{"id":1020,"date":"2006-12-28T09:36:26","date_gmt":"2006-12-28T09:36:26","guid":{"rendered":"http:\/\/www.comevedonoidaltonici.com\/wordpress\/?p=1020"},"modified":"2006-12-28T09:36:26","modified_gmt":"2006-12-28T09:36:26","slug":"welby2-la-misericordia-ormai-e-morta","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.olinews.it\/mt\/?p=1020","title":{"rendered":"<em>Welby\/2<\/em> &#8211; La misericordia? Ormai e&#8217; morta"},"content":{"rendered":"<p>Era un chiesa fondovalle. Di quelle delle Alpi con campanili svettanti e un camposanto recintato, come in citt\u00e0 non se ne vedevano. In alcune tombe fiorivano le stelle alpine e le croci in ferro battuto sembravano tratte da un romanzo. Le lapidi mescolavano teschi, tibie e angeli come se il senso di una vita terrena potesse sintetizzarsi in quei pochi simboli, presagio di eternit\u00e0 e fine.<\/p>\n<p><!--more--><br \/>\nLa gita &#8211; nella mente di chi mi portava &#8211; faceva parte di un programma in cui il pic-nic andava compensato con un tantino di spiritualit\u00e0 campestre che nutriva se stessa dal semplice fatto che il luogo era affidato alle amorevoli cure dei paesani e del prete del villaggio. Dio era pi\u00f9 vicino certamente, e il vento, l&#8217;erba, i boschi erano prova inconfutabile della sua esistenza. La chiesa odorava di legno grezzo e le poche immagini religiose avevano espressioni d&#8217;amore e sofferenza come se l&#8217;una cosa indissolubilmente alimentasse l&#8217;altra. L&#8217;amore era sofferenza, la sofferenza generava amore. Dopo, pi\u00f9 in l\u00e0, c&#8217;era la rinuncia, sentimento che andava compreso con il tempo, senza fretta. Ai margini, in un luogo che non apparteneva n\u00e9 al camposanto, n\u00e9 alla chiesa, c&#8217;era la tomba di un tale tutta sola. Murata nel recinto forse, comunque lontana da quella compagnia che, nell&#8217;immaginario di chi vive, i morti si fanno tutti insieme al cimitero. Una tomba fuori dai discorsi, dai s ussurri, e dalle feste. &#8220;E&#8217; un suicida\u2026Vedi la lapide in latino?&#8221;, chi mi accompagnava poteva tradurne il testo, &#8220;\u2026li mettevano in campo sconsacrato\u2026vedi la data?&#8221;, &#8220;Emme, ci, ci, ix, ix\u2026&#8221; facevo contando nelle dita, &#8220;Devi imparare a leggere le date\u2026Qui siamo al mille e\u2026&#8221;. Forse millesettecento. &#8220;Comunque, adesso, non succede pi\u00f9, \u00e8 tutto cambiato, adesso gli fanno gli funerale\u2026&#8221;. Rassicurazione illuminata dal sole di fine giornata.<br \/>\nQuella tomba sconsacrata della mia infanzia, con quel tale che chiss\u00e0 per quale dolore poi s&#8217;era ammazzato, \u00e8 apparsa sulla mia vigilia di Natale. Con Piergiorgio Welby. Entrambi indegni, a distanza di secoli, di quella misericordia, e di quell&#8217;amore che volevano insegnarmi da bambina, ai quali ho imparato a dare altri nomi, sinonimi pi\u00f9 agili.<br \/>\nSulla mia vigilia anche Francesco De Andr\u00e8 che ricompone tutto: &#8220;quando attraverser\u00e0 l&#8217;ultimo vecchio ponte ai suicidi dir\u00e0, baciandoli alla fronte: venite in paradiso, l\u00e0 dove vado anch&#8217;io, perch\u00e9 non c&#8217;\u00e8 l&#8217;inferno nel mondo del buon Dio\u2026&#8221;<br \/>\nQuando uno dice la provvidenza.<br \/>\n<em>(Giulia Parodi)<\/em><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Era un chiesa fondovalle. 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