19 Maggio 2010

Scuola - Il calendario scolastico soccorre gli albergatori

Dunque, in Liguria le scuole apriranno il 20 settembre, una settimana dopo tutte le altre regioni italiane, dove le lezioni del nuovo anno scolastico inizieranno il 13 settembre (la Sardegna il 15). Si può immaginare che il ritardo nell’avvio delle lezioni potrà influenzare le date degli altri periodi di vacanza, ma i giorni complessivi di didattica dovranno essere comunque garantiti e quindi, si dirà, una settimana prima o una settimana dopo che importanza può avere? Questa settimana di vacanze estive in più per le scuole liguri (“record nazionale”, come scrive La Repubblica di sabato 15 maggio) è quindi una questione marginale?

Forse, ma niente affatto marginali sono le dichiarazioni del neo – assessore regionale all’istruzione Pippo Rossetti che dichiara: “Abbiamo ascoltato anche le istanze degli albergatori” (sempre Repubblica del 15 maggio). Il Corriere Mercantile precisa: “Questo calendario è stato stabilito in base a quanto concordato con l’Ufficio scolastico regionale della Liguria, l’Anci e l’Arlem (Associazione delle comunità montane), ma sono stati ascoltati anche gli albergatori, che per difendere il turismo di fine estate hanno chiesto di far slittare l’inizio delle attività scolastiche. Ma - ha osservato il presidente della Regione Claudio Burlando – ‘Occorrerà cercare un accordo anche con le regioni vicine’”. Anche Il Secolo XIX del 15 maggio informa sul punto: “Varato il calendario scolastico regionale … le scuole iniziano una settimana dopo per concedere qualche giorno in più alla stagione balneare … per le mamme e le famiglie è solo qualche giorno in più di vacanza, di bambini per casa, non credo che sia un grosso problema, riflette Rossetti”.
Suggeriamo a Rossetti un altro argomento di riflessione: che tipo di cultura è sottesa, e che tipo di cultura si trasmette, nel legare anche se marginalmente ad un interesse economico una questione che dovrebbe riguardare strettamente l’equilibrio tra esigenze didattiche e esigenze delle famiglie?
Una settimana è senz’altro poca cosa, pensiamo che non cambierà né la vita dei singoli, né i destini del turismo ligure, ma il fatto è che la scuola è stata presentata come una merce.
Avremmo preferito anche per la Liguria dichiarazioni analoghe a quelle di altre regioni, ad esempio quelle della Toscana, dove – si legge - il calendario scolastico “E' frutto, come sempre, del confronto fra istituzioni, sindacati, associazioni dei genitori e delle scuole, dirigenti scolastici. Nel formulare il calendario la Regione ha utilizzato, come ogni anno, gli spazi discrezionali di cui dispone per garantire funzionalità alla scuola e venire incontro alle esigenze delle famiglie”.
(Paola Pierantoni)

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12 Maggio 2010

Società - L'Italietta rampante che ti dribbla l'esame

Con “turismo forense” si intende la pratica diffusa, presso i laureati in giurisprudenza, di terminare il tirocinio in una sede diversa dal proprio distretto, in cerca di commissioni benevole, che permettano di superare l'esame di abilitazione per divenire avvocati (un po' come il memorabile viaggio a Reggio Calabria, intrapreso nel 2001 dall'attuale ministro dell'Istruzione Gelmini).

Ai movimenti interni alla penisola italiana si è aggiunto il “viaggio della speranza” verso la Spagna dove, fino al 2011, non è necessario l'esame finale per conseguire l'abilitazione. La possibile scorciatoia ha attirato centinaia di aspiranti avvocati nella penisola iberica. Il trucco è questo: ci si affida ad una (costosissima) azienda privata (una tra tante: http://www.cepu.it/info_abilitazione_spagna.asp), ma sono in parecchie ad elargire il servizio), si sostiene un esame di omologazione tra laurea italiana e laurea spagnola, ci si iscrive al Collegio degli Avvocati in Spagna e, dopo il tirocinio, effettuato in Italia, si passa all'albo italiano come “avvocato stabilito” (http://www.campus.it/blog/2009/07/11/cepu-ole-avvocati-facili/). Se l'escamotage non è una recente invenzione (ne parlava il Sole 24Ore in un articolo del 2005) ed è reso possibile da una norma del 2001, il D.Lgs. n. 96/2001, http://www.e-assistenzalegale.com/documenti/La%20normativa%20italiana.pdf, la prossima introduzione dell'esame di abilitazione anche in Spagna ha fatto si che il battage pubblicitario si sia fatto, negli ultimi mesi, sempre più incalzante e sfacciato.
Ma quanto costa saltare a piè pari l'arduo esame di abilitazione ed entrare nella professione tagliando la strada con questa allettante scorciatoia? Sui blog in rete si legge una cifra esorbitante, 28mila euro http://www.campus.it/blog/2009/07/11/cepu-ole-avvocati-facili/, una somma di certo non alla portata di chiunque, che dimostra quanto sia lucroso vendere speranze, e scorciatoie.
Avvocati, anzi, abocado, a pioggia, in arrivo su questa piccola, mediocre e deprimente Italia sempre uguale a se stessa.
(Eleana Marullo)

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19 Aprile 2010

Scuola - Il classico non è acqua

Sabato 17 Aprile, Repubblica ed. Genova, articolo di Stefano Bigazzi: “Sole e fitness aspettando l’esame, la gita del D’Oria si fa in crociera”.
Si sono imbarcati nella mattina di uscita dell’articolo i ragazzi delle terze dello storico liceo classico genovese. Partiti dalla stazione Marittima “come i borghesi a fine Ottocento”, torneranno a Genova tra otto giorni. Tra le mete, precisa l’articolo “Tunisi, Palma di Maiorca e Tolone”.

Anche se il sito della MSC non indica nel tragitto né Palma né Tolone. Segnalando Marsiglia, Barcellona, Tunisi, La Valletta, Messina, Civitavecchia.
Peccato “per la Magna Grecia, l’Egeo dei miti e degli scontri di civiltà, sarà un’altra volta” spiega Bigazzi che specifica anche un vago costo del viaggio “meno di quattrocento euro”.
Al liceo classico Colombo, la gita delle terze è stata fatta a Novembre. Pullman e poi partenza da Ancona in traghetto con rotta Patrasso. In otto giorni hanno vistato Atene – con musei e Acropoli – poi Micene, Epidauro e Capo Sounion. Al costo, tutto incluso di 355 Euro.
Ma il confronto tra i due viaggi di “formazione” si fa duro: nella nave Splendida “evoluta tecnologia e ospitalità hanno creato questo fantastico Eden dove il sogno diventa realtà” spiega il sito della flotta. Che segnala: saune, bagno turco, solarium, sala massaggi, vasche idromassaggio, palestra sospesa sul mare, quattro piscine, un campo di squash. E inoltre l’AUREA SPA, dove MSC Crociere “fonde la magia dei massaggi balinesi con la tradizione dell’acqua salutare ereditata dagli antichi romani”. Quindi con un’attenzione ai classici davvero preziosa per la formazione degli allievi. “E per consolidamento delle relazioni tra i ragazzi” mi dice il padre di uno studente del liceo D’Oria, che precisa che il prezzo della settimana bianca proposta dal liceo quest’anno era di 420 Euro, costo con il quale il padre ha portato l’intera famiglia, in montagna. Solo per tre giorni.
http://www.msccrociere.it/crociere/cruise.asp?id=31917
(Giovanna Profumo)

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14 Aprile 2010

Scuola - La Don Milani ricorda Carlo Mereta

A un anno dalla scomparsa la scuola media Don Milani di Genova lo ha ricordato.
E’ successo lunedì 12 aprile, nell’atrio dell’istituto che, terminate le lezioni pomeridiane, era pieno di adulti e ragazzi. Chi con un frammento, chi con un percorso, chi con una vita condivisa con Carlo Mereta, professore di lettere.
E se spesso capita, durante le rievocazioni, di essere colti da quel senso di vuota banalità che le può imprigionare, in questo caso, in quell’atrio, si poteva sentire l’autentico affetto che ognuno provava per lui.

Carlo Mereta, ricordato dal preside Paolo Cortigiani, è tornato nelle difficili riunioni di classe, dove si doveva decidere il destino di un alunno. Con quell’idea di recupero che il professore voleva fosse offerta proprio agli ultimi, dettata dalla volontà di non lasciare indietro nessuno.
Mereta è tornato nel progetto etico e politico di Don Milani. Nel suo amore per la musica e nella capacità di essere comunque vicino ai ragazzi che, in questa occasione - i foglietti spiegazzati tra le mani - ne hanno tratteggiato il loro personale ricordo, attraverso i miti greci, che Mereta sapeva raccontare come nessuno, o con il senso di perdita, o restituendo la passione per la lettura. E attraverso la spietata considerazione che “muoiono quelli che non se lo meritano".
Sulla targa, svelata sopra alla cattedra dove Mereta stava quando non faceva lezione, poche frasi: QUESTO E’ IL TUO POSTO, SEMPRE QUI CON NOI e LA SCUOLA NON DOVREBBE CHIUDERE MAI.
Nell’atrio anche i tabelloni con gli ex libris ideati dai ragazzi, tra i quali uno verrà estratto a simbolo della Biblioteca Carlo Mereta che, con il contributo di tutti, diventerà patrimonio condiviso della scuola media Don Milani. Tra le iniziative a programma anche un concerto, il 24 aprile alle ore 21.30 nella chiesa dell’Annunziata. Sulla cattedra anche il pane pugliese che il professore portava in classe per distribuirlo ai suoi alunni.
E se affettività e memoria devono ancora, oggi, far parte della crescita etica e politica di un ragazzo, in città c’è una scuola che queste due materie le ha inserite nel proprio programma.
http://www.donmilanicolombo.com
(Giovanna Profumo)

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24 Marzo 2010

Elezioni - Lo Stato della scuola

“Somari e sconnessi”, così titolava il Corriere della Sera del 22 marzo. Traendo spunto dai nuovi dati de "La cultura degli italiani" di Tullio De Mauro, secondo cui il 70% degli italiani pare sia pressochè analfabeta, ovvero fatica a comprendere i testi, non legge niente, nemmeno i giornali, Giovanni Sartori afferma che per la politica ciò costituisce un ensemble travolgente o facile da travolgere: homo videns e zappiens, esagerando un po'.

Al di là delle fazioni, noi cittadini ci dovremmo preoccupare se l'amministrazione Obama vince sulla sanità, investe enormemente nelle politiche educative, mentre il nostro Stato taglia sull'istruzione, bene incommensurabile per il futuro e l'evoluzione del Paese. Molti errori sono stati commessi da governi diversi, una riforma della scuola e dell'università erano necessarie per dotare i nostri ragazzi di strumenti e competenze adeguati ai loro coetanei globali. D'ora in poi si risparmierà sui docenti e sulle ore d'insegnamento, ma non si propone di reinvestire nell'istruzione medesima, si fa confusione tra educazione e formazione, se pur corretto l'orientamento rispetto al lavoro, troppi liceali e pochi tecnici.
Un sistema scolastico centralizzato e uniforme ha però spaccato in due l'Italia: il NordEst con Trento e Bolzano che brillano al vertice delle classifiche mondiali e il Sud e le isole che crollano, secondo i dati Ocse-Pisa circa le competenze dei quindicenni in lingua, matematica e scienze. Si parla di quasi un milione di insegnanti, compresi i precari, che spariranno senza rinnovare il corpo docente, con rapporto di 1 ogni 10 alunni: come può essere, visto che si lamentano classi numerose? Solidarietà agli insegnanti, sempre più vecchi e che lavorano spesso in trincea. Perché però solo il 6% ritiene le tecnologie informatiche “un supporto insostituibile”? (studio Fondazione Agnelli, 24/2/2010).
Investiamo in Istruzione il 3,5% del Pil, contro la media Ocse del 3,8, ma la nostra spesa annua per studente è di 7.716 dollari per la primaria (media Ocse 6.437) e 8.495 dollari per la secondaria (media Ocse 8.006) con risultati fortemente disomogenei tra regioni. In mancanza di azioni perequative il sistema educativo andrà incontro al disastro se si baderà solo al contenimento della spesa e non a migliorare i risultati di apprendimento, controllando la dispersione scolastica. La scuola italiana fallisce come canale di promozione sociale, eppure fra i migliori spiccano i figli degli immigrati.
Perciò se il Trentino vanta livelli di efficacia, ma non di equità e se la Puglia, pur efficiente ed equa, mostra bassa qualità di competenze, lo Stato dovrebbe farsi carico delle situazioni di svantaggio, fornendo risorse aggiuntive per garantire a tutti le stesse opportunità. Per la riforma del Titolo V, che già prevede interventi sull'istruzione, le Regioni contribuiscono come possono. Sanità permettendo.
Su tredici regioni secondo risultati Pisa (Programme for International Student Assessment), la Liguria risultava settima per efficacia, quinta per efficienza e nona per equità. Guadagna posizioni grazie alla nuova legge sul diritto allo studio, che ha visto impegnate risorse per circa 17 milioni di euro, l'85% in più rispetto al passato. Aumentate le case per gli studenti, finanziati per la prima volta assegni e buoni-libro per alunni meritevoli e svantaggiati, mentre le borse di studio dalle 2.400 del 2005, alle 4.107 di quest'anno, sono pari al 100% delle domande presentate.
Da sottolineare il progetto-legge “ master and back”, modello per l'Italia proposto dal giovane segretario PD, che sostiene lo studio all'estero con un percorso di rientro nel mercato del lavoro ligure. Si è investito sulla ricerca, vedi l'IIT con 400 giovani ricercatori. Si è intervenuto su scuole a rischio chiusura, come la scuola Gioiosa di Bavari, però si è pasticciato sugli accorpamenti, vedi la Boccanegra di Genova, che ha dovuto ricorrere al Tar.
(Bianca Vergati.)

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3 Febbraio 2010

Scuola - Qualcuno salvi la geografia

Il sito dell'associazione italiana degli insegnanti di geografia (http://www.aiig.it), ha raccolto in pochi giorni migliaia di firme per difendere la geografia come " tra i saperi assolutamente irrinunciabili". Perché un tale appello? Perché la riforma Gelmini stabilisce che gli studenti delle superiori debbano trascorrere meno tempo a scuola, riducendo le ore di alcune materie. Prima fra tutte la geografia, che sarà quasi cancellata dagli istituti tecnici e professionali, mentre ai licei se ne farà un'ora sola. Complimenti. Forse si ha l'impressione che i ragazzi a scuola scaldino il banco, sempre meglio che vederli piantati davanti a facebook e playstation. Potremmo invece sperare che scorrazzino su google maps, o google earth per vedere dove stanno i loro coetanei iraniani che manifestano contro il regime, o dove sarà il tour del loro cantante preferito, così magari impareranno un po' di geografia.

In trent'anni siamo passati dal memorizzare gli affluenti del Po al conoscere a stento le capitali del mondo. Li aiuterà Ryanair quando dovranno prendere un aereo o acchiappare un metrò nel verso giusto. Forse non si chiederanno più i nostri ragazzi come mai gli stessi tratti somatici li trovi in Siberia e presso gli indiani d'America e sarà una fuffa lo stretto di Bering nella storia delle antiche migrazioni. Certo sono domande a cui si sopravvive se non si ha la risposta, ma almeno conoscere la natura degli uomini: giramondo, scopritori, geniali, razziatori. E soprattutto curiosi. Siamo arrivati fin qui nel bene e nel male, girando il globo, diffondendo la fusione del ferro e del rame, l'arte e la scienza, guardando le stelle per tornare a casa, per arrivare alla luna.
La geografia non si esaurisce nei numeri, ma per suo tramite si parla di geopolitica e di economia del mondo antico e contemporaneo: la posizione dell'Italia e dell'Europa, le prospettive di sviluppo-non sviluppo dell'Africa, la nuova potente Cindia. I ragazzi potrebbero capire le cause e le conseguenze dei movimenti dei popoli, che si spostano verso il nord del mondo afflitti sì dalle guerre, ma anche per la povertà delle loro terre inaridite.
Collegando magari la conoscenza di un luogo ai suoi abitanti, alla sua religione, ai suoi costumi, si può arrivare a capire le abitudini del compagno straniero che hai in classe. La geografia può valere da introduzione allo studio delle specificità delle culture, delle religioni per arrivare ad un rispetto reciproco, ad una educazione civica globale, nella multiculturalità che i ragazzi già percepiscono fuori dalla scuola con un McDonald, un velo islamico o un involtino primavera. A indignare e spaventare sono la diversità, l'originalità, l'imprevisto, tutto ciò che distrae da certezze sedimentate, non la conoscenza. Per i nostri giovani che vivono in rete abitualmente, che fanno esperienza all'estero per la lingua, il master, le vacanze, sarà vitale sapere delle problematiche sociali ed ambientali planetarie. Ai tempi della globalizzazione, spesso un lavoro o un'opportunità possono arrivare da lontano: meglio saper girare il mondo con un po' di geografia in testa, sale del s apere, una dote che non brilla presso i ministri della P.I. e non solo a quelli.
(Bianca Vergati)

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13 Gennaio 2010

Scuola - Immigrati al 30%: soglia, non sbarramento

Autobus n. 1, da Cornigliano verso il centro. Ad una fermata sale una scolaresca, si direbbe una media. L’autobus appena uscito vuoto dalla rimessa si riempie interamente, e tre ragazzine occupano i posti accanto a me, chiacchierando e scherzando tra loro. L’interessante è che lo fanno passando con indifferenza dall’italiano allo spagnolo e viceversa. Poi si avvicina un’altra compagna di classe, ma da questo momento in poi si parla solo italiano. Pensiero: se ragazze e ragazzi italiani non stanno attenti di qui a un po’ finiranno in coda, superati da compagni immigrati bilingui e determinati a farcela, a conquistarsi un futuro. I licei sono ancora fuori portata, ma una amica insegnante mi dice che nelle scuole professionali gli stranieri ci vanno con un progetto di vita, ed hanno rendimenti migliori degli italiani che ci approdano come ultima scelta, privi di cultura, interessi e motivazioni.

Ma nei primi anni di scuola? Lì c’è il peso della differenza linguistica, del primo ambientamento. Si viene a parlare del famoso 30% della Gelmini: le chiedo cosa ne pensa. La risposta non è schematica. Mi ricorda il caso della scuola media Baliano, nel centro storico, che anni fa venne alle cronache per essere stata la prima con classi interamente o quasi formate da alunni stranieri. Per affrontare il problema Comune, Provincia, Università, Ufficio Scolastico Regionale e Forum Antirazzista concordarono una serie di azioni (http://www.scuolenuoveculture.org/MaterialiScaricabili/Normativa/Protocollo.pdf), e in alcune circoscrizioni nacquero intese tra i Dirigenti scolastici e il Comune per contrastare le “concentrazioni di minori portatori di disagio in alcune scuole” (Protocollo Circoscrizione Centro Est: http://www.aice 2004.comune.genova.it/pdf/132-16.pdf). Nel disagio era incluso quello dei bambini immigrati arrivati in classe senza conoscere l’italiano. Il problema delle classi squilibrate quindi era stato riconosciuto, ma venne contrastato con indicazioni di soglia (25%) non vincolanti, accompagnate da una serie di misure utili: pubblicità alla iscrizione nelle varie scuole gestita dalla Circoscrizione e non dai vari direttori didattici in concorrenza tra loro, interventi per rendere omogenea l’offerta formativa, finanziamenti alle scuole più problematiche perché potessero offrire iniziative di qualità, concorrenziali, capaci di attirare la frequenza degli italiani. Mi cita il caso della scuola elementare Ferrero di Cornigliano dove ci sono tanti stranieri, e che viene sostenuta con un finanziamento particolare per il bilinguismo (italiano e spagnolo), per cui sta diventando una scuola di eccellenza.
Il problema, l’odore di razzismo, viene dall’enfasi governativa sulla imposizione di una soglia rigida, mentre il riequilibrio va raggiunto gradualmente con interventi complessi (e faticosi) da finanziare adeguatamente. La Gelmini ha ereditato dal precedente ministro Fioroni un fondo ministeriale per “L’italiano lingua 2”, e un fondo, previsto dal Contratto nazionale di lavoro, per gli insegnanti di scuole in zone a rischio, entrambi utili per finanziare misure di sostegno, ore aggiuntive di didattica.
Per ora non sono stati messi in discussione. Auguriamoci che almeno questi resistano.
(Paola Pierantoni)

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27 Maggio 2009

Scuola - L'ultimo banco c'è ancora

Grafica, formato, i colori nero e verdino sul fondo bianco della copertina, sono gli stessi di tanti anni fa. Anche la casa editrice è la stessa. Così quando vi capita in mano “Ultimo banco” di Sandro Lagomarsini (“Ultimo banco. Per una scuola che non produca scarti”, Firenze, Libreria Editrice Fiorentina 2009, € 10) avete la sensazione di un discorso cominciato altrove, in passato. E vi ricordate della “Lettera a una professoressa” pubblicato dalla stessa editrice nel 1967. Continuità non solo formale visto che nel testo di Sandro i richiami alla “Lettera” e al suo mitico autore, don Milani, sono espliciti.

Ma non fatevi ingannare: Barbiana e don Milani ne l’ “Ultimo banco” ci sono eccome ma il libro di Sandro Lagomarsini parla di oggi, di noi, della nostra scuola, del nostro modo di fare, vivere, pensare. Ed è questo il motivo che lo rende affascinante: perché non è così che in genere si scrive di scuola. Dalla scuola giungono alla società messaggi contrastanti: serve, non serve, si impara, non si impara, dovrebbe, non dovrebbe…
Durante tre anni Sandro Lagomarsini, prete itinerante dell’alta val di Vara (Varese Ligure), ha tenuto su Avvenire una sua rubrica – un caso, un problema, una proposta - dove spiegava come era possibile fare i conti con la scuola. Conti non facili perché la scuola vuole essere osservata a modo suo per essere luogo di incontro di processi che hanno tempi diversi. I nostri tempi con le loro mode e i messaggi che quotidianamente piovono sui ragazzi dai media, gli interventi legislativi, che spesso contengono messaggi contrastanti, e hanno tempi di applicazione loro propria; gli insegnanti anche loro con tempi propri fatti di età, attese, disposizione, e ancora le famiglie: altre storie, altri tempi, altre attese. E che dire delle richieste che la società rivolge alla scuola ogni volta che si trova di fronte a manifestazioni giovanili inquietanti?
La scuola è un grumo, anzi il grumo della nostra società “avanzata”. Da un lato attorno ad essa crescono in modo elefantiaco le parole, la massa cartacea e la discussione politica, dall’altro ci sono cadute di motivazione, abbandoni e fallimenti: problemi che rinviano da uno all’altro. Sandro Lagomarsini propone la sua ricetta, un mix di sorriso evangelico, buon senso e, discreto, un certo contenuto di zolfo. Che sta appunto nell’ultimo banco, quello un tempo detto “degli asini” e che oggi continua ad esistere anche se non si chiama più così. Sandro scrive che per intervenire sulla scuola è dall’ultimo banco che bisogna partire; non è una semplificazione demagogica. Nella nostra società avanzata il processo di esclusione è sempre più diffuso. Spesso è irriconoscibile ma c’è. “Genitori, insegnanti e tutti coloro che riconoscono nella scuola un momento centrale di democrazia” trovano ne l’ “Ultimo banco” una straordinaria occasione per pensarci su. Chissà se farà strada il libr o di Sandro Lagomarsini. A suo tempo la “Lettera” di don Milani incontrò il ’68 che ne fece un grimaldello, un sogno. Lo usò a modo suo - si capisce – ma contribuì a trasformarlo in un manifesto. Oggi i tempi non sono più quelli ma la forza in “Ultimo banco” c’è tutta.
(Manlio Calegari)

Posted by Eleana at 08:18 | Comments (0)

6 Maggio 2009

Ricordo - Carlo Mereta professore

A Pasqua è morto e mio figlio sembra essersene fatto una ragione. E’ strano come i ragazzi reagiscono agli eventi della vita. E non tutti in maniera uguale. Ma, sia come sia, lui è stato sollevato da questa notizia come da un’onda. C’è stato sopra senza farsi affondare. Mi sono chiesta se fingesse e se il suo dolore fosse, in una qualche maniera, schermato o nascosto dall’incapacità di “gestirlo”. Poi ho capito che lui, ed i suoi compagni erano in grado, molto più di noi adulti, di trovare un luogo preciso per la loro perdita.

Parlare di Carlo Mereta insegnante di lettere alla Scuola Media Don Milani è un atto dovuto. Che la sua scuola abbia perso “qualcuno” lo hanno scritto le cronache dei giornali e i blog che in occasione della sua morte hanno rilanciato i post di genitori e alunni. Trattenere qualcosa del legame che Mereta aveva con i ragazzi potrebbe essere uno spunto per chi resta. Primo fra tutti il livello al quale lui era in grado di allinearsi per avvicinare gli alunni. La percezione nitida la si poteva avere dal racconto dei ragazzi. “Lui pensava che non bisogna minacciare i bambini. Quando c’era qualcuno che non andava bene, non gli metteva una crocetta o lo portava dal preside, lo invitava a fermarsi a parlare: succede qualcosa? perché fai così? Hai dei problemi in famiglia?”.
L'entusiasmo viveva nelle sue lezioni, si studiassero i classici, o la grammatica, o si vedessero film. Le materie scolastiche e umane si potevano incontrare. Non era necessario esserci. Bastava guardare le facce dei propri figli per accorgersene. Mereta pareva poter riempire i vuoti anche di noi genitori. Mio figlio con lui ha visto “I quattrocento colpi” di Truffaut. Gli è piaciuto tantissimo. Lo abbiamo rivisto insieme, e inseguito il significato della traduzione del titolo dall’italiano al francese e ne siamo venuti a capo troppo tardi. Mio figlio non ha avuto modo di dirglielo perché il Prof era assente per malattia già da un mese. Comunque Faire les quatre cents coups vuol dire fare il diavolo a quattro. Scriverlo fissa la scoperta nell’istante in cui l’ho detto a mio figlio. Ricordarlo serve per trattenere lo stupore che ho provato quando mio figlio mi ha detto che Truffaut è un genio.
Ecco che cosa ci ha lasciato Mereta. Di questi tempi, un capitale.
(Giovanna Profumo)

Posted by Eleana at 13:16 | Comments (0)

4 Marzo 2009

Università - Affari immobiliari sospetti

Se volete mettere mano al tetto di casa vostra lasciate perdere l’azienda estrattiva “Cave di Yarm”. Il loro sito - raggiungibile dalla rete - è muto, non interessato a possibili clienti. E’ perché la società, dal 2004, ha chiuso bottega e le sue quote sono state trasferite ad una società anonima svizzera la Configeim che al momento è in liquidazione. Insomma Yarm è sparita ma anche prima di volatilizzarsi se ne sapeva poco e niente salvo che si occupava solo di affari importanti e quindi riservati, molto riservati. Come ha scritto Repubblica l’11 febbraio scorso: “Affari sospetti, bufera sull’Università”. La bufera abbattutasi sull’Università dipende dal fatto che nel 2001 l’Università ha comprato dalla Yarm non sabbia o tegole ma un intero palazzo, il prestigioso edificio di corso Andrea Podestà, ex sede dell’Eridania divenuto in seguito all’acquisto sede della facoltà universitaria di “Scienze della comunicazione”.

Messo sul mercato immobiliare nel 2000, quando l’Eridania si trasferiva a Ferrara, l’edificio è stato acquistato dalle Cave di Yarm srl per 17 miliardi di lire per essere dalla stessa società rivenduto nel 2001– sette mesi dopo! – all’Università. A che prezzo? Più del doppio: 31 miliardi per l’acquisto più 4 miliardi di spese di ristrutturazione. Affare nell’affare: le Cave di Yarm accettavano in conto pagamento di 2,4 miliardi un immobile dell’Università che sul mercato valeva una cifra superiore.
Tutta la storia esplode tra 2007 e 2008: prima sussurrata poi denunciata – un po’ troppo tardivamente – dalla stessa università che nel frattempo ha un altro rettore. Iniziano in parallelo l’indagine della Corte dei conti che deve accertare il danno all’erario e della Procura della repubblica che deve scoprire quali argomenti possano avere spinto l’Università ad acquistare da Yarm e non direttamente da Eridania – visto che l’immobile era già nella prospettiva di un insediamento universitario – e specialmente ad accettare prezzo di acquisto (e di vendita di un suo bene) giudicato fuori mercato.
Solo un caso di malaffare o di funzionari infedeli? Sembra purtroppo che ci sia di più. E il di più è che Configeim, la società in liquidazione che ha ereditato le quote di Yarm, è oggetto da tempo di altre indagini che coinvolgono anche Levante Assicurazioni (oggi Carige Assicurazioni) e i suoi amministratori. Repubblica del 19 giugno 2008 (“Cave di Yarm, la società apriscatole Levante, Carige e crack Festival”) scriveva che la Cave di Yarm, srl creata nel 1992, era tornata a segnalarsi nel 2002, quando Paolo Arvigo, all' epoca amministratore dell' azienda che aveva sede a Genova era finito in un lungo elenco di indagati tra cui “pezzi da novanta della Carige come Ferdinando Menconi”. Nel 2004 la Cave di Yarm aveva venduto all' immobiliare Casacce - società controllata da una lussemburghese - un palazzo che a sua volta l' immobiliare aveva affittato alla Festival. La magistratura aveva scoperto che l' immobiliare era di un commercialista i cui soci di studio erano amministratori di Festival.
Yarm, Assicurazioni, Carige, Festival e ora anche l’Università: Genova per noi.
(Manlio Calegari)

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4 Febbraio 2009

Università - Il Giro “nucleare” d’Italia

Il “Giro d’Italia tra gli Atenei” finanziato da Scajola con la collaborazione della Fondazione Crui (Conferenza dei rettori delle università italiane) ha fatto tappa anche a Genova. Scopo dichiarato: conquistare al nucleare le leve dei giovani ingegneri. Alla Facoltà di Ingegneria il 26 gennaio scorso lo workshop “Il nucleare: quale futuro per l' Italia?” non è stato il “convegno”, come ha scritto Repubblica il giorno dopo, ma una iniziativa scopertamente promozionale a cui la Facoltà di Ingegneria e forse l’Università (previsto ma assente il Rettore Deferrari) ha dato senza troppi scrupoli il suo appoggio.

Tematiche in evidenza? Ovviamente quelle sulle quali insistono i favorevoli al nucleare: riduzione dell’utilizzo di combustibili fossili, presunto abbattimento delle emissioni di CO2, dipendenza dall’estero, diversificazione delle fonti di energia, potenziamento del know-how nucleare, sicurezza garantita dalle attuali tecnologie. Offuscati invece i temi scomodi: i rischi per la salute e per l’ambiente, l’insufficienza delle riserve mondiali di uranio e specialmente lo smaltimento delle scorie radioattive.
A tirare le fila è stato Roberto Adinolfi amministratore delegato dell’Ansaldo nucleare. Il rilancio del nucleare in Italia, ha detto, richiede “un processo autorizzativi chiaro, certo, semplice” in modo da ridurne drasticamente i tempi. Si impone la cosiddetta "one step licensing", una procedura che consenta all’azienda interessata di presentare in un’unica soluzione il progetto dell'impianto insieme all’individuazione del sito prescelto per la sua realizzazione. Arnaldo Vioto, responsabile dell' ufficio autorizzazioni della direzione energia del ministero dello sviluppo economico, l’ha immediatamente rassicurato: il governo Berlusconi, gli ha detto, sta già provvedendo. Controllo e autorizzazioni amministrative dipenderanno in futuro dalla nuova “Agenzia per la sicurezza nucleare”, di fatto alla dipendenza del presidente del Consiglio, secondo quanto previsto dal disegno di legge attualmente in esame al Senato (articoli 14 e 17 AS n. 1195). In pratica, una delega in bianco al governo centrale.
E in caso di contestazioni? Nessun problema: il governo avrà il potere di sostituirsi agli enti locali o alle regioni per le autorizzazioni di competenza. Non ci sarà più alcuna tutela giurisdizionale a livello locale perché l’art. 24 stabilisce che “tutte le controversie, anche in relazione alla fase cautelare e alle eventuali questioni risarcitorie... concernenti il settore dell’energia” diventeranno competenza esclusiva “del giudice amministrativo e del tribunale amministrativo regionale del Lazio, con sede in Roma”. Una concentrazione di poteri abnorme che non ha sfiorato la discussione dello workshop.
La Facoltà di Ingegneria e l’Università di Genova non hanno fatto capire se, passato il “Giro d’Italia” di Scajola, ritengano di approfondire ulteriormente la questione.
(Oscar Itzcovich)

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21 Gennaio 2009

Ma l’Ateneo genovese non risulta attrattivo

Caro OLI, quale tuo lettore da lunga pezza, oggi non mi spiego la non richiesta difesa d'ufficio della corporazione universitaria genovese [OLI n. 210] (a meno che l'autore - MCA - non ne faccia parte), che non solo e non tanto evita altezzosamente di rispondere ai giornaletti locali (dialoga solo con Le Monde o Frankfurter Allgemeine Zeitung?) ma che - soprattutto - ci regala facoltà assolutamente silenti nel dibattito pubblico cittadino e che, se fosse esaminata con criteri un po' meno naif di quelli che tanto l'hanno indispettita (magari i titoli scientifici e le varie pubblicazioni di buona parte dei suoi membri), vedrebbe subito evidenziarsi il perché questo nostro Ateneo non risulta minimamente attrattivo, nel pur modestissimo panorama nazionale. Cordialmente.
(Pierfranco Pellizzetti)

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14 Gennaio 2009

Web Marketing - Il Secolo XIX chiama, i professori non rispondono

Nel panorama di questa moderna web-informazione sempre più friendly e interattiva, dove al lettore è concesso di partecipare con i propri commenti al dibattito suscitato da questo o quell'articolo, in una spettacolarizzazione "partecipata" della notizia, il Secolo XIX porta a casa un punto che pochi avrebbero osato segnare, quello della sfacciataggine e dell'autoreferenzialità.
Il 9 gennaio nella home page del quotidiano ligure Marco Menduni pubblica l'ennesimo articolo-inchiesta sull'Università di Genova e sulla professionalità dei suoi docenti: “Università: se la rivolta dei professori è tutta qui”. “Tutta qui” nel senso che i professori non si sono ribellati troppo, non hanno difeso strenuamente i loro Istituti, non hanno risposto adeguatamente alle accuse ricevute dal giornale.
Ma dove i professori universitari avrebbero dovuto "ribellarsi" agli articoli dell'inchiesta del Secolo XIX?

E' ovvio: nei commenti del Secolo XIX stesso. Stavolta - è questa la notizia - i professori universitari sono rei di non aver creato traffico sulle pagine del Secolo XIX, di non aver utilizzato banda, di non aver inserito nome e cognome favorendo l'accesso tramite motori di ricerca.
Non via mail all'autore, non attraverso eventuali lettere ai giornali o comunicati stampa ufficiali, ma nei commenti del sito del Secolo stesso.
Nascono alcune domande: perché mai un professore universitario dovrebbe passare la serata a scrivere commenti nelle pagine del Secolo XIX? Per aumentare il traffico delle pagine stesse e incrementare il valore dei banner pubblicitari che infestano le pagine online del giornale? Una sorta di sindrome di Stoccolma versione web?
E ancora: non sanno gli autori del Secolo che nei loro commenti chiunque potrebbe firmarsi con il nome di altre persone o inventarsi una personalità ad hoc, svalutando ulteriormente la scarsa attendibilità del mezzo di comunicazione così tanto bene "partecipato"?
Gestire la propria identità in rete non è facile, come ben sanno i partecipanti di newsgroup, forum o blog, più abili a giocherellare con fake e morpher, e consapevoli di una informazione difficilmente verificabile.
Forse il Secolo XIX corre il rischio di misurare la qualità delle proprie inchieste in base alla quantità dei commenti ricevuti, da lettori o dagli stessi "inquisiti", in un luogo che altro non è che il proprio blog personale...
(Maria Cecilia Averame)

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24 Dicembre 2008

Università - Messina è vicina?

C’è qualcosa che può unire le vicende giudiziarie dell’università di Messina con la vita politica di una città universitaria come Genova?
I fatti che hanno spinto diversi pubblici ministeri a chiedere la sospensione dall’incarico del rettore dell’università di Messina (Repubblica 12 dicembre ’08) sono così tanti e gravi che solo elencarli richiederebbe varie pagine di questa NL. Concorsi truccati per favorire sodali d’affari e di partito, minacce nei confronti di chi si rifiutava di truccare le carte, intimidazioni verso candidati “sgraditi”, concussione relativa alla gestione finanziamenti pubblici diretti alla ricerca scientifica e altro ancora. Il tutto in un quadro nauseante di occupazione di cattedre e di funzioni da parte di nuclei parentali, familiari e affaristici. Ciliegina sulla torta: la moglie del rettore, dirigente della stessa università, che secondo l’accusa avrebbe scambiato favori ad aziende di servizi in cambio di denaro. Una massa di reati che il rettore non poteva certo compiere da solo o con l’aiuto della consorte. Infatti in molti gli hanno tenuto bordone. Di alcuni è noto il n ome perché di fronte all’accusa di aver truccato un concorso hanno ammesso il reato e patteggiato. Altri ce ne devono essere tra quelli che, mentre la fogna di abusi e malversazione veniva gradualmente scoperta e un centinaio di professori firmavano un appello perché il rettore si facesse da parte, si schieravano invece a sua difesa: i prorettori, il consiglio di amministrazione, il senato accademico per non dire dei silenziosi, gli struzzi, testa sottoterra a far finta.

Beh – dirà qualcuno – ma cosa c’entriamo noi qui a Genova con Messina? C’entriamo, c’entriamo: e non solo perché si tratta di due città che appartengono allo stesso paese e sarebbe difficile chiamarsi fuori.
Cento professori (numero rilevante anche per una ateneo grande come quello di Messina (18000 studenti iscritti al triennio) firmano coraggiosamente – il gioco delle clientele controllato dal rettorato si è immediatamente impegnato a isolarli ed è bene ricordare che un loro collega anni fa è stato ucciso, vittima delle stesse faide su cui si sta indagando - un documento che chiede al rettore di farsi da parte. E’ il punto più alto di risposta dell’istituzione permeata dal malaffare. La prova che anche in quella situazione melmosa esistono anticorpi, persone che si ribellano, che vogliono girare pagina, che non accettano di lasciarsi intimidire. La testimonianza confortante che la dignità esiste. Ma da soli non possono farcela e non è che possono aspettare la conclusione delle inchieste della magistratura che hanno tempi e finalità diverse (non devono moralizzare l’università ma colpire chi ha commesso dei reati).
No, da soli i cento di Messina non possono farcela. Hanno bisogno che di Messina e del “messinismo”in Italia si parli; della solidarietà dei colleghi degli altri atenei italiani. Sarebbe necessario il sostegno del sindacato, del Pd e di tutte le anime della variegata sinistra nazionale. Per non dire dei politici siciliani che hanno condotto l’ultima campagna elettorale contro Lombardo, Cuffaro e i loro consigliori. Sarebbe necessario… ma tutti tacciono. Anche a Genova.
(Manlio Calegari)

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17 Dicembre 2008

Istruzione - A scuola come sul Piave

Ho deciso di passare Natale nella trincea. Non quella della memoria di cui parla la bella mostra alla Borsa di via XX Settembre, ma in quella che mi appartiene e mi rappresenta: la mia scuola.
Devo dire che fisicamente non è molto diversa da una trincea classica. Ci sono un sacco di spifferi e di freddo, colpa del riscaldamento che durante la mattinata si abbassa sino a spegnersi nel pomeriggio (eh! queste vecchie stufe le spengono per risparmiare!) e colpa dei grandi finestroni da ex ospedale che sono vecchi di cinquant’anni e chiudono male (ma dai che alla truppa un po’ di freddo gli fa bene! li sveglia!). I vetri sono sporchi ma lo considero un pregio, visto che le tende sono tutte strappate: nella bella stagione entra un sole così forte che fa male agli occhi e devi spostarti tutto il tempo per evitare la cottura delle poche sinapsi rimaste.

Il tavolino sui cui scriviamo quello che accade nel registro giornaliero è desueto e instabile. E soprattutto ha i cassetti chiusi o rotti. Chiunque ne avesse avuto le chiavi, con il cambio della guardia, ha ben pensato di portarle via (“maledetten manutenzionen che non arriva”, direbbero le Sturm truppen del compianto Bonvi). L’armadio, al contrario, non sta chiuso perché è senza serratura.
Le latrine sono essenziali: una per gli ufficiali che sono quasi di cinquanta.
Wow! che bella sensazione sedersi sulla tazza ancora tiepida delle terga altrui. Come sui treni gli asciugamani sono di carta, protetti da un marchingegno che ne libera un pezzo alla volta: spesso sono strappati o bagnati.
Il rancio, dopo gli “ultimi scandali” sui rifornimenti alle mense, è divenuto ulteriormente parsimonioso: pasta al burro, riso con olio, sofficini (di nome perché sono duri come i sassi): chissà perché, dopo mangiato, mi viene voglia di correre nella ritirata. Che abbia lo stomaco delicato?
Comunque non mi lamento; voglio dire: accetto l’ordine e il disordine della trincea.
Quello che fa male davvero è il morale dell’esercito. L’altro giorno ho chiesto di raccontarmi quello che vedevano dalla loro finestra. Ho dovuto farli smettere. Sarà che siamo vicini al fiume, sarà che la speculazione ha partorito mostri su mostri ma questi giovanotti proprio non sanno cos’è la vita. Da casa mia non vedo niente...vedo solo tetti e antenne...vedo il cavedio del palazzone... vedo lo sporco di un pezzo di fiume...vedo topi che corrono...vedo uno spicchio triste di cielo...vedo piccioni che banchettano da un sacco della spazzatura...
Con sollievo penso che non sono ancora degli adulti e non sanno che noi ufficiali siamo spremuti tra la “patria”, il potere centrale che ci disprezza e l’autorità locale che impietosamente ci sacrifica in nome dell’efficienza. Spero non lo imparino mai.
Solo che adesso non so più qual è il nemico e cosa devo dire. Se alzare la bandiera bianca o spingere cinicamente i miei uomini al massacro. Ma ripenso alla frase di quel giudice di Milano di un po’ di tempo fa, “resistere, resistere, resistere”...come sul Piave, come a scuola.
(Elio Rosati)

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Università - Per fortuna c’è la Svizzera

Fra le tante bad news che riguardano l'Università, si segnala una buona iniziativa, il premio "Energica..mente", organizzato da un volenteroso professore d'Ingegneria a Genova. Premio assegnato martedì 2 dicembre ai migliori allievi di Facoltà nello studio e nello sport, voluto proprio per sfatare il clichè dello studente di Ingegneria, pantofolaio, sgobbone, tutto libri e poco moto. Sono stati premiati bei ragazzoni che vanno forte in canottaggio, pallacanestro, arti marziali, atletica, pallanuoto e persino un'esile fanciulla, possente vogatrice.
Una bella sommetta per il primo, milleduecento euro, altri cinque, cento euro ciascuno e per gli ultimi sei una bella.. felpa!

Il premio si penserebbe sponsorizzato dalle Aziende del territorio che attingono qui per i loro laureati. E invece no, lo sponsor è una società svizzera. E' vero, Ingegneria ha buone entrate dalle imprese liguri, con tali collaborazioni contribuisce per il 50% dei fondi dell'Ateneo, le altre Facoltà che strillano tanto per il 10%.
Però. Si parla tanto di merito, talenti, eccellenze da premiare, evidenziare, sottolineare.
Suvvia, un piccolo sforzo da Aziende, Enti locali, Banche, Confindustria. Davvero così a corto di quattrini da non concorrere a premiare ragazzi che s'impegnano? Ragazzi meritevoli, studiosi, sportivi, che poi vedremo partire , andare a lavorare lontano.
Secondo gli ultimi dati sulle grandi città, Genova avrà un decremento della popolazione del 20% entro il 2020. Qualche iniziativa ha preso la Regione, ma è sempre troppo poco per l'accoglienza degli studenti, solo 2 su 10 non sono liguri. Non c'è attrattività, dagli affitti spesso in nero, alle strutture, ai campus inesistenti, ai progetti faraonici, con buone colpe di tutti, Enti locali e Università. Non si accoglie per studiare, né per fermarsi qui a vivere, a lavorare. a mettere su famiglia.
I ragazzi devono andare, scoprire il mondo, fare esperienze, è la globalizzazione. Diamo loro comunque la possibilità di studiare, girare, ma tornare se lo vogliono. I nostri politici locali, di destra e di sinistra, parlano di tutto ma non pensano davvero al declino dietro l'angolo, a territori abitati da anziani e pensionati. Che angoscia.
Com'erano teneri però, in posa per la foto col giubbottino e lo stemma dell'Università
(Bianca Vergati)

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26 Novembre 2008

Gelmini - Divisione delle spoglie tra “giovani” e “diversamente giovani”

“Largo ai giovani, ma. Via i prof. settantenni però. Fuori i ricercatori over 65 anni, con una serie di eccezioni. Si valuterà caso per caso”. Così chiosa Laura Montanari sull’edizione di Firenze di Repubblica del 21 novembre ’08 un’ambigua delibera del Senato accademico dell’Università degli Studi che divide ulteriormente l’accademia. La delibera ha recepito una disposizione della legge Gelmini che riforma una legge del 1992 per cui si consentiva ai dipendenti pubblici di rimanere in servizio per due anni oltre i limiti di età per il collocamento a riposo. Ora, tale prolungamento può essere ammesso solo in base alle “esigenze organizzative e funzionali” dell’amministrazione di appartenenza.

Recita la delibera del senato accedemico: “l’Ateneo, di norma, non si avvarrà della facoltà di concedere la permanenza in servizio sia per il personale docente, sia per i ricercatori, sia per il personale tecnico amministrativo”. “Di norma”, i professori se ne dovranno andare a 70 anni, i ricercatori a 65. Ma, “di norma”, significa che “tuttavia, si potrà procedere ad eccezionali deroghe nei seguenti casi: 1) per il personale docente e ricercatore: unico docente inquadrato in settore scientifico disciplinare relativo ad insegnamenti da impartire obbligatoriamente nei corsi di studio, e per cui non vi siano docenti inquadrati in settori affini dell’intero Ateneo; contributo eccezionale e insostituibile al mantenimento del valore degli indicatori di performance della ricerca scientifica; 2) per il personale tecnico-amministrativo: assoluta insostituibilità con riguardo a funzioni essenziali. Così concepita, la delibera lascia ampi margini a qualunque tipo di interpretazione, ragion per cui sono insorti studenti e precari che esigono “più rigore”. Nel caso di un’applicazione generalizzata, si calcola un risparmio per l’ateneo in spese per il personale di 19 milioni di euro in tre anni.
Inevitabili le reazioni del personale colpito dalla delibera. “Mandarci in pensione a 70 anni non apre le porte ai giovani”; come dispone la finanziaria, “per cinque di noi che vanno in pensione, uno solo sarà sostituito”. Il preside di Farmacia rivendica il diritto dei prof settantenni (che definisce ironicamente “diversamente giovani”) di non essere messi fuori dell’università dall’intreccio crisi di bilancio - limite di età.
(Oscar Itzcovich)

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Beni culturali - 159mila candidati per 500 posti

Una ressa pari all'attesa di adolescenti euforici per la propria pop star, ma i protagonisti non sono inquadrabili in una fascia d'età, hanno 20, 30, 40 ed anche 50 anni, spesso i capelli sono tinti di bianco mentre l'euforia è sostituita da un'angoscia che si percepisce, negli sguardi e nelle parole.
“Stipati qui, come bestiame, dopo aver appiccicato quelle quattro nozioni inutili funzionali a passare le preselezioni, possibile che oggi il Ministero non abbia trovato un modo migliore per reperire personale? Valutare i titoli? Considerare i meriti?”.
L'occasione è il tanto sospirato concorsone del Ministero dei Beni Culturali, che giunge dopo otto anni dall'ultimo: per molti un'opportunità di carriera, per molti un'ancora nel mare in tempesta della precarietà, per altri una brezza di speranza nella bonaccia cupa della disoccupazione. La calca, stipata in un piano della facoltà di Economia, viene sfoltita pian piano. Le operazioni vengono svolte con solerte meticolosità, ed in circa tre ore le aule si riempono. Dopo la lunga attesa sulle scale, uno avvisa, comprensibilmente “Scusi, dovrei andare alla toilet”. “Non so se si può”, afferma con draconiano rigore uno dello staff. “Bisogna chiedere al presidente della commissione”.

Alla fine si giunge alla consegna dei questionari. Il silenzio è greve di tensione, c'è chi ripassa a bassa voce le anafasi della mitosi di una cellula, chi scrive sulle mani di joule e di farad, chi scarabocchia sui banchi assi cartesiani per rispolverare la trigonometria. Un uomo sui trentacinque, giunte le mani, abbassa il capo e prega a fil di labbra.
Per un'ora la concentrazione è assoluta: si combatte con i denti contro il tempo e contro il panico indotto un po' dalla situazione presente, il concorso, un po' dalla disperazione che attende chi non sarà in grado di saltare su questa zattera per naufraghi.
Minuti lunghi come ore e cento domande pesanti come grossi macigni: “possibile” è la domanda che nessuno fa apertamente, ma tutti, presumibilmente, formulano a se stessi “possibile che sull'apotema di questo cono si debba giocare il mio futuro? Possibile che sia la data di questi sublimi versi di Baudelaire a farmi fuggire dai miasmi pestiferi del precariato oppure a precipitarmi nel baratro?”. Più di 159mila, gli iscritti in tutta Italia, ma sulla zattera c'è posto per 500, ed ogni posto val bene l'umiliazione di questa farsa. Coi tempi che corrono.
(Eleana Marullo)

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5 Novembre 2008

Gelmini - Studenti in piazza e scheletri nell'armadio

I quotidiani scrivono da settimane della protesta contro la riforma Gelmini. Dopo anni di buio le manifestazioni studentesche hanno contribuito ad accendere i riflettori su ogni settore della scuola, a cominciare da quella primaria. Maestre, bambini, genitori hanno unito le loro ragioni a quelle degli studenti. Lo stesso hanno fatto i ricercatori e la popolazione dei precari. Nel movimento degli studenti si sono affacciati anche docenti e rettori universitari, quelli almeno che hanno finalmente capito che rischiano di assistere in tempi brevi alla smobilitazione delle università dove insegnano e che governano. Si sa già quando avverrà: tra l'inverno e la primavera del 2010 buona parte delle università dovranno dichiarare lo stato di insolvenza ed essere commissariate (Repubblica 30 ottobre "Il funerale dell'università").

Professori e rettori - almeno una parte di loro - si sono ricordati che hanno per legge oltre l'obbligo della docenza anche quello del governo; per l'università la legislazione italiana prevede l'autogoverno. In verità se lo ricordavano benissimo e alcune pubblicazioni recenti sull'uso familiare, parentale e affaristico delle cattedre universitarie, sugli scandali relativi al patrimonio edilizio delle università, sulla manipolazione dei concorsi di ogni ordine e grado mostrano l'uso osceno che ne è stato fatto e le complicità - anche politiche e sindacali - di cui hanno goduto.
Ma inchieste brucianti, libri, denunce, lettere ai giornali avrebbero avuto una eco modesta se qualche settimana fa "l'onda" non avesse cominciato a muoversi. Solo grazie al movimento degli studenti è possibile leggere le denunce del malaffare ministeriale e di quello universitario senza provare nello stesso tempo vergogna e sconforto. Il movimento degli studenti ha obbligato politici e sindacalisti a misurarsi dal vivo con problemi di cui a malapena conoscevano l'esistenza. Ha mostrato la polvere sui documenti prodotti più per giustificare il proprio stipendio che per volontà di affrontare la scuola malata. Se giorno dopo giorno centinaia di migliaia di ragazzi hanno preso a riflettere e a confrontarsi sulla loro vita d'oggi e di domani il merito è solo del movimento degli studenti. Una discussione emozionante per un paese che vive nel balbettio politico.
Sono in molti a tirare per la giacca il movimento degli studenti. Ci sono i disinteressati che hanno capito e apprezzato e si vogliono unire ma ci sono anche quelli che pensano che gli servirà a fare cassa o quelli che vorrebbero decidere già da ora dove affondare i paletti col cartello "non oltre". Tra coloro che hanno segnalato questi rischi il pezzo più bello l'ha scritto (Repubblica 21 ottobre '08) Adriano Prosperi docente di Storia dell'età della Riforma e della Controriforma presso la Scuola Normale Superiore di Pisa. Parlando della sua generazione, solidamente abbarbicata a cattedre, ministeri e seggi di vario tipo ha scritto che gli studenti dovrebbero guardarsi dalle pacche sulle spalle che vengono dai loro docenti. E che "il loro eventuale appoggio andrebbe esorcizzato come una minaccia da chi vuole veramente che la scuola e l'università italiana riprendano la loro funzione di cuore pulsante della società." (clicca qui per leggere l'articolo di Prosperi)
(Manlio Calegari)

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Università - La nuova stagione dell’Albergo dei poveri

“Non è una maledizione, è solo un' operazione che va fatta per bene... Finora per l' Università è stato un fardello operosissimo. E’ assurdo che per problemi di inagibilità e sicurezza debbano essere rifatti i lavori nella parte già restaurata”. Così diceva a Repubblica, l'8 agosto 2008, il rettore appena eletto Giacomo Deferrari a proposito del recupero dell’Albergo dei Poveri. E due mesi dopo (Repubblica 27 ottobre) aggiungeva: “L’Albergo dei Poveri? Non è un peso per l’Università, ma una formidabile risorsa”.

D'accordo con lui anche un tecnico autorevole come l’architetto Stefano Fera che, su Repubblica del 28 ottobre, ha scritto: l'Albergo dei Poveri sembra fatto apposta per diventare un "meraviglioso" campus universitario. "Il completamento del recupero dell' Albergo dei Poveri può produrre una preziosa ricucitura tra la città antica e la città ottocentesca. Esistono, infatti, una serie di percorsi sotterranei che potrebbero essere reimpiegati per collegare la zona del Carmine a Circonvallazione a Monte. Si potrebbe cioè pensare a sistemi di risalita misti, simili a quello dell' ascensore di Montegalletto, capaci di facilitare lo spostamento di studenti e residenti tra la parte alta e la parte bassa della città”.
Sembra una occasione unica, ma anche una storia che ricomincia e che richiederebbe qualche chiarimento prima di tutto da parte del rettorato. Una storia solo in parte nota che comincia nel 1991 con l’acquisto del diritto di superficie per 50 anni sui 44.000 mq dell’edificio e continua con un costoso e travagliato recupero (solo in corso di opera, i tecnici si sono resi conti che i tetti erano tutti da rifare), aule appena ristrutturate inagibili e lezioni per Giurisprudenza e Scienze Politiche “al cinema per un anno” (Repubblica, 8 agosto 2008).
Uno scandalo che ha avuto uno sviluppo singolare nel luglio del 2007, quando il Senato accademico dell’Università ha accusato la propria amministrazione di essere "debole e inefficace", rilevando inoltre, a proposito della gestione del recupero dell’Albergo dei Poveri, l'esistenza di “incarichi professionali senza copertura finanziaria, appalti di lavori affidati senza conoscere le condizioni strutturali, mancate verifiche dei costi, rischi di degrado dell' immobile” (Repubblica, 17 luglio 2007).
Ora il nuovo rettore dice che “è solo un' operazione che va fatta per bene, fino in fondo”. Certo! Sarà necessario affrontare le gravi questioni di compatibilità economiche e finanziarie, ma non solo. Sarà pure opportuno partire dai rilievi formulati dal Senato accademico di luglio 2007. E ricordare che la drammatica mancanza di trasparenza che in questi anni ha caratterizzato la gestione dell’università è una delle cause dei gravi problemi che oggi sopporta.
(Oscar Itzcovich)

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22 Ottobre 2008

Università - Il tempo di un progetto

Genova, Italia: 40 anni
La Facoltà di Ingegneria cerca una sistemazione definitiva. Da decenni è intollerabilmente sparsa tra varie sedi. Quella della Fiera del mare da 40 anni è una sede provvisoria.
Nel 2005, l’annuncio, “Ingegneria si riunifica e sale agli Erzelli con una dote di 120 milioni (Secolo XIX, 13 novembre). Centoventi milioni a carico dello Stato, della Regione e dell’Università che subito diventano 140. L’operazione di spostare un’intera facoltà divise in varie sedi a Ponente appare complessa. Nel 2008 si complica ulteriormente con la richiesta da parte di aziende private, Confindustria, Regione, Comune, di trasformare contestualmente Ingegneria in Politecnico. In pratica, una seconda università per la Liguria.

I cittadini, molti nello stesso mondo accademico, non capiscono l’essenza del progetto. Ingegneria predispone una “bozza preliminare” che sarebbe solo “una bozza di fattibilità” (Secolo XIX, 3 febbraio 2008). Ad aprile, nomina otto commissioni “che dovranno raccogliere tutti gli elementi per elaborare il piano di fattibilità del Politecnico” (Secolo XIX, 10 aprile). Si parla di portare gli attuali 4500-5000 studenti di Ingegneria ad almeno 8000, ma, paradossalmente, gli spazi riservati a Ingegneria sugli Erzelli si restringono perché, nel frattempo, i costi sono lievitati a più di 200 milioni (Repubblica, 3 maggio 2008). Sembra che Euromilano, l’impresa costruttrice, ritenga necessario aumentare gli spazi riservati a Ingegneria da 81.000 a 94.000 mq, una decisione a cui la facoltà si dichiara tuttavia estranea (ma chi, allora li aveva richiesti?). Una nuova bozza, restringe gli spazi riservati a Ingegneria a 65.000 mq (Repubblica, 7 ottobre). C he sia facoltà o che sia politecnico, non sembrano previste, contrattualmente, solide opzioni su future aree di espansione. La preside in pectore, Paola Girdinio, sdrammatizza: “Oggi, abbiamo 45.000 mq. Passare a 65.000 è un salto avanti” (Repubblica 2 ottobre). Rimangono tuttavia “aspetti problematici”, commenta il preside uscente Gianni Vernazza, tra questi “un posto principale ha quello legato alla logistica, con tutti i problemi di viabilità e di parcheggio”(Repubblica, 7 ottobre).
Sono problemi gravissimi: parlare di “aspetti problematici” è solo un eufemismo. Il 25% di Erzelli (ma può salire fino al 35%) sarà destinato a residenze, il resto ad aziende e alla ricerca. “Mille abitazioni a regime, quattromila persone stabili a viverci dentro, più altre dodicimila a lavorarci. Quindici-sedicimila in tutto. Un paese”, scrive M. Minella, su Repubblica (3 ottobre 2008). Regione, Comune e Ferrovie annunciano di avere appena firmato un protocollo d’intesa per valutare la fattibilità di nuove fermate metropolitane, tra le quali, Erzelli (City, 16 ottobre). I tempi previsti per questo studio non sono stati resi noti. Ma bisogna essere ottimisti.

Francia: 2 anni


Lettera da Parigi

Révolution all’università




In Francia è in atto una grandiosa mobilitazione di risorse finanziarie e umane per rilanciare dieci atenei di eccellenza. Un esempio da seguire.


È giunto a compimento in questi mesi in Francia un processo di rinnovamento delle Università che vede, da parte dello Stato, un investimento di 10 miliardi di euro in 5 anni al fine di adeguare 10 campus universitari (1 miliardo per ogni campus) alle sfide scientifiche del XXI secolo. Il progetto fu lanciato da Dominique de Villepin nel febbraio 2007 e, nonostante il cambio di Presidenza e il pessimo rapporto tra Villepin e il nuovo Presidente, lo Stato ha mostrato una efficace continuità, sì che l'11 luglio 2008, il Ministro alle Università e alla Ricerca del nuovo governo, Valérie Pécresse, ha potuto annunciare i dieci siti selezionati da un comitato internazionale di 8 personalità (in cui siedono un prefetto emerito, un fisico, un astrofisico, un economista, un rettore di università americana, un rettore di università canadese, il rettore emerito del Collège de France, il Direttore generale di Accor). In soli due anni il processo: le sedi si sono candidate con una impressionante mobilitazione di docenti, urbanisti, autorità regionali, municipali, prefetture; il Comitato ha vagliato la qualità dei progetti e l'integrazione con la ricerca di eccellenza esistente, da un lato, e dall'altro con parametri di sviluppo fissati con rigore: riqualificazione del patrimonio universitario e urbanistico, sviluppo della ricerca e della Regione, integrazione urbana della vita universitaria (alloggi per studenti, trasporti rapidi, attività culturale e sportiva). Le sedi scelte sono: Aix-Marseille, Strasburgo, Lyon, Bordeaux, Grenoble, Montpellier, Toulouse, Saclay, Paris-Aubervilliers, Paris intramuros. Come si vede, non c'è stata affatto "spalmatura" geopolitica : il sud-ovest ha visto premiare, per la qualità del progetto, tre campus (Montpellier, Toulouse, Bordeaux) il nord-ovest nessuno. Parigi ne esce smagrita e con un campus innovativo collocato – con un ardito progetto urbanistico e di ricerca – in una delle banlieues più povere e più vive di sperimentazione sociale: Aubervilliers. Piccola chiosa: la Commissione interagisce con Ministero, Regioni, Comuni interessati da ogni singolo campus, Atenei in questione, comunità locali: organismi decisionali sufficienti da noi per richiedere due anni per la sola prima convocazione plenaria….


Clicca qui per leggere l’intero articolo di Carlo Ossola pubblicato sul supplemento “Domenica” del "Sole 24 Ore", 19 ottobre 2008.



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15 Ottobre 2008

Università: risposta a "Considerazioni di una precaria"

Le considerazioni piene di preoccupazione e di amarezza dell'impiegata universitaria precaria sono più che legittime e condivisibili. Discutibili e poco opportune, e, per quanto mi riguarda, piuttosto ingenerose e per niente rispondenti alla realtà mi sono sembrate invece le sue considerazioni sul comportamento e sul ruolo avuto su questi problemi dai docenti che lei ha visto intervenire nella manifestazioni di sostegno alla lotta dei precari (credo si riferisse soprattutto all'assemblea svoltasi nell'aula M della facoltà di Lettere martedì scorso). Mi sembra inconfutabile invece che i docenti che anch'io ho sentito intervenire nella stessa assemblea e che ho potuto vedere all'opera per diversi anni si siano sempre impegnati a tutti i livelli con continuità e con coerenza per combattere un'organizzazione del lavoro basata sul precariato. Non credo che questi problemi si possano risolvere se si scelgono come bersaglio della propria legittima delusi one persone che non hanno nessun tipo di responsabilità al riguardo (anzi...) e che, se erano presenti e sono intervenuti nell'assemblea in questione, lo hanno fatto sicuramente per offrire un corretto e partecipato sostegno ad una legittima rivendicazione: sparare sulla Croce Rosa è molto facile, ma i bersagli sono ben altri e contro quelli bisogna far convergere tutte le forze disponibili.
(Francesco Surdich, preside della Facoltà di Lettere e Filosofia)

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8 Ottobre 2008

Precari - 87 mila insegnanti in meno per migliorare la scuola

87 mila tagli nella scuola pubblica nei prossimi tre anni secondo il piano Gelmini che dovrebbero riguardare esclusivamente docenti con contratto a tempo determinato, attraverso l'utilizzo di diversi strumenti: aumento del rapporto alunni/classe, anticipo delle iscrizioni nelle sez. primavera per la scuola dell'infanzia, maestro unico per tutti per 24 ore settimanali nella primaria, tagli orari nella secondaria di primo e secondo grado (Il Sole 24 Ore, 25 settembre).

Tutto questo naturalmente per garantire ai nostri figli una scuola migliore. I precari liguri non ci stanno e si sono organizzati in un comitato (http://precariliguria.blog.kataweb.it; http://www.paolomalerba.it/precariamente/), proponendo un “manifesto in difesa della scuola pubblica” dove contestano l'ipotesi che in Italia ci siano troppi insegnanti rispetto alle altre nazioni. E' vero che in Italia il rapporto alunni per ciascun insegnante è minore (10,7 contro una media Oc se di 13,3), ma nel “belpaese” vi sono alcune anomalie che rendono necessario questo numero. Tali anomalie riguardano la presenza di 90,000 insegnanti di sostegno per allievi diversamente abili integrati nelle classi, (che in Francia frequentano scuole speciali e sono seguiti da circa 280.000 operatori sociali, sempre dipendenti dell'amministrazione pubblica, anche se non scolastica). Abbiamo poi il “tempo pieno”, che richiede circa 70.000 insegnanti in più (a Genova alcune scuole cominciano a sostituire i pomeriggi con attività di assistenza effettuata da “personale delle cooperative”, pagato dai genitori e sicuramente di differente valore formativo per gli allievi, la presenza di 25.679 insegnanti di religione pagati dallo Stato ma assunti su segnalazione della Curia, e una geomorfologia difficile, che necessita di scuole isolate e poco frequentate in piccole isole e località di montagna. Tutto questo in una nazione che, negli ultimi anni, ha visto diminuire la spesa pubblica destinata alla scuola dal 5,5% del Pil al 4,7% attuale, contro una media Ocse del 5,2%. Bisogna ricordare infine che “l'insegnante precario” è regolarmente abilitato e ha dietro sé anche dieci e più anni di insegnamento, con contratti annuali, da settembre ad agosto, o al termine delle lezioni, da settembre a giugno. E chissà quale azienda privata riuscirebbe ad assumere la stessa persona per lo stesso lavoro dieci volte con un contratto annuale.
(Maria Cecilia Averame)

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Università - Il pane per la ricerca

Estratto da Guido Barbujani (Domenica del Sole 24 Ore, 28 settembre 2008)(*)

Da qui al 2012 il taglio delle risorse scoraggerà gli studiosi più meritevoli e accelererà il declino del nostro Paese

È frustrante parlare dello stato di abbandono in cui versano Università e ricerca nel nostro Paese. Le cifre sono grottesche, nessuno ci fa più caso. Tanto per dirne una: per i diritti degli highlights della serie A, la Rai ha speso più di quanto nel 2008 l'Italia ha investito nella ricerca di base, i cosiddetti progetti Prin.

Lo conferma il rapporto 2008 dell'Ocse, Education at a glance. In media, nei Paesi dell'Ocse si spende per l'Università l'1,5% del prodotto interno lordo; in Italia, lo 0,9 per cento. Dietro di noi c'è solo la Slovacchia, per un pelo. Gli Stati Uniti investono nelle istituzioni universitarie il 2,9% del loro prodotto lordo, il Canada il 2,6 per cento. Grecia, Messico, Polonia, Israele, Portogallo, Turchia, Estonia, Cile: sono tutti davanti a noi, alcuni di un bel po'. Va bene, dirà qualcuno, ma negli Usa i privati sono molto più generosi. Vero, i privati americani lo sono sei volte più dei nostri (l'1,9% contro lo 0,3%). Ma negli Stati Uniti di George W. Bush i finanziamenti pubblici dell'Università sono il doppio che in Italia.
Presto rimpiangeremo i tempi in cui potevamo giocarci con la Slovacchia il penultimo posto. A giugno, infatti, con il decreto legge 112/08, inserito nella manovra finanziaria per il 2009 («Disposizioni urgenti per lo sviluppo economico, la semplificazione, la competitività, la stabilizzazione della finanza pubblica e la perequazione tributaria») l'Università italiana è stata rivoltata come un calzino. Per cominciare, dovrà dimagrire: sarà assunto un nuovo dipendente solo ogni cinque pensionamenti. Ne deriveranno crescenti economie per il bilancio dello Stato, da 456 milioni di euro nel 2009 fino a 3.188 milioni nel 2012. Sembrerebbe insomma che per garantire lo sviluppo economico e la competitività il nostro Governo abbia scoperto l'uovo di Colombo. Niente nuove risorse, anzi, noi faremo il contrario di quello che fanno gli altri: disinvestire, disinvestire! Barack Obama promette un milione di nuovi insegnanti? Che fesseria: noi, invece, per essere più competitivi, ce ne sbarazzeremo: dalla scuola elementare in su.
A colpi di un'assunzione ogni cinque pensionamenti, c'è poco da fare: presto i docenti non basteranno più. Chiuderanno i corsi di laurea, poi le facoltà, poi interi atenei. Il decreto legge 112/08 offre però una scappatoia. Le università non vogliono chiudere? Si trasformino in fondazioni di diritto privato (...) Quando nel nostro Paese l'università sarà solo privata ci si laureerà a prezzo di mercato.
(...) All'università, si sente dire, non si lavora; i professori non ci sono mai e quando ci sono battono la fiacca (...) Ma qualcosa di vero c'è: non tutte le sedi, non tutti i corsi, sono all'altezza del loro compito. Che fare, allora? Altrove si valuta la produzione scientifica; si premia chi lo merita, si penalizzano gli altri. Da noi, invece, si spara nel mucchio. I professori vogliono soldi? Che se li trovino. E la ricerca di base, l'alta formazione postlaurea? E chi se ne frega. La pensano così in molti: il decreto 112/08 ricalca una proposta di legge presentata nella scorsa legislatura da Nicola Rossi, allora deputato Ds, oggi senatore del Pd. «L'Italia ha bisogno di un soffio di libertà. Libertà di competere, libertà di rischiare, libertà di inventare, libertà di scommettere sul proprio talento» scrive Rossi al proprio sito web. «Non crediamo», continua, «che la giustizia sociale si misuri in quantità di spesa pubblica». Giusto. Resta da capire come potranno scommettere sul proprio talento i nostri migliori laureati, senza investimenti nella ricerca, senza borse di studio, senza futuro nel sistema accademico. E soprattutto come potrà il Paese, liquidate università e ricerca pubbliche, restare a galla in una competizione internazionale che si gioca sempre più sulle conoscenze e sull'innovazione.
(Guido Barbujani)

(*) Clicca qui per leggere l’articolo completo.

Guido Barbujani ha lavorato alla State University of New York a Stony Brook (New York), alle Università di Padova e Bologna, e dal 1996 è professore di genetica all'Università di Ferrara. Autore di romanzi (“Dilettanti. Quattro viaggi nei dintorni di Charles Darwin”, Sironi, 2004; “Dopoguerra”, Sironi, 2002; “Questione di razza”, Mondadori, 2003) e di saggi (“L'invenzione delle razze”, Bompiani, 2006 e, in collaborazione con Pietro Cheli, “Sono razzista, ma sto cercando di smettere”, Laterza, 2008)

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Università: considerazioni di una precaria

Sono stata assunta una decina di anni fa per far lavori di segreteria in una struttura dell’Università. Precaria naturalmente. A capire che non ero proprio "necessaria" non ci ho messo molto. Avevo poco da fare ma alla struttura faceva comodo avere un dipendente in più (prestigio, maggior peso nella distribuzione dei finanziamenti ecc.). A me non mi piace stare con le mani in mano: mi sono data da fare, ho preso iniziative. Ho cominciato a fare lavori per cui non sono stata chiamata e, a poco a poco, sono diventata … indispensabile. So bene che nessuno lo è, ma sono sicura che se dovessi tornarmene a casa (insieme ai colleghi precari che, negli anni, si sono aggiunti) la mia struttura non sarebbe in grado di assicurare i già scarsi servizi che offre. E i primi ad accorgersene sarebbero gli studenti (a parte – ovviamente - io stessa, ora che sono sposata e con due figli da mantenere).

La mobilitazione attuale dei precari all’università è sacrosanta. Condivido tutto, ho firmato appelli e presenziato assemblee. Le assemblee: in questi giorni, erano piene di precari ma anche di docenti. Tanti gli interventi di presidi, direttori di dipartimento, componenti del consiglio di amministrazione. I più eloquenti, i più convinti, i più barricadieri: tutti solidali. Ero contenta: se loro sono con noi - ho pensato - abbiamo probabilità di farcela. Poi, tornando a casa, ho capito che sono stati proprio loro ad assumerci parecchi anni fa. Con un contratto precario di cui, beninteso, ero infinitamente grata. Un contratto annuale rinnovabile, che poi è diventato semestrale e poi ancora trimestrale. Un avvenire sempre più incerto, addolcito da parole di conforto: “Non si preoccupi, vedrà che tutto si aggiusterà”. Accanto a un governo che finanzia sempre meno l’università, forse perché vuole solo distruggerla, ci sono anche coloro che non si sono dati da fare, quando avr ebbero potuto, per risanarne le strutture e farla funzionare bene. Ho capito anche che, da precaria, non sono libera di apporre la mia firma. Per questo, per favore, vi chiedo di ometterla.
(Lettera firmata)

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2 Luglio 2008

Università - Se i problemi finanziari non scandalizzano

Seduta del 17 giugno 2008 del Consiglio di amministrazione dell’Università: un rinvio per far chiarezza, per evitare decisioni "irresponsabili". Sul trasferimento della Facoltà di Ingegneria agli Erzelli il cda “ritiene indispensabile ottenere certezza: a) quanto alla sostenibilità del quadro economico finanziario a carico dell’Ateneo; b) quanto alle infrastrutture di accesso e ai tempi della loro realizzazione; c) quanto agli effettivi spazi per la Facoltà di Ingegneria". Delibera ineccepibile ma sicuramente tardiva perché tutti gli elementi erano noti da vari mesi.

Ai problemi logistici da tempo denunciati da Ingegneria (infrastrutture, viabilità, tempi, spazi) si è aggiunto un altro non di poco conto: non ci sono soldi. O meglio, i soldi potrebbero esserci se Stato e Regione rendessero disponibili i finanziamenti promessi. Hanno spinto in direzione del trasferimento, ma ora sono oberati di debiti e non ci sono impegni precisi. “In pratica, contestano i consiglieri, l’ateneo dovrebbe indebitarsi per 140 milioni di euro senza avere la certezza di ottenere i finanziamenti di Stato e Regione. Peggio: in riferimento al contributo regionale (recepito nel bilancio di previsione 2008) un passaggio dell’accordo di programma sottoscritto dai tre enti riserva alla Regione la possibilità di non finanziare l’operazione qualora l’Università reperisca fondi in altro modo. Un passaggio, quest’ultimo, considerato troppo aleatorio, suscettibile di interpretazioni troppo ampie, per consentire al cda di assumere l’impegno di un mutuo (Secolo XIX, 24 giugno 2008). Non è tutto. I soldi promessi potrebbero non bastare. Repubblica del 3 maggio scriveva che i costi potrebbero lievitare a 200 milioni, perché non c’è ancora un progetto definitivo. Si consideri infine la voragine finanziaria in cui si trova l’Università (buco dell’Albergo dei Poveri) che oscillerebbe tra 15 e 40 (!) milioni di euro.
Ce n’è sarebbe abbastanza per scoraggiare i sinceri sostenitori dell’operazione Erzelli costretti, da un lato, a far quadrare i conti in un quadro di scarse risorse e di continui tagli dei finanziamenti pubblici all’università, e, dall’altro, a istituire una credibile politica di sostegno al reclutamento e allo sviluppo della ricerca. Da distinguerli comunque da quelli che sono favorevoli per ragioni confessabili solo a mezza voce (“un’occasione per farne il Politecnico e governare meglio quel che resta dell’università”).
Fuori dell’Università, esponenti di enti pubblici e di imprese private continuano invece a spingere con disinvolto ottimismo. Carlo Castellano, presidente di Esaote e promotore del progetto non ha dubbi: “Quando sento parlare di problemi finanziari mi scandalizzo […] Sbaglia chi nutre perplessità, le risorse finanziarie sono un problema relativo” (Secolo XIX, 24 giugno). Andrea Ranieri, neo assessore comunale allo Sviluppo dell’innovazione e dei saperi(!), serafico, sentenzia: “L’Università di Genova non può pensare di non indebitarsi per il trasferimento della Facoltà di Ingegneria agli Erzelli” (Secolo XIX, 26 giugno).
In questo sovrapporsi di interventi più o meni interessati contrasta la cautela della facoltà chiamata in causa che, per bocca del preside Gianni Vernazza, dichiara di essere “comunque disponibile ad esaminare progetti e trattare sugli insediamenti, senza problemi di alcun genere”
(Oscar Itzcovich)

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14 Maggio 2008

Conferenza strategica/1 - Alla ricerca della ricerca scientifica

Alla Conferenza strategica Genova 2015 dedicata al rapporto tra industria e ricerca scientifica a Genova organizzata dal Comune il 7 maggio 2008, è presente l’industria (cantieristica, aero navale, meccanica, informatica, elettronica, energia, biomedicale), ma non l’Università. E’ invece presente il Politecnico - che appare sempre più concretamente come la seconda università di Genova - nella persona di Gianni Vernazza, preside dell’attuale Facoltà di Ingegneria. Il Politecnico è il vero protagonista della giornata. Gran parte delle relazioni vi fanno riferimento. L’intervento breve e puntuale del prof. Vernazza presenta le ragioni della proposta, i problemi da affrontare, i passi che finora si sono fatti. Fra i diversi spunti segnala la necessità di rispondere alla forte domanda di più ingegneri e quella di migliorare ancora la loro preparazione. Auspica una forte collaborazione con i politecnici di Milano e di Torino, ma non nasconde la possibilità di conflitti di sovrapposizione di competenze. Quindi ne deriverebbe una certa ma non esclusiva specializzazione (energia, nucleare, nautica) e una stretta collaborazione con altre facoltà e dipartimenti dell’Ateneo (Economia, Lettere e Filosofia, logistica, multimedialità). La progettazione del futuro Politecnico è affidata a otto gruppi di lavoro; preoccupazione fondamentale è assicurare una efficace e trasparente governance.

Ora è ampiamente noto che l’Università di Genova è attraversata da gravi problemi di varia natura. Ci si può nascondere dietro un dito, ma è indubbio che il distacco di Ingegneria, di una tra le più rilevanti componenti dell’Ateneo, rappresenterà per quel che resta dell’Università un vero e proprio impoverimento in termini non solo materiali (strutture, personale, bilancio), ma anche di conoscenze, di rapporti e di esperienze, anche gestionali, maturate in questi anni. La Conferenza strategica già lo dimostra lasciando fuori molti settori importanti dell’attuale Università (salute, chimica, nanoscienze, nuovi materiali, ambiente, scienze socioeconomiche per citare solo alcuni) che, peraltro, sono previsti, e con cospicui finanziamenti, nel settimo programma quadro di ricerca e sviluppo tecnologico dell'Unione Europea, 2007-2013 (http://cordis.europa.eu/fp7/cooperation/home_en.html).
Il Comune di Genova sembra aver scelto un percorso diverso da quello segnalato dall’Unione europea. “Non si può da una parte volere una Università più radicata e dall'altra non invitarla neanche alle conferenze strategiche, a meno che tali conferenze non siano già indirizzate ai risultati precostituiti” commenta amaramente Rinaldo Marazza (professore di Chimica Generale ed Inorganica) in un email inoltrato il 5 maggio sulla posta interna dell’Ateneo.
(Oscar Itzcovich)

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7 Maggio 2008

Il Papa a Genova: un nuova caso Sapienza?

In relazione alla prossima visita del Papa alcuni giornali hanno diffuso notizie riguardanti iniziative promosse da centro sociali, associazioni e gruppi politici locali. Hanno fatto anche confusione evocando, a proposito dell’intervento di alcuni docenti dell’Università di Genova, il “rischio di un nuovo caso Sapienza”. La lettera del prof. Gibelli è un’opportuna precisazione.

Un gruppo di studenti ha chiesto a me e ad altri colleghi di appoggiare la loro richiesta di uno spazio universitario nel quale tenere, in concomitanza con la visita del Papa a Genova, una libera discussione sul ruolo attuale della Chiesa cattolica e sulla difesa della laicità dello stato. Una richiesta sacrosanta (se non si discute liberamente e laicamente all’università, allora dove?) che ho approvato con un breve messaggio, anticipando che per ragioni personali molto probabilmente non avrei potuto prendere parte a tali discussioni. Tutto qua. Ho appreso successivamente di documenti più ampi e di proposte di cortei di contestazione. Non importa che approvi o disapprovi tutto questo: semplicemente non l’ho sottoscritto.

Niente a che fare, in questo episodio, con la vicenda romana della Sapienza. Là si trattava dell’invito rivolto al Papa a tenere il discorso di inaugurazione dell’anno accademico. L’unica cosa veramente scandalosa in quel caso è stato l’indegno linciaggio a cui sono stati sottoposti alcuni colleghi per avere espresso una critica su questo punto ritenendo l’iniziativa inopportuna. Qui si tratta invece della visita pastorale del Papa a una città e ai suoi fedeli, che hanno tutto il diritto di incontrarlo in santa pace. In questo senso ha ragione Don Gallo: se qualcuno non desidera incontrare il Papa, nessuno lo obbliga.
Allo stesso modo dovrebbe essere sempre garantito il diritto di chiunque e esprimere il proprio dissenso nei confronti di chicchessia, purché in modi pacifici e urbani. Personalmente penso che se la Chiesa cattolica non avesse dato ripetute prove di invadenza nella politica quotidiana, presentandosi come forza di parte anziché come portatrice di un messaggio universale, non sarebbe continuamente esposta a gesti di contestazione. Se si vuole il rispetto dovuto a un’autorità spirituale superiore, bisogna meritarselo mantenendo questo profilo. Se si entra in politica tutti i giorni col favore e l’ossequio conformista dei mezzi di comunicazione di massa, non si può chiedere un trattamento speciale: bisogna accettare il confronto anche vivace e persino irriverente.
Genova, 5 maggio 2008
(Antonio Gibelli)

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19 Marzo 2008

Scuola - Libertà religiosa non per tutti

Un piccolo episodio indicativo dell'attacco in atto alla laicità dell'insegnamento. Il 10 marzo è stata diffusa nell'Istituto secondario superiore statale Firpo-Buonarroti una circolare con la quale si comunicava che nell'auditorium dello stesso Istituto si sarebbe celebrata la messa pasquale il 12 marzo per gli alunni dell'"indirizzo geometri" e il 13 per quelli dell'"indirizzo turistico". Entrambi le messe sarebbero state tenute alle 8.10 del mattino e quindi in orario scolastico. Vi si diceva anche che tanto era stato deliberato dall'organo scolastico il 12 febbraio. La comunicazione veniva data però solo due giorni prima della messa, così precludendosi qualsiasi possibilità di ricorso a chi avesse ritenuto illegittima la delibera del 12 febbraio.

La delibera che contrasta con le leggi che vietano che le pratiche religiose abbiano luogo nella scuola in occasione dell'insegnamento di altre materie. La chiesa valdese ha inviato una lettera di protesta al dirigente scolastico del Firpo-Buonarroti e anche l'Uaar (Unione degli atei e degli agnostici razionalisti) ha mandato un atto di diffida.
Ciliegina sulla torta: nella circolare si legge che la partecipazione alla messa (con esonero dalle lezioni, che sarebbero state tenute soltanto per gli alunni che non avessero inteso presenziare alla messa) veniva offerta "nell'ambito dell'educazione alla libertà religiosa". Quale libertà se in una scuola pubblica gli unici che possono valersi dell'esonero dalle lezioni per celebrare un culto sono gli alunni cattolici?
(Anna Ivaldi)

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Politecnico/1 - La città che tace è consenziente?

"Politecnico. Tutti (o quasi) d'accordo. Ora si può partire". Così titola BJ, Liguria Business Journal di marzo 2008 (in edicola) un ampio servizio sull'iniziativa della Facoltà di Ingegneria di costituirsi come entità indipendente dall'Università di Genova. L'iniziativa non pare incontrare nell'ateneo genovese ostacoli di rilievo.
Il rettore uscente Gaetano Bignardi è uno tra quelli che più si è impegnato. "E' mia profonda convinzione che costituire a Genova un Politecnico sia una scelta importante e coraggiosa". Bignardi sostiene che "la nascita del Politecnico dovrà essere un'occasione di rilancio della nostra Università". Un ragionamento curioso che tuttavia pare abbia un certo seguito in alcuni ambienti accademici.

Per Gianni Vernazza, preside di Ingegneria, "il distacco di Ingegneria costituirà un elemento positivo anche per l'Ateneo. Assieme avremo maggiore voce politica a Roma… La nostra Facoltà, da sempre tra le prime quattro in Italia, offre un alto grado di preparazione e di specializzazione ai nostri laureati, ma è troppo imbrigliata nella rigidità dell'Ateneo. Abbiamo bisogno di autonomia per avere maggiore sinergia col tessuto produttivo del territorio". Insieme ai politecnici di Milano e di Torino "l'intenzione è creare una rete politecnica del Nord Ovest".
Sarà la seconda università della Liguria. Il Politecnico avrà un rettore, un senato accademico e un consiglio di amministrazione e indipendente gestione economica. Burlando e Vincenzi (una volta tanto d'accordo) hanno già espresso un parere positivo e il ministro dell'Università Fabio Mussi, si è già detto favorevole all'idea (anche se ormai è alla fine del suo incarico). Superato l'iter burocratico "Ateneo e Ingegneria dovranno risolvere problemi burocratici di carattere gestionale e di divisione del personale non docente".
Per essere la seconda università della Liguria non si può dire che se ne sia parlato molto. Data la rilevanza del tema la cittadinanza dovrebbe poterne sapere di più, anche perché con i suoi soldi dovrà anche sostenerla.
(Oscar Itzcovich)

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Politecnico/2 - La secessione parte da Milano e Torino

Per molto tempo l'unica voce discordante sembrava essere quella di Giunio Luzzatto (Facoltà di Scienze) che sul Il Secolo XIX del 21 giugno 2007 si era dichiarato contrario al progetto per ragioni dimensionali (secondo i dati 2007, la facoltà di Ingegneria di Genova ha 4700 studenti, mentre i Politecnici di Torino e di Milano, ne hanno rispettivamente 27.000 e 38.000) e perché in una situazione in cui già oggi le diverse Facoltà operano quasi sempre ignorandosi, e talora combattendosi, "una frattura anche istituzionale peggiorerebbe la situazione".

BJ, Liguria Business Journal indica Adriano Giovannelli (Facoltà di Scienze politiche), ex prorettore dell'Ateneo, come un'altra "voce fuori del coro". Giovannelli "ritiene che non ci sia stato un dibattito adeguato all'interno della comunità accademica" e pensa che "il progetto dovrebbe essere affrontato in un altro momento, con più calma e non a ridosso delle elezioni del rettore". Giovanelli allude al fatto che il progetto per la realizzazione del Politecnico sarà inserito nel piano triennale che l'Ateneo presenterà a giugno, il mese in cui pure si terranno le elezioni per la nomina del nuovo rettore (Bignardi, per legge, non può ripresentarsi). Il preside di Medicina Giacomo Deferrari ha già presentato la sua candidatura con un programma che include l'istituzione del Politecnico. La preside di Architettura, che si dice essere una possibile candidata, si dichiara "favorevolissima" al Politecnico. Sembra davvero che (quasi) tutti (forze politiche, sindacati, can didati rettore) vogliano il Politecnico "a prescindere", o almeno che pochi vogliano essere quelli che dicono di no.
Difficile infatti dire di no a una componente prestigiosa e importante dell'Ateneo che all'unanimità ha deciso di rendersi indipendente. Come dargli torto? La sempre maggiore ristrettezza di finanziamenti pubblici, unita all'obsolescenza di un sistema pieno di lacci e lacciuoli arroccato su privilegi corporativi, fa da miscela deflagrante. Se non si può fare nulla per rimuovere queste storture è inevitabile che ciascuno pensi per sé.
Quello genovese è solo un episodio, anche se rilevante. In Italia è nata Acquis (Associazione per la qualità delle università italiane statali), un "club di elite" che raccoglie "le università più produttive e virtuose" (Corriere della sera, 16 marzo 2008). Costituita da 19 atenei autovalutatosi di serie A, chiede al nuovo governo una ridistribuzione a loro favore dei (modesti) fondi destinati alle università perché sarebbero le migliori. Sembra una secessione dalla Crui (Conferenza dei rettori delle università italiane) ma gli organizzatori della iniziativa smentiscono. Tra i promotori, i politecnici di Milano e di Torino.
(Oscar Itzcovich)

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5 Marzo 2008

Università/1 - Strozzini molti, servizi pochi

Dopo anni una inchiesta di Repubblica Lavoro (16 febbraio '08) sugli universitari fuori sede, italiani e stranieri (questi più del 5% del totale), a Genova: stanze mono o condivise, con e senza uso di cucina, con e senza aggiuntivi compiti domestici, alle condizioni più diverse. Unico punto in comune: tutto in nero. Nessuna titolare - e quindi famiglia di appartenenza - ha in mano uno straccio di ricevuta, un pezzo di carta con valore legale che documenti l'entità del pagamento. Quanti sono? Centinaia, migliaia? Non si sa. Come vivono? Non si sa. O meglio lo sanno gli interessati ma non la città che li accoglie. E neppure è interessata a saperlo l'università dove studiano, una delle prime aziende della città, che ha tremila dipendenti e che partecipa ad un ente, l'Agenzia regionale per i servizi scolastici e universitari (Arssu), che appunto di queste cose dovrebbe occuparsi. L'Arssu appunto che dopo anni di questo scandalo solo ora (Repubblica 19 febbraio '08) ha chiesto al Comune... uno sconto sull'ICI per gli affittuari di stanze e appartamenti per convincerli ad emergere dal nero. Come dire: se rispetti la legge ti diamo un premio. E un albo degli affittacamere con le caratteristiche di quelle offerte in affitto? Neppure se ne parla. Più che un omaggio al libero mercato sembra una autorizzazione allo strozzinaggio.
(Manlio Calegari)

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Università/2 - Genova: i numeri della decadenza

Repubblica 17 febbraio '08: a Genova, all'inaugurazione dell'Anno accademico, l'ospite di eccezione è il vicedirettore della Banca d'Italia. Parla con i numeri: la crescita economica dell'Italia è bassa, la produttività cresce poco, il reddito pro capite ristagna. In deperimento graduale anche il capitale umano: il 25% degli studenti ha competenze scientifiche insufficienti, la percentuale sale al 33% per quanto riguarda la matematica. Il 50% degli studenti non è in grado di comprendere e di restituire un testo di media difficoltà. Nessuna sorpresa: nelle graduatorie internazionali le università italiane appartengono alla seconda fila. Ma sanno anche come si sfugge al giudizio: concorsi addomesticati e molta autoreferenzialità circa i rendimenti didattici e la qualità della ricerca che vi si produce. In altre parole: da noi la corporazione universitaria fa finta che tutto vada bene.
Una conclusione già in qualche modo annunciata da "L'inchiesta" pubblicata da Repubblica il 6 febbraio '08: "Dopo anni di università alle spalle un dottore su cinque ha serie difficoltà ad usare la parola scritta".
Tra le conclusioni possibili per il lettore se ne affaccia una: l'università sembra attenta più a prendere che a quello che dà. E la città? Ha l'indotto e tanto basta.
(Manlio Calegari)

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Ricerca e sviluppo - Più università, meno laureati

Repubblica 14 febbraio '08: "I numeri dell'innovazione in Liguria". Il riferimento, relativamente alla Liguria, è all'inchiesta condotta da Eurostat sui vari settori manifatturieri, il trend dell'occupazione, la spesa pubblica in ricerca e sviluppo. "Il dato più preoccupante riguarda... le risorse umane. Da oltre 10 anni ormai il numero degli studenti iscritti all'Università di Genova è in caduta libera (dagli oltre 41 mila dell'anno accademico 1996-97 ai 35mila scarsi del 2006-'07: -15%)... ". Nel caso delle facoltà di Ingegneria e di Scienze matematiche, fisiche e naturali siamo di fronte a un crollo; rispettivamente (per lo stesso periodo) meno 29% e meno 33%. Ancora: negli ultimi tre anni il numero dei laureati sia a Ingegneria sia a Scienze è calato del 33%. Una conferma indiretta dall'indagine condotta dalla Dixet per conto di Confindustria Genova: le imprese faticano a trovare personale qualificato.
Miglioreranno le cose con l'incremento delle università locali. La risposta è già nota: No! Non miglioreranno. Lo ha scritto il Sole 24 Ore 20 gennaio '08 "Boom di università locali ma gli iscritti calano". Dai 60 atenei del 1990 siamo passati a 94, quasi uno per provincia, "una miriade d'istituzioni scadenti" sorte per lo più "per mere logiche di consenso politico". Un frazionamento accademico che neppure è servito a incentivare una maggiore formazione nelle materie scientifiche. "Un campanilismo che ammorba" è il commento del giornale di Confindustria.
(Manlio Calegari)

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9 Gennaio 2008

Università - Politecnico visto come secessione

Secolo XIX, 21 dicembre 2007. "Con un documento approvato all'unanimità, il consiglio di facoltà d'Ingegneria chiede l'istituzione, a Genova, di un politecnico. E' un passo fondamentale verso l'autonomia" che, tuttavia, il resto dell'università percepisce come una pura e semplice secessione. Gianni Vernazza, preside di Ingegneria, intende rassicurare: "Il politecnico non deve nascere sulla spinta di velleità autarchiche. O per motivi di portafoglio".
Motivi forse ce ne sono. Li suggerisce Il Secolo XIX del 6 maggio 2007: "All'Università di Genova Facoltà in lite per i fondi". Così titolava la notizia sulle "disparità produttive" rivelate dal bilancio secondo cui Ingegneria da sola aveva ricevuto nel corso del 2006 circa la metà dei finanziamenti per la ricerca di ateneo. A ruota Medicina con poco meno del 25%.

Il dato non deve sorprendere perché Ingegneria è più vicina al mondo produttivo. Del resto, nessun ingegnere è disposto a sostenere che parte di queste entrate non debbano essere ridistribuite a favore, per esempio, delle facoltà umanistiche che per loro natura stentano a trovare finanziamenti esterni. Anche perché, come ricorda Giunio Luzzatto sul Secolo XIX del 21 giugno, i proventi esterni derivano non solo dalla operosità di chi se li procura, ma anche dalla presenza di una Università con importanti e articolate infrastrutture culturali e logistiche. Come a dire che, tutto sommato, Ingegneria è stimata anche perché fa parte dell'Università. A queste osservazioni Ingegneria risponde con un atteggiamento rassicurante. "Il Politecnico è bene che nasca come integrazione tra diverse discipline, non come isolamento degli ingegneri dal resto dell'Ateneo, dice Pier Paolo Puliafito (Secolo XIX, 21 dicembre).
Non fa invece parte della diplomazia ricordare le critiche al modo in cui è stato scoperto e poi gestito il cosiddetto "buco di bilancio", il dissesto finanziario di 15 milioni di euro che ha fatto parlare a molti di incompetenza e che ha costretto il Senato accademico a "commissariare" la direzione amministrativa dell'Università (Secolo XIX, 8 giugno 2007). E nemmeno fa parte della diplomazia ricordare il malumore che deriva a Ingegneria, la terza facoltà più grande dell'Ateneo (295 docenti e ricercatori su un totale di 1620) dall'essere permanentemente esclusa, al momento delle elezioni del rettore, da un blocco di potere eterogeneo ma compatto ruotante intorno a Medicina, la facoltà più grande (376), e Scienze (310).
Nel dichiararsi contro la scissione dell'Ateneo, Giunio Luzzatto scriveva nell'articolo citato che "quasi sempre, si discute delle scelte universitarie, anche quando hanno importanti conseguenze sul territorio e sulle prospettive di sviluppo, solo all'interno di ristretti vertici accademici". In un'intervista (Repubblica, 7 dicembre 2007) il presidente della Regione, che è anche un ingegnere, si pronuncia a favore del Politecnico. Il resto è silenzio.
La creazione di un Politecnico, di un istituto superiore di scienze applicate, riguarda in particolare - e da sempre - la facoltà di Architettura. Ma Architettura (85 docenti e ricercatori) finora tace. L'Università di Genova è finanziata in larga misura con fondi pubblici: colpisce che il dibattito, ammesso che ci sia, debba essere sotterraneo, che la cittadinanza ne sia esclusa.
(Oscar Itzcovich)

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19 Dicembre 2007

Statistiche - Quei record di asineria e di delitti in famiglia

Vi manca qualche argomento di conversazione? Ve ne fornisco alcuni. Sappiate che, secondo una ricerca annuale condotta da Legambiente in collaborazione con Ambiente Italia e Il Sole 24 ore, in base a indicatori ambientali quali quantitativi di PM10 e NO2 nell'aria, quantità media di nitrati nell'acqua, percentuale di depurazione delle acque, offerta e uso dei trasporti pubblici, qualità ambientale del trasporto pubblico, auto circolanti, verde urbano, abusivismo edilizio e altri parametri Genova è al settantesimo posto su 103 città, dopo Roma (sessantottesima) e molte altre, poco prima di Torino (settantatreesima) e Milano (ottantaduesima). Posizione meritata o giudizio troppo severo?

E se invece vi interessa la scuola, cosa ne pensate di questa ricerca targata Ocse (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico) sulla preparazione degli studenti di 15 anni di età in 57 paesi di tutto il mondo, secondo la quale l'Italia è al trentatreesimo posto per competenze di lettura, trentaseiesimo per cultura scientifica, trentottesimo posto per quella matematica, collocandosi fra gli studenti più somari d'Europa, seguita solo da Portogallo, Grecia, Bulgaria e Romania? Fortuna che l'analisi dei dati condotta da Repubblica (11 dicembre 2007) corregge il tiro: sono le scuole private italiane che sono le peggiori del mondo, con un divario di undici punti in diverse materie rispetto alla scuola pubblica italiana. Forse sarebbe il caso di concedere qualche finanziamento perché si mettano al passo... Ma ci sono due statistiche che rappresentano pienamente l'italica gente: una è l'indagine sulla criminalità effettuata dall'Istituto Eures-Ansa a inizio anno, e riportata la scorsa settimana su alcuni quotidiani, secondo cui il 91,6% degli omicidi avviene in famiglia. Per dare qualche numero, ogni anno abbiamo un morto ammazzato ogni due giorni, solitamente donna, uccisa dal coniuge o convivente, occasionalmente da un amico. La famiglia italiana uccide più della mafia, della criminalità organizzata straniera e di quella comune. Il paradosso è che, qualche giorno dopo averci riproposto questi dati, l'Annuario statistico Istat riferisce l'ultima indagine (riportata su Repubblica 12 dicembre 2007) secondo la quale gli italiani si sentono veramente soddisfatti solo delle proprie relazioni familiari e della propria cerchia di amici: a fronte di un 90,1% di molto o abbastanza soddisfatti, abbiamo solo un 1,5% di insoddisfatti. In compenso, abbiamo paura della criminalità (31,9%), del traffico (46,7%), e non ci fidiamo di bere l'acqua dal rubinetto (circa 36%). Queste due ultime indagini sono apparentemente in contraddizione fra di loro, perché si riferiscono ad una criminalità evidenziata dai dati ufficiali e a quella percepita. Potremo fermarci a riflettere sul loro significato, o potremo continuare a farne argomento da bar, sorriderne, e tornare nel nostro sicuro ambiente domestico, lasciando fuori la criminalità, la scuola, il traffico, certi che a casa nostra si viva nel migliore dei mondi possibili.
(Maria Cecilia Averame)

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Religione - Te la do io la libertà di insegnamento

Mentre va scemando il clamore suscitato dal caso di Rignano Calabro sulle presunte violenze ai danni di alunni di una scuola materna da parte di insegnanti e altre figure (tanto che Repubblica ci informa dell'esito negativo della perizia dei RIS solo nella edizione locale di Bologna del 13 dicembre 2007), la scuola torna sui giornali con un ennesimo caso di mala istruzione, perfettamente integrato nel clima natalizio. Su Il Giornale di giovedì 13 dicembre appare una lettera di un padre, avvocato, che denuncia un fatto apparentemente gravissimo: la maestra di suo figlio avrebbe impedito al ragazzino di rappresentare Gesù in un disegno a tema natalizio da portare alla famiglia, rispondendo in seguito alla madre che la religione deve restare fuori da scuola, persino a Natale.

Un articolo di Luca Volontè sulla Nazione contribuisce a inasprire il clima, suggerendo che la laicità dello Stato si trasformi in tal modo in discriminazione contro la religione cattolica. La bomba è innescata: venerdì pomeriggio la maestra viene sospesa dall'Ufficio Scolastico Regionale (con la decurtazione del 50% dello stipendio), per "aver limitato la creatività espressiva del bambino". Emergono ulteriori notizie: l'avvenimento risale a quindici giorni prima, il preside ne era già a conoscenza. La versione della maestra è differente: aveva fornito i suoi alunni di cartoncini dove disegnare decorazioni per l'abete sotto il quale pare fosse già presente, assieme a una folta schiera di angioletti, la rappresentazione della natività secondo tradizione cristiana, e quando il bimbo si era messo a disegnare su un altro foglio Gesù, era stato redarguito e riportato alla consegna ufficiale. Sabato persiste la 'linea dura' de La Nazione che accenna velocemente ad una lettera scritta da tutti i genitori degli allievi della classe a difesa dell'operato della maestra, contrapponendola a pareri di altri genitori (della classe o conoscenti dell'autore? nell'articolo non si capisce) contro questa pretesa tutela di laicità. Il Giornale modera i termini accennando al fatto che lo stesso genitore autore della denuncia si augura che l'indagine si concluda senza ulteriori danni per la maestra: la 'tiratina d'orecchi' dovrebbe bastare. Su Repubblica viene dato maggior risalto alla libertà di insegnamento, alle proteste di genitori e insegnanti della scuola e dei sindacati. Nessun quotidiano accenna al comunicato-stampa firmato da tutti i docenti dell'istituto dove viene ribadita la presenza del presepe a scuola e la fiducia nella collega, fiducia che intercorreva anche fra insegnante e alunni/genitori e che rischia di essere compromessa dalla 'spettacolarizzazione' della vicenda e dalla trasformazione di un futile fatto scolastico in avvenimento da "Truman Show". La 'bomba' è stata innescata da alcuni giornali, i quali, mentre l'avvenimento viene ridimensionato, perdono interesse con la stessa rapidità con cui lo hanno presentato. E gli insegnanti avranno capito ancora una volta che è meglio non fare, non opporsi, non correggere. Basta una lettera scritta dal genitore 'giusto' al 'giornale' giusto per scavalcare la libertà di insegnamento di una qualsiasi insegnante e l'operato stesso del suo dirigente scolastico
(Maria Cecilia Averame)

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14 Novembre 2007

Devastazioni - Sta ai ragazzi fermare il degrado scolastico

Tutta la stampa locale del 6 novembre 2007 ha dato rilievo all'allagamento doloso del liceo scientifico Leonardo Da Vinci. A Genova, rispetto alle principali città d'Italia dove fatti analoghi sono avvenuti nei mesi passati (ad esempio a Milano, al Parini) c'è stata qualcosina in più. Il "fattaccio" infatti è stato consumato grazie ad un "blitz acrobatico" e in un momento (il ponte) che ha permesso di massimizzare i danni. La notizia che il 6 s'era guadagnata le prime pagine locali, già il 7 aveva perso il suo mordente. Mancano le prove che a commettere l'atto vandalico siano stati studenti e in particolare studenti del Leonardo. Inoltre - a detta del preside - mancherebbe una chiara finalità: "non si sa chi abbiano voluto colpire", ha detto (Repubblica 7 novembre). Il fatto che nella cronaca del 6 novembre appariva intollerabile (il commento del docente del Colombo su Repubblica-Lavoro) è svaporato nel corso di poche ore.

E poi in tempi di violenze efferate e di malcostume diffuso che sarà mai l'alluvione di un edificio scolastico? Bisognerà scoprire i responsabili e punirli ma intanto non esageriamo. E poi, si sa, quella dei ragazzi è una corsa a stupire - i loro telefonini impiegati a documentare chi tocca di più, fa vedere di più, incrudelisce di più, fa casino di più. Non parlar troppo delle loro malefatte potrebbe essere un modo per non sollecitare il loro spirito d'emulazione. E i recenti episodi che hanno riguardato vere e proprie caccie - sempre a scuola! - al "frocio", al "marocchino", al "rumeno di merda". Silenzio anche su quelli? Certo sono episodi gravi, da sanzionare, ma possono essere sciolti dal contesto quotidiano caratterizzato da un'informazione xenofoba e torbida? Vogliamo imputare ai ragazzi comportamenti che appartengono ad un quotidiano di cui sicuramente non sono loro i primi responsabili? Ma ragionando in questo modo, cioè dichiarandoli irresponsabili, non si mina alla base lo stesso progetto educativo?

Problemi molto seri di cui dibattono solo i soliti noti. Peccato perché sono problemi quotidiani su cui la scuola - insegnanti, genitori e in qualche caso anche studenti - discute e sperimenta. Purtroppo nell'indifferenza della politica e dell'informazione.

Unica recente eccezione l'articolo "La scuola di Babele. Barcellona anticipa il futuro" (Repubblica, 6 novembre 2007). Parla dell'istituto Miquel Tarradell, premio educazione 2005; scuola pubblica col 90% di figli di immigrati da 30 nazionalità e famoso come i mitici asili nido di Reggio Emilia di qualche anno fa. L'articolo merita di essere letto per esteso. L'esperimento messo gradualmente a punto a Tarradell per affrontare tensioni e violenze quotidiane si basa sulla responsabilità collettiva. Nelle classi sono nate figure di mediatori, di responsabili e di "giudici" scelti dai ragazzi, tra i "buoni" ma anche tra i duri per intervenire negli scontri, per prevenire, per migliorare. La strada dei metal-detector e delle telecamere non portava da nessuna parte, ha detto il preside. L'integrazione e il destino della scuola può solo essere messo nelle mani dei ragazzi.

Chi l'avrebbe mai detto, vero?
(Manlio Calegari)

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10 Ottobre 2007

Ricerca - In difesa della costa, solo lillipuziani

Cosa succede quando la ricerca scientifica mette il naso in faccende concrete quanto colate di cemento e porticcioli turistici? Se ne ha un'idea al seminario conclusivo del programma di ricerca di Interesse Nazionale "Cambiamenti del paesaggio costiero e sviluppo sostenibile", tenutosi alla Facoltà di architettura il 4 ottobre scorso. Pubblico ridotto, una riunione tra i partecipanti al programma per confrontarsi su risultati ottenuti e i problemi affrontati. Quello che emerge dalle relazioni sono in sintesi due punti: lo scollamento tra la ricerca e la politica da una parte, e la fluttuante ed ambigua definizione di bene pubblico, dall'altra.

Gli strumenti per la tutela del paesaggio costiero sono numerosi. Tra essi, il regime demaniale e la normativa connessa, gli strumenti di piano (come il piano regionale, il piano urbanistico comunale, il piano di costa), più le norme di protezione ambientale, ossia i piani di bacino e il piano di tutela del suolo. E fin qua tutto parrebbe funzionare. Il problema sorge al momento dell'applicazione delle norme. Un esempio: i parametri per la valutazione di impatto ambientale (VIA, la pratica che deve precedere qualsiasi nuova costruzione), non sono specificati, e lasciano un'ambiguità sufficiente a qualsiasi interpretazione. La politica vuol sempre sapere prima quale sarà l'esito della ricerca scientifica, per legittimarla.
Altro esempio, un caso specifico dalla riviera ligure: Portovenere e la ridefinizione del suo waterfront. A inizio 2007 veniva creato, con approvazione comunale, un cantiere di urbanistica partecipativa sotto la direzione dell'Università di Firenze; si proponeva il coinvolgimento della popolazione nella definizione di punti critici e valori da preservare nella ridefinizione degli spazi. Dall'altra parte lo stesso Comune creava, contemporaneamente e in totale contraddizione, una Spa per gestire, autonomamente, la dismissione della demanialità della marina.
Le pressioni in campo sono tante e chi fa ricerca e pianificazione sa di essere una sola delle forze in campo e di certo, non quella con le ragioni più forti. Così si spiegano le desolanti slides che mostrano una parata di brutture costiere, da Ventimiglia a La Spezia. Le parole strategiche della ricerca sono debolezza e diffusione, complessità e, ancora, sostenibilità: ragioni lillipuziane quando scendono in campo interessi economici, chilometri di porticcioli e multinazionali del petrolio.
(Eleana Marullo)

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3 Ottobre 2007

Polveroni - Per i cervelli all'estero strada senza ritorno

Un articolo di Francesco Margiocco, con abbrivio in prima pagina sul Secolo XIX del 29/9/07 (nonché rincaro della dose l'indomani) sul rientro dei cervelli negli atenei italiani, brilla singolarmente per sensazionalistica disinformazione. Secondo il cronista, Cristina Rognoni, recentemente nominata professore associato in civiltà bizantina all'Università di Palermo, avrebbe usufruito della legge che permette il rientro in patria dei ricercatori idonei dottoratisi all'estero, millantando, né più né meno, un posto di "maître de conférences" all'École des Hautes Études en Sciences Sociales di Parigi. Cristina Rognoni, si legge, non solo avrebbe mentito al riguardo, ma addirittura non godrebbe di nessuna qualifica per poter ambire a un posto equipollente in Italia. L'idoneità francese non sarebbe altro, infatti, che una semplice formalità consistente nell'iscriversi ad una fantomatica "lista di qualificazione" alla quale tutti, dottorato in mano, s i concede..., avrebbero accesso.

Se l'articolista, anziché ricostruire meticolosamente il curriculum vitae del padre dell'interessata (l'ex-ministro Virginio Rognoni) avesse letto attentamente quello della ricercatrice (che chiunque può esaminare sul net) avrebbe appreso non solo che di tale millanteria non c'è traccia, ma che Cristina Rognoni è una ricercatrice apprezzata che ha pubblicato in Francia una parte del suo dottorato di 900 pagine discusso all'École des Hautes Études. Ben più grave, l'idoneità francese, lungi dal costituire, come si insinua, una semplice formalità, è un regolare concorso nazionale di qualificazione per titoli, dove viene scartato regolarmente un altissimo numero di concorrenti, selezionando coloro che possono accedere all'equivalente francese dell'"associazione". Logico quindi equipararlo all'idoneità in vigore in altri paesi, il cui conseguimento è la condizione legale per far scattare la procedura di rientro. Va ricordato peraltro che Cristina Rognoni il posto all'universi tà stava già per conseguirlo in Francia, dove, dopo un'accurata audizione, era stata classificata a due riprese terza e quinta proprio in un concorso per "maître de conférences". Si tratta di un risultato più che lusinghiero per una candidata straniera sottoposta alla concorrenza spietata degli "autoctoni", tanto più che tale graduatoria dà accesso direttamente alla nomina, qualora (caso frequente) i candidati meglio piazzati vengano assunti altrove.
Allora cosa resta di tanto polverone? Niente, tranne il dubbio lancinante che per i cervelli all'estero la strada sia proprio senza ritorno.
(Achab)

Posted by Admin at 10:31 | Comments (7)

26 Settembre 2007

Cattedre - Carriere dei docenti e diritti dei ragazzi

La nota di Paola Repetto, su OLI n 155, dedicata al disastro organizzativo del nostro sistema scolastico, denuncia il disagio parallelo di insegnati precari e sballottati, e di allievi tanto più privati di qualità formativa e di costanza nelle figure di riferimento, quanto più ne avrebbero bisogno. Mi è nato così un pensiero antipatico, e cioè: ma perché gli insegnanti possono scegliersi la sede di lavoro, e potenzialmente, se ben piazzati in graduatoria, cambiarla tutti gli anni fino a giungere alla collocazione "ideale" propagando, ogni anno, questo terremoto fino ai confini del territorio? Una infinità di altre categorie di lavoratori si prendono la sede che gli capita, sia questa l'ipermercato di periferia, o l'ufficio postale, o la fabbrica. Per non parlare di chi se ne deve andare, per lavorare, fuori città.

Questo, di certo, è un pensiero naif, reso possibile solo dalla mia profonda ignoranza del mondo scolastico, della sua storia contrattuale e delle regole che lo governano. Ma approfittando della incosciente libertà che mi viene appunto da questa ignoranza, mi chiedo se non sarebbe preferibile un sistema di valorizzazione, che accompagni l'assegnazione di sedi problematiche geograficamente o socialmente con incentivi economici, formativi e professionali. E una volta assegnata una sede non dovrebbe essere previsto che l'insegnate vi rimanga per un periodo di tempo adeguato, commisurato alla durata del ciclo scolastico?
Quello che appare all'occhio profano è un sistema organizzativo che tratta male il grande nucleo precario dei lavoratori della scuola, ma che, contemporaneamente, tratta malissimo, anzi ignora del tutto, i diritti e le esigenze della parte più debole dei fruitori del sistema, con totale indifferenza per il loro futuro.
Basti pensare a ciò che questo incredibile turn over, unito alla diffusione del precariato, ha comportato per la figura degli "insegnanti di sostegno" all'handicap. Coloro che avevano acquisito la formazione per questo particolare compito, maturando "punteggio" hanno ormai in larghissima misura conquistato la cattedra, ed hanno abbandonato il campo. Restano a fare il "sostegno" precari senza alcuna qualificazione specifica che, pur di lavorare, si danno disponibili (per il minor tempo possibile) a svolgere questo difficile compito, per il quale, a quanto pare, nessuno chiede più che chi lo svolge debba averne la competenza.
A Genova i ragazzi con handicap più o meno grave inseriti nei vari ordini di scuole sono poco più di 2.000, il rapporto tra insegnati di sostegno e allievi con handicap è circa di uno su due. Si parla quindi di ben 900 insegnanti in gran maggioranza ormai precari mandati allo sbaraglio. La strada per smantellare una delle esperienze più avanzate, a livello europeo, di inserimento scolastico dell'handicap è più che aperta.
(Paola Pierantoni)

Posted by Admin at 09:13 | Comments (0)

19 Settembre 2007

Cattedre - La scuola ingiusta parte da lontano

Nella grande sala affrescata l'aria è umida, pesante. I presenti cercano di assestarsi alla meglio sulle scomode sedie e parlottano tra loro, nervosi, mani che stringono borse voluminose, portacarte professionali, sacche da spiaggia, obsolete cartelle di cuoio nero. Di fronte a loro, i funzionari della Direzione scolastica regionale, seminascosti da montagne di tabulati e di moduli: una sorta di giudizio universale in minore, dove molti saranno i chiamati, ma pochi gli eletti.

I primi in graduatoria hanno il vantaggio di poter scegliere tra molte sedi disponibili e, nel vasto e ramificato sistema di comunicazioni informali che percorre il mondo della pubblica istruzione, tutti sanno benissimo quali siano le scuole appetibili, quelle accettabili e quelle da cui tenersi alla larga. Accade così che le scuole più difficili da raggiungere, più disagiate, più periferiche oppure situate in aree con problemi di carattere sociale e ambientale non siano quasi mai scelte dai docenti di ruolo e vengano successivamente coperte da supplenti annuali.
Le scuole più "complicate" si trovano così ad avere un corpo docente instabile e poco coeso, con ricadute evidenti sulla qualità del servizio offerto e sulla coerenza dell'offerta formativa. E questo la dice lunga su come il precariato endemico che caratterizza il sistema della pubblica istruzione nel nostro paese abbia poi conseguenze gravi sulle finalità che il sistema stesso dovrebbe avere.
Ecco, incominciano le chiamate: i convocati, che sono più dei posti effettivamente messi a disposizione, si tendono sulle sedie, nella speranza che qualcuno rinunci e che quindi si prosegua nella graduatoria. Spesso ci si ferma, non si sa se l'avente diritto non si sia presentato perché intende rinunciare o perché non ha ricevuto la convocazione. Bisogna rintracciarlo e i tempi si allungano, mentre l'atmosfera si addensa di speranza, di tensione, di un essere insieme che è anche solitudine e isolamento.
A pomeriggio inoltrato le nomine sono terminate e il salone si è svuotato: resta l'interrogativo di quanto peserà nella vita delle persone che hanno condiviso l'attesa, la loro esperienza fatta di precariato e di continui cambi di sede, l'impossibilità di costruire un rapporto stabile con i colleghi e gli allievi, il succedersi di speranze e delusioni affidate al caso. Quale entusiasmo, quale creatività, quale voglia di fare e di sperimentare gli saranno rimasti?
(Paola Repetto)

Posted by Admin at 11:35 | Comments (0)

Ssis - Corsi universitari per precari a vita

Fra gli insegnanti precari in attesa da anni -chi sette, chi otto, alcuni addirittura dieci o più- è in corso una lotta fra poveri che vede in opposizione i vincitori di concorso ordinario (l'ultimo si tenne nel 1999) che pur avendo vinto il concorso non arrivarono in posizione utile per avere una cattedra, e gli abilitati attraverso gli otto cicli di SSIS (Scuola di Specializzazione all'Insegnamento Secondario) effettuati dalle Università italiane con frequenza obbligatoria e un costo variabile fra i 1.500 e i 2.500 euro all'anno per due anni, a seconda delle sedi.
Ora, nonostante ogni anno le scuole facciano addirittura uso di giovani laureati senza abilitazione tramite apposite graduatorie, dimostrando in tal modo la continua necessità di personale, per lo meno per sostituzioni di breve durata, le tanto annunciate annuali assunzioni di 30.000, 50.000, 75.000 nuovi insegnanti bastano a coprire gli eventuali pensionamenti, e forse qualche posto in più, ma non certo a sfoltire l'elenco degli abilitati in attesa. Si parla di 500.000, 550.000 iscritti, un numero mastodontico che comprende chi ormai da anni vive nel basso precariato scolastico, da SSIS o da concorso. Che però ogni anno, da settembre a giugno, deve lavorare (con contratto a termine), perché senza di loro le nostre scuole non potrebbero andare avanti.

Cosa si fa allora quando una lista diventa così esageratamente abbondante, per cui non si sa chiaramente quanti siano effettivamente disoccupati, quanti già assunti in altre graduatorie, quanti oramai si siano dati ad altre attività?
Il ministro Fioroni ha dato la sua risposta, si chiude tutto, si fa un bell'elenco di chi possiede i requisiti richiesti e si trasforma in "graduatoria ad esaurimento": nessuno che non sia inserito entro aprile 2007 potrà entrare in quello che attualmente è l'unico canale per diventare "professore di ruolo" finché vi saranno nominativi. Il problema è che nessuno si è ancora premurato di dire come funzionerà il nuovo canale di reclutamento.
E in attesa che questo venga definito, è stato bandito il concorso per il nono ciclo SSIS. Il bando è perfettamente uguale a quello dell'anno precedente, ma manca una frase, quella che assicurava l'inserimento nelle graduatorie per entrare, prima o poi, di ruolo nel mondo della scuola.
Poche parole, una frase da niente, ma nel contratto che quest'anno l'Università fa con il suo studente -io ti dò una formazione che serve a questo, tu mi paghi le tasse e mi assicuri la frequenza- si sa con certezza che l'allievo deve fare, ma non si capisce bene a cosa potrà servire. E difficilmente una specializzazione per l'insegnamento nella scuola secondaria sarà spendibile in ambiente aziendale.
Insomma, la scuola ha bisogno di precari, disponibili ad accorrere in ventiquattro ore per una sostituzione di quindici giorni di qualche docente assente, ma che non sperino di diventare insegnanti a tutti gli effetti. E l'università fa un corso di specializzazione che permetterà agli iscritti di essere precari nel mondo della scuola. Roba mica da poco, vista la carenza di posti fissi nel mondo del lavoro.
(Maria Cecilia Averame)

Posted by Admin at 11:32 | Comments (0)

Test - Ma alla scuola interessa un docente di qualità?

Come si sceglie un potenziale insegnante? Buttando là delle ipotesi avevo pensato a qualcosa tipo una prova scritta in cui si cerca di capire se il candidato ha la minima idea della materia che andrà a insegnare; un successivo colloquio per cercare di scremare eventuali soggetti affetti da evidenti turbe psichiche; una prova pratica per capire se l'esaminato è in grado di gestire una lezione in classe. Niente di tutto questo. Sono invece i test a crocette ad effettuare la prima scrematura dei futuri docenti. Una soluzione che a me pare demenziale. Ma non voglio personalizzare troppo perché - a parte il buon senso - non ho le competenze per dare un giudizio sul tipo di prova. Ma le domande... Sentite: "Il clima di tipo mediterraneo influenza l'agricoltura delle coste sud-occidentali dell'Australia, brasiliane, meridionale della Nuova Zelanda o settentrionali dell'India?". Ancora. "Chi è Attilio Bertolucci, un regista, un poeta, un uomo politico o un pi ttore?". E qui mi gioco il jolly, perché coi nomi di battesimo faccio sempre confusione.

Sapete cosa ho pensato?
Pensiero uno: acchiappare di sorpresa tutti i docenti della mia ex-facoltà e quelli della Ssis, chiuderli in uno stanzone e sottoporli al test. Vi immaginate i risultati?
Pensiero due: me, tra qualche anno (un bel po', visti i tempi per arrivare ad avere una cattedra anche solo in prestito) nell'aula di una seconda media a parlare diffusamente dello "scitale" (tanto per citare un'altra questione proposta dai test), argomento alla base di tutta la cultura occidentale degli ultimi sei secoli almeno.
Lo riconosco: quando sono arrabbiato cado nella retorica. Ma che genere di prima scrematura è quella che privilegia il nozionismo più scemo a discapito di variabili più serie, come l'effettiva motivazione del candidato o la capacità di trasmettere qualcosina di più che non sia "il grado positivo dell'aggettivo esteriore"?
Consulto i programmi consigliati per prepararsi ai test ed alla successiva prova scritta. Gramsci li avrebbe sinteticamente definiti "brevi cenni sull'universo": devo ripassare tutto. Tutta la letteratura dalle origini a quello che sarà pubblicato in Guatemala tra sei mesi; tutta la storia: greci, romani, età moderna e contemporanea: ne ho a grandi linee per due o tremila anni; tutta la geografia; se mi avanza tempo anche un po' di storia dell'arte (diciamo che dalla ciccionissima Venere di Willendorf al Surrealismo potrebbe bastare), perché una domandina in quest'ambito potrebbe capitare.
Accetto la selezione; meglio se severa e, s'intende, giusta. Ma trovo insopportabile una valutazione condotta con metodi che mi paiono insensati. Mi son persino chiesto se all'origine non ci sia l'intenzione di demotivarci già dalla partenza, tanto per non farci arrivare in cattedra con troppo entusiasmo e illusioni. Se davvero il loro obiettivo è "stronca in partenza" allora sono bravissimi perché prima ancora di compilare i moduli di iscrizione il mio morale è a terra; sono scazzato.
(The Pupil)

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27 Giugno 2007

Università - L'Ufficio Ricerche va bene? Smantelliamolo

All'Università di Genova ce n'è una al giorno e purtroppo sempre brutta.
L'ultima è il licenziamento della dott.sa Jenny Racah, senza badare all'opposizione del senato accademico e di centinaia di docenti che avevano sottoscritto un pubblico appello di apprezzamento del lavoro della dirigente addetta all'ufficio ricerca e relazioni internazionali. Un fatto mai visto. La voce di corridoio era, sino all'altro ieri, che lo avesse voluto la discussa direttrice amministrativa, la dottoressa Rosa Gatti. Ora un articolo sul Secolo XIX del 20 scorso rende formale questo sospetto con un'ipotesi inquietante. In sostanza, vi si sostiene che la Gatti avrebbe alterato i dati sul rendimento dell'ufficio della Racah per indurre gli organi accademici a sopprimerne l'ufficio e interrompere la collaborazione con lei. Ora, o questo è falso, e la Gatti avrà già provveduto a denunciare l'articolista o perlomeno a smentirlo energicamente. O è vero, e allora qualcuno (il Rettore, il Senato accademico?...) dovrebbe denunciare la dott.sa Gatti per la grave scorrettezza.

Quello che non si può accettare è il silenzio. La stampa è spesso discutibile, ma quando denuncia un fatto preciso e di una tale gravità, la mancanza di risposta, di reazione pubblica, da parte di chi ne è indicato come responsabile, suona come un' ammissione imbarazzata di colpa. Per il bene della nostra università mi auguro che questa reazione ci sia già stata o stia per esserci e che si dimostri l'infondatezza delle pesanti accuse contenute nell'articolo. Se non ci dovesse essere o non essere convincente, credo che decisioni drammatiche aspetteranno il malcapitato Rettore.
(Vittorio Coletti)

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6 Giugno 2007

Dopo università - Quando il lavoro è gratuito

Uno cerca di pensare positivo: ok, all'università per venire preparati in maniera approssimativa si doveva anche pagare una retta; adesso quantomeno vengo preparato gratis. Consolatorio solo se si è disposti a credere a storielle tipo quella del Topolino del dentino o dell'interessamento della classe politica al destino lavorativo della mia generazione.

Stage: ecco una espressione tra quelle parole che negli ultimi anni hanno fatto tendenza. Come altre: una conversazione durante il brunch non può ignorare la new economy, il welfare o le holding; diversamente apparirebbe indegna di attenzione. Stage deriva da una voce dell'antico francese (estage, cioè "soggiorno"), parola che a sua volta proviene dal latino. Cosa spinge un neolaureato ventiquattrenne ad imbarcarsi in uno stage?
Parto dal principio: la mia è stata una candidatura spontanea; ho telefonato e fissato un colloquio. Economia: la posizione avrebbe dovuto prevede quelle che vengono definite "facilitazioni", ossia un rimborso spese e l'erogazione dei cosiddetti ticket restaurant. Di fatto restituzione delle spese è pressoché nulla e i buoni pasto ammontano alla sontuosa cifra di 4,13 euro al giorno. Pertanto nei prossimi tre mesi non solo non avrò uno stipendio, ma dovrò intaccare i risparmi accumulati a fatica attraverso mille lavoretti di ogni tipo durante gli anni universitari.
Pensieri: non sono mai stato un introspettivo; ogni mia passata, presente (e temo anche futura) fidanzata si è sistematicamente sentita in dovere di farmi notare che il mio dialogo interiore è simile alla conversazione tra un paio di vecchine sorde in sala d'attesa dello studio del medico della mutua. Sarà anche così ma dopo una settimana dall'inizio dei tre mesi di stage le riflessioni che si sono accumulate sono parecchie.
Prima riflessione. Sino a un po' di anni fa a lavorare si cominciava così: nel momento in cui si decideva di assumere qualcuno, gli venivano forniti gli strumenti per svolgere la mansione assegnata. Dopo un po' di pratica il neoassunto acquisiva una certa dimestichezza col proprio mestiere ed era pertanto in grado di risolvere una serie di problemi dell'azienda e potenzialmente di fornire servizi analoghi ad una quantità variabile di altre imprese simili a quella che l'aveva assunto. La sua capacità di risolvere un insieme di problemi si chiamava "esperienza"; che era come un investimento, quello che l'azienda ti dava in cambio di un certo rendimento del lavoratore. Rendimento tale da ripagare la formazione ricevuta e lo stipendio erogatogli.
E adesso? Adesso no, non è più così. Anche durante la fase della formazione, io, la potenziale futura fonte di rendimento dell'azienda, sono diventato una fonte di profitto.
Traduzione: io impresa ti do gli strumenti per lavorare per me e produrmi degli utili, tu, in cambio, lavori gratuitamente per me. E questo è solo l'inizio.
(The Pupil)

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16 Maggio 2007

Master - Teoria dell'immagine nelle tv locali

C'è un'alternativa costruttiva alla rabbia? Esiste una formula che possa aprire la strada a una positiva visione del futuro, per la nostra generazione? Ipertrofia delle aspettative: fin da bambini ci hanno ripetuto, "studia e farai strada, applicati ora e poi vedrai che in futuro ti servirà", ma non è accaduto. A quanti sarà capitato di essere cortesemente respinti ad un colloquio per via dell'eccessiva qualificazione? Per non parlare poi delle consulenze per redigere il curriculum: "questo titolo lo togliamo… e anche quest'altro, non vorrai mica spaventare il tuo possibile datore di lavoro?". E allora, con una pudica foglia di fico su specializzazioni e master, ci esponiamo al mercato del lavoro con la cruda e risibile nudità della nostra inspendibilità professionale.

Fin qua cosa risaputa. Quello che si può non aver inteso è come anche l'università, che avrebbe il compito di formare ed avviare al futuro le nuove generazioni di intellettuali, a volte si pieghi ad alimentare questo corto circuito di iperspecializzazione ed inoccupazione. Un esempio: vedo in facoltà le locandine dell'ennesimo master, in "Teoria dell'immagine e produzione televisiva", proposto dalla Facoltà di Scienze della Formazione e appoggiato a due emittenti televisive locali, Telecittà e Primocanale. Si legge su, sub vocem sbocchi occupazionali: "L'incontro tra la cultura universitaria e l'esperienza acquisita sul campo creerà figure professionali con nuove capacità, sempre più necessarie in un mercato altamente concorrenziale, dove l'introduzione di nuove tecnologie rende necessaria un'adeguata e specifica competenza" (http://www.disspe.unige.it/Teoria.htm).
Eppure entrambe le emittenti hanno deciso, quest'estate, di sfoltire l'organico, non rinnovando contratti o cessando collaborazioni. Il dubbio che tra gli scopi del master ci sia quello di offrire tirocinanti gratuiti o quasi per sopperire ad una carenza di personale così generatasi è maligno ma insidioso e non mi lascia dormire, perché penso a chi sborserà a fatica 1.690,62 euro inseguendo il miraggio di un'occupazione e si troverà magari a pagare per lavorare gratis con la prospettiva di essere silurato appena raggiunta la maturità professionale. La disillusione, in certi casi, avvelena. Voglio conservare la speranza che questi siano deliri infondati a sfondo persecutorio di un precario.
(Daphne)

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9 Maggio 2007

Censura all'Università - Ergo sum disturbatore, quindi blasfemo

Scriviamo dalla redazione di Ergo Sum, mensile recentemente attaccato dall'edizione genovese de "Il Giornale", i cui articoli hanno portato alla decisione di Università e Provincia di interrompere i finanziamenti per il nostro periodico a causa di contenuti "blasfemi". Accusati di non corrispondere al progetto da noi proposto, la nostra difesa verrà dai lettori, da coloro che possono verificare TUTTO il lavoro da noi svolto da due anni a questa parte. Invitiamo pertanto a consultare il nostro spazio su http://www.work-out.org/ergosum/ e il sito http://www.beriocafe.it al fine di permettere ad ognuno di farsi un'opinione sulla questione scaricando il nostro periodico in pdf. La nostra battaglia per la libertà d'espressione è appena iniziata. Ringraziamo tutti coloro che ci stanno sostenendo per difendere l'articolo 21 della costituzione italiana: "tutti hanno diritt o di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione."
La redazione di Ergo sum

Semplice e efficace la difesa di Ergo sum: leggeteci. Tuttavia, vale la pena di aggiungere qualche parola.
Il mensile studentesco finanziato dall'Università di Genova e dalla Provincia (2000 copie di tiratura, poche migliaia di euro all'anno, in parte erogate, in parte finora solo promesse), rischia di chiudere. Promosso da studenti della Facoltà di Lettere e Filosofia, apartitico (così si dichiara), ha sempre dimostrato un forte impegno culturale. L'apertura del loro primo numero, sul pensiero e sull'azione di Papa Wojtyla, già indicava una strada impegnata e insolita per un giornale studentesco. E così per quasi due anni di attività.
Tre articoli apparsi sull' ultimo numero di aprile, invece, sembra abbiano decretato la sua fine. I redattori di Ergo sum, giudicati dall'Università e dalla Provincia, mai convocati né ascoltati, sono stati condannati senza appello. Lasciamo stare la Provincia, che, in periodo di elezioni, sarà in cerca di tornaconti elettorali. Ma l'Università che per eccellenza è (dovrebbe essere) il luogo di circolazione delle idee, del confronto, della cultura?
Ecco i tre articoli incriminati di Ergo sum: 1) in collaborazione con la LILA (Lega Italiana per la Lotta all'Aids), ha distribuito tra gli/le studenti/esse dei preservativi; sul periodico c'erano istruzioni sul come usarli, anche con disegni, come quelli che si possono trovare in qualsiasi confezione di preservativi e, inoltre, tratta da una chiesa in restauro, la foto di una statua di Cristo fasciata nel cellophane con la didascalia "Anche io mi proteggo"; 2) un servizio sul DICO, polemico con il ministro Mastella e con monsignor Bagnasco; 3) una critica alla delibera della Regione Lombardia sulla sepoltura dei feti (vedi OLI n. 132, 14 febbraio 2007).
Violenta la reazione a mezzo stampa. Il Giornale del 1° maggio in un articolo del titolo "Soldi pubblici per insultare Cristo e la Chiesa" scrive: "Poi ci si domanda a chi possa mai venire in mente di andare a scrivere certe scritte sui muri di Genova .." . Manca soltanto evocare il terrorismo. L'Ateneo genovese corre rapidamente al riparo e diffonde un comunicato in cui "si esprime la propria riprovazione nei confronti dei contenuti del numero di aprile della rivista Ergo sum, contenuti che si discostano inequivocabilmente dell'atteggiamento caratterizzante l'Ateneo stesso, improntato al massimo rispetto per i valori umani, sociali, culturali e religiosi" e, di conseguenza, "si propone di interrompere ogni altro eventuale finanziamento al gruppo studentesco autore della rivista" (Repubblica-Lavoro, titolo: "E l'Ateneo scomunica la rivista blasfema", 4 maggio).
Ergo sum è un periodico serio, ben fatto. Non c'è traccia di goliardia. Le sue provocazioni richiamano con un linguaggio diretto l'attenzione su problemi reali. Parla di cose che possono davvero interessare i giovani: del (non) lavoro post laurea, dei problemi degli studenti universitari che girano per l'Europa grazie ai programmi di interscambio Erasmus, dei prezzi a dir poco sproporzionati degli affitti che devono sopportare gli studenti non residenti, di eventi artistici, di letteratura, di musica ecc. Anche di sesso sicuro.
A giudicare dal silenzio che circonda la vicenda nell'ambito universitario la questione sembra, almeno finora, da considerarsi chiusa.
(Oscar Itzcovich)

Posted by Admin at 08:26 | Comments (0)

5 Gennaio 2007

Ateneo - Un piano di studio per l'Orgasmus

Come si compila un piano di studi? Intanto non serve uno sforzo sovrumano: quasi tutti i corsi di laurea hanno una sorta di schema di base da seguire. Si deve solo cercare di arginare le vocazioni al martirio che animano alcuni studenti un po' troppo zelanti ed ottimisti, soprattutto subito dopo l'immatricolazione. Ma anche in quelle circostanze il tutor è solo uno strumento che può consigliare, disapprovare e far fare il ruttino al pupillo con cui dialoga: non ha certo il potere di decidere. Ci mancherebbe altro!

Ma è giusto che si sappia che è molto frustrante dover compilare proposte di piani di studi al limite del pervertito. Un giorno arriva un ragazzo, invasato, con un proposito folle: pretendeva che gli inserissi per il secondo anno novanta crediti quando già se ne trascinava venticinque dall'anno precedente! Io obietto e lui candido mi spiega che intendeva togliersi più esami possibili per fare domanda per l'Erasmus in Spagna e spassarsela.
- Non sarà un caso, ha ammiccato, se al posto che chiamarlo Erasmus tutti lo chiamano Orgasmus! Forse avrei dovuto spiegargli che l'Erasmus è una cosa seria, che il periodo di studio in un'università straniera è una opportunità da non buttare, e poi la lingua... Invece sono rimasto basito, senza parole.
Il piano però così come lo voleva lui non gliel'ho compilato: gli ho detto che per era una questione troppo impegnativa e l'ho spedito direttamente ad un membro della commissione piani di studi del suo corso di laurea. Buona fortuna, gli ho detto; ma lui non ha colto l'ironia. Dopo d'allora non l'ho più visto in giro anche se di tempo ne è passato. Magari ce l'ha fatta ed è là a spassarsela, attorniato da calienti ballerine di flamenco. Forse anch'io avrei dovuto fare l'Erasmus a quel modo...
(The Pupil)

Posted by Admin at 16:10

28 Dicembre 2006

Ateneo - Fa scandalo il tutor che dice la verità

Non sono un sovversivo. E nemmeno un "falsone", almeno non più di quanto le convenzioni per essere socialmente accettabili consentano e impongano di essere. Non intendo impossessarmi degli schemi mentali di alcuno e, almeno per i prossimi due o tre anni, non ho in programma di diventare il guru di una qualsiasi setta. Al momento cerco di convogliare le mie esuberanti energie in qualcosa di più costruttivo. Quanto ho scritto finora sotto lo pseudonimo di Pupil è solo il mio personalissimo e quindi arbitrario punto di vista. Non credevo che qualcuno potesse aversela a male, men che mai un docente della Facoltà. Per cosa poi?

Per aver detto che i lavori di bassa manovalanza non li fanno i professori ma generosamente li cedono ai tutor? O perché ho elogiato un sontuoso posteriore che i docenti non hanno avuto occasione di ammirare? Ma come potrebbero dal momento che, non partecipando direttamente alla elaborazione dei piani di studio, entrano a contatto con gli studenti solo in sede di esame o in orario di ricevimento? Volutamente non faccio riferimento alle lezioni. Non venitemi a contare che la lezione è occasione di scambio tra docenti e discenti: la storia della fatina del dentino al confronto è realistica e credibile.
Insomma, scrivo ma mi sento avvilito. Anzi no, incazzato. Non mi aspettavo certo una medaglia al merito per quello che ho scritto ma ho coltivato - ingenuamente - l'illusione che non fosse poi così difficile distinguere ciò che è scritto con tono leggero, forse un po' ironico, da un atto di accusa. Neppure penso che i miei colleghi o ex colleghi tutor abbiano pensato che volessi, con quello che ho scritto, sminuire o ridicolizzare i loro sforzi. Ve lo garantisco: la nostra è spesso una vera fatica. Tutti noi, loro ed io, lavoriamo per il meglio ma non per questo siamo tenuti a condividere e a plaudire alle scelte della facoltà.
A volte ho il dubbio che i nostri docenti davvero amino far credere che l'università sia come cercano di dipingerla nelle loro stucchevoli brochure, quelle propinate al salone dell'immatricolazione. Foto di soleggiati giardini di melangolo (in effetti a Balbi 4 ce n'è uno ma c'è anche un'alta cancellata di ferro sempre chiusa che ne preclude l'accesso agli studenti) e di plasticose facce di giovanotti pelati dal sorriso ebete con sotto il solito slogan demenziale tipo "sviluppa le tue facoltà"...
(The Pupil)

Posted by Admin at 09:19

20 Dicembre 2006

Università - L'arte difficile di consigliare

Credete che consigliare sia cosa da poco? D'accordo, l'ho già detto, ci sono gli schemi di base ma l'offerta in certi ambiti è davvero da lasciare storditi; gli studenti e pure i tutor. Per le sole lauree triennali della facoltà di Lettere e Filosofia ho contato più di 260 insegnamenti. Un tutor, con tutta la sua buona volontà, quanti può averne frequentati durante il suo percorso universitario? Esagero: non oltre il 10 per cento. Ed è quanto allo studente dici subito. Prima ancora che apra bocca per porre - in tutte le varianti e sfumature possibili - la fatidica domanda "cosa mi consigli di mettere?". E questa è la versione più classica.

Poi ci sono gli studenti più arditi, i fancazzisti, che propongono la stessa ma in una versione più diretta: "cos'è è più facile?". Rari, ma non mancano, i casi particolari: "qual è la cosa più bella?". E qui la tentazione è di intavolare un confronto sul significato di "bello", per passare poi a riflettere sul relativismo e sull'atteggiamento antimetafisico della filosofia dello scorso secolo, magari con una breve digressione sull'esistenza di Dio o sul perché appena si accende una sigaretta alla fermata, il bus arriva immediatamente. Ma gli altri studenti in attesa delle mie prestazioni non apprezzerebbero sicuramente tanto debordare.
Resto con i piedi per terra e mi limito a far osservare all'interlocutore come i gusti e le passioni siano personali e che quella è l'occasione, se già non l'ha fatto, di riflettere sulle sue pulsioni intellettuali. Quando glielo dico restano delusi; forse anche un po' offesi, si vede benissimo. Leggo nella loro espressione accigliata la domanda che finora, ad oggi, nessuno ha ancora avuto il coraggio di assestarmi in piena faccia: "ma allora tu qui che ci stai a fare?"
(The Pupil)

Posted by Admin at 10:21

29 Novembre 2006

Università - Se un primario non riesce a superare i test

Sono attanagliato da un amletico dubbio e Vi chiedo lumi.
Da un pò di tempo andavo leggendo lettere su lettere relative a queste cose strane (per me che ho un luminoso futuro... dietro alle spalle) che si chiamano test d'ingresso per l'Università. Sicché ho provato ad eseguirne alcuni online finalmente utilizzando il computer per qualcosa di diverso dalla posta per me, dai viaggi virtuali, dalle delizie della musica di Pandora.
Mal me ne incolse!!!

Non solo non sono mai riuscito ad essere ammesso a Medicina ma neppure a Veterinaria. Ora, ho un autentico rovello morale: sono stato per 10 anni primario di una Divisione di San Martino sino a quando, a 48 anni, ho lasciato l'incarico poiché i libri non letti si accumulavano intollerabilmente nella mia libreria e i figli crescevano troppo in fretta per le nostre "corrispondenze d'amorosi sensi".
Peraltro il perdurante successo della mia libera professione (e già, perchè pensavo che il mercato dicesse sempre la verità) mi aveva sinora fatto pensare d'essere un normale buon Professionista cui i Cittadini potevano affidarsi con fiducia. Ma ora? Non sarà bene ch'io apponga un avviso in sala d'attesa per avvertire i Pazienti sul mancato superamento dei test d'ingresso all'Università?
E, di più: non sarà forse bene che mi faccia controllare da un collega neurologo dal momento che, lo confesso, alcune domande dei test le devo capire ancora adesso?
Vi ringrazio per l'attenzione e colgo l'occasione per esprimerVi la gratitudine per una newsletter che mi fa spesso scoprire "cosa c'è dietro".
Beninteso, sino a quando riuscirò a comprendere!
(Roberto De Marchi)
S.Margherita Ligure

Posted by Admin at 09:52

22 Novembre 2006

Università - Che cosa farà da grande? La moglie di primario

In periodo di immatricolazione, all'Università, i tutor hanno il compito di promuovere le rispettive facoltà. Davanti a me ho visto passare decine di potenziali studenti che avevano una sola domanda: con una laurea in Lettere si trova lavoro? Secondi di silenzio, una specie di concretizzazione di quei puntini di sospensione dentro la nuvoletta vuota che di tanto in tanto compare nei fumetti.

Ma esiste una risposta sensata che riesca a soddisfare l'espressione carica di fiduciosa attesa impressa sui visi di mamme e figli? No; non esiste. Al massimo si può cercare di metterci una pezza, obiettando che nessun titolo di studio garantisce la certezza ontologica di un posto di lavoro. Gli racconto che mia sorella, brillante ingegnere, laureata in tempo e con lode, ha dovuto sottoporsi ad un intero anno di stage a 500 euro al mese. Si può anche provare a sostenere che non è tanto il "pezzo di carta" (capite che espressione trita, raccapricciante e del tutto priva di significato tocca adoperare?) a contare nel mondo del lavoro quanto la capacità, l'intraprendenza, insomma lo spirito dell'individuo. Si capisce - ma questo già lo sanno tutti - che qualche parente/amico/conoscente ben collocato che metta la parolina giusta al momento giusto non guasta. Ma quest'ultima osservazione è francamente di cattivo gusto. E l'insegnamento? non sembra più una strategia vincente. I ragazzi e soprattutto le mamme storcono il nasino. Il credito dei docenti ha dunque toccato il suo minimo storico?
Una volta, esausto, ho persino provato a girare la domanda. "A te, cosa piacerebbe fare?" ho chiesto. Riporto alcune delle risposte: giornalisti a mazzi (la prossima estate partirà una campagna di sensibilizzazione: non abbandonare il tuo giornalista in autostrada), nemmeno uno scrittore, qualche restauratore, un solo bibliotecario. La migliore: una ragazza, davvero carina che, con sicurezza, ha detto di voler seguire il consiglio della nonna: iscriversi a Lettere, o dove altro capita, per poi bazzicare intorno alla facoltà di Medicina, allo scopo di intraprendere la brillante carriera di moglie-di-primario. Avrei voluto abbracciarla. Anche per il docente universitario c'è stata qualche opzione. Prova indiretta che il suo prestigio sociale è fuori pericolo. Dovrebbe tranquillizzare chi su Repubblica ha di recente profetizzato il Giudizio Universale appena si è provato a mettere in discussione la singolare progressione automatica (indipendente dalla produttività) i n carriera e nella busta paga, di cui gode il ceto dei docenti.
The Pupil

Posted by Admin at 10:04

16 Novembre 2006

Università - Sulla materia grigia l'occhio del tutor

Fino a 5 o 6 anni fa, nella Facoltà di lettere e filosofia, un'apposita commissione di professori aveva il compito di guidare gli studenti nei meandri del piano di studio. A supportarla c'erano, decisivi, il tam tam studentesco e i funzionari della amministrazione. Poi le cose sono cambiate: mentre tam tam e amministrativi sono rimasti sul campo, i professori hanno affidato il loro compito a giovani tutor scelti tra i laureandi della Facoltà. Gli studenti ci hanno probabilmente guadagnato: meno imbarazzo nei rapporti personali e certezza degli orari di ricevimento. La Facoltà invece ha perso una occasione ( restano gli esami, si capisce) per sapere chi siano i suoi studenti, la materia grigia con cui - così dice nella pubblicità che ha prodotto - vorrebbe entrare in contatto.

Un tutor è prima di tutto un fatto economico: 6 ore a settimana; 120 ore l'anno, a circa 10 euro l'ora ne fanno 1200 - "circa"- alla fine dei 12 mesi. Abbastanza appetibile per i sofferenti bilanci giovanili. Primo problema l'arruolamento: ti fanno passare tre colloqui. Il primo con lo psicologo: prevedibile. Il secondo di conoscenze informatiche: accerta se conosci lo smanettamento essenziale per viaggiare sulle materie, comporre il piano ecc. Complessivamente facile. Il terzo è l'attitudinale. Te lo fa un professore che deve accertare se hai le caratteristiche giuste per filtrare la massa degli studenti in modo da ridurre il più possibile il numero degli studenti che vorranno comunque parlare con un prof.
La prima fase dell'incarico del tutor si svolge nel periodo di immatricolazione, quando sei chiamato a promuovere (decantare ecc.) la tua facoltà. Forse il termine più appropriato sarebbe adescamento. Il "salone dell'immatricolazione" somiglia in quei giorni a un luogo dove si svolge una specie di guerra civile dell'ateneo; qui l'impiego di ogni arma - intesa come argomento, lusinga ecc. - è lecito. La seconda fase è invece tutta interna alla Facoltà e si svolge durante il periodo di compilazione e consegna dei piani di studio. Il tutor supporta lo studente in una operazione che, se non può dirsi complessa, è tuttavia macchinosa. Il tutto si svolge in un'apposita sede, l'aula O. Dire aula O a chi bazzica le sedi di Lettere e filosofia in via Balbi è un po' come parlare del punto G: tutti sanno che c'è ma nessuno è in grado di indicare con precisione dove si trovi. Quando poi lo si scopre c'è motivo per restare delusi.
Di tutor ne esistono tre varietà: il "tutor-e-basta", cioè l'esemplare appena descritto; il "tutor didattico", un vero e proprio ripetitore pagato dall'ateneo che ha tra l'altro il compito di contattare telefonicamente studenti fuori-corso, informandosi sulla ragione del loro ritardo negli studi (sulle reazioni di questi ultimi si potrebbe tornare). Infine vi sono i tutor per disabili.
La figura del tutor è così popolare che c'è anche chi ha pensato di farne uno strumento di penetrazione politica. Il mese scorso studenti di Comunione e liberazione, ad un loro banchetto, strategicamente collocato al centro dell'atrio di Balbi 4, offrivano, oltre la loro esperienza di tutor, anche caramelline e bon bon.
(The Pupil)

Posted by Admin at 10:25

8 Novembre 2006

Festival Scienza - Dibattito sull'Università senza professori

Venerdì 3 novembre 2006. La sala è quella della sconsacrata chiesa di San Salvatore di Piazza Sarzano, oggi diventata aula polivalente della facoltà di Architettura. Più di 300 posti a sedere di cui meno di una ventina risultano occupati.

Eppure l'occasione era interessante: nella città che promuove con successo il Festival della Scienza l'università fa i conti con se stessa. E lo fa discutendo un bel libretto scritto da due matematici - "Ipotesi sull'università" (M. Giaquinta e A. Guerraggio, Codice Edizioni, 2006, euro 9,90) - che analizza gli effetti della cosiddetta riforma "3+2" varata nel 1999 dal centrosinistra. A sette anni dell'introduzione della riforma le indicazioni che emergono sono che "la riforma ha vinto la scommessa sui numeri (quelli delle immatricolazioni e degli iscritti all'università), ma ha fallito nel rinnovare e stimolare l'interesse dei giovani nei confronti dell'università". L'università offre ai giovani un prodotto di bassa qualità e dove il classico binomio "didattica e ricerca" è stato sostituito da "didattica e governance".
Gli autori della riforma - è la tesi del libro - non hanno "creduto alla politica" e hanno lasciato la riforma in mano a pochi addetti diventati unici interpreti dei farraginosi meccanismi di applicazione e teorici del numero massimo di pagine da leggere per preparare un esame ("non un'ora di più alle canoniche 25 ore di impegno dello studente per ogni credito assegnato") con conseguenze deleterie sul livello degli studi.
Nicola Tranfaglia, deputato e membro della Commissione cultura, scienza e istruzione della Camera, uno dei relatori (con Massimo Mugnai e Giunio Luzzatto), ha pronunciato le parole più inquietanti. Che il centrosinistra ha pasticciato molto (modello anglosassone ecc.) ma ancora oggi, e malgrado la lunga esperienza fatta, non ha maturato un'idea su quale università vuole. Sia Tranfaglia che Luzzatto e Mugnai hanno espresso preoccupazione per il quadro generale in cui il processo di riforma si è attuato. Un quadro dove alla incapacità politica di accompagnare una proposta di riforma si è aggiunto il disinteresse degli operatori (indifferenza, disillusione?) e il gioco dei veti incrociati delle diverse corporazioni che operano all'interno dell'università.
Ignorato dalla stampa locale, l'evento "Presente e futuro dell'università italiana" certo non comparirà nella graduatoria delle tavole rotonde più seguite del Festival della Scienza 2006. Pochissime persone e, fuorché gli oratori e qualche amico, nessun universitario.
(Oscar Itzcovich)

Posted by Admin at 18:23

1 Novembre 2006

Atenei - Non mancano finanziamenti alle università burla

"Le mille università dalle facili cattedre": l'articolo (Repubblica, 26 ottobre 2006) è di M. Pirani. Uno pensa: roba di universitari. Invece no. C'entra la recente Finanziaria, le proteste vibrate dei docenti e dei sindacati universitari, cui sempre Repubblica nelle pagine locali del Lavoro ha dato spazio. Un articolo da leggere quello di Pirani la cui morale è: il malcontento dei professori è ragionevole e forse ci sta anche la protesta. Ciò che provoca imbarazzo è il silenzio rigorosamente osservato dalle associazioni universitarie di categoria e sindacati delle medesime di fronte allo spreco e alla dispersione degli investimenti, ai riconoscimenti ministeriali di università private con relativi finanziamenti pubblici (stato e enti locali).

Università burla - sarebbero decine - dove il corpo insegnante è composto da clan familiari, parenti, amici e sodali politici che, a riconoscimento statale ottenuto, e grazie a sponsor che non mancano mai, possono essere chiamati a far parte delle università vere. Quelle dove, stando le loro qualità, la loro carriera non avrebbe neppure potuto iniziare. Questa è solo una delle varie sciagure che hanno colpito le nostre università nel silenzio di associazioni e sindacati delle categorie universitarie che da sempre sostengono di garantire gli interessi dei loro associati nel quadro della difesa della qualità dell'istruzione superiore.
Accuse pesanti quelle di Pirani a cui, ad oggi, solo il ministro Mussi (Repubblica, 27 ottobre) ha dato pubblicamente una risposta seria (merita di essere letta per capire ancora meglio in quale sfascio sia costretto ad operare) il cui senso è: Pirani dice cose verissime. Io, in quattro mesi, ho cercato di evitare il peggio ma non è stato facile perché non di pratiche si tratta ma di leggi.
Altre risposte? Solo personali, scrive ancora Pirani su Repubblica del 31 ottobre. In pubblico solo silenzio. Un silenzio che non è frutto di distrazione. Piuttosto un silenzio omertoso risultato di scambi complessi dove entrano anche le strategie di carriera e di potere del personale amministrativo universitario che contribuiscono non poco alla decadenza del tempio del sapere.
(Manlio Calegari)

Posted by Admin at 17:28

20 Settembre 2006

Battaglia a Lettere - I panni dell'università non si lavano in casa

Il professor Marsonet, preside della facoltà di Lettere e Filosofia, prende la penna per lamentarsi della querelle che da qualche tempo agita la facoltà (Battaglia a Lettere: la misura ormai è colma in cronaca locale de "La Repubblica" 12 settembre 2006). Occasione sono le lettere al Lavoro-Repubblica di alcuni docenti in relazione all'esito di un concorsi per quattro posti di ricercatore al Dams di Imperia (Margherita Rubino 22 luglio, Eugenio Buonaccorsi 23 luglio, Vittorio Coletti 6 settembre, Eugenio Buonaccorsi 10 settembre). E' suo diritto ed anche una buona idea per informare i cittadini che hanno capito poco o nulla della vicenda.

Non si comprende invece il suo riferimento a "giuristi, medici, ingegneri, architetti" che non utilizzano "i giornali per parlare delle loro polemiche che pur esistono". Forse discussioni aperte sui giornali al momento opportuno, in passato, avrebbero evitato il degrado di molte facoltà e questo sia nell'università genovese che nel resto del paese.
Lascia ancor più sorpresi il riferimento del professor Marsonet al recente invito del Ministro dell'Università "ad essere ottimisti", facendo intendere che il comportamento dei docenti va nella direzione opposta a quella proposta da Mussi. Comunque il riferimento al ministro non sembra aver altra motivazione che una gratuita "captatio benevolentiae" e uno schieramento che nulla dovrebbe aver a che fare con il mondo accademico.
Sicuramente infondato il timore enunciato dal preside che la polemica comparsa sui giornali possa influire sulle iscrizioni delle matricole. Pochi, purtroppo, sono gli studenti che leggono i giornali, se si escludono i fogli gratuiti distribuiti agli angoli delle strade. Il calo delle iscrizioni, se si verificherà, sarà solo imputabile alla esiguità di sbocchi professionali offerti dal titolo accademico. Infatti una volta conseguita laurea e specializzazione lo studente dovrà seguire ulteriori corsi, nella speranza di entrare nella categoria dei docenti precari oppure accontentarsi di dequalificanti lavori a termine.
Sicuramente gli studenti esprimeranno la loro valutazione sui docenti, ma indirettamente per timore di ritorsioni, e lo faranno con la partecipazione alle lezioni. La frequenza a certi corsi, in Balbi, dovrebbe preoccupare il preside assai più di qualche articolo che lascia il tempo che trova, magari scritto per esibizionismo o per il gusto di far polemica.
In ogni caso affermazioni o comportamenti non corrispondenti al vero richiedono proprio sulla stampa le dovute puntualizzazioni, mentre nell'ipotesi che abbiano un fondamento comportano il ricorso alla magistratura, non ramanzine o espliciti inviti omertosi a lavare i panni sporchi in famiglia. Questo, in primo luogo, ci si dovrebbe aspettare da parte del coordinatore di un'istituzione preposta a formare i giovani.
(Vittorio Flick)

Posted by Admin at 15:08

12 Luglio 2006

Università - Riforma: il silenzio dei docenti

Non è possibile affrontare i problemi (gravi) dell'università senza un "coinvolgimento del mondo universitario come ceto intellettuale". Purtroppo il mondo universitario da tempo è "assente e passivo", incapace di dare ragione della sperimentazione iniziata dal ministro Luigi Berlinguer e perversamente sviluppata dal governo di centro-destra negli ultimi anni. L'ha scritto Paolo Prodi, docente di Storia moderna all'università di Bologna. La sperimentazione, dice, è stata un fallimento: "con il "3 + 2" e con il sistema attuale di crediti non produciamo né cultura né preparazione professionale" (l'Unità, 26 maggio 2005).

Di questo e d'altro è venuto a parlare a Genova il ministro Mussi in un incontro con gli universitari genovesi (19 giugno). A cose fatte Vittorio Coletti, docente della Facoltà di Lettere e filosofia dell'università di Genova, si è permesso di osservare (Repubblica, 21 giugno 2006) che Mussi "non aveva scaldato i cuori"; in altre parole non era stato l'inizio del ripensamento auspicato da Prodi.
La reazione progressista benpensante è stata immediata. Alcuni docenti, tutti dell'area scientifica dell'Università di Genova, hanno scritto (Repubblica, 22 giugno) che a loro Mussi invece "i cuori li aveva scaldati, eccome". E dopo anni di degrado (iniziati da quando? nda) avevano "sentito discorsi di speranza sull'università". Parole e progetti nuovi. Conclusione: caro Coletti, sei tu il vero pessimista.
A sostegno dei precedenti è sceso in campo in una lettera aperta del 26 giugno Giunio Luzzato, anche lui docente della Facoltà di Scienze, da sempre impegnato sulla "questione universitaria". E' del tutto infondato, ha scritto, attribuire la responsabilità dei guasti alla riforma (Berlinguer?). "Vi sono alcuni, forse molti, pessimi Ordinamenti di Corsi di studio, che frammentano gli insegnamenti" ma non sono per effetto del "3 + 2"…, ma delle decisioni delle Facoltà, le quali - soprattutto nelle aree umanistiche - hanno spesso scelto di dare spazio a tutte le discipline specialistiche fin dagli anni iniziali, per non scontentare alcun docente". Per Luzzatto si tratterebbe solo di correggere alcuni eccessi perchè tutto il resto funziona. Ma l'efficacia di una legge non si misura anche dalla sua capacità di impedire gli abusi?

Qualche giorno dopo (Repubblica, 29 giugno), Massimo Quaini, docente della Facoltà di Lettere e filosofia, proponeva ai colleghi di non dividersi tra ottimisti e pessimisti, ma di cominciare una buona volta a "guardare che cosa c'è dietro i paraventi che da anni nascondono le rovine di un edificio incompiuto che non ha più un progetto".
E' stato l'ultimo intervento: all'università di Genova, dai 1687 docenti in servizio, sembra che pochi abbiano voglia di guardare dietro i paraventi.
Nell'audizione alla Commissione Cultura della Camera dei Deputati (4 luglio 2006) il ministro Mussi ha assicurato che non ci sarà mai più "riformismo dall'alto" e dichiarato che intende "verificare l'efficacia della legge del 1999 e successive modifiche, e correggere, dove occorre, la cosiddetta riforma "3 + 2". Insomma: i docenti prima o poi dovranno dire la loro. Tanto varrebbe se cominciassero a parlarne.
(Oscar Itzcovich)

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29 Marzo 2006

Un appello per l'Unione dall'Università

Erano anni che l’università non “scendeva in campo”. Forse si può leggere come un segno di stanchezza o delusione per come andavano le cose. Ora c’è un segnale contrario. Più di 50 docenti dell’Università di Genova hanno diffuso un appello per invitare al voto contro il “dispotismo dell’era televisiva, i cui tratti più evidenti sono l’utilizzazione del potere legislativo a fini personali, il tentativo di neutralizzare ogni istanza indipendente di controllo a cominciare della magistratura”. Il testo completo, con l'elenco dei firmatari e la modalità di adesione si può leggere in www.olinews.it/mt/appello_elettorale.

Posted by OLI at 15:53 | Comments (1)

22 Marzo 2006

5 per mille - I fondi per l’Università? Speriamo nella lotteria

In Italia, sono 29.164 gli enti che si sono candidati alla ripartizione del 5 per mille dell`imposta sul reddito. Appartengono ai settori del volontariato, della ricerca scientifica e dell’università e si sono iscritti nella speranza di raddrizzare un po’ i loro sempre più esili conti. In attesa della scadenza del termine delle dichiarazioni, bisogna darsi da fare. Conquistare il maggior numero possibile di sostenitori. Perché il meccanismo per l’assegnazione dei fondi è un po’ diverso da quello del 8 per mille (finanziamento della Chiesa cattolica e di altre confessioni religiose) che è distribuito integralmente tra i beneficiari in proporzione al numero delle preferenze espresse. Chi non esprime nessuna scelta, manifesta solo indifferenza su come ripartire i fondi. Con il 5 per mille, invece, il contribuente decide se destinare o meno questa quota del gettito Irpef ai settori prescelti. La sua scelta incide quindi non solo sulla ripartizio ne ma anche sull’ammontare delle risorse da distribuire.

Per accaparrarsi il maggior numero di preferenze quindi via alla pubblicità, alla propaganda ad ogni costo. Su Google, alla voce “5 per mille” troverete più di 390.000 pagine. Ma la cifra si accresce continuamente. Per fare proselitismo, una Onlus, con notevole tempestività, ha comprato con pochi euro nientemeno che il dominio “www.5xmille.it”. Un panorama non molto edificante che bene rappresenta la superficialità e l’intento solo propagandistico di questa iniziativa del governo. Una trovata che distribuisce finanziamenti a pioggia, che non distingue tra i diversi enti e tra ricerca scientifica, cultura e volontariato e che non tiene alcun conto della loro diversa natura, delle loro diverse esigenze (programmazione, continuità). Un gioco del lotto in cui vince chi fa più pubblicità.
Anche l’Università di Genova (insieme a quelle di tutta l’Italia) si è iscritta alla corsa. I finanziamenti alle università si sono ormai ridotti in misura allarmante. Il rettore Gaetano Bignardi ha annunciato la decisione di partecipare a questo gioco perché, spiega, “il provvedimento contenuto nella Finanziaria potrebbe risolvere almeno una parte dei problemi della ricerca”. Un passo forse obbligato, date le condizioni in cui è stata lasciata in Italia la ricerca scientifica di base. Ma anche problematico, perché - come ha osservato Luca Gandullia (www.lavoce.info) - “i finanziamenti versati dai cittadini con questo meccanismo potranno integrare ma anche sostituire quelli pubblici… Nulla garantisce che le decisioni di spesa espresse dai contribuenti non siano spiazzate da decisioni di segno opposto dello Stato”.

La stima ufficiale è che il 40% dei contribuenti esprimerà una preferenza e che, quindi, potranno essere distribuiti 264 milioni di euro. Se invece, come è più realistico pensare, sarà espresso solo il 10% di preferenze, l’ammontare si ridurrà a 66 milioni: decisamente pochi, tra tante migliaia di candidati. In Liguria la quantità raggiungerà nell’ipotesi più ottimistica 2 milioni di euro, da distribuire tra circa 600 enti. Quanti ne arriveranno all’Università di Genova? Non molti se si pensa che dipenderà dalla proporzione di preferenze espresse tra le centinaia di enti candidati (università, fondazioni per la ricerca oncologica, sclerosi multipla, teatri, conservatori di musica, asili infantili, associazioni di volontariato, ecc. ecc). Vale la pena di mettersi in gara per cercare finanziamenti “aggiuntivi” che un governo distratto può fare diventare facilmente “sostitutivi”?
(Oscar Itzcovich)

Posted by OLI at 08:58 | Comments (0)

15 Marzo 2006

Progetti - Ingegneria in collina non più in porto

Notizie di stampa riportano che il Consiglio di Facoltà di Ingegneria ha deliberato il futuro trasferimento della propria sede agli Erzelli. Permangono incertezze sui finanziamenti, ma sembra che tale proposta sia, volentieri o obtorto collo, accettata da tutti i docenti. Bene, era ora che fosse chiarita l'annosa questione di una sede più razionale per una così importante facoltà. Rimane una questione che a me pare irrisolta o, almeno non molto chiara, non solo ai cittadini, ma anche agli addetti ai lavori.

La Facoltà di Ingegneria doveva essere trasferita nel silos Hennebique, edificio realizzato alla fine del XIX secolo, presso Calata Santa Limbania, in porto e destinato alla movimentazione e conservazione delle granaglie. L'edificio, importante esempio delle tecniche costruttive in cemento armato, nonché testimonianza del mondo del lavoro portuale, è stato dismesso agli inizi degli anni novanta, anche per le vicende finanziarie della proprietà, il Gruppo Ferruzzi. Dal 1992 è di proprietà pubblica e, dopo aver visto il completo smantellamento delle attrezzature interne, giace in completo abbandono, ricovero quotidiano di sbandati e senza tetto; ma è tutelato dal Ministero per i Beni e le Attività Culturali.
Il progetto per la collocazione della Facoltà di Ingegneria era stato affidato dall'Autorità Portuale, in project financing, ad una società che cura anche la realizzazione del nuovo complesso, adiacente di Ponte Parodi. L'intervento previsto, pur comportando ampie trasformazioni, per adattare i silos interni alla nuova destinazione d'uso, era, in sostanza, rispettoso almeno della volumetria e della forma dell'edificio. Dopo la decisione della Facoltà di Ingegneria, oggi c'è da chiedersi quale sarà il destino dell'edificio e per quanto ancora dovrà rimanere nello stato in cui si trova, con problemi non indifferenti, tra l'altro, di ordine pubblico. E, ancora, quando e come un'eventuale destinazione d'uso diversa sarà pianificata nel generale ridisegno di questa parte di Porto Antico non ancora risanata.
Nel coacervo di competenze ed eterogenei interessi che governano il porto, anche quello ricucito alla città, credo che i principali protagonisti dell'operazione abortita di "ingegneria all'Hennebique", ossia Comune, Autorità Portuale ed Università, dovrebbero rendere più trasparenti le proprie decisioni e spiegassero il destino dell'area, specie in rapporto a quello che sarà il grande "stravolgimento" di Ponte Parodi, con metri cubi di acciaio e vetro (per la leggerezza!) al fine di creare quello che "non sarà" un Centro commerciale (ma allora cosa pensano di metterci dentro, visto che dai modelli sembra creato solo per quello?). E a questo punto, forse varrebbe la pena di chiedere per l'Hennebique, tanto grande è la sua dimensione, che, oltre a parcheggi ed alberghi - probabile suo destino ancora non esplicitato- si ritrovasse uno spazietto destinato a documentare quello che la sua esistenza ha significato per la storia della tecnologia e del lavoro del porto. Cosa che, a quanto consta, proprio non era prevista nel progetto di "Ingegneria all'Hennebique".
(Guido Rosato)

Posted by OLI at 11:52 | Comments (0)

2 Marzo 2006

Scienza - Fare ricerca solo per fare cassa?

Dal 2002 al 2005 i finanziamenti destinati agli enti pubblici sono stati ridotti del 20% denuncia l'Osservatorio sulla ricerca (www.osservatorio-ricerca.it). Prima del governo Berlusconi - sostiene Lucio Bianco, ex presidente del Consiglio Nazionale della Ricerca (Cnr) - la ricerca italiana era rispettata all'estero. Oggi rischiamo di essere tagliati fuori dell'Europa che conta, visto che il governo si è opposto alla costituzione del Consiglio europeo delle ricerche (Federico Ungaro, l'Unità, 10 febbraio 2006).

Invece, per il presidente attuale del Cnr, Fabio Pastella, siamo nel migliore dei mondi. Alle critiche e alle resistenze alla riforma del Cnr voluta dal ministro Moratti e in particolare a quelle indirizzate all'adozione di una struttura verticistica di tipo aziendale, Pastella risponde che è proprio quello che voleva: "La ricerca non vive di soli articoli da pubblicare sulle riviste scientifiche. Quando sono venuto qui, il Cnr andava bene come produzione scientifica, ma il suo impatto era basso. Credo invece che bisogna guardare di più il mercato e ai bisogni individuali e collettivi" e lancia un chiaro "messaggio nella bottiglia" a chi tra qualche mese governerà il paese e potrà mettere bocca sulla vita degli enti di ricerca italiani. Oggi, finalmente il nuovo Cnr è a regime e credo che ci si debba fermare qui, perché questo ente non potrebbe sopportare nuovi cambiamenti" (Sole 24 ore, 19 febbraio).
Siamo quindi avvisati. In Liguria sembra che il messaggio del presidente del Cnr sia stato raccolto ancor prima di essere lanciato. La bozza di legge-quadro su ricerca, innovazione, università e alta formazione preparata in Regione da Massimiliano Costa, sembra infatti all'insegna (c'era da scommettere) di una parola d'ordine: sinergia. Secondo Il Sole 24 ore (8 febbraio 2006) la legge "intende valorizzare ricerca e innovazione come principale motore della strategia di sviluppo ligure, scommette sull'universo accademico, come primo diffusore di conoscenze rispetto al mondo produttivo…Un programma che "va dagli incentivi per lo sviluppo di imprese high-tech e consorzi fra aziende con finalità di ricerca, all'organizzazione di eventi di comunicazione per dare risonanza ai risultati dei progetti". Compresi naturalmente parchi tecnologici, incubatori d'impresa, consorzi, imprese attivi nella ricerca, e chi più ne ha più ne metta. Silenzio, almeno pare, sulla ricerca di base.
Mentre l'Italia è spinta sempre più in giù nelle graduatorie internazionali sullo stato della ricerca, i fondi destinati alla ricerca scientifica, che continuano ad assottigliarsi, vengono distribuiti con criteri che tendono a penalizzare la ricerca di base. L'accento è messo sulla ricerca applicata nella speranza di fare quadrare i conti e di fare rapidamente ripartire i meccanismi dell'innovazione e della competitività. Si dimentica il valore strategico della ricerca di base, difficilmente riportabile a uno schema di ritorni di cassa sicuri e immediati e che il mondo moderno discende da Einstein, Pauli, Dirac, Haisenberg, Fermi, non da Bill Gates. Contro tutte le apparenze. Ma non importa: la parola d'ordine (o magica), sappiamo, è sinergia.
(Oscar Itzcovich)

Posted by OLI at 10:50 | Comments (0)

22 Febbraio 2006

Società - Il dialogo che non c’e’ tra giovani e politica

Scrive del deserto giovanile Vittorio Coletti su Repubblica-Il Lavoro del 14 febbraio.
Scrive della sua università frequentata da giovani che "sui treni parlano del loro gatto e sentenziano che tutto è nero e noioso, brutto e sporco, destra e sinistra sono ugualmente nefaste e meritevoli dello stesso scavolato disprezzo." Giovani che leggono il giornale sportivo o al massimo quello distribuito gratuitamente in strada. Ragazzi che di politica non si interessano più a parte quelli di lotta comunista ai quali "i loro coetanei riservano la stessa cortese considerazione prestata ai testimoni di Geova". Una schiera consistente di indifferenti in una società che cresce senza il loro apporto.

Sarebbe doveroso che i partiti "specie quelli di sinistra almeno provassero a ristabilire i contatti con il mondo giovanile cominciando ad interrogarsi sul suo silenzio", scrive Vittorio Coletti. I politici dovrebbero porsi delle domande sul loro tempo, frequentando le lezioni civiche che in questi giorni sono spazio di riflessione.
Si chiamano Akela, Chil, Bagheera i capi che nei gruppi scout cattolici e laici si occupano dei bambini. Uno di loro ha detto: "Cerchiamo di formare persone, cittadini". Piccole isole, con poche energie, esigue risorse e tantissima buona volontà. Poi ci sono i giovani che aderiscono al servizio civile: tengono compagnia agli anziani, si formano nelle istituzioni, seminano nella speranza di aggiungere tasselli per un curriculum del quale nessuno sa cosa fare. Erano giovani alle manifestazioni per la pace degli ultimi cinque anni, giovani quelli del G8 con i loro spazi di riflessione, con il loro legittimo desiderio di porre le questioni mondiali sotto una luce diversa. Giovani nei call center, con i contratti a tempo determinato. Sono giovani quelli che ti scivolano accanto con una bottiglia di birra in mano, quelli dei motorini che schizzano rapidi tra le auto, parcheggiano sui marciapiedi, negli occhi disgusto e rabbia, ma con un telefonino fighissimo e la griffe come id entità.
Troppa fretta ha Coletti nel sintetizzarli, troppo ingenuo il suo invito a una politica che è altro. Geneticamente modificata questa politica tutela gli interessi privati, svende il patrimonio collettivo, progetta parcheggi, riflette sul tessuto urbano. Architetta in grande. Ma è come una vecchia zia ricca che della vita può insegnare astuzie, equilibrismi, tattiche. Una zia appagata di potere. Incapace di guardare ai suoi nipoti. Li osserva da lontano, li rende visibili, inscatolati, solo in un manifesto elettorale per promettergli la libertà, che ora, con gli altri, non hanno.
Di chi è il disprezzo?
(Giulia Parodi)

Posted by OLI at 11:24 | Comments (0)

1 Febbraio 2006

Informazione – Quanta propaganda e quanta ricerca

“Sconto sulle tasse per favorire la ricerca”, così il Secolo XIX (27 gennaio) titola una nota del sottosegretario di Stato agli affari regionali Alberto Gagliardi (Fi). Con l’ultima finanziaria è stata introdotta una disposizione che incentiva le imprese a donare fondi per la ricerca.

Il meccanismo è molto semplice e Gagliardi non ha difficoltà a spiegarcelo: se una società con reddito 100 elargisce 20, il suo reddito imponibile diventerà 80. Poiché l’imposta sulle persone giuridiche è pari al 33%, la società pagherà 80 x 0,33 = 26,40 anziché 100 x 0,33 = 33,00, “con un risparmio di 6,60 punti percentuali”, conclude trionfalmente Gagliardi. Sarebbe stato ragionevole precisare che l’ipotetica società disporrà di un reddito netto pari 13,40 punti percentuali in meno (6,60 punti di risparmio di fronte a una donazione di 20) e che l’esempio scelto è del tutto singolare. Con i tempi che corrono sarà difficile trovare società tanto altruistiche da rinunciare a percentuali così significative delle loro entrate, anche perché in Italia la generosità delle imprese, misurata dal rapporto fra donazioni e reddito lordo delle imposte, è ben al di sotto del 1%. Ma per Gagliardi ciò non è un problema. L’obiettivo del provvedimento del governo, dice Gagliardi, è quello di arrivare a muovere risorse che si avvicinino al 3 per cento del prodotto interno lordo (Pil), come l’Europa chiede ai paesi dell’UE “per accelerare la strategia di Lisbona su innovazione e competitività”.
Gagliardi accusa l’opposizione di una sistematica attività di disinformazione: “lancia slogan privi di qualsiasi approfondimento riguardante i presunti tagli ai fondi di ricerca” e “alza cortine fumogene per impedire alla gente di conoscere come stanno le cose”. Fa parte dell’opposizione la Commissione Europea che nello European Innovation Scoreboard di gennaio 2006 (http://trendchart.cordis.lu) colloca l’Italia tra gli ultimi paesi della vecchia Unione a quindici per capacità di innovazione?
Fa bene Roberta Pinotti (deputato Ds) a ricordare “come stanno le cose”: grazie ai tagli agli investimenti pubblici in ricerca e sviluppo fatti da questo governo, il finanziamento pubblico della ricerca in Italia è attualmente di solo circa 6 miliardi di euro, pari al 0,6% del Pil (Secolo XIX, 30 gennaio). Tagli reali, non presunti. Pinotti segnala pure che la relazione tecnica del Tesoro prevede che la norma citata da Gagliardi potrà procurare nel migliore dei casi un gettito di 250 milioni di euro, ben lontani dei 4-5 miliardi di euro necessari per raggiungere almeno l’un percento del Pil (10-11 miliardi di euro) e per cominciare ad indirizzarci verso gli standard stabiliti a Lisbona (30 miliardi di euro). In altre parole, il provvedimento magnificato dal sottosegretario Gagliardi è al di fuori di ogni disegno coerente e efficace.
Un provvedimento, ancora una volta, sostanzialmente propagandistico. Chi fa disinformazione?
(Oscar Itzcovich)

Posted by OLI at 12:11 | Comments (0)

11 Gennaio 2006

Ricerca e sviluppo - Una lettera da Harvard su Leonardo agli Erzelli

Un lettore da Harvard ci scrive in risposta alla nota di OLI (n. 81) relativa alla cittadella della tecnologia in progetto agli Erzelli.

Scusi, io studio a Cambridge, MA, USA, dove per un monolocale pago 1000 dollari, ma pur di studiare ad Harvard le assicuro che li pago volentieri. Eppure sono genovese, braccino corto stando agli stereotipi.

D'altro canto prima ho studiato a Milano dove i prezzi erano doppi o giù di lì, rispetto a Genova, ma anche lì i prezzi erano un problema ma non il maggiore. Per il giovane di Stanford, come per tanti amici che hanno preso la via dell'estero (di me ho già detto troppo) il costo delle case non è proprio il problema centrale (anche perché un buon ricercatore é ben pagato), se i prezzi sono di mercato. Il problema più grosso per un ricercatore, specie se giovane e desideroso di fare la ricerca pura che si fa per lo più in università, sarà piuttosto che dovrà impelagarsi nella struttura universitaria pubblica dove una parte enorme delle sue energie sarà distolta dalla ricerca e indirizzata verso, come possiamo dire, la non tanto nobile esigenza di curare l'orto delle rela zioni accademiche (in gergo è molto volgare, lei capisce...). Detto questo, concordo che potranno esserci anche dei problemi di innalzamento dei prezzi per chi vive nei pressi e non è ricercatore, certamente un problema per alcuni, ma talvolta anche un vantaggio (se abitassi nei pressi per esempio non mi spiacerebbe che rinnovassero la zona e la mia casa acquisterebbe certamente valore). Ma questo è un altro problema. Se Leonardo fallirà sarà perché li dentro ci andranno le cariatidi della facoltà di ingegneria tra le quali certo ci sarà qualche buon ricercatore, ma la cui maggioranza ha da tempo esaurito la spinta e la vitalità necessarie per produrre buona ricerca. E il giovane ricercatore non verrà da oltreoceano per servire il barone di turno, magari con lo stipendio bassino dell'università. E così pure le imprese, non so che vantaggio avranno dallo stare appresso ad una università in fin di vita quale quella di casa nostra. Se, vado di fantasia, ci mettessero una filiale del MIT nelle torri di Leonardo, il progetto avrebbe successo sicurissimo, con o senza prezzi doppi e tripli!
Cordiali saluti
(Giovanni Ursino)

Sono completamente d'accordo con lei. Studiare, fare ricerca sul serio è talmente gratificante per chi ama lo studio e la ricerca che molti sacrifici non sembrano tali. Nella mia nota, mi riferivo tuttavia ad altro tipo di iniziative che molti giovani vorrebbe intraprendere: quelle imprenditoriali. Il progetto Leonardo agli Erzelli è presentato, tra altre cose, come un modo per favorire lo sviluppo di nuove imprese nel settore del hi-tech. Incubatrici di imprese, facilitazioni varie, finanziamenti, ecc. La parola magica è "sinergie". Dietro il progetto ci sono imprese di un certo spessore (prima di tutte l'Esaote), lo spostamento della Facoltà di Ingegneria, quello dell'IIT (che ancor prima di partire, già ha cambiato varie sedi) e grandi interessi immobiliari. Questi ultimi sono inevitabili e sono un bene finché sono funzionali al progetto. Se invece, nel complesso, favoriscono prevalentemente l'innalzamento speculativo delle rendite e la diffusione di un'edilizia purame nte residenziale in chiave anche esclusiva (collina, verde, mare) è lecito chiedersi dove va a finire l'essenza stessa del progetto Leonardo.
Trovo comunque il suo commento più che pertinente. E' giusto continuare a richiamare l'attenzione sui problemi che i giovani devono affrontare per studiare e lavorare adeguatamente. La "fuga dei cervelli" dall'Italia è un vecchio fenomeno che sta assumendo negli ultimi anni una dimensione sempre più allarmante.
(o.i.)

Posted by OLI at 09:59 | Comments (0)

14 Dicembre 2005

Innovazione e ricerca - Siamo tra Grecia e Botswana

Genova. Un seminario organizzato dalla Cgil Liguria su “Innovazione e ricerca in Liguria: prospettive e strumenti" (28 novembre) e un convegno di Assindustria su “Ricerca e innovazione, motori della competitività” (6 dicembre). Un solo tema a rime incrociate.

Al seminario della Cgil prevale un linguaggio piuttosto esoterico. Emergono “modelli regionali di innovazione”, “filiere delle conoscenze” e la necessità di individuare “settori strategici per lo sviluppo del territorio”. Per primi turismo e floricoltura, dove pare che sia decisivo l’intervento della robotica e delle biotecnologie per arginare la concorrenza estera. Occorre “spostare avanti le frontiere della conoscenza” in un’epoca dove il “prodotto si è smaterializzato”. E’ quindi benvenuta una riforma come quella universitaria orientata “prima a professionalizzare e poi ad approfondire”. Non è dato di sapere quale è l’oggetto. Chi, che cosa.
La parola cultura non viene pronunciata, se non per parlare di identità. C’è chi segnala il pericolo di indefinite iniziative pubbliche o private calate dall’alto. Affiora in più di un intervento il problema del precariato e della sua sostanziale incompatibilità con ogni serio progetto di ricerca. E un gelo pare attraversare la sala quando in un breve intervento, il rettore Bignardi afferma che “tra ricerca e innovazione, tra ricerca di base e ricerca applicata, l’accento deve essere messo sulla ricerca di base”. Una verità ormai sempre più offuscata che contrasta con la strategia dominante in cerca di ritorni di cassa immediati. Chi avrebbe finanziato le ricerche di Galvani sulla contrazione muscolare nella rana? Quale incubatore di imprese avrebbe mai potuto immaginare che le ricerche di Galvani avrebbero aperto dopo un secolo la strada all’era dell’elettricità, alla nostra era? E anche se avesse potuto immaginarlo, che utilità avrebbe attribuito a ritorni così lontani?
Al convegno di Assindustria si è più concreti. Il problema della competitività è posto al centro della discussione. P. Pistorio, vicepresidente della Confindustria, critica una Finanziaria dove “non c’è proprio niente per la ricerca e questo è grave perché aggrava i problemi di competitività dell’Italia” (Secolo XIX, 7 dicembre). In Italia, il rapporto tra imprese e innovazione continua a peggiorare. Il Global Competitiveness Report 205-2006 del World Economic Forum colloca l’Italia al 47esimo posto tra 117 paesi classificati (Corriere Mercantile, 6 dicembre e http://www.weforum.org/). Tanto per intenderci, dopo Giordania e Grecia e subito prima del Botswana. Per capire il perché della nostra remota collocazione, bisogna sapere che all’indice del World Economic Forum contribuiscono componenti macroeconomiche e istituzionali. Quella macroeconomica misura il fatto che in Europa l’Italia è uno dei paesi che meno investe nel settore della ricerca. Quella istituzionale misura l’indipendenza del sistema giudiziario da influenze politiche, la chiarezza con cui la legge garantisce lo svolgimento delle attività finanziarie, la neutralità del governo nella aggiudicazione degli appalti pubblici e la diffusione della criminalità organizzata nelle diverse attività economiche, comprese quelle del settore pubblico.

Due incontri molto diversi e un solo tema sono anche il segnale della preoccupazione che percorre università e industria, enti pubblici e privati sul destino della ricerca in un paese che a meno di cambiare decisamente rotta si avvia inevitabilmente al declino.
Oscar Itzcovich

Posted by OLI at 12:41 | Comments (0)

7 Dicembre 2005

Erzelli - Technology Village comincia dalle torri

AAA Erzelli garage cercasi. A due giovani ingegneri elettronici appena laureatisi con 110 e lode sconsiglio vivamente di mettere questo annuncio per far fruttare il loro talento. Vorrei ricordargli che William Hewlett e David Packard, fondatori della mitica HP nel 1939, all’inizio della loro avventura nel settore high tech, scelsero a Palo Alto il piccolo garage situato sul retro della casa dove uno di loro abitava con la moglie, perché quel “buco” non costava niente. La stessa casa era stata scelta per il suo basso affitto, pare 45 dollari al mese.

L’HP progredì rapidamente perché avevano sì buone idee, ma soprattutto perché i costi di esercizio erano minimi e perché intorno c’era già un forte tessuto istituzionale (la celebre università di Stanford, l’industria aeronavale alla vigilia della seconda guerra mondiale e anche quella dei media, rappresentata allora quasi esclusivamente dalla californiana Hollywood). Non è casuale che il primo prodotto dell’HP, un oscillatore audio di precisione, servì a Walt Disney nel 1940 per migliorare la sonorizzazione di Fantasia, il primo film a sfruttare la stereofonia nei cartoni animati. Alcuni decenni dopo il vecchio garage sarebbe stato dichiarato monumento nazionale e Palo Alto uno dei tanti luoghi che costellano la favolosa Silicon Valley.

Da noi, si parte non dal garage, ma dal tetto, o meglio dalle torri. Alta tecnologia zeneize. Con l’acquisto di una vasta area sugli Erzelli di proprietà di Aldo Spinelli, un’idea di Carlo Castellano, la firma di Renzo Piano, l’insediamento della Facoltà di Ingegneria e il finanziamento di un consorzio di banche e di aziende pubbliche e private si costruisce Leonardo, il Technology Village. Costo in partenza, 600 milioni di euro. Un grande affare in un’epoca di grandi affari immobiliari. Ma l’idea ha un ampio respiro. “Una città nella città che vivrà di high tech, di ricerca, di industria, ma anche di servizi. Lì, in quella grande spianata di più di trenta ettari liberata dai container, la gente dovrà anche vivere, camminare nel grande parco e muoversi fra negozi e ristoranti. L'esperienza straniera, Sophia Antipolis, Boston, Cambridge, Silicon Valley - spiegava Carlo Castellano sulla Repubblica (10 marzo 2005 ) - dimostra che le imprese tecnologiche si sviluppano dove esiste una possibilità di forti sinergie fra imprese, centri di ricerca pubblici e privati e strutture di formazione universitaria. La mensa, il bar, gli spazi verdi, i luoghi di ricreazione, la stessa presenza di abitazioni e residence costituiscono un unicum, il vero fattore vincente per la vitalità del campus tecnologico”.

La Conferenza dei servizi del Comune di Genova ha appena approvato il piano, ma con un vincolo preciso: il 70% dei volumi da costruire saranno riservati al Polo Tecnologico, nel 30% restante – servizi e connettivo urbano – dovranno anche esserci le case. E’ un via libera alle costruzioni immobiliari come primo elemento di “rianimazione” della collina che in parte contrasta la richiesta dei promotori (high tech 51% e il resto al 49) (Repubblica, 4 dicembre).

Oggi nessun giovane di Stanford si sognerebbe di cominciare la sua carriera imprenditoriale nella Silicon Valley. I prezzi immobiliari a metro quadro nella Silicon Valley sono al livello di Manhattan. Quali saranno quelli del Technology Village? Astronomici, c’è da scommettere.
(Oscar Itzcovich)

village2.jpg

Posted by OLI at 13:09 | Comments (1)

1 Dicembre 2005

Humpty Dumpty - Universita’–precariato destino segnato?

L'inaugurazione di Humpty Dumpty, spazio universitario autogestito in via delle Fontane, inizia alle 9.30 circa del 23 Novembre. La mattinata è gelida, ma entrando nell'HD non si ha freddo, sarà la musica reggae, la gente oppure il calore dell'ambiente.

Pareti ocra, soffitto bordeaux, colori marcati, alla sinistra il banco del bar autogestito ("Caffè a 30 centesimi, panino e birra ad un euro, per la torta offerta libera"), mentre un arco porta alla seconda stanza, la sede della copisteria, dove una quindicina di ragazzi sono intenti a leggere i giornali. Due quindi gli impegni pratici del nuovo locale del collettivo universitario HD: sopperire alla mancanza di una mensa nelle vicinanze ed opporsi al caro libri (nessun copyright e nessun limite alle pagine fotocopiate).
I principi a cui il movimento si ispira si leggono nei fogli che circolano tra i ragazzi: "Qui ed ora nasce un'università altra che rivendica spazi, cultura, tempo. Un'università con spazi di socialità dove gli studenti sono soggetti attivi, produttori in prima persona di saperi e non solo utenti. Un'università gratuita, perché non siamo una spesa, siamo un investimento per il futuro". Torna spesso il richiamo al precariato: "Il precariato sociale è un nuovo soggetto politico composto da milioni di donne e di uomini che in Italia e in Europa lavorano a futuro indeterminato e a salario incerto, che sgobbano di notte e di giorno, di sabato e di domenica pure, che non possiedono vita nè affetti ormai dati interamente in pegno alle imprese in cambio di assenza di protezioni sociali...". E tra gli altri stampati, un questionario per conoscere gli avventori dell'HD:"A che anno sei? Lavori? Sei in affitto? Chi lo paga? A cosa affidi il tuo futuro, al tuo talento, alla fatina dei den ti, al governo di centrosinistra oppure al movimento studentesco?" Tra i presenti, i ragazzi, universitari tra i 18 e i 22, 24 anni. Nessun ricercatore, nessun dottorando a protestare contro la Moratti. Che tanti anni di precariato alle spalle rinverdiscano le speranze nella fatina dei denti?
(Eleana Marullo)

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23 Novembre 2005

Genova-Milano - Per la Moratti sindaco l’Iit come dote?

L'Istituto italiano di tecnologia (Iit) è come l'oscuro oggetto del desiderio di Buñuel. E come tutti gli oggetti misteriosi, fin dai primi giorni della sua creazione da parte dall'asse Bossi-Tremonti, continua a riempire le pagine della cronaca cittadina.
La creatura nasceva con la legge finanziaria per il 2003 senza il minimo coinvolgimento della comunità scientifica, perché secondo gli ideatori - si trattava di costruire una struttura nuova, snella, efficiente. Non appesantita dalle regole della burocrazia anche accademica.

A quasi due anni dal suo concepimento alcuni hanno osservato che il centrosinistra è stato maldestro nel disconoscere il merito di Biasotti nell'indicare Genova come una delle sedi del nascente istituto. Al punto da rischiare di vedersi portare via l'Iit a favore di Milano come nuova sede. Abbandonata la sede di Quarto, "è stato trovato uno spazio ai Magazzini del Cotone, poi a Morego, con l'obbiettivo di trasferire tutto l'Iit agli Erzelli. Scelte volute fortissimamente dal centrosinistra, che avrà i suoi buoni motivi e interessi per cambiare quanto già deciso da Biasotti. Ma che adesso finiscono per lasciare nella massima incertezza tutta l'operazione". Così ha scritto D. Pistachi (il Giornale, 20 novembre) aggiungendo "che la voglia matta di Burlando di portare tutto agli Erzelli, la collina più ambita della città, significa puntare al consolidamento del progetto di Carlo Castellano, che è anche il numero uno di Esaote".
A questo si sommano inquietanti inadempienze del governo: dal 1° ottobre, tutti gli organi dell'Iit sono scaduti e sono anche già trascorsi i 45 giorni di prorogatio previsti dalla legge. L'Iit è acefalo. L'imminente candidatura della Moratti a sindaco di Milano ha fatto pensare a uno "scippo" a favore di questa città; un asse fra il ministro Moratti, il presidente di Assolombarda (Diana Bracco, della "Bracco" che sta vendendol'Esaote) e il Politecnico di Milano per portarsi via le nanotecnologie e le neuroscienze. A Genova resterebbe solo la robotica. Uno "spezzatino". "Un Mit in salsa tricolore, il cui blocco ha già provocato una pessima figura con il mondo scientifico internazionale, congelando il bando per la scelta dei primi 20 ricercatori" (L. Leone, Il Secolo XIX, 19 novembre).
Ora. la Moratti smentisce: "L'Iit è un fiore all'occhiello di Genova e lì resterà". Metafora non rassicurante non appena si rammenti che il logo dell'Iit è proprio un fiore, il dente di leone, detto anche soffione perché rilascia con estrema facilità i suoi semi al vento. Il regalo di Bossi e Tremonti alla Liguria di Biasotti per aiutarlo nelle elezioni regionali non ha dato i frutti sperati? Forse c'è chi, pensando al soffione, spera che possa darli altrove. La Moratti, che non è ministro delle infrastrutture e dei trasporti, non può portare in dote sul Naviglio il ponte sullo stretto. Ma qualcosa dell'Iit, sì. Ricordiamo che ancora manca la nomina dei primi e importantissimi tre componenti del Consiglio Direttivo dell'Iit, che avranno anche il potere di scegliere liberamente gli altri dodici membri.
(Oscar Itzcovich)


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16 Novembre 2005

Alice nell’Università - L’uso e l’abuso delle parole

La cronaca cittadina (Il Secolo XIX, 11 novembre e la Repubblica- Il Lavoro, 12 novembre): armati da cazzuole e carichi di cemento, sabbia, stucco e pittura un gruppo di studenti ha occupato due locali dell'Università - chiusi dal 1991- in via delle Fontane. Il gruppo si è dato un nome: "Humpty Dumpty".

E' lo stesso dell' uovo parlante di Alice nel paese delle maraviglie. Che stava "seduto a gambe incrociate come un turco sopra un muretto alto, così stretto che Alice non capiva come facesse a stare in equilibrio". Un simbolo della precarietà e quindi della loro condizione. E per uscirne il primo passo era il ritrovamento di uno spazio. Come ha detto uno studente "Non c'è un luogo dove vederci senza spendere soldi, eppure l'università la paghiamo tutti". Per questo hanno scelto di crearlo; aperto a tutti. Per discutere dell' "l'incapacità dell'Ateneo di fornire risposte in termini di cultura, servizi e spazi, per protestare contro la riforma Moratti" - "l'ennesimo passo verso l'aziendalizzazione e la privatizzazione dell'istruzione italiana". Poi c'è la mensa troppo costosa, la dilatazione degli effetti delle leggi sul copyright che comporta spese sempre più pesanti a loro carico e, specialmente, la preparazione dello sciopero nazionale del 25 novembre.
Anche il ministro Pisanu ha detto che si sta preparando per quella data. A modo suo, si capisce.
L'8 novembre alla Camera, a proposito dei "disordini" scoppiati a Roma il 25 ottobre durante la manifestazione contro la riforma dell'ordinamento giuridico dei docenti universitari, ha detto: Si fa sempre più marcato "il tentativo delle frange estreme dell'universo antagonista di esasperare ogni forma di protesta per deviarla dall'alveo democratico e condurla allo scontro violento". Affermazioni gravissime - ignorate da quasi tutta la stampa - che (lo ha osservato Furio Colombo, l'Unità, 13 novembre) associano indistintamente le decine di migliaia di studenti e docenti uniti nella protesta.
"Oggi - ha detto Pisanu - in Italia le insidie maggiori alla sicurezza e all´ordine pubblico non vengono dalle periferie urbane degradate, ma dal terrorismo, dalla criminalità organizzata, dall´eversione interna, dall´immigrazione clandestina e dall'illegalità diffusa".


"Quando io uso una parola" disse Humpty Dumpty con un certo sdegno "quella significa ciò che io voglio che significhi - né più né meno".
"La questione è" disse Alice, "se lei può costringere le parole a significare così tante cose diverse".
"La questione è" replicò Humpty Dumpty, "chi è che comanda - ecco tutto".

(Oscar Itzcovich)

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26 Ottobre 2005

Università - La nuova generazione ha i capelli grigi

Molti ricordano la drammatica seduta congiunta del Consiglio di amministrazione e del Senato dell'Università in cui si denunciava il crack che emergeva dai dati di bilancio, un buco di 15 milioni di euro (la Repubblica - Il Lavoro, 24 novembre 2004). In meno di un anno la situazione pare ora decisamente cambiata. E tutto grazie a un contributo ministeriale di 750.000 euro, che forse può servire per distrarre qualcuno dalla appena approvata legge Moratti sull'università, meglio definita come "una confusa accozzaglia di norme contraddittorie e inapplicabili" (F. Donzelli, www.lavoce.info, 24 ottobre 2005).

Tuttavia, e ciò ha causato polemiche in alcuni settori dell'Università, il contributo speciale richiesto a suo tempo per sopperire almeno parzialmente alle sofferenze provocate dalla mancanza assoluta di fondi per la ricerca, per il funzionamento ordinario delle strutture e per i sistemi informatici e bibliotecari dell'Ateneo, sarà invece impiegato quasi interamente nella sistemazione del personale docente.
"Parte dopo molti anni una operazione di ricambio generazionale". "All'Università si cambia. Assunti 200 nuovi docenti". Così riporta la notizia l'edizione locale di "la Repubblica" del 16 ottobre. Presente profetico perché la delibera è stata fatta una settimana dopo, il 25 ottobre. Un'evidente esagerazione perché la maggior parte di questi professori non sono affatto nuovi. Sono ricercatori che diventeranno professori associati e associati che diventeranno professori ordinari perché risultati idonei in concorsi conclusi anni fa. Quindi, un provvedimento che riguarda professori in servizio che sono in attesa di essere assunti con la nuova qualifica. Progressione di carriera. Un atto dovuto, ma solo in prospettiva, perché le assunzioni potevano essere dilazionate nel tempo. Le vere e proprie nuove immissioni di ricercatori riguardano invece solo una piccola quota, che sarebbe stato bene far conoscere.
In mancanza di questi dati, sorprende che il Rettore Bignardi presenti alla opinione pubblica questo provvedimento come "l'avvio di una nuova progettualità, che trova nell'esigenza del ricambio generazionale il suo obiettivo prioritario". Per l'Università di Genova, "una delle più vecchie di Italia per età dei docenti", l'abbassamento dell'età media provocato dalle nuove immissioni difficilmente sarà significativo. E finché questo governo con le sue finanziarie continuerà a bloccare il reclutamento di nuove leve, l'età media complessiva dei docenti tenderà fatalmente a crescere. Per lo stesso motivo, il rapporto tra ricercatori e professori (ordinari e associati) continuerà a diminuire. Insomma, la verità è che l'università continua ad invecchiare, che ci sono proporzionalmente sempre meno ricercatori. Altro che ricambio generazionale!
Rispetto alla qualità delle nuove immissioni, il Rettore ha invitato le Facoltà ad attuare le selezioni interne, in previsione delle nomine, con estremo rigore. Un invito al limite dell'ingenuità poiché le Facoltà non sono organi terzi, in grado di valutare serenamente il collega con cui si condivide quotidianamente il lavoro. Il rigore, tanto più se estremo, raramente è stato applicato al momento delle chiamate degli idonei, fatte invece spesso in ossequio della solita logica corporativa di sistemare prima i docenti locali e al di fuori di ogni pur minima e coerente programmazione.
(Oscar Itzcovich)

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20 Ottobre 2005

Iit - Il fiore all’occhiello si è un po’ appassito

Istituto Italiano di Tecnologie (Iit) paralizzato, trasferimento a Morego congelato. Roberta Pinotti pronta a presentare un'interrogazione in Parlamento: "Non so cosa stia succedendo, ma voglio sapere come mai in questo momento l'Iit è nell'impossibilità di muoversi (la Repubblica- Il Lavoro, 11 ottobre).

Vari sono i problemi che lo travagliano.
Prima di cominciare ha cambiato già tre sedi: scartata quella iniziale di Quarto perché inadatta, quella successiva dei Magazzini del Cotone (definita "tipica toppa"), sembrava si fosse arrivati finalmente all'individuazione della sede di Morego, a Genova Bolzaneto. Roberto Cingolani, il direttore scientifico dell'Iit, dopo l'ultimo sopralluogo fatto a metà di settembre, si era dichiarato entusiasta. Tutti i test effettuati sulla congruità del sito con attività di ricerca scientifica nel campo delle nanotecnologie, delle neuroscienze e della robotica avevano dato risultati positivi. Solo eccentrico pareva lo scetticismo di alcuni esponenti della Cdl estranei al progetto: "Non ci sembra adatto per attirare cervelli dall'estero. Più che l'edificio, ci sembra inadeguato il contesto urbano circostante". (Il Secolo XIX, 27 settembre).
La scelta dei candidati alla direzione dei laboratori di ricerca, un compito lungo e complesso, si è conclusa a metà settembre. Di 155 candidati ne sono rimasti 23. Secondo Cingolani, una decina di questi è addirittura a livello di Nobel (Corriere mercantile, 19 settembre). Senonché a fine settembre, come era del resto previsto, Cingolani è scaduto dal suo incarico e non si sa se sarà riconfermato. E' anche scaduta la fase di gestione commissariale che era stata affidata all'ex Ragioniere dello stato Vittorio Grilli. Non è stata fatta, come il governo invece doveva, la nomina dei primi tre componenti del Consiglio necessari alla gestione ordinaria della Fondazione Iit. Quindi, dal 1° ottobre, l'Iit è acefalo.
"Voci romane dicono che l'impasse potrebbe essere l'ennesimo aspetto del disaccordo tra il Ministro dell'Economia e il Ministro della Ricerca scientifica sulla gestione dell'Iit" (la Repubblica, 11 ottobre). Ma qualcuno riconduce la questione, non tanto a un improbabile braccio di ferro tra Letizia Moratti e Tremonti, ma a un intreccio di questioni finanziarie e di visibilità politica del centrodestra.
Infatti, in questi ultimi due anni sono stati impegnati solo 7 milioni di euro dei 150 promessi (50 nel 2004 e 100 nel 2005) per sostenere la ricerca e l'effettiva operatività dell'Iit. Inoltre, sembra che quell'Iit pensato da Bossi e Tremonti per la Liguria di Biasotti non vada tanto bene nella Liguria del centrosinistra e, di conseguenza, la tante volte dichiarata intenzione di questo governo di dare priorità alla ricerca e allo sviluppo tecnologico si sia notevolmente ridimensionata. Se così fosse, la diffidenza di tanti ricercatori che lavorano all'estero (italiani e stranieri) ad avvicinarsi a una struttura che pareva nata sotto il segno di interessi politici contingenti, troverebbe purtroppo conferma.
Bene ha fatto quindi Burlando ad annullare la cerimonia di inaugurazione della nuova sede dell'IIT a Morego (la Repubblica, 13 ottobre, Gio. M.). Sembra che il decollo dell'IIT, quello che dovrà essere il fiore all'occhiello della ricerca tecnologica italiana, abbia ancora davanti un iter tormentato.
(Oscar Itzcovich)

Posted by Admin at 09:18 | Comments (0)

29 Giugno 2005

Università e Ricerca. Che succede all'IIT?

L’Università di Genova in collaborazione con l’IIT ha appena pubblicato un bando di concorso per l’ammissione alla Scuola di Dottorato di Ricerca in Tecnologie Umanoidi. Dalle dieci borse di studio triennale, 6 posti sono destinati a candidati residenti in Italia e 4 a non residenti in Italia.

L’Istituto italiano di tecnologia (Iit) nasce il 24 novembre 2003 con uno stanziamento di 50 milioni di euro per l’anno 2004 e di 100 milioni di euro per ciascuno dei dieci anni successivi. La fase di start-up delle attività è stabilita in un massimo di ventiquattro mesi e sta quindi per concludersi. Prima della sua istituzione, l’Iit aveva suscitato dibattiti e polemiche.
A quasi due anni dalla sua istituzione, non se ne parla più.
L’Iit dovrebbe privilegiare aree di ricerca di frontiera: bio-tecnologie, scienze neurali, automazione e robotica... Il sito (www.iit.it) è molto avaro di notizie. Contiene solo qualche documento sugli obiettivi dell’Istituto, ma nessun riscontro sulle attività concretamente avviate. Le uniche notizie riguardano l’attivazione di alcune borse di studio per dottorati da usufruirsi presso altre sedi (università di Genova, Pisa, Milano). Il forum di discussione è desolatamente vuoto.

Rivolgiamo allora noi alcune domande al commissario unico, Vittorio Grilli, e al direttore scientifico, Roberto Cingolani..
1. Quanto ha speso l’Iit nel 2004 rispetto ai fondi stanziati? Quanto prevede di spendere nel 2005?
2. Quali sono le principali voci di spesa ?
3. Oltre ai fondi pubblici, l’Iit ha partecipato a bandi di ricerca su fondi europei o ha conseguito entrate da convenzioni con imprese o altri enti privati ?
4. Quale quota del bilancio dell’Iit verrà impiegata per finanziare scuole di dottorato, laboratori e progetti di ricerca presso sedi esterne ?
5. Con quali criteri sono state selezionate le università di Milano, Genova, Pisa per l’attivazione delle borse di dottorato?
6. Esiste un bando pubblico o una procedura di selezione a cui le università e i centri di ricerca possono fare riferimento per accedere ai fondi dell’Iit?
7. Oltre ai dottorati, l’Iit finanzia o ha intenzione di finanziare progetti di ricerca, contratti o borse di studio presso altre università o centri di ricerca?
8. A che punto è la ristrutturazione dei laboratori e delle strutture per la ricerca previste a Genova?
9. Quanti saranno, a regime, i ricercatori che lavoreranno presso l’Iit? Quando entreranno in servizio? Quali forme contrattuali verranno utilizzate?
10. Quando saranno assunti i tre direttori delle aree di ricerca di cui vi è notizia nella pagina web?
Daniele Checchi e Tullio Jappelli
(il testo integrale e' disponibile sul sito www.lavoce.info)

Posted by OLI1 at 12:26 | Comments (0)

16 Giugno 2005

Scuola Tg. Se il ritmo frenetico nasconde il vuoto

“Quest’anno lo facciamo noi”: così gli studenti del Majorana, dopo aver sezionato spot e programmi TV, dopo aver indagato sui gusti televisivi di ragazzi e genitori, si sono cimentati con scalette, notizie e ritmi, realizzando, dai titoli di testa ai servizi, un TG.
Noi “grandi” abbiamo scoperto che analizzare gli strumenti del comunicare, apprendere l’”abc” del nesso significante-significato nell’uso dell’immagine, sono armi rivoluzionarie per combattere Golia e la sua fabbrica del consenso.

La vicenda del giudice Sansa (intervistato dai ragazzi), la probabile costruzione di un centro di primaria accoglienza in Val Bisagno, la situazione delle strade, i gusti dei giovani in fatto d’abbigliamento, sono alcune delle notizie “trasmesse”.
I giornalisti presenti all’incontro del 27 maggio (Pastanella, del TG5 e Cerboncini, di RAI3) si sono congratulati con i giovani giornalisti anche se, per gli “addetti ai lavori”, il ritmo del TG Majorana è apparso “fuori regola”: servizi troppo lunghi, con troppo parlato e qualche tempo “morto”.
Se per Pastanella “la TV non è più il focolare domestico intorno al quale si riuniva la famiglia”, ma “un elettrodomestico, che rimane acceso per 15 ore; per questo bisogna essere veloci nella comunicazione e attrarre l’attenzione di un pubblico distratto”, il professor Nizzoli, dell’Osservatorio di Pavia (che da anni collabora con i docenti dell’Istituto), ha posto l’accento sulla specificità di alcuni palinsesti delle reti Mediaset: con un target giovanile che, a suo dire, giustificano l’esasperazione del ritmo, la fascinazione per l’input, più che per l’approfondimento.
Il professor Siliato, docente di Scienza della comunicazione a Milano, in controtendenza, dopo l’elogio per i tempi dilatati (a suo dire funzionali alla buona comprensione ed analisi della notizia), ha dichiarato: “Avete fatto un buon lavoro, facendo un brutto telegiornale. Avete analizzato i TG oggi visibili sulle reti italiane, ma lì non c’è un buon telegiornale”. E ha lanciato una sfida, per il lavoro sui media del prossimo anno: passare dalla ripetizione di clichè consolidati alla ricerca di modelli alternativi, liberandosi della “lezione” dei “maestri” (soprattutto se “cattivi”).
Giusto per proseguire il cammino rivoluzionario…
(Tania Del Sordo)

Posted by OLI2 at 01:03 | Comments (0)

12 Maggio 2005

Università/1. Tutto il marcio è solo a Bari?

Qualcuno si ricorda dell'inchiesta condotta da "Repubblica" sull'Università di Bari? Clientelismi, giochi di parentela, prove di concorso truccate, corruzione erano raccontate in una sequenza imbarazzante tanto da far pensare che al peggio davvero non c'è limite. Ma - si dice per consolarsi - è il Sud, da noi invece...Invece in seguito all'articolo la posta dei lettori dello stesso giornale riportava casi altrettanto imbarazzanti di università ben lontane dal Meridione. E noi? A Genova? Tutto a posto? O tutto nella norma?

Davvero non si sa cosa pensare dato che nessuno delle centinaia di professori di ogni tipo della nostra università ha sentito il bisogno di scrivere o il suo scandalo per ciò che abbiamo saputo avvenire altrove, o il compiacimento per come vanno le cose a casa nostra, o ancora il suo disagio per dover riconoscere che anche da noi... forse... a volte... Invece niente. Solo silenzio. Eppure qualche cosa avrebbero sicuramente da dire. Così almeno si dovrebbe dedurre dalla lettera indirizzata (11 aprile 2005) al Rettore e al Preside della locale Facoltà di Lettere e Filosofia da due docenti appartenenti alla stessa facoltà.
Non è tanto la crisi finanziaria dell'Università a preoccuparci - scrivono i due - quanto il disinteresse con cui quotidianamente viene dilapidato "il patrimonio di credibilità" sopravvissuto finora anche ai guasti economici. "Decisioni improvvide come le nuove norme che devono regolare la carriera dei ricercatori", sommate a "discutibili criteri di ripartizione e di gestione delle poche risorse destinate ai giovani meritevoli dello steso ruolo di ricercatori", hanno prodotto le zone di oscurità all'interno delle quali si è affermata la discutibile "gestione concorsuale" da cui i firmatari hanno tratto spunto per alzare la loro protesta. Ci sarà una risposta? E i colleghi della loro Facoltà e quelli delle molte altre esistenti in città non hanno nulla da riferire?
(Manlio Calegari)

Posted by OLI2 at 09:53 | Comments (0)

Università/2. Un crack protetto da troppi silenzi

Di quale considerazione gode a Genova l'opinione pubblica? Per rispondere alla domanda, da qualche mese sta lavorando a Genova - nell'ambito di un programma di ricerca europeo relativo a varie città capoluogo regionale - un gruppo di ricercatori in prevalenza stranieri. Sarà interessante confrontare i loro risultati con l'esperienza quotidiana che del problema fanno i cittadini.

Prendiamo ad esempio il recente intervento (6 marzo) pubblicato su La Repubblica-Il Lavoro del prof. Vittorio Coletti. Professore stimato, noto per la sua autonomia e l'attenzione che rivolge all'università di cui fa parte, Coletti ha scritto: attenzione, l'Università sta fallendo. E per essere sicuro di non essere frainteso precisa che non si riferisce al ben noto "generale disastro del pianeta università comune in tutta Italia", ma proprio all'Università di Genova, una delle più grandi aziende della città e della Regione.
I segni rivelatori ci sono tutti, a cominciare dal fatto che l'Università non riesce a pagare a tempo un incremento Istat del 1,35% dovuto ai dipendenti, non è in grado di assumere i vincitori dei concorsi che ha bandito, non assicura le più normali manutenzioni, non finanzia pubblicazioni, non dispone di fondi a favore della ricerca, è strozzata da un rosso di bilancio da far impallidire e così via. Certo, aggiunge Coletti, sarebbe opportuno sapere come e perché si è formata questa voragine, perché il Consiglio di amministrazione non ha mai lanciato alcun allarme, perché...
Già, domanda il lettore colpito dalle affermazioni del prof. Coletti, perché nessuno ha parlato? Eppure nel Consiglio di amminsitrazione siedono tra l'altro anche i rappresentanti delle categorie, i sindacati, la società civile(?)... E' vero ad esempio che l'Università ha condotto sino ad oggi una politica edilizia di acquisti discutibili o addirittura dissennati? E ispirata da chi? La lettera del prof. Coletti, pubblicata prima delle elezioni regionali, auspicava che gli Enti locali coinvolti e il futuro presidente della Regione guardassero all'università con più attenzione e "voglia di occuparsene". La lettera non ha ricevuto risposta. Nessuno dentro o fuori gli organi di governo universitari ha sentito la necessità di rispondere agli interrogativi posti dal prof. Coletti. Se ne deve concludere che a Genova chi governa dell'opinione pubblica si cura poco?
(Manlio Calegari)

Posted by OLI2 at 09:51 | Comments (0)

22 Aprile 2005

Sponsor/1. Il banco a scuola insegna l'arte

L'articolo, "Educazione ai beni culturali firmata Philippe Daverio" - su 4 colonne con due foto - compare su Repubblica Il Lavoro del 10 marzo. Più di un articolo è la promozione di un evento. L'evento infatti dovrà svolgersi da lì a una settimana (tra 16-18 marzo), ma l'articolo lo decanta egualmente:"corso di formazione davvero raro", "i più illustri operatori", "eccellenza" e così via. Data per ovvia la fama dei principali protagonisti: Philippe Daverio "ex assessore alla cultura del comune di Milano" e Massimo Negri "direttore dell'European Museum Forum".

Daverio, che è stato assessore della giunta (leghista!) di Milano, sembra che abbia un buon share durante le sue apparizioni televisive. Ma Negri? L'European Museum Forum è - ma i giornalisti visitano i siti? - una scatola vuota, comunque meno importante della Kriterion Consulting, la "società di consulenza in ambito museale e archeologia industriale" di cui Negri è impresario e a cui si dice debba la sua "popolarità". Per il resto Negri è membro del comitato scientifico del Museo dell'industria e del lavoro di Brescia (che però non c'è ancora), del Museo del bambino e del giocattolo di Milano e del Comitato direttivo della galleria del Credito valtellinese "Refettorio delle Stelline" di Milano.
Perché allora tanta enfasi? E perché all'apertura e ai lavori del Corso sono presenti alla grande assessori comunali, il direttore regionale per i beni culturali, vari ispettori e sovrintendenti? Per almeno due motivi di cui si tornerà a parlare molto nei prossimi mesi. Il primo è che per riuscire a tenere aperti i musei bisogna vendere molti bliglietti. E siccome i musei genovesi sono frequentati quasi esclusivamente da stranieri, l'Amministrazione comunale ha pensato che l'unico salvataggio possibile sia portarci le scolaresche e che per questo sia necessario formare e sensibilizzare adeguatamente gli insegnanti, principale tramite tra il museo e la scuola.
Il secondo motivo è che il corso è sponsorizzato dalla "Fondazione per la scuola della Compagnia di San Paolo", e da "Janua", cioè di nuovo dal Banco San Paolo. Il progetto "Janua" concepito in previsione del 2004 dalla Fondazione insieme al Comune di Genova, è diretto alle scuole dell'area genovese "per favorire la conoscenza e la valorizzazione del ricco patrimonio culturale della città". "Per arricchire l'offerta formativa affinché scuole e musei siano vissuti come punti di riferimento e di aggregazione, nel processo di maturazione della personalità proprio dell'età adolescenziale". E' bello che una banca decida di destinare un po' delle proprie risorse ad una causa nobile. E se la Fondazione San Paolo vuole tagliare un po' d'erba sotto i piedi della concorrente Fondazione Carige l'amministrazione comunale non potrà che trarne vantaggio. Ma chi guiderà il gioco? Chi sceglierà i "pacchetti formativi", i personaggi, le istituzioni di riferimento? La Fondazione?
(Manlio Calegari)

Posted by OLI2 at 01:18 | Comments (0)

Sponsor/2. All'autonomia didattica ci pensa San Paolo

Perché il Banco San Paolo di Torino decide di dar vita alla "Fondazione per la scuola della Compagnia di san Paolo" (http://www.compagnia.torino.it e http://www.fondazionescuola.it)? Perché è stato sollecitato dalle "novità nell'impianto organizzativo degli istituti conseguenti al mutato quadro giuridico, attraverso un'analisi delle modalità di progettazione, erogazione e gestione dell'offerta formativa e del servizio scolastico rilevate presso le scuole autonome".

Che tradotto vuol dire: San Paolo si sta preparando a rispondere all'autonomia scolastica e ai problemi dell'offerta formativa. Come?
Ad esempio analizzando "nello specifico le attività gestionali, contabili, amministrative delle scuole autonome, oggetto di un'indagine che ha esaminato le particolari esigenze organizzative sorte in conseguenza alla riforma". Per questo la Fondazione - diretta dal prof. Lorenzo Caselli, personalità di rilievo scientifico (a Genova diresse l'ILRES) - ha avviato "il Progetto Qualità, intervento di ricerca-azione che intende favorire nel territorio ligure la nascita di una rete di scuole impegnate nel miglioramento della propria azione educativa". In questa direzione "si inseriscono anche gli approfondimenti curati, nell'ambito di una collaborazione con l'Associazione TreeLLLe, sui differenti profili dell'autonomia". Per la cronaca: l’“Associazione TreeLLLe - per una società dell'apprendimento continuo” è presieduta dal genovese Attilio Oliva, ex responsabile degli industriali genovesi e attualmente responsabile di Confindustria per i rapporti con le istituzioni europee nel settore dell'Education e membro del Consiglio generale della Compagnia di San Paolo. Appunto.
(Manlio Calegari)

Posted by OLI2 at 01:16 | Comments (0)

13 Aprile 2005

Scuola. Schedati a 7 anni per il portfolio

Era calato negli ultimi mesi un tiepido silenzio fuori dalla scuola. Le iniziative, non firmare le pagelle dei bambini, procedure di iscrizione alla prima elementare che tutelassero i programmi esistenti prima della Moratti, erano scivolate nell’indifferenza dei più, maggiormente preoccupati per le troppe chiusure – ponte di Pasqua con week end elettorale (due settimane di sospensione didattica) – o per l’inaspettata nevicata.

Era tutto a posto. Nessun genitore occupava piazze costringendo politici svogliati a presenze stanche. Nemmeno il candidato alla Regione doveva preoccuparsi della scuola. Tutto a posto.
Ma recentemente alcuni genitori si accorgono che a partire dal 13 aprile i bambini di seconda e quarta elementare saranno sottoposti a test attitudinali validi per il portfolio personale. Il portfolio è, nella mente della Moratti, una scheda sulla quale viene indicato l’andamento scolastico di un allievo dalla prima elementare sino al liceo. E’ l’oggetto con il quale si affaccerà nel mondo del lavoro.
“Capisci! Il ministero ha mandato una circolare e tramite questi dell’I.N.Val.S.I (Istituto Nazionale di Valutazione del Sistema educativo) schederanno i bambini! Dicono che la prova è anonima, ma invece non è vero su ogni prova c’è un codice a barre di riconoscimento! Le prove sono uguali per tutti! E l’autonomia didattica…E se il bambino sbaglia? Tutto questo senza che sia presente la sua maestra! Saranno insegnanti di altre sezioni che ‘somministreranno’ il test! Il tutto in tre giorni…E nessuno ci ha avvisato per tempo! Io non li autorizzo! Li diffido!”
Anche se le cronache ignorano il caso, la protesta cresce. Segue laconico avviso sul diario nel quale la direzione didattica garantisce la segretezza delle prove.
“Non vedo dove sia il problema”, dichiara un direttore, “in questo paese nessuno è mai riuscito a controllare le capacità del corpo insegnante, nessuno è mai riuscito a comprendere il livello di apprendimento dei nostri bambini, e se questo ci permetterà di capire quanto sanno leggere, scrivere e far di conto in Italia ben venga! E’ un brutto test, con domande mediocri, ma è comunque un tentativo per capire il livello basso, medio o alto di una scuola…Sì, probabilmente attraverso queste prove si decideranno i finanziamenti da destinare ai singoli istituti, ma è da vedere, come è da vedere che vengano utilizzati per il portfolio dei singoli alunni…Ma poi anche se fosse, cosa importa! Davvero cambierà qualcosa? Nella loro vita farà differenza? Una diffida? Se la mandano la metto agli atti, ma la circolare dice che i test sono obbligatori!”
I siti www.cigilscuola.it, www.retescuole.it , www.invalsi.it , www.cobas-scuola.org raccontano ognuno la propria versione. I quaderni dei bimbi contengono la realtà, per chi vuole cercarla.
(Giulia Parodi)

Posted by OLI2 at 00:23 | Comments (0)

23 Marzo 2005

Rebus. L'università sta fallendo o si sta ingrandendo?

Da un mese i media diffondono sull’ateneo cittadino molte, e talora contrastanti, informazioni.
Inizia “il Mondo” (18/2/05) che, illustrando i nuovi e sperimentali criteri per l’assegnazione dei finanziamenti ministeriali, colloca l’università genovese al 14° posto, non brillante, però davanti ad altri illustri atenei.

“Italia oggi” (22/2/05) illustra le forme di protesta dei docenti universitari ed il “Mercantile” (19/2/05) si dilunga sull’occupazione simbolica del rettorato genovese con volantinaggio. Chi è passato dal rettorato durante la manifestazione ha potuto constatare che erano più le sigle sindacali promotrici degli occupanti.
Vittorio Coletti nell’”Intervento - Allarme l’università sta fallendo” (Repubblica 6/3/05) precisa che l’istituzione non è in grado di far fronte a impegni e spese correnti. “Bisognerebbe sapere con più chiarezza come e perché a Genova il buco è più preoccupante che altrove. Chi ne ha la responsabilità. Da cosa è stato provocato. Perché il Consiglio di Amministrazione non ne ha lanciato l’allarme tempestivamente”.
L’occasione per capire la situazione potrebbe aversi in occasione della cerimonia di inaugurazione dell’anno accademico celebrata il 12 marzo. I quotidiani locali, in cronaca, riportano titoli che vanno dall’ottimismo allo sconforto: “Università: segnali positivi” (il Secolo), “Università al verde – Rischio Fuga di cervelli” (Mercantile), “Università: i tagli del Rettore – conti sempre più in rosso – l’ateneo vara l’austerity – Bignardi decide di tagliare i corsi disertati” (la Repubblica). Solo il Giornale dedica uno scarno trafiletto di 22 righe all’evento, forse perché i suoi lettori sono più orientati all’istruzione privata.
Tra i cinque articoli del Mercantile uno è dedicato all’edilizia universitaria e chiarisce: “Nel 2005 si punta a completare l’insediamento nell’ex Albergo dei poveri, poi alla ristrutturazione degli edifici ex Saiwa, Villa Cambiaso, Palazzo Bellimbau, del polo di San Martino e Sturla. E’ in corso di perfezionamento la procedura, già avviata per il recupero dell’edificio Hennebique nel porto storico per la facoltà di ingegneria.”
Passando davanti all’ex Albergo dei poveri, ceduto all’ateneo in comodato contro un salato corrispettivo, vien da pensare agli ulteriori ingentissimi costi di ristrutturazione e manutenzione straordinaria. Le due grandi gru gialle e blu, ai suoi lati, suggeriscono l’idea di un’installazione fuori concorso della mostra di Celant “Arte e architettura”. Il titolo? “Investimenti in controtendenza per insediamenti irrazionali”.
(Vittorio Flick)

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3 Marzo 2005

Architettura. Divorzio tra ricerca e pianificazione

Il 18 Febbraio si è svolto presso la Facoltà di Architettura un seminario di studio dal titolo criptico “Sapere tecnico sapere locale per la costruzione di scenari di progetto”.

L’evento rientra nel progetto nazionale di ricerca MIUR 03 (“Costruzione di scenari strategici per la pianificazione del territorio: metodi e tecniche”). Si sono riunite da tutta Italia competenze eterogenee, tutte impegnate nello studio e nella pianificazione di un concetto di difficile definizione ma di enorme richiamo politico: il territorio. Non c’è candidato alle prossime elezioni che non l’abbia nominato.
Nell’aula Benvenuto, ricavata nell’ex cappella del monastero di San Silvestro, tra fregi romanici e futuribili proiezioni elaborate da software complessi, è stata tuttavia consacrata la definitiva separazione tra ricerca e pianificazione. Il dato che ritorna costante nelle esposizioni dei relatori è l’impossibilità di un punto di contatto in cui gli sforzi della ricerca si traducano nella prassi della pianificazione. L’università è destinata ad una crescita inutile e autoreferenziale della propria specializzazione, senza sbocchi operativi? Si ha quest’impressione, specialmente quando si sente affermare che “alla scala della pianificazione, il sito preso in oggetto dalla ricerca scompare del tutto”.
Secondo un altro intervento i risultati della mancata integrazione tra i due aspetti sono palesi: il recente Piano Territoriale Regionale, strumento della Regione Liguria per la pianificazione del territorio, tralascia del tutto la storia dello spazio rurale, dimenticando, ad esempio, l’agricoltura nell’azione di rilancio.
Ricerca e pianificazione sembrano quindi sempre di più binari paralleli senza possibilità, e forse nemmeno proposito, d’incontro.
(Eleana Marullo)

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24 Febbraio 2005

Riforme. Poco tempo per salvare l'università dal disastro

Atenei occupati contro il disegno di legge Moratti in corso di discussione alla Camera: una protesta a livello nazionale che ha avuto luogo anche a Genova. Un gruppo di docenti dell’Università si è mobilitato e ha occupato simbolicamente il Rettorato e fatto irruzione in Senato accademico.

Per il 2 marzo si annuncia uno sciopero proclamato da numerose organizzazioni dei docenti. Il mondo universitario nella stragrande maggioranza chiede il ritiro di una riforma che demolirebbe l'Università pubblica e, di conseguenza, danneggerebbe il Paese intero.
Sull’Unità del 20 febbraio, Nicola Tranfaglia denuncia che il disegno del governo Berlusconi vuole rapidamente distruggere l'università pubblica: “Vanno in questa direzione i finanziamenti enormi assegnati a università private cattoliche (ma di estrema destra) che stanno sorgendo come funghi o a nuove università pubbliche scarsamente presenti sul piano della ricerca ma guidate da amici di Berlusconi a cui si accompagna la contrazione dei finanziamenti alla maggioranza degli atenei che non hanno quei requisiti.
La riforma dello stato giuridico dei professori e ricercatori universitari non risolve alcuni tra i maggiori problemi di funzionamento dei nostri atenei giacché non definisce in nessun modo i diritti e i doveri dei docenti, non risponde all'invecchiamento dell'attuale personale docente né favorisce l'immissione dei giovani, non snellisce le procedure concorsuali, non regola in maniera adeguata le funzioni di tempo pieno e di tempo definito, non stabilisce le risorse necessarie... Il risultato prevedibile è quello che tra dieci anni, o prima, gran parte degli attuali professori avranno lasciato l'insegnamento ma non ci sarà un ricambio a livello alto come è necessario se si vuole competere a livello internazionale.
Si impone, a questo punto, da parte della coalizione di centrosinistra un progetto organico e complessivo per affrontare la crisi dell'istruzione superiore che deve essere concepita come un aspetto essenziale del piano dedicato alla scuola e alla ricerca...Il tempo è scarso. Spetta all'opposizione in parlamento e nel Paese far capire agli italiani l'importanza della partita che si sta giocando.”

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12 Gennaio 2005

Marcello Bernardi. Scuola e libertà ma anche judo

Marcello Bernardi, chi era costui? Chi ha avuto figli negli anni ’70 e ’80 (negli anni del rampantismo la sua popolarità è un po’ calata), chi in quegli anni si è occupato di educazione e del rapporto adulto-bambino, ha certamente incontrato, nelle sue letture, Marcello Bernardi, pediatra, pedagogo e scrittore che con Roberto Denti e Gianni Rodari ha animato il dibattito pedagogico in Italia (del quale hanno fatto e fanno parte Boero, Bini, Ciari .....).

E' stato forse il pediatra più letto negli anni '80. Docente universitario e scrittore, un po' anarchico, antistituzionale, credeva profondamente nell'uomo e nella libertà. Sapeva anche che la libertà non è una concessione ma una conquista, e che l'educazione deve essere un percorso verso la libertà interiore.
A 49 anni, già scrittore di fama, accademico e pediatra della Milano bene, ha iniziato a praticare judo con un maestro che, come lui, credeva nei valori dell'educazione (non istituzionale) e della libertà. Assieme, in trent'anni di collaborazione, hanno posto le basi per un movimento che si chiama judo-educazione e che organizza attività formative e manifestazioni sportive rivolte specialmente ai disabili mentali.
E’ scomparso nel gennaio del 2001.
Oggi, con il discorso pedagogico appiattito sulle tre I o su portfolii vari, il messaggio educativo di Bernardi è decisamente in controtendenza (ed in effetti quasi dimenticato). Il 15 gennaio, alla biblioteca Berio e alla De Amicis, ci sarà una giornata in suo ricordo, con diversi eventi, rivolti ad insegnanti, istruttori sportivi, genitori ed ovviamente anche ai bambini. Ogni iniziativa avrà l’obiettivo di rilanciare il dibattito sul rapporto adulto-bambino, sui fini dell'educazione, sulla libertà come conquista personale.
(Manlio Comotto)

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28 Dicembre 2004

Privacy 2. Sorvegliare e punire al tempo del hi-tech

Liceo Scientifico Lanfranconi, inizio dell’anno scolastico. Nel corso della assemblea per la presentazione del Liceo ai genitori viene illustrato un servizio innovativo: ognuno di loro riceverà una “password” personale con la quale accedere ad una area riservata del sito del Liceo in cui saranno puntualmente registrate le assenze dei figli e i voti che hanno preso.

Questa novità me la comunica una madre perplessa, mentre davanti al computer sta tentando di attivare il servizio innovativo. E’ la prima volta che ci prova e lo sta facendo perché sua figlia le ha appena telefonato: tutti i suoi compagni sanno già il voto dell’ultimo compito in classe, lei ancora no, e non vuole stare in ansia fino alla prossima lezione col Prof.
La mamma perplessa mi dice che lei i voti li chiede alla figlia, che se ci sono dei problemi va a parlare ai professori, e che tutta questa cosa di spiare dietro alla porta (informatica) non le sembra una grande idea. Concordo appassionatamente con lei. Poi cerco anche di pensarci su.
Perché è vero che i genitori hanno sempre “sorvegliato a distanza” i propri figli “Dove sei stato ieri?: Mi hai detto che andavi a casa di… ma ho telefonato e non c’eri…” E allora che male c’è nell’usare, a fin di bene, un mezzo nuovo che prima non esisteva?
La differenza, io credo, sta proprio nella particolare qualità del mezzo: un osservatorio impersonale, sempre attivabile da parte dei genitori senza sforzo e senza impegno, nemmeno quello di svelare alla mamma del compagno di classe o al professore che abbiamo un problema, una ansietà, un dubbio. Un osservatorio per niente affatto segreto (i ragazzi sanno benissimo che c’è) che formalizza l’assunto che la condizione normale (e non l’eccezione) sia quella di non potersi fidare di quello che il figlio ti viene a dire. Un osservatorio selettivo, disponibile solo ai genitori dotati di computer, collegamento internet e disinvoltura nell’utilizzarli. Una asettica, incontrovertibile e perennemente controllabile registrazione di eventi che però priva genitori e figli di una bella palestra per il faticoso ed utile esercizio di raccontarsi le cose, di discutere su una bugia detta, di darsi un po’ di tempo per raccogliere il coraggio di dire la verità.
(Paola Pierantoni)

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1 Dicembre 2004

Università. Deficit di bilancio o di cultura?

Sulle pagine genovesi di "Repubblica", il preside di Lingue, Pier Luigi Crovetto, analizza lo stato dei conti del nostro ateneo nel quadro di una riflessione più ampia sull'università in Italia, particolarmente dura verso i professori che ci insegnano.

Crovetto ha l'atteggiamento tipico di chi ricopre cariche gestionali all'interno di una corporazione: è capace come nessuno di vederne i difetti e come nessuno ne detesta vizi, privilegi, pigrizie lavorative e mentali.
Ma questa prospettiva è anche il limite della sua diagnosi e soprattutto della sua terapia. Fa un po' come quegli esperti della magistratura che, di fronte alle molte cose che non vanno nel modo di lavorare di non pochi magistrati, ritengono che sia da cambiare l'ordinamento. Se troppi professori sfuggono ai dovuti controlli, non li si richiama al dovere, ma si aumentano i controlli. Se non funziona un meccanismo di valutazione semplice e spontaneo (quando si ha bisogno di un chirurgo del fegato, ci si mette in genere poco a sapere chi sono quelli buoni), bisogna inventarsene uno cervellotico, che darà più punteggi al mediocre puntuale che al bravissimo in ritardo. Finisce che un intellettuale del valore di Crovetto può scandalizzarsi del docente che va a un congresso senza avvertire e non precisa che il guaio è nel "senza avvertire" e non nell'essere andato a un congresso. Una volta avviati su questa strada, può succedere che si osservi con rammarico che il bilancio dell'università è coperto quasi tutto dagli stipendi (ma non dipenderà dal fatto che non ci sono risorse per altro?) e che si recrimini sull'università "assistita", come se non fosse dovere di una collettività civile "assistere" i luoghi e le persone che producono cultura e formazione.
Dobbiamo fornire qualche altro alibi a chi vuole tagliare i fondi per ricerca e alta formazione? E, del resto, cosa aspetta Crovetto: i contributi dei privati per lo studio dello spagnolo nel Seicento? Sia chiaro: ha mille ragioni. Ma non credo che sarà cancellando il tratto che fa dei professori universitari dei liberi studiosi, dei ricercatori anche restii all'irreggimentazione che si farà un'università migliore. Se ne farà una, ben che vada, solo più scolastica e burocratica.
(Vittorio Coletti)

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22 Novembre 2004

Università. Riforma, riformatori, riformisti e nostalgici

In questi giorni il mondo accademico è in fermento. Anche a Genova sospensione dell’attività didattica, formali delibere prese all’unanimità di Consigli di Facoltà e di assemblee di Ateneo alla presenza del Rettore. Sono voci di protesta contro il progetto del ministro Moratti di delega al governo per la riforma dello stato giuridico dei docenti universitari.

Tra i punti più contestati, la istituzione di un precariato permanente come forma di “reclutamento”, la soppressione della distinzione tra impegno dei docenti a tempo pieno e a tempo definito, un regalo, in tempi di miserie economiche, di milioni di euro a coloro che impiegano parte del loro tempo fuori dell’università in attività professionali, la messa ad esaurimento del ruolo di ricercatori.
A queste voci si affiancano quelle dei critici della riforma “tre più due” che avversano il disegno portato avanti dal Ministro Moratti, ma che continuano a considerarlo non tanto un disegno “contro-riformatore” quanto il logico seguito di quello “riformatore” del Ministro Berlinguer: un disegno partito da lontano, basato sulla logica aziendalistica dei “crediti formativi” e sulla moltiplicazione mediatica e pubblicistica di corsi di laurea, sul rafforzamento del sistema delle università private e sulla privatizzazione più o meno palese delle università pubbliche. Questi critici vengono etichettati dai "riformisti creativi" come conservatori di destra e di sinistra o semplicemente come nostalgici (vedi l’appello “Diamo voce alle Università” in http://www.bur.it ): un’insolita asprezza, incomprensibile, a meno che qualcuno ritenga fin d'ora necessario far piazza pulita della "futura opposizione".
Ma critiche pesanti sono rivolte, oltre che contro gli aspetti più deleteri del progetto Moratti, anche contro “il pansindacalismo e il pensiero unico” di coloro che l’avversano. Pier Luigi Crovetto, Preside della Facoltà di Lingue, in un appello-lettera aperta (il Secolo XIX, 29 ottobre 2004), scrive che la delega al governo per la riforma dello stato giuridico dei docenti, con opportune modifiche, potrebbe andare anche bene. “Signor Ministro, non chiuda occhi e orecchi sulle proposte di emendamento ragionevoli che le arrivano dalla periferia. Eviti per fare un esempio di regalare ai professionisti che scelgono il tempo parziale qualche milionata di stipendio. Ma sul nocciolo duro del suo progetto non si faccia condizionare e vada avanti.... Nessun dubbio, Ministro. La palla è nella sua metà di campo” Ancora una metafora calcistica, anche se la moltitudine che guarda attonita non è la tifoseria domenicale in delirio per la propria squadra, ma decine di migliaia di studenti sui quali si sta giocando, non calcisticamente, il futuro. Sorprende anche la tiepida (compiacente?) reazione da parte di alcuni esponenti dei "riformisti creativi" che trovano nell’appello solo “una provocazione, un invito a proporre oltre che a protestare” (G. Luzzatto, il Secolo XIX, 8 novembre) o addirittura “un documento che arricchisce la discussione” (Sinigaglia, “Centoventesima mela”, e-mail, 30 ottobre)
(Oscar Itzcovich)

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Democrazia scolastica. Domanda scritta per poter parlare

Nel corso del week-end ci sono state le elezioni per il Consiglio di un Circolo Didattico genovese. Molti bambini verranno tutelati anche dagli otto rappresentati dei genitori eletti il 20 e 21 novembre. Lì si deciderà di cose come il POF (Piano di offerta formativa: attraverso il quale le famiglie sono informate sul percorso didattico previsto per i loro figli) e la destinazione delle risorse. Tre anni fa venne presentata una sola lista unitaria. Quest’anno la scelta è fra tre liste.

Il promotore di una di queste, formata da soli padri, è un avvocato. Il volantino spiega: “Dialogo nella scuola – LA SCUOLA PER I NOSTRI FIGLI: NON UN GIOCO MA UNA COSA SERIA”, sul retro “LA SCUOLA UNA PALESTRA PER IL FUTURO”.
Con il legale, all’appuntamento elettorale nel teatro della scuola, quattro candidati, di cui altri due avvocati, che vogliono “mettere a disposizione le loro competenze” per il bene dei bambini. Pochi in platea. Dedizione per i figli, lavoro nel Consiglio, sono i punti chiave descritti dai primi candidati. Con il portavoce lo spazio si dilata. E’ lo squarcio tra sapere e non sapere, tra il fare e il come fare, tra la politica e l’apartiticità, baluardo a difesa degli istituti. A lui i volantini contro la Moratti non piacciono e tanto meno le manifestazioni. “Le regole del gioco sono delibere, verbali, presenze”. Dice “no alla disobbedienza civile, perché non siamo in un regime, non c’è Stalin o i nazisti! In un paese democratico come il nostro bisogna chinare la testa, lavorare e farsi valere!”. E’ stato fatto il possibile nei primi due anni della gestione passata, poi l’anno scorso, con la protesta contro la Moratti il Consiglio si è bloccato. Suo malgrado. Ma il dialogo con i genitori continuerà. Il consiglio privilegia il rapporto con le famiglie e l’informazione.
Un padre alza la mano: “Ma senta, io una volta sono intervenuto in consiglio e lei mi ha allontanato… Ha detto che avrei dovuto avvisare per tempo…Scrivervi… Ed io ho detto: bene! La butto giù adesso la lettera per rimanere…”, “Certo che l’ho allontanata!Ho applicato il regolamento! Lei è venuto a bloccare il Consiglio!”, “Ma io sono venuto ad ascoltare. Comunque il regolamento non dice così! E lei parla bene, ma razzola male…”. L’avvocato lo guarda con sufficienza e lui continua: “Anche il POF, Voi oggi non lo avete nemmeno citato! Ed è la cosa più importante…C’è il DPR 275 che obbliga l’istituto a distribuire il POF alle famiglie e qui non è stato fatto! Io queste cose le so perché sono un dirigente scolastico…”
Le poche madri presenti si voltano per memorizzare il personaggio. L’avvocato si sbriciola per un istante. Quando una madre gli chiede perché, lui che manda i figli alla Montessori, ha scelto come slogan “la scuola non è un gioco”, l’avvocato risponde con fermezza: “La Montessori? Certo! La Montessori era ostile al gioco!”
(e.a.)

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17 Novembre 2004

Università. Tre più due uguale zero

Un prezioso contributo a ricordarci i guasti provocati della Riforma universitaria e l’abisso che passa tra buone intenzioni e risultati è “Tre più due uguale zero: La riforma dell’Università da Berlinguer alla Moratti”, un volume a più voci a cura di Gian Luigi Beccaria e pubblicato da Garzanti (euro 13.50).

Il volume raccoglie contributi originali, ma anche articoli pubblicati recentemente in altre sedi come quello di Claudio Magris (“Verso l’addio. La mia università scomparsa”) che, senza mezzi termini, punta il dito su un processo di riforma che ha distrutto “la vecchia classica università ... senza crearne un’altra”. Questo processo, “perenne e sterile fibrillazione, non è una cosa nuova e non è imputabile al ministro Moratti, che prosegue l’opera dei suoi predecessori”. Vittorio Coletti (“Berlinguer e donna Prassede”), ancora più drastico, scrive che “la classe dirigente venuta dopo il ministro che oggi sgoverna l’Istruzione non ha fatto altro che portare alle estreme e meglio visibili conseguenze quella frana sciagurata messa in moto dal primo governo di sinistra del nostro dopoguerra” e paventa un docente impigliato in mansioni sempre più burocratiche, “intellettualmente ammuffito che si rianima come un solitario pensionato del condominio che si eccita nelle assemblee annuali per il rifacimento delle scale”. Berlinguer decise, qualche anno fa, che le scuole di qualità e le facoltà di cultura non erano più all’altezza dei tempi moderni e quindi, animato dalle migliori intenzioni avviò un processo di riforme che è ancora purtroppo in atto. “Dalle buone intenzioni come Lucia da donna Prassede, conclude amaramente Colletti, non è possibile difendersi”. Giorgio Bertone (“Sulla Riforma e sui riformatori”) condanna una Riforma varata sulle basi di una sconcertante presunzione e sul disconoscimento del valore della tradizione in nome del “nuovo”, ma soprattutto “della totale assenza del principio di precauzione nei confronti di ciò che la controparte potrà fare della Riforma, una volta che l’assetto di una parte dello stato è stato messo comunque in movimento e si sono spezzati i vincoli e i rapporti, spesso più forti delle leggi, di una tradizione e di un costume”.
Altri contributi, che toccano anche la riforma della scuola, arricchiscono il volume. Gli autori, storici, linguisti, filologi, analizzano in modo articolato e approfondito le serie conseguenze della Riforma nelle facoltà umanistiche. Sebbene non ci siano ancora dati numerici sufficientemente attendibili e omogenei che confrontino corsi di laurea pre e post riforma (quest’ultima è in fase di attuazione), è difficile immaginare che tipo di indicatore quantitativo potrà mai rendere conto dell’abbassamento del livello degli studi che la Riforma Berlinguer-Moratti sta già provocando. Pensiamo che il discorso potrebbe allargarsi anche alle facoltà scientifiche che, per quanto attrezzate con statuti disciplinari ben più robusti, sembra stiano affrontando problemi non meno gravi.
(Oscar Itzcovich)

Posted by OLI2 at 21:37 | Comments (0)

16 Settembre 2004

Morattiscuola. Il rito mortificante delle graduatorie

In difesa dell’informazione torna conto riferire della solita confusione, intrisa di disperazione, storicamente collegata al periodo delle nomine scolastiche a Genova. Il pieno dell’imprecisione per i precari si è raggiunto anche in questa sfasciata occasione. Come da sempre, ci ricordiamo. E sempre di più con la morattiflessibilità, crediamo, capiterà.

2004 ma in via Assarotti è un gran svolazzare di fogli di carta e di tabulati, contesi da una massa inferocita e abbruttita dallo scazzo – perché siamo comunque d’estate – e dall’ossessione di trascrivere i cognomi di quelli davanti e di quelli di dietro nel punteggio. Che non si sa mai che mi passino davanti!
Lo spazio è bello arieggiato e razionale: tra la porta d’ingresso e quella che immette agli uffici, in questi giorni di “lavoro intenso” rigorosamente chiusa; il grosso tavolone con quel che resta degli elenchi, qualche sedia o rebigo da dividersi con la portineria. No monitor, no display, solo fogli legati assieme, non cartellinati, non separati che so per materia, per database (troppo difficile, forse!?), per raggruppamenti di classi di concorso e per ordine di scuola o alfabetico. Come ai bei tempi di Croce e di Gentile (forse c'erano meno nomi!), però con il computer!
Fuori nell’atrio, tra le macchine, quasi un percorso a ostacoli, le disponibilità delle cattedre. Anche qui appesa al muro solo una copia da guardarsi in 4 o 5 (tre copie no! solo una perchè così è più straziante, più sofferto, devono aver pensato tra uffici e uscieri). Il grosso della truppa sbanda a gruppuscoli tra lo sbigottimento e l’acredine insicura se fermarsi o tornare (magari nel pomeriggio), comunque quasi nessuno pare lamentarsi del servizio messo a disposizione dalla dir.scol.reg. della Liguria per l’ennesima volta, della totale mancanza di un’informazione dignitosa e non incerta sui contenuti e furbesca nella tempistica (la geremiade era cominciata a fine giugno per protrarsi di rimando in rimando cotidie), nessuno sembra pretendere uno straccio di efficienza.
Nessuno si sente preso in giro o umiliato da quest’uso borbonico e canuto dell’informazione. O peggio nessuno pensa che, come in politica, il metodo equivale al contenuto: sei precario è il minimo che ti può capitare. O peggio: ossa da dividersi come bocconi per i cani (oggi tre immissioni in ruolo, l'anno prossimo vedremo... azzuffatevi tra di voi). Ecco la sostanza che purtroppo pare sfuggire alla gran parte dei convenuti in quel luogo demoniaco e kafkiano che è il Provveditorato agli Studi di Genova, anche se non si chiama più così.
Perché? Perché tutti, indistintamente, sono troppo attenti alle sfumature del contesto, al corso abilitante o siss da fare per salire in graduatoria, al punteggio che non è stato conteggiato -mi spetta di diritto!-, al ricorso, alla scuola vicina a casa, all’orario spezzato su due classi, alla drittata suggerita o all’inganno che sicuramente il ministero ha messo in piedi e che bisognerà evitare.
Nessuno sembra aver fiducia in niente e in alcuno. Il miglior viatico per un nuovo anno di scuola.
Auguri!
(Elio Rosati)

Posted by Eleana at 11:48 | Comments (0)

26 Luglio 2004

Il silenzio è d’oro. Quanti casi Schettini nella ricerca scientifica?

L’ultimo capitolo della ricerca scientifica, edizione italiana, è stato scritto dalla magistratura di Genova con gli arresti (domiciliari) di un illustre e rispettato professore di medicina che avrebbe preteso il “pizzo” -come si dice in altri ambienti, certamente meno nobili- sui compensi dei suoi giovani allievi.

Ogni 1500 Euro in busta paga, almeno 1000 sarebbero tornati nelle sue tasche. Stando alle indiscrezioni, l’inchiesta sembra essere partita da una denuncia del diretto superiore del prof. Schettini e a sua volta l’accusato, ormai confesso, avrebbe coinvolto altri colleghi.
Come è potuto succedere? Se lo domandano in molti negli ambienti universitari e fuori. Una risposta c’è, ovviamente: sono soldi dati “a progetto”, di diretta disponibilità e responsabilità del singolo docente, su cui l’Università può esercitare ben pochi controlli, si dice. Solo l’imprudenza del prof. Schettini – che avrebbe preteso perfino di pagare 9.000 Euro alla moglie per una traduzione – ha fatto alla fine scoprire il tutto.
Potremmo anche domandarci quanti casi simili ci siano annidati nell’istituzione. Quanti soldi “a progetto” circolano oggi nell’Università? Quanti finanziamenti, pubblici e privati, vengono affidati a questo o quel docente, a questo o quel gruppo, sulla base di una scelta più o meno esclusiva del “committente”?
E ancora: quali comportamenti la prevalenza di questo meccanismo di finanziamento sta generando? Quali interessi finiscono per prevalere nella gestione di un’istituzione pubblica?
I portatori di questi nuovi interessi vivono, parlano e tessono quotidiane relazioni di potere e di interesse, spesso in maniera non evidentemente illegittima, all’interno di una comunità in cui, ad ogni giro, il confine lecito-illecito tende a spostarsi impercettibilmente un po’ più in là, sulla spinta di interessi ormai divenuti sempre più privati e sempre meno controllabili.
A implicita conferma di questa interpretazione sta il fatto che questa storia sia potuta andare avanti così a lungo senza che nulla fosse mai trapelato, senza che nessuno, neppure chi in passato subì il medesimo taglieggiamento, abbia mai denunciato nulla. Magari perché, in fondo, un tornaconto c’era per tutti.
(p.s.)

Posted by Eleana at 12:35 | Comments (0)

9 Luglio 2004

Iit, Ist, Infm. Scienziati che vanno altri che non vengono

8 giugno 2004: il commissario Vittorio Grilli annuncia a Genova la nascita dell’IIT e l’arrivo in Italia, grazie ad essa, di centinaia di ricercatori, tra cui diversi premi Nobel. I ricercatori presenti applaudono chi lo contesta educatamente.

9 giugno 2004: 900 dei 1800 ricercatori vincitori di concorso a cui era stata garantita l’assunzione circa 9 mesi fa sono ancora a spasso e annunciano di dover riprendere la via dell’estero.
10 giugno 2004: il commissario del CNR Adriano De Maio termina il mandato con qualche polemica, “Non ci sono le risorse per il mio progetto di rilancio”.
21 giugno 2004: sarebbe a rischio un congresso internazionale di altissimo livello sullo studio e la cura dei tumori in programma per il mese prossimo all’IST di Genova: “Gli scienziati potrebbero decidere di non partecipare in segno di protesta per il mancato reintegro del genetista Lucio Luzzatto nella sua carica di direttore scientifico dell’IST” (ANSA).
Nel frattempo si registra anche la pubblica minaccia di denuncia di Carlo Rizzuto, uno dei “padri fondatori” dell’INFM, nei confronti di Manuela Arata, direttore generale dello stesso ente, che lo avrebbe accusato di aver messo a repentaglio il futuro dell’ente e quello dei suoi dipendenti. Non sappiamo se l’intenzione sia poi stata messa in pratica.
Ma…. i 600 scienziati e premi Nobel annunciati - in arrivo - da Grilli avranno parlato con i 900 - in partenza - che ancora non sono stati assunti, nonostante abbiano vinto un regolare concorso? E con le centinaia dell’INFM che stanno rischiando il posto, per quanto precario? E sapranno delle altre centinaia di loro colleghi che minacciano di non frequentare (scientificamente) il nostro Paese, neppure per pochi giorni, per protestare contro il licenziamento senza motivazioni, da direttore scientifico dell’IST, di Lucio Luzzatto (a sua volta arrivato dall’estero)?
Forse abbiamo scoperto una nuova geniale applicazione della tremontiana finanza creativa: cacciamo via pure questi giovani un po’ presuntuosi che (ohibò) vorrebbero un posto (orrore, fisso) dopo averlo vinto: vadano intanto all’estero ad imparare le buone maniere e facciamo invece largo ai 600 valorosi scienziati annunciati da Grilli che, evidentemente, devono avere minori pretese.
E cosa importa un congresso scientifico in più o uno in meno? Risparmiamo qualche euro, potrebbe servire per coprire il buco denunciato da De Maio che, per parte sua, deve essere un po’ volubile e farfallone, come tutti gli scienziati in fondo, se dopo un anno passato a fare il commissario si accorge che non ci sono le risorse per la riforma.
L’Associazione Genetica Italiana rileva che il “tempestivo reintegro” di Luzzatto potrebbe costituire in questo momento “il miglior supporto che il Ministro possa fornire alla credibilita' della ricerca scientifica italiana”: forse anche i 600 luminari annunciati da Grilli non arriveranno, però tra qualche anno potremo certamente ridare fiato alla campagna per il “rientro dei cervelli in fuga”, magari richiamando qualcuno dei 900 ricercatori che oggi se ne vanno…
(Paolo Saracco)

Posted by Eleana at 14:11 | Comments (0)

21 Giugno 2004

Iit/1. Grilli parlante ma poco convincente

Alla presenza di centinaia di ricercatori provenienti da tutto il mondo al Convegno Nazionale per la Ricerca Interdisciplinare in Fisica della Materia (INFM) che si è tenuto a Genova l’8, 9 e 10 giugno, Vittorio Grilli, commissario unico dell’Istituto Italiano di Tecnologia (IIT), ha presentato la sua creatura: un luogo di eccellenza con piena autonomia operativa e scientifica all’insegna della meritocrazia e di stretti rapporti con l’industria e il territorio.

Sono finalmente definite le aree di ricerca: brain and neurosciences, proteomica, nano biotecnologie, intelligenza artificiale, robotica, aree che, a dir il vero, riguardando temi quasi totalmente assenti nel mondo industriale ligure, non lasciano intravedere in cosa possano consistere i progettati stretti rapporti.
Grilli ha parlato, ma non ha convinto la platea dove dominava un evidente malumore.
Il rettore uscente Pontremoli ha ricordato la perplessità che la CRUI (Conferenza dei Rettori delle Università Italiane) ha espresso per la creazione dell’IIT.
Al prof. Cingolati è capitato di dover riassumere disagio della stragrande maggioranza dei ricercatori dell’INFM, i quali si chiedono in sostanza perché l’INFM, che da anni fa esattamente quello che l’IIT solo si propone di fare, deve perdere la sua autonomia e diventare uno tra tanti dipartimenti di quel carrozzone burocratico che è diventato il CNR.
Secondo Grilli, le ingenti risorse su cui conta l’IIT “sono risorse aggiuntive: non si sottrae nulla al sistema pubblico della ricerca”, così sostanzialmente eludendo le domande di chi gli chiedeva perché all’Università e allo stesso INFM vengono erogati finanziamenti sempre più esigui.
A Manuela Arata, direttore dell’Istituto Nazionale di Fisica della Materia, che chiedeva direttamente a lui quale Ragioniere generale dello Stato, di adoperarsi per togliere i lacci che ostacolano, quando non impediscono, la collaborazione tra istituzioni preposte alla ricerca e imprese, Grilli ha risposto: non mi pare inopportuno accogliere l’istanza, dal momento che “cerco di tener le cose ben separate”. Insomma in quel momento era Commissario unico dell’IIT e non Ragioniere generale dello Stato. Sensibilità istituzionale, sdoppiamento di personalità o conflitto di interesse?
(Oscar Itzcovich)

Posted by Eleana at 12:20

Iit/2. L'invenzione dei saggi concilia rag. e commissario?

Con una brillante mossa, Vittorio Grilli, Commissario unico dell’IIT, ha risolto il conflitto
di interesse che -come segnalavano varie interpellanze parlamentari (vedi OLI n. 19)- minacciava
di mettere in seria difficoltà (si fa per dire) Vittorio Grilli, Ragioniere generale dello Stato.

Il conflitto tra controllore e controllato è stato superato grazie alla creazione, da parte di Vittorio Grilli, di un “Comitato di sorveglianza” (non previsto nell’atto istitutivo dell’IIT) composto da
sei o sette “saggi”. Il comitato avrà il compito, come lo stesso Grilli ha dichiarato di “fare le pulci
a ogni atto amministrativo e finanziario dell’IIT”. "Con estrema trasparenza" e "secondo i principi della legalità", espressioni spesso usate da Grilli, la nomina dei sei o sette saggi è stata delegata, guarda caso, allo stesso Vittorio Grilli. Berlusconi docet.
La stampa cittadina si è limitata a registrare il provvedimento ("Sette saggi per inventare l’IIT", titolo del Lavoro) quando non ad applaudire ("Sei saggi vegliano sull’IIT” titolo del Secolo XIX ). A questo punto rimane solo un dubbio: sei o sette?
(Oscar Itzcovich)

Posted by Eleana at 12:15

Iit/3. Saltano le prime teste sull'altare della ricerca

La scorsa settimana il commissario Adriano De Maio ha presentato il progetto di riforma del CNR: i presenti lo hanno lungamente applaudito. Due giorni prima il commissario Vittorio Grilli aveva presentato il progetto dell’IIT: e i presenti avevano lungamente applaudito un intervento che contestava educatamente, ma duramente, l’impostazione del progetto. La platea non era identica, ma qualche domanda sorge lo stesso.

Anche perché sono mesi che si sussurra di pesanti divergenze nel Governo, tra Moratti e Tremonti, e nel Ministero, tra De Maio e Moratti, fino al quasi-licenziamento di De Maio da commissario: nulla di ufficiale, naturalmente, ma tempi e modi hanno suggerito questa interpretazione.
Sarebbe però sbagliato semplificare: il dissenso De Maio-Moratti su modi e tempi della riforma non implica l’arruolamento dell’ormai ex-commissario tra i contestatori del Ministro, operazione che sembra invece tentare alcuni. La coerenza nel mantenere una posizione contraria all’IIT e l’insistenza nel richiedere fondi per la ricerca sono probabilmente costati a De Maio il posto di commissario. Nulla di più, né di meno, ma certamente nessuna conversione.
Questa lunga fase di indecisione e di incapacità a investire le risorse necessarie sta però già costando a molti altri il posto, non di commissario, ma di lavoro, perché ogni giorno qualche contratto scade senza essere rinnovato.
(Paolo Saracco)

Posted by Eleana at 12:12