Infortuni – Una bella campagna stampa non si nega a nessuno

Sicurezza: Dovere assoluto, Diritto intoccabile. Dicevano alcuni slogan di Pubblicità Progresso del 2008.
La campagna veniva presentata come formata da: “Slogan semplici e chiari, quelli oggetto della campagna, le cui basi comunicative vogliono creare maggior consapevolezza, abbattere storiche barriere culturali – come il fatalismo e l’inerzia – che impediscono una corretta visione della prevenzione, incoraggiare gli atteggiamenti solidali e la cooperazione tra amministratori e lavoratori.”
Nel corso del 2009, così come negli anni che lo hanno preceduto tanti lavoratori sono morti sul lavoro. Moltissimi. Troppi.
Circa un migliaio durante la loro giornata lavorativa sono incappati in un infortunio mortale. Questi sono quelli che fanno parte di quell’ambito percepito, sono quanti finiscono sul giornale la mattina coperti da un lenzuolo. Sono quelli che si intravvedono di sfondo nei telegiornali, dietro a militi affaccendati a prender misure, a transennare, ad allontanare curiosi. Sono quelli che permettono servizi con imbarazzanti e angosciose interviste a vedove affrante o colleghi di lavoro esacerbati.


Sono quelli che impattano nell’immaginario collettivo, che generano manifestazioni di piazza e durissime prese di posizione di pubblici amministratori a garantire maggiori interventi, maggior controllo, maggior rispetto delle regole.
Tanti, ma tanti di più, sono quelli che muoiono in silenzio. In casa o in un letto di ospedale.
Almeno quattro volte tanto.
Forse per aver respirato una qualche sostanza tossica dieci o ventanni or sono, evento del quale probabilmente nessuno nemmeno ricorda.
E’ una strage silenziosa.
Se ne parla poco o niente. Non fa notizia. Niente interviste o articoli al TG.
Non buca lo schermo un funerale come tanti, senza bandiere o striscioni e con solo qualche anziano collega dietro al feretro.
Ma l’evento mortale, quanto meno quello da infortunio, è al centro di un sistema di dimensioni colossali. Una quantità impressionante di operatori, enti pubblici e privati, organizzazioni rappresentanti tutte le parti in gioco, sono nate e si sono sviluppate in ragione di questi numeri. Una sovrastruttura variegata ed estremamente sviluppata che è cresciuta e si è consolidata, andando ad occupare una posizione stabile e “titolata” ad occuparsi del problema.
Migliaia di operatori-docenti si occupano di formare ed informare lavoratori, preposti, dirigenti e datori di lavoro sui rischi lavorativi della loro attività.
Sono proliferati enti di formazione. Centri studi che veicolano le informazioni e sviluppano sistemi di comunicazione atti a raggiungere tutte le parti. Sono nati momenti di formazione on line.
Via web si comunica, si forma. Costa meno alle imprese, assolve obblighi e definisce processi. Tutto virtuale, naturalmente, e con risultati ovviamente altrettanto ipocritamente virtuali.
E’ sopratutto un business di dimensioni colossali. Impegna poco, costa poco, e le regole vengono virtualmente rispettate così come il metodo, in modo virtuale. Carta, sovrastrutture formate da pile di certificazioni fasulle, costate un tanto al timbro, a foglio, al chilo.
Campagne promozionali nazionali o locali bruciano milioni di euro spalmando sui muri manifesti e slogan, possibilmente non troppo invasivi per non urtare le rappresentanze datoriali, secondo il principio condiviso da tanti che l’informazione, gli slogan del tipo: ”lavoro sicuro”, dimostrano l’aver fatto qualcosa, anzi tutto il possibile, vista la crisi, viste le disponibilità, viste le posizioni delle parti, vista la volontà politica, eccetera.
Una bella campagna stampa non si nega a nessuno.
Certo la comunicazione, in un ambito come questo, è fondamentale, ma la condizione che ne determina la sua utilità, è che sia parte di un insieme, che sia di appoggio o di stimolo ad interventi mirati nelle imprese, laddove la comunicazione si intoppa, spesso mantenendosi su un piano informale, qualche metro più in alto di dove dovrebbe stare. Ed il rischio di una sua inefficacia diventa palpabile, tanto quanto evidenti e sonore si manifestano le perplessità dei lavoratori di fronte a slogan letti sui muri.
Schiere di consulenti, assoldati per raggiungere il giusto equilibrio fra sicurezza e costi della stessa per l’impresa, o meglio per conseguire l’obiettivo del minimo livello di sicurezza statisticamente accettabile, si certificano conseguendo standard di legge, corsi teorici della durata di svariate decine di ore. Più singolari ancora le certificazioni conseguite dai datori di lavoro delle piccolissime imprese, (quelle maggiormente a rischio, quelle dove maggiormente ci si infortuna e dove è assente qualunque forma di controllo), certificazioni a seguito di una manciata di ore trascorse in aule ove si discute teoricamente del sesso degli angeli. Ambito chiuso ed autoreferenziale.
Certo, le leggi, le norme che stabiliscono le regole di ingaggio su questo sterminato campo di battaglia esistono. Con gli anni si sono evolute e adeguate allo sviluppo del modo di lavorare, di produrre. Hanno tentato, e per alcuni anni ci sono riuscite, di adeguarsi ai cicli di produzione. Siamo passati da 3/4000 morti l’anno degli anni cinquanta e sessanta al migliaio e poco più con l’applicazione della ‘626.
Poi il trend di riduzione si è drasticamente interrotto. Probabilmente la legge non era più attuale.
Le grandi fabbriche si erano lentamente e silenziosamente ridotte e spente.
Le aziende hanno incominciato a terzializzare a piccole imprese fette di cicli di lavoro, i peggiori naturalmente, i più pericolosi, i meno appetibili e contollabili. Le grandi aziende nelle quali vi era la possibilità di un controllo delle regole hanno terzializzato anche rischi ed infortuni alle piccole, dove il controllo della applicazione delle regole sarebbe stato inesistente od impossibile.
I morti non sono più diminuiti con la stessa velocità e la curva è diventata sempre meno curva sul grafico. La legge, le regole non valevano più. La fase della possibilità di controllo della loro applicazione era terminata. Gli eventi, gli infortuni ed i morti quindi, hanno continuato a manifestarsi con una linea pressochè costante.
La crisi in atto ha di fatto peggiorato la situazione. La riduzione numerica degli infortuni mortali dello scorso anno se non viene letta congiuntamente alla riduzione delle occasioni di lavoro in sé, viene falsata. Ci sono sempre un milione circa di incidenti l’anno che determinano un migliaio di morti. Uno ogni mille.
Quei dodici, tredici milioni di lavoratori regolari, dei quali alcuni milioni svolgono una seconda attività, quei due milioni di pensionati che lavoricchiano in qualche modo, ed inoltre tutti quei lavoratori irregolari dei quali tanti fanno finta di non sapere, sono fortemente a rischio. Molti moriranno anche quest’anno.
Ma se le regole esistono perché ci si infortuna così frequentemente? Domanda lecita e risposte persino banali: semplicemente perché le regole non vengono rispettate, od anche perché una elevatissima fetta della forza lavoro, degli esposti, non viene monitorata, non ha accesso ai circuiti virtuosi degli Enti preposti. Circa un quarto infatti, un terzo forse, sfuggono al controllo ed alle maglie dell’INAIL.
L’impianto prevenzionistico attuale prevede che vengano analizzate le occasioni di rischio prima che queste si manifestino in un incidente, in un infortunio. D’altra parte il termine stesso “prevenzione” vuol dire: pre-venire, arrivare prima, intervenire con misure atte a far sì che l’evento non si manifesti. La logica e la tecnica ormai consolidata prevedono che il datore di lavoro affronti le singole occasioni di infortunarsi analizzandole per almeno un paio di aspetti: quanto sia probabile che si manifestino e quale sia la gravità dell’evento qualora esso avvenga.
E’ su questa prima analisi che i datori di lavoro incominciano a barare, a non rispettare le regole. E’ infatti estremamente improbabile che proprio in quella azienda avvenga un infortunio, e tutto sommato i dati danno ragione: ma proprio da lui, nella sua azienda con, poniamo, 5 dipendenti, deve avvenire quell’evento che ne uccide uno ogni 23.000? No, è statisticamente altamente improbabile. Certo, questa valutazione dei rischi, dice la norma, è a disposizione del Rappresentante dei Lavoratori che ne può verificare la veridicità. Ma nelle piccole imprese è una figura che non è presente, per le condizioni oggettive di dimensione e di capacità contrattuale praticamente inesistente da parte dei pochi addetti. Quindi nessuno la verificherà. Ma anche se fosse questo lavoratore dovrebbe avere le competenze necessarie ad una analisi approfondita di tale materiale, che spesso non ha. Ma per maggiore sicurezza il Ministro Sacconi, con le modifiche estive alle norme da lui operate, ha fatto si che i lavoratori non possano farne verificare la veridicità da propri consulenti, esperti di parte sindacali o meno che siano.
E’ stata tassativamente vietata la consultazione della documentazione all’esterno della azienda, proprio ad impedire che i falsi e le omissioni vengano alla luce, giustificando tale impedimento dalla necessità di salvaguardare il segreto industriale. Argomentazione evidentemente risibile che porta a risultati assolutamente scontati. In effetti nessuno potrà far nulla per verificare il livello di prevenzione in azienda prima che una qualche istruttoria parta a seguito di un grave incidente.
Altro motivo per rispettare le regole potrebbe essere la paura di un controllo da parte di un funzionario di un Organo di Vigilanza. Ma si sà, sono quattro gatti, appositamente. Sono talmente pochi che mai potranno coprire il territorio. Mai potranno manifestare la loro capacità interdittiva. Quei pochi ispettori, per altro molto spesso competenti ed onesti funzionari, hanno molto altro da fare. Hanno legittimamente lavoro d’ufficio da assolvere, hanno indagini da effettuare su infortuni già avvenuti, presenziano in tribunale al seguito di magistrati e di percorsi processuali già avviati, hanno da rispondere, quando loro concesso, a segnalazioni di abusi o situazioni di rischio manifeste. Poi come tutti i lavoratori hanno i loro tempi, come giusto che sia, il loro orario di lavoro, le ferie, la malattia. Giusto, giustissimo. Diritto, come per gli altri. A volte forse non hanno nemmeno i mezzi per muoversi o lavorare agevolmente come sarebbe giusto che fosse. Ma soprattutto sono veramente pochi. I finanziamenti nelle ASL non sono certamente indirizzati al potenziamento delle visite ispettive preventive. Non dà crediti, anzi, gli sponsor ed amici dell’uno o l’altro schieramento, bonariamente faranno sapere che quei pochi soldi disponibili potevano essere spesi meglio, magari in una bella campagna promozionale, con foto in bellavista sulla brochure e benedizione pastorale.
Deve essere frustrante, in principio, rendersi conto di non essere messi in condizione di assolvere al proprio compito istituzionale, pur dando il massimo. Col tempo, presumo si passi dal burn-out all’assuefazione e, come normale, si tenda ad un processo di adeguamento rassegnato alla realtà. Nonostante qualità ed impegno dei singoli.
La paura di un possibile intervento drastico da parte di un “ispettore” era tale che il Governo ha legato le mani a tutto il corpo ispettivo riducendo di fatto le occasioni nelle quali poteva essere bloccata l’attività della azienda che manifestasse gravi ed evidenti irregolarità.
Il Ministro stesso, dando il via lo scorso anno al rimaneggiamento delle norme prevenzionistiche, indicò quanto “il Governo avesse sempre dichiarato la volontà di correggere il testo unico sulla sicurezza nel mondo del lavoro, il D.Lgs. 81/08, per renderlo più efficace, sulla base di un consenso più ampio di quello che accompagnò la versione primigenia”, indiscutibilmente un obiettivo raggiunto in quanto conntinuava dicendo: “troppo spesso ci si illude che inasprendo le sanzioni si ottenga il rispetto della norma, ma dobbiamo capire non è così.”
Quindi per il Datore di Lavoro in questione, quello di quell’attività nella quale le regole non vengono rispettate, l’esistenza di un Organo di Vigilanza non si manifesta come un deterrente alla riduzione dei rischi. Valuta infatti improbabile che proprio da lui, nella sua impresa, possa avvenire un controllo.
Ma poniamo che per un miracolo dei numeri primi ciò avvenga. Il Ministro Sacconi, con le modifiche che ha apportato al Testo Unico della Sicurezza sul Lavoro, il D.Lgs. 81/08, ha di fatto ridotto talmente le sanzioni a carico di chi non rispetti le regole da rendere tutto sommato un affare il non rispettarle. Ha drasticamente ridotto sia le figure oggetto delle sanzioni (preposti, dirigenti, datori stessi), che la dimensione delle stesse.
Quindi un ipotetico datore di lavoro scorretto di una piccola impresa potrà valute come sicuramente improbabile che si manifesti proprio da lui un infortunio, estremamente improbabile che qualcuno venga a controllarlo e che comunque, qualora un controllo avvenga, di limitatissimo impegno economico l’eventuale sanzione a lui comminabile.
Salvo ricevere finanziamenti a pioggia da vari Enti Nazionali o di categoria per, ipocritamente, elevare la sicurezza in azienda e fare cassa.
La carenza di offerta di lavoro, la cassa integrazione a livelli superiori alla memoria storica, quindi la scarsissima od inesistente capacità contrattuale per la salvaguardia del posto di lavoro stesso, fanno sì che oggettivamente la qualità del lavoro, la sicurezza e l’igiene, la prevenzione di infortuni e malattie professionali, siano considerati, anche se non scentemente, come obiettivi secondari dai lavoratori stessi, ciò soprattutto nelle piccole imprese. Scelta ineluttabile, ma vista come sconsiderata soprattutto da chi non ne è parte.
Facile parlare di “percezione del rischio”, di atteggiamenti di “machismo”, di comportamenti abitudinari pericolosi, senza considerare che ciò avviene spesso da parte di lavoratori soggetti a pressioni a volte esplicitamente ricattatorie, ( o così o te ne vai, perché sei atipico, a termine, senza contratto, extracomunitario, non hai l’articolo 18), tipiche di ambienti di lavoro nei quali il posto stesso è legato a filo doppio con l’esposizione a rischi. Posti di lavoro nei quali il budget è fortemente indirizzato ad una riduzione dei costi per la sicurezza, spesso a favore semplicemente del restare sul mercato. Ambienti di lavoro nei quali poco o niente è dato a sapere e tutto viene minimizzato, banalizzato. E spesso in concorrenza con altri disperati di piccole imprese dello stesso tipo.
Ma in questa logica l’Ente Pubblico non è da meno. Pensiamo alle strutture dello stato, alle scuole spesso fatiscenti, alla loro improbabile asismicità, alle uscite di sicurezza chiuse con lucchetti, alla riduzione di personale ed al turn-over inesistente ovunque, anche laddove le persone che mancano dovrebbero occuparsi non solo della propria ma anche della altrui salvaguardia, come Organi di Vigilanza, Polizia di Stato, gli Enti di controllo tutti.
Torniamo ai numeri ed alle probabilità: in Italia nel corso del 2010 tutti i lavoratori nel loro insieme avranno circa una probabilità su seimila di avere un incidente, poco meno di un migliaio di loro morirà di infortunio, più di duecentomila manifesteranno una grave invalidità, poco meno di trentamila una invalidità molto grave e in migliaia avranno un risultato probabilmente di una gravità devastante ed assoluta.
E’ una scommessa, sono numeri che sembrano lontani dalla nostra realtà soggettiva, ma se giochiamo al Super Enalotto scommettiamo su probabilità molto minori: un 6 è atteso contro 622 milioni di probabilità, ma due o tre volte l’anno esce lo stesso, un cinque contro 1.200.000, chi gioca al Win for Life, gioca, sperando in una sorta di buona pensione anticipata, punta contro 3.700.000 probabilità.
Se giochiamo contro una morte sul lavoro ci attestiamo, è evidente, su percentuali molto più basse.
Infatti vincono circa mille lavoratori ogni anno.
(Aris Capra – Resp. Sportello Sicurezza CDLM CGIL Genova)