Palazzo Ducale – sabato 11 maggio 2013 – La rivista Marea, il gruppo Archinaute e il gruppo teatrale l’Atelier hanno festeggiato l’ottantanovesimo compleanno di Lidia Menapace, amata per la sua azione continua per la giustizia e la libertà di donne e uomini.
Categoria: Giovanna Profumo
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OLI 377 – MUSICA: Dal Ticino, storia, Beatles e Liguria
Circolo Zenzero, 10 maggio, a programma la conferenza-concerto I Beatles e i sogni degli anni Sessanta: musica, cultura, società. Interpreti Marco Zappa, Renata Stavrakakis e Ginger Poggi, presentati dal professor Nando Fasce
L’idea è quella di riascoltare per chi c’era e proporre a chi non c’era un pezzo fondamentale della storia sociale e musicale del secolo breve. Gli interpreti avvisano presenti fin dall’inizio: non suoniamo i Beatles come quarant’anni fa, non sarebbe giusto e nemmeno vogliamo farlo; qui proviamo un’altra strada, partendo da quello di cui disponiamo oggi musicalmente.
L’esperimento dicono abbia funzionato bene anche in università, dove, già in mattinata, il gruppo di Marco Zappa ha suonato e spiegato i Beatles agli studenti insieme a Nando Fasce.
Ed allo Zenzero non è stato un Amarcord – anche se molti dei presenti conoscevano a memoria musica e testi – perché strumenti utilizzati, bouzouki, flauti in legno, vari tipi di percussioni, e la voce bellissima di Renata Stavrakakis, hanno favorito un ascolto fresco e ironico.
I tre vengono dal Ticino, Ginger Poggi, batterista, è nato a Voghera ma abita in Svizzera, ha iniziato a suonare nelle navi Costa a ventan’anni, Marco invece mostra le dita “bruciate” dagli strumenti.
Presenti a numerosi festival in India, Grecia, Chicago, Sud Africa, hanno suonato nella cattedrale di Liverpool, dove una sola arcata “contiene mille persone” ed un semplice suono può durare dodici interminabili secondi.
Amano la Liguria e Genova al punto di cantare in genovese ed aver messo in musica, tra le altre, anche la famosa poesia di Caproni l’Ascensore.
Il nuovo cd PolentaEPéss verrà presentato a Genova al Teatro della Tosse l’11 ottobre prossimo.
(Giovanna Profumo – foto Stefano Emilio Porta) -
OLI 376 – SINDACATO: La FIOM e la maggioranza politica senza diritti
L’unica vera maggioranza è la nostra: quella rappresentata dal 37% di giovani precari o senza lavoro: una percentuale che supera di gran lunga quella ottenuta dai partiti e dalle loro coalizioni durante l’ultima tornata elettorale (Marina Molinari – campagna Io voglio restare)
Bologna 30 aprile, Palazzo Re Enzo.
Il seminario FIOM, su reddito, salario, modello sociale – programmato a Marzo – diventa per molti luogo del nuovo progetto, quello dove rimettere insieme i pezzi di una sinistra devastata dalle larghe intese Pd e Pdl. L’enorme sala è piena. La ferita del governo di Letta e compagni, vista da qui, non si rimarginerà più.
Stampa e televisione restano per le prime ore dell’iniziativa – che si protrarrà fino alle 14 – e ci si avventano come su un buffet: a caccia del piatto forte, attratti dalla locandina che promette, oltre alla presenza di Landini, anche quelle di Barca, Rodotà, Revelli. L’informazione è lì per capire se la FIOM voglia fare sindacato o politica, come se l’uno escludesse l’altra.
Landini spiega che la FIOM ha un’idea precisa di società. No, non si sostituisce ai partiti, ma fa il proprio mestiere di sindacato e chiede a chi dovrebbe avere un ruolo di rappresentanza politica di tornare ad avere quel ruolo, ragionando, con umiltà, su lavoro e processi. C’è un’analisi da costruire, anche il sindacato deve cambiare atteggiamento ripartendo da cosa produci, perché lo produci e quale sostenibilità ambientale ha. Compito della Cgil è impedire in ogni modo che ci possa essere una competizione tra lavoratori e tra giovani e non giovani.
Landini parla della Federazione dei Sindacati dell’Industria che riunisce metalmeccanici, chimici e tessili a livello europeo e mondiale e della necessità di superare i 247 contratti nazionali. Poi di lavoro nero, reddito minimo garantito, finanziamento degli ammortizzatori sociali, devastazione dei diritti, in un contesto in cui il lavoro viene ridotto a merce, ad oggetto in cui viene comprato e venduto. Va costruito un nuovo modello sociale, imposta ai governi un’agenda che parta dal basso, e in Italia introdotto il reddito di cittadinanza per tutti.
Questo paese è il nostro, questo tempo è il nostro e intendiamo riprendercelo, dice Marina Molinari di Io voglio restare. E’ la voce di una generazione sulle cui spalle sono stati scaricate tutte le contraddizioni di un sistema economico in affanno: senza lavoro, senza casa, senza la tutela di un sistema di walfare. Quando abbiamo lanciato la nostra campagna avevamo un governo di larghe intese sostenuto dal Pd, dall’Udc, dal Pdl sotto l’egida del presidente Napolitano con il compito di realizzare in Italia le politiche dettate dalla Commissione Europea, dalla Banca Centrale Europea e dal Fondo Monetario Internazionale. Dopo sei mesi, ed elezioni politiche in cui la coalizione dell’austerity ha perso dieci milioni di voti siamo ancora lì con un governo di larghe intese sotto l’egida del presidente Napolitano. L’autoreferenzialità, la totale impermeabilità alle spinte che vengono dall’esterno della politica italiana è senza precedenti. Molinari ha aggiunto intendiamo riprenderci il sindacato per contribuire a farne uno strumento reale di partecipazione e rappresentanza generale anche e soprattutto per chi non ha un contratto di lavoro tradizionale, intendiamo riprenderci la politica. Alcuni dei promotori della campagna erano all’estero quando è stata lanciata, altri se ne sono andati dopo, altri saranno costretti a farlo. Bisogna parlare di casa, di equo compenso, reddito di base, sostegno universale alla paternità e maternità, diritti del lavoro, pianificazione di occupazione legata alla conversione ecologica e all’innovazione per ricostruire il paese, occupazione basata sui saperi e sulla centralità della ricerca pubblica. Per questo Io voglio restare il 18 Maggio sarà a Roma a manifestare accanto alla FIOM.
Marco Revelli – presidente della Commissione di Indagine sull’Esclusione Sociale (CIES) fino al 2010 – è implacabile, fornisce le cifre della catastrofe: i working poor, poveri al lavoro, esuli eterni sono il 10% in Italia. Tra chi ha un contratto a tempo determinato il 37% vanta un salario al di sotto della soglia tecnica di povertà. Parla di povertà assoluta tra laureati e diplomati. Grazie all’applicazione del paradigma neoliberista, dagli anni 70 ad oggi, il lavoro ha perso fino a dieci punti percentuali. Mentre 10 punti percentuali di PIL sono transitati dal lavoro al capitale. L’Indice GINI che registra quanto inegualmente si distribuisce il reddito, indica una crescita fortissima delle diseguaglianze. C’è stata una lotta di classe feroce, ha spiegato Revelli e come dice Luciano Gallino (OLI 352) è stato spolpato reddito e lavoro. Politica e sindacato non se ne sono accorti. L’Italia, Ungheria e Grecia gli unici tre paesi a non avere una garanzia universalistica del reddito. continua
(Giovanna Profumo – foto dell’autrice) -
OLI 376: LIBRI – Di mamma ce n’è più d’una
Vera vive a Milano, è diventata madre di un bimbo nel dicembre del 2012. E’ stata licenziata dall’azienda che l’aveva assunta dopo un mese che era rientrata al lavoro. Il figlio aveva allora tre mesi. Vera si è rivolta ad un legale, insieme hanno patteggiato una buona uscita. Ha trovato un altro lavoro, nel Giugno 2012, presso una società per la quale è sempre in viaggio. Il compagno di Vera, disoccupato, sta crescendo il bambino. In un anno e sei mesi Vera è stata con suo figlio complessivamente sette mesi. Esagerando. Domenica è, sulla carta, la festa di tutte le mamme e il libro di Loredana Lipperini “Di mamma ce n’è più d’una” – presentato a Genova da Feltrinelli nel marzo scorso – può essere un valido aiuto per una riflessione su questo tema.
Accanto alla giornalista autrice, Roberta Trucco ed Eva Provedel hanno parlato dei pianeti che influenzano la maternità: dalla possibilità di sceglierla, alla conciliazione con il lavoro, ai modelli pubblicitari, per arrivare al ruolo del padre.
L’Italia è un paese dove è difficile scegliere se essere madri o non esserlo. Sia perché la legge 194 è stata svuotata di contenuti: la percentuale di obbiettori impedisce spesso che venga applicata; sia perché il lavoro spesso ostacola una scelta che sia veramente libera – vedi l’agghiacciante ricorso alle dimissioni in bianco, arginata per legge solo nel 2012 o il ricorso ai contratti atipici – con dei modelli escludenti rispetto alla piena realizzazione in campo professionale e come madre.
Non è permesso avere un figlio se padre o madre sono infertili, “perché la legge 40 di fatto ha creato l’infelicità di tantissime coppie”, con una tristissima e costosa emigrazione della fertilità ed una scarsa solidarietà nei confronti delle e degli infertili. Inoltre la conciliazione lavoro maternità si scontra con la mancanza di asili e il taglio del tempo pieno scolastico.
Questa schizofrenia è di casa in Italia, nel paese del materno, dove l’icona della madre e del sacro coincidono. Inoltre c’è una competizione continua che certe madri attivano con altre “per cui hai i dolci più belli, i figli più belli, più bravi a scuola, la famiglia meglio riuscita… E non è così”.
Loredena Lipperini dice che il 95% degli uomini italiani non ha mai caricato una lavatrice, ma la maternità è potere e poiché non esistono poteri buoni, parafrasando de André, un po’ andrebbe ceduto al padre. Le statistiche confermano che il 75% del lavoro di casa viene fatto da donne.
Poi c’è la pubblicità con le sue rappresentazioni: la madre incinta sarà bionda, la madre con i figli bruna, il padre ha la camicia azzurra. Non ci sono padri quarantenni o grassi. La cucina è sempre la stessa, con una luce nordica. I padri sono spesso inetti o eterni farfalloni e quando ci sono “vanno a prendere i figli a scuola ma invidiano l’unico maschio che è presente in loco perché è il fidanzato della maestra”.
Durante la presentazione un padre ha sollevato il tema dell’affido condiviso e dei padri separati. Si è parlato del conflitto sul web contro le associazioni che si occupano di femminile e della necessità di risolvere la contrapposizione nella coppia.
(Giovanna Profumo – Foto dell’autrice) -
OLI 374: SCHIAVITU’ – A Genova Iqbal ha fatto scuola

(foto di Giovanna Profumo) Mentre la scorsa settimana parte della classe politica italiana offriva ai cittadini uno spettacolo pietoso, a Genova i ragazzi della compagnia teatrale di Enrica Origo, attrice e maestra elementare, mettevano in scena la storia di Iqbal Masih, bambino, operaio, sindacalista, assassinato per il suo impegno contro la schiavitù infantile, il 16 aprile 1996.
A diciotto anni esatti dalla morte di Iqbal, Genova è tornata Città dei Diritti, dedicando alla memoria di questo stupendo bambino una giornata con tre momenti di riflessione.
Accanto ad Enrica Origo, regista del racconto teatrale, Ehsan Khan sindacalista pakistano che aveva liberato Iqbal dal fabbricante di tappeti che lo teneva schiavo.
Quarantatre bambini – età compresa tra dieci e sedici anni – nella sala del Munizioniere di Palazzo Ducale, hanno dato voce alla breve e coraggiosa esistenza di Iqbal, una vita incatenata al lavoro per riscattare un debito contratto dal padre.
In un mondo possibile, l’assassinio di un dodicenne viene raccontato dai suoi coetanei che, attraverso il
(foto di Giorgio Bergami) teatro, si sono fatti portavoce di migliaia di altri ragazzi schiavi del mercato globalizzato.
Come vediamo il sole e la luna – ha detto Ehsan Khan a Palazzo Tursi – possiamo riconoscere il problema della schiavitù dei bambini, chiedendoci da dove provengano caffè, banane, diamanti, abbigliamento, succhi di frutta, cellulari, computer, cotone.
Ehsan Khan ha ricordato la campagna promossa contro i prodotti Apple e contro Al Gore vincitore di un Premio Nobel ipocrita che, secondo il sindacalista pakistano, andrebbe restituito alla luce del ruolo che lo stesso Gore riveste nella compagnia informatica.
Khan ha, poi, chiesto ai presenti alla conferenza pomeridiana a Palazzo Tursi: Pensate davvero di non avere schiavi? Chi di voi ritiene di non avere schiavi? Ed ha segnalato iniziative ed inchieste promosse dai sostenitori della Global March Against Child Labour e della Slaveryfootprint che, attraverso la rete, favoriscono la crescita di una maggiore consapevolezza di quello che l’infanzia subisce nel mondo.
(Giovanna Profumo – Foto di Giorgio Bergami e dell’autrice)Pubblichiamo di seguito il testo dell’intervento di Camillo Arcuri su Iqbal, che è stato letto da Enrica Origo in occasione della conferenza.
Siamo parte di una società che si definisce orgogliosamente informata, e non sappiamo niente o quasi della storia di Iqbal Masih. Sono i ragazzi come lui a raccontarci ciò che giornali e telegiornali non ci hanno mai fatto sapere: aveva solo dodici anni Iqbal quando gli hanno sparato, nel suo paese, in Pakistan. Lo hanno ucciso perché il suo esempio era considerato pericoloso. Da chi? Dal monopolio dei tappeti (una mafia diremmo qui), un potere spietato al quale aveva osato ribellarsi, non con le armi, ma semplicemente scappando dal buio di quel medioevo. Era andato all’estero, sottraendosi alla sua sorte di piccolo schiavo, venduto dalla famiglia ai padroni dei telai, e aveva testimoniato sulla tragedia generazionale che condanna migliaia di ragazzini come lui. Le sue parole avevano scosso molte coscienze e le vendite dei tappeti erano calate. Così, quando Iqbal Masih è tornato nel suo villaggio, ha trovato la vendetta in agguato. Con lui non è scomparso il disperato simbolo di riscatto che rappresenta. A rompere il silenzio preteso da tutte le mafie, ci pensa il pellegrinaggio di Ehsan Khan, il sindacalista che gli fu a fianco e che porta nel mondo la voce di Iqbal. Insieme a lui ci sono studenti e insegnanti delle scuole di tanti paesi, un moto spontaneo che a Genova ha trovato una convincente forma di espressione teatrale destinata a riprodursi nel progetto Parlaci di Iqbal che Enrica Origo, attrice, regista e insegnante, sta portando avanti con la sua Compagnia di ragazzi dal 2011. Parlaci di Iqbal non è solo uno spettacolo denso di emozioni; è anche e forse soprattutto un esperimento civile per rispondere al bisogno diffuso di “fare”, andando oltre l’esecrazione. Nel nome del loro coetaneo, eroe ignoto, i ragazzi sono entrati così in un ruolo di “moltiplicatori di consapevolezza”: una piccola lezione utile anche per colmare tanti vuoti mediatici.
Camillo Arcuri -
OLI 372: COMUNE – Marco Doria e il giardiniere
Ha continuato a postare su youtube, con una certa regolarità, la rubrica “La settimana del sindaco”.
Pare un po’ il diario di bordo del comandate Kirk di Star Trek.
Nei suoi video parla di infrastrutture, collegamenti ferroviari con l’entroterra, cantieri da concludere.
Ricorda la necessità di maggiori risorse, sia pubbliche che private. Richiama l’impegno per una politica alta. Borzoli e la soluzione del transito dei mezzi pesanti sono uno dei problemi che Doria vuole affrontare.
Il sindaco parla anche dei dieci saggi nominati da Napolitano criticando, tra le altre cose, la mancanza di presenze femminili nel gruppo.
Doria ha a cuore la tutela del territorio, il risanamento idrogeologico, la lotta alla diseguaglianza, il lavoro. Chiede al Movimento Cinque Stelle di farsi promotore, insieme alla sinistra italiana, della volontà di cambiamento, che significa assunzione di responsabilità.
In tutti i suoi interventi su youtube c’è una riflessione su quello che manca e su quello che si dovrà fare. Marco Doria trova spazio anche per parlare del difficilissimo bilancio 2013 del Comune di Genova – che deve essere fatto entro il 30 giugno – e dei tagli brutali delle risorse dei comuni fatte dai governi Monti e Berlusconi; ricorda al cittadino che la tutela dei servizi pubblici essenziali e delle fasce deboli della popolazione devono essere le priorità.
Richiama il senso di responsabilità in cui “tutti, tutti” devono fare la loro parte.
C’è bisogno, dice, di un governo e di una maggioranza che mettano in condizione i comuni di avere qualche risorsa in più per fare dei bilanci civili.
Tutte parole sacrosante. Ma perché Doria appare così distante e solo? E cosa ne è stato della ricchezza di energie che l’avevano sostenuto in campagna elettorale? Cosa succede ai consiglieri comunali eletti nella sua lista? Cosa ne è della spinta arancione?
Un punto nave con chi l’ha sostenuto in campagna elettorale e con chi l’ha votato oggi è necessario. Doria si metta in ascolto, come aveva fatto in campagna elettorale, di comitati e cittadini, uscendo da un consiglio comunale che pare solo un bollettino di guerra. Trovi uno spazio per incontrare le persone e faccia manutenzione alla sua idea di città. Anche sul tetto di Palazzo Albini, nei giorni scorsi, è apparso un giardiniere. Marco Doria faccia come lui.
(Giovanna Profumo – foto dell’autrice)








