Categoria: Giovanna Profumo

  • Oli 268: CITTA’ – Ilva: dopo cinque anni tutto da rifare

    4 luglio su Repubblica – edizione Genova, con il titolo “L’accordo di programma va riscritto”, Claudio Burlando dichiara: “L’Ilva ha usato la cassa integrazione fissata dall’accordo di programma anche per estenderlo ad alcuni comparti che con l’accordo non avevano nulla a che fare e questo ha riguardato in particolare l’occupazione femminile e l’ufficio acquisti, che si è scelto di concentrare a Milano. L’Ilva ha fatto questo restando nei limiti dell’accordo, quindi legittimamente, ma bisogna capire i numeri reali degli occupati di Cornigliano”.

    Monitorare i numeri reali di Cornigliano è il nodo che tutti i soggetti coinvolti hanno avuto come obbiettivo per cinque anni.

    Scopo dell’accordo di programma, produrre industria pulita, salvaguardando i posti di lavoro.

    Visto oggi, l’accordo di Cornigliano rimandava all’art. 41 della Costituzione: libertà dell’iniziativa economica privata, utilità sociale, sicurezza, dignità umana, coordinamento dell’attività a fini sociali.
    Nel 2005, ma anche in precedenza, nessuno, oltre Riva, ha presentato un progetto che contenesse tutti gli elementi che l’art. 41 menziona.
    A nessuno interessavano quelle aree perché nessuno si poteva gravare dei 2700 dipendenti che l’Ilva contava allora.
    Le aree, affidate ad altri, potevano generare profitto, ma non posti di lavoro.
    La “vision” dell’accordo è stata quella di contenere insieme impresa e occupazione. In un paese dove l’impresa, se può, produce con livelli occupazionali e tutele ridotte al minimo.
    La politica genovese ha scommesso, ma non ha voluto vedere che chi fa impresa ha come scopo produrre utili. In una condizione di crisi industriale e in assenza di utili chi fa impresa ricorre ad ammortizzatori sociali e riduzione di personale.
    Alcuni aspetti della vicenda, presi per tempo, avrebbero potuto modificare il quadro con il quale le istituzioni hanno a che fare oggi. Uno fra tutti, la crisi che ha dato segnali che andavano oltre il numero di cassintegrati inseriti nell’accordo, inducendo Riva, già due anni fa, a ricorre alla cassa integrazione ordinaria per il personale ancora in forza. Inoltre questioni delicate come la centrale termica, la capacità occupazionale di impianti e uffici non sono state mai visualizzate con la chiarezza necessaria.
    Oggi i possibili rientri in azienda sono accompagnati dalla motivata preoccupazione che siano rientri temporanei. Dopo cinque anni in Comune e Provincia i lavoratori legati all’accordo di programma temono di tornare in una società i cui livelli produttivi non permettono di assorbirli, e vivono il rientro con la paura di essere rimessi in cassa ordinaria.
    In questo caso, assai probabile, cosa propone il presidente della regione Liguria?
    E come si tutelano tutti i dipendenti delle acciaierie?
    Sempre su Repubblica, il presidente della Regione dichiara che ci sono aziende fortemente interessate alle aree come Ansaldo Energia e Asg di Malacalza: ma la parola “aree” non è sinonimo di nuovi occupati.
    Poi invita tutti i soggetti coinvolti a mettersi “attorno a un tavolo” e chiede “al governo di ragionare, partendo proprio dall’accordo di programma”.
    “Lavoriamoci fino a settembre e vediamo se a ottobre, a cinque anni esatti dal vecchio accordo, arriviamo a consolidare una nuova intesa”.
    (Giovanna Profumo)

  • Oli 268: SOCIETA’ – La miseria umana che deruba i morti

    Foto: Alisia Poggio

    Pochi giorni fa al cimitero di Staglieno ho visto una donna. Era al campo sedici. Quello dei bambini. Avvolgeva con un grande fiocco di raso rosa la lapide di una bambina. Il gesto era un abbraccio. Come una consuetudine. Era così singolare e improvvisa quella ventata d’amore per il mondo dei vivi che per un po’ non ho saputo esattamente dove collocarla. Continuando nella mia visita la voce di un’altra donna – tono schietto e affabile – mi ha attirata. Ho pensato che parlasse con un funzionario o un addetto del cimitero. Discorreva di cose sue – affatto personali – con una lapide. Congedatasi dal defunto, sulla strada per tornare alle cose della vita, mi ha guardata e, dopo un attimo di esitazione, mi ha detto con un largo, affrettato sorriso: “Devo tornare indietro per fargli ancora una saluto!”. Ha accarezzato a lungo la piccola lapide, mandandole baci, e più serena è andata via.

    Risulta, da recenti articoli di stampa locale e nazionale, che alcuni dipendenti del civico cimitero di Staglieno facessero mercimonio di quel che restava di corpi esumati, spolpandoli di quanto poteva ancora generare reddito: denti d’oro, protesi, anche monili lasciati dalle famiglie ad accompagnare il caro. Altri pare si facessero pagare per accelerare le pratiche di sepoltura. L’inchiesta è in corso.
    Le dichiarazioni dei politici assicurano che si tratta “di casi isolati”. Ma segue a ruota quella riguardante le mense – le mense delle scuole genovesi stanno facendo storia in procura – nelle quali sono sotto inchiesta persone che sottraevano vivande.
    Si tratti di cibo o di defunti, visti da un certa distanza, gli autori di questi gesti segnalano una miseria umana prima che concreta, rispetto alla quale oggi è assolutamente necessario porsi domande.
    Si tratta davvero di casi isolati? E’ la prima domanda che chi ha incarichi in un’amministrazione dovrebbe porsi, alla quale non si deve dare una risposta affrettata
    Cosa sta accadendo in questa città? E’ la seconda.
    Posso porvi rimedio? E’ la terza.
    Staglieno e quanto è accaduto cosa segnala? Si vuole o non si vuole considerare quello che avvenuto come un confine oltre il quale non ci si può permettere di andare? Se viene a mancare il rispetto per quelle due donne e per tutti coloro che nel culto dei morti ancora vivono poca o tanta parte della propria esistenza, cosa ne è del mandato con il quale il cittadino elegge il proprio rappresentante? Fino a che punto – parafrasando Moretti e il suo Caimano – dovremo raschiare il barile?
    (Giovanna Profumo)

  • OLI 265: CULTURA – Pahor, un paradiso di amicizia

    Mercoledì 9 giugno, Palazzo Ducale, sala del Minor Consiglio, Boris Pahor è acquattato muto tra i due presentatori. A lungo annuisce senza intervenire. C’è una pazienza atavica nel suo ascoltare ed anche lui sembra sapere, insieme ai lettori in sala, che questo è il dazio che paga ad esser presentato. Dazio di gratitudine, perché contestualizzazione storica, sintesi della vita dell’autore, desiderio di tenere insieme bilinguismo, persecuzione della minoranza slovena e guerra richiedono passione, tempo e ascolto.

    Quando prende la parola si scopre che Boris Pahor, prima che scrittore, è sloveno. Un bambino sloveno nella Trieste del 1920. La sua minoranza è costretta al silenzio. Non può parlare nella propria lingua. Cancellata l’identità, italianizzati i nomi, costretti i ragazzi in classi esclusivamente italiane. Il razzismo fascista, dice l’autore, si esprime per bocca del fratello di Mussolini: “non c’hanno né lingua, né nazionalità sono come le cimici”. Seicentomila persone, incluisi sloveni e croati dell’Istria devono sparire. Non come gli ebrei, spiega Pahor, ma diventando italiani.
    “Nelle nuove classi ti ridono e ti deridono”. E’ la storia di una schiavitù linguistica e intellettuale. “Non ero solo Boris Pahor, ma la mia generazione. Come farò a diventare italiano per forza? Mi chiedevo. Vengo mandato in seminario. Non sapevo cosa fare di me stesso.”
    In seminario Pahor scopre la volontà di essere fedele alla propria lingua, rimanendo “italiano nella parte esterna”. Poi la guerra. Il diploma classico preso da soldato a Bengasi. Il ritorno in patria e l’8 settembre, il rifiuto di presentarsi e la denuncia. Poi il campo di concentramento Natzweiler-Struthof tra i monti Vosgi, di cui scrive in Necropoli.
    “Sono tornato al campo per il bisogno di poter condividere quello che noi si sperava. Che il mondo, dopo, sarebbe stato un paradiso di amicizia. Ma poi abbiamo avuto le bombe atomiche, il Vitenam, Pol Pot, Sarajevo. Questo campo per me era una cosa terribile. Ero lì per la libertà e la democrazia”.
    A sentirlo parlare si tocca con mano la determinazione a testimoniare e un’energia, a volte ironica, insieme allo stupore che le cose nel mondo non siano andate esattamente come loro speravano. Storia passata ed eventi recenti si intrecciano. A Pahor non scappa nulla. Foibe, comunismo, Tito, Israele, sono osservati da una distanza, novantasette anni, che permette uno sguardo lungo. Anche spietato.
    Per i tedeschi, spiega Pahor, quello che hanno fatto è entrato nella loro coscienza nazionale. In Italia no. Per questo in Germania Necropoli è stato premiato, “lo è stato perché non ha maledetto i tedeschi, ma ha condannato quella parte disgraziata che è stata con Hitler”. Anche la scuola ha le sue colpe: “E’ sempre l’istruzione primaria quella che crea l’uomo, o lo distrugge. O lo crea per il bene. O lo crea per il male”.
    “Presto o tardi” scrive in Necropoli, “lo dovremo trovare un nuovo Collodi che racconti ai bambini la storia del nostro passato. Ma chi sarà in grado di avvicinarsi al cuore infantile senza ferirlo con lo spettacolo del male, e mettendolo al tempo stesso al riparo dai pericoli e dalle tentazioni del futuro?” 

  • OLI 264: SOCIETA’ – Igiene mentale post partum

    Repubblica 4 giugno. Proposta dei ginecologi: “Trattamento obbligatorio per le neomamme depresse”.
    L’idea arriva al Ministro della Salute Fazio da Giorgio Vittori, presidente della Sigo (Società Italiana di Ginecologia e Ostetricia) e da Antonio Picano, presidente dell’associazione Strade onlus.
    “Un’equipe specializzata potrebbe occuparsi 24 ore su 24 delle donne con comportamenti potenzialmente omicidi”.
    Pare che nel nostro paese ne abbiamo bisogno circa mille pazienti per anno.
    Della sostanza della proposta si preoccupa Maria Burani Procaccini, già presidente della Commissione Bicamerale Infanzia, che si dichiara “fermamente contraria all’uso del Tso per le mamme depresse, non come linea di principio, ma perché dietro la richiesta di Tso non c’è azione preventiva, non ci sono strutture degne di questo nome che affrontino il problema della depressione femminile”
    Pare che, con una piccola modifica della legge 180, il Tso potrebbe essere effettuato in comunità terapeutiche come dichiara Tonino Cantelmi, presidente dell’Associazione Italiana Psichiatri Cattolici e che esistano “Già test specifici da somministrare alle donne durante la gravidanza, che permettono di individuare quelle a rischio di cadere in depressione dopo il parto” precisa Cantelmi ad Avvenire.
    Altre dichiarazioni delineano un’azione morbida con la presenza di “operatori qualificati, anche un infermiere, che resta al fianco della mamma 24 ore su 24 per proteggerla e allo stesso tempo accudire il proprio figlio”. Come un Angelo Custode.
    In nessuna delle dichiarazioni viene messa in luce l’atroce solitudine di molte donne per le quali basterebbe un luogo dove confrontarsi, parlare ed essere ascoltate.
    Un luogo che non sia il quadrilatero dei giardinetti sotto casa. Dove approdare 24 ore su 24 se ne sentono il bisogno.
    Che bella iniezione di vita la presenza di mamme e bambini nei reparti psichiatrici del territorio nazionale, dove atterrerebbero le mamme “certificate depresse” in mancanza di comunità terapeutiche in grado di accoglierle. Un balsamo per pazienti, familiari e personale medico, che tra una seduta, la terapia farmacologica e la TV potrebbero confrontarsi con il cambio dei pannolini, il pianto e le poppate notturne dei neonati. Come in una favola di Gianni Rodari.
    Sì. Tutto sommato l’idea di Vittori e Picano è davvero geniale, una Basaglia rinforzata.
    C’è da augurarsi che propongano, per il contenimento delle spese e il rinnovamento della sanità, l’unificazione immediata dei reparti di psichiatria e maternità. Uno scoppiettante scenario pieno di follia e vita.
    (g.p.)
  • OLI 263: POLITICA – Una data che ci contenga tutti

    C’è qualcosa che non funziona in questa nostra ostinazione a presidiare.
    Lunedì 31 maggio due piazze a Genova erano occupate da dimostranti contro la legge sulle intercettazioni telefoniche e contro il recente attacco di Israele su pacifisti inermi.
    Ma queste due manifestazioni che si sono ricongiunte in corteo, sono solo un tassello di un mosaico che si va costruendo dal 2001 senza che se ne vedano né il risultato, né l’impatto concreto sulla cittadinanza.
    Dopo nove anni sarebbe lecito chiedersi cosa si vuole fare di tutte le energie di chi organizza e di chi partecipa.
    Forse è arrivato il momento di esserci, come diceva Rita Borsellino due anni fa in Piazza Navona, “uno ad uno e tutti insieme”.
    Per raccogliere in un unico grande momento tutti coloro che non credono più che l’Italia sia “in buone mani”.
    Si avvicina il 12 giugno, data della manifestazione della Cgil.
    Può essere un giorno squisitamente sindacale.
    Ma potrebbe essere il giorno in cui chi non è d’accordo si ritrova.
    E allora ci potrebbero essere precari, ricercatori, studenti, insegnanti e magistrati, operai, con la funzione pubblica tutta, medici e pensionati con giornalisti, preti di strada, stranieri e pacifisti.
    Gay, lesbo, trans e etero.
    E sindaci e presidenti delle Regioni che ultimamente si sono visti poco.
    E l’opposizione.
    E ci potrebbero essere Saviano, Dandini, Santoro e Gabanelli. Con Travaglio, Vauro e Busi.
    E Fazio con Litizzetto. E Rai3 e tutti i “Raietti”.
    Poi San Marcellino. E i Viola. E i Rossi. E i Bianchi. Con Emergency e Medici senza Frontiere. E Libera.
    Poi il Pd: chi c’è, c’è; chi non c’è, non c’è.
    E Italia dei Valori. E sinistra a sinistra, ecologica voltando a sinistra.
    Tutti noi, con i nostri impegni, la nostra delusione e l’infinito di disincanto, senza un tema in agenda, potremmo esserci.
    Esserci con il nostro disgusto. Che è parte del mosaico.
    Esserci perché Libero distribuisce i discorsi del Duce. E lo fa senza parlare delle vittime che il fascismo e il nazismo hanno prodotto.
    E se non sarà il 12 giugno la data, se ne fissi un’altra.
    Ma per cortesia… Che ci contenga tutti.
  • OLI 257: SCUOLA – Il classico non è acqua

    Sabato 17 Aprile, Repubblica ed. Genova, articolo di Stefano Bigazzi: “Sole e fitness aspettando l’esame, la gita del D’Oria si fa in crociera”.
    Si sono imbarcati nella mattina di uscita dell’articolo i ragazzi delle terze dello storico liceo classico genovese. Partiti dalla stazione Marittima “come i borghesi a fine Ottocento”, torneranno a Genova tra otto giorni. Tra le mete, precisa l’articolo “Tunisi, Palma di Maiorca e Tolone”.
    Anche se il sito della MSC non indica nel tragitto né Palma né Tolone. Segnalando Marsiglia, Barcellona, Tunisi, La Valletta, Messina, Civitavecchia.
    Peccato “per la Magna Grecia, l’Egeo dei miti e degli scontri di civiltà, sarà un’altra volta” spiega Bigazzi che specifica anche un vago costo del viaggio “meno di quattrocento euro”.
    Al liceo classico Colombo, la gita delle terze è stata fatta a Novembre. Pullman e poi partenza da Ancona in traghetto con rotta Patrasso. In otto giorni hanno vistato Atene – con musei e Acropoli – poi Micene, Epidauro e Capo Sounion. Al costo, tutto incluso di 355 Euro.
    Ma il confronto tra i due viaggi di “formazione” si fa duro: nella nave Splendida “evoluta tecnologia e ospitalità hanno creato questo fantastico Eden dove il sogno diventa realtà” spiega il sito della flotta. Che segnala: saune, bagno turco, solarium, sala massaggi, vasche idromassaggio, palestra sospesa sul mare, quattro piscine, un campo di squash. E inoltre l’AUREA SPA, dove MSC Crociere “fonde la magia dei massaggi balinesi con la tradizione dell’acqua salutare ereditata dagli antichi romani”. Quindi con un’attenzione ai classici davvero preziosa per la formazione degli allievi. “E per consolidamento delle relazioni tra i ragazzi” mi dice il padre di uno studente del liceo D’Oria, che precisa che il prezzo della settimana bianca proposta dal liceo quest’anno era di 420 Euro, costo con il quale il padre ha portato l’intera famiglia, in montagna. Solo per tre giorni.
    http://www.msccrociere.it/crociere/cruise.asp?id=31917

    (g.p.)