Violenze del G8 – Perché i maxiprocessi sono ormai impossibili

Dopo quattro anni, tre “maxiprocessi”. Quello ai presunti Blackbloc: ventisei imputati di devastazione e saccheggio. Le udienze vanno avanti da più di un anno, ma siamo ancora nella fase dell’istruttoria dibattimentale. Ancora decine di testimoni da ascoltare. Quello della Diaz: rinviati a giudizio ventinove tra funzionari e agenti accusati di falso, calunnia e concorso in lesioni gravi per l’irruzione nella scuola. Il dibattimento è iniziato a luglio. Infine, quello di Bolzaneto: quarantacinque imputati tra poliziotti, carabinieri, polizia penitenziaria e medici; rinviati a giudizio per abusi e violenze inflitti ai manifestanti detenuti nella caserma. Appena iniziato e subito rinviato al 3 novembre. (Marco Preve, la Repubblica-Il Lavoro, 14 ottobre).


Centinaia di avvocati della difesa e delle parti civili e centinaia di testimoni. Anni di indagini da parte della Procura, udienze preliminari, dibattimenti, decine di avvocati eccellenti pronti a difendere gli imputati dal processo dilatandone ulteriormente i tempi. Il tutto nella difficoltà di reperire spazi adeguati dove celebrarli anche se da lungo previsti e di concordare con le parti complessi calendari per le udienze. Sempre nel rispetto dell’immutabilità dell’organo giudicante, perché si sa, se un giudice si ammala o cambia ufficio, si deve ricostituire il collegio oppure, se si è già cominciato, si deve ripartire da capo. In breve, processi che non arriveranno mai alla fine.
Un senso di sconfitta e di amara impotenza si diffonde. La sezione ligure dell’Associazione Nazionale Magistrati, che da tempo denuncia la situazione, ribadisce che essa è diventata insostenibile e chiede un “immediato intervento anche degli Enti locali” (comunicato del 27 ottobre). Il PM Mario Morisani, alla prima udienza per le violenze a Bolzaneto lancia un appello che chiarisce la dimensione del problema: “abbiamo bisogno di una sentenza che dica se queste cose sono accadute o meno e pazienza se poi – nei gradi successivi – interverrà la famigerata prescrizione. Lo vuole non il nostro piccolo mondo, ma quello che sta fuori: la società nazionale ed internazionale. Perché a Genova sono in gioco i principi fondamentali della società civile” (Massimo Calandri, Repubblica 13 ottobre).
Sono sorti dei contrasti. Ad articoli polemici da parte della stampa locale, che si limitavano a segnalare l’assurda e purtroppo prevedibile situazione, sono seguite precisazioni e rettifiche da parte di magistrati che si sono sentiti chiamati in causa. Ma non pare sia emerso il nocciolo della questione. La condizione necessaria per celebrare “maxiprocessi” che abbiano la possibilità di concludersi entro tempi ragionevoli sta non solo nel lavoro dei magistrati, ma anche nella volontà politica di chi deve assicurare i mezzi necessari per il loro regolare svolgimento. La stagione dei famosi maxiprocessi di Palermo, con oltre 1.400 imputati, iniziata nel 1986 si concluse con le condanne in cassazione nel 1992. Sei anni. Ma allora c’era almeno, oltre ai magistrati, una parte dello Stato che si impegnava per arrivare al verdetto definitivo. Oggi, è evidente, non esiste nulla di simile. Il ministro Castelli, rispetto alla lentezza del processo per le violenze alla caserma di Bolzaneto, durante una visita al Salone Nautico, serafico dichiara: “Non capisco perché i giudici parlino di 250 sedute, di 250 giorni lavorativi. Non vedo perché si debba fare tutto in tre anni, anziché in uno. Non riesco a comprendere perché non basti”. Questo ministro, che pure è ministro della Giustizia, non comprende. Al vertice dello Stato. E in buona compagnia.
(Oscar Itzcovich)