28 Aprile 2010
Storia - L’orizzonte transnazionale
Ad ogni popolo la sua nazione e ad ogni nazione il suo popolo! Assunto che sembra appartenere a La Repubblica di Platone, logico quanto la geometria euclidea. Connubio fondato sull'epica narrazione della storia dei popoli. In realtà idea che risale all'epoca moderna e vede nel XX° secolo, con la conclusione dei due conflitti mondiali, la definizione in strutture statali dai confini geopolitici ridisegnati o assegnati ex-novo.
Il 17 aprile scorso per La Storia in Piazza, dinnanzi ad una gremita sala del Gran Consiglio del Palazzo Ducale di Genova, Beshara Doumani, professore di storia all'Università della California di Berkley, e Shlomo Sand, professore dell'Università di Tel Aviv, hanno provato a scardinare l'equivalenza popolo-nazione partendo dalla più emblematica situazione internazionale, Israele, Palestina e i rispettivi abitanti.
Doumani ha focalizzato il suo intervento "The Ironies and Iron Law of Palestine and Palestinians", sulla situazione paradossale (Ironies) vissuta dal popolo palestinese, che ha subito la sua prima sconfitta in coincidenza della dichiarazione dello stato palestinese. I palestinesi si sono scoperti popolo nell'accezione moderna del termine solo nel 1948, dopo l'ufficializzazione della nascita della Palestina. Da allora sino ad oggi i suoi confini murati si sono chiusi progressivamente nell'assurdo di uno stato non governato dai suoi abitanti, sui quali vigono leggi inflessibili (Iron Law), senza che venga loro riconosciuto alcun diritto. Un'esposizione chiara, accompagnata dall'evidenza di una serie di diapositive. L'uditorio poteva facilmente presagire una chiusura nei confronti dell'altro interlocutore.
Shlomo Sand esordisce dichiarando I'm from Israel. Rafforza, I'm Israeli. E da lì, sorprendentemente, muove nella direzione di Doumani. Il punto di partenza, illustrato nel suo The Invention of the Jewish People, è diverso: l'invenzione del popolo ebraico e, come alterità, quella del popolo palestinese. Ritiene che attribuire l'appellativo popolo agli ebrei sia un falso storico, emanazione del pensiero sionista, sorretto sull'evidenza non scientifica della Bibbia. Parte dal principio che un popolo si possa definire tale su comuni basi linguistiche, religiose, di tradizione e di sangue. Solo la religione poteva accomunare ebrei nordafricani ad ebrei ucraini. Fondandosi su una particolare interpretazione della diaspora e della storia dei popoli fuoriusciti, sostiene che sarebbe più facile rintracciare origini ebree nei palestinesi. La religione è l'identità di popolo che rende Israele nazione degli ebrei del mondo e di Woody Allen, più che degli israeliani stessi. Dunque una democrazia negata. Tesi molto dibattute quelle di Sand, volte a sostenere l'idea di Israele stato di tutti i suoi cittadini, ebrei ed arabi. Contestate, non nella positiva conclusione, da alcuni studiosi, tra i quali Anita Shapira, come artificiale riscrittura della storia. Salutate positivamente da altri, tra i quali Eric J. Hosbawn.
Forse la retorica storica sulla quale si sostiene una nazione è una delle tante possibili. Sicuramente il suo vuoto è rischiosamente sostituibile con altre ancor più negative. La storia ce l'ha dimostrato. Quale antidoto per il futuro? Doumani e Sand sono d'accordo nel partire dalla critica dell'identità nazionale. Doumani ricorda che i palestinesi si trovano nella condizione più difficile e simbolicamente globale: l'assenza totale di diritti. Il linguaggio politico attuale non coglie che superficialmente la situazione. Solo un orizzonte transnazionale, forse tra qualche generazione, potrà comprenderla e superarla. Sand conclude con un'immagine proposta ai suoi studenti. Siamo su una macchina che corre all'impazzata senza modo di fermarsi. I vetri sono sporchi delle lordure della storia, Pol Pot, Stalin etc. ad impedire la vista. Il tergicristalli non funziona. Per andare avanti possiamo solo guardare nello specchietto posteriore. Ci dirigiamo verso la catastrofe.
È possibile che le future generazioni inventino qualcosa per fermare la corsa? Uno studente risponde di no, ma aggiunge, possiamo spaccare un finestrino...
(Maria Alisia Poggio)
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Mostre - Ragazze di fabbrica, osservazioni a margine
"I dati a consuntivo parlano di un successo ottenuto a basso costo per le casse pubbliche: 3350 visitatori in 30 giorni di apertura, più di mille commenti lasciati sul libro della mostra, punte di presenze dalle 150 alle 200 persone nei giorni in cui sono stati organizzati eventi particolari. Il tutto per 20.000 €, spettacoli, animazioni, visite guidate e video inclusi.
10.000 euro li ha messi la Fondazione Ducale per allestimento, vigilanza e promozione. Gli altri – utilizzati per la stampa del catalogo - vengono da Comune, Provincia, Regione, Coopsette e Cgil.
Si è trattato, in effetti, di una conquista. La proposta di portare al Ducale la prima e la seconda parte della mostra Ragazze di Fabbrica, già allestite a Ponente rispettivamente nel 2005 e nel 2008, era stata avanzata l’anno scorso, e si è fatta strada attraverso ipotesi iniziali assai più minimaliste, come quella di una breve e parziale esposizione nel cortile del palazzo.
La pazienza di attendere, e l’arte di stare nei confini di stanziamenti ridottissimi, ha creato una possibilità di incontro tra il progetto delle donne e le disponibilità / possibilità della Fondazione, e alla fine il percorso attraverso 150 anni di storia del lavoro delle donne del ponente industriale genovese è riuscito a trovare uno spazio espositivo adeguato.
L’arte è consistita in una grandissima mole di lavoro da parte delle addette alle biblioteche, nella attività totalmente gratuita del gruppo “Generazioni di donne” (www.generazioni-di-donne.it) che ha realizzato la sezione “15 donne” della mostra e molti degli eventi che si sono svolti al Ducale, e nei contributi che sono arrivati sotto forma di attività (Centro Ligure di Storia Sociale), o di sostegno economico per la realizzazione degli eventi teatrali (lo SPI Cgil e sessanta singole persone che hanno contribuito ad una colletta).
Quindi, più di tremila visitatori. Donne soprattutto, ma con una presenza maschile tutt’altro che trascurabile, che hanno avuto con la mostra un rapporto prevalentemente individuale: le uniche visite guidate sono state quelle delle scuole, perfino una materna, ma nessuna fabbrica o categoria sindacale.
Visitatrici e visitatori con chi parleranno ora di quello che hanno visto o pensato? Il sindacato potrebbe essere un tramite di rapporto, e in effetti nell’ultimo giorno della mostra la CGIL ha organizzato un convegno di grande interesse, “Che genere di innovazione?”, con interventi di donne attive nei campi della ricerca e della produzione. Novanta le presenze: uomini, donne, esponenti di segreteria e di apparato sindacale.
Ma dopo il breve intervallo dedicato allo spuntino, nel momento della reciprocità, quando c’era ascoltare le donne che avevano organizzato parte della mostra e degli eventi, le presenze sono evaporate. Nove di numero le/i superstiti.
Tra di loro Susanna Camusso, oggi segretaria nazionale della Cgil che con alcune delle donne “della mostra” aveva condiviso l’esperienza dei Coordinamenti donne FLM degli anni ’70, e il segretario generale della CGIL Liguria che si è lasciato coinvolgere e commuovere. Presenze “importanti”, ma la barriera che divide il sindacato genovese da quello che si muove al di fuori dei suoi apparati e dei suoi schemi resta alta.
(Paola Pierantoni)
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31 Marzo 2010
Cultura - Poetica dei ricordi di Rosetta Loy
La primavera ha fatto capolino in città con due giorni d'anticipo, il 19 marzo scorso. Il sole ha risvegliato il rosa caldo delle pareti di Palazzo Tursi e, se la visuale non fosse stata serrata dai vicoli, affacciandosi dalle sue finestre, fronte via Garibaldi, si sarebbe probabilmente goduto di uno di quegli orizzonti vasti e profondi che Roma sa regalare. Un pomeriggio di primavera romana a Genova, in compagnia di Rosetta Loy, ospite della rassegna Scrittrici Oggi.
Incalzata dalle attente domande di Eliana Quattrini, Rosetta Loy ha condotto il pubblico che l'ascoltava attraverso il suo ultimo libro La prima mano, opera autobiografica, anomala nella sua produzione, con la quale ripercorre un arco di venticinque anni della sua vita, dall'infanzia durante la guerra alle esperienze di giovane donna. L'ordine casuale dei ricordi che si affacciano alla mente e fluiscono come flashback nel racconto, la scelta istintiva delle fotografie incluse nel libro, fanno emergere figure familiari e luoghi vissuti. Villeggiature in campagna, l'amata Engadina, Parigi città eletta insieme a Roma città natale. Poetica dei luoghi e delle persone che la colloca accanto a Natalia Ginzburg e i suoi minuti particolari di in Famiglia.
La prima mano è quella forte, dalle unghie spesse, del padre. Sebbene lo ricordi alto e magrissimo, la sua mano sapeva infondere a Rosetta bambina sicurezza, anche in una fase drammatica come quella del disvelamento della guerra agli occhi stupiti dell'infanzia che di prim'acchito l'avevano accolta come una festa. È la voce paterna che le parla delle Fosse Ardeatine e di via Rasella, che colora il calcolo matematico di una tabellina, nella tragedia di Roma assediata dalle SS. Gli stessi tedeschi che con un amica vede scappare via dalla città con inaspettata umanità, lasciandosi alle spalle nelle macerie dei loro quartieri generali sbiadite figurine di donne dipinte alle pareti.
Sapere, conoscere e capire. La Storia è parte essenziale del flusso narrativo di Rosetta Loy, frutto della necessità di interrogarsi e comprendere come eventi fuori dalla quotidianità possano determinarne invece lo svolgimento. Con sincerità lei stessa ha esposto una sua preoccupazione ai presenti: il Novecento, apertosi con la I Guerra Mondiale e sfociato nell'Olocausto, è ancora irrisolto. Abbiamo forse risposte che possano racchiudere la complessità del secolo scorso?
(Maria Alisia Poggio)
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10 Marzo 2010
8 marzo - Il fiume scorre altrove

1910, New York - Manifestazione della Women’s Trade Union League Fotografia presa da Paola Pierantoni al museo di Ellis Island, NYC - galleria di immagini
Scopro oggi, 8 marzo, che siamo al centenario di questo appuntamento: traguardo incerto a causa dell’incertezza stessa del punto di inizio; è noto infatti che l’origine di questa ricorrenza è controversa, discussa. Sul sito della Cgil nazionale si può trovare una ricostruzione accurata della storia che ha portato a questa “invenzione di una tradizione” (http://www.cgil.it/Archivio/PariOpportunita/Attualit%C3%A0/8%20marzo-le%20origini.pdf).
Difficile comunque ricordare un centenario più distratto.
Che si sia giunti a questo anniversario solenne lo segnalano Cgil Cisl e Uil sui loro siti nazionali: “Oggi si celebra il centenario dell’8 marzo, festa internazionale della donna. L’8 marzo è una data che simboleggia le lotte delle donne di tutto il mondo per affermare i loro diritti e le loro aspirazioni, per uscire da una condizione di subalternità e di oppressione …”, Ma girando per la rete e per i quotidiani è evidente che il numero 100 non ha prodotto una emozione collettiva: le donne continuano a dividersi nel loro rapporto con questa data, e spigolando tra i siti iniziative e conferme si affiancano alle prese di distanza.
Il pensiero femminile tuttavia scorre piuttosto vivacemente nelle riviste, nei libri, nei gruppi e sulla rete. Quello che avviene in giro, nei mille luoghi in cui avviene, a volte incrocia questa data simbolica e la utilizza per un momento di visibilità. Molto spesso no.
Per questo centenario OLI vi suggerisce un viaggio:
Archivagando donne archivi femminismo http://deffeblog.wordpress.com/
Associazione Piera Zumaglino (Torino) http://www.retelilith.it/lilarca/zuma.htm
Casa delle Donne di Torino http://www.casadelledonnetorino.it/
Casa Internazionale delle Donne (Roma) http://www.casainternazionaledelledonne.org/
Diotima Comunità filosofica femminile http://www.diotimafilosofe.it/
DonnaTv http://www.donnatv.it/tv/mooffanka/?doc=5
Generazioni di donne (Genova) http://www.generazioni-di-donne.it
Libreria delle Donne di Milano http://www.libreriadelledonne.it/chisiamo.htm
Libreria delle Donne di Bologna http://www.women.it/libreriadelledonne/index.htm
LUD Libera Università delle Donne http://www.universitadelledonne.it/
Marea (Genova) http://www.mareaonline.it/
Radio delle donne (Genova) http://www.radiodelledonne.org/
Rete informativa Lilith http://www.retelilith.it/info/presenta.htm
(Paola Pierantoni)
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3 Febbraio 2010
Giornata della memoria - Parlando con Liana Millu
Liana Millu è stata una mia cara amica. Negli ultimi anni della sua vita, fino a poco prima di morire, avevamo consacrato l'abitudine di incontrarci ogni quindici giorni, più o meno, e parlare dei nostri affanni, prima di tutto, e poi di come girava il mondo, di politica, di Genova, di libri e di poesia.
Insomma di tutto il parlabile, seduti su due comode poltrone eleganti e di giusta misura, spesso nel calar della luce del tramonto, che quando giungeva il momento veniva sorretta dallo splendore caldo di una lampada posta alle spalle di Liana.
Liana Millu era pessimista, come tanti vecchi saggi. Troppi rischi di involuzione distruttiva, nei singoli e nella collettività, troppo disprezzo per la natura, troppa arroganza e prepotenza, troppo compiacimento della forza. Troppi e troppo grandi segni di oblio di quello che era stato e che continuava ad essere: i massacri, le guerre, le persecuzioni razziali ed etniche, la schiavitù della fame e della miseria, le feroci dittature, e poi il più grande degli abissi, l'olocausto.
Liana Millu era stata catturata dai nazisti verso la fine del 1944, mentre a Venezia, partigiana, onorava i suoi imperativi di liberazione. Partigiana e ebrea era stata immediatamente condotta a Birkenau, lager femminile collegato ad Auschwitz, delirio di violenza e di umiliazione prima di divenire fumo. Dopo mesi di internamento e di atroci sofferenze venne liberata, mezza viva e mezza morta, ma ancora tenacemente attaccata a quel radicale di vita che l’avrebbe portata fino a noi e a novanta anni. Scrisse due libri bellissimi sulla totalità di questa esperienza: Il fumo di Birkenau e I ponti di Schwerin, racconti, filtrati da dolore e libertà, dell’intensità frantumante dell’internamento e dell’ebbrezza e della fatica del ritorno. Un monumento della memoria, uno scandaglio delle profondità dell’umano, una preghiera laica per la vita.
Poche settimane prima di morire e prima di dirmi per l’ultima volta arrivederci, mi raccontò questo episodio, di cui nei due libri non aveva parlato: “ Quando la mattina all’alba ci prelevavano dalle baracche e ci conducevano, inquadrate e umiliate, al campo di lavoro, luogo di conferma che per quel giorno non saresti passata fra i corpi indegni di sopravvivere, ci facevano passare accanto ad una grande radura, recintata e presidiata da cani neri e uomini armati. In questo grande spazio, ornato qua e là da qualche ciuffo d’erba, erano trattenute alcune migliaia di persone, molte donne e molti bambini, che, dando segni di residua vitalità possibile, si assiepavano per scaldarsi, mandavano in giro un parlottare fitto e fiero, facevano giocare i bambini. Portavano vestiti colorati e fantasiosi, i loro vestiti. Si, perché gli zingari non erano riusciti a svestirli e a rivestirli con la divisa del lager, il marchio dei carcerieri e della sottomissione.
Una mattina trovammo il campo vuoto. Stracci sparsi dappertutto, frammenti colorati, cappelli e veli, capelli e poi sangue a coprire le zolle e l’erba calpestata e schiacciata.
Nella notte gli zingari erano stati eliminati tutti. Ma avevano combattuto con tutti i mezzi che la pietà di Dio aveva loro lasciato”. Queste le parole di Liana Millu. Pensavamo di registrare questo ricordo. Non ci fu tempo.
La sua voce e il suo sorriso mi accompagnano sempre.
Questa la mia giornata della memoria.
(Angelo Guarnieri)
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13 Gennaio 2010
Cultura - I semi della democrazia
Pochi, tra coloro che escono dalla stazione di Torino Porta Nuova e si trovano dinnanzi a corso Vittorio Emanuele II sanno che il quartiere che corre sulla loro sinistra, San Secondo – Crocetta, ospitò sino alla seconda metà degli anni Trenta un gruppo di uomini, vicendevolmente maestri e compagni gli uni degli altri, ai quali dobbiamo la nascita della nostra Repubblica e la nostra Costituzione. Chi ha visitato la mostra dedicata al centenario della nascita di Norberto Bobbio, presso l'Archivio di Stato di Torino, terminata domenica scorsa, ha avuto modo di ripercorrere le loro Storie di impegno e amicizia nel ‘900.
Bobbio e i suoi compagni di liceo e di università, tra i quali Vittorio Foa, Giorgio Agosti, Leone Ginzburg, Massimo Mila, Alessandro Galante Garrone, Franco Antonicelli, Giulio Einaudi e tanti altri ancora, si opposero con intransigenza al regime fascista. Interpreti di un inflessibilità morale, eredità di Piero Gobetti, fatta propria e vissuta anche nella condivisione delle piccole cose quotidiane.
La loro linfa animò prima il movimento di Giustizia e Libertà, debellato definitivamente con una retata nel 1935, e le brigate partigiane omonime del Partito d'Azione poi. La Resistenza fu il banco di prova della loro maturità. Da giovani ragazzi divennero pienamente adultamente uomini, come Dante Livio Bianco diceva ad Agosti nel dicembre del ‘44. “Anche la Resistenza, come la vita di Gobetti, ha avuto un carattere giovanile. Ma la maturità degli uomini veri non contraddice la giovinezza”, scriveva Carlo Levi a Piero Calamandrei. Gioventù non significava esenzione dalla responsabilità, ma li caratterizzava per una spontanea condotta morale che non li trasformò mai in santi militanti o predicatori dell'ideologia e nemmeno, successivamente, in politici di professione. Quando il Partito d'Azione si sciolse dopo la prima tornata elettorale della Repubblica, ricordava Bobbio, “ogni suo militante scelse la sua strada: la maggior parte, come me … non è più entrata nella poli tica attiva e si è dedicata agli studi e alla professione”. Questo non significa che in loro vennero meno spirito critico e sensibilità sociale, ma piuttosto che non si ammorbarono mai dell'amor della poltrona. Le vite di questi uomini sono state eccezionalmente semplici, lievi e senza velleità. Agli occhi di oggi appaiono così lontane, sebbene così vicine nel tempo, tanto da far pensare amaramente che la Resistenza, vissuta in prima persona come autodeterminazione di un popolo, si sia rivelata un momento alto di pochi, non condiviso diffusamente.
Se le parole con cui ne La Rivoluzione Liberale Piero Gobetti descriveva gli italiani sotto il Fascismo, indicazione d'infanzia e trionfo della facilità, come popolo ”dall’abito cortigiano, lo scarso senso della responsabilità, … il vezzo di attendere dal deus ex machina la propria salvezza”, suonano ancora attuali dopo novant'anni, forse vale anche la pena di nutrire fiducia che i semi di queste esperienze torinesi non siano andati perduti.
http://www.centenariobobbio.it/mostra.shtml
(Maria Alisia Poggio)
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12 Novembre 2009
Cornigliano - Quando ogni cosa sembrava al suo posto
A partire da questo numero OLI pubblicherà alcune foto che Giorgio Bergami ha scattato a Cornigliano tra gli anni Cinquanta e Sessanta, immagini di profonda bellezza che ci restituiscono il quotidiano lavorativo e familiare di un quartiere, oggi irriconoscibile. Negli ultimi sessant’anni Cornigliano è stata disponibile al cambiamento a condizione che dietro ad ogni trasformazione ed al sacrificio che comportava ci fosse un progetto concreto per il bene comune.
Le immagini che vedrete rappresentano un mondo dove ogni cosa pare essere al suo posto, scandita con ritmi certi. Ed i protagonisti di questi scatti paiono aderire appieno a quanto li circonda. Quel mondo offre lavoro, casa e svago. Non c’è nei loro sguardi l’inquietudine che sorge in alcuni di noi nel vederli oggi, a distanza di anni. E il senso di estranietà diventa concreto quando, scomponendo pezzo dopo pezzo la storia di Cornigliano, si viene a contatto con quello che la maggioranza degli abitanti del quartiere aveva allora e che oggi non c’è più: la fiducia che quello fosse il miglior sviluppo possibile. Gli scatti del periodo più recente hanno spiegato alla città che non era vero. Che i panni stesi ad asciugare al sole venivano ritirati impregnati di polveri. Ed è questo il vantaggio che ha oggi il quartiere rispetto ai suoi protagonisti del passato, la consapevolezza che non bisogna affezionarsi a nessun modello e la volontà di cambiare. Le fotografie di Giorgio Bergami vogliono dare voce agli abitanti di Cornigliano di oggi e alla loro idea di quartiere.
(Giovanna Profumo)
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29 Aprile 2009
25 aprile - Contro l’abuso consigli (di un bibliotecario) per l’uso
Con l’approssimarsi del 25 aprile e il riproporsi di celebrazioni sempre più stanche, di moniti sempre più categorici («Ricordate!») e polemiche astiose sullo scampato pericolo di dittature bolsceviche all’ombra di San Pietro, il bibliotecario consiglia di far da soli e leggere (o rileggere) qualche buon libro. A suggerire libri si rischia sempre di essere pedanti. D’accordo: non è il compito precipuo del bibliotecario ma, anche se fosse, che male c’è a segnalare –tanto per fare un esempio - Memoria della Resistenza di Mario Spinella o Diari di un partigiano ebreo di Emanuele Artom?
Libri ce ne sono tanti, anche dimenticati, e qui il bibliotecario potrebbe offrire qualche ragguaglio (rivolgendosi al lettore: «lascerei perdere i libri di Petacco… provi a leggere L’ombra della guerra di Guido Crainz»). Dalla frequentazione di simili testi, con un po’ di attenzione e pazienza, si possono ottenere benefici effetti (naturalmente le letture possono prolunga rsi anche oltre il periodo più strettamente celebrativo). Non si propone al lettore di rifugiarsi in una stanza tutta per sé, sottraendosi a manifestazioni o dibattiti, ma di viverli in modo più consapevole. Potrebbe acquisire, per esempio, la consapevolezza che i comunisti, i tanto vituperati servi di Mosca, furono comunque quelli che diedero un contributo fondamentale alla lotta di Liberazione, sempre in prima linea (lo ricordava Luigi Meneghello, uno che comunista non era ma di Resistenza si intendeva, ne ha scritto – “I piccoli maestri” - e l’aveva pure fatta). Qualche buon libro servirà a nutrire i dubbi del lettore occasionale quando gli capitasse di sentire, dal palco dell’oratore di turno, rievocare il compatto contributo all’antifascismo di tutto il popolo italiano o elogiare l’unità ferrea del movimento partigiano.
Tutto ciò senza nulla togliere alla lotta partigiana perché – piaccia o no – come ha scritto Gianfranco Pasquino «i valori della Resistenza, troppo spesso edulcorati e imbalsamati nelle commemorazioni ufficiali, sono gli unici che fondano la Repubblica, che consentono di tenere insieme la storia e la memoria di questo paese, che costituiscono un progetto di cambiamento». Meglio ricordarsene visto che non ne abbiamo altri.
(Marco Bellonotto)
Posted by Eleana at 13:08 | Comments (0)
28 Maggio 2008
Incontri - L'Acquasola nella storia di Genova
“Il significato civile e culturale del giardino dell’Acquasola nella storia di Genova” è il tema dell’incontro promosso dalla facoltà di Scienze della formazione, oggi mercoledì, 28 maggio 2008 alle ore 11.00 presso l’ Aula magna di corso Podestà 2. Il tema sarà presentato da Ennio Poleggi, storico della città di Genova. Sono previsti interventi di Stefano Podestà, presidente Club Speleologico Ribaldone CSU, di Maria Grazia Montaldo, storica dell’arte (Scienze della formazione), di Franca Guelfi, rappresentante di Italia Nostra, di Giorgio Matricardi, educatore ambientale, e la partecipazione di Andrea Agostini, circolo Nuova Ecologia di Lega Ambiente, di Guido Amoretti, vicepreside della facoltà di Scienze della formazione, di Roberto Faure, comitato per l'Acquasola, di Luca Guzzetti, della facoltà di Scienze della Formazione, di Vincenzo Lagomarsino, capogruppo dei Verdi al Munici pio 1 (Centro-est) e dell arch. Giovanni Spalla, della facoltà di Ingegneria.
L’incontro sarà presieduto da Pino Boero, preside della facoltà di Scienze della formazione; moderatore, Giuliano Galletta del Secolo XIX.
Posted by Admin at 10:10 | Comments (0)
21 Maggio 2008
Anniversari - Giù le mani dal '68
Basta, non se ne può più. Evidentemente 40 anni sono sembrati sufficienti per esorcizzare il 68 e farne un anniversario come gli altri. Metterci una bella cornicina intorno e dare il via ai festeggiamenti. Cioè fare tutte quelle cose che il vento del 68 aveva spazzato via. Invece no, eccoli qui, dopo 40 anni, tutti in fila tromboni, giornalisti, intellettuali, accademici, politici a parlare del 68. Quelli che non c’erano, quelli che se c’erano non se ne sono accorti, quelli che nessuno li aveva mai visti, quelli che sono saliti sul 68 le ultime due fermate in tempo per arrivare al capolinea sul tram dei vincitori, quelli che sul 68 hanno fatto carriera, quelli che avevano capito tutto prima, quelli che sono passati dall’eskimo alla cravatta nello spazio di un mattino, quelli che hanno cambiato bandiera, quelli che hanno dimenticato, quelli che non sanno nulla e parlano, parlano, parlano…Basta non se ne può più.
(Anna Pisani)
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8 Marzo 2006
8 Marzo - Da festeggiar c'è poco mie care amiche
Niente otto marzo. No ai locali che improvvisano spogliarelli di uomini. No alla libera uscita solo perché quel giorno ci autorizza a farlo. No alla mimosa. No ai dibattiti. A quel paese il ministero delle pari opportunità. Basta! La realtà nuda e cruda è che abbiamo perso. C'è qualcosa da festeggiare?
L'ipocrisia distillata con cura da giornali e istituzioni è che la donna va commemorata e ascoltata come fosse un'icona religiosa alla quale ci si rivolge in date comandate: feste e campagne elettorali. Messe laiche alle quali tutti, noi per prime, andiamo con le migliori intenzioni, senza scorgere il gran bidone che ci aspetta dietro l'angolo.
Trent'anni dopo gli anni Settanta cosa è rimasto di una parità che ci accordava gli stessi diritti degli uomini facendoci diventare parte di un'insieme in cui tutti eravamo meravigliosamente persone? E' rimasto molto lavoro, per le fortunate che lo hanno, gestione della casa, bambini con asili e scuole al collasso e scambi di sguardi un po' persi un po'disincantati che si chiedono come tutto questo sia accaduto. Siamo in un società dove anche il divorzio è diventato un lusso per pochi: "non ci sopportiamo più… ma sai due case costano troppo, con il nostro stipendio non possiamo permettercelo!". E in molte non hanno l'idea di appartenenza che le farebbe combattere oggi per mantenere quel minimo garantito dal buon senso comune. La nostra storia è dietro le spalle. Il testimone è rotolato a terra. Con chi immaginare una società multietnica? Chi si può accogliere in un tessuto urbano così ostile e ipocrita, dove si intonacano facciate delle strade nobili senza guardare lo stato d elle case cento metri più giù?
Le prostitute dei vicoli che si tuffano a via della Maddalena, denunciate con dovizia di particolari in un'inchiesta sul Reppublica-Lavoro l'anno scorso, sono ancora lì, giovani, statuarie, gli occhi grandi, parlano fitto la loro lingua come se niente fosse. Senza dolore. Ferme agli anni Cinquanta della nostra storia. Sembrano non conoscerla. Come noi.
(Giulia Parodi)
Posted by OLI at 10:14 | Comments (1)
15 Febbraio 2006
Vergogne - Il giorno del ricordo secondo la destra
In un silenzio stampa quasi totale è iniziato l'8 febbraio a La Spezia il processo contro quattro SS accusati di essere i responsabili della strage di Marzabotto, una delle stragi nazifasciste più efferate, in cui furono uccisi più di ottocento civili tra il 29 settembre e il 12 ottobre 1944. Con imputati ormai ultra ottantenni (in contumacia) è evidente che l'azione penale è di fatto diretta non a fare giustizia, ma a restituire almeno la verità, a ricordare.
Il processo è stato reso possibile dal ritrovamento nel 1994 di fascicoli di documenti nell'''armadio della vergogna".
La storia di questo scandalo è diventata nota grazie a un giornalista dell'Espresso, Franco Giustolisi (L'armadio della vergogna, Nutrimenti, 2004). A guerra finita cominciarono ad arrivare a Roma, nella sede della Procura generale militare i fascicoli degli omicidi commessi dalle SS e dalle milizie fasciste. Non in azioni di guerra e nemmeno "rappresaglie". Nei fascicoli erano descritti omicidi e massacri commessi a danno di popolazioni civili. Riguardavano 15.000 vittime; insieme ai loro nomi, c'erano quelli degli assassini e le località dove erano stati commessi i crimini. I 695 fascicoli furono confinati in un armadio. Aveva le ante chiuse a chiave, rivolte verso il muro e così rimase, ben protetto e inaccessibile, per cinquanta anni, fino al 1994.
Ci vollero ancora quasi 10 anni perché, nel 2003, fosse nominata una "Commissione parlamentare di inchiesta sulle cause dell'occultamento di fascicoli relativi a crimini nazifascisti". Doveva indagare sulle anomale archiviazioni "provvisorie" e sull'occultamento dei fascicoli. La relazione finale della commissione è stata messa in questi giorni ai voti e approvata a maggioranza (15 contro 11).
La relazione, scritta e mille volte rimaneggiata da Enzo Raisi (AN), è un totale insulto alla verità; è inaccettabile per le omissioni che contiene, ha detto Carlo Carli, capogruppo Ds in Commissione e autore di una relazione di minoranza (l'Unità, 8 febbraio 2006). Il documento Raisi esclude che ci sia stata una regia sotterranea e precostituita nel nascondere, per anni e anni, i fascicoli delle stragi nell'armadio della vergogna. Fu semplice negligenza. Nessuna responsabilità, nessun insabbiamento.
E' questo il contributo della maggioranza di governo al 10 febbraio, al "giorno del ricordo"? Un giorno dedicato al ricordo delle vittime italiane delle foibe e dell'esodo forzato dall'Istria e dalla Dalmazia. "L'Italia non può e non vuole dimenticare" ha detto Ciampi ai familiari delle vittime (Reppublica, 10 febbraio). Giusto.
Qualcuno però è stato dimenticato. Nell'armadio della vergogna, tra i criminali di guerra richiesti nel dopoguerra dalla Jugoslavia, giacevano "negligentemente dimenticati" alcuni criminali di guerra accusati di reati gravissimi dagli Stati che il fascismo aveva invaso e occupato sino all'8 settembre 1943. Erano alcuni tra i maggiori responsabili dell'odio seminato dall'occupazione fascista nei Balcani: il capo di stato maggiore Mario Roatta (celebre per la formula "non dente per dente ma testa per dente"), il governatore della Dalmazia Giuseppe Bastianini, il generale Alessandro Pizio Biroli, comandante della IX armata di stanza in Albania, governatore del Montenegro, il generale Mario Robotti, comandante dell'XI armata dislocata in Slovenia ("Qui ne ammazziamo troppo pochi"). Nessun processo a loro carico è mai stato celebrato in Italia.
(Oscar Itzcovich)
Posted by OLI at 18:18 | Comments (0)
1 Dicembre 2005
Un libro sull’Acna - La fabbrica dei veleni non interessa piu’
"Cent'anni di veleno. Il caso Acna, l'ultima guerra civile italiana" (Stampa alternativa, 10 euro) di Alessandro Hellmann è un piccolo libro (125 pagine, formato tascabile) che racconta con parole semplici una storia che comincia con l'insediamento di una fabbrica di esplosivi a Cengio nel 1882. "I contadini la osservano crescere dalle cascine e dai cortili delle loro case di pietra e fango. Indicano col dito. E' un miracolo. Nessuno ha mai visto una fabbrica così grande". La fabbrica, negli anni, produrrà anche coloranti, vernici, prodotti chimici (acido solforico, nitrico, fenolo). "L'azienda pensa a tutto: dal regalo di Natale ai dipendenti fino al dopolavoro, all'asilo e ai campi sportivi".
La fabbrica, insieme alla materia prima, trasforma la Bormida, "che entrava pulita nell'Acna e usciva tossica e di un colore rosso". Beppe Fenoglio nel racconto "Un giorno di fuoco" scrive: "Hai mai visto Bormida? Ha l'acqua color del sangue raggrumato, perchè porta via i rifiuti delle fabbriche di Cengio e sulle sue rive non cresce più un filo d'erba. Un'acqua più sporca e avvelenata, che ti mette freddo nel midollo, specie a vederla di notte sotto la luna".
Il fiume, pochi chilometri dopo Cengio, entra nel Piemonte, un semplice fatto amministrativo, che tuttavia farà parte indissolubile della storia. Perché quella dell'Acna è anche una storia di guerre: tra i contadini e la fabbrica ("La sua vigna papà aveva dovuto darla via per niente. Dall'uva veniva un vino cattivo e non si trovava a venderlo"); tra i contadini e gli operai, che difendono quel posto di lavoro; tra liguri e piemontesi, perché gli uni hanno la fabbrica, ma gli altri l'inquinamento. Che giù per il fiume arriva addirittura fino ad Alessandria, a 100 Km da Cengio. I sindacati divisi e anche i partiti ("In Piemonte dicono una cosa e in Liguria ne dicono un'altra"). Centinaia di contadini nel 1938 citano l'Acna per danni. Ventiquattro anni dopo sono condannati a pagare anche le spese processuali. Una storia che lascia dietro di sé una lunga scia di morti: incidenti sul lavoro, cancro. E che prosegue tra manifestazioni di protesta, citazioni, delibere, sentenze, appelli e commissioni ad ogni livello finché, nel 1999, l'Acna viene chiusa definitivamente.
E comincia un'altra storia. Hellmann la sfiora nelle ultime pagine. "Oggi, Cengio è come una periferia senza centro. Uno sfilare silenzioso di case segnate dal tempo, muri scrostati e neri di fumo". Dopo centinaia di leggi, decreti, ordinanze, sentenze, delibere, protocolli e interminabili riunioni di comitati interministeriali e interregionali, di commissioni parlamentari di inchiesta e di commissioni miste tecnico-scientifiche, l'aria si riempie di nuove parole: esondazione, percolazione, armonizzazione del quadro normativo, piano di caratterizzazione, riqualificazione. E' la bonifica. Che a tutt'oggi non si sa quanto costerà, chi pagherà e quando finirà. Perché la storia non è finita. Altre battaglie escono e rientrano continuamente dalle aule di giustizia, come quella in corso per la contestata nomina del commissario per la bonifica.
Insomma, Hellmann ci racconta una di quelle storie che non finiscono mai. Che è sempre diversa e sempre nuova perché non è solo a Cengio che è accaduta. E che accade ancora e dappertutto. Una storia che i media non hanno voglia di raccontare. A quando risale l'ultima volta che stampa e TV hanno parlato di Cengio? La bonifica di un vasto territorio non è notizia.
(Oscar Itzcovich)
Posted by Admin at 08:27 | Comments (0)
14 Luglio 2005
Dopo referendum. Il passo del gambero
3 luglio 2005
Il Vaticano chiama Gasparri
All’assemblea nazionale di AN fanno capolino anche la 194 e il Vaticano. Durante il referendum, le gerarchie ecclesiastiche telefonarono a Gasparri per invitarlo a non rimettere subito in discussione l’aborto.
A raccontare l’episodio è lo stesso Gasparri: «Mi hanno chiamato dal Vaticano dopo che avevo sostenuto che la 194 è modificabile – ha ricordato – e mi hanno detto: “una cosa alla volta” »
(La Repubblica)
28 gennaio 1948
I doveri del cristiano e le elezioni
1. Ogni elettore ed elettrice ha stretto e grave obbligo di andare a votare.
2. Gli elettori, uomini e donne, devono votare per quei candidati che, pur procurando tutti i veri interessi del popolo Italiano, sapranno anche difendere i diritti di Dio, della Chiesa, della famiglia cristiana.
3. Gli elettori che danno il proprio voto a partiti che professano dottrine contrarie alla Fede cattolica, commettono peccato mortale.NB: I nemici della nostra santa religione oltre a tutto vorrebbero:
a) togliere dalle scuole l’insegnamento religioso;
b) privare il Matrimonio religioso degli effetti civili;
c) introdurre in Italia il divorzio.
(Gli arcivescovi e vescovi della Regione Toscana)
Posted by OLI1 at 16:15 | Comments (0)
12 Maggio 2005
Storia. La campagna d'Italia non fu un regalo
D’accordo sul grazie dovuto agli Alleati e sul rispettoso ricordo di quanti lasciarono la vita in Italia nella guerra contro il fascismo. Ma mi sembra eccessivo sostenere che quei soldati erano qui “allo scopo di restituirci la libertà e la democrazia” e che a questo scopo sacrificarono la vita (come sul Corriere della Sera del 3 maggio). Gli alleati hanno combattuto in Italia per loro precisi interessi in lato senso politici, e per questo rischiarono (e molti persero) la vita.
Che il loro sacrificio sia stato un aiuto – anche determinante – per la nostra causa è indiscutibile, ma sospettarli di essere stati altrettanti Lord Byron, e di avere scientemente lasciato madri piangenti, spose vedove e figlioletti orfani per ridare la libertà agli “italiani”, fino al giorno prima fascisti e nemici, è a mio avviso quasi offensivo per il loro umano buon senso. Lo ha detto anche il Manzoni, in tempi non sospetti, quando disilludeva il popolo italiano sulle intenzioni che muovevano i Franchi a liberarli dai Longobardi: “E il premio sperato, promesso a quei forti / sarebbe, o delusi, rivolger le sorti / d’un volgo straniero por fine al dolor?”
(Luigi Lunari)
Posted by OLI2 at 09:46 | Comments (0)
24 Febbraio 2005
Europa. Vergogna per Vichy riabilitazione per Salò
Parigi è piena di manifesti che invitano a visitare il nuovissimo “Memorial de la Shoah” (www.memorialdelashoah.fr), inaugurato il 25 gennaio di quest’anno.
Per entrare lunga coda. Anche il museo è strapieno di visitatori, sia giovani che anziani, attoniti tra i modernissimi spazi che evocano efficacemente l’Olocausto. Su un lungo muro sono scolpiti i 67.000 nomi degli ebrei francesi internati, complice la repubblica di Vichy. Due maxi schermi, digitando il loro nome, proiettano fotografia, dati anagrafici, campo di internamento, soluzione finale. Per pochissimi l’informazione “sopravvissuto”.
Altrettanto impressionante il percorso museale con manifesti, documentazione, leggi emanate dal governo collaborazionista, oggetti, fotografie delle retate e dai campi di sterminio.
Esci frastornato e ti ritorna in mente il discorso fatto poche settimane fa dal presidente Chirac, uomo di destra, all’inaugurazione di questo tempio della memoria ”…sono venuto a ricordarvi la promessa del nostro paese di non dimenticare mai quello che non si è potuto impedire… A quelli che vorrebbero negare questa realtà, negare questi fatti, negare questa storia io dico solennemente che saranno perseguiti e condannati con tutti i rigori della legge… Ricordare è anche trasmettere…”
Fuori compri i giornali italiani. Su la Repubblica (16 Febbraio) leggi incredulo: “Non esistono più buoni e cattivi, ridò dignità agli ex combattenti”. Questo infatti il titolo della intervista al senatore Tofani di AN, il presentatore del disegno di legge per riconoscere ai combattenti della repubblica di Salò la qualifica di belligeranti e quindi l’equiparazione reduci fascisti con Resistenza. E alla domanda del giornalista: “Ma Fini lo sa?” il senatore risponde: “E certo. Questa volta non ha fatto il pesce in barile, sa tutto e approva tutto…” A proposito della storia insegnata ai giovani Tofani, insegnante, aggiunge “La incastono nell’unico modo possibile… la storicizzo… qui non si fa differenza tra buoni e cattivi”.
Altra proposta di legge che ci allontana dall’Europa… C’è da vergognarsi di appartenere a “questa Italia”, alla nazione del modello prospettato dalla Casa delle Libertà, in controtendenza con l’Europa, soprattutto sul fascismo strisciante, nonostante battute e frasi opportunistiche per raccattare credibilità a buon mercato.
(Vittorio Flick)
Posted by OLI2 at 23:05 | Comments (0)
19 Febbraio 2005
Foibe. Ricordiamo anche l'origine delle atrocità
A poca distanza del 27 gennaio, “giorno della memoria” della Shoa, il 10 febbraio, come disposto da una legge approvata in un clima bipartisan, si è celebrato, per la prima volta, il “giorno del ricordo”, ma meglio sarebbe stato chiamarlo il giorno dell’oblio: nessuno delle centinaia o migliaia di italiani che hanno compiuto atrocità in Jugoslavia è mai stato punito.
Subito dopo la guerra le autorità jugoslave avevano fornito al governo italiano la documentazione relativa ad oltre 800 criminali di guerra. Anche l’offerta jugoslava di scambiare i criminali di guerra italiani con i responsabili delle foibe venne lasciata cadere dai governi italiani del dopoguerra.
In tutta Europa da tempo si sta procedendo all’istituzione di luoghi simbolici della memoria perché tutti, ma specialmente le nuove generazioni, abbiano una maggiore comprensione del passato. Sul piano della coscienza (se non anche su quello della giustizia dei tribunali) i tedeschi hanno fatto seriamente i conti con il loro passato. Così i francesi e, da ultimo, anche in Spagna si sta procedendo al recupero della memoria della repressione franchista.
Alla domanda del corrispondente di “la Repubblica” (9 febbraio) sui paragoni che i neonazisti fanno tra la Shoa e l’”Olocausto delle bombe alleate”, Joachim Fest, il noto storico tedesco, risponde che lo stupido slogan è fuorviante: “Moralmente si possono avere molte difficoltà a definire precisamente le differenze. Ma la discriminante è politica: furono i tedeschi a cominciare la guerra, a seguire Hitler su quella strada e quindi a pagarne le conseguenze. Quegli orribili bombardamenti non nacquero dal nulla, ma dal sì di molti, troppi tedeschi alla guerra di Hitler...Ogni popolazione è vittima della guerra. Noi tedeschi lo fummo un po’meno, perché cominciammo la guerra”.
In Italia invece si sta tornando pericolosamente indietro. Le foibe, ha dichiarato il segretario dei DS Fassino, sono “una pagina dolorosa della storia italiana, troppo a lungo negata e colpevolmente rimossa”. Nelle foibe “morirono donne e uomini colpevoli soltanto di essere italiani. E l’esodo fu l’espulsione di un’intera comunità, con l’obiettivo di sradicare l’italianità di quelle terre”. Un giudizio che "L'Osservatore romano” ha fatto bene a correggere scrivendo: sui massacri delle foibe “non sono mancati silenzi, strumentalizzazione e negligenze. Ma tutto questo, ha avuto radici anche nelle responsabilità del fascismo che in Istria non aveva perseguito la convivenza, ma l’italianizzazione. (“la Repubblica”, 10 febbraio)
Sulla stessa materia - come ricorda il documentato dossier “La verità sulle foibe” a cura di Marco Ottanelli (http://www.democrazialegalita.it/foibe07febb05.htm) - nel 1989 la BBC ha prodotto “L’eredità fascista”, un documentario sui crimini di guerra italiani in Africa e nei Balcani e sulla loro impunità. Trasmesso da molte televisioni, è stato acquistato anche dalla RAI che però non lo ha mai trasmesso.
Il “giorno del ricordo” sarebbe stato una ottima occasione per farlo.
(Oscar Itzcovich)
Posted by OLI at 17:02 | Comments (1)
Ricordi. Non tutto da buttare quei difficili anni '70
Invecchiando provo un senso di allarme quando qualche episodio mi fa dubitare della mia memoria: così ieri, durante il consueto ascolto mattutino di “Prima Pagina”, ho avuto un trasalimento allorché il conduttore della settimana, Innocenzo Cipolletta (presidente del gruppo Sole 24 Ore), parlando di “Craxi figura binaria”, ha commentato che se non si possono negare i demeriti del personaggio, bisogna però tenere conto delle difficoltà che dovette fronteggiare. Infatti, dice il giornalista, quando Craxi assunse responsabilità di governo, alle sue spalle c’erano gli anni ’70 e “dobbiamo ricordare che gli anni ’70 furono veramente tragici dal punto di vista economico, politico e sociale”.
Che strano, io ricordo invece un periodo straordinario. All’inizio del mitico decennio avevo appena iniziato a lavorare all’ELSAG SPA, ma io non avevo fatto nessuna domanda e fu l’Azienda a scrivermi a casa per invitarmi ad un colloquio! E mi assunse subito con un rapporto a tempo indeterminato! Quando lo racconto oggi a qualche giovane amico o amica, laureato a contratto, interinale, precario da anni, free lance con angoscia da mutuo, vedo passare nel suo sguardo una invidia che trapassa per qualche istante il pur grande affetto.
Ma soprattutto ricordo la cultura e la vita. Fresca fresca di università e un po’ col mito della nobiltà della ricerca scientifica, nei primi mesi trascorsi nell’ufficio aziendale mi ero cominciata ad intristire, ma poi avevo fatto un passo fuori dalla porta ed ero stata travolta dalla corrente di vita che passava di lì. Avevo scoperto lavoratori che alla sera, usciti dal lavoro, si fermavano a seguire le lezioni sul nuovo modo di valutare e promuovere la professionalità in fabbrica, avevo scoperto lo studio della organizzazione del lavoro fatto da quegli stessi che lavoravano e l’analisi dei rischi fatta da quei medesimi che li correvano. Questionari, interviste, piantine dei reparti, puntigliose descrizioni delle competenze e delle mansioni “formali e informali” di ogni singolo lavoratore. Rivendicazioni salariali destinate non ad aumentare gli stipendi ma a creare iniziative utili al quartiere (così nacque, ad esempio, il Centro Civico di Cornigliano).
E poi, dal 1974, le 150 ore! Gli operai all’Università! Un documento della FLM che conservo, registra che ancora nel 1979 i lavoratori iscritti ai seminari universitari erano 1.174, da tutti i settori di lavoro. Dentro a questo, un mondo a parte, “Le 150 ore delle donne”, centinaia di donne all’Università, e poi a discutere in gruppi decentrati nei quartieri: “Il territorio delle donne”, “Noi e il nostro corpo”, “Espressione corporea”, “Nascere, far nascere”; “Prostituzione”, “Devianza femminile, prostituzione e criminalità”. Col 1975 infatti si era sollevato il vortice delle donne nel sindacato, i coordinamenti, le assemblee retribuite di sole donne in fabbrica. L’organizzazione del lavoro e della società, la stessa struttura sindacale, smontate pezzo a pezzo dallo sguardo delle donne.
Certo, furono anni tragici. La violenza ci fu negli anni ’70, fu durissima, e fu violenza contro quella utopia. Ieri una mia amica dell’epoca, parlandone, mi ha detto: “Abbiamo provato a vivere la vita senza competere, negli anni ‘70”
(Paola Pierantoni)
Posted by OLI at 16:55 | Comments (0)
10 Febbraio 2005
Auschwitz. Le manipolazioni dello storico B
A me sembra che le parole del premier ad Auschwitz, dove ha equiparato l’Olocausto ai crimini di Polpot in Cambogia, snaturino in qualche modo il senso del genocidio compiuto dai nazisti.
Non perché quello dei comunisti in Cambogia (e altrove) sia meno grave in quanto di diverso segno, assolutamente no, ma perché quello dei nazisti ha una specificità del tutto unica nella storia: l'eliminazione programmata a tavolino, con burocratica lucidità, di seimilioni e mezzo di ebrei, dopo aver inflitto loro le più aberranti torture, averli privati dei beni materiali e morali, averli ridotti al rango di oggetti inservibili, aver coinvolto nel genocidio giovani, anziani, bambini
"Il fumo di Birkenau" di Liana Millu (il libro-testimonianza della scrittrice scomparsa in questi giorni) è tragicamente illuminante a questo proposito, se mai non bastassero i libri di Primo Levi e di pochi altri sopravissuti a quell'orrore. Soprattutto stringe il cuore la sofferenza di milioni di persone anzianissime e bambini, che non avevano nessuna possibilità di sopravvivere al viaggio senza cibo e calore nei vagoni piombati verso i campi di sterminio. E' dunque propaganda volgare equiparare questo a quel genocidio, perché li si svuota entrambi del loro significato più tragico e aberrante. Ed è significativo anche il silenzio stampa su questo argomento, quasi la materia sia talmente scottante da sconsigliare di farne parola. Un altro mattone (involontario?) alla casa costruita sulla sabbia dal cavaliere.
(Giovanni Meriana)
Posted by OLI2 at 12:41 | Comments (0)
9 Dicembre 2004
Crimini nazisti. Chi vuole seppellire per sempre il passato
Quanti gerarchi nazisti sono fuggiti in Argentina passando per Genova tra il 1947 e 1951? Chi li coprì? Chi fornì loro passaporti e visti? Quali i nomi? Il Secolo XIX nell’estate del 2003 aveva dedicato una lunga inchiesta a questa vicenda. Durante un dibatto al Bagdad Cafè, Mino Ronzitti è tornato a parlarne. Tra i nomi noti quelli di Eichmann , Mengele, Priebke aiutati a fuggire da funzionari argentini, dalla CRI e da esponenti della curia genovese.
Siamo alla storia sospesa, perché nonostante i buoni propositi, c’è il dispiacere di alcuni con cui si deve fare i conti. Un dispiacere così grande che si è tramutato in pressioni affinché su quella storia venisse calato un pietoso velo. Un disappunto così elevato che nei fatti è stato impossibile l’accesso agli archivi della curia. Nello stesso giorno, 12 gennaio 2004, in cui a La Spezia inizia il processo per l’eccidio di Sant’Anna di Stazzema e il governo italiano si costituisce parte civile, la Regione Liguria boccia un disegno di legge per una commissione d’inchiesta parlamentare che faccia luce sulle fughe dei criminali nazisti da Genova.
Una componente del centro sinistra non vota a favore. “Non è materia di competenza della Regione”. Un autorevole funzionario DS suggerisce a Ronzitti: “Lascia stare, il passato è passato!”. E siamo ai pellegrinaggi di Mino Ronzitti con i sopravvissuti ai campi di concentramento e alla volontà che “la storia non possa avere delle pagine che restano bianche”, e a quell’interesse collettivo di “scrivere la verità”. Mentre il governo argentino apre i suoi archivi, qui “è mancata una sponda, la sponda della politica e della cultura genovese”. Solo l’impegno di quaranta senatori del centro sinistra a chiedere che la commissione che si occupa degli armadi della vergogna indaghi anche su queste fughe. Quelli che per adesso mancano all’appello forse si sveglieranno di buon’ora l’anno prossimo per celebrare il sessantesimo anniversario della liberazione pretendendo con la stessa ostinazione verità e giustizia, cardinal Tarcisio Bertone permettendo.
(E.A.)
Posted by OLI2 at 09:45 | Comments (0)
10 Maggio 2004
Irak e dintorni. Il falso problema dell'antiamericanismo
Il direttore dell’”Europeo” Daniele Protti, che ha condotto “Prima pagina” tra il 25 aprile e il 1 maggio, si è mostrato contrariato perché a Milano qualcuno ha dato fuoco alla bandiera americana: così i pacifisti rischiano di essere scambiati per amici dei terroristi - ha detto.
Preoccupazione sincera, e perciò rispettabile. A patto di chiarire una cosa: che riguarda una discutibilissima ragione di opportunità. Quello dell’antiamericanismo è un falso problema, su cui vengono sparse – al solito – tonnellate di stupidaggini. Ad esempio: come fate a parlare degli Stati Uniti in termini così negativi, proprio oggi che si celebra il 25 aprile, cioè la Liberazione che fu ottenuta grazie al merito di americani e inglesi, alleati dei partigiani? Gli asini che ripetono questo ragionamento dimenticano una piccola cosa: che sono passati quasi sessant’anni e il contesto è cambiato.
La storia – ha detto uno storico saggio – è la scienza del contesto: in contesti diversi lo stesso fatto può assumere significati diversi, lo stesso soggetto può esercitare ruoli opposti. La natura di uno stato, o di un’istituzione, può anche mantenersi o apparire inalterata, coerente col suo passato, ma è il contesto che modifica la sua funzione. Lo è stato per la Chiesa, che nel Seicento bruciava le streghe e i liberi pensatori, nell’Ottocento precedeva e accompagnava i colonialisti alla conquista dell’Africa e oggi fa argine alle derive etnocentriche e razziste, sempre in nome dell’idea di “persona” (basta sapere cosa si intende per “persona”). Perché non lo può essere per gli Stati Uniti?
Se fossi stato un partigiano, avrei considerato gli americani come miei alleati e persino come miei amici: mi davano una mano a liberarmi dalla dittatura fascista. Se fossi stato un vietnamita, li avrei considerati tra i peggiori criminali della storia. Se fossi un irakeno (sunnita, sciita, laico, miscredente o altro) li vedrei sicuramente come nemici: come gentaglia arrogante superattrezzata e supernutrita che occupa il mio territorio in nome di ragioni bugiarde e di motivi inconfessabili. Ricordiamoci di questo quando verrà Bush in Italia nell’anniversario dello sbarco di Anzio. E gridiamogli il nostro go home, malgrado Anzio, senza bisogno di rinnegare il nostro grazie di ieri.
(Antonio Gibelli)
Posted by Eleana at 15:43