{"id":1934,"date":"2009-06-13T22:01:09","date_gmt":"2009-06-13T22:01:09","guid":{"rendered":"http:\/\/www.comevedonoidaltonici.com\/wordpress\/?p=1934"},"modified":"2009-06-13T22:01:09","modified_gmt":"2009-06-13T22:01:09","slug":"claudio-costantini-%e2%80%9clettera-ai-compagni%e2%80%9d-1990","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.olinews.it\/mt\/?p=1934","title":{"rendered":"Claudio Costantini &#8211; \u201cLettera ai compagni\u201d (1990)"},"content":{"rendered":"<p><em>Claudio Costantini \u00e8 morto a 75 anni nel pomeriggio di domenica 31 maggio 2009. Per ricordarlo l\u2019Osservatorio Ligure sull\u2019Informazione pubblica una lettera che lui stesso indirizz\u00f2 ad un centinaio di amici \u2013 molti gli studenti dei suoi corsi pi\u00f9 recenti &#8211; all\u2019inizio dell\u2019estate del 1990. Si intitolava \u201cLettera ai compagni\u201d: un invito alla discussione, una proposta politica. La lettera piacque e ci si incontr\u00f2 per parlarne. Oggi, a distanza di quasi 20 anni, si pu\u00f2 dire con tranquillit\u00e0 che la maggior parte di noi non ne colse a fondo lo spessore o, come anche si dice, la valenza politica. Ma ci appassion\u00f2 e sicuramente fu utile a tutti. Ci furono anche delle obiezioni di cui Claudio tenne conto nello stendere una ulteriore versione della \u201cLettera\u201d. Pass\u00f2 qualche mese e della \u201cLettera\u201d non si parl\u00f2 pi\u00f9. In seguito, nel 1994, Claudio la pubblic\u00f2 &#8211; col titolo di \u201cEguali\u201d &#8211; insieme ad un\u2019altra dozzina di lettere indirizzate a persone diverse nel primo numero di \u201cLettere di storia, politica e varia umanit\u00e0\u201d, una pubblicazione di cui era il solo redattore, legatore, editore, distributore e le cui copie erano destinate ai suoi amici. Uno dei tanti prodotti artigiani di cui era orgogliosissimo che, insieme ai \u201cQuaderni di storia e letteratura\u201d avrebbero poi trovato posto sul sito \u201cwww.quaderni.net. Nell\u2019edizione del 1994, Claudio antepose alla \u201cLettera\u201d &#8211; reintitolata \u201cUguali\u201d &#8211; un breve corsivo. Ricordava come a suo tempo uno dei destinatari del documento (che ne aveva apprezzato il contenuto) gli avesse detto che la sua era davvero \u201cuna bella provocazione intellettuale\u201d. Ma io, scriveva Claudio, \u201cnon volevo provocare nessuno, dicevo sul serio: mi pareva tutto molto ragionevole, molto fattibile, molto urgente. Avevo perfino steso un preventivo di spese e scritto un regolamento interno (principalmente diretto a escludere dall\u2019associazione i matti e i perditempo che si intrufolano sempre in questo genere di iniziative). All\u2019inizio pensavo che a Genova non convenisse essere pi\u00f9 di venti o trenta. Ma le persone disposte a far qualcosa non sono mai state pi\u00f9 di cinque o sei in tutta Italia\u201d.<\/em><\/p>\n<p><!--more--><br \/>\nUguali<br \/>\n1. Nel 1989 \u00e8 finita la guerra fredda e forse si \u00e8 chiusa per davvero l\u2019epoca delle Grandi Guerre cominciata nella lontana estate del 1914. Per tre quarti di secolo la pace, una pace stabile, sempre promessa e sempre rinviata, \u00e8 stata, per antonomasia, la Grande Illusione. Oggi, forse, \u00e8 diventata realt\u00e0. Ma se le Grandi Guerre sono finite, non sono finiti i massacri. Lo sterminio per fame dei popoli del Sud del mondo continua e si estende. Il ritorno della pace libera grandi risorse che, opportunamente impiegate, potrebbero concedere agli emarginati della Terra almeno una tregua, un momento di respiro. Ma chi osa sperare nella saggezza dei governi? La follia del 1914 pu\u00f2 ripetersi. Lo sviluppo del Sud e la fine dello sterminio per fame, da tutti ufficialmente promessi o almeno auspicati, possono diventare la Grande Illusione degli anni a venire.<br \/>\n2. La guerra fredda (e l\u2019et\u00e0 delle Grandi Guerre) si \u00e8 conclusa con la disfatta del comunismo (o di quello che si \u00e8 inteso per comunismo negli ultimi settant\u2019anni). La disfatta del comunismo non vuol dire per\u00f2 legittimazione del capitalismo, n\u00e9 va confusa con il trionfo della democrazia. Di democrazia ce n\u2019\u00e8 sempre meno nel mondo capitalistico, e di qualit\u00e0 sempre pi\u00f9 scadente. I regimi \u201cdemocratici\u201d, abbandonate le vecchie sembianze liberali e smarrito il gusto della tolleranza, tendono un po\u2019 dovunque, confortati da larghi consensi elettorali, ad assumere i tratti furbeschi o malavitosi di un sistema di potere placidamente corrotto e paternalisticamente autoritario, connivente con i forti e implacabile con i deboli, intimidatorio quanto basta a emarginare i diversi, i renitenti, i refrattari. Se il comunismo (che per decenni ha dato espressione, bene o male, alle speranze di una massa imponente di persone oneste) non \u00e8 pi\u00f9 neppure un\u2019illusione, \u00e8 assai improbabile che tocch i al capitalismo e ai suoi \u201cdemocratici\u201d paladini assicurare un futuro civile all\u2019umanit\u00e0.<br \/>\n3. La fine della guerra fredda ha liberato una quantit\u00e0 di forze, ideali e materiali, imprigionate nei vecchi blocchi militari e ideologici. Ma il grande evento liberatorio, quello decisivo, \u00e8 stato proprio il crollo del comunismo. E\u2019 comprensibile che non tutti i comunisti siano in grado di rendersene conto e di giovarsene. E\u2019 probabile anzi che molti di loro, a cominciare, forse, dai capi, abituati per un malinteso realismo politico a disprezzare le cosiddette \u201ccause perse\u201d, finiscano per aggrapparsi in qualche modo al carro dei vincitori e per perdere cos\u00ec anche quello che varrebbe la pena di salvare dal naufragio comunista. Resta il fatto che, dopo decenni di conformismo e di gesuitica fedelt\u00e0 alla causa (\u201cmeglio aver torto in tanti che ragione da soli\u201d), i comunisti si sono ritrovati davvero, volenti o nolenti, soli a decidere. E ciascuno di loro ha oggi l\u2019opportunit\u00e0 di restituire un senso alla propria militanza, di riconoscere amici e avversari sulla base di affinit\u00e0 e di incompatibilit\u00e0 liberamente riscoperte, di tornare a fare politica senza furbizie e senza compromessi, con la semplice forza di convinzioni radicali.<br \/>\n4. Tornare a far politica vuoi dire prima di tutto ritrovare un\u2019immagine convincente di se stessi: in questo sta il fondamento serio della questione, altrimenti futile, del nome da darsi. Una connotazione ideologica forte non \u00e8 in contrasto con l\u2019esigenza di mettersi (oggi e sempre) in discussione, n\u00e9 con quella ragionevole tendenza a convergere sugli stessi obbiettivi da posizioni diverse che si chiama \u201ctrasversalismo\u201d; ha invece il vantaggio di opporre un qualche sbarramento all\u2019attivismo senza principi dei mestieranti della politica. Il crollo del comunismo \u00e8 spesso indicato come l\u2019evento culminante di quel tramonto delle ideologie che \u00e8 preconizzato ormai da trent\u2019anni. Ma il termine \u201cideologia\u201d ha molti significati. Marx chiamava ideologica (mistificatoria) ogni apologia dell\u2019esistente. Oggi gli apologeti dell\u2019esistente liquidano come ideologico (campato per aria) ogni progetto di cambiamento. Per costoro la fine delle ideologie dovrebbe coincidere con la fine delle sper anze e delle pratiche collettive di liberazione, una specie di morte della storia Ma che cosa c\u2019\u00e8 di pi\u00f9 stupidamente \u201cideologico\u201d (nel senso marxiano) di un cos\u00ec sinistro e improbabile auspicio?<br \/>\n5. C\u2019\u00e8 un vecchio principio radicale da tempo fuori moda in cui ci riconosciamo: l\u2019egualitarismo. E\u2019 un principio radicale nel senso che costituisce un\u2019interpretazione estrema della democrazia, ma anche nel senso che sta alla radice di molte scelte politiche estremistiche, da quella bolscevica a quella anarchica: ne \u00e8 infatti la matrice storica comune. Quasi tutte le parole della politica (a cominciare da \u201csocialismo\u201d e \u201ccomunismo\u201d) si sono logorate con l\u2019uso; molte subiscono tuttora indecenti manomissioni da parte dei soliti filibustieri del linguaggio (come i socialisti nostrani che, con incredibile improntitudine, tornano ogni tanto a dirsi \u201clibertari\u201d o \u201cliberalsocialisti\u201d). Pi\u00f9 fortunato, per la paura e la ripugnanza che da sempre suscita in ogni sorta di filistei, il termine \u201cegualitarismo\u201d \u00e8 rimasto quasi indenne da furti e sofisticazioni. Che oggi sia usato per lo pi\u00f9 come un insulto lo rende ancor pi\u00f9 adatto a far da insegna a chi, come noi, non condivide quasi nulla della cultura politica dominante e ha scelto di muoversi controcorrente.<br \/>\n6. \u201cIo penso veramente che l\u2019essere pi\u00f9 povero che vi sia in Inghilterra abbia una vita da vivere tanto quanto il pi\u00f9 grande e perci\u00f2, Signore, credo che sia chiaro che ogni uomo che ha da vivere sotto un governo debba prima col suo consenso accettare quel governo; e ritengo che l\u2019uomo pi\u00f9 povero in Inghilterra non sia affatto tenuto a rigore a obbedire a un governo che non ha avuto alcuna voce nel creare\u201d.<br \/>\nCos\u00ec nell\u2019Inghilterra di met\u00e0 Seicento. Sostituiamo l\u2019Inghilterra con il mondo e avremo una buona approssimazione di quel che si pu\u00f2 oggi intendere per egualitarismo: non livellamento o omologazione a un unico modello (come nel \u201ccomunismo della caserma\u201d o nell\u2019incubo tecnologico del \u201cvillaggio globale\u201d), ma piuttosto il suo contrario, ossia il diritto di ciascuno a essere diverso e a essere rispettato nella e per la sua diversit\u00e0.<br \/>\nPrima ancora l\u2019egualitarismo \u00e8 il diritto di ciascuno a esistere, perch\u00e9 anche il pi\u00f9 umile e il pi\u00f9 disperato degli esseri umani ha una vita da vivere come chiunque altro e ha il diritto di viverla con la stessa dignit\u00e0 e con le stesse, opportunit\u00e0 di chiunque altro. Egualitarismo, infine, \u00e8 il diritto alla disobbedienza, ossia il diritto di ciascuno a resistere a qualsiasi autorit\u00e0 che non voglia o non sappia riconoscere e preservare, in via di principio e in via di fatto, il diritto di ciascuno a esistere.<br \/>\n7. Tornare a far politica in Italia non \u00e8 solo possibile: \u00e8 urgente. Perch\u00e9 la nostra sbilenca democrazia va, come ha detto Stefano Rodot\u00e0 a proposito della nuova legge sulla droga, alla deriva. In relazione alla sconfitta, che pare definitiva, del terrorismo, si \u00e8 fatto un gran parlare dell\u2019opportunit\u00e0 di uscire dall\u2019emergenza. Ma l\u2019emergenza \u00e8 indispensabile a una democrazia sbilenca come la nostra, ed ecco che, chiusa (o quasi) un\u2019emergenza, il Parlamento italiano, con due tratti di penna, ne inventa un\u2019altra. La legge sulla droga e quella sull\u2019immigrazione creeranno entro qualche mese almeno due milioni di clandestini stretti tra le minacce della polizia (che avr\u00e0 il compito di perseguitarli) e il ricatto delle organizzazioni criminali (a cui il legislatore li affida).<br \/>\nDue milioni di nostri uguali, per i quali il fatto stesso di esistere sar\u00e0 considerato un illecito, punibile con una variet\u00e0 praticamente indefinita di pene, dal rabbuffo prefettizio al ritiro della patente, da quel presagio di future lobotomizzazioni che \u00e8 il ricovero coatto dei tossicodipendenti alla condanna a morte per fame o per disperazione a cui in molti casi equivale il rimpatrio forzato dei lavoratori asiatici o africani. E su tutto prevarr\u00e0 l\u2019arbitrio delle autorit\u00e0 preposte, in una gran confusione di moli amministrativi e giudiziari, nel peggiore stile ancien r\u00e9gime, alla repressione.<br \/>\n8. A proposito della legge sulla droga Stefano Rodot\u00e0 ha parlato di \u201cgrande\u201d e \u201cinquietante\u201d regressione culturale. \u201cUno Stato che usa la legge come veicolo di precetti morali, che vede le norme in funzione simbolica &#8211; ha detto nel suo intervento alla Camera &#8211; non \u00e8 solo uno Stato che vede rinascere in s\u00e9 una inammissibile propensione etica. E\u2019 uno Stato che cede a tentazioni autoritarie, che pensa che la faticosa costruzione di valori comuni, di una morale condivisa, possa essere sostituita dall\u2019imposizione legislativa, che la legge possa essere il surrogato del sentire maturo e consapevole di una comunit\u00e0\u201d. Come la legge sull\u2019immigrazione, cos\u00ec quella sulla droga, per la diffusione stessa dei comportamenti che esse rendono illeciti, sar\u00e0 inapplicabile, o, per meglio dire, sar\u00e0 applicata selettivamente, ossia ad arbitrio degli organi di polizia, che verranno cos\u00ec dotati di nuovi strumenti di discriminazione e di ricatto nei confronti dei cittadini pi\u00f9 deboli. \u201cE\u2019 cieco o ipo crita &#8211; si domanda Rodot\u00e0 &#8211; un legislatore che agisce cos\u00ec?\u201d. Ma il peggio \u00e8 forse che questa legge, mentre stravolge principi giuridici che sembravano indiscutibili, \u201crompe la cultura dell\u2019accoglienza e della solidariet\u00e0, che richiede di riconoscere nell\u2019altro non il portatore di un disvalore, ma, dicono i Cristiani, un fratello: pi\u00f9 semplicemente, o banalmente, io dico un mio uguale, un pari nei diritti.\u201d<br \/>\n9. La legge sull\u2019immigrazione \u00e8 frutto della stessa regressione culturale. La Corte Costituzionale aveva invitato il Parlamento a regolare la materia tenendo conto delle fondamentali libert\u00e0 umane. Il Parlamento ha risposto con una legge che, come ha scritto Gabriele Cerminara, \u201ca parte le norme di sanatoria, quelle di autorizzazione del lavoro autonomo e alcune limitate aperture alla concessione di asilo politico, non fa altro che correggere in peggio la legislazione fascista\u201d. Oltre al numero chiuso (una vergogna) e all\u2019obbligo del visto per i neri (altra vergogna), la legge prevede che, alla fine, l\u2019ingresso in Italia sia concesso davvero solo a chi appaia (a giudizio della polizia di frontiera) provvisto di mezzi di sostentamento: \u00e8, come osserva ancora Cerminara, \u201cuna beffa a danno dei pi\u00f9 bisognosi\u201d, che vengono in Italia proprio perch\u00e9 sperano di trovarvi quei mezzi di sostentamento che non hanno e che in questa speranza investono le loro ultime sostanze. Infine la leg ge affida alle autorit\u00e0 di polizia il potere (non previsto neppure dalle leggi fasciste) di escludere chiunque e in qualsiasi momento dal privilegio di soggiornare in Italia (ma non \u00e8 un diritto radicato nelle fondamentali libert\u00e0 umane?) facendo semplicemente e genericamente richiamo, come recita la legge, a \u201cragioni attinenti alla sicurezza dello Stato e all\u2019ordine pubblico o di carattere sanitario\u201d. La legge d\u00e0 vita cos\u00ec a una sorta di caporalato statale dei lavoratori di colore, a cui i funzionari di polizia, par di capire, non sono affatto lieti di partecipare.<br \/>\n10. Se l\u2019egualitarismo ha un senso, questi nostri uguali perseguitati dallo Stato italiano hanno diritto alla nostra solidariet\u00e0. Si tratta di difendere per loro e per noi quella libert\u00e0 di scegliersi in qualunque parte del mondo un domicilio e un lavoro e, nella sfera privata, quel diritto alla riservatezza delle proprie decisioni e all\u2019assoluto possesso della propria persona, che la tradizione liberale e la costituzione repubblicana promettono a tutti, ma che la maggioranza del nostro Parlamento ha sepolto, per intollerante demagogia, sotto una nuova ondata dileggi eccezionali. Occorrerebbe assicurare a ciascuno di questi nostri uguali una possibilit\u00e0 di vita. Ma non sar\u00e0 facile. Nelle condizioni determinate dalla persecuzione legale sar\u00e0 gi\u00e0 difficile recuperare e mantenere con immigrati e tossicodipendenti quel rapporto di fiducia, che \u00e8 la condizione di qualsiasi dialogo; e sar\u00e0 difficilissimo costruire con loro e per loro, a partire da alcune esperienze esemplari gi\u00e0 op eranti (scuole popolari e comunit\u00e0 di accoglienza), un sistema di assistenza medico-sanitaria e legale capace di sostituire in qualche modo il servizio pubblico, che la legislazione eccezionale ha degradato di colpo a organizzazione ufficiale per la caccia al diseredato e al sofferente.<br \/>\n11. Sollecitare la resistenza degli operatori pubblici contro il degrado dei servizi di assistenza; organizzare la solidariet\u00e0 verso i nostri uguali, immigrati e tossicodipendenti, nel tentativo di neutralizzare almeno in parte gli effetti devastanti e criminogeni dell\u2019esclusione e della clandestinit\u00e0; proporsi nei confronti di questi nostri uguali come struttura di assistenza alternativa alla \u201cprotezione\u201d offerta dalle organizzazioni criminali: ecco degli obbiettivi su cui misurare la capacit\u00e0 di tutti a far politica. Se i militanti del PCI, invece di baloccarsi con le avvizzite ragioni del s\u00ec e del no (1), si dividessero (alla buon\u2019ora!) tra quanti sono disposti a sfidare le leggi eccezionali sulla droga e sull\u2019immigrazione e quanti non lo sono, la Cosa, o, pi\u00f9 esattamente, le Cose (le due o tre Cose diverse e incompatibili che stanno nel PCI) comincerebbero finalmente a prender forma, con grande vantaggio della democrazia italiana. Nel rifondare la Sinistra \u00e8 essenziale, contro il mito aberrante dell\u2019unit\u00e0 a tutti i costi, saper separare quella vera Destra (non importa se impolverata di socialismo e magari di marxismo) che \u00e8 responsabile della legislazione eccezionale o che \u00e8 disposta a tollerarla, dalla vera Sinistra (qualunque sia la sua ispirazione ideologica) che vi si oppone ostinatamente.<br \/>\n12. La cultura dell\u2019esclusione che ha prodotto in Italia la legge sull\u2019immigrazione e la legge sulla droga, \u00e8, almeno in apparenza, merce di importazione. Viene dall\u2019America irresponsabile e sbruffona di Reagan e dall\u2019Inghilterra cialtrona e bottegaia della Thatcher. In entrambi i paesi ha creato in pochi anni decine di milioni di miserabili, di barboni, di vagabondi, di disperati. In Italia quella cultura \u00e8 stata \u201ctelefonata\u201d da Craxi durante un viaggio americano. Di nazionale c\u2019\u00e8, tuttavia, quanto meno, l\u2019antico abito della miscredenza italiota riconoscibile nell\u2019impressionante imperturbabilit\u00e0 con la quale i socialisti hanno accolto il voltafaccia craxiano e nel cinismo dei democristiani che, nonostante i preoccupati moniti di un clero generalmente attento al disagio sociale, hanno concesso, sulla pelle degli immigrati e dei tossicodipendenti, una soddisfazione \u201cmorale\u201d all\u2019alleato di governo.<br \/>\n13. Ma le radici profonde di quella cultura sono comuni a tutto l\u2019Occidente. Stanno nel carattere neocorporativo della nostra societ\u00e0, dove, a due secoli esatti dalla Rivoluzione francese, \u00e8 tornata a crescere (non di rado dietro il paravento di una legislazione detta \u201csociale\u201d) una fitta giungla di monopoli, licenze, privilegi, riserve, numeri chiusi. In questa giungla il capitalismo, un tempo, almeno a parole, liberista e concorrenziale, prospera senza problemi. Il capitalismo si finge ancora antistatalista, ma solo quando vuole sbarazzarsi di quei pochi vincoli che la legge pone ai suoi capricci; per il resto sembra incapace di realizzare profitti se non, appunto, utilizzando la grande macchina dello Stato, da cui sempre pi\u00f9 spesso prende moto, direzione e coordinamento e da cui, in ogni caso, pretende favori, finanziamenti, servizi, spazi d\u2019azione riservati e protetti, interventi d\u2019ordine. Qui sta l\u2019intreccio tra potere economico e potere politico che minaccia di strangol are la democrazia e di qui nasce l\u2019interesse di entrambi i poteri a crearsi un solido consenso d\u2019opinione mediante l\u2019estensione del sistema dei privilegi alla maggioranza dei cittadini.<br \/>\n14. Nella vecchia societ\u00e0 borghese, quella nata dalla Rivoluzione francese, i pi\u00f9 erano poveri, ma, in linea di principio, nulla ostava al fatto che il povero diventasse ricco e il ricco povero o che la povert\u00e0 scomparisse come condizione sociale: tutto ci\u00f2 rientrava nelle regole e nelle ambizioni della civilt\u00e0 liberale. Nella societ\u00e0 attuale i pi\u00f9 (almeno cos\u00ec si dice) sono ricchi, ma, nella logica neocorporativa del privilegio e della discriminazione, le minoranze sono isolate e chi non partecipa all\u2019abboffo \u00e8 passibile di persecuzione. E\u2019 la stessa volont\u00e0 dello Stato che attiva i meccanismi di esclusione (con la criminalizzazione e la segregazione del diverso) o disattiva i circuiti della solidariet\u00e0 (con lo smantellamento o con l\u2019inefficienza programmata dei servizi sociali, con la riduzione o con la dissipazione intenzionale delle risorse destinate all\u2019assistenza, ecc.). Cos\u00ec, per\u00f2, la diseguaglianza, come nell\u2019ancien r\u00e9gime, torna ad essere figlia della legge, nel che propriamente consiste il carattere neocorporativo del sistema in cui viviamo.<br \/>\n15. Ma l\u00e0 dove la diseguaglianza \u00e8 figlia della legge non \u00e8 facile mantenere a lungo la finzione di una legge uguale per tutti (come recita l\u2019iscrizione che sovrasta malinconicamente le aule di giustizia). E in effetti ci si preoccupa sempre meno di mantenerla. Un po\u2019 in tutto l\u2019Occidente (in rapporto anche al trionfo della politica-spettacolo, pi\u00f9 attenta ai sondaggi d\u2019opinione che alla qualit\u00e0 delle opinioni che vi si esprimono) \u00e8 in atto una sorta di degenerazione maggioritaria e decisionista della democrazia, che assume l\u2019applauso degli spettatori come argomento per legittimare la violazione dei principi di libert\u00e0 e di uguaglianza. Questa demagogia brutale e decisionista \u00e8 costituzionalmente incompatibile con il garantismo e con la cultura della solidariet\u00e0, produce ininterrottamente espropriazione, ossia perdita o violazione di diritti, e alla lunga genera barbarie. Ne fa testimonianza, tra l\u2019altro, la rinnovata voga della pena di morte in Occidente: quando i principi d i libert\u00e0 e di uguaglianza vengono messi ai voti o affidati alla buona volont\u00e0 delle folle spettatrici, \u00e8 la legge di Lynch che finisce per prevalere.<br \/>\n16. A questa inquietante regressione culturale (per adoperare ancora una volta l\u2019espressione di Stefano Rodot\u00e0), il cui aspetto pi\u00f9 avvilente sta nell\u2019insensibilit\u00e0 per la sofferenza altrui, bisogna opporsi con fermezza, ben sapendo che attaccare, in nome dei fondamentali diritti umani e civili, il sistema dei privilegi che corrompe e imprigiona gran parte del corpo sociale pu\u00f2 costare l\u2019impopolarit\u00e0. L\u2019egualitarismo \u00e8 il nemico storico della cultura dell\u2019esclusione e dell\u2019indifferenza: per il bene di tutti, contro le varianti decisioniste e forcaiole della democrazia che sono oggi di moda, bisogna rimetterlo in circolazione. La mia proposta \u00e8 di fondare una Societ\u00e0 Egualitaria diretta da un lato a organizzare la solidariet\u00e0 verso gli emarginati e i perseguitati e dall\u2019altro a contrastare sul piano della produzione e della diffusione delle idee l\u2019imbarbarimento che minaccia di stravolgere la comune percezione delle libert\u00e0 e dei diritti umani.<br \/>\n(1) Ossia pro o contro la proposta del segretario di cambiare nome e simbolo del Partito. Miserevole diatriba, che per\u00f2 ha appassionato il Popolo Comunista e lo ha diviso come non era riuscito n\u00e9 al terrorismo di Stalin n\u00e9 al consociativismo di Berlinguer.<br \/>\nGenova, maggio 1990<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Claudio Costantini \u00e8 morto a 75 anni nel pomeriggio di domenica 31 maggio 2009. Per ricordarlo l\u2019Osservatorio Ligure sull\u2019Informazione pubblica una lettera che lui stesso indirizz\u00f2 ad un centinaio di amici \u2013 molti gli studenti dei suoi corsi pi\u00f9 recenti &#8211; all\u2019inizio dell\u2019estate del 1990. 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