Migranti – La pantomima bipartisan delle leggi sui flussi

La distanza tra il numero 350.000 e il numero 47.000 fornisce una misura della separazione tra politica e realtà, un metro su cui misurare il livello della ipocrisia nazionale. Quarantasettemila sono i posti disponibili per fare “entrare” in Italia lavoratori provenienti da Stati con i quali il Governo italiano ha stipulato accordi di cooperazione (Albania, Algeria, Bangladesh, Egitto, Filippine, Ghana, Marocco, Moldavia, Nigeria, Pakistan, Senegal, Somalia, Sri Lanka, Tunisia). Trecentocinquantamila è il numero delle domande che sono arrivate, tutte, certamente, riguardanti stranieri che sono già qui, in Italia.


Le politiche (?) per l’immigrazione mettono in scena in questi giorni lo spettacolo del loro ennesimo e tragico fallimento. Facciamo un po’ di storia. I “flussi”, cioè la possibilità di una modalità costante e regolata di ingresso in Italia per cercare di evitare l’alternanza tra accumulo di ingressi clandestini e successivi provvedimenti di sanatoria, furono introdotti dalla Legge Martelli del 1990, ma i decreti applicativi indispensabili a renderli operativi non furono mai varati. Si dovette attendere la legge “Turco/Napolitano” del 1998 perché i flussi entrassero in funzione, ma la sanatoria che li avrebbe dovuti precedere per consentire una partenza “pulita”, azzerando la preesistente presenza irregolare, fu attuata con modalità e tempi talmente tardivi e disastrosi che i flussi di ingresso assunsero dal primo inizio, di fatto, la funzione di regolarizzare una parte dei clandestini già presenti, e non di avviare un ingresso regolamentato di persone dall’estero. Vizio di origine del provvedimento comunque era il presupposto che datori di lavoro italiani potessero desiderare di assumere persone mai viste né conosciute provenienti dai quattro angoli del mondo. L’unico spiraglio, che la legge Bossi/Fini si è poi incaricata di chiudere, era l’ingresso tramite sponsor. La modifica della Bossi/Fini giace in Parlamento dove attende che qualcuno se ne occupi.
Di fatto quindi la panacea universale resta la “sanatoria”, dichiarata esplicitamente (ce ne sono state sei, per un totale di 1.500.000 regolarizzati, firmate da tutti i colori politici: Martelli, Dini, Turco, Napolitano, Bossi, Fini) o travestita sotto il termine di flusso di ingresso. Una lotteria che le persone si devono ogni volta giocare senza avere diritto alla dignità: le code all’addiaccio sostituite dalla corsa telematica, in ogni caso ciascuno rinchiuso in una disperata lotta individuale giocata con spallate, astuzie e resistenza fisica all’attesa contro il vicino di coda, o al decimo di secondo contro ignoti avversari al terminale.
Nel frattempo il tema si allontana sempre di più dall’agenda politica dei partiti e del sindacato, questione da lasciare ad uffici di servizio e patronati che combattono in trincea, ma non priorità su cui spendersi.
L’abbiamo visto alla manifestazione degli immigrati di due settimane fa, ridotta ad un fatto marginale, dove la verità sui clandestini è stata detta solo da immigrati che si passavano un megafono, e in fretta, perché alle 15.30 bisognava fare spazio al cardinale.
(Paola Pierantoni)