donne italiane, e del 40 % in termini generali. Definisce la fecondazione assistita "un aborto in vitro", equipara di fatto l'aborto alla pena di morte: moratoria per l'una e moratoria per l'altro. Questo delirio non è tuttavia risibile perché per sabotare in modo grave la legge 194 non è indispensabile una modifica legislativa: è sufficiente creare un clima di stigma sociale e culturale, a cui le donne più fragili ed esposte, ad esempio le immigrate, faticheranno ad opporsi. A ben vedere c'è anche del razzismo in questo attacco alla 194 in un'epoca in cui le donne straniere vi ricorrono in proporzione sensibilmente superiore alle italiane.
Per fortuna mentre a Genova Giuliano Ferrara lanciava la minaccia "Le donne ora le difendo io", le donne genovesi lo hanno lasciato da solo in compagnia con l'Opus Dei, ed hanno dato appuntamento per sabato 23 febbraio alle 16.30 in Piazza De Ferrari, in difesa di una legge diventata simbolo.
(Paola Pierantoni)
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Cultura - Non c'è solamente la pittura del '600
E' probabile che al Lavoro si aspettassero di più dalla provocazione di Paolo Lingua su Repubblica del 13 gennaio '08. "A Genova la cultura va a morire".
Malgrado le produzioni culturali degli ultimi anni, ha scritto Lingua, Genova resta lontana dalle ambizioni del futuro spesso evocato: città tecnologica, Politecnico, Terzo valico ecc. Abbarbicata da sempre al medesimo progetto cucinato in tutte le salse: la pittura e l'arte a Genova tra la fine del XVI e il XVIII secolo. Cari genovesi, cari amministratori e specialmente cara sindaco, ha chiesto Lingua, perché non vi date una smossa?
Pochissimi hanno risposto. Universitari, manager, dirigenti del settore e delle istituzioni culturali della città si sono defilati. E ai margini sono rimasti anche dopo l'intervento (20 gennaio) di M. Marchesiello, magistrato e scrittore che ha ricordato a Lingua come "a Genova la cultura non è negletta a fronte di una città che invece ha imboccato spavaldamente la strada della crescita. Essa ne svela invece la miseria politica, economica e sociale.... Cultura non è solo spettacoli teatrali, mostre, festival prestigiosi e di grande richiamo ma è anche... industria, commercio, immaginazione, cosmopolitismo...". E ha indicato due esempi (positivi) nel Festival della Scienza,- da cui, scrive, la città oggi trae immeritato vanto essendo frutto di quattrini in larga parte non genovesi - e nel Suq, più celebre all'estero di quanto non lo sia a Genova.
E gli altri? I politici? Scripta manent, devono avere pensato, e hanno preferito farsi intervistare. Per primo Morchio, assessore alla cultura della Regione (Repubblica 29 gennaio). "Ci vuole una regia forte e una programmazione triennale". Basta contributi a pioggia. Per il 2009 prevista una mostra sulle cartoline promozionali delle APT firmate da grandi pittori... "E poi "rilanceremo Montale nelle scuole". Il 31 gennaio è toccata a Devoto, assessore alla cultura in Provincia. Anche lui favorevole a una "regia forte", non sopporta che per fare cultura di successo si punti solo sull'effimero.
E la risposta del Comune, della sindaco chiamata in causa personalmente da Lingua? Repubblica le ha dedicato ben tre pagine (2, 8 e 10 febbraio '08). La "Palazzo Ducale" si scioglie inghiottita nella nuova "Fondazione della cultura" che ne rileva i locali e il personale. La Fondazione, sarà l'anello di congiunzione dei luoghi fisici della cultura: palazzi, musei, castelli, gallerie, mostre: la tanto attesa cabina di regia. "Obiettivo fondamentale, programmare gli eventi almeno con una scadenza triennale". Ne diventerà presidente l'ex assessore Borzani che, in un intervento pubblicato da Repubblica il 13 febbraio - fascino delle date: un mese dopo la provocazione di Lingua - ha spiegato come a Genova ci sia scarsa attenzione per le sinergie, e la "capacità unitaria di promozione" risulti bassa. Inoltre alla "capacità di produzione di standard elevati corrispondono una debolezza di innovazione... (e) forti autoreferenzialità interne al sistema". La Fondazione dando vita ad un "tavolo di promozione della città" segnerà "l'avvio di un nuovo percorso".
Il dibattito sulla cultura aperto da Lingua sembrerebbe finito. Ora si tratta di attendere.
(Manlio Calegari)
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Enti pubblici/1 - Il conflitto d'interesse voluto dalla legge
La legge 84/94 ("Riordino della legislazione in materia portuale", governo Ciampi) che rimpiazzava il precedente modello organizzativo basato su porti interamente pubblici con un modello liberalizzato (che avrebbe dovuto garantire la concorrenza tra privati) fu ricevuta con entusiasmo da ampi settori politici ed economici. Ma l'euforia è durata poco perché presto si sono presentate distorsioni e conflitti tra i diversi soggetti che operavano nel settore (Authority, operatori pubblici e privati, enti pubblici, Regione, Comune) con una interminabile sequela di polemiche, dilatazioni smisurate dei tempi decisionali, ricorsi giudiziari, commissariamenti ecc.) tanto che gli stessi soggetti che avevano promosso la legge hanno cominciato a chiederne una profonda modifica.
L'inchiesta giudiziaria di questi giorni è stato un epilogo inevitabile. Una sintesi efficace della attuale situazione è scritta sul Sole 24 Ore del 17 febbraio: "La vicenda giudiziaria che ha, al centro, la spartizione del terminal Multipurpose di Genova e ha portato all'arresto del presidente del porto, è la logica conseguenza di vuoti legislativi (in questo caso, la mancanza all'interno della legge sui porti 84/94 di indicazioni precise sulle regole da seguire nell'affidamento delle concessioni)". Due governi nazionali che latitano: "uno durato cinque anni e l'altro quasi due, incapaci di approvare una riforma della 84/94. Infrastrutture viarie e ferroviarie che mancano…Processi di approvazione dei piani regolatori portuali caratterizzati da iter complicatissimi che bloccano le opere in banchina. Comitati portuali (*) deputati a governare gli scali che hanno al loro interno le stesse persone (terminalisti e operatori) di cui dovrebbero essere i controllori".
Ora, si moltiplicano le voci di coloro che reclamano la riforma della legge 84/94, ma curiosamente, nessuno o quasi, pone in discussione la composizione del Comitato portuale, anzi, come chiede Assologistica, un'associazione che raggruppa 250 imprese nel settore logistico-portuale: "un punto cruciale sarà rappresentato dal mantenimento nei Comitati Portuali di presenze che privilegino le rappresentanze degli imprenditori che investono nei porti. (Informare, 12 febbraio 2008).
(Oscar Itzcovich)
(*) I Comitati portuali sono composti di 21 persone rappresentanti di diversi enti: Regione, Provincia, Comune, Camera di commercio, Comando del porto, Dogane, Genio civile. Inoltre sei rappresentanti di armatori, industriali, imprenditori, spedizionieri, agenti marittimi e autotrasportatori, sei dei lavoratori e uno delle ferrovie operanti in porto. Difficile prendere decisioni in una simile assise (ndr).
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Enti pubblici/2 - Ingegneria finanziaria e politica notarile
Cosa immobilizza un'efficace amministrazione esponendola a possibili gravi errori?
Una risposta l'ha data l'ex sindaco Giuseppe Pericu nel libretto "Genova nuova. La città e il mutamento" (Donzelli editore, 2007, euro 15,00) scritto insieme ad Alberto Leiss. Sostiene che "il rispetto della legge rappresenta anche un obbligo morale ineludibile […] I grandi interventi in città fatti per il G8 e nel 2004, le operazioni di alienazione del patrimonio, i processi di riorganizzazione e le conseguente esternalizzazioni, si sono svolte senza conseguenze negative sotto il profilo del rispetto delle leggi vigenti. Rispettare la legge non significa tuttavia sviluppare le sole attività che la legge espressamente autorizza… Esistono spazi nell'ambito della più generale capacità di operare anche nella sfera del diritto privato, in cui l'attività si estrinseca certamente nel rispetto della legge, ma a volte anche in assenza di una specifica preventiva previsione n ormativa". Gli esempi concreti per l'azione del Comune di Genova, scrive l'ex sindaco, sono molti: "sicuramente di particolare significato è stata la gestione esternalizzata del patrimonio, oppure la stipula di accordi con altri soggetti pubblici e privati". L'amministratore che si limitasse ad operare solo dando concreta attuazione a quanto previsto dalle leggi - conclude Pericu - avrebbe ben limitati spazi di attività (p. 103) (Repubblica, 11 febbraio 2008).
Ma le operazioni compiute seguendo queste linee di azioni possono rivelarsi anche piene di insidie. A giudicare almeno dall'inchiesta della Finanza sulla scissione di Ami e di Amt. "Procedura per la quale oggi si sta valutando l'operato della giunta di Giuseppe Pericu, così come dei vertici di Amt e di Ami prima dell'ingresso dei francesi di Transdev. L'ipotesi degli inquirenti è che si sia trattato di un alleggerimento per scaricare i costi di Amt e renderla appetibile al socio privato". L'inchiesta "rischia di avere un effetto terremoto sulle sempre più frequenti creazioni di società private a controllo pubblico" (Repubblica, 2 febbraio 2008).
(Oscar Itzcovich)
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13 Febbraio 2008
Al telefono - Contro le vigliaccate invocate benedizioni
Repubblica 9 febbraio '08. "Lo sapete come si chiama questa cosa? Una vigliaccata". La frase per telefono è di Casini e a ricevere sono Fini e Berlusconi. Lui è sull'Eurostar che accompagna la moglie a Bologna, loro sono a Roma e hanno appena deciso di fare la lista unica. "Ma come, io sto qui in treno e voi state lì tutti insieme e mi dite che sta nascendo un nuovo partito? Ma vi pare il modo di fare? Mi annunciate una operazione di questo tipo tra una galleria e l'altra?... No, questa è una vigliaccata, un complotto bello e buono". Fini dall'altra capo del telefono prova a rabbonirlo poi, di fronte alle rimostranze che non cessano suggerisce "A questo punto forse ti conviene andare da solo". "Sì, certo, a questo punto mi conviene andare da solo" replica infuriato Casini e click, chiude il contatto.
A Bologna, dopo aver accompagnato la moglie a fare una ecografia, la rimpatriata è presso uno storico ristorante del centro. E' da lì che il capo dell'Udc comincia a mettere in campo le sue contromosse. Per telefono, naturalmente. Sapete con chi? Segreteria del partito? No. Direzione del partito? Neppure? Collaboratore fidato? Macché. La prima telefonata e per monsignor Ruini, vicario di Roma e ancora Cei pur avendo fatto posto a Bagnasco. Sono stato umiliato, gli dice Casini. Il prelato lo rincuora: non dovevano umiliarlo, gli dice. Casini però vorrebbe avere non si dice una esclusiva ma almeno un particolare segno di benevolenza per i suoi. Ruini lo rassicura: al suo cuore, il cuore della chiesa, risulterebbe insopportabile che i cattolici diventassero "irrilevanti". Detto fatto si accolla il compito di tessere il filo che tenga insieme l'alleanza di centro destra. Per questo ha subito telefonato a Gianni Letta (Repubblica 10 febbraio) e ha "spinto in avanscopert a al Tg1 delle 20" il direttore del quotidiano dei vescovi Avvenire, Dino Boffo. "A me pare che sia interesse dei cattolici e che possa essere anche interesse dello stesso centrodestra che sia salvaguardata la persistenza di un partito che fa direttamente riferimento alla dottrina sociale cristiana". Ed anche -Boffo non l'ha detto, ma si capiva - al Vaticano.
(Manlio Calegari)
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"Rapimenti" elettorali
Disagio. Grandissimo disagio, imbarazzo, e un sentimento di vergogna per interposta persona mi colgono mentre leggo i nomi della caccia alla candidatura "di richiamo" che iniziano ad affollare le notizie di stampa. Tanto maggiore questo imbarazzo, questa vergogna, quanto più alto è il profilo etico, umano, intellettuale, il valore simbolico di testimonianza civile delle persone tirate a mezzo. Don Andrea Gallo, Roberto Saviano, e l'operaio Antonio Boccuzzi sopravvissuto alla Thyssen vengono corteggiati. Tentativi di seduzione in corso, a cui mi sembra (e mi auguro) stiano resistendo.
Nelle precedenti elezioni era toccato a Sabina Rossa e ad Heidi Giuliani. Incapace di dare prova del proprio contatto con la realtà sociale, e del proprio profilo etico, la politica di sinistra e di centro sinistra, colta dal panico di non riuscire a comunicare le sue buone intenzioni, tenta la via del rapimento. Come se la lotta alla camorra, alle morti sul lavoro, alla esclusione si potesse fare sequestrando le persone, strappandole alle cose che sanno fare così bene. Basterebbe ascoltarle, queste persone. Lasciarle operare dove operano, ed ascoltarle.
(Paola Pierantoni)
Posted by Admin at 23:12 | Comments (0)
6 Febbraio 2008
Siti muti - Nebbie sui compensi delle "partecipate"
Repubblica 2 febbraio '08 Cronaca genovese: "Aziende partecipate, resta un rebus il taglio ai compensi dei vertici". Il "rebus" dell'amministrazione Vincenzi riguarda le "partecipate" e le "controllate", le aziende di cui i Comuni - ma anche Province e Regioni - sono azionisti spesso di maggioranza. Al comune di Genova la delibera sui compensi e sugli indirizzi per la nomina degli amministratori vaga da mesi da una commissione all'altra, entrata ed uscita dalle riunioni di Giunta più di una volta (Corriere Mercantile 17 novembre '07, Secolo XIX 22 e 23 novembre e 15 dicembre). Un tormentone: da una parte la Finanziaria 2007 che imponeva entro novembre 2007 di tagliare stipendi e poltrone di presidenti e consiglieri di amministrazione delle partecipate (a Genova 48 rappresentanti da portare a 23) dall'altro la pratica invalsa fino ad oggi di aumentare all'infinito le nomine dei consiglieri e così anche le occasioni di scambio tra p artiti, correnti e potentati locali.
La sindaco Vincenzi, appena insediata, aveva dichiarato di voler cambiare musica. I tempi della legge sono stati rispettati (anche la Provincia ha provveduto da 32 a 19; della Regione invece non si sa...), ma resta aperta la questione dei soldi. Tetto massimo l'80% dello stipendio del sindaco per i presidenti e 60% per i consiglieri ma fervono i distinguo.
I soldi: lo stipendio del vicino, operaio, commerciante, dirigente, fa sempre discutere. Perché lui? Perché quella cifra? Cosa avrà mai fatto per guadagnarsela? Genova che invecchia e lentamente impoverisce scopre che esiste un consistente numero di persone che gode di incarichi amministrativi - dirigenti, consiglieri o sindaci di società pubbliche - ben remunerati. L'invidia è un sentimento riprovevole. Ma in questo caso si mescola ad altri sentimenti meno colpevoli: come hanno meritato le persone che ricevono questi stipendi, chi le ha scelte, in base a quali criteri e, specialmente, il comune cittadino ha diritto di saperlo?
La legge - nessun o può escludere che le nomine siano il frutto di pastette o patti criminosi - stabilisce però con grande chiarezza gli obblighi degli amministratori pubblici. Il comma 735 della legge 27 dicembre 2006 n. 296 prevede che "gli incarichi di amministratore delle società di cui ai commi da 725 a 734 conferiti da soci pubblici e i relativi compensi sono pubblicati nell'albo e nel sito informatico a cura del responsabile individuato da ciascun ente". A tutt'oggi il sito del comune di Genova è, in proposito, muto e confuso: scoraggiante. Inadempiente addirittura rispetto alla Finanziaria 2006 che imponeva dal primo gennaio 2007 agli enti locali di pubblicare - e aggiornare semestralmente - sull'albo e sul sito internet i dati relativi ai rappresentanti negli organi di governo delle società partecipate e i relativi compensi. Mal comune ecc.? Proprio no. I comuni che offrono ai cittadini una informazione completa e di facile accesso ci sono, piccoli e grandi. Se q ualcuno volesse farsi una idea potrebbe dare una occhiata al sito del comune di Brescia. I confronti sono antipatici ma se servissero a darsi una smossa...
(Manlio Calegari)
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Laicità - La rivoluzione biomedica e i passetti della politica
"Libertà e giustizia" ha organizzato a Genova il 30 gennaio un incontro su "Bioetica e convivenza civile". Il dibattito fa parte di una serie che avrà come tema la laicità.
Si tratta di una scelta coraggiosa in questi tempi in cui la laicità viene accompagnata da aggettivi quali radicale, estrema, cieca, con l'obbiettivo di spogliarla della sua stessa natura, relegandola in un ambito dove non può far danno. Se fosse il personaggio di una favola farebbe la fine della strega cattiva e la storia ci ha insegnato che fine - nella realtà - facevano le streghe.
La sala è abbastanza piena. Il pubblico, decisamente over quaranta, conosce Libertà e Giustizia, ne ha condiviso le battaglie, prima fra tutte quella in difesa della costituzione italiana.
All'incontro Maurizio Mori dell'università di Torino, Franco Henriquet dell'Associazione Gigi Ghiotti e la giornalista Silvia Neonato.
Per due ore si parla di vita e di morte con estrema schiettezza. La vita è nella potenza della ricerca nella quale "le novità si susseguono con una rapidità tale che è folle seguirle". E' qui, sulle cellule staminali, sulla rivoluzione biomedica - la più grande rivoluzione dopo quella industriale - che la politica rimane indietro. E' necessario, spiega Mori un "cambiamento radicale nel modo di atteggiarsi alla vita, quindi le vecchie istituzioni vanno aggiornate". Mori ricorda la "libertà di riprodursi, di morire, di cambiare sesso", e la laicità come "elemento fondamentale di convivenza civile". Si parla di "un'aspettativa di vita di 350 - 400 anni" e per comprendere i passi che fa la scienza è sufficiente pensare dove fosse la ricerca sulla riproduzione nel 1930. L'incapacità di accettare l'evoluzione nel campo della bioetica ha a che fare con l'incapacità di cambiare gli assetti istituzionali. Siamo alla 194, ad un fronte laico inesistente, all'invasione di messaggi religiosi. Siamo alla morte che, secondo Henriquet, è stata troppo "medicalizzata" con una negazione della possibilità di scegliere. Il medico evoca i luoghi dove bisognerebbe aver il diritto di morire e il fatto che quando si entra "nell'automatismo dell'ospedale" queste scelte vengono negate. No, Henriquet non riconosce all'eutanasia il ruolo che ha in altri paesi. Nei fatti "la richiesta è davvero minimale perché nella generalità dei casi non c'è la consapevolezza di voler morire - la speranza c'è sempre e la maggioranza delle persone chiede che vengano fatte delle cose per essere curate". L'eutanasia si chiede per "la perdita di indipendenza, di controllo, per un senso di inutilità". Il dolore - spiega Henriquet - si può sempre controllare "con la permanenza dello stato di coscienza o con la sedazione", altra cosa è somministrare un farmaco che interrompe la vita.
"Orgoglio laico", aborto che più "che diritto è tragedia", mancanza di interlocutori nella classe medica, "parti cesarei e industrializzazione delle nascite" sono i temi che emergono da una platea consapevole e informata. Alla fine il più giovane - forse il solo giovane - chiede la parola. Fa parte di una comunità che aiuta le ragazze madri ad avere i bambini: accenna al tema delle scelte: "Non si può scegliere! I ragazzi della mia età non hanno gli strumenti!", "Che si informino!" esclama una donna in platea; "Quello che vi chiedo" precisa il ragazzo "aiutateci a capire per scegliere!" Ma la distanza tra lui e gli altri è così grande. Chissà se qualcuno ha compreso quello che ha detto.
(Giulia Parodi)
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30 Gennaio 2008
Crisi - Perché quel siluro odora d'incenso
Il macigno che ha seppellito il governo Prodi è rotolato partendo da san Pietro. Lo hanno sostenuto nei giorni scorsi vari esperti di cose vaticane; gente non sospetta di simpatie per il centro sinistra.
In breve: la crociata contro la 194, la quotidiana aggressione di Ferrara, la ritirata dalla Sapienza con successiva assemblea pro Ratzi a San Pietro erano il gioco dei ladri sull'autobus. Due fanno casino da una parte mentre il complice, sul lato opposto, vi mette le mani nella borsa. Sapienza, 194 e Ferrara sono quelli che dovevan far casino; per il ladro c'è stato solo l'imbarazzo della scelta.
Cosa c'era nella borsa, la vera posta dello scontro messo in scena per il popolo? Due cose: il mantenimento dell'esenzione del pagamento dell'Ici sulle proprietà della chiesa, cosa sulla cui liceità i dubbi - specie a livello degli organismi europei - sono molti. E, seconda cosa, la sicurezza del recupero dei fondi dell'"otto per mille", che non destinati dai cittadini vengono comunque ridistribuiti a favore anche della chiesa cattolica. Il timore che l'evasione vaticana dell'Ici potesse portare ad una revisione della legge è stato decisivo.
E' dunque per avere la conferma di antichi e recenti privilegi economici che i vari Bertone, Ruini e Bagnasco hanno scelto senza esitazioni la strada della crisi di governo. E per maggiore sicurezza su ciò che dovrà avvenire in futuro hanno stipulato precisi accordi con l'opposizione di centro destra, all'interno della quale i dubbiosi sull'apertura della crisi erano diversi. Ma contro il Papa e il Vaticano in Italia non c'è gioco.
Al centro sinistra non è bastato solidarizzare con Ratzi, lanciare assicurazioni alla chiesa, mandare in onda ogni giorno dalle reti radio e tv lunghi e leziosi commenti - letti per lo più con toni ridicolmente ispirati - per qualsiasi colpo di tosse di Ratzi, Bertone e compagni.
Pregiudizi anticlericali? A smentire basterebbe la pagina del Sole 24 Ore di domenica 27 gennaio '08 ("Pannunzio: laici sveglia") e le due pagine di Curzio Maltese su Repubblica di sabato 26 gennaio '08 ("Scandali, affari e misteri tutti i segreti dello Ior") dedicato all'Istituto Opere Religiose, la banca del Vaticano.
Certo, ormai i giochi sono fatti ma sapere qualcosa di più sui nemici della nostra povera democrazia non è inutile, vi pare?
(Manlio Calegari)
Posted by Admin at 16:23 | Comments (0)
Consensi - Per una fenomenologia del caso Mastella
Certe interviste-flash, nella loro autenticità, sono imperdibili perché al pari delle biopsie prelevano dal tessuto socio-culturale brandelli capaci di rivelare la natura di una patologia profonda. E' il caso delle due signore borghesi che sono state interrogate dalle telecamere di "Anno zero", per capire le ragioni della loro presenza solidale fuori dal villone dei Mastella, nonostante la pioggerellina invernale. Entrambe hanno risposto che a portarle lì insieme a qualche altro, era anzitutto un sentimento di simpatia, di gratitudine per la disponibilità umana sempre dimostrata verso la sua gente dall'allora ministro.
La testimone in pelliccia ha raccontato che perfino i suoi dipendenti quando hanno bisogno di una pratica, un permesso, una concessione, si rivolgono tramite lei all'autorevole coppia (forse a lui per faccende romane e alla signora per quelle locali). L'altra è andata più in là, riferendo addirittura che se un compaesano si ammala e abbisogna di un ricovero urgente è lo stesso Mastella che va personalmente ad accompagnarlo. Si spiega probabilmente così, con ragioni metapsichiche, la crisi della sanità al sud, essendo notorio che negli ospedali la cosa più temuta è l'ingresso di un paziente raccomandato o, massima sventura, super-raccomandato: in questi casi fatalmente accade il peggio di quanto succede normalmente.
Scaramanzia a parte, resta la fabbrica del consenso, questa sì sviluppata a livello industriale nel Sud, come si è ben visto nel caso di "vasa vasa" Cuffaro, condannato a 5 anni ma sostenuto dalla folla dei 300.000 cui assicura pane quotidiano, non solo affettuosità, e ciò attraverso una fitta rete di incarichi, favori, sussidi che ha un suo corrispettivo nella scelta elettorale. Ma è reato o no il cosiddetto voto di scambio? Per tornare a Mastella, le intercettazioni hanno dimostrato fino a che punti si spingeva la macchina del potere Ueur in Campania, con quel satanasso di suocero dell'ex ministro impegnato a condizionare concorsi e appalti, a dichiarare "morto", fottuto e fetente, chiunque si metta di traverso.
Alla luce di certe emergenze appare un po' meno generosa "l'umana disponibilità" del clan di Ceppaloni. Sono cose che succedevano, a vari livelli, anche da queste parti, prima ancora dell'era Craxi, e non solo per procurarsi tangenti: la tessera di partito per il posto di lavoro era la regola. Poi per fortuna i costumi, insieme al peso delle forze in campo, sono un po' cambiati, mentre altrove continuano a rivivere i non proprio memorabili anni Sessanta. Al riguardo resta un classico la risposta di un amico architetto napoletano che trasferitosi a Genova dalla sua città (non ancora ridotta a immondezzaio) respinge ogni richiamo nostalgico: "Almeno qui per fare la carta d'identità -spiega- non devo ricorrere al cumpariello…".
(Camillo Arcuri)
Posted by Admin at 16:21 | Comments (0)
Vincenzi-Burlando - Ma le ragioni di scontro non sono caratteriali
"Dopo la pace diteci cosa farete": titolo dell'editoriale di Repubblica del 26 gennaio '08. La pace è quella siglata, al pranzo organizzato da loro collaboratrici, tra Burlando e Vincenzi (Repubblica 24 gennaio '08, "Siamo diversi ma non dite più che litighiamo"). Meglio la pace, si capisce, ma ad oggi non c'è stata una rappresentazione convincente dello scontro tra loro, ridotto a conflitto personale, di carattere o di genere. "State facendo il male di Genova" o "mettetevi d'accordo" erano le parole della stampa. Messaggi al plurale ma era lei, Vincenzi, la destinataria del messaggio. Solo per lei le battute ironiche e le tiratine d'orecchia - "le scorribande" oppure "gli effetti speciali" della sindaco" (Repubblica 7 gennaio '08). La città avrebbe voluto dalla sua stampa le ragioni dello scontro; capire perché la semplice parola "scontro" era da considerarsi imbarazzante al punto di invitare i protagonisti a fare i bravi.
Nel 2007, Vincenzi abbandonava il parlamento europeo per autocandidarsi a sindaco. Ignorata dal suo partito, i DS, poi osteggiata e solo alla fine subita, obtorto collo. Contro di lei schierate molte delle persone importanti della città. Come il presidente degli industriali che le chiese perchè non se ne stava a Bruxelles o il presidente di Carige (disse che per lui i candidati sindaci andavano tutti bene, perfino Margini (Oli106)! L'elenco potrebbe continuare ma è storia recente e tutti ricordano.
Poi Vincenzi ha vinto le elezioni e i partiti del centro sinistra hanno capito di dovergliene dare il merito. Speravano che la vittoria l'avrebbe placata e che, eletta, non avrebbe più rotto le scatole. Ma o non avevano capito perché avesse lasciato Bruxelles o lo avevano capito benissimo e l'aspettavano al varco per un regolamento di conti.
Di quali conti si tratta? La città non crede ai conflitti di carattere né agli "eccessi di esuberanza" di Marta. Questioni come quella Amt-Ami, parcheggio Acquasola, inceneritore, vendita del patrimonio pubblico comunale, proliferazioni di società partecipate toccano interessi enormi, gente pronta alla guerra. La questione del porto, che è anche aeroporto, extragettito, terzo valico e altro ancora, sta lì a provarlo. Il candidato vincente ha avuto l'appoggio del presidente della Regione, degli industriali, degli operatori portuali, di Carige, di Camera di commercio... persone che in vario modo avevano a suo tempo mostrato insofferenza per la candidatura Vincenzi.
Lo scontro è tra chi e chi? I partiti che sostengono la giunta Vincenzi parlano d'altro: orticelli privati da difendere prima di tutto dai compagni di partito. Neppure un misero comunicato per dire "sta succedendo questo, noi la pensiamo così, vorremmo che le cose andassero colà"; niente.
L'unica cosa certa, per ora, sono i cittadini che alle primarie e poi al voto hanno scelto Vincenzi come sindaco. Molti di loro pensano che il conflitto in corso non li riguardi. Come dargli torto? Forse Vincenzi dovrebbe dirgli...
(Manlio Calegari)
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Convegno - Davvero la laicità si sta estremizzando?
Partito democratico, 21 gennaio ore 18, incontro su "Storie di ordinaria laicità". A Palazzo Tursi esperienze professionali e personali a confronto. Sul volantino è scritto: "Quale è la tua storia? Vieni a raccontarla!".
Dodici gli interventi a programma ai quali vanno aggiunte la presentazione del dibattito di Simone Farello, "il più giovane" capogruppo in Consiglio comunale dell'Ulivo in Italia e le conclusioni di Victor Rasetto, coordinatore provinciale del Pd. A raccontare la propria storia la mediatrice culturale dell'Ecuador, un professore universitario, il responsabile della comunità islamica di Prà, l'educatrice informale presso la comunità ebraica ed ancora medici e rappresentanti dell'associazionismo genovese. I politici di vocazione e professione incarnano la cautela diffusa. Farello spiega: "la laicità si sta estremizzando" e segnala come un grave errore della Francia di non ammettere il velo nella scuola pubblica. Farello ricorda la vecchia questione delle radici cristiane dell'Europa e riflette sulla mancata citazione: "oggi non sarei più contrario, l'Europa è altrettanto cristiana quanto il cristianesimo è europeo". Registra la laicità come elemento "debole e forte allo st esso tempo". E si dice disturbato dalle religioni che "protestano perché non hanno spazio" esortando a "dare la possibilità al Papa di parlare!".
Negli altri interventi i fotogrammi dell'Ecuador: "il nostro stato è laico! Non abbiamo i crocifissi, ma nemmeno l'aborto legalizzato, solo quello terapeutico! Solo chi ha i soldi abortisce". Immagini della sanità: "si deve accettare il fatto che dobbiamo morire e che non si può accettare la sofferenza senza speranza!". Storie nelle quali la scienza diventa fede, perché "la ricerca della verità passa attraverso la scienza" e "la laicità della scienza" va difesa. C'è l'Islam del Cep, la fatica dei figli degli immigrati che si devono portare sulle spalle due culture, e l'esperienza della comunità ebraica locale nella quale la partecipazione viene testimoniata dalla giovane educatrice attraverso i giochi e le attività ludiche fatte con i bambini della sua comunità. All'incontro la fretta del doversi raccontare - data l'ora queste tante voci devono davvero correre - è mescolata al desiderio autentico dell'essere ascoltati. "Facciamo fatica a riconoscerci in un referendum pers o" dice Paola Anserini, medico aderente ad Emilyguria, "le gerarchie cattoliche sono più forti di noi donne! La ministra della sanità - donna - non ci risponde! Dobbiamo ridare forza ai nostri valori!" e rivolgendosi ai politici in sala esclama: "Fate i conti con gli accordi politici! Sacrificate una poltrona o una presidenza, ad un tema etico!".
Victor Rasetto li ha ascoltati tutti, quasi impassibile. "Interventi interessanti e un po' di parte" commenta sorridendo alla platea, e precisa "bisogna farsi carico di quello che pensano anche gli altri. Il Partito democratico è lo spazio di convivenza anche per principi differenti!"
Nelle stesse ore a Roma l'agonia del governo si consuma lentamente. L'accanimento terapeutico utilizzato in medicina, tanto difeso dalla Chiesa gli è stato negato. A Bagnasco e Ruini il privilegio dell'estrema unzione.
(Giulia Parodi)
P.S. Il Circolo Genovese di Libertà e Giustizia sta organizzando un ciclo di incontri sulla laicità e il suo rapporto con la vita quotidiana dei cittadini. Il primo di questi incontri, intitolato "Bioetica e società civile" si terrà oggi, mercoledì 30 gennaio, alle 17.30 nell'Auditorium (ex Sala Garibaldi) di Palazzo Rosso e vedrà la partecipazione di Maurizio Mori (università di Torino), Franco Henriquet (Associazione Gigi Ghirotti) e della giornalista del "Secolo XIX" Silvia Neonato che condurrà la discussione.
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23 Gennaio 2008
Lettere - SOS da Camogli
Carissimi
è molto che non ci sentiamo, ma la situazione mi sembra grave oltre ogni limite. Avrei voluto raccontarvi il momento positivo che stiamo vivendo a Camogli. Con un appello pubblico è stata indicata la candidatura a sindaco di Silvio Ferrari. Abbiamo incominciato a vederci, si sono organizzati gruppi aperti alla popolazione in cui si dibatte sui problemi e i progetti per la città e da questi gruppi dovrebbe uscire un programma con il quale presentarsi alle prossime elezioni. Bene, una certa euforia e speranza, ma ciò che accade a livello nazionale in qualche modo mi sembra che renda inutile tutto. Mastella, Cuffaro, Bagnasco, Ruini...E' possibile che non possiamo fare nulla? La mia sensazione è che stiamo vivendo il punto più basso da molto tempo a questa parte, anzi, per il fatto che non siamo tutti a fare una rivoluzione mi sembra il più basso.
Farnetico? Che mi dite?
(Adriana Alimonda)
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Operai - I modi per diventare finalmente visibili
I tg della sera, tutti, mostrano operai metalmeccanici che occupano strade e stazioni. Scioperi spontanei -dice il commento- per il rinnovo del contratto di lavoro. La differenza tra la richiesta operaia e l'offerta di Confindustria sembra modesta, comunque non lascia capire al profano il clamore della protesta e la sua risonanza mediatica. Fino a pochi giorni fa degli operai non parlava nessuno. Invece oggi 17 gennaio 2008 gli operai sono lì sullo schermo che si agitano. Forse perché il 17 gennaio (come il 16, il 15...) viene dopo la Thyssen che a sua volta arrivava dopo che da mesi il presidente della Repubblica denunciava - in solitudine, vogliamo dirlo? - le morti sul lavoro. O forse perché i sindacati hanno detto - anche loro dopo la Thyssen - che facevano autocritica e che sarebbero tornati nelle fabbriche per vedere e capire cose ci succede dentro.
Ecco perché oggi, 17 gennaio 2008, vediamo gli operai alla tv: perché dal punto di vista dell'informazione dopo la Thyssen qualcosa è cambiato. Ma solo per l'informazione, si capisce, perché quanto ai fatti quelli si sono ripetuti - 4 morti sul lavoro - inesorabili anche oggi 17 gennaio. Solo qualche incertezza: 3 a mezzogiorno, 4 la sera, di nuovo 3 a mezzanotte; in compenso se ne sono aggiunti due gravissimi. Arriveranno a domani?
Gli operai ce la mettono tutta per rendersi visibili e l'informazione sta facendo la sua parte. Certo bloccano l'autostrada e la stazione come quelli delle quote latte o come gli autotrasportatori o come i taxisti o come gli oppositori della discarica o come i tifosi del pallone... In un paese dove tutto, cose e persone, viaggia su strada, se vuoi che si accorgano di te non ti resta che bloccare le comunicazioni, ha detto un manifestante. Più casino, più informazione, più visibilità: è così? Qualcuno risponde: meglio di niente.
Nel 1966, oltre 50 anni fa quando i meccanici erano parecchie centinaia di migliaia più di oggi, chiusero il contratto nazionale dopo 100 ore di sciopero senza prendere un fico secco. Protestarono inutilmente: erano tanti ma rimasero invisibili. Diventarono visibili solo 2 anni dopo non perchè occupavano le stazioni ma perché avevano messo in discussione le loro rappresentanze, i loro comportamenti, le loro piattaforme e avevano cominciato a dire parole importanti anche per quelli che operai non erano: diritto alla salute, all'informazione, libertà...
(Manlio Calegari)
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16 Gennaio 2008
Minacce - Se ammaina bandiera lo stato laico
No, non mi sento minacciata. Non da quello che il papa ha deciso debba essere la minaccia.
Sono profondamente felice se due persone si amano. Siano esse etero, gay, lesbo o trans. Sarò contenta se il loro amore verrà tutelato dallo Stato di Diritto, da uno Straccio di Costituzione, dalla possibilità di essere accuditi e di accudirsi come in ogni famiglia.
Mi sento minacciata invece dalle loro minacce. Da questo modo che hanno di porsi, dal loro invocare Dio per aver ragione, dal solco profondo che loro - politici e clero - stanno scavando sul futuro dei miei figli, nelle parole alle quali devo tornare a dare un senso tutti i giorni. Consolava l'idea che loro avessero un loro posto nel quale esercitarsi ed esercitare la fede. Ne possedevano il logo, i diritti d'autore e tutto il resto.
Ma la distanza tra me e loro era la mia tutela. E su quella distanza c'erano partiti che garantivano, presidenti che vigilavano, governi che operavano. E c'erano donne di partito con memoria ed occhi fini che mai avrebbero esitato nel rispondere. Queste di oggi paiono dei funamboli sul filo della laicità.
(Giulia Parodi)
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Genetica - Quell'integralismo che spara fango
Qualche tempo fa la stampa cittadina ha dato notizia in merito alle sentenza di Firenze sui test-preimpianto, della isterica reazione del deputato UDC Luca Volonté, salito sulle barricate assieme all'ala cattolica più intransigente. Costui nella sua esternazione accusava Livia Turco di voler modificare le linee guida della legge 40 solo per prendersi la rivincita sul referendum e di volere fortemente la pillola RU486 "per favorire la Multinazionale Exelgyn e di promettere le modifiche delle linee guida (della legge 40) per valorizzare i centri di sperimentazione di Flamigni e Antinori".
Senza entrare nel merito della questione (per la mia formazione culturale mi metto sempre un po' in allarme quando ci sono di mezzo embrioni, cellule staminali ecc). viene spontaneo rilevare come il personaggio non esiti a gettare una bella manciata di fango (del resto è consuetudine abituale ormai della politica) sull'avversario, senza argomentare e discutere in merito ai problemi in campo. Così chi non la pensa come lui è liquidato come un corrotto. C'è da sperare che Livia Turco risponda con una bella querela a quelle accuse, arrivate da uno che, tra l'altro, non ha esitato a mettere nero su bianco su carta intestata della Camera dei Deputati e a scrivere a tutti i parroci della penisola chiedendo loro di inviargli le "giaculatorie" in loro possesso, al fine di trarne un libretto a edificazione per le sue figlie...
Notizia di quest'iniziativa integralista è stata fornita a suo tempo, con dovizia di particolari e risposta piccata, da Paolo Farinella nel suo blog. Provare a sfogliarlo per credere. Per chi non lo sapesse le giaculatorie sono brevi frasi devozionali tipo "Gesù, Giuseppe, Maria vi dono il cuore e l'anima mia" che si imparavano al catechismo al tempo della mia infanzia. Il nome di "giaculatoria" gli viene dal greco "jaculor" gioé getto (ovviamente verbale). Chissà se anche i francobolli saranno stati addebitati alla Camera.
(Giovanni Meriana)
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Enrico-Victor - I mandarini dormienti e Laura che batte
"Cara Laura non prostituirti, l'università te la pago io", Repubblica-Il Lavoro 8 gennaio.
Firmatario Enrico Musso, ex candidato sindaco della Cdl al Comune di Genova. Giovane professore universitario, in campagna elettorale proponeva di adibire un'area in città per la prostituzione legalizzata.
Laura, 29 anni, studentessa del Dams a Genova, intervistata dal quotidiano il 6 gennaio ha dichiarato: "per me è solo lavoro, lo faccio con il massimo distacco". E' stata "commessa, cassiera, segretaria. Tutti lavori da sgobbo, tutti saltuari". Mal pagati. Del mestiere Laura denuncia le criticità: "siamo invase da straniere, che si vendono per quattro soldi", evidenziando un approccio preciso: "della morale me ne frego", "ormai, per me quel che conta è essere ben pagata". I suoi sogni? Recensire libri o film, "ma mi sa che ormai sono troppo vecchia per tentare"
Per Musso sulla prostituzione bisogna distinguere: "Come professore, non posso accettare che qualcuno si prostituisca per pagare gli studi"; "tu smetti di prostituirti per pagarti gli studi e io ti anticipo le tasse universitarie. E' un prestito d'onore", scrive Musso a Laura, "è chiaro che con il nostro patto non risolviamo gran che: non ci sono solo le tasse, ma l'affitto e tutto il resto. Non c'è solo quest'anno, ma il prossimo e quelli dopo. E soprattutto non ci sei solo tu. Ma chissà - forse riusciamo a svegliare i mandarini dormienti del cosiddetto establishment".
Da destra a sinistra (per usare schemi logorati), ecco Victor Rasetto, 35 anni, intervistato da Franco Manzitti su Repubblica-Lavoro il 22 dicembre. Il neosegretario provinciale del Pd cita Gramsci e afferma "il vecchio muore ma il nuovo non sta nascendo". Bisogna "far baricentro su tutto". Rasetto ricorda don Balletto "che definisce la società genovese come una tela che si strappa" e, aggiunge: Genova è come "una zanzariera dove tanti insetti si impigliano prigionieri". Siamo alla "sindrome del blocco, della prigione tra presente e futuro".
Questo il quadro. E la mission? "Far capire alla gente che partecipa come esistono diritti ma anche doveri. Bisogna ricordare che i tempi sono difficili. In una recente ricerca in città abbiamo accertato che nella fascia di età tra i 18 e 35 si chiedono formazione e lavoro, tra i 35 e i 55 si chiedono efficienza, formazione e servizi, tra i 65 e 85 si aspettano sanità, sicurezza e pensioni. Il bilancio che hai in mano ti da mille euro e con mille euro devi fare tutte quelle cose, il Pd deve avere coraggio: scegliere."
Mission trasversale del "nuovo" in politica a Genova? Far di conto.
Laura è già oltre. Ha già scelto.
(Giulia Parodi)
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9 Gennaio 2008
Carovita - Di nuovo in coda per pane e riso
L'analisi è di Massimo Riva ("L'emergenza busta paga" Repubblica 20 dicembre '07), uno degli osservatori più lucidi dell'economia italiana. "Al centro della agenda politica per il nuovo anno dovrà esserci la questione salariale". Perché, scrive Riva, sta per arrivare una raffica di aumenti: "una nuova grandine che si sovrappone a quella dei mesi scorsi su beni essenziali. Il prezzo del pane è cresciuto nell'ultimo anno del 12,4%. Rincari minori ma significativi per pasta, latte, frutta, carne". Anche se il tasso tendenziale di inflazione a fine novembre era stimato al 2,4%, gli indici settoriali e quello generale mostrano una forbice: la questione salariale sta lì, in questo scarto.
E' necessario, spiega Riva, partire dai beni alimentari di prima necessità perché... all'interno del sistema retributivo generale, l'incidenza di questo tipo di consumi ha un impatto enormemente diverso sul potere d'acquisto di chi abbia una busta paga di qualche migliaio di euro ovvero di chi si trovi a disposizione un mensile sui 1100 euro come la grande maggioranza dei salariati italiani. Nel caso di questi ultimi infatti anche le poche decine di euro di maggiore spesa alimentare (per definizione meno comprimibile) stanno creando non poche drammatiche situazioni di vita personale e familiare.
La sintesi è di Luigi Traverso (Repubblica 23 dicembre '07) parroco genovese di San Siro. "Mica servono mille discorsi. Quarant'anni fa la gente veniva e chiedeva pasta e riso. Poi la situazione migliorò... pasta e riso ce l'avevano tutti; così chiedevano frutta, carne in scatola e formaggio. Oggi la gente in attesa qui in canonica chiede di nuovo pasta e riso. Sono tornati a mancare i generi fondamentali". Il Centro di ascolto di San Siro aiuta chi abita nel territorio della parrocchia, cattolici, musulmani, cinesi o marocchini. "Francamente della religione che professano non me ne importa nulla. Sono persone in difficoltà e il vangelo mi dice di sostenerle... Non sono un economista ma gli stipendi sono rimasti uguali là dove verdura, carne, pane, affitto, bollette, tutto è raddoppiato".
Gli immigrati? "Li abbiamo portati in un mondo che non è il migliore. Almeno i più sensibili tra noi provino a rendersene conto".
(Manlio Calegari)
PS Nel referendum "il genovese dell'anno" lanciato sul sito web Repubblica-il Lavoro, la candidatura di don Luigi, dopo una iniziale effervescenza, è al momento oscurata da quella di Cassano e Beppe Grillo. Niente miracoli: Natale è finito.
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Simboli - Veltroni e i registri sulle unioni civili
Minimizzare il valore dei simboli, in un confronto a distanza ravvicinata con la chiesa cattolica, non si sa se definirlo ingenuo o ipocrita. Eppure Veltroni nel suo articolo su Repubblica del 19 dicembre dice testualmente: "… Sulle due delibere di iniziativa popolare e consiliare la cui eventuale approvazione non avrebbe avuto nient'altro che un mero valore simbolico senza poter migliorare di una virgola la condizione di vita delle coppie di fatto, non c'era una maggioranza sicura e comunque il loro contenuto era legittimo ma discutibile e non da tutti condiviso".
Consapevolmente Arcigay, sul suo sito, valorizza invece proprio il valore simbolico delle delibere sulle unioni civili adottate in una trentina di comuni italiani: "E' una scelta puramente simbolica in quanto non ha nessun valore legale ma serve a sottolineare l'esigenza di garantire anche coloro che fanno la scelta di una unione di fatto, sia eterosessuale che omosessuale. Ov unque è stato istituito ha provocato un ampio dibattito pubblico, molto utile a far crescere la sensibilità dell'opinione pubblica sull'argomento. E' quindi un importante strumento di lotta politica per la conquista di diritti civili".Se la questione è simbolica a Piombino, a Pisa o a Pizzo Calabro figuriamoci a Roma. E infatti Monsignor Elio Sgreccia, intervistato da Repubblica del 18 dicembre lo dice chiaro, e sottolinea la particolare "forzatura" che avrebbe comportato questa decisione "… specialmente per una città come Roma, dove un sì ai registri avrebbe dato un'inevitabile spallata alla famiglia tradizionale contro la maggioranza degli italiani e il buonsenso di milioni e milioni di concittadini".
Il valore simbolico poi sale alle stelle, dato che Veltroni non è solo sindaco di Roma, ma capo del nuovo partito democratico.
Si vorrebbe, per cominciare, almeno un po' di verità.
(Paola Pierantoni)
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Nazionalpopulismo - L'aspirante guru, gli zombi e i topi
Passa per la testa più fine del suo pollaio: la parte di guru che Giuliano Ferrara svolge per i Cavaliere, Marcello Veneziani mira a interpretarla per la destra parafascista; quella del creativo che traccia il solco, dell'intellettuale da convention e talk-show per dimostrare che anche sotto l'antico fez battono i cervelli. Tanto che perfino Santoro non esita a invitarlo nell'arena di "Anno Zero", forse contando di ricevere dall'altra sponda un contributo di originalità critica e beccandosi puntualmente solo calci negli stinchi. Il meglio di sé però Veneziani lo riserva a Libero, il quotidiano che a dispetto dell'altisonante testata aveva come vicedirettore e ora come articolista principe un certo Betulla, nome in codice del giornalista che spiava i magistrati per conto del Sid deviato.
Incurante del disagio derivante a un uomo libero da simili contiguità, l'aspirante guru dedica un articolo al bilancio politico di fine anno e non inventa granché di nuovo ribadendo i toni catastrofici della destra sul governo Prodi, prigioniero dei comunisti, di se stesso, delle sue contraddizioni interne, per cui -ripete pappagallescamente- non gli resta che andarsene a casa. E ci sarebbe già andato, sbotta, se non fosse per quattro "morti viventi": così definisce i senatori a vita, nobel Montalcini in testa, che col loro voto hanno più volte salvato la maggioranza.
Nulla toglie o aggiunge che Veneziani, nell'oltraggioso scherno a personalità degne di rispetto, si sia accodato a quel campione di beceraggine politica che risponde al nome di Storace. Il livore della sua espressione, proprio perché proviene da un presunto uomo di cultura, scaturisce da recessi più inquietanti. Egli non può ignorare che il disprezzo verso chi è più debole fisicamente, l'anziano, il diverso o l'handicappato, è stata storicamente la premessa dell'ideologia dello sterminio. Gli amici dei suoi amici, i nazisti, resero possibile l'inferno dell'olocausto, negando anzitutto la qualità umana del popolo ebreo, imponendo tra i tedeschi l'idea aberrante che si trattasse di una popolazione topi, non di sei milioni di uomini, donne, vecchi, bambini.
Un intellettuale che fingendo di ignorare tutto questo definisce "morti viventi" i senatori a vita, si mette al rango di naziskin.
(Camillo Arcuri)
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19 Dicembre 2007
Il libro - Egoismi pubblici altruismi privati
¿Por qué se vuelven odiosos los viejos? Están demasiado satisfechos y no ceden su lugar. (Adolfo Bioy Casares, "Diario de la guerra del cerdo", 1969)
Nel "Diario della guerra al maiale" Bioy Casares racconta di una Buenos Aires sconvolta da una crudele guerra contro i vecchi. A termini rovesciati, Tito Boeri e Vincenzo Galasso, esperti di economia e di mercato del lavoro, raccontano di un'altra guerra, incruenta, dalla quale le nuove generazioni escono con meno prospettive di quelle che avevano le generazioni precedenti. Lo fanno in "Contro i giovani. Come l'Italia sta tradendo le nuove generazioni" (Mondadori 2007, euro 15,00) descrivendo all'inizio le storie di vita di alcuni giovani di generazioni diverse.
Giovanni (classe 1932), diploma di ragioniere e poi contabile in una trafileria alle porte di Milano, sposato, cinque figli che a poco a poco è riuscito a migliorare la sua posizione ("Erano anni di grandi progetti"). Maria (1938) di Salerno, laurea in Lettere antiche, subito sposata, insegnante di italiano e di latino in un liceo della provincia di Napoli ("Insegnare, un 'lavoro usurante'? Allora sì che lo era! Ma tutti noi ci sentivamo partecipi di una missione, quella di alfabetizzare l'Italia").
Monica (1970), master di economia negli Stati Uniti, che ha cambiato varie volte lavoro, ma non si è mai sentita una precaria e che come donna, mai si è sentita discriminata ("Ma da quando sono rimasta incinta, le cose sono cambiate. Lavoro più di prima e ho paura che pensino di sostituirmi"). Carlo (1982), figlio unico, curriculum di studi non eccellente, che - abbandonata Giurisprudenza dopo due anni e solo tre esami superati - da un paio di anni lavora in una radio come DJ, guadagna qualcosa, ma non tanto da essere indipendente ("Vivo ancora con i miei, a 25 anni").
Per Boeri, l'altra faccia della medaglia del declino economico è il conflitto intergenerazionale, quello fra giovani e anziani che oggi vede gli adulti e gli anziani pestare i piedi ai giovani. "Scopriremo così - scrivono gli autori - che i genitori italiani sono molto generosi coi loro figli e molto egoisti coi figli degli altri".
"Egoismi pubblici, altruismi privati" è, appunto, il titolo del capitolo centrale del libro dove viene messa sotto accusa la classe politica, ma non solo. "Si può dare la colpa di tutto questo ai politici. Lo si fa spesso. Ma la classe politica di un Paese è espressione del suo elettorato. Se gli italiani avessero voluto una diversa classe politica avrebbero potuto cambiarla da tempo. Quindi gli italiani, non solo i politici italiani, hanno permesso che si accumulasse una montagna di debito pubblico, che il debito pensionistico crescesse gravando come un macigno sulle spalle di chi oggi inizia a lavorare, hanno tollerato il degrado della scuola e dell'università, hanno lasciato che il mercato del lavoro segregasse i giovani in un circuito parallelo instabile e poco remunerato, hanno chiuso un occhio di fronte alle caste nell'accesso alle professioni e ai meccanismi di cooptazione nella classe dirigente del Paese, si sono disinteressati del peggioramento della qualità della vita nelle grandi città".
Un atto di accusa ma anche una buona base per cominciare a discutere.
(Oscar Itzcovich)
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12 Dicembre 2007
Duopolio - Nasi e baffi finti urgono in Rai
"Non dimenticate i nasi e i baffi finti per uscire…" Andava giù piatto col suo sarcasmo "il nonno", come molti chiamavano il decano dei cronisti di un antico giornale genovese. I suoi pesanti sfottò risuonavano in redazione come uno schiaffo per chi sapeva di essere coinvolto in qualcosa di poco lusinghiero: un buco, ossia una notizia persa, mancata, o peggio una gaffe, prese lucciole per lanterne, aver indicato come indiziato-quasi-colpevole, in un caso giudiziario, qualcuno che non c'entrava nulla. Le sue brucianti battute avevano allora l'effetto di un perentorio invito alla vergogna, sentimento che però non sembra fare più arrossire nessuno, qualsiasi sia la colpa.
Quanti nas