Stage – Cercando il cielo in una stanza

Ci siamo. Sono in una stanza. Attraverso il muro sento di tanto in tanto l’abbaiare d’un cane. Viene dal negozio di animali, contiguo; mangimi, acquari, pesciolini. Sono al computer da un bel po’; strabico per controllare il controllo dell’ultimo controllo. Sembra ridicolo ma è precisamente quello che devo fare: inserire dati, inviarli a un ufficio centrale che li elabora e me li rispedisce. Io devo ricontrollare, correggere (se del caso) e nuovamente spedirli allo stesso ufficio: nomi e numerini. Lavoro “di qualità”; perché se il file è sbagliato i temps, ossia i dipendenti, non vengono pagati o ricevono più del dovuto. Mi guardo intorno: la stanza, la vetrina che dà sulla strada, quella che ci separa dall’ufficio accanto, la gente che fa avanti e indietro da un ufficio all’altro, il pavimento rivestito di moquette, le lampade. Siamo chiusi dentro ad un acquario, una appendice espositiva del negozio di animali. I passanti che si fermano davanti alla vetrina non guardano gli annunci delle ricerche di lavoro in corso ma osservano noi, inconsapevoli abitanti della vasca che ci muoviamo qua e là.


Un dettaglio significativo che mi è stato comunicato durante il colloquio ed in seguito ripetuto è che le probabilità di venire assunto dall’azienda sono pressoché nulle. Non è certamente il tipo di incentivo in grado di indurre lo stagista ad esibirsi in prestazioni lavorative acrobatiche. Non riesco a fare una cosa per la cosa stessa, mi serve uno scopo, un traguardo minimamente significativo. Il lavoro per il lavoro, per acquisire una serie di capacità più o meno spendibili in un futuro che oggi mi appare incerto come non mai, non mi attira. A volte ho la sensazione che la mia generazione sia un po’in balia di un nuovissimo tempo dei verbi che nelle grammatiche della scuola elementare non è contemplato: il futuro remoto.
Al giovedì in ufficio c’è il circo: si radunano una serie di capi, sottocapi, capetti ed area manager di ogni tipo; esiste una precisa e dettagliata tassonomia degli esemplari che compongono la gerarchia dell’azienda anche se al momento non mi è del tutto chiara. L’unica cosa evidente è che non è mai un piacere ricevere il circo perché capi e succedanei fanno puntualmente grandissimi cazziatoni a noi sottoposti. Non solo per il fatturato ma anche per le cose più stupide: la pila di giornali messa al posto sbagliato, l’uso dei post-it che produce un vago senso di disordine o perché al loro arrivo non vengono accolti col calore adeguato (“che cos’è questo mortorio?” e simili). Perciò quasi ogni giovedì un responsabile di selezione che nei giorni precedenti ha procurato lavoratori e generato contratti (ergo fatturato) o un direttore di filiale che si è esibito in ogni tipo di acrobazia per procacciare nuovi clienti (ergo fatturato) si godono l’abbondante mezz’o ra di rampogna settimanale come premio del loro impegno. Vi sto annoiando vero? Anch’io già non ne posso più.
(The Pupil)