9 Giugno 2010

Società - Igiene mentale post partum

Repubblica 4 giugno. Proposta dei ginecologi: “Trattamento obbligatorio per le neomamme depresse”.
L’idea arriva al Ministro della Salute Fazio da Giorgio Vittori, presidente della Sigo (Società Italiana di Ginecologia e Ostetricia) e da Antonio Picano, presidente dell’associazione Strade onlus.
“Un’equipe specializzata potrebbe occuparsi 24 ore su 24 delle donne con comportamenti potenzialmente omicidi”.

Pare che nel nostro paese ne abbiamo bisogno circa mille pazienti per anno. Della sostanza della proposta si preoccupa Maria Burani Procaccini, già presidente della Commissione Bicamerale Infanzia, che si dichiara “fermamente contraria all’uso del Tso per le mamme depresse, non come linea di principio, ma perché dietro la richiesta di Tso non c’è azione preventiva, non ci sono strutture degne di questo nome che affrontino il problema della depressione femminile”.
Pare che, con una piccola modifica della legge 180, il Tso potrebbe essere effettuato in comunità terapeutiche come dichiara Tonino Cantelmi, presidente dell’Associazione Italiana Psichiatri Cattolici e che esistano “Già test specifici da somministrare alle donne durante la gravidanza, che permettono di individuare quelle a rischio di cadere in depressione dopo il parto” precisa Cantelmi ad Avvenire.
Altre dichiarazioni delineano un’azione morbida con la presenza di “operatori qualificati, anche un infermiere, che resta al fianco della mamma 24 ore su 24 per proteggerla e allo stesso tempo accudire il proprio figlio”. Come un Angelo Custode.
In nessuna delle dichiarazioni viene messa in luce l’atroce solitudine di molte donne per le quali basterebbe un luogo dove confrontarsi, parlare ed essere ascoltate.
Un luogo che non sia il quadrilatero dei giardinetti sotto casa. Dove approdare 24 ore su 24 se ne sentono il bisogno.
Che bella iniezione di vita la presenza di mamme e bambini nei reparti psichiatrici del territorio nazionale, dove atterrerebbero le mamme “certificate depresse” in mancanza di comunità terapeutiche in grado di accoglierle. Un balsamo per pazienti, familiari e personale medico, che tra una seduta, la terapia farmacologica e la TV potrebbero confrontarsi con il cambio dei pannolini, il pianto e le poppate notturne dei neonati.
Come in una favola di Gianni Rodari.
Sì. Tutto sommato l’idea di Vittori e Picano è davvero geniale, una Basaglia rinforzata. C’è da augurarsi che propongano, per il contenimento delle spese e il rinnovamento della sanità, l’unificazione immediata dei reparti di psichiatria e maternità. Uno scoppiettante scenario pieno di follia e vita.
(Giovanna Profumo)

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19 Aprile 2010

Sanità - Aborto in telediagnosi

Mentre l’Italia dei maschi si divide nei consigli regionali come nei bar su aborto farmacologico si e no e come e quando e perché, c’è chi lavora per risolvere il problema di milioni di donne che vivono in paesi dove l’aborto è vietato o inaccessibile.
Un articolo della Stampa (1*) richiama l’attenzione su un sistema rischioso, usato da molte donne dell’Est a base di alcuni farmaci contenenti la prostaglandina, ossia il principio attivo della Ru486.

Una rapida ricerca su internet con questa parola magica fa invece apparire due siti che la sanno lunga sull’argomento. Il primo è svizzero e spiega per filo e per segno tutto quello che occorre sapere sull’aborto farmacologico, mettendo in evidenza anche il confronto con quello chirurgico (2*). Il sito è di una associazione che si è sciolta nel 2003 ma la cui ex presidente continua a mantenere aggiornate le informazioni. Dalla traballante impaginazione si vede che è fatto da un addetto ad “altri” lavori che l’informatica, questo in un certo senso dà un imprimatur di validità dei contenuti. C’è anche una pagina di aggiornamento sugli ospedali italiani (3*) che hanno già praticato l’aborto farmacologico. Segnala anche un’organizzazione olandese (4*) che fa attività di infor mazione e che elenca i siti dove poter comprare la Ru486 “vera”, oltre ad una lunga lista di fakes.
www.womenonweb.org: il pezzo forte però è questo link, uno di quelli che fa tremare le fondamenta di San Pietro: un servizio via Internet per il teleaborto (5*), riservato ai paesi dove l’aborto è vietato. Con una procedura semplice ma efficace, la donna interessata risponde ad un questionario e riceve per posta il farmaco, sotto il controllo a distanza di un medico. Propongono una donazione di 70 Euro, che servirà a coprire le spese per chi non disponesse del denaro per comprare il prodotto. Il dominio è registrato a nome di Women On Web International Foundation, Ontario, Canada.
Un approfondimento è impossibile nello spazio di un articolo Oli, ma alla fine appare lampante l’importanza dell’accesso alla Rete per riuscire a migliorare la vita delle persone, la padronanza del mezzo di ricerca e l’abitudine di esplorare l’informazione. Possibile che La Stampa si sia perso questo sviluppo al di là del riportare la semplice notizia di agenzia?
Fate circolare queste informazioni, chissà che non arrivino nel posto giusto per salvare la vita di una giovane ragazza spaventata. E anche se viviamo in Italia, non abbiamo nulla da invidiare ai “peggiori bar di Caracas” quando parliamo di accesso democratico alla Sanità, chissà che presto Piemonte e Campania non siano inseriti nella lista dei paesi esteri serviti dal sito.

1* http://www.lastampa.it/_web/CMSTP/tmplrubriche/giornalisti/grubrica.asp?ID_blog=124&ID_articolo=903&ID_sezione=&sezione=
2* http://www.svss-uspda.ch/it/mifegyne.htm
3* http://www.svss-uspda.ch/it/ospedali_italia.htm
4* http://www.womenonwaves.org/article-445-es.html?lang=es
5* http://www.womenonweb.org
(Stefano De Pietro)

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31 Marzo 2010

Società - Rivoluzione farmaceutica in Ecuador

Peacereporter (*) e Greenreport (**) hanno pubblicato a febbraio 2010 l’ennesima importante notizia silenziata sulla stampa italiana, che nulla ha a che fare con escort e statuine del Duomo. Il Presidente dell’Ecuador Correa ha dato seguito ad un decreto legge, già approvato a Ottobre 2009, per cui lo stato ecuadoriano ritiene di essere autorizzato a produrre in casa una serie di farmaci necessari per la sopravvivenza dei suoi cittadini. Viene messo in pratica con un colpo di mano da premio Nobel un accordo che le case farmaceutiche avevano firmato ma poi sempre ostacolato, ossia la legalità di produrre i farmaci in modo autonomo, versando solo i diritti al detentore del brevetto, quando la situazione sanitaria sia disperata. E Correa considera tale quella dell’Ecuador.

In pratica, l’Istituto Ecuadoriano della Proprietà Intellettuale (IEPI) sostituirà la casa farmaceutica per fornire la licenza obbligatoria di produzione per più di 2000 farmaci nei laboratori ecuadoriani, stabilendo anche in modo unilaterale la quota spettante al detentore del brevetto internazionale, che non potrà comunque superare il 10% dell’utile della vendita in Ecuador (non del prezzo di vendita). In pratica, alcuni farmaci considerati salvavita e inaccessibili a molti malati in un paese dove la sanità è di fatto privata, subiranno un crollo dei costi anche di 5 volte. Prima di questo decreto, l’Ecuador si vedeva costretto ad acquistare l’85% dei farmaci dall’estero.
Il Brasile accenna ad allinearsi con l’Ecuador, Cuba aveva già in passato stretto una solida alleanza con Correa per la condivisione dei laboratori dei due stati. Si attende adesso la mossa di Chavez, così come della Colombia del dopo Uribe, che proprio in questi tempi sta subendo le conseguenze di una legge che obbliga gli ospedali a verificare lo stato di solvibilità dei malati, lasciando quindi sul classico marciapiede migliaia di persone a reddito zero che non sono in grado di accedere ai servizi sanitari (***), ma al tempo stesso defiscalizza gli utili derivanti dal sistema “corride” e vieta i cortei animalisti di protesta.
Con il commercio globale gestito su Ebay e su altri siti similari sudamericani, anche per noi europei si delinea forse la possibilità di accedere ad alcuni farmaci a costi di libera concorrenza, non dettati dalle necessità di quotazione di borsa. Tenendo conto, comunque, che svuotando a forza il barile del pirata si rischia di restare tutti senza rhum, ovvero senza la ricerca che viene comunque finanziata dal prezzo di alcuni farmaci “da banco”, apparentemente abnorme rispetto al costo industriale.
Tocca adesso alla politica internazionale il duro lavoro di riequilibrare la bilancia, a favore di tutti.

*http://it.peacereporter.net/articolo/20212/Ecuador:+produzione+libera+di+farmaci+brevettati

** http://www.greenreport.it/_new/index.php?page=default&id=%201782

*** http://www.nuovacolombia.net/Joomla/index.php?option=com_content&view=article&id=359:2712-il-governo-colombiano-dichiara-lemergenza-sociale-per-la-crisi-finanziaria-nella-sanita&catid=8:accordo-umanitario
(Stefano De Pietro)

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3 Marzo 2010

Sanità - Il caro-dente che svuota gli studi

“Oggi ho ritirato la mia nuova Ferrari” – “Io invece ho prenotato le vacanze a Tahiti” – “E’ nulla rispetto alla mia nuova dentiera!”, naturalmente per chi se la può permettere. Un articolo sul Secolo (*) mette l’accento sull’allarme che i dentisti italiani stanno lanciando: la crisi fa scappare la gente dagli studi, è in preoccupante aumento il numero di persone che non si curano più le carie. Non mi sembra una notizia da scoop giornalistico, la spiegazione è alla luce del sole, sta nel sito Soldi Blog (**), il quale riporta dei numeri più interessanti della mera valutazione del numero di italiani che marina il dentista: i numeri dei costi per curarsi una carie, comparati in Europa.

I dentisti italiani stanno nell’Olimpo del male, sono tra i più cari d’Europa con un secondo posto da vergogna. Italiani, inglesi e spagnoli si collocano all’incirca allo stesso – altissimo – livello, in coda sono i paesi dell’est Europa, dove evidentemente i regimi comunisti di un tempo hanno lasciato una traccia di valenza sociale rilevante: siamo a 9 centesimi/minuto in Ungheria, più di 200 centesimi/minuto da noi (9 a 200 è come dire 20 volte di più). Un’otturazione costa 46 euro in Francia, 135 da noi. Il biglietto pullman Genova-Nizza e ritorno costa 50 euro (***) ... si risparmia e si fa anche una bella gita oltralpe, in un paese civile che ci tiene ai denti dei propri cittadini. Andando in Ungheria, poi, il biglietto potrebbe essere di sola andata: le cliniche odontoiatriche sono anche accoppiate con le SPA di relax e salute olistica.
Che sia che l‘Ordine dei medici che in Italia si preoccupa solo delle tariffe minime (e non di quelle massime) trovi il suo giusto epilogo per morte naturale dovuta alla crisi, in attesa di un cambiamento che la solita politica sembra non riuscire a ottenere da tempi biblici? Quando succederà, prevedo già il titolo sul Secolo, “I dentisti dell’Est aprono studi in Italia a costi popolari”: un’altra vera Buona Notizia per i bus atei.

* http://ilsecoloxix.ilsole24ore.com/p/genova/2010/02/26/AMU8hOQD-allarme_cura_dentisti.shtml
** http://www.soldiblog.it/post/1649/dentisti-italiani-tra-i-piu-cari-d’europa
*** http://www.nice.aeroport.fr/acces_stationnement_it/bus/recherche.asp?dest_id={6D14C93B-CD4F-41D1-B269-0305751B4381}
(Stefano De Pietro)

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16 Febbraio 2010

Salute mentale - Un cono d’ombra nel filmato su Basaglia

Un bel vedere, finalmente, Franco Basaglia in televisione, in prima serata, nello spazio riservato alla sterminata platea di teleutenti, comodamente seduti nelle loro tiepide case. Una bella storia, ben raccontata, felicemente recitata, articolata con tempi e cadenze credibili. Un filo rosso, ben visibile, che si dipana dal groviglio e si disseppellisce dalle nebbie, ci restituisce il senso della riuscita lotta di un manipolo di coraggiosi e sapienti contro uno dei luoghi più emblematici dell'esclusione sociale delle persone più fragili, colpevolmente sequestrate in un mondo di umiliazione e violenza.

Operazione riuscita dunque, televisione di qualità informativa ed educativa, toni coinvolgenti. E impegno su temi che più profondamente hanno fatto discutere la società italiana e mondiale negli ultimi 10 anni: la considerazione delle persone portatrici di male mentale, i luoghi della cura, il valore delle scienze biologiche e umane, il significato della repressione sociale o della liberazione. Narrazione limpida e storicamente documentata del percorso italiano che, unico al mondo, ha portato alla chiusura dei manicomi. Uno dei pochi fatti rilevanti nel campo della salute mentale negli ultimi decenni. L’ha detto l’O.M.S. nel 2003, e ci sono numerosissimi studi epidemiologici che lo attestano.
Si potrebbe dire che si è materializzato nel piccolo schermo un percorso di prevenzione di massa nel campo della salute mentale e un utile intervento di lotta allo stigma, al marchio che segna la condizione umana e il destino dei sofferenti nella psiche e delle persone che sono in relazione con loro.
Come fondamentale operazione di prevenzione e di cura e momento di rottura delle catene visibili e invisibili è stata la chiusura dei manicomi.
Ma c’è un però, un punto oscuro, qualcosa che segnala una debolezza o ancora più seriamente una inversione di sensibilità. Ed è, a nostro avviso, il cono d’ombra in cui, nel filmato, sono state posti le assistenti sociali e gli assistenti sociali ( è professione in assoluta prevalenza femminile, per questo comunemente si dice al femminile).
Nello scorrere della storia sono citate soltanto due volte ed entrambe le volte con connotazioni negative. La prima quando si citano i titoli mancanti a Franca Basaglia per poter essere assunta a Gorizia: “non è psicologa - si dice – neanche assistente sociale”, con quel neanche che dà una coloritura da ultima cosa del mondo. La seconda quando viene rappresentata la classica figura dell’assistente sociale, indurita dalla vita, arcigna e anaffettiva, che toglie i bambini senza se e senza ma all’infermiera più appassionata e più appassionante che ha seguito Basaglia e i suoi pazienti a Trieste.
Eppure le assistenti sociali hanno avuto un ruolo determinante nella destrutturazione dell’istituzione totale, nella rottura degli assetti gerarchici di potere che la governavano, nel farsi portatrici in carne ed ossa di quei bisogni sociali che tanto turbano gli “scienziati” asettici e di potere e degli umanisti dell’onnipotenza parolaia. E un ruolo ancor maggiore lo hanno avuto nella costituzione di equipes multiprofessionali che potessero prendere in carico bisogni esistenziali profondi e radicali e aprire la strada all’affermazione di diritti umani, civili e sociali, nei luoghi dove erano stati più calpestati. Hanno vestito i denudati, hanno faticosamente ricostruito l’autonomia alimentare, motoria ed espressiva di persone regredite, hanno ricostruito reti di protezione sociale negli opachi meandri della burocrazia, hanno collaborato a valorizzare capacità e talenti nel campo del lavoro e della interazione sociale, hanno contribuito a dare spessore materiale e sociale all a parola che veniva ridata ai muti per mutilazione. Perché la malattia mentale parla e ci parla.
Ma poi sono arrivati i nuovi miti scientisti, la richiesta di efficienza dettata dal mercato, l’aziendalismo, la ricostruzione delle gerarchie e con esse la nuova corporativizzazione delle professioni, con conseguente rottura dell’agire cooperativo.
Ma questa è storia dell’oggi. Del domani non si sa, dipende da noi.
Allora non vorremmo che il cono d’ombra rilevato nel filmato - il però - fosse un segno dei tempi, un anti – sociale indicatore di tendenza.
(Angelo Guarnieri)

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20 Gennaio 2010

Anziani - Al Pronto Soccorso non è emergenza ma cronaca quotidiana

Durante la settimana scorsa una serie di articoli di cronaca cittadina hanno denunciato l'”emergenza anziani” al Pronto Soccorso dell'ospedale San Martino (“Soli, malati, parcheggiati al San Martino” - Repubblica-Lavoro 15 gennaio 2010, “Teresa e gli altri parcheggiati in corsia, il Pronto Soccorso è l'ultimo rifugio” . Repubblica-Lavoro 16 gennaio). Che non sia un emergenza, ma una situazione cronica, può essere testimoniato dalla cronaca di una notte in corsia nell'ospedale di Villa Scassi. Durante un colloquio con un'infermiera era stata menzionata la stessa percentuale di ricovero di anziani, affetti da patologia croniche, che è stata riportata dall'inchiesta di Repubblica, il 30%. Una persona su tre, tra chi si rivolge al Pronto Soccorso, non dovrebbe essere curata in quella sede, ma non ha alternative valide.

Ottobre 2009, Pronto Soccorso di Villa Scassi. La corsia è silenziosa, si sente qualche respiro affannato, ma tutto sommato si potrebbe riuscire a dormire, nonostante le luci bluastre.


Da tre giorni dormo su una barella, la mia stanza è l'estremità di un corridoio, sono fortunata perchè una tendina, striminzita ma sufficiente, mi consente di avere una parvenza di intimità. Meno fortunato è il ragazzo plurifratturato che se l'è scampata bella, facendo arrampicata libera, e che ora sta proprio in mezzo al corridoio, coperto solamente da un lenzuolo ed infreddolito, dal momento che sono finite le coperte. E la ragazza con le coliche che si aggira sofferente nella notte, alloggiata all'incrocio tra due zone del pronto soccorso.
Noi più giovani siamo sistemati fuori dalle stanze, dentro ci sono anziani, allettati da tempo, habituée del pronto soccorso, in attesa di trasferimento ad un altro reparto. Faccio amicizia con una signora, la cui stanza si affaccia proprio alla mia porzione di corridoio. Sopravvissuta a plurime operazioni, alla chemio, e ad un problema cardiaco, si trova qui perchè al reparto dove dovrebbe fare i controlli di rito non c'è posto per ora. Ha 82 anni ed è forte e lucida, preoccupata per la sorella di poco più giovane che ha lasciato febbricitante a casa; ognuno è per l'altra assistente ed assistita. La camera successiva ospita un uomo allettato, che ha superato i novant'anni e non si capacita di dove si trovi, l'unico barlume di coscienza delle sue giornate appare quando l'anziana moglie lo viene a trovare. Poco oltre, una donna, poco più che settantenne e legata al letto, ha perso da anni ogni contatto col mondo, articola ogni tanto qualche suono in un linguaggio di cui è l'un ica depositaria.
La notte si fa movimentata. Un'anziana donna parla con gli infermieri “Ma io sto male, ricoveratemi, prendetemi la pressione”. Passeggia per la corsia contorcendosi nervosamente le mani, e con un tremolio nella voce reclama medicinali ed assistenza. Dalle risposte degli infermieri capisco che è una conoscenza abituale. Le dicono “Vada in saletta a farsi visitare dai medici”, ma lei è già stata visitata, ed è stato escluso il ricovero. “Ma io sto male, mi sento male, fatemi sedere, prendetemi la pressione!”. Ripete la frase come un mantra mentre passeggia per la corsia.
Appena il silenzio sembra essere tornato, un tonfo secco mi risveglia dal torpore, mi alzo e accorro nella stanza accanto al mio letto, la mia vicina ottantaduenne è caduta rovinosamente a terra e non riesce a rialzarsi. Premo il campanello e “Signora, adesso arriva l'infermiera” la tranquillizzo. Passano i minuti e l'infermiera non arriva. La giro in posizione un po' più comoda e corro in infermeria; la ragazza, gentilmente, mi dice che stava appunto arrivando, questione di un minuto. Ritorno in camera, mi faccio coraggio, la tiro un po' su. Con calma, l'infermiera arriva e la riportiamo insieme sul letto. Dal tonfo mi pare che sia passata un'eternità.
Provo a rimettermi a dormire, ma ricomincia il mantra dell'anziana vagante in corsia in preda all'ansia “Se non mi ricoverate, datemi almeno da mangiare”.
(Eleana Marullo)

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24 Giugno 2009

Psichiatria - Il campetto psichiatrico del San Martino

“Campus psichiatrico”. Di questo ha parlato Gianni Orengo, direttore Sanitario di San Martino, riferendosi ad un progetto, in fase di realizzazione, all’interno dell’ospedale. Il concetto richiama scenari spaziosi, ma nel merito la stampa genovese non ha dato informazioni dettagliate. Si suppone tuttavia che Orengo si sia ispirato ad un modello, nei fatti difficile da rintracciare, ma di cui indichiamo di seguito quelli che potrebbero essere alcuni elementi fondanti che ci sono stati dati dagli USA. Simile a un Campus Psichiatrico è un luogo in grado di accogliere diverse tipologie di pazienti. E’ immerso nel verde. Al suo interno quattro, cinque palazzine basse ospitano bambini – per i quali è prevista l’attività scolastica – adulti, pazienti in fase acuta e non.

Il numero dei malati varia in base alla grandezza del luogo. Possono ricorrervi sia cittadini coperti solo da medicaid (assicurazione federale per non abbienti) sia pazienti lavoratori coperti da assicurazione privata.
E’ previsto il contenimento del paziente in fase acuta – se necessario - utilizzando dei protocolli medico-legali molto rigidi.
Le attività di gruppo sono uno degli elementi centrali per il recupero del malato. La giornata è scandita da momenti precisi: sveglia mattutina, incontro aperto, di gruppo tra pazienti e terapeuta per parlare di stati d’animo, effetti e posologia dei farmaci e numerose attività volte al recupero del malato. L’obbiettivo è ridurre al minino l’ospedalizzazione attraverso supporto terapeutico, consapevolezza e controllo dei farmaci.
Ogni paziente ha un quaderno nel quale appuntare quello che prova. E’ incentivato il supporto reciproco tra i malati, capacità di ascolto ed accoglienza del dolore. E’ sempre presente uno staff paramedico al quale rivolgersi in caso di necessità.
Arte terapia, meditazione yoga, gruppi di autostima, psicodramma, gruppi specifici per tossicodipendenti sono la base del percorso psichiatrico. Vanno aggiunte le passeggiate in piccoli gruppi, attività sportive supportate attraverso il trasferimento dei degenti nelle palestre con un pulmino, attività di giardinaggio e di cucina. Lo staff, in team, organizza attività in spazi adeguati. Convivono nei gruppi diverse tipologie di malati. Il campus dispone di sala TV, sala lettura, sala per attività artistiche, mensa. Ogni componente dello staff ha un ruolo e un compito preciso. Lo scopo è fare in modo che il paziente non resti prigioniero della propria malattia. Per questo l’attività di una giornata è programmata di ora in ora.
Si può fumare all’aperto tra un’attività e l’altra. Sono previsti tempi per i fumatori, circa 15 minuti. La sigaretta viene accesa esclusivamente dal personale di reparto che controlla accendini e tutti i materiali che possono generare pericolo alla comunità.
Sono vietati i telefoni cellulari, ma è previsto un telefono di reparto per telefonate da e per i pazienti che devono sostenere il costo delle chiamate.
Lungi dall’essere SPA, questi luoghi di cura – nei quali il dolore comunque non è cancellato – si ispirano a quanto stabilito per il recupero del malato dall’American Psychiatric Association. In fase di dismissione il paziente può ricorrere ai centri diurni, dove viene accolto generalmente dalle ore 9 alle ore 15. Qui pranza, incontra i medici e partecipa a gruppi orientati alle sue problematiche. I luoghi di cui dispone San Martino (vedi padiglione 11) non appaiono consoni a progetti di questo respiro. Quelli esistenti nella regione (vedi cartolarizzazione di Villa Raggio di Via Pisa, Ospedale di Pratozanino a Cogoleto candidato per le olimpiadi giovanili del 2011, Quarto) sembrano dispersi.
Ma forse c’è stato un errore e di “campetto psichiatrico” si voleva parlare.
(Giovanna Profumo)

Posted by Eleana at 19:43 | Comments (0)

Informazione - L'anoressia spiegata ai media

Attraverso la prima pagina dei quotidiani online ci si imbatte ormai con frequenza nell'incubo anoressia gridato dalle braccia troppo esili della Paris Hilton di turno o nel dimagrimento malsano-miracoloso di Lindsay Lohan dovuto al cibo-spazzatura. Non c'è scampo neanche dal sito della propria web mail, prima ancora di raggiungere la casella di posta elettronica si è rassicurati che Katie Holmes, la moglie di Tom Cruise, è dimagrita sì molto, ma a causa dello stress lavorativo.
Gli allarmi lanciati nella rete sono solitamente corredati da nutriti album di fotografie, sulle quali gli occhi anoressico/bulemici indugiano con desiderio ed attenzione.

È importante sensibilizzare attraverso l'esempio, coinvolgendo persone che hanno superato o imparato a convivere con la malattia, ma è essenziale comprendere che le immagini di corpi fragili dalle linee cubiste contribuiscono a sviluppare una mitologia agli occhi del malato.
L'informazione dovrebbe sapere che i disturbi alimentari si accompagnano ad un disturbo di immagine, inteso come falsata percezione di se stessi. Chi è affetto da anoressia o bulimia è incapace di vedersi e realizzare le dimensioni del proprio corpo, al contrario, si sente sempre fuori forma e con una taglia in più. Alla personale inadeguatezza risponde la perfezione delle foto, che siano di una testimonial della campagna contro l'anoressia di 35 kg di peso o di una sana modella con la quarta di reggiseno.
La restrizione assoluta di un anoressico e la fame smisurata seguita dal colpevole rigurgito di un bulimico non sono motivate dalla copertina di Vogue. Le fotografie sono una semplice manifestazione della perfezione a cui una persona sofferente anela.
La maniacale attenzione che l'anoressico rivolge al proprio peso è motivata dalla necessità di una approvazione assoluta, che soddisfi un'incolmabile mancanza di stima in se stessi e nelle proprie capacità. Per assurdo, soffrono spesso di queste patologie quelle persone alle quali non è stato necessario "chiedere mai", perché sempre responsabili e determinate sul lavoro, servizievoli in famiglia, brillanti a scuola.
L'obbiettivo, l'infallibilità dei sentimenti e l'eterna accettazione, viene raggiunto mantenendo il proprio peso sottocontrollo, verificando il menù composto da mele golden e gallette di riso al grammo ed irrorando il tutto di iperattività su tutti i fronti. Quest'ultima si lega spesso nel caso delle donna al ribaltamento del ruolo femminile nella società, non più solo madre e casalinga, ma anche donna d'affari, sportiva e con una vita sociale attiva. L'attenzione esasperata al cibo pone dei limiti insormontabili ad una sana socialità e condivisione della quotidianità con gli altri, il moto perpetuo si dissolve in una serie di compiti da svolgere in modo rigoroso e distante dagli altri. Al danno la beffa, una informazione infarcita di fitness, successi e spadellamenti in cucina.
Probabilmente per sensibilizzare l'opinione pubblica sulla realtà dei disturbi alimentari sembrano sufficienti questi articoli usa e getta. In realtà si rischia di banalizzare la complessità di questi problemi, allontanando i possibili interlocutori.
Non è ingrassando le modelle che si sfonda il muro del corpo dietro il quale gli anoressici/bulemici si sono barricati. L'invisibilità dell'effetto non elimina la causa, solo attraverso la sua comprensione, di cui un'informazione responsabile si dovrebbe far portavoce, si può fare un passo avanti verso la risoluzione di questi disagi.
(M. Alisia Poggio)

Posted by Eleana at 19:38 | Comments (0)

16 Giugno 2009

Psichiatria - Oltre le gabbie

Dichiarazioni stampa relative alla nota di OLI 228, ripresa da Marco Preve su Repubblica il 4 giugno u.s. sulle condizioni della clinica psichiatrica: “Si sta provvedendo alla ristrutturazione dei reparti psichiatrici” dichiara il direttore sanitario di San Martino Gianni Orengo “Questo vuol dire che presto la clinica verrà trasferita e nel frattempo abbiamo già ridotto il numero dei ricoverati. Sono state avviate le procedure di gara per portare la clinica al padiglione 11, dove si trova già - in locali ristrutturati - il Servizio Psichiatrico di Diagnosi e Cura della Asl 3. L’idea è quella di creare un campus psichiatrico, con la clinica che occuperà i locali del piano superiore. E in quel contesto ci sarà a disposizione un vero e proprio parco, con spazi ampi da dedicare ai pazienti”. E precisa: “Ci sono dei problemi, si possono criticare le scelte e trovare percorsi diversi, ma questo, vorrei essere chiaro, non mette in discussione i principi della legge Basaglia”.

Paolo Pescetto, Presidente Provinciale dell’Associazione Ligure Famiglie Ammalati Psichiatrici invece commenta così la notizia della gabbia per fumatori: “sono scandalizzato, ma non sorpreso”. Il recinto è simbolo delle condizioni in cui versa la malattia psichiatrica nel paese. L’ “isolamento” è “totale” a partire “dalla mancata applicazione della legge Basaglia” e denuncia che il “paziente psichiatrico, quello non grave o di media gravità, una volta fuori dall’ospedale è solo. Tutto il peso grava sulla famiglia ristretta”.
Aggiunge Pescetto che “in provincia di Genova ci sono ben tremila malati psichiatrici accertati” ma il problema non interessa a nessuno, non fa notizia. E non porta voti.
Gualtiero Guerrini presidente ligure della Società italiana di psichiatria risponde “l’idea del giardino in sé era buona, naturalmente. Ma la soluzione adottata è decisamente non idonea.” Sul problema in generale dichiara che “la battaglia più grande è quella di superare i pregiudizi”.
L’assessore regionale alla sanità Claudio Montaldo dice: “L’obiettivo del primario di avere un’area esterna per i fumatori era apprezzabile. Ora vedremo se nella ricerca di una soluzione se ne potrà trovare una che possa evitare questo aspetto della recinzione”.
Come botti di capodanno le dichiarazioni di chi guida enti e strutture coprono le pagine di Repubblica per due giorni di fila ed affrontano principalmente il problema della gabbia costruita per i fumatori alle spalle del reparto e mai utilizzata. Manca una riflessione profonda su metodo e programmi. A questo punto sarebbe interessante sapere cosa si intende per “campus psichiatrico” e di quali contenuti è portatore il progetto e con quali tempi.
Preme inoltre sapere – fatti salvi i contenuti della legge Basaglia – quali siano gli atti concreti con i quali i responsabili della sanità la stanno applicando. Quali investimenti sono previsti per i prossimi tre mesi, in pieno periodo estivo – sia in ospedale sia in fase di dimissione - a sostegno dei malati e delle loro famiglie “ristrette” che, come dichiara il loro rappresentante, sono sole, poiché “le turbe mentali provocano l’allontanamento del sostegno sociale, dei parenti, dei vicini di casa, delle conoscenze”.
(Giovanna Profumo)

Posted by Eleana at 23:20 | Comments (0)

Migranti - Basterebbe una circolare

Scade il permesso di soggiorno, e contemporaneamente scade anche l’iscrizione del cittadino immigrato al Sistema Sanitario Nazionale.
Una iscrizione temporanea (che dura tre mesi) si può avere portando alla ASL la ricevuta della domanda di rinnovo del permesso di soggiorno, e finalmente, quando arriva il permesso, l’immigrato dovrà tornare ancora una volta alla ASL, per avere una iscrizione ancora una volta pari alla durata del permesso. Ma molto spesso, dati i lunghissimi tempi del rinnovo, una iscrizione temporanea non basta, per cui è necessario tornare alla ASL più volte per rinnovarla. Un andirivieni che ingrossa le code alla ASL, aumenta la mole di lavoro agli sportelli ed irrita gli anziani che devono stare in coda per più tempo, non tutti possono avere la sedia, qualcuno pensa che la colpa è degli immigrati.


Ogni volta poi si perdono soldi, perché bisogna chiedere il permesso non retribuito al datore di lavoro. Non solo, ma quando accade che un membro della famiglia ha bisogno di cure durante una di queste fasi di scadenza, viene meno il diritto alla cura.
Come mai continua ad essere applicata una procedura vecchia, che risale al periodo precedente all’entrata in vigore del Testo Unico (D.L. 286/98)? Le norme attuali infatti prescrivono che gli immigrati regolari “Hanno parità di trattamento e piena uguaglianza di diritti e doveri rispetto ai cittadini italiani per quanto attiene all'obbligo contributivo, all'assistenza erogata in Italia dal Servizio sanitario nazionale e alla sua validità temporale” (art. 34, comma 1). Inoltre, il Regolamento d’attuazione del testo Unico, modificato dal D.P.R. n. 334 del 18 ottobre 2004, dispone chiaramente che “L'iscrizione non decade nella fase di rinnovo del permesso di soggiorno.” (art. 42, comma 4).
E’ evidente, che la durata dell’iscrizione al S.S.N. degli immigrati regolari deve essere a tempo indeterminato come quella del cittadino italiano e non ci deve più essere una data di scadenza sul tesserino sanitario. A Milano qualcuno ha fatto la proposta indecente dei posti riservati ai milanesi nella metro, va a finire che a qualcuno verrà in mente di proporre corsie differenziate agli sportelli delle ASL…
Eppure per evitare una trafila inutile e umiliante ai lavoratori immigrati, un disagio ai loro datori di lavoro, oltre che ai lavoratori e agli altri utenti della ASL, basterebbe una circolare dell’assessorato regionale alla sanità che prescriva l’applicazione della legge. Perché non viene fatta?
(Saleh Zaghloul)

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2 Giugno 2009

Psichiatria - Diagnosi ricovero e posologia ma senza troppi ideali

Hanno costruito alle spalle del reparto una gabbia per polli. Ha le grate alte e verdi, del colore delle persiane genovesi, e un cancello. Gli infermieri lì non li vogliono portare. Dicono sia umiliante. Spiegano che sarebbe il pollaio per farli fumare. Se ci si affaccia dalla sala da pranzo il “pollaio” si vede: sembra il giardinetto di un asilo. Nella sala da pranzo il problema fumo è ampiamente superato dalle patologie, la sigaretta qui è sostenuta, fornita in gran quantità da parenti e amici che provvedono alle scorte anche di chi è solo e dimenticato.

A far da posacenere bicchieri d’acqua pieni a metà, colmi di cicche. In sottofondo, protetta con una griglia e posta su una mensola in alto, la TV lancia immagini distanti e difformi del paese. Qui filtra solo il necessario: biancheria, qualche dolce – talvolta condiviso con gli altri – il cellulare, gli spiccioli per il caffè e, appunto, le sigarette. Alla macchinetta delle bevande i degenti vanno sotto lo sguardo del personale, per poi sostare dieci minuti - durante l’orario di vista - su un panca antistante l’ingresso del reparto, in pigiama o in tuta, la ciabatta che dondola sul piede. Tra loro si conoscono, fanno rete, selezionano solidali e rompiscatole e si ascoltano. Nella griglia finiscono gli infermieri più buoni e meno buoni, a seconda dei turni e del carattere. Tristezza e rabbia qui vengono curate con i farmaci. La follia è sedata, allora sguardi, parole e gambe rallentano e inciampano come se qualcuno si divertisse a far loro lo sgambetto. Si dorme e si mangia. I più vitali sistemano le sedie e mettono le tovaglie – più simili a lenzuoli – sui tavoli poco prima del pranzo e della cena. Alcune portate, suddivise per paziente, vengono regalate dagli inappetenti ai più golosi in base all’amicizia e alla solidarietà. Qui il dolore è così tanto e libero che sbatte addosso come un muro. Le finestre delle stanze al pianterreno hanno i vetri zigrinati, l’esterno non è accessibile nemmeno allo sguardo ed è una luce bianca quella che filtra del giorno. Quando il reparto è pieno, l’angoscia stanzia su un letto in corridoio in attesa di sistemazione, nove volte su dieci dorme. In reparto non sono previste attività: non si disegna, non si scrive, non sono proposti libri e nemmeno film. Non si fanno maschere di carta pesta e nessun attore passa a recitare qualche brano. L’emergenza psichiatrica qui può durare anche tre settimane e oltre nell’attesa che i farmaci facciano il loro lavoro. E’ l’emergenza del presente, senza troppi ideali, che ricompone il malato e lo restituisce all’esterno con la posologia di cura più adatta alla diagnosi.
In Clinica Psichiatrica la legge Basaglia è rimasta fuori del reparto, nessuno ci creda ancora.

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27 Maggio 2009

Anziani - Dal pubblico al privato l’assistenza passa di mano


C’è qualcosa di male, in sé, nel fatto che l’assistenza agli anziani sia gestita da buone strutture private? No, salvo un dettaglio. E cioè che l’avanzata dei privati si sta accompagnando al disfacimento del nucleo pubblico che con la sua offerta aveva il compito di dettare modi e regole di questo mercato.
La gestione diretta di una quota di assistenza, hanno sostenuto tutti gli esperti interpellati nel corso di questa piccola inchiesta (OLI: 219, 220, 224, 225, 226) è la condizione essenziale per poter esercitare con autorevolezza un ruolo di regolazione e controllo.

Invece sul fronte del “pubblico” è in atto da tempo la grande ritirata: le “storiche” Ipab Doria e Brignole lasciate marcire fino all’irrecuperabile; la creazione nel 2003 di una “Azienda Pubblica di Servizi alla Persona” gestita dalle istituzioni pubbliche con una mancanza di convinzione che traccia, fin dall’inizio, un destino a perder e.
Nel 2008 l’ulteriore passo verso il vuoto: cessione di tutto il personale infermieristico alla ASL3 con una irrecuperabile perdita di competenze, ed una immaginabile ricaduta nel rapporto con i ricoverati; il ripianamento del deficit affidato alla speranza di vendita di un patrimonio immobiliare storico che non potrà mai più ricostituirsi; due strutture cedute alla Asl3, e settanta posti letto già assorbiti dai privati.
Uno di questi - tanto per fare un nome - è Piero Micossi, ex assessore alla sanità nella giunta Biasotti e, dal 2003, amministratore delegato di “Holding Sanità e Servizi”, società che come si legge nel sito (www.gruppohss.it) “prevede un forte ampliamento di presenza territoriale attraverso sia l’acquisizione di strutture esistenti che il lancio di nuove strutture in tutte le aree operative”. In Liguria la holding di Micossi non solo gestisce già 396 posti letto per anziani, suddivisi in sei strutture (Chiavari, Favale, Botasi, Sanremo, Riva Ligure, Rivarolo) ( http://www.hs2.it/gestionersa.shtml), ma manifesta un notevole attivismo nel contattare gestori di strutture esistenti per proporre un passaggio di mano. L’inaugurazione più recente, celebrata in grande spolvero, è quella della struttura “La sacra famiglia” di Rivarolo, che ha avuto il privilegio di una procedura di accreditamento insolitamente rapida. Pare che la qualità della residenza sia ottima. Di certo ottima è la stampa di cui gode sul sito del P.D. ( http://www.partitodemocraticogenova.it/public/news/notizie_1546.asp).
Dal “pubblico” invece solo notizie scoraggianti: Michela Costa (storica dirigente della ASP Brignole) a fine 2008 lascia, mentre la direzione passa ad un dirigente regionale prossimo alla pensione. Auguri.
(Paola Pierantoni)

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20 Maggio 2009

Anziani - Alzare le coperte per vedere cosa c’è sotto

I costi della assistenza sanitaria agli anziani nelle strutture convenzionate sono a carico dei cittadini (bilancio Regione). Il tetto di spesa fissato per il 2008 in Liguria è stato, per l’esattezza, di 79,9 milioni di euro:il 2,5 % dei 3.140.650.000 del bilancio regionale destinati alla sanità (il 72 % del bilancio generale). Tanto o poco? E specialmente: qual è la qualità del servizio ricevuto dagli anziani che ne fruiscono?

Michela Costa risponde: “da un po’ di tempo in qua, se salta fuori qualcosa è per via di un intervento dei NAS: gli unici che, a seguito di qualche segnalazione, ci vanno a controllare. Fino a qualche anno fa c’era invece un servizio di controllo molto efficiente da parte della Asl3, lo dirigeva Marina Petrini. Aveva adottato, tra gli altri, un indicatore infallibile: l’insorgenza delle paghe da decubito. Se un ricoverato è trattato come si deve, le piaghe non si presentano e, se ci sono (spesso dopo un ricovero ospedaliero), si fanno recedere”.
Marina Petrini conferma. La legge regionale 20/99 (www.regione.liguria.it/leggi/docs/19990020.htm) prescrive, oltre ai controlli all’atto della autorizzazione di una struttura, una vigilanza annuale, nulla a che fare però con un vero controllo dello stato dei ricoverati (“alzare le coperte e vedere cosa c’è sotto”). Agli inizi degli anni Novanta era stato creato un sistema di controllo, la “Unità di valutazione geriatrica”, che prevedeva il controllo delle strutture da parte dei geriatri di zona. Ogni tre mesi in tutte le strutture e mensilmente nelle cosiddette residenze sanitarie di “prima fascia” (pazienti “post acuti” dimessi da un ospedale). Per le strutture che dimostravano un buon livello di qualità della assistenza c’era un premio. Principale criterio di attribuzione la mancata insorgenza di lesioni da decubito.
Non solo premi: anche provvedimenti di sospensione temporanea dell’accreditamento per le strutture scoperte in fallo. “Il solo fatto che esistesse questo controllo – spiega Petrini – bastava a metterle in riga: ci pensavano bene prima di perdere, anche solo temporaneamente, la convenzione”.
Intorno al 2003 (giunta Biasotti) il controllo è scomparso per non più ricomparire (giunta Burlando): una sparizione bipartisan frutto – apparentemente – di distrazione o della logica delle economie interne. Ma è una risposta che non convince: l’assistenza agli anziani è un business – ancora più succoso in una regione dove di anziani ce n’è tantissimi – e l’azienda privata ha fatto presto a scoprirlo. Il fatto che salta agli occhi è che “guardare sotto le coperte” è passato di moda proprio da quando il “privato” prende sempre più spazio sul campo dell’offerta.
(Paola Pierantoni)

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Lettere - Perchè il Brignole va in malora

Molto d'accordo con le opinioni di Michela Costa (OLI 225 – Nella nebbia della quote).
Però ci si dimentica che con 37 €/giorno si fa mangiare, dormire, riscaldare etc. non solo l'Anziano non-autosufficiente, ma anche 2/3 di Persona addetta. Infatti al Brignole, data la gravità media degli Ospiti, ci sono 2 Addetti ogni 3 ospiti..
E il numero di Addetti per Ospite è determinato dai DRG, quindi non si possono ridurre. Ci si meraviglia se un'Azienda in cui non sono liberi né i costi né i ricavi, dopo qualche anno va in malora?
(Gin Migone)

Posted by Eleana at 08:16 | Comments (0)

13 Maggio 2009

Anziani - Nella nebbia delle quote

-Mi scusi ho un anziano da ricoverare…
-Ecco qui un elenco di una trentina di strutture che fanno il caso suo. Può anche scaricarselo da internet (http://www.asl3.liguria.it)
-Ma le differenze… il costo, l’assistenza ad esempio…
Sono un funzionario pubblico e non posso favorire nessuno. Bisogna che sia lei a telefonare.

L’impiegata sorride gentile. Possibile che non esista un elenco delle strutture convenzionate con relativa diaria giornaliera? E che uno che si trova già nella m. fino al collo debba mettersi al telefono, fare ore di attesa con musichetta e rinvii per poter essere informato d’una cosa ufficiale? Il fatto sembrava impossibile anche a Michela Costa che nel 2008 - ancora direttore generale del Brignole, quelle informazioni aveva cercato per confrontare (quanto variavano, quali servizi garantivano) la tariffa del “suo” istituto con quelle degli “altri”. (OLI 224 - Assistenza - L’emergenza anziani in una città di vecchi)
La tariffa di 40 € in vigore da poche settimane al Brignole (prima era di 37), era a suo parere insufficiente a coprire i costi di cibo, pulizie e assistenza non sanitaria. “Il nostro problema più grande era l’inadeguato riconoscimento dei costi sanitari, ma anche l’aspetto alberghiero dava il suo contributo al deficit. Anche perché al Brignole, tranne il servizio a richiesta di guardaroba personale, nulla era a carico del ricoverato. Ma la nostra era una struttura pubblica, dovevamo offrire un servizio accessibile anche a chi di soldi ne ha pochi, non potevamo addebitare agli utenti il costo pieno”.
La media delle tariffe praticate dalle strutture convenzionate oscillava tra i 40 e i 60 euro al dì: una differenza sensibile rispetto alle entrate del Brignole. Marina Petrini (direttore del Distretto sanitario medio Ponente) conferma la nebbia che avvolge il rapporto tra soldi chiesti e servizi forniti, e sottolinea la questione dei servizi non inclusi (cita un caso in cui veniva fatta pagare a parte anche l’acqua calda) che finisce per avere una incidenza aggiuntiva tutt’altro che trascurabile ( vedi tabella).
Basterebbe, dice, che quando viene fatto il protocollo di accreditamento venisse chiesto alla struttura cosa è incluso, e cosa è escluso dal prezzo. Per poi comunicarlo agli utenti. Un discorso “da casalinga” - aggiunge - che però non viene fatto.
I costi della assistenza sanitaria nelle strutture convenzionate sono coperti dalla Regione: in misura complessivamente adeguata secondo Marina Petrini, inadeguata invece secondo Michela Costa, specialmente se una struttura (è il caso del Brignole) deve farsi carico di persone con forti esigenze di assistenza sanitaria, come i ricoverati in riabilitazione post ospedaliera (in aumento per la tendenza a dimissioni sempre più precoci). L’ammontare complessivo in Liguria è di circa 67 milioni di euro all’anno, il 2,2 % dei circa 3 Md € del bilancio sanitario regionale; la metà, circa trentaquattro milioni di euro, è assorbita da Genova, per i suoi 2300 ricoverati anziani. Cifra considerevole anche se insufficiente a soddisfare la richiesta (si parla di liste di attesa di un anno / un anno e mezzo).
Domanda: quali sono i metodi e i parametri adottati per esercitare il controllo in un settore così impegnativo e che tocca cittadini per lo più con scarsa o nulla autonomia? Quali informazioni arrivano, alla fine, agli utenti?
(Paola Pierantoni)

Posted by Eleana at 21:06 | Comments (0)

6 Maggio 2009

Assistenza - L’emergenza anziani in una città di vecchi

In una città di vecchi l’assistenza agli anziani può considerarsi una emergenza? Dal fatto che la stampa non se ne occupi mai la risposta dovrebbe essere no. Eppure il quadro è nero: posti letto largamente insufficienti; enti pubblici che si ritirano dalla erogazione diretta dei servizi e si dimostrano sempre meno interessati e capaci di regolare e controllare un sistema per il 70% gestito da privati; vita difficile per chi cerca di dare un buon servizio a costi equi e un contratto di lavoro decente al personale; ottimi guadagni per chi scarica i costi su utenti e dipendenti; tempi medi di attesa per un ricovero definitivo in regime di convenzione che si aggirano sui 18 mesi.

Il tutto in una città sempre più vecchia. Tra 2001 e 2008 (Repubblica 31 marzo 2009) a Genova l’età media è cresciuta dai 46,6 ai 47,1 anni; la percentuale delle persone con più di 75 anni è aumentata del 14,7%. Genova, da qualche tempo città della domenica, è sempre più una città a due velocità, in crescita e ringiovanita nei quartieri dove si concentrano gli immigrati, della vecchiaia e della solitudine negli altri: quasi centomila le persone che vivono sole, la metà di loro ha più di 65 anni, le donne anziane sole sono 40 su 100. La solitudine: a volte è una scelta autonoma, serena, tranquillizzante, che mette d’accordo figli e parenti. Fino a quando – spesso da un giorno all’altro - l’equilibrio si spezza. E’ allora che scatta l’emergenza, e ci si scopre a doversi arrangiare, soli, in confusione e senza informazioni.
In teoria (lo prevedono le leggi regionali) il cittadino dovrebbe trovare in ogni distretto un “Polo di assistenza socio sanitaria” cioè un servizio unificato che mette insieme le competenze e i servizi del comune con quelli della Asl3, ma i bene informati (ad esempio Marina Pettini della Direzione distretto 2 ASL3) dicono che è vero solo sulla carta. Comune e Asl, nei fatti, vanno ognuno per la propria strada.
Il cittadino che per orientarsi nella selva delle proposte e dei costi assistenziali si rivolga a qualche sportello pubblico riceverà solo un elenco di nomi, e con quello in mano si dovrà affidare al telefono e alle peregrinazioni. Non esiste un elenco delle strutture convenzionate con la specificazione: a) della retta a carico dell’utente; b) dei servizi compresi e dei servizi esclusi da questa retta; c) di una valutazione della qualità complessiva del servizio assistenziale e sanitario.
Lo ha scoperto stupita, all’inizio dell’estate 2008, anche Michela Costa (all’epoca direttore generale del Brignole) che per confrontare le tariffe del suo istituto con quelle degli altri dovette ricorrere ad uno stratagemma. Incaricò un collaboratore - presentandosi al telefono come parente di una novantenne non autosufficiente - di mettersi in contatto una per una con le altre 30 strutture convenzionate. Semplice no?
(Paola Pierantoni)

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25 Marzo 2009

Assistenza - A chi fa gola il Brignole?

Nella lettera pubblicata su questo numero, Bernardo Gabriele scrive che “per ottenere un risanamento dei conti bisogna volerlo” e che gli avvenimenti che hanno accompagnato la vicenda “Brignole” mostrano chiaramente che questa volontà non c’è. Della questione dei numerosi centri di profitto privati che sottraggono risorse all’intervento pubblico – aggiunge - non si può parlare: “chi tocca i fili muore”.
L’interrogativo è se la china discendente del Brignole sia frutto di una incapacità (e, in questo caso, di chi) o di una intenzione e, in questo caso, a favore di chi.
Se si vanno a riprendere alcuni numeri del Secolo XIX del 2006 si capisce che, in effetti, esiste una strada tracciata da tempo. Una strada diligentemente percorsa fino ad un oggi in cui il Brignole ha perso 200 posti letto, 120 assorbiti dalla ASL3, ma altri 80 già andati ai privati. Non solo: tutto il personale sanitario (circa 120 infermieri) e una trentina di amministrativi è passato alla Asl3 con immaginabili contraccolpi sulla qualità del servizio offerto dall’Istituto.
Il punto di arrivo di questa strada può essere intravisto pensando alla entità del debito (26 milioni), e al suo problematico risanamento (OLI 219).


Dunque, l’articolo del Secolo XIX del 22 luglio 2006 ripercorre le vicende della bonifica “che doveva cancellare i danni e i debiti di decenni di conduzione clientelare: ‘rossa’ alla Doria, ‘bianca’ al Brignole, con centinaia di assunzioni senza concorso a ridosso di appuntamenti elettorali e con strutture amministrative debolissime che facevano tornare i conti, presentando maquillage di bilanci”. Michela Costa, direttrice della Asp Brignole dal 2003, dice l’articolo, “è riuscita a rimettere in carreggiata un carrozzone di cui tutti conoscevano l’andatura pericolosa… aumento dei ricavi del 10,48%, spese del personale inalterate, diminuzione dei costi generali del 37%, riduzione del debito dai meno 4 milioni e 448 mila euro del 2002, ai meno 1.079.802 del 2004”. Ma poi il debito aveva ripreso ad aumentare: alla Asp Brignole erano stati accollati il San Raffaele di Coronata e l’acquisto del fabbricato della Doria “senza che nessuna istituzione mettesse mano al portafogl io”. Un risanamento, si legge nell’articolo, abbandonato a stesso, che non ha mai goduto di un finanziamento istituzionale, messo in difficoltà da rette inadeguate a sostenere i costi, e da un (intenzionale?) sottoutilizzo: “Asl e Comune non fanno lavorare a pieno ritmo questo ente pubblico. Che sta a bagno maria. In attesa”
Di cosa si fosse in attesa lo chiarisce un altro vecchio articolo (Secolo XIX, 29 settembre 2006): allarme dei dipendenti in lotta “per avere dalla Regione garanzie che l’ASP Brignole resti pubblica”; sospetto che l’istituto potesse essere “smembrato e venduto” facendone uno spezzatino molto “appetibile in una città di anziani come Genova”; sindacalisti “molto preoccupati dalle esternalizzazioni del vice presidente della giunta regionale Massimiliano Costa” che denunciavano “i tentativi delle forze, molto presenti in questa città, di privatizzare le case di riposo. Genova è una città di anziani e il Brignole continua far gola”. Appunto.
(Paola Pierantoni)

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24 Marzo 2009

Assistenza anziani e conti della Sanità: due questioni collegate

L'intervista a Sotgiu (CGIL) sull'assistenza agli anziani pubblicata nella Newsletter OLI 219 segue le polemiche in Regione sullo stato dei conti della Sanità. Le due questioni sono strettamente collegate. L'autore dell'intervista considera che la situazione dell'assistenza agli anziani (redditizia per i privati convenzionati e allo stesso tempo disastrosa per la parte ancora pubblica) "ha il sapore di un sabotaggio". In altre parole, si penalizzerebbe la struttura pubblica per promuovere quelle private.

Se affrontiamo scientificamente la questione delle convenzioni con privati, si fa presto a concludere che si tratta in realtà di esternalizzazioni, o outsourcing che dir si voglia. Modalità notissima e ampiamente studiata nelle discipline di gestione aziendale.

Sacrificando un po' di comprensibilità alla sintesi, posso dire che l'outsourcing è conveniente se e solo se il fornitore (nel nostro caso le cliniche e i laboratori privati) ha volumi produttivi tali da garantire superiori economie di scala e d'esperienza. Altrimenti si introducono solo maggiori costi, trasformando allo stesso tempo denaro pubblico in profitti privati.
Dal momento che nessun privato in nessuna regione italiana gestisce volumi clinici e diagnostici superiori alla regione, concludo come ha fatto l'ottimo Sotgiu nell'intervista: "Vedete voi...".
Questa conclusione costituisce l'aggancio alla questione del bilancio: per ottenere un risanamento dei conti bisogna volerlo, e l'esistenza di numerose convenzioni mostra chiaramente che questa volontà non c'è. Visto quanto sopra, dovrebbero essere limitate a coprire temporanee emergenze.
Quel che è peggio è che il danno erariale è il male minore. Pochi mesi orsono, un anziano perse la vita in una clinica convenzionata, forse perché non gli davano da bere, e il Secolo XIX, dandone notizia, scrisse che in Liguria esistono ben 68 strutture del genere, senza contare cliniche d'altro tipo e laboratori d'analisi convenzionati. Credo che la magistratura stia ancora indgando su quella morte, ma è comunque chiaro fin d'ora che, se si introducono diseconomie e si riconoscono profitti a soggetti privati, restano meno soldi per la cura delle persone e del bilancio regionale.
Ho personalmente e ripetutamente posto la questione ai vertici regionali. Hanno fatto battute e cambiato discorso. Di questi numerosi centri di profitti privati, pagati da noi contribuenti, non si può parlare. Chi tocca i fili muore.
La mia personale conclusione è che ai vertici nazionali del centrosinistra possono arrivare leader di qualità (tra Prodi e Berlusconi la differenza salta agli occhi, e anche Veltroni, Franceschini e Bersani sembrano persone di valore), mentre faccio fatica a distinguere i politici locali (genovesi) del centrosinistra da quelli del centrodestra.
(Bernardo Gabriele)

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18 Marzo 2009

Intervista - Assistenza agli anziani: chi ci guadagna e chi ci perde

Nel 2003 nasce la “Asp Brignole”, Agenzia di Servizi alla Persona creata per assorbire le vecchie IPAB (Istituzioni di pubblica assistenza e beneficenza) gravate da inefficienze gestionali, carenze strutturali e da una pesante situazione debitoria.
Ma anche la Asp precipita rapidamente nel gorgo del debito e nel novembre del 2008 un accordo firmato anche dal sindacato ne decreta la fine: alcune strutture passano alla Asl3, altre restano in capo alla Asp – sempre pubblica - che però le gestirà attraverso una società privata: la Brignole Servizi Srl. Assunzione dei precari. Ripianamento del debito attraverso la vendita del patrimonio immobiliare.
Le più recenti notizie di stampa paiono tuttavia ottimistiche: un articolo sulla Gazzetta del Lunedì del 5 gennaio 2009 parla di “una probabile soluzione del caso Brignole” e di “un percorso individuato ed elaborato e quindi condiviso da tutti che dovrebbe andare in porto a breve termine”.
Ma il quadro è davvero così rassicurante? A parlarne con Antonello Sotgiu, segretario regionale della CGIL Liguria, non sembra proprio.

Genova, famosa nel mondo per l’età media elevatissima dei cittadini, come assiste i suoi anziani?
C’è una evoluzione negativa, inversamente proporzionale alla crescita del bisogno. Il mercato privato è già largamente maggioritario e rischia di arrivare rapidamente a coprire il 100% della assistenza per gli anziani che, comunque, è assolutamente insufficiente: per i posti letto extra ospedalieri siamo ad un terzo di quel che prevede il Piano sanitario nazionale, al di sotto della media del Nord Ovest e della stessa media nazionale. Inoltre e c’è una caduta nella qualità del servizio, il pubblico sta perdendo le sue competenze interne, e finisce per fare solo da portafoglio. La programmazione è sempre più nelle mani dei soggetti terzi.
La parte pubblica della assistenza residenziale agli anziani tuttavia esiste, ed è rappresentata tuttora dalla Asp Brignole.
Quando nacque la Asp Brignole nel 2003 la giudicai una bella scommessa. Avevo delle buone speranze. E invece…
E invece?
E invece la situazione è gravissima. Continua ad esserci un disavanzo strutturale annuo di 6 milioni di euro, il debito accumulato è di 26 Ml. di euro, e la speranza di ripianarlo con la vendita del patrimonio è molto incerta: il patrimonio immobiliare del Brignole è valutato a 30 ml. di euro, ma hai presente quale è oggi la situazione del mercato immobiliare? Aggiungi che una parte del patrimonio è gravato da mutui ipotecari della Carige, che gli appartamenti sono quasi tutti occupati da persone non in condizioni di acquistarli… E se il debito non viene ripianato l’azienda cessa di esistere.
E quindi?
E quindi, se le cose vanno avanti così, buona parte di questi 600 anziani verranno assistiti dal mercato privato.
Ma allora il tentativo di risanamento compiuto con la Asp è stato un fallimento completo: tu parli – mi sembra la cosa più grave - di un debito strutturale annuo di 6 milioni di euro. Di chi sono le responsabilità?
La parte pubblica non ha creduto in questa operazione. Anzi ha compiuto scelte che di fatto hanno creato le premesse perché fallisse. Te le elenco:
- l’azienda è stata fatta partire gravata da un debito pregresso di 9 milioni di euro. Il che ha comportato, già dall’inizio, il gravame degli interessi sul debito.
- al personale (giunta Biasotti) è stato riconosciuto il contratto della sanità pubblica, che prevede oneri indiretti molto superiori a quello della sanità privata, ed una parte accessoria di cui la Regione non si è fatta carico, scaricandola sul Brignole. Fai conto che l’insieme di queste due voci ammonta a circa 1,5 ml. euro / anno.
- Asl3 e Comune non hanno mai teso a garantire una piena copertura dei posti letto e dei posti nel centro diurno.
Quale era la copertura?
Per il centro diurno il 15%...
Il 15 % erano i posti non coperti?
No! Il 15 % erano i posti coperti, l’85 % quelli “liberi”.
Pare pazzesco, a Genova. E per i posti letto?
Lì eravamo ad una copertura media dell’85%.
Volevo capire una cosa: il finanziamento sia per il Brignole che per le strutture private accreditate viene dal pubblico, con le “rette”. Come è che per i privati questo settore risulta un buon affare, mentre il Brignole precipita nei debiti?
I motivi sono tre: a) Gli oneri sul debito. b) La concentrazione al Brignole dei casi più critici, i non autosufficienti, le persone dimesse dagli ospedali, che hanno necessità di una assistenza sanitaria, i cui costi non sono adeguatamente riconosciuti dalla Regione. c) I contratti applicati al personale: al Brignole quello della sanità pubblica, altrove la giungla delle sigle: Uneba Anaste, Agidae, Aiop, Aris / Sanità Privata; Cooperative Sociali.
Quali le differenze?
Il contratto delle Cooperative Sociali, il peggiore, il più diffuso, comporta una differenza di 150 / 200 euro al mese, a cui aggiungere condizioni normative molto peggiori.
Beh, a vederle passare in rassegna una dopo l’altra queste cose assumono il sapore di un sabotaggio intenzionale…
Vedi tu…
Ma l’onere di ripianare il debito, di riconoscere rette adeguate era così insostenibile per la finanza regionale?
No. E’ una questione di scelta. Fai conto che ora, per risolvere il problema ormai insostenibile delle persone dimesse ma ancora bisognose di un periodo di riabilitazione in residenza, il San Martino si sta creando una struttura di 110 posti letto. Hai idea di quanto costi in più un posto letto ospedaliero?
E il sindacato?
Anche noi abbiamo gravi responsabilità. Scarsa o nessuna gestione sugli aspetti della situazione finanziaria, della gestione dei servizi. Poi quando si è via via aggravata la situazione dei contratti precari abbiamo trattato con “la pistola alla tempia”, giungendo nel novembre 2008 all’accordo che sai.
Ma la qualità della assistenza offerta dal Brignole come è?
La qualità è ottima. Ora rischiamo di perderla.
(Paola Pierantoni)

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11 Marzo 2009

Anziani - Voci del limbo

Sarà bene attrezzarsi. Nella regione con il più alto indice di anziani in Italia (Secolo XIX, 3 marzo) l’esistenza dei vecchi incombe spesso come evento meteorologico in un ambito familiare. Accade che nell’equilibrio perfetto di un quotidiano ritmato da piccoli acciacchi, visite, telefonate, l’anziano – lentamente – diventi più anziano. I mesi invernali lo piegano e cose normali - in passate stagioni - non lo sono più. Superare l’inverno a casa può diventare un miracolo che si rinnova di anno in anno.

Poi, succede che lui cada. Non vale la pena di chiedersi perché. Ha fatto mille esami, visto molti medici, la diagnosi è la vecchiaia. Cade in casa e per strada. Cade perché inciampa o rifiuta il bastone. Perché è confuso. Perché le patologie assumono con l’età maggior forza. Succede che l’ennesima caduta necessiti un ricovero. Ancora esami, controlli e l’ospedalizzazione che come un imbuto traccia l’esistenza dell’anziano. La struttura ospedaliera è i ncapace di farsi carico di questo tipo di malato. Non è un vero malato. Quindi l’ospedale con le risorse che ha può fare due cose: allettarlo e invitare la famiglia a portarselo a casa al più presto. Nel frattempo è inutile chiedere al reparto di rimetterlo in piedi. Il buon senso suggerisce che basterebbero pochi passi – lui non ha nulla di rotto – ma nel reparto ci sono casi più gravi e il personale deve seguire quelli. E’ ancora inutile mandare in reparto personale privato, pagato dalla famiglia, perché il reparto, se l’anziano cade con altri, non è coperto da assicurazione. Lui trascorre due settimane così. A letto. Sfiancato prima da se stesso, poi dal clima, dai controlli, dal cibo. No. Non mangia. Perché mangiare?
Nel frattempo sono state attivate le pratiche di ricovero riabilitativo in struttura convenzionata - con liste di attesa che vanno dai trenta ai sessanta giorni - si è verificato in quale scrivania è atterrata la pratica. E gli impiegati dell’ospedale hanno compilato i moduli per i presidi (sponde per letto, girello, carrozzina) che un familiare deve consegnare personalmente presso l’ufficio Asl - dal martedì al giovedì dalle 8.30 alle 13.00 - nell’ipotesi che l’anziano possa essere riaccolto, dopo la degenza ospedaliera, a casa. Si valutano ipotesi ed energie. Poi si chiede all’assistente geriatrico – lista alla mano - quale delle case di cura private sia la “migliore”, nell’attesa si liberi un posto nelle strutture convenzionate. Ma nell’ufficio preposto non fanno nomi. Non possono. Non devono. E’ un limbo sul quale nessuno di loro può esprimere un’opinione, tranne la famiglia che “deve scegliere da sola, come preferisce”. Sono voci suadenti della reception di un hotel , quelle che rispondono in alcune case di cura: “posto letto uomo o donna?”. Garantiscono fisioterapia, assistenza, giochi di gruppo e buon cibo. La ricerca assume i contorni di un soggiorno vacanze o di un bed&breakfast. Chiedono dai 2200 – 2700 euro al mese, 30 - 60 giorni degenza garantiti. La coscienza può attivarsi solo al controllo diretto. Insieme alle energie familiari per far fronte al temporale.
(Giovanna Profumo)

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28 Gennaio 2009

Ilva Nord - La salute va in prescrizione

Il 19 gennaio la Corte di Appello del Tribunale di Genova, presieduta dal dott. Odero, ha emesso la sentenza di secondo grado nei confronti di Emilio Riva e dei figli Claudio e Fabio Arturo, che in primo grado erano stati condannati per inquinamento ambientale a 1 anno e quattro mesi.
Il procedimento penale ha avuto origine da un esposto contro il Gruppo Riva presentato nel 2001 dall’Associazione Per Cornigliano con più di mille firme di cittadini. In seguito l’Associazione è stata ammessa come parte civile nel processo di primo e di secondo grado, in quanto “rappresentativa della tutela degli interessi degli abitanti”, in considerazione del suo ruolo storico, da molti anni in prima linea per il risanamento del quartiere.

Sulla base dell’esposto, un nutrito gruppo di cittadini di Cornigliano e la sottoscritta in qualità di presidente dell’Associazione siamo stati chiamati a testimoniare al processo di primo grado nel 2004.
Nel corso delle udienze del processo si sono succedute, oltre alle nostre, le testimonianze di medici, tecnici, esperti ambientali, che hanno esposto le indagini svolte nel corso di decenni di inquinamento industriale e i relativi terribili risultati. Su tutte, le indagini epidemiologiche compiute dall’IST sulla popolazione di Cornigliano: negli anni di attività degli impianti siderurgici a Cornigliano la mortalità è risultata aumentata del 23 per cento tra gli uomini e del 55 per cento per le donne rispetto ad altre zone di Genova…
Quale conseguenza diretta delle nostre testimonianze, il giudice aveva esteso il reato di inquinamento ambientale, comprendendo l’attività dell’altoforno (ancora in funzione) oltre a quella della cokeria.
Si inserisce qui, come una beffa, il “vizio di procedura” in base al quale la sentenza di appello del 19 gennaio scorso ha di fatto annullato il processo: l’ampliamento del capo d’imputazione non doveva essere fatto in udienza comunicandolo agli imputati, ma gli atti del processo avrebbero dovuto tornare in Procura per dare luogo ad un nuovo procedimento. Pertanto gli atti saranno
nuovamente trasmessi al Procuratore, per dare inizio ad un nuovo procedimento penale, che fatalmente incorrerà nella prescrizione ad inizio 2010.
Questa in breve la storia di un processo, durato sei anni, che ha visto l’impegno continuo e determinato dei cittadini, giovani e anziani, disposti con la massima dignità non solo a sottoscrivere denunce, ma a portare in tribunale sotto giuramento la testimonianza di una convivenza quotidiana con fumi, polveri, odori sgradevoli, malattie. In quelle aule c'è stato chi ha parlato di malattie respiratorie, di asma bronchiale e di tumore ai polmoni e chi per questo ha pianto in pubblico: in tribunale è sfilata in tutta la sua concretezza la tragedia di Cornigliano, un’intera popolazione asservita ai profitti di un imprenditore.
Non c’è bisogno di molte altre parole: parla la storia che ho raccontato.
Aggiungo solo che parteciperemo al nuovo processo, perchè i cittadini di Cornigliano aspettano ancora una sentenza che renda giustizia e dignità alle proprie famiglie.
(Cristina Pozzi, Presidente dell’Associazione “Per Cornigliano”)

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24 Dicembre 2008

Amianto - Come rischiare la vita e perdere la dignità

In città li hanno visti un po’ tutti. Per più di una settimana un corteo di due o trecento persone ha fatto tappa – sostando, occupando, inviando delegazioni – nei luoghi canonici della protesta di un tempo: il comune, la regione, la provincia, la prefettura.
Sono “quelli dell’amianto”. Dopo centinaia, migliaia di morti per asbestosi, tumore al polmone, tumore alla laringe, mesotelioma pleurico ed al peritoneo, dopo una infinità di lotte, di inchieste, di azioni legali condotte da comitati di familiari delle vittime, ammalati e medici che hanno permesso di tracciare una mappa dei luoghi italiani dell’orrore (Genova, Casale, Monfalcone e tanti altri), nel corso degli anni Settanta è cominciata, con la diagnosi e la pubblica conoscenza del mesotelioma da amianto, la lotta per la messa al bando dell’amianto dai luoghi di lavoro e ovunque veniva utilizzato. Una lotta difficile perché chiedeva alla società, oltre farsi carico delle tragiche conseguenze di una infinità di lavorazioni, di impegnarsi in una costosa azione di bonifica delle strutture dove questo era stato utilizzato fino ad allora.

Vent’anni di scontri tra lavoratori da una parte e, dall’altra, aziende ostili a collaborare, che negavano le informazioni necessarie o fornivano perizie addomesticate fino all’irrisione. Punto d’arrivo, nel 1992, la legge 257/92 che metteva termine alle lavorazioni con amianto come materia prima. Una legge complessa che oltre a imporre un rinnovamento delle condizioni di lavoro riconosceva un premio ai lavoratori esposti per almeno 10 anni – sino al 1992 – alle conseguenze dell’amianto. Sulla base di una laboriosa contabilità della morte per amianto venne concordata una stima dell’attesa di morte, pudicamente indicata come bonus, un premio dovuto per aver lavorato in condizioni pericolose: un anno di contributi ogni due dei dieci che avevi passato in compagnia dell’amianto. Dieci anni di esposizione, a volte in più fabbriche o in diversi reparti della stessa fabbrica, in lavorazioni diverse, con esposizione diversa. Per fruire del bonus il lavoratore doveva produr re un curriculum, avvalorato dall’azienda o dalle aziende di cui era stato dipendente, che poi era presentato all’ente pensionistico che, dopo averne accettata la regolarità, ammetteva il lavoratore all’anticipo di pensione. A questo punto il lavoratore firmava le sue dimissioni dall’azienda – era questo l’unico documento sotto la sua diretta responsabilità – e diventava un pensionato.
Tutto semplice? No. A partire da ottobre 2008 i quotidiani genovesi hanno raccontato storie imbarazzanti: aziende che hanno avvalorato curriculum col solo scopo di togliersi dai piedi un po’ di operai (“ma in questo modo si sono aperte le fabbriche a giovani in cerca di lavoro” osserva un dirigente Fiom con l’aria di chi sa come va il mondo); sindacalisti e sindacati che hanno incrementato la loro influenza “dando l’amianto” a chi magari non aveva tutte le carte in regola; lavoratori che, per essere ammessi al bonus, hanno pagato (corrotto), impiegati dei Patronati o funzionari Inail.
Il seguito delle indagini dirà chi e in nome di cosa ha mortificato ed esposto al ludibrio una intera generazione di operai della città.
(Manlio Calegari)

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Se a “prendere l’amianto” è l’Ansaldo

Sono un po’ più vecchio di quegli operai dei cortei dell’amianto nei giorni scorsi. Anche a me l’hanno dato. Mi mancavano pochi mesi ai 35 anni e mi hanno detto “guarda che lo riconoscono anche a quelli delle macchine utensili”; io ero tra quelli e quando mi hanno dato il via mi son dimesso. Alla fine ci ho guadagnato 4 mesi; tutto regolare. Di quelli dei cortei ne conosco parecchi: ci sono andato per salutare, chiedere della famiglia, della salute, le solite cose di cui si parla quando da un po’ non ci si vede. Quasi tutti pensano che alla fine un soluzione si troverà ma li avvilisce di fare una figura di merda, passare per ladri.

Tutti quelli con cui ho parlato sono convinti che se non fossero stati a lavorare nelle grandi aziende, in particolare da Ansaldo ma non solo, il premio dell’anticipazione della pensione se lo potevano scordare. Intanto perché già in una azienda di quelle dimensioni e con quella organizzazione è risultato difficilissimo ric ostruire il curriculum di ognuno – dove e quanto avevi lavorato in quel reparto o in quell’altro, che lavorazioni c’erano mentre c’eri tu e via discorrendo - poi perché se in quel posto l’amianto c’era o non c’era è stato oggetto di discussioni e di cambiamenti di opinione nel corso del tempo. Basterebbero queste difficoltà per scoraggiare chiunque e se così non è stato vuol dire che dalla parte dell’azienda c’era un atteggiamento costruttivo. Del resto non è un segreto che l’amianto è servito all’Ansaldo per togliersi un po’ di lavoratori o, se restavano, di non dovergli pagare più i contributi. Ma la cosa che non si vuol dire è che sono stati sindacati e patronati vari a cercare i singoli lavoratori e dirgli che avevano la possibilità di anticipare di due o tre anni la pensione. O, viceversa, se erano i lavoratori che si facevano sotto (“per me” o “per quelli del mio reparto non c’è niente?”) la domanda era accettata senza scandalo. Vuol dire che l’azienda era d’accordo, vi pare? Ho letto che qualcuno ha anche pagato: se così fosse non mi piacerebbe ma neppure questo mi stupisce più di tanto. Gente che è andata a lavorare a 15, 16 anni la fabbrica la odia, non la sopporta. Non vorrei metterla troppo in politica ma proviamo a farci una domanda: c’è qualcuno oggi – a parte quelli che mandano le magliette in Africa - che non pensa per sé? Qual è il messaggio che arriva dalla politica, anche quella normale e non degli scandali? Alla Moltini l’amianto c’era e probabilmente sarebbe facile vedere se c’è ancora, il loro guaio e che non erano Ansaldo. Lo stesso guaio che è toccato e ancora tocca a quelli di Trieste e Monfalcone dove l’amianto ha fatto vittime a centinaia e continua a uccidere ma lì Fincantieri non molla, ha ostacolato indagini, negato documenti e forse cancellato prove.
Anni di lotte per arrivare a una legge appena decente e subito aziende pronte a usarla per mettere a posto i propri conti. Hanno sbagliato i lavoratori a stare al gioco ma, vi domando, qualcuno che conta, tra partiti e sindacati, si è smarcato? Ha proposto un altro gioco? La questione è tutta qui.
(Lettera firmata)

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17 Dicembre 2008

Diossina - Chissà chi lo sa

Venerdì 12, incontro al margine dello sciopero.
Lui a me: “Sei in pensione?” (In realtà lo sa benissimo ma da un po’ non ci si vede)
Io: “Da quattr’anni.”
Lui: “Ricevo il vostro giornalino”.
Io taccio anche perché non mi va che chiami la NL giornalino.
Lui (che per la cronaca fa il sindacalista) insiste “Ma a cosa serve leggere il giornale?”
Io prendo tempo e lui “Fammi un solo esempio di una cosa che hai letto negli ultimi 10 giorni su Berlusca, i giudici, l’economia o quel che ti pare che già non sapevi”.
La prendo larga e sul filo del patetico. “Sai, vivo solo; il giornale è… un un modo per dialogare col prossimo: conferme, domande…”.
A questo punto lui mi ha guardato con una espressione stupita, quasi imbarazzata; comunque non favorevole.

Torno a casa e ho in mente la sua faccia, le sue parole: lui è un amico anzi, come si diceva una volta, un compagno. Lavora nell’apparato sindacale; magari sa cose che gli altri, noi, invece… Come sempre comincio a leggere il quotidiano (Repubblica 12 dicembre) dalle pagine locali. Titolo a piena pagina “Diossina mortadella al bando. Sequestrate sette tonnellate nelle province liguri”. L’assessore regionale alla sanità dichiara “La situazione in Italia e nella nostra regione è completamente sotto controllo. Di questo i cittadini possono stare tranquilli.” Aggiunge che bisogna evitare le psicosi che rischiano di mettere in ginocchio il mercato. Più o meno le stesse parole pronunciate, dal responsabile dell’Agenzia europea per la sicurezza alimentare: “Carne alla diossina nessun pericolo” (Repubblica 11 dicembre). Sarà ma resto perplesso; mi fa piacere che anche Legambiente lo sia: se è tutto a posto perché sequestrano la mortadella? So benissimo che c’è un sa cco di persone competenti in grado di rassicurarmi. Sono le stesse che scrivono le cose per i politici e che questi ripetono anche se non è la parte che toccherebbe a loro. Loro invece dovrebbero spiegare perché nei maiali c’è la diossina, perché non se ne erano accorti, che cosa nella macchina della produzione e dei controlli del territorio e di tutto il resto non ha funzionato; insomma perché non hanno visto e sentito e credono di cavarsela invitandoci a scegliere il made in Italy.
Incautamente perché nella stessa pagina compare un altro articolo (“Pecore tossiche abbattute”) da dove si capisce che i maiali irlandesi sono in buona compagnia. A Taranto più di un migliaio di pecore sono appena state abbattute e altre 700 stanno per fare la stessa fine: in discarica, rifiuto di tipo 1 cioè rifiuto tossico altamente pericoloso. La decisione era già stata presa due mesi fa. Perché? Semplicissimo: perché sono piene di diossina. A Taranto la diossina ha ucciso e continua a uccidere bestie e cristiani. Imputate le fabbriche, Ilva in testa. Le fabbriche sono l’occupazione e l’occupazione è il ricatto. Si potrebbe almeno ridurre le emissioni come proposto dal Consiglio regionale della Puglia ma le aziende resistono, chiedono sconti proprio come il governo italiano fa in Europa.
Domanda all’amico compagno sindacalista: per caso, mortadella a parte, lui sa come stanno le cose qui attorno?
(Manlio Calegari)

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11 Giugno 2008

Infortuni - Parlare coi lavoratori per non arrivare tardi

140.000: questo, secondo i dati Inail, è il numero complessivo dei morti per lavoro in Italia dal dopoguerra ad oggi.
Giorno per giorno, all’anno, in 60 anni: tutti i diversi modi di presentare le cifre di questi morti restituiscono una realtà inaccettabile.
Nel convegno Cgil “Per un lavoro più sicuro” (5 giugno 2006) Claudio Calabresi dell’Inail dice che le morti sul lavoro sono “sempre più alla attenzione del paese”, ed anche dei mezzi di informazione, “non perché aumentano gli eventi, ma perché si sta abbassando la “soglia del dolore”, cresce la coscienza collettiva sulla loro inaccettabilità”

Infatti gli infortuni diminuiscono. Negli ultimi 40 anni gli assicurati all’Inail sono aumentati da dieci a diciannove milioni, gli infortuni denunciati ogni anno sono invece diminuiti da 1.500.000 a 950.000, gli infortuni mortali sono passati da circa 4000 all’anno agli attuali 1250.
Anche in Liguria l’incidenza infortunistica (infortuni ogni 1000 addetti) scende da 80,4 (1999) a 67,3 (2005)
Calabresi però avverte che “Gli andamenti ed i numeri derivano da fenomeni vari e complessi, alcuni nascosti e non del tutto noti: sottodenunce, lavoro sommerso, ecc…”
Aggiungerei: è cambiato – soprattutto - il lavoro. Il lavoro industriale ha lasciato ampiamente il campo al terziario, ai servizi. In questo panorama moderno popolato di computers, di lavoro immateriale, il danno fisico, la morte appaiono sempre più ingiustificabili, incongrui. E in effetti li lasciamo sempre più ai nuovi venuti, agli immigrati, che sembrano più adeguati ad interpretarli.
Di certo queste linee che scendono, queste statistiche che migliorano, lo fanno molto debolmente, mentre rimane nascosto tutto il continente delle malattie da lavoro: non vengono denunciate, non vengono riconosciute, vengono da lontano nel tempo, e quando si manifestano il loro rapporto col lavoro che le ha causate è diventato invisibile.
Eppure, se ci si spinge a parlare con i lavoratori, si vede che bene non stanno, solo che a parlare con i lavoratori ci si va sempre di meno. Lo dice Diego Alhaique, della Cgil nazionale: “Da venti anni li abbiamo abbandonati. Anche alla Thyssen siamo arrivati dopo”
Nel pomeriggio, al convegno, è previsto che la parola passi ai lavoratori medesimi, ai “rappresentanti dei lavoratori per la sicurezza”. Per l’occasione i dirigenti sindacali che alla mattina erano presenti in platea se ne sono andati. Cuccu, storico RLS delle riparazioni navali interviene, si guarda intorno, e dice: “Mi ritrovo solo, dove è andata la Fiom? Parla del suo settore: 97 diverse aziende, 1466 lavoratori ufficiali, ma fino a 5000 realmente all’opera. Dice ancora: parliamo sempre di formazione e formazione, ma a chi la facciamo, la formazione, se nemmeno sappiamo chi ci lavora da noi? Noi della Fiom aggiunge, non dobbiamo solo parlare, ma “azionare sul campo”: quello che è in gioco è “la dignità del lavoratore nella sua salute, il suo poter tornare a casa…”
Intanto lo “sportello sicurezza” fornisce ogni anno a 1000 delegati, lavoratori, sindacalisti, informazioni di qualità, senza chiedere né tessere né appartenenze. Una forma di eroismo politico.
(Paola Pierantoni)

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14 Maggio 2008

Area di servizio - Il Servizio sanitario e il carcere

E' uscito un nuovo numero del giornale edito all'interno del Carcere di Genova Marassi “Area di Servizio-Carcere e territorio”. Il tema affrontato parte dalla sanità: a seguito del passaggio della medicina penitenziaria al Servizio Sanitario Nazionale, e quindi alle singole Regioni, i detenuti della redazione cercano di fare il punto su carenze e punti di forza dei servizi sanitari offerti, cercando di capire se sia veramente possibile una “uguaglianza di trattamento”, richiamata dalla stessa Costituzione, per il cittadino libero e il recluso, e confrontandosi con la Regione Liguria su come verrà affrontato questo passaggio. I detenuti della redazione inoltre, stanchi di apparire sui giornali in occasione della solita rivolta o del ciclico allarme “sovraffollamento” stanno poi cercando di instaurare un dialogo con i propri lettori e con i cittadini genovesi interessati, attraverso un reciproco scambio di domande e risposte: può essere una buona occasione per capire un po' meglio come funzioni la vita dentro le mura di un carcere, e porre liberamente le proprie domande. Chi fosse interessato a riceverne una copia può richiederla alla mail: areadiservizio_2008@libero.it
(Maria Cecilia Averrame)

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16 Aprile 2008

Sanità/1 - Le non notizie da conoscere

Fra gli ultimi provvedimenti che il Governo si è apprestato ad approvare prima delle elezioni vi è il Decreto attuativo -firmato il 2 aprile- di una legge che prevede il passaggio della Medicina penitenziaria dal ministero della Giustizia al Servizio sanitario nazionale. Questa legge è la 230 del 1999, ed è stata promulgata con l'intento di rispettare tanto la normativa europea quanto l'art. 32 della Costituzione Italiana che prevedono che ogni cittadino abbia diritto alle stesse cure qualsiasi sia il suo stato sociale ed economico. Dopo otto anni quindi la gestione degli interventi sanitari e del personale medico e infermieristico non dipenderà più dagli Istituti di detenzione e passerà al SSN, quindi alle Regioni. Potrebbe sembrare un'informazione destinata ad un pubblico ristretto, 'tecnico', a chi in carcere ci lavora o ha a che fare con esso; ma in realtà tocca ugualmente tutti i cittadini, visto che in seguito al decreto la regione Liguria si troverà a dover gestire un centinaio di dipendenti in più e assicurare lo stesso livello di assistenza dentro e fuori il carcere, e senza che per questa operazione siano stati assegnati fondi aggiuntivi. Si parla di posti di lavoro, di appalti dei servizi infermieristici, di soldi che la Regione potrebbe dover integrare per assicurare il servizio: cose che, ad oggi, non hanno ancora trovato posto sulla nostra stampa locale.
(Maria Cecilia Averame)

Posted by Admin at 09:54 | Comments (0)

Sanità/2 - 34 cents al giorno costo della vita

Quaranta euro è quello che costa in più una mammografia ottenuta privatamente nello spazio di due giorni, rispetto alla prima data disponibile presso una struttura pubblica: cioè quattro mesi di attesa se si accetta di rinunciare alle vacanze e fare l'esame nel pieno del mese di agosto. Altrimenti si dovrà aspettare a fine settembre, sei mesi.
Se c'è qualche motivo che spinge a non attendere troppo, chi può permettersi un investimento di quaranta euro aggiuntivi correrà dal privato.
Non ci correranno solo le persone tanto povere da non poter investire quaranta euro per un esame potenzialmente salvavita.
Quaranta euro per quattro mesi di attesa aggiuntiva equivalgono a 34 cents al giorno. C'è qualcosa che non va nel confronto tra servizio pubblico e privato.
(Paola Pierantoni)

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19 Marzo 2008

Burosanità - Il gioco delle tre carte sulla pelle dei pazienti

Ospedale Evangelico lunedì 25 febbraio. La sala prenotazione è semivuota. La donna prende un numero e si avvicina allo sportello. Su ogni vetro che separa impiegati da utenza campeggia la scritta: QUI PAGOBANCOMAT. Questo la rassicura: non ha molti soldi e le tre prenotazioni potrebbero superare il contante.
La donna mostra all'impiegata le impegnative: una visita, già fissata in farmacia, da saldare e altre due richieste da fissare e pagare.

"E no, questa non la stia a pagare adesso…" le dice l'impiegata restituendole il foglio. "Scusi ma perché?", "Non si sa mai quello che può succedere… Paghi a San Martino il giorno della visita", "No, guardi, insisto: vorrei pagare ora". L'impiegata è infastidita. Sussurra qualcosa alla collega che, facendo spallucce, invita la donna a passarle i soldi sotto la veneziana del suo sportello chiuso.
La seconda prenotazione è più complicata. L'appuntamento però viene fissato in tempi brevi. Ma non si può pagare subito: bisogna farlo direttamente il giorno dell'esame. Trattasi di struttura privata convenzionata.
La terza prenotazione è simile alla seconda: fissata in tempi brevi, al Poliambulatorio di Nervi. La donna chiede anche questa volta di pagare. La funzionaria adesso pare non ascoltarla e rivolgendosi alla collega sussurra: "Che dici? La mandiamo alle poste con un bollettino?". L'altra annuisce. Sembrano entrambe stanche e contrariate. Ma anche la donna lo è: "Scusate, non voglio il bollettino postale, vorrei pagare adesso… Non desidero fare altre code: qui c'è scritto bancomat, posso utilizzarlo?", "No. Il bancomat non va", conferma la collega e l'altra aggiunge: "Il bancomat comunque viene accettato solo per le prestazioni relative all'ospedale Evangelico…".
Nel portafoglio c'è l'importo. I soldi mostrati con insistenza sono incassati a fatica.
Nervi giovedì 6 marzo.
Il medico osserva l'impegnativa e ride: "Guardi che questi esami qui non si fanno più da mesi. Nel caso specifico non so proprio come la abbiano prenotata…"
L'impiegato del Cup di Nevi esclama: "Ma come è possibile? Glielo hanno fatto apposta? Ci sono solo due centri disponibili in città… Lo sanno tutti…Anche l'importo è sbagliato. Adesso le rifaccio la prenotazione, torni per sistemare la pratica: le spetta il rimborso di un euro".
(Giulia Parodi)

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31 Ottobre 2007

Sanità - Suggestionare e sedurre o solo informare

Giorni fa, giungendo alla Stazione Principe dopo un periodo all’estero, mi trovo accolta da una selva di manifesti difficili da interpretare. Ormai tutti li conoscono: infermiera carina e sorridente accompagnata da uno slogan che riecheggia il titolo di un famoso film, “Pane, amore e sanità”. Che vorrà dire?

Nei giorni successivi su internet scopro che si tratta della nuova campagna del Ministero della Salute per la “buona sanità”, un omaggio ai primi 30 anni del servizio sanitario nazionale. La campagna, anche questo è noto, è firmata Oliviero Toscani e pare sia costata parecchio (sulla rete gira la cifra di un milione e mezzo di euro).
Un’occasione imperdibile per molti blog che si affollano di commenti acidi, sarcastici, ironici, scoraggiati, arrabbiati.
L’unica voce fuori dal coro viene proprio dalla ragazza che ha prestato all’iniziativa ministeriale il suo bel viso sorridente: dietro alla campagna, dice, “ci sono sicuramente studi di mercato e magari anche satana, come dite voi, ma in un mondo dove la maggior parte delle persone pensa solo a loghi e marche cosa volevate che usasse il ministero? Un bel logo.”
L’irritazione, e un po’ di disperazione, viene proprio da qui: sentirsi trattati non solo dalle case automobilistiche, ma anche dal proprio governo, come acquirenti da suggestionare e sedurre, e non come cittadini da informare.
(Paola Pierantoni)

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13 Giugno 2007

Cancro - La mappa inquinata delle città

E' grazie a un'inchiesta agghiacciante di Luca Carra e Daniela Minerva apparsa sull'Espresso il 31 maggio che si può provare ad esaminare i termini di un inquinamento che miete sempre più vittime.
Sovente l'aumento dei tumori distribuiti sulla carta geografica del nostro corpo - colon, polmone, fegato, sangue, prostata, cervello - ci appare distante. Automaticamente lo collochiamo nella sfera delle probabilità che non può, non deve riguardare proprio noi. Succede però che quello che teniamo distante possa essere evocato da quanto accade all'amico, allo zio o alla madre e che, facendo due conti, lo stato d'animo riaffiori con la sensazione - questa volta precisa - che ciò con cui ci nutriamo, ciò che respiriamo faccia davvero danni enormi.

"Vedi questi puntini? Ogni puntino è un residente in una zona di Forlì vicino a due inceneritori…" Sembra una mappa militare quella che mi presenta uno studioso dell'Ist. "E' stata esaminata la mortalità, esattamente l'anno dei decessi…poi l'incidenza dei tumori. Chi in generale dice che la mortalità scende dell'1% annuo tende a non far vedere l'incidenza annua dei tumori…". Mi spiega il medico, che le vittime dei due inceneritori di Forlì sono state soprattutto donne.
Nella migliore delle ipotesi si tratta di avere a che fare con gente malata che deve assumere farmaci per il resto della propria vita.
Nell'inchiesta dell'Espresso si indica una crescita di "tumori a livello di epidemia" e "se si guarda ai bambini, la statistica diventa angosciante: il confronto tra la fine degli anni Settanta e la fine degli anni Novanta mostra risultati spietati. Usando come campione la Regione Piemonte, si scopre un'impennata del 72% del neuroblastoma, del 49% nei tumori del sistema nervoso centrale, del 23% per le leucemie…Dove aumentano i casi di cancro?". Sono state individuate più di 400 sostanze come probabili cancerogene ambientali. Inoltre, traffico automobilistico, impianti di riscaldamento, "strumenti tecnologici di cui si ignorano i danni", discariche clandestine, esposizione cronica a campi elettromagnetici rientrano tutti nella gamma delle cause.
Il medico ricorda i tre tipi di prevenzione indispensabili: primaria, secondaria, terziaria, spiegandomi che se venisse fatta la prima - "identificazione delle causa della malattia ed applicazione delle norme perché non si verifichi l'esposizione" - non sarebbero necessarie le altre due (diagnosi precoce di un tumore per verificare se è trattabile e ritardo nel decesso). E precisa, riferendosi a Genova, "gli inceneritori fanno male alla salute perché cambiano la composizione dell'aria". Il medico lamenta che non si può continuare a pulire l'acqua per terra se a monte non si decide tutti insieme di chiudere la falla. La falla, per quanto riguarda la "rumenta", si argina applicando le quattro R: Riduzione - Riuso - Riciclo - Retrocessione d'uso. Potenzialmente la cittadinanza è fantastica, "è solo avvilita" perché non conosce la destinazione della raccolta differenziata che fa. Sogna aree ecologiche per quartiere, senza una Scarpino nella quale concentrare tutto. "Se si ri duce l'inquinamento dell'aria si avrà una riduzione dell'incidenza delle malattie."
La vicenda riassume i suoi consueti contorni politici. La mappa del nostro corpo rispecchia l'inquinata geografia della nostra città?
(Giulia Parodi)

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30 Maggio 2007

Sanità - Il rischio di assistere i malati terminali

Nei titoli a più colonne è stata presentata come "la truffa dell'ossigeno"; in realtà ha tutta l'aria di una tristissima beffa la storia che vede coinvolti anche non pochi medici della buona sanità. L'accusa sostiene che a Genova a dintorni c'è stato un abuso in eccesso di prescrizioni di ossigeno per moribondi, con bombole destinate addirittura a persone defunte e interessamento sospetto dei sanitari presso le ditte fornitrici. Un ennesimo scandalo?

A ricordare come stanno realmente le cose ci ha pensato con la consueta pacatezza, senza il minimo tono polemico o indignato, il prof. Franco Henriquet, presidente della Gigi Ghirotti, l'associazione che si occupa di malati terminali e a sua volta trascinato personalmente nell'inchiesta. In una lettera ai giornali ha spiegato con semplicità le difficoltà dell'assistenza quando la vita è allo stremo: le bombole che normalmente si trovano in farmacia non durano più di 6-7 ore, mentre quelle con un'autonomia di 20 ore non sempre sono disponibili; di qui la richiesta alle ditte, le telefonate di sollecito da parte di familiari o dello stesso medico (c'è l'urgenza per un malato che soffoca), infine la beffa dell'arrivo dell'ossigeno spesso in ritardo, a decesso avvenuto.
Perché le parole di Henriquet meritano credibilità e rispetto? Anzitutto per la benemerita attività che lui e i suoi collaboratori, medici, infermieri, volontari, portano avanti da decenni, in totale trasparenza, contro il dolore. Non è certo un caso se il sindaco gli ha conferito il Grifo d'oro, la più alta onorificenza della città, proprio nei giorni immediatamente successivi all'inchiesta sull'ossigeno che aveva portato i cc del Nas nella sede della Ghirotti. Allora Henriquet fu inquisito -e Genova rispose con una grande prova di solidarietà- sia per le bombole, sia per i medicinali antidolorofici che raccoglieva dai parenti dei malati defunti al fine di alleviare le spese ad altre famiglie nelle stesse condizioni.
Invano il professore allora obiettò che nessuna norma impediva il riutilizzo dei farmaci; gli opposero un cavillo: "non ne era garantita la corretta conservazione". Ora il ministro della sanità, Livia Turco, gli ha dato ragione, annunciando l'emanazione di un decreto interministeriale per autorizzare il riutilizzo, così come già consente una norma Ue, recepita dallo stato italiano nel 2006. Ma rimasta finora senza regolamento attuativo.
(Camillo Arcuri)

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21 Febbraio 2007

Farmaci - Risparmiare sulla salute non sempre è giusto

"La salute al giusto prezzo": s'intitola così un colorato dépliant distribuito dall'Assessorato alla Salute della Regione Liguria. Ed ecco il testo. "Per curare alcuni disturbi è possibile trovare in commercio farmaci ugualmente efficaci e sicuri con nomi e prezzi diversi. Gli attuali studi scientifici hanno evidenziato che i farmaci appartenenti alla categoria terapeutica degli Inibitori di Pompa Protonica, utilizzati per i disturbi correlati alla secrezione acida gastrica, il trattamento dell'ulcera peptica e della malattia da reflusso gastroesofageo, sono sostanzialmente sovrapponibili in termini di efficacia e tollerabilità. Dal 1° febbraio 2007 per questa classe di farmaci sarà a carico del Servizio sanitario regionale il prodotto CON IL PREZZO PIU' BASSO. I cittadini che vorranno comunque un medicinale diverso, lo potranno avere pagando la differenza di prezzo."

La delibera 1666/2006 prevede infatti che a carico della sanità pubblica sarà solo il prezzo del generico (il lausoprazolo) mentre a carico del cittadino la differenza del costo del farmaco prescritto dal medico di famiglia (da 5 a 13 euro per 14 compresse). Ma la stessa delibera prevede che un analogo provvedimento riguardi, oltre gli Inibitori di Pompa protonica (IPP, categoria di farmaci che costituisce attualmente la prima voce di spesa), anche i farmaci ipocolesterolemizzanti, antidepressivi, antagonisti dei recettori alfa adrenergici.
Si tratta di un provvedimento discutibile: se l'azione degli IPP è pressappoco equivalente, la stessa cosa non vale per le altre categorie di farmaci citati. Oggi il medico di medicina generale sa bene come il diritto alla salute vada coniugato con il controllo della spesa sanitaria. In questa direzione già si muove senza essere obbligato alla scelta di un particolare principio attivo. Non è un caso che l'AIFA (l'organismo nazionale deputato al controllo della congruità prescrittiva) abbia stigmatizzato la decisione regionale.
A maggiore chiarimento è forse utile ricordare come i "generici", farmaci fuori brevetto prodotti da diverse case farmaceutiche, non sono sempre la stessa roba come si vuol far credere. Basti ricordare che oggi è tollerata per farmaci considerati identici una differenza in meno di principio attivi del 20% a compressa! Inoltre, ad eccezione del lausoprazolo, la sostituibilità in farmacia del "generico" farà sì che le varie ditte produttrici, per scalzare il prodotto concorrente, faranno offerte al ribasso e le farmacie opereranno di conseguenza in barba alle effettive caratteristiche del prodotto.
Si dice che lo scopo, nobile, è l'ottimizzazione delle risorse. Ma i dubbi restano. E in ogni caso l'ottimizzazione è il risultato di un procedere che affronta contemporaneamente aspetti sui quali invece si tace. Ad esempio: quanto spende la Regione per il convenzionamento esterno della diagnostica (mammografie, ecografie, tac, risonanza magnetica, ecc.) reso inevitabile dalle catastrofiche liste di attesa? E quanto per la fisioterapia, oramai solo trascritta dal medico di famiglia e gestita direttamente dagli istituti privati? E perché, come già si fa con l'eparina, la Regione non acquista direttamente i farmaci tramite le sue farmacie? E poi che tristezza! Qualcuno ricorda lo slogan "la salute non ha prezzo"?
(Irene Primi, medico di famiglia)

Posted by Admin at 13:25

31 Gennaio 2007

Evangelico - Maternità silurata a mezzo stampa

"Come Regione abbiamo ipotizzato il superamento del reparto di Ostetricia dell'ospedale Evangelico…perché mossi dall'obbiettivo di garantire condizioni massime di sicurezza, che in questo caso mancavano per l'assenza della rianimazione" (Corriere Mercantile, 18 gennaio). Nessun problema di sicurezza: il servizio di ostetricia dell'ospedale Evangelico "funziona bene e in sicurezza" (Corriere Mercantile, 19 gennaio). Così, l'assessore regionale alla Sanità Claudio Montaldo smentisce Claudio Montaldo il giorno dopo. Ma non importa: il reparto di ostetricia, ginecologia e neonatologia verrà comunque chiuso. E' previsto dalla "seconda fase" del suo piano di riorganizzazione della rete ospedaliera ligure. Un piano che nessuno conosce.

La decisione dell'Assessorato è giunta come un fulmine a ciel sereno - dichiara il pastore valdese, Italo Pons, mentre Paolo Pinto, direttore del reparto di ostetricia rivela che "abbiamo appreso la notizia dai giornali e pensavamo addirittura a uno scherzo". Insorge il personale dell'ospedale, che interpreta la decisione come una chiara volontà di snaturare le caratteristiche dell'Evangelico. "L'aver appreso dalla stampa cittadina le gravi decisioni che ci riguardano… ci sembra particolarmente irrispettoso tanto da suscitare sdegno e rabbia". E parte una raccolta di firme per opporsi al provvedimento (il Giornale, 18 gennaio). Intanto, Forza Italia e Alleanza Nazionale si associano alla protesta e contestano alla Giunta regionale il suo operato: "Invece di smantellare strutture assai utili sarebbe più opportuno che la Giunta contenesse la spesa sanitaria sempre più in aumento decidendosi a varare una seria lotta ai troppi sprechi delle Asl".
La reazione della maggioranza del centrosinistra in Regione si è fatta subito sentire, ma in modo curioso. Riunitisi il 23 gennaio hanno promesso alla Giunta piena condivisione e collaborazione in merito al piano di riordino della sanità ligure, quindi alla chiusura del reparto di ostetricia e neonatologia dell'Evangelico. L'unica preoccupazione emersa sembra essere quella della finora mancata "trasmissione dati alla gente" che "inevitabilmente ha acceso le perplessità" (sic!). Queste perplessità non sembrano aver sfiorato minimamente i consiglieri di maggioranza che hanno detto sì al progetto di Montaldo solo "sulla fiducia" perché, come ha ammesso uno dei consiglieri, "nessuno al di là delle notizie giornalistiche, conosce ancora in toto il piano". (Corriere Mercantile, 24 gennaio).
Così, in ossequio ad una presunta razionalizzazione che sembra solo un livellamento verso il basso della qualità, si consegna al centrodestra il tema della difesa del "nido" per antonomasia di Genova, uno dei "fiori all'occhiello della sanità cittadina" e un modello del sistema sanitario ligure.
(Oscar Itzcovich)

Posted by Admin at 12:59

5 Gennaio 2007

Incidenti - Il dolore aggiuntivo da Pronto Soccorso

Domenica 24 dicembre si è presentata come una giornata di quelle che i milanesi non sanno: limpida, insolitamente calda, insomma proprio da moto. Così,chiesto il permesso alle Mogli, Guido, Franco ed io siamo partiti per il giro delle tre Province: da Santa Margherita sino a Santo Stefano d'Aveto passando per il Passo della Scoglina; poi su verso il Tomarlo e giù sino a Bedonia; una bella salita ancora al Passo Cento Croci per scendere a rifocillarci a Varese Ligure; infine verso Sesta Godano e il Bracco per il ritorno.

Aria tersa, paesaggi scintillanti, luce da impressionisti come solo i mototuristi riescono a cogliere. Purtroppo all'ultima curva in ombra del Bracco (in cauda venenum) il destino cinico e baro mi attendeva perfido e ineludibile: una banale scivolata, la moto che si punta nella cunetta ed io che vengo sbalzato in avanti sopra di lei. Nulla di che (neppure una strisciatina sul serbatoio) ed avrei potuto risalire e ripartire smadonnando solo un po' per la sfiga, ma avevo commesso una grave imprudenza: avevo alzato il casco modulare un po' per il caldo un po' per godermi il vento di libertà al termine di una favolosa giornata.
E così il capolino della moto mi ha "aperto" il naso da una parte all'altra. Realizzato che tutto quel sangue usciva solo dal naso lacerato a tutto spessore ma che il resto era salvo, ho atteso che si svolgesse tutta la procedura del soccorso.
Il servizio 118 è stato molto rapido ed efficiente. Ho accettato di buon grado le prese in giro sui medici che una volta tanto fanno la parte del Paziente e sono stato depositato in Pronto Soccorso a Lavagna. E qui iniziano, è davvero il caso di dirlo, i veri dolori.
La ferita va suturata,certo. Ma come? In anestesia locale, ovviamente. Ma avete presente cosa vuol dire sparare una siringa di carbocaina tutto attorno al naso e, soprattutto, in quella zona che noi medici chiamiamo columella e i comuni mortali il setto tra le due narici? Il dolore è indescrivibile e non dura "solo qualche secondo"! Dato che un naso tumefatto non recepisce mai completamente l'anestetico e così mi sono sentito buona parte dei 18 punti che hanno rabberciato il mio naso.
Eppure già il grande Dogliotti raccomandava la sedazione temporanea prima di un blocco anestetico loco-regionale o di un'anestesia in zone ad alta sensibilità. E oggi esistono farmaci (il propofol ad esempio)di grande maneggevolezza che ti addormentano per 3 minuti 3, giusto il tempo di inoculare in tutta calma l'anestetico locale.
Perché dunque essere ancora condannati all'anatema "tu partorirai nel dolore" quando un Dipartimento di Emergenza di 1° livello (tale è classificato quello di Lavagna) ha gli Anestesisti a disposizione per una civile pratica medica? Pigrizia, disorganizzazione o, peggio, ignoranza? Certo si tratta di un comportamento oggi non più accettabile, tanto che la Regione Toscana ha previsto che dal 2007 ai Pazienti venga "misurato" il dolore non meno di 3 volte al dì obbligando così i Medici a porsi il problema.
(Roberto De Marchi, già Primario Divisione Dermatologica Ospedale San Martino)

Posted by Admin at 16:23

13 Dicembre 2006

Sanità Non si sa nemmeno se uno è morto

Chi nasconde per anni il numero dei pazienti deceduti nella nostra regione e perché lo fa ? E' quanto intende far emergere la Fimmg (Federazione italiana medici di famiglia)sindacato che in Liguria raggruppa gli oltre 1.400 medici di famiglia attraverso una denuncia per omissione di atti d'ufficio che verrà presentata dall'ufficio legale nei confronti di Comuni, Asl, Regione e Datasiel che non hanno provveduto nel corso degli ultimi dieci anni a depennare dall'anagrafe sanitaria molti liguri non più in vita. Ma a chi tocca aggiornare questi elenchi? Non certo ai medici.

La procedura di segnalazione dell'avvenuto decesso deve partire dal Comune di residenza, che registra gli elenchi mortuari e trasmette all'ASL di appartenenza i dati in modo da consentire lo stralcio del nominativo dall'elenco dei pazienti del medico curante. Sta poi alla Regione, attraverso la Datasiel, riallineare periodicamente l'anagrafe comunale, l'anagrafe sanitaria e quella tributaria. Tuttavia nella pratica il meccanismo inspiegabilmente si inceppa e in questi giorni numerosi medici liguri stanno ricevendo comunicazione dalle Asl di trattenute di ingenti somme sulle quali hanno già pagato tasse e contributi senza alcuna responsabilità da parte loro in questo colossale pasticcio. Il meccanismo però non prevede il recupero delle quote indebitamente percepite dalla Regione dal fondo sanitario nazionale, né quello delle somme che le Asl hanno a loro volta percepito dalla Regione, tantomeno la restituzione di quote di bilancio percepite dallo Stato da parte di qualche comune che magari dimentica nel cassetto la comunicazione degli avvenuti decessi.
"Periodicamente questa situazione si ripete con una ciclicità impressionante - afferma il dott. Francesco Prete, segretario regionale Fimmg - e questa volta vogliamo andare fino in fondo. Non è possibile che nel 2006, con la completa computerizzazione delle pubbliche amministrazioni, si continuino a verificare inconvenienti simili. E' giusto che i cittadini sappiano che nella nostra regione non c'è neppure la certezza del numero degli assistiti dal Sistema sanitario nazionale e riteniamo che non sia giustificato che a pagare per le disfunzioni del sistema siano soltanto i medici le cui segnalazioni del problema alle Asl non sono mai state prese in considerazione. Pretendiamo di sapere di chi è la responsabilità di tutto ciò."
(Federazione italiana medici di famiglia Liguria, comunicato stampa 7 dicembre 2006)

Posted by Admin at 16:25

28 Giugno 2006

Sanità - Zara e i partiti

Dopo aver letto il lucido articolo di Stefano Zara sul buco nella sanità ligure ("la Repubblica-il Lavoro", 25 giugno), sembra non resti più nulla da aggiungere. Le assurdità, le colpe, sia del centrodestra, sia del centrosinistra, sono messe a nudo in modo chiaro ed esauriente, così come la natura del lavoro da compiere per rimediare alle follie del passato, ma, purtroppo, anche del presente. Le assurdità: l'automatismo dell'aumento dell'Irap da parte del centrodestra, l'accettazione di tale meccanismo da parte del nuovo governo; le colpe: il buco accumulato dalla precedente amministrazione regionale, l'inerzia, per un anno, della nuova amministrazione, fino a quando il problema non è esploso diventando non più rinviabile. Ma Zara non si ferma qua.

Sottolinea che a tutt'oggi non si vede alcun segno di ravvedimento: "nei fatti sembra si stia al momento perseguendo soltanto la riduzione fotografica del sistema esistente...questa via è quella che ha co ndannato aziende in crisi a morte certa per l'incapacità di decidere manovre più difficili, ma più efficaci, di ristrutturazione che prevedessero da un lato la soppressione dei rami secchi, dall'altro investimenti sulle eccellenze".
Sicché suona beffarda la conclusione, un augurio rivolto all'intera giunta regionale: "Buon lavoro".
Dobbiamo aspettarci la "morte certa" dell'azienda Liguria?
No, Zara sa bene che "la sanità, come la Regione, non è un'azienda". Ma dimostra brevemente, cifre alla mano, che il dissesto sanitario rischia di far saltare "l'intero impianto economico e finanziario" dell'ente Regione.
Insomma, su un capitolo così decisivo (assorbe il 65% delle risorse della Regione), non si è manifestata alcuna differenza tra i comportamenti dei due schieramenti "contrapposti", né si intravvede qualcosa di diverso per il futuro. Una ragione ci sarà, o no?
L'articolo affronta il tema sotto gli aspetti esclusivamente economici, ma è implicito dal contesto che una "riduzione fotografica del sistema esistente", a differenza di una ristrutturazione intelligente, rischia di peggiorare sensibilmente la qualità del servizio sanitario, da cui dipende in misura così importante il benessere dei cittadini.
Personaggi come Zara sarebbero forse in grado di ridare alla politica la dignità perduta. Non stupisce affatto che sia stato giudicato un corpo estraneo, ed emarginato dal ceto politico. Oggi Zara sembra ridotto al ruolo di grillo parlante, ben lontano dai centri decisionali veri, sia quelli di primo livello (le oligarchie partitico-affaristiche), sia quelli di secondo livello (le cariche elettive).
Il successo del compito a cui si sta dedicando (la rigenerazione dei partiti nel nascituro "Partito Democratico") appare poco probabile. Merita tuttavia un augurio sincero: "Buon lavoro" anche a lei, dott. Zara!
(Pino Cosentino)

Posted by Admin at 09:18

14 Giugno 2006

Sanità - Il valore della salute: bilancio di un medico

Abbiamo intervistato il dottor Giovanni Andreoli, medico del Galliera.

D. Partiamo dall'inizio: ci si dice che la sanità ligure presenta un deficit, nel 2005, di 244 milioni di euro. Per il 2006 è previsto un deficit i oltre 320 milioni. Cosa significa, per la sanità, essere in deficit?
R. C'è una rincorsa alla ricerca dell'origine di questo disavanzo, ovvero la ricerca del colpevole.

I bilanci, nonostante l'adozione relativamente recente di sistemi di rilevazione e rendicontazione abbastanza omogenei tra le diverse Aziende Sanitarie, risentono troppo della mancata certezza del dato, e della necessità di presentare certi dati, piuttosto che altri, per il consenso che da questi può derivare. Non voglio sicuramente negare l'importanza di una gestione attenta ed efficiente, compatibile con le risorse assegnate, ma in realtà l'attenzione da tempo è troppo spostata sul risultato economico (anzi finanziario) della gestione della Salute a dispetto di tutta una serie di risultati positivi in termine di attesa di vita e altri indicatori simili che, inseriti in un contesto normativo di eguaglianza, equità ed universalità e di evoluzione tecnologica inarrestabile in molti campi, ci devono portare alla consapevolezza del costo sempre crescente che questi risultati richiedono e del fatto che è indispensabile la consapevolezza della crescente necessità di assegnare risorse adeguate per mantenere e sviluppare i risultati raggiunti.
D. Nel numero 104 avevamo portato a esempio di informazione inutile, perché incomprensibile, la tabella inserita in un articolo sul "Lavoro" del 31 maggio, in cui non si spiegava cos'era il "valore della produzione". Un caso ancora peggiore è offerto questa volta dal "Secolo XIX" del 8 giugno. L'articolo è affiancato da una tabella "Sanità ligure, disavanzo 2005" su 4 colonne: Azienda, Disavanzo, FSR 2005, Rapporto tra disavanzo e FSR. Nessuna spiegazione. Cosa diavolo è il FSR?
R. Spesso l'informazione privilegia un titolo d'effetto a scapito dell'approfondimento dei contenuti, magari espresso con la sobrietà che i nostri quotidiani hanno dimenticato. Gli acronimi e le abbreviazioni non tengono conto del lettore medio (FSR significa Fondo Sanitario Regionale), l'intento è far risaltare, in una competizione acritica, i buoni e cattivi, rendere immediato un giudizio manicheo su argomenti che meriterebbero ben altra serenità di valutazione.
D. I risparmi ottenibili eliminando sprechi saranno sufficienti a eliminare il buco della sanità, oppure bisognerà tagliare anche servizi necessari, per quantità e qualità, alla popolazione?
R. In realtà il vero problema nasce dalla mancanza di una analisi seria del bisogno di salute e delle prestazioni necessarie, appropriate e sostenibili. Accade così che, al di fuori di una programmazione dei servizi e dell'offerta dimensionata a questi bisogni, attenta al territorio e in una logica di sistema, si sia assistito alla rincorsa da parte delle singole Aziende Ospedaliere a mettere sul mercato un'offerta in grado di indurre una domanda spesso lontana dall'evidenza di necessità e sostenibilità.
D. Per una buona gestione della sanità è più importante la competenza tecnica, o l'essere liberi da condizionamenti da parte di interessi economici, di cordate di potere, di posizioni ideologiche? E perché tanti appelli a "osare", ad "aver coraggio"?
R. Per una buona gestione della sanità la competenza tecnica è indispensabile, la visione politica altrettanto, entrambe libere dai condizionamenti che, mi pare sia sotto gli occhi di tutti, hanno finora guidato le scelte degli amministratori. Il coraggio di osare sta proprio in questo, esprimere i valori e coniugarli con le scelte tecniche che garantiscano la miglior operatività al sistema nell'interesse dei cittadini: altre realtà locali hanno intrapreso queste scelte, sicuramente non semplici e dai risultati non immediati. Mi pare che l'ipotesi di una chiusura o apertura di un Ospedale non possa essere presentato e vissuto come un episodio dalle ricadute localistiche ma debba essere una misura sulla cui valenza ci sia un consenso, frutto di trasparenza tecnica e solidità politica, in grado di coagulare la cittadinanza al di là del momento. Il vero coraggio sta nel compiere queste scelte, soprattutto nella novità che questo rappresenta nel panorama politico local e.
(Pino Cosentino)

Posted by Admin at 17:13

4 Maggio 2006

Scoperte - Medici senza frontiere all’opera in Italia

Vicino alla giostra, fra cavallucci, carrozze e il battello per Camogli e San Fruttuoso, i turisti del conclamato “ultimo weekend” di primavera si sono scontrati con la riproduzione di un campo profughi voluta da Medici senza frontiere (www.msf.it).

La “mostra” (ma si può definire tale?) ha lo scopo di sensibilizzare i nostri animi assopiti, di farci comprendere come vivono (spesso una lunga vita: ci sono campi in cui si staziona a lungo) 33 milioni di essere umani, dislocati in Europa, Asia, Africa, America meridionale.
Gli oggetti che si trovano dentro e fuori le tende provengono da quei campi e ci ricordano come la guerra sia anche un momento di “creatività”, di dimostrazione della voglia di vita e normalità: giochi costruiti con latte, fili metallici, pezzi di infradito (un defender); e poi strumenti musicali e sandali realizzati con i pneumatici dei camion.
La giovane ragazza bionda che ci accompagna spiega con dovizia di particolari qual è la mission di MSF e come si muova una volta costruito un campo (ossia: sistemate le tende, stabiliti i luoghi deputati alla salute, all’acqua, al cibo ed ai bisogni fisiologici…). Sovraffollamento, assenza di privacy, in molti casi difficoltà per le donne a spostarsi sole all’interno del campo, sono alcuni dei problemi che il personale deve risolvere cercando un punto di contatto fra la cultura e la sopravvivenza della popolazione; poi ci sono malnutrizione e malattie (malaria, colera, HIV) e l’inevitabile battaglia per l’accesso ai farmaci che MSF sta combattendo contro le multinazionali (guarire non è un diritto per tutti).
Certo la presenza di MSF nelle zone di conflitto non meraviglia. Ma in Italia? Un piccolo opuscolo, con foto e testimonianze, racconta la vita degli immigrati che lavorano come stagionali nel sud Italia, spostandosi a seconda del raccolto, dalla Campania alla Calabria, dalla Puglia alla Sicilia (il rapporto completo sulla condizione dei lavoratori stagionali è stato pubblicato nel maggio del 2005 dalla casa editrice Sinnos, con il titolo: “I frutti dell’ipocrisia, storie di chi l’agricoltura la fa. Di nascosto”).
Persone che vivono spesso in alloggi di fortuna e che, malgrado la giovane età, presentano un quadro clinico reso preoccupante proprio dalle condizioni di lavoro. Molti provengono da zone di conflitto: a loro dovrebbe essere concesso lo “status” di rifugiato che, secondo il diritto internazionale, prevede una serie di garanzie (dal diritto alle cure, a un tetto, fino all’impossibilità dell’espulsione)….ma siamo in Italia e la patente di “rifugiato” diventa una chimera.
(Tania del Sordo)

Posted by OLI at 09:51

Ist - Non furono politiche le dimissioni di Santi

Articolo a corrente alternata quello in cronaca locale su La Repubblica del 28 aprile: “IST e San Martino, una casa per i parenti”. Si viene informati che la casa per i parenti dei degenti, consentirà ai non residenti con meno possibilità economiche di fruire delle strutture sanitarie e questo, forse, contribuirà a richiamare pazienti da altre regioni.

Si apprende inoltre che il nuovo direttore generale IST non ha perso tempo a far nomine: un buon segnale. Si ipotizza ancora la nomina di Zara a presidente dell’Istituto, un’ottima candidatura per l’accoppiata, ai vertici, di competenze strategiche con professionalità sanitarie a tutto vantaggio della missione dell’Istituto: ricerca e cura dei tumori. Condizione sine qua non il ripianamento del debito pregresso.
Il finale dell’articolo, invece, lascia perplessi quando, sottolineando la presenza di sindaco e assessore, chiosa: “E’ stata l’occasione per sdoganare Leonardo Santi, ritenuto il padre fondatore dell’IST, ma che con l’arrivo del commissario Mauri e l’ascesa del centro destra fu cacciato dall’Istituto.”. I fatti, fino a prova contraria, risultano essere un po’ diversi, infatti:
1) Il professor Santi non è stato cacciato dall’IST, ma ha rassegnato le dimissioni, dopo aver scelto e proposto al ministro Veronesi come suo successore l'eminente ematologo Lucio Luzzatto;
2) Il dottor Mauri è stato nominato dal professor Veronesi, nel maggio 2001, dopo le mie dimissioni confermate e diventate irrevocabili per la bocciatura, da parte dell’assessore Micossi (5 aprile 2001), del piano strategico predisposto con una primaria società di consulenza ed al costo di mero rimborso spese;
3) Il dottor Mauri, nel settembre del 2001 ha presentato tre rapporti, uno al neo ministro Sirchia, uno alla Corte dei conti ed uno all’autorità giudiziaria, sulle presunte irregolarità riscontrate nella conduzione dell’Istituto e nei rapporti IST – CBA (Centro Biotecnologie Avanzate). Senza quei rapporti, probabilmente, l’IST oggi non esisterebbe più, con dispersione di risorse e competenze in altre strutture sanitarie, assicurando la sopravvivenza del CBA, svezzato e nutrito, stando ai rapporti, con molteplici risorse dell’Istituto Tumori.
Basta una domanda: sdoganamento ispirato da chi? E un auspicio: sarebbero opportuni – inutile citare Ciampi –tempi processuali brevi nell’interesse di tutti i soggetti coinvolti a partire dal professor Santi ai gestori dei rapporti IST – CBA, dai responsabili della missione dell’Istituto fino ai malati di cancro.
(Vittorio Flick)

Posted by OLI at 09:50

29 Marzo 2006

Dopo Fortugno - La Calabria e’ lontana dalla sanita’ ligure?

Della svolta nelle indagini sull'omicidio Fortugno hanno scritto un po' tutti i quotidiani. Doris Lo Moro, nuovo assessore alla Sanità della Regione Calabria, ha dichiarato (la Repubblica 26 marzo '06) "io so che la 'ndrangheta c'è anche quando non si presenta ufficialmente. Ecco perchè non faccio mai finta di non vederla. So sempre che c'è". La conferma è nel rapporto degli ispettori antimafia: "Abbiamo riscontrato irregolarità dappertutto, nella gestione dell'amministrazione, delle nomine, degli appalti, delle assunzioni. E soprattutto sono state confermate le infitrazioni della 'ndrangheta che condiziona tutto".

"Il Sole 24 ore" del 22 marzo dedica alla materia una intera pagina: "La sanità è la nuova frontiera del business criminale" perché alla sanità appartiene il più importante giro di quattrini delle regioni. Tutto questo succede in una Calabria sanguinante e lontana dove 13 ASL su 15 sono state commissariate. E da noi? Da noi, per fortuna, la mafia, la 'ndrangheta, i comitati d'affari non ci sono e amministrazione, concorsi, appalti, nomine vanno come devono andare. Infatti la stampa di queste cose non parla.
Però i lettori dei giornali sono venuti a sapere che la Liguria (col sud Tirolo) ha, nel settore della Sanità, il numero di dipendenti più alto d'Italia. Sarà perché in Liguria siamo assistiti meglio? Delle liste d'attesa invece non si sa niente di preciso e persino l'assessore alla sanità sembra che abbia fatto dei "blitz" alla ricerca di dati convincenti. Nulla è stato pubblicato su quanto ha scoperto. Le liste di attesa non servono solo a far sapere quando e dove potremo godere di una prestazione medica. Sono molto di più: strumenti di potere utili per chiedere, minacciare, contrattare e altro ancora.
Lo spiegava di recente in un dibattito televisivo un manager di una ASL. Qualcosa del genere era stato detto anche a Genova, alla vigilia delle elezioni regionali del 2005, da un folto gruppo di dirigenti, e operatori della sanità regionale. In una lettera a Burlando scrivevano "del desolante vuoto culturale, dall’incredibile mancanza di governo dei processi sanitari, della conflittualità delle aziende che si traduce in anarchia programmatoria di Aziende USL in aperto conflitto con le Aziende Ospedaliere e viceversa". Un vuoto, scrivevano, "deliberatamente mai colmato negli ultimi dieci anni né dalle giunte di Sinistra né tanto meno dall’uscente giunta Biasotti, che affonda le sue radici nella paura che i politici e i direttori generali hanno di veder significativamente ridotto il loro potere discrezionale nelle scelte riguardanti la Sanità". Domanda: davvero la Calabria è così lontana dalla Liguria?
(Manlio Calegari)

Posted by OLI at 15:50 | Comments (0)

15 Marzo 2006

Galliera - Neuropsichiatria infantile chiude perché non "rende"?

Segnalo ad OLI un nuovo episodio che incide negativamente sugli utenti del nostro servizio sanitario: la Direzione dell'Ospedale Galliera ha deciso di chiudere il proprio reparto di neuropsichiatria infantile. La notizia ci è arrivata come un fulmine a ciel sereno, senza preavviso e per via informale, quindi senza nessun elemento utile a capire se e in che modo sia prevista la prosecuzione di questo servizio, con quali garanzie di qualità degli interventi e di capacità di assorbimento della domanda, oppure se, come temiamo, questa chiusura avverrà sostanzialmente al buio.

Parliamo, per l'anno 2005, di quasi 5.000 prestazioni rivolte a 1.700 pazienti: individuazione precoce, diagnosi e terapia dei bambini con gravi patologie neuropsichiatriche, attivazione di un programma di controllo sistematico dei bambini nella prima e nella seconda infanzia, prevenzione dei danni che possono essere causati da problemi di relazione tra genitori e bambino.
I problemi che passano per la struttura di neuropsichiatria infantile del Galliera sono gravi, complessi, richiedono un'alta specializzazione: chi se ne farà carico? L'unica altra struttura di neuropsichiatria infantile a Genova è quella del Gaslini, ma qualcuno ha valutato la sua possibilità di assorbire l'attuale utenza del Galliera? Oppure si pensa (come parrebbe dalle notizie di stampa) di trasferire il tutto alle strutture territoriali della ASL3? Ma cosa ne pensa la ASL3 medesima? E' in grado di assumersi il carico di questo servizio garantendone l'attuale livello di prestazioni? Per cercare di diradare questa nebbia è stato chiesto un incontro congiunto a Regione, Comune, ASL3, Galliera.
Nel frattempo mileottocento firme di familiari sono state consegnate al Tribunale del Malato, mentre molte associazioni (Associazione Nazionale Genitori Soggetti Autistici; Associazione di genitori di bambini disabili "Insieme per caso"; Associazione Ligure Sindrome X-Fragile; Associazione di auto aiuto Echidna Silenzio Interrotto che raccoglie genitori di bimbi affetti dalle sindromi di Wolf Hirschorn, di Aicardi, di Tuorette) o singole persone, stanno inondando di lettere la Direzione del Galliera.
Le lettere esprimono allarme per la "voce che si è diffusa sulla possibile chiusura dell'ambulatorio di Neuropsichiatria… gettando nello sconcerto e nell'angoscia le famiglie", esprimono il grande apprezzamento per il lavoro svolto dalla struttura che si vorrebbe chiudere, e pongono interrogativi: "… il servizio ha pochi clienti, non rende abbastanza, è perdente come immagine, lavora bene ma non ha molta visibilità, la neurologia non ha business, queste sono le motivazioni? O non abbiamo santi in paradiso?"
Siamo in attesa che questo incontro venga fissato. Speriamo che ciò avvenga rapidamente e che dia risposte convincenti, ma rileviamo con amarezza che la trasparenza sulle decisioni e sulle loro conseguenze non sono considerati atti dovuti, ma devono essere ogni volta conquistati, se pur ci si riesce, a forza di azioni di protesta.
(Giacomo Piombo, Consulta Regionale dell'Handicap)

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25 Gennaio 2006

Sanità - Ma qual è la mission degli ospedali?

Non è trascorso tanto più di un mese dagli annunci stereofonici sulla riorganizzazione della rete dell'emergenza in sanità, che già compare il primo titolo cubitale: "Trasferito dall'ospedale: muore" (Secolo XIX, 22 gennaio). Da giurarci.

Da giurarci su tutto: in primo luogo il titolo agitapopolo di un giornale (ridotto a fare tutta la prima di cronaca con la strabiliante notizia: lamette nella top ten dei furti al supermarket): trasferito dove? A casa? No, in un altro ospedale, ma solo gli esperti di sanità sanno leggerlo nell'occhiello. Ma così subito sorgerebbe spontaneo il quesito: in quell'altro ospedale non c'erano medici, infermieri, medicine?
Poi da giurarci che sarebbe accaduto in un caso consimile: se un ospedale con mission, come si dice, per l'emergenza scoppia, deve poter trasferire ad altri ospedali i casi per i quali i propri requisiti non servono più: i casi sociali, quelli stabilizzati in positivo e, per converso, i casi per cui proprio non c'è nulla da fare perchè, come si suol dire, la gente ha anche il diritto di morire.
Si legge sul Secolo, che riporta l'atto d'accusa della Direzione dell'ASL 3, che i pazienti trasferiti erano una settantacinquenne anemica con l'ulcera gastrica (ma non si cura, oggi, con una pastiglia al giorno?), un ottantenne (beato lui che c'è arrivato) con un cervello ridotto ormai a pochi neuroni funzionanti ed una 78enne con la descrizione di un quadro che sembra una perizia medico-legale. Eppoi, in stato stuporoso (leggi: in coma) il poveretto, morto dopo altri quattro giorni di ricovero, per il quale la cosa migliore sarebbe stata quella di poter morire nel proprio letto possibilmente con la vicinanza dei suoi cari.
"Forse avevano ragione le Cassandre, che prevedevano non risolti per nulla i problemi dell'emergenza sanitaria quando l'Assessore preannunciava di aver investito del compito "emergenza" un gruppo di lavoro (GORE, Gruppo Operativo Responsabili Emergenza).
I problemi strutturali dell'emergenza, infatti, si risolvono con finanziamenti (o recupero e riconversione di risorse sparse malamente) e progetti, non con una riunione tra amici, o quasi, che hanno il compito di cambiare la numerazione dei letti degli ospedali.
Un esempio? Perché continuare a "gettonare" l'attività dei radiologi per fare più esami (dicesi: abattere le liste d'attesa), che al 95% sono perfettamente negativi, e quindi inutili, invece di "gettonare" guardie di pronto soccorso, se di sabato, domenica, ma anche nei normali pomeriggi è spesso impossibile fare una lastra in pronto?
Perché "gettonare" sedute operatorie aggiuntive agli anestesisti, se poi manca l'anestesista in pronto soccorso in gran parte degli ospedali minori?
Con le risorse del primo e del secondo caso si potrebbero garantire pronti soccorsi funzionanti 12 ore sabati e domeniche comprese con un internista e il laboratorio, che in genere ci sono già, una reperibilità del chirurgo e dell'ortopedico, che parimenti ci sono già, un anestesista ed un radiologo, che in guardia attiva, come serve, per lo più non ci sono: in queste condizioni sia il 118, ma soprattutto i tanti che vanno spontaneamente, non ingolferebbero più Villa Scassi e Marco Comaschi, novello direttore sanitario della ASL, non dovrebbe più lamentarsi di quello che gli passa "il convento" Villa Scassi. Non dovranno farsi la guerra tra poveri.
Ma, a quanto pare, i polli di Renzo sono stati clonati."
(Galeno)

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18 Gennaio 2006

Scarichi/1 - Anche raccogliere la pipì può diventare reato

Seguo Paola Pierantoni, che ha sottolineato un particolare accanimento del quotidiano, genovese per definizione, su una questione che appare francamente sostenuta solo da un'interpretazione poco scientifica e molto fiscale di una classificazione dei rifiuti, redatta in modo funzionale solo per chi deve reprimere un reato.

In pratica: al repressore - la dico alla sempliciotta - che non sa se certi prodotti possono essere o meno introdotti in fogna, è stata insegnata la norma secondo cui se il refluo di una lavorazione viene scaricato dal macchinario direttamente in fogna con livelli di diluizione prestabiliti, bene. Se invece viene conservato anche per poco in un contenitore, un fustino o qualcosa di simile (nelle aberrazioni interpretative: anche la vaschetta del lavabo!), e lo sposti da qui a lì per versarlo in fogna, ciò è reato.
La norma ha dell'assurdo.
Per lo stesso identico refluo, che viene scaricato da un'apparecchiatura per l'esame delle urine o del sangue, convogliato direttamente nel sifone del lavandino, in teoria non v'è nulla da dire, proprio come nulla v'è da dire se uno fa la pipì nella stessa fognatura attraverso il water del bagno affianco. Ma se il macchinario è posto a qualche metro della "braga del cesso" e per comodità si mette un bidoncino a raccogliere quei reflui e si scaricano nel citato cesso una, due volte al giorno, ciò è reato: il refluo non è più un refluo, ma diventa un rifiuto. E come tale andrà smaltito attraverso impianti specializzati. Per ben più di 2 lire al chilo, vi assicuro; con un impatto ambientale che, a naso, è ben maggiore; con sempre maggiori finanziamenti alle ecomafie, che dalle norme più severe traggono i maggiori vantaggi.
Mi pare strano che, al Secolo, chi ha condotto la campagna non avesse un riferimento, un amico cui chiedere lumi; e come non si siano sentiti ridicoli a citare un eventuale pericolo di diffusione del virus dell'AIDS (notoriamente tanto fragile, che basta l'aria per farlo morire) attraverso i... disinfettanti impiegati!!!.
Non so se è stato più maldestro Paolo Elio Capra, direttore sanitario dell'ospedale, a giustificarsi, o il suo DG, che arriva a dire che citerà Servizi Italia per danni. Quali? Però, se il Secolo voleva sottolineare che Sanmartino è preda delle coop, meglio sarebbe affermare che Genova è preda di Bologna. O di Milano.
Basta capire a quale "altitudine" della collina ci riferiamo.
(Domenico Canevari)

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Scarichi/2 - Le regole si cambiano, ma non si evadono

Non posso esimermi da alcune considerazioni, non solo etiche, ma anche formali, in merito alla questione degli scarichi del San Martino. Premetto da un lato la mia scarsa competenza specifica in fatto di scarichi di materie organiche nelle acque reflue, e dall'altro che è ben lungi da me l'immagine "alla Widman" di un bacello che nottetempo si apre sul fondale inquinato dagli scarichi ospedalieri, facendone fuoriuscire una sostanza aliena che modifica geneticamente tutti i muggini del golfo.

Quindi, d'accordo: se deve esserci allarme, deve essere giustificato da quanto tecnicamente e scientificamente accertato, deve essere emanato da esperti che siano in grado di prevedere e commisurare il rischio, prima che si manifesti, che siano in grado di elaborare strategie, che abbiano un mandato pubblico riconosciuto, autorità, il potere di comminare sanzioni, e che facciano, che ci facciano, rispettare le regole.
Ma l'ARPAL è appunto uno di questi soggetti. Tali regole, se sono emanate sotto qualsiasi forma da Governi, Ministeri, Enti, da coloro i quali insomma abbiano da noi avuto democraticamente il mandato a promulgarle, non possono che essere considerate condivise e condivisibili. Quali che siano, quale che sia il loro costo. Che piacciano o meno, che siano determinate da appartenenze politiche compatibili o meno con le nostre. Anche se non vi è dubbio che la maggior parte delle regole sia frutto di grandi mediazioni, da cui spesso derivano strani paradossi, ad esempio quello delle "soglie" di rischio (rumore, concentrazione di una sostanza, intensità di una radiazione elettromagnetica, altezza dalla quale cadendo ci si fa male ... ): al di sopra, pericolo riconosciuto e divieti, ma subito al di sotto, via libera.
Certo ci possono essere regole irragionevoli e burocratiche: ma allora la strada è modificarle, non evaderle a soggetto.
(Aris Capra)

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11 Gennaio 2006

Scarichi/1 - I Seminari non assolvono i depuratori di Genova

Una stagione balneare rovinata. L'8 giugno l'Agenzia ligure per l'ambiente (Arpal) "promuove le spiagge genovesi. Mar Ligure più pulito" (titolo Corriere Mercantile). Domenica 17 luglio, invece, centinaia di bagnanti intossicati vengono ricoverati all'ospedale. Subito una notizia forse rassicurante.

Secondo l'Arpal è stata una biotossina rilasciata dalla Ostreopsis ovata, una microalga che in modo naturale e imprevedibile si è riprodotta in quei giorni al di là di ogni limite (19 luglio). Quanto imprevedibile? Come i terremoti o come gli uragani? Non è dato saperlo. Ma ci sono dubbi e la Procura indaga: viene ipotizzato il reato di danneggiamento ambientale. L'anomala fioritura sarebbe stata favorita dalla presenza di sostanze organiche provenienti da reti fognarie e quindi da un cattivo funzionamento dei depuratori."Basta con l'allarmismo" è l'appello del sindaco: "il funzionamento dei depuratori non c'entra nulla con l'alga Ostreopsis" (Corriere Mer cantile, 22 luglio). Ma, non si capisce sulla base di quali elementi Pericu sia arrivato a tale conclusione (Il Secolo XIX, 27 luglio). E i dubbi restano.
Il 5 dicembre l'Arpal organizza un seminario internazionale con l'asettico e dubitativo titolo di "Ostreopsis: problema per il Mediterraneo?". L'invito segnala che "l'estate scorsa è stata caratterizzata da sporadici disturbi sanitari ai bagnanti, associati alla presenza dell'alga Ostreopsis ovata. Tale problema si è presentato non solo in Italia, ma anche in Francia, Spagna e Grecia". Sembra proprio un fenomeno naturale. Mal comune…
Takeshi Yasumoto, uno dei maggiori esperti nel campo delle biotossine algali presente al seminario, avrebbe detto di non aver trovato collegamenti imputabili alla negligenza dell'uomo tra i fattori scatenanti e di ritenere che l'inquinamento e le sostanze scaricate in mare non rientrino tra le cause del fenomeno. Le dichiarazioni sono subito riprese sul sito del Comune (Notizie del giorno, 6 dicembre) con il titolo Alga tossica, assolti gli scarichi.
Assolti gli scarichi? Dopo un mese (4 gennaio), sul Secolo XIX, che a questo riguardo conduce da tempo un'esemplare inchiesta giornalistica, si legge invece che "non è stata un'anomalia della natura, l'improvvisa fioritura dell'alga killer … La Procura della Repubblica è ormai convinta: le irritazioni, le vertigini, le difficoltà respiratorie furono conseguenza di un processo innescato dal cattivo funzionamento dell'impianto di Punta Vagno…Ancora una volta finiscono nel mirino i depuratori-scandalo della città." (M. Menduni).
Purtroppo, un'altra storia infinita. E l'alga tossica è solo un capitolo di questa storia perché la Liguria ha subito un anno di emergenze ambientali: Stoppani, Iplom e Scarpino sono per rilevanza le più note, ma sono molti i comuni che hanno dovuto affrontare seri problemi (ancora depuratori, bonifiche, amianto, ecc.). Come si sono attivate le diverse agenzie preposte alla protezione della salute e dell'ambiente? Quali sono i rapporti tra di loro in situazioni di emergenza? Insomma, quale è stato il comportamento dell'amministrazione? Opaco, a giudicare dal caso dell'alga tossica. Lo stesso sembra valere per gli altri capitoli.
(Oscar Itzcovich)

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Scarichi/2 - San Martino e Gaslini: chi ha ragione?

In questi giorni (dal 3 gennaio) sono usciti sulle pagine cittadine del Secolo XIX e di Repubblica 16 articoli sulla questione degli scarichi della camera per la sterilizzazione dei ferri chirurgici al San Martino: 14 articoli sul solo Secolo XIX (prima pagina e vasti spazi), e solo due su Repubblica, il primo del 4 gennaio un po' in sordina, il secondo del 7 gennaio a piena pagina. L'azienda disinfettante e ipoteticamente inquinante è la Service Italia SPA, controllata dalla Coopservice: una Coop "rossa", e ciò può essere alla base dell'interessante squilibrio.

Nell'articolo di Repubblica del 4 gennaio si legge che l'ARPAL, dopo una ispezione di qualche mese fa, ha scritto che "da 4 anni a questa parte (cioè da quando la Servizi Italia aveva vinto l'appalto) i rifiuti sono stati smaltiti senza il rispetto delle norme".
Domande: che cosa accadeva prima? Quali sono queste norme? Che rischi derivano dal loro mancato rispetto? Cosa fanno le altre aziende ospedaliere?
Qui si entra in una nebulosa veramente confusa in cui il diritto di cittadini, lettori, utenti ad essere correttamente informati viene ampiamente tradito.
I protagonisti principali (il direttore sanitario del San Martino e il responsabile della Servizi Italia) rilasciano dichiarazioni ispirate al primario obiettivo della propria auto-difesa ed elargiscono rassicurazioni ed attestazioni di buonafede che non rispondono alle domande di cui sopra.
Dal canto suo il Secolo XIX lancia il suo ultimo articolo a piena pagina Venerdì 6 Gennaio, col titolo scoop (?): "L'alga killer nata dai rifiuti del San Martino". Poi nei due giorni successivi improvviso silenzio.
A questo punto (il 7 gennaio) è Repubblica a lanciare un articolo a piena pagina, titolo "I solventi? Una goccia nel mare", sottotitolo: "L'Arpal: gli scarichi del San Martino con le alghe non c'entrano"
Non vi è dubbio che sulle regole da seguire ci sia parecchia confusione in giro, tanto che l'Assessore Montaldo ha deciso di convocare un tavolo di confronto tra l'ARPAL e le varie Aziende ospedaliere, ognuna delle quali procede a modo suo: il Gaslini, ad esempio, tratta questi liquidi come rifiuti nocivi, li stocca in contenitori speciali e li fa smaltire da aziende specializzate, il che costa un bel po' di più delle procedure del San Martino: al Gaslini sono spreconi o fanno semplicemente le cose come si deve?
Probabilmente, quindi, ci vorrà tempo per sapere se e quanto questa modalità di smaltimento era illegittima e dannosa, ma ciò non toglie che di fronte alla alternanza tra ipertrofia e ipotrofia informativa, di drammatizzazioni e di rassicurazioni fornite in questi giorni dai media locali, provo - da lettrice - la disagevole sensazione di trovarmi in mezzo ad un tira e molla in cui gli organi di stampa mettono l'obiettivo di informarmi solo al secondo posto.
(Paola Pierantoni)

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16 Novembre 2005

Sanità - Assistenza facoltativa secondo gli incidenti

Interessante per le ripercussioni che ne potrebbero derivare è una notizia comparsa qualche settimana fa sul Corriere della Sera (27 Ottobre 2005), riguardo ad una proposta di legge che rischia di trovare un emendamento nella prossima finanziaria.

Tutto comincia da un episodio risalente ad agosto del corrente anno, quando un uomo di Livorno, addentato dal serpente a sonagli che teneva in casa, viene salvato per miracolo mandando a prendere l'antiveleno in svizzera con un jet. L'operazione ha un costo elevato, 40 mila euro, cifra tale da suscitare la curiosità di Storace. L'idea che la vicenda ispira al ministro è di una norma che permetta allo Stato di rivalersi sul cittadino per le spese di assistenza sanitaria derivanti "da comportamenti privati privi di una dimensione sociale". La proposta, che non riguarda l'incidente stradale, escluderebbe quindi dai LEA (Livelli Essenziali di Assistenza), con un decreto dei ministeri di salute e lavoro, una seri e di prestazioni da concordare Regione per Regione.
La norma prefigura la definizione di un confine labile tra le attività che presenterebbero una dimensione sociale e quelle che ne sarebbero prive, così come sulla ludicità del contesto: una caduta durante una pedalata in bicicletta è a rischio di rivalsa, mentre l'uso di una moto o di un auto potente sembra esserne escluso. Si parla poi di rivalsa per le ferite da petardi provenienti dal mercato clandestino, mentre parrebbe che il petardo acquistato legalmente provochi danni molto meno ludici e quindi esclusi dal provvedimento.
Come conseguenza dell'approvazione della bozza proposta dal ministro della salute si sarebbe infatti costretti a stipulare un'assicurazione privata a copertura delle spese di assistenza escluse dai LEA, pur continuando a pagare le tasse per l'assistenza sanitaria essenziale :scenario inquietante i cui segni premonitori si perdono nel silenzio della stampa.
(Ivana Marullo)

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20 Ottobre 2005

Sanità - Se anche Regesta s’incavola

Gli articoli di questi giorni sui vari quotidiani denotano malumore nei confronti della nuova giunta regionale.

I fatti: Mauri, che ha voluto fare all'IST una chirurgia toracica, quando ce ne sono già due a S.Martino e a Villa Scassi, che per tenere caldi i loro letti li occupano fifty-fifty con altre patologie (segno, cioè, di eccesso di offerta rispetto al fabbisogno). Ferrando (Lionello, direttore generale di Sampierdarena) che presenta ricorso contro la Regione per i criteri di assegnazione dei fondi 2004 (sic!) deliberati da questa Giunta (non da Biasotti, ri-sic!) sulla base di dati che valgono come una banconota da 15€. Anche "ü sciü Parodi" (Alessio, dir. Amministrativo Galliera) si ribella; e non all'idea di chiudere i piccoli ospedali della ASL ma per la ragione contraria. Rifiuta la loro razionalizzazione e qualsiasi - come usa dire oggi - sinergia con Villa Scassi, che nel tempo potrebbe migliorare la risposta all'emergenza e a contenere i costi, cose che non guasterebbero.
Buon ultimo ma non meno importante è apparso Regesta che, come capo dei primari sanmartinesi, ha una sorta di primogenitura trasversale nel diritto di critica. Che dice? Nulla che i lettori di OLI non abbiano già letto, e cioè che la delibera di ripartizione dei denari 2004, adottata da Burlando, è la fotocopia di quella adottata dalla precedente giunta Biasotti. Infatti vi si legge: "il modello di programmazione è quello in uso presso l'assessorato ormai da due anni". Ma allora, domanda Regesta, che cosa abbiamo cambiato a fare?". Quesito che può essere semplificato con quello: ma abbiamo cambiato?
In effetti, lasciando al loro posto i massimi gradi della dirigenza economica e sanitaria regionale (che può facilmente tenere in ostaggio i "politici" non "tecnici") e lasciando immutate o riciclando (negli enti convenzionati) le direzioni generali che hanno fatto il buco, qualcuno pensava davvero di iniziare il cambiamento? La giunta di centrosinistra sinistra non ha percepito che nel mondo della sanità la voglia di cambiare era tanta e che il face-lifting operato (stancamente) a tutt'oggi sta già cadendo a pezzi, senza aver accontentato nessuno.
(Galeno)

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6 Ottobre 2005

Ist e dintorni. Gli eccezionali poteri del Commissario a vita

Compare sul Secolo del 15/9 un articolo di “dichiarazione di guerra” di Mauri alla Regione Liguria, ed in particolare all’Assessore alla Sanità. E non solo: alla Giunta attuale. Il tema: Mauri ha nominato un nuovo primario all’IST, in una disciplina di cui, a Genova, nessuno sentiva bisogno: chirurgia toracica.

Contro il parere di Montaldo e – se non bastasse – anche di quello del suo predecessore, Levaggi.
Il dott. Mauri è commissario dell’IST. Commissario vuol dire capo unico di un ente, che dovrebbe avere un consiglio di amministrazione (del tipo: tre li nomina la Regione, tre il ministero della sanità, uno il sindaco), che a sua volta dovrebbe “esprimere dal suo interno” il Presidente e che dovrebbe poi nominare i Direttori (Generale, Amministrativo e Sanitario) e – importantissimo in un istituto scientifico– proporre il nome del Direttore Scientifico, che solo dopo un iter di approvazioni e no-contest, diventerà effettivo grazie alla nomina ministeriale.
In un ente commissariato, il Commissario, nominato anch’esso dal ministro della Sanità, sostituisce Presidente, Consiglio di Amministrazione e Direttore Generale. E’ in pratica un “faso-tuto-mi”, che dovrebbe stare in carica lo stretto tempo necessario a chi di dovere per effettuare le nomine istituzionali e garantire gli atti “contingibili ed urgenti”, necessari cioè a mandar avanti la baracca per quel poco tempo che serve.
E’ dunque una figura assolutamente atipica cui è conferito un potere enorme, anche in ragione del breve tempo di occupazione della sedia. Tanto breve, che non è neppur previsto un “rapporto esclusivo”, perché sarebbe illogico che uno dovesse lasciare le sue attività per un incarico che oggi c’è e domani non c’è più.
Ma siamo in Italia. E da oltre un quadriennio Mauri perdura nel ruolo di commissario. Dopo spettacolari licenziamenti di primari, dopo una “promozione al ribasso”, che ha messo in fuga o in pensione diversi buoni medici (per tutti: l’endoscopista Saccomanno, andato al Villa Scassi, Mereu, fuggito a Pietra Ligure, e Gottlieb, che ha portato in pensione un’umanissima terapia del dolore) e dopo il licenziamento in tronco del direttore scientifico Luzzatto, che ha fatto il giro del mondo, questo Commissario nominato dalla sinistra (Veronesi e Labate ne sanno qualcosa?), confermato dalla destra (Berlusconi - Sirchia), col successivo placet di Storace, Mauri si è manifestato nella trasmissione “W la ricerca” su Rai 3 dello scorso 21 giugno.
A Riccardo Iacona, il conduttore, che dopo aver ascoltato le ragioni di Luzzatto, andava a chiedere a Mauri le sue ragioni sul caso, lo stesso Mauri forniva orgogliosamente il suo profilo: consulente della Regione Lombardia per le questioni ospedaliere, presidente della Fondazione Humanitas, titolare o comproprietario o consulente di un’impresa che progetta e costruisce ospedali.
- E all’IST di Genova che ci fà?
- All’Istituto Scientifico dei Tumori di Genova sono Commissario.
- E proprio lei ha licenziato uno scienziato del livello di Luzzatto, che non sarà un simpaticone, ma il cui livello di genetista è quasi da Nobel, solo perché si passava una giornata ogni due mesi allo Sloan Kettering Center, lei che ha quattro incarichi contemporanei?
- All’IST sono Commissario e la legge non prevede il rapporto esclusivo.
Vero, verissimo.
Ora, però, qualcuno potrebbe domandarsi come mai all’IST non ci si sia mai interessati di acquisire la PET, la tomografia ad emissione di positroni, che qualsiasi istituzione scientifico-sanitaria vorrebbe avere. Come mai, dal dì che Levaggi voleva piazzarcene una - anche per avere un “fiore all’occhiello” di cui menar vanto sotto elezioni – furono fatte resistenze proprio da Mauri, che costringeva un medico nucleare troppo insistente ad andare ancora una volta fuori dall’IST ed i pazienti ad andare fuori regione per poterla effettuare…. Andare dove?
(m.c. e o.i.)

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22 Settembre 2005

Sanità 1. L’ospedale di vallata? Grazie, non serve

Chi nella Sanità non era contento delle lungaggini decisionali, è servito!
Un’eternità per scegliere i Direttori Generali; direttori sanitari e amministrativi solo ai primi d’agosto; poi un talk show su Primo Canale, dove Burlando – a domanda risponde – esterna dubbi sull’Ospedale di Vallata e dice che bisognerà sentire, bisognerà vedere, discutere, riunire esperti, fare conteggi, collegialmente… Pensi già alla solita telenovela.

E invece, tie’: Montaldo già il 20 di luglio ti dice: non se ne parla proprio di fare un altro ospedale in Valpolcevera, dove tra Villa Scassi, Celesia e Pontedecimo ce ne cresce già qualcuno. Sacrosanto. Finalmente una decisione secca. Finalmente uno sprint.
Allora ci muoviamo in questa direzione? No, scusate, non è vero niente. L’indomani, stesso giornale, stessa paginata, stesso spazio (quasi che fosse una controquerela), il capogruppo Margherita, afferma il contrario: l’ospedale si farà. E allora?
Pausa ferie, eppoi subito, e di nuovo, lo stesso contenzioso: a Primo Canale, sulla Gazzetta del Lunedì del 12 settembre, ospedale di vallata sì, ospedale di vallata no.
Partiti spaccati longitudinalmente, perché tutti gli eletti a qualsiasi carica, alla Camera o in Regione, in Provincia, Comune, in Circoscrizione, bocciofila, circolo della luganega, tutti, assolutamente tutti, in val Polcevera devono aver espresso attaccamento alla targa di un ospedale. E siccome storicamente, se sei amico del Gallino, sei potenziale nemico del Celesia, essere amici e promotori dell’ospedale-che-non-c’è procura solo suffragi in abbondanza.
D’altronde, chi degli eletti o degli eligendi, che si fanno garanti della realizzazione di meravigliose strutture sanitarie “senza dolore”, con alte infermiere svedesi, con aragosta servita al letto, mentre un cortese stuolo di medici –bisbigliando per non coprire una musica chillout– effettua cure miracolose con un semplice abracadabra, oserebbe svegliare dall’onirica rappresentazione i suoi elettori con un fantozziano: “Per me, l’Ospedale di Vallata, è una cagata pazzesca!!”?
Ostici per chi non è del mestiere, semplicissimi per chi ne mastica, esistono dati che –se volete prenderli per buoni sulla fiducia– ci dicono:
1) Che tutto il Ponente genovese (e non solo la vallata) necessita di 1.020 posti letto per acuti. Metteteci in più due servizi psichiatrici, due unità di crisi, togliete le superspecialità che devono stare a S.Martino, IST e Gaslini, con 900 posti letto il Ponente può essere autosufficiente per trattare ogni acuzie, urgente o programmabile.
2) Che già oggi il Ponente ha circa 970 letti per acuti, cui aggiungere grandi quantità di letti di day hospital, day surgery, one-day-surgery, dialisi, nido etc (ben oltre 100, contandoli tutti: e siamo a 1.070).
3) Che a Ponente, invece, mancano posti letto di riabilitazione. Le ortopedie, ad esempio, hanno liste d’attesa lunghe solo perché mancano letti di riabilitazione per chi è stato operato di protesi d’anca, di ginocchio e per i traumi maggiori o dell’anziano.
4) Che al Celesia potrebbero già ora ricavarsi questi letti riabilitativi, che renderebbero efficienti le ortopedie del Ponente.
5) Ma nel frattempo la gente continua ad andare fuori regione, anche perché Piemonte e Lombardia offrono pacchetti con la riabilitazione post-operatoria compresa. E il ligure contribuente accidenti se deve contribuire: paga i costi degli ospedali qui e le prestazioni (di chi ci va) in Piemonte.
6) Ergo: non servono altri posti letto a Ponente, a maggior ragione considerando che San Pier D’Arena sta già scavando le fondamenta di un padiglione, che darà, alla fine, 120/130 posti letto in più degli attuali. E arriviamo a 1.300.
Semmai serve più efficienza. Ma questo è un altro discorso.
(Galeno)

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Sanità 2. Non e’ il mattone che fa guarire

Un ospedale, per essere efficiente, deve avere una certa dimensione. Un tempo (quando S.Martino era il “dinosauro” con 4.250 letti) si diceva che 800/1000 posti letto era la misura meglio gestibile. Ma a quei tempi ad un reparto di Oculistica ne servivano almeno 20; oggi, per la stessa attività, basta poco più di un buon ambulatorio. Per operare una persona di calcoli (rene, vescica, colecisti) il letto d’ospedale veniva occupato per 20, 30 e più giorni; oggi la persona è a casa sua dopo 48 ore.

Però un ospedale con meno di 400 posti non può avere molti supporti specialistici e, soprattutto, una buona valvola di scarico per il Pronto Soccorso. Con meno di 400 non si possono ottimizzare le risorse impiegate. Es.: un medico di guardia 24 ore al Trasfusionale bisogna mettercelo (e pagarlo) sia con 200 come con 600 posti letto. Quella che cambia è, intuitivamente, l’incidenza sui costi.
Un ospedale progettato su 220/240 posti letto, a maggior ragione all’interno di un’area metropolitana, è una “strepitosa cazzata”, come direbbero le Jene.
E a maggior ragione se l’area dove costruirlo non te la regalano. E se, a max 3 km, hai un altro ospedale con DEA (dipartimento per l’Emergenza), rimesso a nuovo ed anche più baricentrico rispetto all’area servita.
Valgono, poi, tutte le altre considerazioni che Burlando e Montaldo mormorano su misura, ma che dovrebbero gridare a squarciagola: che la Liguria (e Genova in particolare) ha fin troppi posti letto per acuti (1.000 più del dovuto, all’incirca); che non ci sono neppure tutti i soldi che servono per completare l’opera; che occorre indebitarsi (meglio: che noi contribuenti dobbiamo indebitarci) con un privato, il quale i soldi ce li metterà, sì, ma non certo per lascito o donazione.
Perché li vorrà indietro, quei soldi, certo che li vorrà. E con adeguati interessi composti. Magari mimetizzandoli sotto la forma di diventare l’appaltatore esclusivo di servizi economali e tecnici, pulizie e forniture varie ai prezzi che dirà lui. Che altro non è che il “project financing”.
Nei “vecchi” brani di OLI ritroviamo infine alcune considerazioni poco pianificate (cioè sicuramente non condivise dall’illustre Architetto): che l’efficienza e la qualità, in Medicina, passano sicuramente di più attraverso la professionalità (e l’adeguato numero) degli operatori, i materiali e le tecnologie usate, le apparecchiature all’avanguardia, che non attraverso il mattone.
Per carità, un ambiente nuovo e razionale aiuta certamente a lavorare meglio. Ma se non ho soldi, una buona e ben cadenzata ristrutturazione dei locali costa di gran lunga meno, è fruibile man mano che procede e crea sicuramente minor impatto ambientale.
(Galeno)

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15 Settembre 2005

Epidemie.Il lungo silenzio su epatite e alga

La fine della stagione balneare e le piogge recenti sembrano aver posto fine all'epidemia di Epatite A che alla metà agosto aveva superato a Genova la quarantina di casi. Sembra, perché dalla fine d'agosto i quotidiani locali hanno abbandonato la notizia che si era imposta improvvisamente il 23 luglio scorso con l'annuncio di 21 casi di infezione.

Erano già sufficienti per parlare di epidemia ma nelle settimane successive sono raddoppiati. Dal silenzio si è passati al clamore, poi al chiacchericcio e alla fine... Beh, alla fine si sta facendo finta di niente. Eppure la vicenda meriterebbe qualche riflessione. Quaranta e più casi conclamati sono da considerarsi una epidemia, numeri - come si usa dire - da terzo mondo. Quali che siano i risultati dell'inchiesta in corso per determinarne l'origine, non si può sfuggire alla gravità del dato.
La notizia dell'epidemia è arrivata sulla stampa solo quando i casi erano già più di una ventina e solo perché un altro episodio aveva richiamato l'attenzione dei cronisti sugli ospedali locali. La domenica pomeriggio del 17 luglio, 195 bagnanti tra San Nazaro e Quinto erano finiti in ospedale. "Alga killer", "Alga tropicale assassina" avevano titolato i quotidiani nei giorni successivi. I primi 21 casi di epatite erano stati scoperti allora. C'erano voluti alcuni giorni (quotidiani del 26 luglio) per dire che tra epatite e "alga tossica" le relazioni erano piuttosto improbabili. Nel frattempo, dalla fine di luglio, i casi di epatite continuavano a crescere e le autorità che fino a quel momento avevano tenuto la sordina hanno cominciato a prendere posizione: oltre l'assessore regionale alla Sanità, l'Azienda sanitaria locale, in particolare col suo Servizio di Igiene pubblica, l'Arpal, il Dipartimento di scienze della salute dell'Università, l'Istituto Zooprofilattico, l'Unità di Igiene veterinaria e altri ancora. Tutti schierati alla ricerca del colpevole, del famigerato fattore K a cui attribuire la turbativa - nel caso l'epidemia - di una situazione "soddisfacente". Perché questa è stata per oltre un mese la linea dei comunicati ufficiali.
"Le condizioni igieniche in Liguria sono sempre state ottimali" ha dichiarato il direttore del Dipartimento di scienze della salute dell'Università. Purtroppo nella situazione "ottimale" era esplosa una anomalia - per definizione imprevedibile e incontrollabile e che proprio per questo non metteva in discussione la responsabilità delle istituzioni. E la stampa? E' stata al gioco. Ha partecipato con entusiasmo alla caccia al colpevole almeno fino a quando le indagini non hanno rivelato "anomalie" così numerose da mettere seriamente in dubbio la teoria delle "condizioni igieniche ottimali". Mentre i controlli degli allevamenti di mitili, dei ristoranti, del mercato del pesce non davano risultati, venivano scoperti (19 agosto) quintali di lonza infetta in alcuni centri commerciali, una "fogna segreta" (7 agosto) che alla Foce scarica direttamente in mare i liquami del centro e altre simili amenità. Quando (12 agosto) l'assessore regionale alla sanità ha dichiarato "Ora la causa dell'epidemia va trovata e in fretta: non si possono tenere gli operatori commerciali continuamente sotto pressione", tutti hanno pensato che era una vera fortuna che ci fossero gli operatori commerciali. Sennò chissà per quanto tempo ancora sarebbe durata l'epidemia.
Comunque, e malgrado la fretta, l'epidemia è continuata. Il 17 agosto, quando i casi erano ormai 38, l'assessore ha annunciato la vaccinazione per 50 mila persone (ecco almeno qualcuno - i produttori di vaccino - che da questa storia trarrà qualche vantaggio), e la pubblicazione di un vademecum con i consigli per evitare il contagio. Il 24 agosto la stampa ha annunciato il quarantunesimo caso. Dopo è sceso il silenzio.
(Manlio Calegari)

Posted by Admin at 07:55 | Comments (0)

21 Luglio 2005

Sanità. Dialogo tra un sanitario e il signor non so

NS: Hai visto San Martino?
S: Che altro hanno combinato?
NS: No! una cosa bella, stavolta. Credo….Dice il Secolo nelle brevissime del 16 luglio: referti istologici in 4 giorni per la biopsie, sette giorni per gli esami operatori, quindici in quelli più complessi.

S: Con questi tempi alle Ferrovie hai diritto al rimborso del supplemento rapido….
NS: Non scherzare! Se hanno fatto anche una conferenza stampa per dire ‘sta cosa, sarà ben una cosa buona! O no?
S: Basta sapersi accontentare: secondo la società scientifica degli anatomopatologi tempi come questi sono quelli necessari per ottenere la certificazione. Non è quindi buono questo fatto: è pessimo che finora ci mettano più del doppio!
NS: Ho capito: ancora una volta a San Martino l’unica cosa che funziona è l’UPS. Non il corriere rapido. L’Ufficio Propaganda Sanità…
Pasquino

Posted by OLI1 at 16:40 | Comments (0)

14 Luglio 2005

Sanità/1. Verso una nuova governance

Dopo una teoria plurisettimanale di ipotesi, incontri al “vertice”, patteggiamenti, stalli, veti crociati ecc., di cui la stampa cittadina ci ha fornito giornalieri ragguagli eccessivamente ricchi di particolari, che non si capisce quanto determinati da frasi “fuori onda”, dopo cioè una sceneggiata durata quasi due mesi, finalmente il parto sanitario: habemus duces.

Parto un po’ distocico – evidentemente – perché i nostri politici non leggono OLI e nessuno ha detto loro che gli insperati consensi avuti alle ultime elezioni regionali erano, in considerevole parte, dovuti alla mobilitazione avvenuta nel mondo della sanità, ormai allergizzata nei confronti dei precedenti amministratori. E dei loro duces, soprattutto.
Bene, i neo eletti hanno perso tutto il tempo di cui sopra non per stabilire se mai uno, massimo due dei “dg” ereditati dovesse essere salvato in virtù dei buoni risultati conseguiti, ma per discutere sul dove ricollocare in pratica tutti quegli scellerati, che negli ultimi mesi pre-elezioni non si facevano problemi a farsi vedere a distribuire volantini per Biasotti alla Fiumara (bella foto su un quotidiano genovese) e a comparire contemporaneamente tra i finanziatori della campagna di Burlando o tra gli iscritti del Maestrale o in prima fila nella clack ad ogni comizio del vincitore annunciato. In pratica: favori a destra controbilanciati a sinistra.
I quotidiani ci hanno illustrato per giorni e giorni come, tra “blindature diessine” romane per San Martino e controffensive popolari a tutto campo (del tipo: e allora dei “neo-nostri” non va a casa nessuno) e movimenti popolari pro Ferrando, si rischiava di mandare a casa i soli Martiny/Chiavari e Guadagni/LaSpezia, amici personali del trapassato Micossi.
Dopo altre improbabili candidature regolarmente lasciate trapelare nei totodg dei quotidiani locali, alla fine quello che secondo la società di revisione Pasdera e Zorzet è il peggior risultato gestionale, quello di S.Martino, è stato premiato con l’inamovibilita’ del suo dg. Alla faccia nostra, che tra accise maggiorate, incrementi del bollo ecc. pagheremo molto caro lo stipendio del dg blindato. Perché pagheremo anche andando sempre più fuori regione a “comprare” prestazioni, che solo fino a una decina d’anni fa S.Martino “vendeva” ai cittadini dell’interland del basso piemonte, del tortonese etc..
Riciclato il dg regionale della sanità, ppi mai abiurato, rimane anche l’indipendente di sinistra che ha creato a Sampierdarena una struttura decisamente dignitosa, in fase di ulteriore rilancio organizzativo con costi da “saldi”.
Non viene invece ripescato Barabino, che pure bene aveva fatto nell’Imperiese, unica Azienda sanitaria ad aver contenuto i costi della farmaceutica.
Il resto è nuovo. Anzi nuovissimo, almeno a Genova. E non dite che e’ opera dei soliti patteggiamenti politici. Tre Lauree? Corsi alla Bocconi? Esperienza poliennale presso grandi centri sanitari italiani od esteri? No. “U sciu Parodi” afferma su Repubblica – e c’è da credergli, sentendo quanto è timorato di Dio – che basta andare in chiesa e il resto è solo opera divina. Opus Dei, appunto.
Galeno

Posted by OLI1 at 14:48 | Comments (0)

Sanità/2. Dialogo tra un sanitario e un non so (1)

-Hai letto sul Secolo di domenica?
-Che c’era?
-C’era scritto che la Corte dei Conti ha bocciato il bilancio della sanità del biennio 2002/2003.

-Be’, non è una novità che i direttori generali delle Aziende facessero i bilanci col traforo...
-D’accordo, ma il bello è che la Regione diede loro addirittura il premio per aver centrato gli obiettivi! Non due lire: venti per cento in più del loro stipendiolo da circa 300 milioni vecchio conio cadauno. E 20 % in più, di conseguenza, anche a direttori sanitari, direttori amministrativi, revisori dei conti...
-Anche revisori dei conti? E chi ripagherà ora questo danno? Perché, a un tanto al chilo, sono circa centosessantamilioni per otto Aziende, e Galliera, Evangelico, Gaslini, Ist ecc.: ben più di un miliardo finito in tasca a chi non doveva prenderli, anzi.
-Be’, qualche Azienda c’era restata nel pareggio...I soliti noti: Villa Scassi, la ASL Imperiese...
-Ferrando l’hanno rinnovato...
-Ma Barabino no. Invece hanno rinnovato uno che, avendo sbilanciato per piu’ dell’1%, doveva già essere mandato a casa allora.
-Ma chi ha rivisto tutto in Regione? Non c’era un Direttore Generale della Sanità?
-C’era e ancora c’è: l’hanno rinnovato.
Pasquino

Posted by OLI1 at 14:44 | Comments (0)

Sanità/3. Dialogo tra un sanitario e un non so (2)

-Però, bella la Fiumara, no? Grande il Palazzo della Salute. Tutto lindo, tutto bello, tutto nuovo...
-...tutto vuoto...

Si, ho notato anch’io. Gente che ci lavora, lì dentro, ce n’è un fottio. E anche consulenti che ci “lavorano” (si fa per dire) per un fottio di soldi. Gente che si faccia curare, solo qualche rara ombra...
-Grande idea, quella di Biasotti: un Palazzo della Salute dove non va nessuno, così sembra ancora più bello, pulito e grandioso.
-Ma soprattutto irraggiungibile, se uno non ha un’auto propria. E, com’è noto, i settantenni, pensionati con la minima, hanno tutti la Mercedes...
-Sai cosa ci spende la ASL solo per l’ennesima estensione dell’appalto di pulizie?
-Guarda, dillo alla Corte dei Conti, è meglio!
Pasquino

Posted by OLI1 at 14:41 | Comments (0)

29 Giugno 2005

Sanità. Un giorno non è bastato

Sostituirli tutti. Sostituirne solo alcuni. Non sostituirne nessuno.
A priori, per quello che ne sa il comune cittadino, ognuna di queste soluzioni potrebbe essere quella giusta, o al contrario quella assolutamente da evitare.

Per potersene fare una idea a ragion veduta il comune cittadino avrebbe bisogno di uno strumento che nessuno gli dà: la chiara e pubblica esplicitazione dei criteri sulla base dei quali la Giunta Regionale intende giudicare l’operato dei direttori generali delle Aziende Sanitarie ed Ospedaliere oggi in scadenza: deve contare, e in che misura, se si sono o meno sforati i limiti di spesa programmati? Deve contare, e quanto, se si sono introdotti progetti nuovi, servizi innovativi? Oppure quello che importa è aver mantenuto un corretto equilibrio tra le risorse impegnate nella parte amministrativa e quelle impegnate nella erogazione delle prestazioni sanitarie? E’ importante, e quanto, aver sviluppato (o invece ristretto) le attività di prevenzione? C’è qualche comprensibile parametro che misuri se nel periodo di gestione da valutare i servizi forniti ai cittadini sono migliorati o invece peggiorati?
Temi troppo specialistici per farne un discorso pubblico? Roba da specialisti?
Senza la trasparenza si resta nella disagevole convinzione di essere testimoni di una pratica politica intollerabile.
Paola Pierantoni

Posted by OLI1 at 12:39 | Comments (0)

3 Giugno 2005

Sanità/1. Perchè gli infermieri rifiutano gli ospedali

Sono un tossico della cronaca. E' l'unico rimedio contro l'orgasmo ideologico. Il solo capace di mettere in discussione la presunzione dell'esperienza o il desiderio di sintesi. Come succede quando i fatti (di cronaca) oltre a fare a pugni con i nostri pregiudizi, confliggono tra loro. Prendete la notizia comparsa sui quotidiani locali del 21 maggio ’05: "Al concorso per infermieri professionali si è presentata la metà dei candidati che avevano presentato la domanda e tra i dodici che hanno completato le prove e sono stati dichiarati idonei cinque di loro hanno già fatto sapere alla direzione di Villa Scassi che rinunceranno all'assunzione".

Ecco qualcosa che non quadra. Come è possibile che al tempo d'oggi i posti "fissi" vengano snobbati? Vorrei sapere... Chiedo ad alcuni amici, tutti che per vari motivi lavorano nel settore. Ecco il piatto.
Amico n° 1
Già da alcuni anni la carenza di infermieri affligge le strutture sanitarie. Al punto che i partecipanti ai concorsi valutano, non appena hanno la possibilità di acquisire informazioni esatte, se presentarsi o rinunciare, magari solo in relazione alla destinazione di lavoro. In un'azienda come la ASL 3 genovese, ad esempio, che copre un territorio che va da Cogoleto a Camogli i candidati presentano domanda, e, quando ottengono informazioni precise sulla sede di destinazione, fanno la scelta che ritengono più opportuna. Il problema è che da tempo l'infermiere è merce rara. Nei primi anni Novanta, per incentivare la frequenza ai corsi per infermieri professionali, la Regione attribuiva agli studenti una borsa di studio, un rimborso per i libri di testo, la facoltà di usufruire della mensa ospedaliera. La regione e le USL affiggevano manifesti in giro per la città con l'accattivante foto di un'infermiera e la scritta "INFERMIERE: UN LAVORO SICURO." Tra gli effetti c'era stata un'ondata di nuove leve, addirittura sovrabbondante. Molti infermieri restavano "a spasso" in attesa di trovare sistemazione negli ospedali e spesso dovevano accontentarsi della clinica privata. In seguito, anche sulla spinta dei collegi degli infermieri e per soddisfare l'ambizione di chi infermiere già era, si è trasformato il corso professionale in laurea breve. Così invece di un corso professionale dopo il biennio di scuola media superiore, abbiamo una laurea universitaria (ovviamente dopo la maturità). Il trattamento economico e la "posizione sociale" non corrispondono però a quelli di un "laureato" e le iscrizioni sono in calo. In Friuli Venezia Giulia si sta ovviando con accordi con le repubbliche dell'ex Jugoslavia per acquisire infermieri (provenienti peraltro anche da Romania e Polonia). I problemi in questo caso derivano, oltre alle difficoltà di ambientamento, linguistica e logistica, anche dal fatto che nelle aspettative di questi lavoratori c'è il ritorno a casa dopo un periodo di tre, quattro anni di attività in Italia. Sembra che l'ASL Genovese stia ipotizzando accordi con L'Ucraina per l'acquisizione di infermieri di quella nazionalità, che sembrerebbero intenzionati ad una permanenza stabile sul territorio italiano.
Amico n°2
Potrebbe darsi che siano incaricati di mansioni inferiori in qualche altro posto, che però non ha bandito alcun concorso, e pensino di far valere lì la loro idoneità.
Amico n°3
A me come notizia risulta strana: tuttavia so che nelle varie aziende sanitarie c'è una generale carenza di infermieri, che, almeno fino alla scoperta del "buco" da parte di Burlando, erano l'unica figura professionale, per la quale era ammessa l'assunzione. In generale si dice che si tratta di un lavoro pesante e stressante, per cui la richiesta di occupazione è bassa, anche se gli stipendi sono accettabili e soprattutto si tratta di lavori non precari. Comunque la notizia mi lascia perplesso.
(Manlio Calegari)

Posted by OLI2 at 07:56 | Comments (1)

Sanità/2. Da migliaia di candidati ai concorsi deserti

Chiedo lumi infine a Galeno. Vero agente all'Avana della nostra NL, lui con queste notizie ci va a nozze, le conosce dall'interno...
Sul finire degli anni 90, presso la ASL 3 di Genova – spiega – fu bandito un concorso per 10 posti di infermiere professionale. Non che ne servissero solo 10; 10 era un numero messo lì per giustificare il concorso, selezionare un tot di infermieri e avere una graduatoria, da cui attingere per le necessità dei due o tre anni successivi. Duemilacinquecento domande.

Uno sforzo organizzativo notevole per sistemare alla Fiera del Mare le oltre 1.400 persone che si presentarono alla prova scritta. Alla fine delle prove pratica e orale la graduatoria contava circa seicento promossi e con quella si andò avanti con le assunzioni per alcuni anni. Primi anni 2000.
Stessa situazione al Villa Scassi: bando per 10 posti di infermiere e poi si vedrà. Circa 400 le domande e, per accogliere gli effettivi 250 candidati, basta una sola delle due aule prenotate al polo universitario ex Saiwa . Alla fine la graduatoria conta 150 promossi, di cui, in due anni, ne verranno assunti una cinquantina. Non di più. Gli altri danno forfait perché hanno già trovato lavoro più vicino a casa.
2005, odissea dell’ospizio, verrebbe da parafrasare. Difficile trovare infermieri per trasferimento (mica tutti gli infermieri abitano a Sampierdarena!) e quindi altro bando, sempre per 10 posti. Le domande meno di 100. Nell’aula del polo Saiwa – l’altra volta bella piena – i 45 presenti allo scritto sembrano dei dispersi. Molti, sono stranieri, non capiscono i titoli delle tre semplicissime domande cui rispondere in non più di un’ora. Per altri, che sono italiani, è la parola “standard” ("precauzioni standard da adottare quando si ha di fronte un paziente potenzialmente infettivo") a costituire un ostacolo insormontabile. Le risposte sono di fantasia. Tu pensi: hanno messo in atto gli insegnamenti della Moratti: Impresa, Inglese, Informatica. Alla prova pratica e a quella orale ti rendi conto che no.
D: "Come chiederebbe nome, cognome ed indirizzo ad un paziente in inglese?"
R: "Ma noi non lo abbiamo studiato fino a questi livelli, l’inglese!". Promossa. Promossa? Sì, promossa. Per avere almeno 12 persone da immettere in servizio, promossa.
Promossa come quella che, alla domanda un po’ vigliacca di un commissario: "Se un paziente tetraplegico suona il campanello e le dice che vorrebbe la "padella" per i suoi bisogni, lei che fa?". E lei, anziché stupirsi o mandare a quel paese il commissario, fa: "Mi presento, gli dico che sono l’infermiera professionale, che sono lì per aiutar...." . Ma chi aiuti: questo e’ un miracolato dalla Madonna, che deve essere ancora li’ in giro! Ma quando mai un tetraplegico può muovere le braccia, poveretto lui, o percepisce i suoi bisogni corporali? Ah, sì, e’ vero! Promossa, promossa: almeno s’è resa conto...
Altra: la temperatura corporea normale, qual è? Sicurissima: massimo trentasette ascellare, rettale due o tre gradi di più. Due o tre? Ancor più sicura: "Guardi che ieri ho dato l’esame di Fisica e le cose io le so!". Peccato che non sapesse neppure la differenza tra l’esame Fisiologia e Fisica: ma vorrai mica mandarla in crisi d’identità.
Anche sullo "stile", che dire? "Ma se un paziente insiste che vuole una ben precisa medicina che il medico non ha prescritto, lei come si comporta". Testuale: "Oh ma belandi, ci dico che...". Promossa: almeno si e’ rifiutata di sostituirsi al medico.
Alla fine 12 promossi, di cui due di nazionalità polacca. Ma cinque italiani hanno già preannunciato che non verranno: preferiscono un contratto a tempo determinato (precario, si fa per dire...) più vicino a casa.
(a cura di Manlio Calegari)

Posted by OLI2 at 07:51 | Comments (0)

Sanità/3. Avvocati e ingegneri invece di paramedici

Da esperto qual è, Galeno ricapitola infine il quadro storico della situazione in quattro punti.
1) Nell’arco di neppure un decennio si è bruciato un patrimonio formativo gigantesco (forse fin esagerato), cumulato nel dopo Donat Cattin. Chi era Donat Cattin? Uno dei migliori ministri della sanità (...e non era medico!), al quale va riconosciuto il merito di aver saputo affrontare il problema della carenza di infermieri, da un lato fissando un rapporto di sicurezza – diremmo oggi – tra infermieri presenti e numero dei letti (per valori inferiori a quelli prefissati, si dovevano chiudere letti); dall’altro autorizzando forme di incentivazione (borse di studio) per gli allievi infermieri. E le vocazioni improvvisamente si sprecarono.

2) Il primo stipendio di un infermiere, anche se il lavoro è sicuramente pesante (turni sì, ma alla fine sono sempre 36 ore/sett), è di tutto riguardo. Con un po’ di libera professione o qualche “gettone”, facile per un neo assunto arrivare vicino a 1.500€/mese. Come o più di un giovane ingegnere; quasi come un medico con 10 anni di laurea e specializzazione. Ma allora, cosa manca perché questo lavoro sia più attraente? Forse un diverso assetto della carriera, oggi ancora abbastanza appiattita.
3) Perché questo crollo d’interesse dei giovani per la neo-laurea infermieristica, mentre si picchiano per fare i fisioterapisti o i tecnici di radiologia? Su 250 posti/anno disponibili presso l’Ateneo genovese, se ne coprono sì e no 150, che diventano ancor meno alla fine del triennio per “selezione naturale” (perché di selezione culturale, a giudicare dai risultati...). Per gli altri corsi di laurea occorre superare un’affollata selezione. Sono i turni che spaventano? Perché quando i corsi erano tenuti dagli ospedali e dalle vituperate “suore”, la “borsetta” di studio di Donat Cattin ottenne affluenze record nonostante selezioni severe?
4) E l’Ospedale, l’ASL o la RSA, cosa può fare, se i 120/130 infermieri/anno che l’università sforna annualmente non coprono neppure il 25% del turn-over?
Per ora si è supplito “acquistando” prestazioni libero-professionali dagli infermieri. Ergo: dopo le tipiche 36 ore settimana, un infermiere fa un turno di lavoro (notturno, pomeridiano, una seduta operatoria o altro) pagato con una cifra oraria pari a stipendio più tasse (avete presente gli incentivi di Berlusca per non mandare in pensione i vecchietti?). Ma mentre fino a due anni fa bisognava regolamentare l’accesso ai pochi “gettoni”, oggi non si riescono più a coprire i molti necessari e disponibili. E quando manca un infermiere per malattia, di fatto bisogna coprirne uno e mezzo, tanti sono i “gettoni” che contestualmente non possono essere coperti.
A breve si vedrà di sostituire con figure para-infermieristiche alcuni turni (tipo un OSS al posto di un infermiere ogni due o tre).
Da qui a due/tre anni, se non si porrà rimedio, dovremo iniziare a chiudere ospedali o reparti d’ospedale.
Suggerimenti, rimedi? Galeno risponde con una provocazione (ma non tanto). Mandare a casa i 63 (diconsi sessantatre!!) avvocati appena assunti dalla ASL; disimpegnare i denari previsti per assumere 9 (diconsi nove!) ingegneri nell’ASL, che non si sa cosa dovrebbero fare (ce ne sono già sette; prima di Biasotti/Grasso uno forse era poco, ma con 16 si costruisce il ponte sullo stretto); sciogliere una trentina di fantasiose consulenze “centenarie” (parliamo di migliaia di €/anno) ed altri contratti di fantomatiche responsabilità (tutte le ASL, gli Ospedali, gli IRCSS possono contribuire a bizzeffe), sciogliere il CBA (informarsi a che cosa serve, oggi) e si ricaveranno non meno di 500.000 €/mese con cui poter pagare da subito borse da 750 €/mese ai residenti liguri dei tre anni del corso.
(a cura di Manlio Calegari)

Posted by OLI2 at 07:48 | Comments (0)

26 Maggio 2005

Buco-sanità/1, Quelle voci nel vuoto contro gli inciuci

Un paio di settimane prima del voto regionale un gruppo di funzionari - operanti "a diverso titolo all’interno del Servizio Sanitario Regionale" - aveva indirizzato a Burlando una lettera. Importante perché gli scriventi, che si dichiaravano leali sostenitori della sua candidatura, denunciavano in tempi non sospetti (B. doveva ancora essere eletto) le curve che presto avrebbe dovuto affrontare.

Il punto di partenza era - dicevano - la presa d'atto del "desolante vuoto culturale, dall’incredibile mancanza di governo dei processi sanitari, della conflittualità delle aziende che si traduce in anarchia programmatoria di Aziende USL in aperto conflitto con le Aziende Ospedaliere e viceversa". Un vuoto - proseguivano -"deliberatamente mai colmato negli ultimi dieci anni né dalle giunte di Sinistra né tanto meno dall’uscente Giunta Biasotti" e che "affonda le sue radici nella paura che i politici e i Direttori generali hanno di veder significativamente ridotto il loro potere discrezionale nelle scelte riguardanti la Sanità".
Per intervenire in una situazione così compromessa era necessario - sosteneva la lettera - una cultura dei problemi che non si fermasse alla superficie e che fosse espressione di quanto di meglio come intelligenze e strutture la sanità regionale aveva saputo esprimere in questi anni. E poiché Burlando nel suo programma aveva progettato di "dotare la regione di una Agenzia per i servizi sanitari" i firmatari ritenevano che la decisione fosse un buon inizio per cercare di voltar pagina.
Non risulta che Burlando abbia mai risposto alla lettera in questione anche se il profilo dei firmatari e l'importanza delle loro affermazioni lo avrebbe suggerito. Neppure ha risposto alla provocazione rivoltagli Mercoledì 18 maggio 2005 da P. Cornaglia Ferraris, titolare su "la Repubblica-Il Lavoro" della rubrica "Salute o sanità?". Di fronte alle prime mosse di Burlando nel campo della sanità regionale ammette di essere un po' deluso. Sarebbe stata necessaria scrive "una scelta forte che mettesse le parti politiche in grado di rivedere il proprio ruolo sulla sanità pubblica. Non più lotti da spartirsi con un manuale del potere, ma responsabilità vera di gestire il consenso dei cittadini su scelte che diano i migliori servizi con la minore spesa pubblica". E per essere più chiaro aggiunge un decalogo riassumibile nel suo punto 10: "comunicare una sanità nuova, equa, solidale, efficiente, rigorosa, frugale che sa dare tutto a chi ne ha bisogno...". Cornaglia Ferraris suggerisce che i mali della Sanità pubblica stanno nel rapporto perverso che da tempo si è stabilito tra il potere politico e la struttura sanitaria divenuta ingovernabile e deficitaria per i pesanti condizionamenti a cui è costretta.
(Manlio Calegari)

Posted by OLI2 at 23:40 | Comments (0)

Buco-sanità/2. Senza trasparenza i conti peggiorano

Perché tutti o quasi gli abitanti della regione Liguria ritengono - a proposito della sanità pubblica - di saperne qualcosa? E magari anche d'aver qualcosa da dire? Perché tutti o quasi, giovani, mezzi giovani e vecchi hanno messo una o più volte un piede in una ASL, un ospedale, un ambulatorio ecc. ecc. sono per questo competenti? No.

Ma in un settore così schifosamente lottizzato e poco trasparente (e ognuno aggiunga del suo) l'esperienza sia pure modesta dei cittadini è il punto di partenza per qualsiasi progetto riformatore. A maggior ragione quando, a leggere i giornali, continua a risultare oscuro il modo come si intende mettere mano ai problemi della sanità regionale.
Viviamo una situazione in cui - come si dice in questi casi - chi sa o chi ha dire parli e parli subito e specialmente chi ha da rispondere, cioè ha delle responsabilità politiche, si degni di farlo. Al momento l'unica cosa chiara è che la giunta Burlando deve trovare come coprire il debito di 150 milioni di euro per non rischiare un taglio di 250 milioni che è l'ammenda se la Regione è inadempiente. La cifra dovrà essere recuperata in qualche modo usando le 6 leve (quota Irpef e poi le varie addizionali su bollo auto, benzina, gas, discariche, Irap) a disposizione della Regione. Sullo sfondo di questo obiettivo immediato c'è - hanno detto gli assessori interessati - la necessità di "modificare l'assetto strutturale della sanità ligure per eliminare le fonti di spesa che assorbono risorse ma non migliorano il servizio. Per evitare cioè il progressivo aumento del deficit". Parole d'ordine: razionalizzare la rete degli ospedali e "riequilibrare domanda e offerta". Di questo sembra abbiano discusso (stampa locale del 17/V) il 16 maggio gli assessori Pittaluga e Montaldo, riuniti con alcuni "tecnici". Ma chi saranno questi tecnici? E che cosa si saranno detti?
(Manlio Calegari)

Posted by OLI2 at 23:37 | Comments (0)

19 Maggio 2005

Amianto. Come mettere il freno alla legge salva-vita

Che l'amianto porti con sé il cancro è accertato ormai da 40 anni e, dal 1992, esiste una legge che vieta l’estrazione e l’utilizzazione dell’amianto e dei materiali che lo contengono. A 12 anni dalla sua approvazione, l'applicazione della legge è lenta e contraddittoria. Le informazioni più recenti sulla mortalità per mesotelioma pleurico, tumore provocato dall’esposizione ad amianto, restano inquietanti e in Liguria i valori sono nettamente superiori alla media italiana.

Non dipende solo dall'onda lunga dell'esposizione pregressa: l'amianto si trova ancora su molte delle navi costruite prima del 1992 (con grave rischio sia per i marittimi a bordo sia per gli operai delle riparazioni navali), negli onnipresenti manufatti in cemento-amianto, Eternit (pericolosi quando si deteriorano o avvengono lavori di ristrutturazione), nelle cave di "pietre verdi" (serpentino). Di queste ultime in Liguria ne esistono 24. Una si trova a Rocchetta Vara (SP) in località Ponte Nuovo. E' di proprietà dell’ente locale ed è gestita dalla società VITI che in prossimità della sponda destra del fiume Magra possiede un frantoio di materiale lapideo dove macina il “serpentino” proveniente dalla cava di Ponte Nuovo.
La VITI ha avuto, nel 2002, dalla Regione Liguria la concessione di continuare a coltivare la sua cava di serpentino sino alla fine del 2009, ottenendo anche un incremento estrattivo di 230.000 m. cubi. Contro l'attività della VITI e lo sviluppo della sua concessione si sono mossi gli abitanti di Senato, un quartiere di Lerici, posto sulle rive del Magra e nell’area protetta del parco di MonteMarcello, che trovandosi nell'area di influenza del frantoio sono da anni esposti agli effetti della lavorazione del serpentino, cioè alle fibre d'amianto. Perché bisogna protestare per applicare una legge? Perché i tempi e i modi degli accertamenti della presenza di amianto nei fanghi e nelle polveri in sito sono lenti, incerti e occasione di un sospetto scarica barile.
Una prova? Il 6 agosto 2004 per una decisione della magistratura, che aveva riscontrato elevate concentrazioni di amianto nei siti citati, l’estrazione e la macinazione del serpentino è stata interrotta. Il 23 settembre 2004, il P.M. a seguito di analisi svolte dai tecnici di fiducia sia sui terreni della cava e sia su quelli dell'area del frantoio, ha disposto il sequestro cautelativo delle aree anzidette descrivendole altamente inquinate da fibre di amianto. Il 26 ottobre 2004, a un mese di distanza, il tribunale del riesame della Spezia ha revocato l’ordine di sequestro preventivo disposto dal P.M. e le stesse aree sono passate da zona ad alto rischio di pericolosità a "zone incontaminate" e quindi idonee al prosieguo dell’attività di frantoio. Per tutto questo gli abitanti di Senato di Lerici il 18 aprile scorso hanno convocato un convegno a cui hanno partecipato amministratori locali e funzionari delle Aziende sanitarie per esprimere i loro dubbi e il loro scoraggiamento. Com'è possibile che ancora oggi dalle cave di pietre verdi si continui ad estrarre rocce ricche di amianto, senza che l’organo di vigilanza - l’Ispettorato Cave e Miniere della Regione Liguria - si pronunci in modo netto su una materia così rilevante per la salute dei cittadini? Gli abitanti di Senato restano in attesa di una risposta autorevole da parte della nuova Amministrazione regionale.
(Manlio Calegari)

Posted by OLI2 at 20:26 | Comments (0)

12 Maggio 2005

Arresti. Chi deve controllare la spesa sanitaria

Chi è dell’ambiente, un po’ scioccato lo è comunque rimasto. Perché di Valbonesi tutti sanno che è un tipo tosto ma che rubasse… Vedremo le prove. D’altro canto s’è sempre detto che in sanità i costi sono gonfiati anche (sottolineo anche) dagli sperperi che vanno sotto diversi nomi secondo le diverse forme: compro roba come capita e poi la butto (spreco vero: però qualcuno intasca e ne è contento); compro roba carissima, al top, anche per fare sciocchezzuole (spreco sospetto: perché Pantalone paga molto, qualcuno intasca più del necessario e forse deve dire grazie; il malato non ne sta male, ma dove potevi trattare 10 pazienti, a questi prezzi ne fai sì e no 8); compro porcherie, le pago per buone e sono tutti cavoli acidi per il paziente: vedi valvole cardiache “brasiliane” di Torino e non serve altro commento.

Poi si sperpera anche assumendo impiegati a raffica (non infermieri, per carità!)… e dando consulenze… e dando incarichi di responsabilità (?) e così via. Se in beni e servizi va il 20% della spesa e in personale l’80%, è chiaro dove lo sperpero ha facoltà di incidere maggiormente.
Semprecchè sia vero tutto quello che compare sui giornali, il Trasfusionale del San Martino sembrerebbe rientrare tra gli sprechi sospetti. Perché sospetti? Perché c’è un sottile e perverso equilibrio tra lo scegliere “prodotti esclusivi” (lo fa solo la ditta X e solo da lei posso comprarlo al prezzo che dice) e prodotti che possono confrontarsi con due/tre omologhi: dicendo che mi serve una cosa così, escludo tutte le altre; scrivendo che mi serve un po’ più cosà, consento di espletare una gara, in cui due, tre, cento ditte tireranno giù il prezzo di vendita in varia misura. E non avranno nessuno da ringraziare.
E poi, in medicina il confine tra così e cosà spesso è sfumato: a volte dove "così" funziona, "cosà" fa cilecca; altre volte funzionano entrambe. Per non dire dei casi dove l’esperienza personale porta a pareri assai discordanti.
Le linee guida aiutano ad individuare percorsi clinicamente corretti in diagnostica e in terapia. Ma quando c’è da scegliere un prodotto (specialmente se non è un farmaco consolidato), sono assai spesso proprio le “referenze” ad orientare verso il prodotto che “ha speso di più” per la promozione.
Per evitare abusi, nella pubblica amministrazione esiste una gerarchia di responsabilità, che si dovrebbero controllare reciprocamente. O meglio: a giro. Ma a quanto pare chi ha responsabilità, a San Martino, non c’entra (così almeno si è letto). Ma allora per quale “responsabilità” prendono lo stipendio? Per assistere da vicino allo spettacolo degli arresti? Fosse per questo, basta comprare un giornale: anche per un arresto nel corso della notte una foto da sbattere in prima pagina si trova sempre!
(Galeno)

Posted by OLI2 at 09:49 | Comments (1)

18 Marzo 2005

Pensa alla salute che il conto arriverà

Ho ricevuto dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri la pubblicazione ”Pensiamo alla salute”, con allegata lettera del Presidente del Consiglio. L'ho inviata al signor Prefetto pregandolo di volerla cortesemente rispedire al Mittente, insieme con le seguenti motivazioni:

1. Considero l'iniziativa come propaganda elettorale personale del dott. Berlusconi, pagata con i miei soldi di contribuente e senza il mio preventivo consenso.
2. Considero il contenuto della pubblicazione del tutto banale e privo di valore politico positivo, anzi, con valore politico negativo, in quanto lascia intendere che i cittadini sono responsabili della propria salute (cosa in parte condivisibile) senza mettere in causa la dimensione politica del problema, come se si ignorasse che i rischi di malattia, invalidità e morte provengono da nodi non risolti della politica ambientale, della sicurezza della circolazione stradale e ferroviaria, della osservanza delle norme di sicurezza sul lavoro, dalla criminalità organizzata, dalla cattiva organizzazione dei servizi sanitari ecc.
3. Di conseguenza, considero fondato il sospetto che nel pensiero del mittente si voglia preparare il terreno a un'ulteriore riduzione della spesa pubblica per la Sanità, inducendo i cittadini a pensare che se vogliono tutelare la propria salute devono pagarla di tasca propria, oltre al contributo fiscale di cui in modo propagandistico si magnificano i tagli illusori.
(Gianfranco Monaca)

Posted by OLI2 at 07:50 | Comments (0)

3 Marzo 2005

Primati. Perchè il mesotelioma colpisce in Liguria

Il mesotelioma pleurico è un tumore provocato dall’esposizione ad amianto. La sua incidenza, che da diversi anni si presenta in tendenziale aumento, è legata all’esposizione, soprattutto lavorativa, ad amianto, verificatasi nei decenni trascorsi.

E' una patologia che in Liguria si presenta con valori nettamente superiori ai valori medi italiani. Alcuni Comuni del Tigullio, in particolare Sestri Levante, presentano i valori più alti all’interno della Regione, non dissimili da quelli di Genova e La Spezia. E' uno dei motivi che ha generato il Convegno sull’amianto di venerdì 25 febbraio 2005 a Sestri Levante. Oltre a numerosi cittadini, per lo più ex esposti ad amianto in diverse realtà produttive locali, partecipavano rappresentanti delle istituzioni locali, provinciali e regionali.
Nel corso del convegno, oltre ad una informazione sull’incidenza e della mortalità sono stati trattati gli aspetti sanitari della malattia, quelli normativi e previdenziali, i problemi di assistenza ai malati e agli esposti ed è stato proposto la realizzazione di un registro pubblico degli esposti ed ex esposti, già presente in altre regioni ma non in Liguria, con funzioni, tra l'altro, di semplificazione dei riconoscimenti eziologici in caso di insorgenza di patologia amianto-correlata.
Nel convegno è stata richiamata l'attenzione sul fatto che il rischio amianto non c'è solo per l’esposizione pregressa. Esistono infatti almeno altre due fonti di esposizione attuale, che non interessano solo i lavoratori, ma tutti i cittadini: 1) le coperture e i manufatti in cemento amianto (eternit), molto diffusi in tutto il territorio e spesso in scadente stato di conservazione, il che comporta un maggiore rilascio di fibre nell’aria e quindi il rischio che vengano respirate; 2) le cave di “pietre verdi”, molto frequenti nell’entroterra ligure.
Questo secondo punto è il vero problema emergente. E' stato infatti accertato che si estraggono e si commercializzano minerali ricchi di amianto, che poi vengono macinati o usati tal quali in edilizia, per massicciate, rifacimenti, ecc., in violazione alle leggi. Un’attività criminale sulla quale non viene esercitato alcun controllo.
(Manlio Calegari)

Posted by OLI2 at 19:51 | Comments (0)

24 Febbraio 2005

Farmaci. Agli Italiani la ricetta del taumaturgo capo

Già il titolo, “Pensiamo alla salute”, lascia intendere lo spirito vero dell’opuscolo con lettera inviato a tutte la famiglie italiane dal duo Berlusconi-Sirchia (stampa e spedizione, naturalmente, a spese dello Stato): “pensa a salute”, pilastro della saggezza partenopea, non è forse un invito a occuparsi anzitutto del proprio benessere fisico, lasciando da parte “i cattivi pensieri”, insomma un equivalente del più esplicito “tira a campà”?


oli47.jpg

Che sia questo il messaggio di fondo della campagna promozionale ad personam, più ancora del testo lo dicono le vignette dell’irridente matita di Forattini, che per quanto amica non può ignorare certi paradossi. Così, fin dalla copertina, ci mostra un improbabile italiano medio tutto preso dal divertimento in voga di trangugiare pastiglie a più non posso, magari senza averne bisogno, per il puro piacere di pagare il ticket… Insomma, colpa di questi spreconi e autolesionisti, se la spesa farmaceutica continua a salire.

Ma il punto più alto viene raggiunto a pagina 47 dell’opuscolo, dove invece del morto che parla evocato dalla smorfia, troviamo la figura di un’Italia gravida sul lettino del ginecologo che le ausculta il pancione e avverte: “Dovrebbe ridurre il tasso della politica: il feto potrebbe risentirne negativamente”.

E’ questa la prescrizione risolutiva che viene dal taumaturgo-capo di palazzo Chigi e dal suo assistente in camice: non preoccupatevi, ci siamo qui noi a prenderci cura dei vostri destini, lasciate perdere le cose più grandi di voi, come la politica. Potrebbe venirvi il dubbio, nocivo al massimo, causa di ulcere e gastriti, che la voragine della spesa farmaco-sanitaria ingrassi qualcuno (il personaggio di Poggiolini, com’è noto, era pura invenzione della sinistra), che le tangenti a politici, manager e mediconzoli non siano mai finite, che le corporazioni dei camici bianchi siano così forti da mettere fuori gioco un ministro (Bindi) poco arrendevole ai loro interessi. E ancora che la ricerca universitaria sia così bistrattata da lasciare campo libero agli affari dell’industria farmaceutica, in attesa del grande balzo verso la privatizzazione dell’intera sanità.

Insomma non fatevi venire il mal di pancia. Badate ai casi vostri, guardate la tv e seguite la cura di B. Se poi S, il cofirmatario della ricetta di buona salute, risulta attualmente indagato per tangenti è un puro caso. Statene certi. Sonni tranquilli.

Posted by OLI2 at 23:18 | Comments (0)

Cifre. I costi della sanità e le liste d'attesa

La telenovela sulla sanità ligure dal titolo “Ma quanto mi costi?”, inaugurata da Manzitti su Repubblica-Il Lavoro a metà gennaio circa, giunge oggi alla 4°. puntata.

Riassunto delle precedenti:
1) Abbiamo un buco nel bilancio della sanità? Di quanto? Non si sa, ma comunque è tutta colpa di Levaggi, che pensa di trattare la materia chiamando alla sua corte managers lumbard super-pagati. Di bello c’è solo il Pammatone.
2) Ti credo che abbiamo un buco! In un ospedale una appen-dicectomia costa mille, nell’altro millequattrocento, da qualche parte quattromila. E da vari dati risulta magari che dove costa cara lavorano anche poco o male. La Regione ha questi dati, ma non li usa.
3) La parola alla difesa: Levaggi dice “quei sistemi di misura sono vecchi ed imprecisi; nel cassetto ne abbiamo altri che quelli sì…. Ma ora non ti dico…”
Quali che fossero i dati “quelli-buoni”, che Levaggi diceva di avere nel cassetto (e che evidentemente non ha nel frattempo procurato al giornalista inquirente, forse perché ancor peggiori di quelli già pubblicati…), Repubblica del 16/02 tira fuori la relazione del CEIS, organo sicuramente al di fuori delle parti (ma lo erano anche i dati pubblicati; anzi: quelli erano proprio della Regione!), che evidenzia i costi reali della sanità ligure.
Reali. Quelli che cioè ci dicono quanto spendiamo effettivamente in raffronto a quanto spendono veneti, umbri, siciliani etc., per avere le stesse cose.
I risultati sono stroncanti. E se Levaggi non fosse la simpatica faccia che è, avrebbe già dato le dimissioni, perché non si salva proprio nulla di quello che è stato fatto sotto il suo assessorato.
Non è una giornalata a dirlo: è uno studio scientifico, che ha sicuramente qualche limite sui dati alla fonte, ma in questi casi il difetto si vede subito. Esempio? Quando si dice che Liguria, Emilia e Valle d’Aosta sono le regioni dove i tempi di prenotazione sono più lunghi rispetto a qualsiasi altra regione. Guarda caso si tratta delle uniche regioni dove il sistema CUP è informatizzato rispettivamente al 50, 90 e 100%. Cioè dove non si possono raccontare miccere. Dalle altre parti, dove miriadi di sistemi di prenotazione non dialogano o vanno a piuma d’oca e calamaio, tutto bene? Mah!
(Galeno)

Posted by OLI2 at 18:14 | Comments (0)

20 Gennaio 2005

San Martino. Il panorama di macerie di una cattiva gestione

L’Azienda Ospedale Università di San Martino da tempo si propone l’obiettivo di conseguire la qualifica di “eccellenza”, a ciò forzata dalle grandi competenze mediche ospedaliere e universitarie che da sempre la caratterizzano.

Peraltro l’esperienza quotidiana dà dimostrazione delle difficoltà che sussistono nella coesistenza collaborativa e sinergica delle suddette competenze, difficoltà accentuate dalla scarsa chiarezza che regna sotto la "cappa di San Martino", ove nessuno sa quello che succede e ancor meno quello che potrebbe succedere, e gli operatori sanitari, medici e non, con poche eccezioni per qualche privilegiato, si trovano di fronte a decisioni unilateralmente assunte dalla dirigenza aziendale e dichiarate per lo più solo a cose fatte.
Ma che cosa è stato fatto, alla fin fine, in questo quinquennio di attività dello staff dirigenziale "importato" dall’Emilia (il quale decadrà ai suoi vertici il 30 giugno 2005)? La risposta, formulata con il dovuto equilibrio, è impietosa: “nulla di più e forse qualcosa di meno di quello che uno staff dirigenziale di estrazione ligure avrebbe fatto”. Sono state rispettate le priorità riconosciute? Quale prezzo si è pagato per fare quello che si è fatto? Quesiti, questi, da affrontare evitando di mistificare pane per vino e vino per pane.
È arcinoto che il perfetto funzionamento dei servizi di laboratorio e di radiologia condiziona drammaticamente i tempi di attesa dei ricoverati. Orbene, un qualche lavoro è stato fatto per i laboratori, peraltro da sempre ben funzionanti, ma poco o nulla per i servizi di radiologia. Basti pensare che, a differenza di quanto avviene in altre realtà ospedaliere genovesi e liguri, al San Martino non esiste un compiuto e qualificato sistema informatico di archiviazione e comunicazione delle immagini (il ben noto PACS) che radicalmente muterebbe tempi di attesa, di espletamento, di refertazione e di archiviazione delle indagini.
La dirigenza aziendale, per di più, si è sbizzarrita nel tentativo di smantellare, quasi per un vero e proprio “complesso”, collaudate competenze universitarie, e lo ha fatto attraverso il mancato rinnovo di apparecchiature radiologiche tradizionali, TC e RM (in parte sostanziale di dubbia utilizzabilità se non obsolete); poi attraverso il dirottamento delle competenze assistenziali specifiche; infine attraverso i tentativi di ridurre il numero delle U.O. riconosciute dalla Convenzione Regione/Università, rimasti tali grazie all'intervento fermo e attivo dei vertici universitari.
Ma problema ben più preoccupante è quello che si sta pagando per la politica di sopraffazione nei riguardi del personale medico: manca il “prodotto sanità” e il risultato gestionale, indipendentemente da ogni giudizio sulla qualità del lavoro della dirigenza aziendale, diviene pessimo. Basta constatare che la mobilità extraregionale ha avuto un incremento repentino e insopportabile proprio negli ultimi due-tre anni.
L'eccessiva verbosità, una costante autoincentivazione pubblica, la tendenza ad agire in termini di simpatie e antipatie personali, ha indotto a molteplici fughe di medici di grande valore verso altre sedi: un patrimonio culturale e pragmatico ligure dilapidato senza un perché e soprattutto senza un momento preliminare di riflessione sulle conseguenze. Il cittadino ligure, in ciò, con le sue scelte di cura, si esprime chiaramente attraverso la citata drammatica emigrazione verso le Regioni limitrofe alla ricerca di prestazioni qualificate, spesso effettuate da medici che precedentemente operavano presso la nostra Regione. Questa scelta, secondo dati di fonte regionale, costa alla collettività almeno 40 milioni di euro all’anno.
La frattura, ormai difficilmente sanabile, con gran parte della classe medica, si accentua di giorno in giorno e molti, in attesa della decadenza fisiologica del mandato dirigenziale, non si sorprendono nel sospirare “Quo usque tandem, Catilina…”.
(g.c.)

Posted by OLI2 at 22:21 | Comments (0)

12 Gennaio 2005

Salute. Il fumo annebbia l'informazione

Le prime cinque pagine dedicate interamente alla legge sul fumo, non sono poche, specie per un giornale di opinione, non solo di informazione, a carattere nazionale, qual è la Repubblica (vedi l’edizione di lunedì 10 gennaio). Si tratta di un rilievo vicino a quello attribuito allo tsunami (una catastrofe con 150.000 vittime).

E pur considerando che lo spazio dedicato dalla stampa a un evento non è semplicemente proporzionale alle sue ricadute sul piano umano, risultano di problematica lettura e comprensione le ragioni per cui il discusso provvedimento governativo ha sommerso per giorni e giorni quotidiani e tg.
Tra le tante possibili spiegazioni la più semplice, forse la più elementare, considera la scelta di tipo editoriale, legata all’altissimo numero dei fumatori, quindi suggerita da un interesse diffusionale a rappresentare la causa del grande pubblico colpito pesantemente dal divieto. A questa motivazione, diciamo di mercato, si devono aggiungere i mutamenti imposti nello stile di vita di un intero paese, fenomeno certo non trascurabile da parte di giornali attenti ai fenomeni di costume. Ad alcuni osservatori non sarà sfuggita però la sensibile differenza tra i toni allarmati di molti servizi di stampa o tv e le risposte pacate, talune soddisfatte, altre ironiche o divertite, degli intervistati in merito alle restrizioni.
Ne emerge un quadro di una società reale abbastanza diversa da quella che si vuole interpretare. Ma davvero crediamo che certe regole fondamentali di civile convivenza –un tempo dette di buona creanza– come quella di non fumare a tavola (a casa o al ristorante) siano del tutto dimenticate o rifiutate? Sarà pur vero che c’è una caduta di stile, di gusto, generalizzata, ma un incentivo non secondario, al deterioramento, viene proprio da quella minoranza danarosa e volgare che domina la vetrina mediatica con le sue beceraggini.
Resta ancora un’ipotesi, maliziosa: quella che la massiccia campagna d’informazione sul fumo, orchestrata o meno, sia servita “oggettivamente” a far passare in secondo piano altre misure punitive ben più dolorose imposte dal ministro della salute, Sirchia, a carico della popolazione anziana. Prima fra queste (come raccontiamo in altra parte della newsletter) l’esclusione da molti farmaci gratuiti di coloro che hanno compiuto i 70 anni. Che in Italia non sono tanto meno dei tabagisti. Ma non ce ne siamo accorti o quasi. Effetti delle armi di “distrazione” di massa.
(Camillo Arcuri)

Posted by OLI2 at 23:13 | Comments (0)

Bioetica. Coi tagli alla Sanità o la borsa o la vita

Sono uno dei beneficiari della decisione del governo Berlusconi di ridurre le tasse. Con il mio reddito, medio, a quanto dicono i giornali, risparmierò, forse, 380 € all’anno. Purtroppo però nei giorni scorsi sono andato dal mio medico di famiglia per farmi fare una ricetta. Devo prendere, tutti i giorni, una pillola per il colesterolo, per evitare gravi complicanze.

Il medico mi ha spiegato che, per le persone che hanno compiuto 69 anni, il farmaco non è più gratuito come era fino ad oggi, ma a pagamento. Una confezione di questa medicina costa 34 € e contiene 14 pillole. Quindi € 2,43 l’una. Devo prenderla tutti i giorni: quindi 2,43 x 365 = 886. Risultato: risparmio 380 € dalle tasse ma ne spendo 886 per le medicine. Mi vengono sfilati dalle tasche 506 € in più. E questo da subito, novembre 2004, mentre i benefici fiscali li avrò solo nel 2006 (e qualcosa nel 2005, sugli acconti).
Naturalmente la cosa non riguarda solo chi ha i miei problemi, anzi. Il medico mi ha detto che le medicine contro l’infarto vengono date solo se hai avuto almeno due infarti! Se no, niente.
Scrivo quindi ai giornali e almeno uno pubblica la mia lettera. Arriva subito la smentita: il dottor Martini, direttore generale dell’”Agenzia italiana del farmaco” scrive che “nessun farmaco è stato tolto dalla rimborsabilità”. Bene, ma allora perché io dal 19 novembre mi devo pagare le medicine? Chiedo ulteriori informazioni e mi spiegano che formalmente è come dice il Direttore dell’Agenzia: infatti, dalla “rimborsabilità” non sono stati tolti i farmaci ma i pazienti!
Il Direttore generale si guarda bene, nella sua di smentita, dallo spiegare la contraddizione. Eppure sa benissimo come stanno le cose, visto che le circolari che modificano la mia situazione le ha mandate la sua Agenzia. Si tratta, secondo il mio medico, di “circolari interpretative” che impongono ai medici di attenersi alle “tabelle di rischio” (mi scuso per il burocratese). Ma le tabelle di rischio si riferiscono ai pazienti dai 15 ai 69 anni. Chi ha più di 69 anni, non essendo incluso nella tabella non esiste, e quindi non può ricevere medicinali gratuiti. Sembra incredibile ma è così. Il mio medico dice che, forse, c’è stata una piccola svista!
Il Direttore generale almeno potrebbe anche spiegarci, visto che dobbiamo pagarcele, perché queste medicine in Italia costano il 56% in più che nel resto d’Europa (lo afferma il prof. Garattini, su “Repubblica”, del 20 dicembre 2004). Il dottor Martini non è ovviamente indifferente ai nostri problemi. Infatti spiega (vedi “Repubblica”, stesso giorno) che i farmaci non sono necessari: “basta una dieta corretta e del sano movimento”. E allora uno si chiede: lui e la sua agenzia cosa ci stanno a fare?
Ma, forse, il motivo dell’esclusione lo spiega indirettamente il prof. Garattini (vedi “Repubblica”, come sopra) quando afferma che si tratta di un tipo di cure efficaci solo se durano almeno cinque anni. Darle ad un paziente che ha più di 69 anni potrebbero essere sprecate, no?
Purtroppo non è tutto: un amico medico mi dice che il Comitato Etico dell’Ospedale di San Martino ha stabilito che dalla rianimazione e dalle terapie intensive sono esclusi i malati sopra i 69 anni! Di che etica si tratta? Escludere gli ultra 69enni dalle cure farmaceutiche e, se si confermerà vera la informazione che mi è stata data, anche dalle cure ospedaliere farà sicuramente risparmiare molti soldi al sistema sanitario nazionale. Ma mi sembra un’etica da lager nazista, dove le persone improduttive venivano eliminate.
Anche questa notizia è stata smentita, questa volta dal prof. Capra, direttore del San Martino. Come ho detto, a me l’informazione è stata data da un medico. Può darsi che non ci sia niente di scritto. Però una persona che, all’Ospedale San Martino, ha un parente anziano ricoverato conferma indirettamente quanto ho detto scrivendomi che “avendo il decorso della malattia (del suo parente) superato quello che, penso, sia ritenuto lo "standard", la mia famiglia è oggetto di pressioni esplicite a "sgombrare il campo", con il caposala che ricorda in pubblico, ad alta voce e di fronte al paziente, che il budget è stato sforato”. Quindi, Prof., veda un po’ lei. Qualcuno applica le nuove norme “etiche” senza che lei lo sappia?
(Osvaldo Pavese)

Posted by OLI2 at 23:11 | Comments (0)

16 Settembre 2004

Punture di vespa e buona sanità

Secolo XIX, lettere al direttore sotto ferragosto (tra parentesi le ndr).
"Grazie Gallino.

Sono ad applaudire (uheilà!) la scrupolosa professionalità dei medici e paramedici (ma chiamali infermieri, please!) dell'ospedale Gallino di Pontedecimo.
(Sì-ì?, perchè?). Le infermiere hanno una pazienza inaudita (fantastico! qual grande invalido hanno assistito?) sul lavoro (e dove, sennò?), sonoamorevoli anche col più noioso dei pazienti.
(Hai mica qualche interesse a dire così?) No (excusatio non petita), non sono parente di una di loro,ho solo apprezzato la loro professionalità ed una umanità assai rara di questi tempi. E i medici non sono da meno (anche loro?): sono stata ricoverata (...) mi hanno rivoltato come un calzino prodigandomi (??) cure che non mi sarei mai aspettata. Pensavo che recandomi al pronto soccorso mi avrebbero medicato e via come in tutti gli altri Pronto soccorso (ma
si può sapere che caiser avevi? Un infarto, un edema polmonare, una milza rotta, un'overdose? Ah, no, è vero: l'ho saltato; al posto di (...) bisognava leggere...). "ricoverata per una puntura di vespa".
Gentili e umani sì. Ma appropriati...
(Galeno)

Posted by Eleana at 11:37 | Comments (0)

9 Luglio 2004

Sanità. Nessuno vuol confrontare le spese con la produttività

Sulle assurde spese “d’investimento” abbiamo già dato un esempio di come si semini male in sanità. Nel senso che il “furore edilizio”, dietro cui girano interessi niente male, ti fa andare fuori bersaglio su quelli che saranno i bisogni della gente al momento in cui l’opera sarà compiuta (abbiamo presente, vero?, che il tempo medio di costruzione di un ospedale è di una decina d’anni?)

Gli esempi per il passato si sprecano: un padiglione di Malattie infettive pensato ai tempi di De Lorenzo per l’AIDS, allora ritenuto minimale ed oggi… Una Clinica Oculistica che sul progetto fine anni 80 prevedeva 90 (diconsi novanta) posti letto per una disciplina che oggi è di pura day surgery. Ma anche vecchi piccoli ospedali, in cui si investiva, e tuttora a periodi s’investe, per improbabili opere di adeguamento (citiamo Busalla?), secondo il livello delle elezioni più vicine.
Ma quello che lascia più perplessi è l’andamento della spesa per “l’acquisto di beni e servizi” (sulle spese per il personale un po’ ne abbiamo detto qualche tempo fa, altro diremo), cioè di tutto quello che serve in ospedale per consentire ai medici e agli infermieri di fare il loro lavoro e ai pazienti, se è possibile, di uscirne bene: dal vitto agli zoccoli di sala operatoria, dalla TAC Multislice (l’ultima generazione, ndr) al farmaco oncologico, dalla protesi alle gomme del furgone della biancheria pulita, etc.
La Repubblica del 21/05 ci riferisce, sulla scorta di dati raccolti forse un po’ sommariamente, che la spesa giornaliera media a ricoverato per “acquisto di beni sanitari” è stata di 138 € nel 2002, ma molti ospedali italiani spendono ben oltre i 150 € ed altri molto meno di 100: tra essi il genovese Villa Scassi, che si attesta a soli 86 €.
Quello che manca nel succinto report giornalistico è la correlazione tra questo fattore di spesa ed il peso della produzione in termini sia quantitativi che qualitativi: non sappiamo che cosa produca l’ospedale di Sondalo, che consuma solo 56 € al dì, ma sappiamo che Villa Scassi di Genova ha una produzione di peso medio (parliamo di ricoveri di medio-alta complessità) pari al S.Martino e di gran lunga superiore a quello dei piccoli ospedali del Genovesato.
Se al Villa Scassi – a titolo d’esempio – si spende 100 per ottenere la prestazione “x”, sarebbe lecito accettare che altrove, nella stessa regione e per la stessa prestazione, possa spendersi 103, 105. Ma perché accettare che si spenda 140 e più? In Assessorato hanno tutti i dati per capire dove e come agire. Ma non lo fanno.
Bei managers, gli imprenditori prestati alla politica!
(Galeno)

Posted by Eleana at 14:08 | Comments (0)

21 Giugno 2004

Sanità. Sugli sprechi chi ha torto scagli la prima pietra

L’unica affermazione che consenta la sopravvivenza da possibile lapidazione è: chi ha torto scagli la prima pietra.
Se invertissimo (scagli chi ha ragione), toglieremmo problemi a Renzo Piano per spostare l’aeroporto di Genova. Sì, perchè il bello è che tutti hanno i loro torti, ma tutti li vedono solo quando operati da altri, anche se li stanno ripetendo opportunamente amplificati.

Un esempio banale: l’Ospedale di Vallata (Valpolcevera, area ex Mira Lanza). Che cosa ci sia dietro è difficile dirlo. Certamente grossi interessi. L’idea nacque durante la precedente legislatura regionale, ma chi vi aveva interesse operava anche a livello romano per definire importanti quote di finanziamento alla sanità delle aree metropolitane. Il finanziamento fu definito, il progetto un po’ meno, tant’è che solo in questi giorni è in corso d’esame presso i competenti uffici regionali.
Chi saranno i fruitori dell’opera? I cittadini della Valpolcevera? Forse. Ma più certamente:
- Chi doveva vendere un terreno da 15-18 miliardi “vecchio conio”
- Chi dovrà costruire per circa 170 miliardi, con un costo di 700 milioni di vecchie lire a posto letto.
- Chi, non bastando questi soldi, parteciperà con propri finanziamenti alla costruzione diventando, di fatto, gestore esclusivo (dicesi project financing) del nuovo ospedale: futuri ricavi annuali di 120-150 miliardi.
E i pazienti di vallata? Teniamo presente che nel frattempo è cambiato il mondo. Oggi per un intervento di cataratta, dopo una o due visite preliminari, si arriva in ospedale alle 9 e alle 11 si prende il taxi e si va a casa. Dieci anni fa forse non bastava una settimana. Oggi i calcoli al rene, in colecisti etc si eliminano senza aprire pance: un giorno, forse due d’ospedale e liberi tutti. Il compianto prof. Giuliani, prima del litotritore, o qualunque buon chirurgo, prima della videolaparochirurgia o dell’ERCP, tenevano i pazienti almeno 15 giorni.
Oggi non occorre ricoverarsi in cardiochirurgia se c’è una coronaria “tappata”: con un buon emodinamista entri al mattino ed esci alla sera o, alla peggio, l’indomani. Ai tempi dei by-pass a torace aperto, tra indagini pre-ricovero, terapia intensiva, post-intensiva ed un minimo di riabilitazione passavano minimo minimo 30 giorni.
Oggi, cioè, con tutte le tecniche mini-invasive, con materiali protesici sempre più tollerati e più facilmente impiantabili, con tecniche anestesiologiche sempre più sofisticate e “leggere”, il posto letto è un mito sfatato. L’investimento è nella tecnologia operatoria, nei materiali, non negli edifici.
Villa Scassi produce un buon 40-45% in più rispetto a pochissimi anni fa. E non è aumentata di un solo posto letto. Ma se la popolazione locale non è aumentata, perché o per chi costruire un nuovo ospedale?

Posted by Eleana at 12:10

11 Giugno 2004

Luzzatto-Mauri. Regione latitante sul futuro dell'IST

Tutto è bene quel che finisce bene… Così recita un vecchio adagio, che forse sarà valido per il professor Lucio Luzzatto se arriverà a conclusione l’offerta giuntagli dall’assessore della sanità della Toscana per assumere la direzione scientifica dell’istituto tumori di quella regione. Non altrettanto può dirsi, per ora, a proposito dell’Istituto Tumori di Genova.

Il dottor Mauri, dopo aver licenziato Luzzatto sentenzia (La Repubblica, 2 Giugno) “Voglio capire cosa significa la direzione di un istituto virtuale, mentre in Liguria avrebbe potuto trovare una collocazione migliore”. Purtroppo i liguri, molti lavoratori Ist e la comunità scientifica, ritengono che “virtuale” stia diventando l’Istituto Tumori di Genova, con la fattiva collaborazione di questo commissario altruista ed il colpevole silenzio delle competenti istituzioni regionali. A questo proposito si è ancora in attesa di una risposta alle interpellanze, avanzate nelle sedi competenti, relativamente al conflitto di interessi del dottor Mauri: a meno che non sia un suo omonimo l’esperto che collabora con organizzazioni sanitarie lombarde apertamente in concorrenza con l’istituto genovese.
Anche l’assessore Levaggi ha voluto commentare (Secolo 2 giugno) l’offerta giunta a Luzzatto: “E’ una soluzione politica… sarebbe stato uno smacco se fosse andato a Milano”. E’ vero perché il laboratorio in allestimento sembra sia destinato al ministro Sirchia, quando e se ci sarà il rimpasto governativo. Inoltre a Milano pare che già operi intensamente il commissario dell’Ist e, quindi, si proporrebbero nuovamente quei problemi di rapporti indicati dal dottor Levaggi, poche settimane fa, la causa del divorzio Mauri – Luzzatto.
Al convegno sul futuro dell’Ist, svoltosi martedì 1 giugno, la stampa ha sottolineato la partecipazione del sindaco e dei rappresentanti politici di tutti i partiti, nonostante le forti pressioni a disertare l’incontro. Brillavano invece per la loro assenza i vertici ed i capi dipartimento dell’Ist stesso, nonché l’assessore alla sanità e il presidente Biasotti. Assenze e silenzi che la dicono lunga circa l’impegno di questi signori in difesa dell’istituto che porta avanti nella nostra città ricerca, prevenzione e cura dei tumori.

Posted by Eleana at 17:06

25 Maggio 2004

Ist 1. Il dopo Luzzatto senza più ricerca?

Il 17 maggio, in un'aula della facoltà di Scienze, si è svolto un dibattito pubblico sui rapporti tra università ed enti di ricerca. Il caso IST è ritornato continuamente in ballo, nè poteva essere altrimenti.

Ormai non ci s'interroga più sul se la ricerca all'IST stia morendo, ma sul perchè abbiano deciso di farla morire (non ci s'interroga sul chi lo abbia deciso, perchè gli attori, a Roma e in Liguria, sono noti). Sono stati proposti nel corso del dibattito alcuni scenari verosimili e l'ipotesi che da qualche tempo si ripresenta insistentemente è quella che si voglia concentrare la ricerca oncologica in Lombardia e trasformare l'IST in un centro dedicato essenzialmente all'assistenza.
La recente notizia che alla direzione scientifica andrà un clinico (un bravo clinico, va detto), laddove c'era uno scienziato di fama, con contatti internazionali eccellenti e con invidiabili e collaudate capacità scientifiche e gestionali, va in questa direzione. Ma allora, se esiste una pianificazione su chi e dove nel Nord-Ovest debba svolgere la ricerca sul cancro, perchè i nostri amministratori non ce lo dicono esplicitamente? E comunque, anche se non è una questione di competizione regionale e le motivazioni sono altre, perchè tanti misteri? Perchè usare metodi subdoli per riconvertire un istituto? Perchè far morire la ricerca di morte lenta?
Molti anni fa, quando lavoravo a Parigi, un istituto del CNRS fu chiuso per decisione governativa. Ebbene, tutti furono messi a conoscenza di tutto: dal grande pubblico ai ricercatori che in quell'istituto lavoravano e ai quali venne assicurato un futuro altrove. Già, i Francesi sono sempre stati dei grandi programmatori.
Ma ho lasciato delle domande in attesa di risposta. Per me i casi sono due: o a Genova si sta facendo una buona operazione, ma si ritiene che il pubblico non sia maturo per capirla, o si tratta di una cattiva operazione; in ambedue i casi è bene (?) stare zitti.
(Angelo Abbondandolo)

Posted by Eleana at 14:26

Ist 2. Conflitti di interesse tollerati o impugnati

Il Secolo XIX del 14/3/2004 riporta notizia di un’interrogazione parlamentare al ministro Sirchia da parte del deputato Mazzarello e di un’interpellanza in Regione del capogruppo Ds Perfigli, su ”sospetti di incompatibilità e conflitto di interessi che pesano sul commissario dell’IST Maurizio Mauri e la Società Dottor Mauri SAS, di proprietà della famiglia del commissario”, società che si occupa di “progettazione, realizzazione e gestione di servizi e strutture in campo sanitario”.

Dal governo ancora nessuna risposta, almeno ad oggi. Unica replica si è avuta dal commissario Ist che assicura di aver lavorato nella massima trasparenza ed in questa fase solo per l’Ospedale Niguarda di Milano.
Tenuto conto che il prof. Luzzatto è stato allontanato dall’Ist per una collaborazione esterna (di carattere scientifico, non finanziario-immobiliare) da lui mantenuta con un istituto di ricerca americano, a questo punto per fugare ogni ombra sarebbe doveroso chiarire due punti:
1) se quel tal dottor Mauri che ha operato per il ”CERBA Centro Europeo di Ricerca Biomedica Avanzata” di Milano è il titolare della Società Dottor Mauri SAS, o un omonimo del commissario dell’IST di Genova.
2) Qualora questi avesse prestato la sua attività, anche a carattere gratuito, se non si possa ravvisare un conflitto d’interessi, trattandosi di una collaborazione con una holding emergente (Fondazione Veronesi con Ministero Istruzione, Università e Ricerca Scientifica, Ministero Salute-CNR e Lega italiana per la lotta contro i tumori, più gruppi privati), in aperta concorrenza con l’Ist.
La Fondazione Veronesi -va chiarito- è certamente meritoria, operando con un “ristretto gruppo di volontari di diverse professionalità”; ma dietro ad essa si muovono interessi molto sostanziosi, con progetti immobiliari che coinvolgono aziende quali quelle di Tronchetti Provera e Ligresti, note non proprio per attività filantropiche. Ora, le ricadute di tali iniziative lasciano supporre che IST e Fondazione IEO potrebbero presto trovarsi su posizioni divergenti. E non poco, dal momento che nella divisione del mega-business sanitario del Nord, l’Ist rischia di essere fagocitato dai potentati confinanti.
Un chiarimento da parte della istituzioni liguri preposte alla Sanità potrebbe fugare ogni dietrologia; ma la Regione, solitamente così loquace, stavolta sembra in silenzio-stampa.
(Camillo Arcuri)


Posted by Eleana at 14:23

Ist 3. Altro che donazioni il futuro è a rischio

Nel recente convegno organizzato dal CNU (Comitato Nazionale Universitario – Genova) tra i vari ed interessanti interventi hanno lasciato il segno le perplessità espresse dall’onorevole Labate sull’emergente incapacità di scelte e indirizzi della sanità ligure e sulla fragilità di questa regione (numero di abitanti) rispetto alle confinanti Lombardia e Piemonte.

La nuova legge sugli IRCCS (Istituti di ricerca e cura a carattere scientifico) infatti prevede, previa riconferma dei requisiti, la loro trasformazione in Fondazioni. Non è ancora chiaro, ma facilmente immaginabile, cosa avverrà di quegli Istituti che non si orientano verso la fondazione. La legge ha fatto nascere iniziative nelle regioni confinanti, mentre la partecipazione pubblico-privato ne sta attivando altre.
Basta navigare su Internet per verificare progetti e iniziative:
nascita della fondazione “IRCCS ospedale Maggiore di Milano e Mangiagalli”
Fondazione Umberto Veronesi di Milano e fondazione “Istituto europeo di oncologia”
decreto Tremonti-Sirchia del 21/1/2004 che stanzia a favore di un nuovo centro per la genetica in Milano (chi lo dirigerà?) 20 milioni di euro per il triennio 2004 –2006. La locale stampa parla di “Milano nuovo polo scientifico Europeo”. (Quanto ha stanziato invece la Regione Liguria per l’ipotizzato laboratorio di ematologia di cui non si sente più parlare?)
La regione Piemonte sta a sua volta attrezzandosi con il progetto “Città della Salute”, in cui opera un ramo della Pirelli (Real Estate) con un pool di costruttori e banche di primaria importanza.
La Liguria sui progetti per la salute dei suoi cittadini e per gli IRCCS in particolare cosa fa? Tace o fa sorridere (amaro) con la trovatina di un addetto-stampa che ispira il titolo: “IST, LE DONAZIONI CANCELLANO I DEBITI” (quasi le quote parti di alcuni appartamenti lasciati in eredità da quattro pazienti possano risolvere i problemi dell’Istituto nella sua configurazione di ieri e di domani). Non vorremo che le regioni confinanti e le strutture pubbliche e private, che finanziano i relativi progetti della sanità, avessero già incluso la Liguria nei loro “bacini di utenza” anche per il rientro dei capitali investiti. I Liguri attendono una smentita nelle parole e nei fatti. Però, una precisa richiesta già avanzata in tal senso dal presidente della Provincia, Repetto, è stata fino ad oggi ignorata.

Posted by Eleana at 14:21

10 Maggio 2004

IST 1. Qualche esempio su Ist e tutela della salute

L’IST è certamente una risorsa per i cittadini che hanno bisogno di visite, cure ed assistenza al massimo livello; ma un Istituto Scientifico come il nostro, può essere una risorsa anche per le pubbliche amministrazioni che, sempre più spesso, devono prendere difficili decisioni.

In questi casi, può essere utile il parere di un centro di ricerca pubblico ed indipendente, in cui sono presenti numerose e diverse competenze e che è in grado di accedere alla più aggiornata informazione scientifica e di confrontarsi, a livello internazionale, con i migliori laboratori di ricerca .
Tra le tante consulenze che l’IST ha fatto nei suoi 25 anni d’attività, ne citiamo due, a nostro avviso significative per le diverse scelte fatte dai committenti e per gli effetti che queste scelte hanno avuto sulla salute dei cittadini e dell’ambiente. Il primo episodio risale alla metà degli anni settanta. Un’importante azienda pubblica si rivolgeva all’IST per un parere sull’opportunità di usare amianto per coibentare le strutture metalliche di un suo nuovo edificio, da realizzare a Genova.
Ovviamente, sconsigliammo l’uso di questo materiale. In quegli anni, l’intera comunità scientifica internazionale non aveva dubbi sulla pericolosità di questa fibra e anche il nostro Istituto stava conducendo studi per capire perché l’amianto era cancerogeno. Il committente, probabilmente per motivi economici, ignorò totalmente le nostre raccomandazioni e le putrelle d’acciaio del suo palazzo furono ricoperte, a spruzzo, con amianto. Nel 1992, l’Italia bandiva l’amianto da qualunque uso e l’edificio in questione, dopo un controllo dell’ASL che verificava la dispersione di fibre d’amianto negli uffici, veniva chiuso e sottoposto ad una bonifica integrale. I costi della bonifica furono certamente superiori a quelli risparmiati al momento della costruzione, senza contare i possibili danni alla salute per i lavoratori edili impegnati nella coibentazione e per i dipendenti, esposti alle fibre di amianto.
Il secondo episodio risale agli anni ottanta. La Capitaneria del Porto di Genova ci chiedeva un parere su una singolare richiesta che gli era pervenuta. Un’impresa privata chiedeva l’autorizzazione a incenerire rifiuti tossici (Poli Cloro Bifenili, PCB) su una nave trasformata in inceneritore galleggiante, che avrebbe operato al largo del Porto di Genova. Erano gli anni delle cosiddette “navi dei veleni” che, cariche di rifiuti tossici, passavano da un porto all’altro, alla ricerca di un paese disponibile al loro smaltimento.
Fu sufficiente una rapida ricerca bibliografica, presso le apposite banche dati, per scoprire che, dopo alcune sperimentazioni nel Golfo del Messico, il governo degli Stati Uniti, poco tempo prima dell’arrivo della richiesta alla Capitaneria di Genova, aveva vietato l’uso di queste navi inceneritrici, nonostante l’alta efficienza dei sistemi d’abbattimento e l’apparente sicurezza di impianti operanti a grande distanza da centri abitati. Motivo del divieto, i risultati di uno studio sull’accumulo, lungo la catena alimentare marina, delle tracce di PCB emesse dai camini dell’inceneritore galleggiante. Passando dall’aria al mare, dall’acqua marina al plancton, dal plancton ai pesci, via via più grossi, i PCB si sarebbero progressivamente concentrati, fino a raggiungere nei tonni, ultimi elementi della lunga catena alimentare marina, una concentrazione tale da renderli invendibili, per la loro potenziale tossicità nei confronti degli ignari consumatori umani.
Come tutti sanno, nessun inceneritore galleggiante naviga nel nostro Mar Ligure. Lo scampato pericolo per bianchetti, acciughe, tonni e balenottere (e, ovviamente, per i consumatori) è merito della sagacia e della prudenza della Capitaneria di Genova, ma anche delle competenze dei ricercatori IST.
In questi mesi, i sindaci liguri hanno un problema. Devono decidere come gestire e chiudere il ciclo dei rifiuti urbani prodotti dai loro concittadini. Se, prima di fare scelte irreversibili, desiderano sapere quale è l’opinione della comunità scientifica internazionale e indipendente sui rischi dell’esposizione a basse dosi di diossine, sui risultati di studi epidemiologici tra le popolazioni che vivono vicino a impianti di smaltimento rifiuti, sui bilanci energetici e sull’impatto ambientale dei diversi sistemi disponibili per risolvere questo problema, l’IST è, come sempre, a loro disposizione.
(Federico Valerio
Responsabile Servizio di Chimica Ambientale IST
Tratto da: IST INSIEME, n°4, 2004)

Posted by Eleana at 15:34

Sciopero dei medici e Ist. Se la sanità dipende da un ministro virtuale

Qualcuno ha pensato dapprima a un lapsus, altri a un errore di stampa o alla solita malevola interpretazione delle parole pronunciate da un uomo di governo. Così in molti hanno letto tempo addietro le sorprendenti dichiarazioni del ministro della Salute, Sirchia, quando, in occasione del primo sciopero nazionale dei medici di famiglia, ha riconosciuto che la categoria aveva buone ragioni per protestare. Passano alcuni mesi, i sanitari di base fanno una seconda giornata di sciopero e puntuale il ministro dà loro ragione.

Dunque, nessun equivoco: solidarizza proprio con i camici bianchi, riconosce fondati i motivi della protesta. Ma contro chi, se non contro una linea governativa di cui lo stesso Sirchia è corresponsabile?
Non sarebbe forse il caso di ricordare (lo avevamo già fatto la prima volta) queste disinvolte contraddizioni, se il ministro non ci avesse dato un ulteriore saggio della sua “virtualità” anche sullo scenario locale. Crisi dell’Ist, il direttore scientifico Luzzatto, prestigioso ricercatore tornato a Genova dagli Stati Uniti, viene defenestrato d’imperio dal commissario dell’ente Mauri, per “incompatibilità di carattere”. Tutto questo nell’anno di Genova capitale europea della cultura, tanto che la comunità scientifica internazionale si indigna. A questo punto, il ministro si decide a intervenire e convocati i due contendenti, li induce a firmare una sorta di armistizio: la lettera di “licenziamento” viene annullata, lo scienziato torna al suo posto, in attesa di andare a dirigere un proprio specifico laboratorio a San Martino.
Ma le cose non vanno come è stato sottoscritto perché il rais dell’Ist si guarda bene dal revocare la sua decisione che, anzi, viene in certo senso avvalorata da una lettera di sfiducia a Luzzatto, firmata da un folto gruppo di primari (se si sentivano il bastone da maresciallo nello zaino, sono stati subito ripagati: il nuovo direttore verrà probabilmente da fuori, salvo incarichi provvisori interni). Miserie interne a parte, c’è da domandarsi ancora una volta quale sia la posizione del ministro della Salute, il quale assiste del tutto indifferente, come se la cosa non lo riguardasse al fatto che il suo commissario si permette anche di non rispettare gli impegni assunti, con lui garante. Sì, forse non c’eravamo accorti che si tratta di un ministro virtuale.
(Camillo Arcuri)

Posted by Eleana at 15:28