{"id":2266,"date":"2010-05-26T06:23:38","date_gmt":"2010-05-26T06:23:38","guid":{"rendered":"http:\/\/www.comevedonoidaltonici.com\/wordpress\/?p=2266"},"modified":"2010-05-26T06:23:38","modified_gmt":"2010-05-26T06:23:38","slug":"migranti-famiglie-in-movimento","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.olinews.it\/mt\/?p=2266","title":{"rendered":"Migranti &#8211; Famiglie in movimento"},"content":{"rendered":"<p>\u201cNon si pu\u00f2 pi\u00f9 parlare di famiglia. Si deve parlare di famiglie, al plurale, perch\u00e9 c\u2019\u00e8 ormai una pluralit\u00e0 di famiglie: eterosessuali, omosessuali, di fatto, oppure fondate sul matrimonio. Il legislatore per\u00f2 fatica a prenderne atto\u201d. Queste parole di Giovanna Savorani, presidente dei Corsi di laurea in Servizio sociale presso la Facolt\u00e0 di Giurisprudenza, introducono la presentazione del libro \u201cFamiglie in movimento\u201d (*). Ad ascoltare un\u2019aula piena di ragazze \u2013 tra loro anche qualche ragazzo \u2013 che studiano per diventare assistenti sociali. Una professione, dice la docente, che deve proporsi azioni \u201cleggere, complesse, preventive, riparative\u201d.<\/p>\n<p><!--more--><br \/>\nL\u2019iniziativa della presentazione di questo libro agli studenti nasce da una collaborazione tra il Centro Studi Med\u00ec \u2013 Migrazioni nel Mediterraneo (www.csmedi.it) e la Facolt\u00e0 di Giurisprudenza.<br \/>\nOggetto della ricerca, basata su 300 interviste a donne migranti in Liguria e curata da Maurizio Ambrosini e Emanuela Abbatecola, sono le \u201cmolte\u201d famiglie migranti, che contraddicono il formato unico che alcuni vorrebbero proporre come modello di una inesistente normalit\u00e0. Emerge la figura delle madri \u201ctransnazionali\u201d: il 53 % ha tutti i figli in patria, il 7 % ne ha un p\u00f2 qui e un po\u2019 in patria, il 40 % \u00e8 riuscita a ricongiungerli. Ma anche in questo caso, quello apparentemente pi\u00f9 favorevole che noi vediamo come una storia \u201ca lieto fine\u201d, la realt\u00e0 \u00e8 variegata e complessa, e Ambrosini avverte: \u201cSi tratta sempre di un nuovo, difficile inizio che va progettato, seguito, curato, e che pu\u00f2 avere esiti imprevisti e lontani dalle aspettative\u201d.<br \/>\nAnche quando il ricongiungimento va in porto tra le mani non c\u2019\u00e8 pi\u00f9 quello che si aveva quando si \u00e8 partiti. Per arrivarci &#8211; se ci si arriva, e se lo si desidera davvero &#8211; sono necessari in media non meno di sei, sette anni, di cui almeno due per conquistare il permesso di soggiorno. A proposito: solo il 15 % delle intervistate \u00e8 potuto entrare in Italia con un regolare titolo di soggiorno, e tanto valga per tutti quelli che continuano a distinguere tra \u201cregolari buoni\u201d e \u201cclandestini cattivi\u201d.<br \/>\nNell\u2019aula attenta le ricercatrici (oltre ai due coordinatori gi\u00e0 citati: Deborah Erminio, Francesca Lagomarsino, Maria Grazia Mei) propongono dati e frasi raccolti nel corso della ricerca che offre una visione complessa e per nulla scontata di questa realt\u00e0 sociale. L\u201980 % delle donne intervistate sono venute in Italia da sole e sono loro, quando decidono di farlo, ad attivare i ricongiungimenti col coniuge e con i figli. Questo aprire la strada della emigrazione appartiene soprattutto alle donne sudamericane e dell\u2019Est Europa. Mi chiedo quanto questo protagonismo nella immigrazione sia conseguenza, e quanto incida, sui cambiamenti della condizione culturale e sociale delle donne. I dati della ricerca offrono molti spunti per riflettervi. Nel corso della emigrazione il 31 % dei legami familiari si spezza definitivamente, ma queste rotture, prevalentemente, non derivano dal fatto che l\u2019emigrazione \u00e8 un processo destabilizzante: \u201cIn realt\u00e0 sembra soprattutto vero l\u2019inverso, l\u2019e migrazione rappresenta un\u2019opportunit\u00e0 socialmente legittimata per porre fine ad un\u2019unione matrimoniale che non funziona pi\u00f9. Su 93 donne separate \/ divorziate 86 erano emigrate da sole \u2026 solo 6 sono venute al seguito dei coniugi\u201d.<br \/>\nMa oltre al coniuge ci sono i figli, e qui si arriva al nodo: \u201cLe madri sono schiacciate da processi di colpevolizzazione e di auto \u2013 colpevolizzazione\u201d perch\u00e9 non vi \u00e8 nessun riconoscimento sociale del fatto che riescano ad inviare ai figli rimasti in patria mediamente 300 euro al mese, un terzo dello stipendio, \u201cLe madri non vengono considerate procacciatrici di risorse materiali. A loro si chiede la cura e l\u2019affetto\u201d. Quindi un padre che emigra continua ad essere un buon padre, mentre una madre che emigra \u00e8 \u201cuna madre che abbandona\u201d. In realt\u00e0 i figli non sono abbandonati, ma curati da una rete familiare costituita soprattutto da donne (nonne, zie).<br \/>\nRapporti tenuti vivi da rimesse economiche, regali, telefonate, e rientri in patria in media ogni due anni, aprono riflessioni sul potere o non potere essere madri quando non si pu\u00f2 essere fisicamente presenti, e sui nuovi ruoli nella famiglia allargata che in assenza della madre si prende cura dei suoi figli: \u201cSi pu\u00f2 essere buone madri anche a distanza. La richiesta di una presenza fisica deriva da una concezione paternalistica\u201d. Ma quello che domina \u00e8 ancora la censura sociale, e le madri stesse hanno di s\u00e9 una \u201cimmagine filtrata dallo sguardo degli altri\u201d. Emergono strazianti rivelazioni delle rotture che si sono compiute: i figli che non ti chiamano pi\u00f9 mamma, che non riconoscono pi\u00f9 la tua immagine nella fotografia che hai mandato, le conversazioni telefoniche sempre eguali, tu stessa che incontrando all\u2019aereoporto la figlia improvvisamente cresciuta ti accorgi che ti \u00e8 estranea, che non provi per lei la prescritta emozione di amore: \u201cla separazione \u00e8 come quando si incrina un vetro, anche se \u00e8 apparentemente intatto ha una frattura che non si sana\u201d.<br \/>\nUna donna per\u00f2 rompe l\u2019inconfessabile tab\u00f9 della \u201cmadre che abbandona\u201d e dice \u201c \u2026 Io non avevo nessuna intenzione di ricongiungermi \u2026\u201d. E\u2019 una sola voce esplicita dietro cui probabilmente vi \u00e8 una realt\u00e0 pi\u00f9 diffusa, che viene percepita dalla rete familiare che osserva le assenze sempre pi\u00f9 prolungate, i ritorni differiti \u201cForse aveva proprio voglia di partire \u2026 \u201c.<br \/>\nA conclusione dell\u2019incontro Ambrosini si guarda intorno nell\u2019aula universitaria affrescata, e osserva: \u201cSiamo circondati da simbologie legate alla famiglia. Possiamo quindi capire l\u2019influenza di ci\u00f2 sulla nostra cultura, e la fatica che implica la de-costruzione di questo modello. E\u2019 importante ragionare sulle rappresentazioni. La ricerca ci aiuta a leggere pi\u00f9 lucidamente al realt\u00e0\u201d. Che bella lezione!<br \/>\n(*) \u201cFamiglie in movimento \u2013 Separazioni, legami, rinnovamenti nelle famiglie migranti\u201d a cura di Maurizio Ambrosini e Emanuela Abbatecola. Ed. Il Melangolo. \u2013 La ricerca \u00e8 stata finanziata dall\u2019Assessorato alle Politiche Sociali della Regione Liguria.<br \/>\n<em>(Paola Pierantoni)<\/em><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>\u201cNon si pu\u00f2 pi\u00f9 parlare di famiglia. Si deve parlare di famiglie, al plurale, perch\u00e9 c\u2019\u00e8 ormai una pluralit\u00e0 di famiglie: eterosessuali, omosessuali, di fatto, oppure fondate sul matrimonio. Il legislatore per\u00f2 fatica a prenderne atto\u201d. 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