{"id":696,"date":"2006-02-15T18:21:30","date_gmt":"2006-02-15T18:21:30","guid":{"rendered":"http:\/\/www.comevedonoidaltonici.com\/wordpress\/?p=696"},"modified":"2006-02-15T18:21:30","modified_gmt":"2006-02-15T18:21:30","slug":"trasparenza-il-mostro-di-ponte-caffaro-andava-fermato","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.olinews.it\/mt\/?p=696","title":{"rendered":"<em>Trasparenza<\/em> &#8211; Il mostro di Ponte Caffaro andava fermato"},"content":{"rendered":"<p>Il mostro -come le cronache attuali si ostinano a chiamare impropriamente il maniaco che aggredisce le ragazzine in ascensore- non sempre \u00e8 cos\u00ec inafferrabile, da dovergli mettere una taglia sulla testa, secondo i riti western che tanto piacciono alle leghe di casa nostra. Prendiamo il mostro di cemento, questo s\u00ec un vero mostro, di ponte Caffaro: certo che poteva essere fermato, ma nessuno ha mosso un dito. Si tratta, come i genovesi ora possono vedere, di un autosilo di quattro piani che aggredisce con la violenza di un tirapugni la scenografia ideata dal Barabino per costruire la circonvallazione a monte.<\/p>\n<p><!--more--><br \/>\nGiustamente l&#8217;architetto Marina Poletti scrive a Repubblica che i muraglioni della &#8220;citt\u00e0 verticale&#8221; vanno tutelati in quanto &#8220;patrimonio di identit\u00e0 inscindibile della nostra storia urbanistica&#8221;. Le fa eco Michele Marchesiello definendo l&#8217;opera &#8220;un incubo degno di Metropolis&#8221;, che insieme all&#8217;autosilo dell&#8217;Acquasola, per non dire delle Mura di Malapaga, dei parchi di Nervi e degli altri spazi pubblici immolati al feticcio del garage privato, sono simboli di un nuovo sacco della citt\u00e0.<br \/>\nAlle critiche, non proprio immotivate, l&#8217;assessore Bruno Gabrielli replica che sia all&#8217;estero, sia in altre citt\u00e0 italiane gli studiosi di urbanistica hanno scelto Genova come &#8220;modello di riferimento&#8221;, in positivo s&#8217;intende, mentre qui &#8220;prevale l&#8217;umor nero&#8221;. Ed evitando di entrare nel merito afferma infine che &#8220;c&#8217;\u00e8 un tempo per prevenire e un tempo per recriminare&#8221;, ovvero fino al 1999 si poteva intervenire, dire che quella bruttura andava bocciata; ora, coi lavori in corso, si pu\u00f2 solo piangere sul latte versato.<br \/>\nLa domanda a questo punto riguarda chi aveva il compito, la responsabilit\u00e0 pubblica di evitare un simile affronto alla citt\u00e0; e la risposta non pu\u00f2 che essere l&#8217;assessorato all&#8217;urbanistica, all&#8217;arredo urbano, la commissione edilizia o la soprintendenza ai beni storico-ambientali. Ammesso che agli occhi di quegli esperti una simile bruttura sia sembrata un capolavoro, a chi toccava protestare per tempo? Ai cittadini, ai consigli di quartiere, ai comitati spontanei, a condizione per\u00f2 di saperlo, di essere informati. Fare una simulazione al computer \u00e8 prassi corrente per uno studio di progettazione; ma dubitiamo molto che sia stata seguita una procedura del genere per favorire una &#8220;scelta partecipata&#8221;, come si dice.<br \/>\nGi\u00e0 trent&#8217;anni fa, quando negli Stati Uniti vararono la &#8220;Freedom Information Act&#8221;, la legge sulla trasparenza, visto che pochi cittadini usavano il nuovo diritto di accesso all&#8217;informazione, l&#8217;Amministrazione stanzi\u00f2 molti milioni di dollari contro il rischio che la legge diventasse carta morta. Non sar\u00e0 che da noi la trasparenza viene considerata un optional, fonte solo di fastidi?<br \/>\n<em>(Camillo Arcuri) <\/em><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Il mostro -come le cronache attuali si ostinano a chiamare impropriamente il maniaco che aggredisce le ragazzine in ascensore- non sempre \u00e8 cos\u00ec inafferrabile, da dovergli mettere una taglia sulla testa, secondo i riti western che tanto piacciono alle leghe di casa nostra. 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